Il Disco Country Dell’Anno? Anche Qualcosa In Più! The Highwomen

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The Highwomen – The Highwomen – Elektra/Warner CD

Quando qualche mese fa ho visto che tra le pubblicazioni in arrivo c’era l’esordio di un supergruppo country al femminile che fin dal nome, The Highwomen, era un diretto omaggio agli Highwaymen di Willie, Waylon, Cash e Kristofferson ho inizialmente pensato che si stesse scherzando col fuoco, ma quando ho ascoltato il disco sono rimasto letteralmente fulminato. L’idea iniziale di formare una band del genere è venuta ad Amanda Shires un giorno che, durante un lungo viaggio, ha constatato che nelle radio country americane passavano molte più canzoni di artisti maschili che femminili; Amanda ne ha parlato col produttore Dave Cobb, che le ha suggerito di contattare Brandi Carlile (non il primo nome che mi sarebbe venuto in mente, non perché non sia brava, anzi la considero una delle migliori giovani songwriters in circolazione, ma perché non è prettamente country), che ha accettato all’istante con entusiasmo. Le due hanno poi chiamato Maren Morris, stellina del country in rapida ascesa, e Natalie Hemby che è la meno popolare delle quattro in quanto più nota nell’ambiente di Nashville come autrice per conto terzi.

Le quattro hanno trovato subito l’intesa e hanno cominciato a scrivere canzoni con estrema facilità, ed il risultato finale è a mio parere uno dei più bei dischi del 2019, e non solo in ambito country (tra l’altro il successo è stato immediato, dato che in America è balzato subito al numero uno in classifica). Un album intenso e godibile, con almeno cinque grandi canzoni ed una cover spettacolare, con la Carlile che è indubbiamente leader ed anima del progetto (al punto da sembrare una country artist in tutto e per tutto): non è il primo supergruppo country al femminile (penso alle Pistol Annies, o andando ancora più indietro al Trio Harris-Parton-Ronstadt), ma questo CD sprigiona una magia rara. La produzione è ovviamente nelle mani di Cobb, che compare come al solito anche come chitarrista, mentre Brandi ha portato con sé i gemelli Phil e Tim Hanseroth, suoi abituali collaboratori, ed Amanda ha fatto lo stesso con il marito Jason Isbell (completano il quadro il tastierista Peter Levin ed il batterista Chris Powell, un habitué di Cobb). Per rendere ancora più saporito il piatto, troviamo alla voce in un paio di pezzi Sheryl Crow e la bravissima cantante country-soul inglese Yola, che ha esordito pochi mesi fa con l’ottimo Walk Through Fire, prodotto da Dan Auerbach.

Il disco parte alla grandissima con Highwomen, che non è altro che Highwayman di Jimmy Webb con il testo cambiato al femminile da Brandi e Amanda (chiaramente col permesso dell’autore), in cui le protagoniste sono rispettivamente un’immigrata dall’Honduras, una guaritrice impalata a Salem come strega, una combattente per la libertà degli afroamericani nei sixties (ed infatti in questa strofa la voce solista è di Yola) ed una predicatrice. E la cover è semplicemente formidabile, eseguita con pathos enorme e cantata in maniera sontuosa: non arrivo a dire che questa versione è superiore a quella degli Highwaymen, ma non è di certo così distante. Redisigning Women è il primo singolo, un brano scritto dalla Hemby in cui le quattro si alternano al canto, ed è una splendida country song cadenzata e dalla melodia scintillante, di quelle che dopo mezzo ascolto non ti escono più dalla testa. E’ il turno della Morris con la deliziosa Loose Change, altro pezzo dal ritmo pulsante e con un ritornello vincente ed evocativo, impreziosito da un bel lavoro di steel ed organo, mentre Crowded Table, che vede ancora tutte e quattro alle lead vocals, è una toccante ballata corale con il suono che ha più di un rimando agli anni settanta ed un altro refrain strepitoso: quattro canzoni una più bella dell’altra, un grande inizio.

Le ragazze non danno tregua: My Name Can’t Be Mama è un trascinante honky-tonk che potrebbe benissimo provenire dal Texas, gran ritmo e voci superbe. If She Ever Leaves Me è un lento intenso che affronta con molta delicatezza il tema dell’amore tra donne, ed infatti il brano (che è scritto dalla Shires insieme al marito) è affidato alla Carlile, omosessuale dichiarata e paladina per i diritti femminili; Old Soul, di e con Maren voce solista, è una country ballad dal ritmo sostenuto e sviluppo disteso, e precede l’elettrica e chitarristica Don’t Call Me (Shires + Carlile), che sembra quasi una versione al femminile di Johnny Cash, boom-chicka-boom compreso. My Only Child è un languido slow con la Hemby protagonista ed il solito ritornello di notevole impatto emotivo, mentre Heaven Is A Honky Tonk (scritta insieme a Ray LaMontagne) è un altro strepitoso country-rock coinvolgente al massimo e con una strofa cantata dalla Crow: una delle più belle del disco. Finale con la tenue Cocktail And A Song, dedicata dalla Shires al padre, e con la maestosa Wheels Of Laredo, splendida ballatona di Brandi che ha lo stile epico di certe cose di Kristofferson.

Album bellissimo e sorprendente, che come dicevo prima va oltre il concetto di country, e che sono sicuro ci farà compagnia a lungo nei prossimi mesi.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 6. Sarà Veramente Il Suo Ultimo Disco? Gli “Amici” Sono Comunque Accorsi A Frotte. Sheryl Crow – Threads

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Sheryl Crow – Threads – Valory/Universal – 30-08-2019

Lo aveva annunciato ed era in preparazione da più in anno, questo Threads, stando a quanto ha dichiarato la stessa Sheryl Crow, dovrebbe essere il suo ultimo disco di studio in assoluto. Poi ha dichiarato in una intervista che in futuro si dedicherà solamente a dei singoli saltuari!! “Perché l’album come forma d’arte è più che altro una forma d’arte morente”, aggiungendo che “la gente è molto più interessata ai singoli” e quindi in futuro le sue nuove canzoni, perché non ha intenzioni di ritirarsi, usciranno solo come singoli, mano a mano che saranno pronte. Ammesso e non concesso che sia vero, non ci vedo molto la brava Sheryl a sfornare tormentoni per l’estate, duetti (magari con rappers ed hip-hoppers), insomma può darsi che i singoli funzionino, ma forse non nel suo genere musicale, salvo non abbia capito tutto lei, cosa di cui mi permetto di dubitare, e gli sviluppi futuri del mercato discografico saranno effettivamente questi, vedremo.

Comunque nel frattempo la Crow ha chiamato a raccolta molti musicisti importanti (e un paio un po’ meno), inclusi amici ed ex fidanzati, per registrare questo album di duetti, con una serie di nuove composizioni della cantante americana, qualcuna pescata anche dal passato, come il duetto virtuale con Johnny Cash, Redemption Day, che l’Uomo In Nero, aveva già inciso, ed era poi stata pubblicato nel suo album postumo American VI, e che la stessa Sheryl aveva scritto e registrato per il suo disco omonimo del 1996. A duettare nel disco ci sono molte icone della musica come Keith Richards, Willie Nelson, Kris Kristofferson, Emmylou Harris, James Taylor, Sting, Eric Clapton, ma anche Stevie Nicks, Bonnie Raitt, Mavis Staples, Joe Walsh, Vince Gill, molti con cui ha già inciso in passato. Tra i “nuovi” troviamo anche Maren Morris Brandi Carlile, che curiosamente hanno formato un nuovo supergruppo, le Highwomen, insieme ad Amanda Shires, di cui troviamo il marito nel disco, Natalie Hemby, il cui omonimo disco di esordio, con perfetto tempismo, uscirà il 6 settembre.

