Un Grande Autore Rende Omaggio Ad Una Leggenda Del Soul. Donnie Fritts – June A Tribute To Arthur Alexander

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Donnie Fritts – June (A Tribute To Arthur Alexander) – Single Lock Records

La Single Lock Records è una piccola etichetta indipendente americana che ha la sua sede a Florence, Alabama, quindi profondo Sud degli Stati Uniti: tra i fondatori Ben Tanner degli Alabama Shakes, Will Trapp e John Paul White. Tra gli artisti sotto contratto, oltre a White, Dylan LeBlanc, Nicole Atkins e Cedric Burnside, di cui leggerete a parte. Il repertorio pesca dalla zona Shoals dell’Alabama, e quindi rappresenta i famosi Muscle Shoals Studios e una delle vere leggende della musica “southern” americana, ovvero Donnie Fritts, che pubblica il suo secondo album per la Single Lock, dopo l’ottimo Oh My Goodness del 2015, che si pensava potesse essere il suo ultimo album https://discoclub.myblog.it/2015/10/25/il-ritorno-forse-commiato-grande-donnie-fritts-oh-my-goodness/ . Invece, a 75 anni, Fritts è entrato ancora una volta in studio, per una serie di sessioni serali tenute ai Muscle Shoals, per realizzare un tributo al suo grande amico e mentore Arthur Alexander: dieci canzoni legate al grande cantante soul di You Better Move On, e a decine di altri brani che hanno fatto la storia della musica black, proprio a partire dal brano citato, che nel 1962 fu il primo successo ad uscire dall’area di Muscle Shoals, uno dei tre firmati dal solo Alexander.

Poi ne troviamo quattro che sono collaborazioni con Fritts, una firmata anche dal grande Dan Penn, ed infine, Soldier Of Love, comunque legata al repertorio di Arthur. Alle registrazioni dell’album, sempre essenziale ed intimo nelle sue riletture country-soul, ma non privo di momenti più mossi, hanno partecipato, oltre a White e Tanner chitarre, David Hood al basso, Reed Watson alla batteria, Kelvin Holly ancora alle chitarre e lo stesso Fritts al Wurlitzer e alle tastiere. Il risultato, lo ribadisco, è un piccolo gioiellino di equilibri sonori, intimi e confidenziali, con altri più movimentati e raffinati. D’altronde le canzoni sono tutte decisamente belle, l’interprete, per quanto la sua discografia sia veramente molto scarna, è uno che ha scritto, in tutti i sensi, la storia della musica, quindi il disco si ascolta con assoluto piacere: June, come ricorda lo stesso Donnie nelle note del libretto, invero scarne pure quelle, era il nomignolo con cui era conosciuto Arhur Alexander, e la canzone era stata scritta nel 1993 sull’onda emotiva della sua scomparsa, ed appare come toccante brano di apertura in questo album, solo la voce e il piano elettrico di Fritts, sembra una di quelle ballate romantiche in cui è maestro Randy Newman, e anche il timbro vocale è quello,  violino e viola in sottofondo e tanto feeling, deliziosa, una vera perla.

Ancora  raffinati tocchi di archi, il piano elettrico e una delicata melodia per In The Middle Of It All, una soul ballad  intimista, scritta dal solo Alexander, e apparsa nel suo album omonimo del 1972. You Better Move On l’hanno incisa in tantissimi, vorrei ricordare le versioni di Willy DeVille e degli Stones (e pure i Beatles si sono cimentati con Anna (Go To Him), il suo brano di maggior successo, viene riproposto in una sorta di unplugged version, mentre All The Time, una delle loro collaborazioni autoriali, è una deliziosa ballata country got soul, con le armonie vocali delle Secret Sisters, una sezione ritmica finalmente presente e organo e chitarre acustiche a colorare il suono. Anche I’d Do It Over Again beneficia di un arrangiamento corale, splendido ed avvolgente, con  tastiere, chitarre e voci di supporto semplicemente perfette. Ancora un arrangiamento sontuoso alla Randy Newman  per un’altra soul ballad di grana finissima come Come Along With Me, cantata sorprendentemente bene dal nostro amico che sfoggia una interpretazione da manuale https://www.youtube.com/watch?v=2CvPl12wgOc ; Lonely Just Like Me è un altro dei capolavori assoluti di Alexander, e anche il titolo del suo album finale pubblicato nel 1993, poco prima della sua scomparsa a soli 51 anni, altra versione da manuale, con quel tocco latino che sia DeVille che il Warren Zevon di Carmelita avevano cercato di carpire a Arthur, e gli echi della migliore soul music mai suonata e cantata da chicchessia, una vera chicca sonora anche in questa rilettura magnifica https://www.youtube.com/watch?v=M8ztC3ZFJIY .

Altra delizia per i padiglioni auricolori è Soldier Of Love, suonata e cantata con un impeto ed una intensità pregevoli ,e non si scherza neppure con il deep soul screziato di gospel di una intensa e sgargiante Thank God He Came con le Secret Sisters scatenate a livello vocale in un finale veramente ispirato. A chiudere il CD Adios Amigo, titolo del tributo del 1994 e altra canzone epocale, di nuovo rivista in modo più intimo, solo il Wurlitzer, gli archi e le voci delle sorelle Rodgers https://www.youtube.com/watch?v=nhWkBfDxNAk . Disco commovente e intenso, a dimostrazione che la classe non è acqua.

Bruno Conti

Ora Disponibile Anche In Versione Dal Vivo: Sempre Un Signor Musicista. Bob Malone – Mojo Live. Live At The Grand Annex

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Bob Malone – Mojo Live – Live At The Grand Annex – Appaloosa Records/Ird

Bob Malone viene dal New Jersey, poi  ha vissuto in alcune delle più importanti città americane: New York, New Orleans, Boston, ed ora vive a Los Angeles. Alterna la sua carriera solista (circa 100 date all’anno in giro per il mondo, questa estate è venuto anche a Umbria Jazz) con la sua attività di tastierista nella band di John Fogerty.  Ha avuto una discografia cospicua nel corso degli anni (però credo che non se ne trovi facilmente uno, per quanto magari cercando con pazienza…) , ma tre anni fa ha colpito tutti con il bellissimo Mojo Deluxe, di cui avete letto su queste pagine https://discoclub.myblog.it/2015/10/30/dei-tanti-piccoli-segreti-musicali-americani-puo-sbagliarsi-john-fogerty-bob-malone-mojo-deluxe/ : disco che era una versione riveduta ed ampliata del Mojo EP uscito l’anno prima. Un album dove Malone sciorinava il suo repertorio a cavallo tra rock, soul, blues e mille altre sfumature, condito da un virtuosismo quasi illegale a piano e organo, e occasionalmente fisarmonica, e da una vocalità che rimandava a Randy Newman, alla Band, a Leon Russell, a Joe Cocker, il tutto realizzato con una band formidabile che assecondava le sue evoluzioni sonore con una classe ineccepibile. Poco dopo l’uscita di quell’album Bob Malone aveva pubblicato un DVD autogestito solo per il mercato USA Mojo Live (si trova ancora ma a fatica): ora a tre anni di distanza l’italiana Appaloosa pubblica in esclusiva la controparte in CD, arricchita da una bonus in studio.

