Un Vero Sudista…Californiano! Sam Morrow – Concrete And Mud

sam morrow concrete and mud

Sam Morrow – Concrete And Mud – Forty Below CD

Sam Morrow è un countryman atipico: intanto è di Los Angeles, non proprio una delle patrie del country (anche se Bakersfield non è lontanissima dalla metropoli californiana), ed in più il suo suono coinvolge anche elementi differenti. Di base Sam si ispira al country texano di ispirazione Outlaw, Waylon Jennings è uno dei suoi eroi musicali, ma spesso vira verso una musica di stampo southern con marcati elementi funky, un genere in cui gruppi come i Little Feat erano maestri. Se a questo aggiungiamo una serie di canzoni ben scritte ed un approccio grintoso e vigoroso, ne viene fuori che Concrete And Mud, il terzo album di Morrow (a tre anni di distanza dal precedente, There Is No Map), è un lavoro riuscito, piacevole, forse derivativo in certi momenti ma che di sicuro non mancherà di soddisfare gli estimatori del vero country-rock. Prodotto da Eric Corne, il disco si avvale della collaborazione di un solido gruppo di strumentisti, del quale i più conosciuti sono senz’altro lo steel guitarist Jay Dee Maness (ex membro di International Submarine Band e Desert Rose Band, ma suonò anche nel leggendario Sweetheart Of The Rodeo dei Byrds) ed il bassista Ted Russell Kamp, già nella band di Shooter Jennings.

Il brano d’apertura, Heartbreak Man, di country ha poco, ricorda di più i già citati Little Feat, ha il ritmo ed il passo delle canzoni dell’ex band di Lowell George, un sapore a metà tra Sud e funky, una bella slide ed un suono “grasso”. Con Paid By The Mile ci spostiamo invece in Texas, ritmo sostenuto e suono maschio, con l’influenza di Waylon ben presente, per un brano che si ascolta tutto d’un fiato (e le parti chitarristiche sono ottime), mentre San Fernando Sunshine è lenta e cadenzata, una country ballad ancora in puro stile Outlaw, ci vedo qualcosa anche di Willie Nelson, anche se Sam è meno raffinato di Willie (e, ma non c’è bisogno di dirlo, abita un centinaio di piani sotto nella Tower Of Song, per dirla con Leonard Cohen). Quick Fix, ha di nuovo un mood funky, ritmo spezzettato ed una melodia diretta e godibile, sul genere di classici come Dixie Chicken (facendo ovviamente le debite proporzioni).

Good Ole Days è invece un irresistibile honky-tonk di nuovo alla maniera texana (qualcuno ha detto Billy Joe Shaver? Bravo), spedito e coinvolgente. Weight of A Stone è più attendista e non assomiglia a nulla di quanto sentito finora, essendo una languida ballata che potrebbe essere stata scritta da uno come Raul Malo, Skinny Elvis è un velocissimo rockabilly con chitarre e sezione ritmica in evidenza, tra le più immediate, mentre Coming Home è puro country classico, con un feeling anni settanta e la splendida steel di Maness a ricamare sullo sfondo. L’album termina con Cigarettes, ancora cadenzata ma stavolta con tracce di swamp rock alla Tony Joe White, e con Mississippi River, intenso slow acustico (ma full band), che chiude positivamente un disco fresco, solido e riuscito.

Marco Verdi

Ma Non Si Erano Sciolti? Tornano In Studio Per il 40° Anniversario. Radiators – Welcome To The Monkey House

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Radiators – Welcome To The Monkey House – Radz Records

Si pensava che la carriera dei Radiators (o meglio The Radiators From New Orleans, visto che esistono anche i Radiators australiani e gli irlandesi Radiators From Space) fosse arrivata al capolinea nel 2010, quando la band in un comunicato annunciava che dopo un tour d’addio, che prevedeva  una esibizione al celebre Jazz And Heritage Festival, e dei concerti al Tipitina, il famoso locale di New Orleans, la loro città, si sarebbe sciolta. E nel 2012 è uscito il triplo dal vivo The Last Watusi, che conteneva il meglio delle tre serate al Tipitina. Ma poi ogni anno a maggio la band si riunisce per partecipare alla JazzFest, di cui sono usciti nel corso degli anni  innumerevoli  CD https://discoclub.myblog.it/2010/07/28/live-at-new-orleans-jazz-heritage-festival-the-radiators-pre/ , e nel 2015 hanno suonato per altre serate al famoso locale di Nola. Ma quest’anno si festeggiano i 40 anni di carriera per il gruppo  e quindi i 5 componenti storici della band, Ed Volker, alle tastiere e voce, Dave Malone, chitarre e voce (fratello dell’altrettanto bravo Tommy, dei Subdudes https://discoclub.myblog.it/2014/05/31/delle-glorie-della-big-easy-tommy-malone-poor-boy/ ), con il valido supporto del secondo chitarrista Camille Baudoin, del bassista Reggie Scanlan e del batterista Frank Bua, hanno deciso di fare le cose per tempo, riunendosi  in studio a New Orleans per registrare un nuovo album di studio, il primo dal lontano 2006, in cui uscì l’ottimo Dreaming Out Loud (i loro dischi sono tutti piuttosto belli, se ne trovate qualcuno del primo periodo sarebbe l’ideale, ma la scelta è ampia, difficile sbagliare).

Sono stati definiti la Band di New Orleans, e ci può stare, ma come mi è capitato di dire in passato, io li vedo più come dei Little Feat della Louisiana: doppia chitarra, doppia voce, un tastierista fantastico, una sezione ritmica solida ed inventiva che sottolinea le evoluzioni dei vari solisti e un repertorio che attinge dal rock, dal blues, dal funky, dal Gumbo di New Orleans, qualche pennellata di jazz, di swamp rock, di southern e anche una propensione alla jam, soprattutto nei concerti dal vivo, per quanto anche nei dischi di studio gli strumenti siano liberi di improvvisare all’impronta. E anche in questo Welcome To The Monkey House lo fanno nei 16 brani, inediti nei dischi di studio, ma rodati da varie apparizioni nei concerti della band. Ecco quindi scorrere il boogie-blues-rock alla Little Feat dell’iniziale title track, con continui rimandi delle due soliste che si intrecciano e si sfidano con grande classe, mentre l’impassibile Ed Volker (Zeke per gli amici) volteggia sul suo pianoforte con libidine. Per poi riprodurre in una deliziosa Nightbird il sound ispirato di un Dr. John o di un Allen Toussaint, nei loro momenti più romantici, oppure scatenarsi  nella vorticosa Fishead Man, dedicata ai propri fans, con un piano boogie woogie che si incrocia con il rock annerito del resto del gruppo.

