Tra Un Impegno E L’Altro, Un Bel Dischetto Da Solo! BJ Barham – Rockingham

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BJ Barham – Rockingham – At The Helm CD

Gli American Aquarium, band alternative country di Raleigh, North Carolina, sono un gruppo alquanto prolifico, visto che in dieci anni di attività hanno già pubblicato sette album di studio (il secondo, l’ottimo The Bible And The Bottle, è stato appena ristampato http://discoclub.myblog.it/2016/11/01/nuovo-se-lo-fosse-american-aquarium-the-bible-the-bottle/) e l’ottavo pare già in lavorazione. Ma, nonostante tutto, il loro leader BJ Barham ha trovato anche il tempo di dare alle stampe questo Rockingham, un piccolo disco (otto canzoni, poco più di mezz’ora) composto da brani scritti dal nostro durante l’ultima tournée con il suo gruppo principale, e realizzato grazie al crowdfunding. BJ si è reso conto che queste canzoni, più personali ed intime del solito, non erano adatte ad essere proposte con gli Aquarium, ma nello stesso tempo non voleva che andassero perdute, e quindi Rockingham è il frutto di questo ragionamento: inizialmente doveva essere un disco per sola voce e chitarra, in modo da preservare al massimo il tono intimista delle canzoni, ma poi Barham deve aver deciso che con l’ausilio di altri musicisti avrebbe reso il tutto un po’ più appetibile, e ha chiamato un ristretto gruppo di amici ad accompagnarlo (tra cui due membri degli Aquarium, Ryan Johnson alla chitarra e Whit Wright alla steel e dobro, mentre il produttore è Brad Cook, che si occupa anche delle parti di basso), mettendo a punto un lavoro alla fine non lontanissimo dallo stile della sua abituale band, anche se qui i toni sono spesso smorzati, la strumentazione parca ed acustica, ed il mood è decisamente country-folk e molto poco rock.

Ma l’esito finale è degno di nota (dopotutto Barham è un bravo songwriter) e, su questo siamo d’accordo con lui, sarebbe stato un peccato ignorare queste canzoni. La bucolica American Tobacco Company ricorda molto l’ultimo John Mellencamp, quello più rurale, l’accompagnamento è acustico ma la sezione ritmica si fa sentire (alla batteria c’è Kyle Keegan), ed il brano risulta altamente gradevole. Rockingham, la canzone, è puro songwriting roots, una melodia limpida, armonica in sottofondo e buoni intrecci di strumenti a corda, mentre la pianistica Madeline è anche meglio: profonda, intensa, ricca di sfumature (il pianista, molto bravo, è Phil Cook), un pezzo che dimostra che questo non è un disco da sottovalutare soltanto perché inciso nei ritagli di tempo. Unfortunate Kind vede BJ solo con la sua chitarra, ma l’intensità di fondo ci fa capire che il disco sarebbe stato valido anche in questa veste più spoglia; O’Lover ha un incedere decisamente coinvolgente, complice anche la bellezza del motivo ed il crescendo progressivo, e si candida come una delle più riuscite, mentre Road To Nowhere è più contenuta, ma non per questo meno interessante, anzi il sapore country crepuscolare le dà un tono diverso. Il dischetto si chiude con la fluida Reidsville, ben sostenuta da fisarmonica e banjo, e con Water In The Well, altra ballata pianistica e malinconica, ma con feeling immutato ed una splendida apertura melodica nel finale.

Nell’attesa del nuovo lavoro degli American Aquarium, questo Rockingham può costituire un valido antipasto.

Marco Verdi

*NDB Nel frattempo è uscito il nuovo doppio album dal vivo della band (o meglio CD+DVD)

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Il Ritorno Del Grande “Narratore” Della Tribù Creek! Grant-Lee Phillips – The Narrows

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Grant-Lee Phillips – The Narrows – Yep Rock Records

Come già ricordavo recensendo il precedente Walking In The Green Corn http://discoclub.myblog.it/2012/12/30/un-cantastorie-nativo-americano-grant-lee-phillips-walking-i/  per il sottoscritto è sempre difficile parlare di Grant-Lee Phillips senza ricordare una band come i Grant Lee Buffalo, un gruppo che non fu solo una splendida meteora negli anni ’90, con alcuni dischi eccellenti tra i quali ricordo soprattutto Fuzzy e Mighty Joe Moon. Dopo una traiettoria musicale quasi trentennale (compresi gli inizi con i Shiva Burlesque) e a quattro dall’ultimo suo lavoro in studio, il citatoi Walking In The Green Corn (12), e quindi una più che onesta carriera solista (da recuperare anche un bellissimo album di sole cover come Nineteeneighties (06)), torna con questo nuovo The Narrows registrato negli studi Easy Eye di proprietà di Dan Auerbach (membro dei Black Keys) situati in quel di Nashville, città dove Phillips si è trasferito “armi e bagagli” con la famiglia, dopo una vita passata a Los Angeles. Prodotto dallo stesso Phillips chitarra e voce, e registrato con l’aiuto di Jerry Roe alla batteria, marimba e percussioni, Lex Price (Kd Lang, Shemekia Copeland, Indigo Girls, Allison Moorer) al basso, banjo e bouzouki, Jamie Edwards alle tastiere, Russ Pahl alla pedal steel e il bravo Eric Gorfain al violino, il disco contiene tredici tracce che ricordano anche la sua infanzia, passata tra le praterie dei suoi antenati Creek.