Il nostro amico è colto in un concerto registrato al Grand Annex di San Pedro in California nel febbraio del 2015, quindi prima dell’uscita dell’album di studio, ma propone già gran parte dei pezzi del disco con una verve invidiabile a certificare la sua reputazione di vecchio marpione dei palchi. Si parte con Don’t Threaten With A Good Time, un brano che convoglia il funky di Dr. John e dei Little Feat (la slide dell’ottimo Marty Rifkin e la solista del suo socio Bob Demarco), a partire da un clavinet malandrino che poi lascia spazio al piano vorticoso di Malone sostenuto dalla gagliarda sezione ritmica di Mike Baird alla batteria e Jeff Dean al basso, senza dimenticare le coriste Lavone Seetal, Trysette e Karen Nash, e il percussionista Chris Trujillo, un gruppo veramente da sballo, sembra di ascoltare il miglior Leon Russell dei tempi d’oro https://www.youtube.com/watch?v=drn9M0gDMhk. Chinese Algebra è un vorticoso strumentale dove pare di ascoltare uno scatenato Professor Longhair accompagnato dai Radiators, I’m Not Fine altro brano a tutto funky tra piano elettrico, chitarre assatanate e coriste in fregola, delizioso, Rage And Cigarettes, circa sette minuti di goduria sonora, incanala il meglio del New Orleans sound  nuovamente “meticciato” con il rock got soul di Joe Cocker e Leon Russell ed i virtuosismi di tutti i solisti, e a seguire, preceduto da un divertente aneddoto di Malone che racconta di tempi di più duri, quando a livello finanziario era quasi alla canna del gas, una splendida Watching Over Me giusto alla congiunzione delle traiettorie sonore dell’Elton John americano e della Band più ispirata, un mezzo capolavoro.

I Know He’s Your Hand ha la classe e l’ironia tagliente (oltre al virtuosismo pianistico) del miglior Randy Newman, Toxic Love rimane sempre in questo mondo vicino alle sonorità della Louisiana, con ampi sprazzi rock-blues alla Little Feat, grazie alla slide insinuante di Rifkin e al piano alla Bill Payne, e poi nel finale c’è un appendice jazz con Jean-Pierre di Miles Davis https://www.youtube.com/watch?v=f56erCXqpik . Certain Distance, come la precedente, è firmata dalla coppia Malone e Demarco, uno dei brani più rock del concerto https://www.youtube.com/watch?v=MzR6h7wL_8s , e per concludere il trittico di brani firmato dai due pard arriva anche Can’t Get There From Here, altra ballata soul sontuosa cantata in modo sopraffino da Bob; Ain’t What YouKnow è  uno scatenato boogie-rock-blues, con il piano in grande evidenza e con le chitarre a rispondere colpo su colpo alle divagazioni pianistiche vorticose di Malone https://www.youtube.com/watch?v=c0_JjiU-HsY . Non manca una bella cover della celebre Stay With Me, uno dei pezzi più belli dei Faces di Rod Stewart, grandissima versione degna dell’originale. Altra ballata deliziosa, Paris, solo voce e piano, che fa molto Randy Newman, prima dello strumentale soffuso Gaslight Fantasie. In coda al CD è stata aggiunta una versione Live in studio di She Moves Me il celebre blues di Muddy Waters, solo voce, piano e una slide tagliente. In studio o dal vivo questo è un signor musicista.

Bruno Conti

Questa Volta Non Si Scherza, Bentornati A Bordo. The Nighthawks – All You Gotta Do

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The Nighthawks – All You Gotta Do – EllerSoul

Imperterriti, più o meno una volta all’anno (anche se lo scorso anno avevano “bigiato”), tornano i Nighthawks, dalla loro base di Richmond, Virginia, tramite la piccola etichetta EllerSoul, continuano a sfornare piacevoli album di blues (con innesti, rock, soul e R&B) e anche se non hanno più il vigore delle loro prove migliori degli anni ’70, quando sotto la doppia guida di Jimmy Thackery e Mark Wenner, erano una delle più eccitanti formazioni di blues-rock del panorama americano, comunque non deludono gli appassionati. Thackery non suona con loro ormai da diverso tempo (facciamo 31 anni) e quei livelli ormai sono forse solo un bel ricordo, ma la band, come si dice negli States, è “still alive and well”, anche se, se mi passate un ardito gioco di parole, quella sorta di esperimento unplugged del 2015, Back Porch Party, non era poi troppo viv(ace), specie considerando che ne avevano già fatto un altro pure nel 2009. Questa volta la spina è riattaccata e il suono è più brillante, gagliardo a tratti: come dimostra subito That’s All You Gotta Do, un poderoso blues-rock dal repertorio di Jerry Reed, con Wenner, pimpante ad armonica e voce, Paul Bell  a tutto riff e Johnny Castle e Mark Stutso, che pompano di gusto su basso e batteria, e tutta la band che mette a frutto, quel lavoro vocale corale che hanno messo a punto negli ultimi anni e dà alle canzoni una patina rock gioiosa e frizzante.

Se c’è da suonare il blues comunque non si tirano mai indietro, come in una piacevole When I Go Away, scritta da Larry Campbell per i Dixie Hummingbirds, quindi anche con un deciso retrogusto gospel, o più “rigorosi” in una brillante e scandita Baby, I Want To Be Loved dal songbook di Willie Dixon, con Mark Wenner che soffia a fondo nella sua armonica. Let’s Burn Down The Cornfield di Randy Newman diventa un minaccioso blues a tutta slide, con Paul Bell che lavora di fino con il bottleneck con risultati eccellenti. Anche quando fanno da sé, come in Another Day, scritta e cantata da Johnny Castle, o in VooDoo Doll, dalla penna di Stutso, un’aura tra rock e R&B bianco alla Blood, Sweat And Tears, si respira nei rispettivi brani, con risultati che sembravano perduti da tempo. Ninety Nine di Sonny Boy Williamson permette a Mark Wenner di dimostrare nuovamente perché è tuttora considerato uno dei migliori armonicisti bianchi.

Pure Three Times A Fool, una bella ballata soul dell’accoppiata Nardini e Stutso, certifica della ritrovata vena dei Nighthawks, poi ribadita nell’eccellente cover di Isn’t That So di Jesse Winchester, un altro ottimo brano che aggiunge anche uno spirito swamp, quasi alla Tony Joe White o alla Creedence, grazie alla chitarra “riverberata” di Paul Bell. E la cover di Snake Drive di R.L. Burnside, con un micidiale call and response tra l’armonica di Wenner e la slide di Bell, è ancora meglio, veramente fantastica. Blues For Brother John, uno strumentale scritto da Mark Wenner, ha forti agganci con Spoonful e altri classici delle 12 battute, ma nel blues è sana usanza “prendere in prestito”, di solito non si offende nessuno. E come ciliegina sulla torta di un album che è il loro migliore da “illo tempore”, per concludere una versione sparatissima di Dirty Waters degli Standells, che sembra uscire da qualche vecchio vinile degli Stones o degli Yardbirds, pure citati a colpi di riff classici nella parte strumentale. Peccato si fatichi a trovare il CD, ma questa volta ne varrebbe la pena: bentornati “Falchi della Notte”!

