Ancora Uno Che Di Slide Se Ne Intende! Roy Rogers – Into The Wild Blue

roy rogers into the wild blue

Roy Rogers – Into The Wild Blue – Chops Not Chaps Records 

Lo avevo lasciato un paio di anni fa alle prese con l’ultimo disco registrato in collaborazione con Ray Manzarek (il terzo della serie http://discoclub.myblog.it/2013/07/08/ray-manzarek-roy-rogers-atto-finale-twisted-tales-5497222/ ) e ora Roy Rogers si ripresenta con questo nuovo album Into The Wild Blue, pubblicato come di consueto dalla sua etichetta Chops Not Chaps (che era anche il titolo del suo primo album solista uscito nel lontano 1986), ma in mezzo, e anche prima, c’è tutta una vita di blues (e non solo). Il musicista californiano, è nato a Redding, quasi un destino nel nome, muove i primi passi a metà degli anni ’70, poi forma la sua prima band, i Delta Rhytm Kings, viene “scoperto” da John Lee Hooker che lo vuole nel suo gruppo dei tempi, la Coast To Coast Band, dove passa quattro anni, prima di iniziare la carriera solista con l’album citato prima. Ma la sua collaborazione con il grande “Hook” non finisce lì, infatti Rogers gli produrrà quattro album, The Healer, Mr. Lucky, Boom Boom e Chill Out, non un granché l’ultimo, ma gli altri tre sono strepitosi, prima di lasciare a Van Morrison la produzione dell’ultimissimo Don’t Look Back. Comunque Mr. Rogers è un ottimo chitarrista (e cantante) anche in proprio: uno dei maestri della slide guitar delle ultime generazioni, assolutamente alla pari con gente come Ry Cooder, Sonny Landreth, Derek Trucks, anche se meno pirotecnico e virtuosistico nel suo approccio, quindi forse più vicino a Cooder; anche per lui, come quasi per tutti, i suoi album migliori risalgono al passato, tutti quelli con la parola Slide nel titolo, ma anche i due pubblicati dalla Point Blank negli anni ’90, e non è male, tra i più recenti, Split Decision, uscito per la Blind Pig nel 2009, il suo ultimo come solista prima di questo Into The Wild Blue, senza dimenticare quello registrato in coppia con il compianto Norton Buffalo.

 

Il nuovo album propone la solita formula dei dischi di Roy Rogers, un misto di stili, dove confluiscono varie forme di blues, irrobustite da innesti rock e funky, con una serie di brani strumentali, quattro questa volta e il suo stile chitarristico spesso in evidenza, ma senza esagerare. Rogers è anche un buon vocalist, niente di memorabile, si scrive le proprie canzoni e ha un buon gruppo dove spiccano il tastierista Jim Pugh, vecchio sodale di Robert Cray e anche il batterista Kevin Hayes, pure lui in passato con Cray, oltre a Carlos Reyes che con i suoi violino e arpa aggiunge sonorità inconsuete al tutto. Si parte alla grande con Last Go Round, un brano dove si gusta subito la slide di Roy Rogers, in bella evidenza con il suo sinuoso fluire, mentre la band gira a mille, con abilità e tecnica, senza strafare. Don’t You Let Them Win, con un bel groove ritmato tra Buddy Holly e Bo Diddley, la voce pacata e gradevole di Rogers, con Reyes all’arpa che appoggia le fluide evoluzioni chitarristiche di Rogers, per una volta non alla slide, e Pugh che con l’organo aggiunge quel tocco soul-rock in più, molto piacevole.

Got To Believe, ha un’aura latineggiante, ma anche un vago sentore di tango, con il violino di Reyes e la voce di supporto di Omega Rae ad aggiungere quel tocco esotico di cui si diceva qualche riga fa, poi ci pensano la slide sognante di Roy e il piano di Pugh a fare il resto https://www.youtube.com/watch?v=CW9jqlKzHeU . Losin’ You è uno dei pezzi più tirati e rock dell’album, con un tiro non dissimile dalle prove soliste dei dischi di Sonny Landreth e anche con pari virtuosismo, qui la slide viaggia alla grande, mentre She’s A Real Jaguar ricorda certe cose più rilassate, laid-back, di Ry Cooder, magari nelle collaborazioni con Hiatt e nei Little Village, sempre con il piacevole dualismo tra violino e chitarra https://www.youtube.com/watch?v=jrUCll6Cr9s . Dackin’ è il primo dei quattro strumentali, qui si va di groove funky, una voglia di jam tra la chitarra slide decisa di Rogers e l’organo di Pugh e anche Love Is History, di nuovo cantata in coppia con la Rae, rimane in territori funky-soul, questa volta con Pugh al piano a sostenere il solismo di Rogers. Into The Wild Blue, altro strumentale, più sognante, con i florilegi dell’arpa di Reyes a sostenere il leader, con High Steppin’ che ricorda nuovamente le scorribande al bottleneck di Landreth, ricche di tecnica anche se non particolarmente eccitanti. Dark Angels torna  al blues-rock deciso dei brani iniziali e la conclusiva Song For Robert, dedicata al fratello scomparso, è l’ultimo strumentale, questa volta un lento d’atmosfera dove si apprezza il lato più riflessivo della musica di Roy Rogers https://www.youtube.com/watch?v=7ihaCZYmDh8 . In definitiva un buon album, per amanti dei chitarristi, ma non solo!

Bruno Conti

Toh Guarda Chi Si Rivede, Doppia Uscita A Settembre! Arlen Roth – Slide Guitar Summit E Ristampa Toolin’ Around Woodstock Feat. Levon Helm

arlen roth slide guitar summit   arlen roth toolin' around woodstock

Dopo qualche anno di silenzio (ma aveva continuato a produrre dischi in proprio nel corso degli anni) ritorna Arlen Roth, quello che giustamente viene considerato uno dei migliori chitarristi “sconosciuti” americani, vincitore del premio dei critici di Montreux con il suo album di esordio nel lontano 1978, quel Guitarist, che insieme a Hot Pickups dell’anno successivo e al primo volume di Toolin’ Around, viene considerato il suo disco migliore.

cd_guitarist_big   arlen roth toolin' around

Andiamo per copertine, ma è per rinfrescare la memoria di chi ricorda questi album (i primi due non disponibili in CD), quello del 1996 ancora in commercio, e stimolare gli amanti dei chitarristi, in possesso sia di una grande tecnica come di un notevole feeling, e con le giuste amicizie coltivate tra i colleghi nel corso degli anni.

Qui sopra, e a seguire, trovate un po’ di esempi della sua tecnica ineccepibile, che lo ha portato a pubblicare anche diversi CD e DVD didattici (e sia il nuovo album che la ristampa di quello con Levon Helm ospite dovrebbero contenere un DVD bonus, per quanto, temo, zona 1).

Ecco un estratto video della collaborazione con Sonny Landreth, tratta dal CD dove appaiono anche Helm e Bill Kirchen dei Commander Cody https://www.youtube.com/watch?v=MwVJV-0-0K0

Nonché presentazione video di Slide Guitar Summit e due anticipazioni audio dal nuovo album in uscita a settembre

Provare, o meglio, sentire per credere, questo signore è veramente un maestro della chitarra, purtroppo poco conosciuto se non dagli “iniziati”! Peccato che il tutto non sarà di facile reperibilità visto che esce, il 18 settembre, su etichetta Aquinnah (?!?). Ora comunque non avete più scuse, buona ricerca.

