Cofanetti Autunno-Inverno 3. L’Usignolo Dagli Occhi Azzurri: Seconda Parte. Judy Collins – The Elektra Albums, Volume Two (1970-1984)

judy collins the elektra albums volume two

Judy Collins – The Elektra Albums, Volume Two (1970-1984) – Edsel/Demon 9CD Box Set

Dopo avervi parlato qualche giorno fa del primo box pubblicato dalla Edsel e riguardante gli album degli anni sessanta di Judy Collins (il suo periodo migliore) https://discoclub.myblog.it/2019/10/10/cofanetti-autunno-inverno-2-lusignolo-dagli-occhi-azzurri-prima-parte-judy-collins-the-elektra-albums-volume-one-1961-1968/ , ecco qua il secondo cofanetto che completa il periodo Elektra della cantante di Seattle, spingendosi fino alla metà degli anni ottanta.

Gli Anni Settanta. Una decade ancora abbastanza proficua in termini di vendite, con album di qualità almeno nella prima parte, in cui Judy, ormai interprete esperta e con anche buone capacità di songwriting, si circonda nei vari lavori di musicisti del calibro di David Grisman, David Spinozza, Steve Goodman, Tony Levin, Steve Gadd, Norton Buffalo, Dean Parks, Fred Tackett e Jim Keltner. Whales & Nightingales (1970) segna un parziale ritorno alle atmosfere folk-rock dei sixties, un disco raffinato e molto piacevole con ottime rese di A Song For David (Joan Baez), Oh, Had I A Golden Thread (Pete Seeger, grande versione), un Dylan poco noto (Time Passes Slowly, meglio dell’originale su New Morning), due traduzioni di Jacquel Brel, una deliziosa The Patriot Game di Dominic Behan (la cui melodia è ispirata al traditional irlandese The Merry Month Of May, la stessa “presa in prestito” da Dylan per With God On Our Side), ed una ripresa della classica Amazing Grace per sola voce e coro, quasi ecclesiastica.

True Stories And Other Dreams (1973) è un album discreto, con la Collins che scrive ben cinque pezzi sui nove totali, tra i quali spicca la politicizzata (ed un tantino pretenziosa) Che, sette minuti e mezzo dedicati ad Ernesto Guevara: molto meglio la limpida e countreggiante Fisherman Song. Tra i brani altrui spiccano la squisita Cook With Honey di Valerie Carter, quasi una bossa nova, la delicata e folkie So Begins The Task di Stephen Stills e la mossa The Hostage di Tom Paxton, ispirata alla rivolta della prigione di Attica.

Judith (1975) è un album molto bello, il migliore della decade, una prova di maturità eccellente grazie anche alla lussuosa produzione di Arif Mardin. Il disco avrà anche un buon successo, e propone versioni impeccabili e raffinatissime di classici appartenenti a Jimmy Webb (The Moon Is A Harsh Mistress), Rolling Stones (Salt Of The Earth) e Steve Goodman (una splendida City Of New Orleans), nonché una rilettura in stile bossa nova della famosa Brother, Can You Spare A Dime, classico della Grande Depressione. Ma l’evergreen del disco è la struggente Send In The Clowns, scritta da Stephen Sondheim e che diventerà uno dei brani più popolari di Judy (che qui compone anche tre buone canzoni di suo pugno, soprattutto Born To The Breed).

Bread And Roses (1976) vede ancora Mardin in consolle, ed è un buon disco seppur un gradino sotto al precedente. Ma i brani di livello non mancano, come la maestosa title track che apre il disco (canzone di Mimi Farina, sorella della Baez), la sempre bella Spanish Is The Loving Tongue (brano che Dylan negli anni ha mostrato di amare molto) ed il “ritorno” di Leonard Cohen con la pura Take This Longing. In altri pezzi però si comincia ad intravedere una deriva troppo pop, come nel singolo Special Delivery e nella resa un po’ “leccata” di Come Down In Time di Elton John, che si salva in quanto grande canzone.

Hard Times For Lovers (1979) chiude il decennio in tono minore, inaugurando per Judy la parabola discendente per quanto riguarda le vendite dei suoi album. Disco dal suono fin troppo elegante, che perde il confronto con i suoi predecessori per una confezione troppo attenta a sonorità radiofoniche, nonostante la presenza di canzoni come Marie di Randy Newman, Desperado degli Eagles e la bella title track, dallo stile molto James Taylor. La cosa più notevole dell’album è il retro di copertina, che ritrae Judy di spalle completamente nuda.

Nel cofanetto non manca Living (1971), che per lungo tempo rimarrà l’ultimo live album della Collins, registrato in varie date del tour del 1970. Un disco molto bello, con Judy accompagnata da una super band che ha i suoi elementi di spicco nel paino di Richard Bell (all’epoca con la Full Tilt Boogie Band di Janis Joplin) e soprattutto nella chitarra di un giovane ma già bravissimo Ry Cooder. L’album predilige le ballate, a tratti è persino cupo ma intensissimo nelle varie performance, con versioni da brividi ancora di Cohen (Joan Of Arc e Famous Blue Raincoat), una rilettura pianistica della stupenda Four Strong Winds di Ian Tyson, ottime riletture del traditional All Things Are Quite Silent e di Chelsea Morning (Joni Mitchell), per finire con una migliore versione di Just Like Tom Thumb’s Blues di Dylan rispetto a quella orchestrata che apriva In My Life. C’è anche un brano in studio, la deliziosa Song For Judith, una delle migliori canzoni mai scritte dalla Collins, con Cooder che brilla particolarmente alla slide.

Gli Anni Ottanta.

Running For My Life (1980) è un lavoro per il quale Judy si affida perlopiù a compositori esterni che scrivono brani apposta per questo disco, azzerando le cover di pezzi famosi. L’album è di nuovo contraddistinto da arrangiamenti raffinati e decisamente pop, con il ricorso ad orchestrazioni che rendono il suono un po’ ridondante: le canzoni stesse non sono il massimo (Green Finch And Linnet Bird, Marieke e Wedding Song sono quasi imbarazzanti) e, se escludiamo la fluida ballata iniziale che dà il titolo al disco (scritta da Judy), la noia affiora spesso.

Le cose vanno un po’ meglio con Times Of Our Lives (1982), che ha la stessa struttura del precedente ma con orchestrazioni molto più leggere, ed in molti casi i brani sono di buona fattura pur mantenendo un suono radio-friendly. I pezzi migliori sono la gradevole Great Expectations, il pop di classe di It’s Gonna Be One Of Those Things, una emozionante rilettura della splendida Memory, tratta dal musical Cats di Andrew Lloyd-Webber (e che voce la Collins), e la limpida Drink A Round To Ireland, che recupera le atmosfere folk di un tempo.