Che è sempre ispirato e variegato anche nella mossa The Fountains Of Neptune, dove Volker aggiunge pure l’organo al sound d’assieme, sempre gioioso e complesso, con il classico suono del  rock americano, quello delle migliori band degli anni ’70, un paio le abbiamo citate, ma anche Amazing Rhythm Aces, Meters, Neville Brothers o Allman Brothers rientrano tra le influenze dei Radiators, come evidenzia l’ottima slide, doppiata dall’altra solista, che percorre la bluesata One Monkey. Comunque tutti i brani sono di livello notevole, dal funky-rock di Ride Ride She Cried, ancora con slide d’ordinanza, al quasi barrelhouse/R&R della spensierata e “acida” Doubled Up In A Knot. Tra i loro “seguaci” possiamo segnalare i Subdudes, più raffinati https://discoclub.myblog.it/2017/03/16/il-ritorno-della-band-di-new-orleans-sempre-in-forma-smagliante-subdudes-4-on-the-floor/ , la Honey Island Swamp Band https://discoclub.myblog.it/2016/06/12/altro-gruppo-new-orleans-bayou-americana-gradire-honey-island-swamp-band-demolition-day/ o i Wood Brothers https://discoclub.myblog.it/2015/12/27/recuperi-sorprese-fine-anno-2-peccato-conoscerli-the-wood-brothers-paradise/ . In First Snow ci si avventura anche in territori più complessi, tipo i Los Lobos di Kiko, grazie ad un vibrafono e ad una andatura sinuosa, ma è subito rock and roll di nuovo con l’avvolgente suono solare di Time To Rise And Shine o della caraibica Back To Loveland, che fa molto Jimmy Buffett o il puro New Orleans sound della splendida King Earl, con le twin guitars in piena azione.  Insomma, senza ricordarle tutte, ma una citazione per la giubilante (anche per il titolo) Bring Me The Head Of Isaac Newton mi scappa, questo è un album da avere per i fans, però anche tutti gli altri amanti della buona musica rock ci possono fare un pensierino.

Bruno Conti

Bello, Forse Si Poteva Fare Di Più, Forse… Beth Hart – Front And Center Live From New York

beth hart front and center

Beth Hart – Front And Center: Live From New York – CD/DVD Mascot/Provogue

Non sono passati neppure quattro mesi dall’uscita dell’ultimo album in coppia con Bonamassa https://discoclub.myblog.it/2018/01/21/supplemento-della-domenica-di-nuovo-insieme-alla-grande-anteprima-nuovo-album-beth-hart-joe-bonamassa-black-coffee/ ed ecco già un nuovo album, questa volta dal vivo, di Beth Hart, registrato a New York, nel famoso locale Iridium, il 7 marzo del 2017, accompagnata dalla propria band, ovvero Jon Nichols alle chitarre, Bob Marinelli al basso e Bill Ransom alla batteria. Come certo saprete leggendo questo Blog (e anche il Buscadero) il sottoscritto è un grande estimatore di Beth Hart (l’ho vista anche due volte dal vivo a Milano) che considero al momento la migliore vocalist rock in circolazione (senza dimenticare il blues e il soul), quella che più di tutte incarna la figura delle grandi cantanti del passato, bianche e nere, da Janis Joplin Etta James in giù, insieme ad poche altre voci che questa volta per brevità non citiamo, comunque un gradino più in basso del suo. I due ultimi album di studio hanno segnalato una raggiunta maturità pure a livello compositivo, soprattutto l’ultimo Fire On The Floor https://discoclub.myblog.it/2016/10/09/il-supplemento-della-musica-anteprima-beth-hart-fire-on-the-floor-il-disco-della-completa-maturita/un disco veramente completo e variegato.

Ma secondo me non è un caso se sia nei dischi di studio, dove usa quasi sempre musicisti di gran pregio, sia in quelli in coppia con Bonamassa, dove usa la band del musicista di Itaca, NY, il tiro e la qualità dei suoni e degli arrangiamenti è decisamente superiore a quelli dove appare la sua road band, peraltro ottima ed abbondante, ma non ai livelli eccelsi della vocalità di Beth Hart, per quanto i suoi concerti siano comunque un evento consigliato e da non mancare (e in Italia passa spesso). Un breve inciso: secondo voi anche Joe Bonamassa un altro bel live non sta per pubblicarlo a breve? Certo che sì, si chiama British Blues Explosion Live, in uscita il 18 maggio, molto bello incentrato sul repertorio di Beck, Clapton e Page, lo troverete recensito prima sul Buscadero e poi sul Blog a breve, fine della diversione. Questo Front And Center fa parte di una serie televisiva di concerti, trasmessa periodicamente dalla PBS, la televisione di stato americana, e forse anche qui sta un certo limite di questo CD+DVD, il fatto che non sembra un concerto completo: dura complessivamente 72 minuti: per onestà ci sono molti artisti, per esempio Van Morrison in primis, che non regalano molto di più ai fans in quanto a lunghezza dei concerti, ma di solito Beth Hart è meno sparagnina. Non giova neppure il fatto che la casa discografica abbia diviso il concerto in modo alquanto bizzarro: il CD comprende 15 brani, il DVD in teoria 10, ma poi tre pezzi della parte elettrica si trovano come bonus content e anche altri tre della parte acustica, tra cui My California che è esclusiva di questo segmento, Però poi alla fine tutto si trova nella confezione doppia, per cui non potevano lasciare la sequenza del concerto originale in entrambi i formati, mah?

Queste sono le piccole eccezioni da fare, poi il concerto è comunque bello: essendo registrato e ripreso in un ambiente intimo e raccolto come l’Iridium privilegia la Beth Hart cantautrice, ma non mancano i brani dove la cantante di Los Angeles può scatenare tutta la sua potenza, privilegiando in ogni caso il materiale di Fire On The Floor, che era l’album in promozione all’epoca, essendo uscito per il mercato americano alcuni mesi dopo la pubblicazione europea. Infatti da quel disco provengono ben cinque brani, più Tell Her You Belong To Me, che era la bonus appunto per il mercato degli States, con l’amico Jeff Beck, ospite alla chitarra in questa versione inedita. Ma andiamo con ordine, seguendo la sequenza dei brani del CD: Beth si presenta sul palco con un abbigliamento elegante, sempre sexy ed ammiccante, ma non con i suoi soliti completi da panterona, però la musica è subito sinuosa, Let’s Get Together sin dal titolo sembra un pezzo di Marvin Gaye, con un groove delizioso e la voce insinuante della Hart che titilla subito i padiglioni auricolari dell’ascoltatore con un brano che sprizza soul music di classe dai suoi pori, con i musicisti subito ben quadrati. Per Baddest Blues, dedicata alla madre, Beth Hart siede al piano, per una ballata intensa, triste, quasi straziante, ma pervasa da una forza espressiva che solo le grandi cantanti posseggono, con il pubblico che ascolta in religioso silenzio, grande musica. Jazz Man è il secondo brano estratto dall’ultimo album, un pezzo più ammiccante e swingato, che illustra il lato più divertente e divertito della sua personalità, sempre con i saliscendi vocali e gli elaborati scat degni dei grandi entertainer, mentre Nichols regala un assolo di chitarra misurato ed elegante: Delicious Surprise, un vecchio pezzo del 1999 viene dal passato più selvaggio e rock della nostra amica, un brano chitarristico e tirato, dove può estrinsecare tutta la sua potenza vocale, trascinando anche il pubblico, con Ransom che picchia sulla batteria, Nichols che “maltratta” la solista e tutta la band che tira di brutto, mentre Broken And Ugly da Leave The Light On del 2003 e che era anche sul Live At Paradiso, è un brano che mescola chitarre acustiche, ritmi R&R e inserti sixties, con qualche rimando al sound da revue della band di Ike & Tina Turner, con un po’ di soul in meno e qualche inserto “folk” in più, ma la stessa grinta (per credere sentitevi questa versione di Nutbush City Limits, sempre con Jeff Beck, tratta dalla trasmissione di Jools Holland per la BBChttps://www.youtube.com/watch?v=XPyeqLRNoc4 )