Bruno Conti

Slidin’ Blues At Its Best! Sonny Landreth – Bound By The Blues

sonny landreth bound by the blues

Sonny Landreth – Bound By The Blues – Provogue CD

Clyde Vernon Landreth, detto Sonny, è un musicista che nel corso della sua ormai più che quarantennale carriera non ha inciso molti dischi, ma quando lo ha fatto ha quasi sempre colpito nel segno: il suo ultimo lavoro, Elemental Journey (risalente a tre anni fa) è forse il meno brillante del lotto, ma in passato il nostro ci ha regalato vere proprie perle come Levee Town e The Road We’re On (i due che preferisco) ed ottime cose come Grant Street e quel South Of I-10 che nel 1995 lo fece uscire dal semi-anonimato nel quale viveva immeritatamente da anni. Landreth è un grande chitarrista, maestro della tecnica slide (in America, secondo il sottoscritto, inferiore solo a Ry Cooder, almeno tra i viventi) che negli anni è stato sempre molto richiesto anche sui dischi altrui: John Hiatt, uno che di chitarristi se ne intende, lo ha voluto come leader della sua band per ben tre dischi (Slow Turning, The Tiki Bar Is Open, Beneath This Gruff Exterior) e relative tournée.

Sonny è sempre stato avvicinato al genere blues, ma non è un bluesman canonico: nei suoi dischi infatti è sempre partito da una base blues, per poi rivestire le sue canzoni di influenze zydeco-cajun (è infatti soprannominato “il Re dello Slydeco”), country e rock’n’roll, una fusione di stili che è quasi d’obbligo per un musicista cresciuto in Louisiana sin da bambino (essendo nato in Mississippi, altro luogo dove il blues ce l’hai nel sangue). Quindi Landreth un vero disco tutto di blues non lo aveva mai fatto, almeno fino ad oggi: Bound By The Blues è infatti un excursus personale da parte di Sonny nel mondo delle dodici battute, un lavoro fatto con amore e passione esattamente bilanciato tra brani nuovi ed omaggi ai grandi che lo hanno influenzato.

Registrato e prodotto in maniera diretta e senza fronzoli (in trio: oltre a Sonny abbiamo David Ranson al basso e Brian Brignac alla batteria), Bound By The Blues non è quindi un esercizio scolastico fine a sé stesso, ma un vero e proprio Bignami lungo dieci brani nel quale Landreth esplora da par suo i meandri della musica del diavolo: il disco è suonato da Dio (e non c’erano dubbi), prodotto in maniera asciutta da Sonny stesso con Tony Daigle e cantato in maniera più che accettabile (e d’altronde la voce è sempre stato un po’ il tallone d’Achille del nostro, diciamo non altrettanto blues come le sue dita…), un album quindi che soddisferà pienamente sia i fans di Landreth che gli appassionati di blues, e che merita di essere messo a fianco, se non dei suoi lavori migliori in assoluto, sicuramente di quelli appena un gradino sotto (e dunque belli lo stesso).

Il disco si apre con la classica Walkin’ Blues (di Son House, ma resa celebre da Robert Johnson) ed è subito goduria, a partire dal colpo di batteria iniziale e fin dalle prime note di slide, un suono “grasso” che mette subito a suo agio l’ascoltatore, con Sonny che inizia a ricamare assoli. La title track è una rock song fluida e diretta, che ha sì il blues nei cromosomi ma si sviluppa in maniera non canonica, e Landreth alterna con maestria la slide acustica e quella elettrica; The High Side ha un suono paludoso, la sezione ritmica che pressa e Sonny che fa i numeri all’acustica, sopperendo ai suoi limiti vocali con massicce dosi di feeling. It Hurts Me Too è nota soprattutto per le versioni di Tampa Red ed Elmore James, ma l’hanno fatta in mille (tra cui Junior Wells, Eric Clapton, John Mayall, Bob Dylan, Grateful Dead), e qui non riserva grandissime sorprese, ma a me basta che il nostro trio suoni bene, e poi quando Sonny lascia scorrere le dita sul manico non ce n’è per nessuno; Where They Will è un’intrigante rock ballad, intensa e sinuosa, che a ben vedere non è neanche tanto blues (ha quasi un’atmosfera alla Chris Isaak), ma è comunque piacevole e, devo dirlo?, ben suonata.

Cherry Ball Blues, di Skip James (ma l’ha fatta anche Cooder) è tesa ed affilata, quasi più rock che blues, con il nostro che suona come se non ci fosse domani, lo strumentale Firebird Blues è un sentito omaggio al grande Johnny Winter, uno slow blues caldo e vibrante nel quale i tre musicisti danno prova di grande affiatamento: le casse del mio stereo quasi sudano … Dust My Broom (Robert Johnson, ma la versione “storica” è quella di Elmore James) è uno dei classici assoluti della musica del diavolo in generale, e della chitarra slide in particolare, e Sonny ci dà dentro di brutto, fornendo una prestazione da applausi, anche se qui più che mai si sente l’assenza di un vocalist adatto; chiudono il lavoro Key To The Highway (Big Bill Broonzy, ma tutti conoscono quella di Clapton), ripresa abbastanza fedelmente e con la consueta classe da Landreth (anche se verso la fine gigioneggia un po’ ma tenderei a perdonarlo …), e Simcoe Street, uno scatenato boogie strumentale dove tutti girano a mille.

Anche se non sarà un capolavoro, Bound By the Blues è un disco corroborante, che ci fa ritrovare il Sonny Landreth che conosciamo dopo il mezzo passo falso di Elemental Journey.

Marco Verdi

Anticipazioni A Breve E Lunga Gittata Estate 2015, Parte I. Willie Nelson & Merle Haggard, Dawes, Sonny Landreth, Amos Lee, Barenaked Ladies, Of Monsters And Men, Bill Wyman, Neil Young

willie nelson merle haggard django and jimmie

Come al solito prima dell’inizio dell’estate (che ufficialmente parte dal 21 giugno, ma già da inizio mese, di solito, porta i suoi benefici effetti) facciamo un giretto su alcune delle prossime uscite che ci delizieranno in questa stagione. Dei due titoli dei Rolling Stones, di Richard Thompson, dei Dawes, che sono nella lista del titolo del Post, ma qui non appaiono, già detto, e ancora di Rickie Lee Jones, Pete Townshend il Quadrophenia orchestrale, Indigo Girls, slittate, almeno in Europa, a metà giugno, e qualcos’altro che al momento mi sfugge,  ci siamo già occupati, per cui, in queste due puntate andremo scegliendo tra alcune delle proposte discografiche più interessanti. Oltre al nuovo Dawes, prodotto da David Rawlings, ad inizio della settimana prossima è in uscita un nuovo, ennesimo, album di Willie Nelson, questa volta in coppia con Merle Haggard. Il CD, intitolato Django And Jimmie, esce per la Sony Legacy, è prodotto da Buddy Cannon, e come riporta il titolo è un omaggio a Django Reinhardt e Jimmie Rodgers, anche se perlopiù si tratta di brani nuovi, scritti per l’occasione, molti dalla coppia Willie & Merle, ma anche dallo stesso Buddy Cannon, dalla figlia Marla, da Jamey Johnson e da altri (c’è anche una cover di Don’t Think Twice, It’s Allright di tale Bob Dylan), un brano che si chiama Missing Ol’ Johnny Cash, dove oltre ai due appare come ospite anche Bobby Bare; 14 canzoni in totale, per due leggende della country music https://www.youtube.com/watch?v=PRv7BVEsk0w

