Forever Young: Un Chitarrista Per Tutte Le Stagioni, Basta Trovare I Suoi Dischi! Eric Steckel – Polyphonic Prayer

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Eric Steckel – Polyphonic Prayer – Eric Steckel Music

Passano gli anni ma Eric Steckel rimane sempre giovane: il musicista della Florida è nato nel 1990, ma il suo esordio discografico risale al 2002 quando aveva solo 11 anni. Da allora ha già pubblicato una dozzina di album, comprese alcune rielaborazioni di vecchi dischi, sempre fedele alle sue origini di chitarrista blues e rock, scevro dalle moderne tecnologie e legato ad un suono che rimane volutamente tradizionale nelle sonorità. Solo le sue chitarre, di cui è un virtuoso assoluto, l’uso dell’organo, del quale nel corso degli anni è diventato un buon praticante, ma se la cava anche al piano, e un batterista a cui affida la parte ritmica dei brani, tenendo per sé anche le parti di basso (anche se dal vivo usa una band). L’album precedente Black Gold, uscito circa tre anni fa http://discoclub.myblog.it/2016/09/08/amanti-dei-bravi-chitarristi-ex-ragazzo-prodigio-eric-steckel-black-gold/ , optava per un suono più duro rispetto alle radici blues del “ragazzo” (in fondo ha solo 27 anni), mentre in questo nuovo Polyphonic Prayer c’è a tratti un certo ritorno alle 12 battute classiche, anche se la quota rock e virtuosistica rimane intatta: però brani come She’s 19 Years Old o It’s My Own Fault illustrano chiaramente le sue radici, il sound è quello dei classici dischi rock-blues degli anni ’70, quindi Zeppelin, Bad Company, Humble Pie, aggiungete nomi a piacere, ma anche Bonamassa o Kenny Wayne Shepherd, senza dimenticare Hendrix e Stevie Ray Vaughan, tutti nomi “giusti”.

Prendete She’s 19 Years Old che viaggia sull’onda di un bel lavoro di raccordo dell’organo, quando entra la chitarra in modalità slide di Steckel è un florilegio di note inarrestabile, con tutta la tecnica ma anche il feeling di questo ex ragazzo prodigio in mostra, come pure nel super slow It’s My Own Fault dove Eric si raddoppia sia al piano che all’organo, mettendo in mostra anche la sua eccellente attitudine di vocalist, non lontana da quella di un Robben Ford, mentre la chitarra è guizzante, fluida e ricca di tono, come pochi altri chitarristi attuali possono vantare. Waitin’ For The Bus è dura e tirata come l’originale degli ZZ Top, southern rock potente e cattivo, forse fin troppo “esagerato” nelle sue sonorità, ma le chitarre viaggiano che è un piacere; We’re Still Friends parte con un eccellente introduzione pianistica di grande pathos e poi diventa una piacevole ballata atmosferica, con gli strumenti che si aggiungono mano a mano, fino all’ingresso della voce e alla quasi inevitabile esplosione della chitarra che rilascia un vero e proprio fiume di note nel lungo e lancinante solo nella seconda parte del brano, dove Eric mette in mostra nuovamente tutta la sua grande perizia tecnica.

Can’t Go Back, come altri brani già presente nel suo repertorio Live da anni, ha un suono più duro e scontato, anche se temperato dall’uso dell’organo che gli conferisce una patina molto seventies e le consuete acrobazie sonore della chitarra, mentre Unforgettable ha qualche velleità radiofonica grazie ad un ritornello orecchiabile, ma il brano in sé non è memorabile, un po’ banale, anche se la solista lavora sempre di fino. Tennessee è un poderoso rock-blues che ricorda certe cose di Ted Nugent o delle frange più hard del southern-rock, tipo Molly Hatchet o Blackfoot, sound già presente anche nel precedente Black Gold, con Picture Frame che concede di nuovo ad un suono più commerciale e radiofonico, pur se sempre nobilitato dall’irrisoria facilità con cui Steckel estrae dal suo strumento assolo dopo assolo. Through Your Eyes è un’altra ballata pianistica, melodica ed intensa, forse poco legata al suono d’insieme del disco, ma sicuramente di buona fattura e la conclusiva Make It Rain ritorna alla modalità più blues e raffinata dei migliori brani dell’album, quelli dove si percepisce una sorta di affinità di intenti con lo stile raffinato e di grande valenza del miglior Robben Ford (ma anche l’assolo di organo in questo brano è da applausi), insomma il nostro amico è veramente bravo, e chi ama il suono puro della chitarra elettrica troverà in questo Polyphonic Prayer più di un motivo di interesse, ammesso che si riesca a rintracciare Il CD sempre di difficile rperibilità.

Bruno Conti

Tra Rock, Blues E Soul, 100% Made In Texas. Milligan Vaughan Project – MVP

mvp milligan vaughan project

Milligan Vaughan Project – Milligan Vaughan Project – Mark One CD

Il Texas non è solo terra di outlaws e countrymen dal pelo duro, ma anche di bluesmen e soul singers: un valido esempio è sicuramente Malford Milligan, grande cantante attivo dagli anni novanta, in possesso di un’ugola potentissima ma anche piena di sfaccettature e sfumature, in grado quindi di affrontare con estrema disinvoltura soul, rock e blues. Milligan ha di recente stretto un’alleanza con Tyrone Vaughan, chitarrista dal nobile lignaggio: è infatti il figlio di Jimmie Vaughan, e quindi nipote del grandissimo Stevie Ray Vaughan (e fu proprio lo zio a regalare a Tyrone la sua prima chitarra https://www.youtube.com/watch?v=U6__Fcz_KC8 ), un giovane ma dotato axeman che ha esordito nel 2013 con il discreto Downtime. I due musicisti si sono incontrati qualche tempo fa e hanno capito di avere diverse passioni musicali in comune, ed il frutto della loro collaborazione è contenuto in questo Milligan Vaughan Project, che è anche il nome che si sono dati come band, un riuscito album che passa tranquillamente dal rock al blues al soul, suonato benissimo e cantato ancora meglio. Il gruppo che accompagna i due è di tutto rispetto: come seconda chitarra abbiamo nientemeno che il grande David Grissom, che produce anche parte del disco (il resto è nelle mani di Omar Vallejo) e collabora nella stesura di alcuni brani, mentre alla batteria troviamo il potente Brannen Temple, al basso Jeff Hayes e Chris Maresh, il tutto condito dalle ottime tastiere di Michael Ramos, uno che ha suonato anche con John Mellencamp).

