In Attesa Del Tributo Un “Vecchio” Concerto Dal Vivo. Lynyrd Skynyrd – Sweeet Home Alabama – Rockpalast 1996

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Lynyrd Skynyrd – Sweeet Home Alabama – Rockpalast 1996 – Eagle Rock

Come è abbastanza noto, anche se è una pratica da me non condivisa, molti non apprezzano il formato DVD (o Blu-Ray)  per i concerti dal vivo, preferendo il CD o addirittura il vecchio vinile. E’ altrettanto noto che le case discografiche, nella loro immensa bontà, nonché illuminata e disinteressata lungimiranza, sono sempre pronte a farci ricomprare gli stessi dischi più e più volte. Prendiamo il caso di questo Sweet Home Alabama: era già uscito in DVD (e in seguito in Blu-ray) una decina di anni fa, ma mancava la versione in compact, e quindi eccovi serviti, un bel doppio CD, eventualmente disponibile anche nel cosiddetto formato combo 2CD+DVD e pure in doppio vinile, però, perché la perfezione non è di questa terra, privo dei tre brani bonus registrati dalla formazione originale dei Lynyrd Skynyrd alla Hamburg Musikhalle nel 1974, mentre il resto del concerto è registrato alla famosa rocca di Loreley, per la versione estiva del Rockpalast nel 1996. Siamo alla quinta versione della band, nella versione post reunion, quella che affianca a Gary Rossington, l’unico membro originale tuttora vivente, Johnny Van Zant, il fratello di Ronnie e altri due chitarristi storici del southern rock, Rickey Medlocke, leader dei Blackfoot, ma anche batterista in una delle prime incarnazioni della band e Hughie Thomasson, scomparso nel 2007, ex solista degli Outlaws.

La parola “scomparso” ricorre spesso nella storia degli Skynyrd, l’ultimo della lista è Bob Burns, il batterista dell’epoca d’oro, morto in un incidente nell’aprile di quest’anno, ma dei musicisti presenti al concerto del 1996, mancano all’appello anche Billy Powell, il tastierista, deceduto nel 2009 e Leon Wilkeson, il bassista, anche lui “andato” nel 2001; resiste, nel senso che è ancora vivo, Owen Hale, che era il batterista nell’occasione. In effetti questa recensione sta diventando ormai un necrologio e quindi parliamo brevemente del contenuto, anche se il DVD era già stato recensito ai tempi: in teoria il gruppo avrebbe dovuto promuovere quelli che erano gli album pubblicati al tempo, ma per fortuna dei presenti e di noi che ascoltiamo una ventina di anni dopo, scorrono praticamente tutti i classici della band. Si parte con una gagliarda Workin For MCA, seguita da I Ain’t The One, il primo brano del primo album, sempre con le chitarre che ruggiscono come ai vecchi tempi, Down South Jukin’ era su First And Last ma anche nel recente (all’epoca) Endangered Species, eccellente pure Double Trouble, con il piano di Powell che cerca di farsi largo nel muro di chitarre, il boogie di I Know A Little viene da Street Survivors mentre Saturday Night Special si trovava su Nuthin’ Fancy e la meno nota (rispetto alle altre) Swamp Music era su Second Helping.

Ancora da Street Survivors viene pure What’s Your Name, che non dà segni di cedimento, seguita da una poderosa That Smell, mentre Simple Man, una delle loro canzoni più belle, è una delle rare e (apparenti) oasi di tranquillità del concerto e anche Three Steps non scherza come energia, prima di fare spazio a una poderosa (e lunghissima, oltre 12 minuti) Call Me The Breeze, dove il compianto Hughie Thomasson, nel suo assolo, cita Green Grass and High Tides e Ghost Riders In The Sky della sua vecchia band, gli Outlaws. Finisce il primo compact e il secondo ha “solo” cinque brani: però che brani, troviamo due versioni di Sweet Home Alabama e Free Bird (con dedica a Rory Gallagher a tutti i “freebirds”), quelle ottime del 1996, e due, eccellenti del 1974 (incise un filo meno bene, e forse non le migliori della loro carriera, ma sono quisquiglie) con Ronnie Van Zant alla guida della sua creatura, in mezzo c’è, sempre dal concerto del 1974, una poderosa Workin’ For MCA. Tutte canzoni sentite mille volte, però piacciono sempre, se non avete già il DVD, un pensierino a questo ottimo doppio CD lo farei: in definitiva le case discografiche ci fregano sempre!

