“Liquido” Ma Anche Solido, Soprattutto Dal Vivo Un Vero Virtuoso Della 6 Corde. Michael Landau – Liquid Quartet Live

michael landau liquid quartet live

Michael Landau – Liquid Quartet Live – Players Club/Mascot Label Group

Altro album chiaramente indirizzato agli appassionati della chitarra, dopo quello recente, sempre dal vivo, pubblicato da David Grissom https://discoclub.myblog.it/2020/06/13/per-la-gioia-degli-appassionati-della-chitarra-se-riescono-a-trovarlo-david-grissom-trio-live-2020/ , o quello uscito alcuni mesi fa di Sonny Landreth https://discoclub.myblog.it/2020/02/23/e-intanto-sonny-landreth-non-sbaglia-un-disco-sonny-landreth-blacktop-run/ : tre virtuosi assoluti, perché anche Michael Landau ha un passato (e anche un presente, visto il recente Rock Bottom del 2018 https://discoclub.myblog.it/2018/02/23/sempre-a-proposito-di-chitarristi-michael-landau-rock-bottom/ ) di dischi dove l’utilizzo della chitarra elettrica è elevato a livelli quasi “sublimi”, ovviamente per chi ama questo tipo di approccio molto sofisticato alla musica, che per quanto abbia importanti sfumature jazz, però non manca di nerbo e di una varietà di tematiche musicali ispirate da tutta la lunga carriera musicale di Landau, che negli ultimi anni lo avevano portato anche a formare una band con Robben Ford, i Renegade Creation, dove i due stili convivevano appunto alla perfezione https://discoclub.myblog.it/2010/12/27/posso-solo-confermare-michael-landau-robben-ford-jimmy-hasli/ .

Come mi è capitato di dire in passato il buon Michael è una sorta di “chitarrista dei chitarristi” e nei suoi dischi come titolare ama mettere in mostra tutta la tecnica imparata in oltre 45 anni di onorata carriera, suonando di tutto, con tutti. Ma in questo disco dal vivo ha voluto privilegiare soprattutto la componente jazz(rock) della propria musica: nel disco troviamo, come nel precedente CD del 2018, il vecchio amico David Frazee, cantante e chitarrista aggiunto, già con lui nei Burning Water sin dagli anni ‘90, ma anche una nuova sezione ritmica con due pezzi da 90 come il batterista Abe Laboriel Jr (nella band di Paul McCartney da quasi 20 anni) e Jimmy Johnson, bassista nei dischi del compianto Allan Holdsworth da metà anni ‘80 in avanti. La presenza di questi musicisti naturalmente alza l’asticella dei contenuti tecnici della musica a livelli molto alti. Aiuta anche il fatto chi il CD sia stato registrato, lo scorso novembre, in un piccolo locale, il Baked Potato Jazz Club di Los Angeles, famoso per i suoi intimi concerti dove il pubblico presente può apprezzare nitidamente nei dettagli il fluire della musica che viene dispensata agli appassionati presenti.

La serata si apre con Can’t Buy My Way Home, un pezzo quasi after hours del repertorio dei Burning Water, dove rock, blues e jazz convivono mirabilmente nella “musicalità” dei vari componenti la band che si scambiano da subito acrobatici interscambi sonori con nonchalanche ma anche con impeto, interagendo tra loro in modo quasi telepatico, con Landau che lavora di fino su timbriche e sonorità quasi al limite dell’impossibile, per non parlare di Greedy Life un brano dei Renegade Creation dove Landau riproduce la sua parte e quella di Robben Ford in una vorticosa jam da power trio, dove Laboriel e Johnson creano un tappeto ritmico in crescendo da sentire per credere. Well Let’s Just See è uno dei brani nuovi, dove rock hendrixiano e sonorità alla Allan Holdsworth si intrecciano goduriosamente, con Killing Time che rivisita nuovamente il repertorio dei Burning Water in una ballata spaziale e delicata dove si apprezza una volta di più la tecnica prodigiosa del musicista californiano, un vero maestro della chitarra.

Bad Friend viene da Rock Bottom, un brano grintoso e tempestoso cantato a due voci da Michael e Frazee, sempre con la ritmica che imperversa e anche nell’altra canzone nuova Can’t Walk Away From It Now, più flessuosa e sinuosa, Landau esplora i toni e i vibrati della sua chitarra in maniera magistrale e in Renegade Creation quello più carnale e vicino al rock più “riffato” e tradizionale, si fa per dire visto che la chitarra viaggia a velocità supersoniche sostenibili per pochi. One Tear Away è l’altro pezzo estratto da Rock Bottom, un’altra ballata “astrale” di una raffinatezza e sciccheria nuovamente sublimi che mi ha ricordato certe cose dei King Crimson dell’epoca di Adrian Belew. Il concerto si chiude con due brani strumentali Tunnel 88 e Dust Bowl dove Michael Landau esplora sentieri quasi sperimentali con la chitarra in viaggio verso la stratosfera nel primo brano e nelle volute del jazz nel secondo. Che dire? “Cazzarola” se è bravo! Esce al 21 agosto.

Bruno Conti

Provenienza Dubbia, Ma Buona Qualità E Tanti Ospiti Per L’Album Della Figlia Di B.B. Shirley King – Blues For A King

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Shirley King – Blues For A King – Cleopatra Blues

Presentato da alcuni come l’esordio discografico di Shirley King, l’album ha creato interesse perché stiamo parlando di colei che è stata definita “Daughter of the blues”, in qualità di figlia del grande B.B. King. In effetti la nostra amica non è più una giovinetta, quest’anno ad ottobre compirà 71 anni, e la sua carriera musicale consta solo di un paio di episodi tra fine anni ‘80 e negli anni ‘90 (quindi questo CD non è l’esordio), poi diverse comparsate sia come ospite di artisti più o meno celebri, che del babbo negli ultimi di carriera di quest’ultimo. Nata a West Memphis, Arkansas, lungo le rive del Mississippi, Shirley non è mai stata una stretta praticante del blues, in gioventù più orientata verso gospel, soul, perfino country & western, ma poi già dal 1969 aveva fatto la sua scelta di vita, diventando una ballerina, attività che ha svolto per una ventina di anni, dice lei anche con successo, e con buoni riscontri economici, senza dover essere vista per forza come la “figlia di B.B. King”. Vivendo a Chicago a lungo è venuta in contatto anche con la scena locale, ed ha avuto pure una relazione di 5 anni con Al Green (ma non era Reverendo?).

