Saluti Da Londra, Abbey Road. Joe Bonamassa – Royal Tea

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Joe Bonamassa – Royal Tea – Mascot/JR Adventures/Provogue

E’ passato pochissimo dall’uscita di A New Day Now, la riproposizione riveduta e corretta del suo album del 200https://discoclub.myblog.it/2020/08/29/una-edizione-riveduta-e-corretta-del-suo-primo-album-joe-bonamassa-a-new-day-now-20th-anniversary-edition/ , ma, come ormai tutti sanno, Joe Bonamassa una ne pensa e cento ne fa: bisogna trovare sempre qualche idea nuova, un “progetto” come dicono quelli che parlano bene. L’ultima pensata è stata quella di realizzare un disco ideato e concepito in Gran Bretagna, a Londra in particolare, l’estate scorsa, dedicato ai British Guitar Heroes (qualcuno dirà, ma non era già uscito British Blues Explosionhttps://discoclub.myblog.it/2018/05/13/uno-strepitoso-omaggio-ai-tre-re-inglesi-della-chitarra-joe-bonamassa-british-blues-explosion-live/ ).

Vero, ma ci sono neppure tanto  sottili differenze: quello era un disco dal vivo dedicato a cover di brani del repertorio di Eric Clapton, Jeff Beck e Jimmy Page, questa volta Joe si è recato a Londra per respirarne l’aria e soprattutto collaborare con alcuni “luminari” come Bernie Marsden dei Whitesnake (ma prima anche negli UFO), il paroliere dei Cream Pete Brown, e il pianista Jools Holland (Squeeze, ma anche una leggenda della TV e radio inglese), per scrivere una serie di canzoni ispirate da quel mondo, e Bonamassa cita alcuni dei suoi idoli dell’epoca, i Bluesbreakers di Mayall con Eric Clapton, il primo Jeff Beck Group e i Cream. Ovviamente trovandosi a Londra si è pensato bene con il suo produttore Kevin Shirley di incidere l’album a Abbey Road, nel famoso Studio Uno, da dove partì la Mondovisione di All You Need Is Love dei Beatles, il tutto è stato completato a gennaio 2020, prima della partenza della pandemia, dieci canzoni nuove, registrate soprattutto con il nucleo della sua band, Anton Fig batteria, Michael Rhodes basso e Reese Wynans tastiere, visto che Bonamassa ha detto che per l’occasione si è privilegiato principalmente un sound più duro a tutto volume, con la musica che ha invaso anche gli altri studios di Abbey Road, pure quelli più austeri, dedicati alla musica classica.

Al solito ho recensito il disco molto prima dell’uscita prevista per il 23 ottobre, non avendo ancora tutte le notizie, ma le più importanti sì, e quindi sono andato anche a orecchio, come si dovrebbe. When One Door Opens è il primo pezzo dell’album, ma il secondo video uscito, già in circolazione da alcuni mesi: apertura con orchestra sinfonica, perché non approfittare delle facilities della location, poi una epica blues ballad lenta e scandita, maestosa, con l’orchestra che rimane, una voce femminile di supporto, presumo la solita Mahalia Barnes, con Joe che intona una bella melodia “classicamente” britannica, quasi da tema per un film di 007, in leggero crescendo, la chitarra che prima sottolinea il tema e poi rende omaggio ai musicisti che ascoltava nei vecchi dischi della collezione del padre, con un assolo che parte su un crescendo “boleriano” direttamente ispirato dal vecchio brano di Jeff Beck e poi vola in overdrive verso i lidi del rock più classico con un wah-wah di una potenza inusitata e ulteriore citazione zeppeliniana nel finale.

La title track Royal Tea è un rock-blues, sempre con voci femminili di supporto, l’organo di Wynans in evidenza e una atmosfera sonora tipica dei primi anni ‘70, con l’immancabile esuberante assolo di Bonamassa, mentre Why Does It Take So Long To Say Goodbye, il terzo singolo/video, è un altro bel lento, duro e scandito, con un lavoro raffinato della band, in supporto del cantato di Joe, sempre più sicuro ed appassionato, anche in questo caso con accelerazione finale e vigoroso finale chitarristico con la seconda solista di Marsden di supporto. Lookoout Man introdotta da un giro di basso fuzz, è decisamente più dura e vibrante, hard rock di buona fattura, con le coriste ed una armonica aggiunte per variare il repertorio, in attesa delle folate della solista. High Class Girl ci sarebbe stata benissimo in un disco di Mayall o dei Cream, un hard shuffle tipico del British Blues, con passate dell’organo di Wynans, un tocco di errebì nei coretti femminili e assolo di ordinanza.

A Conversation With Alice era stato il primo singolo ad uscire ad aprile, un travolgente rock and roll con uso di slide dall’eccellente impatto sonoro, seguita dall’orgia wah-wah di una veemente I Din’t Think She Would Do It, ritmo scandito ed impiego di differenti chitarre per dargli un tessuto sonoro avvolgente e accattivante. L’inquietante Beyond The Silence, introdotta dagli arpeggi di chitarre acustiche ed elettriche, poi si sviluppa in una canzone più gentile e ricercata, si può dire folk-prog? Seguita dalla fiatistica e swingante Lonely Boy, atmosfere tra jazz e R&B, divertente e scanzonata, anche grazie al piano di Wynans., e a chiudere la countryeggiante e deliziosa Savannah, con mandolino e slide accarezzata e una chiara variazione sulle tematiche principali del disco, preludio a Bonamassa Goes Country?

Si vedrà: per ora un ennesimo buon album dell’uomo di New York, An American In London!

Bruno Conti

Un Ennesimo Disco Di Rock Tosto Dello Smilzo! Too Slim And The Taildraggers – The Remedy

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Too Slim And The Taildraggers – The Remedy – Vizztone Label Group

Negli ultimi tempo, più o meno regolarmente ogni due anni, Tim Langford e soci ci regalano una nuova prova a nome Too Slim And The Taildraggers: il menu è sempre a base di blues rock robusto con elementi roots, proposto nella classica formula triangolare. Il leader, voce e chitarra, nonché autore dei brani, il bassista Zach Kasik, nel cui studio Wild Feather Recording di Nashville è stato registrato l’album, e il batterista Jeff “Shakey” Fowlkes, con la produzione del CD gestita collettivamente, sono i protagonisti. Stessa formazione del precedente High Desert Heat e anche stessa formula e stile https://discoclub.myblog.it/2018/06/30/il-calore-del-deserto-non-smorza-il-poderoso-rock-blues-chitarristico-di-langford-e-soci-too-slim-the-taildraggers-high-desert-heat/ : Last Last Chance è un boogie and roll, tra Chuck Berry e ZZ Top, con la voce roca e vissuta di Langford a guidare la band in un brano che ricorda anche gli Stones primi anni 70, rock tirato ma eseguito con classe e senza esagerazioni.

In She’s Got The Remedy il suono si indurisce, la voce viene filtrata ed il risultato forse non soddisfa del tutto, troppo carico, anche se l’assolo di wah-wah del buon Tim è veramente gagliardo, Devil’s Hostage è un bel rock-blues della scuola Billy Gibbons, anche a livello vocale, tempo cadenzato e chitarra tagliente, per un ottimo esempio di southern rock vecchia scuola, e l’assolo è veramente notevole, fluido e ruggente. Reckless, robusto groove alla Bo Diddley (più Mona che Who Do You Love), una armonica (Jason Ricci?) a doppiare la chitarra, in un drive che ricorda stranamente anche i primi Jethro Tull, Kasik alla voce, vira decisamente verso il blues, sempre con un eccellente lavoro di Langford che rilascia un altro assolo di quelli tosti https://www.youtube.com/watch?v=XlbQziHCUco ; Keep The Party Talkin’ cambia armonicista, qui Sheldon Ziro, e il riff, siamo dalle parti dei Canned Heat di On The Road Again, ma non la grinta e il tiro della band, che nella parte centrale accelera e lancia il nostro verso un altro assolo poderoso https://www.youtube.com/watch?v=KYRODR3bO0M .

Too Slim non scherza neppure quando si arma di bottleneck come nella cover di Sunnyland Train di Elmore James, dove va di slide alla grande, mentre in Sure Shot, con banjo d’ordinanza e atmosfere sospese ed inquietanti, si vira verso un sound decisamente più rootsy, con finale chitarristico di grande appeal https://www.youtube.com/watch?v=P4oLOMBwODE . Platinum Junkie, di nuovo cantata da Kasik, ha un ritmo decisamente funky, ancora con l’armonica in bella evidenza a duettare con la solista di Langford, sempre in agguato, mentre in Snake Eyes ancora con il banjo aggiunto alle operazioni, si torna al rock desertico del precedente album, con la solista che questa volta lavora di fino in continui rimandi, Think About That, con armonica sempre presente, è nuovamente orientata verso un blues elettrico dove la chitarra di Slim regna sovrana, e la conclusiva Half A World Away è l’unica concessione verso una ballata, diciamo più un mid-tempo consistente, che conferma la varietà di temi impiegati nell’albumda Too Slim And The Taildraggers, al momento una delle migliori band in ambito rock-blues. Gli amanti del genere sono avvisati.

