Bello, Forse Si Poteva Fare Di Più, Forse… Beth Hart – Front And Center Live From New York

beth hart front and center

Beth Hart – Front And Center: Live From New York – CD/DVD Mascot/Provogue

Non sono passati neppure quattro mesi dall’uscita dell’ultimo album in coppia con Bonamassa https://discoclub.myblog.it/2018/01/21/supplemento-della-domenica-di-nuovo-insieme-alla-grande-anteprima-nuovo-album-beth-hart-joe-bonamassa-black-coffee/ ed ecco già un nuovo album, questa volta dal vivo, di Beth Hart, registrato a New York, nel famoso locale Iridium, il 7 marzo del 2017, accompagnata dalla propria band, ovvero Jon Nichols alle chitarre, Bob Marinelli al basso e Bill Ransom alla batteria. Come certo saprete leggendo questo Blog (e anche il Buscadero) il sottoscritto è un grande estimatore di Beth Hart (l’ho vista anche due volte dal vivo a Milano) che considero al momento la migliore vocalist rock in circolazione (senza dimenticare il blues e il soul), quella che più di tutte incarna la figura delle grandi cantanti del passato, bianche e nere, da Janis Joplin Etta James in giù, insieme ad poche altre voci che questa volta per brevità non citiamo, comunque un gradino più in basso del suo. I due ultimi album di studio hanno segnalato una raggiunta maturità pure a livello compositivo, soprattutto l’ultimo Fire On The Floor https://discoclub.myblog.it/2016/10/09/il-supplemento-della-musica-anteprima-beth-hart-fire-on-the-floor-il-disco-della-completa-maturita/un disco veramente completo e variegato.

Ma secondo me non è un caso se sia nei dischi di studio, dove usa quasi sempre musicisti di gran pregio, sia in quelli in coppia con Bonamassa, dove usa la band del musicista di Itaca, NY, il tiro e la qualità dei suoni e degli arrangiamenti è decisamente superiore a quelli dove appare la sua road band, peraltro ottima ed abbondante, ma non ai livelli eccelsi della vocalità di Beth Hart, per quanto i suoi concerti siano comunque un evento consigliato e da non mancare (e in Italia passa spesso). Un breve inciso: secondo voi anche Joe Bonamassa un altro bel live non sta per pubblicarlo a breve? Certo che sì, si chiama British Blues Explosion Live, in uscita il 18 maggio, molto bello incentrato sul repertorio di Beck, Clapton e Page, lo troverete recensito prima sul Buscadero e poi sul Blog a breve, fine della diversione. Questo Front And Center fa parte di una serie televisiva di concerti, trasmessa periodicamente dalla PBS, la televisione di stato americana, e forse anche qui sta un certo limite di questo CD+DVD, il fatto che non sembra un concerto completo: dura complessivamente 72 minuti: per onestà ci sono molti artisti, per esempio Van Morrison in primis, che non regalano molto di più ai fans in quanto a lunghezza dei concerti, ma di solito Beth Hart è meno sparagnina. Non giova neppure il fatto che la casa discografica abbia diviso il concerto in modo alquanto bizzarro: il CD comprende 15 brani, il DVD in teoria 10, ma poi tre pezzi della parte elettrica si trovano come bonus content e anche altri tre della parte acustica, tra cui My California che è esclusiva di questo segmento, Però poi alla fine tutto si trova nella confezione doppia, per cui non potevano lasciare la sequenza del concerto originale in entrambi i formati, mah?

Queste sono le piccole eccezioni da fare, poi il concerto è comunque bello: essendo registrato e ripreso in un ambiente intimo e raccolto come l’Iridium privilegia la Beth Hart cantautrice, ma non mancano i brani dove la cantante di Los Angeles può scatenare tutta la sua potenza, privilegiando in ogni caso il materiale di Fire On The Floor, che era l’album in promozione all’epoca, essendo uscito per il mercato americano alcuni mesi dopo la pubblicazione europea. Infatti da quel disco provengono ben cinque brani, più Tell Her You Belong To Me, che era la bonus appunto per il mercato degli States, con l’amico Jeff Beck, ospite alla chitarra in questa versione inedita. Ma andiamo con ordine, seguendo la sequenza dei brani del CD: Beth si presenta sul palco con un abbigliamento elegante, sempre sexy ed ammiccante, ma non con i suoi soliti completi da panterona, però la musica è subito sinuosa, Let’s Get Together sin dal titolo sembra un pezzo di Marvin Gaye, con un groove delizioso e la voce insinuante della Hart che titilla subito i padiglioni auricolari dell’ascoltatore con un brano che sprizza soul music di classe dai suoi pori, con i musicisti subito ben quadrati. Per Baddest Blues, dedicata alla madre, Beth Hart siede al piano, per una ballata intensa, triste, quasi straziante, ma pervasa da una forza espressiva che solo le grandi cantanti posseggono, con il pubblico che ascolta in religioso silenzio, grande musica. Jazz Man è il secondo brano estratto dall’ultimo album, un pezzo più ammiccante e swingato, che illustra il lato più divertente e divertito della sua personalità, sempre con i saliscendi vocali e gli elaborati scat degni dei grandi entertainer, mentre Nichols regala un assolo di chitarra misurato ed elegante: Delicious Surprise, un vecchio pezzo del 1999 viene dal passato più selvaggio e rock della nostra amica, un brano chitarristico e tirato, dove può estrinsecare tutta la sua potenza vocale, trascinando anche il pubblico, con Ransom che picchia sulla batteria, Nichols che “maltratta” la solista e tutta la band che tira di brutto, mentre Broken And Ugly da Leave The Light On del 2003 e che era anche sul Live At Paradiso, è un brano che mescola chitarre acustiche, ritmi R&R e inserti sixties, con qualche rimando al sound da revue della band di Ike & Tina Turner, con un po’ di soul in meno e qualche inserto “folk” in più, ma la stessa grinta (per credere sentitevi questa versione di Nutbush City Limits, sempre con Jeff Beck, tratta dalla trasmissione di Jools Holland per la BBChttps://www.youtube.com/watch?v=XPyeqLRNoc4 )

St. Teresa, dall’ottimo Better Than Home, è una sorta di preghiera laica, un brano che illustra il lato più spirituale della “nuova” Beth Hart, quella meno selvaggia e più matura, lontana dagli eccessi che erano anche causati dai disturbi bipolari che avevano esasperato il lato “sesso, droga e rock’n’roll” della sua musica, portandola quasi ai limiti dell’autodistruzione. La canzone, sulle ali di una chitarra acustica inizialmente appena accennata, e poi con la sezione ritmica che entra discretamente è una dellei più belle del suo repertorio, calda ed avvolgente, come la sua voce, che rimane sommessa anche per Isolation che fa parte del segmento acustico del concerto, e che come ricorda lei stessa è un altro dei brani che fanno parte del periodo in cui era, parole sue, “folle e fuori di testa” (e se vi capita di vedere il DVD del Live At Paradiso del 2004, che è comunque un ottimo concerto, capirete, anzi date un’occhiata qui https://www.youtube.com/watch?v=UgrBn072lMU ): un brano cupo ed intenso, che tratteggia  uno dei periodi più bui della sua vita.Tell Her You Belong To Me viceversa, è un’altra delle canzoni più dolci, intense e vivide del suo repertorio, degna erede delle deep soul ballads delle sue cantanti preferiti, la voce che esprime tutti i tormenti dell’amore con una forza interiore veramente toccante e questa versione è decisamente splendida, notevole anche l’assolo di Nichols, per quanto quello di Jeff Beck fosse di un’altra categoria https://www.youtube.com/watch?v=QTWxXG2NoKQ. Si ritorna poi al rock con una vigorosa Fat Man, uno dei pezzi più caldi e “riffati” di Fire On The Floor, con chitarra e batteria torride al punto giusto, con Love Gangster che ci riporta al blues-rock annerito dei suoi pezzi più incalzanti, la voce sempre torreggiante sulla strumentazione gagliarda della sua band, qui innervata dal pianoforte della stessa Beth, che poi dallo stesso strumento ci regala un’altra piccola perla sonora, sempre dal disco del 2003, un brano di grande impatto, proprio Leave The Light On,  solo voce e piano, ma che voce però, da pelle d’oca per la veemente intensità che trasmette, bellissima.

Ci avviamo all’ultima parte del concerto e Beth Hart ci regala un’altra splendida interpretazione di una ballata, only piano e voice, As Long As I Have A Song, nuovamente tratta da Better Than Home, il suo album più intimista. Ma poi, essendo quella che è, cioè una rocker intemerata, per il gran finale chiama sul palco il grande Sonny Landreth per un finale pirotecnico a doppia chitarra: prima Can’t Let Go, un blues-rock a tutta slide veramente turbinante, l’unica cover della serata, un pezzo scritto di Randy Weeks, tratto dal repertorio di Lucinda Williams, che era in origine su Seesaw, uno degli album con Joe Bonamassa, versione micidiale, e pure la successiva For My Friends non scherza, ancora un pezzo blues veramente potente, dove si apprezza l’interscambio tra Landreth e Nichols che veramente sono magnifici in questo brano, per non dire della voce che assume il suo timbro più selvaggio e scatenato. E per non farci mancare nulla a conclusione della serata un’altra canzone di squisita fattura come No Place Like Home, di nuovo con il lato più dolce e vulnerabile della personalità della cantante californiana regalato al pubblico presente all’evento in modo raffinato, con questa ennesima maestosa piano ballad che chiude anche il disco Fire On The Floor. E a proposito di brani acustici, tra le bonus di quel segmento presente negli extra del DVD si trova anche My California, un evocativo brano dedicato alla sua terra natale. Quindi concludendo, si poteva fare di meglio? Forse, ma forse, sì, almeno a livello di contenuti e durata, ma il concerto è comunque una ennesima conferma del talento di questa signora.