Bruno Conti

Eccolo Qua, Puntuale Come Sempre, Per Fortuna Ogni Nove Anni Ritorna! Randy Newman – Dark Matter

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Randy Newman – Dark Matter – Nonesuch/Warner

Undici album di studio, compreso il nuovo, in circa cinquanta anni di carriera discografica, visto che il primo album omonimo risale al 1968 (ma già nel 1962 pubblicava un primo singolo), forse non sembrano molti: ma in mezzo ci sono stati anche due album dal vivo, i tre volumi della serie Songbook dove ha rivisitato parte del suo repertorio con nuove versioni incise per solo voce e piano, 3 antologie, un musical, Faust e una miriade di colonne sonore di film, si parla di almeno 24 film o serie televisive che hanno goduto delle delizie della penna di Randy Newman, perché di lui stiamo parlando, componente di una delle dinastie musicali più importanti proprio nell’ambito delle colonne sonore, con tre zii e quattro cugini impiegati a pieno regime dall’industria cinematografica per creare gli scores di una una infinita serie di film delle più disparate tipologie. Non a caso lo zio Alfred Newman ha vinto nove Oscar, l’altro zio Lionel un Oscar, e il terzo zio è stato “solo” nominato una volta, mentre tra i cugini solo nominations, con Randy che però due Oscar li ha vinti, per le canzoni di Monsters & Co Toy Story 3. Come ricordo nel titolo, casualmente, o forse no, gli ultimi tre album di Randy Newman sono stati tutti divisi da un arco temporale di nove anni: Bad Love uscito nel 1999, Harps And Angels uscito nel 2008, e ora questo Dark Matter nel 2017. Ancora una volta a produrre il disco ci sono Mitchell Froom e il veterano Lenny Waronker (ex presidente della Warner Bros Records e della Dreamworks), nonché, per l’occasione, anche l’ingegnere del suono David Boucher, mentre nel disco, come sempre, suona una pattuglia di eccellenti musicisti: oltre a Newman al piano e Mitchell Froom alle tastiere, Blake Mills alla chitarra, David Piltch al basso e Matt Chamberlain alla batteria, ma anche molti musicisti impiegati per le parti orchestrali e fiatistiche, e pure vocali, eleganti e complesse come di consueto: Ne consegue quindi un disco che è l’ennesimo gioiellino, raffinato e variegato, come d’uso nella discografia dell’occhialuto musicista di Los Angeles, uno dei più geniali, ironici, a volte sardonici, intelligenti e per certi versi, imprevedibili, artefici della musica popolare americana.

Nonostante questo curriculum strepitoso Randy Newman rimane fondamentalmente un artista di culto: solo Little Criminals, il suo disco del 1977 (e forse anche il migliore in assoluto, certo il più popolare, quello con Short People https://www.youtube.com/watch?v=8bfyS-S-IJs), è entrato nei Top 10 delle classifiche americane arrivando fino al nono posto, anche se la colonna sonora di Cars, che illustra il suo lato più ludico e divertente (insieme a molte altre realizzate per la Walt Disney/Pixar), è giunta nel 2006 fino al 6° posto delle charts. Ma questo ci interessa relativamente, quello che importa è che i suoi dischi siano belli e, salvo rare eccezioni, lo sono sempre stati e questo Dark Matter non fa eccezione. Il nostro amico plasma la “materia oscura” per renderla ancora una volta una opera di superbo artigianato, come vogliamo definirlo, pop cameristico, ricco di melodie, ma anche di sorprese, cinico ma con punte di sentimentalismo non bieco, piccoli racconti surreali (e manca quello sul “coso” di Trump, che si doveva chiamare What A Dick e così forse non sapremo mai se ce l’ha più grande di Putin, che invece nell’album la sua canzone ce l’ha, come pure i fratelli Kennedy e Sonny Boy Williamson); insomma, per fortuna, il “solito” Randy Newman. Si parte con The Great Debate, una sorta di mini-suite di oltre otto minuti, dai continui cambi di tempo e di atmosfera, con fiati in stile New Orelans, elementi blues, momenti sospesi tra “buie” esplosioni di archi quasi classicheggianti, improvvise scariche di neo-dixieland, gospel, intermezzi per voce e piano in cui dialoga con sé stesso sui grandi sistemi della religione, dei cambi climatici, dell’astrofisica, della politica, della scienza in generale, poi improvvise ripartenze gospel-soul degne del miglior Allen Toussaint o Dr. John, ma anche di Mister Newman, con i suoi musicisti sempre senza limiti di sorta nella loro calibrata e “scientifica” inventiva sonora.

Brothers è un dialogo immaginario tra i fratelli John e Robert Kennedy che parlano dell’invasione della Baia dei Porci, con il primo che poi confessa di un suo particolare amore per la musica di Celia Cruz (?!?), con la musica che si dipana su temi quasi da musical, tra archi e fiati sontuosi, mentre la voce partecipe e quasi affettuosa di Randy ci narra di queste vicende di Jack e Bobby, inventate ma assai verosimili, con un finale a tempo di rumba o salsa dedicato alla Cruz, che parte quando viene nominata, il tutto di una raffinatezza quasi impossibile da qualcuno che non sia Newman. E siamo solo al secondo brano. Poi tocca a Putin, una satira-canzone pare ispirata da una “rara” foto del leader russo a torso nudo, che rimugina sul suo potere e quello della sua nazione, mentre la canzone miscela temi popolari simil-russi al pop raffinato tipico di Newman, passando di nuovo per il musical, questa volta in puro stile Broadway, mentre Randy declama e le voci femminili, le Putin Girls (ricorda qualcosa?), gli rispondono in un classico call and response giocato sul “Putin if you put it Will you put it next to me?”. Questo dovrebbe essere il singolo dell’album ed in effetti è uno dei brani più “spensierati”. Lost Without You è una delle due canzoni che trattano il tema della famiglia, una ballata malinconica e crepuscolare, con solo la voce e il piano di Newman sottolineati da una sezione di archi.