Bruno Conti

Classico Rock-Blues Di Stampo Sudista. Mark May Band – Deep Dark Demon

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Mark May Band – Deep Dark Demon – Gulf Coast Records

Nativo dell’Ohio, ma trasferitosi quasi subito in Texas per svolgere la sua attività musicale, Mark May, un tipico esponente della scena locale di Houston, si è poco alla volta creato una notevole reputazione per essere uno dei migliori tra le nuove leve del southern rock, tanto che gli Allman Brothers, anche grazie al suo disco di debutto del 1995 Call Of The Blues, dove Mark già evidenziava le influenze di alcuni suoi preferiti come Albert Collins e Jimi Hendrix, lo vollero come gruppo di spalla nel loro tour del 1997/98, dove si conquistò il rispetto di Dicket Betts che poi lo prese come secondo chitarrista dei Great Southern in una successiva edizione della sua band, dove May ha perfezionato il suo stile con twin lead guitars, anche armonizzanti tra loro, mutuato dallo stile degli Allman. Con questo Deep Dark Demon, il settimo della serie, la Mark May Band approda alla Gulf Coast Records, l’etichetta di Mike Zito, che ultimamente grazie al suo occhio lungo per musicisti suoi spiriti affini in un blues-rock sanguigno e corposo, lo ha messo sotto contratto insieme, tra i tanti, a Albert Castiglia, autore di un eccellente Live https://discoclub.myblog.it/2020/05/09/un-album-dal-vivo-veramente-selvaggio-albert-castiglia-wild-and-free/ , e al quintetto poderoso dei Proven Ones https://discoclub.myblog.it/2020/06/16/una-nuova-band-strepitosa-tra-le-migliori-attualmente-in-circolazione-the-proven-ones-you-aint-done/ , ai link trovate le mie recensioni sul blog.

Sono con Mark May, voce e chitarra solista, rude e vissuta la prima, composita ed eclettica nelle proprie derive la seconda, il bassista Darrell Lacy, Brandon Jackson e Geronimo Calderon alla batteria, e il secondo chitarrista Billy Wells, altro manico notevole, perfetto contrappunto alle divagazioni soliste del nostro (senza dimenticare Zito che se serve dà una mano). Betts indica tra le influenze che intravede nel suo protetto, oltre a quelle citate poc’anzi, anche Stevie Ray Vaughan, Carlos Santana e sé stesso, tutte cose vere e verificabili all’ascolto del CD, dove contribuisce alla riuscita dell’album anche l’uso costante delle tastiere, organo in prevalenza, suonate dall’ottimo Shawn Allen. Undici brani in tutto, spesso tra i sei e i sette minuti di durata, in modo da consentire alla band consistenti divagazioni strumentali senza comunque entrare nel superfluo o nel virtuosismo fine a sé stesso, quindi sempre a a favore di un sound che tiene avvinto l’ascoltatore.

Si parte con una gagliarda e potente Harvey Dirty’s Side, allmaniana e superba nel suo dipanarsi, con costanti citazioni anche a Jimi Hendrix grazie all’uso prolungato del wah-wah, in una canzone che racconta le vicende legate all’uragano Harvey (e non a Weinstein come si poteva supporre), che devastò Houston nel 2017, e che le atmosfere ricche di pathos ben individuano, con un riff di apertura che è puro southern rock vecchia maniera con una slide malandrina, poi declamato in un rock-blues robusto, che immette anche elementi alla Led Zeppelin o soprattutto Gov’t Mule, con l’organo che inziga le chitarre di Mark May e del suo socio Billy Wells, in un call and response corposo, prima che venga innestato il pedale wah-wah a manetta e, come nelle buone tradizioni del genere, non si fanno prigionieri.

Non tutto l’album è ai livelli di questa apertura incendiaria, ma BBQ And Blues è un ondeggiante shuflle tra boogie-rock e 12 battute classiche, più leggero e scanzonato, comunque sempre di buona fattura, le armonizzazioni delle due soliste sono più contenute ma godibili, poi in Back si scatena una festa latina, senza Carlos, ma con lo spirito di Santana evocato dalle fluide linee soliste, spesso all’unisono, delle chitarre, e percussioni (Al Pagliuso) e tastiere a ricordare il sound del baffuto californiano; la title track è un tipico slow blues di quelli duri, puri e tosti, tra SRV e vecchio British Blues, sempre con soliste molto impegnate, mentre l’incalzante Sweet Music rimanda di nuovo ai duelli Allman/Betts o Haynes/Trucks con May che sfodera anche una interpretazione vocale degna di Gregg, altro brano di qualità sopraffina. Qualità che non scema neppure nella sinuosa Rolling Me Down, di nuovo con le chitarre “gemelle”, slide e tradizionale, in bella evidenza, sostenute da un pianino malandrino, prima di ribadire ulteriormente il migliore spirito southern della vecchia ABB nella lunga e superba My Last Ride, ritmo incalzante, grandi giri armonici e raffinato lavoro delle soliste, altro pezzo sopra la media.

Four Your Love inserisce anche elementi R&B, in una ballata che evidenzia l’eclettismo imperante in questo album, con un sax insinuante, suonato da Erik Demmer, e tocchi più morbidi, forse fuori contesto, benché non disprezzabili, comunque la MMB si riprende subito con le volute blues-rock gagliarde della nuovamente allmaniana Walking Out The Door, dove le chitarre urlano e strepitano ancora alla grande, sempre con raffinate improvvisazioni armoniche di pregiata eleganza e potenza al contempo, con May che poi nel finale parte per la tangente. Something Good è un’altra bella ballata sudista, questa volta di stampo più consistente, organo di ordinanza, voce che emoziona mentre intona la bella melodia, uso lirico e carezzevole della slide, e per non farsi mancare nulla nella conclusiva super funky Invisible Man Mark May cosa ti va a “inventare”, l’uso di un talk box che non sentivo dai tempi di Frampton e Joe Walsh, che unito al groove coinvolgente del brano fa venire voglia di muovere mani e piedi per seguire il ritmo. Come si suol dire, niente di nuovo, ma fatto molto bene, prendere nota.

Bruno Conti

Più Rock Che Blues Nonostante Il Titolo, Comunque Sempre Una Garanzia, Anche In Quarantena. Mike Zito – Quarantine Blues

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Mike Zito – Quarantine Blues – Gulf Coast Records

Quando qualche mese fa, durante il viaggio aereo di ritorno dal tour europeo annullato per le note vicende del virus, Mike Zito si è trovato a pensare cosa fare durante il lungo periodo di pausa, ha deciso all’impronta di registrare un nuovo album da “regalare” ai suoi fans, con l’avvertenza che chi voleva poteva fare anche una donazione per aiutare a livello economico sia i membri della band, come lo stesso Mike, e anche i loro familiari. La campagna come ho visto sul sito è andata bene, ha raggiunto gli obiettivi prefissati e ha permesso anche di finanziare i costi della registrazione dell’album. Per quanto Zito abbia uno studio di registrazione casalingo ed anche una etichetta personale, la Gulf Coast Records, per la quale di recente ha rilasciato l’eccellente CD dal vivo di Albert Castiglia https://discoclub.myblog.it/2020/05/09/un-album-dal-vivo-veramente-selvaggio-albert-castiglia-wild-and-free/ . Per la serie una ne pensa e cento ne fa (come Joe Bonamassa), il nostro amico ha prodotto anche il nuovo album di Tyler Morris https://discoclub.myblog.it/2020/05/03/un-irruento-fulmine-di-guerra-della-chitarra-anche-troppo-tyler-morris-living-in-the-shadows/ , senza dimenticare quello dei Proven Ones https://discoclub.myblog.it/2020/06/16/una-nuova-band-strepitosa-tra-le-migliori-attualmente-in-circolazione-the-proven-ones-you-aint-done/ , e con i nuovi della Mark May Band e dei Lousiana’s Le Roux annunciati in uscita a breve.

Anche se Zito, come si evince da quanto detto finora, è uno che di solito comunque pianifica con precisione il suo lavoro, per Quarantine Blues ha fatto una eccezione, della serie del disco “cotto e mangiato”, o meglio registrato e pubblicato immediatamente. Ne parliamo sia perché merita, ma anche perché alla fine è stato deciso di pubblicare anche il CD fisico (a pagamento questa volta) e quindi chi non lo aveva scaricato gratuitamente, e non so se lo si trova ancora in questa modalità, e per chi è comunque un fan dei prodotti “fisici”, pur con le difficoltà di reperibilità e i costi di spedizione non a buon mercato per chi non abita negli States, può andarne alla ricerca.