Tra coloro che duettano con Sheryl Crow c’è anche Jason Isbell, il marito appunto della Shires, la nuova stella del country Chris Stapleton, Chuck D, il rapper, che non si capisce cosa ci faccia in questa compagnia (forse è per il discorso dei singoli futuri, si porta avanti), tra l’altro in un brano, dove appaiono anche Andra Day (una cantante nera tra nu soul, disco, R&B) e Gary Clark Jr. Tra i nuovi troviamo anche St. Vincent, le Lucius Margo Price, curiosamente però solo nella versione in vinile di questo Threads, perché nel CD a duettare con lei in Cross Creek Road, troviamo Lukas Nelson. Dovrei averli citati tutti, comunque qui sotto trovate la lista completa dei brani e degli accoppiamenti dei diversi artisti.

 Tracklist
1. Prove You Wrong (featuring Stevie Nicks and Maren Morris)
2. Live Wire (featuring Bonnie Raitt and Mavis Staples)
3. Tell Me When It’s Over (featuring Chris Stapleton)
4. Story Of Everything (featuring Chuck D, Andra Day, and Gary Clark Jr.)
5. Beware Of Darkness (featuring Eric Clapton, Sting, and Brandi Carlile)
6. Redemption Day (featuring Johnny Cash)
7. Cross Creek Road (featuring Lukas Nelson)
8. Everything Is Broken (featuring Jason Isbell)
9. The Worst (featuring Keith Richards)
10. Lonely Alone (featuring Willie Nelson)
11. Border Lord (featuring Kris Kristofferson)
12. Still The Good Old Days (featuring Joe Walsh) 

13. Wouldn’t Want To Be Like You (featuring St. Vincent)
14. Don’t (featuring Lucius)
15. Nobody’s Perfect (featuring Emmylou Harris)
16. Flying Blind (featuring James Taylor)
17. For The Sake Of Love (featuring Vince Gill)

Potenzialmente potrebbe essere un album molto interessante, anche se ci sono musicisti provenienti dai generi più disparati, che comunque Sheryl Crow ha più o meno frequentato tutti in passato. Se deve uscire di scena vuole farlo con il botto: sentiremo se sarà vero dopo il 30 agosto, quando è prevista l’uscita del disco, che è prodotto insieme a Jeff Trott, dalla stessa Crwo, Nel Post comunque potete già ascoltare alcune canzoni per farvi un’idea.

Bruno Conti

E Dopo L’Ex Marito E La Sua Band Principale, Anche La Piccola “Zingara” Ha Il Suo Triplo Antologico! Stevie Nicks – Stand Back 1981-2017

stevie nicks stand back box

Stevie Nicks – Stand Back 1981-2017 – Rhino/Warner CD – Deluxe 3CD

 Lo scorso anno mi sono occupato dell’ottima retrospettiva tripla Solo Anthology di Lindsey Buckingham https://discoclub.myblog.it/2018/10/16/un-esaustivo-viaggio-attraverso-la-carriera-solista-di-un-musicista-eccelso-ma-sottovalutato-lindsey-buckingham-solo-anthology/ , mentre ho soprasseduto per l’ennesimo greatest hits dedicato ai Fleetwood Mac (Don’t Stop), in quanto a parte un brano prima disponibile solo in download ed un paio di rarità prese dal vecchio box The Chain non presentava nulla che non fosse già noto. Ora è la volta dell’altro membro di punta dei Mac, ovvero Stevie Nicks, di pubblicare un triplo CD antologico che si occupa del suo periodo da solista (esiste anche una versione singola con il meglio dei tre dischetti), intitolato Stand Back 1981-2017. (NDM: mi scuso con Christine McVie se ho definito la Nicks “altro membro di punta”, ma il mio giudizio tiene conto della carriera fuori dal gruppo, e non è che quella della ex moglie del bassista dei Mac sia stata memorabile). Le mie sensazioni su questo triplo dedicato alla Nicks sono contrastanti, in quanto tra i 50 titoli compresi non c’è l’ombra di un inedito, mentre qualche chicca e rarità sì, ma alla fine penso che si poteva fare molto meglio, anche perché di retrospettive di Stevie sul mercato ce ne sono già altre (mentre quella dell’ex consorte Lindsey era la prima) e almeno una di esse, il box del 1998 Enchanted, di inediti ne conteneva eccome.

Sulla statura artistica della Nicks (non quella fisica, che è piuttosto limitata) penso di non dover spiegare nulla: dotata di una grande voce, Stevie è sempre stata un’ottima songwriter, ed anche se non fosse diventata popolare all’interno dei Mac sono convinto che sarebbe emersa comunque. Non tutto ciò che ha pubblicato da solista è stato impeccabile, ma a volte più per scelte sonore (leggi anni ottanta) che altro, ma all’attivo ha almeno un capolavoro (il “debutto” Bella Donna) ed altri buoni lavori di ottimo rock di stampo californiano; Stevie ha poi sempre avuto frequentazioni giuste in termini di musicisti, e di conseguenza nei suoi dischi troviamo nomi che solo a leggerli c’è da leccarsi i baffi: Tom Petty & The Heartbreakers al completo, Bob Dylan (nella cover della sua Just Like A Woman, dall’album Street Angel, assente però in questo triplo), Roy Bittan, Waddy Wachtel, Russ Kunkel, Tony Levin, Steve Lukather, Davey Johnstone, Kenny Aronoff, Bernie Leadon, gli stessi Buckingham e Mick Fleetwood…e qui mi fermo (ho volutamente omesso tutti quelli con cui ha duettato, anche perché buona parte li troviamo sul secondo CD). Ma veniamo appunto al contenuto di questo triplo.

CD1. Il primo dischetto offre una panoramica tratta dai vari album di Stevie, e stranamente Bella Donna è quello meno rappresentato con due sole selezioni, la potente e trascinante Edge Of Seventeen e la splendida e countreggiante After The Glitter Fades, una delle migliori ballate della bionda cantante di Phoenix. Ma non è che le belle canzoni manchino, a partire dall’orecchiabile Rooms On Fire, perfetto pop-rock californiano, per proseguire con la roccata Blue Denim, scritta con Mike Campbell che è anche responsabile del bel riff chitarristico, la toccante ballata pianistica Has Anyone Ever Written Anything For You, la pimpante e grintosa Long Way To Go e la squisita e bucolica For What It’s Worth (che non è quella dei Buffalo Springfield). Alcune scelte non potevano mancare, ma non incontrano i miei gusti a causa di sonorità troppo “ottantiane”, come il brano che intitola la raccolta (contraddistinto da un invadente synth), If Anyone Falls, una buona canzone che avrebbe beneficiato di un arrangiamento più leggero, Talk To Me, che invece sembra un brano commerciale alla Tina Turner, la quasi orripilante I Can’t Wait e Planets Of The Universe, una vibrante rock ballad dal suono però troppo gonfio.

