Meno Country E Più Cantautrice, Ma Ugualmente Brava. Brandy Clark – Your Life Is A Record

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Brandy Clark – Your Life Is A Record – Warner Music CD

Terzo album per la brava Brandy Clark, songwriter dello stato di Washington che ha un lungo curriculum come autrice per conto terzi, con “clienti” che rispondono ai nomi di Reba McEntire, Kenny Rogers, Miranda Lambert, Darius Rucker, Sheryl Crow, Wade Bowen e molti altri. Nel 2013 Brandy ha pensato di esordire come solista con 12 Stories, le cui buone critiche l’hanno portata ad insistere e a pubblicare tre anni dopo l’ottimo Big Day In A Small Town, un album di country-rock puro e scintillante, che all’epoca recensendolo avevo definito uno dei migliori dischi al femminile del 2016 https://discoclub.myblog.it/2016/07/11/piu-brava-coloro-cui-scriveva-sorta-usato-sicuro-brandy-clark-big-day-small-town/ . Brandy ora torna con Your Life Is A Record, nel quale prosegue il sodalizio con il noto produttore Jay Joyce (Emmylou Harris, The Wallflowers, Patty Griffin e Zac Brown Band), ma decide di modificare leggermente la sua proposta.

Se infatti Big Day In A Small Town era un solido album di country elettrico di quelli che coinvolgono dalla prima all’ultima canzone, Your Life Is A Record è più indirizzato verso le ballate, più meditato e cantautorale, con un uso degli archi che dona spesso ai brani un sapore country-pop alla Glen Campbell ma con orchestrazioni usate con gusto e mai ridondanti. Un uso differente per esempio da quello fatto da Bruce Springsteen nel recente Western Stars, dove gli archi erano molto più protagonisti: Brandy poi ha uno stile molto diverso da quello del Boss, è più cantautrice e meno rocker, e anche se questo nuovo lavoro forse ad un primo ascolto può suonare meno immediato del precedente, a lungo andare si posiziona allo stesso livello. La quasi totalità degli strumenti è suonata dalla Clark stessa, da Joyce e dal chitarrista e bassista Jedd Hughes, con l’aggiunta di piccoli interventi di altri musicisti, tra i quali spicca certamente il grande Randy Newman al piano e voce in Bigger Boat: questo ci dà la misura della crescita di Brandy, dato che Newman non è certo famoso per comparire spesso sui dischi altrui.

L’album parte in maniera soffusa con I’ll Be The Sad Song (il cui testo contiene la frase che intitola il CD), una ballata intima e con una strumentazione essenziale aumentata da una spruzzata di archi, la bella voce di Brandy in primo piano ed un motivo che piace al primo ascolto: già da un brano come questo si comprende la crescita costante della Clark sia come autrice che come performer. Long Walk è più vivace, una saltellante e deliziosa canzone tra country e pop e con gli archi usati come in un film western (è qui che la nostra mi ricorda una versione moderna e femminile di Campbell); Love Is A Fire è un altro lento che non è né country né pop né folk, ma combina tutti questi stili ed aggiunge un leggero sapore vintage con classe e raffinatezza. Un mandolino introduce la bella Pawn Shop, brano attendista che cresce a poco a poco fino a diventare uno dei momenti più brillanti del CD, con un refrain diretto e piacevole; anche meglio Who You Thought I Was, puro country d’autore dalla squisita melodia e con un sound classico che rimanda ai seventies: è anche da pezzi come questo che si capisce il perché Brandy sia una delle autrici più richieste a Nashville https://www.youtube.com/watch?v=C_ZCk2QyXsw .

Apologies, lenta e toccante, precede la già citata Bigger Boat, il brano in cui Newman duetta con la titolare (ed il carisma di Randy è ancora intatto), un divertente honky-tonk quasi cabarettistico con i toni ironici tipici del grande songwriter californiano, che infatti si muove nel suo ambiente naturale. Bad Car è una ballata ad ampio respiro, limpida ed ariosa, a differenza della cadenzata Who Broke Whose Heart che è un godibile country-rock con tanto di fiati ed un mood coinvolgente; il CD termina con la slow Can We Be Strangers, un brano sofisticato ed elegante quasi alla James Taylor, e con la fluida e distesa The Past Is The Past, che chiude il disco nello stesso modo soffuso con cui si era aperto. Brandy Clark è indubbiamente brava, e disco dopo disco lo dimostra sempre di più.

Marco Verdi

 

 

Un Album Soprendente Da Parte Di Un “Sideman” Finalmente In Prima Fila. Phil Madeira – Open Heart

phil madeira open heart

Phil Madeira – Open Heart – Mercyland CD

Forse il nome di Phil Madeira non vi dirà molto, ma stiamo parlando di un musicista dal pedigree lunghissimo, che ha mosso i primi passi alla fine degli anni settanta come membro della Phil Keaggy Band. Da lì in poi Phil ha intrapreso una lunga gavetta che lo ha portato gradualmente a diventare un apprezzato autore per conto terzi in quel di Nashville, scrivendo canzoni con e per Alison Krauss, Buddy Miller, Garth Brooks, The Civil Wars e The Nitty Gritty Dirt Band; nel 2008 ha poi ottenuto l’ingaggio della vita, che da allora gli consente di sbarcare il lunario senza problemi: è entrato cioè a far parte come chitarrista, pianista ed organista dei Red Dirt Boys, che è il gruppo che accompagna dal vivo Emmylou Harris. Solo nella decade appena terminata il nostro ha cominciato ad incidere album in prima persona, pubblicandone ben quattro dal 2015 al 2019, concentrandosi sul pianoforte (il suo strumento preferito) ed introducendo qua e là elementi jazz, un genere che lo ha sempre appassionato (il suo ultimo lavoro, Crickets, era un disco di soli strumentali jazz).

Ora Phil si ripresenta tra noi con Open Heart, un disco di ottimo livello che finalmente potrebbe farlo conoscere ad un numero maggiore di persone, un’opera di classe sopraffina che rivela un autore di prima qualità, che si ispira alla scuola classica dei songwriters anni settanta ed in possesso di una tecnica strumentale notevole. Open Heart vede Madeira a capo di un quartetto (gli altri sono Chris Donohue al basso, Bryan Owings alla batteria e James Hollihan Jr. alla chitarra, ma troviamo anche contributi di nomi noti come David Mansfield al violino e Will Kimbrough alla chitarra), e presenta una serie di canzoni incentrate sul pianismo liquido del leader, che fonde mirabilmente soul, jazz, pop e musica d’autore, con influenze che vanno da Randy Newman al suono di New Orleans, il tutto suonato in punta di dita e con un tocco raffinato. L’album inizia in modo splendido con Requiem For A Dream, una ballata pianistica dal suono caldo e decisamente soul-oriented, accarezzata dai fiati e da una melodia decisamente bella: ricorda una via di mezzo tra il Newman classico ed il miglior Bruce Hornsby. La mossa The Likes Of Me è più jazzata, sempre col piano a guidare il ritmo ed ancora con i fiati che sottolineano i vari passaggi strumentali, con in più una chitarra funkeggiante che rimanda agli Steely Dan.