Poi dal 1989 ha cercato, come detto, la strada del blues, cantando soprattutto grandi classici, senza tralasciare ovviamente i brani del padre, presenti in quantità. Il successo diciamo che non l’ha mai sfiorata, un’onesta carriera ma nulla più: poi arrivano i nostri amici della Cleopatra che le propongono un contratto discografico, per un album che viene realizzato seguendo le metodologie della etichetta di Chicago. Ovvero, repertorio, ospiti e sistemi di registrazione li scelgono loro. Poi piazzano Shirley in studio con le cuffie, senza incontrare ospiti e musicisti, e spesso, come ha ricordato lei stessa in alcune interviste, senza neppure conoscere bene le canzoni che doveva interpretare. Ma alla fine, per una volta (o forse due), devo dire che all’ascolto questo Blues For A King funziona, si ascolta con piacere, ci sono alti e bassi ed evidenti disparate fonti del materiale: per esempio in Hoodoo Man Blues, un grande classico delle 12 battute, oltre a Joe Louis Walker alla solista, appare all’armonica colui che ha portato al successo il brano, quel Junior Wells che però è scomparso nel 1998, comunque la voce di Shirley King è ancora potente e vibrante e il suono vigoroso.

Altrove, come nell’iniziale All Of My Lovin’, un brano dal repertorio della Motown, sempre con Walker alla chitarra, la voce di Shirley pare più roca e vissuta, come ribadisce la successiva eccellente cover del brano dei Traffic Feelin’ Alright, con Duke Robillard alla solista, guizzante ed inventiva https://www.youtube.com/watch?v=DNaJhEwkKk0 . Chitarristi che si susseguono brano dopo brano, per esempio nel classico Chicago Blues I Did You Wrong troviamo Elvin Bishop, anche se il suono della base sembra quello di una registrazione di decine di anni fa, scherzi dell’immaginazione o ripescaggio da archivi datati? Per That’s All Right Mama, il classico di Arthur Crudup e di Elvis, si materializza Pat Travers, gagliardo nel suo assolo, però forse un po’ troppo sopra le righe; Can’t Find My Way Home, a conferma della scelta eclettica del repertorio e delle sonorità, è proprio il classico dei Blind Faith con Martin Barre dei Jethro Tull alla solista, versione decisamente rock, ma ben realizzata e con la King che si adatta al suono più “moderno”.

Johnny Porter è un vecchio brano minore dei Temptations, e prevede un duetto con un altro bluesman “attempato” come Arthur Adams, discepolo di babbo Riley, ma alla fine i due se la cavano egregiamente, anche se gli archi sintetici non quagliano molto con il resto. Feeling Good, con sezione fiati e archi aggiunti, è un brano che hanno cantato in tanti, da Nina Simone a Michael Bublé, la nostra amica ci mette impeto e passione, alla solista viene accreditato Robben Ford e lascia il suo segno, Give It All Up francamente non so da dove provenga, ma è un gioioso errebì molto piacevole, con Kirk Fletcher alla chitarra. Il traditional Gallows Pole con Harvey Mandel alla solista in modalità wah-wah, sembra quasi un brano psych-rock e rimandi ala versione dei Led Zeppelin https://www.youtube.com/watch?v=NTYWZOVEUXE , e in conclusione troviamo una buona cover del super classico di Etta James At Last, con archi a profusione e ci sta, la King la canta con grande trasporto e Steve Cropper ci mette il suo tocco discreto. Non un capolavoro ma tutto sommato un album onesto.

Bruno Conti

Ventuno, Anzi Ventidue Chitarristi Per Un Disco Fantastico! Mike Zito & Friends – Rock ‘n’ Roll – A Tribute To Chuck Berry

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Mike Zito & Friends  – Rock ‘n’ Roll – A Tribute To Chuck Berry – Ruf Records

Per motivi assolutamente ignoti ed incomprensibili, visto che non ricorre nessuna particolare evenienza  o anniversario, a distanza di quindici giorni l’uno dall’altro, sono usciti ben due Tributi a Chuck Berry. Uno, Mad Lad, è l ‘ottimo concerto dal vivo di Ronnie Wood con la sua band i Wild Five e la presenza di Imelda May https://discoclub.myblog.it/2019/12/08/se-elvis-era-il-re-del-rocknroll-chuck-era-il-rocknroll-un-sentito-omaggio-da-uno-stone-in-libera-uscita-ronnie-wood-his-wild-five-mad-lad-a-l/ , l’altro, a mio parere veramente strepitoso, è questo Rock ‘n’ Roll – A Tribute To Chuck Berry, dove il texano adottivo Mike Zito ha radunato una pattuglia veramente cospicua, eterogenea, ma vicina alla perfezione nelle scelte, di 21 chitarristi, per reinterpretare 20 classici del musicista di St. Louis (come Zito peraltro, anche lui nativo come Berry della città del Missouri). I risultati, oltre che godibilissimi, sono decisamente coinvolgenti: aiuta sicuramente che le canzoni su cui lavorare siano tra i capisaldi del R&R e del rock tout court, una lunga serie di capolavori assoluti (forse con l’eccezione dell’ultima canzone e di un’altra non celeberrima), ma la passione, il brio, l’impegno con cui sono stati realizzati ,ne fanno un album speciale.

Registrate le basi ai Marz Studios di proprietà di Zito, situati a Nederland (?!?) la piccola cittadina del Texas dove ora vive Mike, con l’aiuto dell’ingegnere del suono David Farrell, ha poi provveduto ad inoltrarli ai 21 chitarristi (e cantanti), dicasi ventuno, che hanno provveduto ad aggiungere le proprie parti (come si usa quando non ci sono i soldi per trovarsi tutti insieme a registrare nella stessa sala) e rispedirle a Zito, che ha poi proceduto ad assemblarle, con le basi fornite da Terry Dry al basso, Matthew Johnson alla batteria e Lewis Stephens a piano, organo e Wurlitzer (perché non si può prescindere dal contributo che il piano di Johnnie Johnson diede alla riuscita delle canzoni di Chuck), nonché l’uso saltuario dei fiati, ed il risultato finale è quello che ora vi descrivo. E’ quasi inevitabile che ad aprire le danze (è il caso di dirlo) sia il nipote di Berry, Chuck III detto Charlie, che dà una mano anche a livello vocale a Zito (che si disimpegna da par suo in tutto l’album), sembra di ascoltare gli Stones dei primi anni ’70 (ops) in questa pimpante St. Louis Blues, tutta riff ed assoli e ci mancherebbe; in Rock And Roll Music, una delle più divertenti del canone di Chuck, Joanna Connor aggiunge la sua slide, mentre i fiati pompano alla grande, versione caldissima.

