Cofanetti Autunno-Inverno 1. Uno Dei Più Grandi Live Album Degli Anni Settanta Si Fa In Quattro! Ramones – It’s Alive 40th Anniversary

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Ramones – It’s Alive 40th Anniversary – Rhino/Warner 4CD/2LP Box Set

A grande richiesta riprende dopo il successo dello scorso anno (non è vero, ma mi piace crederlo) la rubrica “Cofanetti Autunno-Inverno”, che ci darà tante soddisfazioni nei prossimi mesi. In realtà c’è stata anche la classica “puntata zero”, o episodio pilota, che ha riguardato il box di Abbey Road, ma siccome i Beatles erano (e sono ancora) in un’altra galassia rispetto a tutti, Stones forse esclusi, non lo abbiamo fatto ricadere nella serie (mentre il Fillmore West ’71 degli Allman non rispondeva alle caratteristiche “fisiche” di un cofanetto, essendo tecnicamente un formato digipak quadruplo). Ma diamo il via alla recensione odierna.

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In questo blog non ci siamo mai occupati molto dei Ramones, ed è un peccato in quanto il quartetto originario di New York (per l’esattezza di Forest Hills, nei Queens) è stato uno dei gruppi più influenti della seconda metà degli anni settanta e la loro musica, una miscela al fulmicotone di punk e rock’n’roll condita spesso con melodie di estrazione pop, è ancora originalissima ed ineguagliata ai nostri giorni. Il nucleo originale nella loro “golden age” era formato dai fratelli “fittizi” Johnny, Dee Dee, Joey e Tommy Ramone (in realtà rispettivamente John Cummings, chitarra, Douglas Colvin, basso, Jeffrey Hyman, voce solista, e Thomas Erdelyi, batteria: non erano quindi nemmeno parenti – parlo al passato dato che sono tutti quanti passati a miglior vita), e la band  negli anni dal 1976 al 1978 diede un tremendo scossone alla scena musicale newyorkese (e non solo) con quattro album di punk-rock ad altissima velocità, al punto di guadagnarsi il soprannome di “Fast Four”:

Ramones, Leave Home, Rocket To Russia e Road To Ruin. Quattro dischi fatti di brani di inaudita potenza, ritmo e chitarre suonate a velocità supersonica per canzoni che duravano non più di due minuti (ed infatti ogni album difficilmente superava la mezzora), il tutto accompagnato però da ritornelli e coretti accattivanti e di presa immediata, influenzati dalle pop band degli anni sessanta, Beatles in testa (il cognome finto che si erano scelti i quattro era un omaggio a Paul McCartney, che quando agli inizi della carriera si registrava in incognito negli hotel usava il nomignolo Paul Ramone). Dal 2016 fino allo scorso anno la Rhino ha cominciato a ripubblicare gli LP “storici” dei Ramones in edizione deluxe, CD quadruplo con vinile allegato, ed ora è la volta di It’s Alive, primo album dal vivo ufficiale uscito originariamente nel 1979 e registrato il 31 Dicembre del 1977 al Rainbow Theatre di Londra: la nuova versione comprende il disco originale sul primo CD (e nel doppio LP), mentre negli altri tre dischetti trovano posto altrettanti concerti inediti, che si tennero le serate precedenti (quindi 28, 29 e 30 Dicembre), rispettivamente a Birmingham, Stoke-On –Trent ed Aylesbury. Quattro concerti su quattro CD? Ebbene sì, dato che i nostri come ho accennato prima suonavano canzoni brevi e ficcanti, badando al sodo e non perdendosi in assoli o improvvisazioni varie, il che rendeva ancora più infuocata la performance: pensate che l’originale It’s Alive ha 28 canzoni e dura meno di 54 minuti! Ed il disco anche a distanza di 40 anni si conferma una vera bomba, un concentrato di potenza e vigore coniugato però ad un’estrema orecchiabilità, con canzoni che entrano una dentro l’altra senza soluzione di continuità, al punto che a volte non ci si accorge che il brano è cambiato: il suono è poi migliorato alla grande, grazie alla rimasterizzazione del “mitico” Greg Calbi.

L’inizio è fulminante con l’irresistibile Rockaway Beach, un condensato di punk’n’roll di inaudita forza che continua senza sosta nella roboante Teenage Lobotomy e nella coinvolgente Blitzkrieg Bop, in assoluto uno dei loro pezzi più popolari. Le ballate i nostri non sapevano neanche cosa fossero, ed il concerto è una sorta di lunga suite elettrica che lascia senza fiato l’ascoltatore, con brani che uniscono divertimento, ritmo forsennato e chitarre in tiro come I Wanna Be Well, Gimme Gimme Shock Treatment, You’re Gonna Kill That Girl (che sembra musica beat sotto steroidi), I Don’t Care, dal riff godurioso, Sheena Is A Punk Rocker, bombastica e dal ritornello vincente. Il gruppo era anche palesemente influenzato dalla surf music, come nelle cover tutte all’insegna del divertimento e dell’energia di Surfin’ Bird (The Trashmen), California Sun (The Rivieras) e della splendida e travolgente Do You Wanna Dance (scritta da Bobby Freeman ma portata al successo dai Beach Boys). Altri titoli di brani difficili da ignorare sono la cadenzata Here Today, Gone Tomorrow, che molla un po’ la presa rivelando l’amore dei quattro per il pop dei sixties (ma il ritmo non manca), le furiose Listen To My Heart e Pinhead e le altrettanto vigorose (ma sempre con un occhio alla fruibilità) Suzy Is A Headbanger e Oh Oh I Love Her So, fino al finale ai mille all’ora di We’re A Happy Family. I concerti presenti sui tre CD inediti sono praticamente identici all’originale (le setlist sono solo più corte di un brano, Judy Is A Punk), e non ci sono grandi differenze di qualità tra le varie performance: se la cosa vi spaventa, basta che non ascoltiate i quattro dischetti uno in fila all’altro (anche se io l’ho fatto e sono ancora vivo ed in salute).