CD2. Dischetto dedicato ai duetti, alcuni di essi davvero degni di nota, come la famosa e bellissima Stop Draggin’ My Heart Around con Tom Petty (presente come partner anche nella meno nota, ed anche meno bella, I Will Run To You), una divertente e gioiosa Santa Claus Is Coming To Town con Chris Isaak, un paio con Sheryl Crow (e You’re Not The One è piuttosto rara, in quanto proviene da un lato B di un singolo di Sheryl), le deliziose Leather And Lace e Too Far From Texas, rispettivamente con Don Henley e Natalie Maines, la bella e raffinata Cheaper Than Free con l’ex Eurythmics Dave Stewart, e la rockeggiante You Can’t Fix This con i Foo Fighters. Ci sono anche due duetti risalenti al 1978 con Kenny Loggins e Walter Egan, ed uno (la strepitosa Gold) del 1979 con John Stewart, che mi fanno domandare perché il periodo di tempo citato nel titolo dell’antologia parta dal 1981. Infine, avrei fatto a meno delle collaborazioni con i Lady Antebellum, addirittura due, LeAnn Rimes e Lana Del Rey. CD3. L’ultimo dischetto si occupa delle incisioni dal vivo, con alla fine una manciata di brani finiti su colonne sonore (ma ne mancano diversi). E qui è dove avrei insistito di più nel cercare di inserire degli inediti, invece di rivolgermi a versioni già conosciute, seppur di grande valore.

La maggior parte dei pezzi live fanno parte del songbook dei Fleetwood Mac, come Gold Dust Woman, Dreams, Angel e Rhiannon che sono tratti dal bonus CD della recente ristampa di Bella Donna, una Landslide con l’Orchestra Filarmonica di Melbourne (presa da un’altra antologia di Stevie, Crystal Visions) e Sara, che insieme alle cover di Crash Into Me della Dave Matthews Band e Circle Dance di Bonnie Raitt proviene dalle Soundstage Sessions, concerto dal quale possiamo riascoltare anche una travolgente Rock And Roll dei Led Zeppelin (che però è più rara in quanto compariva solo sul DVD), in cui la Nicks se la cava alla grandissima; come ultimo brano dal vivo, una strepitosa e “byrdsiana” rilettura del classico di Jackie DeShannon Needles And Pins ancora con Petty e gli Spezzacuori, che era sul  loro live del 1985 Pack Up The Plantation! Infine, cinque pezzi tratti da varie soundtracks, e se Blue Lamp (dal film Heavy Metal) e Sleeping Angel (da Fast Times At Ridgemont High) sono abbastanza note, If You Ever Did Believe, una rock song decisamente bella, e Crystal, entrambe dal film Practical Magic, lo sono molto meno. Il CD termina con la lenta ed intensa Your Hand I Will Never Let It Go, che essendo in origine sulla soundtrack di Book Of Henry del 2017, è il brano più recente della raccolta.

In definitiva, a parte il box Enchanted (che però si fermava al 1998), questo Stand Back 1981-2017 è la migliore antologia di Stevie Nicks presente sul mercato, ma ciò non toglie che si poteva fare qualcosa di più.

Marco Verdi

Un Buon Tributo, Nonostante I Pochi Grandi Nomi Presenti. VV.AA. – Imagine: John Lennon 75th Birthday Concert

john lennon 75th birthday concert

VV.AA. – Imagine: John Lennon 75th Birthday Concert – Blackbird 2CD – 2CD/DVD

Il 5 Dicembre del 2015 si è tenuto al Madison Square Garden di New York, non nell’arena principale ma nel più raccolto “The Theatre”, un concerto in cui un gruppo eterogeneo di artisti ha festeggiato quello che sarebbe stato il settantacinquesimo compleanno di John Lennon (che in realtà era nato il 9 Ottobre), anche se va detto che solo tre giorni dopo sarebbe caduto un anniversario ben più triste, cioè il trentacinquesimo anno dal suo assurdo assassinio per mano di Mark David Chapman. Con più di tre anni di ritardo la Blackbird (già responsabile dei recenti tributi live a Kris Kristofferson e Charlie Daniels) pubblica Imagine: John Lennon 75th Birthday Concert, resoconto completo di quella serata, venti canzoni equamente divise su due CD (è c’è anche una versione con il DVD accluso). Ed il concerto è bello, in molti tratti emozionante, grazie soprattutto ad alcuni ospiti di vaglia e ad una house band strepitosa (che comprende Lee Sklar al basso, Kenny Aronoff alla batteria, Greg Phillinganes alle tastiere, Sid McGinnis, ex chitarrista della band di Paul Shaffer al David Letterman Show, e Michey Raphael all’armonica), anche se rimane viva la sensazione che, data la statura del personaggio celebrato, si sarebbe potuto fare di più.

Infatti, a parte le assenze di entrambi i figli di John, Sean e Julian (ma dal punto di vista musicale non abbiamo perso molto), non mi spiego perché non siano stati presenti alcuni artisti che sarebbe stato logico vedere: penso naturalmente a Paul e Ringo, ma anche ad Elton John che, proprio al Garden, duettò con Lennon in una delle rarissime apparizioni live dell’ex Beatle negli anni settanta. Quelli che ci sono fanno comunque di tutto per omaggiare al meglio il grande artista di Liverpool, scegliendo diversi classici dal suo ampio songbook (Beatles compresi) e proponendo pure qualche brano non scontato, anche se nessuno ha avuto il “coraggio” di rifare la magnifica A Day In The Life, forse il brano più bello mai scritto da John (Neil Young, per esempio, l’ha suonata diverse volte negli ultimi anni, ed anche lo stesso McCartney). L’inizio della serata è rockeggiante, con uno Steven Tyler dal look più luciferino che mai alle prese con la mitica Come Together (già incisa in passato con gli Aerosmith), esecuzione potente e Steven meno sguaiato del solito. Brandon Flowers, leader dei Killers, è uno che sa cantare, e lo dimostra prima con una scintillante versione della splendida Instant Karma, e poi in trio con Chris Stapleton e Sheryl Crow con una fluida e suadente Don’t Let Me Down, grinta e classe unite insieme.

Pat Monahan non è certo un fuoriclasse, ma Jealous Guy è talmente bella che gli basta cantarla senza strafare, e poi il finale in crescendo soul-gospel è decisamente intrigante, mentre la Crow, stavolta da sola, rocca da par suo con una godibilissima A Hard Day’s Night. Il primo ospite d’onore è il grande John Fogerty (che somiglia sempre più a Mal dei Primitives) con la deliziosa In My Life, un brano che l’ex Creedence introduce come il suo preferito anche se l’esecuzione è stranamente di basso profilo, con John che sembra quasi intimidito; per contro, il soul singer Aloe Blacc stupisce ed emoziona con una fulgida Watching The Wheels, accompagnato solo dal pianoforte e cantata con una voce mica male. Non conoscevo il cantante colombiano Juanes, ma la sua Woman è riuscita e piacevole nonostante un arrangiamento molto pop (ma era così anche l’originale), mentre la Texas band Spoon affronta con grinta e buona sicurezza Hey Bulldog, non certo uno dei brani più noti dei Fab Four. Il primo CD si chiude in maniera strepitosa con la strana coppia formata da Kris Kristofferson e Tom Morello che rifanno Working Class Hero: canzone perfetta per Kris, che si conferma un interprete carismatico con una performance da brividi, tra le migliori della serata (ma anche Tom fa la sua figura). Il secondo dischetto inizia con un altro trio formato dalla Crow, Blacc e Peter Frampton (la cui zazzera degli anni settanta è ormai un ricordo), alle prese con un’intensa e coinvolgente rilettura del classico stagionale Happy Christmas (War Is Over), perfettamente in tema dato che il concerto si teneva a Dicembre.