Bruno Conti

Con I Fratelli Nei Trampled Under Foot Era Una Potenza, Ma Anche Da Sola Con Alcuni “Amici” Non Scherza. Danielle Nicole – Cry No More

danielle nicole cry no more

Danielle Nicole – Cry No More – Concord Records

Danielle Nicole Schnebelen (per darle il suo nome e cognome completi) viene da Kansas City, per parecchi anni ha fatto parte della band di famiglia, i Trampled Under Foot, con i fratelli Kris, alla batteria, e Nick Schnebelen, alla chitarra e seconda voce, autori una apprezzabile carriera culminata con  Wrong Side Of The Blues e soprattutto Badlands, uscito nel 2013 http://discoclub.myblog.it/2013/08/01/sempre-piu-bravi-trampled-und-5546876/ . Nel gruppo la stella era Danielle, cantante e bassista (strumento imparato per necessità, ma poi rimasto nel suo DNA, visto che lo suona ancora oggi alla grande), ma anche Nick era (ed è) chitarrista ed interprete raffinato http://discoclub.myblog.it/2017/07/14/forse-il-nome-vi-dice-qualcosa-anzi-il-cognome-nick-schnebelen-live-in-kansas-city/ . La Nicole ha esordito con un EP omonimo nel 2015, poi ha pubblicato il suo primo album solo Wolf Den nel 2015, prodotto da Anders Osborne e quindi con consistenti “sapori” New Orleans, a fianco del “solito” blues e del soul. Ed ora con questo Cry No More realizza quello che probabilmente è il suo disco migliore: con Tony Braunagel, che produce e suona la batteria, la brava Danielle è affiancata da Johnny Lee Schell (a lungo con Bonnie Raitt), alla chitarra e da alcuni ospiti di pregio presenti in alcuni brani, che vediamo di volta in volta.

Lei firma, da sola o in compagnia, ben 9 delle canzoni presenti nel CD, ma quello che impressiona ancora una volta è la sua estensione vocale, che di volta in volta è stata avvicinata a Janis Joplin e Bonnie Raitt, ma che comunque ha un suo timbro ben definito, di grande fascino ed espressività: sin dall’iniziale Crawl, dove alla chitarra appare il fratello Nick, si apprezza la varietà dei temi musicali utilizzati, in questo brano il rock vibrante e grintoso, fattore che era tra gli atout del periodo con i Trampled Under Foot, che non a caso prendevano il loro nome da un brano dei Led Zeppelin, grande grinta e il suono dell’organo di Mike Sedovic che allarga lo spetto sonoro del brano, con le chitarre di Schell e Schnebelen (pare incredibile ma nel libretto sono riusciti a “ciccarne” il cognome) a duettare in un mood non lontano dai brani più rock di Beth Hart, la successiva I’m Going Home, con Mike Finnigan all’organo, e la presenza, spesso reiterata, di un paio di voci femminili di supporto, vede la presenza del grande Sonny Landreth magnifico alla slide, per un pezzo dall’ambientazione sonora sospesa e minacciosa all’inizio e poi ritmata e tirata, mentre la nostra amica imperversa ancora con la sua voce splendida. Hot Spell è un brano inedito di Bill Withers, da lungo ritirato dalle scene, che però ha voluto regalare questa canzone alla Nicole, senza peraltro apparirvi, in questo pezzo tra soul e blues, molto sensuale e di grande fascino, con il basso funky di Danielle che ancora il suono in modo deciso. Burnn’ For You, di nuovo con l’organo di Finnigan e le voci femminili in bella evidenza, è un altro pezzo di impostazione rock-blues con la chitarra di Walter Trout a disegnare le sue linee soliste eleganti e vibranti, mentre la title track Cry No More è una deliziosa ballata soul che ricorda le cose migliori di Bonnie Raitt ( o Susan Tedeschi), insinuante e scandita con grande classe.

Poison The Well rimane in questo stile elegante tra pop e canzone d’autore, mentre si apprezza l’ottimo interscambio ritmico tra Braunagel e la Schneleben. Che poi scrive una delle canzoni più emozionanti del CD Bobby, dedicata al padre, scomparso ormai da tempo, ma per cui rimane un affetto sconfinato, la traccia ha un tocco quasi country delicato ed intimo, con il cigar box fiddle suonato da Johnny Lee  Schell, mentre la nostra amica azzecca un timbro malinconico che ben si adatta allo spirito del brano. Con Save Me, dove appare Kenny Wayne Shepherd alla solista, si torna ad un rock-blues grintoso e tirato, ma sempre illuminato da sprazzi di grande classe, e pure How Come U Don’t Call Anymore, una cover di un pezzo poco noto di Prince, si avvale di un “manico” dalla grande tecnica e gusto come Moster Mike Welch, mentre Mike Sedovic passa al Wurlitzer e il brano è dolce ed avvolgente, di squisita fattura, sempre cantato deliziosamente. Baby Eyes vede la presenza di Brandon Miller, che è il chitarrista della touring band della Nicole (dal vivo sono una forza della natura, tra cover dei Led Zeppelin https://www.youtube.com/watch?v=OYzbfn2o6B4 , di Etta James https://www.youtube.com/watch?v=lk-pL6FVmssDolly Parton, Prince https://www.youtube.com/watch?v=5qTTWWL5MZg , e di qualsiasi altra cosa gli passa per la testa), un brano quasi old fashioned, con un tocco barrelhouse del piano e la voce birichina della nostra amica. Kelly Finnigan è la figlia di Mike, anche lei organista, e appare nel funky-soul-rock della mossa Pusher Man, mentre Welch ritorna con Schell nella blues ballad My Heart Remains, di nuovo in territori cari a Bonnie Raitt, con un brano romantico ed avvolgente di grande fascino. La Finnigan si rivela anche cantante intrigante nel duetto imbastito nella bluesata Someday You Might Change Your Mind. Chiude un eccellente album l’unico tuffo nel blues “puro”, offerto con la sinuosa Lord I Just Can’t  Keep From Crying firmata da Blind Willie Johnson, ma impreziosita dal grande lavoro alla slide di Luther Dickinson, in un brano che ricorda nelle sue sonorità il miglior Ry Cooder degli anni ’70, splendido https://www.youtube.com/watch?v=9b0VIPUxgW0 .

Bruno Conti  

Tutti Insieme Appassionatamente: Difficile Fare Meglio! Walter Trout And Friends – We’re All In This Together

walter trout we're al in this together

Walter Trout And Friends – We’re All In This Together – Mascot/Provogue

Quando, nella primavera del 2014, usciva The Blues Came Callin’, una sorta di testamento sonoro per Walter Trout costretto in un letto di ospedale, praticamente quasi in fin di vita, in attesa di un trapianto di fegato che non arrivava, con pochi che avrebbero scommesso sulla sua sopravvivenza http://discoclub.myblog.it/2014/05/19/disco-la-vita-walter-trout-the-blues-came-callin/ . E invece, all’ultimo momento, trovato il donatore, Trout è stato sottoposto all’intervento che lo ha salvato e oggi può raccontarlo. O meglio lo ha già raccontato; prima in Battle Scars, un disco che raccontava la sua lenta ripresa http://discoclub.myblog.it/2015/10/03/storia-lieto-fine-walter-trout-battle-scars/ , con canzoni malinconiche, ma ricche di speranza, che narravano degli anni bui, poi lo scorso anno è uscito il celebrativo doppio dal vivo Alive In Amsterdam http://discoclub.myblog.it/2016/06/05/supplemento-della-domenica-anteprima-walter-trout-alive-amsterdam/  ed ora esce questo nuovo We’re All In This Together, un disco veramente bello, una sorta di “With A Little Help From My Friendso The Sound Of Music, un film musicale che in Italia è stato chiamato “Tutti Insieme Appassionatamente”, un album di duetti, con canzoni scritte appositamente da Trout per l’occasione, e se gli album che lo hanno preceduto erano tutti ottimi, il disco di cui andiamo a parlare è veramente eccellente, probabilmente il migliore della sua carriera.

Prodotto dal fido Eric Come, con la band abituale di Walter, ovvero l’immancabile Sammy Avila alle tastiere, oltre a Mike Leasure alla batteria e Johnny Griparic al basso, il disco, sia per la qualità delle canzoni, tutte nuove e di ottimo livello (a parte una cover), sia per gli ospiti veramente formidabili che si alternano brano dopo brano, è veramente di grande spessore. Questa volta si è andati oltre perché Walter Trout ha pescato anche musicisti di altre etichette, e non ha ristretto il campo solo ai chitarristi (per quanto preponderanti), ma anche ad altri strumentisti e cantanti: si parte subito alla grande con un poderoso shuffle come Gonna Hurt Like Hell dove Kenny Wayne Shepherd e Trout si scambiano potenti sciabolate con le loro soliste e il nostro Walter è anche in grande spolvero vocale. Partenza eccellente che viene confermata in un duetto da incorniciare con il maestro della slide Sonny Landreth (secondo Trout il più grande a questa tecnica di sempre), Ain’t Goin’ Back è un voluttuoso brano dove si respirano profumi di Louisiana, su un ritmo acceso e brillante le chitarre scorrono rapide e sicure in un botta e risposta entusiasmante, quasi libidinoso, ragazzi se suonano; The Other Side Of The Pillow è un blues duro e puro che ci rimanda ai fasti della Chicago anni ’60 della Butterfield Blues Band o del gruppo di Charlie Musselwhite, qui come al solito magnifico all’armonica e alla seconda voce.

