Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 7. Gli Inizi Di Uno Dei Gruppi Più Originali Degli Ultimi Anni. Fleet Foxes – First Collection 2006 – 2009

fleet foxe first collection 2006-2009

Fleet Foxes – First Collection 2006 – 2009 – Nonesuch/Warner 4CD – 4LP (1×12” + 3×10”)

I Fleet Foxes, band di Seattle capitanata dal vulcanico e geniale Robin Pecknold, sono indubbiamente tra i gruppi più originali e particolari degli ultimi quindici anni: la loro miscela di folk, rock, pop e sonorità californiane tipiche degli anni settanta, un suono elaborato ed accattivante nello stesso tempo, è quanto di più innovativo si possa trovare oggi in circolazione. Il loro secondo album, Helplessness Blues (2011), aveva ottenuto consensi ed ottime vendite ovunque https://discoclub.myblog.it/2011/05/03/una-attesa-conferma-fleet-foxes-helplessness-blues/ , ed il suo seguito uscito lo scorso anno, Crack-Up, pur essendo leggermente inferiore https://discoclub.myblog.it/2017/06/02/fortunatamente-non-si-sono-persi-per-strada-anteprima-fleet-foxes-crack-up/ , era comunque un lavoro più che buono. Ora, per quanti (sottoscritto incluso) hanno conosciuto la band solo con Helplessness Blues, Pecknold e compagni pubblicano questo box quadruplo (consiglio la versione in CD, che ha un prezzo contenuto) intitolato First Collection 2006 – 2009, che raccoglie i due rari EP d’esordio del gruppo, il loro primo album Fleet Foxes del 2008, ed un altro EP esclusivo intitolato B-Sides And Rarities.

fleet foxe first collection 2006-2009 vinile

Il cofanettino, almeno quello in CD, è piccolo e maneggevole, ma in ogni caso è molto curato e dotato di un bel libretto ricco di foto, informazioni e testi di tutte le canzoni, ed il suono è stato rimasterizzato alla grande: vediamo dunque il contenuto musicale disco per disco (il box presenta l’album come CD1 ed i due EP come CD2 e 3, ma io andrò in ordine cronologico, che è anche il modo in cui consiglio di ascoltare i vari dischetti). The Fleet Foxes EP (2006): mini album di sei pezzi venduto dalla band ai concerti, pare ne esistano solo 50 copie “fisiche”, mentre in download è più facile da reperire. Nonostante il gruppo fosse all’epoca già un quintetto, nel disco suona tutto Pecknold, tranne la batteria che è nelle mani di Garret Croxon; il suono è più rock e diretto che in seguito, ma qua e là ci sono già i germogli dello stile che verrà. She Got Dressed è una rock song potente ed elettrica, piuttosto rigorosa anche nella struttura melodica; anche meglio In The Hot Hot Rays, una deliziosa e solare canzone pop, dal ritmo sostenuto e con una chitarra decisamente “californiana”. Anyone Who’s Anyone è contraddistinta da una splendida chitarra twang e da una performance forte e vitale, con un uso delle voci molto creativo, mentre Textbook Love è ancora pop deluxe, con Robin che mostra già di avere una personalità debordante. Il mini album termina con la vigorosa ed elettrica So Long To The Headstrong, tra pop e rock e melodicamente complessa, e con Icicle Tusk, folk, cantautorale e più vicina ai Fleet Foxes di oggi.

Sun Giant (2008): secondo EP del gruppo, uscito appena due mesi prima del loro debut album (ma con il quale non ha pezzi in comune). Ed ecco i Fleet Foxes che conosciamo (a proposito, qua ci sono anche gli altri: Skyler Skjelset, chitarra, Casey Wescott, tastiere, Craig Curran, basso e Nicholas Peterson, batteria), con melodie quasi eteree, di stampo folk, ma con qualche elemento di psichedelia ed un vulcano di idee. La title track apre in modo suggestivo, con un canto corale a cappella, quasi ecclesiastico, seguito a ruota dall’intrigante Drops In The River, brano cadenzato, decisamente folk-rock nella struttura ed un motivo diretto, sempre giocato sull’uso particolare delle voci. Restiamo in territori folk con la saltellante English House, che ricorda un po’ lo stile dei Lumineers, ed anche con la splendida Mykonos, una canzone intensa, fluida e dalla melodia davvero suggestiva, con armonie vocali degne di CSN; chiusura con la lenta Innocent Son, solo per voce e chitarra. Fleet Foxes (2008): ed è la volta del primo album, che ha compiuto una decade esatta proprio quest’anno: inizio con la sognante e folkie Sun It Rises, ancora più vicina al suono odierno, un brano elettroacustico dal crescendo strumentale coinvolgente ed una melodia sospesa alla David Crosby; la corale White Winter Hymnal è davvero bellissima, ha un motivo circolare ed un sottofondo musicale di grande respiro, mentre Ragged Wood è sostenuta da un ritmo acceso e da uno sviluppo disteso e forte al tempo stesso, con decisi cambi di tempo e melodia tipici di Pecknold.

Sentite poi Tiger Mountain Peasant Song, folk ballad splendida, pura e cristallina, o la mossa Quiet Houses, sempre con un uso molto interessante delle voci e soluzioni melodiche mai banali, o ancora He Doesn’t Know Why, altra deliziosa canzone tra folk d’autore e pop adulto. Tra i pezzi rimanenti, non posso non segnalare lo strumentale (ma le voci non mancano) Heard Them Stirring, puro Laurel Canyon Sound, l’acustica ed intensissima Meadowlarks o la conclusiva Oliver James, in cui la voce di Robin è praticamente lo strumento solista. B- Sides And Rarities: EP di otto canzoni che contiene quattro brani usciti solo su singolo e quattro versioni inedite. False Knight On The Road è un folk etereo ancora caratterizzato da un motivo squisito e di facile assimilazione (canzone un po’ sprecata come lato B), mentre la rilettura del noto traditional Silver Dagger è semplicemente stupenda, solo voce e chitarra ma emozioni a profusione (e Pecknold canta in maniera sublime). La gentile White Lace Regretfully è più normale, ma Isles è ancora un delizioso bozzetto acustico di grande presa emotiva. Chiudono il dischetto tre interessanti demo inediti di brani presenti sul primo album e sul secondo EP (Ragged Wood, He Doesn’t Know Why, English House), che sembrano canzoni fatte e finite, ed un frammento strumentale di appena 52 secondi intitolato Hot Air.

Se vi piacciono i Fleet Foxes ma non conoscevate le loro origini (e poi sfido chiunque a possedere i primi due EP), questo cofanetto fa al caso vostro, anche perché una volta tanto non costa una cifra esagerata (in CD).

