Un Sensazionale Cofanetto Per Uno Dei Tour Più Famosi (e Belli) Di Sempre. Bob Dylan – Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings

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Bob Dylan – Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings – Columbia/Sony 14CD Box Set

In questi giorni, per l’esattezza dal 12 Giugno in poi (e solo l’11 in poche sale cinematografiche mondiali, in Italia la città scelta è Bologna) uscirà sulla piattaforma Netflix l’attesissimo documentario curato da Martin Scorsese Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story, che come suggerisce il titolo narra le vicende del famoso tour del 1975 di Bob Dylan con la Rolling Thunder Revue, con immagini di repertorio, sia inedite che riprese dal noto film Renaldo And Clara, diverse performances dal vivo e le testimonianze odierne dei protagonisti di allora, Dylan incluso (spero in una prossima pubblicazione su DVD e BluRay, dato che non ho intenzione di abbonarmi a Netflix solo per vedere un singolo evento). La storia della RTR è abbastanza nota: nel 1975 Dylan era a livelli di popolarità simili a quelli del biennio 1965-66, dopo la trionfale tournée dell’anno prima con The Band, lo splendido album Blood on The Tracks e la pubblicazione del doppio LP The Basement Tapes. Bob non aveva dato seguito a Blood On The Tracks con un tour, ma verso fine anno gli venne appunto l’idea della Rolling Thunder Revue, che si rivelò essere un magnifico carrozzone di musicisti di varia estrazione che girò l’America esibendosi sia in arene già usate per concerti rock che in posti meno canonici, a volte perfino senza alcun battage pubblicitario.

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Una sorta di “anti-tour” quindi, ma che vide il nostro autore di alcune tra le migliori performance della sua carriera, coadiuvato da una super band che vedeva al suo interno chitarristi come T-Bone Burnett, Mick Ronson e Steven Soles, il polistrumentista David Mansfield, la bravissima violinista Scarlet Rivera (scoperta da Dylan stesso mentre suonava per strada) e la sezione ritmica di Rob Stoner al basso e Howie Wyeth alla batteria. Come ciliegina, giravano con Bob artisti del calibro di Joan Baez (che tornava quindi on stage con Dylan dopo dieci anni), Roger McGuinn, Ramblin’ Jack Elliott, Joni Mitchell, Bob Neuwirth, Allen Ginsberg e Ronee Blakley, che avevano tutti, chi più chi meno, dei momenti da solista durante gli spettacoli (Bob aveva invitato ad unirsi al tour anche Patti Smith e Bruce Springsteen, che però declinarono cordialmente in quanto avevano tutti e due una carriera in rampa di lancio).

Il tour ebbe due fasi, intramezzate dalla pubblicazione nel Gennaio del 1976 dell’album Desire (registrato con il nucleo della RTR, senza gli ospiti ma con Emmylou Harris alla seconda voce): l’autunno del 1975 e la primavera del 1976, che vedeva una versione più canonica e meno pittoresca del gruppo, e con meno super ospiti (questa seconda incarnazione è quella immortalata nel live album Hard Rain). Il tour divenne leggendario quindi per le serate del 1975, grazie anche alla forte campagna per la liberazione del pugile Rubin “Hurricane” Carter (incarcerato per triplice omicidio, ma innocente per gran parte dell’opinione pubblica), campagna della quale Dylan fu uno dei principali promotori, e non solo per il popolare singolo Hurricane. Finora questa prima parte del tour, a parte il già citato film Renaldo And Clara (comunque fallimentare) era stata documentata soltanto dal quinto episodio delle Bootleg Series dylaniane (che ora viene ristampato per la prima volta su triplo vinile), un doppio CD bellissimo che però adesso viene reso completamente inutile da questo monumentale cofanetto intitolato Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings, un’opera di immenso valore artistico che è anche in un certo senso il compendio audio del film di Scorsese.

Il box, 14 CD più un libretto di 56 pagine, non ha la pretesa di documentare l’intera tournée (com’era successo per l’altro box dylaniano “a cubo” con i concerti del 1966), ma inserisce “solo” le cinque serate migliori e meglio registrate (solo la parte di Bob, non quella in cui si esibiscono gli ospiti), ma con l’aggiunta di ben tre dischetti di prove di studio mai sentite prima neanche nei bootleg, ed un CD di rarità assortite. Il Bootleg Series del 2002 è presente nella sua interezza, e così anche le quattro canzoni del raro EP 4 Songs From Renaldo And Clara, uscito nel 1978, ma il resto è inedito, ed è di qualità manco a dirlo eccezionale. Certo, non mancano le ripetizioni (le scalette dei concerti erano piuttosto rigide), non è stata inclusa la famosa “Night Of The Hurricane” al Madison Square Garden, ma direi che non ci possiamo lamentare ed anzi dobbiamo godere di queste performances, che scivolano via talmente bene che il box si ascolta relativamente in poco tempo. Last but not least, nei dischetti delle prove sono presenti alcuni inediti dylaniani assoluti (anche se alcuni appena accennati), che non verranno mai più ripresi da Bob in seguito. Ma vediamo in dettaglio il contenuto dei 14 CD.

CD 1: S.I.R. Rehersals, New York Ottobre 1975. Registrato in mono come i CD numero 2, 3 e 14 (mentre i concerti sono in stereo) questo dischetto comprende diverse takes incomplete, tra cui una versione improvvisata del traditional Rake And Ramblin’ Boy, una rara I Want You (nel senso che non appariva nelle scalette dei concerti, ed è un peccato perché prometteva bene), una countryeggiante She Belongs To Me cantata con un’insolita voce carezzevole e l’inedita Hollywood Angel, un discreto pezzo di matrice blues. Tra i brani completi abbiamo la gioiosa Rita May, un breve accenno al gospel What Will You Do When Jesus Comes? (altro inedito dylaniano), una struggente Spanish Is The Loving Tongue (doveva proprio piacere a Bob, in quegli anni la ficcava ovunque) ed una ripresa del classico di Peter LaFarge The Ballad Of Ira HayesCD 2. Come il primo, anche questo CD si occupa delle prove ai S.I.R. Studios della Big Apple: come chicche abbiamo due strepitose She Belongs To Me e A Hard Rain’s A-Gonna Fall entrambe in versione blues, un medley fantastico tra This Wheel’s On Fire, Hurricane e All Along The Watchtower e due rarità come Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts (eseguita una sola volta durante il tour) e It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding). Ci sono altre due canzoni inedite scritte da Bob, la discreta ballata pianistica Gwenevere e la toccante Patty’s Gone To Laredo (molto bella, peccato sia poi sparita dai radar), senza dimenticare una splendida If You See Her, Say Hello in perfetto stile DesireCD 3: Seacrest Motel Rehersals, Falmouth, MA. Uno dei dischetti più belli del box, solo otto canzoni ma suonate con una professionalità tale che sembrano tratte da un concerto, con gemme come la stupenda Tears Of Rage (con Joan Baez), il traditional Easy And Slow, deliziosa e commovente, tra gli highlights assoluti del cofanetto, e la rara (in questo tour) Ballad Of A Thin Man.

CD 4-5: Worcester 19/11/75. Bellissimo concerto, che inizia con una bella versione, piena e rotonda, di When I Paint My Masterpiece, per poi proseguire con una scattante It Ain’t Me, Babe  ed una ispiratissima The Lonesome Death Of Hattie Carroll, davvero magnifica. Detto di sei lucide e vibranti proposte dall’imminente Desire (Romance In Durango, Isis, Hurricane, Oh Sister, One More Cup Of Coffee e Sara) e di un’eccellente Tangled Up In Blue con Bob da solo sul palco, troviamo anche un delizioso intermezzo elettroacustico con Dylan e la Baez che armonizzano come ai bei tempi con Blowin’ In The Wind, Mama, You Been On My Mind (in puro stile country-rock) ed il traditional Wild Mountain Thyme, e Joan che resta sul palco anche per una bella cover del classico di Merle Travis Dark As A Dungeon ed una fluida I Shall Be Released. Gran finale con Just Like A Woman, Knockin’ On Heaven’s Door (in cui Bob duetta con McGuinn) ed una rilettura quasi bluegrass dell’evergreen di Woody Guthrie This Land Is Your Land, dove anche la Baez, McGuinn, Elliott, Neuwirth e la Mitchell cantano una strofa. CD 6-7: Cambridge 20/11/75. Scaletta pressoché identica a quella dei due dischetti precedenti, con la sola eccezione di Tangled Up In Blue sostituita da una toccante Simple Twist Of Fate, cantata con passione e sentimento. Dylan è in formissima e molti brani sono anche meglio che a Worcester, come per esempio When I Paint My Masterpiece, Romance In Durango, Blowin’ In The Wind e Hurricane.

CD 8-9: Boston 21/11/75, Afternoon Show. Qualche cambiamento in scaletta, come una trascinante A Hard Rain’s A-Gonna Fall dal ritmo sostenuto ed arrangiamento rock-blues, una strepitosa Mr. Tambourine Man acustica (una delle più belle mai sentite) e, nella parte con la Baez, Blowin’ In The Wind e Wild Mountain Thyme sostituite rispettivamente da una splendida The Times They Are A-Changin’ e dalla squisita I Dreamed I Saw St. Augustine, mentre Dark As A Dungeon cede il posto ad una rilettura di Never Let Me Go di Johnny AceCD 10-11: Boston 21/11/75, Evening Show. Una delle migliori serate di tutto il tour, con il ritorno della scaletta “istituzionale”, compresa anche la vivace It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry al posto di Hard Rain. Non mancano comunque un paio di chicche, cioè un’intensa interpretazione del brano tradizionale The Water Is Wide (con Joan) ed una rara riproposizione di I Don’t Believe You (She Acts Like We Never Have Met) per voce, chitarra e armonica. CD 12-13: Montreal 04/12/75. Altro concerto strepitoso e scaletta più ricca del solito, 23 canzoni contro le consuete 19/20: abbiamo in aggiunta una fluida Tonight I’ll Be Staying Here With You ed un uno-due acustico da favola con le stupende It’s All Over Now, Baby Blue e Love Minus Zero/No Limit. In più, la migliore It Ain’t Me, Babe di tutte ed altrettante grandissime versioni di Hattie Carroll, Hard Rain, Just Like A Woman, una Sara di rara intensità ed una Blowin’ In The Wind con il ritornello cantato in francese.

