Bravo, Ma Basta? Kip Moore – Wild World

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Kip Moore – Wild World – MCA Nashvile/Spinefarm Records/UMG

Kip Moore viene da Tifton, Georgia, ma da anni vive a Nashville, dove è diventato un campione di certo country “alternativo”, influenzato da heartland rock, southern e anche molto mainstream o Arena rock come viene chiamato (Bon Jovi, Kid Rock e simili) , visto che il suono ogni tanto vira diciamo sul commerciale. Wild World è il suo quarto album, ma ha pubblicato anche una decina tra singoli ed EP, con il precedente Slowheart ha coniugato successo di vendite, entrando nella Top 10 delle classifiche, e critiche più che lusinghiere, almeno negli Usa. Anche esteriormente fonde l’aspetto del countryman con il rocker urbano da giacca di pelle, fascetta, cappellino, un po’ da Springsteen o Mellencamp de “noantri”, con canzoni che oscillano tra l’impegno sociale e politico e le odi all’amore romantico e alle vicende della vita quotidiana, complessivamente il risultato è piacevole e ben bilanciato: il disco è co-prodotto con David Garcia, Luke Dick e Blair Daly, che suonano anche un po’ di tutto nell’album e firmano con Kip alcuni brani, insieme ad almeno una dozzina di altri co-autori, tutti del lato più disimpegnato del country della capitale del Tennessee (tra Contemporary Christian e gente come Carrie Underwood e Florida Georgia Line), non disprezzabile però a tratti influenzato dall’industria discografica locale.

Moore ha comunque una bella voce, profonda, risonante ed espressiva, appunto tra il nuovo country e il rock di buona fattura, prendiamo il brano di apertura, Janie Blue, dopo un incipit a base di chitarre acustiche arpeggiate, Kip rilascia una interpretazione onesta e sentita di questa intensa ballata, sottolineata da una sezione ritmica discreta ma presente; quando i ritmi si alzano e il suono si fa più muscolare come in Southpaw, si vira verso un country-southern più riffato e radiofonico non esecrabile per quanto non memorabile.

Fire And Flame è piacevole ma si comincia ad andare verso un sound con batterie martellanti e melodie orecchiabili, tipo gli ultimi U2 per intenderci, mentre la title track Wild World è un altro discreto mid-tempo , tra chitarre elettriche e tastiere non invasive; Red White Blue Jean American Dream sta tra il country targato Nashville e derive tipo lo Springsteen o il Mellencamp più innocui https://www.youtube.com/watch?v=-n__Pn4_tqE . Anche She’s Mine ricorda il Coguaro dei primi anni ‘80, quello che non aveva ancora deciso se voleva essere un epigono di Springtsteen, Dylan, degli Stones e Woody Guthrie o un rocker da FM, sia pure il tutto trasportato ai giorni nostri; Hey Old Lover dimostra una volta di più che il nostro amico sa scrivere canzoni con il cosiddetto “gancio”, ma poi le declina in un modo a tratti un po’ banalotto https://www.youtube.com/watch?v=ip3JjHNOe28  e anche Grow On You è della categoria che se la ascolti su qualche decapottabile lanciata sulle highways americane fa un figurone, con chitarre spiegate a tutto riff, ma alla fine non convince del tutto, per quanto si ascolti con piacere https://www.youtube.com/watch?v=LXaQfQb-65Y .

Quando il suono si fa più intimista, tipo in More Than Enough, si va dalle parti del Boss di Tunnel Of Love, e anche l’introspettiva, ma ben arrangiata, tra chitarre elettriche ed acustiche ridondanti, Sweet Virginia ha un suo fascino e conferma che a Kip Moore il talento di scrivere belle canzoni non manca. South, fin dal titolo ricorda il tardo southern rock degli anni ‘80, quello di 38 Special, Atlanta Rhythm Section e compagni, belle chitarre, grinta, ben cantato, ma forse non rimane molto, però se lo scopo, rispettabile, è di vendere e farsi sentire alla radio, direi missione conclusa, e pure la ruffiana Crazy For You Tonight è della stessa parrocchia, intendiamoci se confrontato con quello che circola oggi nel mainstream rock siamo di fronte ad un mezzo capolavoro, anche se forse mi aspettavo di più.

La conclusiva Payin’ Hard è l’eccezione che conferma la regola, come per l’iniziale Janie Blue si tratta di un brano più intimo e raccolto che illustra il lato migliore e più onesto della musica di Kip Moore.

Bruno Conti

Non Solo Una Faccia Tra La Folla: Questo E’ Un Grande Disco! Ben Bostick – Among The Faceless Crowd

ben bostick among the faceless crowd

Ben Bostick – Among The Faceless Crowd – Simply Fantastic Music

Ben Bostick non è soltanto uno dei classici cantautori che popolano il sottobosco della musica a stelle e strisce, è un vero talento: country, folk, Americana, roots? Decidete voi, forse nella sua musica c’è un po’ di tutto questo. Nativo della South Carolina, dopo essere passato dalla California, ora vive ad Atlanta, Georgia, dove lavora e fa musica. Per il momento si arrangia con eventi One Man Band, visto che suona, bene, un po’ di tutto ed è anche la modalità con cui ha inciso in parte questo Among The Faceless Crowd, che ha ricevuto eccellenti riscontri critici, con paragoni allo Springsteen di Nebraska, anche a livello concettuale, ma che tra le sue influenze cita, oltre a Bruce, Johnny Cash, Otis Redding e il chitarrista australiano Tommy Emanuel, dato che è anche un ottimo picker. In effetti nel disco appaiono anche Luke Miller alle tastiere, il bassista Cory Tramontelli e il suo chitarrista abituale, Kyle LaLone alla elettrica nella bellissima The Last Coast, un brano quasi epico, una splendida ballata corale, con un sound dove organo, chitarre arpeggiate e sezione ritmica fanno da apripista all’assolo di LaLone, questo a smentire parzialmente il suono crudo e spoglio di Nebraska, a favore di una musicalità più compiuta, dove la voce di Bostick si eleva maestosa.

Se devo azzardare un paragone personale il tipo di voce di Ben, più che il Boss, mi ricorda moltissimo quella di Eric Andersen, epoca Blue River e seguenti: prendiamo l’iniziale Absolutely Emily, che se vogliamo mantenere il paragone con Springsteen sembra un pezzo di Tunnel Of Love o comunque uno di quelli più intimi e dolci, cantato però con la voce di Andersen, più gentile e carezzevole, sostenuto sempre dall’organo, l’acustica arpeggiata e un supporto ritmico contenuto, il tutto che permette di gustare l’elegante finezza della melodia innato in Bostick. Che non è al primo album, questo è il terzo (oltre ad un mini uscito nel 2016). Le sue canzoni hanno un legame con il sociale, la vita quotidiana non facile del lavoratore comune, negletto e triste, nella quasi desolata Wasting Gas, che timbro vocale a parte, insisto, mi ricorda moltissimo il buon Eric, ci rimanda anche al citato Cash e a Bruce, con l’intervento di un glockenspiel, dell’organo e di una elettrica discreta ma efficace, che poi sfocia in un assolo di armonica quasi commovente, grande musica, date retta.