Marco Verdi

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 5. Questa Era…Praticamente Una Blues Band! Jethro Tull – This Was: The 50th Anniversary Edition

jethro tull this wajethro tull this was front

Jethro Tull – This Was: The 50th Anniversary Edition – Parlophone/Warner 3CD/DVD Box Set

La meritoria ed apprezzata serie di ristampe del catalogo dei Jethro Tull con i remix degli album originali ad opera di Steven Wilson è arrivata, nei primi mesi di quest’anno, al disco del 1978 dello storico gruppo capitanato da Ian Anderson, Heavy Horses, e già pregustavo per il 2019 la riedizione di Stormwatch (a mio giudizio uno dei lavori più sottovalutati della band inglese), quando mi è arrivata tra capo e collo questa riedizione per il cinquantesimo anniversario di This Was, ovvero l’album di esordio dei Tull, datato 1968. La cosa ha senso, in quanto questo disco era l’unico che mancava nella serie di cofanetti curati da Wilson (nonostante già nel 2008 avesse beneficiato di una ristampa in doppio CD), e quindi ora i fans possono completare anche dal punto di vista dei manufatti una serie che è comunque in continuo sviluppo, con l’unica (e, dal punto di vista del collezionista, fastidiosa) eccezione di Benefit, che non aveva beneficiato del “trattamento” a cofanetto in stile libro. This Was è un album particolare nella discografia dei Jethro Tull, in quanto è forse il meno rappresentativo del loro classico suono rock-folk-prog, ma è bensì un lavoro che all’epoca più di un addetto ai lavori aveva inserito nel filone del British Blues.

Gran parte della responsabilità va senz’altro al chitarrista Mick Abrahams, musicista dalla chiara formazione di stampo blues, che rimarrà nel gruppo per meno di un anno e lascerà poco dopo l’uscita del disco per formare i Blodwyn Pigs, sostituito da Martin Lancelot Barre (e prima, non tutti lo sanno, per un brevissimo periodo da Toni Iommi, *NDB lo si vede nel film degli Stones Rock And Roll Circus https://www.youtube.com/watch?v=zqDxL2oyl-Y), che rimarrà nel gruppo fino allo scioglimento avvenuto nel 2011 (anche gli altri due membri dell’allora quartetto non resteranno a lungo: il bassista Glenn Cornick se ne andrà nel 1970, mentre il batterista Clive Bunker nel 1972). Questa ristampa presenta come al solito un bellissimo e curatissimo libretto pieno di commenti, testimonianze, foto rare o mai viste (anche delle sporadiche reunion di Anderson con gli altri tre membri avvenute in anni recenti), note di Ian brano per brano vergate con la consueta ironia ed i testi delle canzoni, mentre dal punto di vista musicale il box presenta tre CD più un DVD audio. Il primo dischetto offre ovviamente il disco originale, col già citato remix di Wilson, con l’aggiunta di qualche bonus track: un disco come dicevo poc’anzi dalle sonorità decisamente bluesate, ma che in più di un’occasione presenta i germogli del classico Tull sound, con il famoso flauto di Anderson a duettare bravamente con la chitarra di Abrahams.

L’album contiene già due futuri classici del gruppo: il rock-blues d’apertura My Sunday Feeling, che parte da una tipica struttura a 12 battute per diventare una palestra per le digressioni flautistiche del leader, e la famosa A Song For Jeffrey, ancora oggi una delle più trascinanti rock songs dei nostri (ed anche qui il blues non è estraneo). Some Day The Sun Won’t Shine For You è puro folk-blues, influenzato da Sonny Terry e Brownie McGhee, solo voce, chitarra ed armonica, mentre l’elettrica Beggar’s Farm ha anch’essa un impianto blues, alla Peter Green, ma Ian gioca con i cambi di tempo e melodia donando imprevedibilità al brano (un pezzo che dal vivo ha sempre fatto faville), mentre It’s Breaking Me Up è di nuovo puro blues elettrico, cadenzato e godibilissimo. C’è anche l’unica canzone in tutti gli album dei Tull non cantata da Anderson, bensì da Abrahams, Move On Alone, ed ironicamente è il brano meno blues e più sul genere rock ballad con elementi pop (e la voce di Mick non è proprio formidabile). Ci sono anche ben quattro strumentali: il jazz-rock Serenade To A Cuckoo, un pezzo di Roland Kirk in cui il flauto di Anderson sostituisce il sax del musicista americano (anticipando quello che succederà l’anno seguente con la Bourée di Bach), la frenetica Dharma For One, con grande prestazione di Bunker ai tamburi, la roboante Cat’s Squirrel, un traditional che i Tull avevano inciso ispirandosi alla versione dei Cream, e l’improvvisazione di Round, che però dura appena cinquanta secondi. Come bonus abbiamo due brani usciti all’epoca su singolo (la potente e diretta Love Story e la folkeggiante A Christmas Song), più quattro inediti: la take 1 di Serenade To A Cuckoo, Move On Alone con il flauto (la versione sul disco originale ne era priva), un pezzo intitolato Ultimate Confusion che in realtà è puro cazzeggio strumentale in studio, e soprattutto una Some Day The Sun Won’t Shine For You più veloce di quella pubblicata e forse anche migliore.

Il secondo CD parte con nove brani incisi in due diverse session alla BBC per la trasmissione Top Gear, con sei pezzi da This Was (tra cui riletture decisamente vitali di My Sunday Feeling, Cat’s Squirrel e A Song For Jeffrey), più Love Story e due cover di classici del blues, cioè una splendida So Much Trouble (proprio dei già citati Terry e McGhee), con Mick e Ian che si superano rispettivamente alla slide e armonica, e la nota Stormy Monday di T-Bone Walker, lenta, distesa e suonata con classe. Poi, oltre alla solita serie di single versions, lati A e B, in mono (tra cui lo strumentale One For John Gee, non presente sul primo CD, ed il primo 45 giri in assoluto dei Tull, Sunshine Day, all’epoca erroneamente accreditato ai “Jethro Toe”, un brano non imprescindibile e cantato da Abrahams, ed in cui il contributo di Anderson è ridotto al minimo), troviamo due canzoni della John Evan Band, che è il gruppo pre-Tull in cui militavano i quattro, due pop songs interessanti ma lontane dal futuro stile della band (Aeroplane e Blues For The 18th i titoli). Il terzo CD si limita a proporre l’album nei missaggi originali del 1968 sia stereo che mono, mentre il DVD audio lo ripropone remixato sempre da Wilson con la tecnica 4.1 DTS e con lo stereo mix del 1969 in 96/24 bit, insomma tutte robe da audiofili incalliti.