CD14: Rarities. L’ultimo dischetto contiene una serie di brani suonati una sola volta durante il tour, o performances comunque particolari, ed inizia con una vera gemma, una toccante One Too Many Mornings a due voci (Bob e Joan), e con Eric Andersen alla chitarra, registrata al Gerde’s Folk City di New York, locale storico del Village in cui si esibì anche un giovane Dylan nel 1961. Si prosegue con una strana Simple Twist Of Fate per sola voce, piano ed una batteria insistita (versione bizzarra, ho sentito di meglio) e con una bella Isis che il violino della Rivera rende più simile a quella finita poi su Desire. Ed ecco un po’ di rarità assortite, una serie di canzoni che vedono Bob esibirsi in acustico e registrate amatorialmente, con una qualità da discreto bootleg anche se le performance sono comunque di grande valore artistico ed i titoli parlano da soli: With God On Our Side, It’s Alright Ma, The Ballad Of Ira Hayes, Your Cheatin’ Heart di Hank Williams (questa registrata un po’ meglio, ma sembra più un rehearsal che un brano live), The Tracks Of My Tears di Smokey Robinson ed una bella rilettura del traditional Jesse James. Chiusura con una tostissima It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry, incisa a New York durante il concerto “Night Of The Hurricane” e con Robbie Robertson alla chitarra solista. Un cofanetto imperdibile quindi, con un prezzo tutto sommato giusto per il contenuto (circa 70 Euro): alla fine dell’ascolto sarete talmente soddisfatti che 14 CD vi potranno sembrare anche pochi.

Marco Verdi

E’ Ufficiale, Il 7 Giugno Esce Il Box Di 14 CD Bob Dylan The Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings

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Bob Dylan – The Rolling Thunder Revue The 1975 Live Recordings – 14 CD Columbia/Legacy – 07-06-2019

Se ne parlava da qualche tempo, ma alla fine è stata ufficializzata l’uscita del cofanetto di Bob Dylan dedicato alla Rolling Thunder Revue del 1975, con le registrazioni di 5 concerti completi di quel tour che attraverso 57 date tenute tra il 30 Ottobre 1975 e il 25 Maggio 1976 portò Dylan e la sua troupe di musicisti, amici e ospiti vari in giro per tutti gli Stati Uniti. Nel cofanetto da 14 CD saranno inclusi anche 3 dischetti con le prove di ottobre 1975 prima del partenza della tournée, e un ulteriore dischetto di rarità registrate durante i vari concerti.

Sempre in quei giorni  (il 12 giugno, e l’11 l’anteprima nei cinema, per poter poi essere candidato agli Oscar occorre anche questa procedura) verrà presentato in alcune sale in giro per il mondo e poi sulla piattaforma di Netflix anche il film di Martin Scorsese Rolling Thunder Revue: a Bob Dylan Story by Martin Scorsese, nella parole di presentazione. in parte un documentario, in parte un film concerto e in parte sogno febbrile, il film cattura lo spirito inquieto dell’America nel 1975 e la musica gioiosa che Dylan ha suonato durante l’autunno di quell’anno. Parte di questo materiale era giù uscita su No Direction Home il documentario sempre di Scorsese su Dylan e soprattutto nel film di His Bobness Renaldo e Clara, per la parte video, e nel volume 5 delle Bootleg Series per la parte audio. Rimangono comunque più di 100 brani mai pubblicati prima.

Il box avrà il seguente contenuto:

DISC 1: S.I.R. Rehearsals, New York, NY – October 19, 1975
DISC 2: S.I.R. Rehearsals, New York, NY – October 21, 1975
DISC 3: Seacrest Motel Rehearsals, Falmouth, MA – October 29, 1975
DISC 4-5: Memorial Auditorium, Worcester, MA – November 19, 1975
DISC 6-7: Harvard Square Theater, Cambridge, MA – November 20, 1975
DISC 8-9: Boston Music Hall, Boston, MA – November 21, 1975 (afternoon)
DISC 10-11: Boston Music Hall, Boston, MA – November 21, 1975 (evening)
DISC 12-13: Forum de Montreal, Quebec, Canada – December 4, 1975
DISC 14: Rare Performances

E andando ancora più nel dettaglio con la lista completa dei brani disco per disco:

[CD1]
1. Rake And Ramblin’ Boy
2. Romance In Durango
3. Rita May
4. I Want You
5. Love Minus Zero/No Limit
6. She Belongs To Me
7. Joey
8. Isis
9. Hollywood Angel
10. People Get Ready
11. What Will You Do When Jesus Comes?
12. Spanish Is The Loving Tongue
13. The Ballad Of Ira Hayes
14. One More Cup Of Coffee (Valley Below)
15. Tonight I’ll Be Staying Here With You
16. This Land Is Your Land
17. Dark As A Dungeon

[CD2]
1. She Belongs To Me
2. A Hard Rain’s A-Gonna Fall
3. Isis
4. This Wheel’s On Fire/Hurricane/All Along The Watchtower
5. One More Cup Of Coffee (Valley Below)
6. If You See Her, Say Hello
7. One Too Many Mornings
8. Gwenevere
9. Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts
10. Patty’s Gone To Laredo
11. It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding)

[CD3]
1. Tears Of Rage
2. I Shall Be Released
3. Easy And Slow
4. Ballad Of A Thin Man
5. Hurricane
6. One More Cup Of Coffee (Valley Below)
7. Just Like A Woman
8. Knockin’ On Heaven’s Door

[CD4]
1. When I Paint My Masterpiece
2. It Ain’t Me, Babe
3. The Lonesome Death Of Hattie Carroll
4. It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry
5. Romance In Durango
6. Isis
7. Blowin’ In The Wind
8. Wild Mountain Thyme
9. Mama, You Been On My Mind
10. Dark As A Dungeon
11. I Shall Be Released

[CD5]
1. Tangled Up In Blue
2. Oh, Sister
3. Hurricane
4. One More Cup Of Coffee (Valley Below)
5. Sara
6. Just Like A Woman
7. Knockin’ On Heaven’s Door
8. This Land Is Your Land

[CD6]
1. When I Paint My Masterpiece
2. It Ain’t Me, Babe
3. The Lonesome Death Of Hattie Carroll
4. It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry
5. Romance In Durango
6. Isis
7. Blowin’ In The Wind
8. Wild Mountain Thyme
9. Mama, You Been On My Mind
10. Dark As A Dungeon
11. I Shall Be Released

[CD7]
1. Simple Twist Of Fate
2. Oh, Sister
3. Hurricane
4. One More Cup Of Coffee (Valley Below)
5. Sara
6. Just Like A Woman
7. Knockin’ On Heaven’s Door
8. This Land Is Your Land

[CD8]
1. When I Paint My Masterpiece
2. It Ain’t Me, Babe
3. The Lonesome Death Of Hattie Carroll
4. A Hard Rain’s A-Gonna Fall
5. Romance In Durango
6. Isis
7. The Times They Are A-Changin’
8. I Dreamed I Saw St. Augustine
9. Mama, You Been On My Mind
10. Never Let Me Go
11. I Shall Be Released

[CD9]
1. Mr. Tambourine Man
2. Oh, Sister
3. Hurricane
4. One More Cup Of Coffee (Valley Below)
5. Sara
6. Just Like A Woman
7. Knockin’ On Heaven’s Door
8. This Land Is Your Land

[CD10]
1. When I Paint My Masterpiece
2. It Ain’t Me, Babe
3. The Lonesome Death Of Hattie Carroll
4. It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry
5. Romance In Durango
6. Isis
7. Blowin’ In The Wind
8. The Water Is Wide
9. Mama, You Been On My Mind
10. Dark As A Dungeon
11. I Shall Be Released

[CD11]
1. I Don’t Believe You (She Acts Like We Never Have Met)
2. Tangled Up In Blue
3. Oh, Sister
4. Hurricane
5. One More Cup Of Coffee (Valley Below)
6. Sara
7. Just Like A Woman
8. Knockin’ On Heaven’s Door
9. This Land Is Your Land

[CD12]
1. When I Paint My Masterpiece
2. It Ain’t Me, Babe
3. The Lonesome Death Of Hattie Carroll
4. Tonight I’ll Be Staying Here With You
5. A Hard Rain’s A-Gonna Fall
6. Romance In Durango
7. Isis
8. Blowin’ In The Wind
9. Dark As A Dungeon
10. Mama, You Been On My Mind
11. Never Let Me Go
12. I Dreamed I Saw St. Augustine
13. I Shall Be Released

[CD13]
1. It’s All Over Now, Baby Blue^
2. Love Minus Zero/No Limit^
3. Tangled Up In Blue
4. Oh, Sister
5. Hurricane
6. One More Cup Of Coffee (Valley Below)
7. Sara
8. Just Like A Woman
9. Knockin’ On Heaven’s Door
10. This Land Is Your Land

[CD14]
Per il disco 14 la lista dei contenuti non era completa, ecco la versione esatta
BONUS DISC – RARE PERFORMANCES

1. One Too Many Mornings*
October 24 – Gerdes Folk City, New York City, New York
2. Simple Twist of Fate*
October 28 – Mahjong Parlor, Falmouth, MA
3. Isis
November 2 – Technical University, Lowell, MA
4. With God on Our Side
November 4 – Afternoon – Civic Center, Providence, RI
5. It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding)
November 4 – Evening – Civic Center, Providence, RI
6. Radio advertisement for Niagara Falls shows
Niagara Falls, NY
7. The Ballad of Ira Hayes*
November 16 – Tuscarora Reservation, NY
8. Your Cheatin’ Heart*
November 23
9. Fourth Time Around
November 26 – Civic Center, Augusta, Maine
10. The Tracks of My Tears
December 3 – Chateau Champlain, Montreal Canada
11. Jesse James
December 5 – Montreal Stables, Montreal, Canada
12. It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry
December 8 – “Night of the Hurricane,” Madison Square Garden, New York, NY

# included in the film Renaldo and Clara (1978 film)
~ released on 4 Songs From “Renaldo And Clara” E.P. (1978 album)
^ released on The Bootleg Series, Vol. 5: Bob Dylan Live 1975 (2002 album)
* included in Rolling Thunder Revue (2019 film)

La band che accompagnava Dylan era formata da Mick Ronson, T-Bone Burnett, Scarlet Rivera, David Mansfield, Steven Soles, Rob Stoner e Howie Wyeth, mentre tra gli ospiti che si avvicendarono nelle varie date ci furono Joan Baez, Roger McGuinn, Joni Mitchell, Ronee Blakely, Ramblin’ Jack Elliott, Bob Neuwirth, Allen Ginsberg e altri. Leggendo i contenuti del cofanetto i concerti riguardano nella loro totalità le date della prima parte del tour, quindi rimangono esclusi quelli che si tennero tra il 18 aprile e il 25 maggio del 1976, dopo l’uscita dell’album Desire avvenuta il 5 gennaio di quell’anno, mentre su Hard Rain il live pubblicato sempre nel 1976 il 13 settembre, finirono gli estratti dai due concerti della Rolling Thunder Revue del 16 e 23 maggio.