Sonny Boy è la storia di Sonny Boy Williamson, il grande bluesman nero, anzi dei due “grandi bluesmen” neri, perché quando Rice Miller viaggia verso il Nord scopre che ne esiste già uno: ma mentre il primo, che è la voce narrante, viene ucciso in una rapina nel 1948, il secondo trova fama e fortuna arrivando fino in Inghilterra dove viene omaggiato da band come gli Yardbirds e gli Animals che incidono con lui, ma nella canzone di Newman, tra marcetta e blues canonico fiatistico, quello che va in Paradiso, pare il primo bluesman ad entrarvi, è il primo dei due, perché leggenda vuole che le sue ultime parole furono “Lord have mercy e il Signore ricordò. It’s A Jungle Out There è uno dei brani più vivaci e tipici del canone sonoro più disimpegnato del cantautore californiano, piacevole ma forse non memorabile, anche se il piano comunque viaggia alla grande; She Chose Me è un’altra ballata orchestrale in cui come è noto il nostro eccelle, per una volta niente cinismo, ma solo una romantica melodia ,sempre ricca di raffinata melancolia e dedicata alla “most beautiful girl that I’ve ever seen”. Anche On The Beach ha quell’aria retrò ed old fashioned, un po’ jazz e un po’ café-chantant, con cui Newman di solito riveste le sue vignette, questa volta la storia di un vecchio “surfer” ormai fuori di testa che non si è mai mosso dalla sua spiaggia e ricorda ancora i Beatles e un passato nebuloso, forse perduto, ma mai dimenticato del tutto. Chiude l’album l’ultima delle ballate romantiche e tangenti, surreali persino, almeno nel testo, Wandering Boy, un’altra delle composizioni senza tempo, solo per voce e pianoforte, che sono da sempre la cifra stilistica del grande cantautore di LA, che ancora una volta a 73 anni conferma di non avere perso il suo speciale “magic touch”. Prossimo appuntamento nel 2026!

Bruno Conti

Un Altro Grande Disco Per La “Randy Newman Al Femminile”! Jude Johnstone – A Woman’s Work

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Jude Johnstone – A Woman’s Work – Bojak Records

In questi giorni “post-sanremesi”, mi sembra doveroso e quasi obbligatorio tornare a parlarvi di una “vera” cantante come Jude Johnstone, a distanza di tre anni dal precedente Shatter (13) recensito da chi scrive su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2013/06/01/sconosciuta-ma-non-per-tutti-jude-johnstone-shatter/ . La Johnstone piano e voce (arrivata con questo lavoro al settimo album), come sempre si avvale di grandi musicisti, a partire dal chitarrista Charles Duncan, il batterista Darrell Voss, il tastierista Radoslav Lorkovic, il bassista Ken Hustad, con il consueto apporto di “turnisti” del calibro del polistrumentista Bob Liepman, e di Rob Van Durren, Jill Poulos, Linley Hamilton, Larry Klein (ex marito di Joni Mitchell), Danny Frankel, anche lui alla batteria, il tutto sotto la co-produzione di Steve Crimmel e registrato nei famosi Painted Sky Studios di Cambria nella solare California.

A Woman’s Work si apre con la pianistica Never Leave Amsterdam, con la sorprendente voce di Jude accompagnata da una dolce pedal-steel, a cui fa seguito la title track, un valzer su un delicato tessuto di piano, violoncello e archi (sarebbe perfetta nel repertorio di Randy Newman), il raffinato e sofferto blues People Holding Hands, con il notevole assolo di tromba di Linley Hamilton, stesso discorso per The Woman Before Me (che avrebbe impreziosito qualsiasi disco della migliore Carole King), per poi passare ad una leggermente “radiofonica” Little Boy Blue, con una batteria elettronica che detta il ritmo del brano. Il “lavoro” della brava Jude riprende con una deliziosa What Do I Do Now, seguita da una stratosferica lenta ballata dall’aria celtica Road To Rathfriland, solo pianoforte, arpa e viola, un’altra tranquilla “song” per pianoforte e poco altro come I’ll Cry Tomorrow, per poi passare ad una ballata “rhythm and blues” come Turn Me Intro Water (sembra di risentire il favoloso periodo Stax), e affidare la chiusura ad una intima e malinconica Before You, perfetta da cantare su un qualsiasi buio palcoscenico di un Nightclub.

Le canzoni di A Woman’s Work riflettono senza ombra di dubbio l’attuale situazione sentimentale della Johnstone (un recente divorzio dopo un matrimonio durato 28 anni), un lavoro quindi molto intimo, emozionale, con arrangiamenti raffinatissimi eseguiti con strumentisti di assoluto valore, che danno vita ad un disco dal fascino incredibile, un piccolo gioiello fatto certamente con cuore e passione. Jude Johnstone non la scopriamo adesso (già in passato con l’amico Bruno abbiamo avuto modo di parlare dei suoi dischi), in quanto si tratta di una “songwriter” dalla vena poetica e passionale, e le sue canzoni sono state cantate da  artisti come Bonnie Raitt, Emmylou Harris, Stevie Nicks, Bette Midler e altri (ma è nota soprattutto per quella Unchained resa celebre da Johnny Cash).

Il forte sospetto è che questa (giovanile) signora californiana con questo settimo episodio della sua “storia” discografica, passi ancora una volta inosservata e inascoltata come era stato per i precedenti lavori, ed è un vero peccato perché A Woman’s Work resta comunque un ottimo disco di cantautorato al femminile, che piacerà a chi acquistava i dischi di Rickie Lee Jones e Carole King, ma soprattutto è un grande album per gli amanti della musica con forte presenza di pianoforte, e il grande Randy Newman in particolare viene alla mente. Da ascoltare!

Tino Montanari

NDT: Nei prossimi giorni, sempre per guarire dal “contagio sanremese” parleremo anche di un altro personaggio emarginato, ma amato dal Blog: Otis Gibbs !

Novità Prossime Venture Autunno 2016, Parte II. Timothy B. Schmit, Randy Newman, Van Morrison, Doyle Bramhall II, Regina Spektor, Drive-By Truckers

Timothy B. Schmit Leap Of Faith

Seconda puntata dedicata alle uscite autunnali, rimaniamo ancora nell’ambito delle prossime, prima di dedicarci alle future. Prima di tutto due pubblicazioni ancora previste per il 23 settembre, le altre sono in lista per il 30 settembre.

Timothy B. Schmit, il vecchio bassista, prima dei Poco, e poi degli Eagles (che vista la dipartita di Glenn Frey dubito pubblicheranno nuovi album), non ha mai avuto una carriera solista ricca di album, 5 dischi in oltre 40 anni, ma fra pochi giorni farà uscire questo Leap Of Faith, sesto CD di studio, registrato nel proprio studio di Los Angeles e pubblicato a livello indipendente dallo stesso Schmit su etichetta Benowen Records, autoprodotto con l’aiuto dell’ingegnere del suono Hank Linderman. Nessuno dei precedenti album di studio ha mai scatenato particolari entusiasmi, ma i fans dei Poco e degli Eagles troveranno la consueta miscela di rock, country, Americana e, in questo disco, dicono, anche tracce di R&B e reggae, in particolare nel brano Slow Down dove appare Gary Burton al vibrafono (?!?). Altro ospite nel disco è il grande suonatore di steel guitar Paul Franklin, famoso soprattutto per il suo lavoro con Mark Knopfler, Notting Hillbillies Dire Straits, dove suonava anche una miriade di altri strumenti, e pure in questo. Anche Linderman, già ingegnere del suono nell’ultimo Don Henley, nel precedente disco di Schmit Expando, e nelle ultime uscite degli Eagles, suona parecchi strumenti nel disco.