Torna anche Fogerty e questa volta non delude, rilasciando una interpretazione grintosa e piena di anima della nota Give Peace A Chance, mentre ho tremato quando ho visto che Mother, forse la canzone più drammatica di tutto il songbook lennoniano, era stata affidata al gruppo hip-hop The Roots: l’introduzione in puro stile rap non faceva presagire bene, ma fortunatamente dopo appena un minuto è iniziata la canzone vera e propria ed i nostri se la sono cavata più che dignitosamente. Eric Church non manca quasi mai in questi tributi, e la sua Mind Games ne esce abbastanza bene (più per la bellezza del brano stesso che per la bravura di Eric); Aloe Blacc torna per la terza volta con una Steel And Glass ricca di pathos (e ripeto, che voce), mentre Frampton affronta con classe la deliziosa Norwegian Wood in veste acustica. E’ la volta di due Outlaws originali, Willie Nelson ed ancora Kristofferson, insieme ad uno di nuova generazione, Chris Stapleton, con una You’ve Got To Hide Your Love Away davvero intensa, altro magic moment dello show (Chris è la voce solista, mentre Willie e Kris si limitano ai controcanti); Power To The People non è mai stato tra i miei pezzi preferiti di Lennon, e Tom Morello la tira un po’ troppo per le lunghe, anche se come chitarrista bisogna lasciarlo stare. Willie Nelson aveva rifatto Yesterday in maniera straordinaria nel bellissimo The Art Of McCartney, e in quella serata non poteva che toccargli Imagine, eseguita anch’essa con un feeling da pelle d’oca, rilettura tutta giocata su piano, armonica, Trigger, sezione ritmica e la voce incredibile del texano, in grado davvero di far sua qualsiasi melodia. Gran finale con la prevedibile All You Need Is Love, tutti insieme sul palco (sale anche Yoko Ono) per una versione corale decisamente toccante.

Un buon tributo quindi, anche se, ripeto, uno come John Lennon avrebbe come minimo meritato la presenza dei suoi ex compagni di gioventù.

Marco Verdi

Ed Anche Quest’Anno Si Conferma L’Equazione: Natale = Live Degli Stones! The Rolling Stones – Voodoo Lounge Uncut

rolling stones voodoo lounge uncut

The Rolling Stones – Voodoo Lounge Uncut – Eagle Rock/Universal DVD – BluRay – 2CD/DVD – 2CD/BluRay

Per i primi trent’anni della loro inimitabile carriera, non è che la discografia live dei Rolling Stones rispecchiasse fedelmente la loro bravura dal vivo: a parte il fondamentale Get Yer Ya Ya’s Out del 1970, per anni i nostri non erano stati in grado di regalare ai fans un album dal vivo come Dio comandava (Got Live If You Want It era una mezza presa in giro, Love You Live era bello ma avrebbe potuto essere molto meglio, e sia Still Life che Flashpoint erano piuttosto deludenti). Poi, dallo splendido Stripped del 1995 in avanti, le Pietre si sono messe a pubblicare dischi live con una regolarità impressionante, abbinando quantità a qualità, e molti di essi sono stati messi in commercio nel periodo tardo autunnale, in tempo per lo shopping natalizio, sia per quanto riguarda i concerti d’archivio (fuori e dentro la serie From The Vault https://discoclub.myblog.it/2018/05/26/dagli-archivi-senza-fine-a-luglio-un-nuovo-capitolo-della-saga-rolling-stones-from-the-vault-no-security-san-jose-99/ ), sia per quelli “contemporanei” (Sweet Summer Sun, Havana Moon). Non si sottrae alla regola questo Voodoo Lounge Uncut, che esce nelle solite varie configurazioni audio e video, e che come suggerisce il titolo proviene dal tour intrapreso in supporto all’album Voodoo Lounge del 1994, lo stesso giro di spettacoli che aveva dato vita a Stripped (ed al suo monumentale ed imperdibile seguito, Totally Strippedhttps://discoclub.myblog.it/2016/06/24/21-anni-fa-era-imperdibile-ora-indispensabile-the-rolling-stones-totally-stripped/ .

Voodoo Lounge aveva segnato il ritorno alla forma ottimale per il gruppo di Mick Jagger, Keith Richards, Ronnie Wood e Charlie Watts (era infatti il primo lavoro senza il bassista Bill Wyman), un grande disco che vedeva all’opera una band ispirata e decisamente “sul pezzo” dopo una decade, gli anni ottanta, che aveva riservato a loro ed ai fans quasi solo delusioni (anche se Steel Wheels del 1989 mostrava qualche segnale di ripresa): un album quindi che si poteva tranquillamente definire come il loro migliore da Some Girls (Tattoo You, pur ottimo, era formato all’80% da outtakes rimaneggiate, alcune anche con dieci anni sulle spalle), e che si rivelerà più riuscito anche dei suoi due seguiti composti da materiale originale, Bridges To Babylon e A Bigger Bang. Anche la tournée seguente vedeva i nostri in forma eccellente, come se fossero ancora negli anni settanta, aiutati da una superband che li accompagnerà per molti anni, e che in molte individualità è con loro ancora oggi (Darryl Jones al basso, Chuck Leavell alle tastiere, la sezione fiati di quattro elementi guidata dall’ormai scomparso Bobby Keys, ed un trio di coristi formato da Lisa Fisher, Blondie Chaplin e Bernard Fowler): Voodoo Lounge Uncut ci presenta una splendida serata del 25 Novembre 1994 al Joe Robbie Stadium di Miami, che non è del tutto inedita in quanto all’epoca era uscita su VHS e su LaserDisc: qui però abbiamo per la prima volta il concerto anche in versione audio e, soprattutto, completo, dato che allora erano state “tagliate” ben dieci canzoni (da qui l’Uncut del titolo). E la serata è, manco a dirlo, strepitosa, con gli Stones in forma spettacolare e con una scaletta che riserva anche più di una sorpresa, non limitandosi soltanto a riproporre i loro successi (che comunque non mancano di certo).

Dopo un’introduzione da parte dell’attrice Whoopi Goldberg, il concerto inizia in maniera insolita, e cioè con la tambureggiante Not Fade Away, evergreen di Buddy Holly che i nostri incisero in gioventù. Poi però il rock’n’roll prende subito il sopravvento, con due classici da Exile On Main Street, la ruspante Tumbling Dice ed una Rocks Off più trascinante che mai, inframmezzate da uno dei brani all’epoca nuovi, cioè la potente You Got Me Rocking. A dire il vero i pezzi tratti da Voodoo Lounge non sono molti altri, solo la torrida I Go Wild, la graffiante Sparks Will Fly, puro rock’n’roll Stones-style, e la toccante The Worst, cantata da Richards con la consueta voce imperfetta ma piena di feeling (ed accoppiata alla guizzante Before They Make Me Run, sempre molto apprezzata). Come dicevo, le hits non mancano (Satisfaction, posta stranamente in settima posizione nella setlist, la ballatona Angie, Miss You, che fa ballare tutto lo stadio, Honky Tonk Women, Sympathy For The Devil), ma ci sono anche diverse chicche come lo splendido errebi Beast Of Burden (grande versione), la poco nota Doo Doo Doo Doo Doo (Heartbreaker) e, dagli anni sessanta, una scintillante It’s All Over Now e la quasi dimenticata Monkey Man. Ma il magic moment dello show, almeno secondo me, è un uno-due a tutto country-rock formato da Dead Flowers e Sweet Virginia, due canzoni meravigliose che in quella sera brillano ancor più di luce propria, una più bella dell’altra.