Ed ecco anche la lista completa dei musicisti e degli ospiti presenti nel cofanetto

On DISCS 1-13:
Bob Dylan – vocals, guitar, piano, harmonica
Joan Baez – vocals and guitar on “Tears of Rage,” “I Shall Be Released,” “Blowin’ in the Wind,” “Wild Mountain Thyme,” “Mama, You Been on My Mind,” “Dark as a Dungeon,” “The Times They Are a-Changin’,” “I Dreamed I Saw St. Augustine,” “Never Let Me Go,” “The Water Is Wide,” and “This Land Is Your Land”
Roger McGuinn – guitar and vocals on “Knockin’ on Heaven’s Door” and
“This Land Is Your Land”
Guam:
Bobby Neuwirth – guitar, vocals
Scarlet Rivera – violin
T Bone J. Henry Burnett – guitar, vocals
Steven Soles – guitar, vocals
Mick Ronson – guitar
David Mansfield – steel guitar, mandolin, violin, dobro
Rob Stoner – bass, vocals
Howie Wyeth – drums, piano
Luther Rix – drums, percussion, congas
Ronee Blakley – vocals
and
Ramblin’ Jack Elliott – vocals, guitar
Allen Ginsberg – vocals, finger cymbals
Joni Mitchell – vocals

On DISC 14:
Bob Dylan – vocals, guitar, piano, harmonica with
Joan Baez – vocals (2)
Rob Stoner – bass (2)
Eric Andersen, Arlen Roth – guitars (2) Guam (3, 10, 12)
Larry Keegan – vocals (8)
Robbie Robertson – guitar (12)

https://www.youtube.com/watch?v=q0o_0b5abwA

Quindi una occasione più che ghiotta per gustarsi uno degli eventi storici della musica degli anni ’70, pare anche ad un prezzo interessante.

Naturalmente dopo l’uscita del 7 giugno ci sarà la recensione completa del box dell’amico Marco Verdi, che credo venga a saperlo al momento, ma non penso sia colto particolarmente a sorpresa dalla cosa.

Bruno Conti

Un Capolavoro Non Lo E’ Mai Stato, Ma Forse E’ Il Caso Di Rivalutarlo! Byrds – Byrds

byrds - the byrds

Byrds – Byrds – Esoteric/Cherry Red CD

Nel 1973 i Byrds erano di fatto una “dead band walking”, dato che dopo il loro ultimo album (il non disprezzabile Farther Along del 1971, che però vendette pochissimo) si stavano stancamente trascinando in una attività live senza particolari guizzi, e con il leader assoluto Roger McGuinn sempre più scontento della line-up del gruppo. La palla al balzo fu colta da David Geffen, allora boss dell’emergente Asylum, che presentò ai cinque membri fondatori della band californiana (oltre a McGuinn, David Crosby, Gene Clark, Chris Hillman e Michael Clarke) la classica offerta non rifiutabile per un reunion album. I cinque misero da parte per un attimo gli antichi dissapori (e le relative carriere soliste) per registrare quindi un disco formato da nuove canzoni: il lavoro che ne risultò, appropriatamente intitolato Byrds, fu però molto criticato perché palesemente inferiore alle aspettative che erano prevedibilmente altissime, ed anche il successo di pubblico non rispecchiò affatto le speranze dei nostri, Geffen incluso che poi era quello che ci rimetteva di più.

Il problema vero era che Byrds fu il frutto della classica fusione a freddo di un gruppo che tornava insieme solo per motivi finanziari e non per reali esigenze artistiche, con i vari membri che a turno “usavano” i compagni come backing band per le loro canzoni, e quindi senza una vera collaborazione creativa: se aggiungiamo che dopo un po’ riaffiorarono, anche se solo in parte, le vecchie tensioni, si capisce benissimo perché questo disco invece di segnare un nuovo inizio mise la parola fine alla storia di uno dei gruppi più influenti degli anni sessanta (e per un breve periodo si venne a creare la strana situazione di una band che in studio aveva una line-up e dal vivo un’altra completamente diversa, con il solo McGuinn come elemento comune). Diciamo che la reunion non nasceva sotto i migliori auspici, dato che McGuinn, solitamente leader abbastanza dispotico, in questo album rimase stranamente nelle retrovie, Hillman confessò in seguito che si era tenuto le canzoni migliori per il suo debutto solista (che avvenne comunque tre anni dopo, prima ci fu la Hillman-Souther-Furay Band, altro esperimento non molto riuscito), mentre Clarke non aveva mai rappresentato un valore aggiunto per il gruppo, ma “solo” il batterista.

Gli unici “animatori” della reunion furono Crosby, che produsse anche il disco e figurava al centro in tutte le foto promozionali, e soprattutto Clark, che era in gran forma ed ottenne il materiale migliore dell’album. Oggi la Esoteric ha immesso sul mercato la ristampa di questo famoso disco, che non è certo la prima riedizione (l’ultima, targata Raven, è del 2014), ma sicuramente quella con il booklet più esauriente (con le note del noto giornalista e scrittore rock Malcolm Dome) e soprattutto con la rimasterizzazione migliore, tale da far sembrare queste incisioni risalenti a pochi mesi fa, e non vecchie di ben 46 anni. Risentendo il disco (va detto, senza bonus tracks) vorrei rivedere un attimo i giudizi dell’epoca, dato che ci troviamo di fronte ad un’opera di sicuro non imperdibile, e nemmeno ad un lavoro da isola deserta, ma comunque un bell’album con canzoni che vanno dal discreto all’ottimo, e che probabilmente nel 1973 deluse in quanto in quel periodo di dischi a cinque stelle ne uscivano con cadenza quasi mensile. Dicevo di Gene Clark, che ha l’onore di avere i due brani migliori tra quelli nuovi, a cominciare dall’opening track Full Circle (che in un primo momento sembrava dovesse essere anche il titolo dell’album), una splendida country song sostenuta da una melodia deliziosa, con le armonie vocali che ben conosciamo e la strumentazione elettroacustica perfetta; di stampo country è anche Changing Heart, altra bella canzone dal ritmo spedito, un bell’intreccio chitarristico (si sente distintamente anche la mitica 12 corde di McGuinn) e le solite magistrali backing vocals.

 

Dicevo anche di un Roger McGuinn quasi defilato, ed infatti la sua voce si sente solo in due brani, entrambi autografi: Sweet Mary, una ballata acustica dal sapore irlandese che sembra quasi un’anteprima di ciò che Roger farà decadi dopo con il progetto Folk Den, e Born To Rock’n’Roll, che nonostante il titolo è una ballata (rock, certo, ma pur sempre ballata), con un’improvvisa accelerazione ritmica nel ritornello, una buona canzone anche se un pochino al di sotto del potenziale del nostro. David Crosby propone Laughing, canzone splendida che però era già stata pubblicata (in versione diversa ovviamente) due anni prima sul mitico If I Could Only Remember My Name, e che qui comunque si conferma in tutta la sua bellezza, e l’elettrica e nervosa Long Live The King, un pezzo rock sullo stile di Almost Cut My Hair e Long Time Gone, ma non allo stesso livello. I due brani di Chris Hillman non sono poi così male: la roccata Things Will Be Better è comunque all’altezza di quanto poi finirà sul suo debutto solista Slippin’ Away (ed è nobilitata dal classico jingle-jangle sound), mentre Borrowing Time è una pimpante country song dal motivo immediato.

In ogni disco dei Byrds che si rispetti ci sono delle cover, e qui ne troviamo tre, la prima delle quali è un’intensa rilettura della bellissima For Free di Joni Mitchell, affidata alla voce dell’amico Crosby: splendida melodia e sonorità più alla CSN che Byrds. E poi c’è Neil Young che come autore prende il posto che abitualmente nei dischi dei nostri era destinato a Bob Dylan, con ben due composizioni, entrambe cantate da Clark (che quindi aumenta ulteriormente il vantaggio qualitativo sui compagni): Cowgirl In The Sand grandissima canzone in una interpretazione elettroacustica davvero squisita, più country e meno rock di quella del Bisonte canadese, ed una intesa e struggente See The Sky About To Rain, che all’epoca era ancora inedita (Young la pubblicherà l’anno seguente in On The Beach). Se non avete già una delle precedenti ristampe in CD di Byrds, disco che rappresenta il canto del cigno di una delle più grandi band di sempre, questa è quella da avere: non contiene inediti ma dona una veste sonora decisamente migliore ad un lavoro per troppi anni bistrattato.

