Un’Esplosione Di Energia. Gighe E Reels Per il 3° Millennio! Dropkick Murphys – Signed And Sealed in Blood

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Dropkick Murphys – Signed And Sealed In Blood – Born And Bred/Universal/Coop

Ottavo album per la celtic-punk, celtic-rock, celtic punk-rock, boh(?) band di Quincy, Massachussetts, a due passi da Boston area metropolitana, un po’ come Monza e la Brianza rispetto a Milano. Il genere musicale però è più quello della periferia di Dublino o di Belfast, intrecciato con le radici del punk americano e inglese. Ovvero, partire sui 200 all’ora con una melodia e finire sui 300, con qualche piccola varaizione sul tema. Il penultimo disco, Going Out In Style, una sorta di concept album, era stato in un certo senso quello della consacrazione, con tanto di partecipazione di Springsteen in Peg ‘o My Heart, una seconda versione Deluxe (pubblicata qualche mese dopo, per l’incazzatura di grandi e piccini, con un secondo CD Live aggiunto come bonus) e un suono più vario e ricercato (senza esagerare) rispetto ai dischi del passato (e del futuro).

Eh sì, perché quanto potevano resistere senza quei brani tipici, singalong misto a street punk? Un minuto? Neanche. Nel primo brano The Boys Are Back (un omaggio alla vecchia The Boys Are Back In Town dei Thin Lizzy?), direi dopo 30 secondi, chitarre acustiche, accordion, bagpipes, mandolino e banjo vengono sommersi da un muro di chitarre elettriche e dal ritmo adrenalinico della sezione ritmica, con tutta la frontline dei cantanti impegnata a squarciagola nei tipici cori ad alta gradazione alcolica che sono tipici di questa musica, non per questo disprezzabili, “it’s only music for fun” e “sono alla ricerca di guai!”. Prisoner’s Song rilancia e rincara la dose, con la fisarmonica e il banjo che cercano di farsi strada tra le pieghe del brano. Ovviamente questo tipo di musica, ritmo e sudore, secondo le intenzioni dei suoi esecutori, si dovrebbe gustare appieno dopo un certo numero di pinte di birra o bicchierini di whiskey, ma per la salute dei v(n)ostri fegati, anche da sobri il piedino lo fa muovere e si capisce che non è proprio DIY campata in aria, dietro ci sono una ventina di anni di esperienza sui palchi di tutto il mondo, nella speranza di diventare gli eredi dei Pogues (e con la concorrenza di Flogging Molly e nelle isole britanniche, dei Levellers e degli stessi rientranti Pogues).

Rose Tattoo, il singolo, è più ricco di colori folk d’Irlanda che di sventagliate punk, e si lascia apprezzare con mandolini e acustiche che si amalgano più che cercare di “combattere” con la sezione ritmica, anche i flautini e mandolini impazzano e il banjo dell’ospite Winston Marshall dei Mumford and Sons aggiunge un afflato britannico alle operazioni. Il testo del brano è quello che comprende il titolo dell’album ” This one means the most to me/Stays here for eternity/A ship that always stays the course/An anchor for my every choice/A rose that shines down from above/I signed and sealed these words in blood/I heard them once, sung in a song/It played again and we sang along…”. E’ una breve oasi di pace prima della ripresa delle ostilità con Burn.

Ma da qui in avanti l’alternanza tra Irlanda e combat punk-Rock (questo non l’avevo detto) si fa più consistente: Jimmy Collins’ Wake avrebbe fatto il suo figurone nei vecchi vinili dei Pogues, con la sua aria paesana, mentre The Season’s Upon Us, per quanto sempre corale e combattiva, ha profonde radici nella musica popolare, ed è anche un bel brano, che non guasta. Battle rages on è di nuovo indemoniata, a tutto singalong con chitarre elettriche metalliche che sciabolano tra voci e fiati in minoranza. Don’t tear us apart, addirittura con un piano che fa una breve apparizione iniziale, evidenzia le similitudini con le radici à la Clash di certa musica dei Pogues (e dei Dropkick Murphys). My hero resta sempre da quelle parti, con una chitarra elettrica vagamente spingsteeniana che tira le fila del brano, sempre tirato a velocità supersonica.