Ma i leader sono loro, Milligan e Vaughan, che si intendono alla perfezione e ci regalano quaranta minuti di piacevolissimo rock-blues made in Texas, con la voce di Malford a dare quella nota soul che fa la differenza, e la chitarra di Tyrone che, se proprio non arriva ai livelli dello zio (che è ineguagliabile per chiunque), di certo è sulla buona strada per ripercorrere almeno le orme del padre; l’unico difetto, se proprio vogliamo, sono due-tre canzoni non all’altezza delle altre, più che altro a causa di un songwriting nella media, mentre nelle cover il gruppo viaggia che è un piacere. Si parte con Soul Satisfaction, un rock-soul potente e granitico, una maniera decisamente tonica di aprire il disco: fra Vaughan e Grissom è un bel suonare, ma anche la sezione ritmica picchia di brutto. La cadenzata Dangerous Eyes, un brano del bluesman texano Edwin Holt, è un rock-blues di quelli “grassi”, con il binomio voce-chitarra che funziona alla grande, e pure di feeling ce n’è a palate (peccato che l’assolo di Tyrone venga sfumato nel finale); Little Bit Of Heaven è un funkettone decisamente caldo ed annerito, con l’organo sugli scudi e tutti gli altri strumenti al posto giusto: Milligan canta come sempre alla grande e Vaughan rilascia un assolo breve ma ficcante.

Driving You è un jump-blues molto coinvolgente e godibile, con i nostri che ci danno dentro in maniera vibrante, e quando arriva il turno di Tyrone la temperatura si alza; Leave My Girl Alone è un classico di Buddy Guy (ma l’ha fatta anche Stevie Ray), ed è quindi materia pericolosa, ma i nostri omaggiano i due mostri sacri con rispetto e senza fargli il verso, anche perché ne uscirebbero sconfitti (l’assolo di chitarra comunque un applauso lo merita, e forse anche una standing ovation). Compared To What è un pezzo di Les Cann inciso anche da Ray Charles e da Roberta Flack, puro errebi, vivace, pimpante e con un gran lavoro di pianoforte, e la chitarra che porta l’elemento blues, Here I Am è una deliziosa soul ballad scritta da Grissom (una sorpresa, il chitarrista texano non è mai stato un grande autore), cantata splendidamente da Milligan e suonata con grande classe dal resto del gruppo, una delle migliori del CD. La parte in studio termina con la solida e possente Devil’s Breath, ben suonata come al solito ma un gradino sotto le precedenti, e con il gospel del reverendo James Cleveland Two Wings, trasformata in una ballata acustica, cantata in maniera straordinaria; come bonus abbiamo due brani dal vivo ad Austin, il rock-blues What Passes For Love (ancora scritta da Grissom), che non è tra le mie preferite anche se non presenta sbavature, e con una vigorosa versione di Palace Of The King, che invece non sfigura neppure vicino all’originale di Freddie King. Quindi un bel dischetto di solido rock-soul-blues elettrico, che con qualche brano originale in meno e qualche cover in più il giudizio sarebbe probabilmente stato anche migliore.

Marco Verdi

*NDB Mi permetto di aggiungere una piccola postilla per segnalare che Malford Milligan David Grissom hanno fatto parte negli anni ’90 degli Storyville, una band dalle grandi potenzialità (tre album nella loro discografia), non espresse compiutamente, dove militavano anche David Holt e la sezione ritmica dei Double Trouble di Stevie Ray Vaughan, ovvero Tommy Shannon Chris Layton. E aggiungo che Tyrone Vaughan è attualmente uno dei due chitarristi e cantanti dei Royal Southern Brotherhood.

Un Chitarrista Sopraffino, E Anche Gli Altri Non Scherzano. Koch Marshall Trio – Toby Arrives

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Koch Marshall Trio – Toby Arrives – The Players Club/Mascot

Gli americani li chiamano organ trios, ma in effetti lo strumento protagonista è principalmente la chitarra elettrica, anche se l’organo svolge una funzione tutt’altro che secondaria, quasi alla pari con la solista, e pure la batteria non scherza, quindi manca solo il basso, sostituito dai pedali dell’organo: per portare il paragone un po’ agli estremi potremmo dire che pure i Doors erano un organ trio, con cantante, mentre nel Koch Marshall Trio siamo in un ambito totalmente strumentale. Un altro album di cui abbiamo parlato recentemente, quello dal vivo del Jimmie Vaughan Trio, era molto simile come approccio http://discoclub.myblog.it/2017/11/05/pochi-ma-buoni-ora-anche-dal-vivo-jimmie-vaughan-trio-featuring-mike-flanigin-live-at-c-boys/ , anche se qualche brano cantato lì c’era, e in quel caso il repertorio era costituito interamente da cover, per lo più riprese da vecchi brani degli anni ’50 e ’60, mentre in questo disco è tutto materiale originale composto, o, se preferite, “improvvisato” per l’occasione. Altri praticanti, con qualche variazione, di questa materia, possono essere Ronnie Earl con la sua band, ma ultimamente aggiunge spesso vocalist e fiati, andando nel passato Danny Gatton con Joey DeFrancesco, anche Stevie Ray Vaughan e Reese Wynans oppure Roy Buchanan e Dick Heinze nei pezzi strumentali. Per non dire di un brano classico come Still Raining, Still Dreaming da Electric Ladyland, dove Jimi Hendrix veniva affiancato da Mike Finnigan e in Voodoo Chile c’era Steve Winwood, anche se il capostipite si potrebbe considerare Jimmy Smith, sia con Kenny Burrell che con Wes Montogomery: si potrebbe andare avanti per delle ore, ma quelli sono i punti di riferimento per Greg Koch, chitarra solista, il figlio Dylan Koch alla batteria, e il protagonista del titolo dell’album Toby Lee Marshall, vero virtuoso dell’organo Hammond B3 (e forzando un po’ il detto, veramente due braccia rubate all’agricoltura, in quanto si era ritirato dalla musica per lavorare in una fattoria).