La raffinata Rock On Your Shore è una toccante ballata ancora dal sapore soul, passo lento ma pathos notevole, e con un pregevole intervento chitarristico di Kimbrough. Con A Problem Like You ci spostiamo idealmente a New Orleans per un vivace brano alla maniera di Allen Toussaint, con le dita di Phil che danzano sulla tastiera che è un piacere, mentre la languida Immigrants è una ballatona soffusa con un’atmosfera d’altri tempi. Shelter You è leggermente annerita e con un gusto a metà tra errebi e gospel, di nuovo con Newman come influenza principale, Not Done Loving You è uno slow elegante, suonato benissimo e con un motivo di ottimo livello, When You Ain’t Got Love è un raffinatissimo pezzo jazzato con il nostro che gigioneggia piacevolmente con piano e voce dosando ad arte pause e ripartenze. Finale con la cadenzata Remember Me, che ci riporta nella Big Easy per qualche minuto, e con la squisita Monk, puro jazz afterhours dedicato proprio al grande Thelonious. Gran bel dischetto questo Open Heart, un album che finalmente ci fa apprezzare appieno il talento di Phil Madeira, dopo una vita passata nelle retrovie.

Marco Verdi

 

 

Sempre Uno Dei “Maestri” Del Blues E Del Soul, In Tutte Le Sue Coniugazioni. Delbert McClinton And Self-Made Men + Dana – Tall, Dark And Handsome

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Delbert McClinton And Self-Made Men + Dana – Tall, Dark And Handsome – Hot Shot Records/Thirty Tigers

E al blues e al soul, potremmo aggiungere Americana music, roots rock, country e tutti gli stili che ci girano intorno e vi vengono in mente. Perché il texano Delbert McClinton (come orgogliosamente dichiara lo sticker sulla copertina del CD, che ricorda le sue tre vittorie ai Grammy) nel corso degli anni ha frequentato tutti questi generi, quasi sempre sapientemente miscelati in una serie di album che toccavano tutte queste diverse anime musicali del nostro amico, che non a caso ha vinto un Grammy nel 1992 in ambito rock, in coppia con Bonnie Raitt, un’altra che conosce bene la materia, e due nella categoria Contemporary Blues, nel 2002 e 2006, totalizzando sette nominations complessive. Il musicista di Lubbock è salito per la prima volta su un palco nel 1957 e da allora ha sempre cantato dal vivo,  soprattutto negli States, senza peraltro mai raggiungere la grande fama, visto che il suo album di maggior successo, The Jealous Kind del 1980, è arrivato solo al n° 34 delle classifiche di vendita di Billboard. Ma ancora oggi a quasi 79 anni, li compirà a novembre, è considerato uno dei migliori stilisti e vocalist in circolazione, molto considerato da appassionati, critica e colleghi.

All’inizio di carriera, nel 1972 e 1973, faceva coppia, come Delbert & Glen, con Glen Clark, con cui ha realizzato una eccellente reunion negli anni 2000 , che è stata la sua ultima fatica con la New West https://discoclub.myblog.it/2013/07/07/sembra-quasi-un-disco-di-delbert-mcclinton-delbert-and-glen/, prima di dovere anche lui diventare “indipendente”, fondando una propria etichetta, la Hot Shot Records distribuita da Thirty Tigers, con cui ha pubblicato prima Prick Of The Litter nel 2017, e ora questo Tall, Dark And Handsome, sempre accompagnato dalla sua nuova formazione i Self-Made Men, ai quali si è aggiunta per l’occasione la sassofonista Dana Robbins. il disco è co-prodotto con McCClinton dai suoi abituali collaboratori Kevin McKendree, che è anche il tastierista della band, e Bob Britt, il chitarrista (nonché marito di Etta, che nel 2015 ha dedicato un delizioso disco a McClinton https://discoclub.myblog.it/2015/01/09/amica-delbert-mcclinton-etta-britt-etta-does-delbert/ ). Entrambi i musicisti sono anche i co-autori della gran parte delle canzoni, mentre il disco è stato registrato alla Rock House di Franklin, Tennessee, stato in cui il nostro amico vive ormai da moltissimo tempo. A completare la formazione, oltre alla Robbins, Mike Joyce al basso, Jack Bruno alla batteria e Quentin Ware alla tromba, più diversi altri musicisti e vecchi collaboratori che appaiono solo in alcuni brani.

In fondo, per riepilogare, potremmo definire il suo stile “roadhouse music”, un posto dove ti ristori l’animo lungo la strada e ascolti della buona musica: forse questo nuovo album non è il migliore della sua carriera ( per quanto siamo almeno ai livelli più che rispettabili del precedente), ma è comunque un disco solido, tutto incentrato, come è abitudine del nostro, su nuove canzoni scritte per l’occasione. L’iniziale Mr. Smith è uno shuffle jazz blues per big band, oppure sempre per abbreviare Texas swing ( e si capisce perché i Blues Brothers lo amavano), con fiati impazziti, vocalist di supporto (Vicki Hampton, Wendy Moten, Robert Bailey) molto impegnati, come pure McKendree al piano e la Robbins e Jim Hoke al sax, lui canta alla grande come sempre; la breve If I Hock My Guitar sta giusto a metà strada tra il R&R di Chuck Berry, con la chitarra di Britt in bella evidenza, e un errebì carnale che va molto di groove. No Chicken On The Bone è un divertente western swing con uso violino (Stuart Duncan), sempre con la voce granulosa e sporca (ma è sempre stata così, non è l’effetto dell’età) di McClinton titillata dalle sue coriste.

Altro cambio di atmosfera per Let’s Get Down Like We Used To, l’unico brano firmato insieme a Al Anderson degli NRBQ Pat McLaughlin, un pigro e carnale funky-blues con assolo di clarinetto di Hoke, e McKendree sempre elegante al piano elettrico, Gone To Mexico è una delle tre canzoni scritta in solitaria da Delbert, era già apparsa su un disco del 2010 di uno dei figli, Clay McClinton (con quattro dischi nel suo carnet) ed un’altra figlia, Delaney, è una delle coriste impiegate in questo album, brano molto ritmato e percussivo, dagli accenti latini e qualche tocco di salsa, con trombe, fiati e la fisarmonica dell’eclettico Jim Hoke in azione. Lulu è molto jazzy, mi ricorda, anche vocalmente, il Tom Waits anni ’70, raffinata e notturna, sulle ali di piano, chitarra e contrabbasso, mentre Loud Mouth è un blues chitarristico, con il figlio di McKendree, Yates, alla solista, una atmosfera che rimanda molto anche allo stile del Randy Newman più mosso, con le mani di McKendree che volano sul pianoforte https://www.youtube.com/watch?v=duL9um3cbvI , e anche la quasi omonima Down In the Mouth, un altro dei brani firmati in solitaria da McClinton, è un altro Texas blues shuffle di grande appeal https://www.youtube.com/watch?v=45bZwxicVTMRuby And Jules, tra piano jazz e R&B anni ’50 è un’altra delizia per i nostri padiglioni auricolari, sempre con quella voce sublime a sottolinearla, con Any Other Way che è l’unica ballata del disco, struggente e laconica, qualche profumo di New Orleans e nuovamente di Randy Newman, suonata sempre divinamente dai magnifici musicisti di questo disco e con assolo di sax d’ordinanza.