E Johnny B. Goode? Una vera bomba, con Walter Trout che abbandona il suo amato blues per darci dentro alla grande in una versione potentissima, con lui e Zito che si scambiano vagonate di colpi di chitarra, e duettano anche a livello vocale, mentre la ritmica picchia come se non ci fosse un futuro e il pianino titilla. Ma Chuck Berry amava anche il blues e la versione dello slow Wee Wee Hours, con Joe Bonamassa ingrifatissimo alla chitarra, con un assolo colossale e ripetuto, è da manuale delle 12 battute. Memphis, con Anders Osborne altra voce solista e impegnato alla slide, è una delle più fedeli all’originale, leggiadra e deliziosa; Ryan Perry non è uno dei più conosciuti tra i presenti e quindi non è un caso che anche il brano scelto, una I Want To Be Your Driver composta a metà anni ’60, sia poco nota, ma la versione che ne viene fuori, grazie anche ad un inconsueto organo, sia a metà tra il garage rock e il Bob Seger più impetuoso, grazie anche alle similitudini tra la due voci, e Perry suona, cazzarola se suona. You Never Can Tell è un brano raffinato e cool di suo (qualcuno ha detto Pulp Fiction?) e quindi ideale per lo stile finissimo di Robben Ford, mentre in Back In the Usa  Eric Gales porta un impeto e un gusto hendrixiano, non dimenticando che Jimi amava la musica del colored di Saint Louis, con i fiati che tornano a farsi sentire.

Jeremiah Johnson, uno dei protetti di Zito, porta il suo approccio sudista ad una robusta versione di No Particular Place To Go, e in Too Much Monkey Business  Luther Dickinson, uno dei pezzi da 90 di queste sessions, duetta sia alle voce che alle chitarre per una canzone  tra le più vicine allo spirito degli originali di Chuck Berry, grintosa ma rispettosa il giusto. A proposito di impeccabilità e approccio cool un altro che ne ha fatto un’arte è Sonny Landreth, che munito di bottleneck imbastisce una versione impeccabile della sofisticata Havana Moon, e niente male, per usare un eufemismo, una versione “fumante” e a tutto fiati e chitarre di Promised Land, con Tinsley Ellis e Mike che se le “suonano” a colpi di riff, per lasciare poi spazio ad una sorprendente Down Bound Train (ovviamente non quella di Bruce Springsteen) dove Alex Skolnick dei metallari Testament, si reinventa jazzista, ma cita all’inizio del brano anche gli Zeppelin di Dazed And Confused. Sempre a proposito di trucidoni anche Richard Fortus dei nuovi Guns N’ Roses non se la cava affatto male in una pimpante e canonica Maybellene, dimostrando che Berry negli anni ha influenzato quelle decine di migliaia di musicisti, anche quelli “esagerati”; l’altra recente scoperta di Zito, la texana Ally Venable duetta con il suo mentore in una potente School Days, e anche se la voce non è il massimo, la chitarra viaggia alla grande, insieme a Joanna Connor una delle poche signore presenti.

Kirk Fletcher e Josh Smith fanno coppia in una Brown Eyed Handsome Man che sembra provenire da  una qualche perduta sessione dei Rockpile, e a proposito di R&R ad alta gradazione di ottani, un altro che conosce a menadito la materia è Tommy Castro alle prese con una Reelin’ and Rockin dove lui e Zito sembrano due gemelli separati alla nascita. Altro veterano che si trova alla grande in questa materia, direi come un pisello nel suo baccello, è Jimmy Vivino, che si spara giù una versione di Let It Rock da arresto per superati limiti di velocità, con la sezione fiati che imperversa ancora una volta, come pure il piano. Mancano solo Thirty Days con un arrapatissimo Albert Castiglia a cantarcele e suonarcele ancora una volta a tempo di R&R, sparando riff a destra e manca, e per chiudere, una “strana” My Ding A Ling, la famosa eulogia di Berry al suo pisello (non il vegetale di cui sopra), che gli americani chiamano una novelty song, ovvero doppi sensi a iosa, in ogni caso Kid Andersen (e Zito) l’hanno trasformata in una party song con qualche elemento doo-wop, con divertimento assicurato, che era poi la missione, riuscitissima, di questo album, un piccolo, ma neanche troppo, gioiellino. Se amate il R&R e le chitarre, qui c’è molta trippa per gatti, tutta di prima qualità.

Bruno Conti

Novità Prossime Venture 24. Non Uno Ma Addirittura Due Tributi A Chuck Berry In Uscita: Il Primo Di Mike Zito & Friends Il 1° Novembre, Quello Dal Vivo Di Ronnie Wood Con I Wild Five Previsto Per Il 15 Novembre

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Mike Zito And Friends – A Tribute To Chuck Berry – Ruf Records – 01-11-2019

Ronnie Wood With His Wild Five – Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry with guest Imelda May – BMG – 15-11-2019

Per scrupolo ho controllato, ma prossimamente non ricorre alcun anniversario di Chuck Berry, né della data di morte e neppure di quella di nascita, evidentemente si tratta di una coincidenza, entrambi i musicisti hanno pensato che fosse giunto il momento di dedicare un tributo al grande musicista di St. Louis, uno degli inventori del Rock And Roll, e quindi a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro pubblicano i loro CD incentrati sullo stesso argomento, le canzoni di Chuck Berry.