Anche Greg Koch è un virtuoso della chitarra, solista dotato di grande tecnica, feeling e profonde conoscenze, tanto che sia la Fender che Guitar Player lo hanno usato a lungo come “esperto” dello strumento. Nel suo ultimo disco di quasi 5 anni fa fa Playing Well With Others era circondato da moltissimi amici (da Bonamassa a Robben Ford, passando per Paul Barrère e Jon Cleary) con ottimi risultati http://discoclub.myblog.it/2013/11/03/c-e-sempre-qualcuno-bravo-che-sfugge-greg-koch-band-plays-we/ , gli ospiti per questo Toby Arrives spariscono ma non i risultati, un sound spettacolare, caratterizzato proprio dalle gioie della improvvisazione pura, per gli amanti di chitarra e organo. Koch babbo per l’occasione utilizza una Gibson Les Paul del ’58 nei primi due brani, il sinuoso e potente shuffle Toby Arrives che è proprio un parente stretto del brano di Hendrix appena citato, con l’aggiunta di quel chicken pickin’ che era caratteristica di Buchanan e Gatton,  di cui non fa rimpiangere i virtuosismi estremi attraverso scale musicali quasi impossibili, mentre Marshall “scivola” di brutto con il suo organo e Koch junior swinga di gusto  e in Funk Meat, come da titolo, il sound si fa più rotondo come ritmi, ma la solista ha sempre un suono limpido, nitido e pungente come pochi chitarristi possono vantare, con un controllo dello strumento veramente magnifico e una fluidità di tocco impressionante con le note che escono dalla Gibson di Koch in un fiume inarrestabile.

Anche quando passa, per i restanti sette pezzi dell’album, alla amata Fender Telecaster con dei pickups modello Greg Koch (!), potenziata da un fuzz box: scusate i tecnicismi, ma qui per gli amanti della chitarra c’è veramente da godere, pur se il suono rimane caldo e coinvolgente, con un susseguirsi di assoli veramente splendidi, come nella divertente Heed The Boogaloo che corre su un ritmo che richiama i vecchi groove dei brani Stax di Wilson Pickett o ancor di più i brani strumentali di Booker T & Mg’s, ma con la solista che ha gli stessi virtuosismi del miglior Roy Buchanan, al limite del preternaturale https://www.youtube.com/watch?v=Svj-VZXjiOo  e pure l’organo non scherza. Let’s Go Sinister, sempre uno shuffle, è più sinuosa e swingante, ma la chitarra continua a creare mirabilie sonore, tipiche dei brani strumentali dei grandi virtuosi del blues. Mysterioso il brano più lungo, con i suoi quasi 10 minuti, entra nei territori cari ad un Robben Ford o ad un Allan Holdsworth, con sonorità decisamente più orientate verso il jazz-rock virtuosistico e qualcosa di Zappa; Enter The Rats introduce qualche elemento di country picking, ma giusto un tocco, il tutto comunque preso a velocità sbalorditive, mentre Boogie Yourself Drade, come il titolo lascia intuire, è un boogie southern alla ZZ Top o alla Thorogood, con il trio a tutto riff, e che non si risparmia ancora una volta. Ancora southern per la conclusiva Sin, Repent, Repeat, dove Greg Koch passato alla slide, ricostruisce le atmosfere dei fratelli Allman, Duane e Gregg, altro brano notevole per un album veramente da consigliare a chi ama la chitarra in tutte le sue coniugazioni. Esce il 23 febbraio.

Bruno Conti

Cielo Grigio Su, Chitarra Rossa Giù… Indigenous – Gray Skies

indigenous gray skies

Indigenous – Gray Skies – Blues Bureau International/InakustikIrd

Mi scuso per l’ardita citazione poetico/canzonettistica nel titolo, ma mi scappava, comunque…

Questo dovrebbe essere l’undicesimo disco degli Indigenous (o 12°, a seconda dei conteggi delle discografie, se si contano forse anche gli EP e i Live), ma escluso il disco fatto in trio, a nome Mato Nanji, con David Hidalgo e Luther Dickinson. Per lui (loro), come per altri, vale il discorso che il meglio di solito esce ad inizio carriera, ma la band guidata dal nativo americano ha comunque creato spesso parecchi motivi di interesse, soprattutto per gli appassionati di rock-blues e di chitarristi in generale, con dischi dove “l’attrezzo musicale” è elemento importante ed imprescindibile del tutto, ma non sempre le canzoni sono all’altezza del contorno. L’ultimo disco del 2014 Time Is Coming, come dicevo all’epoca dell’uscita http://discoclub.myblog.it/2014/07/16/nativo-americano-sempre-piu-rock-indigenous-featuring-mato-nanji-time-is-coming/ , era comunque un buon album, in grado di soddisfare chi da questi dischi cerca grinta, perizia tecnica e tanta chitarra. Direi che anche in questo Gray Skies, per quanto i cieli siano grigi l’orizzonte pare comunque sgombro e ben visibile: la “parrocchia musicale” è sempre quella di Cream, Hendrix, Stevie Ray Vaughan e soci e discendenti, anche se la produzione di Mike Varney, boss della Blues Bureau (e anche della Shrapnel) evidenzia a tratti aspetti più hard ed esagerati nel genere del nostro amico.

Questa volta però il suono mi sembra più bilanciato e raccolto, e quindi sono abbastanza d’accordo con chi trova il nuovo album uno dei suoi migliori in assoluto e un ritorno alla forma dei tempi migliori: Stay Behind è una buona partenza, il groove è abbastanza alla Cream, ma l’uso dell’organo di Tommy Paris, un feeling sudista e una melodia che entra subito in testa permettono di gustare con piacere le evoluzioni della solista di Nanji, sempre brillante e ricca di inventiva, ma pure grintosa e potente, la parte cantata è onesta, pure i riff non mancano. Le canzoni al solito portano la firma di Mato Nanji, aiutato di tanto in tanto dalla moglie Leah Williamson e dallo stesso Varney: I’m Missing You è un buon rock-blues dalle parti di Stevie Ray Vaughan (e per analogia di Hendrix), al solito nobilitato dal lavoro della chitarra, mentre le parti vocali sono più scontate, croce e delizia di questo tipo di dischi (ma neppure SRV era questo gran cantante); Lonely Days è una piacevole rock ballad dal ritmo ondeggiante e con una buona melodia, al solito punteggiata dal timbro piacevole della solista di Mato, mentre Healers è più potente e tirata, anche se al di là del consueto phrasing sempre brillante dello strumento, comunque al centro del sound degli Indigenous, il resto è meno memorabile.