Nonostante il titolo lasci presagire un disco blues, Mike Zito e i membri della sua band abituale, Matt Johnson, Doug Byrkit e il tastierista Lewis Stephens, hanno deciso di optare per un sound più rock, diciamo decisamente ruspante, al limite del “tamarro” a tratti: in effetti è stato coinvolto anche Tracii Guns, degli L.A. Guns , una band che diciamo non ha mai brillato per raffinatezza, e Don’t Touch Me, il duetto con lui, ricorda molto l’hair metal anni ‘80, con chitarre a manetta e ritmi granitici. Per fortuna il resto del disco è decisamente meglio, l’iniziale Don’t Let The World Get You Down, oltre ad essere una dichiarazione di intenti, è un gagliardo pezzo rock, dove si gusta la voce sempre inconfondibile e vissuta di Mike, mentre Stephens va di organo con grande libidine e i riff e gli assoli di chitarra si sprecano in un pezzo dal sapore rootsy.

Looking Out This Window, anche con uso di chitarre acustiche, al di là di un ritmo marziale rimanda alle solite influenze del nostro, gli amati John Fogerty e Bob Seger, mentre comunque almeno nella title track non può mancare ovviamente un turbolento blues dove Zito va di slide con grande impeto e anche Walking The Street è un ulteriore ottimo esempio del rock sudista del musicista di Saint Louis, che in questo ambito è sempre uno dei migliori in circolazione, con chitarre ruggenti e grande grinta https://www.youtube.com/watch?v=ssuqep-YXUw . Grinta e sonorità poderose che non mancano neppure in Dark Raven dove le influenze del suono dei Led Zeppelin sono evidenti, dalla scansione ritmica che fa molto John Bonham, alle folate di chitarra che si ispirano molto a quelle di Dazed And Confused, con un assolo, anche con chitarre raddoppiate, veramente vibrante; pure Dust Up ha un riff immediato e una struttura sonora che profuma di rock and roll d’altri tempi, con continui rilanci della solista https://www.youtube.com/watch?v=xvuSQ0WyhWM .

E se rock deve essere anche Call Of The Wild non prende prigionieri, con Zito e soci che ci danno dentro di brutto, e pure After The Storm ricorda il miglior hard rock targato anni ‘70, quello di Free e Bad Company per intenderci, potenza ma anche classe e “raffinatezza” nel lavoro della chitarra. Hurts My Heart non molla la presa, se amavate il Bob Seger rocker dei suoi anni d’oro qui c’è trippa per gatti, lasciando alla conclusiva What It Used To Be il compito di illustrare il lato più intimista del nostro texano adottivo preferito, una bellissima ballata acustica, solo voce e chitarra, con rimandi al folk, al country, persino al flamenco https://www.youtube.com/watch?v=3xApY4MLtLA . Mike Zito insomma è sempre una garanzia, anche in quarantena.

Bruno Conti

Per La Gioia Degli Appassionati Della Chitarra, Se Riescono A Trovarlo. David Grissom – Trio Live 2020

david grissom trio live 2020

David Grissom – Trio Live 2020 – Wide Lode Signed CD/Download

Credo che il termine di “gregario di lusso” sia perfetto per David Grissom: nato a Louisville, Kentucky, ma dagli anni ‘80 texano di adozione, dove a Austin ha tuttora la sua base, il nostro amico è un chitarrista superbo che ha costruito la sua reputazione soprattutto per il fatto di avere militato nelle band di Joe Ely prima e da fine ‘80, inizio anni ‘90 con John Mellencamp, con il quale ha registrato i dischi da Big Daddy a Human Wheels, nel quale la sua prestazione è stata fantastica. Ma nel corso degli anni, in centinaia di collaborazioni, ha suonato con chiunque: James McMurtry, Lou Ann Barton (prima di Ely), Darden Smith, John Mayall, Robben Ford, Allman Brothers Band, Buddy Guy, le Dixie Chicks, potremmo andare avanti per ore e troveremmo molti dei nostri musicisti preferiti ai quali Grissom ha prestato la sua chitarra.

Negli anni ‘90 ha anche tentato la strada del suo gruppo personale, gli Storyville, insieme al cantante Malford Milligan e la sezione ritmica di SRV, Shannon e Layton. autori di due album che sulla carta promettevano moltissimo, ma si sono rivelati “solo” buoni; ne ha fatti anche quattro come solista negli anni 2000, forse nessuno all’altezza della sua fama, pubblicati dalla etichetta personale Wide Lode, con un misto di materiale in studio e dal vivo, e spesso con forte presenza di brani strumentali, visto che tra i suoi pregi pare non ci sia anche quello di essere un buon cantante. Anche questo Trio Live 2020, registrato in tre serate del martedì al Saxon Pub di Austin, prima della partenza della pandemia, è un disco strumentale (con l’eccezione di due pezzi), registrato con i collaboratori abituali Bryan Austin alla batteria, e Chris Maresh e Glenn Fukunaga che si alternano al basso.

Come forse molti sanno David gira anche il mondo come dimostratore del modello personale DGT delle chitarre PRS (Paul Reed Smith), che ci permettono di ascoltare uno dei virtuosi assoluti dello strumento anche a livello di timbri e tonalità: nel CD, che però è venduto solo direttamente solo sul suo sito, in versione autografata, non costa poco ed è comunque di difficile reperibilità, visto che non viene spedito fuori dagli States https://davidgrissom.com/ , oppure lo trovate in download, Grissom ci regala otto brani, quasi tutti abbastanza lunghi con la presenza di tre cover. Si parte con il timbro cristallino e “lavorato” di Lucy G dove David ricorda il sound di Robben Ford, un blues-rock cadenzato, raffinato e complesso da power trio, dove le evoluzioni della solista sono veramente mirabili e l’interscambio tra i tre musicisti è perfetto; Crosscut Saw, un brano di PD blues ma legato al repertorio di Albert King, contiene quasi 10 minuti di pura libidine, è una delle due tracce cantate, ma è giusto un intramuscolo adeguato, prima di partire per una improvvisazione spaziale dove i timbri e le soluzioni sonore virano anche verso il jazz con un assolo in crescendo di difficoltà abissale. Way José, più serrato e compatto, ha qualche rimando ad uno SRV (in fondo siamo in Texas) più cerebrale e sofisticato e qualche tocco hendrixiano.

Don’t Lose Your Cool, di Albert Collins, il primo dei brani con Fukunaga, è uno shuffle quasi classico, veloce e veemente, sempre con la chitarra dappertutto (diremmo all over the place) e assoli in cui rischi di dover recuperare la mascella che, mentre sei impegnato ad ammirare il lavoro del nostro, se ne è caduta sul pavimento. Never Came Easy To Me, è una sorta di blues ballad, dove la parte cantata è sempre un optional prima di un’altra jam, frutto di grande tecnica e gusto, In The Open è un breve e grintoso brano rock che trascina il pubblico, quasi “normale” nel suo dipanarsi felino, quasi, mentre Sqwawk, di nuovo con Fukunaga (ma non so chi è più bravo tra lui e Maresh) ha un incipit boogie quasi alla ZZ Top, e poi Grissom lavora ancora di tremolo con sequenze complesse, prima di partire di nuovo per l’iperspazio della chitarra. A chiudere l’ultima cover, Boots Likes To Boogie, un brano di Freddie King, un altro che se la cavava discretamente con la 6 corde, il pezzo più trascinante di questo breve set dove il “Maestro” David Grissom ancora una volta fa la gioia degli appassionati della chitarra, ai quali è comunque soprattutto consigliato questo Trio Live 2020.

Bruno Conti

Un Irruente Fulmine Di Guerra Della Chitarra, Anche Troppo! Tyler Morris – Living In The Shadows

tyler morris living in the shadows

Tyler Morris – Living In The Shadows – VizzTone Label Group

Sono passati circa due anni dal precedente Next In Line, attribuito alla Tyler Morris Band e prodotto da Paul Nelson, che era comunque il terzo album del musicista di Boston https://discoclub.myblog.it/2018/04/10/avanti-il-prossimo-chitarrista-tyler-morris-band-next-in-line/ : nella copertina del nuovo album sembra un po’ meno giovane, mantenendo comunque un che di fanciullesco nelle fattezze. La sua etichetta, sempre la VizzTone, gli ha affiancato un nuovo produttore, il grande Mike Zito, specializzato nel trattare con talenti vecchi e nuovi del blues e dei dintorni più vicini al rock, tra gli ospiti, accanto a Joe Louis Walker, che appariva anche nell’album precedente, oltre a Zito, troviamo anche un altro acclamato specialista della chitarra come Ronnie Earl, e la vocalist Amanda Fish (sorella maggiore della più nota Samantha).