Marco Verdi

Un Gradito Ritorno…Ma Ci Vorrebbe Un Produttore! Roger McGuinn – Sweet Memories

roger mcguinn sweet memories

Roger McGuinn – Sweet Memories – April First/CD Baby CD

Un disco elettrico con materiale nuovo da parte di Roger McGuinn è da considerarsi un piccolo evento. Molto attivo come solista negli anni settanta, e con lavori di ottimo livello (Cardiff Rose e Thunderbyrd i preferiti dal sottoscritto, mentre invece gli album pubblicati con Chris Hillman e Gene Clark, o anche in duo con il solo Hillman, non sono mai stati il massimo), totalmente assente negli anni ottanta, l’ex leader dei Byrds aveva fatto un ritorno in grande stile nel 1991 con lo splendido Back From Rio, un bellissimo album che richiamava come non mai il suono del gruppo che lo aveva reso celebre, e con ospiti del calibro di Tom Petty con Heartbreakers a seguito, ancora Hillman con l’altro ex compagno David Crosby, ed Elvis Costello. Dopo un live acustico, ma con due nuove (e belle) canzoni elettriche incise in studio (Live From Mars, 1996), Roger si è praticamente ritirato dal mondo rock che conta, iniziando ad esplorare la tradizione ed ad incidere brani folk di dominio pubblico, rendendoli disponibili solo online sotto il nome di Folk Den Project, un’operazione che è durata più di dieci anni e che ha visto la pubblicazione anche di CD a tema, tutti rigorosamente acustici, ma che non mi ha mai fatto impazzire in quanto ho sempre giudicato le sue interpretazioni piuttosto scolastiche e poco ricche di feeling. Per avere un altro CD elettrico con canzoni nuove dobbiamo saltare al 2004, quando Roger pubblica in via indipendente Limited Edition, un lavoro discreto ma che manca di una reale produzione, mentre CCD del 2011 è un altro lavoro di matrice folk a tema marinaresco, praticamente un’appendice del Folk Den.

roger mcguinn 1roger mcguinn 2

Oggi, un po’ a sorpresa, Roger fa uscire (sempre autoproducendosi) questo Sweet Memories, un CD con canzoni originali che mischia nuovo ed antico, in quanto vengono ripresi anche tre pezzi dei Byrds. Roger ha fatto di nuovo tutto da solo, dalla produzione alla strumentazione (c’è solo Marty Stuart alla chitarra in un pezzo), e questo è un po’ il limite del disco, in quanto McGuinn non è certo famoso per essere un polistrumentista: alla chitarra è come al solito validissimo, così come con tutti gli strumenti a corda in genere, ed in Sweet Memories il nostro si concentra quindi su questo tipo di suono in particolare, limitando al massimo l’uso di basso e batteria, e non prendendo neppure in considerazione piano ed organo. Il risultato è un album discreto, ma che avrebbe potuto essere molto meglio con qualche sessionmen in più, un suono più profondo ed una produzione più professionale e meno “piatta” (Stuart sarebbe andato benissimo, dato che è passato dallo studio). Anche i tre brani dei Byrds risentono del confronto con gli originali: se Mr. Tambourine Man è praticamente identica e suonata in maniera corretta, Turn, Turn, Turn per sola voce, basso e Rickenbaker suona un po’ stanca, e So You Want To Be A Rock’n’Roll Star è totalmente priva di pathos (e la canzone in sé non mi ha mai fatto impazzire). C’è anche una cover molto particolare: si tratta di Friday, un brano-parodia che Roger ha trovato su YouTube, un video nel quale un tale Nate Herman, fingendosi un serio musicologo, parla di questo fantomatico e rarissimo brano scritto da Bob Dylan ed inciso dai Byrds in gran segreto, mentre in realtà è tutta una presa in giro; Roger però pare si sia divertito a tal punto che ha voluto incidere la canzone (per sola voce e chitarra elettrica), che in effetti ha un motivo molto byrdsiano, anche se il testo è chiaramente parodistico.

I restanti otto brani sono tutti originali, scritti da McGuinn con la moglie Camilla, ma non sono tutti nuovi, in quanto alcuni di essi sono stati tirati fuori dal proverbiale cassetto (la title track risale addirittura ai primi anni ottanta), cosa che dimostra che Roger da anni non è più un autore prolifico. Chestnut Mare Christmas è il seguito di un’altra famosa canzone dei Byrds, Chestnut Mare appunto, ed è una country ballad bella e profonda, che mantiene la stessa struttura dell’originale (alternanza tra talkin’ e cantato), e ci regala un ottimo ritornello, con Stuart che ricama sullo sfondo: è anche il brano, tra quelli nuovi, più ricco dal punto di vista strumentale. Grapes Of Wrath è puro folk dal sapore irish, che richiama le atmosfere di Cardiff Rose (ma anche del Folk Den), con Roger che gioca con le voci e vari strumenti a corda; Sweet Memories è un tenue slow cantautorale, tutto incentrato sulla voce e su un paio di chitarre arpeggiate (ma in carriera il nostro ha scritto di meglio), mentre Catching Rainbows, pur mantenendo un’atmosfera languida ed un sound spoglio, è decisamente più riuscita, anche se il livello raggiunto in passato dall’ex Byrd resta lontano. Nella breve 5:18 spunta anche un banjo, ed è ancora puro folk, The Tears (scritta dalla sola Camilla) è un’altra ballatona dal passo lento e dalla suggestiva melodia di stampo western, una delle migliori del CD; restano ancora la toccante At The Edge Of The Water, con Roger che canta stratificando varie sue tracce vocali, e la deliziosa Light Up The Darkness, country-folk solare e diretto.

E’ sempre un piacere recensire un nuovo disco di Roger McGuinn, dato che stiamo parlando di uno dei “totem” della nostra musica, anche se sarebbe auspicabile l’affidamento delle mansioni sonore ad un vero produttore e la partecipazione di qualche musicista esterno, un po’ come ha fatto lo scorso anno il suo vecchio compare Chris Hillman (come nel recente tour per i 50 anni di Sweeetheart Of The Rodeo, e si vede nel video qui sopra).

Marco Verdi

*NDB Se poi aggiungiamo che il CD non è proprio di facile reperibilità e costa pure abbastanza caro, mi sembra il classico prodotto destinato solo ai maniaci di Roger McGuinn, come peraltro gli altri CD degli anni 2000

Tom Petty – An American Treasure. A Quasi Un Anno Dalla Scomparsa Viene Doverosamente Annunciato Per Il 28 Settembre Uno Splendido Box Commemorativo

tom petty an american treasure front tom petty an american treasure box

Tom Petty – An American Treasure – 4 CD – 2 CD – 4 CD Super Deluxe con libro rilegato 84 pagine (la versione normale libro di 48 pagine), litografia, riproduzione di 4 testi scritti a mano e certificato di autenticità numerato – 6 LP Reprise/Warner – 28-09-2018

Tom Petty ci ha lasciati circa un anno fa, nella notte tra l’1 e il 2 ottobre del 2017. La morte ha colpito tutti gli appassionati in modo devastante, perché è stata improvvisa e senza quelle che sembravano motivazioni certe; dopo parecchi mesi si è saputo che il decesso è avvenuto per una overdose di medicinali antidolorifici che Petty usava per lenire il dolore dovuto a vari fattori: un enfisema, problemi al ginocchio e un anca fratturata, soprattutto quest’ultimo era peggiorato causandogli probabilmente dolori lancinanti che ha cercato di calmare usando troppe medicine.

In questo lasso di tempo la famiglia e i suoi collaboratori hanno preparato questo cofanetto che verrà pubblicato dalla sua ultima etichetta discografica, la Reprise, intorno alla fine di settembre. Come leggete sopra ci saranno la solita pletora di versioni di An American Treasure. Dalle prime informazioni pare che quella Super Deluxe e quella in vinile saranno anche super costosissime, con un prezzo indicativo intorno e oltre i 150 euro, mentre quella quadrupla costerà sempre indicativamente, e molto più onestamente, intorno ai 30 euro o poco più. La Super Deluxe ovviamente mi pare indirizzata sopratutto verso i collezionista incalliti e facoltosi, visto che poi il contenuto musicale sarà identico, anche se cambia l’involucro e i memorabilia vari della confezione. Se ve la potete permettere, è questa sotto.

tom petty an american treasure super deluxe

Scorrendo velocemente i contenuti, forse si poteva evitare di inserire tra i 60 brani del cofanetto18 canzoni nelle versioni già conosciute (anche se non sono tra le più note), dato che di antologie di Tom Petty ne esistono comunque a iosa. Però rimangono 8 brani totalmente inediti, una b-side e 33 pezzi in versioni mai pubblicate prima. Qui sotto potete leggere la lista completa.