St. Teresa, dall’ottimo Better Than Home, è una sorta di preghiera laica, un brano che illustra il lato più spirituale della “nuova” Beth Hart, quella meno selvaggia e più matura, lontana dagli eccessi che erano anche causati dai disturbi bipolari che avevano esasperato il lato “sesso, droga e rock’n’roll” della sua musica, portandola quasi ai limiti dell’autodistruzione. La canzone, sulle ali di una chitarra acustica inizialmente appena accennata, e poi con la sezione ritmica che entra discretamente è una dellei più belle del suo repertorio, calda ed avvolgente, come la sua voce, che rimane sommessa anche per Isolation che fa parte del segmento acustico del concerto, e che come ricorda lei stessa è un altro dei brani che fanno parte del periodo in cui era, parole sue, “folle e fuori di testa” (e se vi capita di vedere il DVD del Live At Paradiso del 2004, che è comunque un ottimo concerto, capirete, anzi date un’occhiata qui https://www.youtube.com/watch?v=UgrBn072lMU ): un brano cupo ed intenso, che tratteggia  uno dei periodi più bui della sua vita.Tell Her You Belong To Me viceversa, è un’altra delle canzoni più dolci, intense e vivide del suo repertorio, degna erede delle deep soul ballads delle sue cantanti preferiti, la voce che esprime tutti i tormenti dell’amore con una forza interiore veramente toccante e questa versione è decisamente splendida, notevole anche l’assolo di Nichols, per quanto quello di Jeff Beck fosse di un’altra categoria https://www.youtube.com/watch?v=QTWxXG2NoKQ. Si ritorna poi al rock con una vigorosa Fat Man, uno dei pezzi più caldi e “riffati” di Fire On The Floor, con chitarra e batteria torride al punto giusto, con Love Gangster che ci riporta al blues-rock annerito dei suoi pezzi più incalzanti, la voce sempre torreggiante sulla strumentazione gagliarda della sua band, qui innervata dal pianoforte della stessa Beth, che poi dallo stesso strumento ci regala un’altra piccola perla sonora, sempre dal disco del 2003, un brano di grande impatto, proprio Leave The Light On,  solo voce e piano, ma che voce però, da pelle d’oca per la veemente intensità che trasmette, bellissima.

Ci avviamo all’ultima parte del concerto e Beth Hart ci regala un’altra splendida interpretazione di una ballata, only piano e voice, As Long As I Have A Song, nuovamente tratta da Better Than Home, il suo album più intimista. Ma poi, essendo quella che è, cioè una rocker intemerata, per il gran finale chiama sul palco il grande Sonny Landreth per un finale pirotecnico a doppia chitarra: prima Can’t Let Go, un blues-rock a tutta slide veramente turbinante, l’unica cover della serata, un pezzo scritto di Randy Weeks, tratto dal repertorio di Lucinda Williams, che era in origine su Seesaw, uno degli album con Joe Bonamassa, versione micidiale, e pure la successiva For My Friends non scherza, ancora un pezzo blues veramente potente, dove si apprezza l’interscambio tra Landreth e Nichols che veramente sono magnifici in questo brano, per non dire della voce che assume il suo timbro più selvaggio e scatenato. E per non farci mancare nulla a conclusione della serata un’altra canzone di squisita fattura come No Place Like Home, di nuovo con il lato più dolce e vulnerabile della personalità della cantante californiana regalato al pubblico presente all’evento in modo raffinato, con questa ennesima maestosa piano ballad che chiude anche il disco Fire On The Floor. E a proposito di brani acustici, tra le bonus di quel segmento presente negli extra del DVD si trova anche My California, un evocativo brano dedicato alla sua terra natale. Quindi concludendo, si poteva fare di meglio? Forse, ma forse, sì, almeno a livello di contenuti e durata, ma il concerto è comunque una ennesima conferma del talento di questa signora.

Bruno Conti

Le Nuove “Preghiere” Rock Di “Sorella” Ashley. Ashley Cleveland – One More Song

ashley cleveleland one more song

Ashley Cleveland – One More Song – 204 Records – CD/Download

Chi legge questo blog ricorderà certamente che ci siamo occupati di questa signora in occasione del suo ultimo album in studio Beauty In The Curve https://discoclub.myblog.it/2014/08/11/ce-si-vede-gospel-rock-ashley-cleveland-beauty-the-curve/ , e ora, a quasi quattro anni di distanza, Ashley Cleveland torna con il suo decimo lavoro One More Song, finanziato da una campagna di crowdfunding attraverso la piattaforma Kickstarter: ed ecco il risultato, sotto forma di una dozzina di nuove canzoni, confezionate nella consueta riconoscibile forma che abbiamo definito“Gospel Rock”. Prodotto come al solito dal marito, il musicista Kenny Greenberg (valido chitarrista e sessionmen), che ha portato negli studi di registrazione diversi validi musicisti che si alternano nei brani che compongono il CD: i bassisti Steve Mackey e Michael Rhodes, Danny Rader alla chitarra acustica e mandolino, Chad Cromwell e Nick Buda alla batteria, Eric Darken alle percussioni, Reese Wynans all’organo, e con il sostegno di una importante sezione fiati composta dai bravi Jim Hoke al sassofono, Steve Hermon alle trombe e John Hinchey al trombone, che accompagnano la Cleveland voce e chitarra acustica, senza dimenticare i puntuali interventi delle coriste Angela Primm, Gayle Mayes-Stuart e Tania Hancheroff.

Chi la segue conosce la sua musica, sa perfettamente che nonostante i testi siano “religiosi”, gli arrangiamenti e i suoni sono decisamente rock, a partire dall’iniziale Way Out Of No Way, una sorta di autobiografia sonora,  un brano dai toni blues che rimanda ai suoi percorsi giovanili; per poi rispolverare in un nuovo arrangiamento un traditional di pubblico dominio come la bella Down By The Riverside (dove spicca nel finale la sezione fiati), a cui fa seguito ancora una più rilassata e poetica Crooked Heart, e una canzone dedicata alla figlia minore Lily Grown Wild, un potente rock chitarristico con il marito Kenny Greenberg sugli scudi, che sembra quasi un pezzo degli Stones come ha ricordato in una recente intervista. Si prosegue con le “preghiere” con il medley composto dalla breve Take Me To The Water, accompagnata solo da una chitarra acustico e da un organo da chiesa, e da Cool Down By The Banks Of Jordan, un torrido gospel-blues con la potente voce di Ashley (entrambi i pezzi sono sempre brani tradizionali ri-arrangiati dalla Cleveland), che poi recupera un brano di Jim Lauderdale Halfway Down (cantata in passato anche dalla star del country Patty Loveless), che in questo caso viene rifatta in una versione bluesy molto grintosa, per poi passare ad una acustica e dolcissima To Be Good, uno sguardo profondo nella proprio sfera personale.