This Was, Questo Era: già dal titolo scelto all’epoca Ian Anderson voleva far capire che la direzione musicale dei Jethro Tull era destinata a cambiare a breve (con il secondo album Stand Up), ma proprio per la sua particolarità è un disco che vale la pena riscoprire.

Marco Verdi

Uno Dei Dischi Rock (Blues) Più Belli Dell’Anno! Damon Fowler – The Whiskey Bayou Session

damon fowler the whiskey bayou session

Damon Fowler – The Whiskey Bayou Session – Whiskey Bayou Records

Sono passati 4 anni dall’uscita di Sounds Of Home, album che chiudeva il suo contratto di tre dischi con la Blind Pig Records https://discoclub.myblog.it/2014/01/20/suoni-casa-tab-tanta-slide-damon-fowler-sounds-of-home/ , eccellente lavoro che evidenziava, come i precedenti, le virtù di chitarrista, cantante e compositore, nell’ordine, di Damon Fowler, nativo di Brandon, Florida, ma da anni residente in quel di New Orleans, un uomo del Sud degli States, come testimonia anche il bellissimo disco dei Southern Hospitality, la band che condivide con JP Soars, Victor Wainwright, Chris Peet e Chuck Riley, il cui disco del 2013 Easy Livin’, come pure Sounds Of Home, era stato prodotto da una delle punte di diamante della musica blues e rock della Louisiana come Tab Benoit. Negli anni successivi Fowler ha fatto parte anche della touring band di Butch Trucks, fino alla sua tragica scomparsa, e poi è stato chiamato da un altro grande ex Allman Brothers come Dickey Betts, che però, come forse avrete letto ha avuto grossi problemi di salute e quindi ha dovuto interrompere la propria attività.

Comunque nel frattempo Damon si è ricongiunto con Benoit che gli ha proposto un contratto per la sua piccola etichetta, e il disco che nasce ha preso proprio il nome di The Whiskey Bayou Session, in omaggio all’etichetta e agli Houma Louisiana Studios dove è stato realizzato. Sono  con Fowler i bravissimi Todd Edmunds al basso e Justin Headley alla batteria, con l’aggiunta di Tab Benoit, che oltre a produrre il disco suona la chitarra in tre pezzi e firma con Fowler sei brani. Il disco è un ennesimo gioiellino della discografia del nostro amico, che in questo nuovo CD  non ha perso il suo magico tocco a Fender Telecaster, slide e lap steel, di cui è un vero virtuoso, in più ha anche un gran voce, vibrante ma con sottili tonalità soul, melodica e grintosa al tempo stesso.  Il suo timbro di chitarra oscilla tra la grinta di Johnny Winter, la classe di Duane Allman, e in ambito slide Lowell George o Ry Cooder , quindi tra blues, rock e soul. Il suono creato da Benoit è splendido: nitido, con gli strumenti ben definiti e la chitarra di Fowler messa sempre in primo piano, sembrano quei vecchi dischi Stax o Capricorn, dove le chitarre di Duane Allman o Eddie Hinton si innestavano su groove ritmici paradisiaci alla Muscle Shoals, come nell’iniziale It Came Out Of Nowhere dove la voce nera e scurissima, poi lascia spazio alla solista limpidissima di Fowler, mentre la sezione ritmica va di carnoso errebì alla grande.

Fairweather Friend è un altro limpido esempio di rock-blues sudista con Damon che maramaldeggia nuovamente con la sua Telecaster letale che disegna traiettorie soliste di classe sopraffina e con un suono da leccarsi i baffi; Hold Me Tight è un brano scritto dal giamaicano Johnny Nash (ve lo ricordate, quello di I Can See Clearly Now?), che diventa un galoppante country got soul dalla melodia accattivante. Up The Line è un brano di Little Walter Jacobs, un incalzante rock-blues sporco e cattivo, basso rotondo e batteria agile, e poi la chitarra che entra come un coltello nel burro, fluida e pungente come solo i grandi solisti sanno fare.  Ain’t Gonna Rock With You No More della premiata ditta Fowler/Benoit è un bluesaccio con uso slide come se fossero tornati i vecchi Little Feat più assatanati di Lowell George, con il bottleneck che scivola senza freni, mentre per Just a Closer Walk with Thee Fowler imbraccia la sua lap steel sognante per un tuffo gospel nel sacred steel sound più mellifluo e sinuoso, cantato con fervore estatico https://www.youtube.com/watch?v=pitbNXOz80A .

Pour Me è un altro blues-rock trascinante con le due chitarre di Fowler e Benoit in pieno trip sudista, di nuovo in modalità slide quella di Damon, poi tocca a Holiday,  altro pezzo rock splendido, sembrano i Dire Straits di Sultans Of Swing, brano che va di rock swingato, ma anche con continui cambi di tempo, sarà old school, ma ragazzi se suonano https://www.youtube.com/watch?v=v_EPBx_-gnA  e lui come canta, con un assolo di chitarra da dichiarare illegale. E non è finita, Running Out Of Time ha un altro groove di pura matrice sudista, semplice e orecchiabile, ma il lavoro della solista è sempre sopraffino, Candy è un duetto country-blues tra le chitarre acustiche di Fowler e Benoit, con Damon che estrae dal cilindro un timbro suadente da storyteller , e per concludere in bellezza tocca ad un altro brano dove domina il suono dolcissimo della lap steel , tra western swing, tocchi hawaiani e sonorità impossibili, per una Florida Baby dall’impianto veramente laidback. Fatevi un favore, cercate questo disco.

Bruno Conti

Un Divertente Disco Dal Vivo Per Uno Dei Grandi “Sidemen” Del Rock. Chuck Leavell – Chuck Gets Big (With The Frankfurt Radio Big Band)

chuck leavell chuck gets beig

Chuck Leavell  – Chuck Gets Big With The Frankfurt Radio Big Band – BMG/Evergreen Arts

Chuck Leavell, da Birmingham, Alabama, è uno dei musicisti più importanti tra coloro che hanno prestato la loro opera di tastierista aggiunto con un paio delle band più rappresentative della storia del rock: dagli anni ’80 lavora con i Rolling Stones, come “direttore” della road band che accompagna le Pietre Rotolanti nei vari tour, e prima, tra il 1972 e il 1976, fu membro effettivo dell’Allman Brothers Band. Dal 1977 al 1980 ha avuto una propria band, i Sea Level, e comunque nel corso degli anni ha lavorato con moltissimi artisti che hanno chiesto le sue prestazioni: Black Crowes, Clapton, David Gilmour, Gov’t Mule, John Mayer, per citare alcuni dei più noti (ma pure con i nostri  Maurizio “Gnola” Glielmo Fabrizio Poggi). La sua carriera solista non è particolarmente ricca: cinque album negli ultimi 20 anni, compreso un altro Live In Germany (doppio) del 2008.