In effetti Mike Zito (anche se ha svolto la sua attività tra Tennessee, Louisiana e, negli ultimi anni; Texas) è nato proprio nella città del Missouri che ha dato i natali anche a Berry: chitarrista e cantante (ah già, pure l’altro) è uno dei preferiti del sottoscritto e quindi del Blog, dove le recensioni dei suoi dischi, spesso eccellenti, sono di casa, l’ultimo, lo scorso anno è stato https://discoclub.myblog.it/2018/06/02/blues-rock-veramente-di-prima-classe-mike-zito-first-class-life/ ,, ma se seguite i link all’interno del Post, a ritroso potete andare a rileggervi tutti quelli dedicati a lui..Zito è anche un ottimo produttore e spesso comunque nei suoi dischi si trova la presenza di diversi ospiti, e altri sono quelli a cui ha prestato i suoi servigi, comunque la lista di quelli presenti in questo A Tribute To Chuck Berry, in uscita per la Ruf il 1° novembre è veramente impressionante. Registrate le basi ai Marz Studios di sua proprietà, situati a Nederland (?!?) la piccola cittadina del Texas dove vive Mike, con l’aiuto dell’ingegnere del suono David Farrell, ha poi provveduto ad inoltrarli ai 21 chitarristi, dicasi ventuno, che hanno provveduto ad aggiungere le proprie parti (come si usa quando non ci sono i soldi per trovarsi tutti insieme a registrare nella stessa sala) e rispedirle a Zito, che ha poi provveduto ad assemblarle, ed il risultato finale è quello che ascolteremo tra breve.

A parte un paio di presenze di cui francamente avrei fatto a meno (Testament, Guns N’ Roses? Ma per favore) la lista degli ospiti, come detto, è veramente impressionante. I brani sono 20, perché in uno, oltre allo stesso Mike, i solisti sono due, Josh Smith e Kirk Fletcher: del nipote di Chuck, tale Charlie Berry III, ignoravo l’esistenza, ma evidentemente è un segnale di continuità col passato, però non si possono non citare Walter Trout, Joe Bonamassa, Anders Osborne, Robben Ford, Eric Gales, Luther Dickinson, Sonny Landreth, Tinsley Ellis, Tommy Castro. In ogni caso ecco la lista dei brani e dei rispettivi solisti che appaiono in ciascuna canzone. E dai due brani che potete ascoltare il risultato mi sembra veramente notevole,

1. St. Louis Blues – Charlie Berry III
2. Rock N Roll Music – Joanna Connor
3. Johnny B Goode – Walter Trout
4. Wee Wee Hours – Joe Bonamassa
5. Memphis – Anders Osborne
6. I Want To Be Your Driver – Ryan Perry
7. You Never Can Tell – Robben Ford
8. Back In The USA – Eric Gales
9. No Particular Place To Go – Jeremiah Johnson
10. Too Much Monkey Business – Luther Dickinson
11. Havana Moon – Sonny Landreth
12. Promised Land – Tinsley Ellis
13. Downbound Train – Alex Skolnick
14. Maybelline – Richard Fortus
15. School Days – Ally Venable
16. Brown Eyed Handsome Man – Josh Smith/Kirk Fletcher
17. Reeling And Rocking – Tommy Castro
18. Let It Rock – Jimmy Vivino
19. Thirty Days – Albert Castiglia
20. My Ding A Ling – Kid Andersen

Il 15 novembre invece è prevista l’uscita di Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry, un album di cui si parlava già da qualche tempo: si tratta di un concerto registrato nel 2018 al Tivoli Theatre di Wimborne, in Inghilterra, e il cui repertorio non consta integralmente di canzoni scritte da Chuck Berry, ma ci sono anche Tribute to Chuck Berry, scritta dallo stesso Ronnie Wood, Worried Life Blues di Maceo Merriweather, che era il lato B di Bye Bye Johnny..Chi cacchio suoni nel gruppo His Wild Five francamente non lo so, e forse, come ha detto qualcuno, se un tributo così lo avesse fatto l’altro gruppo in cui suona Ronnie, tali Rolling Stones, oppure se a cantare avesse chiamato quell’altro suo vecchio amico scozzese Rod Stewart, forse il risultato sarebbe stato ben altro. Comunque saggiamente Wood ha chiamato a cantare in tre bravi la bravissima vocalist irlandese Imelda May (probabilmente conosciuta tramite Jeff Beck), e al piano appare come ospite Ben Waters.

In ogni caso, come si può ascoltare qui sopra il risultato non è per nulla disprezzabile. E volendo, se avete tanti soldi, oltre alle edizioni in CD e vinile, usciranno anche delle versioni per collezionisti, una deluxe CD+LP+una artcard 12×12 dell’artwork della copertina, oppure una super deluxe con CD, LP, Stampa della parte grafica, Set List dei contenuti numerata e firmata e T-Shirt. Ecco la lista completa dei contenuti dell’album.

  1. Tribute to Chuck Berry
  2. Talking About You
  3. Mad Lad
  4. Wee Wee Hours Feat Imelda May
  5. Almost Grown Feat Imelda May
  6. Back In The USA
  7. Blue Feeling
  8. Worried Life Blues
  9. Little Queenie
  10. Rock ‘N’ Roll Music Feat Imelda May
  11. Johnny B Goode

That’s All Folks, alla prossima.

Bruno Conti

Una “Strana” Coppia, Ma Ben Assortita. Robben Ford & Bill Evans – The Sun Room

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Robben Ford & Bill Evans – The Sun Room – earMUSIC              

Nuovo album per Robben Ford, a meno di un anno dal precedente Purple House https://discoclub.myblog.it/2018/11/10/uno-dei-virtuosi-della-chitarra-elettrica-nuovamente-in-azione-robben-ford-purple-house/ , e a circa tre anni dal collaborativo Lost In Paris Blues Band, con Paul Personne… Questa volta si tratta di un disco in duo con Bill Evans (non il grande pianista jazz, scomparso nel 1980, ma l’omonimo sassofonista jazz/fusion). Curiosamente il disco è già uscito per il mercato giapponese la scorsa primavera, a nome di Evans e Ford, quindi con i cognomi invertiti nella copertina, in quanto il CD era stato pubblicato in Giappone per celebrare i 30 anni del locale Blue Note di Tokyo, in una tournée attribuita al Bill Evans Super Group with special guest Robben Ford.. Non avendo molte altre notizie, avendo ascoltato il disco in netto anticipo sull’uscita, in alcuni paesi europei prevista per il 26 luglio, per una volta mi sono affidato anche a quanto riportato nelle info per la stampa e in particolare a quanto dichiarato da Bill Evans, perché mi sembra pertinente ed inquadra bene anche la tipologia del disco: “Ogni tanto musicisti che la pensano allo stesso modo si uniscono per creare qualcosa che trascende i confini musicali ma che può comunque raggiungere un pubblico più ampio. Secondo me, la musica che abbiamo scritto per The Sun Room è senza tempo. Amo blues, jazz, soul, funk e questo album ha tutto ciò, suonato a livelli altissimi. Non potevo essere più felice. L’atmosfera era grandiosa durante le registrazioni ed era una gioia esserne parte. Ottimo lavoro ragazzi. Rifacciamolo!”