On My Way, sulle ali di un riff trascinante è un altro bel pezzo di classic rock, con un wah-wah veramente scatenato, e non può mancare un classico slow blues di stampo hendrixiano come l’eccellente Hear My Voice, dove la Stratocaster di Nanji, ben sostenuta dall’organo di Paris, costruisce una bella atmosfera sonora, intrigante e sognante, prima di rilasciare un assolo di rara classe e sensibilità, non lontano parente di brani alla Little Wing. Let It Shine è di nuovo dalle parti del blues-rock texano alla SRV, sentito mille volte, ma sempre gradito, come pure la scarica di pura energia della poderosa Don’t Know Where To Go e le 12 battute classiche di Let’s Carry On, cariche di blues, poi reiterate nel vibrante slow blues della lunga Both To Blame, dove la chitarra è sempre protagonista assoluta, grazie alla tecnica sopraffina e al feeling di uno dei migliori chitarristi del genere attualmente in circolazione. Il southern boogie della frizzante e coinvolgente You Broke It, You Bought It  e la frenetica e tiratissima What You Runnin’ From, concludono in bellezza un disco che non mancherà di entusiasmare chi ama questo tipo di musica: file under rock-blues.

Bruno Conti

Il Famoso “Secondo Difficile Album”. Tyler Bryant & The Shakedown – Tyler Bryant & The Shakedown

tyler bryant & the shakedown

Tyler Bryant & The Shakedown – Tyler Bryant & The Shakedown – Spinefarm Records

Dall’esordio Wild Child del 2013 sono passati quattro anni http://discoclub.myblog.it/2013/01/19/una-curiosa-coincidenza-tyler-bryant-the-shakedown-wild-chil/ , quindi i ragazzi texani (almeno il leader è nato laggiù) ma di stanza a Nashville, si sono presi tutto il tempo che occorreva per realizzare il famoso “secondo difficile album”, l’omonimo Tyler Bryant & The Shakedown. Tyler Bryant, chitarrista, cantante e autore dei brani (a rotazione con gli altri componenti della band, soprattutto il batterista Caleb Crosby), non è un più giovincello: l’ex ragazzo prodigio che divideva i palchi con Jeff Beck, Clapton, B.B King e Z.Z. Top, oggi ha 26 anni, ma dalla foto di copertina ne dimostra anche meno, e questo disco dovrebbe essere la conferma di quanto di buono (e meno buono) aveva messo in luce con il primo CD. Aiutato dal secondo chitarrista Graham Whitford (figlio di Brad, degli Aerosmith) e dal nuovo bassista Noah Denney (si sa i bassisti si cambiano spesso), Bryant propone il suo “solito” menu a base di rock-blues, hard rock e classic rock anni ’70 https://www.youtube.com/watch?v=oi1G1_j3hc8 , con risultati in parte apprezzabili per quanto non memorabili, la stoffa c’è, ma un occhio è fin troppo rivolto anche verso il mercato, pure in questi tempi dove la discografia annaspa si spera comunque di vendere, ed è umano. Le chitarre “riffano”, la sezione ritmica picchia, e Bryant e Whitford  si disbrigano con buona lena alle chitarre: i brani magari non sempre sono impeccabili, l’iniziale Heartland non è imparentata con il roots rock di Mellencamp, ma la successiva Don’t Mind The Blood sicuramente qualche spunto dai vecchi Yardbirds di Beck lo prende (e per osmosi dai loro seguaci Aerosmith), con accenti blues-rock e un groove sinuoso, mentre le chitarre iniziano a scaldare il motore.

tyler bryant & the shakedown 2

https://www.youtube.com/watch?v=menivpp5zzM

Jealous Me con voce filtrata e coretti fastidiosi si avvicina a quel rock misto a pop che ammorba le classifiche, omologato con altri mille brani simili che magari troveranno la loro strada in qualche futuro spot o colonna sonora, il sound della chitarra è interessante, ma basta? Con Backfire siamo dalle parti degli ZZ Top anni ’80, quelli più radiofonici e da MTV (entrambe in via di estinzione), meglio la bluesata Ramblin’ Bones dove Bryant imbraccia una acustica con bottleneck per un tuffo in un suono più roots, ma nulla per cui stracciarsi le vesti. Weak And Weepin’ è un bel rock and roll come usavano fare i vecchi Aerosmith, tutto ritmo e riff con le chitarre che imperversano, finalmente un po’ di vita sul pianeta Shakedown, Anche Manipulate Me più “atmosferica” e con qualche tocco glam, grazie alla voce particolare di Bryant, non è malaccio, con Easy Target che vira verso un rock-blues forse un po’ di maniera ma efficace nelle sue derive chitarristiche. Magnetic Field è la classica ballata che non può mancare in un disco come questo, forse un po’ irrisolta sia pure con il solito buon lavoro delle chitarre, che poi si scatenano nella dura Aftershock. Finale a sorpresa con le atmosfere sospese, leggermente psych, della conclusiva Into The Black. Mi sa che il secondo disco era “difficile” davvero, vedremo il prossimo: se siete proprio in astinenza da rock magari fateci un pensierino.

Bruno Conti

Pillole Sempre Più “Robuste” Per La Cura Del Rock. Blues Pills – Lady In Gold – Live In Paris

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Blues Pills – Lady In Gold – Live In Paris – 2 CD 2CD+DVD Nuclear Blast/Warner

I Blues Pills sono in attività dal 2014: fino ad ora hanno pubblicato due album in studio, il primo omonimo e Lady In Gold dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/08/09/nuova-razione-pillole-rivigorenti-rock-blues-dal-nord-europa-blues-pills-lady-gold/ . Ma anche parecchi EP, e non dimentichiamo tutti i Live già usciti finora: questo Live In Paris viene presentato come primo disco dal vivo della band, ma allora il mini al Rockpalast di tre anni fa, il Blues Pills Live “limited” del 2015, la versione speciale del disco dello scorso anno che includeva anche un DVD Live In Berlin con 12 pezzi, e il mini Live At Deezer, sempre registrato a Parigi nel 2016 e in vendita sul loro sito, come li consideriamo? A questo punto Bonamassa diventa quasi un dilettante. Ok, questa volta i brani vertono principalmente sul repertorio tratto da Lady In Gold, il concerto è stato registrato al Trianon di Parigi il 30 ottobre dello scorso anno, ed esce sia come doppio CD che come CD/DVD, anche se dura comunque solo 75 minuti. Non avendo avuto il tempo di vedere il video, se non molto velocemente, questa recensione verterà sul supporto audio. Il quartetto svedese, così è stato deciso per la loro nazionalità, in effetti ruota soprattutto intorno alla personalità della frontwoman e cantante solista Erin Larsson, voce potente e carismatica, di chiara derivazione jopliniana, e l’avvenenza sicuramente non guasta, come molte sue controparti femminili in giro per il mondo, Beth Hart e Dana Fuchs, che però secondo me sono di un’altra categoria, e molto più eclettiche, o i No Sinner di Colleen Rennison,  etichettati, più o meno, come rock-blues, hard rock, rock psichedelico, quello piuttosto duro anziché no.