Come riporto nel titolo del Post, per il 24 luglio è atteso One More For The Fans, un ennesimo tributo ai Lynyrd Skynyrd, previsto nel formato 2 CD, 2 DVD o Blu-ray. Ne parliamo, in breve, nei prossimi giorni, insieme ad altre uscite interessanti del periodo.

Bruno Conti

Questa Volta “Buon Sangue Mente”. Tammy Van Zant – Freebird Child

tammy van zant freebird child

Tammy Van Zant – Freebird Child – Dixie Rose Records

Quando Ronnie Van Zant moriva, nell’ottobre 1977, la sua figlia primogenita Tammy aveva 10 anni. Oltre a tutto il babbo si era diviso dalla prima moglie Nadine, quando la bambina aveva due anni, quindi non penso che ricordasse molto di questo padre poco conosciuto. Ma crescendo, nel corso degli anni, si deve essere resa conto che si era trattato di una icona della canzone americana, voce solista dei Lynyrd Skynyrd, una delle più popolari band a stelle e strisce (nel vero senso del termine).

tammy e ronnie van zant

Come ha raccontato lei stessa in una intervista che circola on line, quando aveva vent’anni o giù di lì venne ricoverata in ospedale per dei calcoli renali e mentre il medico le somministrava del Valium per i dolori, alla radio iniziò a suonare Freebird https://www.youtube.com/watch?v=CkTQUtx818w e pensando che fosse un segno del destino, il padre che veniva in suo soccorso, pensò di dirlo al dottore, il quale, non sapendo che era effettivamente la figlia di cotanto padre, si preoccupò che non le avessero dato troppi tranquillanti. Che c’entra tutto questo, vi chiederete? Niente: come avrebbe detto il Sani Gesualdi di Frassica era solo un “nanetto” perché, purtroppo, sul disco non c’è molto da dire. O meglio ci sarebbe, ma trattandosi di una signora e comunque per il rispetto che va ai musicisti che realizzano un disco, mi trattengo.

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Il disco, Freebird Child, ha tra l’altro avuto una lunga gestazione: tre canzoni erano già uscite, con lo stesso titolo, come un EP, nel lontano 2007, e anche il CD era circolato in modo indipendente negli scorsi anni, anche se non è dato sapere la data, in quanto nel libretto del album non è riportato nulla https://www.youtube.com/watch?v=JecOXY5bx1Y . O meglio ci sono i testi di alcune canzoni, autobiografiche, sia dedicate al padre, quanto alla nonna, Sister Van Zant, basate su sentimenti semplici e alla portata di tutti, come l’amore per la famiglia, i figli e la musica, ma non particolarmente memorabili, spesso melensi e zuccherosi. Le musiche le firma Robert White Johnson (che non è bravo come l’altro Robert Johnson, quello black vero), collaboratore di Johnny Van Zant e dei Van Zant Brothers, che suona anche parecchi strumenti e cura la produzione, con un sound pure piacevole, chitarristico e sudista, a tratti, non in tutti i pezzi, ma la voce è impresentabile. La nostra amica, Tammy Michelle, ha 47 anni, ma la voce di una ragazzina (beata lei), molto sottile e leggera, e forse si capisce perché non abbia intrapreso prima la carriera della cantante, gli arrangiamenti, a tratti sono insopportabili, alternando canzoncine come It’s Gonna Be Alright dove chitarre e tastiere sudiste cercano di farsi largo in un testo che parla di occasioni perdute, simple man,sweet home, Tuesday’s gone, Billy, Leon, Steve & Allen e padri ingombranti, e questa è una delle migliori, diciamo non delle peggiori.

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Anche Stone Washed Genes ha un bel riff sudista, piano e organo d’ordinanza, coretti ad hoc, un bel groove, persino soli di chitarra a ripetizione, peccato per la voce. E Freebird Child è una ballata che si rifà quasi sfacciatamente all’originale, l’arrangiamento è pacchiano e il babbo era un’altra cosa, i musicisti sono onesti professionisti e se la cavano https://www.youtube.com/watch?v=CqwvpzKHLc0 , infatti il disco che per i contenuti meriterebbe una stelletta per meriti acquisiti ne otterrebbe due. Stendiamo un velo pietoso su More Of Heaven, Daddy Can You See Me (che essendo scritta da Anita Cochran non parla neppure di “quel babbo”), due ballatone lacrimose e le cover di Lean On Me di Bill Withers e Can’t Buy Me Love dei Beatles, massacrate in modo ignobile. Discrete Surviving On A Wing And A Prayer e Your Many Vices, ma a voler essere di manica larga. Super zuccherosa anche la country ballad Dixie Rose, in totale troppo poco per una che porta con quel cognome, gli zii, Donnie e Johnny, ringraziati nelle note, forse non erano al livello del fratello Ronnie ma, in confronto…, quindi questa volta “buon sangue mente”!