Questi sono i titoli dei brani:

 1. My Hat
2. Slow Down
3. All Those Faces
4. I Refuse
5. What I Should Do
6. Goodbye, My Love
7. You’re So Wild
8. It’s Alright
9. Red Dirt Road
10. The Island
11. Pearl on the String
12. This Waltz

Ecco un piccolo assaggio del CD.

randy newman songbook vol.3

Sempre il giorno 23 settembre (ma stranamente per il momento non distribuito sul mercato italiano) per la Nonesuch/Warner esce The Randy Newman Songbook vol. 3, il terzo capitolo appunto della serie che prevede la reinterpretazione, per sola voce e piano, del repertorio del grande cantautore americano. Come per il precedente CD la produzione è affidata a Mitchell Froom e Lenny Waronker. Ecco la lista dei brani, tra cui, per chi non l’avesse mai vista in questa versione, anche questa…

1. Short People
2. Mama Told Me Not to Come
3. Love Story
4. Burn On
5. You’ve Got a Friend in Me
6. Rollin’
7. Guilty
8. Simon Smith and the Amazing Dancing Bear
9. Davy the Fat Boy
10. Red Bandana
11. Old Man
12. Real Emotional Girl
13. I Love to See You Smile
14. I Love L.A.
15. Bad News from Home
16. I’ll Be Home

Per gli amanti del vinile è prevista anche l’uscita di un lussuoso (e costoso) cofanetto di quattro vinili che contiene tutti i tre dischi della serie.

van morrison keep me singing

E pure per gli amanti del grande Van Morrison il 30 settembre è prevista l’uscita del nuovo album Keep Me Singing. Ma, al contrario delle aspettative, il disco non esce per la Sony/BMG, bensì per la Caroline/Universal, in quanto il rosso irlandese, mi spiegavano, firma dei contratti con le case discografiche per un solo album, quindi vedremo se proseguirà la serie della ristampe del vecchio catalogo iniziata dalla Legacy. Chi lo ha già sentito mi ha detto che è un buon disco, nel solito stile blues-swing-jazz-celtic, con uso di fiati, degli ultimi album, anche se è sempre Van Morrison, cazzarola! Conoscendo la passione per Van dei vari collaboratori del blog al più presto comunque anche recensione completa del CD.

Nel frattempo ecco i titoli dei tredici brani:

1. Let It Rhyme
2. Every Time I See A River
3. Keep Me Singing
4. Out In The Cold Again
5. Memory Lane
6. The Pen Is Mightier Than The Sword
7. Holy Guardian Angel
8. Share Your Love With Me
9. In Tiburon
10. Look Behind The Hill
11. Going Down To Bangor
12. Too Late
13. Caledonia Swing

Dodici firmati dallo stesso Morrison più una cover di Share Your Love With Me, un vecchio brano scritto da Alfred Baggs Don Robey (conosciuto come Deadric Malone, uno degli inventori del R&B e del blues, ha scritto anche Farther On Up The Road, I Pity The Fool Turn On Your Lovelight): per non fare nomi di Share Your Love…esiste una versione di  tale Aretha Franklin https://www.youtube.com/watch?v=QltkrjydOPg

doyle bramhall II richman

Come per il CD di Randy Newman anche questo nuovo di Doyle Bramhall II non verrà pubblicato per il mercato italiano (ma si sa è un mondo globale, in rete si trova ugualmente, però è un peccato non sia presente nei negozi tradizionali, considerando anche che nel disco troviamo pure Norah Jones, di cui quanto prima, in una delle prossime liste di novità troverete il nuovo della cantante americana che uscirà il 7 ottobre). Tornando a Bramhall questo Richman è solo il suo quarto album solista, in una carriera ricchissima di collaborazioni, credo appaia in oltre ben cinquanta album dal 1988 ad oggi: ottimo chitarrista mancino, cantante, autore e produttore, collaboratore quasi fisso di Eric Clapton (compreso il doppio Live con JJ Cale di imminente uscita, di cui vi parlerò nel prossimo Post), il nostro amico ci regala un bel disco tra il blues ed il rock, come di consueto:

Ecco le canzoni, con evidenziata quella con la Jones e in chiusura la cover del pezzo di Jimi Hendrix

1. Mama Can’t Help You
2. November
3. The Veil
4. My People
5. New Faith feat. Norah Jones
6. Keep You Dreamin’
7. Hands Up
8. Rich Man
9. Harmony
10. Cries Of Ages
11. Saharan Crossing
12. The Samanas
13. Hear My Train A Comin’

regina spektor remember us to life

Nuovo album, il settimo, anche per Regina Spektor, la cantante russa (è nata a Mosca) ma naturalizzata americana, dopo la pausa sabbatica per dare alla luce il suo primo figlio nel 2014. Il disco si chiama Remember Us To Life, esce per la Sire/Warner, sempre il 30 settembre, è stato registrato ai famosi Village Studios Recorders di Los Angeles con la produzione di Leo Abrahams (David Byrne/Brian Eno, Frightened Rabbit, Paolo Nutini). Undici nuove canzoni (o 14 nelle inevitabile Deluxe Edition) tutte firmate dalla Spektor e scritte durante la gravidanza o poco dopo la nascita del figlio.

1. Bleeding Heart
2. Older And Taller
3. Grand Hotel
4. Small Bill$
5. Black And White
6. The Light
7. The Trapper And The Furrier
8. Tornadoland
9. Obsolete
10. Sellers Of Flowers
11. The Visit
Deluxe Edition Bonus Tracks:
12. New Year
13. The One Who Stayed And The One Who Left
14. End Of Thought

Drive-By Truckers American Band

E per finire, oggi vi propongo anche il nuovo disco dei Drive-By Truckers, American Band: se non mi sono perso qualcosa, undicesimo album di studio per la band (oltre a diversi Live), il secondo con la stessa formazione per la band dopo English Oceans (terzo se contiamo It’s Great To Be Alive), un piccolo record per il gruppo che cambia molto spesso formazione, a parte gli immancabili Patterson Hood Mike Cooley, voci soliste, chitarristi ed autori delle canzoni, nell’ultimo album ci sono anche Matt Patton, basso, Jay Gonzalez, tastiere e il batterista Brad Morgan. Produce come al solito il membro aggiunto David Barbe. 