Pollice verso invece per l’album conclusivo del box e del periodo Elektra: Home Again (1984), nonostante la produzione del noto arrangiatore e compositore di colonne sonore Dave Grusin, è pieno zeppo di sonorità anni ottanta fatte di sintetizzatori, drum machines e fairlight a go-go, un sound orripilante che rovina anche canzoni all’apparenza discrete come Only You (cover del duo pop Yazoo) e Everybody Works In China. C’è anche un inedito di Elton John (Sweetheart On Parade), una potenziale buona ballata che avrebbe però beneficiato di un arrangiamento semplice basato sul pianoforte. E’ tutto quindi per i due cofanetti dedicati a Judy Collins: chiaramente meglio il primo, ma anche nel secondo se ci si limita agli anni settanta c’è parecchia buona musica. E poi è quasi doveroso apprezzare ancora una volta una grande cantante di cui oggi si parla molto poco.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 2. L’Usignolo Dagli Occhi Azzurri: Prima Parte. Judy Collins – The Elektra Albums, Volume One (1961-1968)

judy collins the elektra albums volume one

Judy Collins – The Elektra Albums, Volume One (1961-1968) – Edsel/Demon 8CD Box Set

A Maggio di quest’anno Judith Marjorie Collins, detta Judy, ha compiuto 80 anni, e per celebrare l’evento la Edsel ha pubblicato ben due cofanetti con la sua discografia completa fino al 1984, cioè fino a quando la folksinger di Seattle ha inciso per la Elektra, leggendaria etichetta fondata negli anni cinquanta da Jac Holzman. La Collins è considerata giustamente una delle più grandi cantanti folk di tutti i tempi, e nonostante non abbia mai raggiunto la popolarità di Joan Baez, dal punto di vista vocale le due non erano molto distanti, anche se come statura artistica Joan è sempre stata uno o due passi avanti (ci sarebbe poi anche Carolyn Hester, che però ha avuto una carriera decisamente più di basso profilo). Nel corso degli anni Judy ha comunque pubblicato più di un disco di valore, scegliendo con grande perizia le canzoni (è sempre stata principalmente un’interprete, anche se con gli anni ha maturato una buona capacità di scrittura) ed eseguendole con estrema raffinatezza e con la sua splendida voce da soprano a dominare il tutto. *NDB Gli ultimi due, quello in coppia con Stills https://discoclub.myblog.it/2017/09/24/alla-fine-insieme-stephen-e-judy-blue-eyes-e-forse-valeva-la-pena-di-aspettare-stills-collins-everybody-knows/  e in precedenza il disco di duetti di cui mi sono occupato sul Blog https://discoclub.myblog.it/2015/09/23/76-anni-il-primo-album-duetti-judy-collins-strangers-again/ La Collins iniziò da ragazza gli studi musicali a Denver, in Colorado, dove si era spostata con la famiglia, ed inizialmente la sua formazione era quella di una pianista classica: in breve tempo, complice l’innamoramento per il cosiddetto “folk revival” (unito ad una propensione all’attivismo sociale), imbracciò la chitarra acustica e si spostò a New York, dove nel 1960 iniziò ad esibirsi nei locali del Greenwich Village, finché non fu notata appunto da uomini della Elektra e messa subito sotto contratto.

Oggi mi occupo del primo dei due cofanetti The Elektra Albums, che come recita il sottotitolo copre in otto CD il periodo degli anni sessanta nella quasi totalità: stiamo parlando dei dischi migliori di Judy (senza bonus tracks ma con un bel libretto ricco di foto e note ed una rimasterizzazione sonora adeguata), in cui vediamo album dopo album la sua crescita artistica da giovane e un po’ ingenua cantante ad artista completa che “invaderà” anche territori country e rock, spesso incidendo canzoni di altri autori in anticipo sulle versioni originali.

CD1: A Maid Of Constant Sorrow (1961). Un discreto esordio, in cui Judy si esibisce in trio con un’altra chitarra (Fred Hellerman) ed un banjo (Erik Darling). Il tono è perlopiù drammatico e certe interpretazioni sono leggermente enfatiche e declamatorie, e perciò forse si tratta del suo lavoro più datato. Tutti i brani tranne uno (la poco nota Tim Evans di Ewan MacColl) sono tradizionali, e Judy fornisce comunque limpide versioni della title track, The Prickilie Bush (quasi un bluegrass), Wild Mountain Thyme, Oh Daddy Be Gay e Pretty Saro.

CD2: Golden Apples Of The Sun (1962). Stessa struttura in trio del primo disco (ma stavolta due chitarre più basso, ed i compagni sono Walter Reim e Bill Lee), ma un’interpretazione più riuscita e meno sopra le righe, con ottime riletture di Bonnie Ship The Diamond, Little Brown Dog, Tell Me Who I’ll Marry, Fannerio (conosciuta anche come Pretty Peggy-O), oltre ad una trascinante versione folk-gospel del classico di Reverend Gary Davis Twelve Gates To The City.

CD3: Judy Collins # 3 (1963). Splendido album questo, ancora con la Collins accompagnata da due altri musicisti (a volte tre) e dove il chitarrista ed autore degli arrangiamenti è un giovane ed ancora sconosciuto Jim McGuinn, non ancora diventato Roger. I pezzi tradizionali sono presenti in misura molto minore, e cominciano ad esserci canzoni di autori contemporanei a partire da Bob Dylan, in quel tempo già punto di riferimento per ogni folksinger che si rispettasse (Farewell e la classica Masters Of War, pubblicata quasi in contemporanea con Bob). Ci sono anche due tra i primi brani scritti da Shel Silverstein (Hey, Nelly Nelly e In The Hills Of Shiloh), il noto canto pacifista Come Away Melinda (reso popolare prima da Harry Belafonte e poi dai Weavers), oltre alla splendida Deportee di Woody Guthrie. Ma la palma della migliore se la prende l’iniziale Anathea, una stupenda western ballad gratificata da un’interpretazione da pelle d’oca. E dulcis in fundo, due canzoni appartenenti al repertorio di Pete Seeger, The Bells Of Rhymney e Turn! Turn! Turn!, che McGuinn terrà a mente e riproporrà da lì a due anni con i Byrds.

CD4: The Judy Collins Concert (1964). Primo album dal vivo di Judy (sempre in trio), registrato alla Town Hall di New York. La particolarità è che, delle 14 canzoni incluse, solo Hey, Nelly Nelly è tratta dai dischi precedenti, mentre il resto è inedito, e si divide tra brani del cantautore di culto Billy Edd Wheeler (ben tre: Winter Sky, Red-Winged Blackbird e Coal Tattoo), altrettanti di Tom Paxton (My Ramblin’ Boy, Bottle Of Wine e la meravigliosa The Last Thing On My Mind), Fred Neil (Tear Down The Walls), l’allora sconosciuto John Phillps (una deliziosa Me And My Uncle), ed ancora Dylan con una struggente The Lonesome Death Of Hattie Carroll.

CD5: Judy Collins’ Fifth Album (1965). In questo lavoro Judy si affida a qualche musicista in più del solito, introducendo strumenti come dulcimer, piano, armonica e flauto, e con la partecipazione di John Sebastian, Eric Weissberg e del cognato della Baez Richard Farina. Dylan è ancora presente come autore, e con tre pezzi da novanta (Tomorrow Is A Long Time, Daddy, You’ve Been On My Mind e la mitica Mr. Tambourine Man, brano che quell’anno ebbe quindi diverse versioni), ma c’è anche il “rivale” di Bob Phil Ochs (In The Heat Of The Summer, molto bella), e tre classici assoluti del calibro di Pack Up Your Sorrows (proprio Farina), Early Morning Rain di Gordon Lightfoot e Thirsty Boots di Eric Andersen, in anticipo di un anno sul cantautore di Pittsburgh.