La “novena” si avvia al termine con il tambureggiante rock di Ezekiel 2, che Ashley ha composto insieme al chitarrista Phil Keaggy, non senza raccontare una storia vera, con la meravigliosa ballata One More Song, un ricordo dolce e personale di sua madre, recuperare da Beauty In The Curve un altro brano tradizionale come Walk In Jerusalem, dove emerge ancora una volta la bravura del marito Kenny, e infine concludere con un ulteriore gospel proveniente dal lontano passato, parliamo del 1928, Born To Preach The Gospel, riletto in forma moderna sempre con la meravigliosa voce della Cleveland in grande spolvero.

Bisogna ricordare che questa non più giovanissima signora è stata forse la prima donna nominata durante i famosi Grammy Awards nella categoria Rock Gospel, nel 1996 ed anche l’unica donna a vincere il premio tre volte, il tutto come conferma e certifica anche questo ultimo lavoro One More Song, dove ogni canzone come sempre funziona per proprio merito e nulla suona forzato, con testi intimamente personali, dove la fede è sempre presente in primo piano ma in mono naturale e non forzato. Ashley Cleveland per il sottoscritto  è una di quelle rare artiste con un proprio curriculum musicale impareggiabile, che ha attraversato disparati generi che vanno dal blues al rock, dallo stile  Americana al gospel-rock, esibendosi con cantanti del valore di John Hiatt, Steve Winwood, Joe Cocker, Emmylou Harris, Etta James, James McMurtry, come autrice nell’ultimo Mary Gauthier (*NDB. Dobbiamo recensirlo assolutamente) e moltissimi altri, a ulteriore dimostrazione che queste canzoni meriterebbero di essere ascoltate per conoscere finalmente una grande artista come “sorella” Ashley Cleveland, anche se i suoi dischi, da qualche anno a questa parte distribuiti in proprio, rimangono di difficile reperibilità per chi non abita negli States, e quindi piuttosto costosi. Però vale la pena di fare lo sforzo.

Tino Montanari

Rose Rosse Che Profumano Di Ottima Musica! Grayson Capps – Scarlett Roses

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Grayson Capps – Scarlett Roses – Appaloosa Records/Ird

Sei anni separano quest’ultimo lavoro di Grayson Capps dal precedente The Lost Cause Minstrels, un lungo periodo di tempo in cui il songwriter dell’Alabama si è dedicato con esiti positivi al progetto Willie Sugarcapps, il gruppo formato insieme a Will Kimbrough, Corky Hughes e al duo Sugarcane Jane, ovvero Savana Lee ed Anthony Crawford. Insieme a loro ha pubblicato due albums, l’omonimo del 2013 e Paradise Right Here, uscito giusto due anni fa, nell’aprile del 2016. Due buoni dischi che esprimevano le comuni radici dei protagonisti, dal blues al folk, al country rock ruspante della parte southern degli States. Ciò che era rimasto in sospeso quindi, non era tanto l’approccio alla musica, quanto soprattutto la sua evoluzione nel ruolo di autore di testi, da sempre una delle sue migliori caratteristiche. E questi anni, trascorsi a ricostruire una famiglia con l’attuale compagna Trina Shoemaker (stimata produttrice ed ingegnere del suono, premiata anche con il Grammy), lo hanno fatto crescere come uomo oltre che come musicista. Lo ha potuto constatare chi era presente alle date del suo tour italiano dello scorso novembre, in cui Grayson, oltre a presentare i nuovi brani in compagnia del fido Hughes e del nostro ottimo chitarrista J. Sintoni, ha descritto con divertenti introduzioni alcuni dei bizzarri personaggi che popolano le sue canzoni.

Il nuovo CD Scarlett Roses è dunque sotto ogni aspetto il suo lavoro più convincente e maturo, registrato in parte a Mobile, la località dell’Alabama dove attualmente risiede, e in parte nei Dockside Studios di Maurice, in Louisiana. Il disco si apre con l’intensa e nostalgica title track, appassionata rievocazione di un amore ormai finito, irrobustita dai pregevoli fraseggi della chitarra elettrica di Corky Hughes. Hold Me Darlin’ è un blues dal ritmo spigliato che profuma di New Orleans, dobro e lap steel giocano a rincorrersi mentre Grayson canta in tono ironico e rilassato. Bag Of Weed è uno di quei brani che ti entrano sottopelle per non uscirne più, viene voglia di battere le mani seguendone la cadenza e cantandone il ritornello all’infinito, ottima la trovata di mixare la prima parte in studio con un finale dal vivo che si chiude tra gli applausi (meritati). Il ritmo da rock blues schizofrenico che accompagna You Can’t Turn Around ci spinge a muovere ancora il piedino, Hughes e la sua chitarra fanno faville mentre Capps chiude in scioltezza un altro dei suoi sapidi racconti noir. In Thankful l’atmosfera è decisamente più solare, sulle squillanti note di un country rock molto sudista nella forma, a metà strada tra i Lynyrd Skynyrd e Waylon Jennings.

Se già è da considerarsi più che apprezzabile ciò che abbiamo ascoltato fin’ora, la parte migliore di Scarlett Roses deve ancora venire, a cominciare dal prezioso brano intitolato New Again. Un delicato arpeggio e una languida armonica ci introducono in questa sognante folk ballad, un vero e proprio gioiello acustico che vede la partecipazione nel ritornello dell’amico e collega Dylan LeBlanc. Hit Em Up Julie è, per contrasto, un ruvido blues con slide ed armonica a condurre la danza, adeguata introduzione all’episodio più atipico e sorprendente dell’intero lavoro, intitolato Taos. Nei suoi otto minuti e mezzo di crepitanti assoli e distorsioni chitarristiche Grayson ci catapulta in un mondo febbricitante e lisergico, che tanto ricorda le epiche cavalcate elettriche dei Crazy Horse degli anni settanta https://www.youtube.com/watch?v=Zb88nX4Xu5o . Dopo tanta tensione, diviene logico e necessario chiudere il disco con un’oasi di pace, e questo compito viene svolto alla perfezione dalla suadente Moving On, un brano che, per struttura melodica ed efficacia interpretativa, richiama alla memoria quella Love Song For Bobby Long, tratta dalla colonna sonora dell’omonimo film, che fece conoscere Grayson Capps al grande pubblico, ormai tredici anni fa. Oggi, per fortuna, possiamo contare su un autore e un interprete di assoluto livello, che sarà un sicuro protagonista della nostra musica anche negli anni a venire.

Marco Frosi

Ogni Tanto Si Fa Viva: Tra Fionde E Frecce Per Puntare Al Cuore Del Rock. Michelle Malone – Slings & Arrows

michelle malone slings and arrows

Michelle Malone – Slings & Arrows – SBS Records

A distanza di quasi tre anni dal precedente lavoro in studio Stronger Than You Think, torna una delle mie beniamine (e spero anche del blog) http://discoclub.myblog.it/2016/02/02/sia-pure-ritardo-atlanta-georgia-riceviamo-sempre-buona-musica-michelle-malone-stronger-than-you-think/ , la bravissima Michelle Malone, con il suo solito rock ricco di forti elementi “southern” che sfociano anche in un “roots-rock” venato di blues. Slings & Arrows è stato registrato dal vivo in studio, con la particolarità che i musicisti reclutati sono tutti della Georgia, e con la produttrice e protagonista Michelle Malone alle chitarre, armonica e mandolino, si sono presentati negli studi della sua etichetta personale (la SBS Records), i “georgiani” Robbie Handley al basso, Doug Keys alla chitarra elettrica, Christopher Burrows alla batteria, Trish Land alle percussioni, e come ospiti Peter Stroud (Sheryl Crow, Stevie Nicks) alla chitarra elettrice e acustica, il bravo polistrumentista Joey Huffman (Soul Asylum, Lynyrd Skynyrd, Hank Williams Jr. e altri), e il singer-songwriter di Atlanta Shawn Mullins (uno dei suoi migliori lavori, l’ottimo Lullaby del ’99).