Proprio in relazione a quel CD, Chuck Gets Big, il disco di cui ci stiamo occupando ha rischiato di non vedere la luce, in quanto registrato nel 2011, e con Leavell che avendo già un live in commercio, non voleva pubblicarlo a così breve distanza dal precedente disco dal vivo. All’inizio del 2018, si è deciso che valeva la pena di fare uscire questo documento del suo incontro con la Frankfurt Radio Big Band. La band è proprio big, ci sono ben dodici “fiatisti”, più chitarra, basso e batteria e un paio di coriste. Il repertorio è eclettico, pesca da tutta la discografia di Chuck: si parte con King Grand, un brano dei Sea Level, che illustra il suo lato più jazz (rock), subito incantati da un florilegio del magico piano di Leavell, poi i fiati iniziano a lavorare all’unisono, il nostro che non è un cantante memorabile, pure se le cava onorevolmente, e gli assoli di Alex Schlosser alla tromba e Martin Scales alla chitarra, oltre a quello di Leavell, sono ben strutturati e assai godibili, nel suono d’assieme appunto da Big Band.

Losing Hand è uno standard da sempre associato al primo repertorio di Ray Charles, un R&B corposo che rende omaggio al Genius e qui il nostro lavora ancora di fino alla tastiera, mentre Honky Tonk Women è uno dei brani più identificabili dei suoi attuali datori di lavoro, un riff leggendario che regge anche trasferito in un ambito meno rock, per quanto i suoi colleghi tedeschi e le due coriste ci diano dentro di gusto, con Scales che fa il Richards della situazione. Living In A Dream è un altro brano dei Sea Level, come il precedente tratto da On The Edge del ’78, con Nils Van Haften che duplica il solo di sax tenore di Randall Bramblett dell’originale, in un pezzo dal ritmo sognante e mosso al contempo, con Blue Rose, una delle sue rare composizioni, da un disco di solo piano del 2001, qui trasformato in una vivace cavalcata a tempo di jazz, per poi lasciare spazio ad uno dei brani più belli di Brothers And Sisters degli Allman, Southbound, uno dei classici di Dickey Betts, con Scales di nuovo in bella evidenza, in un arrangiamento che richiama quelli dei Blood, Sweat And Tears o dei primi Chicago. 

Ancora musica di qualità con una gagliarda e corale Tumbling Dice, che diventa un rock’n’soul di pura matrice sudista, seguita da Ashley, un altro dei brani di Leavell, tratto da Southscape del 2005, una solenne e morbida ballatona dove le mani del nostro corrono sulla tastiera. E lì si fermano per un altro omaggio agli Allman Brothers, con il blues-rock sapido ed orchestrale di una coinvolgente Statesboro Blues, seguito da uno dei classici del R&R come Route 66, presa a tutta velocità dalla band che segue come un sol uomo il nostro amico, che continua a cantare più che dignitosamente, anche se poi si deve un poco ” arrangiare” quando si trova alle prese con Georgia On My Mind, dignitosa, ma il grande Ray era un’altra cosa, meglio in un altro must del repertorio di Charles come la vorticosa e raffinata Compared To What, sempre con la Big Band in perfetta sintonia con il piano di Leavell, che poi si lascia andare ai virtuosismi nella conclusiva strumentale Tomato Jam che chiude una bella serata di musica.

Bruno Conti

Uno Dei “Virtuosi” Della Chitarra Elettrica Nuovamente in Azione. Robben Ford – Purple House

robben ford purple house

Robben Ford – Purple House – EarMUSIC      

Avevamo lasciato Robben Ford alle prese con l’avventura europea di Lost In Paris Blues Band, un  buon disco collaborativo del 2016, realizzato con il bluesman francese Paul Personne e l’americano Ron Thal, oltre a John Jorgenson e Beverly Jo Scott https://discoclub.myblog.it/2017/01/06/quasi-una-super-session-lost-in-paris-blues-band-paul-personne-robben-ford-ron-thal-john-jorgenson-beverly-jo-scott/ .  Nel frattempo ha realizzato anche Supremo, il nuovo disco dei Jing Chi, il power trio che condivide con Jimmy Haslip e Vinnie Colaiuta . Nel 2018 si ripresenta con il suo nuovo disco solista, Purple House, sempre per la earMUSIC, la sua attuale etichetta, con musicisti e compagni d’avventura completamente diversi da quelli che avevano partecipato a Into The Sun,  con nomi di pregio come ospiti, da Warren Haynes a Keb’ Mo’, passando per Robert Randolph, Sonny Landreth e Tyler Bryant degli Shakedown https://discoclub.myblog.it/2015/03/17/la-classe-acqua-2-robben-ford-into-the-sun/ .

Questa volta la produzione è affidata a Casey Wasner, specialista di dischi blues, ingegnere del suono e produttore per i recenti dischi di Keb’ Mo’, da solo e con Taj Mahal, Walter Trout e anche dell’album degli Jing Chi. Wasner, suona anche la chitarra, le tastiere e  la batteria all’occorrenza, e dovrebbe far parte della prossima touring band di Ford con Ryan Madora al basso e Derrek Phillips alla batteria, che presumo  suonino anche nell’album. Quello che è certo è che gli ospiti, meno altisonanti del disco del 2015,ma comunque validi, sono Shemekia Copeland, che duetta nel brano Break In The Chain con Robben, Travis McCready, voce solista nel pezzo Somebody’s Fool, e Drew Smithers seconda chitarra solista in Willing To Wait, entrambi della band di Natchez, Mississippi Bishop Gunn. Ma torniamo a questo Purple House, per il quale, come dice lo stesso Ford nella presentazione, si è voluto porre l’enfasi sulla produzione, privilegiando ulteriormente il suono, da sempre uno dei pallini del chitarrista californiano, e anche un diverso approccio sonoro rispetto alle sue produzioni abituali, per esempio con i Blue Line, dove lo stile era decisamente rivolto al blues e al R&B.

Tangle With Ya, ha un suono tra il funky e il fusion-rock di altre avventure passate, molto ben definito, con gli strumenti decisamente ben delineati, soprattutto il basso, ma anche con l’uso di fiati e voci femminili di supporto, che danno un aura R&B al tutto, mentre l’assolo del nostro come al solito è un prodigio di tecnica e feeling; ancora molto funky moderno per la successiva e sempre fiatistica What I’ Haven’t Done, che ricorda il sound di una sua vecchia formazione, gli LA Express,, mentre gli assoli continuano ad essere sempre fluidi e brillanti. Empty Handed è una sorta di ballata elettroacustica, quasi da cantautore, intima e raffinata, con una bella melodia e un cantato molto partecipe di Ford, che lavora al solito di fino con le chitarre, mentre Bound For Glory è un pezzo rock più leggero, quasi radiofonico, nobilitato come di consueto da un assolo di gran classe.