I ricordi di Grant-Lee si aprono sulle vicende della vibrante ed elettrica Tennessee Rain, per poi proseguire con il folk di una toccante Smoke And Sparks, il country agreste della nostalgica Moccasin Creek con il violino di Gorfain in evidenza, passando per il singolo Cry Cry (dedicato alla deportazione forzata dei nativi Indiani), e l’avvolgente melodia di Holy Irons e poi una splendida ballata che rievoca i fasti del periodo d’oro dei Grant Lee Buffalo come Yellow Weeds. Come nei dischi precedenti Phillips dispensa vari generi, tra cui il moderno bluegrass/rockabilly di Loaded Gun, una propensione al rock quasi à la Pearl Jam in Rolling Pin, per poi tornare alle atmosfere acustiche di una sinuosa Taking On Weight In Hot Springs, e ad una ballata figlia o figliastra dei grandi Uncle Tupelo come la splendida Just Another River Town.

I ricordi si avviano alla conclusione prima con la tenue e cadenzata No Mercy In July,  poi con una ballata crepuscolare come San Andreas Fault (con un bel lavoro della chitarra slide), per infine terminare con quello che a Phillips riesce meglio, toccare il cuore, con una grande ballata country-soul chiamata Find My Way (al livello di Fuzzy e Mockingbirds).

The Narrows non è  forse molto dissimile dai precedenti lavori di questo “narratore”, un tipo che nelle sue tre vite artistiche (prima con gli Shiva Burlesque, poi con i Grant Lee Buffalo, e infine, come detto,  con una più che dignitosa e importante carriera solista), ha cavalcato trent’anni di musica certificati da testi importanti, raccontando spesso con la sua calda voce l’altra America, con le storie e le gesta dei nativi Americani e dei disadattati.  Il “californiano” in questa occasione non si è accontentato da fare un disco normale, e, circondato da un manipolo di musicisti all’altezza, sforna probabilmente il suo disco migliore dai tempi dello splendido Mobilize (01), con un suono a tratti minimale, ma abbinato a melodie country, rock e roots, un album da ascoltare tutto ad occhi chiusi, dimostrando ancora una volta di meritare rispetto e ammirazione per la sua musica. Augh!

Tino Montanari

NDT: Nel mese di Aprile Grant-Lee Phillips sarà in tour nel nostro paese per tenere tre concerti, che saranno il 18/04 all’ 1,35 di Cantù, 1l 19/04 al Teatro Della Concordia di San Costanzo, e il 20/04 al Bravo Caffè di Bologna. Ovviamente se potete non mancate.!

Brisbane Mancava? Ancora Dall’Australia ! Halfway – Any Old Love

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Halfway – Any Old Love – Plus 1 Records

Gli Halfway sono una band di otto elementi con sede a Brisbane in Australia, da cui provengono tre membri del gruppo:  il bassista Ben Johnson, Luke Peacock alle tastiere e pianoforte e il chitarrista John Willsteed (ex Go-Betweens), mentre John Busby voce e chitarra acustica, Chris Dale voce e chitarra elettrica e Elwin Hawtin batteria e percussioni sono di Rockhampton nel Queensland, mentre i due fratelli Noel e Liam Fitzpatrick pedal steel e banjo e mandolino, dalla mia amata Dublino. Questo ricco “ensemble” esordisce con Farewell To The Fainthearted (04) dal suono roots-rock mosso e galoppante, a cui hanno fatto seguire Remember The River (06) https://www.youtube.com/watch?v=e5KVvhZHqo4 , che annoverava tra gli ospiti Rob Younger (lo storico vocalist dei Radio Birdman), e dopo una breve pausa An Outpost Of Promise (10) https://www.youtube.com/watch?v=t3IzVC39QbE fino ad arrivare a questo nuovo lavoro Any Old Love, vincitore del Air Award Winner 2014 (come miglior album country indipendente australiano), prodotto da Robert Forster (co-fondatore con Grant McLennan del grande gruppo indie-rock Go-Betweens).

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Any Old Love è un “concept-album”, diviso in quattro parti, intervallate dalla title track a sua volta spezzata in quattro frammenti , sulla storia di  un ex fantino, anche se la cosa abbastanza particolare, ma non unica, è che quasi tutti i tredici brani sono canzoni d’amore, a partire dal trittico iniziale Dropout https://www.youtube.com/watch?v=9vjJ_6ZpkUE , Honey I Like You https://www.youtube.com/watch?v=VV_ehogmfV0  e Hard Life Loving You, musicalmente con chiari punti di riferimento con i primi Son Volt, Wilco e Whiskeytown, mentre Dulcify https://www.youtube.com/watch?v=91ssAp9328I e Shakespeare Hotel risentono molto della produzione di Forster, per poi farci sobbalzare con il cow-punk di Factory Rats, la malinconia di Erebus & Terror, andando a chiudere con le struggenti ballate (specialità della casa) Sunlight On The Sills e The Waking Hours, cantate dai due “songwriters” Chris e John.

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La formula degli australiani Halfway rimane fortunamente invariata, e loro sono senza dubbio una delle band di punta del circuito “roots-rock” tradizionale in madre patria, sempre molto vivaci ma ancora poco noti e apprezzati al di fuori dell’Oceania (complice anche una concorrenza spietata), ma Any Old Love rimane un lavoro tutto sommato affascinante, suonato con una certa freschezza, che alla lunga nella resa complessiva risulta credibile, e quindi per chi ancora non li conosce e se siete in cerca di epigoni del classico sound down under, potrebbero fare al caso vostro.