A Fool Like Me, rocca, rolla e swinga di brutto con tutta la band che lo segue come un sol uomo, manco fossero i Little Feat degli anni d’oro;: mentre almeno a livello di testo, come dice lo stesso Delbert, Can’t Get Up,  fa parte dei brani “non ho più l’età per fare queste cose”, ma invece ce l’ha eccome e lo fa benissimo, con McKendree che per l’occasione sfodera un organo Hammond vintage e malandrino per spalleggiarlo. Temporarily Insane è una strana canzone, molto waitsiana dell’ultimo periodo, mezza parlata e senza una melodia definita a sostenerla, non c’entra molto con il resto del CD, ma ha un suo fascino malato. Chiude la brevissima A Poem, altro brano strano che, come direbbe Tonino Di Pietro non ci azzecca molto con con il resto dell’album, un minuto dissonante e frammentario che non inficia comunque l’ottima qualità del resto del disco.

Bruno Conti

 

Un Grande Autore Rende Omaggio Ad Una Leggenda Del Soul. Donnie Fritts – June A Tribute To Arthur Alexander

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Donnie Fritts – June (A Tribute To Arthur Alexander) – Single Lock Records

La Single Lock Records è una piccola etichetta indipendente americana che ha la sua sede a Florence, Alabama, quindi profondo Sud degli Stati Uniti: tra i fondatori Ben Tanner degli Alabama Shakes, Will Trapp e John Paul White. Tra gli artisti sotto contratto, oltre a White, Dylan LeBlanc, Nicole Atkins e Cedric Burnside, di cui leggerete a parte. Il repertorio pesca dalla zona Shoals dell’Alabama, e quindi rappresenta i famosi Muscle Shoals Studios e una delle vere leggende della musica “southern” americana, ovvero Donnie Fritts, che pubblica il suo secondo album per la Single Lock, dopo l’ottimo Oh My Goodness del 2015, che si pensava potesse essere il suo ultimo album https://discoclub.myblog.it/2015/10/25/il-ritorno-forse-commiato-grande-donnie-fritts-oh-my-goodness/ . Invece, a 75 anni, Fritts è entrato ancora una volta in studio, per una serie di sessioni serali tenute ai Muscle Shoals, per realizzare un tributo al suo grande amico e mentore Arthur Alexander: dieci canzoni legate al grande cantante soul di You Better Move On, e a decine di altri brani che hanno fatto la storia della musica black, proprio a partire dal brano citato, che nel 1962 fu il primo successo ad uscire dall’area di Muscle Shoals, uno dei tre firmati dal solo Alexander.

Poi ne troviamo quattro che sono collaborazioni con Fritts, una firmata anche dal grande Dan Penn, ed infine, Soldier Of Love, comunque legata al repertorio di Arthur. Alle registrazioni dell’album, sempre essenziale ed intimo nelle sue riletture country-soul, ma non privo di momenti più mossi, hanno partecipato, oltre a White e Tanner chitarre, David Hood al basso, Reed Watson alla batteria, Kelvin Holly ancora alle chitarre e lo stesso Fritts al Wurlitzer e alle tastiere. Il risultato, lo ribadisco, è un piccolo gioiellino di equilibri sonori, intimi e confidenziali, con altri più movimentati e raffinati. D’altronde le canzoni sono tutte decisamente belle, l’interprete, per quanto la sua discografia sia veramente molto scarna, è uno che ha scritto, in tutti i sensi, la storia della musica, quindi il disco si ascolta con assoluto piacere: June, come ricorda lo stesso Donnie nelle note del libretto, invero scarne pure quelle, era il nomignolo con cui era conosciuto Arhur Alexander, e la canzone era stata scritta nel 1993 sull’onda emotiva della sua scomparsa, ed appare come toccante brano di apertura in questo album, solo la voce e il piano elettrico di Fritts, sembra una di quelle ballate romantiche in cui è maestro Randy Newman, e anche il timbro vocale è quello,  violino e viola in sottofondo e tanto feeling, deliziosa, una vera perla.

Ancora  raffinati tocchi di archi, il piano elettrico e una delicata melodia per In The Middle Of It All, una soul ballad  intimista, scritta dal solo Alexander, e apparsa nel suo album omonimo del 1972. You Better Move On l’hanno incisa in tantissimi, vorrei ricordare le versioni di Willy DeVille e degli Stones (e pure i Beatles si sono cimentati con Anna (Go To Him), il suo brano di maggior successo, viene riproposto in una sorta di unplugged version, mentre All The Time, una delle loro collaborazioni autoriali, è una deliziosa ballata country got soul, con le armonie vocali delle Secret Sisters, una sezione ritmica finalmente presente e organo e chitarre acustiche a colorare il suono. Anche I’d Do It Over Again beneficia di un arrangiamento corale, splendido ed avvolgente, con  tastiere, chitarre e voci di supporto semplicemente perfette. Ancora un arrangiamento sontuoso alla Randy Newman  per un’altra soul ballad di grana finissima come Come Along With Me, cantata sorprendentemente bene dal nostro amico che sfoggia una interpretazione da manuale https://www.youtube.com/watch?v=2CvPl12wgOc ; Lonely Just Like Me è un altro dei capolavori assoluti di Alexander, e anche il titolo del suo album finale pubblicato nel 1993, poco prima della sua scomparsa a soli 51 anni, altra versione da manuale, con quel tocco latino che sia DeVille che il Warren Zevon di Carmelita avevano cercato di carpire a Arthur, e gli echi della migliore soul music mai suonata e cantata da chicchessia, una vera chicca sonora anche in questa rilettura magnifica https://www.youtube.com/watch?v=M8ztC3ZFJIY .

Altra delizia per i padiglioni auricolori è Soldier Of Love, suonata e cantata con un impeto ed una intensità pregevoli ,e non si scherza neppure con il deep soul screziato di gospel di una intensa e sgargiante Thank God He Came con le Secret Sisters scatenate a livello vocale in un finale veramente ispirato. A chiudere il CD Adios Amigo, titolo del tributo del 1994 e altra canzone epocale, di nuovo rivista in modo più intimo, solo il Wurlitzer, gli archi e le voci delle sorelle Rodgers https://www.youtube.com/watch?v=nhWkBfDxNAk . Disco commovente e intenso, a dimostrazione che la classe non è acqua.