 [CD1]
1. Surrender (Previously unreleased track from Tom Petty and the Heartbreakers sessions—1976)
2. Listen To Her Heart (Live at Capitol Studios, Hollywood, CA—November 11, 1977)
3. Anything That’s Rock ‘N’ Roll (Live at Capitol Studios, Hollywood, CA—November 11, 1977)
4. When The Time Comes (Album track from You’re Gonna Get It!—May 2, 1978)
5. You’re Gonna Get It (Alternate version featuring strings from You’re Gonna Get It! sessions—1978)
6. Radio Promotion Spot 1977
7. Rockin’ Around (With You) (Album track from Tom Petty and the Heartbreakers —November 9, 1976)
8. Fooled Again (I Don’t Like It) (Alternate version from Tom Petty and the Heartbreakers—1976)
9. Breakdown (Live at Capitol Studios, Hollywood, CA—November 11, 1977)
10. The Wild One, Forever (Album track from Tom Petty and the Heartbreakers—November 9, 1976)
11. No Second Thoughts (Album track from You’re Gonna Get It!—May 2, 1978)
12. Here Comes My Girl (Alternate version from Damn The Torpedoes sessions—1979)
13. What Are You Doing In My Life (Alternate version from Damn The Torpedoes sessions—1979)
14. Louisiana Rain (Alternate version from Damn The Torpedoes sessions—1979)
15. Lost In Your Eyes (Previously unreleased single from Mudcrutch sessions—1974)

[CD2]
1. Keep A Little Soul (Previously unreleased track from Long After Dark sessions—1982)
2. Even The Losers (Live at Rochester Community War Memorial, Rochester, NY—1989)
3. Keeping Me Alive (Previously unreleased track from Long After Dark sessions—1982)
4. Don’t Treat Me Like A Stranger (B-side to UK single of “I Won’t Back Down”—April, 1989)
5. The Apartment Song (Demo recording (with Stevie Nicks)—1984)
6. Concert Intro (Live introduction by Kareem Abdul-Jabbar, The Forum, Inglewood, CA—June 28, 1981)
7. King’s Road (Live at The Forum, Inglewood, CA—June 28, 1981)
8. Clear The Aisles (Live concert announcement by Tom Petty, The Forum, Inglewood, CA—June 28, 1981)
9. A Woman In Love (It’s Not Me) (Live at The Forum, Inglewood, CA—June 28, 1981)
10. Straight Into Darkness (Alternate version from The Record Plant, Hollywood, CA—May 5, 1982)
11. You Can Still Change Your Mind (Album track from Hard Promises—May 5, 1981)
12. Rebels (Alternate version from Southern Accents sessions—1985)
13. Deliver Me (Alternate version from Long After Dark sessions—1982)
14. Alright For Now (Album track from Full Moon Fever—April 24, 1989)
15. The Damage You’ve Done (Alternate version from Let Me Up (I’ve Had Enough) sessions—1987)
16. The Best Of Everything (Alternate version from Southern Accents sessions—March 26, 1985)
17. Walkin’ From The Fire (Previously unreleased track from Southern Accents sessions—March 1, 1984)
18. King Of The Hill (Early take (with Roger McGuinn)—November 23, 1987)

[CD3]
1. I Won’t Back Down (Live at The Fillmore, San Francisco, CA—February 4, 1997)
2. Gainesville (Previously unreleased track from Echo sessions—February 12, 1998)
3. You And I Will Meet Again (Album track from Into The Great Wide Open—July 2, 1991)
4. Into The Great Wide Open (Live at Oakland-Alameda County Coliseum Arena—November 24, 1991)
5. Two Gunslingers (Live at The Beacon Theatre, New York, NY—May 25, 2013)
6. Lonesome Dave (Previously unreleased track from Wildflowers sessions—July 23, 1993)
7. To Find A Friend (Album track from Wildflowers—November 1, 1994)
8. Crawling Back To You (Album track from Wildflowers—November 1, 1994)
9. Wake Up Time (Previously unreleased track from early Wildflowers sessions—August 12, 1992)
10. Grew Up Fast (Album track from Songs and Music from “She’s the One”—August 6, 1996)
11. I Don’t Belong (Previously unreleased track from Echo sessions—December 3, 1998)
12. Accused Of Love (Album track from Echo—April 13, 1999)
13. Lonesome Sundown (Album track from Echo—April 13, 1999)
14. Don’t Fade On Me (Previously unreleased track from Wildflowers—sessions—April 20, 1994)

[CD4]
1. You And Me (Clubhouse version—November 9, 2007)
2. Have Love Will Travel (Album track from The Last DJ—October 8, 2002)
3. Money Becomes King (Album track from The Last DJ—October 8, 2002)
4. Bus To Tampa Bay (Previously unreleased track from Hypnotic Eye sessions—August 11, 2011)
5. Saving Grace (Live at Malibu Performing Arts Center, Malibu, CA—June 16, 2006)
6. Down South (Album track from Highway Companion—July 25, 2006)
7. Southern Accents (Live at Stephen C. O’Connell Center, Gainesville, FL—September 21, 2006)
8. Insider (Live (with Stevie Nicks) at O’Connell Center, Gainesville, FL—September 21, 2006)
9. Two Men Talking (Previously unreleased track from Hypnotic Eye sessions—November 16, 2012)
10. Fault Lines (Album track from Hypnotic Eye—July 29, 2014)
11. Sins Of My Youth (Early take from Hypnotic Eye sessions—November 12, 2012)
12. Good Enough (Alternate version from Mojo sessions—2012)
13. Something Good Coming (Album track from Mojo—July 15, 2010)
14. Save Your Water (Album track from Mudcrutch 2—May 20, 2016)
15. Like A Diamond (Alternate version from The Last DJ sessions—2002)
16. Hungry No More (Live at House of Blues, Boston, MA—June 15, 2016)

Come detto è confermata l’uscita per il 28 settembre.

Bruno Conti

P.s. Nel frattempo si sono perse le tracce del Wildflowers II, però noto che un paio di brani di quelle sessions sono finiti in questo cofanetto.

Se Ne E’ Andato Uno Dei Più Grandi Rocker Del Pianeta: Un Ricordo Di Tom Petty!

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Negli ultimi due anni le morti eccellenti nel mondo della musica rock sono state più che copiose, ed alcune di esse mi hanno toccato più di altre (quella di Leonard Cohen su tutte, ma anche Glenn Frey e David Bowie che, piaccia o no, è stato un grande nel suo genere), ma nonostante tutto non si pensa mai che la stessa cosa possa toccare ad “uno di quelli”, cioè ai musicisti che fanno parte della cerchia delle tue leggende personali, quelle con i quali sei cresciuto e hai formato i tuoi gusti. Tom Petty, morto improvvisamente ieri a Santa Monica in conseguenza di un attacco cardiaco (ed a soli 66 anni), faceva proprio parte del ristrettissimo gruppo dei miei idoli personali, un club esclusivo il cui presidente è Bob Dylan ed i pochi soci rispondono ai nomi di Bruce Springsteen, Neil Young, Rolling Stones, John Fogerty e, appunto, Tom Petty (un club al quale perfino due come Paul Simon e Van Morrison non sono ammessi, e Paul McCartney ottiene ogni tanto una wild card speciale, ma non sempre, e più che altro per le sue frequentazioni negli anni sessanta). La scomparsa di Petty mi ha lasciato basito, incredulo, con la stessa sensazione che si prova quando ti muore un vecchio amico: nel mondo del rock ho provato la stessa sensazione solo quando nel 2001 scomparve George Harrison, da sempre il mio Beatle preferito ed anche lui socio del club di cui sopra, e, in parte, con Freddie Mercury, che, aldilà dei gusti personali, per me è stata la più grande voce della musica rock di sempre (mentre quando hanno sparato a John Lennon avevo nove anni, non sapevo neanche chi fosse).

Thomas Earl Petty nasce nel 1950 a Gainesville, Florida, da una famiglia benestante, e comincia ad interessarsi al rock’n’roll all’età di dieci anni, come tanti altri vedendo in TV prima Elvis Presley e più avanti i Beatles nella loro leggendaria apparizione all’Ed Sullivan Show. In seguito Tom comincia ad interessarsi a Bob Dylan, ai Rolling Stones e forse a quella che è stata sempre la sua più grande influenza, cioè i Byrds, il cui tipico suono jingle-jangle creato dalla Rickenbaker 12 corde di Roger McGuinn sarà molto presente nelle sue future canzoni. A 17 anni Petty forma la sua prima band, gli Epics, che poi diventeranno Mudcrutch, un gruppo importante in quanto ha nelle sue fila Mike Campbell e Benmont Tench, che nel 1976 entreranno a far parte con lui degli Heartbreakers. Inizialmente Ton suona il basso, ma la sua vera passione è la chitarra, e per imparare a suonarla prende lezioni dal compaesano Don Felder, chitarrista già conosciuto nell’ambiente e che a breve entrerà a far parte degli Eagles. Dopo un singolo poco fortunato, Depot Street, i Mudcrutch si sciolgono e Petty forma gli Heartbreakers con Campbell, Tench e gli amici Ron Blair e Stan Lynch: i cinque vengono notati dal grande produttore inglese Denny Cordell (Moody Blues, The Move, Joe Cocker, Leon Russell), che decide di portarli in studio a fargli incidere il primo album per la sua etichetta, la Shelter Records. Tom Petty & The Heartbreakers è un ottimo album di rock’n’roll, ficcante e diretto, con subito un paio di canzoni che diventeranno futuri classici: Breakdown e soprattutto la bellissima American Girl, un brano che fino all’ultimo Tom proporrà in chiusura dei suoi concerti. Il disco non ha molto successo, a causa di una scarsa promozione e per il predominio in quegli anni del movimento punk; You’re Gonna Get It, trainato dagli ottimi singoli I Need To Know e Listen To Her Heart, vende un po’ di più, ma la Shelter naviga in condizioni economiche precarie (chiuderà poi nel 1981) e viene venduta alla più potente MCA, cosa che manda su tutte le furie Petty che inizia una causa legale in quanto non vuole incidere per un’altra etichetta, una cosa che rischia di stroncargli la carriera.

Alla fine prevarrà il buonsenso, e Tom verrà premiato in quanto il suo terzo album con gli Heartbreakers, Damn The Torpedoes (1979), sarà un grande successo, uno splendido disco di puro rock (prodotto da Jimmy Iovine, che diventerà il nome più in voga del periodo) che ancora oggi molti considerano il disco migliore di Petty, con dentro capolavori come Refugee, Even The Losers e Here Comes My Girl, ed il classico suono della band che inizia a prendere forma, così come le esibizioni live del quintetto, che si rivelano come tra le migliori in circolazione nel periodo. Con Hard Promises (1981) e Long After Dark (1982), Tom sforna due ottimi album “di gestione”, con dentro belle canzoni come The Waiting, Straight Into Darkness, Change Of Heart ed il duetto con Stevie Nicks Insider (un altro duetto con la bionda cantante dei Fleetwood Mac, Stop Draggin’ My Heart Around, scritta da Tom, volerà altissimo in classifica, e questo di Garrison Starr è il primo tributo personale, credo, dopo la morte di Petty https://www.youtube.com/watch?v=u4TttrS6IDo). Dopo tre anni di silenzio ed un album altalenante ma che il tempo rivaluterà (Southern Accents, con dentro la splendida title track, la potente Rebels e la famosa Don’t Come Around Here No More, che diventerà un pezzo centrale delle esibizioni live future).