Tino Montanari

Rock E Blues In “Bianco E Nero”! John The Conqueror – The Good Life

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John The Conqueror – The Good Life – Alive Natural Sound Records

Un poderoso terzetto (con tastiere aggiunte, all’occorrenza) di stanza a Philadelphia, sulla East Coast, ma originari della zona del Mississippi, Jackson, dove il blues trae le sue radici, i John The Conqueror, nome preso in prestito dal famoso principe/schiavo della tradizione popolare nero-americana, con questo The Good Life sono già al secondo album per la Alive Natural Sound Records, etichetta che vede nel suo roster di artisti anche nomi come Lee Bains III & The Glory Fire, Left Lane Cruiser, Buffalo Killers, Hollis Brown, Beachwood Sparks e la recente aggiunta Mount Carmel (già attivi presso altre etichette), oltre ai Black Keys che per la Alive pubblicano vinili ed EP, tutta gente buona, come vedete.

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Forse proprio ai primi Black Keys si può far risalire il sound di questi John The Conqueror, un rock-blues denso e scarno, che però aggiunge elementi soul e funky, vista la presenza di due artisti di colore nei ruoli chiave della band, chitarra solista e voce Pierre Moore, batteria Michael Gardner, che dovrebbe essere il cugino, mentre al basso l’unico bianco Ryan Lynn che si porta al seguito Steve Lynn alle tastiere, che però non fa parte ufficialmente del gruppo https://www.youtube.com/watch?v=mF0CUs4u1Fk . A tutti gli effetti una sorta di power trio rock-blues, anche se non di quelli che fanno dell’arte della jam e delle lunghe improvvisazioni chitarristiche il loro credo, optando per un suono chiaramente rock ma dove non si prevede la presenza di un guitar hero a tutti i costi, anche se Moore se la cava egregiamente alla sua Gibson, ma senza esagerare mai, preferendo i riff densi e cattivi dell’iniziale Get’Em dove la band costruisce un groove funky con rimandi a vecchi gruppi “neri” che facevano rock come i Chambers Brothers (senza la componente gospel), ma anche e molto ai citati Black Keys, con soli brevi e vagamente simili pure al miglior Kravitz (non è una eresia) o a Jimi quando concedeva qualcosa alle sue radici nere https://www.youtube.com/watch?v=EwVtJQ3-o1I , anche Mississippi Drinkin’ viene da quella scuola, chitarre riverberate e “primali”, intrecci vocali di stampo vagamente R&B su una base decisamente rock.

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Ritmi tribali e reiterati, come nelle derive leggermente psych di Waking Up To You, dove riff e grinta vanno di pari passo, soli brevissimi e ficcanti, pochissime concessioni al virtuosismo, forse una eccessiva ripetitività, anche se l’aggiunta delle tastiere conferisce a What Am I Gonna Do una sorta di patente soul-rock molto incisiva, dove la bella voce di Moore ha ragione di farsi apprezzare. Però i brani viaggiano quasi tutta in quella sorta di mid-tempo funky, dove il groove è più importante della melodia e le capacità compositive di Pierre Moore non sono eccelse, i brani si assomigliano un po’ tutti. Non è un caso se il brano che forse si nota di più è una cover di Let’s Burn Down The Cornfleld di Randy Newman, musicista notoriamente non dedito abitualmente al blues-rock di matrice sudista, ma che le note sa metterle in fila per benino, anche se l’esecuzione della band non è poi molto differente da quella delle altre canzoni https://www.youtube.com/watch?v=GK2Ye1ym6kM . Potrebbero essere  avvicinati pure ad una sorta di Roots, meno vari e “moderni”, più rockisti e meno hip-hop, ma abili in questa fusione di elementi rock con varie forme di musica nera, blues grezzo e ritmato in primis. John Doe, rallenta i ritmi e si avvale con buoni risultati dell’organo di Steve Lynn mentre Daddy’s Little Girl, dall’inizio soffuso, sembra tentare altre strade sonore ma poi ritorna in fretta al “solito” suono denso e cattivo, ma quantomeno Moore prova a diversificare lo stile compositivo e la solista si lascia andare per una volta tanto. Interessanti ma non fondamentali, li attendiamo a prove più decisive, se ci saranno!

Bruno Conti   

Non Tutte Le “Zucche” Sono Vuote! The Gourds – All The Labor

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The Gourds – All The Labor – Soundtrack – High Plains Films – CD – DVD

Sebbene mi sforzi, non riesco a pensare a un album non riuscito tra gli undici pubblicati dai texani Gourds, in diciotto anni di carriera (dal 1996 a oggi). Cominciano subito col dire che questa band proviene da Austin, Texas (il che è già una garanzia) e hanno cominciato a fare musica dai primi anni ’90, diventando col tempo un gruppo perfettamente rodato nel cosiddetto country alternativo texano, dei veri e propri veterani della scena di Austin, da cui hanno imposto il proprio stile, un roots-rock poliedrico e festoso, nonostante le loro radici siano ancorate alla tradizione (si sono ispirati a personaggi come Doug Sahm e Lowell George). Il nucleo del gruppo è formato da Kevin Russell, Max Johnston, Keith Langford (omonimo del cestista dell’Olimpia Milano), Claude Bernard e Jimmy Smith, hanno esordito con periodici lavori tra cui vi ricordo Dem’s Good Beeble (96), Stadium Blitzer (98), Ghosts Of Hallelujah (99)e Bolsa De Agua (00) dedicato al citato Doug Sahm, disco che include melodie con fisarmoniche e violini che sanno di tex-mex, e che naturalmente risentono del vicino confine messicano. Nella seconda decade le “zucche” sono ripartite con Cow Fish Fowl Or Pig (02), Blood Of the ram (04), Heavy Ornamentals (06), Noble Creatures (07), l’ottimo Haymaker (09) e l’ultimo lavoro in studio Old Mad Joy (11), un disco di transizione (con una copertina improponibile).