Prima di rifarlo per ora sentiamo cosa contiene il CD: intanto la band è completata dal batterista Keith Carlock, già con gli Steely Dan e dal bassista James Genus, uno che ha suonato con Lee Konitz, Michael Brecker, Branford Marsalis e Chick Corea. Anche se nella versione europea il nome di Robben Ford è più in evidenza, musicalmente mi sembra più vicino alle tematiche sonore di Evans, comunque la classe ed il tocco inconfondibile del chitarrista sono spesso ala ribalta, pur se il sassofono, di solito tenore, ma anche con qualche presenza di quello soprano,  è lo strumento principale. Dalla fusion piacevole ma leggerina, molto anni ’70, dell’iniziale Star Time, che sembra un brano degli L.A. Jazz Express, il vecchio gruppo di Tom Scott in cui militava anche Robben Ford, e che accompagnarono Joni Mitchell nel bellissimo Live Miles Of Aisles, al blues che non manca in una gagliarda Catch And Ride, dove il sax, più intenso, e la chitarra, si dividono gli spazi democraticamente, sempre con Evans comunque più impegnato di Ford, che peraltro il suo “assolino” non manca di regalarcelo, con una timbrica più jazzata, rispetto ai suoi dischi solisti. Big Mama è un funky più leggerino, non dico alla Average White Band, ma quasi, un filo più complesso e ricercato, con spazio per gli ottimi Carlock e Genus, e un altro solo di grande tecnica da parte di Robben.

Gold On My Shoulder è una bella ballata, l’unica cantata da Ford, tipica del suo songbook, anche se la presenza del sax la rende diversa dall’ultima produzione del musicista californiano. La raffinata Pixies, con i due solisti impiegati anche all’unisono, ha un bel arrangiamento da brano jazz classico, con una melodia molto piacevole e una lunga parte improvvisativa, Something In The Rose, più intima e riflessiva, si anima poi nell’assolo di Ford, mentre Insomnia è un altro piacevole brano cantato, non da Robben, forse da Evans, di cui ignoravo eventuali velleità canore, che qui suona il sax soprano. La notturna ed inquietante Strange Days lavora su atmosfere sospese che improvvisamente si animano in fiammate inattese ed è un brano tipicamente jazz, con la conclusiva Bottle Opener, la più lunga, con i suoi oltre otto minuti, che su un agile drumming di Carlock inserisce anche vaghi elementi tra rock e jazz nell’interscambio improvvisativo tra il sax di Evans e la chitarra di Ford, che ricorda certe cose degli Steely Dan di Aja.

Bruno Conti

Per Chi Ama La Chitarra Elettrica (E Robben Ford). Jeff McErlain – Now

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Jeff McErlain – Now  – 13J Records

La prima cosa che colpisce guardando la copertina di questo album (manco a dirlo di non facile reperibilità) è la scritta “featuring Robben Ford”.  Ma non è la solita partecipazione pro forma, il chitarrista californiano appare in questo Now in ogni singolo brano del CD come seconda solista, e ha anche curato la produzione del disco (fatto rarissimo se non unico). Nel disco, oltre a Jeff McErlain e Ford, appare anche la sezione ritmica formata da Anton Nesbitt al basso e da Terence Clark alla batteria, aiutati in alcuni brani da Mike Hayes all’organo Hammond e Kendra Chantelle, voce solista nei due brani non strumentali. Il tutto è stato registrato in quel di Nashville al Sound Emporium, lo studio di Ford, con l’ausilio dell’ingegnere del suono Casey Wasner, abituale collaboratore di Robben, anche nell’ultimo Purple House.

Jeff McErlain è un musicista ed “istruttore di chitarra”, in giro per il mondo in fiere e festival (è venuto anche a Umbria Jazz), autore pure di alcuni corsi in video che trovate in rete: viene da Brooklyn, New York, e si dichiara influenzato da Jeff Beck, Eric Clapton, Allan Holdsworth, Eddie Van Halen e  Michael Schenker, ma anche da Miles Davis e John Coltrane, e ovviamente dal blues di Howlin’ Wolf e Little Walter, scoperti tramite la frequentazione con Ford. Ha già pubblicato un album nel 2009 I’m Tired, quindi questo Now è quindi il suo secondo CD: lo stile è un classico blues-rock con forti influenze fusion e la parte virtuosistica naturalmente non manca, anzi. Otto brani in tutto, alcuni firmati da McErlain, altri da Robben Ford (un paio già apparsi in passato nei dischi dei due in altre versioni,) più una cover del classico Albatross dei Fleetwood Mac di Peter Green https://www.youtube.com/watch?v=hk0rXwcodFs : It Don’t Mean A Thing si apre subito sugli interscambi scoppiettanti delle soliste di McErlain e Ford, che in quanto a tecnica non sono secondi a nessuno, c’è molto blues, ma anche lo stile virtuosistico di stampo jazz-rock di uno come Allan Holdsworth viene subito in mente in questo strumentale dal ritmo vorticoso.

Marta è più riflessiva e ricercata, una ballata raffinata dove le chitarre vengono accarezzate con voluttà, mentre It’s Your Groove, come da titolo, è decisamente più funky e risente della influenza del Miles Davis di metà anni ’70 che fu mentore del Robben Ford più jazzato di quell’epoca. 1968 è un blues, comunque sempre influenzato dalla black music e dal R&B, con le due soliste a rincorrersi di continuo, lasciando alla felpata e sognante Albatros un maggiore ricorso alla melodia, che era uno dei punti di forza di questo grande strumentale scritto da Peter Green. negli anni d’oro dei primi Fleetwood Mac. Better Things, cantata dalla brava Kendra Chantelle, è un vigoroso tuffo nel rock-blues più grintoso e sferzante, con le chitarre che si scatenano nella parte finale; Habit è lo slow blues che non può mancare in un disco come questo, sempre cantato con passione dalla Chantelle e con le due soliste che continuano a rincorrersi https://www.youtube.com/watch?v=EgrhKklA-G4 , dedicato agli amanti del Robben Ford più tecnico (per quanto anche McErlain non scherza). In chiusura Balnakiel un altro eccellente pezzo strumentale molto bluesato, dove si apprezza la bravura di Jeff che sfoggia la sua tecnica sopraffina, senza dimenticarsi di fare comunque appello ad un feeling impeccabile che sarà sicuramente apprezzato dagli appassionati della chitarra elettrica (e di Robben Ford nello specifico).