Etichetta ATO, esce il 30 settembre, il titolo fotografa perfettamente lo status del gruppo, una delle migliori band negli Stati Uniti, sentitevi Filthy And Fried, sembra uno di quei brani che Springsteen ormai raramente riesce a scrivere negli ultimi tempi, comunque ecco le canzoni:

1. Ramon Casiano
2. Darkened Flags On The Cusp Of Dawn
3. Surrender Under Protest
4. Guns Of Umpqua
5. Filthy And Fried
6. Sun Don’t Shine
7. Kinky Hypocrite
8. Ever South
9. What It Means
10. Once They Banned Imagine
11. Baggage

Direi che anche per oggi è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Come Si Suol Dire: Bravo, Bella Voce, Ma Basta? Ben Arnold – Lost Keys

ben arnold lost keys

Ben Arnold – Lost Keys – Blue Rose/Ird 

Ben Arnold non è uno nuovo, anzi, da venticinque anni sulle scene, sette album alle spalle, questo Lost Keys sarà l’ottavo, il secondo per la Blue Rose, l’etichetta tedesca che pubblica anche i dischi degli US Rails, il mini supergruppo dove Arnold milita insieme a Tom Gillam, Joseph Parsons, Scott Bricklin, che suona anche il basso in un brano del disco e Matt Muir, che suona la batteria in tutto l’album. Gli US Rails sono nati come una sorta di versione 2.0 di CSN&Y, fatte le dovute proporzioni (ma comunque i dischi sono belli). sia come genere, sia per il fatto che tutti i 5 componenti della band cantano e scrivono le canzoni. Ora che il gruppo si è preso un periodo sabbatico, Arnold ne ha approfittato per pubblicare il suo ennesimo disco da solista e a breve seguiranno anche quelli di Bricklin (addirittura in uscita in contemporanea lo stesso giorno) e Gillam, anche questo già uscito, e probabilmente il migliore del lotto. Il cantautore di Philadelphia (dove in vari studi della zona è stato registrato il CD), continuando il parallelo con Crosby e Co., potrebbe essere lo Stills della situazione: voce roca, sofferta e vissuta, ma a ben guardare, anzi ascoltare, Arnold appartiene più alla categoria blue eyed soul, Memphis rock, perfino blue collar, con reminiscenze vagamente springsteeniane – forse nell’insieme le “chiavi musicali perdute” citate nel titolo del disco? – ma gli artisti a cui è più vicino, sia come tipo di voce che come stile direi che sono Joe Cocker e Randy Newman, e anche qualche tocco alla John Hiatt https://www.youtube.com/watch?v=2plFWM2xvBQ

Soprattutto con il secondo ci sono molti punti di contatto: entrambi suonano il piano, hanno una voce che a tratti suona sardonica e anche quando canta d’amore, come Ben  fa spesso, le sue canzoni sembrano arrivare a sorpresa da una strada laterale. Prendiamo il brano d’apertura Stupid Love https://www.youtube.com/watch?v=4cHdeV9vnHQ , che pare provenire da una session di Little Criminals, Trouble in Paradise o Bad Love, comunque dagli album più “rock” di Newman, però con una forte patina di musica nera, arrangiamenti di archi e fiati, pezzi ricchi di armonie vocali e suggestioni Tamla Motown o Philly sound, vista la città di provenienza di Arnold, con tastiere molto presenti e le chitarre di Matt Kass e Eric Bazilian (esatto, proprio quello degli Hooters) che punteggiano la voce leggermente passata con la carta vetrata del nostro amico. Cannonball potrebbe in effetti essere un brano del Joe Cocker anni ’80, quello di You Can Leave Your Hat On, non a caso scritta da Newman, mentre Don’t Wanna Loose You, con Bricklin al basso, e organo Hammond e un altro chitarrista aggiunti alla band, vira verso un blue eyed soul quasi alla Donald Fagen, magari senza la classe e l’inventiva del leader degli Steely Dan, ma ciò nondimeno molto piacevole ed accattivante, che è un poco la caratteristica di tutto l’album, al quale probabilmente mancano quelle sferzate di genio per alzarne il livello qualitativo.

Nobody Hurtin’ Like Me è una bella ballata, di nuovo con quella aria falsamente svagata delle canzoni di Newman e Detroit People un omaggio alle persone che lavorano nella Motor City, ma anche alle classiche canzoni Motown come avrebbe potuto cantarle Joe Cocker se si fosse cimentato con quello stile. One Heart ha un che di vagamente springsteeniano nel suo andamento, le ballate piano-organo del periodo di The River, al solito arricchita da fiati ed archi, anche se manca quel guizzo che contraddistingue il fuoriclasse, bello l’assolo di chitarra comunque. Forbidden Drive è un’altra languida soul ballad, un filo troppo zuccherosa e Freedom schiaccia ancora di più il pedale verso un moscio sound anni ’80 alla Michael McDonald e l’aggiunta dell’armonica non è sufficiente a salvare il risultato. It’s a jungle out there, con un sax alla Clarence Clemons cerca di nuovo di evocare lo spirito delle canzoni più piacevoli del Boss citato poc’anzi, e questa volta in parte ci riesce. A concludere When Love Fades Away, un brano che come ha evidenziato qualcuno ricorda quel sound alla Hall & Oates, o alla Simply Red, aggiungo io, che forse non è proprio il massimo della vita, anche se ha i suoi estimatori. Quindi, sufficienza globale per l’album, soprattutto per la prima parte, ma poi nel prosieguo, come diceva Arbore, s’ammoscia, s’ammoscia.

Bruno Conti

Se Sono Bravi Li Troviamo Sempre! D.L. Duncan – D.L. Duncan

d.l. duncan

D.L. Duncan – D.L. Duncan – 15 South Records

Dave Duncan, per l’occasione D.L. Duncan, è uno dei tanti “piccoli segreti” che costellano la scena musicale americana, con una carriera lunga più di 35 anni (o così riportano le sue biografie), anche se discograficamente è attivo solo dagli anni duemila, con un paio di album a nome proprio e uno come Duncan Street, in coppia con l’armonicista Stan Street, uno stile che partendo dal blues incorpora anche alcuni elementi country (in fondo vive e opera a Nashville) e di Americana music, oltre a sapori soul e R&B, presi da Lafayette, Louisiana, l’altra città in cui è stato registrato questo album. Duncan si è sempre circondato di musicisti di pregio, e se nei dischi precedenti apparivano Jack Pearson, del giro Allman, Reese Wynans e Jonell Mosser, oltre a Kevin McKendree e il suo datore di lavoro Delbert McClinton, in questo nuovo lavoro, in aggiunta agli ultimi due citati, appaiono anche Sonny Landreth, David Hood. Lynn Williams e le McCrary Sisters, oltre ad una pattuglia di agguerriti musicisti locali; produce lo stesso D.L. Duncan, con l’aiuto dell’ingegnere del suono Tony Daigle, più volte vincitore di Grammy Awards, recente produttore anche dell’ultimo disco di Landreth.

Il suono è quello classico che ci piace, molto blues e country (poco tradizionale) molto got soul, ma anche rock chitarristico e non mancano neppure vivaci ballate tra New Orleans e il Randy Newman più elettrico, il tutto condito dalla voce laconica ma efficace di Duncan, che è pure ottimo chitarrista. Si passa dal ciondolante e divertente groove dell’iniziale I Ain’t The Sharpest Marble, con il piano di McKendree e l’armonica di McClinton a dare man forte alla solista efficace e variegata di Duncan, al poderoso e tirato rock-blues di Dickerson Road, dove la chitarra del nostro si colloca tra il Santana più bluesy e Mark Knopfler dei primi Dire Straits, con continui lancinanti rilanci e un efficace lavoro di raccordo di McKendree, oltre a Hood che pompa di gusto sul suo basso. You Just Never Know è puro Chicago blues elettrico, di nuovo con McClinton all’armonica e McKendree che passa al piano, oltre alle McCrary Sisters che aggiungono la giusta dose di negritudine, il resto del lavoro lo fa una slide tagliente. Che torna, presumo nella mani di Landreth, per una vigorosa Your Own Best Friend, dove tutta la band conferma ancora una volta il suo valore, Duncan e le McCrary cantano con grande impegno, la ritmica e le tastiere lavorano di fino e il pezzo si ascolta tutto di un fiato https://www.youtube.com/watch?v=P_NDU1bA68M . I Know A Good Thing, scritta con Curtis Salgado (il resto dell’album è quasi tutto firmato dallo stesso Duncan) è un altro minaccioso blues d’atmosfera, costruito intorno a un giro di basso di David Hood che ti arriva fino alle budella, sempre con ottimo lavoro alla bottleneck del nostro amico, che pure lui non scherza come slideman.