Come al solito, a maggior ragione in questi tempi di virus e pandemie, recensendo l’album in netto anticipo e non avendo quindi molte informazioni, neanche quella se verrà mantenuta la data di uscita (confermata in questi giorni), vado un po’ a occhio, anzi a orecchio, regolandomi solo con quello che ascolto, sempre una buona pratica comunque da applicare e quindi vado a descrivervi ciò che sto ascoltando, che mi sembra valido. Il giovane Tyler è rimasto un irruento fulmine di guerra della chitarra, anche se la produzione di Zito cerca di mettere in luce anche altri aspetti della musica: rispetto al precedente album Morris ha accantonato una buona abitudine che avevo sottolineato con favore, ovvero ha deciso di essere lui la voce solista nella quasi totalità delle canzoni, uhm, mah! Il suono è sempre “duretto” anziché no, la chitarra viaggia al solito che è un piacere, la sezione ritmica ci dà dentro, un organo, Lewis Stephens, agisce sullo sfondo e il risultato in Movin’ On è classico rock-blues di buona fattura, dal repertorio di Gary Moore, altro musicista di riferimento per il giovane Tyler https://www.youtube.com/watch?v=SxRo-o2ml2k Everybody Wants To Go To Heaven è un robusto slow blues, dal repertorio di Albert King, la solista è fluida e con un tocco più raffinato, Zito si occupa della seconda chitarra e l’insieme è godibile, anche se la voce mi sembra appena adeguata.

Polk Salad Annie è il classico swamp rock di Tony Joe White, Mike Zito e Joe Louis Walker sono della partita e qui si comincia a ragionare, un vocione potente e rabbioso, una slide che taglia il brano in due, un groove gagliardo; la title track, di nuovo tirata e “cattiva”, con le chitarre che imperversano su un bel giro di basso, suonato da Terry Dry, quasi alla Free, e un tempo scandito con grande energia, non è per niente male, ma la voce, per fortuna poco presente, continua a non piacermi troppo https://www.youtube.com/watch?v=tcfG8DRWtyg . Altra hard ballad è Temptation, diciamo che si scorge l’impeto e il vigore del primo Jeff Healey, ma la classe è un’altra, però gli amanti delle sonorità diciamo robuste apprezzeranno. Amanda Fish, ottima cantante, chitarrista e multistrumentista, rende il favore a Morris (che era apparso come ospite in Free, il secondo album della cantante di Kansas City per la VizzTone) canta in Better Than You, un altro roboante brano rock a tutto riff vagamente stonesiano, dove non si prendono ostaggi e la Fish sembra una novella Beth Hart o Dana Fuchs prima maniera, mentre le chitarre ruggiscono e c’è persino un pianino sullo sfondo.

Why Is Love So Blue va di boogie duro alla ZZ Top, sempre con chitarre arrotatissime, con il nostro che si conferma comunque solista di vaglia; Nine To Five direi che non è decisamente quella di Dolly Parton e ci si avvicina pericolosamente all’hard rock “esagerato” https://www.youtube.com/watch?v=0evxmRHuVu4 , mentre Young Man’s Blues, il duetto con Ronnie Earl, che come sapete non canta neppure sotto minaccia armata, non è quella di Mose Allison, resa celebre anche dagli Who, c’è un genitivo sassone in più, ma è un blues tirato anziché no in cui Morris sciorina tutti i suoi idoli, e dove Earl si adatta allo stile del giovane amico, con un assolo però che fa risaltare la differenza tecnica tra i due, uno in punta di dita, l’altro impegnato a cercare di sfondare gli ampli. Anche Taken From Me è sempre violentissima, con Zito che comunque risponde colpo su colpo alle bordate del suo nuovo protetto https://www.youtube.com/watch?v=NyFnah9Go_k , e anche la conclusiva I’m On To You non molla la presa, sempre con un rock-blues ad alta densità chitarristica, forse persino troppo.

Bravo è bravo, ma calmatelo un po’, per il momento la parola d’ordine è “viuulenza”!

Bruno Conti

 

 

Cream, Il Primo Supergruppo Della Storia Del Rock. Parte II

cream 1968

cream 1968 RAH

Seconda Parte.

L’album successivo, a differenza di Disraeli Gears, viene registrato, tra Londra, New York e San Francisco, per la parte live, in un ampio lasso di tempo che va tra il luglio 1967 e il giugno 1968, progettato come un doppio, con un disco in studio e uno dal vivo,

Wheels Of Fire – 2 LP Polydor 1968 *****

Uscito il 9 agosto del 1968, l’album sarà disco di platino sia in Inghilterra che negli USA, dove è stato il primo doppio LP della storia del rock a vendere oltre un milione di copie. Prodotto ancora da Felix Pappalardi, con l’aiuto degli ingegneri del suono Tom Dowd e Adrian Barber, mentre la parte dal vivo fu registrata da Bill Halverson, la parte in studio riporta tre canzoni scritte da Ginger Baker con il pianista jazz Mike Taylor, quattro brani scritti da Bruce/Brown, e due cover blues scelte da Eric Clapton. Nella parte dal vivo ci sono solo quattro brani, ma per 45 minuti di musica. Direi che non c’è neppure un brano non dico scarso, ma al di sotto delle soglie della eccellenza. Anche se i Cream non erano un gruppo da singoli, ne vennero pubblicati due: White Room, uno dei pezzi rock più belli della storia, introduzione da sballo, con Pappalardi che aggiunge la sua viola all’incipit sospeso del brano, entrata a gamba tesa della batteria di Baker, Bruce che pompa come un ossesso sul suo basso e canta alternando timbro normale e falsetto, Clapton che ha sovrainciso diverse parti di chitarra, tra cui un wah-wah malandrin , alcuni interludi che ci preparano all’esplosione del wah-wah parlante di Manolenta nel gran finale indemoniato del brano, perfetto!

Sitting On Top Of The World è un blues lento e insistito basato sulla versione di Howlin’ Wolf, con Eric che usa diversi timbri della sua solista per creare un effetto maestoso, ma lascia la parte cantata a Jack Bruce, Passing The Time è una delle classiche composizioni di Baker, alterna passaggi intimi con Ginger anche al glockenspiel , Bruce a cello e calliope, e Pappalardi all’organo, alternate ad improvvise esplosioni di energia rock. Anche As You Said è una strana canzone, dalla struttura quasi orientaleggiante, cantata da Bruce, anche alle chitarre acustiche e al cello, Baker al charleston ; la seconda facciata si apre con Pressed Rat And Whartog, brano quasi baroccheggiante grazie alla tromba di Pappalardi, Bruce al recorder e Baker che recita il testo, oltre ad imperversare alla batteria e nel finale arriva Clapton.

Politician è un altro dei super classici dei Cream, tipico brano da power trio, dal tempo insistito e con i tre che si scambiano fendenti consistenti prima di andare ognuno per la tangente per conto proprio in modo travolgente. Those Were The Days, lato B di White Room, è uno dei pezzi rock più “convenzionali” scritti da Baker, un’altra impetuosa cavalcata del trio, con Ginger anche a marimba e campane tubulari, Pappalardi alle “campanelline svizzere” e un breve assolo ferocissimo di Clapton, quasi gemello di quello di White Room.

Born Under A Bad Sign scritta da William Bell e Booker T. Jones per Albert King, è un pezzo blues, un lento scandito, molto apprezzato anche dal pubblico del rock, grazie al riff in sincrono di chitarra e basso e al suono “grasso” e corposo della solista di Eric, che ci regala pure un lungo assolo, molto vicino al sound del grande Albert, mentre Deserted Cities Of The Heart, con Bruce anche al cello e Pappalardi alla viola, è un brano di impronta psichedelica, cantato sempre in modo impeccabile da Jack e con Baker indaffaratissimo alla batteria, con un altro grande assolo di Manolenta.

Dei quattro brani dal vivo, tre vengono dai concerti al Winterland di San Francisco, e uno da quello al Fillmore, tutti del marzo 1968, nel corso del lungo ed estenuante tour degli States che li elevò a livello di superstar, ma portò all’inizio della fine della loro breve parabola: i due brani della terza facciata, Crossroads e Spoonful erano le vetrine per mostrare la forza dirompente della solista di Clapton, mentre, nella quarta, Traintime, con le lunghe divagazioni di Bruce all’armonica, e Toad, con un fenomenale assolo di batteria di Baker, erano dedicate, nelle intenzioni del produttore Pappalardi, a mettere in mostra i talenti degli altri due.