Poi arriva a sorpresa, o forse no, una She Listens To The Blackbird, in coppia con Mike Zito, che sembra un brano uscito da Brothers and Sisters degli Allman Brothers più country oriented, un incalzante mid-tempo di stampo southern dove anche i florilegi di Avila aggiungono fascino al lavoro dei due chitarristi; notevole poi l’accoppiata con un ispirato Robben Ford, che rende omaggio a tutte le anime del suo passato, in una strumentale Mr. Davis che unisce jazz, poco, e blues alla Freddie King, molto, con risultati di grande fascino. L’unica cover presente è una torrenziale The Sky Is Crying, un duetto devastante con Warren Haynes, qui credo alla slide, per oltre 7 minuti di slow blues che i due avevano già suonato dal vivo e qui ribadiscono in una magica versione di studio; dopo sei brani incredibili, il funky-blues hendrixiano a tutto wah-wah di Somebody Goin’ Down insieme a Eric Gales, che in un altro disco avrebbe spiccato, qui è solo “normale”, ma comunque niente male, come pure un piacevole She Steals My Heart Away, in coppia con il Winter meno noto, Edgar, impegnato a sax e tastiere, per una “leggera” ballatona di stampo R&B che stempera le atmosfere, mentre nella successiva Crash And Burn registrata insieme allo “spirito affine” Joe Louis Walker , i due ci danno dentro di brutto in un electric blues di grande intensità.

Nel brano Too Much To Carry avrebbe dovuto esserci Curtis Salgado, una delle voci più interessanti del blues’n’soul contemporaneo che però di recente ha avuto un infarto, comunque il sostituto è un altro cantante-armonicista con le contropalle come John Nemeth, che non lo fa rimpiangere http://discoclub.myblog.it/2017/06/27/blues-got-soul-da-una-voce-sopraffina-john-nemeth-feelin-freaky/ . Quando il nostro deciderà di ritirarsi, è già pronto il figlio Jon Trout per sostituirlo, e a giudicare da Do You See Me At All, sarà il più tardi possibile, ma l’imprinting e la classe ci sono. L’unica concessione ad un rock più classico la troviamo in Got Nothin’ Left, un pezzo molto adatto all’ospite Randy Bachman, e come dice lo stesso Trout se chiudete gli occhi può sembrare un pezzo dei vecchi BTO, boogie R&R a tutto riff; naturalmente non poteva mancare uno dei mentori di Walter, quel John Mayall di cui Trout è stato l’ultimo grande Bluesbreaker, i due se la giocano in veste acustica in un Blues For Jimmy T, solo chitarra, armonica e la voce del titolare. La conclusione è affidata ad un blues lento di quelli fantastici, la title-track We’re All In This Together, e sono quasi otto minuti dove Walter Trout e Joe Bonamassa distillano dalle rispettive chitarre una serie di solo di grande pregio e tecnica, e cantano pure alla grande, che poi riassume quello che è questo album, un disco veramente bello dove rock e blues vanno a braccetto con grande ardore e notevole brillantezza, difficile fare meglio. Esce venerdì 1° settembre.

Bruno Conti

Semplicemente Uno Dei Migliori Chitarristi Americani! Sonny Landreth – Recorded Live In Lafayette

sonny landreth recorded live in lafayette

Sonny Landreth – Recorded Live In Lafayette – Mascot/Provogue 2CD

Clyde Vernon “Sonny” Landreth non lo scopriamo certo oggi. In giro dagli anni ottanta, si è fatto conoscere inizialmente come chitarrista di John Hiatt (l’album era Slow Turning, il seguito del magnifico Bring The Family), dato che in quegli anni i suoi (pochi) album erano maldistribuiti e quindi difficili da reperire. Poi, negli anni novanta, prima con Outward Bound, ma soprattutto con l’ottimo South Of I-10, Sonny ha alzato la testa cominciando a crearsi un seguito come musicista di culto, ottenendo anche l’apprezzamento di diversi colleghi che lo hanno voluto a suonare con loro (due a caso, Eric Clapton e Mark Knopfler, non proprio degli sprovveduti). Ha inciso pochi dischi Landreth, ma quasi sempre con una qualità molto alta (Levee Town e The Road I’m On sono i miei preferiti), ed il suo particolare stile, che fonde blues (il suo genere di appartenenza) e zydeco (essendo lui della Louisiana), unito al fatto di essere forse il miglior chitarrista slide in circolazione insieme a Ry Cooder (NDB E Derek Trucks dove lo mettiamo? Parlando solo dei viventi!), gli hanno fatto guadagnare il soprannome di “The King Of Slydeco”. Sonny fino ad oggi aveva all’attivo un solo album dal vivo, l’ottimo Grant Street (2005), ma questo nuovo Recorded Live In Lafayette, registrato in diverse serate di Gennaio 2017 appunto a Lafayette, Louisiana, oltre ad essere doppio (Grant Street era singolo), si pone su un livello addirittura superiore, candidandosi forse a miglior disco della sua carriera.

Recorded Live In Lafayette è un album formidabile, suonato in maniera eccellente da Sonny e dalla sua band, un trio formato, oltre che da lui, da David Ranson al basso e Brian Brignac alla batteria: il gruppo per l’occasione è aumentato da due elementi, che però danno un tocco vincente al suono del concerto, vale a dire Sam Broussard, secondo chitarrista che si occupa delle parti ritmiche e soliste “non slide”, e soprattutto dell’eccezionale fisarmonicista (e pianista) Steve Conn, la cui prestazione, oltre a dare un sapore decisamente zydeco a gran parte del concerto, arriva ad entusiasmare quasi quanto quella di Sonny stesso. Il disco, sedici canzoni (di cui solo due sono cover, più una di Conn) ha poi la peculiarità di dividersi in due metà esatte, la prima acustica e la seconda elettrica: se il Landreth elettrico lo conoscevamo, la vera sorpresa è quello unplugged, che riesce a tenere altissimo il livello della performance grazie anche alla bravura dei collaboratori, al punto che dopo due o tre canzoni quasi non ci si accorge che la spina è staccata. Il blues fa come sempre la parte del leone, ma c’è anche parecchio rock (nella parte elettrica) e, grazie alla prestazione fantastica di Conn, la componente zydeco-cajun è perfino più pronunciata del solito.

Il primo CD, che come ho già detto è quello acustico, vede i nostri subito in palla con Blues Attack, un blues quasi canonico al quale la splendida fisarmonica, vera arma in più del gruppo, dona un sapore decisamente zydeco, e le dita di Sonny iniziano a scorrere che è un piacere, ben doppiate da quelle di Broussard. Ancora blues con Hell At Home, con brevi ma ficcanti assoli dei due chitarristi ed altre delizie provenienti dalla fisa (un vero piacere per le orecchie), e con una rilettura fluida del classico di Big Bill Broonzy Key To The Highway, nella quale Sonny sopperisce alla mancanza di una voce da bluesman (l’ugola è forse il suo unico punto debole) con una tecnica sopraffina. La ritmata Creole Angel è coinvolgente anche senza strumenti elettrici, ed anche la melodia è di derivazione cajun; A World Away è una ballata di gran classe solo sfiorata dal blues, con assoli ancora strepitosi e la solita fisa da urlo, mentre, dei tre brani che chiudono il primo dischetto, bisogna citare assolutamente la trascinante The U.S.S. Zydecoldsmobile, uno dei pezzi più popolari del nostro, un rock-blues-zydeco contraddistinto da una prestazione monstre della band sul palco.

Il CD elettrico si apre con la roboante Back To Bayou Teche, un rock’n’roll dal chiaro sapore cajun, chitarra sublime e gran ritmo, sette minuti da manuale, seguita dalla meno appariscente True Blue, anche se neppure qui si scherza, grande musica e grandissimo manico. Poi abbiamo tre strumentali di fila: The Milky Way Home ha ancora un gran tiro (qui siamo in territori puramente rock) e le dita del leader scivolano che è un piacere, Brave New Girl è uno slow dal suono comunque potente, ma forse meno personale delle altre, mentre Uberesso è nuovamente un’esplosione di ritmo e suoni, con Sonny ormai in trance agonistica, al punto che secondo me si porterebbe dietro la chitarra, continuando a suonarla, anche se dovesse andare in bagno. Il doppio si conclude con l’orecchiabile e saltellante Soul Salvation, in cui si risente la fisa, seguita da una scintillante versione di Walkin’ Blues di Robert Johnson, e con The One And Only Truth, scritta e cantata da Conn, uno scatenato e trascinante zydeco-blues, che chiude il concerto nel migliore dei modi.

Fino ad ora, insieme a quello di Bonamassa, disco live dell’anno, senza dimenticare naturalmente quello della Tedeschi Trucks Band.