CD6: In My Life (1966). In questo album Judy fa una giravolta a 360 gradi: niente atmosfere folk ma un accompagnamento orchestrale a cura di Joshua Rifkin, che però tende a mio giudizio ad appesantire troppo le canzoni, che avrebbero beneficiato maggiormente di arrangiamenti basati su voce e chitarra. Il disco presenta le prime due canzoni mai apparse su album di un giovane poeta e scrittore canadese che farà “abbastanza” strada, tale Leonard Cohen, cioè Dress Rehersal Rag e Suzanne (che è anche l’unico pezzo dall’arrangiamento folk classico); c’è poi il solito Dylan (Just Like Tom Thumb’s Blues), ancora Farina (Hard Lovin’ Loser, un po’ pasticciata), gli “esordienti” su un disco della Collins Randy Newman e Donovan (rispettivamente con I Think It’s Going To Rain Today e Sunny Goodge Street), ed anche i Beatles con la classica title track. Ma, ripeto, la veste sonora delle canzoni non mi convince (il medley tratto dall’opera teatrale Marat/Sade di Peter Weiss è quasi cabarettistico), anche se le vendite daranno ragione a Judy.

CD7: Wildflowers (1967). Questo album prosegue il discorso sonoro del precedente, anzi aumentando l’incidenza delle parti orchestrali, e diventa il disco più venduto nella carriera della cantante (arrivando al numero 5 in classifica), grazie soprattutto al suo unico singolo da Top Ten, cioè una bellissima versione del futuro classico di Joni Mitchell Both Sides Now, che però è anche l’unico pezzo ad avere un arrangiamento pop, con chitarra, basso, batteria e clavicembalo. La Mitchell come autrice è presente anche con l’iniziale Michael From Mountains, ma chi prende davvero piede è Cohen, che dona a Judy ben tre brani: Sisters Of Mercy (splendida nonostante l’orchestra), Priests e Hey, That’s No Way To Say Goodbye; troviamo addirittura una ballata del poeta del quattordicesimo secolo Francesco Landini intitolata Lasso! Di Donna, cantata in un improbabile italiano arcaico (Judy se la cava molto meglio col francese nella Chanson Des Vieux Amants di Jacques Brel). Il disco è comunque importante anche perché contiene le prime tre canzoni scritte dalla Collins (Since You Asked, Sky Fell e Albatross), anche se nessuna di esse si può definire indimenticabile.

CD8: Who Knows Where The Time Goes (1968). Judy lascia da parte le orchestrazioni e ci consegna un bellissimo disco che si divide tra folk, rock e country, con le prime chitarre elettriche ed una serie di sessionmen da urlo, come l’allora fidanzato Stephen Stills (che scriverà Suite: Judy Blue Eyes per lei), il mitico chitarrista di Elvis James Burton, Buddy Emmons alla steel, Chris Ethridge (di lì a breve nei Flying Burrito Brothers) al basso, Van Dyke Parks alle tastiere e Jim Gordon, futuro Delaney & Bonnie e Derek And The Dominos (e molti altri), alla batteria. Judy apre il disco con la rockeggiante Hello, Hooray di Rolf Kempf (che nel 1973 diventerà un classico nel repertorio di Alice Cooper), e poi si destreggia alla grande ancora con un doppio Cohen (una Story Of Isaac per sola voce, organo e clavicembalo, drammatica ed inquietante, ed una countreggiante e più leggera Bird On A Wire), una limpida rilettura del traditional Pretty Polly, un brano “minore” di Dylan (I Pity The Poor Immigrant), la splendida Someday Soon di Ian Tyson, puro country, e l’autografa My Father. Ma i due highlights sono la stupenda ballata di Sandy Denny che intitola il disco (tanto per cambiare di un anno in anticipo sui Fairport Convention), e la lunga (sette minuti e mezzo) First Boy I Loved, brano solido e complesso scritto da Robin Williamson, all’epoca membro di punta dell’Incredible String Band.

Prossimamente mi occuperò del secondo cofanetto, che raccoglierà gli album Elektra dal 1970 al 1984.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Un Boss “Diverso”, Ma Non Privo Di Sorprese! Bruce Springsteen – Bridge School 1986

bruce springsteen bridge school

Bruce Springsteen – Bridge School, October 13th 1986 – live.brucespringsteen.net/nugs.net CD – Download

Per la penultima uscita della serie di concerti d’archivio di Bruce Springsteen la scelta è caduta su uno show molto particolare, una performance rara e poco conosciuta anche dai collezionisti di bootleg del Boss. Sto parlando della partecipazione del nostro al primo Bridge School Benefit in assoluto, tenutosi nell’Ottobre del 1986 allo Shoreline Amphitheatre di Mountain View in California, serata organizzata da Neil Young con l’allora moglie Pegi per supportare la Bridge School, istituto che si occupa di aiutare i bambini disabili (ricordo che Neil ha due figli affetti da problemi cerebrali), una manifestazione che da allora si è ripetuta per quasi tutti gli anni fino al 2016 e che ha ospitato alcuni tra i migliori artisti del panorama internazionale in performance perlopiù acustiche. Inutile dire che Springsteen era uno degli artisti di punta della serata, ed il nostro ha ripagato il pubblico con una prestazione breve ma intensa (dieci canzoni per un totale di 58 minuti, finora l’unica uscita su singolo CD dell’intera serie dei Live Archives di Bruce), che tra l’altro era il suo primo show dopo la trionfale tournée di Born In The U.S.A., ed il suo primo set acustico degli anni ottanta.

L’inizio del breve concerto è abbastanza strano, con una You Can Look (But You Better Not Touch) cantata a cappella, non il primo brano di Bruce che mi verrebbe in mente per una esecuzione per sola voce (ed infatti il risultato non mi convince molto, anche se il pubblico apprezza). Born In The U.S.A. è in una irriconoscibile versione folk-blues, che se nei futuri tour acustici diventerà familiare, in questa serata del 1986 era alla prima performance in assoluto con questo arrangiamento. Al terzo brano la prima sorpresa, in quanto salgono sul palco Danny Federici alla fisarmonica e Nils Lofgren alla chitarra e seconda voce, e rimarranno fino alla fine: Seeds è più tranquilla rispetto alle versioni elettriche con la E Street Band ma sempre coinvolgente, Dartlington County è vivace anche in questa veste stripped-down, e Mansion On The Hill è come al solito davvero intensa e toccante. Fire è il consueto divertissement, con Bruce che stimola le reazioni del pubblico alternando ad arte stacchi e ripartenze, mentre sia Dancing In The Dark che Glory Days, spogliate dalle sonorità “ruspanti” di Born In The U.S.A., sembrano quasi due canzoni nuove (e la seconda è trascinante anche in questa versione “ridotta”).