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Questo All The Labor, stranamente, è il primo disco dal vivo di questa formazione, ed è il risultato di un film musicale (finanziato con il sistema della Kickstarter Campaign http://www.youtube.com/watch?v=tl9STjTJOGU) girato in più date nel corso del tour svoltosi fra il 2011 e 2012, con diciotto brani catturati a formare una perfetta colonna sonora, che vuole anche essere un bilancio della carriera. Ho sempre pensato che certe formazioni rendano al meglio nei concerti dal vivo, ed è questo il caso dei Gourds, quando la musica ruspante, e la contagiosa energia e il piacere della band di fare rock, si tramuta in versioni irresistibili di brani del primo periodo come Gangsta Lean, Pint Tar Ramparts, Jesus Christ With Signs Following, Maria, Plaid Coat, e brani del repertorio più recente (estratti da Old Mad Joy), quali Peppermint City, Melchert, Eyes Of A Child, Your Benefit, per chiudere in gloria con l’inedito All The Labor.

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“La grande bellezza” (citazione di moda in questo periodo) di questo documentario http://www.youtube.com/watch?v=x2fao5BSVzk , si manifesta nei ritmi sostenuti di Keith Langford, negli accenti cajun della fisarmonica di Claude Bernard, del banjo e violino di Max Johnston e soprattutto nella voce e nel mandolino di Kevin “Shinyribs” Russell, (il leader riconosciuto della band), senza tralasciare le chitarre elettriche, e dove la varietà del suono, in diverse forme, rappresenta il loro punto di forza. Dischi così fanno bene alla salute, non resta che pagare lo scontrino del CD o DVD, sedersi sulla poltrona, premere il tasto play del lettore, e scoprire che il divertimento è appena cominciato.

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NDT: Kevin Russell sotto lo pseudonimo di Shinyribs ha inciso due interessanti lavori solisti, Well After Awhile (2010) e Gulf Coast Museum (2013):  nel primo si trova una cover del classico A Change Gonna Come del grande Sam Cooke, in versione acustica con ukulele e mandolino.

Tino Montanari

*NDB. Last but not least, il nome dei Lowlands di Ed Abbiati viene dal titolo di una canzone dei Gourds.

Ricominciamo Pure, Con Un Gruppo Di Irlandesi “Malati” D’America! Bap Kennedy – Let’s Start Again

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Bap Kennedy – Let’s Start Again – Proper/Ird 2 CD Deluxe Edition

Come sembrerebbe suggerire il titolo, questo Let’s Start Again (sesto album di materiale originale, dicono quelli che parlano bene, ma se ne ha anche fatto uno, Hillbilly Shakespeare, che erano tutte cover di Hank Williams, a casa mia sono sette) potrebbe essere una ennesima ripartenza per la carriera di Bap Kennedy, con tutto che ultimamente, dopo una carriera di alti e bassi, le cose sembrano andare piuttosto bene per il musicista irlandese. L’ultimo album, The Sailor’s Revenge, prodotto da Mark Knopfler e di cui trovate la recensione sul Blog (http://discoclub.myblog.it/2012/02/14/dall-energia-del-frutteto-alla-vendetta-del-marinaio-bap-ken/), insieme alle note biografiche e ad un breve excursus sulla discografia (l’unica cosa che posso aggiungere, ad integrazione, è che il fratello è Brian Kennedy, altro bravo musicista, collaboratore in passato di Van Morrison, ma musicalmente abbastanza lontano dallo stile del nostro), aveva avuto ottime recensioni e un discreto riscontro di vendite, sempre nell’ambito di una piccola label di successo come è la Proper. Per questo nuovo album Bap ha preferito circondarsi dei musicisti della sua band, qualche ospite, ma nessuno dal nome eclatante, bravi però, ovviamente l’immancabile moglie Brenda Boyd Kennedy, che oltre a suonare il basso e occuparsi delle armonie vocali, ha anche realizzato la foto della copertina del CD. Il tutto è stato registrato in Irlanda del Nord, con il co-produttore abituale e vecchio pard, Mudd Wallace (quando non ci sono in ballo amici famosi!) e il risultato è, stranamente, il disco con il suono più americano, o se preferite “Americana”, della carriera di Kennedy, quasi nessuna traccia delle melodie celtiche e irlandesi che apparivano in Sailor’s Revenge , un sound comunque molto rootsy, per una decina di belle canzoni che confermano il talento dell’ex Energy Orchard.

https://www.youtube.com/watch?v=qEfSAYotVdQ

L’ho ascoltato parecchie volte, è un po’ di tempo che ci giro attorno come ascolti, e, parere personale, mi sembra un filo inferiore al suo predecessore, che forse era più malinconico e maestoso (ma secondo altri questo Let’s Start Again è invece migliore dell’album del 2012, punti di vista rispettabili): diciamo che il disco si riavvicina musicalmente agli esordi solisti di Domestic Blues, il disco prodotto da Steve Earle ( il nostro Martin ha sempre avuto delle ottime frequentazioni, anche con Van Morrison, col quale ha firmato un brano in passato, oltre ad essere entrambi di Belfast). Le prime due canzoni hanno un sound che per certi versi mi ha ricordato (rispettabili anche le mie impressioni?), chissà perché, tra i tanti, il Bob Dylan degli anni ’70, soprattutto la seconda, Revelation Blues, che con il suo violino insinuante (John Fitzpatrick), ricorda i ghirigori di Scarlet Rivera in Desire, anche se la voce di Bap è ovviamente diversa da quella di Bob, ma il ritmo incalzante, i tocchi di mandolino e pedal steel, possono ricordare lo Zimmy ai limiti del country tzigano  . E già nell’ottima iniziale Let’s Start Again, questo suono delle radici “americane” è molto marcato, pedal steel a manetta (o a pedale schiacciato a fondo, se preferite), un bell’organo, mandolino, chitarre acustiche, la brava Brenda Boyd che fa la Emmylou Harris della situazione, tutto molto bello e dylaniano.If Things Don’t Change è più Lovettiana, nel senso di Lyle, o comunque texana (aggiungere nomi a piacere), un western swing cantautorale, delicato e divertente, con i vocalisti di supporto che si divertono quasi in modalità doo-wop, la pedal steel che continua ad impazzare ed una levità di fondo deliziosa.