Marco Verdi

*NDB 2. Come avevo detto nella anticipazione dell’album pubblicata sul Bog il 27 maggio scorso http://discoclub.myblog.it/2017/05/27/alcune-prossime-interessanti-uscite-estive-parte-ii-beach-boys-jason-isbell-joe-bonamassa-jeff-tweedy-willie-nile-peter-perrett-sonny-landreth/ , quindi molto prima dell’uscita di fine giugno, però in rete si trovano vari filmati del concerto ripresi a livello professionale dalla Mascot Provogue: non è che poi dobbiamo aspettarci una ennesima “fregatura”, ovvero la pubblicazione di un DVD o di qualche formato multiplo in un secondo tempo?

Alcune Prossime Interessanti Uscite Estive, Parte II. Beach Boys, Jason Isbell, Joe Bonamassa, Jeff Tweedy, Willie Nile, Peter Perrett, Sonny Landreth

jason isbell the nashville sound

Proseguiamo con la disamina delle prossime uscite, sempre quelle in uscita dopo il 15 giugno. Le altre, tipo Roger Waters, Fleet Foxes (entrambe già pronte le recensioni), Gov’t Mule (in preparazione), Buckingham-McVie, Chuck Berry, e altre, le leggerete quanto prima sul Blog. Oggi partiamo con il nuovo album solista dell’ex Drive-by-Truckers.

Jason Isbell And The 400 Unit – Nashville Sound – Southeastern/Thirty Tigers

Contrariamente a quanto potrebbe far supporre il titolo, questo nuovo disco di Isbell è annunciato come il più rock e tirato della sua carriera solista (ma non mancano le ballate), l’aggancio con Nashville è dato dal fatto che l’album è stato registrato al famoso RCA Studio A, appunto nella capitale del Tennessee, con la produzione di Dave Cobb (ultimamente forse si fa prima a dire quelli che non ha prodotto), sinonimo di garanzia, e già dietro la consolle anche nei due precedenti dischi di Isbell. Lo accompagnano i 400 Unit: il tastierista Derry deBorja, il batterista Chad Gamble, il bassista Jimbo Hart, l’atro chitarrista Sadler Vaden e la violinista, nonché moglie di Jason, Amada Shires. Dieci brani nuovi, composti per l’occasione, dal due volte vincitore di Grammy, Jason Isbell.

Ecco i titoli dei brani del CD, previsto in uscita il 16 giugno:

1. Last Of My Kind
2. Cumberland Gap
3. Tupelo
4. White Man’s World
5. If We Were Vampires
6. Anxiety
7. Molotov
8. Chaos And Clothes
9. Hope The High Road
10. Something To Love

Dai tre brani che potete vedere ed ascoltare qui sopra mi sembra ottimo.

Joe Bonamassa Live At Carnegie Hall An Acoustic Evening

Il 23 giugno uscirà anche il nuovo Joe Bonamassa Live At Carnegie Hall: An Acoustic Evening, etichetta Mascot/Provogue/J&R Adventures, Sono già passati ben otto mesi, anzi quasi nove, dal precedente disco http://discoclub.myblog.it/2016/10/03/finche-fa-dischi-cosi-belli-puo-farne-quanti-ne-vuole-joe-bonamassa-live-at-the-greek-theater/ , ma il chitarrista di New York ci stupisce ancora una volta con un eccellente disco dal vivo, forse il migliore della sua carriera (e ne ha fatti parecchi “non male”, per usare un eufemismo, sempre molto diversi tra loro). Per l’occasione il concerto verrà pubblicato in tre diversi formati separati: doppio CD, doppio DVD o Blu-Ray.

La recensione la leggerete in anteprima sul Buscadero di giugno (sì, l’ho scritta io) e poi a seguire sul Blog. Nel frattempo ecco la lista completa dei brani:

[CD1]
1. This Train
2. Drive
3. The Valley Runs Low
4. Dust Bowl
5. Driving Towards The Daylight
6. Black Lung Heartache
7. Blue And Evil
8. Livin’ Easy
9. Get Back My Tomorrow

[CD2]
1. Mountain Time
2. How Can A Poor Man Stand Such Times And Live
3. Song Of Yesterday
4. Woke Up Dreaming
5. Hummingbird
6. The Rose

E i nomi dei musicisti impegnati nel concerto: Mahalia Barnes alla guida dei 3 backing vocalists australiani (gli altri due Juanita Tippins e Gary Pinto) , la cellista acustica ed elettrica di origine cinese Tina Guo (impegnata anche al erhu) e il percussionista egiziano Hossan Ramzy (che era quello utilizzato da Page & Plant per l’album No Quarter e nel Unledded Tour). Nella band di Bonamassa a fianco dei soliti Reese Wynans (piano), e Anton Fig batteria), troviamo anche Eric Bazilian, l’eccellente multistrumentista degli Hooters). Il concerto è fantastico ed elettrizzante, come si desume dai due video inseriti nel Post.

jeff tweedy together at last

“Strano” disco solista per Jeff Tweedy dei Wilco, Together At Last, in uscita il 23 giugno prossimo per la Anti/Epitaph, conterrà rivisitazioni acustiche di brani già incisi dal nostro con i gruppi in cui ha militato, Wilco appunto, Loose Fur e Golden Smog. Quest’anno anche il musicista di Belleville, Illinois (ma residente a Chicago) taglia anche lui il traguardo dei 50 anni ad agosto e decide di pubblicare questo disco particolare, forse non del tutto comprensibile, o forse sì. anche alla luce dell’ultimo Wilco Schmilco che era già un album intimista e a tratti acustico, ma questa volta Tweedy è proprio da solo, e si dovrebbe trattare del primo di una serie di album chiamati Loft Acoustic Sessions, Produce lo stesso Jeff, insieme a Tom Schick, per un totale di 11 brani.

1. Via Chicago
2. Laminated Cat
3. Lost Love
4. Muzzle Of Bees
5. Ashes Of American Flags
6. Dawned On Me
7. In A Future Age
8. I Am Trying To Break Your Heart
9. Hummingbird
10. I’m Always In Love
11. Sky Blue Sky

Sembra interessante, lo preferisco in versione elettrica, o quantomeno accompagnato da una band, ma comunque il primo brano rilasciato non è affatto male.

willie nile positively bob

Disco nuovo, sempre previsto per il 23 giugno, anche per Willie Nile: il titolo, e pure il sottotitolo, dicono tutto. Positively Bob, Willie Nile Sings Bob Dylan, autofinanziato con il solito sistema del crowdfunding via Pledge Music, parte dei proventi andrà alla The Light Of Day Foundation. Si sa abbastanza poco del disco, che uscirà su etichetta River House Records, ma dal teaser video qui sotto, sembra un album elettrico.

Nove brani in tutto, direi tutte prime scelte, ecco i titoli:

1. The Times Are A’ Changin’
2. Rainy Day Women #12 & 35
3. Blowin’ In The Wind
4. A Hard Rain’s A’ Gonna Fall
5. I Want You
6. Subterranean Homesick Blues
7. Love Minus Zero, No Limit
8. Every Grain Of Sand
9. You Ain’t Goin’ Nowhere

peter perrett how the west was won

Il prossimo album, previsto per il 30 giugno in questo caso, è quello di un’artista ignoto ai più, ma che al sottoscritto è sempre piaciuto molto: Peter Perrett, leader sul finire degli anni ’70 di una delle migliori e più misconosciute band inglesi dell’epoca, gli Only Ones, autori di alcuni splendidi album, dove a fianco della voce di Perrett si apprezzava anche il grande lavoro alla chitarra di John Perry. Senti che musica.

Tre dischi, tra il 1978 e il 1980, se vi capita cercateli, si trovano ancora facilmente in giro, poi tentativi di reunion varie, carriere soliste mai decollate per entrambi (in effetti Perrett avrebbe pubblicato nel 1996 anche un disco come Peter Perrett in The One – Woke Up Sticky, che non era neppure male, ma se ne sono accorti in pochi); per cui How The West Was Won deve essere considerato il suo esordio da solista. Non ho sentito l’album integralmente, ma a giudicare dallo splendida title track, che potete ascoltare di seguito, e anche da An Epic Story, mi sembra abbia tutte le carte in regola, se non per vendere, quanto meno per allietare le giornate degli appassionati della buona musica. Prodotto da Chris Kimsey (esatto, quello dei Rolling Stones), esce su etichetta Domino.

Accompagnato dai figli Jamie and Peter Jr., il disco ci propone dieci splendide canzoni (vado sulla fiducia, ma la classe non è acqua):

1. How The West Was Won
2. An Epic Story
3. Hard To Say No
4. Troika
5. Living In My Head
6. Man Of Extremes
7. Sweet Endeavour
8. C Voyeurger
9. Something In My Brain
10. Take Me Home

beach boys sunshine tomorrow

Nel post precedente, di due o tre giorni fa, dedicato soprattutto alle ristampe, questo era sfuggito: però a ben vedere, visto che uscirà il 30 giugno, per la Capitol/Universal, Sunshine Tomorrow dei Beach Boys è destinata a diventare un’altra delle ristampe più attese e sorprendenti della prossima estate: Un altro disco dei Beach Boys? Ebbene sì: si tratta della versione stereo del disco del 1967 Wild Honey, ma arricchito da una pletora di brani provenienti da varie fonti. Outtakes da quel album, ma anche da Smiley Smile, pezzi dal vivo registrati tra le Hawaii, Washington, DC e Boston, e tantissimo altro.