Il copione prevede anche un ottimo chitarrista, e loro ce l’hanno, nella figura del giovane francese Dorian Sorriaux, un buon bassista, l’unico americano rimasto in formazione Zach Anderson, co-autore dei brani con la Larsson, e un energico batterista, l’altro svedese André Kvarnström. Quindici brani in totale, con diverse fonti di “ispirazione” citate, oltre alla consueta Janis Joplin (ma direi che siamo siamo più dalle parti di Lynn Carey, detta Mama Lion, che aveva una voce della Madonna, e pochi la ricordano https://www.youtube.com/watch?v=oBEbc1rRteU ), Led Zeppelin, Free, Cream, i vecchi Fleetwood Mac di Peter Green, “coverizzati” in passato, Tony Joe White (di cui riprendono Element And Things a tutto wah-wah , come nell’ originale, che per quanto tirato era comunque un’altra cosa). E comunque i “baldi giovani” alla fine sono bravi, scrivono le loro canzoni, che per quanto derivative sono molto piacevoli, e dal vivo acquistano anche una verve maggiore: come si diceva, praticamente nove brani su dieci, compresa l’unica cover di TJW, vengono dal disco di studio.. La title track sprizza energia e potenza, con il quartetto ben spalleggiato anche da Rickard Nygren, tastierista e chitarrista aggiunto nei tour, lei Erin canta a pieni polmoni e Sorriaux inanella una bella serie di assoli, un sound che rimanda anche alle canadesi Heart, che quando erano in modalità rock non scherzavano.

Litte Boy Preacher è sempre piuttosto duretta, ma nella parte finale strumentale sempre con wah-wah a manetta si cerca di riprendere l’hard rock psych e progressivo delle band inglesi dei 70’s, Bad Talkers ha un riff tra Deep Purple e Thin Lizzy e non molla la presa e pure Won’t Go Back non rallenta i ritmi. Che invece nella successiva Black Smoke, uno dei loro cavalli di battaglia dal primo album, si stemperano per un attimo in una hard blues ballad, ma è un attimo, il ritmo cambia e accelera di continuo e la band tira sempre di brutto. E pure Bliss, uno dei brani contenuti nel primo EP del 2012, non concede requie agli ascoltatori, forse l’hard rock sta prendendo fin troppo il sopravvento nel sound del gruppo, le chitarre e la voce ruggiscono quasi di continuo. Little Sun, sempre dal primo album, illustra il loro lato più “gentile” e ricercato, una ballata in crescendo che gira attorno ad una melodia più composita, ma è un attimo, di Elements And Things, un’orgia wah-wah psichedelica con uso di organo, abbiamo detto; You Gotta Try è classico 70’s rock di buona fattura e anche la “riffatissima” High Class Woman dal primo album è potenza pura, mentre Ain’t No Change permette di gustare le eccellenti divagazioni solistiche del bravo Dorian Sorriaux e Devil Man è un altro dei brani portanti del 1° album, intenso e vigoroso, con il pubblico parigino in delirio. Il finale di concerto è affidato ad un trittico di brani tratti dal nuovo album: I Felt A Change, Rejection e Gone So Long, la prima una ballata solo voce e piano, che per una volta permette di apprezzare la voce “naturale” della Larsson, che poi si scatena con il resto del gruppo, soprattutto nell’antemica e dark Gone So Long. Un filo “esagerati”, ma gli estimatori apprezzeranno.

Bruno Conti

 

Anche Lui Festeggia (Più O Meno) 50 Anni Di Carriera. Jeff Beck – Live At The Hollywood Bowl

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Jeff Beck  – Live At The Hollywood Bowl – Eagle Vision/Universal 2CD/DVD – Blu-ray

Lo avevamo lasciato poco più di un anno fa, alle prese con un album, Loud Hailer, che al di là delle solite quasi preternaturali doti chitarristiche di Jeff Beck, che con la chitarra fa ancora cose mirabolanti, salvo poche eccezioni, non era un disco proprio memorabile http://discoclub.myblog.it/2016/07/15/jeff-beck-loud-hailer-le-chitarre-bene-il-resto-po-meno/ . Già in quella occasione avevo annunciato l’allora imminente concerto al Hollywood Bowl di Los Angeles per festeggiare i 50 anni di carriera, esprimendo le mie perplessità (che ribadisco) su come vengono conteggiati questi anniversari: se partiamo dai Tridents, il primo gruppo di Beck, risaliamo al 1963, se viceversa il conteggio parte dagli Yardbirds, comunque  al 1965. Ma si sa che questi dettagli sono trascurabili per le case discografiche e spesso anche per gli artisti: comunque il concerto c’è stato, al 10 agosto del 2016, è stato registrato e filmato, ed ora esce in formato doppio CD con DVD o Blu-ray, ed è pure molto bello. Il nostro amico dal capello corvino “naturale” non è nuovo ai dischi (e ai DVD) dal vivo, se non ho fatto male i conti negli ultimi 10 anni, ne sono usciti almeno 7, tra quelli regolari e i bootleg ufficiali, quasi sempre molto buoni, con delle punte di eccellenza assoluta in quello registrato al Ronnie Scott’s di Londra.