King Of Mexico, fin dal titolo, ci porta sulla mexican border, la linea di confine con il Messico, una fisarmonica sbarazzina, gli strumenti a corda in evidenza, un pianino delicato suonato da John McCullough che raddoppia la fisa canonica, coretti da baffuti messicani, il tutto dalla verde Irlanda, potrebbe essere un brano dei Los Lobos, La Bamba al rallentatore. Song Of Her Desire è una ballata quasi sussurrata, questa volta in punta di dobro, sempre con quel leggero train sonoro incalzante che dà l’impressione di una musica sempre in movimento, in ogni caso altra ottima canzone. Fine prima parte, la migliore!

Nei vecchi dischi ci sarebbe una pausa per cambiare la facciata del vinile, che volendo esiste e passare a Radio Waves, un bel valzerone country dallo spirito upbeat, con gli sha-la-la dei coristi che gli danno quell’aria demodè che andava sulle vecchie onde radio, mandolini, pedal steel e una chitarrona twangy intensificano lo spirito campagnolo del brano e tutto scorre molto piacevolmente, ma forse manca quello spirito malinconico del disco precedente. Che è successo? Sono andato a bere un bicchiere d’acqua, torno e qualcuno mi ha cambiato il CD e mi ha messo Lyle Lovett & His Large Band, scusate controllo. No, in effetti è sempre quello di Bap Kennedy, Heart Trouble il brano, ma l’effetto swing di violini, steel, mi pare anche un vibrafono, l’immancabile piano, coretti ancora doo-wop, ricorda il texano dalla strana pettinatura. Under My Wing introduce ritmi caraibici, direi calypso addirittura, ma suonato in qualche balera sul confine tra Messico e Texas, cantato con quella voce da irlandese triste che è nelle corde del nostro amico Bap, i soliti sha-la-la, un bel mix di generi . Strange Kid è nuovamente un country-swing-rock (si può dire? ma sì!), mandolini, chitarrine, violini, dobro e vocine delicate si sprecano in questa ulteriore piacevole rimpatriata nelle radici del suono americano. Ancora  country caraibico, più Buffett che Lovett per l’occasione, per una disincantata e divertente Fool’s Paradise. Si conclude con Let It Go, che per uno che ha fatto un intero disco di brani di Hank Williams era quasi inevitabile ed immancabile, con la moglie Brenda a fare la seconda voce, come dei novelli Gram e Emmylou, e vai con violino e pedal steel, maestro.

In definitiva un bel dischetto. Potete, anzi dovete, comprare la Deluxe Edition doppia, visto che costa poco di più, anche se poi le chicche sono solo due versioni inedite acustiche di un paio di brani da The Sailor’s Revenge,Jimmy Sanchez e Please Return To Jesus, le altre nove sono una sorta di greatest songs dagli album precedenti. La mia preferenza l’ho già espressa all‘inizio, ribadisco, ma averne comunque di dischi così. Esce ufficialmente domani 4 febbraio.

Bruno Conti

Gli “Ultimi Fuorilegge” Del “Jam-Roots-Grass” – Railroad Earth – Last Of The Outlaws

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Railroad Earth – Last Of The Outlaws – Black Bear Records

Nati dalle ceneri dei From Good Homes (una band tanto brava quanto sfortunata, separatasi nel ’98 e pressoché dimenticata), i Railroad Earth sono forse la più eccitante jam-roots-grass band attualmente in circolazione, una formazione capace di amalgamare con assoluta naturalezza bluegrass, country, folk, rock e arie irlandesi, in composizioni dallo splendido tessuto strumentale e dalla limpida linea melodica. Grazie alla scintillante musicalità delle canzoni composte dal leader Todd Sheaffer ed alla straordinaria tecnica strumentale dei musicisti http://www.youtube.com/watch?v=en6SSwOyvs0 : i Railroad Earth sono sulla scena dal lontano 2001 con l’esordio The Black Bear Sessions, poi passano alla Sugar Hill Records e incidono due splendidi album, Bird In A House (02) e The Good Life (04), ancora un cambio di etichetta con la Sci Fidelity Records per un meraviglioso doppio dal vivo Elko (06) e Amen Corner (08), e poi l’ultimo lavoro in studio l’omonimo Railroad Earth (10, senza contare le innumerevoli miglia fatte per attraversare l’America e suonare in decine di Festival, con un nome ormai consolidato, e non solo nei circuiti delle “jam bands” http://www.youtube.com/watch?v=5dfMGje05RE .

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Todd Sheaffer, chitarra e voce, come detto, guida le truppe, a lui si aggiungono la bravura di Tim Carbone alla fisarmonica e violino, di John Skehan al mandolino e pianoforte, Andrew Altman al basso e Carey Harmon alla batteria, sono la sezione ritmica e il polistrumentista Andy Goessling, arricchisce i particolari del sound della band; il risultato, ancora una volta, è un album coinvolgente, registrato negli studi RR Sound di Los Angeles http://www.youtube.com/watch?v=KGrAQpz5j2Y .