Dopo una godibilissima Follow That Dream in chiave folk (brano di Elvis Presley tra i preferiti del nostro), gran finale con il Boss che viene raggiunto nientemeno che da Crosby, Stills, Nash & Young alle voci (Stills e Young anche alle chitarre) per una corale e splendida Hungry Heart, rilettura decisamente emozionante con l’accordion di Federici grande protagonista, degna conclusione di un set breve ma intrigante, le cui vendite frutteranno la cifra di due dollari a copia (o download) da destinare alla Bridge School. Squilli di tromba e rulli di tamburo per la prossima uscita della serie, che si occuperà di quella che è forse la performance più leggendaria di sempre del Boss. Un indizio? Trattasi di un vero “cavallo di battaglia”…

Marco Verdi

Una (Parziale) Colonna Sonora Di Un’Epoca Irripetibile. Jakob Dylan & Friends – Echo In The Canyon

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Jakob Dylan & Friends – Echo In The Canyon – Clean Slate/BMG Rights Management CD

Laurel Canyon è un quartiere di Los Angeles che sorge dalle parti di Hollywood, una zona che a cavallo tra gli anni sessanta ed i settanta diventò  il vero e proprio centro pulsante della musica californiana in un ideale passaggio di testimone con la Summer Of Love di San Francisco. Molti artisti in voga all’epoca infatti abitavano o frequentavano quel luogo, e parecchi dischi furono ispirati da esso al punto da dover coniare il termine “Laurel Canyon Sound”: stiamo parlando di gruppi come The Byrds, Love, Beach Boys, The Doors, Buffalo Springfield prima e CSN (&Y) dopo, The Mamas & The Papas, The Monkees e solisti come Frank Zappa, Joni Mitchell e Carole King. Un elenco che potrebbe andare avanti ancora, un periodo eccezionale in cui la California era davvero al centro del mondo, ed un suono che ancora oggi influenza decine di musicisti: provate per esempio ad immaginare le carriere di artisti come Fleet Foxes, Edward Sharpe & The Magnetic Zeros, Jonathan Wilson e Father John Misty se non fosse esistito il Laurel Canyon Sound.

Ora quel periodo magnifico è rievocato in Echo In The Canyon, un docu-film diretto da Andrew Slater che ripercorre quegli anni formidabili grazie alla narrazione di alcuni dei protagonisti dell’epoca (Roger McGuinn, Brian Wilson, Stephen Stills, Graham Nash, Jackson Browne, John Sebastian, Michelle Phillips, Eric Clapton e Ringo Starr, oltre al celebre produttore Lou Adler), ed altri più vicini ai giorni nostri ma che sono stati in qualche modo influenzati da quel periodo (Jakob Dylan, Fiona Apple, Beck, Norah Jones); la pellicola vede anche la presenza di Tom Petty in una delle ultime interviste prima dell’inattesa scomparsa avvenuta due anni fa, e solo il rivederlo nel trailer è estremamente toccante. Il film, che in America è già uscito nelle sale, ha ottenuto diversi commenti positivi ma anche non poche critiche, in primis perché ha totalmente ignorato alcune figure di grande importanza: se infatti può essere un peccato veniale non aver citato John Mayall (che all’epoca aveva casa proprio in quel luogo, e nel 1968 pubblicò Blues From Laurel Canyon che è uno dei suoi album migliori di sempre), più grave è non aver considerato neppure Jim Morrison, ed addirittura imperdonabile aver dimenticato anche la Mitchell, che forse insieme a David Crosby è l’artista più legata al suono che nacque su quelle colline.

Oggi però non mi occupo del film (che uscirà in DVD a Settembre), ma della sua colonna sonora, che riprende brani dell’epoca non nella loro versione originale bensì rivisitati in primis dal già citato Jakob Dylan insieme a diversi colleghi e colleghe che duettano con lui: in effetti Echo In The Canyon si può benissimo considerare un album solista, seppur collaborativo, dell’ex leader dei Wallflowers (che anche nel film è molto presente, fungendo quasi da maestro di cerimonie), il quale rivede con bravura e rispetto tredici canzoni di quel periodo magico, scegliendo non le hit più note ma alcuni brani meno conosciuti, tranne poche eccezioni. Il suono è decisamente vintage, anche se prodotto con le tecniche moderne, ed il disco risulta parecchio piacevole e ben fatto pur non avendo la pretesa di superare le versioni originali: buona parte del merito va alla house band, che vede all’opera Fernando Perdomo e Geoff Pearlman alle chitarre, Jordan Summers alle tastiere ed organo, Dan Rothchild al basso e Matt Tecu alla batteria, e con la partecipazione dello straordinario chitarrista Greg Leisz e del noto percussionista Lenny Castro. (NDM: il recensore rompiscatole che è in me a questo punto vorrebbe far notare che alcuni gruppi sono stati omaggiati con due canzoni, ed i Byrds addirittura con quattro, ma niente è stato riservato non dico alla Mitchell ed ai Doors che sono stati proprio saltati a piè pari, ma neppure a CSN&Y dato che Stills e Young sono presenti come autori ma in quota Buffalo Springfield e Crosby con un pezzo proprio dei Byrds…ed il povero Nash?).

Il CD inizia con la deliziosa Go Where You Wanna Go dei Mamas & Papas, scintillante, ricca nei suoni e con pieno rispetto del gusto pop dei sixties, ed un bel contrasto tra la voce di Jakob (il cui timbro negli anni somiglia più a quello di Petty che di papà Bob) e quella limpida e potente di Jade Castrinos, ex voce femminile della band di Edward Sharpe. Un ottimo avvio. Dylan Jr. ed il leader dei Queens Of The Stone Age Josh Homme sono una strana coppia ma funzionano decisamente bene nella rilettura di She dei Monkees, puro pop anni sessanta gradevole ed immediato, mentre Never My Love, unico successo del gruppo The Association ed in cui il nostro si accompagna con la brava Norah Jones, è una pop song lenta ed orecchiabile con un arrangiamento quasi byrdsiano ed ottimi coretti, un pezzo raffinato e diretto al tempo stesso; No Matter What You Do dei Love è un altro brano molto bello e scorrevole, pop-rock di gran classe con ottimo lavoro delle chitarre e la seconda voce di Regina Spektor. E veniamo alle quattro canzoni dei Byrds, che partono con la famosa The Bells Of Rhymney in cui viene rispettato alla perfezione il classico jingle-jangle sound, versione riveduta e non corretta (ma rinfrescata nel suono), con un Beck meno svaporato del solito a duettare con Jakob; la poco nota e suadente You Showed Me è perfettamente nelle corde del nostro, qui ben assistito da Cat Power e da un arrangiamento molto pettyano, l’altrettanto oscura It Won’t Be Wrong, con Fiona Apple, è più rock e dotata di un ottimo refrain corale, mentre la vibrante What’s Happening, scritta da Crosby, è l’unico episodio del disco con il solo Jakob a cantare, anche se la chitarra solista è di Neil Young (e si sente).

Ha attinenze coi Byrds anche Goin’ Back, scritta dalla celebre coppia Goffin/King ma incisa anche dal gruppo di McGuinn: rilettura molto bella, splendida melodia ed eccellente accompagnamento chitarristico, una delle più riuscite del lavoro (e visto che anche qui il duetto è con Beck si poteva re-intitolare…Goin’ Beck! Hahaha…). Ecco poi i due pezzi dei Buffalo Springfield, cioè una rilettura molto bella e piena di energia di Question, in cui Jakob Dylan duetta alla grande con Eric Clapton che ovviamente si esibisce anche alla chitarra, affiancato anche dall’autore del brano Stephen Stills, ed un’intensa Expecting To Fly ancora con la Spektor, servita da un sontuoso muro del suono formato da chitarre varie, steel, piano, vibrafono ed un quartetto d’archi. Infine troviamo due classici dei Beach Boys: una squisita e sognante In My Room di nuovo con Fiona Apple, versione perfettamente coerente con lo spirito del CD (cioè rivedere brani del passato senza stravolgerli), ed una gentile ed elegante I Just Wasn’t Made For These Times (tratta dal capolavoro Pet Sounds), acustica e con una leggera orchestrazione, ed ulteriormente impreziosita dagli interventi vocali di Neil Young.