Missione riuscita grazie alla loro versione del classico di Robert Johnson, che diventerà, in virtù delriff inconfondibile della solista di Eric, quella di riferimento per tutti negli anni e a venire, e poi in Spoonful “inventano” il power trio, l’heavy metal, il doom rock e le jam di libera improvvisazione in oltre 16 minuti dii pura libidine sonora, con un interscambio tra i tre che raggiunge livelli impensabili fino a pochi mesi prima, anche se il mondo del rock, da Hendrix in giù, rispondeva colpo su colpo a questo passaggio dal pop al rock, che aveva avuto i suoi primi lampi qualche mese prima in California, in quello che anche se si chiamava Monterey Pop Festival, nei suoi tre giorni aveva già sancito un cambio epocale nel mondo del rock. Tornando ai Cream, i tre non andavano più molto d’accordo, per usare un eufemismo, Eric Clapton aveva scoperto la musica della Band grazie a Music From Big Pink, ma fu comunque deciso, per motivi commerciali, di fare un tour di addio e pubblicare un ultimo album,

Goodbye Cream – Polydor 1969 ***1/2

“Solo” tre stellette e mezza, per i contenuti troppo brevi, non certo per la qualità della musica, anche se la parte in studio presenta un buon singolo, sotto la forma della collaborazione tra Eric e il suo amico George Harrison con lo pseudonimo de “L’Angelo Misterioso” (in italiano), che insieme firmano Badge, che è già una anticipazione del futuro suono di Clapton, prima con i Blind Faith e poi nei dischi da solista dei primi anni anni ‘70, un brano molto piacevole e gustoso, punteggiato dall’eccellente lavoro della solista di Slowhand; ma Doing That Scrapyard Things, il pezzo dell’accoppiata Bruce/Brown, sembra una parodia non particolarmente riuscita di Beatles e Kinks, e anche il contributo di Baker What A Bringdown, benchè anticipi nella parte iniziale e poi ripetutamente nel corso della canzone, il groove di Do What You Like dei Blind Faith, non soddisfa completamente quelle che erano le aspettative, anche se curiosamente alcuni critici, tipo Robert Christgau e altri, hanno detto che l’album aveva uno “squisito lavoro di studio” (cito testualmente!!) e “delle mediocri performance dal vivo”! Avremo ascoltato dei dischi diversi? Mah!

Comunque le tre tracce dal vivo, registrate nel concerto al Forum di Los Angeles del 10 ottobre del 1968, ed inserite nel recente box Goodbye Tour – Live 1968 **** (all’origine dell’idea per questo articolo retrospettivo https://discoclub.myblog.it/2020/03/18/anche-con-alcune-piccole-magagne-comunque-un-cofanetto-imperdibile-cream-goodbye-tour-live-1968/ ), sono comunque, nella loro “brevità”, rappresentative di quella formidabile macchina da guerra che erano i Cream: una ferocissima I’m So Glad con i tre che si titillano e si sfidano all’inizio, prima di sfoderare tutta la loro potenza in una jam fenomenale, ottimo anche il blues gagliardo di una scandita Politician e il veicolo, per lo spazio dedicato a Clapton, nello slow blues di Sitting On Top Of The World, cantate tutte da Bruce. In definitiva un buon album, ma con i suoi poco più di 30 minuti, non il commiato che avrebbe potuto essere, e forse lasciano anche un lavoro incompiuto che avrebbe potuto avere interessanti sviluppi!

Dischi Dal Vivo Postumi E Reunion del 2005

Live Cream – Polydor 1970 ***1/2

A dimostrazione che l’amore per il gruppo non si era ancora sopito, nell’aprile del 1970 quando venne pubblicata questa compilation di materiale dal vivo, in gran parte tratta dagli stessi concerti californiani del marzo 1968, più il singolo di studio del 1967 Lawdy Mama, l’album raggiunse il 4° posto delle classifiche inglesi, e il 15° di quelle americane, disco di platino in entrambi i paesi, con 300.000 e un milione di copie vendute: contiene vibranti versioni di N.S.U, dieci minuti, Sleepy TimeTime, una colossale Sweet Wine di oltre 15 minuti e la cover di Rollin’ And Tumblin’ di Muddy Waters, con Jack Bruce all’armonica.

Live Cream Volume II – Polydor 1972 ***1/2

Molto buono anche il secondo volume, che riporta sia altri brani tratti dai concerti al Winterland del marzo, ma anche tre pezzi estratti dalla esibizione all’Oakland Coliseum del 4 ottobre, che è poi uno dei concerti completi presenti nel cofanetto Goodbye Tour Live 1968. Niente brani lunghi, ma ottime versioni di Deserted Cities Of The Heart, White Room e Politician da Oakland, e Tales Of Brave Ulysses e Sunshine Of Your Love dal Winterland, l’unica eccezione, sempre dalla data di San Francisco, una lunghissima versione, oltre 13 minuti dello strumentale Steppin’ Out, con i prodigiosi magheggi in libertà di Clapton alla solista. Per errore, nella prima versione del vinile il brano venne indicato come Hideway.

Dopo un lungo periodo di litigi ed incomprensioni i tre si ritrovano nel 1993 alla cerimonia di induzione alla Rock And Roll Hall Of Fame, presentati da Robbie Robertson. Nel 1997 esce il box quadruplo Those Were The Days – Polydor ****, che raccoglie l’opera omnia dei Cream, divisa in due 2 CD di studio e 2 dal vivo, senza rispettare gli album originali, ma con molto materiale dal vivo, all’epoca inedito. Nell’aprile del 2003 esce il CD delle BBC Sessions ****, con (quasi) tutti i brani registrati per l’emittente britannica tra il 1966 e il 1968, 22 pezzi, più quattro tracce di una intervista ad Eric Clapton. Che convince i vecchi amici a tornare insieme per una serie di date alla RAH, il 2-3-5-6 maggio del 2005, che vengono celebrate con

Royal Albert Hall London May 2-3-5-6, 2005 – 2 CD o 2 DVD 2005 ****1/2

Fantastici concerti, i tre suonano come se il tempo si fosse fermato per loro: Eric Clapton nel frattempo è diventato anche un eccellente cantante, e Jack Bruce e Ginger Baker, a dispetto degli “acciacchi”, suonano sempre come la migliore sezione ritmica di tutti i tempi, sentire (e vedere) per credere. Nel frattempo ci hanno lasciati entrambi: Jack Bruce il 25 ottobre del 2014 https://discoclub.myblog.it/2014/10/26/jack-bruce-1943-2014-vita-nella-musica-il-piu-grande-bassista-nella-storia-della-musica-rock/  e Ginger Baker il 6 ottobre del 2019 https://discoclub.myblog.it/2019/10/06/se-ne-e-andato-anche-ginger-baker-aveva-80-anni-del-magico-trio-dei-cream-ora-rimane-solo-eric-clapton/ . Ma la leggenda continua.

Bruno Conti

Cream, Il Primo Supergruppo Della Storia Del Rock. Parte I

cream 1966

cream 1967

Oltre ad essere stati, come ricorda il titolo, il primo Supergruppo della storia del rock, i Cream sono stati pure gli “inventori” del power trio, anche se alcuni obiettano che in epoche anteriori già altri avevano usato la formula del trio, citando nel blues il Muddy Waters Trio, nel periodo della nascita del Chicago Blues elettrico degli anni ‘50, oppure gli organ trios del jazz soul anni ‘60, ma è indubbio che nell’ambito del rock-blues sono stati i primi e probabilmente i migliori di sempre, subito dopo sarebbero arrivati i Jimi Hendrix Experience e a seguire i Taste di Rory Gallagher, gruppi nei quali i chitarristi oltre a svolgere il ruolo di solista, avevano anche una funzione ritmica. Poi negli anni a seguire e fino a nostri giorni la formula è stata utilizzata da un numero infinito di gruppi, ma Eric Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker, sono stati i precursori grazie alla immensa perizia tecnica dei componenti la band, unita allo sviluppo delle prime tecnologie applicate agli amplificatori, i Marshall per non fare nomi, che soprattutto dal vivo permettevano ai musicisti di essere ascoltati da platee sempre più numerose (ma questa volta anche per formazioni non necessariamente triangolari) e soprattutto di improvvisare in piena libertà, applicando la formula della jam session mutuata dalla musica jazz.