Bruno Conti

Ora Disponibile Anche In Versione Dal Vivo: Sempre Un Signor Musicista. Bob Malone – Mojo Live. Live At The Grand Annex

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Bob Malone – Mojo Live – Live At The Grand Annex – Appaloosa Records/Ird

Bob Malone viene dal New Jersey, poi  ha vissuto in alcune delle più importanti città americane: New York, New Orleans, Boston, ed ora vive a Los Angeles. Alterna la sua carriera solista (circa 100 date all’anno in giro per il mondo, questa estate è venuto anche a Umbria Jazz) con la sua attività di tastierista nella band di John Fogerty.  Ha avuto una discografia cospicua nel corso degli anni (però credo che non se ne trovi facilmente uno, per quanto magari cercando con pazienza…) , ma tre anni fa ha colpito tutti con il bellissimo Mojo Deluxe, di cui avete letto su queste pagine https://discoclub.myblog.it/2015/10/30/dei-tanti-piccoli-segreti-musicali-americani-puo-sbagliarsi-john-fogerty-bob-malone-mojo-deluxe/ : disco che era una versione riveduta ed ampliata del Mojo EP uscito l’anno prima. Un album dove Malone sciorinava il suo repertorio a cavallo tra rock, soul, blues e mille altre sfumature, condito da un virtuosismo quasi illegale a piano e organo, e occasionalmente fisarmonica, e da una vocalità che rimandava a Randy Newman, alla Band, a Leon Russell, a Joe Cocker, il tutto realizzato con una band formidabile che assecondava le sue evoluzioni sonore con una classe ineccepibile. Poco dopo l’uscita di quell’album Bob Malone aveva pubblicato un DVD autogestito solo per il mercato USA Mojo Live (si trova ancora ma a fatica): ora a tre anni di distanza l’italiana Appaloosa pubblica in esclusiva la controparte in CD, arricchita da una bonus in studio.

Il nostro amico è colto in un concerto registrato al Grand Annex di San Pedro in California nel febbraio del 2015, quindi prima dell’uscita dell’album di studio, ma propone già gran parte dei pezzi del disco con una verve invidiabile a certificare la sua reputazione di vecchio marpione dei palchi. Si parte con Don’t Threaten With A Good Time, un brano che convoglia il funky di Dr. John e dei Little Feat (la slide dell’ottimo Marty Rifkin e la solista del suo socio Bob Demarco), a partire da un clavinet malandrino che poi lascia spazio al piano vorticoso di Malone sostenuto dalla gagliarda sezione ritmica di Mike Baird alla batteria e Jeff Dean al basso, senza dimenticare le coriste Lavone Seetal, Trysette e Karen Nash, e il percussionista Chris Trujillo, un gruppo veramente da sballo, sembra di ascoltare il miglior Leon Russell dei tempi d’oro https://www.youtube.com/watch?v=drn9M0gDMhk. Chinese Algebra è un vorticoso strumentale dove pare di ascoltare uno scatenato Professor Longhair accompagnato dai Radiators, I’m Not Fine altro brano a tutto funky tra piano elettrico, chitarre assatanate e coriste in fregola, delizioso, Rage And Cigarettes, circa sette minuti di goduria sonora, incanala il meglio del New Orleans sound  nuovamente “meticciato” con il rock got soul di Joe Cocker e Leon Russell ed i virtuosismi di tutti i solisti, e a seguire, preceduto da un divertente aneddoto di Malone che racconta di tempi di più duri, quando a livello finanziario era quasi alla canna del gas, una splendida Watching Over Me giusto alla congiunzione delle traiettorie sonore dell’Elton John americano e della Band più ispirata, un mezzo capolavoro.

I Know He’s Your Hand ha la classe e l’ironia tagliente (oltre al virtuosismo pianistico) del miglior Randy Newman, Toxic Love rimane sempre in questo mondo vicino alle sonorità della Louisiana, con ampi sprazzi rock-blues alla Little Feat, grazie alla slide insinuante di Rifkin e al piano alla Bill Payne, e poi nel finale c’è un appendice jazz con Jean-Pierre di Miles Davis https://www.youtube.com/watch?v=f56erCXqpik . Certain Distance, come la precedente, è firmata dalla coppia Malone e Demarco, uno dei brani più rock del concerto https://www.youtube.com/watch?v=MzR6h7wL_8s , e per concludere il trittico di brani firmato dai due pard arriva anche Can’t Get There From Here, altra ballata soul sontuosa cantata in modo sopraffino da Bob; Ain’t What YouKnow è  uno scatenato boogie-rock-blues, con il piano in grande evidenza e con le chitarre a rispondere colpo su colpo alle divagazioni pianistiche vorticose di Malone https://www.youtube.com/watch?v=c0_JjiU-HsY . Non manca una bella cover della celebre Stay With Me, uno dei pezzi più belli dei Faces di Rod Stewart, grandissima versione degna dell’originale. Altra ballata deliziosa, Paris, solo voce e piano, che fa molto Randy Newman, prima dello strumentale soffuso Gaslight Fantasie. In coda al CD è stata aggiunta una versione Live in studio di She Moves Me il celebre blues di Muddy Waters, solo voce, piano e una slide tagliente. In studio o dal vivo questo è un signor musicista.

Bruno Conti

Questa Volta Non Si Scherza, Bentornati A Bordo. The Nighthawks – All You Gotta Do

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The Nighthawks – All You Gotta Do – EllerSoul

Imperterriti, più o meno una volta all’anno (anche se lo scorso anno avevano “bigiato”), tornano i Nighthawks, dalla loro base di Richmond, Virginia, tramite la piccola etichetta EllerSoul, continuano a sfornare piacevoli album di blues (con innesti, rock, soul e R&B) e anche se non hanno più il vigore delle loro prove migliori degli anni ’70, quando sotto la doppia guida di Jimmy Thackery e Mark Wenner, erano una delle più eccitanti formazioni di blues-rock del panorama americano, comunque non deludono gli appassionati. Thackery non suona con loro ormai da diverso tempo (facciamo 31 anni) e quei livelli ormai sono forse solo un bel ricordo, ma la band, come si dice negli States, è “still alive and well”, anche se, se mi passate un ardito gioco di parole, quella sorta di esperimento unplugged del 2015, Back Porch Party, non era poi troppo viv(ace), specie considerando che ne avevano già fatto un altro pure nel 2009. Questa volta la spina è riattaccata e il suono è più brillante, gagliardo a tratti: come dimostra subito That’s All You Gotta Do, un poderoso blues-rock dal repertorio di Jerry Reed, con Wenner, pimpante ad armonica e voce, Paul Bell  a tutto riff e Johnny Castle e Mark Stutso, che pompano di gusto su basso e batteria, e tutta la band che mette a frutto, quel lavoro vocale corale che hanno messo a punto negli ultimi anni e dà alle canzoni una patina rock gioiosa e frizzante.