La scandita, disperata e cruda Working For A Living è la più springsteeniana del lotto… “Something ’bout this math just don’t add up/I’m working for a living, and it’s turning me cold”Sir, don’t make me look like a loser in my baby’s eyes”, su un tappeto sonoro vibrante, con basso, percussioni, organo ed armonica a scandire quella che sembra una sentenza senza appello, e anche I Just Can’t Seem To Get Ahead, con il suo accompagnamento folksy nobilitato da un organo gospel, non sembra voler regalare consolazioni o infondere fiducia nel futuro, perché anche questa è l’America dei nostri tempi, già nell’era pre-covid e oggi ancor di più.

Anche The Thief, di nuovo con glockenspiel ed organo in evidenza, è un grande brano, approccio Johnny Cash via Eric Andersen, con una melodia superba e un testo splendido “I’m a Christian, and I don’t believe it’s right for someone to steal But I’m a man with a family to provide for, that’s the deal…”, molto bella anche Central Valley che racconta della California lontani dalle luci abbaglianti di LA, attraverso solo la voce partecipe ed una acustica arpeggiata. Too Dark To Tell si spinge ancora più a fondo nell’abisso, con accenti alla Woody Guthrie dell’epoca della Grande Depressione, sempre con il picking della acustica danzante di Bostick che tratteggia un acquerello folk di rara efficacia, Untroubled Mind ha un sottofondo religioso con le sue citazioni di Abramo e un accompagnamento meno scarno ed austero, anzi a tratti avvolgente e rigoglioso, nonostante l’argomento, risultando una ennesima canzone sopra la media in un album che ci consegna un grande Cantautore con la C maiuscola. E anche la conclusiva If I Were In A Novel non è per nulla consolatoria, scandita da lunghe note del piano, dall’organo e dal solito glockenspiel, con finale solo voce a cappella che scandisce il verdetto finale di un grande album Not a soul would notice/And none would shed a tear…No witness to the void”.

L’unica nota dolente, al solito, è la scarsa reperibilità del disco, che si può acquistare solo sul sito personale dell’artista (dove si può ascoltarlo) oppure su https://benbostick.bandcamp.com/album/among-the-faceless-crowd , peccato che le spese di spedizione dagli Usa siano comunque proibitive per noi europei: però vale la pena di cercarlò

Bruno Conti

Uno Dei Più Grandi Cantautori Di Tutti I Tempi: A 73 Anni Ci Ha Lasciato Anche John Prine! Ed Un Ricordo Di Hal Willner.

john prine

La notizia era nell’aria da quando la moglie/manager Fiona (*NDB e la foto qui sopra è quella che proprio lei ha scelto per il triste ringraziamento sul sito della Oh Boy) aveva diffuso la notizia del ricovero del marito a causa del maledetto coronavirus che non guarda in faccia a nessuno, ma quando stamattina ho letto la notizia della morte di John Prine, leggendario cantautore americano, ho avuto un moto di commozione nonostante fossi preparato alla notizia, in quanto le condizioni del settantatreenne musicista erano parse critiche fin da subito in conseguenza dell’indebolimento causato dai problemi di salute avuti negli ultimi vent’anni. Poco conosciuto dalle nostre parti, ma quasi leggendario negli Stati Uniti, Prine era un songwriter fantastico, uno dei migliori di sempre, che ci ha lasciato una serie impressionante di grandi canzoni e di album splendidi: uno della vecchia scuola, che componeva brani influenzati dalla musica folk e country dei pionieri riuscendo a creare uno stile proprio fatto di melodie splendide e di testi spesso infarciti di irresistibile ironia (alcuni suoi pezzi ancora oggi fanno scompisciare dalle risate, come per esempio Dear Abby, I Guess They Oughta Name A Drink After You, Come Back To Us Barbara Lewis Hare Krishna Beauregard, Grandpa Was A Carpenter, Jesus The Missing Years, ma potrei andare avanti fino a domani), ma anche capace di scrivere toccanti e poetiche canzoni su amori finiti (Far From Me), droga (Sam Stone) e sulla solitudine delle persone anziane (Hello In There), tanto colpite dalla malattia in questo periodo, il tutto con una leggerezza ed una classe uniche.

Ad inizio carriera Prine fu indicato dai critici come uno dei tanti “nuovi Dylan” in circolazione, ma presto riuscì ad affrancarsi dall’ingombrante paragone, e negli anni divenne lui uno dei più influenti cantautori in attività, con estimatori importanti tra i quali lo stesso Bob Dylan (suo fan della prima ora), Bruce Springsteen (che ha ricordato proprio che “insieme eravamo i nuovi Dylan ad inizio anni ‘70”), Bonnie Raitt, John Lennon, Roger Waters e soprattutto Kris Kristofferson, che fu determinante per l’inizio della sua carriera favorendo il suo esordio discografico. Prine nasce a Maywood (un sobborgo di Chicago) nel 1946, ed inizia a suonare la chitarra all’età di 14 anni per poi frequentare la Old Town School Of Folk Music e svolgere il servizio militare in Germania. La prima occupazione di John era quella di postino, ma nello stesso tempo riesce a sviluppare la sua passione per la musica folk e country iniziando ad esibirsi al Fifth Peg di Chicago, un locale che alla sera fa salire sul palco giovani talenti (fu lì che Prine conobbe Steve Goodman, con il quale rimarrà amico, fino alla sua morte negli anni ottanta per leucemia): John desta impressione quasi da subito per la sua capacità di stare sul palco e per la bellezza delle sue canzoni, alcune delle quali ritroveremo poi nei suoi dischi (nel 2011 è uscito The Singing Mailman Delivers, un doppio CD dal vivo con alcune registrazioni di quelle serate “open mic”, tratte da un nastro miracolosamente ritrovato da Prine stesso https://www.youtube.com/watch?v=aYHV7OgHTIU ).

Come dicevo prima, Kristofferson nota John e ne è impressionato al punto da chiedergli di aprire le sue serate, ed è proprio ad uno show al Bitter End di New York che il leggendario produttore Jerry Wexler si accorge del nostro e, da sgamato talent scout quale è, gli fa firmare un contratto con la Atlantic e gli fa incidere il suo primo album omonimo sotto la produzione del grande Arif Mardin. Pubblicato nel 1971, John Prine è un disco fantastico, un cinque stelle per intenderci, un lavoro che ha al suo interno talmente tanti classici da sembrare quasi un greatest hits: Illegal Smile, Sam Stone, Hello In There, Paradise (tra le più belle canzoni di sempre), Donald & Lydia, Far From Me, Angel From Montgomery e Spanish Pipedream…il tutto suonato con alcuni tra i migliori musicisti di Memphis (dove è stato inciso l’album), tra cui gente abituata a suonare con Elvis come Reggie Young, Bobby Emmons e Gene Chrisman.