Ristampa assolutamente imperdibile (costo elevato a parte, ma si sa che i cofanetti non li regalano), specialmente se non possedete il disco originale.

Marco Verdi

Hill Country Punk Blues, Ma Da Portland, Oregon. Hillstomp – Monster Receiver

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Hillstomp – Monster Receiver – Fluff & Gravy Records               

Nonostante il nome possa far pensare che vengano dalle colline del Mississippi, gli Hillstomp sono in effetti un duo che proviene da Portland, Oregon (non conosco molto bene l’orografia della zona, ma più che colline, lì intorno ci sono delle montagne, ma per giustificare il nome una collinetta la possiamo sempre trovare): i due sono Henry “Hill” Kammerer, vocals and strings recitano le note del CD, quindi chitarre varie, elettriche ed acustiche, banjo, e John Johnson, percussioni, molto primitive e harmony vocals, che si professano grandi fans di R.L. Burnside (e a Portland, forse per un segno del destino, una delle strade principali si chiama Burnside Street), di cui riprendono a grandi linee gli insegnamenti, grazie ad uno stile che fonde sia il blues ruvido, grezzo e furioso del musicista nero, come certo punk e alternative rock, ma anche accenni di hillbilly e country molto sporco, tanto da essere definiti punk blues.

In effetti nei  loro 17 anni di carriera e nei cinque dischi precedenti, questo Moster Receiver è il sesto, il gruppo ha sempre avuto un approccio molto ruspante alla musica: canzoni brevi, prese spesso a velocità supersoniche, con rare oasi dove rallentano i ritmi, un suono volutamente inquieto e primordiale, ma anche una certa perizia tecnica, da artigiani della musica, appresa in lunghi anni on the road. Per l’occasione di questo album si sono concessi anche un produttore, John Shepski, e un ingegnere del suono, John Askew, ex dei Richmond Fontaine, coi quali condividono  etichetta e studi di registrazione. Il suono ogni tanto beneficia di qualche aggiunta, un violino qui, una pedal steel là, delle armonie vocali, un basso, ma i due insieme fanno comunque un bel “casino”. Hagler apre le danze con un groove che sembra quello dei Creedence di Willy And The Poor Boys, campagnolo e insistente, poi accelera ulteriormente, la batteria inizia a picchiare, la chitarra si infiamma, rallenta e riparte per un finale travolgente; The Way Home parte con il banjo di Kammerer che potrebbe ingannare sulle intenzioni dei due, Johnson traffica con le sue percussioni artigianali e il tutto potrebbe passare per un alternative country/hillbilly quasi tradizionale, mentre Angels con la sua chitarra elettrica riverberata in modalità slide, lavorata finemente, evoca atmosfere sospese da blues collinare primevo, la seconda voce di Amora Pooley Johnson (moglie?) che armonizza con quella di Kammerer, in possesso di una voce interessante ed espressiva https://www.youtube.com/watch?v=vKcNY6zMUC8 .

Comes A Storm è quasi una dichiarazione di intenti, si parte tranquilli, ma il tempo si fa frenetico e fremente, Johnson al basso rende il suono più rotondo ed incalzante, e il buon Henry strapazza la sua elettrica con vigore; Snake Eagle Blues, con slide ingrifata e percussioni in libertà, voce distorta e una grinta proprio da punk blues https://www.youtube.com/watch?v=BfYM6-okf7Y , lascia a Dayton, Ohio il compito di illustrare il lato più gentile della loro musica, con la pedal steel di Erik Clampitt che evoca scenari country di grande fascino e con una bella melodia che scorre liscia e quasi solare, prima di innestare nuovamente le sonorità più sporche e bluesate di Goddamn Heart, in cui è protagonista anche l’armonica volutamente incattivita di David Lipkind ( del gruppo I Can Lick Any Son of a Bitch in the House, un nome, un programma). Per l’hillbilly country sbilenco del traditional Chuck Old Hen, si aggiunge al banjo di Kammerer anche il violino di Anna Tivel e primitive percussioni che illustrano un suono volutamente “povero” https://www.youtube.com/watch?v=4z6ri1w1EHo . L’elettricità più palpitante dell’hill country blues da juke joints ritorna nella vibrante Pale White Rider, che potrebbe ricordare i primi Black Keys o il loro mentore RL Burnside, Lay Down Satan galoppa di nuovo a ritmi febbrili, con le voci di Kammerer e della Pooley Johnson che si intrecciano in un vivido gospel di stampo laico. Anna Tivel ritorna con il suo violino per una delicata e quasi leggiadra I’ll Be Around https://www.youtube.com/watch?v=hoC74N4GzZg  che chiude in modo fine e quasi garbato un album che si potrebbe addirittura definire “raffinato”.

Bruno Conti

Dal Punk Al Country Il Passo (Non) E’ Breve! Austin Lucas – Between The Moon & The Midwest

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Austin Lucas – Between The Moon & The Midwest – Last Chance CD

Austin Lucas è un musicista originario dell’Indiana che, solo recentemente, ha preso la strada del cantautorato country-roots-folk, dopo un passato discografico abbastanza caotico: attivo dagli anni novanta come bassista della indie band Twenty Third Chapter, Lucas è poi entrato a far parte come chitarrista e cantante solista prima dei Rune ed in seguito dei K10 Prospect (tutte band alternative e dal suono abbastanza lontano dai “nostri! gusti), e diventando anche il chitarrista di un gruppo della Repubblica Ceca, dove ha vissuto per qualche anno, i Guided Cradle, incarico che ricopre ancora oggi a tempo perso. Nel mezzo, Austin ha pubblicato anche diversi album da solo (ed uno in duo con Chuck Ragan http://discoclub.myblog.it/2016/02/27/colonna-sonora-oscar-videogioco-anche-bel-live-chuck-ragan/ ) dal carattere piuttosto rock, quasi punk, anche se si intravedevano già quegli elementi più bucolici e folk che, a partire da A New Home In The Old World del 2011, ma più incisivamente in Stay Reckless del 2013, cominciano a diventare il suo pane quotidiano.