Questo nuovo lavoro Slings & Arrows, è un ulteriore passo riuscito nella recente discografia della Malone, con il brano di apertura Just Getting Started, un potente “boogie” (si viaggia dalle parti dei più ispirati ZZ Top), con un sound dove è impossibile non muovere il piedino, per poi passare al piacevole ritmo funky-rock di Love Yourself, alle atmosfere pop-soul di Sugar On My Tongue, per virare al blues nell’intrigante Beast’s Boogie con dei riff chitarristici che rimandano a John Lee Hooker. Si prosegue con l’unica cover del disco, l’immortale I’ve Been Loving You Too Long di Mastro Otis Redding (al sottoscritto piace molto la versione di Ike & Tina Turner), cantata in coppia da Michelle e Shawn Mullins, in cui entrambi vocalmente danno il meglio nell’interpretare il classico Stax, che viene seguito da un altro rock-boogie classico come Fox And The Hound, con Michelle che svetta con il suo ottimo lavoro alla slide, mentre Civil War è un’altra buona miscela sonora di impianto roots, con il sostegno di una armonica e del mandolino acustico. Ci si avvia alla parte finale con il rock sudista della pimpante Matador, per poi avvicinarsi alle atmosfere di Lucinda Williams nella dolcissima ballata The Flame, e andare a chiudere con il rock-blues poderoso di una grintosa Boxing Gloves.

Questo nuovo disco della Malone Slings & Arrows contiene canzoni che parlano di desiderio e delusione, il tutto con un sound  infuocato percorso spesso dall’energia delle chitarre “slide”, che da sempre fanno parte del suo bagaglio personale: una vetrina per le diverse influenze della Malone, con il suo classico mix di rock blues, rock’n’roll, soul e folk, in questo raccolto in nove brani originali e una cover da “killeraggio” musicale. Pur con una trentennale carriera alle spalle, Michelle Malone rimane praticamente una semi sconosciuta (nonostante i nostri sforzi), e sono lontani i tempi in cui incideva per una major come l’Arista, cosa che l’ha costretta negli anni a fondarsi una propria etichetta indipendente dove ha continuato a sfornare eccellenti lavori, grintosi e variegati, diventando oltre che una rocker di razza una artista di “culto”. Tirando le somme, se siete “fans” di Bonnie Raitt, Susan Tedeschi e Sue Foley, tanto per non fare nomi, questo eccellente Slings & Arrows potrebbe essere un disco da scoprire nelle prossime settimane per conoscere una “nuova” amica. Basta andare sul suo sito e fare acquisti https://www.michellemalone.com/store.

Tino Montanari

Un Insieme Di Piccole Sinfonie Pop! Cameron Blake – Fear Not

cameron blake fear not

Cameron Blake – Fear Not – CRS/Continental Song City CD

Confesso che non avevo mai sentito parlare di Cameron Blake, cantautore originario del Massachusetts ma trapiantato a Baltimore, nel Maryland: ho poi scoperto che dal 2009 al 2015 ha già pubblicato quattro album di studio ed uno dal vivo, e quando ho ascoltato questo nuovo Fear Not non nascondo che mi si è accesa una certa curiosità nell’approfondire la conoscenza del personaggio. Blake è un songwriter classico, nel senso più puro del termine: si è infatti diplomato come violinista al conservatorio di Peabody, in Massachusetts, e ha trasportato i suoi studi classici nel suo stile compositivo e, almeno per quanto riguarda il CD di cui mi accingo a parlare, anche negli arrangiamenti. Fear Not è infatti un disco ambizioso, profondo, non facile ma neppure ostico, e vede Cameron accompagnato da ben cinquanta musicisti, tra chitarre, pianoforte, basso, batteria, sezione archi (molto importante nell’economia del suono), fiati e cori https://www.youtube.com/watch?v=eRg_bDhlvG4 . C’è da dire che Blake non usa mai i musicisti tutti insieme, ma li centellina a seconda del bisogno nelle varie canzoni, ed il suono non è mai ridondante o gonfio, ma anzi i brani sono tutti misurati, con la voce del leader, quasi sempre un pianoforte, spesso una chitarra ed anche gli archi in diversi pezzi: il mood generale è malinconico, ma non mancano le sorprese, ed il disco si ascolta tranquillamente da cima a fondo, ed anche gli episodi meno immediati dopo un paio di ascolti vi sembreranno familiari.

Canzoni profonde e meditate, molte delle quali di stampo classico, mentre altre combinano sonorità solo all’apparenza stridenti, creando un cocktail stimolante e non prevedibile, il tutto arrangiato con indubbio gusto. La title track, che apre l’album, è subito splendida: inizio per piano e voce, una voce chiara ed espressiva, un motivo toccante ed un malinconico quartetto d’archi alle spalle, un brano davvero intenso; molto particolare After Sally, dal ritmo leggero ma spedito, una chitarra acustica strimpellata ed un mood quasi western che contrasta volutamente con l’uso cameristico degli archi, per un risultato decisamente intrigante. Degna di nota anche The Only Diamond, pianistica e fluida, dalla melodia diretta ed un bell’impatto ritmico nel refrain, anche se l’atmosfera si mantiene piacevolmente notturna, Fools Gold è raffinata: voce, chitarra elettrica pizzicata, batteria spazzolata ed un uso più vigoroso degli archi, che però ci sta, dato che la canzone ha un notevole crescendo melodico nella parte centrale. La bizzarra Queen Bee è un incrocio tra gospel e jazz anni trenta, un brano quasi da revue, il tipo di canzone che piaceva a David Johansen quando si travestiva da Buster Poindexter, mentre Tiananmen Square, che narra le vicende dell’uomo che da solo sfidò i carri armati, è una delle più belle ed intense del CD, una ballata pianistica melodicamente squisita e con un accompagnamento emozionante.

Old Red Barn, ancora dominata dal piano, ha perfino elementi country e risulta una delle più immediate, rivelando la versatilità del nostro (con la tromba che aggiunge un sapore dixieland), Moonlight On A String è lenta, drammatica e jazzata, cantata molto bene da Blake e con uno strano coro femminile modello “Sirene di Ulisse”, mentre Wailing Wall è quella dove l’orchestrazione è più marcata, ma è anche quella che mi piace meno. Philip Seymour Hoffman è un breve ma sentito omaggio al grande attore scomparso prematuramente, basato quasi esclusivamente su voce e piano, Sandtown è la più cerebrale, con un accompagnamento quasi free anche se il tutto non manca di fascino, e non è distante dal suono dell’ultimo David Bowie; il CD si chiude con Monterey Bay, cupa, triste, ancora pianistica ma allo stesso tempo decisamente rilassante.Cameron Blake è un artista senza dubbio molto interessante, forse non di facilissimo ascolto ma di sicuro non banale. E, fatto da non trascurare, non assomiglia praticamente a nessuno: da seguire.