In una serata speciale non possono mancare gli ospiti, a partire dalla bella Sheryl Crow (all’epoca molto in auge), alle prese con la vintage Live With Me (performance per la verità un po’ tirata via), e soprattutto con un doppio momento blues, prima con Robert Cray che canta e suona da par suo sulle note di Stop Breaking Down Blues di Robert Johnson, e poi con il leggendario Bo Diddley e la sua chitarra rettangolare con una infuocata Who Do You Love?, versione formidabile, tra le migliori prestazioni della serata. Infine, solita chiusura micidiale con cinque classici rock’n’roll uno di fila all’altro, Street Fighting Man, Start Me Up, It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It), Brown Sugar e Jumpin’ Jack Flash, canzoni ascoltate mille volte ma che ogni sera i nostri suonano come se fossero ancora giovani ed affamati. Il DVD (o BluRay) offre anche cinque pezzi bonus, tratti da una serata al Giants Stadium in New Jersey, che però non ho ancora visto in quanto ho fatto questa recensione sulla parte audio (per la cronaca, i brani sono Shattered, Out Of Tears, All Down The Line, I Can’t Get Next To You dei Temptations e Happy).

Altro grande concerto ed altro documento prezioso quindi; l’anno prossimo i Rolling Stones porteranno il loro No Filter Tour negli Stati Uniti per tredici serate: scommettiamo che il prossimo live album sarà tratto da uno di questi concerti? Magari Chicago?

Marco Verdi

Prossime Uscite Autunnali 11. Rolling Stones – Voodoo Lounge Uncut. Questo Invece Non E’ Inutile, E’ Decisamente Interessante: Esce Sempre Il 16 Novembre.

rolling stones voodoo lounge uncut

Rolling Stones – Voodoo Lounge Uncut – 2CD/DVD – 2CD/Blu-ray – DVD – Blu-ray – 3LP – Eagle Rock/Universal -16-11-2018

Oltre alla ristampa fondamentalmente inutile per il 50° di Beggars Banquet di cui vi abbiamo parlato ieri, i Rolling Stones annunciano per lo stesso giorno anche la “ristampa” di questo Voodoo Lounge Uncut. A voler essere precisi e pignoli il concerto era uscito nel 1995 in VHS come Voodoo Lounge Live (e se non ricordo male anche come CD-ROM!), poi in DVD dal 1998, ma tutte le versioni sono fuori produzione da anni. Si tratta di un concerto filmato al Joe Robbie Stadium di Miami in Florida il 25 novembre del 1994 durante il Voodoo Lounge Tour, trasmesso integralmente come speciale per la televisione pay-per-view. Delle 27 canzoni complessive eseguite nella serata, solo 17 furono poi pubblicate nelle versioni video dell’epoca, ma non uscì nessun CD o LP con la parte audio, seppure parziale.

Ora è stato annunciato che il concerto integrale senza tagli e nella sequenza originale dei brani, diretto dal regista David Mallett (specializzato in video musicali) e presentato da Whoopi Goldberg, uscirà per la Eagle Rock nei diversi formati che potete leggere sopra. Come bonus nella parte video ci saranno anche 5 brani eseguiti al Giants Stadium, New Jersey qualche tempo prima, il 14 agosto. Alla serata come ospiti speciali parteciparono Sheryl Crow, Robert Cray e Bo Diddley e il palcoscenico super tecnologico formato cyberworld era quello faraonico e fantasmagorico dei concerti degli Stones degli anni ’90 (quelli della rinascita della band come formidabile entità dal vivo) con altri otto musicisti sul palco oltre a Jagger, Richards, Wood Watts. Ecco quindi il contenuto completo dei vari formati previsti in uscita il 16 novembre p.v.

BONUS PERFORMANCES FROM GIANTS STADIUM, NEW JERSEY

1. Shattered 2. Out Of Tears 3. All Down The Line 4. I Can’t Get Next To You 5. Happy https://www.youtube.com/watch?v=DiOSG1O6cKA

Tracklist
[DVD or Blu-ray]
1. Whoopi Goldberg Intro
2. Not Fade Away
3. Tumbling Dice
4. You Got Me Rocking
5. Rocks Off
6. Sparks Will Fly
7. Live With Me
8. (I Can’t Get No) Satisfaction
9. Beast Of Burden
10. Angie
11. Dead Flowers
12. Sweet Virginia
13. Doo Doo Doo Doo Doo (Heartbreaker)
14. It’s All Over Now
15. Stop Breakin’ Down Blues
16. Who Do You Love?
17. I Go Wild
18. Miss You
19. Honky Tonk Women
20. Before They Make Me Run
21. The Worst
22. Sympathy For The Devil
23. Monkey Man
24. Street Fighting Man
25. Start Me Up
26. It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It)
27. Brown Sugar
28. Jumpin’ Jack Flash

[CD1]
1. Whoopi Goldberg Intro
2. Not Fade Away
3. Tumbling Dice
4. You Got Me Rocking
5. Rocks Off
6. Sparks Will Fly
7. Live With Me
8. (I Can’t Get No) Satisfaction
9. Beast Of Burden
10. Angie
11. Dead Flowers
12. Sweet Virginia
13. Doo Doo Doo Doo Doo (Heartbreaker)
14. It’s All Over Now
15. Stop Breakin’ Down Blues
16. Who Do You Love?

[CD2]
1. I Go Wild
2. Miss You
3. Honky Tonk Women
4. Before They Make Me Run
5. The Worst
6. Sympathy For The Devil
7. Monkey Man
8. Street Fighting Man
9. Start Me Up
10. It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It)
11. Brown Sugar
12. Jumpin’ Jack Flash

Nei prossimi giorni altre interessanti e sfiziose uscite previste nel periodo autunnale, oltre alle solite recensioni abituali.

Bruno Conti

Da Nashville, Tennessee Un Bravissimo Rock Troubadour Americano. Will Hoge – Anchors

will hoge anchors

Will Hoge – Anchors – Edl Records/Thirty Tigers

Will Hoge non è un novellino, esordisce nel 2001 con Carousel pubblicato dalla Atlantic (ma ne aveva già pubblicato uno autogestito nel 1997 Spoonful – Tales Begin To Spin), presentandosi come un cantautore rock abbastanza tirato, non molto dissimile (salvo forse nel talento) dall’amico Dan Baird dei Georgia Satellites, che gli dà una mano in questo primo album per una major, discreto ma non memorabile, senza una direzione musicale ben definita. L’Atlantic gli dà fiducia e nel 2003 esce un nuovo album per loro, Blackbird On A Lonely Wire: Baird non c’è più, ma il chitarrista che lo sostituisce non scherza, tale Brian Layson, che oggi è uno dei sessionmen più apprezzati a Nashville, tra gli ospiti troviamo la rocker Michelle Branch, Rami Jaffee dei Wallflowers all’organo, e un sound che rimane energico ma vira verso un buon blue collar rock con elementi jangle. Naturalmente il disco non vende e Hoge viene scaricato, ma persiste con la sua musica, pubblicando un terzetto di album per la Rykodisc negli anni che vanno tra il 2007 e il 2009, tra cui Draw The Curtains, di nuovo con Baird e Jafee, ma anche Garrison Starr; Pat Buchanan Reese Wynans, che mostra una vena sudista e The Wreckage, forse il suo migliore fino ad oggi, prodotto da Ken Coomer dei Wilco, che suona anche la batteria nel disco, dove appare la futura Pistol Annie Ashley Monroe e il bravissimo chitarrista Kenny Vaughan dei Fabulous Superlatives di Marty Stuart, disco che vira verso un country(rock) di qualità, già presente comunque anche negli album precedenti e che contiene Even If It Breaks Your Heart, che gli frutterà un numero 1 nelle classifiche country nella versione della Eli Young Band.