Se c’è da suonare il blues comunque non si tirano mai indietro, come in una piacevole When I Go Away, scritta da Larry Campbell per i Dixie Hummingbirds, quindi anche con un deciso retrogusto gospel, o più “rigorosi” in una brillante e scandita Baby, I Want To Be Loved dal songbook di Willie Dixon, con Mark Wenner che soffia a fondo nella sua armonica. Let’s Burn Down The Cornfield di Randy Newman diventa un minaccioso blues a tutta slide, con Paul Bell che lavora di fino con il bottleneck con risultati eccellenti. Anche quando fanno da sé, come in Another Day, scritta e cantata da Johnny Castle, o in VooDoo Doll, dalla penna di Stutso, un’aura tra rock e R&B bianco alla Blood, Sweat And Tears, si respira nei rispettivi brani, con risultati che sembravano perduti da tempo. Ninety Nine di Sonny Boy Williamson permette a Mark Wenner di dimostrare nuovamente perché è tuttora considerato uno dei migliori armonicisti bianchi.

Pure Three Times A Fool, una bella ballata soul dell’accoppiata Nardini e Stutso, certifica della ritrovata vena dei Nighthawks, poi ribadita nell’eccellente cover di Isn’t That So di Jesse Winchester, un altro ottimo brano che aggiunge anche uno spirito swamp, quasi alla Tony Joe White o alla Creedence, grazie alla chitarra “riverberata” di Paul Bell. E la cover di Snake Drive di R.L. Burnside, con un micidiale call and response tra l’armonica di Wenner e la slide di Bell, è ancora meglio, veramente fantastica. Blues For Brother John, uno strumentale scritto da Mark Wenner, ha forti agganci con Spoonful e altri classici delle 12 battute, ma nel blues è sana usanza “prendere in prestito”, di solito non si offende nessuno. E come ciliegina sulla torta di un album che è il loro migliore da “illo tempore”, per concludere una versione sparatissima di Dirty Waters degli Standells, che sembra uscire da qualche vecchio vinile degli Stones o degli Yardbirds, pure citati a colpi di riff classici nella parte strumentale. Peccato si fatichi a trovare il CD, ma questa volta ne varrebbe la pena: bentornati “Falchi della Notte”!

Bruno Conti

Eccolo Qua, Puntuale Come Sempre, Per Fortuna Ogni Nove Anni Ritorna! Randy Newman – Dark Matter

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Randy Newman – Dark Matter – Nonesuch/Warner

Undici album di studio, compreso il nuovo, in circa cinquanta anni di carriera discografica, visto che il primo album omonimo risale al 1968 (ma già nel 1962 pubblicava un primo singolo), forse non sembrano molti: ma in mezzo ci sono stati anche due album dal vivo, i tre volumi della serie Songbook dove ha rivisitato parte del suo repertorio con nuove versioni incise per solo voce e piano, 3 antologie, un musical, Faust e una miriade di colonne sonore di film, si parla di almeno 24 film o serie televisive che hanno goduto delle delizie della penna di Randy Newman, perché di lui stiamo parlando, componente di una delle dinastie musicali più importanti proprio nell’ambito delle colonne sonore, con tre zii e quattro cugini impiegati a pieno regime dall’industria cinematografica per creare gli scores di una una infinita serie di film delle più disparate tipologie. Non a caso lo zio Alfred Newman ha vinto nove Oscar, l’altro zio Lionel un Oscar, e il terzo zio è stato “solo” nominato una volta, mentre tra i cugini solo nominations, con Randy che però due Oscar li ha vinti, per le canzoni di Monsters & Co Toy Story 3. Come ricordo nel titolo, casualmente, o forse no, gli ultimi tre album di Randy Newman sono stati tutti divisi da un arco temporale di nove anni: Bad Love uscito nel 1999, Harps And Angels uscito nel 2008, e ora questo Dark Matter nel 2017. Ancora una volta a produrre il disco ci sono Mitchell Froom e il veterano Lenny Waronker (ex presidente della Warner Bros Records e della Dreamworks), nonché, per l’occasione, anche l’ingegnere del suono David Boucher, mentre nel disco, come sempre, suona una pattuglia di eccellenti musicisti: oltre a Newman al piano e Mitchell Froom alle tastiere, Blake Mills alla chitarra, David Piltch al basso e Matt Chamberlain alla batteria, ma anche molti musicisti impiegati per le parti orchestrali e fiatistiche, e pure vocali, eleganti e complesse come di consueto: Ne consegue quindi un disco che è l’ennesimo gioiellino, raffinato e variegato, come d’uso nella discografia dell’occhialuto musicista di Los Angeles, uno dei più geniali, ironici, a volte sardonici, intelligenti e per certi versi, imprevedibili, artefici della musica popolare americana.

Nonostante questo curriculum strepitoso Randy Newman rimane fondamentalmente un artista di culto: solo Little Criminals, il suo disco del 1977 (e forse anche il migliore in assoluto, certo il più popolare, quello con Short People https://www.youtube.com/watch?v=8bfyS-S-IJs), è entrato nei Top 10 delle classifiche americane arrivando fino al nono posto, anche se la colonna sonora di Cars, che illustra il suo lato più ludico e divertente (insieme a molte altre realizzate per la Walt Disney/Pixar), è giunta nel 2006 fino al 6° posto delle charts. Ma questo ci interessa relativamente, quello che importa è che i suoi dischi siano belli e, salvo rare eccezioni, lo sono sempre stati e questo Dark Matter non fa eccezione. Il nostro amico plasma la “materia oscura” per renderla ancora una volta una opera di superbo artigianato, come vogliamo definirlo, pop cameristico, ricco di melodie, ma anche di sorprese, cinico ma con punte di sentimentalismo non bieco, piccoli racconti surreali (e manca quello sul “coso” di Trump, che si doveva chiamare What A Dick e così forse non sapremo mai se ce l’ha più grande di Putin, che invece nell’album la sua canzone ce l’ha, come pure i fratelli Kennedy e Sonny Boy Williamson); insomma, per fortuna, il “solito” Randy Newman. Si parte con The Great Debate, una sorta di mini-suite di oltre otto minuti, dai continui cambi di tempo e di atmosfera, con fiati in stile New Orelans, elementi blues, momenti sospesi tra “buie” esplosioni di archi quasi classicheggianti, improvvise scariche di neo-dixieland, gospel, intermezzi per voce e piano in cui dialoga con sé stesso sui grandi sistemi della religione, dei cambi climatici, dell’astrofisica, della politica, della scienza in generale, poi improvvise ripartenze gospel-soul degne del miglior Allen Toussaint o Dr. John, ma anche di Mister Newman, con i suoi musicisti sempre senza limiti di sorta nella loro calibrata e “scientifica” inventiva sonora.