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Quindici canzoni, più di settanta minuti di musica, il disco inizia con il travolgente bluegrass di Chasin’ A Rainbow, un concentrato di pura energia, la title track The Last Of The Outlaws è più rilassata, inizia con pianoforte e violino, uniti alla voce di Todd, una tenue ballata d’atmosfera http://www.youtube.com/watch?v=TDnLtAD4Xv0 , per poi passare a Grandfather Mountain, dove il ritmo viene dettato dal violino e mandolino, per una melodia suggestiva. Si prosegue con il brano più lungo del disco All That’s Dead May Live Again, una maestosa “suite” composta da sette capitoli (conglobando anche la successiva Face in A Hole:In Paradisum), una sorta di sinfonia musicale che parte con arie celtiche, per poi arrivare attraverso varie sezioni musicali ad un suono psichedelico che sfiora anche il jazz, per 21 minuti di musica, che certificano la perizia di tutta la band.

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Monkey ha un attacco “dance”, il piedino non riesce a stare fermo, il pianoforte impazza e il brano scivola via spedito, mentre Hangtown Ball ancora molto lunga, smorza i toni e presenta un suono languido, che vive sulle evoluzioni del banjo e violino, seguita a sua volta da una When The Sun Gets In Your Blood, ritmata e decisa, e che mischia i vari strumenti in continue evoluzioni, ad un ritmo vertiginoso. La conclusione di un disco magnifico è affidata a One More Night On The Road, un rock venato di blues http://www.youtube.com/watch?v=cKxYLjj6tdg  e a Take A Bow (per fortuna non quella di Madonna), una ballata in cui il ritmo è lento, ma la cornice musicale è ricca, con la voce di Todd carica d’anima.

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Quindi una gradita conferma per una band che non sbaglia un colpo, fautrice di un suono caldo e affascinante, con il violino e gli strumenti a corda che sviluppano un tappeto sonoro fluido per la voce del leader, che continua imperterrito la strada che aveva intrapreso nella sua precedente incarnazione rock, nei From Good Homes. Chi acquisterà Last Of The Outlaws non sarà certamente deluso e per gli altri, peccato, non sapete cosa vi perdete!

Tino Montanari

Recuperi Di Fine Anno Parte 2: Forever Young! Israel Nash Gripka – Israel Nash’s Rain Plans

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Israel Nash Gripka – Israel Nash’s Rain Plans – Loose/Continental Song City/IRD

Israel Nash Gripka, nel giro di qualche anno, è passato da benemerito sconosciuto a fulgida promessa della canzone rock d’autore. Figlio di un pastore battista, Israel (nativo di Ozark nel Missouri) trova nella vecchia Europa l’approccio  per far conoscere la sua musica, suonando nei Club Inglesi, Svedesi e Olandesi, e proprio grazie alla piccola e indipendente Continental Song City della patria dei tulipani pubblica i suoi dischi, a partire dal folgorante esordio con New York Town (09), e nel successivo Barn Doors And Concrete Floors (11) http://discoclub.myblog.it/2011/04/04/e-questo-perche-l-ho-saltato-israel-nash-gripka-barn-doors-a/ regala una delle più brillanti canzoni d’autore degli ultimi anni, arrivando nello stesso anno a pubblicare un disco dal vivo Barn Doors Spring Tour, Live In Holland e un EP di difficile reperibilità Working Class Hero and Other Favorites, che certificano il suo indubbio talento.

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israel nash gripka working class

Questo nuovo lavoro Israel Nash’s Rain Plans è prodotto dallo stesso autore, con il supporto del fidato Ted Young (fonico dei Gaslight Anthem), che avvalendosi dei suoi musicisti di riferimento, ovvero il chitarrista Joey McClellan, il bassista Aaron McClellan (mi viene il dubbio che siano fratelli?) , il batterista Josh Fleishman e al mandolino e pedal steel il bravissimo Eric Swanson, dà vita ad un progetto di nove canzoni, composte e suonate in stato di grazia, che rinnova i fasti del roots-rock.

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Israel Nash Gripka mette sul piatto composizioni solide, a partire dall’iniziale Woman At The Well intro, chitarra e ritmica (molto Ryan Adams), fluida nel suo scorrimento http://www.youtube.com/watch?v=EZQ95otWrs8 , a cui fanno seguito due ballate Through The Door e Just Like Water che fanno riferimento al personaggio del titolo (Neil Young). Meglio ancora il roots rock deciso di Who In Time, canzone splendida, cantata con forza, con chitarra e armonica in evidenza, seguite dal folkeggiare quasi desertico dell’accorata Myer Canyon http://www.youtube.com/watch?v=g33DMj0x1IQ , mentre Rain Plans è una ballata elettroacustica dall’incedere affascinante http://www.youtube.com/watch?v=Lur7cI1Sq4Y . Un delizioso arpeggio di una dodici corde acustica introduce Iron Of The Mountain, una fluida rock ballad dalle tonalità malinconiche e con un coro finale melodioso (la perla del disco). Atmosfere del grande “loner” canadese si riscontrano anche nell’elettrica Mansions http://www.youtube.com/watch?v=ItmUG32Trfg , mentre la conclusiva Rexanimarum viaggia con un arrangiamento “bandiano” (nel senso che richiama la grande Band di Robbie Robertson) http://www.youtube.com/watch?v=wp7piqjzbvk .