Bruno Conti

Un “Nuovo” Vecchio Amico Di Robben Ford E John Lee Hooker. Michael Osborn – Hangin’ On

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Michael Osborn – Hangin’ On – Checkerboard Records       

Per la nostra quota mensile di novità blues ecco Michael Osborn, che definire “nuovo” è forse fare torto ad un musicista che ha una storia lunghissima nelle 12 battute, una militanza che inizia verso la metà degli anni ’60, quando parte la sua carriera, insieme a Robben e Patrick Ford, con i quali suona per diversi anni, prima come bassista, poi come chitarrista ritmico (essendoci Robben ovviamente ubi maior minor cessat), arrivando anche a far parte della Charles Ford Blues Band e suonando pure con Charlie Musselwhite, mentre negli anni settanta suona con varie formazioni minori facendo gavetta. Poi nel 1981 tutto questo paga, quando viene invitato a diventare il chitarrista solista della band di John Lee Hooker con cui suona per 13 anni, e ancora nel 1997 è autore di Spellbound per l’album Don’t Look Back. Da allora, oltre ad avere suonato, dal vivo o su disco, con decine, forse centinaia di musicisti, che non citiamo per problemi di spazio, ma ce ne sono di veramente d importanti, ha iniziato una carriera solista, che conta fino ad oggi su otto titoli, di cui 5 pubblicati per la propria etichetta Checkerboard Records, ed è il solito motivo, visto la scarsa reperibilità dei suoi album (anche questo è uscito già da fine maggio 2018), per cui si parla poco di lui, ma è uno che merita di essere conosciuto.

Nonostante la foto che vi accoglie entrando nel suo sito, e che mostra un piacente signore di mezza età, Osborn ha 71 anni, e da qualche anno lavora soprattutto con artisti dell’area di Portland, non una delle mecche del blues, ma Dave Fleschner tastiere, Don Campbell  basso, John Moore (e Dave Melyan ) batteria, Gregg Williams percussioni, e la sezione fiati, presente in una canzone, con Joe McCarthy, Brad Ulrich e Chris Mercer, sono comunque musicisti di pregio, rinforzati da un paio di ospiti, la brava cantante Karen Lovely e l’armonicista e cantante Mitch Kashmar, mentre la sua touring band, The Drivers, è presente in un brano. Il risultato è un solido ed onesto disco di blues elettrico, dieci brani firmati dallo stesso Osborn, con un paio di collaborazioni: la title track Hangin’ On è la classica energica blues ballad, dove si apprezza la pungente solista di Michael, in possesso anche di una voce ricca e pastosa, per avere un riferimento pensare al suo amico Robben Ford, meno raffinato ma altrettanto fluido e con una tecnica notevole al servizio di assoli fluenti e coinvolgenti https://www.youtube.com/watch?v=cqYGJxpfbOI . It’s Your Move è il classico lungo blues lento dalla atmosfera sognante con la chitarra che “soffre” per l’ascoltatore, Fallin’ For You è il tipico shuflfe che rimanda al suono della band dei fratelli Ford, mentre Hey Baby, scritta con Tom Szell, prevede la presenza di Kashmar, che oltre a suonare l’armonica la canta con brio e passione.

When The Blues Come Around, firmata da Osborn con Karen Lovely, che la interpreta, se mi permettete la battuta, con voce “amabile” e di presenza timbrica notevole, è una ballata sixties molto old fashioned ,ma forse anche per questo affascinante; Doctor Please è un errebì funky di buona fattura, ma niente di memorabile, a parte le solite folate della solista, e Say I Do è l’altro brano cantato dalla ottima Lovely, con un timbro vocale che rimanda alla bravissima Mary Coughlan, vissuto e passionale, in questa ballata strappalacrime. When I Listen The Blues è il brano suonato con gli ottimi Drivers, uno dei pezzi più mossi dell’album, anche con la sezione fiati citata in azione, Mint Gin è l’unico pezzo strumentale, uno slow di quelli lancinanti con continui rimandi ai grandi della chitarra blues, e in chiusura troviamo Between A Tear And A Good Time, di nuovo con un pimpante Mitch Kashmar all’armonica, altro esempio dello stile vibrante e ricco di classe di Michael Osborn, forse non un fuoriclasse ma decisamente un buon manico per chi ama le 12 battute.

Bruno Conti

Uno Dei “Virtuosi” Della Chitarra Elettrica Nuovamente in Azione. Robben Ford – Purple House

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Robben Ford – Purple House – EarMUSIC      

Avevamo lasciato Robben Ford alle prese con l’avventura europea di Lost In Paris Blues Band, un  buon disco collaborativo del 2016, realizzato con il bluesman francese Paul Personne e l’americano Ron Thal, oltre a John Jorgenson e Beverly Jo Scott https://discoclub.myblog.it/2017/01/06/quasi-una-super-session-lost-in-paris-blues-band-paul-personne-robben-ford-ron-thal-john-jorgenson-beverly-jo-scott/ .  Nel frattempo ha realizzato anche Supremo, il nuovo disco dei Jing Chi, il power trio che condivide con Jimmy Haslip e Vinnie Colaiuta . Nel 2018 si ripresenta con il suo nuovo disco solista, Purple House, sempre per la earMUSIC, la sua attuale etichetta, con musicisti e compagni d’avventura completamente diversi da quelli che avevano partecipato a Into The Sun,  con nomi di pregio come ospiti, da Warren Haynes a Keb’ Mo’, passando per Robert Randolph, Sonny Landreth e Tyler Bryant degli Shakedown https://discoclub.myblog.it/2015/03/17/la-classe-acqua-2-robben-ford-into-the-sun/ .

Questa volta la produzione è affidata a Casey Wasner, specialista di dischi blues, ingegnere del suono e produttore per i recenti dischi di Keb’ Mo’, da solo e con Taj Mahal, Walter Trout e anche dell’album degli Jing Chi. Wasner, suona anche la chitarra, le tastiere e  la batteria all’occorrenza, e dovrebbe far parte della prossima touring band di Ford con Ryan Madora al basso e Derrek Phillips alla batteria, che presumo  suonino anche nell’album. Quello che è certo è che gli ospiti, meno altisonanti del disco del 2015,ma comunque validi, sono Shemekia Copeland, che duetta nel brano Break In The Chain con Robben, Travis McCready, voce solista nel pezzo Somebody’s Fool, e Drew Smithers seconda chitarra solista in Willing To Wait, entrambi della band di Natchez, Mississippi Bishop Gunn. Ma torniamo a questo Purple House, per il quale, come dice lo stesso Ford nella presentazione, si è voluto porre l’enfasi sulla produzione, privilegiando ulteriormente il suono, da sempre uno dei pallini del chitarrista californiano, e anche un diverso approccio sonoro rispetto alle sue produzioni abituali, per esempio con i Blue Line, dove lo stile era decisamente rivolto al blues e al R&B.