Between The Moon & The Midwest (gran bel titolo) è la naturale prosecuzione del discorso, ma direi senza paura di essere smentito che in questo lavoro Lucas ha trovato un equilibrio quasi perfetto tra un country decisamente robusto ed ispirato in parte dal Bakersfield Sound di Buck Owens ed in parte dal movimento Outlaw degli anni settanta, ed un gusto più folk-pop con influenze “cosmiche” (Flying Burrito Brothers e Gram Parsons solista), consegnandoci un disco che non esito a definire sorprendente, e che per certi versi accomuno all’ultimo Sturgill Simpson http://discoclub.myblog.it/2016/04/23/il-classico-disco-che-ti-aspetti-caso-del-complimento-sturgill-simpson-sailors-guide-to-earth/ , anche se qui la componente country è decisamente maggiore. Le dieci canzoni dell’album, prodotte da Lucas stesso con Joey Kneiser (altro artista indipendente), vedono Austin accompagnato da un numero non molto elevato di sessionmen, tra cui spiccano Ricky White alle chitarre elettriche, Steve Daly alla steel, Alex Mann al basso e Aaron Persinger alla batteria, oltre ad ospiti di un certo nome alle armonie vocali, come John Moreland, Lydia Loveless e Cory Branan. L’inizio di Unbroken Hearts (il cui testo contiene la frase del titolo dell’album) è quasi distorto, poi il brano si normalizza e diventa un godibilissimo country & western elettrico e ritmato, con chiari riferimenti agli Outlaws, soprattutto Waylon. Ancora più diretta e gradevole Ain’t We Free, un uptempo fluido e scorrevole, con Austin che mostra di avere la voce perfetta per questo tipo di musica; Kristie Rae è una delicata folk song acustica (ma poi entra la sezione ritmica ed il tempo si velocizza nettamente) che personalmente mi ricorda tantissimo uno come Greg Trooper, sia nella voce che nello stile.

Bella anche Wrong Side Of The Dream, una country song classica e con rimandi ai primi anni settanta, l’epoca d’oro di un certo tipo di musica, e con la doppia voce della Loveless che aggiunge elementi preziosi al pezzo, uno dei più belli del disco; Lucas è una bella sorpresa, e lo conferma con i brani successivi, come la splendida Pray For Rain, uno slow che non si sposta idealmente dalla decade menzionata prima (i seventies), con suggestivi rintocchi di pianoforte ed una melodia centrale davvero affascinante. The Flame inizia in maniera un po’ inquietante, poi si tramuta in un country’n’roll spedito e trascinante, un’altra gemma che si aggiunge ad una collana sempre più preziosa; Next To You è crepuscolare, notturna, quasi attendista, ma è anche una delle più emozionanti (e qua la voce sta quasi dalle parti di Cat Stevens), mentre la diretta Call The Doctor è un energico western tune elettrico. Il CD, ripeto, davvero sorprendente e riuscito, termina con la vibrante William, solo voce e chitarra ma con una montagna di feeling, e con Midnight, altro lento dalla struttura acustica ma con la steel sullo sfondo a dare una nota di malinconia, ed un accompagnamento che ancora sembra uscire da un disco di quaranta anni fa.

Forse solo in America uno può fare un disco di questo livello dopo aver passato anni a suonare tutt’altra  musica: Austin Lucas è un nome da segnarsi sul taccuino, o sull’agenda elettronica se siete dei tipi digitali.

Marco Verdi

Un Altro “Southern-Gothic Psycho-Blues Revival-Punk” One-Man-Band? Lincoln Durham’s Revelations Of A Mind Unraveling

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Lincoln Durham’s Revelations Of A Mind Unraveling – Droog Records

Come saprà chi legge le mie recensioni, chi scrive è un seguace dell’assunto di San Tommaso, ossia per credere devo vedere, o meglio ascoltare, anzi, io mi aggancerei addirittura al detto “provare per credere” della scuola filosofica Aiazzone/Guido Angeli. Quindi quando mi capita di leggere, in qualità anche di appassionato non onnisciente, di qualche nuovo nome, presentato come la salvezza del rock (o del blues, o di qualsivoglia genere musicale), ove possibile mi piace comunque verificare se questi incredibili giudizi, spesso estrapolati da cartelle stampa mirabolanti, o dai giudizi di qualche musicista amico, spesso citando fuori contesto qualche sua asserzione, sono rispondenti, almeno in parte alla verità. E sempre ricordando che, per fare un’altra citazione colta, “de gustibus non disputandum est”, ovvero ognuno nella musica ci sente quello che vuole. Per cui quando ho sentito parlare delle mirabolanti proprietà di Lincoln Durham, presentato come un “Southern-Gothic Psycho-Blues Revival-Punk One-Man-Band”, secondo le sue parole, oppure in quelle di Ray Wylie Hubbard (che ha peraltro co-prodotto il suo primo EP e il secondo album) che lo presenta come un incrocio tra Son House e Townes Van Zandt, mentre altri, probabilmente credo senza averlo mai sentito, tirano in ballo Tom Waits, John Lee Hooker, Sleepy John Estes, Ray LaMontagne e Paul Rodgers; a questo punto potrei aggiungere Maradona, Frank Sinatra e anche un Robert Plant, che non ci sta mai male. Se citiamo anche il canto gregoriano e quello delle mondine, abbiamo forti probabilità di azzeccare lo stile esatto.