L’album non ha un gran successo di vendita, e per il suo seguito John sceglie di rendere ancora più scarno il suono eliminando anche la batteria in una sorta di ritorno alle origini del folk e bluegrass: il risultato è Diamond In The Rough, disco tanto splendido quanto poco commerciale (ed infatti sarà un altro fallimento nelle charts), che contiene perle come Souvenirs, The Late John Garfield Blues, The Great Compromise ed Everybody e musicisti come Steve Goodman e David Bromberg.

Per Sweet Revenge (1973) John si trasferisce a Nashville continuando però a collaborare con Mardin e con un gruppo più nutrito di musicisti che dona al disco un suono più elettrico. Lo stesso Prine comincia ad essere più a suo agio a capo di una band, e ci regala altre grandi canzoni come la title track, Grandpa Was A Carpenter, la toccante Christmas In Prison, Mexican Home e la divertentissima Dear Abby (registrata dal vivo, col pubblico coricato per terra dal ridere). Per Common Sense del 1975 John si fa produrre da Steve Cropper, il quale dà al disco un suono più rock, grazie anche alla sua chitarra ed al basso del compagno negli Mg’s Donald “Duck” Dunn (mentre alle voci troviamo Jackson Browne, Bonnie Raitt e Glenn Frey), e l’album ottiene un moderato successo nonostante la promozione quasi inesistente da parte della Atlantic, arrivando fino alla 66a posizione. Il disco è ancora oggi uno dei miei preferiti di Prine, grazie ad un suono compatto ed a canzoni solide nonostante non ci siano veri e propri classici.

Qualche titolo: la title track, la già citata Come Back To Us Barbara Lewis Hare Krishna Beauregard, Saddle In The Rain, He Was In Heaven Before He Died ed una cover in puro stile rock’n’roll di You Never Can Tell di Chuck Berry. Stufo della poca considerazione da parte della Atlantic Prine firma un contratto di tre album con la Asylum, il primo dei quali Bruised Orange (1978) è prodotto dall’amico Steve Goodman e vede il nostro registrare per la prima volta a Chicago dopo un tentativo andato malissimo a Nashville con Cowboy Jack Clement (pare che i due avessero inciso un intero album ma che il risultato finale fosse stato giudicato insoddisfacente da entrambi). Bruised Orange è molto buono, con brani deliziosi come Fish And Whistle, If You Don’t Want My Love (scritta da John insieme a Phil Spector), Sabu Visits The Twin Cities Alone e That’s The Way The World Goes ‘Round.

Pink Cadillac del 1979 è un altro valido lavoro, registrato a Memphis negli Studios di proprietà del leggendario Sam Phillips, il quale produce due brani di questo disco tornando alla consolle dopo anni di inattività. Il disco è solido e piacevole, ma su dieci brani presenta ben quattro cover, rivelando che per la prima volta John è un po’ a corto di materiale. Per contro, Storm Windows del 1980 è secondo me il migliore dei tre dischi targati Asylum: con la produzione del grande Barry Beckett l’album contiene un capolavoro nella ballata che lo intitola, ed altri brani degni di nota come Shop Talk, One Red Rose e Sleepy Eyed Boy. Negli anni ottanta Prine sarà meno prolifico con due soli album, ma l’evento principale è la fondazione della Oh Boy Records, etichetta personale di John che così potrà avere un maggior controllo sulla sua musica. Aimless Love (1984) è un ottimo lavoro che contiene classici come People Puttin’ People Down, la splendida Unwed Fathers e la title track, ma ancora meglio è German Afternoons del 1986, un album dal suono decisamente country e con un capolavoro assoluto come la stupenda Speed The Sound Of Loneliness, che diventerà uno dei classici del nostro, ed un bel rifacimento di Souvenirs.

Ancora cinque anni di silenzio e nel 1991 esce l’eccellente The Missing Years, uno dei lavori migliori di John (è il mio preferito dopo l’esordio), prodotto dall’Heartbreaker Howie Epstein che dona al disco un sound tra rock e radici perfetto per Prine; ma l’album contiene anche splendide canzoni come la rock ballad Picture Show (con Tom Petty alla seconda voce e nel videoclip promozionale), le countreggianti All The Best e You Got Gold, la cadenzata The Sins Of Memphisto, il trascinante rock’n’roll Take A Look At My Heart (scritta insieme a John Mellencamp e con Springsteen alle armonie vocali) e la divertente Jesus The Missing Years.

Dopo un gradevole album natalizio (A John Prine Christmas, 1994), nel 1995 John pubblica un altro lavoro prodotto da Epstein, ma Lost Dogs And Mixed Blessings seppur gradevole è un gradino inferiore a The Missing Years (ma contiene la straordinaria ballata Lake Marie, ispirata ad un fatto di cronaca nera https://www.youtube.com/watch?v=Mkz8TnVQSOQ ). Nel 1998 John subisce un intervento al collo e gola per un cancro della pelle, operazione che interesserà anche le corde vocali con il risultato che da questo momento la voce di Prine si abbasserà di almeno un paio di tonalità.

In questo periodo John smette praticamente di comporre, riempiendo il vuoto nel 1999 con un album di duetti con voci femminili composto solo di cover country (In Spite Of Ourselves, discreto ma un po’ scolastico) e nel 2000 con Souvenirs, splendido album in cui il nostro reincide alcuni dei suoi classici. Poi nel 2005 un po’ a sorpresa esce Fair & Square, altro bellissimo disco di brani originali con un suono decisamente roots, un brano da cinque stelle (Taking A Walk) ed altre 13 ottime canzoni. Nel 2007 incide un altro album a sorpresa, stavolta con il cantante bluegrass Mac Wiseman (Standard Songs For Average People), anche qui composto solo da cover country, così come nel seguito di In Spite Of Yourself , cioè For Better, Or Worse, molto meglio del predecessore ed ancora formato da duetti al femminile. In mezzo (nel 2013) John subisce un’altra operazione stavolta per un cancro ai polmoni, dalla quale si rimette brillantemente ma che lascerà scorie nel fisico già provato del nostro.