E in effetti Baker e Bruce erano due jazzisti prestati al rock che uniti ai funanbolismi di Clapton (stanco dell’approccio più “tradizionale” utilizzato prima negli Yardbirds e poi nei Bluesbreakers di Mayall), seppero creare questa costola grazie alla quale il rock non sarebbe più stato lo stesso. Nella estate del 1966 quando Clapton approccia Ginger Baker (o viceversa) con l’idea di formare una nuova band, Eric era indubbiamente il chitarrista più popolare in Gran Bretagna in ambito blues, ma voleva ampliare i suoi orizzonti sonori confrontandosi con dei suoi pari ai rispettivi strumenti. Eric e Ginger si conoscevano e stimavano ed erano consci delle loro abilità tecniche e virtuosistiche, ma fu Baker a proporre a Clapton di mettere in piedi una nuova formazione, proposta che fu subito accettata ma a patto che il bassista sarebbe stato Jack Bruce (che Eric aveva già conosciuto brevemente nel giro Bluesbreakers): il problema era che Bruce e Baker (all’epoca leader effettivo del gruppo, aldilà del nome) avevano già suonato insieme nella Graham Bond Organisation, dove c’erano state delle epiche e furiose litigate tra i due che erano sfociate in combattimenti, anche si dice con coltelli snudati e sabotaggi dei rispettivi strumenti, fino a che Ginger non lo licenziò dal gruppo. Comunque consapevoli del fatto che il nascente gruppo avrebbe potuto portare una svolta nello sviluppo del rock, i tre decisero di provare, assumendo il nome di Cream, abbreviazione di “cream of the crop”, il meglio del meglio, in quanto, senza false modestie, e in base anche alla crescente reputazione acquisita, si rendevano conto delle enormi potenzialità della loro musica.

Si decise che Jack Bruce sarebbe stato la voce solista (oltre che principale autore, insieme al paroliere Pete Brown), mentre Clapton (ancora insicuro delle sue possibilità come cantante) e Baker avrebbero dato un contributo sia a livello vocale che compositivo . La band venne messa sotto contratto dalla Reaction, che era l’etichetta fondata da Robert Stigwood, e fece il debutto non ufficiale il 29 luglio al Twisted Wheel, un piccolo locale di Manchester, e nei giorni successivi al sesto Festival Jazz e Blues di Windsor. Ad agosto entrarono in studio per iniziare, con la produzione di Stigwood, le registrazioni dell’album di debutto , che si protrassero fino a novembre. Nel frattempo, per contestualizzare il periodo, a settembre Jimi Hendrix si era abbattuto come un ciclone sulla scena musicale inglese e come recitava il famoso graffito “Clapton Is God”, Eric si era accorto di non essere più l’unica divinità a camminare sulla faccia della terra. Comunque il 6 Dicembre del 1966 esce

Fresh Cream – Reaction/Polydor 1966 ****

Il singolo che era uscito in contemporanea all’album, ma non inserito nella edizione inglese del LP, era I Feel Free, che fu un successo entrando nelle charts inglesi, ma non ancora in quelle USA, dove Clapton era un semi sconosciuto, essendo uscito dalla formazione degli Yardbirds, subito dopo la pubblicazione di For Your Love ed essendo stato l’album con John Mayall una sorta di flop negli States. In effetti il primo singolo ad uscire, nell’ottobre 1966 era stato Wrapping Paper, anche questo non inserito nell’album, ma poi aggiunto nelle successive versioni, anche quelle future in CD, un brano della premiata ditta Bruce-Brown, uno strano pezzo di impostazione quasi jazzata, felpato e raffinato con Bruce al piano e al cello, che comunque arrivò al n. 34 delle classifiche UK. Tornando a I Feel Free, il brano, sempre Bruce/Brown, con un approccio quasi pop grazie all’incipit vocale molto orecchiabile, poi si sviluppa nel classico sound alla Cream, con la chitarra di Clapton che inizia a farsi aggressiva, mentre la sezione ritmica è già molto presente, con Bruce che canta alla grande, il tutto in soli 2:49, ed arriva al n. 11 delle classifiche. Dall’album non vennero estratti altri singoli, ma comunque arrivò ad un rispettabile sesto posto in Gran Bretagna e al 39° in USA (meritandosi il disco d’oro per le vendite in entrambi i paesi): N.S.U del solo Bruce, comincia a lasciar intravedere lo stile esplosivo del trio, con basso e batteria molto in evidenza e la solista di Eric subito grintosa e lancinante, ma sempre in tre minuti scarsi; Sleepy Time Time scritto con la prima moglie di Bruce, Janet Godfrey, è uno slow blues, che rimane nell’ambito tracciato dai Bluesbreakers, ma illustra già le future derive più rock del nascente British Blues, sempre con Slowhand che continua a mantenere la sua reputazione di divinità del rock, non ancora intaccata da Hendrix.

Dreaming è un valzerone vagamente pop, psichedelico e sognante, ancora di Jack, mentre Sweet Wine, scritta da Ginger Baker con la Godfrey, è un poderoso brano che comincia ad illustrare il suono virulento dei Cream, con i tre a fronteggiarsi in continue eruzioni musicali all’epoca sconosciute nella musica rock di quei tempi, uno dei pezzi che poi entreranno tra i loro cavalli di battaglia dal vivo, per furiose future cavalcate. La prima cover è una rilettura magistrale di Spoonful, il brano, scritto da Willie Dixon per Howlin’ Wolf, diventa una minacciosa creatura, dove le folate della solista di Clapton si incrociano con l’armonica e la voce di Bruce, prima di aprirsi in una lunga jam session strumentale, il pezzo dura 6 minuti e mezzo, ed è l’anticamera dell’hard rock, del doom rock, dell’heavy, del power trio, tutto quello che vi viene in mente, un grandissimo brano che dal vivo diverrà un tour de force colossale di oltre 15 minuti. La seconda facciata si apre con Cat’s Squirrel, uno strumentale ispirato dal brano di un oscuro bluesman, tale Doctor Ross, con un riff ascendente irresistibile di chitarra e armonica, un breve intervento vocale e un drive sonoro pimpante (anche i Jethro Tull ne fecero una ottima versione nel loro debutto This Was), Four Until Late un brano di Robert Johnson arrangiato da Eric Clapton, è il primo di una serie di canzoni che Enrico rivisiterà del grande bluesman, diciamo non memorabile, andrà meglio più avanti.

Viceversa Rollin’ & Tumblin di Muddy Waters è un’altra esplosione del possente rock-blues triangolare + armonica dei Cream, poi ribadito nella rilettura splendida di I’m So Glad di Skip James, un riff indimenticabile, la parte cantata di Bruce, con i coretti geniali di Clapton e Baker, e l’esplosione strumentale di un Eric arrapato con la sua solista. Ginger Baker fa le prove con la sua Toad, per ora solo cinque minuti di psych-rock “riffatissimo” e uno di primi esempi di un assolo di batteria in un brano rock, ma in futuro il veicolo per memorabili, lunghissime. devastanti versioni live dove Ginger brutalizza il suo strumento senza requie. The Coffee Song, posta in chiusura, è una piacevole ma innocua traccia di impianto pop che si capisce perché il gruppo non voleva fosse pubblicata, ma non inficia il giudizio di un esordio gagliardo. *NDB Nel 2017 a Fresh Cream viene riservato il trattamento SuperDeluxe con un box da 4 dischetti (3 CD + 1 Blu-Ray audio), che oltre a contenere le 13 canzoni appena descritte, ne riporta le versioni mono, stereo, 5.1 Dolby Surround, e uno dei CD, il terzo, contiene materiale raro ed inedito. A tutt’oggi è l’unico disco dei Cream ad essere uscito in questo formato ampliato.

Nel maggio del 1967 il gruppo va in trasferta agli Atlantic Studios di New York, dove li aspettano un vero produttore, Felix Pappalardi (futuro bassista dei Mountain) e anche l’ingegnere del suono Tom Dowd, poi negli anni a venire a lungo collaboratore di Clapton per registrare il loro primo capolavoro.

Disraeli Gears – Reaction/Polydor 1967 *****

Il titolo è una paronimia (diciamo gioco di parole, per rendere più chiaro il concetto) che allude al famoso premier britannico del 19° secolo Benjanim Disraeli, ma il contenuto è assolutamente contemporaneo. Il disco, come il precedente, è abbastanza breve, poco più di 33 minuti, ma contiene almeno 5 o 6 brani che entreranno nella storia del rock: l’album arriva nei Top 5 delle classifiche inglesi, ed anche americane, dove vende un milione di copie. Vennero estratti due singoli: Strange Brew, una canzone scritta da Eric Clapton con l’aiuto di Pappalardi e della moglie Gail Collins, praticamente una variazione sul tema di un vecchio blues Lawdy Mama, inciso dai Cream a New York, con la produzione di Ahmet Ertegun, al quale vennero apportati dei ritocchi da Pappalardi e Collins, senza snaturarla troppo, ma trasformandola in una raffinata pop-rock song, cantata egregiamente da Eric, che tenta anche degli arditi falsetti, oltre a lavorare di fino alla chitarra, con un sound splendido della solista. Clapton che ci ha preso gusto e canta, assieme a Jack Bruce, anche in Sunshine Of Your Love: uno dei tre o quattro riff più famosi della storia, il bassista disse che gli idea gli venne mentre assisteva ad un concerto di Jimi Hendrix (che infatti la suonò quasi subito dal vivo), mentre il testo poetico è firmato da Pete Brown, dopo una nottata con Bruce alla ricerca di ispirazione per nuove canzoni, oltre al riff anche “It’s getting near dawn” e “When lights close their tired eyes”, sono entrate nell’immaginario collettivo degli amanti della musica rock, perché se il riff di partenza è derivato dal blues lo svolgimento del brano attinge anche dalla psichedelia e dalle derive jam che iniziavano a manifestarsi, con Bruce e Baker magnifici al lavoro ritmico e Slowhand che si inventa un assolo di una bellezza e liricità devastanti.