Dopo un disco dal vivo buono ma poco rappresentativo (Pack Up The Plantation!), ecco arrivare uno degli incontri più determinanti della vita di Petty, cioè quello con Bob Dylan, che sceglie Tom e la sua band inizialmente per accompagnarlo nel breve set al Farm Aid del 1985 (il primo in assoluto) e poi, visti i risultati, anche come backing band per il tour australiano, americano ed europeo nei due anni a venire, il che dona a Petty un’esposizione mondiale che prima non aveva mai avuto, facendolo conoscere in ogni angolo del pianeta (piccolo ricordo personale: domani, 4 Ottobre, ricorrono i trent’anni del primo concerto in assoluto al quale ho assistito, cioè proprio Dylan e Petty (e McGuinn) all’Arena Civica di Milano, una serata nella quale ho letteralmente scoperto Tom ed gli Heartbreakers, avendomi entusiasmato anche più di Bob).

Dopo un disco piuttosto monolitico e poco amato anche da Petty stesso (Let Me Up (I’ve Had Enough), che però contiene la trascinante Jammin’ Me, scritta insieme a Dylan) ecco un’altra svolta: Tom entra a far parte nel 1988 del supergruppo dei Traveling Wilburys insieme a George Harrison, Bob Dylan, Roy Orbison e Jeff Lynne, una band il cui album Volume 1, molto divertente ed old-fashioned, diventerà inaspettatamente un grande successo, andando dritto al numero uno di Billboard (nel 1990 i Wilburys bisseranno con Volume 3, senza Orbison, scomparso poco dopo l’uscita del primo album). Tom inizia quindi a frequentare Lynne, all’epoca il produttore più richiesto, che collaborerà con lui per lo strepitoso Full Moon Fever, il miglior album di Petty per chi scrive, con grandi canzoni come Free Fallin’, Runnin’ Down A Dream, Yer So Bad, A Face In The Crowd, Love Is A Long Road e soprattutto la stupenda I Won’t Back Down, nel cui videoclip, oltre a Lynne, compaiono George Harrison e Ringo Starr). Nel 1991 esce l’ottimo Into The Great Wide Open, sempre prodotto da Lynne e con capolavori come Learning To Fly e la title track (e qui il video è una sorta di mini-film, con Johnny Depp e Faye Dunaway), mentre due anni dopo è la strepitosa Mary Jane’s Last Dance il brano di punta del suo primo Greatest Hits (nel video c’è Kim Basinger).

Ormai Petty è diventato un musicista dalla reputazione immensa, anche per il fatto che dal vivo è, insieme alla E Street Band di Springsteen, la migliore rock’n’roll band al mondo, come testimonia l’imperdibile cofanetto del 2009 The Live Anthology (un box da isola deserta) ed il DVD registrato a Gainesville nel 2006 ed allegato allo splendido film di Peter Bogdanovich Runnin’ Down A Dream. Petty continuerà a pubblicare dischi con una certa regolarità, alternando lavori da non perdere (Wildflowers, splendido episodio solista del 1994, il vero disco della maturità, Echo del 1999, il ritorno al rock con gli Heartbreakers, o l’eccellente Highway Companion del 2006, nel quale torna a collaborare con Jeff Lynne) ad altri meno brillanti ma con sempre diverse canzoni di livello (la colonna sonora She’s The One, il discontinuo The Last DJ, il bluesato Mojo ed il monotematico Hypnotic Eye del 2014, che purtroppo è diventato il suo testamento musicale). In mezzo, Tom ha addirittura riesumato i Mudcrutch nella loro formazione originale (e tornando dunque a suonare il basso), per due album davvero splendidi di classico rock americano, il cui secondo, uscito lo scorso anno, è stato disco del 2016 per il sottoscritto.

Adesso probabilmente uscirà la tanto rimandata versione deluxe doppia di Wildflowers, e magari tante altre cose, ma avrei davvero preferito che il tutto rimanesse per qualche tempo nei cassetti pur di vedere ancora Petty tra noi: e dire che era dato in ottima forma, aveva appena chiuso (il 25 Settembre) il tour del quarantennale, e sembrava pronto ad entrare in studio per incidere nuove canzoni (nel frattempo aveva trovato il tempo di produrre il bellissimo Bidin’ My Time, comeback album dell’amico ed ex Byrds Chris Hillman, recensito dal sottoscritto pochi giorni fa per questo blog http://discoclub.myblog.it/2017/09/30/dopo-stephen-stills-e-david-crosby-ecco-un-altro-giovane-di-talento-lex-byrd-ha-ancora-voglia-di-volare-alto-chris-hillman-bidin-my-time/ ). Ci lascia un grande rocker, autore splendido quanto sottovalutato, e performer straordinario (dopo Milano 1987 lo avevo rivisto a Lucca nel 2012 ed era stato devastante, uno dei migliori concerti della mia vita): vorrei ricordarlo con un brano dei Wilburys che vedeva lui alla voce solista, un pezzo nel quale i quattro omaggiano in maniera toccante Roy Orbison da poco scomparso, ma che oggi diventa (purtroppo) un modo di congedarci anche da lui.

Addio Tom: da oggi il mondo del rock non è più lo stesso, e non è una frase fatta.

Marco Verdi

P.S. Marco ha già detto tutto quello che c’era da dire, io mi limito ad aggiungere i video di cinque canzoni (più una) che forse hanno fatto la storia di Tom Petty e della sua musica.

1977: siamo in piena epoca punk, dagli States arriva il primo album omonimo di Tom Petty & The Heartbreakers, e qualcuno li inserisce all’inizio persino in questo filone, ma American Girl fin da subito sembra un brano perduto dei Byrds, lo stesso Roger McGuinn si chiede quando l’abbia scritta!

1979: Petty diventa una superstar del rock, pubblicando quello che tuttora molti considerano il suo album più bello, Damn The Torpedoes e la canzone più rappresentativa di quell’album è sicuramente Refugee.

1985: E’ l’anno di Southern Accents, un disco all’inizio non amatissimo, ma poi nel tempo rivalutato, grazie anche un video veramente strepitoso come Don’t Come Around Here No More.

1990: Esce Full Moon Fever, altro disco strepitoso che se la batte con Damn The Torpedoes come vetta più alta dell’arte pettyana, con alcune canzoni strepitose e una memorabile come Free Fallin’.

1994: altro disco splendido, il secondo come solista per Tom Petty dopo Full Moon Fever (anche se gli Heartbreakers sono presenti tutti a parte Stan Lynch), stiamo parlando di Wildflowers: scegliamo You Wreck Me da quel disco, ma ci sarebbero altri tre o quattro brani formidabili tra cui scegliere.

E infine, come fuori quota, e che fuori quota, direi di inserire un’ultima canzone meravigliosa come Learning To Fly, e poi la finiamo, anche se potremmo andare avanti a lungo, ma questo lungo Post rischierebbe di diventare un appendice dell’Enciclopedia Treccani.

Magari un’altra volta, tanto Tom Petty non lo dimentichiamo di sicuro.

Bruno Conti

Dopo Stephen Stills E David Crosby Ecco Un Altro “Giovane” Di Talento: L’Ex Byrd Ha Ancora Voglia Di Volare Alto. Chris Hillman – Bidin’ My Time

chris hillman bidin' my time

Chris Hillman – Bidin’ My Time – Rounder/Concord USA CD

Pochi nella storia della musica possono vantare un pedigree ricco come quello di Chris Hillman. Se escludiamo gli esordi con gli Scottsville Squirrell Barkers prima e con gli Hillmen poi, il riccioluto musicista di Los Angeles è stato uno dei membri fondatori dei leggendari Byrds, con i quali ha vissuto tutta la golden age per poi seguire Gram Parsons nei Flying Burrito Brothers, gruppo fondamentale per l’affermazione del country-rock come genere “nuovo” dell’epoca. Negli anni settanta ha poi fatto parte dei Manassas di Stephen Stills, della Souther-Hillman-Furay Band e, sul finire della decade, si è riunito con due ex compagni nei Byrds per formare un altro trio, McGuinn, Hillman & Clark, una band dalle potenzialità tutto sommato inespresse. Dopo qualche anno di pausa, sul finire degli anni ottanta l’ennesima zampata: la formazione, insieme all’amico di vecchia data Herb Pedersen (ex Dillards), della Desert Rose Band, un gruppo di country-rock tra i più di successo del periodo. E non ho citato tutti gli episodi “minori” della sua discografia, come i dischi in duo con Pedersen, quelli in quartetto con Larry Rice, Tony Rice ed ancora il vecchio Herb, e naturalmente il poco fortunato album di reunion dei membri originali dei Byrds uscito nel 1973.

Con tutti questi impegni, è comprensibile che la sua discografia solista sia abbastanza esigua, appena sei album tra il 1976 ed il 2005; oggi però Chris torna a far sentire la sua voce limpida dopo una lunga pausa, e lo fa in maniera sontuosa: Bidin’ My Time è infatti un grande disco, senza dubbio il migliore della sua carriera, un album che ci mostra un artista in forma smagliante e con una voce ancora splendida, suonato e prodotto alla grande da un manipolo di amici di chiara fama. Infatti alla produzione troviamo nientemeno che Tom Petty, uno che si muove solo se ne vale la pena (l’ultima sua collaborazione “esterna” era stato il bellissimo debutto degli Shelters), che dà al disco un suono potente, forte e quasi rock anche negli episodi più acustici, ed in session vecchi compagni del passato come gli ex Byrds Roger McGuinn e David Crosby, la Desert Rose Band quasi al completo (Herb Pedersen, che suona e canta in tutti i brani, John Jorgenson e Jay Dee Maness) e buona parte degli Heartbreakers (oltre a Petty, che però compare come musicista solo in due brani, abbiamo Mike Campbell, Benmont Tench e Steve Ferrone). Bidin’ My Time si divide tra brani nuovi scritti da Hillman insieme a Steve Hill, cover di varia estrazione e brillanti rivisitazioni di pezzi dei Byrds, il tutto dominato dalla grande voce del leader e da un suono davvero scintillante.