sonny landreth bound by the blues

Nuovo disco anche per Sonny Landreth Bound By Blues, il primo per la nuova etichetta Mascot/Provogue che sta sempre più raccogliendo nei suoi ranghi molti deii migliori chitarristi elettrici di rock-blues attualmente in circolazione (dopo Joe Bonamassa, Robben Ford, Walter Trout, Kenny Wayne Shepherd, Johnny Lang, Robert Cray, i Gov’t Mule di Warren Haynes, Neal Schon, Eric Johnson, Matt Schofield, eccetera) arriva anche il maestro della slide guitar, Landreth: come si intuisce dal titolo è un ritorno alle sue radici blues e contiene covers di Walkin’ Blues https://www.youtube.com/watch?v=Iij0C8bRASA , Dust My Broom (suonata in stile Zydeco), Key To The Highway, ma anche canzoni originali come lo strumentale Firebird Blues, scritta come tributo a Johnny Winter o Bound By The Blues, che cita nel testo Jimi Hendrix, Muddy Waters e Buffy Sainte-Marie, nonchè questa Where They Will https://www.youtube.com/watch?v=hvTTB8npBDY e The High Side https://www.youtube.com/watch?v=jk6Cx1ikMgw Promette bene, almeno ai primi ascolti.

barenaked ladies silverball

Sempre il 2 giugno, per la Vanguard, gruppo Universal, esce Silverball, il nuovo album dei Barenaked Ladies, band canadese in circolazione dai primi anni ’90, questo è il loro 14° disco di studio e anche se dalla popolarità che hanno dalle nostre parti, leggi Italia, non si direbbe, hanno venduto qualcosa come (esatto!) 14 milioni di copie di dischi. Sentito velocemente in streaming l’album non mi sembra male, questa è la title-track https://www.youtube.com/watch?v=hvTTB8npBDY e questa una piacevole Matter Of Time https://www.youtube.com/watch?v=vTGeB1LbtuI. Niente da strapparsi le vesti, ma del buon pop-rock alternative.

amos lee live at red rocks

Saltando di palo in frasca, il 16 giugno un nuovo album per Amos Lee, cantautore americano che al sottoscritto piace moltissimo. Si tratta di un album dal vivo, registrato nell’agosto del 2014 nella famosa location di Red Rocks, che a giudicare dai dischi e DVD in uscita ultimamente è gettonatissima, probabilmente devono fare la fila per registrare lì. Titolo Live At Red Rocks With The The Colorado Symphony, quindi con orchestra sinfonica di supporto, etichetta ATO, questi i titoli:

1. Windows Are Rolled Down
2. Jesus
3. Keep It Loose, Keep it Tight
4. El Camino
5. Violin https://www.youtube.com/watch?v=uFSDBuqMKB4
6. Colors
7. Tricksters, Hucksters, and Scamps
8. Flower
9. Won’t Let Me Go
10. Sweet Pea
11. Street Corner Preacher
12. Game of Thrones Theme
13. Black River
14. Arms of a Woman

Per il momento è solo in CD, però a giudicare da questo estratto video il tutto dovrebbe essere stato filmato.

of monsters and men beneth the skin

Il 9 giugno tornano anche gli islandesi Of Monsters And Men, che dopo la parziale delusione dell’ultimo Mumford And Sons (non ne ho parlato nel Blog, ma non escludo un ripensamento per esprimere il mio parere) rimangono tra gli alfieri di quel tipo di sound, anche se già la band di Nanna Bryndís Hilmarsdóttir aveva un suono più complesso ed elettrico in My Head Is An Animal. Etichetta, come per il precedente, Republic del gruppo Universal, non può mancare l’edizione Deluxe (ovvero come spillare soldi agli acquirenti con un disco sempre singolo, che costa un tot di più, per due brani extra e due remix) anche per Beneath The Skin; il produttore è Rich Costey, noto per il suo lavoro con i Muse, quindi ci dobbiamo aspettare un suono, per usare un eufemismo, molto più “lavorato”? A occhio (e anche a orecchio) parrebbe di sì, anche se non mi sembra poi male e tanto diverso dal disco precedente https://www.youtube.com/watch?v=tlCkafSYNJI e https://www.youtube.com/watch?v=_-PgPZ3F9P4

Le chitarre acustiche non sono sparite del tutto, almeno per loro, vedremo, anzi sentiremo!

bill wyman solo boxbill wyman back to basics

Doppia uscita per Bill Wyman. Il 16 giugno verra pubblicato dalla Edsel un cofanetto quintuplo, White Lightnin’ The Solo Box, che raccoglie i suoi dischi solisti (quindi niente album con i Rhythm Kings). Ecco il contenuto, ricco di bonus tracks, ben 24, di cui quattro inedite, un album Stuff, uscito solo in Giappone nel 1992 e un DVD con moltissime chicche e rarità. Il tutto ad un prezzo interessante, facendo la tara per la super Sterlina:

DISC ONE

MONKEY GRIP

  • 1. I Wanna Get Me A Gun
  • 2. Crazy Woman
  • 3. Pussy
  • 4. Mighty Fine Time
  • 5. Monkey Grip Glue
  • 6. What A Blow
  • 7. White Lightnin’
  • 8. I’ll Pull You Thro’
  • 9. It’s A Wonder

BONUS TRACKS

  • 10. Wine And Wimmen [early version]
  • 11. It’s Just A Matter Of Time
  • 12. If You Got The Feelin’
  • 13. Five Card Stud
  • 14. Monkey Grip Glue [single edit]
  • 15. What A Blow [single edit]
  • 16. White Lightnin’ [single mix]
  • 17. Pussy [single mix]

DISC TWO

STONE ALONE

  • 1. A Quarter To Three
  • 2. Gimme Just
  • One Chance
  • 3. Soul Satisfying
  • 4. Apache Woman
  • 5. Every Sixty Seconds
  • 6. Get It On
  • 7. Feet
  • 8. Peanut Butter Time
  • 9. Wine And Wimmen
  • 10. If You Wanna Be Happy
  • 11. What’s The Point
  • 12. No More Foolin’

BONUS TRACKS

  • 13. High Flying Bird
  • 14. Back To School Again
  • 15. Can’t Put Your Picture Down
  • 16. Love Is Such A Wonderful Thing
  • 17. A Quarter To Three [single mix]
  • 18. Apache Woman [single mix]

DISC THREE

BILL WYMAN

  • 1. Ride On Baby
  • 2. A New Fashion
  • 3. Nuclear Reactions
  • 4. Visions
  • 5. Jump Up
  • 6. Come Back Suzanne
  • 7. Rio De Janeiro
  • 8. Girls
  • 9. Seventeen
  • 10. (Si, Si) Je Suis Un Rock Star