Leggete i contenuti, 65, dicasi, sessantacinque brani, tra cui moltissimo materiale inedito:

CD 1

Wild Honey (New Stereo Mix) (original mix released as Capitol ST 2859, 1967)
(New stereo mix, except as noted *. Recorded September 15 to November 15, 1967 at Brian Wilson’s house and at Wally Heider Recording in Hollywood, California)

1. Wild Honey (2:45)
2. Aren’t You Glad (2:16)
3. I Was Made To Love Her (2:07)
4. Country Air (2:21)
5. A Thing Or Two (2:42)
6. Darlin’ (2:14)
7. I’d Love Just Once To See You (1:49)
8. Here Comes The Night (2:44)
9. Let The Wind Blow (2:23)
10. How She Boogalooed It (1:59)
11. Mama Says * (Original Mono Mix) (1:08)

Wild Honey Sessions: September – November 1967 (Previously Unreleased)
12. Lonely Days (Alternate Version) (1:45)
13. Cool Cool Water (Alternate Early Version) (2:08)
14. Time To Get Alone (Alternate Early Version) (3:08)
15. Can’t Wait Too Long (Alternate Early Version) (2:49)
16. I’d Love Just Once To See You (Alternate Version) (2:22)
17. I Was Made To Love Her (Vocal Insert Session) (1:35)
18. I Was Made To Love Her (Long Version) (2:35)
19. Hide Go Seek (0:51)
20. Honey Get Home (1:22)
21. Wild Honey (Session Highlights) (5:39)
22. Aren’t You Glad (Session Highlights) (4:21)
23. A Thing Or Two (Track And Backing Vocals) (1:01)
24. Darlin’ (Session Highlights) (4:36)
25. Let The Wind Blow (Session Highlights) (4:14)

Wild Honey Live: 1967 – 1970 (Previously Unreleased)
26. Wild Honey (Live) (2:53) – recorded in Detroit, November 17, 1967
27. Country Air (Live) (2:20) – recorded in Detroit, November 17, 1967
28. Darlin’ (Live) (2:25) – recorded in Pittsburgh, November 22, 1967
29. How She Boogalooed It (Live) (2:43) – recorded in Detroit, November 17, 1967
30. Aren’t You Glad (Live) (3:12) – recorded in 1970, location unknown

31. Mama Says (Session Highlights) (3:08)
(Previously unreleased vocal session highlights. Recorded at Wally Heider Recording, November 1967)

CD 2

Smiley Smile Sessions: June – July 1967 (Previously Unreleased)
(Recorded June and July 1967 at Brian Wilson’s house, Western Recorders, SRS, and/or Columbia Studios, except as noted *)
1. Heroes And Villains (Single Version Backing Track) (3:38)
2. Vegetables (Long Version) (2:55)
3. Fall Breaks And Back To Winter (Alternate Mix) (2:28)
4. Wind Chimes (Alternate Tag Section) (0:48)
5. Wonderful (Backing Track) (2:23)
6. With Me Tonight (Alternate Version With Session Intro) (0:51)
7. Little Pad (Backing Track) (2:40)
8. All Day All Night (Whistle In) (Alternate Version 1) (1:04)
9. All Day All Night (Whistle In) (Alternate Version 2) (0:50)
10. Untitled (Redwood) * (0:35)
(Previously unreleased instrumental fragment. Studio and exact recording date unknown. Discovered in tape box labeled “Redwood”)

Lei’d In Hawaii “Live” Album: September 1967 (Previously Unreleased)
(Recorded September 11, 1967 at Wally Heider Recording in Hollywood, CA, with additional recording September 29, 1967 (except as noted *). Original mono mixes from assembled master ½” reel, dated September 29, 1967, discovered in the Brother Records Archives.)
11. Fred Vail Intro (0:24)
12. The Letter (1:54)
13. You’re So Good To Me (2:31)
14. Help Me, Rhonda (2:24)
15. California Girls (2:30)
16. Surfer Girl (2:17)
17. Sloop John B (2:50)
18. With A Little Help From My Friends * (2:21)
(Recorded at Brian Wilson’s house, September 23, 1967)
19. Their Hearts Were Full Of Spring * (2:33)
(Recorded during rehearsal, August 26, 1967, Honolulu, Hawaii)
20. God Only Knows (2:45)
21. Good Vibrations (4:13)
22. Game Of Love (2:11)
23. The Letter (Alternate Take) (1:56)
24. With A Little Help From My Friends (Stereo Mix) (2:21)

Live In Hawaii: August 1967 (Previously Unreleased)
(The Beach Boys recorded two complete concerts and rehearsals in Honolulu on August 25 and 26, 1967. Brian Wilson rejoined the group onstage for these shows; Bruce Johnston was not present. The following tracks derive from the original 1″ 8-track master reels discovered in the Brother Records Archives.)
25. Hawthorne Boulevard (1:05)
26. Surfin’ (1:40)
27. Gettin’ Hungry (3:19)
28. Hawaii (Rehearsal Take) (1:11)
29. Heroes And Villains (Rehearsal) (4:45)

Thanksgiving Tour 1967: Live In Washington, D.C. & Boston (Previously Unreleased)
(The touring Beach Boys – Mike, Carl, Dennis, Al, and Bruce – embarked on a Thanksgiving Tour immediately after delivering the finished Wild Honey album to Capitol Records. For this tour, the band was augmented by Ron Brown on bass and Daryl Dragon on keyboards.)
30. California Girls (Live) (2:32) – recorded in Washington, DC, November 19, 1967
31. Graduation Day (Live) (2:56) – recorded in Washington, DC, November 19, 1967
32. I Get Around (Live) (2:53) – recorded in Boston, November 23, 1967

Additional 1967 Studio Recordings (Previously Unreleased)
33. Surf’s Up (1967 Version) (5:25)
(Recorded during the Wild Honey sessions in November 1967)
34. Surfer Girl (1967 A Capella Mix) (2:17)
(Previously unreleased mix of Lei’d In Hawaii take from the Wally Heider Recording sessions in September 1967)

Per la gioia di grandi e piccini, ed estratti dal periodo più fertile e creativo della band di Brian Wilson, e avrà pure un prezzo speciale, un doppio CD al costo di uno. Non ci sono ancora video specifici dedicati a questa ristampa, ma due o tre canzoni (!!!) tra cui scegliere mi sembra si possano trovare

sonny landreth recorded live in lafayette

Un’altra uscita interessante prevista per il 30 giugno è questo Live In Lafayette, doppio CD dal vivo per uno dei migliori chitarristi in circolazione, maestro della slide guitar e non solo, Sonny Landreth registra questo album proprio nella sua città adottiva (perché, per la precisione, è nato a Canton, Mississippi). Un album con un disco acustico ed uno elettrico, pubblicato dalla Mascot/Provogue:

CD1: Acoustic]
1. Blues Attack
2. Hell At Home
3. Key To The Highway
4. Creole Angel
5. A World Away
6. The High Side
7. Bound By The Blues
8. The U.S.S. Zydecoldsmobile

[CD2: Electric]
1. Back To Bayou Teche
2. True Blue
3. The Milky Way Home
4. Brave New Girl
5. Überesso
6. Soul Salvation
7. Walkin’ Blues
8. The One And Only Truth

Peccato che non sia stato accluso anche un video con le riprese del concerto, visto che a giudicare dal filmato qui sopra, pare esista.

Fine della seconda parte, alla prossima.

Bruno Conti

Se Sono Bravi Li Troviamo Sempre! D.L. Duncan – D.L. Duncan

d.l. duncan

D.L. Duncan – D.L. Duncan – 15 South Records

Dave Duncan, per l’occasione D.L. Duncan, è uno dei tanti “piccoli segreti” che costellano la scena musicale americana, con una carriera lunga più di 35 anni (o così riportano le sue biografie), anche se discograficamente è attivo solo dagli anni duemila, con un paio di album a nome proprio e uno come Duncan Street, in coppia con l’armonicista Stan Street, uno stile che partendo dal blues incorpora anche alcuni elementi country (in fondo vive e opera a Nashville) e di Americana music, oltre a sapori soul e R&B, presi da Lafayette, Louisiana, l’altra città in cui è stato registrato questo album. Duncan si è sempre circondato di musicisti di pregio, e se nei dischi precedenti apparivano Jack Pearson, del giro Allman, Reese Wynans e Jonell Mosser, oltre a Kevin McKendree e il suo datore di lavoro Delbert McClinton, in questo nuovo lavoro, in aggiunta agli ultimi due citati, appaiono anche Sonny Landreth, David Hood. Lynn Williams e le McCrary Sisters, oltre ad una pattuglia di agguerriti musicisti locali; produce lo stesso D.L. Duncan, con l’aiuto dell’ingegnere del suono Tony Daigle, più volte vincitore di Grammy Awards, recente produttore anche dell’ultimo disco di Landreth.