Out Of The Town è un grintoso pezzo elettrico, quasi convenzionale nel sound, rock puro e semplice con la solità coralità vocale ma pochi elementi folk e punk, molto piacevole. Out Of Our Heads con banjo, flautino e fisarmonica in evidenza, a lottare duramente con la parte elettrica e la ritmica del settetto americano, riapre le danze per futuri sviluppi live. End Of The Night è una ballatona a tempo di valzer che ricorda i brani più coinvolgenti dei Pogues dei tempi d’oro e conclude in gloria un disco che si merita la sufficienza piena anche se non fa gridare al miracolo. Sapete cosa aspettarvi, i “soliti” Dropkick Murphys, simpaticamente casinisti e caciaroni, ma anche buoni musicisti.

Esce domani in molti paesi e il 15 gennaio in Italia.

Bruno Conti

I Migliori Dischi Del 2012. Last But Not Least: Cofanetti, Ristampe E Live

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Ultime scelte e segnalazioni del sottoscritto per questo 2012 appena concluso: i migliori dischi dal vivo, le ristampe più interessanti e i cofanetti più sfiziosi, una selezione quantomeno, perché ne sono usciti veramente tanti (sono, più o meno, in ordine cronologico di uscita). Il primo dell’anno, proprio il 2 gennaio del 2012, era stato:

Elvis Presley – Elvis Country Legacy Edition Sony/BMG

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Michael Chapman – Rainmaker – Light In The Attic

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Richard Thompson – Live At Celtic Connections – DVD Proper

 

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Chimes Of Freedom – The Songs Of Bob Dylan – 4 CD Sony/Bmg

 

 

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Occupy This Album – 4 CD – Razor & Tie

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Big Brother & The Holding Co. – Live At The Carousel Ballrom – Sony/Columbia

Janis Joplin – The Pearl Sessions 2 CD – Sony/Bmg

 

 

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B.B. King – Live At Royal Albert Hall 2011

B.B. King – The Life Of Riley – Soundtrack & DVD

B.B. King – Ladies And Gentlemen Mr. B.B. King – Box 10 CD o Box 4 CD – Tutti Universal

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Joe Bonamassa – Beacon Theatre: Live From New York 2 DVD 2 CD Eagle/Provogue

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Warren Hayes – Live At The Moody Theatre – 2 CD+DVD Stax/Provogue

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Band Of Heathens – Double Down Live in Denver Vol.1&2 -CD/DVD BOH/Blue Rose

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Billy Bragg & Wilco – Mermaid Avenue – The Complete Sessions 3 CD + DVD Nonesuch

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Dr. Feelgood – All Through The City (With Wilko 1974-1977) 3 CD + DVD EMI

 

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Willy DeVille – Live In Paris And New York – Big Beat/ACE

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Tedeschi Trucks Band Live – Everybody’s Talkin’ 2 CD Sony/Bmg

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Paul Simon – Graceland  25th Anniversary Edition CD/DVD Sony Music

 

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Frank Zappa – Ristampe di Tutta La Discografia – Zappa Records/Universal

 

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Johnny Cash We Walk The Line: A Celebration Of The Music Of Johnny Cash CD/DVD Columbia

 

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Nine Below Zero – Live At The Marquee – CD/DVD Fontana/Universal

 

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Paul Simon – Live In New York City 2CD/DVD Hear Music/Universal

 

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Velvet Underground – The Velvet Underground & Nico SuperDeluxe Edition 6CD Polydor/Universal

 

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The Pogues In Paris – 30th Anniversary Concert At The Olympia 2CD/2DVD Universal

 

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Sandy Denny – The Notes And The Words 4 CD Island/Unversal

Una delle più belle canzoni di tutti i tempi!

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Led Zeppelin – Celebration Day Mille Formati Warner

Una delle più grandi band di tutti i tempi!

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Johnny Cash – The Compleete Columbia Album Collection 63 CD Sony Music

Uno dei più grandi cofanetti della storia!

Come vedete mi sono trattenuto, niente inutili Superdeluxe Edition (a parte una) e tanta buona musica anche in questo 2012, alla faccia degli iettatori e dei perenni pessimisti, forse niente di nuovo, ma sempre fatto un gran bene. Tutte le altre classifiche, mie e di collaboratori e ospiti del Blog le trovate sparse nei Post dell’ultimo mese, buona lettura.

Ormai mancano solo i risultati delle principali riviste musicali italiane.