Brothers è un dialogo immaginario tra i fratelli John e Robert Kennedy che parlano dell’invasione della Baia dei Porci, con il primo che poi confessa di un suo particolare amore per la musica di Celia Cruz (?!?), con la musica che si dipana su temi quasi da musical, tra archi e fiati sontuosi, mentre la voce partecipe e quasi affettuosa di Randy ci narra di queste vicende di Jack e Bobby, inventate ma assai verosimili, con un finale a tempo di rumba o salsa dedicato alla Cruz, che parte quando viene nominata, il tutto di una raffinatezza quasi impossibile da qualcuno che non sia Newman. E siamo solo al secondo brano. Poi tocca a Putin, una satira-canzone pare ispirata da una “rara” foto del leader russo a torso nudo, che rimugina sul suo potere e quello della sua nazione, mentre la canzone miscela temi popolari simil-russi al pop raffinato tipico di Newman, passando di nuovo per il musical, questa volta in puro stile Broadway, mentre Randy declama e le voci femminili, le Putin Girls (ricorda qualcosa?), gli rispondono in un classico call and response giocato sul “Putin if you put it Will you put it next to me?”. Questo dovrebbe essere il singolo dell’album ed in effetti è uno dei brani più “spensierati”. Lost Without You è una delle due canzoni che trattano il tema della famiglia, una ballata malinconica e crepuscolare, con solo la voce e il piano di Newman sottolineati da una sezione di archi.

Sonny Boy è la storia di Sonny Boy Williamson, il grande bluesman nero, anzi dei due “grandi bluesmen” neri, perché quando Rice Miller viaggia verso il Nord scopre che ne esiste già uno: ma mentre il primo, che è la voce narrante, viene ucciso in una rapina nel 1948, il secondo trova fama e fortuna arrivando fino in Inghilterra dove viene omaggiato da band come gli Yardbirds e gli Animals che incidono con lui, ma nella canzone di Newman, tra marcetta e blues canonico fiatistico, quello che va in Paradiso, pare il primo bluesman ad entrarvi, è il primo dei due, perché leggenda vuole che le sue ultime parole furono “Lord have mercy e il Signore ricordò. It’s A Jungle Out There è uno dei brani più vivaci e tipici del canone sonoro più disimpegnato del cantautore californiano, piacevole ma forse non memorabile, anche se il piano comunque viaggia alla grande; She Chose Me è un’altra ballata orchestrale in cui come è noto il nostro eccelle, per una volta niente cinismo, ma solo una romantica melodia ,sempre ricca di raffinata melancolia e dedicata alla “most beautiful girl that I’ve ever seen”. Anche On The Beach ha quell’aria retrò ed old fashioned, un po’ jazz e un po’ café-chantant, con cui Newman di solito riveste le sue vignette, questa volta la storia di un vecchio “surfer” ormai fuori di testa che non si è mai mosso dalla sua spiaggia e ricorda ancora i Beatles e un passato nebuloso, forse perduto, ma mai dimenticato del tutto. Chiude l’album l’ultima delle ballate romantiche e tangenti, surreali persino, almeno nel testo, Wandering Boy, un’altra delle composizioni senza tempo, solo per voce e pianoforte, che sono da sempre la cifra stilistica del grande cantautore di LA, che ancora una volta a 73 anni conferma di non avere perso il suo speciale “magic touch”. Prossimo appuntamento nel 2026!

Bruno Conti

Un Altro Grande Disco Per La “Randy Newman Al Femminile”! Jude Johnstone – A Woman’s Work

jude johnstone a woman's work

Jude Johnstone – A Woman’s Work – Bojak Records

In questi giorni “post-sanremesi”, mi sembra doveroso e quasi obbligatorio tornare a parlarvi di una “vera” cantante come Jude Johnstone, a distanza di tre anni dal precedente Shatter (13) recensito da chi scrive su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2013/06/01/sconosciuta-ma-non-per-tutti-jude-johnstone-shatter/ . La Johnstone piano e voce (arrivata con questo lavoro al settimo album), come sempre si avvale di grandi musicisti, a partire dal chitarrista Charles Duncan, il batterista Darrell Voss, il tastierista Radoslav Lorkovic, il bassista Ken Hustad, con il consueto apporto di “turnisti” del calibro del polistrumentista Bob Liepman, e di Rob Van Durren, Jill Poulos, Linley Hamilton, Larry Klein (ex marito di Joni Mitchell), Danny Frankel, anche lui alla batteria, il tutto sotto la co-produzione di Steve Crimmel e registrato nei famosi Painted Sky Studios di Cambria nella solare California.

A Woman’s Work si apre con la pianistica Never Leave Amsterdam, con la sorprendente voce di Jude accompagnata da una dolce pedal-steel, a cui fa seguito la title track, un valzer su un delicato tessuto di piano, violoncello e archi (sarebbe perfetta nel repertorio di Randy Newman), il raffinato e sofferto blues People Holding Hands, con il notevole assolo di tromba di Linley Hamilton, stesso discorso per The Woman Before Me (che avrebbe impreziosito qualsiasi disco della migliore Carole King), per poi passare ad una leggermente “radiofonica” Little Boy Blue, con una batteria elettronica che detta il ritmo del brano. Il “lavoro” della brava Jude riprende con una deliziosa What Do I Do Now, seguita da una stratosferica lenta ballata dall’aria celtica Road To Rathfriland, solo pianoforte, arpa e viola, un’altra tranquilla “song” per pianoforte e poco altro come I’ll Cry Tomorrow, per poi passare ad una ballata “rhythm and blues” come Turn Me Intro Water (sembra di risentire il favoloso periodo Stax), e affidare la chiusura ad una intima e malinconica Before You, perfetta da cantare su un qualsiasi buio palcoscenico di un Nightclub.

Le canzoni di A Woman’s Work riflettono senza ombra di dubbio l’attuale situazione sentimentale della Johnstone (un recente divorzio dopo un matrimonio durato 28 anni), un lavoro quindi molto intimo, emozionale, con arrangiamenti raffinatissimi eseguiti con strumentisti di assoluto valore, che danno vita ad un disco dal fascino incredibile, un piccolo gioiello fatto certamente con cuore e passione. Jude Johnstone non la scopriamo adesso (già in passato con l’amico Bruno abbiamo avuto modo di parlare dei suoi dischi), in quanto si tratta di una “songwriter” dalla vena poetica e passionale, e le sue canzoni sono state cantate da  artisti come Bonnie Raitt, Emmylou Harris, Stevie Nicks, Bette Midler e altri (ma è nota soprattutto per quella Unchained resa celebre da Johnny Cash).

Il forte sospetto è che questa (giovanile) signora californiana con questo settimo episodio della sua “storia” discografica, passi ancora una volta inosservata e inascoltata come era stato per i precedenti lavori, ed è un vero peccato perché A Woman’s Work resta comunque un ottimo disco di cantautorato al femminile, che piacerà a chi acquistava i dischi di Rickie Lee Jones e Carole King, ma soprattutto è un grande album per gli amanti della musica con forte presenza di pianoforte, e il grande Randy Newman in particolare viene alla mente. Da ascoltare!