BONUS TRACKS

  • 11. Rio De Janeiro [single edit]
  • 12. Come Back Suzanne [single edit]
  • 13. Visions [single edit]
  • 14. (Si, Si) Je Suis Un Rock Star [single edit]
  • 15. Come Back Suzanne [demo]
  • 16. (Si Si) Je Suis Un Rock Star [demo]

DISC FOUR

STUFF

  • 1. If I Was A Doo Doo Doo
  • 2. Like A Knife
  • 3. Stuff
  • (Can’t Get Enough)
  • 4. Leave Your Hat On
  • 5. This Strange Effect
  • 6. Mama Rap
  • 7. She Danced
  • 8. Fear Of Flying
  • 9. Affected By The Towns
  • 10. Blue Murder (lies)

BONUS TRACKS

  • 11. Like a Knife [12” single mix]
  • 12. Stuff (Can’t Get Enough) [12” single mix]
  • 13. She Danced [12” mix]
  • 14. Stuff (Can’t Get Enough) [alternate 12” mix]

DVD

FEATURE INTERVIEW

Bill Wyman talks to David Hepworth about the making of the albums

PROMO VIDEOS

  • 1. I Wanna Get Me A Gun
  • 2. Monkey Grip Glue
  • 3. What A Blow
  • 4. (Si, Si) Je Suis Un Rock Star
  • 5. A New Fashion
  • 6. Come Back Suzanne
  • 7. Stuff (Can’t Get Enough)

BBC TV CLIPS

  • 1. Old Grey Whistle Test (featuring White Lightnin’ promo video)
  • 2. Parkinson
  • 3. Kenny Everett Television Show
  • 4. Bonus clips from Newsnight

Il 23 giugno, la settimana dopo quindi, la Proper pubblicherà questo Back To Basics, un album solista che dicono si ispiri alle sue influenze musicali (Tom Waits, Leonard Cohen, JJ Cale, non sapevo, avrei detto più blues, R&B e R&R). Co-prodotto da Andy Wright (che ha lavorato con Jeff Beck, Eurythmics, Simply Red, quindi un bel mah) e con la partecipazione di Terry Taylor, Guy Fletcher (Mark Knopfler), Graham Broad e Robbie McIntosh. Cosa dobbiamo aspettarci? Boh, a parte i Rhythm Kings non ho mai seguito la carriera dell’ex bassista degli Stones e cito i due album in questo spazio, proprio per i seguaci della band. Erano 33 anni che non faceva dischi da solista (titolo giapponese escluso) e non so dirvi se ne sentivamo la mancanza. Questo è un piccolo assaggio…

neil young monsanto years

A proposito di assaggi, circa un mese fa vi avevo anticipato l’uscita di un nuovo album di Neil Young The Monsanto Years. Ora è stata confermata la data di pubblicazione, il 30 giugno, l’etichetta, la Reprise e il fatto che sarà accompagnato dalla band Promise Of The Real, ovvero i figli di Willie Nelson (per chiudere il cerchio con la prima uscita segnalata nel Post): i formati saranno CD+DVD (temo solo audio), vinile Deluxe e download dalla piattaforma Pono Music del vecchio Neil. Questa la tracklist annunciata (sono gli stessi pezzi nel CD e nel DVD, ma in una diversa sequenza, mistero):

01. A New Day For Love
02. Wolf Moon
03. People Want To Hear About Love
04. Big Box
05. A Rock Star Bucks A Coffee Shop
06. Workin’ Man
07. Rules Of Change
08. Monsanto Years
09. If I Don’t Know

The Monsanto Years DVD Tracklist:
01. Big Box
02. A Rock Star Bucks A Coffee Shop
03. Rules Of Change
04. Workin’ Man
05. Monsanto Years
06. A New Day For Love
07. Wolf Moon
08. People Want To Hear About Love
09. If I Don’t Know

C’è già il video nuovo, sempre più incazzoso nel testo, e non sembra per niente male, quindi attendiamo fiduciosi.

Domani il seguito delle uscite future, un paio di luglio e agosto, molto interessanti.

Bruno Conti

La Classe Non E’ Acqua, 2! Robben Ford – Into The Sun

robben ford into the sun

Robben Ford – Into The Sun – Mascot/Provogue 31-03-2015

Se vi chiedete il perché del 2 nel titolo, data per scontata la classe di Robben Ford, è semplicemente perché avevo già usato lo stesso titolo, un paio di anni fa, per la recensione di Memphis di Boz Scaggs (a proposito, a fine mese esce il nuovo album, A Fool To Care, che si annuncia eccellente, con Bonnie Raitt e Lucinda Williams). Ma veniamo all’anteprima di questo Into The Sun, anche lui in uscita il 31 marzo. Tra l’altro ho realizzato un’intervista con Robben, che dovreste leggere sul numero di aprile del Buscadero.

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Sinceramente ho perso il conto del numero dei dischi dell’artista californiano, ma credo che tra album a nome suo, con i fratelli e collaborazioni varie con altri musicisti e gruppi, gli album dove appare il nome di Robben Ford (non come ospite), superino abbondantemente le trentacinque unità. Quello che è certo è che gli ultimi tre sono usciti per la Mascot/Provogue, questo Into The Sun incluso, e secondo la critica, almeno nei due precedenti, si era segnalato un certo ritorno di Robben verso le sue radici più blues http://discoclub.myblog.it/2014/01/30/ecco-giorno-nashville-lo-scorso-anno-robben-ford-esce-il-4-febbraio/. A giudicare dai primi ascolti del nuovo album (effettuati in streaming parecchie settimane prima dell’uscita e senza molte informazioni a disposizione sui musicisti coinvolti, ospiti a parte) mi sembra che invece in questa occasione si sia optato per un tipo di suono più eclettico e variegato, magari a tratti un filo più leccato, che è da sempre la critica che gli fanno i suoi detrattori, grande tecnica e bravura infinita, ma un suono fin troppo algido e preciso a momenti. Ford, nella presentazione del disco, ha parlato di un disco solare (vedi titolo) e positivo, molto ritmato e diversificato negli stili usati, spingendosi a dichiarare che si tratta di uno dei suoi migliori in assoluto (ma avete mai sentito un artista dire, “sì in effetti l’album è bruttino, potevo fare meglio”?).

Undici brani in tutto, cinque dove appaiono ospiti molto diversi tra loro, quattro scritti in collaborazione con un certo Kyle Swan, musicista, vocalist e polistrumentista dall’approccio particolare, di cui fino a questo album ignoravo l’esistenza, diciamo un tipo “strano” https://www.youtube.com/watch?v=31FenhgSS3M . Comunque non mi sembra che l’influenza di Swan sia molto marcata, e in ogni caso per uno che ha suonato con Joni Mitchell e Miles Davis nulla di nuovo! L’ingegnere del suono al solito è Niko Bolas, collaboratore di lunga data di Robben Ford, che rende il tutto nitido e ben calibrato (ma sempre dall’intervista ho ricavato che il produttore è tale Kozmo Flow ?!?), per i musicisti che suonano azzardo la presenza della sua ultima sezione ritmica, Wes Little, il batterista e Brian Allen, il bassista, anche in A Day In Nashville e Jim Cox alle tastiere. Il risultato sonoro, come si diceva, è più eclettico del solito, Rose Of Sharon, tra acustico ed elettrico, ad occhio (e a orecchio) sembra una di queste collaborazioni con Swan, molto raffinata e ricercata, con lo spirito jazz-blues della chitarra di Ford che cerca di inserirsi in melodie più complesse (ma nell’intervista mi ha detto che Swan non c’entra nulla). Ma Day Of The Planets ha  questo annunciato sound molto solare ed immediato, tocchi soul, una ritmica esuberante e le tastiere che colorano il solito lavoro magistrale della solista di Robben, dal suono inconfondibile, più misurato rispetto ad altre occasioni. Howlin’ At The Moon, con la presenza di alcune voci femminili di supporto, ha un suono decisamente più rock-blues e carnale con la chitarra che fa sentire una presenza più decisa, ben supportata dall’eccellente lavoro di sezione ritmica e tastiere, oltre ad una ottima interpretazione vocale; molto piacevole anche l’incalzante Rainbow Cover, con le cristalline evoluzioni della solista di Robben inserite in una canzone di impronta decisamente pop-rock, ma di classe.