Bruno Conti

Chi L’Avrebbe Detto? Ci Sono Ancora! Pogues In Paris – The 30th Anniversary Concert At The Olympia

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Pogues In Paris – The 3oTH Anniversary Concert At The Olympia – Polydor/Universal 2CD – DVD – Blu-Ray – 3 LP – 2 CD+DVD+DVD

“Shurely Shome Mishstake” potrebbe biascicare Shane MacGowan, invece no, sono proprio loro, 30 anni dopo, ancora vivi e vegeti (chi più chi meno), a festeggiare il loro anniversario “Dans La Ville Lumiére, oui”, come si lancia ogni tanto Shane nel suo perfetto francese tra una canzone e l’altra, peraltro più comprensibile di quanto dica in inglese, usando locuzioni brevi e concise. Uno si chiede come faccia il suo fegato a resistere dopo così tanti anni, ma lo stesso si diceva di Keith Richards, che probabilmente ci seppellirà tutti (o Pete Townshend e Mick Jagger che in canzoni e interviste dicevano di volere morire giovani, ma poi ci hanno ripensato). In ogni caso, questa registrazione dei due concerti che i Pogues hanno tenuto all’Olympia di Parigi l’11 e il 12 settembre scorsi, supera le più rosee previsioni e le attese, evidentemente Shane e soci hanno una autonomia di almeno due giorni (di più non so, infatti a Londra per Natale, faranno una solo data) e in quell’ambito di tempo (e nei 90 minuti del concerto) sono in grado di regalare uno spettacolo coi fiocchi, i controfiocchi e il pappafico. Il suono è volutamente confuso e casinaro, ma quella è sempre stata la loro caratteristica, se il punk incontra il folk a metà strada e poi soccombe alle sue superiori melodie lasciando solo la sua energia, una ragione (e forse più di una) ci sarà.

Il 7 luglio del 1988 al Palatrussardi di Milano assistevo (o meglio non assistevo, visti i risultati) ad un concerto che sulla carta avrebbe dovuto essere strepitoso: i Pogues, i Los Lobos e Stevie Ray Vaughan insieme (e c’era forse anche Paolo Bonfanti ad aprire). Superato il caldo africano e l’acustica atroce mi sono scontrato con due artisti nella loro fase distruttiva, uno Stevie Ray Vaughan “fatto” e svogliato, peggio anche che nel live ufficiale che non ha mai reso merito alle sue virtù di performer straordinario e uno, Shane MacGowan bellicoso e incazzoso con il pubblico e i suoi compagni della band, e i Los Lobos onesti e gagliardi ancorché inascoltabili a causa dell’acustica e per il pubblico che erà lì per ascoltare solo La Bamba. A quasi 25 anni, smaltita e dimenticata la delusione, almeno i Pogues, che non hanno mai avuto un Live ufficiale degno della loro fama, perché Streams Of Whiskey il CD dal vivo in Svizzera del 1991 era diciamo “bruttarello” sia a livello tecnico che di contenuti, dicevo che i Pogues hanno questa nuova occasione per dimostrare il loro valore e, come in altre recenti reunion di “lunga gittata”, vedasi Zeppelin, ci riescono pienamente.

24 canzoni, un’ora e mezza di musica su due CD o su un DVD, con un secondo (costoso) DVD che li accompagna nella loro prima avventura in terra di Francia nel lontano 1986, i Pogues sciorinano il meglio del loro repertorio e la loro bravura dal vivo (non dimentichiamo che anche Joe Strummer era stato chiamato brevemente come sostituto di MacGowan nel suo periodo più buio): Spider Stacey, Jem Finer, James Fearnley, Andrew Ranken, Darryl Hunt e due veterani della scena musicale inglese e irlandese, come Philip Chevron (nei Radiators From Space) e Terry Woods (già negli Sweeney’s Man e nella prima versione degli Steeleye Span), tutti costoro sono musicisti formidabili e le versioni che scorrono dei loro brani sono eccellenti, dall’iniziale Streams Of Whiskey fino alla indiavolata conclusione con una Fiesta che viaggia al di là di qualsiasi limite di velocità, passando per classici come A Pair Of Brown Eyes, Dirty Old Town di Ewan MacColl, The Sicked bed Of Cuchulainn che chiude il primo CD. E poi ancora l’amatissima Sally MacLennane, Rainy Night In Soho, The Irish Rover con fisarmonica e flautini che attizzano un pubblico più che ben disposto (e ottimamente ripreso, come la band), l’immancabile Stars Of the County Down e la meno conosciuta Poor Paddy On The railway. In Fairytale Of New York anche se non c’è più la compianta Kirsty MacColl (figlia di Ewan) come seconda voce femminile (credo sia Joyce Redmond), Shane MacGowan azzecca una interpretazione vocale quasi perfetta (ma quasi, non esageriamo) per quello che rimane il loro più grande successo.

Quindi, nessun errore, sono proprio loro, da domani nei negozi!