Tino Montanari

NDT: Nei prossimi giorni, sempre per guarire dal “contagio sanremese” parleremo anche di un altro personaggio emarginato, ma amato dal Blog: Otis Gibbs !

Novità Prossime Venture Autunno 2016, Parte II. Timothy B. Schmit, Randy Newman, Van Morrison, Doyle Bramhall II, Regina Spektor, Drive-By Truckers

Timothy B. Schmit Leap Of Faith

Seconda puntata dedicata alle uscite autunnali, rimaniamo ancora nell’ambito delle prossime, prima di dedicarci alle future. Prima di tutto due pubblicazioni ancora previste per il 23 settembre, le altre sono in lista per il 30 settembre.

Timothy B. Schmit, il vecchio bassista, prima dei Poco, e poi degli Eagles (che vista la dipartita di Glenn Frey dubito pubblicheranno nuovi album), non ha mai avuto una carriera solista ricca di album, 5 dischi in oltre 40 anni, ma fra pochi giorni farà uscire questo Leap Of Faith, sesto CD di studio, registrato nel proprio studio di Los Angeles e pubblicato a livello indipendente dallo stesso Schmit su etichetta Benowen Records, autoprodotto con l’aiuto dell’ingegnere del suono Hank Linderman. Nessuno dei precedenti album di studio ha mai scatenato particolari entusiasmi, ma i fans dei Poco e degli Eagles troveranno la consueta miscela di rock, country, Americana e, in questo disco, dicono, anche tracce di R&B e reggae, in particolare nel brano Slow Down dove appare Gary Burton al vibrafono (?!?). Altro ospite nel disco è il grande suonatore di steel guitar Paul Franklin, famoso soprattutto per il suo lavoro con Mark Knopfler, Notting Hillbillies Dire Straits, dove suonava anche una miriade di altri strumenti, e pure in questo. Anche Linderman, già ingegnere del suono nell’ultimo Don Henley, nel precedente disco di Schmit Expando, e nelle ultime uscite degli Eagles, suona parecchi strumenti nel disco.

Questi sono i titoli dei brani:

 1. My Hat
2. Slow Down
3. All Those Faces
4. I Refuse
5. What I Should Do
6. Goodbye, My Love
7. You’re So Wild
8. It’s Alright
9. Red Dirt Road
10. The Island
11. Pearl on the String
12. This Waltz

Ecco un piccolo assaggio del CD.

randy newman songbook vol.3

Sempre il giorno 23 settembre (ma stranamente per il momento non distribuito sul mercato italiano) per la Nonesuch/Warner esce The Randy Newman Songbook vol. 3, il terzo capitolo appunto della serie che prevede la reinterpretazione, per sola voce e piano, del repertorio del grande cantautore americano. Come per il precedente CD la produzione è affidata a Mitchell Froom e Lenny Waronker. Ecco la lista dei brani, tra cui, per chi non l’avesse mai vista in questa versione, anche questa…

1. Short People
2. Mama Told Me Not to Come
3. Love Story
4. Burn On
5. You’ve Got a Friend in Me
6. Rollin’
7. Guilty
8. Simon Smith and the Amazing Dancing Bear
9. Davy the Fat Boy
10. Red Bandana
11. Old Man
12. Real Emotional Girl
13. I Love to See You Smile
14. I Love L.A.
15. Bad News from Home
16. I’ll Be Home

Per gli amanti del vinile è prevista anche l’uscita di un lussuoso (e costoso) cofanetto di quattro vinili che contiene tutti i tre dischi della serie.

van morrison keep me singing

E pure per gli amanti del grande Van Morrison il 30 settembre è prevista l’uscita del nuovo album Keep Me Singing. Ma, al contrario delle aspettative, il disco non esce per la Sony/BMG, bensì per la Caroline/Universal, in quanto il rosso irlandese, mi spiegavano, firma dei contratti con le case discografiche per un solo album, quindi vedremo se proseguirà la serie della ristampe del vecchio catalogo iniziata dalla Legacy. Chi lo ha già sentito mi ha detto che è un buon disco, nel solito stile blues-swing-jazz-celtic, con uso di fiati, degli ultimi album, anche se è sempre Van Morrison, cazzarola! Conoscendo la passione per Van dei vari collaboratori del blog al più presto comunque anche recensione completa del CD.

Nel frattempo ecco i titoli dei tredici brani:

1. Let It Rhyme
2. Every Time I See A River
3. Keep Me Singing
4. Out In The Cold Again
5. Memory Lane
6. The Pen Is Mightier Than The Sword
7. Holy Guardian Angel
8. Share Your Love With Me
9. In Tiburon
10. Look Behind The Hill
11. Going Down To Bangor
12. Too Late
13. Caledonia Swing

Dodici firmati dallo stesso Morrison più una cover di Share Your Love With Me, un vecchio brano scritto da Alfred Baggs Don Robey (conosciuto come Deadric Malone, uno degli inventori del R&B e del blues, ha scritto anche Farther On Up The Road, I Pity The Fool Turn On Your Lovelight): per non fare nomi di Share Your Love…esiste una versione di  tale Aretha Franklin https://www.youtube.com/watch?v=QltkrjydOPg

doyle bramhall II richman

Come per il CD di Randy Newman anche questo nuovo di Doyle Bramhall II non verrà pubblicato per il mercato italiano (ma si sa è un mondo globale, in rete si trova ugualmente, però è un peccato non sia presente nei negozi tradizionali, considerando anche che nel disco troviamo pure Norah Jones, di cui quanto prima, in una delle prossime liste di novità troverete il nuovo della cantante americana che uscirà il 7 ottobre). Tornando a Bramhall questo Richman è solo il suo quarto album solista, in una carriera ricchissima di collaborazioni, credo appaia in oltre ben cinquanta album dal 1988 ad oggi: ottimo chitarrista mancino, cantante, autore e produttore, collaboratore quasi fisso di Eric Clapton (compreso il doppio Live con JJ Cale di imminente uscita, di cui vi parlerò nel prossimo Post), il nostro amico ci regala un bel disco tra il blues ed il rock, come di consueto:

Ecco le canzoni, con evidenziata quella con la Jones e in chiusura la cover del pezzo di Jimi Hendrix

1. Mama Can’t Help You
2. November
3. The Veil
4. My People
5. New Faith feat. Norah Jones
6. Keep You Dreamin’
7. Hands Up
8. Rich Man
9. Harmony
10. Cries Of Ages
11. Saharan Crossing
12. The Samanas
13. Hear My Train A Comin’

regina spektor remember us to life

Nuovo album, il settimo, anche per Regina Spektor, la cantante russa (è nata a Mosca) ma naturalizzata americana, dopo la pausa sabbatica per dare alla luce il suo primo figlio nel 2014. Il disco si chiama Remember Us To Life, esce per la Sire/Warner, sempre il 30 settembre, è stato registrato ai famosi Village Studios Recorders di Los Angeles con la produzione di Leo Abrahams (David Byrne/Brian Eno, Frightened Rabbit, Paolo Nutini). Undici nuove canzoni (o 14 nelle inevitabile Deluxe Edition) tutte firmate dalla Spektor e scritte durante la gravidanza o poco dopo la nascita del figlio.