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Queste canzoni potrebbero sbucare dalle “outtakes” di Harvest e dintorni (e nessuno si stupirebbe), perché in fondo Israel Nash Gripka è un revivalista della scena folk degli anni ’60, che ha avuto il merito di introdurre nel suo suono, elementi roots (influenzato per fare due nomi a caso da Dylan e Neil Young). Se amate lo Springsteen degli esordi, il Dylan di sempre, il Ryan Adams di Gold e Heartbreaker e il Neil Young di Harvest e On The Beach, questo disco fa per voi, in quanto il buon Israel Nash Gripka dimostra che la canzone d’autore americana, gode di buona salute, e in seguito Israel potrà essere un fedele compagno di viaggio, da condividere nella sua cruda e romantica poesia di strada.

Tino Montanari

La “Banda” Della Domenica Mattina. Band Of Heathens – Sunday Morning Record

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The Band Of Heathens – Sunday Morning Record – Boh Records/Blue Rose 2013

Band Of Heathens è il riuscito esperimento sonoro di un “ensemble” di musicisti che da qualche anno anima le notti di Austin, Texas, con il loro mix musicale che comprende country e blues, folk e roots rock, arrivando ad essere nominati come band dell’anno nella capitale mondiale proprio della roots music (Austin). I primi due album d’esordio sono stati dal vivo, Live From Momo’s (2006) e Live At Antone’s (2007), poi, sotto la produzione di Ray Wylie Hubbard, escono allo scoperto con il primo album di studio, intitolato semplicemente The Band Of Heathens (2008,) una delle migliori miscele di rock, country e blues (in una parola “americana”). La band non ha mai avuto un vero e proprio leader, in quanto gli autori dei brani erano tre, Ed Jurdi, Gordy Quist e Colin Brooks (tutti chitarristi), ben sostenuti da Seth Whitney al basso e da John Chipman alla batteria, formazione che ha inciso pure One Foot In The Ether (2009) e il notevole Top Hat Crown & The Clapmaster’s Son, dove spaziano tra la musica del Texas e la Louisiana (una-riuscita-miscela-di-black-ad-white-band-of-heathens-top.html).

Persi per strada durante gli anni Brian Keane (uno dei fondatori del gruppo) Seth Whitney, John Chipman e Colin Brooks, la band texana continua la sua incessante attività live, testimoniata dal bellissimo The Double Down (2012) contenente la bellezza di 24 canzoni (due confezioni ognuna con un CD e un DVD) con un suono potente da vera band americana, degni eredi di gruppi come Little Feat e The Band. A circa due anni dal precedente lavoro, pubblicano questo nuovo Sunday Morning Record scritto a quattro mani da Jurdy e Quist, (chitarre e voce) con una nuova line-up composta da Trevor Nealson al piano e tastiere, Richard Millsap alla batteria, e con la partecipazione di validi musicisti tra i quali, Ryan Big Bowman al contrabbasso, Nick Jay e Joshua Zarbo al basso, George Reiff alle chitarre e Ricky Ray Jackson alla pedal steel.

Il brano iniziale Shotgun  è un country rock cadenzato, a cui fanno seguire Caroline Williams dalla forte impronta cantautorale, e una Miss My Life, brano pop blues, dominato dall’uso della chitarra e pianoforte, mentre nella chitarra che accompagna Girl With Indigo Eyes rivive lo spirito acustico dei Grateful Dead. Si riparte con la tambureggiante Records In Bed e le tenue atmosfere anni ’70 di Since I’ve Been Home (ricorda anche le cose più delicate dei Beatles), mentre The Same Picture è una dolce melodia pop, con un buon impasto vocale. One More Trip accompagnata dalla pedal steel di Ricky Ray Jackson, sembra uscita dalla penna di Robbie Robertson (The Band), seguita dalla energia contagiosa di Shake The Foundation, un boogie-blues che invita a pigiare il tasto “replay” del lettore, per poi chiudere con la ballata riflessiva Had It All, e la canzone finale Texas, (una pura meraviglia) uscita dalla collaborazione dei due leader, una piccola poesia sostenuta dalle chitarre acustiche e dal pianoforte,

I “nuovi” The Band Of Heathens con Sunday Morning Record, un gioiellino da gustare per la sua atmosfera rilassata, e al tempo stesso intensa, promettono bene, iniziando un nuovo percorso musicale, dinamico e creativo, in grado di mantenerli ai vertici per molto tempo della scena Americana, perché quello che loro hanno in più rispetto ad altri gruppi, è la superba qualità delle canzoni, merce rara in questi anni difficili.

NDT: Da menzionare che nelle note di copertina del disco, vengono ricordati gli ex membri del gruppo Colin Brooks, Seth Whitney e John Chipman, a testimomianza dell’importanza avuta nella crescita del gruppo texano.

Tino Montanari

Novità Di Settembre Parte IIb. Sting, Allen Toussaint, Jack Johnson, Elvis Costello & Roots, Gov’t Mule, Bryan Ferry

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Seconda parte delle uscite di fine settembre e anche oggi tripla razione sul Post (ma non abituatevi). Alcuni dischi escono oggi, 24 settembre, altri sono già disponibili nei negozi, fisici e virtuali, da alcuni giorni.