Tangle With Ya, ha un suono tra il funky e il fusion-rock di altre avventure passate, molto ben definito, con gli strumenti decisamente ben delineati, soprattutto il basso, ma anche con l’uso di fiati e voci femminili di supporto, che danno un aura R&B al tutto, mentre l’assolo del nostro come al solito è un prodigio di tecnica e feeling; ancora molto funky moderno per la successiva e sempre fiatistica What I’ Haven’t Done, che ricorda il sound di una sua vecchia formazione, gli LA Express,, mentre gli assoli continuano ad essere sempre fluidi e brillanti. Empty Handed è una sorta di ballata elettroacustica, quasi da cantautore, intima e raffinata, con una bella melodia e un cantato molto partecipe di Ford, che lavora al solito di fino con le chitarre, mentre Bound For Glory è un pezzo rock più leggero, quasi radiofonico, nobilitato come di consueto da un assolo di gran classe.

Break In The Chain, è un gagliardo blues-rock cantato a due voci con Shemekia Copeland, che si conferma una delle cantanti più interessanti attualmente in circolazione https://discoclub.myblog.it/2018/09/04/alle-radici-della-musica-americana-con-classe-e-forza-interpretativa-shemekia-copeland-americas-child/ , mentre il nostro impiega una timbrica della sua solista decisamente più robusta rispetto al passato, anche se ci sono i soliti passaggi elettroacustici di grande tecnica. Wild Honey è un’altra bella ballata mid-tempo da cantautore di ottima fattura, malinconica e quasi di stampo west-coastiano, con il lavoro della solista molto misurato; Cotton Candy torna al funky-rock con un rotondo giro di basso e i fiati che guidano le danze, prima di lasciare spazio alla funambolica solista del leader. Finale con i due brani insieme ai membri dei Bishop Gunn, Somebody’s Fool, un potente e tirato rock-blues, cantato dall’ottimo McCready https://www.youtube.com/watch?v=SWA9sArssmU  e Willing To Wait una blues ballad dove Ford si misura in gusto e classe con la seconda solista di Drew Smithers https://www.youtube.com/watch?v=h0aB6-ustjY . Al solito un buon album per Robben Ford, anche se forse non  particolarmente memorabile.

Bruno Conti

Forever Young: Un Chitarrista Per Tutte Le Stagioni, Basta Trovare I Suoi Dischi! Eric Steckel – Polyphonic Prayer

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Eric Steckel – Polyphonic Prayer – Eric Steckel Music

Passano gli anni ma Eric Steckel rimane sempre giovane: il musicista della Florida è nato nel 1990, ma il suo esordio discografico risale al 2002 quando aveva solo 11 anni. Da allora ha già pubblicato una dozzina di album, comprese alcune rielaborazioni di vecchi dischi, sempre fedele alle sue origini di chitarrista blues e rock, scevro dalle moderne tecnologie e legato ad un suono che rimane volutamente tradizionale nelle sonorità. Solo le sue chitarre, di cui è un virtuoso assoluto, l’uso dell’organo, del quale nel corso degli anni è diventato un buon praticante, ma se la cava anche al piano, e un batterista a cui affida la parte ritmica dei brani, tenendo per sé anche le parti di basso (anche se dal vivo usa una band). L’album precedente Black Gold, uscito circa tre anni fa http://discoclub.myblog.it/2016/09/08/amanti-dei-bravi-chitarristi-ex-ragazzo-prodigio-eric-steckel-black-gold/ , optava per un suono più duro rispetto alle radici blues del “ragazzo” (in fondo ha solo 27 anni), mentre in questo nuovo Polyphonic Prayer c’è a tratti un certo ritorno alle 12 battute classiche, anche se la quota rock e virtuosistica rimane intatta: però brani come She’s 19 Years Old o It’s My Own Fault illustrano chiaramente le sue radici, il sound è quello dei classici dischi rock-blues degli anni ’70, quindi Zeppelin, Bad Company, Humble Pie, aggiungete nomi a piacere, ma anche Bonamassa o Kenny Wayne Shepherd, senza dimenticare Hendrix e Stevie Ray Vaughan, tutti nomi “giusti”.

Prendete She’s 19 Years Old che viaggia sull’onda di un bel lavoro di raccordo dell’organo, quando entra la chitarra in modalità slide di Steckel è un florilegio di note inarrestabile, con tutta la tecnica ma anche il feeling di questo ex ragazzo prodigio in mostra, come pure nel super slow It’s My Own Fault dove Eric si raddoppia sia al piano che all’organo, mettendo in mostra anche la sua eccellente attitudine di vocalist, non lontana da quella di un Robben Ford, mentre la chitarra è guizzante, fluida e ricca di tono, come pochi altri chitarristi attuali possono vantare. Waitin’ For The Bus è dura e tirata come l’originale degli ZZ Top, southern rock potente e cattivo, forse fin troppo “esagerato” nelle sue sonorità, ma le chitarre viaggiano che è un piacere; We’re Still Friends parte con un eccellente introduzione pianistica di grande pathos e poi diventa una piacevole ballata atmosferica, con gli strumenti che si aggiungono mano a mano, fino all’ingresso della voce e alla quasi inevitabile esplosione della chitarra che rilascia un vero e proprio fiume di note nel lungo e lancinante solo nella seconda parte del brano, dove Eric mette in mostra nuovamente tutta la sua grande perizia tecnica.