Sending Me Angels è una bellissima ballata country-blues, scritta da Frankie Miller (altro grandissimo pallino di chi vi scrive) e cantata in passato anche da McClinton, eccellente il lavoro al dobro di Duncan e di McKendree all’organo con le McCrary che aggiungono una quota gospel con le loro deliziose armonie vocali, una sorta di Romeo & Juliet in quel di Nashville https://www.youtube.com/watch?v=xE3LGA7jyNY . Orange Beach Blues, una specie di autobiografia in musica, è comunque grande musica sudista, profumo di blues, di Texas e Louisiana, quella anche delle canzoni di Randy Newman a cui Duncan assomiglia moltissimo nel cantato di questo brano, che poi è un quadretto sonoro che rasenta la perfezione, e con un finale chitarristico di grande fascino. St. Valentine’s Day Blues è la slow ballad avvolgente e malinconica alla B.B. King che non può mancare in un disco come questo, sempre con la chitarra di Duncan in grande evidenza. Sweet Magnolia Love sembra un pezzo di Ry Cooder da Bop Till You Drop o quelli con la coppia di compari Bobby King e Terry Evans, qui sostituiti dalle voci delle bravissime sorelle McCrary, e la chitarra viaggia sempre che è un piacere https://www.youtube.com/watch?v=QEkp3aAcGOc . E a chiudere il tutto All I Have To Offer You Is Love, una bella ballata di stampo knopfleriano scritta da Craig Wiseman, noto autore di brani country in quel di Nashville, di nuovo eccellente il lavoro di Duncan, qui ancora a dobro e mandolino e con il prezioso contributo di David Pinkston alla pedal steel https://www.youtube.com/watch?v=wnx9YqRyATI . Sarà pure piccolo, ma rimane un gioiellino di disco, non facile da recuperare ma la vale la pena cercarlo!

Bruno Conti    

Uno Dei Tanti “Piccoli Segreti” Musicali Americani, Può Sbagliarsi John Fogerty? Bob Malone – Mojo Deluxe

bob malone mojo deluxe

Bob Malone – Mojo Deluxe – Delta Moon 

Un altro dei tanti piccoli “segreti” della scena musicale indipendente americana: si chiama Bob Malone, è nato nel New Jersey, ha studiato al Berklee College Of Music e vive in California, suona le tastiere nella band di John Fogerty dal 2010, ha già otto album solisti al suo attivo, compreso questo Mojo Deluxe. Che altro? Ah, il disco è assolutamente delizioso, quegli album dove si mescolano Rhythm & Blues, soul, rock, uno stile da cantautore a tutto tondo, con tocchi “indolenti” alla Randy Newman, Dr. John o il miglior AJ Croce, uniti al gusto per le belle canzoni, un florilegio di tastiere, piano elettrico Wurlitzer e clavinet, piano a coda, organo Hammond, se serve la fisarmonica: in più è in possesso di una voce espressiva, duttile e vibrante, in grado di districarsi tanto in una morbida ballata, quanto in un rock tirato, o in un blues sporco e cattivo https://www.youtube.com/watch?v=GQUYRVsM2m8 . Non bastasse tutto questo si circonda di ottimi musicisti, a partire da Kenny Aronoff, batterista dal tocco poderoso e compagno di avventura nella band di Fogerty, presente solo nell’iniziale Certain Distance, un bel rock deciso a trazione blues con in evidenza la chitarra, anche slide, del produttore Bob De Marco, che è l’altro grande protagonista del disco e potrebbe essere il Lowell George della situazione, di fronte al Bill Payne impersonato da Malone (perché c’è anche questo aspetto Little Featiano nel suono, in piccolo e con i dovuti distinguo, ma c’è).

Oltre ad Aronoff  sullo sgabello del batterista troviamo l’ottimo Mike Baird, un veterano che ha suonato con tutti, (dai Beach Boys a Joe Cocker e persino nella colonna sonora di Saturday Night Fever e anche una veloce comparsata con Dylan in Silvio), Jeff Dean e Tim Lefebvre si dividono il compito al basso, Stan Behrens (War e Tom Freund) con la sua armonica aggiunge un tocco bluesy alle procedure e, di tanto in tanto, una sezione fiati e un nutrito gruppo di voci femminili aggiungono un supporto speziato al variegato suono del disco. Che è uno dei tanti pregi del disco: dal vivace e tirato rock-blues dell’iniziale Certain Distance, con Aronoff che picchia di gusto, armonica, chitarre e tastiere si dividono gli spazi solisti, la voce di Malone è grintosa e ben supportata dalle armonie vocali di Lavone Seetal e Karen Nash, per un notevole risultato d’insieme. Ambiente sonoro blues confermato nella successiva Toxic Love, più felpata e d’atmosfera, con piano elettrico, un dobro slide e l’armonica che creano sonorità molto New Orleans, sporcate dal rock. Anche le scelta delle cover è quasi “scientifica”: Hard Times di Ray Charles, oscilla sempre tra il classico ondeggiare del “genius” e ballate pianistiche à la Randy Newman, con De Marco che ci regala un breve e scintillante solo di chitarra e Malone che canta veramente alla grande. Anche I’m Not Fine, va di funky groove, con piani elettrici ovunque e il solito bel supporto vocale delle coriste, e De Marco e Malone che aggiungono tanti piccoli ricercati particolari sonori.

Paris è una bellissima ballata pianistica, malinconica e sognante, con il tocco della fisarmonica sullo sfondo, contrabbasso e archi a colorare il suono, elettrica con e-bow e percussioni ad ampliare lo spettro sonoro, e la voce vissuta di Malone a navigare sul tutto, un gioiellino. Eccellente anche Looking For The Blues, di nuovo New Orleans style con fiati scuola Dr.John, ma anche quei pezzi movimentati tra R&B e rock del vecchio Leon Russell o di Joe Cocker, e la slide, questa volta nelle mani di Marty Rifkin, è il tocco in più, oltre alle solite scatenate ragazze ai cori. E anche Rage And Cigarettes, con i suoi sette minuti il brano più lungo, ha sempre quel mélange di R&B, rock e blues, tutti meticciati insieme dalla vocalità quasi nera di Malone che al solito divide gli spazi strumentali con l’ottima chitarra di De Marco https://www.youtube.com/watch?v=iSOdsWsVwqo . Il “vero” blues è omaggiato in una rilettura notturna della classica She Moves Me, solo piano, armonica, contrabbasso e percussioni, per un Muddy Waters d’annata.