Il CD inizia proprio con un vecchio classico dei Byrds, cioè il brano di Pete Seeger Bells Of Rhymney: versione che parte lenta, voce più chitarre arpeggiate, poi entra il resto della band per un folk-rock diverso da quello del suo ex gruppo ma sempre splendido, con il tocco in più dato dalle voci di Crosby e Pedersen e dal sensazionale pianoforte di Tench. La title track è una sorta di valzer country, dalla melodia nostalgica ed evocativa e suono forte e vigoroso (d’altronde avere Petty in consolle vorrà pur dire qualcosa); Given All I Can See è pura e cristallina, un country-folk di assoluta bellezza (e che bella voce), sempre con l’aiuto dell’inseparabile Pedersen e di Petty all’armonica. Different Rivers è una deliziosa ballata, pochi strumenti ma tanto feeling, con Hillman che canta sempre meglio, Here She Comes Again è invece un vecchio pezzo scritto da Chris insieme a McGuinn e suonato poche volte dal vivo dal trio McGuinn, Hillman & Clark ma mai inciso in studio prima d’ora: Roger è presente con la sua Rickenbacker jingle-jangle e, manco a dirlo, dona un sapore byrdsiano ad un uptempo già bellissimo di suo: splendida. (NDM: particolare curioso, in questo brano Hillman torna a suonare il basso dopo una vita, proprio come faceva nei Byrds). La saltellante Walk Right Back è una canzone scritta da Sonny Curtis e portata al successo dagli Everly Brothers, e Chris lascia intatta la melodia tersa e l’arrangiamento d’altri tempi, Such In The World That We Live In è un gradevolissimo e coinvolgente bluegrass, altro genere in cui il nostro sguazza che è un piacere: mandolino, chitarre, violino e godimento assicurato.

La pura e cristallina When I Get A Little Money, altro eccellente esempio di country acustico, è scritta dal giovane songwriter dell’Indiana Nathan Barrow, e precede la rivisitazione di due brani dei Byrds: l’oscura She Don’t Care About Time, di Gene Clark (era sul lato B del singolo Turn! Turn! Turn!), con Jorgenson nella parte di McGuinn e Chris che canta al meglio un motivo decisamente fluido, e New Old John Robertson, riscrittura di un pezzo presente su The Notorious Byrd Brothers (il “new” nel titolo è stato aggiunto oggi), altro superbo bluegrass guidato stavolta dal banjo. Il CD, solo 32 minuti ma spesi benissimo, si chiude con l’intensa Restless, una sontuosa ballata suonata con grande forza e con Campbell e Tench protagonisti, e l’omaggio a Petty di Wildflowers, tra le più belle ballads del biondo rocker della Florida, in una meravigliosa versione che profuma di musica tradizionale. Alla tenera età di 72 anni (73 a Dicembre), Chris Hillman ci ha regalato l’album solista migliore della sua carriera, e senza dubbio uno dei più belli di quest’anno.

Marco Verdi

Supplemento Della Domenica: Non Me Li Ricordavo Così Bravi! The Long Ryders – Final Wild Songs

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The Long Ryders – Final Wild Songs – Cherry Red 4CD Box Set

Tra le migliori band nate in America negli anni ottanta una delle più dimenticate, anche per il relativamente scarso successo di vendite avuto nel periodo di attività, sono certamente i Long Ryders, gruppo di Los Angeles formato nel 1983 da Sid Griffin e generalmente associato al movimento Paisley Underground, che aveva come artisti di punta i Dream Syndicate ed i Green On Red. Personalmente io colloco la band di Griffin all’interno di quel movimento più che altro per la loro attitudine garage e post-punk (soprattutto dal vivo), ma dal punto di vista del suono ho sempre giudicato i Long Ryders fra i precursori di quel genere oggi universalmente chiamato Americana, insieme a Blasters, Los Lobos ed i meno conosciuti Beat Farmers. Griffin è sempre stato un grandissimo fan dei Byrds (e la “y” nel moniker del suo gruppo la dice lunga) e durante la breve esistenza della band ha sempre coniugato il folk-rock tipico del combo guidato da Roger McGuinn con grandi iniezioni di energia e ritmo, tanto rock’n’roll ed un po’ di country-rock (anche i Flying Burrito Brothers sono tra i suoi eroi), aiutato dal suo braccio destro Stephen McCarthy alle chitarre soliste (ed occasionalmente suo partner nella scrittura dei pezzi), Tom Stevens al basso (che ha sostituito Des Brewer dopo l’EP d’esordio) e Greg Sowders alla batteria.

Solo tre LP (più il già citato EP) nei cinque anni di vita del gruppo, una discografia troppo breve e che avrebbe meritato maggior fortuna, e che abbiamo il grande piacere di riscoprire oggi grazie a questo pratico boxettino edito dalla Cherry Red: quattro CD con tutta la storia dei Ryders, diverse rarità ed inediti, ed un concerto assolutamente mai sentito come bonus, il tutto in una pratica confezione (sullo stile del box di Fisherman’s Blues dei Waterboys), con un bel libretto che reca note dettagliate e commenti canzone per canzone dei membri del gruppo (principalmente Griffin), il tutto neanche troppo costoso.

CD1: qui troviamo il loro EP di debutto 10-5-60 (cinque brani) seguito dal loro primo LP Native Sons, e l’inizio è subito di quelli giusti, con la solare e corale Join My Gang, che ricorda un po’ i primi R.E.M. (anch’essi epigoni dei Byrds), subito seguito dal rockin’ country You Don’t Know What’s Right, You Don’t Know What’s Wrong, decisamente trascinante e suonato con l’energia di una punk band; e che dire di 10-5-60, sembrano i Sonics o qualche altra garage band degli anni sessanta, mentre Born To Believe In You è un delizioso country-pop con accenni beatlesiani. Anche Tom Petty è tra i preferiti di Griffin, e lo dimostra la roccata Final Wild Song, che ricorda il suono secco e diretto dei primi due album del biondo rocker della Florida; la splendida Ivory Tower è un trionfo di jingle-jangle sound (e c’è anche Gene Clark ospite ai cori), Run Dusty Run è un rock’n’roll che mette di buon umore, mentre (Sweet) Mental Revenge (un classico di Mel Tillis) è country-rock sotto steroidi. Ma tutto Native Sons è un esempio di adrenalina, grinta ed energia coniugate a squisite melodie (un altro esempio è la coinvolgente Tell It To The Judge On Sunday); una rara versione della dylaniana Masters Of War precede cinque inediti dal vivo, tra i quali spiccano un’intensa versione acustica del traditional Farther Along (sembrano Garcia e Grisman) e la goduriosa The Rains Came, tratta dal repertorio del Sir Douglas Quintet.

CD2: ecco lo splendido State Of Our Union, l’album migliore dei Ryders, ed anche il più conosciuto grazie al moderato successo del singolo Looking For Lewis And Clark, forse non il loro brano più bello ma con dalla sua un tiro micidiale; nel disco troviamo anche la tersa e byrdsiana Lights Of Downtown e la roboante WDIA, con più di un rimando al suono dei Creedence. Un grande album, dal quale riascoltiamo con piacere anche la pettyiana Mason-Dixon Line o l’irresistibile Here Comes That Train Again, un limpido esempio di Americana anni ’80, un pezzo che potrebbero aver scritto anche i Los Lobos di How Will The Wolf Survive?, o ancora la vibrante Good Times Tomorrow, Bad Times Today e la fluida Capturing The Flag, un trionfo di Rickenbacker sound, o il rock’n’roll alla Beach Boys State Of My Union, per non parlare del delizioso cajun Child Bride…e se non sto attento le cito tutte! Tra gli extra una Looking For Lewis And Clark dal vivo alla BBC, ancora più dura dell’originale, la bizzarra ma gradevole Christmas In New Zealand e due remix scintillanti di Lights Of Downtown e Capturing The Flag, ancora meglio di quelle uscite nel 1985.

CD3: il loro ultimo album, Two Fisted Tales, un altro ottimo disco, di pochissimo inferiore al precedente, tutto da godere a partire dall’esplosivo avvio di Gunslinger Man, rock chitarristico di prima scelta, passando per I Want You Bad, bellissimo folk-rock byrdsiano al 100%, la cadenzata A Stitch In Time, lo spettacolare cajun-rock The Light Gets In The Way (con David Hidalgo alla fisarmonica), oppure Prairie Fire una sventagliata punk in pieno volto, o la stupenda Harriet Tubman’s Gonna Carry Me Home, un folk purissimo che profuma di tradizione, o ancora la travolgente Spectacular Fall. Tra le rarità abbiamo l’adrenalinico rock’n’roll di Basic Black, la scorrevole How Do We Feel What’s Real, la toccante He Can Hear His Brother Calling, una delle rare ballate del gruppo (e con reminiscenze di The Band), la gioiosa, a dispetto del titolo, Sad Sad Songs, durante la quale è impossibile tener fermo il piede.

CD4: la vera chicca del box, un concerto completamente inedito (ed inciso benissimo), registrato nel 1985 a Goes, in Olanda: 53 minuti di puro ed adrenalinico rock’n’roll, senza neppure un attimo di respiro, una festa assoluta di ritmo e chitarre, con versioni superbe di Run Dusty Run, la sempre splendida Ivory Tower, Wreck Of The 809, You Don’t Know What’s Right, You Don’t Know What’s Wrong, una trascinante versione del classico per camionisti Six Days On The Road ed un finale a tutta elettricità e ritmo con Tell It To The Judge On Sunday.

Dopo l’esperienza con i Long Ryders, Griffin fonderà i Coal Porters (attivi ancora oggi), con i quali pubblicherà qualche discreto album ma senza la scintilla originale, pubblicherà qualche album da solista in anni recenti e riformerà i Ryders per un tour commemorativo nel 2004 (con conseguente album dal vivo), dedicandosi anche al giornalismo rock ed alla stesura di libri su Bob Dylan e Gram Parsons. Ma i tempi d’oro del periodo con i Long Ryders difficilmente torneranno, motivo in più per non lasciarsi sfuggire questo Final Wild Songs.