Il suono è quello classico che ci piace, molto blues e country (poco tradizionale) molto got soul, ma anche rock chitarristico e non mancano neppure vivaci ballate tra New Orleans e il Randy Newman più elettrico, il tutto condito dalla voce laconica ma efficace di Duncan, che è pure ottimo chitarrista. Si passa dal ciondolante e divertente groove dell’iniziale I Ain’t The Sharpest Marble, con il piano di McKendree e l’armonica di McClinton a dare man forte alla solista efficace e variegata di Duncan, al poderoso e tirato rock-blues di Dickerson Road, dove la chitarra del nostro si colloca tra il Santana più bluesy e Mark Knopfler dei primi Dire Straits, con continui lancinanti rilanci e un efficace lavoro di raccordo di McKendree, oltre a Hood che pompa di gusto sul suo basso. You Just Never Know è puro Chicago blues elettrico, di nuovo con McClinton all’armonica e McKendree che passa al piano, oltre alle McCrary Sisters che aggiungono la giusta dose di negritudine, il resto del lavoro lo fa una slide tagliente. Che torna, presumo nella mani di Landreth, per una vigorosa Your Own Best Friend, dove tutta la band conferma ancora una volta il suo valore, Duncan e le McCrary cantano con grande impegno, la ritmica e le tastiere lavorano di fino e il pezzo si ascolta tutto di un fiato https://www.youtube.com/watch?v=P_NDU1bA68M . I Know A Good Thing, scritta con Curtis Salgado (il resto dell’album è quasi tutto firmato dallo stesso Duncan) è un altro minaccioso blues d’atmosfera, costruito intorno a un giro di basso di David Hood che ti arriva fino alle budella, sempre con ottimo lavoro alla bottleneck del nostro amico, che pure lui non scherza come slideman.

Sending Me Angels è una bellissima ballata country-blues, scritta da Frankie Miller (altro grandissimo pallino di chi vi scrive) e cantata in passato anche da McClinton, eccellente il lavoro al dobro di Duncan e di McKendree all’organo con le McCrary che aggiungono una quota gospel con le loro deliziose armonie vocali, una sorta di Romeo & Juliet in quel di Nashville https://www.youtube.com/watch?v=xE3LGA7jyNY . Orange Beach Blues, una specie di autobiografia in musica, è comunque grande musica sudista, profumo di blues, di Texas e Louisiana, quella anche delle canzoni di Randy Newman a cui Duncan assomiglia moltissimo nel cantato di questo brano, che poi è un quadretto sonoro che rasenta la perfezione, e con un finale chitarristico di grande fascino. St. Valentine’s Day Blues è la slow ballad avvolgente e malinconica alla B.B. King che non può mancare in un disco come questo, sempre con la chitarra di Duncan in grande evidenza. Sweet Magnolia Love sembra un pezzo di Ry Cooder da Bop Till You Drop o quelli con la coppia di compari Bobby King e Terry Evans, qui sostituiti dalle voci delle bravissime sorelle McCrary, e la chitarra viaggia sempre che è un piacere https://www.youtube.com/watch?v=QEkp3aAcGOc . E a chiudere il tutto All I Have To Offer You Is Love, una bella ballata di stampo knopfleriano scritta da Craig Wiseman, noto autore di brani country in quel di Nashville, di nuovo eccellente il lavoro di Duncan, qui ancora a dobro e mandolino e con il prezioso contributo di David Pinkston alla pedal steel https://www.youtube.com/watch?v=wnx9YqRyATI . Sarà pure piccolo, ma rimane un gioiellino di disco, non facile da recuperare ma la vale la pena cercarlo!

Bruno Conti    

Ancora Uno Che Di Slide Se Ne Intende! Roy Rogers – Into The Wild Blue

roy rogers into the wild blue

Roy Rogers – Into The Wild Blue – Chops Not Chaps Records 

Lo avevo lasciato un paio di anni fa alle prese con l’ultimo disco registrato in collaborazione con Ray Manzarek (il terzo della serie http://discoclub.myblog.it/2013/07/08/ray-manzarek-roy-rogers-atto-finale-twisted-tales-5497222/ ) e ora Roy Rogers si ripresenta con questo nuovo album Into The Wild Blue, pubblicato come di consueto dalla sua etichetta Chops Not Chaps (che era anche il titolo del suo primo album solista uscito nel lontano 1986), ma in mezzo, e anche prima, c’è tutta una vita di blues (e non solo). Il musicista californiano, è nato a Redding, quasi un destino nel nome, muove i primi passi a metà degli anni ’70, poi forma la sua prima band, i Delta Rhytm Kings, viene “scoperto” da John Lee Hooker che lo vuole nel suo gruppo dei tempi, la Coast To Coast Band, dove passa quattro anni, prima di iniziare la carriera solista con l’album citato prima. Ma la sua collaborazione con il grande “Hook” non finisce lì, infatti Rogers gli produrrà quattro album, The Healer, Mr. Lucky, Boom Boom e Chill Out, non un granché l’ultimo, ma gli altri tre sono strepitosi, prima di lasciare a Van Morrison la produzione dell’ultimissimo Don’t Look Back. Comunque Mr. Rogers è un ottimo chitarrista (e cantante) anche in proprio: uno dei maestri della slide guitar delle ultime generazioni, assolutamente alla pari con gente come Ry Cooder, Sonny Landreth, Derek Trucks, anche se meno pirotecnico e virtuosistico nel suo approccio, quindi forse più vicino a Cooder; anche per lui, come quasi per tutti, i suoi album migliori risalgono al passato, tutti quelli con la parola Slide nel titolo, ma anche i due pubblicati dalla Point Blank negli anni ’90, e non è male, tra i più recenti, Split Decision, uscito per la Blind Pig nel 2009, il suo ultimo come solista prima di questo Into The Wild Blue, senza dimenticare quello registrato in coppia con il compianto Norton Buffalo.

 

Il nuovo album propone la solita formula dei dischi di Roy Rogers, un misto di stili, dove confluiscono varie forme di blues, irrobustite da innesti rock e funky, con una serie di brani strumentali, quattro questa volta e il suo stile chitarristico spesso in evidenza, ma senza esagerare. Rogers è anche un buon vocalist, niente di memorabile, si scrive le proprie canzoni e ha un buon gruppo dove spiccano il tastierista Jim Pugh, vecchio sodale di Robert Cray e anche il batterista Kevin Hayes, pure lui in passato con Cray, oltre a Carlos Reyes che con i suoi violino e arpa aggiunge sonorità inconsuete al tutto. Si parte alla grande con Last Go Round, un brano dove si gusta subito la slide di Roy Rogers, in bella evidenza con il suo sinuoso fluire, mentre la band gira a mille, con abilità e tecnica, senza strafare. Don’t You Let Them Win, con un bel groove ritmato tra Buddy Holly e Bo Diddley, la voce pacata e gradevole di Rogers, con Reyes all’arpa che appoggia le fluide evoluzioni chitarristiche di Rogers, per una volta non alla slide, e Pugh che con l’organo aggiunge quel tocco soul-rock in più, molto piacevole.

Got To Believe, ha un’aura latineggiante, ma anche un vago sentore di tango, con il violino di Reyes e la voce di supporto di Omega Rae ad aggiungere quel tocco esotico di cui si diceva qualche riga fa, poi ci pensano la slide sognante di Roy e il piano di Pugh a fare il resto https://www.youtube.com/watch?v=CW9jqlKzHeU . Losin’ You è uno dei pezzi più tirati e rock dell’album, con un tiro non dissimile dalle prove soliste dei dischi di Sonny Landreth e anche con pari virtuosismo, qui la slide viaggia alla grande, mentre She’s A Real Jaguar ricorda certe cose più rilassate, laid-back, di Ry Cooder, magari nelle collaborazioni con Hiatt e nei Little Village, sempre con il piacevole dualismo tra violino e chitarra https://www.youtube.com/watch?v=jrUCll6Cr9s . Dackin’ è il primo dei quattro strumentali, qui si va di groove funky, una voglia di jam tra la chitarra slide decisa di Rogers e l’organo di Pugh e anche Love Is History, di nuovo cantata in coppia con la Rae, rimane in territori funky-soul, questa volta con Pugh al piano a sostenere il solismo di Rogers. Into The Wild Blue, altro strumentale, più sognante, con i florilegi dell’arpa di Reyes a sostenere il leader, con High Steppin’ che ricorda nuovamente le scorribande al bottleneck di Landreth, ricche di tecnica anche se non particolarmente eccitanti. Dark Angels torna  al blues-rock deciso dei brani iniziali e la conclusiva Song For Robert, dedicata al fratello scomparso, è l’ultimo strumentale, questa volta un lento d’atmosfera dove si apprezza il lato più riflessivo della musica di Roy Rogers https://www.youtube.com/watch?v=7ihaCZYmDh8 . In definitiva un buon album, per amanti dei chitarristi, ma non solo!

Bruno Conti

Toh Guarda Chi Si Rivede, Doppia Uscita A Settembre! Arlen Roth – Slide Guitar Summit E Ristampa Toolin’ Around Woodstock Feat. Levon Helm

arlen roth slide guitar summit   arlen roth toolin' around woodstock

Dopo qualche anno di silenzio (ma aveva continuato a produrre dischi in proprio nel corso degli anni) ritorna Arlen Roth, quello che giustamente viene considerato uno dei migliori chitarristi “sconosciuti” americani, vincitore del premio dei critici di Montreux con il suo album di esordio nel lontano 1978, quel Guitarist, che insieme a Hot Pickups dell’anno successivo e al primo volume di Toolin’ Around, viene considerato il suo disco migliore.

cd_guitarist_big   arlen roth toolin' around

Andiamo per copertine, ma è per rinfrescare la memoria di chi ricorda questi album (i primi due non disponibili in CD), quello del 1996 ancora in commercio, e stimolare gli amanti dei chitarristi, in possesso sia di una grande tecnica come di un notevole feeling, e con le giuste amicizie coltivate tra i colleghi nel corso degli anni.

Qui sopra, e a seguire, trovate un po’ di esempi della sua tecnica ineccepibile, che lo ha portato a pubblicare anche diversi CD e DVD didattici (e sia il nuovo album che la ristampa di quello con Levon Helm ospite dovrebbero contenere un DVD bonus, per quanto, temo, zona 1).