Il resto è storia recente: lo splendido ritorno The Tree Of Forgiveness di due anni or sono di cui allego recensione uscita all’epoca https://discoclub.myblog.it/2018/04/23/diamo-il-bentornato-ad-uno-degli-ultimi-grandi-cantautori-john-prine-the-tree-of-forgiveness/ , e la ripresa dei concerti in giro per l’America. Proprio la dimensione live era un’altra delle caratteristiche in cui Prine eccelleva, in quanto sul palco riusciva a dare libero spazio alla sua inimitabile ironia ma si circondava anche di musicisti provetti, rendendo i suoi concerti un’esperienza unica come testimoniano i tre live album usciti nel corso degli anni (l’acustico John Prine Live e gli elettrici Live On Tour e In Person & On Stage, ma ci sarebbe da aggiungere anche il raro September 78, pubblicato nel 2015 in edizione limitata). Anche il sottoscritto riuscì a vedere Prine & Band dal vivo, a Gallarate negli anni novanta, e fu un’esperienza alla quale ripenso ancora oggi con immenso piacere

Vorrei infine ricordare Prine con una canzone dal titolo purtroppo profetico, che chiudeva l’ultimo The Tree Of Forgiveness diventando quindi il suo testamento musicale, e nella quale il nostro affronta il tema della morte con la consueta inimitabile vena ironica.

Riposa in pace John: ora potrai finalmente cantare Jesus The Missing Years al diretto interessato.

Marco Verdi

hal willner

P.S: Vorrei ricordare brevemente anche la figura di Hal Willner, famoso produttore americano anch’egli scomparso ieri sempre a causa del coronavirus (ma a soli 64 anni), che aveva legato il suo nome a musicisti del calibro di Lou Reed, Marianne Faithfull (anche lei infettata dal virus), Bill Frisell, Gavin Friday e Lucinda Williams. Grande conoscitore di ogni tipo di musica e grandissimo appassionato di jazz, rock e musica classica, Willner era un produttore decisamente colto e preparato, ideatore di una lunga serie di progetti di nicchia ma di grande fascino ed interesse, tra cui anche collaborazioni a colonne sonore ed album “spoken word”.

Negli anni si era specializzato negli album-tributo, avendo realizzato lavori di grande prestigio come Amarcord Nino Rota, che vedeva musicisti di estrazione jazz (ma c’era anche Debbie Harry) reintepretare le musiche scritte dall’autore del titolo per i film di Fellini, ben due omaggi a Kurt Weill (Lost In The Stars e September Songs, entrambi anche con musicisti rock come Sting, Lou Reed e Nick Cave), gli splendidi Stay Awake (dedicato alle canzoni dei film di Walt Disney, con Sun Ra, Ringo Starr, Tom Waits e Michael Stipe) e Weird Nightmare (un omaggio al grande jazzista Charles Mingus, con Keith Richards, Elvis Costello, Leonard Cohen e Bill Frisell), senza dimenticare i due volumi di Rogue’s Gallery dedicati alle canzoni dei pirati, uno più bello dell’altro.

Non posso che associarmi a quanto detto, purtroppo non sarà più questo mondo.

Bruno Conti

Forse Non Un Capolavoro, Ma Neppure Un Brutto Disco. Brian Fallon – Local Honey

brian fallon local honey

Brian Fallon – Local Honey – Lesser Known Records/Thirty Tigers

Un titolo che ricorda vagamente quello di una delle più belle canzoni del primo Graham Parker, il terzo album solista di Brian Fallon (in pausa indefinita dalla sua creatura primaria, i Gaslight Anthem, e anche dagli Horrible Crowes, che dopo un ottimo album nel 2011 e un CD/DVD Live non hanno dato più segni di vita) Local Honey, come dico nel titolo del Post forse non è un capolavoro, ma, almeno per il sottoscritto, è un discreto disco : le recensioni sono state addirittura eccellenti per lo più, in qualche caso addirittura in modo esagerato, con pochi distinguo nel verso contrario, anche in questo caso forse sproporzionati alla effettiva valenza dei contenuti del CD. Fallon per l’occasione si è affidato al produttore Peter Katis (noto soprattutto per il suo lavoro con Interpol, Death Cab For Cutie e soprattutto National, con i quali ha vinto un Grammy), e nel disco ha utilizzato una serie di eccellenti musicisti, a partire da Ian Perkins a chitarra e basso, ex roadie dei Gaslight Antherm e pard di Brian negli Horrible Crowes, Kurt Leon alla batteria e Thomas Bartlett alle tastiere, collaboratore dei National.

Se devo fare un appunto al disco, che consta di otto canzoni, tutte scritte da Fallon, è che ogni tanto il suono è un po’ troppo “lavorato” dall’elettronica, benché nulla di irreparabile e soverchiamente fastidioso: avendo compiuto da poco i 40 anni, Brian non sembra più al momento il rocker intemerato dei tempi dei Gaslight Anthem, amante del corregionale Springsteen ma anche del punk rock, in questo album tenta la strada di un approccio più intimo e raccolto, che qualcuno ha avvicinato a quello di dischi come Time Out Of Mind di Dylan e Wrecking Ball di Emmylou Harris, o addirittura lo Springsteen di Nebraska e Ghost Of Tom Joad. Magari anche per il sottoscritto qualche richiamo c’è, ma poi in fondo il risultato è quello tipico dei dischi di Fallon, dove romanticismo e vulnerabilità sono stati sempre presenti, mediati dal suo tipico heartland rock: e così ecco scorrere la delicata, tenera e deliziosa When You’re Ready, dedicata ai figli, una ballata tenue e romantica, percorsa da una chitarra discreta ma efficace e descrittiva, che fa molto Boss in modalità padre di famiglia, 21 Days sul tema della dipendenza, con Kori Gardner alla seconda voce, con chitarre acustiche e piano in evidenza, pur se con qualche electronics di troppo che rimanda al suono massificato che impera al momento https://www.youtube.com/watch?v=wVBJqt6elVM .

Vincent è una sorta di inconsueta murder ballad, vista dal punto di vista del killer, anzi della “assassina”, che racconta la sua storia di soprusi, abusi e prone accettazioni, fino al finale tragico, il tutto vestito con un suono sobrio ed avvolgente, aderente al dramma narrato con partecipazione e il giusto pathos. I Don’t Mind (If I’m With You), brano che tratta delle pene d’amore, non mi convince molto dal lato tema sonoro, fin  troppo turgido e generico, dopo una buona partenza si perde in sonorità abbastanza banali https://www.youtube.com/watch?v=svaydGivlnY , meglio Lonely For You Only, che torna a quel blue collar rock tipico di Fallon, meno impetuoso e più meditabondo che in passato, però efficace https://www.youtube.com/watch?v=U18V7XTXIWY . Nella serie di alti e bassi, Horses avrebbe anche una bella melodia, ma nella scelta della veste sonora fa ancora capolino quel “modernismo” che ne diluisce l’efficacia e aumenta una certa banalità, Hard Feelings è quella più springsteeniana, un mid-tempo piacevole vicino al Bruce più maturo e introspettivo, comunque godibile e ben costruita https://www.youtube.com/watch?v=iy5SVyvQc9w . Nella conclusiva You Have Stolen My Heart, di nuovo sugli affanni amorosi, Fallon accenna persino degli arditi falsetti che si adattano comunque allo spirito romantico del brano, ancora una volta piacevole ma non memorabile https://www.youtube.com/watch?v=Zw2wNUZFI9o , che in fondo potrebbe anche essere una descrizione dell’intero album.