Quando uscirà la versione video di Echo In The Canyon un’occhiata gliela darò di sicuro, ma per ora mi godo la colonna sonora che fa comunque la sua bella figura.

Marco Verdi

Un’Edizione Deluxe Che Non Poteva Mancare! Hootie & The Blowfish – Cracked Rear View 25th Anniversary

hootie and the blowfish cracked rear view

Hootie & The Blowfish – Cracked Rear View 25th Anniversary – Rhino/Warner 2CD – 3CD/DVD Box Set

Mi sembrava strano che Cracked Rear View, album di debutto del quartetto della Carolina del Sud Hootie & The Blowish (uscito nel 1994), non avesse ancora beneficiato di una edizione commemorativa. Stiamo infatti parlando del nono album di tutti i tempi per copie vendute, con la cifra esorbitante di 21 milioni di unità (copie fisiche, niente download all’epoca), un numero impressionante e da un certo punto di vista perfino incomprensibile anche dopo 25 anni. Intendiamoci, Cracked Rear View (titolo preso dal testo della canzone Learinng How To Love You di John Hiatt) è un ottimo disco di puro rock americano classico, basato sul suono delle chitarre e su una serie di canzoni piacevoli e dirette con elementi roots, ma non lo giudicherei certo uno dei capolavori degli anni novanta, né uno dei dischi da portarsi sulla proverbiale isola deserta. Gli Hooties erano semplicemente il gruppo giusto al posto giusto nel momento giusto: dopo una lunga gavetta che li aveva portati a pubblicare due cassette autogestite ed un EP (Kootchypop), i nostri furono notati da un talent scout della Atlantic che li fece firmare per la storica etichetta, vedendo in loro un gruppo dall’immagine fresca e rassicurante e con un suono diretto e figlio di band come i R.E.M., in decisa contrapposizione con il movimento grunge all’epoca imperante.

Il resto è storia: un bel disco dal suono rock e radiofonico allo stesso tempo, apparizioni mirate in TV ed un tour di successo, insieme ad una campagna di marketing ben fatta, hanno fatto diventare in poco tempo i quattro ragazzi delle superstar, anche se in seguito non sarebbero più riusciti a ripetere l’exploit. Oggi la Rhino ristampa Cracked Rear View in due edizioni, una doppia con un secondo CD di inediti e rarità, ed un bel box set (dalla confezione simile ad un digipak per DVD) con in aggiunta un terzo dischetto audio contenente un concerto inedito del 1995 ed un DVD con l’album originale in due diverse configurazioni sonore, cinque inediti del secondo CD ed altrettanti videoclip. Gli Hootie erano (o dovrei dire sono, dato che si sono riformati proprio quest’anno per un tour americano e, pare, un nuovo album da pubblicare in autunno) un quartetto classico, due chitarre e sezione ritmica, formato da Darius Rucker (voce solista e chitarra acustica), Marc Bryan (chitarra solista), Dean Felber (basso) e Jim Sonefeld (batteria), che in questo album di debutto vengono supportati da John Nau, organo e pianoforte, e Lili Haydn, violino in un paio di pezzi: il tutto sotto la produzione molto “rock” da parte di Don Gehman, famoso per aver dato un suono a John Mellencamp ma anche alla consolle in Lifes Rich Pageant dei R.E.M.

Il primo CD presenta quindi il disco originale rimasterizzato, che si apre in maniera scintillante con la splendida Hannah Jane, una rock song chitarristica diretta e dotata di un motivo irresistibile: si sente la mano di Gehman, l’approccio è rock, il suono potente e fluido e la bella voce di Rucker è messa in primo piano. Hold My Hand è il pezzo più noto dell’album, il singolo spacca classifiche, una rock ballad dal sound vigoroso e pieno, con una melodia corale decisamente bella e figlia dei R.E.M., con in più la ciliegina della presenza di David Crosby ai cori. Let Her Cry è uno slow chitarristico dalle sonorità ruspanti ed un motivo di grande impatto, Only Wanna Be With You è un folk-rock elettrificato vibrante e con un altro refrain di quelli che restano appiccicati in testa, mentre Running From An Angel è un pop-rock sempre con le chitarre in evidenza ed il violino che dona un tocco roots. I’m Goin’ Home è una ballata distesa e discorsiva, ancora contraddistinta da un bel ritornello e con il solito suono potente, Drowning ha un intro degno addirittura di una southern band, Time è un lucido brano di chiara influenza “remmiana” ma con una sua personalità, Look Away è meno appariscente ma dal refrain comunque degno di nota. Finale con  la rilassata Not Even The Trees (ma il suono è sempre rock), la toccante ballata pianistica Goodbye e, come ghost track, una breve versione a cappella del traditional Motherless Child.

Il secondo dischetto, 20 canzoni, parte con l’outtake inedita All That I Believe, un pop-rock gagliardo ed orecchiabile che non solo non si spiega come mai sia stato lasciato fuori dall’album, ma secondo me poteva ben figurare anche come singolo. Poi abbiamo quattro rari lati B, un brano originale (Where Were You) e tre cover (le saltellanti I Go Blind della band canadese 54-40 e Almost Home dei Reivers – molto bella questa – ed una splendida rilettura di Fine Line di Radney Foster, puro rockin’ country), oltre ad una versione decisamente “rootsy” di Hey Hey What Can I Do dei Led Zeppelin, tratta da un raro tributo del 1995 al gruppo inglese. Si prosegue con i cinque pezzi dell’EP del 1993 Kootchypop, con versioni già belle di Hold My Hand e Only Wanna Be With You (i nostri erano già pronti per il grande salto) e tre canzoni non riprese su Cracked Rear View, ma che avrebbero fatto la loro figura (The Old Man And Me, che verrà poi ripresa sul loro secondo lavoro Faiweather Johnson, If You’re Going My Way e Sorry’s Not Enough): il suono era già tosto ed elettrico al punto giusto. Ecco poi le quattro rarissime canzoni della cassetta Time del 1991 (quattro pezzi che poi finiranno in altra veste nel debut album, tra cui Let Her Cry che era già bellissima) e cinque da quella del 1990 intitolata semplicemente Hootie & The Blowfish, le note Look Away e Hold My Hand e le inedite I Don’t Understand, Little Girl e Let My People Go: il suono è meno esplosivo ma la capacità dei nostri nel songwriting c’era già.