Mister Durham viene dal Texas, tra Whitney e Itasca, secondo la leggenda suona il violino dall’età di quattro anni (ma checché ne dicano altri recensori, nel disco nuovo, non ne ho trovato traccia, come neppure di mandolini e armonica, che però suona dal vivo), oltre che un one man band è anche un “self made man”, almeno a livello musicale, prima come adepto della chitarra elettrica e di Hendrix e Stevie Ray Vaughan, poi scoprendo il blues e il folk, ma di quelli molto “alternativi”, misti a rasoiate punk, ritmiche primitive, citazioni di vecchi autori, il tutto suonato su chitarre sgaruppate, le cosiddette cigar box, spesso in stile slide, con questo risultato, tra il southern primitivo e qualcosa di gotico, che potrebbe avvicinarlo, se dovessi proprio fare un nome, a Scott H. Biram, altro folle che cerca di demitizzare il blues, con iniezioni di hard-rock, punk, voci spesso distorte e ruvide http://discoclub.myblog.it/2014/03/03/tocchi-genio-follia-sonora-scott-h-biram-nothin-but-blood/ , come fa anche Lincoln Durham. Nel disco, rigorosamente senza basso (a parte un brano, il più lungo, Rage, Fire And Brimstone, che è un poderoso boogie-southern-blues, di stampo quasi “normale”, quasi) è presente comunque un batterista in tutti i brani, di solito Conrad Choucroun, con il bravo Bukka Allen che saltuariamente inserisce qualche botta di Moog.

Per il resto 10 brani in tutto, mezzora scarsa di musica, dove Durham ci rivela tutte le perversioni della sua mente, ma anche della sua musica. attraverso una serie di canzoni che attraversano tutti i gradi di un blues deragliante e spesso selvaggio: dal reiterato canto primevo di una Suffer My Name che il blues lo soffre come un uomo posseduto, a Bleed Until You Die, dove la voce qualche parentela vaga con i citati Rodgers e Plant potrebbe anche avercela, e pure la musica, molto più alternativa e senza vincoli sonori o di genere, pur se con una certa “elettricità” nelle evoluzioni minimali della chitarra e della voce, sempre ai limiti. Creeper, con la sua slide guizzante, anche per il titolo, potrebbe ricordare un altro bianco che il blues lo viveva, come Steve Marriott, senza dimenticarsi il boogie di Johnny Winter o di Thorogood; Bones, quasi meditativa, illustra il lato meno selvaggio e più “tranquillo” del nostro Lincoln, con comunque improvvisi squarci di rabbia sonora. Ma Durham tiene anche famiglia e ogni tanto la moglie (?) Alissa aggiunge le sue armonie vocali come nel violento punk-blues di Prophet Incarnate, o nel canto gotico-sudista della conclusiva Bide My Time. Altrove Rusty Knife è un blues di quelli secchi e serrati, con il moog di Allen che cerca di dare profondità sonora alla primitiva Cigar Box Guitar di Lincoln, la cui voce ogni tanto parte per la tangente, mentre i Gods Of Wood And Stone dell’omonima canzone non sono per nulla rassicuranti, tra giri di banjo e ululati alla luna, ancorati dallo stomping thump della batteria di Choucroun. Noose, l’unico episodio dove appare una chitarra acustica, potrebbe essere quell’anello mancante tra Tom Waits e Townes Van Zandt citato, con le sue oscure trame. Mi piace? Boh! Ve lo dirò se trovo il tempo di sentirlo ancora una ventina di volte, di sicuro non è brutto, ma strano sì.

Bruno Conti

Recuperi (E Sorprese) Di Fine Anno 1. Aiuto! Il Mio Lettore Va A Fuoco! The Sonics – This Is The Sonics

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The Sonics – This Is The Sonics – Revox CD

Quando è uscito questo disco l’ho preso più che altro per curiosità, senza immaginare che mi sarei ritrovato a fine anno ad inserirlo tra i miei dieci preferiti del 2015. I Sonics, storica garage band proveniente da Tacoma, stato di Washington, erano inattivi discograficamente addirittura dal 1967 (il peraltro rinnegato Introducing The Sonics, in quanto Sinderella del 1980 era composto da rifacimenti di alcune loro canzoni, ma nulla di nuovo), e gli anni diventano 49 se si conta dal loro secondo LP, Boom, che seguiva di un anno il bombastico esordio di Here Are The Sonics. I Sonics sono il prototipo della band di culto per antonomasia, di scarso (per non dire nullo) successo, ma di grande influenza per le generazioni di musicisti a venire: il loro suono, un rock’n’roll grezzo, potente ed aggressivo, viene considerato il progenitore del punk degli anni settanta e del grunge dei novanta, ed i due dischi del biennio 1965-1966 sono la punta di diamante del movimento garage sotterraneo, insieme agli album di band quali The Wailers, The Kingsmen e Paul Revere & The Raiders (questi ultimi però il successo lo conobbero eccome), anticipando di diversi anni l’effetto della storica compilation Nuggets (dalla quale erano peraltro assenti, ma furono inclusi con la loro Strychnine nella riedizione espansa in box del 1998).

I musicisti che hanno più o meno fatto riferimento negli anni al gruppo di Tacoma sono molteplici: i nomi più noti sono quelli dei Nirvana, White Stripes, Dream Syndicate, Flaming Lips e perfino Bruce Springsteen, che ha più volte proposto dal vivo la cover di Have Love, Will Travel di Richard Berry nell’arrangiamento proprio dei Sonics. This Is The Sonics non è però un disco di settantenni bolsi e patetici che si sono rimessi insieme per ricordare i vecchi tempi, ma una vera e propria bomba sonora che mi ha lasciato senza fiato, una scarica elettrica che attraversa le dodici canzoni del CD con la stessa forza di una scossa tellurica. I membri originali sono tre su cinque (Gerry Roslie, voce, piano e organo, Larry Parypa, chitarra solista e voce, Rob Lind, sassofono, armonica e voce), coadiuvati da Freddie Dennis (Kingsmen) al basso e voce e da Dusty Watson (Dick Dale Band) alla batteria, e con questo disco ci dimostrano che nonostante l’età sono in grado di dare dei punti (e tanti) anche a gente di due o tre generazioni successive.