Break In The Chain, è un gagliardo blues-rock cantato a due voci con Shemekia Copeland, che si conferma una delle cantanti più interessanti attualmente in circolazione https://discoclub.myblog.it/2018/09/04/alle-radici-della-musica-americana-con-classe-e-forza-interpretativa-shemekia-copeland-americas-child/ , mentre il nostro impiega una timbrica della sua solista decisamente più robusta rispetto al passato, anche se ci sono i soliti passaggi elettroacustici di grande tecnica. Wild Honey è un’altra bella ballata mid-tempo da cantautore di ottima fattura, malinconica e quasi di stampo west-coastiano, con il lavoro della solista molto misurato; Cotton Candy torna al funky-rock con un rotondo giro di basso e i fiati che guidano le danze, prima di lasciare spazio alla funambolica solista del leader. Finale con i due brani insieme ai membri dei Bishop Gunn, Somebody’s Fool, un potente e tirato rock-blues, cantato dall’ottimo McCready https://www.youtube.com/watch?v=SWA9sArssmU  e Willing To Wait una blues ballad dove Ford si misura in gusto e classe con la seconda solista di Drew Smithers https://www.youtube.com/watch?v=h0aB6-ustjY . Al solito un buon album per Robben Ford, anche se forse non  particolarmente memorabile.

Bruno Conti

Tornano I “Maghi” Della Slide. Delta Moon – Babylon Is Falling

delta moon babylon is falling

Delta Moon – Babylon Is Falling – Jumping Jack Records/Landslide Records

Decimo album di studio per I Delta Moon,  Il duo di Atlanta, Georgia, composto da Tom Gray, che è la voce solista e impegnato alla lap steel in modalità slide, e Mark Johnson, pure lui alla slide: in effetti vengono uno da Washington, DC e l’altro dall’Ohio, ma hanno eletto il Sud degli States come loro patria elettiva, e con l’aiuto del solido (in tutti i sensi) bassista haitiano Franher Joseph, che è con loro dal 2007, hanno costruito una eccellente reputazione come band che sa coniugare blues, rock, musica delle radici e un pizzico di swamp, in modo impeccabile. I batteristi, che spesso sono anche i produttori dei dischi, ruotano a ritmo continuo: in questo Babylon Is Falling ne troviamo tre diversi, Marlon Patton è quello principale, mentre in alcuni brani suonano pure Vic Stafford e Adam Goodhue. Il risultato è un album piacevolissimo, dove il materiale originale si alterna ad alcune cover scelte con estremo buon gusto ed eseguite con la classe e la finezza che li contraddistingue da sempre.

Per chi non li conoscesse, i Delta Moon hanno un suono meno dirompente di quanto ci si potrebbe attendere da un gruppo a doppia trazione slide, una rarità, ma anche uno dei loro punti di forza https://discoclub.myblog.it/2017/05/12/due-slide-sono-sempre-meglio-di-una-nuova-puntata-delta-moon-cabbagetown/ :Tom Gray non è un cantante formidabile, ma supportato spesso e voelntieri dalle armonie vocali di Johnson e di Fraher, nelle note basse, è in grado di rendere comunque il loro approccio alla materia blues e dintorni molto brillante e vario, come dimostra subito un brano uscito dalla propria penna come Long Way To Go. Un bottleneck minaccioso che si libra sul suono bluesato  e cadenzato dell’insieme, speziato dal suono della paludi della Louisiana, altra fonte di ispirazione del sound sudista della band, mentre anche l’altra slide di Johnson inizia ad interagire con quella di Gray, che benché il nome lap steel potrebbe far pensare venga suonata sul grembo, in effetti è tenuta a tracolla e “trattata” con una barretta d’acciaio.

Conclusi i tecnicismi torniamo ai contenuti del disco: la title track Babylon Is Falling è un brano tradizionale arrangiato come un galoppante soul-blues-gospel che sta a metà strada tra il Cooder elettrico e i gruppi soul neri, con il consueto sfavillante lavoro delle chitarre, mentre One More Heartache è un vecchio brano Motown firmato da Smokey Robinson  per un album del 1966 di Marvin Gaye, sempre rivisitato con quel sound che tanto rimanda ancora al miglior Ry Cooder. Might Take A Lifetime è il primo contributo come autore di Mark Johnson, ma la voce solista è sempre quella roca e vissuta di Gray, con il suono che qui vira decisamente al rock, pensate ai Little Feat o magari ai primi Dire Straits, tanto per avere una idea; Skinny Woman va a pescare nel repertorio di R.L. Burnside per un tuffo nel blues delle colline, vibrante ed elettrico come i nostri amici sanno essere, grazie a quelle chitarre che volano con leggiadria sul solido tappeto ritmico. Louisiana Rain è un sentito omaggio al Tom Petty più vicino al suono roots, una squisita southern ballad che la band interpreta in modo divino, con l’armonica di Gray che si aggiunge al suono quasi malinconico e delicato delle chitarre accarezzate con somma maestria dai due virtuosi.

Liitle Pink Pistol, nuovamente di Gray, è un rock-blues più grintoso, sempre con le chitarre che si rispondono con  superbo gusto dai canali dello stereo e una spruzzata di organo per rendere il suono più corposo. Nobody’s Fault But Mine è il famoso traditional attribuito a Blind Willie Johnson, altra canzone che brilla nella solida interpretazione del gruppo, con un piano elettrico aggiunto alle due slide tangenziali https://www.youtube.com/watch?v=Bbbvw_Ru5w8 , e sempre in ambito blues eccellente anche il trattamento riservato ad un Howlin’ Wolf d’annata nella inquietante Somebody In My Home, sempre in un intreccio di chitarre ed armonica. Per chiudere mancano una corale e divertente One Mountain At A Time, sempre incalzante e tagliente, e la bellissima e sognante Christmas Time In New Orleans, altro pezzo firmato da Johnson https://www.youtube.com/watch?v=5ZJgSaEjNYU , ennesimo fulgido esempio del loro saper coniugare blues e radici in modo sapido e personale.