robben ford 3 robben ford 2

La voce maschia di Keb’ Mo’ ben si accoppia con quella di Robben Ford, in un duetto gospel-blues, Justified https://www.youtube.com/watch?v=YisOj_37zUw , dove si apprezza anche la sacred steel del bravissimo Robert Randolph, il piano honky-tonk di Jim Cox, il tutto coronato da un classico assolo di Ford. ZZ Ward è una giovane cantante americana, di recente opening act anche per Eric Clapton, fautrice di un blues-rock leggero, forse più blue-eyed soul https://www.youtube.com/watch?v=4zzeoEjh_ig  che ben si sposa con le sonorità sempre raffinate della chitarra di Robben, che donano una magica aura sospesa e sognante a una notevole Breath Of Me, mentre per High Heels And Throwing Things, un duetto con Warren Haynes, il suono si fa decisamente più maschio e vibrante https://www.youtube.com/watch?v=89wEudH-AMQ , un funky-rock gagliardo dove la slide guizzante del musicista dei Gov’t Mule ben si sposa con la solista del titolare, in una continua alternanza di licks. Cause Of War è un altro bel pezzo, energico e dalla struttura decisamente rock-blues, con un torrido riff di chitarra e un sound tirato inconsueto per Ford, mentre la successiva e complessa So Long 4 You rimane in questo spirito chitarristico presentando un duetto con il maestro della slide Sonny Landreth, in gran spolvero. Ci avviciniamo alla conclusione, prima con una Same Train che anche grazie alla presenza di una armonica (non so chi la suona) alza la quota blues di un album che cresce con il passare dei brani anche grazie al solismo sempre diversificato di Ford, poi con Stone Cold In Heaven, che vede la presenza di Tyler Bryant, leader e solista degli Shakedown, uno dei nomi emergenti del nuovo rock americano http://discoclub.myblog.it/2013/01/19/una-curiosa-coincidenza-tyler-bryant-the-shakedown-wild-chil/ , che imbastisce un bel duetto a colpi di solista con Robben. Forse aveva ragione lui, in effetti sembra uno dei suoi migliori dischi di sempre.

Bruno Conti

 

Ma Quindi Abbiamo “Inventato” Anche Il Blues? Fabrizio Poggi & Chicken Mambo – Spaghetti Juke Joint

fabrizio poggi spaghetti juke joint

Fabrizio Poggi & Chicken Mambo – Spaghetti Juke Joint – Appaloosa/IRD

Ormai avevamo dato per superato l’assunto secondo il quale i bianchi non potevano suonare il blues, poi avevamo anche messo da parte i pregiudizi verso i non americani, sdoganando di volta in volta, inglesi, francesi, olandesi, tedeschi, e chi volete voi, poi i musicisti africani, tra i progenitori del genere, persino noi latini abbiamo dato dei sostanziosi contributi alla causa. E ora, nelle colte note di questo Spaghetti Juke Joint, Fabrizio Poggi spariglia tutte queste certezze acquisite, con un breve saggio contenuto nel libretto del CD: una “storia vera” intitolata Gli Italiani che inventarono il Blues! Ma come, io sapevo che eravamo un popolo di Santi, Poeti e Navigatori, al limite cuochi e pizzaioli, ma addirittura Inventori del Blues! Per l’opera lirica, ok, quello è comprovato, ma il Blues non viene dalle piantagioni di cotone del Delta del Mississippi? E secondo voi dove si trovavano, verso la fine del 1800, questi italiani che inventarono il Blues?

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Se volete sapere il seguito, vi comprate il CD, così finite di leggere la storia che ci racconta questo grande musicista, anche divulgatore e autore di libri sull’argomento, nonché musicista verace della bassa Lombardia, in quel di Voghera. Fabrizio Poggi è uno dei più prolifici nel campo, in Italia, questo è il 18° album, il precedente Juba Dance, pubblicato a nome Guy Davis, ma con la fattiva presenza delle armoniche del nostro è stato nominato ai Blues Music Awards del 2014, come miglior disco acustico. Senza stare a raccontarvi tutta la sua storia, che è lunga, comunque  https://www.youtube.com/watch?v=gZiD-VCGgaA , in circa 30 anni, Fabrizio ha registrato anche parecchi dischi negli Stati Uniti, oltre a suonarvi con una certa regolarità, e in conseguenza di ciò ha stretto molte amicizie con musicisti di valore che si muovono intorno a questa area geografica e musicale. Alcuni appaiono pure in questo nuovo disco, che è un album di blues elettrico, con band al seguito, i Chicken Mambo, versione 2014, ovvero Tino Cappelletti al basso, Enrico Polverari alla chitarra e Gino Carravieri alla batteria, oltre allo stesso Fabrizio Poggi, armonica e voce, e al membro onorario, Claudio Noseda, tastiere e fisa.

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Se volete saperlo subito, così mi levo il pensiero, il disco è molto bello, e mi ricorda assai, nel suono e nell’attitudine, alcune delle grandi band bianche che hanno fatto la storia del blues, quelle guidate da un cantante/armonicista: bravi, i Bluesbreakers di Mayall o la Butterfield Blues Band, per citarne un paio delle più “scarse”, proprio quel tipo di suono, classici del blues, e qualche brano originale, suonati con grande passione e vigore, l’armonica ma anche le chitarre molto presenti, con arrangiamenti vivaci e pimpanti che suonano molto meglio di gran parte di quello che viene spacciato per blues oggi,e qui sto già parlando del disco. Prendete l’iniziale Bye Bye Bird di Sonny Boy Williamson (II, mi raccomando), testo minimale, praticamente Bye Bye Bird ripetuto dodici volte e e I’m Gone, tre volte, reiterato ed essenziale come deve essere il blues, ovviamente se Fabrizio soffia nella sua Hohner con vibrante passione (come direbbe Napolitano), la chitarra di Polverari si lancia in vorticosi soli, ben sostenuto dalla ritmica e dall’organo, ben delineati nel suono. E che dire di uno dei maestri riconosciuti della slide moderna come Sonny Landreth, che aggiunge le acrobazie del suo strumento, sfidando il wah-wah di Polverari in una vorticosa King Bee, e pure Ronnie Earl ci mette del suo, con chirurgica precisione, in The Blues Is Alright, uno shuffle dal repertorio di Little Milton, con testo potenziato da Fabrizio Poggi, che poi firma Devil At Tbe Cross Road, dove il “vero” Ronnie Earl mi sembra uno straripante Polverari, solista veramente travolgente in un omaggio al puro Chicago Blues, dove anche l’armonica di Poggi è perfetta.