Bruno Conti

Non Sempre Il Detto “Less Is More” E’ Veritiero! Sam Baker – Horses And Stars

sam baker horses and stars

Sam Baker – Horses And Stars – BlueLimeStone CD

Primo disco dal vivo per il cantautore texano Sam Baker, titolare di cinque pregevoli album pubblicati tra il 2004 ed il 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/07/06/un-poeta-dalle-melodie-intense-prosegue-il-suo-cammino-sam-baker-land-of-doubt/ . Baker è un songwriter dalla vena poetica tenue, capace di costruire canzoni semplici e toccanti al tempo stesso, con pochi accordi ed il minimo indispensabile di strumenti, che però servono a dare più colore alle sue composizioni. In questo Horses And Stars (registrato a Buffalo, stato di New York, il 20 Luglio del 2018) Sam si presenta sul palco nudo e crudo, soltanto voce, chitarra (elettrica) e armonica solo in qualche brano, probabilmente per ragioni puramente economiche, e devo purtroppo constatare che in più di un momento il disco mostra la corda fino a lasciar affiorare un filo di noia. Baker non è in possesso di un range vocale particolarmente ampio, il suo modo di cantare assomiglia più ad un talkin’ ed è più monocorde anche di altri “parlatori” come Lou Reed e James McMurtry; pure come chitarrista il nostro è abbastanza nella media, e quindi alla fine molte canzoni finiscono per assomigliarsi tra loro. Sam non ha il passo del folksinger e possiede una vena di autore che gira intorno un po’ sempre agli stessi accordi: in poche parole è semplicemente un cantautore che non si può permettere di girare con una band, e questo a lungo andare nel CD si sente.

Non posso dire che Horses And Stars sia un brutto disco, ma non sarei sincero se non dicessi che in più di un momento provoca qualche sbadiglio. Boxes, che apre l’album, è una canzone splendida, una sorta di valzer texano che brilla anche in questa versione spoglia (e la voce calda ed arrochita di Sam è giusta per brani come questo), ma già Thursday, più parlata che altro, è di difficile assimilazione, ed anche la strascicata Angel Hair si ascolta piuttosto a fatica fino in fondo. Il disco non cambia passo, è costruito attorno a pezzi lenti tutti sulla medesima tonalità, e si segnalano solo le (poche) canzoni dotate di una melodia vera e propria, come Same Kind Of Blue, intensa ballata che sembra ispirarsi a certe cose di Springsteen https://www.youtube.com/watch?v=m2wbLS8sMik , la toccante Migrants, la tenue Waves, eseguita con buon pathos, e la deliziosa e quasi sussurrata Odessa, che inizia e finisce con due strofe prese dal traditional Hard Times. Anche Snow e Broken Fingers sarebbero due potenziali belle canzoni, ma l’arrangiamento ridotto all’osso non le fa risaltare come dovrebbero https://www.youtube.com/watch?v=Gh8sO5JPsbI .

Non cambio idea sul Sam Baker songwriter ed autore di buoni album incisi in studio, ma come performer dal vivo in “splendid isolation” mi sento di giudicarlo quantomeno rivedibile. *NDB Anche il fatto che Il CD non sia facilmente reperibile e piuttosto costoso forse incide sulla valutazione.

Marco Verdi

Dalla Contea Di Cork Torna “L’Ultimo Storyteller”. Mick Flannery – Mick Flannery

mick flannery mick flannery

Mick Flannery – Mick Flannery – Rosaleen Records

I lettori di questo blog sanno perfettamente come il sottoscritto, insieme all’amico Bruno, abbia seguito la carriera di questo cantautore nativo di Blarney, Irlanda, passo per passo, e sono passati ormai 14 anni da quando Mick Flannery ha pubblicato il suo album di debutto Evening Train (05), a cui fecero seguito lo splendido White Lies (08), Red To Blue (12), By The Rule (14), I Own You (16), di cui stranamente non ci siamo occupati https://discoclub.myblog.it/2014/07/17/irlandese-le-carte-regola-mick-flannery-by-the-rule/ , tutti lavori dove la parte primaria la si trovava nei testi acuti e intelligenti, ma anche in un totale e complesso sviluppo della melodia, e infine, cosa non trascurabile, una voce “burbera” e affascinante a completare il tutto. Come l’album precedente I Own You, anche questo sesto e nuovo lavoro di Mick Flannery è stato pensato e composto a Berlino, una sorta di esilio autoimposto, nel contesto di uno stile di vita più funzionale ad un musicista. Come al solito Flannery piano, tastiere, chitarre e voce, si porta in studio i suoi musicisti di riferimento, ovvero i bassisti Alan Hampton e Brian Hassett, il percussionista Daniel Ledwell, il batterista Josh Adams, Josh Mease alle chitarre, Tony Buchen alle tastiere, Jason Colby alla tromba, Ian Roller al sassofono, con l’inserimento di una sezione archi composta da Richard Dodd al cello, Leah Katz alla viola, i violinisti Daphne Chen e Eric Gofin,  e con il contributo alle armonie vocali della brava Lyndsi Austin, quindi una strumentazione ricca e variegata.

Il brano d’apertura Wasteland è quasi sorprendente, e ancora una volta mette in mostra l’immenso potere della voce di Mick, mentre la seguente Must Be More pare evocare il miglior Van Morrison, con l’uso dolce ed insinuante della tromba, per poi passare a un delicato cambiamento di ritmi ed atmosfere con l’ariosa melodia di Come Find Me, sposare il tema sociale in una canzone “apolitica” come I’ve Been Right. Anche se questo lavoro non è un “concept album”, le storie del protagonista ricorrono in tutto il disco, come nell’intrigante andamento “folk” della splendida Foot, oppure nel dolce abbraccio di una sognante How I Miss You (un dolce viaggio al tramonto sul treno di ritorno da Dublino), che potrebbe essere cantata benissimo da Springsteen https://www.youtube.com/watch?v=z9dWPVILVM0 , proseguire con il doloroso lamento della spettrale Way Things Go, per poi eseguire una sorta di oscuro omaggio musicale al suo “mentore” Leonard Cohen, con Light A Fire che inizia in un mood recitativo, per poi svilupparsi in crescendo sulle note del synth di Isaac Carter. Ci si avvia alla fine con la tranquilla disperazione di un melodramma musicale come Star To Star, seguita dalla pianistica e commovente Dreamer John, e andare a chiudere con la dolcissima litania di I’ll Be Out Here, sulle note scarne della chitarra di Mick e il contrabbasso del fido Chris McCarthy.