Ma il disco, che si divide tra cover e brani originali, non è solo musica suonata a volume alto, ma anche con grande energia e feeling, un muro sonoro dominato dalla chitarra di Parypa che mena fendenti e riff a destra e a manca e dal sassofono impazzito di Lind, con una sezione ritmica che definire rocciosa è poco, un rock’n’roll quasi primordiale, con elementi blues ed errebi che colorano maggiormente il tutto. Fare una disamina dettagliata brano per brano in questo caso è quasi inutile, in quanto tutto il disco è una fucilata dal primo all’ultimo pezzo, a partire dall’uno-due iniziale da k.o., con la cover di I Don’t Need No Doctor (Ray Charles), un rock-blues tirato allo spasimo che ricorda il suono del disco dello scorso anno di Roger Daltrey con Wilko Johnson (ma con un sound ancora più “primitivo”), e la devastante Be A Woman, suonata a ritmo indiavolato e con il ritornello letteralmente sparato in faccia dell’ascoltatore.

La grezza Bad Betty precede uno degli highlights del CD, cioè una cover incredibilmente energica di You Can’t Judge A Book By The Cover di Willie Dixon (però portata al successo da Bo Diddley), con il sax in evidenza, ed una The Hard Way che spazza via in un sol colpo l’originale dei Kinks (non certo gli ultimi arrivati). Tra le mie preferite ci sono anche il rock’n’roll suonato ai duecento all’ora Sugaree, la furiosa Look At Little Sister (Hank Ballard, peraltro rifatta mirabilmente negli anni ottanta da Steve Ray Vaughan), la roca Livin’ In Chaos (mi brucia la laringe solo ad ascoltarla) e le conclusive Save The Planet e Spend The Night, che mettono definitivamente al tappeto chiunque sia ancora in piedi a questo punto.

E’ da molto tempo che un disco non mi dava questa adrenalina: per me album rock’n’roll dell’anno.

Marco Verdi

Sempre Meno “Giovani”, Ma Sempre Bravi! Young Dubliners – 9 “Nine”

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Young Dubliners – “Nine”– YD Records

Nuovo lavoro per la band di nativi irlandesi, ma di elezione statunitense (si sono trasferiti a Los Angeles, California praticamente da subito), un ensemble particolarmente creativo, dall’anima “punk”, a cui potrebbe stare bene la definizione “celtic roots” o “Celtic Rock And Roll”, come riporta il loro sito http://youngdubliners.com/ . Gli Young Dubliners, fondati a Dublino nel 1988 dai vocalist e chitarristi Keith Roberts e Paul O’Toole (che ha lasciato nel 2000), sono oggi un sestetto che comprende oltre al leader Roberts, il bassista Brendan Holmes (anche lui un membro fondatore irlandese), Dave Ingraham alla batteria e percussioni, Bob Boulding alle chitarre, banjo, mandolino e lap steel, Chas Waltz al violino e piano, e il membro aggiunto Eric Rigler, agli strumenti tradizionali irlandesi, Uilleann Pipes e Tin Whistles, ma che suona nella propria band, i Bad Haggis.

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Hanno al loro attivo, ricordando anche lo splendido EP d’esordio Rocky Road del lontano ’93 e il primo disco in studio Breathe apparso l’anno seguente, un torrido live Alive Alive’O (98), due dischi molto apprezzati dalla critica Red (00) e Absolutely (02,) usciti per la loro etichetta Omtown Records, e sempre mantenendo una frenetica attività “on stage”  https://www.youtube.com/watch?v=1QxJY6OBKlY (dove si sono conquistati un seguito di fedelissimi quasi, ma quasi. pari a quello di band come i Phish e la Dave Matthews Band https://www.youtube.com/watch?v=E1JQNHZS4mY ) hanno inciso il poco considerato Real World (05), a cui hanno fatto seguito With All Due Respect, The Irish Sessions (07) una sorta di tributo ai maestri della tradizione irlandese passata e presente, e Saints And Sinners https://www.youtube.com/watch?v=Y-1tzmBdOfQ  (09), entrambi distribuiti dalla nuova etichetta, 429 Records, prima di riapparire, dopo una pausa di qualche anno, con questo autogestito nono album Nine-9-Naoi (la fantasia non abbonda!) prodotto da Tim Boland, già uscito da qualche mese, ma giunto solamente ora nelle mani del vostro umile recensore.

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Gli “old” Young Dubliners (scusate il bisticcio, voluto) danno subito segnali di vitale energia aprendo questo nuovo CD con la muscolare We The Mighty, mentre la seconda traccia, Say Anything ricorda sfumature anni ’80, per poi ritornare rapidamente al ritmo punk-pop di Up In The Air, con un uso intrigante del megafono. L’intro di mandolino svela il lato folk-celtico della band, che si manifesta nella suggestiva ballata Rain, a cui fa seguito una Seeds Of Sorrow che prende la forma di una danza irlandese, sorretta da un grezzo coro punk, per poi arrivare allo strumentale Abhainn Mòr, guidato da un violino da corsa, uilleann pipes e fischietti, brano dove il gruppo mostra la solita energia e un solido talento per la melodia celtica. Si riparte con The Deep, un brano dall’andatura più moderata e il tono delicato, per poi cambiare ancora subito il ritmo con la frizzante e accelerata Fall, il pop-rock di un motivo orecchiabile come One Touch, dal refrain accattivante, e andare a chiudere con la ballata pianistica Only You & Me (un lento ricco di passione), degna conclusione di una serie di canzoni che mostrano il “nuovo corso” degli Young Dubliners, con un “songwriting” maturo e il suono che sprizza energia e si evolve in ogni nota come la loro arte, rimanendo allo stesso tempo fedele ai loro credo musicali.