Pure in Number Seven, a dimostrazione della stima di cui gode Hoge tra i colleghi arriva come ospite Vince Gill, e ad affiancare Vaughan come chitarrista ci sono anche Carl Broemel dei My Morning Jacket, Bucky Baxter alla pedal steel e Kenny Greenberg. Senza dimenticare che comunque nei dischi di Will suona spesso anche la band con cui gira l’America per concerti. Finito il periodo Rykodisc Hoge pubblica due ulteriori dischi a livello indipendente, Never Give In, che grazie alla presenza di Doug Lancio alla chitarra, tra i tantissimi musicisti impiegati, molti gli stessi dei dischi precedenti, indica una influenza di Hiatt, ma anche Mellencamp e Bob Seger vengono citati tra le fonti di ispirazione e l’ultimo Small Town Dreams,sempre per la piccola etichetta di Nashville, la Cumberland Records, disco che conferma le bontà delle sue composizioni (non a caso tra quelli che firmano i brani con lui c’è un certo Chris Stapleton) e le influenze country-rock, roots e blue collar, con una predilezione per le ballate.

Come si evince da questa lunghissima introduzione (ma il personaggio merita) Will Hoge è uno di quelli bravi, come conferma il nuovo Anchors, disco numero 10 della sua discografia, autoprodotto per la propria etichetta Edl Records e poi affidato alla eccellente Thirty Tigers che ne cura la distribuzione. Nel frattempo il nostro amico ha sciolto la band che lo accompagnava nei concerti, girando da solo nel 2016, solo voce, chitarra e tastiere (ma nei suoi dischi lo ha sempre fatto, suonando anche armonica e vibrafono) e preparando le canzoni per il nuovo album, dove si produce da solo, ma utilizza ancora una volta ottimi musicisti come Jerry Roe, batterista (Emmylou Harris & Rodney Crowell, ma anche l’ultimo ottimo di Shannon McNally) il bassista Dominic Davis (Jack White, Wanda Jackson; Luther Dickinson, Jim Lauderdale) e i due chitarristi Brad Rice (Son Volt, Rayn Adams) Thom Donovan (Ruby Amanfu e in passato Robert Plant), Dave Cohen al piano (anche lui con Shannon McNally di recente) oltre a Fats Kaplin, violino, mandolino e pedal steel, nonché una piccola sezione fiati in un brano. Come ospite, a duettare in un pezzo è presente Sheryl Crow, che è la seconda voce in Little Bit Of Rust, uno dei pezzi più country del disco, una bella ballata midtempo rootsy-rock con uso di mandolino e violino affidati a Kaplin e un tagliente assolo di slide che non guasta, tra le migliori del disco, che comunque mantiene un ammirevole elevato livello qualitativo in tutti i gli undici brani che lo compongono.

Per intenderci siamo dalle parti di quei troubadours alla Hayes Carll, Pat Green Jack Ingram, forse non dei numeri uno, ma comunque ottimi autori e cantanti. Will Hoge ha una voce leggermente roca e vissuta il giusto, come confermano brani come la splendida southern ballad Cold Night In Santa Fe, che ha profumi che rimandano addirittura alla Band. Ottima anche l’iniziale The Reckoning, una country song cadenzata che ricorda i primi Son Volt o i Wilco, quelli più melodici e avvolgenti, con un bel lavoro elettroacustico delle chitarre, oppure la deliziosa 17, una canzone dove qualcuno ha visto delle analogie con il miglior Bob Seger degli anni ’70, e quando entrano i fiati nel finale e una slide di nuovo a tagliare in due il brano, qualche elemento del Van Morrison californiano aggiungerei io, ebbene sì è così bella. Young As We Will Ever Be rimanda al jingle jangle del miglior Tom Petty, con le chitarre spiegate e un assolo alla Mike Campbell; groove e ambiente sonoro poi replicati anche nell’eccellente Baby’s Eyes che è più dalle parti di Wildflowers, con qualche tocco anche alla George Harrison, sempre bella comunque.

The Grand Charade è un’altra ballatona di quelle malinconiche e dolenti, brani come quelli che si trovano nei migliori dischi country dei cantanti californiani degli anni ’70, con un bel lavoro del piano di David Cohen. Non manca il R&R a tutte chitarre presente nei dischi precedenti e (This Ain’t) An Original Sin ne è un ottimo esempio, ritmo, grinta, sudore, coretti springsteeniani e riff a tutto spiano, per un brano da sentire a volume adeguato mentre viaggiate in automobile. Will Hoge veleggia per i 45 anni e tiene famiglia, ma ogni tanto gli scappa la ballata “amorosa” come la delicata Through Missing You, con un breve assolo di slide degno del miglior David Lindley. Per non dire della splendida Angels Wings una country ballad di quelle perfette nobilitata dal grande lavoro di Fats Kaplin alla pedal steel, brano che rimanda di nuovo alle canzoni più emozionanti del Bob Seger targato anni ’70 con una interpretazione vocale veramente ispirata di Will Hoge. Manca ancora la title-track Anchors (come avrete notato i brani non appaiono nella recensione nella sequenza del disco, ma in fondo chi se ne frega), un altro mid-tempo dall’andatura riflessiva e sobria, dove le chitarre acustiche ed elettriche costruiscono ancora una volta una sognante atmosfera sonora di grande impatto emotivo per l’ascoltatore, Per il sottoscritto, fino a questo punto, il disco è una delle più piacevoli sorprese del 2017. Peccato non averlo visto quando è venuto in Italia all’anteprima del Buscadero Day il 4 luglio scorso.

Bruno Conti

Peccato Perché E’ Bravo, Ma Non Basta. John Mayer – The Search For Everything

john mayer the search for everything

John Mayer – The Search For Everything – Columbia/Sony

Mmmhhh, maaah?! Perché questa presentazione quasi onomatopeica? Non lo so, mi è venuta così. O meglio un’idea ce l’avrei: di solito in una recensione la prima cosa che si scrive è il giudizio critico, le classiche stellette o il voto numerico, ebbene, se vi interessa, tradotto in voti scolastici è forse un 5- -, il classico “il ragazzo è bravo, ma non si impegna”!. A parte a cercare di accontentare la sua casa discografica, a cui ha dato una serie di album che quando sono andati male sono arrivati comunque al 2° posto delle classifiche di Billboard, ma le cui vendite, in un mercato in continuo calo, dai 2 milioni e passa di Heavier Things del 2003 sono arrivati alle 500.000 copie circa dell’ultimo Paradise Valley, ma al giorno d’oggi bisogna contare anche i download e le visualizzazioni su YouTube e Spotify. Perché in fondo John Mayer deve vivere in due mondi diversi: il “bel fioeu” (si dice così al nord), fidanzato con Jessica Simpson, Jennifer Aniston, Katy Perry e Taylor Swift, per citarne solo alcune, e il grande appassionato di Eric Clapton, nonché il nuovo chitarrista dei  Dead & Co, che si è imparato tutto il repertorio dei Grateful Dead, per andare in tour con loro.