Marco Verdi

Una Nuova Country Rocker Di Pregio Dalla Voce Intrigante: Parliamone Invece. Ruby Boots – Don’t Talk About It

ruby boots don't talk about it

Ruby Boots – Don’t Talk About It – Bloodshot Records/ir

Avevo letto anticipazioni molto interessanti di questo album, il secondo di Ruby Boots (nom de plum di  Bex Chilcott, cantante australiana trapiantata a Nashville) https://www.youtube.com/watch?v=wD5o40BPS6Y : Rolling Stone l’aveva inserita nella sua lista dei dischi più attesi del 2018, ma visti gli attuali livelli di attendibilità della rivista americana non sempre questo endorsement è sinonimo di certezza, anzi. Però anche il sito American Songwriter (più sulla nostra lunghezza d’onda) e altri ne parlavano bene, per cui ero interessato ad ascoltare, sempre con la formula San Tommaso, ovvero verifica e fatti un parere! La cantante australiana, che peraltro a 36 anni non è più giovanissima, era rimasta ferma alcuni anni per problemi di noduli vocali, ma ora ritorna con questo disco registrato in quel di Nashville, con la produzione di Beau Bedford, alla console con Paul Cauthen, ma soprattutto i Texas Gentlemen (di cui è anche il tastierista del gruppo), di passaggio nella capitale del Tennessee, backing band per Ruby in tutto l’album, e a loro volta autori di un interessante album per la New West, uscito pochi mesi fa http://discoclub.myblog.it/2017/11/27/un-bellesempio-di-follia-musicale-con-metodo-the-texas-gentlemen-tx-jelly/ .

La nostra amica fa parte di quel filone che, a grandi linee, annovera anche Nikki Lane http://discoclub.myblog.it/2017/03/15/oltre-ad-aver-grinta-da-vendere-e-pure-brava-nikki-lane-highway-queen/ , Margo Price, Jaime Wyatt http://discoclub.myblog.it/2017/06/06/una-nuova-tosta-country-girl-jaime-wyatt-felony-blues/ , quello stile che sta (vagamente) tra una sorta di outlaw country rivisitato, Americana “alternativa” e cantautrice rock classica, insomma un po’ trasgressiva ma non troppo. Giustamente vi chiederete perché sto ciurlando nel manico, quindi la domanda è, ma è bello questo Don’t Talk About It? Bella domanda: non lo so, o meglio non sono sicuro, esprimo ovviamente, come sempre, un parere personale, e il verdetto lo leggete nel finale. Ad un primo ascolto ero rimasto un po’ perplesso, country, ma dove? Il primo pezzo It’s So Cruel, dove qualcuno ha visto degli elementi stonesiani (?!?) è una canzone decisamente rock, i Texas Gentlemen suonano con vigore e spavalderia, le chitarre sono vibranti e distorte, ma la voce leggermente “filtrata” e non particolarmente potente della Chilcott forse fatica ad emergere, anche se la grinta c’è. Il sound è un po’ quello tipico della Bloodshot, etichetta anticonformista per antonomasia, “moderno” e alternativo al rock classico, ma con molti legami con il passato: come dicono gli americani lei è “sass & savvy”, insolente e sfrontata vogliamo tradurre? Believe In Heaven ha un sapore sixties grazie anche alle sue armonie vocali retrò e qualche reminiscenza di Maria McKee e altre chanteuses similari, ma il “riffaggio” chitarristico è da boogie-rock. Don’t Talk About è un delizioso mid-tempo pop-rock, scritto con Nikki Lane, anche seconda voce nel brano https://www.youtube.com/watch?v=55_jC3bkwBw ,  che potrebbe ricordare le cose più orecchiabili dei primi 10.000 Maniacs di Natalie Merchant, con un chitarrone twangy in evidenza e organetto vintage, Easy Way Out, molto bella, sembra un pezzo di Tom Petty, o i vecchi brani rock di Carlene Carter quando era accompagnata dai Rockpile, con i Texas Gentlemen che si confermano gruppo molto eclettico.

Break My Heart Twice è una delle rare ballate romantiche, bella melodia con un’aura country conferitale dal chitarrone twangy che torna a farsi sentire, la voce squillante in primo piano e il solito organo, ma anche il piano, a conferire profondità al suono. I’ll Make It Through, chitarra super riverberata, andatura  ondeggiante pop-rock, è un altro piccolo gioiellino dove le armonie vocali della collega Nikki Lane sono un ulteriore sostegno alla struttura decisa del brano, mentre gli arrangiamenti sono super raffinati; con Somebody Else si torna ad un rock più deciso e vibrante, con chitarre fuzzate e ritmi scanditi con decisione, con la chitarra di Ryan Eke che inchioda un assolo da urlo. I Am A Woman, un’altra ballata intimista, quasi solo la voce a cappella con eco di Ruby e piccoli tocchi di tastiera sullo sfondo, ha quell’allure country-pop raffinata di certe canzoni dei primi anni ’70, con Infatuation che rialza i ritmi, grazie ad una melodia vincente e alla carica vocale della cantante australiana, ancora quella sorta di power pop raffinato e chitarristico per gli anni 2000 con i Texas Gentlemen assai indaffarati dal lato strumentale. Chiude l’eccellente Don’t Give A Damn, quasi un country got soul come usavano fare nei vecchi Muscle Shoas Studios gli antenati dei Texas Gentlemen, piano, chitarre e sezione ritmica sugli scudi per una canzone che conferma la bravura di Ruby Boots, che la canta a voce spiegata, e soci.

Verdetto finale: promossa con lode!

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Torna A Sorpresa Una Delle Più Belle Serie Dedicate Alla Black Music. Stax Vol. 4 Singles Rarities And The Best Of The Rest. La Recensione

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Stax Singles – Rarities And The Best Of The Rest  – 6 CD Stax/Craft/Universal    

A distanza di parecchi anni dall’ultimo volume, parliamo ormai del 1994, torna assolutamente a sorpresa un nuovo capitolo della bellissima serie di cofanetti dedicati al catalogo dei singoli tratti dal materiale pubblicato su etichetta Stax/Volt e tutte le loro sussidiarie: uno dei compendi dedicati alla soul music, al r&b e alla musica nera in generale più esaltanti nella storia della musica. Giusto per rinfrescare la memoria, vi ricordo che i primi tre volumi sono usciti rispettivamente nel 1991, nel 1993 e, come detto, nel 1994, tutti in box formato grande tipo LP (ma in CD comunque) e poi ristampati varie volte nel corso degli anni, con formati e costi decisamente più ridotti. In effetti la parabola sembrava conclusa, visto che i tre box avevano coperto i tre periodi di vita della etichetta di Memphis, 1959-1968 nel primo volume, 1969-1971 nel secondo e 1972-1975 nel terzo, coprendo tutta la storia della Stax, dalle origini R&B, passando per il soul del periodo classico, fino al soul e funky degli anni ’70, attraverso una serie di canzoni, raccolte in modo certosino, che spaziavano dai maggiori successi fino ad una serie di chicche e rarità che poche se non nessun altra etichetta ha potuto pareggiare.