Marco Verdi

I “Basement Tapes” Di Un Artista Di Culto! David Wiffen – Songs From The Lost & Found

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David Wiffen – Songs From The Lost & Found – True North Records

Nei primi anni ’70 la scena canadese era in gran fermento, i vari Neil Young, Joni Mitchell,  Leonard Cohen, e, ancora agli inizi, Bruce Cockburn, erano da breve emersi come alcune delle realtà più preziose dell’intero universo musicale. David Wiffen invece, non riuscì ad affermarsi come avrebbe meritato, eppure il suo Coast To Coast Fever, prodotto da Cockburn (e ancor prima l’omonimo David Wiffen) è uno dei dischi che mi sono rimasti dentro il cuore, un album che chi lo possiede tiene stretto, chi non lo ha lo cerca ancora disperatamente (in vinile), non nel formato CD, in quanto è stato a suo tempo ristampato in digitale ed è ancora in circolazione. Coast To Coast Fever (73) è uno dei classici degli anni settanta, sconosciuto ai più, ma idolatrato da una ristretta cerchia di cultori, e il mito di David Wiffen, inglese di nascita e canadese di adozione, vive ancora grazie a quel disco. Il suo primo album è stato il live At The Bunkouse Coffeehouse Vancouver BC (65), seguito dall’omonimo David Wiffen (71), ristampato in via non ufficiale dall’Akarma (01), e recentemente dalla Water, disco che conteneva il capolavoro Driving Wheel (un brano entrato nella storia) https://www.youtube.com/watch?v=wNGnNA7gwKk  ripreso da numerosi artisti, tra i quali Tom Rush, Byrds, Greg Harris, Cowboy Junkies, Jayhawks, Roger McGuinn (per il sottoscritto la versione più bella), recentemente anche da David Bromberg nell’ultimo Only Slightly Mad e da molti altri.

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Mentre nel successivo citato “capolavoro”, Coast To Coast, alternava sue composizioni a quelle di amici cantautori del calibro di Bruce Cockburn, Willie P.Bennett e Murray McLauchlan, per esempio l’iniziale Skybound Station (un’altra delle più belle canzoni scritte da David https://www.youtube.com/watch?v=h0So5g-3F34 ), per rispuntare dopo una lunghissima pausa (causa gravi problemi personali) con South Of Somewhere (99), dove alternava nuovi brani con alcune vecchie composizioni, ma il risultato non era certamente al livello dei lavori precedenti. Inaspettatamente ora Wiffen torna con questo nuovo lavoro Songs From The Lost And Found, una nuova raccolta composta da 12 canzoni inedite, che provengono principalmente dagli anni ’70 e ’80 (il suo periodo di massimo splendore), insieme a 5 versioni alternative di brani già editi in South Of Somewhere, sempre contraddistinti dalla sua bellissima voce baritonale.

david wiffen coast to coastdavid wiffen south of somewhere

La magia regna sovrana fin dall’iniziale California Song che trasmette subito emozioni https://www.youtube.com/watch?v=44KJbEiNf5s , come pure nelle lunghe (oltre sei minuti) Ballad Of Jacob Marlowe https://www.youtube.com/watch?v=v94jB6YSWMQ  e Sweet Angel Take Me Home https://www.youtube.com/watch?v=rFs4fwCiFtY , passando per la delicata Your Room e le atmosfere folk di Come Down To The River, le quasi recitative Ballad Of The Inland Sailors e Any Other Rainy Day Aka Distant Star, sorrette solo da pochi accordi acustici, il sincopato ritmo di Bought And Paid-For Soul, per poi tornare ai toni più confidenziali di Let Your Love Light Shine e una Rocking Chair World solo voce e chitarra acustica. Le versioni alternative  sono qui riproposte nella loro prima “stesura” (per chi scrive sono migliorative rispetto a quelle pubblicate in precedenza), a partire da una ariosa Cool Green River, passando per la bellissima malinconia di Fugitive https://www.youtube.com/watch?v=zHDxc0feUCI , il quasi funky di una Fire On The Water inconsueta https://www.youtube.com/watch?v=urm4pJ_VhF8 , mentre No Desire For Texas viene cantata da David alla Jackson Browne, e Harlequin rimane sempre una canzone splendida (in questa versione anche impreziosita da un sax). Le due cover sono la pianistica Crazy Me (della brava cantautrice canadese Lynn Miles), e una intrigante rilettura di un brano dei Rolling Stones No Expectations (lo si trova in Beggar’s Banquethttps://www.youtube.com/watch?v=uHuUBQp0Vq0 .

Wiffen 2000

David Wiffen con questo Songs From The Lost & Found ci regala altre meravigliose “perle”, 17 canzoni perse e ritrovate di questo sfortunato “songwriter” che, nonostante il suo talento, ha dovuto abbandonare la carriera e lavorare come autista per gli “handicappati”, e quindi non ha avuto la stessa fortuna di altri artisti canadesi. Oggi alla soglia dei 73 anni, per chi scrive, Wiffen con questi suoi “Basement Tapes” trova la giusta e meritata ricompensa (magari sperando che ne saltino fuori altri).  Da ascoltare in religioso silenzio!

Tino Montanari

Un Fiume Di Note Poetiche E Notturne ! Willie Nile – If I Was A River

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Willie Nile – If I Was A River – River House Records/Blue Rose Records/Ird

Avendo avuto la fortuna di vederlo dal vivo (in uno dei tanti concerti tenuti nel nostro paese), ho sempre considerato Willie Nile un piccolo folletto di altri tempi, con un’energia rock difficile da contenere in un giubbotto di pelle. Nile viene da Buffalo, ed è una delle più felici fusioni tra cultura beat, pop e letteratura, uscita dalle parti del Greenwich Village. Sicuramente a questo ha contribuito anche la musica respirata in famiglia: un nonno pianista, un vecchio zio appassionato di “boogie”, con i fratelli “malati” di Fats Domino e i Rolling Stones, hanno fatto di Willie (al secolo Robert Noonan) un songwriter che, sul finire degli anni ’70, ha avuto le carte in regola per esplodere nella scena rock dell’epoca (complice anche una infatuazione per Dylan e Springsteen).

willie nile + springsteen

Ingaggiato dall’Arista, esordisce con l’omonimo Willie Nile (80), composto da undici ballate elettriche dal suono marcatamente ritmico https://www.youtube.com/watch?v=x9QJBFt9WdA , a cui ha fatto seguire a breve distanza Golden Down (81) un disco più maturo, acclamato da stampa e pubblico https://www.youtube.com/watch?v=x9QJBFt9WdA . Causa una lunga controversia e la rottura con la casa discografica, passano dieci anni prima di essere messo sotto contratto con la Columbia ed uscire con un disco di valore come Places I Have Never Been (91), ricco di energia e ballate di grande spessore come la title-track https://www.youtube.com/watch?v=-KqXgNzMIhk , Rite Of  Spring e Heaven Help The Lonely (supportate da ospiti prestigiosi, tra i quali Roger McGuinn, le sorelle Roche, Loudon Wainwright III e Richard Thompson). Eventualmente li trovate tutti qui:

willie nile arista columbia recordings

Dopo un’altra pausa arriva il primo disco dal vivo, Archive Live! Live In Central Park (97), seguito da un lavoro autoprodotto come Beautiful Wreck Of The World (99), album di buona fattura ma ormai destinato ai soli appassionati. Passano ancora sette anni prima che Nile ricompaia con l’eccellente Streets Of New York (06) e il conseguente CD+DVD Live From The Streets Of New York (08), riscoprendo una seconda carriera con un “trittico” di piccoli capolavori come House Of A Thousand Guitars (09), The Innocent Ones (10) e l’ultimo lavoro in studio American Ride (13).

WillieNile-AmericanRide

Per questo nuovo lavoro If I Was A River, il buon Willie accantona la sua amata “Stratocaster” per un pianoforte “Steinway” (lo stesso che suonava agli inizi di carriera), ed accompagnato da pochi musicisti (ma di qualità), tra cui il leggendario chitarrista Steuart Smith (Eagles, Rodney Crowell, Rosanne Cash), il multi strumentista David Mansfield (veterano di lungo corso con Bob Dylan e Johnny Cash), al mandolino e violino e Frankie Lee alle armonie vocali e coautore di alcuni brani, ci propone un disco diverso, un album di ballate solo voce e piano e poco altro. Il “fiume di note” si apre con la bellissima title track If I Was A River, una canzone d’amore cantata con la rabbia di Springsteen e suonata alla Randy Newman https://www.youtube.com/watch?v=_ikxC6mwuCI , così come le seguenti Lost e le toccanti folk-irish Song Of A Soldier e Once In A Lullaby, impreziosite dalla chitarra e dal mandolino di Smith e dal violino di Mansfield.

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Il lavoro prosegue con la dissacrante cantilena di Lullaby Loon, la solenne e maestosa Gloryland, la quasi recitativa I Can’t Do Crazy (Anymore), per poi passare alla scanzonata Goin’ To St.Louis https://www.youtube.com/watch?v=BL6P1QVcxl4 , alle delicate e struggenti note pianistiche di The One You Used To Love, e terminare il viaggio, come l’aveva iniziato, con un testo che si ricollega alla title track, un brano come Let Me Be The River suonato in punta di dita da un magnifico pianista, come ha dimostrato di essere per questo lavoro Willie Nile https://www.youtube.com/watch?v=vTpynzBbOK0 . La rinascita artistica del signor Robert Noonan non accenna a fermarsi, e questo If I Was A River (anche se è distante dal repertorio più amato dai suoi “fans”), breve ma intenso, è un disco che ti conquista, che non vorresti mai togliere dal lettore, che ti rimane dentro (da segnalare anche l’artwork  con scatti in bianco e nero), da ascoltare in queste fredde e umide serate invernali (possibilmente in dolce compagnia).!

Tino Montanari