Dopo due album come Born And Raised e il citato Paradise Valley, dove, anche grazie alla produzione di Don Was, sembrava avere prevalso il secondo, in questo The Search For Everything torna il Mayer più tamarro, il quasi “gemello” di Keith Urban, in quel caso un country-pop pasticciato e mediocre, nel disco in esame un neo-soul-pop-rock, molto morbido e all’acqua di rose, dove il ritorno di Steve Jordan, alla batteria, ma non alla produzione, e Pino Palladino al basso, oltre al bravo Larry Goldings  alle tastiere, non serve a salvare il lavoro a livello qualitativo. Anche la presenza di Cary Grant alla tromba in un brano (ma non era morto? Si scherza) non risolleva le sorti del disco, peraltro già parzialmente pubblicato a rate in due EP usciti nella prima parte del 2017 come Wave One e Wave Two, quindi otto dei dodici brani totali si erano già sentiti, e i restanti quattro non sono così formidabili da ribaltare il giudizio. Siamo di fronte al classico disco da ascoltare come musica di sottofondo in qualche party sofisticato (non disturba neanche) o se esistesse ancora la filodiffusione negli ospedali sarebbe l’ideale per anestetizzare le preoccupazioni dei pazienti.

E se mi passate il gioco di parole bisogna essere veramente pazienti per ascoltare questo The Search For Everything: dal malinconico (nel testo, e questo è il sentimento che prevale nell’album) neo-soul soporifero con “ardito” falsetto di una Still Feel Like Your Man dedicata alla non dimenticata Katy Perry, alla morbida ballata acustica Emoji Of A Wave, che non è disprezzabile, intima e delicata, anche se al solito forse troppo carica nella produzione a cura dello stesso Mayer e del suo storico ingegnere del suono Chad Franscowiak,, non male comunque, anche grazie alle armonie vocali di Al Jardine dei Beach Boys. Helpless è un funky-rock non malvagio dove John Mayer arrota la chitarra nel suo miglior stile alla Clapton, ma poi vira verso un sound alla Clapton anni ’80 o Lenny Krarvitz, con coretti insulsi, però la solista viaggia, peccato non la suoni di più nel disco, lui è veramente bravo come chitarrista. Love On The Weekend ripristina il John Mayer Trio solo con Jordan e Palladino, ma purtroppo è un’altra ballata “moderna” con suoni molto pensati per la radio di oggi, poca grinta e molto pop. Meglio In The Blood, non un capolavoro, ma la lap steel di Greg Leisz e la seconda voce di Sheryl Crow aggiungono un poco di pepe al brano, che comunque fatica a decollare, molto Nashville Pop Country, con la solita chitarra che non basta a salvare il tutto.

Changin’, nonostante il titolo, non cambia molto, ma è una ballata piacevole e ben suonata, con Mayer al piano oltre che alla chitarra, Goldings all’organo e Leisz che passa al dobro, forse il brano che ricorda di più gli ultimi due dischi. Theme For “Search For Everything”, è un breve strumentale, con arrangiamento di archi aggiunto, dove Mayer si produce all’acustica, senza infamia e senza lode. Moving On And Getting Over sembra un brano del George Benson anni ‘80, funky “sintetico” e mellifluo, ma non è un complimento, e pure il falsetto non fa impazzire, a meno che non amiate il genere. Ancora piano e archi per una ballata strappalacrime come Never On The Day You Leave, molto simile a mille altre già sentite. Rosie è un mosso mid-tempo in cui qualcuno ha ravvisato analogie con Hall & Oates, ma a me sembra sempre il Clapton anni ’80, nonostante i fiati con Cary Grant. Finalmente un po’ di vita e di rock in Roll It On Home con doppia batteria, uno è Jim Keltner, più Greg Leisz alla pedal steel, sembra sempre Clapton, ma quello buono. You’re Gonna Live Forever On Me è una ennesima ballata, solo voce, piano e archi, ricorda vagamente un brano à la Billy Joel, discreto. Speriamo nel prossimo album.

Bruno Conti  

Un Disco Più Da “Cantautore Classico”, Ma Sempre Grande Musica! Rodney Crowell – Close Ties

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Rodney Crowell – Close Ties – New West CD

Rodney Crowell è giustamente uno dei più apprezzati songwriters americani, fin dagli esordi nella seconda metà degli anni settanta con i suoi primi tre dischi, album di ottimo Texas country nei quali trovavano spazio le due canzoni per le quali è più conosciuto, Ain’t Living Long Like This (anche il titolo del suo debutto del 1977) e ‘Til I Gain Control Again, ma anche altri brani resi popolari da altri, come An American Dream (Nitty Gritty Dirt Band), Shame On The Moon (Bob Seger) e Stars On The Water (Jimmy Buffett). Crowell è uno di quegli artisti che difficilmente sbaglia un disco, in quanto anche negli anni ottanta, decade di maggior popolarità per lui soprattutto con l’album Diamonds & Dirt, non ha mai perso di vista la qualità; dopo che gli anni novanta lo hanno visto piuttosto nelle retrovie, con il nuovo millennio Rodney ha ricominciato a fare musica con regolarità ed ottimi risultati, grazie a dischi come The Houston Kid, Fate’s Right Hand e The Outsider. L’ultimo suo lavoro da solista (in mezzo ci sono infatti i due bellissimi album con Emmylou Harris, della cui band il nostro è stato in passato chitarrista) è Tarpaper Sky (2014), a mio parere il suo album migliore tra quelli pubblicati negli ultimi quindici anni, un disco ispiratissimo e con alcune tra le sue canzoni migliori come le splendide The Long Journey Home ed il toccante omaggio a John Denver Oh What A Beautiful World; a tre anni di distanza Rodney ci consegna un CD nuovo di zecca, Close Ties, un lavoro molto diverso dal suo predecessore.

Se infatti Tarpaper Sky era contraddistinto da sonorità decisamente countryeggianti e da brani diretti ed orecchiabili, Close Ties è una collezione di canzoni dall’approccio molto più intimo, pacato, chiaramente cantautorale, con una strumentazione in gran parte acustica e la sezione ritmica neppure presente in tutti i dieci brani. L’influenza principale del disco è sicuramente Guy Clark, sia per il tipo di sonorità sia per il fatto che la sua figura è protagonista anche a livello di testi in due dei brani chiave del disco, non nel senso che ne è co-autore ma proprio perché viene nominato: Guy in passato è stato fondamentale per l’inizio della carriera di Crowell, lo ha aiutato a muovere i primi passi (insieme all’amico Townes Van Zandt), e questo Rodney non lo ha certamente dimenticato: Close Ties si può quindi considerare come un sincero omaggio a Clark (ed anche a sua moglie, come vedremo) ad un anno circa dalla sua scomparsa. Tra i pochi sessionmen presenti, vorrei citare almeno Steuart Smith, Tommy Emmanuel, Audley Freed e Richard Bennett, quattro ottimi chitarristi che hanno contribuito in maniera fondamentale alla riuscita del disco (e ci sono anche due duetti vocali che vedremo tra breve). Apre l’album l’autobiografica East Houston Blues, un country-blues acustico dal sapore rurale, caratterizzato da un ottimo intreccio chitarristico tra Rodney ed Emmanuel ed una leggerissima percussione; anche Reckless ha un arrangiamento stripped-down, ma il suono è ricco, con ben tre chitarristi ed un organo a pompa, ed un motivo di ispirazione western piuttosto cupo, ma dal grande pathos, mentre Life Without Susanna, dedicato proprio alla moglie di Clark, ha un ritmo più sostenuto ed un suono corposo, merito anche di un pianoforte e della sezione ritmica: gran bella canzone, comunque.