Quindi questo quarto volume arriva come una sorpresa totale, anche se fa parte dei festeggiamenti per il 60° Anniversario della etichetta di Jim Stewart, iniziati lo scorso anno (per esempio con il bellissimo box su Isaac Hayes), a 60 anni dalla nascita della etichetta come Satellite Records nel 1957 e poi diventata Stax nel 1961, dalla unione dei nomi dei due fondatori, oltre a Stewart anche la sorella Extelle Axton (STewart/AXton = Stax), entrambi bianchi ovviamente, come era tipico della storia di altre race label nate nel corso degli anni, e tuttora in vita alla rispettabile età di 87 anni (ma senza dimenticare Al Bell che invece era il produttore nero della label), come pure la sua etichetta, che è stata rilanciata nel 2006 dalla Universal, anche con una serie di nuove uscite. Il cofanetto è corredato come al solito da un esaustivo libretto, che vedete sopra, ricco di foto, informazioni e alcuni saggi dei curatori dell’opera: visto che una recensione track-by-track sarebbe ovviamente troppo lunga, vediamo almeno di segnalare le cose più interessanti e sfiziose contenute in ogni dischetto. I primi 3 CD come al solito sono prevalentemente dedicati al soul, al funky, con escursioni anche nel R&B e nel blues, i successivi 3 CD toccano anche generi che gli altri box avevano solo sfiorato, tipo gospel, country, rock e di nuovo blues, con materiale estratto anche da etichette associate alla Stax come Truth, Chalice, Enterprise, Hip e Ardent.

Il primo CD parte con Deep Down Inside di Carla & Rufus, lato B del primo singolo di Rufus Thomas, uscito nell’agosto ’60 per la Satellite e poi ci sono altri 7 brani di Thomas, da solo o con la figlia Carla, tra cui una deliziosa versione di Fine And Mellow di Billie Holiday, e altri lati B di singoli (ma che qualità) di altri artisti che testimoniano il passaggio dal R&B, dal doo wop, al blues e poi al soul, alcuni come All The Way di Prince Conley (qualche eco di Sam Cooke), Just Enough To Hurt Me degli Astors, I Found A Brand New Love di Eddie Kirk, assolutamente deliziosi. Tra le chicche anche il lato B di Green Onions di Booker T. & The Mg’s Fannie Mae, oppure Sassy di Floyd Newman, altro strumentale strepitoso, e siamo già al 1963. Dal 1964 arriva That’s The Way It Goes di Bobby Marchan (che annuncia la svolta di Sam & Dave, Wilson Pickett e Otis Redding, della cui Revue Marchan faceva parte); molti brani sono firmati da Steve Cropper, con i pezzi grossi della Stax, Shake Up dei Cobras, Watchdog di Dorothy Williams, Weak Spot di Ruby Johnson, ma c’è anche un pezzo di Sam & Dave A Small Portion Of Your Love, firmato da Porter/Hayes, meno esplosivo del solito, ma sempre di gran classe, e siamo arrivati al 1968, e ci sarebbero altri brani da citare, quasi tutti.

Il secondo CD parte con I’m So Glad You’re Back cantata da Shirley Walton, uscita ancora nel 1968, come pure il lato B dell’unico singolo di Delaney & Bonnie per la Stax, We’ve Just Been Feeling Bad, scritta da Steve Cropper ed Eddie Floyd, bellissimi pure i brani cantati da Judy Clay, uno da sola e due in duetto con William Bell. Il 1968 è un anno magico, e così troviamo anche Stay With Us degli Staples Singers, ancora un paio di brani di Booker T.,  mentre Consider Me di Eddie Floyd è del 1969,  e la versione poderosa di I Thank You dei Bar-Kays, con i fiati che impazzano, del 1970. Tra le curiosità, una maturata Carla Thomas che fa Hi De Ho di Carole King e i Newcomers che fanno Mannish Boys di Muddy Waters in puro stile deep soul.

Il 3° CD che parte dal 1971 si apre con Ilana che canta una melodrammatica Let Love Fill Your Heart, prodotta da Van McCoy, gli ottimi Soul Children, per certi versi rivali dei Jackson 5 della Motown, se fossero stati fronteggiati da uno dei Temptations, David Porter e Isaac Hayes appaiono come cantanti in una melliflua versione di Baby I’m-A Want you dei Bread, che inaugura il futuro stile orchestrale di Hayes, che appare anche con Type Thang, un pezzo a tutto wah-wah che era anche nel secondo Shaft del 1972, come pure la bravissima e poco considerata Jean Knight alle prese con Pick Up The Pieces, il grande Johnnie Taylor con Stop Teasing Me un fantastico funky che sfida James Brown sul suo territorio, e ancora Major Lance che chiude il 1972 con una brillante Since I Lost My Baby’s Love.

Ribadisco che in teoria tutti questi brani erano “scarti”, destinati ai lati B o agli album, si potrebbe dire che hanno raschiato il fondo del barile, e  un po’ così è stato, ma ascoltando la musica non si direbbe: per esempio una eccellente What’s Your Thing degli Staples Singers cantata alla grande da Mavis, ma anche una piacevolissima Yes Sir Brothers, entrambe pubblicate nel 1974, in quello che viene considerato il declino dell’epoca e l’ultimo brano del maggio 1975 Just Ain’t No Love di John Gary Williams che chiude la storia.

Che comunque riparte dal 1969, almeno nei contenuti, nel quarto CD, con il materiale della etichetta Enterprise: per iniziare una drammatica ballata orchestrale quasi da crooner, cantata da Sil Selvidge, The Ballad of Otis B. Watson, scritta e prodotta da Don Nix, Black Hands White Cotton dei Caboose (?), sembra un pezzo dei Creedence cantato da Elvis o da Johnny Rivers, con molti elementi gospel e rock, sempre in questo filone di country got soul commerciale troviamo anche Love’s Not Hard To Find di Dallas County, sempre con Don Nix alla guida; ci sono altri oscuri ma piacevoli cantanti dell’epoca che non citiamo, ma anche Billy Eckstine, grande cantante jazz e pop che incise tre album per la Enterprise, che è presente con I Wanna Be Your Baby, fin troppo arrangiata, diciamo non memorabile, come parte del contenuto di questo CD, anche la versione di Slip Away di O.B. McClinton non sfida gli originali, nonostante l’aria country grazie all’uso della pedal steel.

Meglio la versione di When Something Is Wrong With My Baby di nuovo di Eckstine, e ottima una tirata Some Other Man della River City Band, che sembra quasi un pezzo dei primi Chicago, con una chitarra pungente nell’arrangiamento, per non dire di Black Cat Moan, uno dei super classici di Don Nix (nel disco suonavano, tra i tanti, Barry Beckett, Claudia Lennear, David Hood, Eddie Hinton, Furry Lewis, Klaus Voorman, Pete Carr, Roger Hawkins), sia pure qui nella versione breve da 45 giri e fa capolino anche un tocco jazz e latin rock con Conquistadores ’74 del batterista Chicho Hamilton., quasi alla Santana.