Il resto del LP non poteva essere tutto di questo livello, ma World Of Pain, sempre firmata da Pappalardi e Collins è una bella psych ballad cantata ancora de Eric e Jack, con un lavoro raffinato e certosino del wah-wah di Clapton, che sovraincide anche altre parti di chitarra. Stesso formato sonoro anche per Dance The Night Away, scritta da Bruce-Brown e cantata dalla accoppiata Eric/Jack, ancora con quella aura di psichedelia leggera tipica del periodo; Ginger Baker contribuisce con Blue Condition una sorta di valzerone rock con rimandi vaudeville, non memorabile ma piacevole. La seconda facciata si apre con Tales Of Brave Ulysses, il lato B di Strange Brew, una canzone scritta da Clapton (con l’aiuto di Martin Sharp) che lascia la parte cantata a Bruce, ma si inventa una minacciosa e ricorrente parte di wah-wah che anticipa quella poi portata quasi alla perfezione in White Room; ottima anche SLAWBR, She Walks Like a Bearded Rainbow”, altro eccellente esempio del rock psichedelico che i Cream stavano perfezionando in quell’album, sempre della premiata ditta Brown/Bruce, con Jack che poi offre una delle sue canzoni melodrammatiche che lo seguiranno anche nella futura carriera solista, We’re Going Wrong, punteggiata dalla solista di Clapton e dalle continue rullate di Baker, ha una forma inconsueta anche grazie al cantato in falsetto di Bruce e all’approccio diversificato dei tre musicisti.

Outside Woman Blues è uno dei due brani ispirati dalle 12 battute classiche nel disco, scritto da Blind Joe Reynolds nel 1929, benché sempre “Claptonizzato”, se mi passate il termine, con il tipico sound della solista di Eric, e Bruce e Baker che ricamano sullo sfondo.L’altro è Take It Back, brano scritto e cantato da Bruce, che suona pure l’armonica, in un pezzo non troppo ardito nei suoi sviluppi sonori. Mother’s Lament è un traditional cantato da tutti i tre, più adatto a qualche serata in pub a bere birra che nella tracklist di Disraeli Gears: che però si guadagna le sue brave cinque stellette anche per merito della versione Deluxe in doppio CD uscita nel 2004, dove nel primo CD troviamo due outtakes, tra cui la citata Lawdy Mama, cinque demos, con un paio di rarità, e nel secondo CD ben 13 BBC Sessions incise tra il 1967 e il 1968, provenienti dal CD pubblicato nel 2003.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Meno “Cattivo” Del Solito, Ma Sempre Validissimo! Marcus King – El Dorado

marcus king el dorado

Marcus King – El Dorado – Fantasy/Universal CD

(*NDM: in questa lunga fase di quarantena forzata si è pensato in accordo con Bruno di recuperare anche qualche titolo recente ma la cui pubblicazione risale comunque a qualche mese fa, rimasto magari in arretrato come a volte succede. Oggi è la volta del giovane musicista del South Carolina, e fra pochi giorni toccherà al tributo femminile a Tom Waits).

Dan Auerbach è ormai diventato, insieme a Dave Cobb, uno dei migliori e più richiesti produttori sulla piazza, sia che incida in prima persona con la band che gli ha dato la notorieità, i Black Keys, che come solista (Waiting On A Song è stato per il sottoscritto uno dei più begli album del 2017), sia che si occupi di patrocinare i lavori di giovani artisti (Yola, Dee White, Early James) ed altri non proprio di primo pelo (Robert Finlay, Leo Bud Welch, Jimmy “Duck” Holmes). Una delle ultime produzioni di Auerbach riguarda un musicista che, seppur ventiquattrenne da pochi giorni, è già un artista affermato: sto parlando di Marcus King, enfant prodige della chitarra (e non solo), che a capo della Marcus King Band si è ritagliato un posto al sole nell’ambito della musica rock-blues di matrice southern con tre album di ottimo livello ed in particolare con gli ultimi due, The Marcus King Band e Carolina Confessions.

El Dorado segna il debutto di Marcus come solista, e mi preme avvertire da subito gli estimatori del nostro e del rock-blues in generale che potrebbero rimanere spiazzati dall’ascolto del disco, in quanto il genere che ha reso King popolare è sì presente ma in misura decisamente minore (ed anche la sua chitarra ruggisce di meno), in quanto Auerbach ha provato a fare del lungocrinito musicista un artista a 360 gradi, più autore e cantante che chitarrista, e secondo me con risultati egregi. Sì perché El Dorado a mio parere è un lavoro decisamente bello, con Marcus che si cimenta con successo in una serie di stili che rendono l’album piacevolmente eclettico: al rock-blues, che comunque è presente, si sono infatti aggiunte corpose dosi di soul, rhythm’n’blues, gospel, oltre a qualche momento di rock più “convenzionale” e perfino un pizzico di country. Gran merito va sicuramente ad Auerbach, che ha scritto tutti i brani in coppia con Marcus e gli ha dato il suo classico suono che rimanda agli anni settanta, ma King ha contribuito in maniera decisiva con una vena molto ispirata e soprattutto con la sua strepitosa voce “nera”, adatta a qualsiasi tipo di musica ma particolarmente idonea a sostenere brani a carattere più soul. Un mix di stili dunque molto accattivante, che non va ad intaccare l’unitarietà di un disco che secondo me fa salire King di un paio di gradini, in quanto ce lo presenta come musicista a tutto tondo e non solo come promettente chitarrista (e comunque la sua sei corde qua e là si sente eccome).

L’album è stato registrato a Nashville negli Easy Eye Sound Studios di proprietà di Auerbach, il quale gli ha messo a disposizione la consueta gang di sessionmen fuoriclasse e dal pedigree eccezionale: Gene Chrisman, Russ Pahl, Dave Roe, Bobby Wood, Mike Rojas e Paul Franklin (per citare i nomi più noti), gente che ha suonato, tanto per fare qualche nome “da poco”, con Elvis Presley, Aretha Franklin, Duane Eddy, Johnny Cash, Solomon Burke e Roy Orbison. Young Man’s Dream è il classico inizio che non ti aspetti, una delicata ballata acustica sfiorata dal country, con un motivo molto rilassato ed una strumentazione parca e suonata in punta di dita, fino al secondo minuto quando entra per un attimo il resto della band e possiamo ascoltare il tipico “big sound” delle produzioni di Auerbach. Con The Well andiamo in territori abituali per Marcus, un rock-blues elettrico dal riff aggressivo e grintoso, un pezzo che potrebbe benissimo appartenere anche al repertorio dei Black Keys (che hanno sempre avuto parecchio blues nel dna), con un paio di assoli brevi ma efficaci che ci mostrano che il nostro non ha perso il tocco; Wildflowers & Wine porta il disco ancora più a sud, per una deliziosa ballata southern soul dal suono caldo e cantata alla grandissima da King, con l’aggiunta di un bel coro femminile dal sapore gospel: sembra quasi una outtake di Anderson East.

One Day She’s Here è uno scintillante errebi dai toni pop, un brano decisamente “morbido” se si pensa ai trascorsi di Marcus, ma eseguito a regola d’arte e con un’aria da Blaxploitation anni settanta (e la voce è perfetta), un pezzo che differisce dalla seguente e squisita Sweet Mariona, che è un po’ come se Sam Cooke non fosse stato ammazzato in quella tragica notte del 1964 e ad un certo punto avesse inciso un disco country (splendida la steel di Franklin): una delizia. Un piano elettrico introduce la lenta Beautiful Stranger, altra bellissima canzone tra soul, country e gospel, distante dalla Marcus King Band ma di livello sublime e con un feeling formato famiglia; con Break siamo sempre in territori “black” anche se qui lo stile è più pop ma senza cadute di gusto, anzi il tutto è trattato con i guanti bianchi e classe sopraffina, mentre Say You Will porta un po’ di pepe nel disco, in quanto siamo di fronte ad una rock song potente, chitarristica e tagliente, genere Rory Gallagher meno blues, con assolo finale torcibudella da parte del leader.