E poi c’è il terzo CD, altri 20 pezzi (17 dei quali inediti e gli altri tre finiti su vari singoli, e comunque rari) registrati a Pittsburgh, Pennsylvania, il 3 Febbraio del 1995. Sono presenti tutte e undici le canzoni di Cracked Rear View (ed anche la traccia nascosta Motherless Child), tutte in versioni più essenziali e dirette di quelle in studio in quanto sul palco non ci sono sessionmen e quindi mancano strumenti presenti sul disco come organo, piano, violino, ecc. Ci sono anche i tre inediti di Kootchypop e pure due dei lati B presenti sul secondo dischetto (I Go Blind e Fine Line); completano il quadro altre tre cover: una solida Use Me  di Bill Withers, una irresistibile The Ballad Of John And Yoko (The Beatles, of course) ed una deliziosa, ma breve, versione del classico di Stephen Stills Love The One You’re With, che chiude il concerto. Rucker e compagni non riusciranno più a ripetere in seguito l’exploit di questo esordio (anche se il già citato Fairweather Johnson venderà la comunque rispettabile cifra di tre milioni di copie), ma direi che si possono accontentare in ogni caso di avere consegnato con Cracked Rear View il loro nome alla storia della nostra musica.

Marco Verdi

Correva L’Anno 1968 2. Jimi Hendrix Experience – Electric Ladyland Deluxe Edition 50th Anniversary Box

jimi hendrix electric ladyland box front

Jimi Hendrix Experience – Electric Ladyland Deluxe Edition 50th Anniversary- Sony Legacy 3CD/Blu-ray – 6 LP/Blu-ray

Come ricordavo nel Post sul box del White Album dei Beatles, Electric Ladyland di Jimi Hendrix occupa “soltanto” il 55° posto nella classifica dei migliori dischi di tutti i tempi stilata dalla rivista Rolling Stone (nella stessa classifica Are You Experienced è nella Top 10) ma è sicuramente uno dei classici album da 5 stellette, un altro disco doppio come quello dei Beatles, l’ultimo disco di studio a venire pubblicato durante la vita di Jimi: Band Of Gypsys era un live e Cry Of Love uscirà postumo. La storia del disco fu tribolata sin dalla scelta della copertina che Hendrix voleva fosse questo scatto di Linda Eastman, non ancora McCartney, di alcuni bambini seduti insieme agli Experience sotto la statua di Alice Nel Paese delle Meraviglie nel Central Park di New York. L’etichetta americana però la rifiutò pubblicando uno scatto della testa dell’artista in primo piano durante in concerto, virata in giallo e rosso, mentre la Track inglese optò, con grande smacco di Hendrix, per una foto che ritraeva 19 ragazze completamente nude nella copertina apribile, e che fu rifiutata da molti negozi britannici che non vollero esporla.

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Il disco, uscito negli USA e in Gran Bretagna il 16 ottobre del 1968, fu comunque un grande successo: 1° posto negli Stati Uniti con 2 milioni di copie vendute, e solo 6° posto con appena 100.000 copie nel Regno Unito, ma a livello critico fu al tempo (quasi) unanimemente considerato uno dei capolavori assoluti, e da allora molti lo hanno ancor più rivalutato. Sedici brani per poco più di 75 minuti di musica, con almeno quattro/cinque brani destinati a diventare immortali, come Crosstown Traffic, le due versioni “spaziali” di Voodoo Chile Voodoo Child (Slight Return), Burning Of The Midnight Lamp e soprattutto la cover di All Allong The Watchtower di Bob Dylan (a mio modesto parere, nella discografia di Hendrix, insieme a Little Wing, uno dei dieci brani più belli della storia del rock), uno dei rarissimi casi, forse unico, in cui una rilettura di un artista diverso dell’autore, di quelli “importanti”, ha superato l’originale, tanto che lo stesso Dylan ha adottato, a modo suo e nel corso degli anni, quella di Jimi come la stesura definitiva di questa canzone. E nell’album ci sono comunque altre tracce da tesaurizzare e le vediamo tra un attimo.

jimi hendrix electric ladyland box

Nella nuova versione, per il 50° Anniversario, la Sony Legacy ha proposto questa edizione quadrupla, dove al disco originale, in una nuova masterizzazione di Eddie Kramer, l’ingegnere del suono che curò anche la prima edizione in LP, sono stati aggiunti un secondo dischetto con le Early Takes, ovvero 20 brani tra demos e studio outtakes registrati tra marzo e giugno del 1968, oltre ad un concerto tenuto alla Hollywood Bowl di Los Angeles il 14 settembre del 1968, mentre nel Blu-ray c’è il documentario The Making Of Electric Ladyland, già edito, ma qui integrato con del materiale aggiuntivo, oltre a tre differenti versioni per audiofili del disco originale, tra cui quella in 5.1 Dolby surround, che da quello che ho letto in giro qui e là per siti e forum, sono state accolte in modo ondivago, bene per alcuni, non in maniera del tutto positiva per altri, ma questo non dovrebbe inficiare la validità del cofanetto (anche se…), che è anche corredato da un librettone di 48 pagine, con la duplicazione dei testi scritti a mano da Hendrix, alcuni poemi, le sue istruzioni per la casa discografica e molte foto inedite delle sessions per l’album.

Veniamo quindi ad esaminare i contenuti. Il primo disco lo conosciamo tutti, ma è sempre un piacere andarlo a riascoltare: l’apertura, grazie all’uso delle tecnologie già disponibili all’epoca, è il suono di un extraterrestre o degli Dei che scendono sulla terra, grazie ai primitivi ma eccitanti suoni di …And The Gods Made Love, che nel 1968 erano assolutamente innovativi e quasi impensabili, subito seguiti da una sorta di delicata e melliflua ballata soul futuribile come Have You Ever Been (To Electric Ladyland), che anticipa il sound che avrebbe preso la musica nera da lì a poco, tra falsetti ed effetti speciali, con la chitarra di Jimi già unica e subito riconoscibile, mentre il basso, come in quasi tutto il disco, con la progressiva distanza per dissapori vari con Noel Redding, è affidato sempre a Hendrix. Crosstown Traffic, con la formazione degli Experience al completo e Dave Mason dei Traffic alle armonie vocali, fu il secondo singolo ad uscire ed è uno dei classici pezzi rock del gruppo, un riff fantastico, la batteria di Mitch Mitchell che impazza, un kazoo usato insieme alla chitarra alla ricerca di soluzioni sonore inconsuet,e ma semplici e il tocco inconfondibile della sua solista. Che viene subito spinta verso vette inarrivabili per tutti i chitarristi di allora (e anche di oggi) nel tripudio orgiastico degli oltre 15 minuti di Voodoo Chile, un blues elettrico all’ennesima potenza, con Jack Casady dei Jefferson Airplane al basso e Steve Winwood all’organo: si parte da Rollin’ Stone di Muddy Waters, e passando per John Lee Hooker B.B. King in pochi istanti siamo nella stratosfera del rock, in un brano che rilancia e rilancia di continuo l’improvvisazione pura in modo sontuoso ed imprevedibile, che dire, goduria sonora allo stato primordiale, una vera meraviglia, con Casady e Winwood che non sono solo comprimari ma parte attiva di un momento magico di quella notte del 2 maggio del 1968.