1. Bleeding Heart
2. Older And Taller
3. Grand Hotel
4. Small Bill$
5. Black And White
6. The Light
7. The Trapper And The Furrier
8. Tornadoland
9. Obsolete
10. Sellers Of Flowers
11. The Visit
Deluxe Edition Bonus Tracks:
12. New Year
13. The One Who Stayed And The One Who Left
14. End Of Thought

Drive-By Truckers American Band

E per finire, oggi vi propongo anche il nuovo disco dei Drive-By Truckers, American Band: se non mi sono perso qualcosa, undicesimo album di studio per la band (oltre a diversi Live), il secondo con la stessa formazione per la band dopo English Oceans (terzo se contiamo It’s Great To Be Alive), un piccolo record per il gruppo che cambia molto spesso formazione, a parte gli immancabili Patterson Hood Mike Cooley, voci soliste, chitarristi ed autori delle canzoni, nell’ultimo album ci sono anche Matt Patton, basso, Jay Gonzalez, tastiere e il batterista Brad Morgan. Produce come al solito il membro aggiunto David Barbe. 

Etichetta ATO, esce il 30 settembre, il titolo fotografa perfettamente lo status del gruppo, una delle migliori band negli Stati Uniti, sentitevi Filthy And Fried, sembra uno di quei brani che Springsteen ormai raramente riesce a scrivere negli ultimi tempi, comunque ecco le canzoni:

1. Ramon Casiano
2. Darkened Flags On The Cusp Of Dawn
3. Surrender Under Protest
4. Guns Of Umpqua
5. Filthy And Fried
6. Sun Don’t Shine
7. Kinky Hypocrite
8. Ever South
9. What It Means
10. Once They Banned Imagine
11. Baggage

Direi che anche per oggi è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Come Si Suol Dire: Bravo, Bella Voce, Ma Basta? Ben Arnold – Lost Keys

ben arnold lost keys

Ben Arnold – Lost Keys – Blue Rose/Ird 

Ben Arnold non è uno nuovo, anzi, da venticinque anni sulle scene, sette album alle spalle, questo Lost Keys sarà l’ottavo, il secondo per la Blue Rose, l’etichetta tedesca che pubblica anche i dischi degli US Rails, il mini supergruppo dove Arnold milita insieme a Tom Gillam, Joseph Parsons, Scott Bricklin, che suona anche il basso in un brano del disco e Matt Muir, che suona la batteria in tutto l’album. Gli US Rails sono nati come una sorta di versione 2.0 di CSN&Y, fatte le dovute proporzioni (ma comunque i dischi sono belli). sia come genere, sia per il fatto che tutti i 5 componenti della band cantano e scrivono le canzoni. Ora che il gruppo si è preso un periodo sabbatico, Arnold ne ha approfittato per pubblicare il suo ennesimo disco da solista e a breve seguiranno anche quelli di Bricklin (addirittura in uscita in contemporanea lo stesso giorno) e Gillam, anche questo già uscito, e probabilmente il migliore del lotto. Il cantautore di Philadelphia (dove in vari studi della zona è stato registrato il CD), continuando il parallelo con Crosby e Co., potrebbe essere lo Stills della situazione: voce roca, sofferta e vissuta, ma a ben guardare, anzi ascoltare, Arnold appartiene più alla categoria blue eyed soul, Memphis rock, perfino blue collar, con reminiscenze vagamente springsteeniane – forse nell’insieme le “chiavi musicali perdute” citate nel titolo del disco? – ma gli artisti a cui è più vicino, sia come tipo di voce che come stile direi che sono Joe Cocker e Randy Newman, e anche qualche tocco alla John Hiatt https://www.youtube.com/watch?v=2plFWM2xvBQ

Soprattutto con il secondo ci sono molti punti di contatto: entrambi suonano il piano, hanno una voce che a tratti suona sardonica e anche quando canta d’amore, come Ben  fa spesso, le sue canzoni sembrano arrivare a sorpresa da una strada laterale. Prendiamo il brano d’apertura Stupid Love https://www.youtube.com/watch?v=4cHdeV9vnHQ , che pare provenire da una session di Little Criminals, Trouble in Paradise o Bad Love, comunque dagli album più “rock” di Newman, però con una forte patina di musica nera, arrangiamenti di archi e fiati, pezzi ricchi di armonie vocali e suggestioni Tamla Motown o Philly sound, vista la città di provenienza di Arnold, con tastiere molto presenti e le chitarre di Matt Kass e Eric Bazilian (esatto, proprio quello degli Hooters) che punteggiano la voce leggermente passata con la carta vetrata del nostro amico. Cannonball potrebbe in effetti essere un brano del Joe Cocker anni ’80, quello di You Can Leave Your Hat On, non a caso scritta da Newman, mentre Don’t Wanna Loose You, con Bricklin al basso, e organo Hammond e un altro chitarrista aggiunti alla band, vira verso un blue eyed soul quasi alla Donald Fagen, magari senza la classe e l’inventiva del leader degli Steely Dan, ma ciò nondimeno molto piacevole ed accattivante, che è un poco la caratteristica di tutto l’album, al quale probabilmente mancano quelle sferzate di genio per alzarne il livello qualitativo.

Nobody Hurtin’ Like Me è una bella ballata, di nuovo con quella aria falsamente svagata delle canzoni di Newman e Detroit People un omaggio alle persone che lavorano nella Motor City, ma anche alle classiche canzoni Motown come avrebbe potuto cantarle Joe Cocker se si fosse cimentato con quello stile. One Heart ha un che di vagamente springsteeniano nel suo andamento, le ballate piano-organo del periodo di The River, al solito arricchita da fiati ed archi, anche se manca quel guizzo che contraddistingue il fuoriclasse, bello l’assolo di chitarra comunque. Forbidden Drive è un’altra languida soul ballad, un filo troppo zuccherosa e Freedom schiaccia ancora di più il pedale verso un moscio sound anni ’80 alla Michael McDonald e l’aggiunta dell’armonica non è sufficiente a salvare il risultato. It’s a jungle out there, con un sax alla Clarence Clemons cerca di nuovo di evocare lo spirito delle canzoni più piacevoli del Boss citato poc’anzi, e questa volta in parte ci riesce. A concludere When Love Fades Away, un brano che come ha evidenziato qualcuno ricorda quel sound alla Hall & Oates, o alla Simply Red, aggiungo io, che forse non è proprio il massimo della vita, anche se ha i suoi estimatori. Quindi, sufficienza globale per l’album, soprattutto per la prima parte, ma poi nel prosieguo, come diceva Arbore, s’ammoscia, s’ammoscia.

Bruno Conti