Bruno Conti

Un’Altra Reunion Interessante! The Pogues In Paris – 30th Anniversary Concert At The Olympia

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The Pogues In Paris – 30Th Anniversary Concert At The Olympia – Universal 2CD – DVD – Blu-Ray – Limited Edition 3 LP – Limited Edition 2 CD + DVD + DVD + Libro 20-11-2012

Tutto ciò esce il 20 di novembre, nella stessa data dell’uscita delle varie edizioni della reunion dei Led Zeppelin (a proposito, Jimmy Page, in una intervista alla rivista Mojo, ha dichiarato che sta rimasterizzando tutto il vecchio catalogo del gruppo, che uscirà in una serie di Box, ciascuno dedicato ad un singolo album, a partire dal 2013, ogni disco conterrà inediti e rarità, ovvero versioni differenti dei brani già conosciuti, quindi cominciate a risparmiare, e a sperare, perché con i tempi di lavorazione di Page, il tutto potrebbe durare qualche lustro).

Viceversa, tornando ai Pogues, i concerti sono stati registrati l’11 e il 12 di settembre, quindi una produzione velocissima, dal produttore al consumatore. Questo è il contenuto:

Disc: 1
1. Streams Of Whiskey
2. If I Should Fall From Grace With God
3. The Broad Majestic Shannon
4. Greenland Whale Fisheries
5. A Pair Of Brown Eyes
6. Tuesday Morning
7. Kitty
8. The Sunnyside Of The Street
9. Thousands Are Sailing
10. Repeal Of The Licensing Laws
11. Lullaby Of London
12. The Body Of An American
13. Young Ned Of The Hill
14. Boys From The County Hell
15. Dirty Old Town
16. Bottle Of Smoke
17. The Sicked Bed Of Cuchulainn

Disc: 2
1. Sally MacLennane
2. Rainy Night In Soho
3. The Irish Rover
4. Star Of The County Down
5. Poor Pady
6. Fairytale Of New York
7. Fiesta

Che è lo stesso per il doppio CD, il DVD o il Blu-ray, ma…il secondo DVD conterrà ulteriore materiale: interviste varie e, soprattutto, esibizioni inedite dal vivo d’archivio dalla televisione francese, tra le quali la famosa Les Enfants Du Rock del 1986. Per festeggiare ulteriormente, se siete da quelle parti per le feste natalizie, i Pogues terranno un concerto alla O2 Arena il 20 di Dicembre. I denti di Shane MacGowan sono sempre al loro posto, sul pavimento, per il resto sembra abbastanza in forma! Recensione a breve.

Bruno Conti

 

Nostalgici Del Futuro Nel Passato! Old Crow Medicine Show – Carry Me Back

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Old Crow Medicine Show – Carry Me Back – ATO Records

Per il titolo ho fatto un triplo salto mortale con ossimoro avvitato, è talmente contorto che quasi non l’ho capito neppure io che l’ho scritto. Come avrebbe detto qualcuno degli addetti ai lavori calcistici che imperversava sul Mai Dire Gol dei gloriosi inizi ” forse non mi sono capito bene!”. Ma facezie a parte, questo fenomeno delle, come vogliamo definirle?, string bands, che fanno un genere che, in mancanza di termini migliori e per convenienza chiameremo Bluegrass, negli ultimi anni ha colpito la scena musicale americana. Anche se poi andiamo a vedere bene è uno stile che è sempre stato presente negli States: è la loro musica, tanto quanto il rock and roll, il blues o il jazz. Lo chiameranno anche country, con il rischio di confonderlo con molta della porcheria che esce da Nashville (non tutto, c’è molto da salvare anche lì), ma ora, per gli strani casi della vita, è diventata una sorta di musica futuribile, alternativa addirittura, per i gruppi più giovani, come gli stessi Old Crow Medicine Show, viene presentata addirittura come una rottura con il passato.

Al sottoscritto non pare proprio, se un tempo un gruppo come la Nitty Gritty Dirt Band, country-rock per attitudine, faceva un disco super tradizionale come Will The Circle Be Unbroken, oggi ci sono band come gli Avett Brothers, sodali per certi versi degli Old Crow, che affiancano senza problemi musica elettrica ed acustica, country e bluegrass, con il rock mainstream, sotto la produzione di un Rick Rubin. Ma potremmo citare anche gruppi del filone jam come gli String Cheese Incident o la Yonder Mountain String band e molti altri che veleggiano al limite di queste convenzioni sonore. Gli Old Crow Medicine Show sono forse più “puristi”, string band acustica per definizione, niente batteria, niente chitarre elettriche, contrabbasso per tenere il ritmo ma aperti a collaborazioni con altri artisti anche di generazioni precedenti, contrariamente a quello che dicono alcuni giovani recensori che non riscontrano questi legami con il passato. Ad esempio in questo Carry Me Back, Jim Lauderdale, grande musicista di culto della scena musicale country americana della generazione precedente, scrive, e canta con loro, nella bella ballatona Half Mile Down, un lamento sulle tradizioni della grande America rurale che si vanno perdendo.