Bruno Conti

Questo E’ Vero Southern Rock! Whiskey Myers – Early Morning Shakes

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Whiskey Myers – Early Morning Shakes – Wiggy Thump Records ***1/2

Come forse alcuni di voi ricorderanno (per chi vuole approfondire eccolo http://discoclub.myblog.it/2011/05/15/sudisti-veri-e-di-quelli-ma-molto-bravi-whiskey-myers-firew/ ), in occasione dell’uscita del precedente album Firewater, mi ero lanciato, nell’incipit della recensione, a definire quali erano la provenienza e il genere di musica che fanno i Whiskey Myers, con queste parole, che ricordo per i più distratti: “Vengono da Elkhart, una piccola cittadina dell’East Texas e, per una volta, non ci sono dubbi su che genere di musica facciano: Southern Rock. E di quello duro e puro!” https://www.youtube.com/watch?v=HZku85Lk7FA  Ebbene mi sbagliavo! Ogni tanto, per documentarmi, come fanno molti, sono andato a fare un giretto in rete e controllando alla voce Whiskey Myers su Wikipedia e Allmusic ho scoperto che fanno country!

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Mi scuso dell’errore e vado a parlarvi di questo nuovo Early Morning Shakes https://www.youtube.com/watch?v=LpsxU_6Sb6I . Scherzi a parte (ma non troppo), il quintetto texano, ostinatamente, ha dato alle stampe, a tre anni di distanza dal precedente, un nuovo album dove “sembra” che facciano ancora quel tipo di musica che negli anni ’70 ha fatto la fortuna di formazioni tipo gli Allman Brothers, i Lynyrd Snynyrd, la Marshall Tucker Band e ai giorni nostri viene frequentato da formazioni come Blackberry Smoke, Skinny Molly e altri, il country! Come ha giustamente ricordato il leader della band Cody Cannon, non è che lui e i due chitarristi Cody Tate e John Jeffers, e la sezione ritmica di Gary Brown e Jeff Hogg, si chiudano scientemente in uno studio di registrazione (in questo caso con Dave Cobb, già produttore di Jason Isbell e molti altri) per creare un disco di southern rock! Però poi, senza volere, e per fortuna, gli viene https://www.youtube.com/watch?v=oPOWJu-URdU .

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Nell’apertura, affidata alla title-track, Early Morning Shakes, un brano che profuma di blues anche per la presenza dell’armonica di Chris Hennessee, la quota country e rock è meno pervasiva, anche se Tate e Jeffers cominciano a scaldare gli attrezzi e Cannon l’ugola, ben coadiuvato dalla voce di supporto di Kristen Rogers (molto brava). Un inizio più in sordina del solito (ma giusto quel poco), perché già da Hard Row To Hoe, la ritmica trova un groove quasi zeppeliniano, dove i tre solisti, possono far rivivere la leggenda dei Lynyrd Snynyrd, Cody Cannon è un cantante che  non ha nulla da invidiare al vecchio Ronnie Van Zant e come ricordavo già per il precedente album, Tate e Jeffers sono degni epigoni di Rossington e Collins, in questo brano entrambi al wah-wah, per un sound che si rifà alle migliori cavalcate della band di Jacksonville, Florida. Quando si aggiunge anche la pedal steel dell’ospite Robby Turner, come nella eccellente Dogwood, dove salgono al proscenio pure le tastiere di Michael Webb, peraltro presente in tutto il disco, la quota country ovviamente sale, ma è quello energico che ci piace, ottima ancora una volta la presenza della voce femminile di Kristen Rogers. Steel che rimane anche per Shelter From The Rain, una gentile ballata mid-tempo degna dei migliori del genere, Gregg Allman e Ronnie Van Zant sarebbero fieri del loro degno erede Cannon, ma tutta la band suona alla grande.