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Mi auspico, e spero, che Nine sia un nuovo punto di partenza per Roberts e compagni, e che l’ispirazione dimostrata in questo lavoro possa continuare a supportarli anche in futuro, consentendogli una volta di più di produrre della buona musica che li possa catapultare, ma sarà assai difficile, all’attenzione di un pubblico più vasto, magari ai “fans” di gruppi come i grandi Waterboys https://www.youtube.com/watch?v=idBIyL0nkWk , dei Levellers, di Saw Doctors, Wolfstone, Black 47 (di cui andremo a parlare sul Blog nei prossimi giorni del nuovo album), Oysterband, senza dimenticare i Pogues e altre “anime gemelle”, in varie declinazioni, del celtic rock .

Tino Montanari

Fra Tocchi Di Genio E “Follia” Sonora: Scott H. Biram – Nothin’ But Blood

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Scott H. Biram – Nothin’ But Blood – Bloodshot records/IRD

Ogni volta che mi imbatto, anche per recensire un suo disco, in Scott H. Biram, sono sempre combattuto tra l’ammirazione e la voglia di prenderlo a calci nel culo (si può dire calci?). Il talento nel musicista texano indubbiamente c’è, si è “inventato” questo stile da one man band, o meglio da Dirty Old One Man Band, che però è il classico discendente del cosiddetto “fenomeno da baraccone” delle feste di paese, quelli che girano tuttora per gli Stati Uniti e l’Europa con il loro armamentario (mi ricordo di Otto e Barnelli, lanciati da Arbore, o l’Edoardo Bennato degli inizi, che armato di chitarra, armonica, kazoo e di una grancassa azionata dai piedi, ma non solo, proponevano la loro personale visione del blues).

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Ma c’è tutta una tradizione di musicisti di questo stampo, Biram ha espresso la sua ammirazione per Hasil Hadkins e Bob Logg III, ma come non citare Hammell On Trial e Mojo Nixon & Skid Roper, forse Scott ha aggiunto una componente caciarona, elettrica, che quasi sconfina, di tanto in tanto, nell’hard rock e quasi nel metal, che è quella che gli ha attirato l’attenzione di chi cerca il “diverso” a tutti i costi e che fa girare ogni tanto le balle al sottoscritto. Il nostro amico ha vinto anche parecchi premi ufficiali, che accetta senza problemi, esibendosi tanto al Lincoln Center di New York come al SXSW di Austin, gira l’Europa con regolarità, 16 tour in giro per il continente, ha un buon contratto con la Bloodshot che gli pubblica regolarmente i CD e un discreto riscontro di critica e pubblico.

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Questo Nothin’ But Blood è il sesto album per la Bloodshot e l’undicesimo della sua carriera: non male per uno che nel 2003 era stato praticamente fatto a fettine da uno dei grossi “truck” che girano per le strade degli Stati Uniti e aveva rischiato di morire http://www.youtube.com/watch?v=CAsOX4wSt4U . E l’attacco di questo disco con un brano come Slow And Easy, che fin dal titolo mi aveva fatto pensare che Biram avesse messo la testa a posto e deciso di dedicarsi ad un folk-blues che tiene conto sia degli autori contemporanei texani, quanto di vecchi bluesmen come Mance Lipscomb e Lightnin’ Hopkins http://www.youtube.com/watch?v=VJ6AZzj7JjE , o icone come Leadbelly e Doc Watson: la voce non filtrata, piana e diretta, una chitarra acustica in fingerpicking, una elettrica distorta sullo sfondo, ma sotto controllo, qualche altro strumento a corda sovrainciso ed una atmosfera da “quiete prima della tempesta”. Anche Gotta Get To Heaven mantiene uno spirito minimale, la voce arriva da lontano, distorta ma nei limiti, le chitarre elettriche e qualche percussione aggiungono uno spirito country-blues-gospel al brano, ma siamo sempre in un ambito quasi tradizionale.

Scott-H.Biram

Ma è proprio in Alcohol Blues una cover di Mance Lipscomb che lo spirito da rocker di Scott si manifesta, un riff di chitarra da southern rock della più bell’acqua, un cantato che più che a Townes Van Zandt si rifà a Ronnie Van Zant e un breve assolo di elettrica da vero guitar hero, un uomo solo al comando, però funziona. Never Comin’ Home è un country blues bellissimo, qui vicino allo spirito di gente come Townes, con un testo molto evocativo sulla vita selvaggia e dura del solitario http://www.youtube.com/watch?v=CXkRmEUuPu4 . Ha resistito quattro pezzi ma non è nella sua natura, Only Whiskey sembra un pezzo degli Stooges o degli MC5, senza sezione ritmica, ma con lo spirito punk della chitarra e la voce distorta e incazzosa di Scott Biram http://www.youtube.com/watch?v=HRb2xhcDc2U . Jack Of Diamonds con una slide minacciosa che sembra uscire dalle paludi del Mississippi e dintorni è un altro esempio del buon blues che il texano è in grado di regalare http://www.youtube.com/watch?v=KyK8wWlt4gg . Nam Weed, racconta la sua visione del Vietnam, in un brano che ha l’immediatezza dei migliori Dylan o Prine, perfetto nella sua semplicità.