Bruno Conti   

Per Contratto Dischi Brutti Non Ne Fa, Anzi E’ Vero Il Contrario! John Hiatt – The Eclipse Sessions

john hiatt the eclipse sessions

John Hiatt – The Eclipse Sessions – New West Records

Per ribadire il titolo del Post potrei dire che sono oltre trenta anni che John Hiatt non fa un disco brutto: anche se qualcuno non aveva particolarmente apprezzato Perfectly Good Guitar  del 1993 (che per me era comunque un ottimo disco) e Little Head del 1997 (che in effetti forse non aveva brani particolarmente memorabili, ma nell’insieme si difendeva), però per esempio il nostro amico negli anni 2000 ha azzeccato una serie di album notevoli, da Crossing Muddy Waters a Beneath This Gruff Exterior, passando per Master Of Disaster e il bellissimo Same Old Man, e ancora l’ottimo The Open Road, Dirty Jeans And Mudslide Hymns e Mystic Pinballs (entrambi prodotti da Kevin Shirley), per arrivare all’ultimo Terms Of My Surrender del 2014, ancora eccellente https://discoclub.myblog.it/2014/07/24/puo-rude-anche-tenero-john-hiatt-terms-of-my-surrender/ , e l’ultimo registrato con Doug Lancio alla chitarra. Poi ha deciso di prendersi una pausa di riflessione e sono passati quattro anni prima dell’uscita di questo The Eclipse Sessions, registrato lo scorso anno nella settimana dell’eclisse solare dell’agosto 2017 alla Rock House di Franklin, Tennessee: disco numero ventitré in una discografia corposa, che se probabilmente ha trovato i suoi vertici nel capolavoro Bring The Family e nell’altro vertice assoluto di Slow Turning (quest’anno celebrato  proprio con un tour nel trentennale, in cui per l’occasione Sonny Landreth era tornato a svolgere la sua funzione di chitarrista), è rimasta, come detto, sempre consistente e di alti livelli qualitativi, con pochi paragoni con altri suoi colleghi cantautori più ondivaghi nei loro risultati discografici.

Leggendo le note si nota l’assenza di una “vera” chitarra solista, ma il disco ha comunque sempre la presenza di questo strumento fondamentale nell’economia del sound di Hiatt: se ne occupano, a seconda dei brani, lo stesso John, oltre al tastierista Kevin McKendree (che cura anche la produzione del disco), e in alcuni pezzi il figlio quindicenne di quest’ultimo Yates McKendree, che a giudicare da quanto si può ascoltare potrebbe avere un futuro luminoso di fronte a sé. La sezione ritmica, manco a dirlo, è composta dagli immancabili Patrick O’Hearn al basso e Kenneth Blevins alla batteria, in grado di garantire quel suono inconfondibile che siamo soliti associare ai dischi di John Hiatt. Che di suo compone undici nuove canzoni che trattano dei temi che negli ultimi anni sembrano ricorrenti nei testi di un signore di 66 anni come lui, che anche se non dichiara mai esplicitamente nelle sue canzoni il fattore autobiografico, lo lascia comunque sempre intuire: il narratore che medita sui suoi fallimenti di uomo e compagno in Poor Imitation Of God e Nothing In My Heart, una certa aridità di sentimenti in Over The Hill, il dolore provocato dai propri misfatti in Hide Your Tears, oppure il bilancio amaro per una vita spesa on the road dal protagonista di Robber’s Highway, che ha più rimpianti che soddisfazioni da portare in questo bilancio fatto nell’età matura.

La musica è in ogni caso quella “solita” a cui siamo abituati: dal ciondolante ritmo country-rock-blues dell’elettrocustica Cry To Me, dove la splendida voce di Hiatt dispiega il suo caldo e pigro charme, ben sostenuta dal piano e dall’organo di babbo Kevin e dai fini rintocchi della chitarra del figlio Yates, per un brano  che come al solito ha profumi sudisti e l’avvolgente fervore delle sue migliori canzoni. All The Way To The River, una delle migliori canzoni del disco, con lo stesso Hiatt alla chitarra elettrica, mi ha rimandato al suono dei primi Dire Straits, con una andatura rock sinuosa e coinvolgente, ma anche a certi brani del Dylan più elettrico e nashvilliano;  Aces Up Your Sleeve è una di quelle ballate acustiche folk intime ed intense in cui il nostro amico è maestro, intrisa di malinconia e buoni sentimenti, con il delicato organo di McKedree a lavorare di fino sullo sfondo https://www.youtube.com/watch?v=Z7LuOjQDxt8 , mentre Poor Imitation Of God con Kevin McKendree alla chitarra solista è uno dei brani più rock della raccolta, sempre con quel sound volutamente più trattenuto del solito (il disco avrebbe dovuto essere acustico) ma a cui non manca la voce grintosa del nostro amico.

E anche Nothing In My Heart opta per il suono delle chitarre acustiche arpeggiate che sono punteggiate dagli interventi  dell’organo di McKendree e dal volteggiare rotondo del contrabbasso di O’Hearn che sottolineano le amare confessioni del narratore del brano; Over The Hill è un altro dei brani più mossi del CD, con la chitarra del giovane Yates in bella evidenza e il tocco vocale peculiare del cantautore di Indianopolis, il suo marchio di fabbrica unico ed inconfondibile. Outrunning My Soul, con John di nuovo all’elettrica, un bel piano elettrico in mostra e un ritmo rock&soul che ricorda gli Stones felpati  anni ’70 di Black And Blue, lascia poi spazio di nuovo  alla dolcezza non svenevole delle confessioni folkie della dolceamara Hide Your Tears, dove la baritone guitar di Hiatt si insinua nelle pieghe di un suono quasi minimale. The Odds Of Loving You, bellissima, è un country-blues classico, con la slide acustica di Yates McKendree a sottolineare la voce vissuta di un ispirato Hiatt; One Stiff Breeze, nonostante l’impegno della famiglia McKendree, a piano, organo e chitarra elettrica, e un certo impeto R&R, è forse uno dei brani che mi paiono meno riusciti, anche se non del tutto disastroso, ma pezzi rock così  Hiatt nel passato ne ha incisi di molto migliori. Però il livello si rialza per la conclusiva Robber’s Highway, una delle sue magiche ballate, il cui riff iniziale mi ha ricordato quello della Sweet Jane rallentata che facevano i Cowboy Junkies, cantata in modo splendido e compassionevole da un Hiatt veramente ispirato https://www.youtube.com/watch?v=RrfojB7sNe0 , che chiude in modo brillante un album ancora una volta soddisfacente per chi ama la musica di questo grande cantautore, sempre tra i migliori in circolazione.