La formazione è la stessa dell’ultimo disco di studio, con Rhonda Smith al basso (un’altra di quelle formidabili strumentiste che ogni tanto Jeff scopre), Jonathan Joseph alla batteria, nonché Carmen Vandenberg alla chitarra ritmica e Rosie Oddie alla voce (entrambe della band Bones, una “scoperta” devo dire meno interessante) che apre il concerto, armata di megafono e in tuta mimetica, con The Revolution Will Be Televised, in uno dei pochi brani scarsi del concerto stesso, che per il resto è fantastico. Come la sezione dedicata agli Yardbirds, che parte con il riff celeberrimo “east meets west” di Over Under Sideways Down, dove alla voce solista c’è Jimmy Hall dei Wet Willie, che rimane anche per le successive Heart Full Of Soul e For Your Love, un trio di brani che hanno fatto la storia del primo British Rock, quello che miscelava beat e le prime avvisaglie del “rock” prossimo ad arrivare, e di cui Beck è sicuramente uno dei padri putativi con i due dischi del Jeff Beck Group (con Rod Stewart alla voce, e prima dell’arrivo dei Led Zeppelin dell’amico/nemico Jimmy Page). Nel concerto c’è un altro dei pezzi più celebri di Beck, quel Jeff’s Bolero (scritta proprio da Page) che introduce questa passione per i brani strumentali che rimarrà una costante nella carriera del chitarrista inglese, grande versione per inciso, con Beck che inizia a lavorare anche con il bottleneck, per creare i suoi suoni “impossibili”. A questo punto Jeff Beck ricorda al pubblico che arrivò in California la prima volta nel 1965, ma come turista, mentre oggi è uno dei più rispettati artisti del globo: il rock classico irrompe con il medley stellare Rice Pudding/Morning Dew, ancora con Jimmy Hall alla voce solista (grande cantante) e poi si sublima in Freeway Jam, uno dei suoi pezzi più celebri, con il nostro amico che continua ad estrarre mirabilie dalla sua Fender bianca, mentre la sezione ritmica pompa di brutto, e Jan Hammer che si è aggiunto al synth inizia a gareggiare con Beck per vedere chi realizza le note più bizzarre con il proprio strumento.

E non siamo ancora a mezz’ora dall’inizio: Hammer rimane per tutta la sezione jazz-rock del concerto, tutti brani firmati dal tastierista, meno una splendida versione di Cause We’ve Ended As Lovers, la struggente ballata di Stevie Wonder che ai tempi Jeff dedicò a Roy Buchanan. Big Block, da Guitar Shop, chiude il primo CD, mentre nel video, senza soluzione di continuità, arriva Beth Hart per la “consueta”, ma sempre magnifica, versione di I’d Rather Go Blind, uno dei must del concerto, con i due che si stimolano a dare il meglio, in questa immortale canzone, da sempre legata a Etta James, e il pubblico va in visibilio, e per Let Me Love You arriva anche Buddy Guy, per una lotta tra titani della chitarra a colpi di blues. Live In the Dark e Scared For Children, le due canzoni con Rosie Oddie , tratte dall’ultimo CD, non sono malvagie, ma impallidiscono rispetto al resto. La parte finale, veramente scintillante, è un continuo crescendo, prima Rough Boys con Billy Gibbons degli ZZ Top, per l’ultimo duetto tra leggende della chitarra, poi arriva Steven Tyler  per un altro tuffo nel songbook degli Yardbirds, con una potentissima Train Kept A-Rollin’ (che facevano anche gli Aerosmith) e non poteva mancare Shapes Of Things. Non manca neppure la splendida e rivisitata rilettura strumentale di A Day In The Life dei Beatles, meritata vincitrice di un Grammy, mentre per fortuna ci dispensa da Nessun Dorma. Last but not least, finale spettacolare con tutto il cast sul palco per una corale Purple Rain, cantata splendidamente da Beth Hart, in omaggio dell’allora scomparso da poco Prince. Gran Concerto!

Bruno Conti

*NDB. Per motivi che mi sono ignoti (anche a me che l’ho scritta) nella recensione di questo Live, uscita sul Buscadero, nella parte dell’intestazione il disco è stato definito Live At The Hollywood Ball che, a prescindere dal fatto che si pronuncia all’incirca allo stesso modo di Bowl, comunque non esiste. Approfitto dell’occasione per scusarmi con i lettori, visto che quando ho cercato di correggere l’errore ormai la rivista era già in stampa, e quindi ho ripristinato l’esatta grafia per l’occasione e per farmi perdonare ho inserito il video che vedete qui sopra, un altro concerto di Jeff Beck che nel frattempo continua ad imperversare imperterrito dal vivo e speriamo continui a lungo a farlo.

Il Nuovo British Blues? Forse Era Meglio Quello Vecchio, Per Quanto… Sean Webster Band – Leave Your Heart At The Door

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Sean Webster Band – Leave Your Heart At The Door – Sean Webster Band.Com   

Quando si pensa ad un movimento blues nel Regno Unito (ed in Irlanda) siamo comunque su un ordine di grandezza abbastanza importante: il numero dei gruppi e solisti praticanti è piuttosto consistente, però a differenza degli Stati Uniti, lo stile è decisamente più meticciato con il rock e spesso con l’hard-rock, per quanto di qualità, e quindi parliamo più di blues-rock che di blues vero e proprio, con qualche eccezione anche storica. In effetti le nuove generazioni, e comunque in generale, citano di solito come influenze, a fianco dell’immancabile trittico dei King (Albert, B.B e Freddie). Albert Collins, Robert Cray, più raramente Muddy Waters e Howlin’ Wolf, ma soprattutto gente come Gary Moore, Mark Knopfler, persino Jonny Lang, oltre a Eric Clapton, che è il punto di riferimento massimo. O quantomeno questi sono i nomi che cita Sean Webster, chitarrista inglese, titolare di una band che ha al proprio attivo già cinque album e un EP, e una cospicua serie di tour in giro per il mondo: al solito non stiamo parlando di un fenomeno assoluto, ma di un chitarrista e cantante (che qualcuno ha paragonato a Joe Cocker, ma al sottoscritto ricorda più Zucchero quando fa Cocker, quindi diciamo adeguato), comunque di buona qualità, i cui dischi si ascoltano con piacere, e questo Leave Your Heart At The Door, il sesto della serie, non fa eccezione.