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Mistery Train, con la sua andatura inconfondibile è un altro classico immancabile, ben sostenuto, come in altri brani,  anche dalla vocalità di Sara Cappelletti (un cognome che mi dice qualcosa). Way Down In The Hole, di un bluesman inconsueto, tale Tom Waits, propone interessanti variazioni al menu, mentre Checkin’ Up On My Baby, anche se è sempre di Williamson, ricorda molto Mastro Muddy e One Kind Favor, altro vecchio blues, aggiornato da Guy Davis, ci permette di gustare sempre con piacere il dualismo chitarra/armonica che domina tutto l’abum; Mojo, variazione di Poggi sul tema classico, ci permette di apprezzare la slide di Bob Margolin, altro virtuoso dell’attrezzo, che poi lascia spazio nuovamente a Polverari e al basso di Cappelletti. La signorina Cappelletti duetta con Fabrizio, che prima si “sfoga” all’armonica in Nobody, che poi sarebbe Nobody’s Fault But Mine, mentre Claudio Bazzari presta la sua slide per una galoppante I Want My Baby, finale con Baby Please Don’t Go, mentre prima non manca anche una gaglarda Rock Me Baby. Ottimo blues “italiano”, come dice il buon Fabrizio, “se non vi piace il blues, avete un buco nell’anima”!

Bruno Conti

Un Altro “Maghetto” Del Collo Di Bottiglia! Nikk Wolfe – Slide Stormin’

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Nikk Wolfe – Slide Stormin’ – Wolves At The Door

Nikk Wolfe è l’ennesimo veterano che sbuca dai meandri del sottobosco musicale Americano, area rock-blues, uno dei tantissimi animati da una passionaccia per la musica sin dalla più tenera età, spesa inizialmente nelle grandi pianure del Nord Dakota, poi per seguire i suoi istinti, accesi dall’ascolto di Robert Johnson negli anni formativi, si trasferisce, prima a Portland, Oregon e poi nelle Twin Cities, dove cerca di sbarcare il lunario con la musica. Visto che le cose non funzionano decide di abbandonare, ma come racconta lui stesso, spronato dall’ascolto di South Of I-10 di Sonny Landreth decide di fare un nuovo tentativo, si trasferisce nel Wisconsin con la nuova partner (e consorte) Kai Ulrica, conosciuta ad una audizione, e fonda il gruppo dei Wolves At The Door (da non confondere con degli omonimi metallari) si affida al produttore Kevin Bowe (che ha lavorato con Jonny Lang, Shannon Curfman, Etta James, tra i tanti) e pubblica un paio di album a nome della band https://www.youtube.com/watch?v=TD-JQLEad-E .

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Poi gli viene in mente di fare un album tutto dedicato alla slide guitar, da qui il titolo Slide Stormin’, ingaggia Mike Vlahakis, tastierista e collaboratore in passato della famiglia Allison (Luther e Bernard), pure il bassista di Bernard, Jassen Wilber, suona nell’album, insieme ad alcuni musicisti locali https://www.youtube.com/watch?v=Wy91eweeJNc . Il risultato è un onesto disco di rock-blues: come Landreth, Wolfe non è un gran cantante, quella brava in famiglia è la moglie Kai, come si arguisce dalla sua presenza come backing vocalist, comunque il nostro Nikk se la cava, con questa voce che vira molto verso le note basse, poco potente, ma grintosa, quasi laconica, in certi momenti ricorda vagamente quella del grande Lou Reed, sentire Nothin’ But Trouble o Blues From Baton Rouge, però la musica è bella tirata, la slide viaggia che è una meraviglia, ottime le evoluzioni nello strumentale Slide Stormin’, che dà il titolo a questa raccolta, l’organo e il piano di Vlahakis sono molto presenti, l’organo in particolare ha uno strano suono, mentre ascoltavo il CD, ogni tanto mi sembrava di sentire suonare il telefono di casa.

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Insomma non è un disco per cui strapparsi i capelli (e dalle foto non mi pare ne abbia molti, più cappelli) e se accetta un consiglio gli direi di tornare a fare dischi con i Wolves At The Door (un terzo è in cantiere), a giudicare dalla’ultima canzone, Fortune’s Wheel, uno slow blues cantato proprio dalla moglie Kai Ulrica, dai risultati, che anche in questo caso, intendiamoci, non sono niente di trascendentale, però, almeno a livello vocale sembrano decisamente migliori. Se ve lo sparate a volumi congrui, ovvero decisamente alti, magari in macchina, su una delle nostre highways, potreste passare trequarti d’ora più che piacevoli in compagnia di un vibrante rock tendente al blues, animato da una miriade di soli di slide, che sono il motivo principale del fascino di questo disco, influenzato ed ispirato oltre che da Landreth, da gente come Johnny Winter e Dave Hole, come lui virtuosi dell’attrezzo. Come si diceva poc’anzi, non un capolavoro ma si può fare, cresce dopo vari ascolti.

Bruno Conti

La Difficile Arte Del Disco-Tributo! A Blues Tribute To Creedence Clearwater Revival

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A Blues Tribute To Creedence Clearwater Revival – Cleopatra Records

Un tributo blues ai Creedence? Però! Poi ho letto che era della Cleopatra Records, e qui ci è scappato un bel uhm, perché la qualità dei prodotti della casa americana è molto ondivaga. Spesso il problema dei tributi (non solo questi della Cleopatra) è quello della discontinuità, della volatilità nel reparto qualità di questo tipo di prodotti: artisti molto diversi, riuniti nel nome di una passione, di un amore per l’artista a cui viene dedicato questo omaggio, e in qualche caso solo per biechi motivi di esposizione mediatica, in quanto alcuni  degli artisti coinvolti, per dirlo con una frase fatta, ma efficace, “c’entrano come i cavoli a merenda”. In questo caso, come il titolo lascia intendere, il pericolo dovrebbe essere molto circoscritto: “un tributo Blues”! Poi tra i nomi leggi, Blitzen Trapper, Mynabirds, Spirit Family Reunion, Dead Man Winter, Leroux, ohibò, forse mi son perso qualcosa, non sapevo costoro facessero blues. Ma nello stesso tempo, prima di ascoltarlo, mi sono pervenute voci molto confortanti che iniziavano a parlare del miglior tributo ai Creedence mai uscito. A questo punto non rimane che ascoltarlo!