Anche Turn It Up ha un gran bel tiro, un rock’n’roll ancora dall’anima nera, un ritmo trascinante e lo spirito sudista del nostro che esce ad ogni nota, e restiamo al sud anche per la coinvolgente Too Much Whiskey, una splendida country song in puro stile outlaw, che sembra quasi un omaggio a Willie Nelson ed alla sua Whiskey River (la melodia è molto simile, e poi le parole “whiskey river” sono citate espressamente nel testo e c’è pure un’armonica alla Mickey Raphael). Finale con la limpida Love Song, altra soul ballad raffinata, elegante e suonata in souplesse (e che voce), e con No Pain, uno slow lucido ed intenso con organo, steel, chitarra elettrica ed archi che creano un suono unico, quasi un riepilogo dei vari stili incontrati nel corso del CD. Ottimo lavoro quindi questo El Dorado, un album che cresce ascolto dopo ascolto e che testimonia la crescita costante di Marcus King come musicista completo e versatile.

Marco Verdi

E’ Sempre Un Piacere Ascoltare Un “Nuovo” Album Di Rory Gallagher, Specie Se Così Bello – Check Shirt Wizard Live In ’77

rory gallagher check shirt wizardrory gallagher checking shirt wizard live in 1977

Rory Gallagher – Check Shirt Wizard Live ’77 – 2 CD Chess/Universal

Qui https://discoclub.myblog.it/2020/02/02/novita-venture-2020-4-rory-gallagher-check-shirt-wizard-live-in-77-dai-magici-archivi-della-famiglia-il-6-marzo-arriva-un-altro-bel-doppio/  potete trovare quanto avevo scritto in sede di presentazione di questo doppio live e a questo link https://discoclub.myblog.it/2019/08/24/troppo-bello-per-non-parlarne-diffusamente-il-classico-cofanetto-da-5-stellette-rory-gallagher-blues/  trovate la recensione dello splendido triplo uscito lo scorso anno. E non credo neppure occorra ulteriormente ricordare chi sia stato Rory Gallagher, da sempre uno dei preferiti di questo Blog e andando a ritroso potete trovare diversi Post che tracciano in retropsettiva anche la sua carriera, per cui veniamo subito i contenuti di questo doppio CD.

Come detto in sede di presentazione si tratta di 20 brani estratti da 4 diverse esibizioni tenute in Inghilterra, tra gennaio e febbraio del 1977, dal mago dalla chitarra a quadri (come ci ricorda il titolo del CD). quindi non un vero concerto dal vivo completo, ma uno virtuale costruito estraendo da quei concerti quasi tutti i brani che Gallagher eseguì in quel breve tour, che poi ebbe una breve coda con una data alla Royal Albert Hall il 2 marzo, mentre le date dei quattro show da cui si è andati a pescare sono quelle del 18 gennaio all’Hammersmith Odeon di Londra, il 21 gennaio al Brighton Dome, il 17 febbraio alla Sheffield City Hall e il 18 febbraio alla Newcastle City Hall. Nel corso di quel tour tra Irlanda del Nord, Scozia e Gran Bretagna ci furono parecchie altre date, per cui non mi sento di escludere future uscite tratte da quella tournée, comunque saggiamente per l’occasione si sono evitati brani ripetuti più volte, creando appunto questa sorta di concerto virtuale. Con Rory troviamo la band che lo accompagnava all’epoca, già da alcuni anni, e con la quale aveva inciso Calling Card, uscito ad ottobre del ’76, che era l’abum in promozione, e cioé Gerry McAvoy al basso, Rod de’Ath alla batteria e Lou Martin alle tastiere.

Si parte subito alla grande con Do You Read Me, brano che appunto apriva quel disco: Rory, come sempre dal vivo, è in forma strepitosa, la registrazione è eccellente, per cui si gode appieno il suo stile fremente ed istintivo, mediato peraltro dalla tecnica sopraffina, che lo aveva fatto definire da Hendrix, sul finire degli anni ’60, “il miglior chitarrista del mondo” (tuttora al 57° posto, forse un po’ basso, nella lista dei migliori All Time, stilata da Rolling Stone), e tra i suoi fans ci sono anche Bob Dylan e The Edge, anche se il suono all’epoca era appena più “duro” rispetto a quello di Live In Europe e Irish Tour, era comunque un gran bel sentire, con la potenza inaudita di suono che Gallagher e soci sono in grado di riversare su un pubblico adorante, la chitarra imperversa, l’organo lo segue e la voce rude, maschia e cattiva di Rory chiude il cerchio, con la ritmica che pompa di brutto. Moonchild, sempre da Calling Card, in questo senso è forse ancora più brutale, una forza che che in quegli anni avevano forse solo i Led Zeppelin, per quanto declinanti, con la vecchia “scassata” Strato del nostro ancora in grado di regalare magie e fiumi di note; la granitica e riffatissima Bought And Sold arriva da Against The Grain, mentre da Calling Card, oltre alla sospesa e quasi psichedelica title track, arrivano anche la minacciosa e possente Secret Agent, sempre decisamente più rock che blues, la cadenzata e raffinata Jack Knife Beat, presente nel 2° dischetto, con un assolo spendido di Rory ben sostenuto dal piano di Martin, mentre Edged In Blue è una deliziosa e lirica blues ballad con retrogusti quasi hendrixiani, che poi accelera nella seconda parte.

Tattoo’d Lady è uno dei miei brani preferiti in assoluto di Rory Gallagher, tratto dall’album del 1973, una agile e scorrevole rock song dove si apprezza una volta di più l’apporto di Lou Martin al pianoforte, con un assolo fluido e ben congegnato, mentre il musicista di Cork ci delizia ancora una volta con il suo solismo variegato e sempre aperto a diverse soluzioni sonore. Come dimostra anche una eccellente versione di A Million Miles Away, una delle sue canzoni più belle, una blues ballad ad alto tenore melodico, in cui il nostro ci regala un assolo da sballo nella parte centrale, per poi lasciare spazio nel finale anche all’organo di Martin, bellissima. C’è anche un inconsueto e raro omaggio al soul & R&B con la cover di I Take What I Want di Sam & Dave, preso ad una velocità da ritiro della patente, ossia alla Rory Gallagher, sempre presa da Against The Grain, con De’Ath e McAvoy che imperversano come se non ci fosse un futuro, per tenere testa al nostro amico. Walk On Hot Coals suona nuovamemente non dissimile dai Led Zeppelin, con una veemenza e una potenza incredibili, con la solista anche in modalità slide, impegnata a mulinare in modo impressionante e con la sezione ritmica in modalità vorticosa https://www.youtube.com/watch?v=cJFIiGu-zvQ .

Ovviamente il blues non puo mancare in un concerto di Gallagher, quando si apre il secondo CD ed inizia la sequenza acustica, prima arriva il folk blues dei brano di Leadbelly Out On The Western Plain, seguito dalla deliziosa ed ondeggiante Barley And Grape Rag, altro brano originale estratto da Calling Card, che potrebbe sembrare un altro tradzionale in arrivo dalla grande depressione https://www.youtube.com/watch?v=7k_dSJ7I71A , con Rory a mostrare il suo virtuosismo anche alla chitarra acustica, che poi ribadisce, in modalità bottleneck, nel classico Too Much Alcohol, quasi una premonizione della sua futura condizione, il brano di JB Hutto che su Irish Tour era in versione elettrica, qui appare come un Delta Blues, e anche quando imbraccia il mandolino per Going To My Hometown, che lentamente si elettrifica e poi lascia spazio al piano di Martin, traspare il suo grande amore per le 12 battute realizzato sempre in modo genuino e con un grande trasporto assai apprezzato dal pubblico.

Nella sequenza del gran finale elettrico, oltre ai brani già citati, troviamo una Souped-up Ford, ancora da Against The Grain, a tutto boogie e di nuovo con la slide e il piano di Martin sugli scudi, e poi una colossale Bullfrog Blues che non ha nulla da invidiare a quelle presenti in Live In Europe e Irish Tour, nuovamente a tutto bottleneck, in una parola “viulenza” allo stato puro, nel miglior significato del termine. Used To Be, dal capolavoro Deuce, è un’altra fabbrica di riff, forse neanche gli Stones avrebbero potuto fare di più, e Country Mile, l’ultimo brano pescato da Calling Card, è un ennesimo boogie vertiginoso dove Rory Gallagher, distilla la sua arte nel creare quel blues elettrico ed elettrizzante che lui era tra i pochi in grado di creare, una vera meraviglia del “ragazzo” con la camicia a quadri”!

Bruno Conti