Accompagnato da una band internazionale, composta da musicisti olandesi e canadesi, Greg Smith al basso, Joel Purkess alla batteria e Bob Fridzema alla batteria, Webster ci propone undici brani originali, con l’unica eccezione di una cover firmata da Keith Urban, che non è proprio il primo nome che mi vien in mente come bluesman. Comunque niente paura, ribadisco, il disco è piacevole: sin dall’apertura, con un rock and soul ondeggiante appunto tra Joe Cocker e Clapton, Give Me The Truth, dove si apprezza anche il mixaggio dell’album, affidato a Jon Astley (uno che ha lavorato per Who, Charlie Watts, George Harrison, Eric Clapton, Rolling Stones,Van Morrison, Paul McCartney, Peter Gabriel e mille altri), quindi sound brillante, con la chitarra spesso pimpante e in bella evidenza. Wait Another Day è una ballata, melodica e claptoniana (si può dire, ormai è un aggettivo assodato), rock classico, niente blues neanche a cercarlo col lanternino, ma Webster e soci suonano veramente bene, con l’assolo, quando arriva nel finale, molto alla Manolenta, ricco di feeling e buon gusto. Non male anche l’intensa Broken Man, con un buon interscambio tra organo e chitarra e il solito assolo, quasi alla Gilmour per l’occasione, e You Got To Know, dove finalmente si vira verso un blues(rock) grintoso e tirato, che poi si appalesa in tutta la sua forza in un lungo slow blues classico come Start Again, dove Webster  lascia andare la solista con feeling e tecnica.

Hands Of Time, leggera e scanzonata, seppur non memorabile è di nuovo dalle parti del Joe Cocker meno ingrifato, pure con arrangiamento d’archi aggiunto, mentre Silence Echoes In My Heart è quasi un composito tra Pink Floyd e Procol Harum, con qualche eco soul. Rimaniamo dalle parti del british pop-rock anche per la ritmata You Can Say, con la title-track Leave Your Heart At The Door che è di nuovo una bella balata, dalle parti del blue eyed soul raffinato. PennyLeen Krebbers, non conosco ma brava, aggiunge la sua ugola per una I Don’t Wanna Talk About It che viaggia dalle parti dei duetti Beth Hart/Joe Bonamassa, con meno grinta e classe, ma buona attitudine. Infine ‘Til Summer Comes Around è una canzoncina che denota lo stile del suo autore (Keith Urban), niente di deleterio, ma ce ne sono mille così in giro, si poteva scegliere meglio. In definitiva piacevole e ben suonato, una sorta di controparte inglese di Jonny Lang o di John Mayer, se vi interessa.

Bruno Conti

Per La Serie Un Cofanetto Non Si Nega A Nessuno! Cozy Powell – The Polydor Years

cozy powell the polydor years

Cozy Powell – The Polydor Years – 3 CD Caroline/Universal

Cozy Powell, uno dei batteristi storici del rock e dell’hard rock britannico è scomparso ormai da parecchi anni, nel 1998 ,a soli 50 anni, e forse non ha lasciato una traccia indelebile nella storia della musica, ma è stato uno dei batteristi più potenti ed eclettici in quel ambito musicale. Ha iniziato con i Sorcerers, una band che obiettivamente nessuno ricorda, ma poi, dove avere incrociato i suoi percorsi con Robert Plant, John Bonham, Dave Pegg e Tony Iommi, tutti prima che diventassero famosi, nel 1970 arriva il primo incarico importante, come batterista per il Jeff Beck Group, coi quale incide dei brani per un progetto di brani della Tamla Motown, che rimane a tutt’oggi incompleto ed inedito, registrato nel periodo in cui Beck era reduce dall’incidente che gli aveva impedito di formare un gruppo con Bogert ed Appice dei Vanilla Fudge, che avrebbero formato i Cactus. Nel frattempo in Inghilterra Powell partecipa al Festival dell’Isola di Wight come batterista con Tony Joe White, e finalmente nell’ottobre del 1971 esce il primo dei due ottimi dischi del Jeff Beck Group Mark II, Rough And Ready, seguito l’anno successivo dal disco omonimo, a questo punto Jeff può formare il trio Beck, Bogert And Appice e Cozy entra nei Bedlam, una band che non ha lasciato tracce significative, se non un buon disco di rock-blues progressivo nel 1973. Nello stesso anno Cozy Powell registra Dance With The Devil https://www.youtube.com/watch?v=NO_fx1WshCA, un singolo che nel gennaio del 1974 arriverà fino al n° 3 delle classifiche inglesi, con Suzi Quatro al basso, poi inizia una serie di incontri con musicisti del giro hard-rock-blues che non approdano a nulla, fino a che nel 1975 entra nei Rainbowinsieme a Ritchie Blackmore Ronnie James Dio, dove rimarrà fino alla fine degli anni ’70. Uno potrebbe pensare che questo box sia una sorta di summa del meglio delle collaborazioni di Powell in quella decade, ma in effetti raccoglie i suoi tre dischi solisti, pubblicati appunto per la Polydor tra il 1979 e il 1983.

E più precisamente Over The Top del 1979, Tilt del 1981 Octopuss del 1983. In seguito il nostro amico suonerà ancora nel Michael Shenker Group, nei Whitesnake dal 1982 al 1985, come Emerson, Lake & Powell, per un paio di anni, forse perché era l’unico batterista di una certa caratura con il cognome che iniziava per P, per poter usare la sigla E, L & P; altre apparizioni con i Black Sabbath, la Brian May Band, il Peter Green Splinter Group, Yingwie Malmesteen, fino alla morte avvenuta nell’aprile del 1998 in seguito ad un eclatante incidente automobilistico avvenuto in autostrada a 150 chilometri all’ora.. Come si rileva dai nomi citati, più o meno sapete cosa aspettarvi nel contenuto dei tre dischi presenti in questo cofanetto, che tra i suoi pregi ha anche il fatto di avere un costo che dovrebbe essere intorno ai 20 euro, forse meno. Nel primo disco, quello del 1979, alle chitarre si alternano Gary Moore, Bernie Marsden Clem Clempson, al basso troviamo Jack Bruce e alle tastiere Don Airey, con Max Midlleton nel brano The Loner, dedicato a Jeff Beck. Il produttore è Martin Birch, quello di quasi tutti i dischi migliori dei Deep Purple, dei Fleetwood Mac, dei Wishbone Ash, dei Rainbow e dei Whitesnake, oltre a decine di altri gruppi. Nella versione contenuta nel box il CD riporta ben 8 bonus tracks, tra cui sei brani strumentali. Anche in Tilt ci sono una valanga di ospiti: di nuovo Bernie Marsden, Gary Moore, Jack Bruce Don Airey, ma anche Jeff Beck, Mel Collins David Sancious. In Octopuss appaiono Colin Hodgkinson, lo strepitoso bassista dei Back Door, un trio jazz-rock attivo all’inizio anni ’70 https://www.youtube.com/watch?v=2EL_AiCDXP0 , dove gli strumenti solisti erano il sax e il basso, usato quasi come una chitarra, Mel Galley dei Trapeze, Gay Moore, Don Airey Jon Lord completano la line-up del disco. Tre più che onesti dischi di, come vogliamo chiamarlo, hard-rock-blues virtuosistico (ogni tanto forse anche “esagerato”, come nella title-track del primo album che è un ri-arrangiamento di un brano di Tchaikvosky, però suonato spesso alla grande), con l’accento sovente posto, naturalmente, sulla presenza della batteria. Ecco il contenuto completo del cofanetto.