Questo signore in patria è ampiamente considerato come uno dei migliori cantautori usciti dalla natia Irlanda negli ultimi anni (ricevendo anche numerosi premi in carriera), un personaggio che durante la sua infanzia si è abbeverato  ascoltando album di Bob Dylan, Tom Waits, Van Morrison, Jim Croce e Joni Mitchell, tutta musica che è penetrata nel suo DNA creativo, rendendolo nel tempo un artista maturo e affidabile. Come ho detto in precedenti occasioni, Mick Flannery dai tempi del suo esordio ha fatto passi da gigante all’interno della scena musicale irlandese, e brani come Safety Rope, Goodbye (li recuperate su White Lies), e in seguito Boston (Red To Blue) e The Smile Fire (By The Rule), hanno seguito le orme delle grandi canzoni di cantautori del passato come Paul Brady e Christy Moore, ma anche del presente come Glen Hansard e Damien Rice, senza dimenticare lo storico Gilbert O’Sullivan. Lo stile di scrittura che ha accompagnato Flannery in questi anni è comunque ancora ben presente anche in questo ultimo lavoro omonimo, in “primis” grazie alla band stellare che fornisce un accompagnamento di classe per tutta la durata del disco, e poi come conseguenza per l’uso nei testi delle tematiche, sociali e non, che interessano da vicino il mondo odierno. In definitiva quindi, se amate il genere musicale descritto finora e i cantautori citati prima, vi consiglierei di dare un ascolto all’album, in quanto senza ombra di dubbio questo signore potrebbe essere il vostro uomo.

Tino Montanari

Come Attore E’ Bravissimo, Ma Come Cantautore…Pure! Kiefer Sutherland – Reckless & Me

kiefer sutherland reckless & me

Kiefer Sutherland – Reckless & Me – BMG CD

La storia del cinema americano è piena di attori che, prima o dopo, si sono cimentati anche come musicisti e/o cantanti: senza dover per forza risalire all’epoca di Dean Martin e Robert Mitchum, in anni recenti abbiamo avuto, tra i tanti, i casi di Kevin Costner, Kevin Bacon, Johnny Depp, Hugh Laurie, Kevin Spacey, Jeff Bridges, Tim Robbins, Dennis Quaid, per finire con Russell Crowe che pur essendo australiano fa parte comunque del mondo di Hollywood. Tra gli ultimi arrivati nel doppio ruolo c’è anche Kiefer Sutherland, eccellente attore di cinema diventato però famosissimo con la serie tv 24, in cui interpreta il ruolo dell’agente Jack Bauer. Attore poliedrico, figlio d’arte (il padre Donald è uno dei più grandi di sempre, ed è per me il migliore nelle parti da “bastardo” insieme al già citato Spacey, Gene Hackman e Gary Oldman), Kiefer ha esordito come musicista nel 2016 con Down In A Hole, un bel disco di solido rock chitarristico, nel quale il nostro si scopriva anche valido songwriter https://discoclub.myblog.it/2016/08/23/sorpresa-ecco-altro-cantattore-bravo-pure-kiefer-sutherland-down-hole/ .

Che la carriera di rocker non sia per Sutherland Jr. una sorta di divertimento da dopolavoro lo hanno dimostrato i molti concerti tenuti in questi anni, ed ora Kiefer arriva anche a fare il bis discografico con Reckless & Me, un album che si rivela fin dal primo ascolto addirittura splendido nonché sorprendente visto che stiamo comunque parlando di uno che si guadagna da vivere recitando. Reckless & Me è un lavoro di vero rock’n’roll, chitarristico e vibrante, suonato alla grande da un manipolo di sessionmen di lusso (con nomi altisonanti come Waddy Wachtel alle chitarre, Greg Leisz alla steel, Brian MacLeod alla batteria ed il grande Jim Cox al piano e organo), con un tocco country che non fa mai male. Ma quello che più stupisce è la bravura di Sutherland come autore: infatti il nostro è il responsabile di nove brani su dieci (Open Road è scritta dal produttore Jude Cole), canzoni autentiche, intense e profonde, che sembrano quasi opera di un veterano del pentagramma. Un disco di alto livello professionale ed emotivo, che fa dunque balzare il nome di Sutherland tra i principali “singing actors” in circolazione. Si parte subito forte con la già citata Open Road, splendida ed intensa rock ballad da cantautore vero, con piano e chitarre in evidenza ed un suono elettrico di sicuro impatto: Kiefer canta benissimo con una voce arrochita e vissuta (molto alla John Mellencamp), e sembra davvero una vecchia volpe non del grande schermo ma delle sette note. Something You Love è più spedita, con il piano che si muove sinuoso nell’ombra e le chitarre che rispondono a tono, ma la differenza la fa una melodia trascinante ed il ritmo sostenuto, con echi di grandi storyteller rock, da Springsteen e Seger in avanti.

Faded Pair Of Blue Jeans è limpida e solare, potrebbe essere un brano degli Eagles fine anni settanta, ed è decisamente gradevole anche questa, la title track, una rock song cadenzata e grintosa, ha evidenti somiglianze proprio con lo stile di Mellencamp, le chitarre tirano di brutto (bello l’assolo di slide) ed il pathos è alto, mentre Blame It On Your Heart è puro rock’n’roll, trascinante e con un sapore country dato dalla steel e dall’uso del pianoforte degno di un bar texano. Ancora ritmo elevatissimo con This Is How It’s Done, un divertente mix tra country e rockabilly, con un motivo che sembra quasi un talkin’ dylaniano ed un tempo alla Johnny Cash; Agave inizia con una chitarra bella aggressiva e prosegue con un’andatura spezzettata e tracce di southern: grinta e bravura a braccetto, con il nostro sempre più convinto e convincente. Rimaniamo idealmente al sud con Run To Him, un pezzo tosto, elettrico e paludoso tra Texas e Louisiana ed un coro femminile dai toni gospel, mentre Saskatchewan è una ballata che parte con la voce di Kiefer nel buio, poi entra una strumentazione limpida ed il brano si rivela terso, piacevole e disteso, con un retrogusto country che non guasta. Chiusura con la deliziosa Song For A Daughter, tra folk e cantautorato puro, in cui appare anche una fisarmonica: uno dei brani più riusciti di un album sorprendente e bellissimo, in poche parole da non perdere.

Marco Verdi

Una Testimonianza “Postuma” Di Una Piccola Grande Band Sottovalutata. The Smithereens – Covers

smithereens covers

The Smithereens – Covers – Sunset Boulevard Records          

Gli Smithereens sono stati uno dei classici gruppo di culto del rock americano: in attività dal 1980, hanno inciso il primo album di studio nel 1986 e poi altri dieci per arrivare a 2011, che era il loro 11° e ultimo, più alcuni live ed antologie, arrivando al massimo ai limiti dei Top 40 delle classifiche USA negli anni ’90, pur essendo sempre stati molto stimati dai colleghi e amati dalla stampa. Poi negli ultimi anni avevano parecchio rarefatto le loro esibizioni  per problemi di salute del leader Pat DiNizio, che nel 2017 ci ha lasciato. Stranamente il gruppo non si è sciolto subito, ma si è esibito ancora in una serie di concerti-tributo per DiNizio, a cui hanno partecipato i suoi amici e sodali, gente come Little Steven, Southside Johnny, Dave Davies, Lenny Kaye, Marshall Crenshaw, tutti come lui appassionati del pop e del rock della British Invasion, ma anche di quello dei grandi autori. Nel DNA di DiNizio e degli Smithereens c’ è sempre stato un grande amore proprio per il rock ed il pop classici, quello due chitarre-basso-batteria e pedalare: e non guastava avere in Pat una ottima voce e in Jim Babjak una eccellente chitarra solista, oltre all’uso di armonie vocali ispirate dai loro ascolti di gioventù ed anche dell’età matura.