A proposito di negozi in rete, una nota catena di vendita ha fatto pubblicare una versione Deluxe della Deluxe (scusate il bisticcio di parole) del nuovo album di Sting, The Last Ship, che oltre alla versione standard, alla versione in vinile e a quella Deluxe doppia con 5 tracce extra, sarà disponibile in una ulteriore con ulteriori 3 canzone aggiunte e, aggiungo io, ci hanno veramente rotto gli ex ministri Maroni, con tutte queste versioni. Al di là di questo il nuovo disco di Sting, dopo vari esperimenti con musica classica antica per liuto, dischi con orchestra, reunion con i Police, segnala un ritorno al suo vecchio suono, per quanto vario ed eclettico. Esce se su Cherrytreehouse/Interscope/A&M/Universal: fiati e orchestra non mancano, come l’immancabile Dominic Miller alle chitarre, più alcuni ospiti inconsueti. Ci sono la Wilson Family, un gruppo vocale, Jimmy Nail e Rachel Unthank alla voce, in un brano What Have We Got, di chiara impronta celtica e che vede la presenza di Katryn Tickell a cornamusa e violino, mentre l’altra sorella Becky Unthank appare in So To Speak (e fa piacere che Sting conosca e apprezzi uno dei gruppi migliori della scena folk inglese, tanto che Rachel appare anche nella versione con 8 brani nel secondo CD in una canzone Peggy’s Song). E per finire, nella Deluxe, diciamo normale, duetta anche con Brian Johnson degli AC/DC! Il tutto prodotto da Rob Mathes (Clapton, Elton John, Lou Reed, Carly Simon). E non è neanche brutto (e finiamola con “dalli allo Sting, per forza)!

Allen Toussaint, una delle leggende di New Orleans, dopo il disco “jazz” del 2009, The Bright Mississippi, prodotto da Joe Henry per la Nonesuch, che aveva a sua volta fatto seguito a quello in coppia con Elvis Costello, approda alla Rounder del gruppo Universal per questo Songbook dove rivisita il suo repertorio classico per voce e pianoforte (come aveva già fatto Randy Newman). Inutile dire che esiste anche una versione Deluxe CD+DVD, con una corposa sezione video di ben sedici tracce, oltre ad interviste varie e 5 brani in più nella versione audio.

Sempre distribuzione Universal (sono casualmente capitati tutto insieme), etichetta Brushfire/Republic, anche per il nuovo disco di Jack Johnson, From Here To Now To You, uscito il 17 settembre. Come nel precedente To The Sea Jack Johnson ha inserito qualche brano dal sound più “movimentato” rispetto alle sonorità prevalentemente acustiche dei dischi del passato. Tra gli ospiti l’immancabile Zach Gill degli ALO, che suona le tastiere,vibrafono, glockenspiel e fisarmonica e l’amico Ben Harper, che canta e suona l’immancabile Weissenborn. Bravo, disco molto piacevole, che piacerà ai fans e a molta gente sparsa per il mondo, ma non infiamma chi scrive.

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Anche il nuovo disco di Elvis Costello, in accoppiata con i neri americani The Roots (che sono comunque bravi), non ha infiammato la critica, con recensioni molto altalenanti. Copertina bruttina e minimale, Wise Up Ghost And Other Songs è uscito la scorsa settimana, il 17, per la Blue Note, ora del gruppo Universal (lo so, ma che ci posso fare, sono rimaste solo tre majors), ovviamente disponibile anche in versione Deluxe, ma di quelle “insidiose”, singole, ma con 3 brani in più. Ci sono fiati e archi a go-go aggiunti al tutto, ma non (mi) entusiasma, sentirò meglio.

Chi ha pensato bene, per tagliare la testa al topo, di uscire direttamente con una bella versione Deluxe doppia, sono i Gov’t Mule. Però c’è solo quella, non dovete scegliere tra 27 edizioni (anche se, per essere sinceri ed informati, la catena Best Buy negli States ne ha pubblicato una versione esclusiva con DVD aggiunto, ma allora ditelo!). E aggiungo che il disco in America sarebbe (è) su etichetta Blue Note e quindi Universal (!?!), ma in Europa esce per la Mascot/Provogue/Edel. La particolarità del CD sta nel fatto che gli undici nuovi brani vengono eseguiti nel primo dischetto dalla band senza ospiti, mentre nel secondo disco, in un altro ordine, vengono riproposti con vari musicisti che si alternano nelle differenti canzoni. Molti hanno detto, giustamente, che le versioni dei Gov’t Mule da soli sono decisamente migliori di quelle con gli ospiti, ma molti brani funzionano anche nelle versioni “maggiorate” e comunque il tutto costa poco più di un disco singolo, quindi consideratelo un “omaggio” di Warren Hayes e soci, una volta (e anche oggi) si chiamavano bonus discs! Questa la lista dei brani e ospiti vari del secondo disco, poi ci torniamo con la recensione completa:

1. “World Boss” with Ben Harper
2. “Funny Little Tragedy” with Elvis Costello
3. “Stoop So Low” with Dr. John
4. “Captured” with Jim James
5. “Whisper In Your Soul” with Grace Potter
6. “Scared To Live” with Toots Hibbert
7. “No Reward” with Glenn Hughes
8. “Bring On The Music” with Ty Taylor (Vintage Trouble)
9. “Forsaken Savior” with Dave Matthews
10. “Done Got Wise” with Myles Kennedy (Alter Bridge)
11. “When The World Gets Small” with Steve Winwood

Per la serie ne abbiamo fatte poche versioni, esce anche questo DVD di Bryan Ferry Live in Lyon Nuits De Fourvière (oui), registrato all’Anfiteatro di Lione nel corso dell’ultimo tour del 2011. Come Bonus c’è anche il making of di Olympia, il tutto per festeggiare 40 anni di carriera da solo e con i Roxy Music. Lo trovate in DVD, Blu-ray, DVD+CD, Blu-ray + DVD, Eagle Vision Edel, esce oggi 24 settembre. Vogliamo mettere anche i titoli? Ecco il retro della copertina:

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Domani il resto della novità ed altro.

Bruno Conti