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E devo dire che se non è il migliore mai uscito sicuramente rientra nel novero di quelli riusciti. In siffatte operazioni è quasi inevitabile che qualche brano mediocre o meno riuscito ci scappi, ma qui la percentuale è bassa, in compenso ce ne sono alcuni che valgono il prezzo di ammissione da soli. A partire da una versione ferocissima, e stupenda, di Fortunate Son, posta in apertura, che vede Mike Zito, voce solista, perfetta per l’occasione e Samantha Fish, voce di supporto, entrambi ottimi chitarristi, unire le forze con la vorticosa chitarra slide di Sonny Landreth (in questo caso ovviamente il solista è lui, ubi maior minor cessat) in forma strepitosa. Ma anche chi deraglia dallo spirito del blues, e anche da quello dei Creedence, come la formazione a guida femminile dei Mynabirds, se lo fa con il gusto e l’inventiva utilizzati per una versione psichedelica, sognante e rarefatta, ma anche molto bella di Bad Moon Rising, come quella che ascoltiamo in questo CD, si può “tollerare”. Intollerabile, viceversa, per chi scrive, la versione poco riuscita di Proud Mary fatta dai Blitzen Trapper, gruppo che non mi dispiace in assoluto, ma qui pare assolutamente fuori contesto, in una versione “molto alternativa”, ma anche brutta, tra le peggiori mai ascoltate, il brano reso irriconoscibile, va bene reinterpretare, ma qui si tenta il delitto di lesa maestà, per uno dei brani più belli della band di Fogerty, forse ho esagerato, magari a qualcuno piacerà, ma parliamo dei cavoli a merenda di cui sopra.

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Oltre a tutto, in questo tributo, a differenza di altri casi, si sono scelti (quasi) tutti i brani più celebri della band. E quindi ecco scorrere una Down On The Corner che rispetta lo spirito roots ante litteram che aveva su Willy And The Poor Boys, nella versione quasi acustica degli Spirit Family Reunion, banjo, fisarmonica, una batteria minimale e una voce rauca adatta alla bisogna, per una versione spartana ma godibile, a Kalamazoo potrebbe piacere. Anche Have You Ever Seen The Rain, nella versione dei Dead Man Winter, mantiene questo spirito acustico e delicato, per una canzone che rimane stupenda. I Leroux portano lo spirito della loro città, New Orleans, ad un gruppo e ad una band che le paludi e il bayou dei dintorni lo hanno bazzicato, non male la versione, tra southern, cajun e Little Feat, di Looking Out My Back Door. Who’ll Stop The Rain diventa un vibrante blues nella rilettura gagliarda che ne fa Duke Robillard, anche in ottima forma vocale. Molto canonica pure la rilettura di Up Around The Bend della South Memphis String Band, ossia Alvin Youngblood Hart, Jimbo Mathus (alla batteria) e Luther Dickinson, come fossero tre amici che si ritrovano in garage per fare un po’ di casino!

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Will Wilde, di cui ignoravo l’esistenza prima di questo tributo, è un’armonicista inglese che riporta lo spirito blues nel disco e potrebbe rientrare in quella new wave di artisti britannici, come gli Strypes, che ci riportano agli albori del blues inglese, veramente gagliarda la rilettura di Susie Q, il brano a firma Dale Hawkins https://www.youtube.com/watch?v=hM9TIhvKEC4 La chitarra di Smokin’ Joe Kubek e la voce di Bnois King ci riportano nel sud degli States per una buona versione di Run Through The Jungle, minacciosa il giusto e niente male anche la Green River di Kirk Fletcher, che rialza la quota blues del tributo. Che raggiunge l’altro picco di qualità con una bellissima Born On The Bayou dei fratelli Schnebelen, Danielle, Kris e Nick, ossia i Trampled Under Foot, che ancora una volta confermano tutto quello di bene che si dice di questo gruppo, grande voce e grande musica. Quindi, in conclusione, molte più luci che ombre, forse non troppo blues, ma tanto rispetto ed amore per la musica dei Creedence!  

Bruno Conti

Prossimo Disco Dal Vivo Per Eric Johnson – Europe Live

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Eric Johnson – Europe Live – Mascot/Provogue/Edel CD/2LP 24-06 UK/EU 01/07 ITA

Come dicevo, recensendo il precedente Up Close Another Look http://discoclub.myblog.it/2013/02/13/provaci-ancora-eric-una-anteprima-eric-johnson-up-close-anot/ , Eric Johnson non è un artista particolarmente prolifico, tra dischi in studio, dal vivo e il progetto G3 fatichiamo ad arrivare a dieci. Quindi questo nuovo Europe Live giungerà come una gradita sorpresa per i fans del chitarrista texano. Registrato nel corso del tour europeo del 2013, la maggior parte del materiale proviene dalla serata al Melkweg di Amsterdam, con alcuni brani tratti da due date in Germania, ed è l’occasione per fare il punto della situazione sulla sua carriera, ma soprattutto per ascoltare uno dei massimi virtuosi della chitarra elettrica attualmente in circolazione: il genere di Johnson non è di facile definizione, sicuramente c’è una forte componente rock, ma anche notevoli accenti prog, blues, fusion, jazz e qualche piccola spolverata di country, folk e qualsiasi altra musica vi venga in mente, con l’enfasi posta proprio sul virtuosismo allo strumento, in quanto la musica prevede poche parti cantate e quindi si basa molto sul lavoro alla chitarra di Eric, che in questa occasione (come quasi sempre) si esibisce in trio, con gli ottimi (benché non molto noti Chris Maresh al basso e Wayne Salzmann alla batteria https://www.youtube.com/watch?v=4M6amrKDt1w .

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Tra i suoi prossimi progetti ci sono collaborazioni con il collega Mike Stern e nuovi dischi in studio, sia elettrici che acustici, mentre in tempi recenti è stato possibile ascoltarlo nei dischi di Sonny Landreth, Christopher Cross, Oz Noy, e sempre Mike Stern, mentre il side-project degli Alien Love Child (dove appariva il bassista Maresh) al momento sembra silente. Proprio da quel disco proviene Zenland, uno dei brani più rock di questo Live, preceduto da una breve Intro, che è una delle due tracce inedite di questo album. Austin, è il brano dedicato da Mike Bloomfield alla città texana, uno di quelli cantati dallo stesso Eric, anche se la versione di studio su Up Close, mi pareva più grintosa, non si può negare il fascino di questo brano, dove il blues assume quell’allure molto raffinata che lo avvicina a gente come Robben Ford, Steve Morse ed altri musicisti “prestati”  alle dodici battute, anche se nel caso di Robben è vero amore https://www.youtube.com/watch?v=KPH8YitsJwQ .

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Forty Mile Town è una ballata romantica e dagli spunti melodici, cantata sempre da Johnson, in modo più che dignitoso, ma non memorabile, nobilitata da un lirico assolo. Una delle cover principali del disco è una versione vorticosa di Mr. P.C, un brano di John Coltrane, quasi dieci minuti di scale velocissime ed improvvisate che escono dalla chitarra di Johnson, con ampio spazio per gli assolo del basso di Maresh e della batteria di Salzmann, come nei live che si rispettano, siamo più dalle parti del jazz-rock e della fusion, ma il tutto viene eseguito con grande finezza. Manhattan era su Venus Isle, il disco del 1996, un altro strumentale naturalmente molto intricato nei suoi arrangiamenti, con la chitarra sempre fluida ed inventiva del titolare a deliziare la platea dei presenti e noi futuri ascoltatori del CD. Zap, che era su Tones, il suo disco migliore, a momenti vinse il Grammy nel 1987 come miglior brano strumentale, ed è una bella cavalcata a tempo di rock, con continui cambi di tempo e tonalità della struttura del brano e Chris Maresh che fa numeri alla Pastorius con il suo basso elettrico fretless.