Can’t Go Back, come altri brani già presente nel suo repertorio Live da anni, ha un suono più duro e scontato, anche se temperato dall’uso dell’organo che gli conferisce una patina molto seventies e le consuete acrobazie sonore della chitarra, mentre Unforgettable ha qualche velleità radiofonica grazie ad un ritornello orecchiabile, ma il brano in sé non è memorabile, un po’ banale, anche se la solista lavora sempre di fino. Tennessee è un poderoso rock-blues che ricorda certe cose di Ted Nugent o delle frange più hard del southern-rock, tipo Molly Hatchet o Blackfoot, sound già presente anche nel precedente Black Gold, con Picture Frame che concede di nuovo ad un suono più commerciale e radiofonico, pur se sempre nobilitato dall’irrisoria facilità con cui Steckel estrae dal suo strumento assolo dopo assolo. Through Your Eyes è un’altra ballata pianistica, melodica ed intensa, forse poco legata al suono d’insieme del disco, ma sicuramente di buona fattura e la conclusiva Make It Rain ritorna alla modalità più blues e raffinata dei migliori brani dell’album, quelli dove si percepisce una sorta di affinità di intenti con lo stile raffinato e di grande valenza del miglior Robben Ford (ma anche l’assolo di organo in questo brano è da applausi), insomma il nostro amico è veramente bravo, e chi ama il suono puro della chitarra elettrica troverà in questo Polyphonic Prayer più di un motivo di interesse, ammesso che si riesca a rintracciare Il CD sempre di difficile rperibilità.

Bruno Conti

Ancora A Proposito Di Chitarristi. Michael Landau – Rock Bottom

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Michael Landau – Rock Bottom – Mascot/Provogue

Michael Landau è il classico “chitarrista dei chitarristi”, un musicista molto stimato dai colleghi, poco conosciuto direttamente dal grande pubblico, anche se il suo nome appare nei credits di almeno 800 album (forse anche di più!) dalla metà degli anni ’70 a oggi: quando qualcuno ha bisogno di un musicista nell’area di Los Angeles e dintorni, ma anche nel resto del mondo, il nome di Landau è uno dei più ricorrenti. Ha iniziato come chitarrista nella band di Boz Scaggs e poi si è subito tuffato nel remunerativo mondo dei sessionmen, negli anni ’80 e ’90 (insieme a Steve Lukather, Michael Thompson e Dan Huff) :era raro che ci fossero dischi di rock in quegli anni, soprattutto registrati in California, dove non suonasse il nostro amico. Non sempre, anzi raramente, in dischi che ci appartengono a livello di gusto (e tuttora alterna partecipazioni agli album di Ramazzotti e Tiziano Ferro, con quelle alla Steve Gadd Band,oppure  con James Taylor o Beth Hart), in passato però ha suonato anche con Joni Mitchell, Miles Davis, Pink Floyd, ma pure in una valanga di “tavanate galattiche” che vi risparmio. Il chitarrista però è uno di quelli bravi, come dimostrano i suoi rari album solisti, gli ultimi un Live del 2006 e un Organic Instrumentals del 2012, dove può indulgere anche alla sua passione per un jazz (rock) alla Allan Holdsworth e simili, oppure nei Renegade Creation, con Robben Ford, in cui viene praticato un rock-blues muscolare, comunque di eccellente fattura tecnica http://discoclub.myblog.it/2010/12/27/posso-solo-confermare-michael-landau-robben-ford-jimmy-hasli/ .

Tra i vari gruppi, poco noti, in cui aveva militato Landau in passato, c’erano stati ad inizio anni ’90 i Burning Water, autori di quattro album, band in cui c’erano anche il fratello Teddy Landau al basso, il cantante David Frazee, entrambi li ritroviamo ora in questo Rock Bottom, insieme al nuovo batterista Alan Hertz. Il disco è in uscita oggi 23 febbraio, ed è il classico album che unisce le varie passioni di Michael: c’è molto rock, ma anche brani dove spicca l’acrobatico stile jazzato di Landau, che in passato è stato definito una sorta di Jimi Hendrix per il 21° secolo, in quanto secondo qualche critico “estroso e visionario” potrebbe suonare la musica che il mancino di Seattle stava per intraprendere al tempo della sua scomparsa, una fusione di jazz e rock. Potrebbe essere, perché di “nuovi Jimi Hendrix” ce ne sono stati quanti i nuovi Dylan, ma l’originale era uno solo. Comunque il nuovo CD complessivamente è decisamente buono, con parecchi brani sopra la media, e altri meno eccitanti: l’iniziale Squirrels, dove si apprezza anche l’eccellente apporto dell’organo di Larry Goldings, che è il tastierista aggiunto in tutto l’album, ha quasi venature leggermente psichedeliche e sognanti, con l’ottima voce di Frazee in primo piano e le evoluzioni della solista di Landau, che subito si accompagnano all’eccellente lavoro ritmico del gruppo, dove spicca il basso del fratello Teddy Landau, partenza molto interessante.

Poi ribadita nella rocciosa Bad Friend, in effetti hendrixiana e roccata, ma anche raffinata, una specie, più o meno, di Red Hot Chili Peppers meno proni alle derive commerciali degli ultimi album, con la chitarra di Michael Landau, anche in modalità wah-wah, veramente dappertutto; Gettin’ Old, con i suoi tocchi jazz e atmosferici può rimandare ai lavori di Holdsworth con i Tempest o di Ollie Halsall con i Patto, grande tecnica ma anche spirito rock. We All Feel The Same è un blues futuribile nello stile dell’amico Robben Ford, sospeso e felpato, con le tastiere che scivolano sullo sfondo, mentre la chitarra pennella note ad effetto in grande souplesse e Frazee canta in modo davvero brillante, We’re Alright vira nuovamente verso un rock robusto e anche accattivante, con i suoi riff ripetuti e un groove molto coinvolgente, sempre nobilitato dalle scariche micidiali della solista di Landau . One Tear Away è una sorta di doom rock con vaghi retrogusti sabbathiani, senza violenze metal, ma con il gusto per un’improvvisazione raffinata ed elegante che riscopre il miglior rock progressivo degli anni ’70 https://www.youtube.com/watch?v=YHEtbAe46m4 ; Poor Dear è un solido rock-blues tra Cream e Steve Miller Band, mentre Freedom è una ballata jazz crepuscolare, da suonarsi in qualche nightclub d’elite di New York ed Heaven In the Alley un’altra pigra e ciondolante ballad fuori dagli schemi e alquanto irrisolta, ma con il solito assolo prodigioso. Chiude l’album Speak Now, Make Your Peace uno “strano” blues notturno parlato, molto minimale ma poco coinvolgente, al di là dell’immancabile assolo strabiliante della chitarra, doppiata dell’organo, che lo risveglia nel finale. Per chi ama i chitarristi, ma non solo.

Bruno Conti