Questo Covers quindi raduna in unico CD gran parte delle loro versioni di brani, celebri  e non, sparsi nel corso degli anni su singoli, EP, colonne sonore, tributi e qualche inedito, tutti rigorosamente eseguiti con grande amore per gli originali. Quindi non un disco nuovo, ma vista la scarsa reperibilità del materiale raccolto, molto gradito dai fans e spero anche dai novizi di questa band del New Jersey. Con Babjak e DiNizio ci sono il bassista Mike Mesaros e il batterista Dennis Diken, che firma anche le brevi note del libretto. Per il resto tanta buona musica, eseguita con amore, classe, sense of humor, rispetto e brillante musicalità, non necessariamente nell’ordine: The Game Of Love era di Wayne Fontana & The Mindbenders, un tipico esempio del british pop degli anni ’60, molto vicino allo spirito anche di Costello o dei Beach Boys, riff e ritornello divertenti ed accattivanti, mentre The Slider accosta il glam-rock di Marc Bolan e dei T-Rex, con chitarre e ritmica più ruvide, sempre con le melodie ben presenti, e Ruler Of My Heart, un grande successo per Irma Thomas (ma l’hanno fatta pure Otis Redding, Norah Jones, Mink DeVille, la Ronstadt) è un pop&soul di gran classe che ricorda molto lo stile e la vocalità di Elvis Costello, con cui DiNizio condivideva un timbro vocale simile e l’amore per le belle melodie.

Wooly Bully la conosciamo tutti, la classica canzone “stupida” che però non puoi fare a meno di amare, ma anche Let’s Talk About Us, tratta dal Tributo a Otis Blackwell è un brano R&R che hanno fatto Jerry Lee Lewis, i Rockpile, fino ad arrivare a Van Morrison, e la versione degli Smithereens è una delle più potenti, tante chitarre e ritmo. I brani sono 22, tutti belli, ne cito ancora alcuni a caso tra i migliori: una oscura Girls Don’t Tell dei Beach Boys, fatta in versione jingle-jangle, gli amatissimi Beatles (e dintorni) saccheggiati con una poderosa Yer Blues, uno degli inediti contenuti nel CD, One After 909 accelerata ad arte, I Want To Tell You di George Harrison, veramente splendida, degna di Tom Petty e It Don’t Come Easy di Ringo; ma anche Up In Heaven da Sandinista dei Clash o Downbound Train da One Step Up il tributo a Bruce Springsteen,  le meraviglie si sprecano. Per non dire di The World Keeps Going ‘Round  e Rosie Won’t You Please Come Home due perle poco note dei Kinks, o una gagliarda The Seeker degli Who, e ancora una deliziosa Something Stupid di Frank & Nany Sinatra, seguita da una esplosiva Lust For Life di Iggy Pop, che sembra suonata proprio dagli Who, fino ad arrivare alla conclusiva Shakin’ All Over, ancora power pop sopraffino da parte di una delle band americane più sottovalutate.

Bruno Conti

Adesso E’ Giunta L’Ora Di Scrivere Un Po’ Per Sé Stessi! James LeBlanc – Nature Of The Beast

james leblanc nature of the beast

James LeBlanc – Nature Of The Beast – Dreamlined/Red CD

James LeBlanc, oltre ad essere il padre di Dylan LeBlanc (un giovane e promettente musicista che ha già qualche disco all’attivo http://discoclub.myblog.it/2010/08/24/giovani-virgulti-crescono-1-dylan-leblanc-paupers-field/ ) è anche un affermato autore per conto terzi, avendo scritto diverse canzoni per nomi di punta a Nashville come Jason Aldean, Martina McBride, Gary Allan e Travis Tritt (il cui successo da Top Ten Modern Day Bonnie & Clyde porta proprio la firma di LeBlanc). Originario di Shreveport, Louisiana, James ha anche un album al suo attivo, Muscle Shoals City Limits (2003), ma in generale ha sempre preferito restare nelle retrovie e sbarcare il lunario con il remunerativo lavoro di songwriter su commissione. Ora però ha finalmente deciso di mettere fuori la testa e dare un seguito al suo ormai lontano primo album, ed il risultato finale è talmente riuscito che mi chiedo perché avesse aspettato così tanto. Nature Of The Beast, nel quale LeBlanc raccoglie alcune canzoni da lui scritte ma tenute nei cassetti, non sembra infatti il lavoro di uno che non ha quasi mai inciso a suo nome, ma bensì è il prodotto di anni di esperienza come songwriter e di frequentazioni di musicisti più o meno noti e di studi di registrazione dove si respira aria di leggenda (per esempio era di casa ai Muscle Shoals Studios, dove ha inciso il primo disco, mentre questo è stato registrato a Sheffield, sempre in Alabama).

Nature Of The Beast non è un disco country, almeno non come uno si potrebbe aspettare: il country c’è, ma è usato quasi da sfondo alle ballate profonde del nostro, canzoni lente, meditate ma piene di feeling e mai noiose. Un tipico disco da cantautore, più che da countryman, registrato con la produzione di Jimmy Nutt (che come ingegnere del suono ha lavorato anche con Jimmy Buffett e Jason Isbell) e vede in studio con lui un numero di musicisti non estesissimo ma di alto livello, tra i quali il figlio Dylan ed il grande bassista della gang di Muscle Shoals David Hood. Il disco inizia con la title track, lenta, crepuscolare, con la chitarra arpeggiata e la voce profonda di James ad intonare un motivo intenso, drammatico e di grande pathos: prendete le cose migliori di Calvin Russell, levategli un po’ di polvere texana ed avrete un’idea. Mean Right Hand è un brano full band, ma anche qui l’accompagnamento è discreto, nelle retrovie, in modo da mettere in primo piano la melodia e la voce, una bella canzone con agganci anche allo Springsteen di Tom Joad; My Middle Name è ancora lenta, ma la batteria scandisce il tempo in maniera netta e c’è una chitarra elettrica che ricama alle spalle del leader, un altro pezzo di buona intensità, da cantautore più rock che country. Yankee Bank è più ricca dal punto di vista strumentale, è sempre una ballata ma con maggiore energia ed un bell’intreccio di chitarra, steel ed organo, oltre ad un motivo di prima qualità.