E poi non è che siano degli integralisti assoluti, nel precedente Tennessee Pusher, prodotto da Don Was, batteria e qualche sprazzo di elettricità c’erano. E non dimentichiamo che lo scorso anno, su invito dei Mumford and Sons, in ricordo delle vecchie carovane che il nome del gruppo evoca, hanno girato per gli Stati Uniti in treno, anche con Edward Sharpe and the magnetic Zeros, in un Big Easy Express Tour che è diventato anche un bel documentario in Blu-Ray/DVD. Una formula che era ripresa dal vecchio Festival Express, un altro tour su carrozze del 1970, quando band del calibro dei Grateful Dead, Janis Joplin, la Band, ma anche Flying Burrito Brothers, Sha Na Na e molti altri, avevano scorrazzato in treno per le lande canadesi.

Chiusa la parentesi torniamo a questo Carry Me Back. Per la prima volta sono entrati nei Top 30 della classifica americana, sia pure al 22° posto, e solo per una settimana, anche se i loro concerti, come documentato da vari DVD, sono frequentati da orde di giovanissimi assatanati, accorsi per ascoltare e ballare con i loro frenetici breakdowns a base di violino, banjo e chitarre acustiche a velocità supersoniche, un po’ come accade nelle sezioni acustiche degli shows degli Avett Brothers. O, a livello ancora più di massa, nelle parti più folk degli spettacoli dei Mumford and Sons, il cui album di esordio (in attesa del nuovo Babel in uscita il 25 settembre, così come The Carpenter degli Avett l’11 settembre) è nelle classiche USA da 125 settimane. E nelle classifiche americane di genere il disco degli Old Crow, lo trovate in quelle di Folk, Country, Bluegrass e Tastemakers (qualsiasi cosa voglia significare), non solo, se cercate su AllMusic Guide per vedere, oltre al genere, Pop-rock/Folk/Country, a che stili si possano accostare, troverete: Neo-Traditional Folk, Jug Band, String Band, Americana e Contemporary Folk. E quindi?

E quindi sono dodici brani dodici, per un totale di 36 minuti e 50, dove Ketch Secor e soci, soprattutto Critter Fuqua e Willie Watson, perché altri membri della band vanno e vengono, ci accompagnano in un frenetico viaggio a tempo di strumenti a corda con alcune ballate a spezzare la frenesia delle operazioni. Dopo David Rawlings, che ha prodotto i primi due album e il già citato Don Was che ha curato il terzo, questa volta, per l’esordio su ATO Records (l’etichetta di proprietà di Dave Matthews) si sono affidati a Ted Hutt, non più impegnato con i Gaslight Anthem, e già veterano della musica folk in senso lato per i suoi trascorsi con Dropkick Murphys e Flogging Molly. Il risultato è un disco dove la musica degli OMCS, risalta chiara e cristallina, con venature di old time e mountain music (queste non le avevamo ancora citate).

Siano i ritmi forsennati della iniziale Carry me Back To Virginia, dove le arie tradizonali irlandesi li avvicinano ai migliori Pogues, se fossero nati negli Stati Uniti, ma anche viceversa. We don’t Grow Tobacco è una bella country song cadenzata con il violino in primo piano, cantata da Secor, ancora sulle vecchie tradizioni che vanno scomparendo. Levi è una ballata old time corale molto bella, ai livelli delle cose migliori della Nitty Gritty dei tempi d’oro mentre Bootlegger’s Boy è uno di quei brani bluegrass suonati a tutta velocità, se venisse attivato l’autovelox gli verrebbe ritirata la patente per superamento dei limiti. Ain’t It Enough è un bel valzerone con armonica e chitarra acustica in evidenza, qualche richiamo dylaniano ma di nuovo ancora e soprattutto alla Nitty Gritty Dirt Band che era maestra in questo tipo di brani, qualcuno ha detto Mr. Bojangles?