Bruno Conti

Sono Passati Più Di 30 Anni Ma Non Ha(nno) Dimenticato Come Si Fa Buona Musica. Textones – Old Stone Gang

textones old stone gang 21-9

Textones – Old Stone Gang – Blue Elan Records

Le reunion non sono una cosa infrequente nel mondo del rock, anzi è vero il contrario, però il caso dei Textones mi pare decisamente diverso: più di 30 anni dall’ultimo album Cedar Creek non sono un lasso di tempo indifferente. Risolti i problemi finanziari, logistici, famigliari del passato, dopo i primi incontri del 2012, comunque poi ci sono voluti sei anni per arrivare a Old Stone Gang, il nuovo album che esce per la Blue Elan. Nuovo disco dei Textones che diciamolo subito è bello. Non un capolavoro, ma un solido lavoro di Americana, di cui il gruppo californiano è stato tra i precursori, power pop elegante ed energico, country e roots rock, favorito anche dal fatto di avere una cantante che ha una delle più belle voci del rock americano, assolutamente non toccata dallo scorrere del tempo, calda, espressiva, una sorta di incrocio tra Chrissie Hynde, la Carly Simon della maturità e Sheryl Crow, che secondo me tanto le deve. Carla Olson in effetti negli ultimi anni è stata più impegnata come produttrice, per esempio nel recente Barry Goldberg (che ai tempi aveva prodotto, nel 1984, il primo disco dei TextonesMidnight Mission https://www.youtube.com/watch?v=zBmHgDhgWqo ), che con dischi propri.

Si diceva che il disco è molto piacevole, la chimica tra i vari membri funziona ancora, in effetti non si erano lasciati per dissapori tra loro. Manca  Phil Seymour, uno dei fondatori della band, morto nel 1993, di cui è stato recuperato anche un vecchio brano sotto forma di demo, completato da Carla Olson e George Callins, il chitarrista e co-leader del gruppo, si tratta di One Half Rock ed illustra bene lo stile gagliardo ed esuberante dei Textones, un pezzo che parte da un riff a metà strada tra Chuck Berry e Stones, su cui si innestano il sax di Tom Morgan Jr., il basso di Joe Read, che nel disco suona pure dulcimer, slide, mandolino e fisarmonica, e la batteria di Rick Hemmert, oltre al piano dell’ospite Barry Goldberg e la voce aggiunta di Todd Wolfe. Rock vecchia scuola anche nell’iniziale Downhearted Town dove il  sound classico vibra con una classe senza tempo, energia pura, belle melodie, armonie vocali essenziali, una pulizia di suono unita ad una grinta invidiabile, e che voce; ripeto, nulla di nuovo, ma come lo fanno bene, con il sax di Morgan che ricorda molto Clarence Clemons, ancor di più nella ballata springsteeniana 20 Miles South Of Wrong, dove troviamo anche Allan Clarke degli Hollies all’armonica, e la pedal steel sognante di Rusty Young che aggiunge un sapore vagamente country alle procedure. Anche la title track Old Stone Gang rocca e rolla di gusto a tutto riff, con Callins particolarmente ispirato e  ben sostenuto dal sax di Morgan, mentre Bared My Soul è una di quelle ballate mid-tempo arrangiate con gran gusto, sempre con la calda e vissuta voce di Carla che evidenzia quel timbro vocale maturo che tanto mi ha ricordato Carly Simon https://www.youtube.com/watch?v=eTnL5PE-HgI .

All That Wasted Time, nuovamente gagliarda e springsteeniana, con Goldberg che fa Bittan e Morgan nei panni di Clemons sarà pure derivativa ma è sempre tanto piacevole. Midnight Roundabout di Joe Read, è una sorta di ballata blues notturna e malinconica, mentre Ghost On A River pigia di nuovo il pedale del rock sano e portatore di buoni principi, con Come Stay The Night che ricorda certo jingle-jangle power pop che era tanto caro a Seymour https://www.youtube.com/watch?v=Y_KrZOQDHAEFor Carly Jo nelle intenzioni di Carla doveva essere una specie di brano Appalachiano con dulcimer, fisarmonica ed acustica, poi l’aggiunta della chitarra backwards alla Yardbirds di Callins le ha dato uno spirito leggermente psichedelico, e in Walkin’ And Talkin’ torna pure una delle primissime incarnazioni dei Textones, con Kathy Valentine delle Go-Go’s alla chitarra, David Provost dei Dream Syndicate al basso, Markus Cuff alla batteria e Richard D-Andrea al sax, oltre alla pedal steel di Young,  il tutto suona stranamente dylaniano, ma forse non troppo visti i trascorsi della Olson con il vecchio Bob Dylan, che le aveva regalato un brano, Clean Cut Kid, in virtù della sua partecipazione al video di Sweetheart Like You https://www.youtube.com/watch?v=A2mE80miKdk. In conclusione troviamo Ride On , un’altra composizione di Joe Read, che per l’occasione se la canta, altro gradevole esempio dell’Americana sound senza tempo di ottima qualità che contraddistingue tutto l’album.

Bruno Conti

Il “Cantautore” Che Dice No Ai Social (?!). Henrik Freischlader Band – Hands On The Puzzle

henrik freischlader hands on the puzzle

Henrik Freischlader Band  – Hands On The Puzzle – Cable Car Records             

Questa volta vi risparmio il chi è costui, perché lo sappiamo: ce lo dice lui stesso, anzi la sua etichetta. “Il cantautore che dice no ai social!”: qualsiasi cosa voglia significare, però la frase fa scena e ci piace (almeno a me). Henrik Freischlader, perché di lui stiamo parlando, se le scrive e se le canta, almeno le dodici canzoni di questo Hands On The Puzzle, oltre a suonarvi la chitarra, accompagnato dal suo quartetto, la HFB, ovvero  Moritz Meinschäfer,  Batteria, Armin Alic,  Basso Roman Babik, Tastiera  e Marco Zügner , Sassofono, che non conosco, ma ascoltando il disco sembrano dei musicisti di buon valore, il genere è blues, diciamo un “blues contemporaneo”, dove confluiscono però anche elementi rock, jazz, funky e soul, praticamente tutto: quando non sapete cosa dire usatelo perché è sempre chiarificatore, oppure confonde le idee ulteriormente.

Appurato che Freischlader non sta sui social, ha quindi molto tempo per incidere dischi, visto che questo è il suo 14° album (inclusi alcuni live). Diciamo che in passato il suo stile era più orientato verso il power trio, ma ora con l’aggiunta di sax e tastiere, si inserisce in un filone più mainstream: anche lui più che simile a…, appartiene alla categoria di quelli che hanno suonato con… (che non è per forza un merito ma fa curriculum), per lui si ricordano B.B. King, Gary Moore, Peter Green, Johnny Winter e Joe Bonamassa (che è anche apparso in un suo disco del 2011), tra i tanti. Community Immunty ad aprire le danze, un buon funky-rock, tra i Cream e i Back Door , (trio anni  ’70 che pochi ricordano ma che a me piace citare, famoso per la presenza del sax  e l’uso del basso solista https://www.youtube.com/watch?v=srAwz7mNavU ), la voce è valida, benché non memorabile, l’arrangiamento fin troppo attendista, che poi sfocia in un finale quasi jazz-rock, Love Straight è un buon pezzo  di classico rock-blues, vaghi agganci zappiani, quello più commerciale, ma anche un  primo saggio delle capacità chitarristiche di Freischlader, un bel tocco fluido e scorrevole.