La seconda facciata, meno esplosiva, si apre con Little Miss Strange, un brano scritto e cantato da Noel Redding, un brano rock piacevole ma non particolarmente memorabile, anche se ulteriori sprazzi delle genialità di Hendrix sono percepibili anche in questo pezzo più leggero, dove comunque la chitarra è sempre alla ricerca di suoni ed effetti accostabili alla imperante psichedelia, Long Hot Summer Night è una collaborazione con Al Kooper, altro grande tastierista in auge in quel periodo, qui impegnato al piano, sempre in bilico tra blues, soul e il rock innovativo che fluiva a getto continuo dalla fertile immaginazione di Hendrix, che poi si reinventa un classico jump blues di New Orleans come Let The Good Times Roll di Earl King,  che fu un successo per Louis Jordan, qui rivoltato come un calzino e trasformato in una scintillante e travolgente Come On (Part I), dove Jimi aggiunge un nuovo testo e soprattutto ben quattro diversi assolo di chitarra nei quattro minuti del brano, con Noel Redding e Mitch Mitchell che propongono un ritmo travolgente per le improvvisazioni che iniziano a pigiare a fondo sul pedale del wah-wah. Che viene nuovamente utilizzato in maniera magistrale in Gypsy Eyes, lato B di Crosstown Traffic, batteria con compressione e in grande spolvero, suono che fluttua da un canale all’altro dello stereo ed effetti sonori sempre diversi creati dalla maestria del mancino del Seattle, in pieno trip creativo, che continua anche nella magnifica, malinconica e sognante Burning Of The Midnight Lamp, un brano registrato nel 1967 ancora con la produzione di Chas Chandler, con Hendrix che oltre ad impazzare con il suo wah-wah, suona anche un inconsueto clavicembalo e si affida ai cori delle Sweet Inspirations.

La terza facciata (ma è tutto su un CD, ragiono solo ricordando gli ascolti del vecchio LP doppio), è quella più sperimentale, dedicata alle jam sessions in libertà, dove si esplorano altri aspetti dello straordinario talento chitarristico di Hendrix, in grado di variare in modo incredibile il proprio menu sonoro, con dei mezzi che erano lontanissimi dalle possibilità fornite dall’attuale tecnologia: proprio Mike Finnigan, l’organista che suona nei primi due brani di questo terzo lato dell’album, racconta che quando venne chiamato da Jimi, di cui aveva ascoltato i primi due album, era in soggezione all’idea di incontrare questo grande innovatore, e pensava di trovare cataste di potenti amplificatori e aggeggi elettronici che permettevano di creare quel sound incredibile, trovandosi invece, con enorme stupore, davanti a un musicista che usava solo un piccolo amplificatore Fender Showman da 30 watt, da cui usciva tutto un mondo di suoni. In Rainy Day, Dream Away, una breve jam di neanche 4 minuti, che inizia con l’organo di Finnigan e un colpo di tosse, la chitarra di Hendrix è affiancata dal corno di Freddie Smith, mentre alla batteria siede Buddy Miles, nel finale Jimi fa letteralmente “parlare” la chitarra, con una improvvisazione al wah-wah, dove il suo cry baby assume veramente tonalità quasi da voce umana. Il secondo brano è anche meglio: la lunga 1983… (A Merman I Should Turn to Be) dove il musicista americano, sfruttando appieno le possibilità dello studio di registrazione, crea quasi una sinfonia rock di oltre 13 minuti, abilmente aiutato dal flauto di Chris Wood dei Traffic,  e sulle ali di un testo con accenni di fantascienza futuribile, immagina universi sonori impensabili per qualsiasi altro musicista dell’epoca, e  suoni che probabilmente avrebbero influenzato anche l’imminente svolta elettrica del Miles Davis di Bitches Brew, grazie ad una fantasia e ad una perizia tecnica veramente ammirevoli, Moon, Turn the Tides… Gently, Gently Away, è solo una breve coda basata su effetti sonori creati ad hoc, per chiudere questo onirico e visionario tuffo nel futuro.

La quarta facciata si apre con Still Raining, Still Dreaming che riprende il tema musicale che stava sfumando in Rainy Day…, con Buddy Miles di nuovo alla batteria, Larry Faucette alle percussioni, Freddie Smith ancora al corno e Finnigan all’organo, e Hendrix nuovamente impegnato a creare sonorità esaltanti con il suo wah-wah parlante quasi preternaturale. House Burning Down è un brano che neppure troppo velatamente fa riferimento alle tensioni razziali in corso in America in quel periodo  «Look at the sky turn a hell fire red, somebody’s house is burnin’ down down, down down», e nel quale la chitarra di Jimi riproduce nel finale il suono di una casa che sta crollando, mentre prima le continue stilettate della sua solista sono sempre al servizio del suo funky-rock-blues , come dire, “hendrixiano”! Se tutto il resto del disco non fosse già straordinario, a questo punto arriva All Along The Watchtower, dove la re-immaginazione di un brano già molto bello di suo, raggiunge vertici sublimi quasi ai limiti dell’impensabile, come ha dichiarato lo stesso Bob Dylan, una canzone che non si può descrivere, si può solo ascoltare in totale riverenza per un talento assoluto che in soli tre anni ha cambiato la storia del rock. E il disco finisce in gloria con un’altra orgia di wah-wah e rock allo stato puro, come Voodoo Child (Slight Return), un brano di una potenza devastante dove gli Experience originali, Noel Redding Mitch Mitchell danno una mano a Hendrix per un tuffo nelle profondità più buie del rock-blues contemporaneo.

Il secondo CD contiene gli Early Demos, ovvero per dargli il suo titolo completo, At Last…The Beginning: The Making Of Electric Ladyland, The Early Years:prima la genesi di come fu creato questo album, attraverso una serie di  diverse registrazioni in solitaria di Jimi Hendrix al Drake Hotel di New York, dove risiedeva a quell’epoca e sul suo Teac registrava le idee e le sensazioni di come avrebbe voluto sviluppare le sue canzoni. Alcune finiranno sul disco finito, altre verranno completate ed usate negli anni successivi, altre ancora usciranno solo postume. Ecco quindi scorrere, solo voce e chitarra elettrica, alcune delle prime scheletriche stesure di brani come 1983…(A Merman I Should Turn To Be), Angel, lo strumentale Cherokee Mist, una brevissima Hear My Train A Comin’, Voodoo Chile, già quasi completa nei suoi oltre dieci minuti, anche se il testo è diverso, incompleto e Hendrix prova diverse soluzioni, anche Gypsy Eyes è solo una sketch embrionale, come pure Somewhere, dove appare anche una armonica ad evidenziarne lo spirito blues, ma la voce è solo una traccia guida e Jimi suona la chitarra acustica. Long Hot Summer Night appare in tre versioni diverse, nessuna particolarmente memorabile corre l’obbligo di dire, anche la brevissima Snowballs At My Window appare particolarmente trascurabile e My Friend è un altro blues acustico destinato probabilmente solo ai fanatici hendrixiani. And The Gods Made Love (At Last…The Beginning) è il primo provino di studio. Da qui in avanti le cose si fanno più interessanti:Angel Caterina, una variazione su una parte del tema di 1983 Little Miss Strange, entrambe prevedono la presenza di Buddy Miles alla batteria e Stephen Stills che appare al basso solo nella seconda, vengono da una seduta di registrazione ai Sound Studios di New York del marzo 1968, e sono canzoni ben delineate ed affascinanti, anche se finiscono od iniziano alquanto brutalmente.