Mississippi Saturday Night dal vivo dovrebbe fare sfracelli, la velocità è all’incirca doppia rispetto a Bootlegger’s dove già tiravano come dei dannati. Steppin’ Out è una sorta di ragtime e qui lo stile è veramente quello delle string bands, alla Carolina Chocolate Drops, per citare un altro gruppo di giovanotti e giovanotte di belle speranze. Genevieve è una ballata di classe sopraffina, con armonie da leccarsi i baffi, un piccolo capolavoro che ti potresti aspettare da un gruppo di questo spessore, bellissima! Country Gal, come da titolo, è un brano che si sarebbe potuto trovare nel repertorio di un Hank Williams, con tanto di citazione di Hey Good Lookin’ nel testo della canzone. Di Half Mile Down abbiamo detto, rimangono la classica fiddletune Sewanee Mountain Catfight che dall’altra parte dell’oceano i Fairport Convention avrebbero definito un reel e Ways Of Man, un’altra ballata stupenda alla Guy Clark o Townes Van Zandt, con Critter Fuqua e Jim Lauderdale alle armonie vocali e una struggente fisarmonica e il piano ad alternarsi a condurre le danze, un’altra piccola meraviglia di questo  gioiellino della musica americana che risponde a Carry Me Back.

Super consigliato per chi ama il genere, ma in generale a tutti. Veramente bella musica, futura, presente e passata!

Bruno Conti

Onde Radio Dall’Inghilterra. Levellers – Static On The Airwaves

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Levellers – Static On The Airwaves – OTF Recordings 2012

Devo ammettere che ho sempre avuto un debole per i Levellers, band folk-punk-rock di Brighton (Sud Inghilterra) sulla breccia ormai da più di un ventennio, che tengo in considerazione sin dal loro folgorante esordio “ufficiale” Levelling The Land (91), un vero e proprio “bestseller” del genere folk rock, tanto da rimanere nelle classifiche dei dischi più venduti in Inghilterra addirittura per anni. Il sottoscritto ha conosciuto i Levellers verso la fine del ’92, in un “torrido” concerto tenuto in un locale di San Colombano Al Lambro (purtroppo di fronte a poche persone), e questi “folletti” sul palco esprimevano la forza, la grinta, l’aggressività della generazione che rappresentavano (e tuttora rappresentano), il rispetto e la conoscenza della tradizione musicale nella quale era inserita. Infatti il gruppo ha mosso i primi passi della propria carriera artistica in piena era “punk-folk”, e a differenza di altri esponenti di quel periodo, ha subito dato delle connotazioni molto più elettriche al proprio suono, lasciando quasi esclusivamente all’incredibile violino di Jon Sevink le sfumature di un “sound” tradizionale, anche se va detto che il “nostro” usa generalmente lo strumento come una sciabola, cavandone sonorità che hanno poco di tradizionale e molto di “punk-rock”.

 

L’attuale “line-up” della band è composta oltre che dal citato Sevink al violino, da Mark Chadwick il cantante anche alle chitarre, Jeremy Cunningham al basso, Charlie Heather alla batteria, Matt Savage alle tastiere, e da Simon Friend al mandolino e banjo, e sotto la produzione di Sean Lakeman (fratello del più noto cantautore Seth), i Levellers con questo lavoro dimostrano musicalmente di restare fedeli alle proprie radici, dove le chitarre sono sempre sferraglianti, la sezione ritmica sembra scolpita nel granito tanto è vigorosa e solida ed il violino è sempre naturalmente al suo posto, più indiavolato che mai, ma capace anche di sfumature dolci e melodiose. I testi delle canzoni di Static On The Airwaves si riflettono sull’attuale politica estera britannica, partendo dal brano iniziale We Are All Gunmen dal ritmo saltellante, con una batteria pulsante e il violino a punteggiare la melodia, mentre la seguente Truth Is non conosce mezze misure, viaggia a tutto gas con il violino di Jon che si impossessa degli stacchi strumentali, e ricama veloci assoli. After The Hurricane è una ballata piuttosto dolce con un refrain indovinato, segue un pezzo solido come Our Forgotten Towns con un’apertura indiavolata nella forma classica della “fiddle tune”,  e ancora sempre a seguire una No Barriers dalla struttura analoga, con una arrabbiata base strumentale.