Ecco un estratto video della collaborazione con Sonny Landreth, tratta dal CD dove appaiono anche Helm e Bill Kirchen dei Commander Cody https://www.youtube.com/watch?v=MwVJV-0-0K0

Nonché presentazione video di Slide Guitar Summit e due anticipazioni audio dal nuovo album in uscita a settembre

Provare, o meglio, sentire per credere, questo signore è veramente un maestro della chitarra, purtroppo poco conosciuto se non dagli “iniziati”! Peccato che il tutto non sarà di facile reperibilità visto che esce, il 18 settembre, su etichetta Aquinnah (?!?). Ora comunque non avete più scuse, buona ricerca.

Bruno Conti

Slidin’ Blues At Its Best! Sonny Landreth – Bound By The Blues

sonny landreth bound by the blues

Sonny Landreth – Bound By The Blues – Provogue CD

Clyde Vernon Landreth, detto Sonny, è un musicista che nel corso della sua ormai più che quarantennale carriera non ha inciso molti dischi, ma quando lo ha fatto ha quasi sempre colpito nel segno: il suo ultimo lavoro, Elemental Journey (risalente a tre anni fa) è forse il meno brillante del lotto, ma in passato il nostro ci ha regalato vere proprie perle come Levee Town e The Road We’re On (i due che preferisco) ed ottime cose come Grant Street e quel South Of I-10 che nel 1995 lo fece uscire dal semi-anonimato nel quale viveva immeritatamente da anni. Landreth è un grande chitarrista, maestro della tecnica slide (in America, secondo il sottoscritto, inferiore solo a Ry Cooder, almeno tra i viventi) che negli anni è stato sempre molto richiesto anche sui dischi altrui: John Hiatt, uno che di chitarristi se ne intende, lo ha voluto come leader della sua band per ben tre dischi (Slow Turning, The Tiki Bar Is Open, Beneath This Gruff Exterior) e relative tournée.

Sonny è sempre stato avvicinato al genere blues, ma non è un bluesman canonico: nei suoi dischi infatti è sempre partito da una base blues, per poi rivestire le sue canzoni di influenze zydeco-cajun (è infatti soprannominato “il Re dello Slydeco”), country e rock’n’roll, una fusione di stili che è quasi d’obbligo per un musicista cresciuto in Louisiana sin da bambino (essendo nato in Mississippi, altro luogo dove il blues ce l’hai nel sangue). Quindi Landreth un vero disco tutto di blues non lo aveva mai fatto, almeno fino ad oggi: Bound By The Blues è infatti un excursus personale da parte di Sonny nel mondo delle dodici battute, un lavoro fatto con amore e passione esattamente bilanciato tra brani nuovi ed omaggi ai grandi che lo hanno influenzato.

Registrato e prodotto in maniera diretta e senza fronzoli (in trio: oltre a Sonny abbiamo David Ranson al basso e Brian Brignac alla batteria), Bound By The Blues non è quindi un esercizio scolastico fine a sé stesso, ma un vero e proprio Bignami lungo dieci brani nel quale Landreth esplora da par suo i meandri della musica del diavolo: il disco è suonato da Dio (e non c’erano dubbi), prodotto in maniera asciutta da Sonny stesso con Tony Daigle e cantato in maniera più che accettabile (e d’altronde la voce è sempre stato un po’ il tallone d’Achille del nostro, diciamo non altrettanto blues come le sue dita…), un album quindi che soddisferà pienamente sia i fans di Landreth che gli appassionati di blues, e che merita di essere messo a fianco, se non dei suoi lavori migliori in assoluto, sicuramente di quelli appena un gradino sotto (e dunque belli lo stesso).

Il disco si apre con la classica Walkin’ Blues (di Son House, ma resa celebre da Robert Johnson) ed è subito goduria, a partire dal colpo di batteria iniziale e fin dalle prime note di slide, un suono “grasso” che mette subito a suo agio l’ascoltatore, con Sonny che inizia a ricamare assoli. La title track è una rock song fluida e diretta, che ha sì il blues nei cromosomi ma si sviluppa in maniera non canonica, e Landreth alterna con maestria la slide acustica e quella elettrica; The High Side ha un suono paludoso, la sezione ritmica che pressa e Sonny che fa i numeri all’acustica, sopperendo ai suoi limiti vocali con massicce dosi di feeling. It Hurts Me Too è nota soprattutto per le versioni di Tampa Red ed Elmore James, ma l’hanno fatta in mille (tra cui Junior Wells, Eric Clapton, John Mayall, Bob Dylan, Grateful Dead), e qui non riserva grandissime sorprese, ma a me basta che il nostro trio suoni bene, e poi quando Sonny lascia scorrere le dita sul manico non ce n’è per nessuno; Where They Will è un’intrigante rock ballad, intensa e sinuosa, che a ben vedere non è neanche tanto blues (ha quasi un’atmosfera alla Chris Isaak), ma è comunque piacevole e, devo dirlo?, ben suonata.

Cherry Ball Blues, di Skip James (ma l’ha fatta anche Cooder) è tesa ed affilata, quasi più rock che blues, con il nostro che suona come se non ci fosse domani, lo strumentale Firebird Blues è un sentito omaggio al grande Johnny Winter, uno slow blues caldo e vibrante nel quale i tre musicisti danno prova di grande affiatamento: le casse del mio stereo quasi sudano … Dust My Broom (Robert Johnson, ma la versione “storica” è quella di Elmore James) è uno dei classici assoluti della musica del diavolo in generale, e della chitarra slide in particolare, e Sonny ci dà dentro di brutto, fornendo una prestazione da applausi, anche se qui più che mai si sente l’assenza di un vocalist adatto; chiudono il lavoro Key To The Highway (Big Bill Broonzy, ma tutti conoscono quella di Clapton), ripresa abbastanza fedelmente e con la consueta classe da Landreth (anche se verso la fine gigioneggia un po’ ma tenderei a perdonarlo …), e Simcoe Street, uno scatenato boogie strumentale dove tutti girano a mille.

Anche se non sarà un capolavoro, Bound By the Blues è un disco corroborante, che ci fa ritrovare il Sonny Landreth che conosciamo dopo il mezzo passo falso di Elemental Journey.

Marco Verdi

Anticipazioni A Breve E Lunga Gittata Estate 2015, Parte I. Willie Nelson & Merle Haggard, Dawes, Sonny Landreth, Amos Lee, Barenaked Ladies, Of Monsters And Men, Bill Wyman, Neil Young

willie nelson merle haggard django and jimmie

Come al solito prima dell’inizio dell’estate (che ufficialmente parte dal 21 giugno, ma già da inizio mese, di solito, porta i suoi benefici effetti) facciamo un giretto su alcune delle prossime uscite che ci delizieranno in questa stagione. Dei due titoli dei Rolling Stones, di Richard Thompson, dei Dawes, che sono nella lista del titolo del Post, ma qui non appaiono, già detto, e ancora di Rickie Lee Jones, Pete Townshend il Quadrophenia orchestrale, Indigo Girls, slittate, almeno in Europa, a metà giugno, e qualcos’altro che al momento mi sfugge,  ci siamo già occupati, per cui, in queste due puntate andremo scegliendo tra alcune delle proposte discografiche più interessanti. Oltre al nuovo Dawes, prodotto da David Rawlings, ad inizio della settimana prossima è in uscita un nuovo, ennesimo, album di Willie Nelson, questa volta in coppia con Merle Haggard. Il CD, intitolato Django And Jimmie, esce per la Sony Legacy, è prodotto da Buddy Cannon, e come riporta il titolo è un omaggio a Django Reinhardt e Jimmie Rodgers, anche se perlopiù si tratta di brani nuovi, scritti per l’occasione, molti dalla coppia Willie & Merle, ma anche dallo stesso Buddy Cannon, dalla figlia Marla, da Jamey Johnson e da altri (c’è anche una cover di Don’t Think Twice, It’s Allright di tale Bob Dylan), un brano che si chiama Missing Ol’ Johnny Cash, dove oltre ai due appare come ospite anche Bobby Bare; 14 canzoni in totale, per due leggende della country music https://www.youtube.com/watch?v=PRv7BVEsk0w

sonny landreth bound by the blues

Nuovo disco anche per Sonny Landreth Bound By Blues, il primo per la nuova etichetta Mascot/Provogue che sta sempre più raccogliendo nei suoi ranghi molti deii migliori chitarristi elettrici di rock-blues attualmente in circolazione (dopo Joe Bonamassa, Robben Ford, Walter Trout, Kenny Wayne Shepherd, Johnny Lang, Robert Cray, i Gov’t Mule di Warren Haynes, Neal Schon, Eric Johnson, Matt Schofield, eccetera) arriva anche il maestro della slide guitar, Landreth: come si intuisce dal titolo è un ritorno alle sue radici blues e contiene covers di Walkin’ Blues https://www.youtube.com/watch?v=Iij0C8bRASA , Dust My Broom (suonata in stile Zydeco), Key To The Highway, ma anche canzoni originali come lo strumentale Firebird Blues, scritta come tributo a Johnny Winter o Bound By The Blues, che cita nel testo Jimi Hendrix, Muddy Waters e Buffy Sainte-Marie, nonchè questa Where They Will https://www.youtube.com/watch?v=hvTTB8npBDY e The High Side https://www.youtube.com/watch?v=jk6Cx1ikMgw Promette bene, almeno ai primi ascolti.