scott biram 1

Fin qui tutto bene, a parte un paio di inc…ture, ma l’uno-due della cattivissima Back Door Man, Howlin’ Wolf targato Dixon, filtrato attraverso Captain Beefheart, ma profondamente blues, e della riffatissima Church Point Girls, ancora MC5 misti ai primi Canned Heat, però tutto più incasinato, riportano al combat punk e in un attimo siamo di nuovo a I’m Troubled, voce, armonica e acustica che è puro Woody Guthrie o Doc Watson, che l’ha scritta. Ma, senza tregua, arriva il garage punk ai limiti feedback di una violentissima Around The Bend, che richiama addirittura la Summertime Blues dei Blue Cheer, quasi sei minuti cattivissimi che, per chi scrive, appartengono al Biram che vorrei prendere a calci nel culo, meno di altre volte in questo disco. Poi, come se nulla fosse, intona Amazing Grace, solo voce, armonica e gli effetti sonori di un temporale, non è normale uno così, ai limiti del genio, ma al contempo pazzo. Di nuovo country-blues-gospel per una When I Die molto godibile, forse influenzata dalle recenti collaborazioni con Shooter Jennings http://www.youtube.com/watch?v=0Y8s9FwE4ek  e il duetto finale con Jesse Vain per una John The Revelator che vira decisamente verso il blues.                                                                                 

Bruno Conti      

Una Piccola “Grande” Rock’n’Roll Band – Two Cow Garage – The Death Of The Self Preservation Society

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Two Cow Garage –  The Death Of  The Self Preservation Society – Last Chance Records 10-09-2013

Mi sono invaghito di questo “robusto” trio roots-rock dell’Ohio (una delle band preferite del mio amico Ed Abbiati dei Lowlands,), durante un caldo concerto tenuto nel famoso Spazio Musica di Pavia, qualche anno fa. Per chi non li conoscesse i Two Cow Garage, si sono formati a Columbus, Ohio nel 2001, e sotto la guida di Micah Schnabel voce e chitarra, con Shane Sweeney al basso e David Murphy alla batteria, hanno pubblicato il loro album di debutto Please Turn the Gas Back On (2002) un disco dal ritmo potente e travolgente, impronta che non cambia anche nei seguenti The Wall Against Our Back (2004) e III (2007), diventando una piccola band di culto. Con Speaking In Cursive (2008) e Sweet Saint Me (2010), il trio dopo un’incessante lavoro “on the road” (si racconta di più di 200 date all’anno), vede formarsi uno zoccolo duro di “fans”, che li aiuta ad autofinanziarsi per l’uscita di questo ultimo lavoro The Death of the Self Preservation Society (un titolo più corto non si poteva trovare?).

Il brano di apertura The Little Prince and Johnny Toxic è una fragorosa cavalcata rock, seguito da un trittico di brani, Geri, Stars And Gutters e Pantomine dove ci sono indubbi rimandi al suono dei migliori Lucero. Con Mantle in ’56 arriva una melodia che non ti aspetti, cantata con la voce rauca di Micah, mentre Hey Cinderella e My Friend Adam sono rabbiose e crude, per poi arrivare ad una Lost on Youth con riferimenti “seventies”. Si riparte “a palla” con Van Gogh e Annie Get Your Guns dal rock provinciale e garagista, per poi chiudere con una grande ballata Spiraling Into Control, con la voce al vetriolo del cantante, e alle sferzate elettriche della title track.

Di strada ne hanno fatta i Two Cow Garage, affilando chitarre e passione, mantenendo quello stile,  un rock’n’roll duro e fracassone, ma capace anche di ballate romantiche. Non chiedete però a Micah, Shane e David, di usare le belle maniere, per loro le canzoni vanno trattate con durezza, un canto sguaiato e le valvole degli amplificatori sempre pronte ad esplodere. Per chi ama il genere, preparate delle buone lattine di birra, alzate il volume a “manetta” e ascoltate una piccola, grande rock’n’roll band. Il disco dovrebbe uscire il 10 settembre e il 22 dovrebbero suonare a Reggio Emilia (occasione per comprare il CD, non di facile reperibilità).

Tino Montanari

Chi L’Avrebbe Detto? Ci Sono Ancora! Pogues In Paris – The 30th Anniversary Concert At The Olympia

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Pogues In Paris – The 3oTH Anniversary Concert At The Olympia – Polydor/Universal 2CD – DVD – Blu-Ray – 3 LP – 2 CD+DVD+DVD

“Shurely Shome Mishstake” potrebbe biascicare Shane MacGowan, invece no, sono proprio loro, 30 anni dopo, ancora vivi e vegeti (chi più chi meno), a festeggiare il loro anniversario “Dans La Ville Lumiére, oui”, come si lancia ogni tanto Shane nel suo perfetto francese tra una canzone e l’altra, peraltro più comprensibile di quanto dica in inglese, usando locuzioni brevi e concise. Uno si chiede come faccia il suo fegato a resistere dopo così tanti anni, ma lo stesso si diceva di Keith Richards, che probabilmente ci seppellirà tutti (o Pete Townshend e Mick Jagger che in canzoni e interviste dicevano di volere morire giovani, ma poi ci hanno ripensato). In ogni caso, questa registrazione dei due concerti che i Pogues hanno tenuto all’Olympia di Parigi l’11 e il 12 settembre scorsi, supera le più rosee previsioni e le attese, evidentemente Shane e soci hanno una autonomia di almeno due giorni (di più non so, infatti a Londra per Natale, faranno una solo data) e in quell’ambito di tempo (e nei 90 minuti del concerto) sono in grado di regalare uno spettacolo coi fiocchi, i controfiocchi e il pappafico. Il suono è volutamente confuso e casinaro, ma quella è sempre stata la loro caratteristica, se il punk incontra il folk a metà strada e poi soccombe alle sue superiori melodie lasciando solo la sua energia, una ragione (e forse più di una) ci sarà.