Don’t Threaten Me (With A Good Time) di nuovo con un funky clavinet e una sezione fiati pimpante, oltre alla solita chitarra tagliente e al pianino folleggiante di Malone, ricorda di nuovo quello stile in cui erano maestri i citati Leon Russell e Joe Cocker una quarantina di anni fa, rock blues and soul. Di nuovo tempo di ballate con Watching Over Me che potrebbe essere uno dei brani meravigliosi dell’Elton John “americano”, delizioso, quasi una outtake da Tumbleeweed Connection. Chinese Algebra, un boogie rock strumentale scatenato, potrebbero essere quasi i Little Feat in trasferta a New Orleans, con il vorticoso pianismo di Malone in primo piano e per concludere in bellezza un’altra ballatona ricca di pathos come Can’t Get There From Here, altra piccola meraviglia di equilibri sonori come tutto in questo sorprendente album. Grande voce, ottimi musicisti, belle canzoni, che volete di più?

Bruno Conti  

I Primi Passi Di Bonnie Raitt – Under The Falling Sky

bonnie raitt under the falling sky

Bonnie Raitt – Under The Falling Sky – 2 CD FMIC Records

Altra eccellente uscita per questa FMIC Records (??), la stessa che ha pubblicato di recente il bellissimo Carnegie di James Taylor http://discoclub.myblog.it/2015/01/10/altro-live-forse-il-piu-bello-james-taylor-carnegie/ , anche in questo caso di tratta di un doppio, però vero, come durata, che riporta due diverse esibizioni di Bonnie Raitt, registrate per dei broadcast radiofonici, quindi qualità sonora ottima, il 22 febbraio del 1972 ai Sigma Studios di Filadelfia la prima, e il 9 dicembre 1973 ai Record Plant di Sausalito, California, la seconda. Per i fans di Bonnie Raitt, questa volta, a differenza del pur ottimo Ultrasonic Studios 1972 https://www.youtube.com/watch?v=1GALqVg3biE  dove la rossa californiana divideva la scena con Lowell George e John Hammond, entrambe le esibizioni sono a tutti gli effetti suoi concerti. E sono uno più bello dell’altro: nel primo, benché le note riportino “Bonnie Raitt, Guitar Vocals, Solo Performance”, la nostra amica è accompagnata dall’inseparabile Freebo al basso, oltre che, saltuariamente, anche da T.J. Tindall alla chitarra elettrica e da John Davis all’armonica.

bonnie raitt 1° bonnie raitt give it up

La Raitt all’epoca, nonostante avesse poco più di 22 anni, era già una formidabile cantante e una bravissima chitarrista, soprattutto alla slide, e anche una discreta pianista. Il repertorio, come nei primi due dischi, Bonnie Raitt e Give It Up, accolti giustamente in modo entusiastico dalla critica, era un’eccitante miscela di blues, brani scritti da cantautori emergenti (e non, la title-track del CD porta la firma di Jackson Browne) e ballate dall’aura soul degna delle migliori cose di Laura Nyro, ma anche canzoni da cantautrice alla Joni Mitchell (ovviamente una non elide l’altra) La voce delle Raitt era chiara e squillante, con appena un accenno di quella raucedine che l’avrebbe resa una delle voci di riferimento della musica americana. Giustamente, ancora oggi, quando si vuole fare un complimento ad una nuova cantante che si muove tra rock e blues, si dice “sembra Bonnie Raitt”!

bonnie raiit young Bonnie Raitt live 2

Nei due dischetti in oggetto si ascolta una giovane signora, in bilico tra timidezza e, probabilmente, una “leggera ebbrezza” da sostanze varie, che avrebbe condiviso negli anni a venire con il moroso Lowell George, presente in forza con i suoi Little Feat nel terzo album del 1973, Takin’ My Time, altro disco splendido uscito nell’ottobre del 1973, un paio di mesi prima del secondo concerto radiofonico, quello elettrico di nuovo con Freebo, più David Maxwell al piano, Joel Tepp alla chitarra e clarinetto e Dennis Whitted alla batteria. Premesso che nei due CD non c’è un brano scarso che sia uno, tra i migliori come non ricordare, nel disco “acustico”, in ambito Blues, versioni travolgenti di Rollin’ And Tumblin’ con il magico bottleneck della Raitt in azione, Mighty Tight Woman e Women Be Wise, dell’amata Sippie Wallace,  una torrida Finest Lovin’Man, con John Davis all’armonica e TJ Tindall alla solista e l’altro super classico Walkin’ Blues, tra i brani dei cantautori, Bluebird di Stills, il citato brano di Jackson Browne, Any Day Woman di Paul Siebel, stupenda, Too Long At The Fair di Joel Zoss, la pianistica Thank You, scritta dalla stessa Raitt, che sembra un brano perduto della Nyro, una deliziosa Can’t Find My Way Home, che se la batte con la versione dei Blind Faith, ma ripeto, sono tutte belle, un’oretta di delizie elettroacustiche https://www.youtube.com/watch?v=nLaqHor-apo  .

bonnie raitt live 1 bonnie raiit young 2

Il secondo CD ha “solo” 12 brani contro i 16 del primo, l’incisione, comunque molto buona, è forse un filo inferiore, ma qui ascoltiamo Bonnie Raitt in versione elettrica: si parte con Love Me Like A Man, un blues fenomenale scritto da Chris Smither https://www.youtube.com/watch?v=QXLP8_2B2sw , con un grande David Maxwell al piano, un altro brano di Sippie Wallace, You Got To Know How, con una atmosfera retrò da anni ’20-’30, grazie al clarinetto di Joel Tepp. I Thought I Was A Child è un altro brano scritto da Jackson Browne, molto mitchelliano pure questo https://www.youtube.com/watch?v=_GJZ2gzkAKo , eseguito in sequenza con Under The Falling Sky, una versione molto più rock di quella dell’altro concerto https://www.youtube.com/watch?v=81ibYvc1PW4 . Ricorderei anche Give It Up And Let It Go, un brano della stessa Bonnie, che serve per introdurre la band che la accompagna, tratto dal secondo album, con grande uso della slide e preceduto da uno slow blues come Everybody’s Crying Mercy (come si fa a scegliere dei brani? Sono tutti belli!) con un grandissimo Maxwell. I Feel The Same, un’altra perla di Smither e la stupenda Guilty di Randy Newman  https://www.youtube.com/watch?v=fmGlY-8cFCU provengono entrambe da Takin’ My Time, il disco dell’epoca, oltre ad un altro dei piccoli capolavori del primo periodo della Raitt, Love Has No Pride https://www.youtube.com/watch?v=KbqXMQCq59U , scritta da Eric Kaz e Libby Titus (detto per inciso, prima moglie di Levon Helm, mamma di Amy e poi compagna di Donald Fagen), si conclude con Baby I Love You, un altro bluesazzo tirato che Bonnie ha cantato varie volte con BB King, anche nel disco dei duetti. Mi sa che ancora una volta vi tocca mettere mano ai portafogli!

Bruno Conti