Il quinto CD è dedicato alla Hip Records, una storia non di grande successo commerciale, 3 dozzine di singoli e quattro album in tutto, ma ci sono anche alcune perle del catalogo Ardent, quello dei Big Star di Alex Chilton per intenderci, che era stato tra gli originatori di questo filone “bianco/nero” con i suoi Box Tops: non per nulla questo dischetto è prodotto da Alec Palao, che ha scritto anche le note, grande esperto di garage e psych. A livello storico-collezionistico questo è forse il CD più interessante, ricco anche di materiale inedito, canzoni mai pubblicate, solo arrivate a noi sotto forma di demo, comunque molto curati a livello sonoro: si passa dal beat/garage dei Poor Little Kids, un pezzo delizioso come Stop – Quit It, tra Beau Brummels e il sound di Memphis.

Niente male anche Cigarettes di Lonnie Duvall, che ha una voce che mi ha ricordato il primo Mal, quello dei Primitives, molto british sound 1967, che è l’anno di uscita del singolo, e squisita anche It’s Mighty Clear di nuovo dei Poor Little Kids, con intricate armonie vocali, come pure Warm City Baby dei Jugs, con elementi alla Box Tops, che fanno pure una rallentata e psych For Your Love, e ancora le Goodees con For A Little Wheel, girl group misto a Motown del 1967 scritta da Hayes/Porter, ma c’è una canzone loro del 1969 Goodies di Dan Penn e Spooner Oldham.

Tutto il dischetto è una miniera di sorprese, da Groovy Day dei Kangaroo’s a And ILove You del futuro Derek & The Dominos Bobby Whitlock, che è soul fiatistico del 1968, scritto e prodotto da Don Nix e Duck Dunn, un paio di lati B di Billie Lee Riley, il vecchio rockabilly man degli anni ’50, convertito nel ’68-’69 in blue eyed soul alla Box Tops. Nell’ultima parte del CD ci sono alcuni pezzi dal catalogo Ardent, Feel Alright e I Love You Anyway dei Cargoe, grande power rock chitarristico con elementi degli Who, e tre brani dei Big Star, In The Street, Oh My Soul e la splendida September Gurls, piacevoli pure gli Hot Dogs con la loro versione rock/punk di I Walk The Line.

Il 6° e ultimo disco si tuffa nel gospel/soul delle etichette Chalice e Gospel Truth, con un brano di Roebuck “Pops” Staples Tryin’ Time che è un incantevole blues scritto da Donny Hathaway, uscito per la Stax nel 1970. Poi ci sono quattro brani dei formidabili Dixie Nightingales, molto bella Wade In The Water di The Stars Of Virginia prodotta dal grande Al Bell nel 1966, un paio di brani dei Jubilee Hummingbirds, uno dei bravissimi Pattersonaires, la splendida God’s Promise. Ci sono anche diversi brani cantati da Cori a me sconosciuti ma che mandano brividi lungo la schiena, oltre a quattro brani “divini” (scusate), in tutti i sensi, del mitico Rance Allen Group, usciti tra il 1972 e 1974, nonché due/tre vocalist femminili fantastiche, Terry Lynn e Louise McCord e Annette May Thomas di scuola Aretha gospel. Che altro dire? Globalmente una vera goduria, da non perdere, per appassionati, ma non solo!

Bruno Conti

Probabilmente Il Loro Ultimo Grande Concerto. The Doors – Live At The Isle Of Wight Festival 1970

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The Doors – Live At The Isle Of Wight Festival 1970 – Eagle Rock/Universal CD/DVD – DVD – BluRay – CD/BluRay (solo USA e Canada)

Dopo le deludenti versioni celebrative dei loro primi due album, The Doors e Strange Days (la seconda più della prima), finalmente un’uscita come si deve che riguarda i Doors, ovvero la pubblicazione integrale audio e video di Live At The Isle Of Wight Festival 1970, di cui vi aveva accennato Bruno qualche settimana fa: si tratta dell’ultimo show ripreso dalle telecamere dello storico gruppo californiano, e del quale erano finora usciti pochi frammenti all’interno del film Message To Love di Murray Lerner (che è quindi il regista anche di questo live). Le notizie che giravano su questa serata parlavano di un gruppo non al meglio, con una profonda spaccatura tra Jim Morrison e gli altri tre, ma mi sento di dover smentire questi rumours, in quanto ci troviamo di fronte ad una grandissima esibizione, nella quale non ci sono assolutamente segni di contrasti intestini (ed i quattro avevano ancora un grande disco in canna, quel L.A. Woman che sarebbe uscito l’anno seguente). Certo, forse la parte visiva non è poi così spettacolare, dato che Ray Manzarek, John Densmore e Robby Krieger si “limitano” a suonare, e Morrison resta praticamente fermo durante tutta l’esibizione (in quei giorni la sua mente era anche rivolta al famoso processo di Miami per atti osceni), ma la parte musicale è sublime, sia dal punto di vista dell’incisione che da quello della qualità della performance, una chiara conferma della bontà del gruppo on stage.

Il concerto (un’ora e cinque minuti), che si tenne alle due del mattino del 29 Agosto di quell’anno, inizia con la roboante Roadhouse Blues, uno dei brani più noti della band, rock’n’roll allo stato puro, in cui ci si rende subito conto come le voci di un gruppo allo sbando fossero infondate: Morrison si dimostra subito aggressivo ed in palla dal punto di vista vocale, Krieger rilascia un assolo chitarristico torcibudella, Densmore picchia con vigore e raffinatezza allo stesso tempo (frutto di una formazione di stampo jazz), mentre l’organo Vox Continental di Manzarek si conferma come il vero punto di forza del sound del quartetto. La loro versione del classico di Willie Dixon Back Door Man è fluida e godibile, con la vocalità di Morrison decisamente centrale, forte e sicura, e gli altri tre che lo seguono con classe e maestria; la diretta Break On Through (To The Other Side) è il solito attacco frontale, con Manzarek che fa viaggiare le dita che è un piacere, mentre la sinuosa When The Music’s Over vede i nostri nel loro ambiente naturale, ovvero i brani lunghi e fluidi per cui sono famosi, con Ray impegnato contemporaneamente all’organo ed al basso (frutto dell’accoppiamento del Rhodes Piano Bass al suo strumento principale), Jim che gigioneggia da par suo, canta, declama, urla, sembra perdere il filo ma poi lo riprende all’improvviso.

Robby Krieger che si dimostra un chitarrista notevolmente creativo (e qui l’influenza di certa musica orientale è palese) e John molto più di un semplice batterista. La poco nota Ship Of Fools, una sorta di vivace rock-blues molto sixties e dal mood jazzato, anticipa la grande Light My Fire, la signature song del gruppo ed ideale scorribanda per le evoluzioni di Manzarek e Krieger, qui in una versione davvero spettacolare. Il finale è appannaggio di una lunga e drammatica The End, una vera manna per le improvvisazioni di Morrison e soci, con all’interno accenni ad altri canzoni quali Across The Sea, Away In India, Wake Up e la Crossroads di Robert Johnson. Come parte video bonus (che non ho ancora visto), ci sono nuove interviste a Lerner, Krieger, Densmore e Bill Siddons (ex manager del gruppo), oltre ad una testimonianza del 2002 di Manzarek. So che sul mercato gli album dal vivo dei Doors non mancano di certo, ma questo Live At The Isle Of  Wight Festival 1970 secondo me fa parte di quelli da avere, e non solo per il suo valore storico.

Marco Verdi