Un cenno a parte lo merita sicuramente Alone In This Darkness, un’oasi acustica in cui rivedo i Levellers che più ho amato, con un prezioso lavoro dell’immancabile violino, uno degli episodi migliori del lavoro. Si prosegue con l’irruenza e l’aggressività che pervadono Raft Of The Medusa, pezzo duro e tosto, mentre Mutiny ci porta verso lidi danzerecci, marchio di fabbrica dei primi album. Un arpeggio di chitarra introduce la splendida ballata folk Traveller, con sottofondo di piano, violino,chitarra acustica e armonie vocali, l’opposto di Second Life forse il pezzo meno riuscito del CD. Chiude il tradizionale The Recruiting Sergeant,arrangiato alla maniera dei mai dimenticati Pogues dello “sdentato” Shane MacGowan. Coinvolgente e appassionato Static On The Airwaves sprigiona un grande vigore, incanta nelle canzoni d’atmosfera e diverte negli episodi più orecchiabili, insomma, un’ottima occasione per entrare in contatto con la musica dei Levellers, sempre in bilico tra rock e folk, destinato non solo a chi ancora non li conosce, ma anche ai fans di vecchia data. Esuberante.

Tino Montanari

Una Band Di “Culto”! The Men They Couldn’t Hang – Demo’s And Rarities Voll. 1&2

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The Men They Couldn’t Hang – Demo’s and Rarities Vol. 1-2 – Vinyl Stac Records – 2011

Gruppo sfortunato e simpatico questo dei The Men They Couldn’t Hang, che ha avuto solo un grande handicap, quello di trovarsi sulla strada dei Pogues, coloro che negli anni ottanta venivano ritenuti i migliori nel campo dell’alternative folk, e di non riuscire di conseguenza a trovare un proprio spazio “al sole” nell’immenso mercato del folk rock anglofilo e internazionale, anche se sinceramente la loro proposta musicale non possedeva l’inventiva della band dello “sdentato” Shane MacGowan. In ogni caso il gruppo inglese aveva fornito delle buone prove sin dall’esordio con Night of a Thousand Candles (1985), How Green Is The Valley (1986), Waiting For Bonaparte (1988), Silvertown (1989), Domino Club (1990), e lo splendido live Alive, Alive O (1991), che concludeva prematuramente la loro unione.

E sì che i presupposti c’erano: le chitarre e le voci stile Byrds, un notevole senso dell’armonia, brani piacevoli e scorrevoli, per un “sound” attraente e invitante, baldanzoso e vivace, a tratti irresistibile. Dopo alcuni anni di riflessione a causa di una separazione affrettata e poco convinta, i TMTCH tornano ad incidere dischi a partire da Never Born To Follow (1996), Big Six Pack (1997), The Cherry Red Jukebox (2003), Smugglers and Bounty Hunters (2005), per finire a Devil On The Wind (2009), abbandonando quasi completamente le contaminazioni dei primi lavori.

Ora, sono venuto in possesso di queste ristampe di due raccolte di “Demos & Rarities” (e molti album della discografia sono comunque ancora in produzione), che con merito e intelligenza spaziano nel periodo degli anni ’80, saccheggiando indubbiamente i lavori più significativi del gruppo, i già menzionati How Green Is The Valley, Silvertown e Domino Club. La formazione è quella originale con Stefan Cush alle chitarre elettriche, Philip “Swill” Odgers voce e chitarra acustica, Paul Simmonds al bouzouki e mandolino, Ricky McGuire al basso, Jon Odgers alla batteria, Nick Muir al piano e fisarmonica. Paul Simmonds che firma buona parte dei pezzi, in particolare è un piccolo genio. Fra i brani più popolari che compaiono in queste raccolte di piccoli tesori del “gaelic-punk”, figurano Rosettes, e Margaret Pie, del buon rock celtico, e ballate di ampio respiro come Australia, Billy Morgan, Family Way, che fanno rivivere storie e paesaggi d’ispirazione “anglofila”. La cosa più interessante del secondo volume riguarda i pezzi inediti che vengono ripescati dalle “sessions” di The Domino Club, e precisamente Broadway Melody, More Than Enough, e Walking To Wigan Casino, che a distanza di circa vent’anni, a confronto di quello che ci viene propinato da certi gruppi di oggi, rimangono attuali e di alto livello.

Mi auguro che l’uscita di queste “compilation” potrà servire a recuperare punti e credibilità verso una critica specializzata (musicale) che li aveva spesso snobbati, una band che attanaglia sempre l’attenzione dell’ascoltatore con tanta grinta  e una grande anima che caratterizza il loro “sound”, che nel tempo si è fatto più omogeneo e maturo. Un gruppo, quello dei The Men They Couldn’t Hang , che non merita assolutamente di essere dimenticato.