Those Strings è il primo vero blues del disco, con chitarra, sax e tastiere che duettano con buoni risultati tra loro e con la voce di Henrik, niente per cui strapparsi le vesti, ma la chitarra al solito è la parte più interessante del menu proposto; Winding Stair, tra blues e R&B è decisamente più vivace a conferma una buona attitudine al blue eyed soul. Ma è nei brani più lunghi che Freischlader e la sua band danno le migliori prove: Where Do We Go è una gradevole ballata notturna, quasi da cantautore, molto calda ed avvolgente, con un fluente lavoro della solista nella parte centrale,  Animal Torture ha ancora un feeling jazzato, di nuovo vicino a certo blue eyed soul americano raffinato, con piano elettrico e sax a disegnare belle melodie su cui poi lavora di fino la chitarra del nostro amico. Altri brani, tra blues classico e shuffle sono più scolastici, mentre Mournful Melody, come da titolo, è nuovamente una bella ballata quasi da songwriter californiano, cantata e suonata con classe e souplesse notevoli, e con un bel crescendo vibrante nella parte centrale e assolo liquido di chitarra nel finale. A chiudere, i dieci minuti di Creactivity, un altro onesto funky-soul-blues di buona fattura, illuminato in parte dal lavoro della chitarra, ma per il resto abbastanza scontato. A differenza del disco che nel complesso si lascia comunque apprezzare.

Bruno Conti

Ancora Gagliardo Rock-Blues Dal Canada. Colin James – Miles To Go

colin james miles to go

Colin James – Miles To Go – True North Records

Nuovo album blues per il chitarrista e cantante di Regina, Saskatchewan. Qualcuno potrà obiettare: come i diciotto dischi precedenti di Colin James, in quanto in effetti il musicista canadese ha praticamente sempre fatto blues, con delle variazioni sul tema, ma quello è sempre stato il suo credo, sin da quando esordiva dal vivo in Canada nel 1984 come spalla di Stevie Ray Vaughan. Ma evidentemente si vuole evidenziare che questo nuovo Miles To Go è il secondo capitolo, dopo l’ottimo Blue Highways del 2016 https://discoclub.myblog.it/2016/11/03/disco-blues-del-mese-colin-james-blue-highways/ , di un suo personale omaggio ad alcuni dei grandi artisti del Blues, aggiungendo nel CD anche un paio di canzoni a propria firma https://www.youtube.com/watch?v=uqmKtNFRxhc . Anche per il nuovo disco il nostro amico si fa accompagnare dalla sua touring band (quindi niente ospiti di nome), ovvero gli ottimi Geoff Hicks alla batteria, Steve Pelletier al basso, Jesse O’Brien a piano e Wurlitzer, Simon Kendall all’organo e, in alcuni brani, Chris Caddell alla chitarra ritmica e soprattutto Steve Marriner all’armonica, più una piccola sezione fiati composta da Steve Hilliam, Jerry Cook e Rod Murray.

Il risultato è un ennesimo solido album di blues, rock e derivati, sostenuto dalle egregie capacità chitarristiche di Colin James, uno dei migliori su piazza, che sicuramente non ha la forza travolgente di Jeff Healey, o le raffinate nuances roots di Colin Linden, ma è uno dei più eclettici praticanti canadesi del genere, del tutto alla pari con le sue controparti americane, tra cui potremmo ricordare Johnny Lang, Kenny Wayne Shepherd, Chris Duarte, e io aggiungerei, magari come influenze, o per similitudini nel tocco chitarristico, ora potente ora raffinato, solisti come Rory Gallagher e Robben Ford. Si diceva ai tempi che James non ha forse l’irruenza di un Jeff Healey, ma il vibrante vigore della sua solista non manca per esempio nella traccia di apertura, una gagliarda rilettura di One More Mile di Muddy Waters, con organo e armonica a spalleggiare Colin, oltre all’uso di una sezione fiati (utilizzata anche nei suoi  vari album con una big band, che hanno anticipato il cosiddetto swing revival degli anni ’90) che aggiunge pepe ad un suono già bello carico di suo, raffinato ma intenso allo stesso tempo. Formula che viene ribadita anche nella successiva cover sempre dal Chicago Blues di Muddy Waters, con una potente Still A Fool, che cita anche il riff lussureggiante di Two Trains Running, ed il timbro chitarristico degli amati Hendrix e SRV in un tour de force veramente potente, dove Marriner con la sua armonica fronteggia un Colin James veramente scatenato. In Dig Myself A Hole, dove James va alla grande anche di slide, ci sono elementi  R&R e R&B in questa parafrasi di un vecchio pezzo di Arthr Crudup (quello di That’s Allright Mama), tra pianini malandrini e fiati svolazzanti; ma il canadese eccelle anche nella sognante I Will Remain, una propria composizione che rimanda alle cose migliori di Robben Ford, con la chitarra raffinatissima che quasi galleggia sul lavoro della propria band, in un pezzo che ha rimandi al gospel e alle blues ballads di BB King.

40 Light Years, l’altro pezzo originale, non mostra cedimenti nel tessuto sonoro, sempre un blues fiatistico con l’armonica in evidenza e un timbro chitarristico alla Knopler o alla JJ Cale; Ooh Baby Hold Me è un ficcante pezzo di Chester Burnett a.k.a Howlin Wolf, con un riff (e non solo quello) che è uno strettissimo parente di quello della pimpante Killing Floor , mentre Black Night, con Rick Gestrin al piano, è uno splendido blues lento, al giusto crocevia tra Bloomfield e Robben Ford per la finezza del tocco della solista, seguito da Soul Of A Man, uno dei tre brani acustici dell’album, solo voce, chitarra e armonica, una canzone di Blind Willie Johnson, che poi si anima per l’intervento tagliente della slide di James, lasciando a See That My Grave Is Kept Clean di Blind Lemon Jefferson e alla ripresa acustica di One More Mile, il lato più tranquillo di questo album. Che comunque ci propone anche una regale versione di I Need Tour Love So Bad , ballata blues superba di Little Willie John, di cui il sottoscritto ha sempre amato moltissimo la versione che facevano i Fleetwood Mac di Peter Green. E notevole pure Tears Came Rolling Down, un sanguigno e tosto blues elettrico con uso fiati ed armonica, attribuito a Geoff Muldaur, ma derivato da un traditional, altro eccellente esempio della classe di Colin James, che con la voce e una slide tangenziale rende onore al meglio del Blues, in questo brano ed in tutto questo ottimo disco.

Bruno Conti