barenaked ladies silverball

Sempre il 2 giugno, per la Vanguard, gruppo Universal, esce Silverball, il nuovo album dei Barenaked Ladies, band canadese in circolazione dai primi anni ’90, questo è il loro 14° disco di studio e anche se dalla popolarità che hanno dalle nostre parti, leggi Italia, non si direbbe, hanno venduto qualcosa come (esatto!) 14 milioni di copie di dischi. Sentito velocemente in streaming l’album non mi sembra male, questa è la title-track https://www.youtube.com/watch?v=hvTTB8npBDY e questa una piacevole Matter Of Time https://www.youtube.com/watch?v=vTGeB1LbtuI. Niente da strapparsi le vesti, ma del buon pop-rock alternative.

amos lee live at red rocks

Saltando di palo in frasca, il 16 giugno un nuovo album per Amos Lee, cantautore americano che al sottoscritto piace moltissimo. Si tratta di un album dal vivo, registrato nell’agosto del 2014 nella famosa location di Red Rocks, che a giudicare dai dischi e DVD in uscita ultimamente è gettonatissima, probabilmente devono fare la fila per registrare lì. Titolo Live At Red Rocks With The The Colorado Symphony, quindi con orchestra sinfonica di supporto, etichetta ATO, questi i titoli:

1. Windows Are Rolled Down
2. Jesus
3. Keep It Loose, Keep it Tight
4. El Camino
5. Violin https://www.youtube.com/watch?v=uFSDBuqMKB4
6. Colors
7. Tricksters, Hucksters, and Scamps
8. Flower
9. Won’t Let Me Go
10. Sweet Pea
11. Street Corner Preacher
12. Game of Thrones Theme
13. Black River
14. Arms of a Woman

Per il momento è solo in CD, però a giudicare da questo estratto video il tutto dovrebbe essere stato filmato.

of monsters and men beneth the skin

Il 9 giugno tornano anche gli islandesi Of Monsters And Men, che dopo la parziale delusione dell’ultimo Mumford And Sons (non ne ho parlato nel Blog, ma non escludo un ripensamento per esprimere il mio parere) rimangono tra gli alfieri di quel tipo di sound, anche se già la band di Nanna Bryndís Hilmarsdóttir aveva un suono più complesso ed elettrico in My Head Is An Animal. Etichetta, come per il precedente, Republic del gruppo Universal, non può mancare l’edizione Deluxe (ovvero come spillare soldi agli acquirenti con un disco sempre singolo, che costa un tot di più, per due brani extra e due remix) anche per Beneath The Skin; il produttore è Rich Costey, noto per il suo lavoro con i Muse, quindi ci dobbiamo aspettare un suono, per usare un eufemismo, molto più “lavorato”? A occhio (e anche a orecchio) parrebbe di sì, anche se non mi sembra poi male e tanto diverso dal disco precedente https://www.youtube.com/watch?v=tlCkafSYNJI e https://www.youtube.com/watch?v=_-PgPZ3F9P4

Le chitarre acustiche non sono sparite del tutto, almeno per loro, vedremo, anzi sentiremo!

bill wyman solo boxbill wyman back to basics

Doppia uscita per Bill Wyman. Il 16 giugno verra pubblicato dalla Edsel un cofanetto quintuplo, White Lightnin’ The Solo Box, che raccoglie i suoi dischi solisti (quindi niente album con i Rhythm Kings). Ecco il contenuto, ricco di bonus tracks, ben 24, di cui quattro inedite, un album Stuff, uscito solo in Giappone nel 1992 e un DVD con moltissime chicche e rarità. Il tutto ad un prezzo interessante, facendo la tara per la super Sterlina:

DISC ONE

MONKEY GRIP

  • 1. I Wanna Get Me A Gun
  • 2. Crazy Woman
  • 3. Pussy
  • 4. Mighty Fine Time
  • 5. Monkey Grip Glue
  • 6. What A Blow
  • 7. White Lightnin’
  • 8. I’ll Pull You Thro’
  • 9. It’s A Wonder

BONUS TRACKS

  • 10. Wine And Wimmen [early version]
  • 11. It’s Just A Matter Of Time
  • 12. If You Got The Feelin’
  • 13. Five Card Stud
  • 14. Monkey Grip Glue [single edit]
  • 15. What A Blow [single edit]
  • 16. White Lightnin’ [single mix]
  • 17. Pussy [single mix]

DISC TWO

STONE ALONE

  • 1. A Quarter To Three
  • 2. Gimme Just
  • One Chance
  • 3. Soul Satisfying
  • 4. Apache Woman
  • 5. Every Sixty Seconds
  • 6. Get It On
  • 7. Feet
  • 8. Peanut Butter Time
  • 9. Wine And Wimmen
  • 10. If You Wanna Be Happy
  • 11. What’s The Point
  • 12. No More Foolin’

BONUS TRACKS

  • 13. High Flying Bird
  • 14. Back To School Again
  • 15. Can’t Put Your Picture Down
  • 16. Love Is Such A Wonderful Thing
  • 17. A Quarter To Three [single mix]
  • 18. Apache Woman [single mix]

DISC THREE

BILL WYMAN

  • 1. Ride On Baby
  • 2. A New Fashion
  • 3. Nuclear Reactions
  • 4. Visions
  • 5. Jump Up
  • 6. Come Back Suzanne
  • 7. Rio De Janeiro
  • 8. Girls
  • 9. Seventeen
  • 10. (Si, Si) Je Suis Un Rock Star

BONUS TRACKS

  • 11. Rio De Janeiro [single edit]
  • 12. Come Back Suzanne [single edit]
  • 13. Visions [single edit]
  • 14. (Si, Si) Je Suis Un Rock Star [single edit]
  • 15. Come Back Suzanne [demo]
  • 16. (Si Si) Je Suis Un Rock Star [demo]

DISC FOUR

STUFF

  • 1. If I Was A Doo Doo Doo
  • 2. Like A Knife
  • 3. Stuff
  • (Can’t Get Enough)
  • 4. Leave Your Hat On
  • 5. This Strange Effect
  • 6. Mama Rap
  • 7. She Danced
  • 8. Fear Of Flying
  • 9. Affected By The Towns
  • 10. Blue Murder (lies)

BONUS TRACKS

  • 11. Like a Knife [12” single mix]
  • 12. Stuff (Can’t Get Enough) [12” single mix]
  • 13. She Danced [12” mix]
  • 14. Stuff (Can’t Get Enough) [alternate 12” mix]

DVD

FEATURE INTERVIEW

Bill Wyman talks to David Hepworth about the making of the albums

PROMO VIDEOS

  • 1. I Wanna Get Me A Gun
  • 2. Monkey Grip Glue
  • 3. What A Blow
  • 4. (Si, Si) Je Suis Un Rock Star
  • 5. A New Fashion
  • 6. Come Back Suzanne
  • 7. Stuff (Can’t Get Enough)

BBC TV CLIPS

  • 1. Old Grey Whistle Test (featuring White Lightnin’ promo video)
  • 2. Parkinson
  • 3. Kenny Everett Television Show
  • 4. Bonus clips from Newsnight

Il 23 giugno, la settimana dopo quindi, la Proper pubblicherà questo Back To Basics, un album solista che dicono si ispiri alle sue influenze musicali (Tom Waits, Leonard Cohen, JJ Cale, non sapevo, avrei detto più blues, R&B e R&R). Co-prodotto da Andy Wright (che ha lavorato con Jeff Beck, Eurythmics, Simply Red, quindi un bel mah) e con la partecipazione di Terry Taylor, Guy Fletcher (Mark Knopfler), Graham Broad e Robbie McIntosh. Cosa dobbiamo aspettarci? Boh, a parte i Rhythm Kings non ho mai seguito la carriera dell’ex bassista degli Stones e cito i due album in questo spazio, proprio per i seguaci della band. Erano 33 anni che non faceva dischi da solista (titolo giapponese escluso) e non so dirvi se ne sentivamo la mancanza. Questo è un piccolo assaggio…

neil young monsanto years

A proposito di assaggi, circa un mese fa vi avevo anticipato l’uscita di un nuovo album di Neil Young The Monsanto Years. Ora è stata confermata la data di pubblicazione, il 30 giugno, l’etichetta, la Reprise e il fatto che sarà accompagnato dalla band Promise Of The Real, ovvero i figli di Willie Nelson (per chiudere il cerchio con la prima uscita segnalata nel Post): i formati saranno CD+DVD (temo solo audio), vinile Deluxe e download dalla piattaforma Pono Music del vecchio Neil. Questa la tracklist annunciata (sono gli stessi pezzi nel CD e nel DVD, ma in una diversa sequenza, mistero):

01. A New Day For Love
02. Wolf Moon
03. People Want To Hear About Love
04. Big Box
05. A Rock Star Bucks A Coffee Shop
06. Workin’ Man
07. Rules Of Change
08. Monsanto Years
09. If I Don’t Know

The Monsanto Years DVD Tracklist:
01. Big Box
02. A Rock Star Bucks A Coffee Shop
03. Rules Of Change
04. Workin’ Man
05. Monsanto Years
06. A New Day For Love
07. Wolf Moon
08. People Want To Hear About Love
09. If I Don’t Know

C’è già il video nuovo, sempre più incazzoso nel testo, e non sembra per niente male, quindi attendiamo fiduciosi.

Domani il seguito delle uscite future, un paio di luglio e agosto, molto interessanti.

Bruno Conti