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Home ha un sound non dissimile da quello dei Black Crowes, rock potente e chitarristico https://www.youtube.com/watch?v=kLz-C8R3uNA , che deriva sicuramente dal classico hard rock degli anni ’70, ma suonato come Dio comanda, con la slide di Jeffers che taglia a fettine il tessuto del brano. Lo so, tutta roba sentita migliaia di volte, e per la milionesima volta mi ripeto, chi se ne frega! Se la fanno così bene, noi siamo contenti, la critica più esigente se ne farà una ragione e lascerà ai vecchi rockers (ma anche a quelli giovani, se vogliono) il piacere di ascoltare una musica che non profuma di plastica e campionamenti, ma di sudore del palcoscenico e che si replica all’infinito, come nel riff alla Zeppelin di Headstone, roccioso come si conviene e con l’assolo di Tate (o è Jeffers? O tutti e due?) che rende omaggio al maestro Page.

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Where The Sun Don’t Shine, sempre ricca di armonie sudiste ha una andatura più cadenzata e precede la atmosfere acustiche di Reckoning, con il piano che delinea la melodia di questa bella ballata, con il classico costrutto in crescendo dei classici del genere, ma senza il finale chitarristico che ci si potrebbe aspettare. Wild Baby Shake Me, bluesata e sudista quanto basta, è un altro ottimo esempio della classe di questa band che da Austin e dintorni porta il proprio genere per gli States e per il mondo, e in questo caso le chitarre non mancano, doppia slide addirittura. Anche Lightning si lascia ascoltare con piacere https://www.youtube.com/watch?v=-MdLuXBdOlY  e Need A Little Time Off For Bad Behavior, ancora con pedal steel e armonica aggiunte, è l’unica cover presente, un brano di David Allan Coe, country, ma da “fuorilegge cattivo”, come il proprio autore https://www.youtube.com/watch?v=nI_ZBa9xK1I . Colloquy se la sono tenuta per ultima ed è un’altra fantastica ballata che nei suoi oltre sei minuti ripercorre il meglio del loro repertorio. I Whiskey Myers non deludono, ottimo disco!                

Bruno Conti

Sempre A Proposito Di Southern Rock, Vecchio e “Nuovo”! Molly Hatchet & Atlanta Rhythm Section Dal Vivo.

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Molly Hatchet – Live At Rockpalast 1996 – MIG Made In Germany CD o DVD

Atlanta Rhythm Section – Are You Ready? – BGO

Due formazioni classiche di southern rock alle prese con degli album “storici” o d’archivio. Si tratta di CD o DVD dal vivo, registrati in epoche differenti, ma entrambi interessanti,  procediamo per gradi comunque.

Nei Molly Hatchet, quando partecipano al famoso Rockpalast estivo alla roccia di Loreley, nel giugno del 1996, non c’è più nessun componente della formazione originale: il grande Danny Joe Brown, il”cantante” per antonomasia della formazione, entrava ed usciva dal gruppo per problemi di salute (morto nel 2005), ma in quel periodo non era presente, Dave Hlubek, il chitarrista e membro fondatore, se ne era andato nel 1987 e sarebbe rientrato in formazione nel 2005, Duane Roland, l’altro chitarrista originale, non c’era del più dal 1990 ed è morto nel 2006, il terzo ed ultimo chitarrista Steve Holland mancava dal 1984, praticamente un disastro? E invece no, a giudicare da quello che si può sentire (o vedere nel DVD, ma noi siamo “poveri” e “tradizionalisti”, quindi la recensione riguarda il CD) la formazione è ancora gagliarda, in buona salute, almeno per questo concerto pomeridiano di metà anni ’90, nel quale il pubblico tedesco e quello televisivo in Europa ebbe l’occasione di assistere anche ai concerti di Lynyrd Skynyrd e Allman Brothers che si dividevano il palco in quell’occasione e probabilmente, per spirito di emulazione, tutti diedero il meglio. Formazione con due chitarre e tastiere, oltre al nuovo cantante Phil McCormack, arrivato di fresco e che devo dire non fa rimpiangere troppo Danny Joe Brown (appena un poco), ci sono i chitarristi Bobby Ingram e Bryan Bassett, e un paio di voci femminili da Memphis, Tennesse, Leslie Hawkins e Therisa McCoy, per rafforzare le analogie con i Lynyrd, di cui sono sempre stati considerati gli eredi, impressione rafforzata anche dal fatto che Ronnie Van Zant, in un certo senso il loro padre putativo, avrebbe dovuto essere il produttore del primo album della band, poi, in seguito alla scomparsa di Van Zant nell’incidente aereo del 1977, affidata a Tom Werman, un produttore più abituato a lavorare con formazioni più hard come Mother’s Finest, Cheap Trick, Ted Nugent e degenerato in seguito nel metal di Poison, Motley Crue, Stryper.