LeBlanc si conferma un songwriter di vaglia, ma dimostra di essere anche un performer di livello. Bottom Of This è una country song, sempre lenta e malinconica, ma dallo script solidissimo ed ottimo lavoro di piano e steel, Answers (scritta dal figlio Dylan) dà una scossa al disco, il ritmo è più sostenuto e la chitarra elettrica è in primo piano, oltre ad un refrain che prende all’istante, mentre I Ain’t Easy To Love è un altro brano spoglio ma di grande carattere, e qui l’arma in più è la seconda voce femminile di Angela Hacker, fidanzata di James ed artista per conto suo. Una splendida steel (Wayne Bridge) ci introduce alla lenta Nothing But Smoke, dove LeBlanc ha sicuramente fatto tesoro della lezione di Willie Nelson: l’ennesimo slow, ma la noia è bandita; bella anche Anchor, distesa, fluida e con la solita melodia di prim’ordine, tra le migliori del CD, mentre 4885 inizialmente vede il nostro in quasi totale solitudine, poi dalla seconda strofa entra il resto della band, anche se James se la cavava comunque anche con pochi strumenti attorno. L’album si chiude con la vibrante Coming Of Age, più mossa ma sempre senza andare sopra le righe, e con la deliziosa cover di Beans, un vecchio brano di Shel Silverstein che qui è un honky-tonk con arrangiamento di altri tempi ed un bel ritornello corale, un finale in allegria e dunque in decisa controtendenza.

Per quanto mi riguarda James LeBlanc può pure continuare a scrivere per altri, ma se quando incide a suo nome il livello è questo, mi auguro che non faccia passare altri 14 anni prima del prossimo disco.

Marco Verdi

Forse Non Saranno I Campioni Del Mondo, Ma Sono Davvero Bravi! Danny & The Champions Of The World – Brilliant Light

danny and the champions of the world brilliant light

Danny & The Champions Of The World – Brilliant Light – Loose 2 CD

Io sono sempre stato dell’idea che un disco non debba durare più di 40/45 minuti, dato che quando si inizia a sfiorare l’ora non è raro che spunti qua e là qualche canzone minore o momenti di stanca. Quando ho visto che l’album di cui mi accingo a parlare presentava ben diciotto brani, per una durata totale di 78 minuti, sia pure divisi su 2 CD, ero preparato a dover usare più di una volta il tasto avanti veloce sul telecomando del mio lettore, mentre invece al termine dell’ascolto ho pensato che avrei voluto sentire altre due-tre pezzi! Danny & The Champions Of The World, gruppo di sette elementi che prende il nome da un famoso libro per bambini ad opera dello scrittore norvegese Roald Dahl, sono una band proveniente da Londra, ma che suona americana al 100%. Il leader è Danny George Wilson, che forse qualcuno ricorda a capo dei Grand Drive, altro valido gruppo alternative country scioltosi nella decade precedente a questa: Brilliant Light è già il sesto disco della band (settimo se contiamo un live), ma è certamente il loro lavoro più ambizioso e, di sicuro, il più riuscito: anzi, dopo un attento ascolto direi che ci troviamo di fronte ad una piccola bomba.

 

Danny ad i suoi (tra i quali spiccano la steel di Henry Senior, il sax e tastiere di “Free Jazz” Geoff e la sezione ritmica di Chris Clarke e Steve Brookes) non fanno la stessa musica dei Grand Drive, ma sono un mix estremamente stimolante di rock, country, soul e rhythm’n’blues, financo con echi di Neil Young e Tom Petty nei momenti più rock, ma anche con abbondanti dosi di Southside Johnny e pure del primo Graham Parker, oltre a influenze parsoniane nei pezzi più countreggianti. Mi rendo conto che potreste avere le idee confuse, ma credetemi quando dico che Brilliant Light è uno dei dischi più piacevoli, coinvolgenti e creativi che mi siano capitati tra le mani da qualche tempo a questa parte, e nonostante la lunga durata si ascolta tutto d’un fiato e senza neanche un brano sotto la media. In pratica, una piccola grande sorpresa. Il primo CD si apre con Waiting For The Right Time, rock song chitarristica con un uso limpido del pianoforte ed un refrain corale vincente, con la voce di Danny che ricorda non poco quella di Parker: un pezzo così quarant’anni fa avrebbe avuto ben altra fortuna. La vispa Bring Me To My Knees ha ancora ottimi fraseggi di chitarra ed una bella melodia, evocativa ed orecchiabile al tempo stesso, con un feeling country alla Flying Burrito Brothers; It Hit Me è un gradevole pop-errebi spruzzato di soul urbano, un pezzo che non avrei visto male nelle mani di Willy DeVille (ma anche, nella sua parte pop, di Nick Lowe), You’ll Remember Me è una ballata un po’ sgangherata ma dal grande feeling, tipo quelle di Keith Richards, mentre Swift Street è puro rock-soul, con un tocco di gospel che non guasta, un pezzo che piacerebbe molto a Little Steven.

Siamo solo ad un quarto del totale, e Brilliant Light mi ha già catturato; Consider Me è puro rock, molto anni settanta, di nuovo con un ritornello da manuale, Coley Point è una ballata molto intensa, con steel e piano protagonisti ed il solito motivo vincente, It’s Just A Game (That We Were Playing) è un altro blue-eyed soul di grande qualità, con ritmo, suono e melodia degne di Southside Johnny, così come la fluida Never In The Moment, una canzone superlativa che anche Springsteen avrebbe potuto scrivere nei seventies, mentre con Gotta Get Things Right In My Life, ancora un pezzo soul anche se meno annerito, siamo di nuovo dalle parti di Graham Parker anche come suono. Waiting For The Wheels To Come Off, che apre il secondo CD, è ottima funky music con slide (qualcuno ha detto Little Feat?), Don’t Walk Away è una deliziosa balata crepuscolare sfiorata dal country, dotata di una delle linee melodiche più belle del CD, Hey Don’t Lose Your Nerve un altro errebi deluxe (i nostri hanno classe oltre che bravura), Everything We Need un divertente intermezzo tra country rurale e musica dixieland. Non volevo citare tutti e diciotto i brani, ma non è colpa mia se sono tutti belli: Let The Water Wash Over You è forse la meno appariscente, “solo” una buona rock song, ma gli entusiasmi si riaccendono subito con la saltellante Long Distance Tears e soprattutto con le conclusive The Circus Made the Town e Flying By The Seat Of Our Pants, due sontuose country ballads che profumano di Gram Parsons (o di Wild Horses, che non è molto diverso).

Mi rendo conto di aver usato parole importanti ed aver tirato in ballo paragoni scomodi, ma Brilliant Light è un album  con una qualità media davvero alta, cosa ancor più rara visto che si tratta di un doppio. Consigliatissimo.

Marco Verdi