[CD1: Over The Top]
1. Theme One
2. Killer
3. Heidi Goes To Town
4. El Sid
5. Sweet Poison
6. The Loner
7. Over The Top
Bonus Tracks:
8. Over The Top (Single Version)
9. The Loner (Single Version)
10. Heidi Goes To Town (Instrumental 1)
11. Heidi Goes To Town (Instrumental 2)
12. Sweet Poison (Instrumental 1)
13. Sweet Poison (Instrumental 2)
14. Sweet Poison (Instrumental 3)
15. The Loner (Instrumental)

[CD2: Tilt]
1. Cat Moves
2. Sunset
3. Living A Lie
4. Hot Rock
5. The Blister
6. The Right Side
7. Jekyll & Hyde
8. Sooner Or Later

[CD3: Octopuss]
1. Up On The Downs
2. 633 Squadron
3. Octopuss
4. The Big Country
5. Formula One
6. Princetown
7. Dartmoore
8. The Rattler

Esce il 1° di settembre.

Bruno Conti

Giovane, Ma Tosto Pure Questo. Tom Killner – Live

tom killner live

Tom Killner – Live – Cleopatra Records

Ultimamente i migliori nuovi chitarristi blues (e rock) vengono prodotti dalla scena musicale americana, anche per le dimensioni del bacino da cui pescare, ma ogni tanto pure dall’Inghilterra arriva qualche nome degno di nota: penso a Aynsley Lister, Oli Brown, Laurence Jones, tra le donne a Joanne Shaw Taylor, e tra quelli più affermati a Matt Schofield o Danny Bryant, tanto per ricordarne alcuni. Forse proprio a quest’ultimo si può avvicinare il giovane Tom Killner: ventuno anni, già con un album di studio pubblicato nel 2015, Killner è uno di quelli dal sound “tosto” e tirato, di scuola rock-blues, un repertorio che pesca nei classici (ma nel disco di studio c’erano anche sue composizioni), e infatti questo disco dal vivo, registrato alla Old School House di Barnsley, è composto solo di cover. Quando ho letto il nome dell’etichetta (la mitica Cleopatra!) ho temuto il peggio, ma questa volta devo dire tutto bene. Killner si presenta sul palco con il suo gruppo, un quintetto che prevede un secondo chitarrista e un tastierista: il suono è in effetti, almeno nei primi brani, piuttosto tirato anziché no. Si capisce che il giovane ha messo a frutto gli ascolti della collezione di dischi del babbo, dai Cream a Hendrix, ma anche i vecchi Fleetwood Mac e il southern rock, e per il modo di cantare e suonare, ruvido e grintoso, anche uno come Rory Gallagher (un po’ più “cicciotto”) viene citato dallo stile esuberante di Tom.

Questo almeno è il punto di partenza, ma poi gli ascolti e le influenze si sono ampliate per confluire in questo disco dal vivo: prendiamo la traccia di apertura, Like It This Way, un brano dei primi Fleetwood Mac, firmato da Danny Kirwan, e mai inciso dal gruppo di Peter Green, solo eseguito in concerto e poi uscito in un disco postumo, l’approccio di Killner e soci è quello ruspante e ispido che ci si potrebbe aspettare. Ritmica dura e cattiva, doppia chitarra solista (come i vecchi Fleetwood), voce sopra le righe, ma corposa per un 21enne, e via pedalare, l’organo lavora sullo sfondo e Killner comincia ad esplorare la sua solista con voluttà ; King Bee più che a Muddy Waters (debitamente citato) rimanda proprio al giovane Rory Gallagher, chitarra arrotata, un pianino saltellante e tanta grinta, manco fossero i giovani Taste. Ain’t No Rest For The Wicked non è qualche oscura perla del British Blues, ma un brano dei Cage The Elephant (già presente nel disco di studio), a dimostrazione che il buon Tom ascolta anche materiale contemporaneo, una bella hard ballad con umori southern di buona fattura, mentre Have You Ever Loved A Woman è il suo omaggio al grande blues, un lento legato quasi inestricabilmente a Eric Clapton, ma di cui Killner ci regala una versione calda e raffinata, con uno splendido lavoro in crescendo della sua chitarra che inanella assolo dopo assolo, ben coadiuvato dal secondo chitarrista Jack Allen e dal tastierista Wesley Brook.

Higher Ground di Stevie Wonder non è una scelta che ti aspetteresti, ma l’approccio funky ed hendrixiano, è brillante e riuscito. L’altro brano estratto dal disco di studio è una ripresa di Cocaine Blues, lenta ed atmosferica con un pregevole uso su toni e volumi. Poi tocca ad una esuberante ma rispettosa Crosstown Traffic di Mister Jimi Hendrix, suonata veramente bene. Segue un inatteso doppio omaggio al sound sudista e agli Allman Brothers, prima con una lirica ed intensa Soulshine di Warren Haynes, poi con una veemente e “riffata” Whipping Post, dove si apprezza l’ottimo lavoro di tutta la band, e anche se Killner non può competere con la voce di Gregg Allman, la parte strumentale è eccellente, come pure nella successiva The Weight, con il classico della Band ripreso con rispetto e il giusto approccio per questo capolavoro. Ancora Hendrix con una vorticosa e fumante Foxy Lady, che conferma le buone impressioni sollevate da questo giovane Tom Killner. La stoffa c’’è, come conferma anche la conclusione con una robusta versione di With A Little Help From My Friends di Joe Cocker (di cui sto guardando proprio in questi giorni il documentario relativo alla sua vita Mad With Soul, del quale a tempo debito vi riferirò sul sito) che se non raggiunge le vette di quella che fanno dal vivo i SIMO, ci si avvicina di parecchio. 70 minuti complessivi di rock e blues da gustare tutto d’un fiato, questa volta la Cleopatra non ha “ciccato”!

Bruno Conti