Il 7 luglio del 1988 al Palatrussardi di Milano assistevo (o meglio non assistevo, visti i risultati) ad un concerto che sulla carta avrebbe dovuto essere strepitoso: i Pogues, i Los Lobos e Stevie Ray Vaughan insieme (e c’era forse anche Paolo Bonfanti ad aprire). Superato il caldo africano e l’acustica atroce mi sono scontrato con due artisti nella loro fase distruttiva, uno Stevie Ray Vaughan “fatto” e svogliato, peggio anche che nel live ufficiale che non ha mai reso merito alle sue virtù di performer straordinario e uno, Shane MacGowan bellicoso e incazzoso con il pubblico e i suoi compagni della band, e i Los Lobos onesti e gagliardi ancorché inascoltabili a causa dell’acustica e per il pubblico che erà lì per ascoltare solo La Bamba. A quasi 25 anni, smaltita e dimenticata la delusione, almeno i Pogues, che non hanno mai avuto un Live ufficiale degno della loro fama, perché Streams Of Whiskey il CD dal vivo in Svizzera del 1991 era diciamo “bruttarello” sia a livello tecnico che di contenuti, dicevo che i Pogues hanno questa nuova occasione per dimostrare il loro valore e, come in altre recenti reunion di “lunga gittata”, vedasi Zeppelin, ci riescono pienamente.

24 canzoni, un’ora e mezza di musica su due CD o su un DVD, con un secondo (costoso) DVD che li accompagna nella loro prima avventura in terra di Francia nel lontano 1986, i Pogues sciorinano il meglio del loro repertorio e la loro bravura dal vivo (non dimentichiamo che anche Joe Strummer era stato chiamato brevemente come sostituto di MacGowan nel suo periodo più buio): Spider Stacey, Jem Finer, James Fearnley, Andrew Ranken, Darryl Hunt e due veterani della scena musicale inglese e irlandese, come Philip Chevron (nei Radiators From Space) e Terry Woods (già negli Sweeney’s Man e nella prima versione degli Steeleye Span), tutti costoro sono musicisti formidabili e le versioni che scorrono dei loro brani sono eccellenti, dall’iniziale Streams Of Whiskey fino alla indiavolata conclusione con una Fiesta che viaggia al di là di qualsiasi limite di velocità, passando per classici come A Pair Of Brown Eyes, Dirty Old Town di Ewan MacColl, The Sicked bed Of Cuchulainn che chiude il primo CD. E poi ancora l’amatissima Sally MacLennane, Rainy Night In Soho, The Irish Rover con fisarmonica e flautini che attizzano un pubblico più che ben disposto (e ottimamente ripreso, come la band), l’immancabile Stars Of the County Down e la meno conosciuta Poor Paddy On The railway. In Fairytale Of New York anche se non c’è più la compianta Kirsty MacColl (figlia di Ewan) come seconda voce femminile (credo sia Joyce Redmond), Shane MacGowan azzecca una interpretazione vocale quasi perfetta (ma quasi, non esageriamo) per quello che rimane il loro più grande successo.

Quindi, nessun errore, sono proprio loro, da domani nei negozi!

Bruno Conti

Dal Punk Al Folk, Una Lunga Storia! Penelope Houston – On Market Street

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Penelope Houston – On Market Street – Glitterhouse Records 2012

Ne è passato di tempo da quando, diciannovenne, fondò una delle migliori punk-band californiane: The Avengers. Era il 1977 e, con lo scorrere degli anni, sempre più lontane dai suoi esordi sono divenute le coordinate musicali che Penelope “Penny” Houston ci ha proposto come solista, negli anni a seguire. Forte di qualità artistiche di indiscusso valore, decantate in tanti anni di attività, e giustamente riconosciuta dalla stampa specializzata d’oltreoceano, Penny, dopo lo scioglimento del gruppo (autore di un solo disco, pubblicato postumo e qualche reunion), ha iniziato un percorso in proprio, esordendo con Birdboys (87), cui faranno seguito altri album importanti nello sviluppo della sua carriera, titoli come The Whole World (93), Karmal Apple (94), Cut You (96), Tongue (99), Eighteen Stories Down (2003), The Pale Green Girl (2004).

Dopo otto anni di silenzio, nei quali la Houston è passata attraverso esperienze traumatiche (cause legali, il divorzio dal marito Mel Peppas, e soprattutto una forte tossicodipendenza), inaspettatamente torna con questo lavoro On Market Street (registrato nei prestigiosi Fantasy Studios di Berkeley, Ca), dove con l’aiuto del suo co-produttore Jeffrey Wood (Luka Bloom, Giant Sand), ha radunato poliedrici e affiatati musicisti, partendo dallo storico chitarrista Pat Johnson, Dawn Richardson alla batteria, il bravissimo Danny Eisenberg (Tift Merritt, Ryan Adams) all’organo Hammond B3, Alec Palao al basso, e il duo Benito Cortez e Julian Smedley al violino, che sottolineano con la loro bravura la melodia delle canzoni. Nei quasi cinquanta minuti del CD, scorrono piacevolmente canzoni come la melodica You Real Me, la californiana All The Way, il rock moderato ma assolutamente intrigante di If You’re Willing, le ballate You Reel Me In e Come Back To The Fountain, senza dimenticare la “perla” del disco la lenta On Market Street, le atmosfere pop-rock raffinate di Dead Girl (che mi ricordano la miglior Aimee Mann), il folk-barocco di Meet Me In France con il sottofondo di un quartetto d’archi, e per chiudere il cerchio il ritorno alle origini “punk” con la conclusiva USSA.

Penelope Houston è stata spesso considerata (giustamente) una delle “pioniere” del punk americano, ma considerando la musica che ha creato nel corso degli ultimi due decenni, può essere tranquillamente catalogata come una delle cantautrici più all’avanguardia della musica a stelle e strisce. Questo On Market Street è un disco di moderno cantautorato ma con radici negli anni ’70 ( anche per la presenza costante dell’organo hammond in tutta la raccolta), che ci permette di scoprire, o riscoprire (per chi già la conosce) una musicista ignorata in Italia, ma abbastanza popolare in America, dove (se vi capita di essere da quelle parti) potreste trovarla spesso a suonare, nella zona della baia di San Francisco, soprattutto nei piccoli locali che la costellano.

Tino Montanari