Niente affatto male neppure It Ain’t Over Yet, una country song discorsiva nel tipico stile del nostro, impreziosita degli interventi vocali di John Paul White e dall’ex moglie di Rodney Rosanne Cash, con una strumentazione parca ma decisamente fluida; I Don’t Care Anymore prosegue con il mood intimista, altra ballata dal passo cantautorale  con un leggero feeling blues ed un crescendo progressivo di sicuro impatto, mentre I’m Tied To Ya è un duetto con Sheryl Crow, un altro slow dal passo malinconico e con i soliti ottimi passaggi strumentali (tra cui uno dei rari assoli elettrici del disco): la bella voce di Sheryl, dal canto suo, aggiunge profondità al pezzo. La pianistica Forgive Me Annabelle è splendida, con una melodia toccante e profonda, cantata con grande sentimento da Crowell, probabilmente il miglior brano del CD, una vera zampata d’autore; ottima anche Forty Miles From Nowhere, limpida e solare e contraddistinta dalla solita classe (e superbo l’accompagnamento di piano e chitarra), mentre Storm Warning è il pezzo più rock del disco, e dimostra che Rodney non ha affatto perso la grinta, ma l’ha solo momentaneamente messa da parte in favore dei sentimenti. Il CD si chiude con Nashville 1972, dal bel testo che rievoca gli inizi del nostro (e nel quale cita Willie Nelson, Townes Van Zandt, Steve Earle, Richard Dobson, Bob McDill e Tom T. Hall, oltre ancora Guy Clark), un’altra bellissima canzone costruita intorno a due chitarre ed un organo, che sarebbe piaciuta molto proprio a Clark: degno finale dell’ennesimo bel disco da parte di Rodney Crowell.

Marco Verdi

Più Brava Di Coloro Per Cui Scriveva, Una Sorta Di “Usato” Sicuro! Brandy Clark – Big Day In A Small Town

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Brandy Clark – Big Day In A Small Town – Warner CD

Brandy Clark, quarantenne originaria dello stato di Washington, è conosciuta da diverso tempo nell’ambiente musicale, avendo scritto negli anni una lunga serie di canzoni per artisti perlopiù country, gente del calibro di Miranda Lambert, LeAnn Rimes, Darius Rucker, Keith Urban, Kacey Musgraves, Reba McIntire, Wade Bowen (Songs About Trucks), Sheryl Crow e Toby Keith (e ho citato solo i più noti). Avendo poi constatato di essere in possesso di una voce più che buona, Brandy ha deciso ad un certo punto di affiancare alla remunerativa attività di autrice per conto terzi anche una carriera come musicista in proprio, esordendo nel 2013 con il discreto 12 Stories, un buon disco che ebbe anche un accettabile riscontro, ma che non faceva certo presagire che tre anni dopo avremmo avuto per le mani un seguito del calibro di questo nuovissimo Big Day In A Small Town, un album di notevole spessore che la fa entrare prepotentemente nella cerchia delle cantautrici che fanno notizia per la loro bravura. Maturata ulteriormente come scrittrice, la Clark è anche in possesso di una bella voce grintosa che si adatta perfettamente alle sonorità di questo disco: undici canzoni che, partendo da una base country, si vestono spesso e volentieri di suoni decisamente rock, merito anche della produzione dell’esperto Jay Joyce, uno che ha lavorato con John Hiatt (The Tiki Bar Is Open), Emmylou Harris (Hard Bargain), Eric Church, Patty Griffin, i Wallflowers e la Zac Brown Band, e della collaborazione di musicisti dal pedigree bello tosto, come Fred Eltringham (ex batterista proprio dei Wallflowers), Keith Gattis (ex chitarrista di Dwight Yoakam), John Deaderick (bravissimo pianista) e con alle armonie vocali nomi quali Kacey Musgraves, Shane McAnally (che è anche spesso il songwriting partner di Brandy) e Morgane Stapleton (moglie di Chris).

Un disco molto bello dunque, che, oltre ad un suono professionale, ha soprattutto degli arrangiamenti fatti come si deve, spesso più rock che country, ed una serie di canzoni decisamente sopra la media, difficilmente ascoltabili tutte assieme in uno stesso album: un coro quasi ecclesiastico introduce Soap Opera, poi entrano le voci e la strumentazione è subito molto diretta, un country-rock gustoso e dal suono ruspante, un refrain molto orecchiabile e lievi rimandi al miglior Elton John “americano”, quello di dischi come Tumbleweed Connection e Madman Across The WaterGirl Next Door è una splendida rock song a tutto tondo, tra Tom Petty e certe cose di Stevie Nicks, una ritmica pulsante, melodia accattivante che sfocia in un ritornello impreziosito da un deciso crescendo, e Brandy che canta con grande sicurezza: un singolo naturale (ed infatti hanno scelto proprio questa). Homecoming Queen era già stata incisa da Sheryl Crow, ed è una delicata ballata elettroacustica, molto ben costruita e con il suono giusto, un ottimo esempio di puro cantautorato, mentre la nervosa e scattante Broke è rockin’ country con umori southern (e che grinta), altro brano fruibile pur senza essere commerciale; You Can Come Over è una signora canzone, una sontuosa ballata pianistica dallo sviluppo splendido, romantica ma non sdolcinata, un pezzo che dimostra la caratura della ragazza: bellissimo il crescendo strumentale, di grande pathos https://www.youtube.com/watch?v=Un-zFYcAl70 .

Ottima anche Love Can Go To Hell, altra ballad dalla strumentazione molto ricca, vibrante, fluida e leggermente crepuscolare, mentre la cadenzata Big Day In A Small Town recupera qualche elemento country, e se non ci fosse una gentil donzella alla voce solista non esiterei a definirla una canzone maschia (ma il mood è sempre molto godibile). Bellissima anche Three Kids No Husband, anzi una delle più belle, uno slow di gran classe, ben sostenuta da un arrangiamento perfetto e da un motivo di prim’ordine, profondo e toccante, degno della miglior Mary Chapin Carpenter, mentre Daughter cambia completamente registro e ci presenta un country d’altri tempi, con tanto di boom-chicka-boom che fa tanto Johnny Cash (e non siamo lontani dallo stile della sua figliastra, Carlene Carter) e con un testo non proprio da educanda. Il CD si chiude con Drinkin’, Smokin’, Cheatin’, la più country del lotto, anzi direi quasi honky-tonk, anche se nel ritornello la strumentazione è decisamente elettrica (ed il brano è, manco a dirlo, molto bello), e con la triste Since You’ve Gone To Heaven, toccante tributo ad una persona cara che non c’è più.

Big Day In A Small Town è uno dei dischi al femminile più belli del 2016.

Marco Verdi