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A Song For Life vede Eric Johnson passare all’acustica, un brano tra impressioni classiche e new age, che si trovava sul primissimo Seven Worlds. Fatdaddy viceversa viene dall’ultimo Up Close ed è uno dei brani più tirati dell’intero concerto, quasi a sfociare in un hard rock virtuosistico degno dei migliori Rush o dei più funambolici Dixie Dregs dell’amico Steve Morse. Last House On The Block è il brano più lungo del CD, una lunga suite di oltre dodici minuti, tratta dal disco degli Alien Love Child, divisa in varie parti, anche cantate, e tra le migliori cose del concerto nei suoi continui cambi di tempo ed atmosfere sonore, che si avvicinano, a momenti, al miglior rock progressive degli anni ’70. La breve Interlude ci introduce al brano più famoso di Johnson, Cliffs Of Dover, che il Grammy lo ha vinto (video vintage https://www.youtube.com/watch?v=smwQafhNU6E, altra cavalcata nel migliore rock progressivo, mentre Evinrude Fever, è l’altro brano inedito presentato in anteprima in questo tour europeo e che è l’occasione per una bella jam di stampo rock con tutta la band che viaggia a mille sui binari del rock più travolgente, con intermezzi blues e R&R inconsueti nel resto del concerto. Finale con Where The Sun Meets The Sky ribattezzata per l’occasione Sun Reprise, un brano affascinante, molto complesso nel suo dipanarsi, con effetti quasi cinematografici e che chiude degnamente questo Live destinato agli amanti di un certo rock, ricco di virtuosismi ma non privo di sostanza e qualità.

Bruno Conti

*NDB In questi giorni mi sono accorto che, a mia insaputa (come all’ex ministro Scajola), è stato aperto un canale su YouTube dedicato al Blog https://www.youtube.com/channel/UC_HDvJLsHP-MY0cQQjjb_Aw, probabilmente generato dai moltissimi video che inserisco in ogni Post oppure dalla nuova piattaforma WordPress utlizzata da MyBlog, non saprei dirvi, comunque c’è e potete entrare a leggere i post anche da lì.   

Vere Leggende Del Blues! John Mayall – A Special Life

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John Mayall – A Special Life – Forty Below Records/Ird

John Mayall è una delle ultime vere Leggende del Blues ancora in vita, non di quelle autoproclamate o fittizie che spuntano come funghi da ogni angolo, glorie locali, di quartiere, regionali, persino di condominio, il termine leggenda si usa a sproposito, ormai, per carneadi vari. Per il vecchio campione del British Blues le 80 primavere sono passate da qualche tempo  , ma non sembra avere intenzione di rallentare la sua attività: l’ultimo “grande” disco probabilmente dista nel tempo varie decadi, ma un suo album si fa sempre preferire rispetto alla miriade di pubblicazioni di genere che escono ogni mese. Mayall non è un grandissimo, forse in nessuna delle sfaccettature della sua arte, buon cantante, con quel suo particolare stile vocale, leggermente “strangolato”, rilassato e classico, discreto chitarrista, onesto tastierista, all’organo, piano e piano elettrico, forse eccelle solo come armonicista, ma non è sicuramente uno dei massimi virtuosi viventi.

Il suo vero “mestiere” è quello del band leader, lo scopritore di talenti, anche se i tempi di Eric Clapton, Peter Green e Mick Taylor sono un lontano ricordo (pure se Eric e Mick erano tornati per i festeggiamenti del 70° di John, culminati nell’ottimo CD/DVD 70th Birthday Concert), le ultime ottime edizioni dei Bluesbreakers risalgono al periodo in cui le soliste erano affidate a Coco Montoya e Walter Trout, quasi una vita fa, e l’ultimo chitarrista di talento cristallino passato nella formazione è stato Buddy Whittington. Ma come si diceva, forse anche per una questione di prestigio, un suo album ha sempre quel fascino particolare dato dal nome, comunque sinonimo di qualità. Dischi memorabili non ne ricordo da tempo: gli ultimi di studio, In The Palace Of The King e Tough, soprattutto quest’ultimo, erano degli onesti prodotti, magari anche migliori di alcune uscite a cavallo tra la fine anni ’70 e i primi anni ’80, prima di ripristinare la ragione sociale Bluesbreakers, che avevano “sporcato” il suo CV.

Di Live, spesso interessanti, ne escono ancora spesso (alcuni anche solo tramite il suo sito, Private Stash) e questo A Special Life, senza fare gridare al miracolo, dopo ripetuti ascolti, mi sembra un buon prodotto. Il primo pubblicato per una nuova etichetta, la Forty Below Records, si avvale di alcuni buoni musicisti scovati da Mayall sul territorio statunitense, la sezione ritmica di Chicago, Greg Rzab al basso e Jay Davenport alla batteria, il bravo chitarrista texano Rocky Athas, in cui qualcuno ha rilevato attitudini claptoniane, che, sotto la produzione di Eric Corne, hanno realizzato nel mese di novembre dello scorso anno (proprio nel periodo in cui John compiva 80 anni), in quel di North Hollywood, California, dove il nostro vive, beato lui, dai tempi di Blues From Laurel Canyon, questo piacevole album.

La formula è quella tipica dei dischi di Mayall, alcuni brani originali, uno anche affidato ai componenti della sua band, Like A Fool, che porta la firma di Rzab, qualche classico, magari minore, come That’s Allright, che porta la firma di James Lane, vero nome di Jimmy Rogers, guidata dall’armonica sempre pimpante di John, Big Town Playboy di Eddie Taylor, col piano e ancora la mouth harp in bella evidenza e Just Got To Know di Jimmy McCracklin, un bel blues lento dove si apprezza la solista di Athas, mentre CJ Chenier è la seconda voce a fianco di Mayall. Proprio C.J. Chenier, il figlio di Clifton, porta un soffio di freschezza nel brano di apertura, una inconsueta cover di un pezzo del babbo, Why Did You Go Last Night, che proprio per la presenza della fisarmonica di Chenier aggiunge un inatteso tocco cajun al sapore della canzone, peraltro eseguita molto bene.

Speak Of The Devil non si può certo definire un classico, ma il brano di Sonny Landreth ha una urgenza rock nelle pieghe del suo DNA e la voce di Mayall è sempre forte e vibrante, uguale a sempre, senza cedimenti, e la band, da Athas in giù ci dà dentro alla grande, sembrano quasi gli ZZ Top. World Gone Crazy è uno di quei brani di stampo ecologico che periodicamente riaffiorano nell’opera dell’artista britannico e l’arrangiamento ha una varietà e una freschezza sorprendente. Flood in’ In California è un brano poco conosciuto, ma mirabile, di Albert King, uno dei preferiti di Mayall da sempre, un bel sound contemporaneo, con organo e tastiere ben miscelate nella produzione precisa di Corne e la chitarra libera di creare sonorità inconsuete per la produzione mayalliana.

A Special Life e Just A Memory sono due capitoli della sua autobiografia in musica, la prima malinconica e pensosa, la seconda una ballata blues pianistica di classe sopraffina, tra le migliori composte dal nostro nelle ultime decadi e che conclude in gloria un disco che ce lo ripropone (quasi) ai vertici della sua produzione. Direi promosso e se ne ha voglia e la salute lo assiste, gradiremmo altri dischi così, che, al di là del nome, sono molto meglio di gran parte della produzione blues in circolazione!   

Bruno Conti