Tino Montanari

Se Li Scrive, Se Li Canta E Se Li Vende! Dall’Irlanda Pat Gallagher & Goats Don’t Shave

NDB: Anche il giorno di Natale doppia razione. Se vi interessano i dischi di cui leggete qui sotto li trovate solo a http://www.patgallagher.ie/. Buona lettura.

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Pat Gallagher – When I Grow Up – Pat Gallagher 2011
Goats Don’t Shave – The Collection – Pat Gallagher 2011

Per il mio immenso piacere personale ritorna con due lavori autoprodotti il cantautore del Donegal Pat Gallagher, ex barista e leader dei Goats Don’t Shave ( Le capre non si radono), l’ottima band irlandese che ha calcato le scene per sette anni dall’inizio degli anni novanta, proponendo una musica viva e attuale, con le basi ben radicate nella tradizione, che ha riscosso consenso e successo non solo in Europa, ma anche negli States (ha piazzato sia singoli che album nelle charts), e nel 1993 è stata votata dalla rivista “Time Out” quale miglior gruppo dell’anno. Dopo il debutto da solista con Tor del 1993, Pat con When I Grow Up ci regala una prova decisamente positiva, che ci consegna un personaggio che vive ancora un buon momento creativo, cha ha ancora diverse cose da dire, che canta canzoni che hanno un senso, una logica, che fanno pensare oltre che rilassare. Aiutato in studio (penso di casa sua) da John Mc Hugh alle tastiere e Charlie Arkins al violino, Gallagher (che suona tutti gli altri strumenti) propone 12 brani di cui solo il tradizionale The Master’s Hand non porta la sua firma.

L’iniziale When I Grow Up è una canzone dal ritornello piacevolissimo, mentre la seguente All Together è un eccellente ballata cantata con grande convinzione. Dopo il tradizionale The Master’s Hand, Half A Man è un motivo di atmosfera, mentre Down On My Knees e Symptoms Of Love sono in puro e godibilissimo stile “country”.  A questo punto Pat riprende due grandi canzoni del passato, la bellissima Closing Time, il brano forse più pop della sua produzione, con il violino di Arkins in grande spolvero, e Super Hero che sostanzialmente era un brano acustico, qui viene riproposto in versione accelerata. Little Hotel Room è una  delle più belle canzoni scritte da Pat, ballata di grande spessore ed intensità, cui fa seguito una Cant Live Without You motivo d’amore cantato alla Christy Moore, con una bella melodia intessuta da mandolino e armonica. La conclusiva If I Had You è un ottima “country bar song”.

Il secondo disco come fa notare lo stesso Pat nelle note del libretto, è una compilation dei suoi brani favoriti tratti dai lavori fatti con il gruppo, e precisamente The Rusty Razor del 1993 e Out In The Open del 1994. Tra i pezzi tutto ritmo e carica spiccano la scoppiettante Las Vegas, con il “whistle” in evidenza, il quasi furioso Mary, Mary dal grande impatto corale e il “fiddle” superveloce (con un belato finale per stare in tema con la denominazione del gruppo), e Let the World Keep on Turning, dove gli impasti del ritornello ricordano i Men They Could’n Hang. Molto belle e ovviamente più serie le ballate proposte, a cominciare da Eyes motivo d’amore, The Evictions dal tema sempre più attuale e con il violino suonato come nei primi dischi dei Saw Doctors , per citare un gruppo di riferimento.

La campestre strumentale Biddy From Sligo è ripresa  dal vivo, mentre Arranmore e Crooked Jack riportano alla mente certe cose  dei Pogues. You’re Great è una song delicata carica d’emozioni, mentre la potente Coming Home con la sezione ritmica che gira a mille, è parente stretta dei migliori Levellers (quelli di Levelling The Land per intenderci). Anche qui non poteva mancare Closing Time nella sua versione originale, e una Let It Go incisiva con frequenti cambi di ritmo, che mi ricorda i grandi Hothouse Flowers (i miei preferiti da sempre). Si segnala per originalità un brano dal ritmo africano John Cherokee, cantato quasi a cappella con supporto di sole percussioni e basso, mentre Claim e Gola sono due maestose ballate “folk rock”, per chiudere con A Returning Islander motivo praticamente parlato, che concentra l’attenzione sulle acque dell’Atlantico.

Van Morrison e Sinead O’Connor ai tempi non si perdevano i loro concerti, questo dimostra quanto Pat Gallagher e i suoi Goats Don’t Shave fossero considerati dagli addetti ai lavori, è ora che vengano riscoperti, se non li conoscete non perdete l’occasione per entrare in contatto con una delle migliori “Folk Bands” Irlandesi. Buone Feste !!!

Tino Montanari