L’altra grande affinità elettiva tra Hatchet e Skynyrd era il fatto che entrambe le formazioni provenivano da Jacksonville, Florida e come dichiararono ai tempi, la dissoluzione dei Lynyrd Skynyrd, l’appannamento degli Allman, per usare un eufemismo e la fase calante della Marshall Tucker, favorirono sicuramente l’ascesa dei Molly Hatchet, che pur essendo decisamente più hard e boogie, con la loro tripla chitarra solista, un cantante poderoso e una sezione ritmica rocciosa, realizzarono due signori album, come l’esordio omonimo e Flirtin’ With Disaster, dove le chitarre ruggivano e si intrecciavano, spesso all’unisono, spronate dal classico fischio che dava il via a selve di assolo vibranti e tecnicamente validi, fino al live Double Trouble del 1985, dove pur se in fase calante, non ce n’era per nessuno. In questo Live At Rockpalast gli ingredienti ci sono tutti: i brani classici, Bounty Hunter, Gator Country, Whiskey Man, Flirtin’ With Disaster, qualche cover ben piazzata, It’s All Over Now e una versione monstre, molto tirata, di oltre dodici minuti, ben posizionata, verso la fine del concerto, di Dreams di Gregg Allman, il nuovo cantante, con la voce roca e “sporca” di whisky al punto giusto, le chitarre cattive, pronte a scattare all’unisono al primo segno di fischio, le accelerazioni improvvise, il buon lavoro del tastierista John Galvin, hard quanto si vuole ma la qualità non manca mai in questo concerto.

Altro concerto, storico, è quello ripreso in questa edizione rimasterizzata del celeberrimo Are You Ready?, vecchio doppio vinile dal vivo (anche se molte parti venivano presentate come live in studio, più rifinite,  ma in quegli anni, 1978/79, usava anche così) ora riproposto dalla BGO (che ha già ripubblicato praticamente tutta la discografia), per gli Atlanta Rhythm Section, altra grande formazione del southern rock storico, ma non solo: gli ARS nascevano, nel 1970,  dalle ceneri dei Candymen prima, la band di Roy Orbison,  e dei Classics IV dopo, quelli di Spooky, Traces e Stormy, entrambe le formazioni costruite intorno alle capacità dell’autore e produttore Buddy Buie. Barry Bailey e J.R Cobb erano i due formidabili chitarristi, che con l’ottimo tastierista Dean Daughtry e il batterista Robert Nix diedero vita al nucleo originale della formazione. Che nel secondo album raggiunse la sua completezza con l’ingresso del cantante di Macon, Ronnie Hammond, che Ronnie Van Zant considerava il miglior cantante del genere southern (tra Ronnie ci si intende).

Proprio a Hammond, “Mr. Georgia Rhythm”, con uno stile vocale che poteva ricordare Paul Rodgers, scomparso nel 2011, è dedicata questa ristampa: un album che ripercorre la loro carriera, e ne esalta i pregi, che erano quelli di riunire in un solo gruppo le varie anime del southern rock, il boogie rock tosto e chitarristico di Lynyrd Skynyrd, Outlaws o Blackfoot (senza la componente country), sostituita da costruzioni rock più raffinate alla Little Feat o perfino Steely Dan e dalle improvvisazioni più blues e jazz di Allman Brothers e Marshall Tucker, unite inoltre alla capacità, ereditata dalle precedenti formazioni, di saper scrivere e suonare brani con un maggiore appeal  pop, più commerciali ma mai scontati, canzoni come Imaginary Lover, Doraville, Champagne Jam, So Into You che si affiancavano alle cavalcate chitarristiche di Cobb e Bailey in brani come Angel (What In The World’s Come Over Us) o la lunga parte lasciata alla improvvisazione della solista in So Into You che nella parte finale del disco sfocia nel R&R puro di Long Tall Sally, ma già prima in Another Man’s Woman c’è una lunghissima parte strumentale dedicata a tutta la band, assolo di basso compreso e il tributo ai Lynyrd Skynyrd nella vigorosa Large Time, dove il suono si fa duro, quasi hard rock, a smentire la fama di band un po’ troppo leccata, che spesso sembrava risultare nei dischi di studio, dove però il rock era sempre presente, anche se non così tirato come in questo notevole live, uno dei dischi dal vivo classici del decennio 70’s, finalmente disponibile in una edizione CD degna della sua fama.

Bruno Conti