Le due takes di Long Summer Night, solo la chitarra di Hendrix e il piano di Al Kooper la prima, e più definita benché strumentale la seconda, arrivano da una seduta ai Record Plant Studios. Rainy Day, Dream Away Rainy Day Shuffle, sono due registrazioni diverse di giugno del 1968, complete, ma ancora senza la parte magica della chitarra con wah-wah parlante della stesura definitiva, Finnigan e Freddie Smith sono presenti a rendere interessanti ma non definitive le versioni. Viceversa molto bella una lunga take in libertà, di pura improvvisazione, solo Jimi Hendrix e Mitch Mitchell a provare la parte strumentale di 1983…(A Merman I Should Turn To Be). Il terzo CD comprende il concerto Live At The Hollywood Bowl del 14 settembre 1968, uscito come bootleg ufficiale per la Dagger Records, l’etichetta della famiglia Hendrix che pubblica le registrazioni live postume dell’artista di Seattle. Il concerto è bello ed interessante, e con la Jimi Hendrix Experience non poteva essere diversamente, ma la qualità della registrazione è decisamente scarsa, a voler essere generosi e per usare un eufemismo, non particolarmente memorabile. Il repertorio viene da tutti i tre album del trio: Voodoo Child (Slight Return) è nella versione monstre da oltre dieci minuti, che è poi un composito delle due, Red House è sempre uno dei blues elettrici più belli di sempre, Hey Joe non delude, c’è anche una cover di Sunshine Of Your Love dei Cream, oltre a Foxey Lady,una ferocissima Fire, I Don’t Live Today, ma la voce e gli strumenti spesso vanno in saturazione. Purtroppo anche quella che pareva una notevole versione di Little Wing, che pure viene stoppata per problemi tecnici e a causa di un pubblico irrequieto, quasi non si sente a causa della registrazione scadente. A chiudere, l’inno Star Spangled Banner e una Purple Haze sempre molto pasticciata a livello sonoro. Del Blu-ray abbiamo ricordato i contenuti, ma per concludere diciamo che se questo è sicuramente un capolavoro assoluto nel primo disco e non si discute, per il resto si poteva fare molto meglio, visti i 50 euro e passa che ti chiedono per il cofanetto. 

Burno Conti

Visto Che In Questi Giorni Sarà Anche In Tour In Italia, Ecco La Nuova Bellissima Antologia! Graham Nash – Over The Years…

graham nash over the years...

Graham Nash – Over The Years… – 2 CD Atlantic/Rhino

Proprio in occasione del breve tour italiano di Graham Nash, ieri è uscita una doppia antologia Over The Years, a prezzo super speciale per una volta, che contiene nel primo CD estratti da tutta la sua carriera, dagli anni con Crosby, Stills, Nash (& Young), passando con il suo sodalizio con David Crosby, e anche dai suoi dischi come solista.

graham nash refelections

Non è una raccolta completa come il box triplo riportato qui sopra, Reflections, uscito per la Rhino nel 2009, ma ha la particolarità di avere uno dei due dischetti che lo compongono con materiale inedito e raro proveniente da demos registrati nell’arco di tempo che intercorre tra il 1968 e il 1980. Tra poco andiamo ad esaminarlo, prima volevo ricordarvi le date del tour italiano che parte proprio da oggi.

30 giugno – Val di Fassa (TN), “I suoni delle Dolomiti”
1 luglio – Recanati (MC), Piazza Leopardi
2 luglio – Roma, Casa del Jazz / Summer Time 2018
4 luglio – Pistoia, Pistoia Blues
5 luglio – Milano, Villa Arconati

Ad accompagnarlo saranno Shane Fontayne alla chitarra e Todd Caldwell alle tastiere. Ecco il contenuto del doppio CD.

[CD1]
1. Marrakesh Express – Crosby, Stills & Nash
2. Military Madness – Graham Nash
3. Immigration Man – Crosby/Nash
4. Just A Song Before I Go – Crosby, Stills & Nash
5. I Used To Be King – Graham Nash *
6. Better Days – Graham Nash *
7. Simple Man – Graham Nash
8. Teach Your Children – Crosby, Stills, Nash & Young
9. Lady Of The Island – Crosby, Stills & Nash
10. Wind On The Water – Crosby & Nash
11. Our House – Crosby, Stills, Nash & Young
12. Cathedral – Crosby, Stills & Nash
13. Wasted On The Way – Crosby, Stills & Nash
14. Chicago/We Can Change The World – Graham Nash
15. Myself At Last – Graham Nash

* Previously unreleased mixes

[CD2: The Demos]
1. Marrakesh Express – London, 1968
2. Horses Through A Rainstorm – London, 1968
3. Teach Your Children – Hollywood, 1969
4. Pre-Road Downs – Hollywood, 1969
5. Our House – San Francisco, 1969
6. Right Between The Eyes – San Francisco, 1969 *
7. Sleep Song – San Francisco, 1969 *
8. Chicago – Hollywood, 1970 *
9. Man In The Mirror – Hollywood, 1970
10. Simple Man – Hollywood, 1970
11. I Miss You – San Francisco, 1972
12. You’ll Never Be The Same – San Francisco, 1972
13. Wind On The Water – San Francisco, 1975
14. Just A Song Before I Go – San Francisco, 1976
15. Wasted On The Way – Oahu, 1980

Come si rileva dalla tracklist qui sopra, I Used To Be A King Better Days sono degli unreleased mix, che però erano giù apparsi in Reflections, mentre dei 15 demos del secondo CD, ben 12 sono inediti in assoluto. Quindi direi che siamo di fronte ad una antologia ideale, sia per chi vuole conoscere la musica di Graham Nash, sia per chi è alla ricerca di versioni mai ascoltate di alcune delle sue più belle canzoni.

Si parte con Marrakesh Express, tratta dal primo album di C S N, poi Military Madness da Songs For Beginners, il suo primo disco come solista del 1971, Immigration Man fu pubblicata come singolo nel marzo del 1972, e poi nel disco Crosby & Nash, e rimane molto attuale anche ai giorni nostri. Just A Song Before I Go uscì nel secondo album omonimo del trio, CSN del 1977, mentre I Used To Be A King è di nuovo da Songs For Beginners, come pure Better Days Simple Man. Fino ad ora una canzone più bella dell’altra, ed ecco arrivare nella sequenza dei brani, quella che è forse la canzone più conosciuta di Nash, Teach Your Children, attribuita come autori coralmente a Crosby, Stills, Nash & Young, dal loro capolavoro Déja Vu, ma da sempre legata alla personalità gentile e sognatrice di Graham.

Si ritorna al primo Crosby, Stills & Nash, per la splendida Lady Of The Island, dedicata alla sua amante dell’epoca Joni Mitchell; non manca Wind On The Water dall’omonimo album del 1975 della coppia David Crosby/Graham Nash, e poi in questo avanti e indietro nel tempo Our House, ancora da Déja Vu e nuovamente dal disco del trio, quello con la barca, come è conosciuto da tutti, la bellissima Cathedral, un altro dei suoi capolavori assoluti.

Da Daylight Again, il terzo album album di CSN del 1982, arriva Wasted On The Way, e con un altro balzo temporale nel passato, nuovamente da Songs For Beginners, troviamo un altro dei suoi inni multigenerazionali, il medley di Chicago/We Can Change The World. E per completare il primo CD, l’unico brano che viene dal recente passato (molto poco rappresentato nell’antologia), Myself At Last, tratta da This Path Tonight, il disco del 2016 che lo ha riportato ai suoi livelli migliori https://discoclub.myblog.it/2016/04/13/la-classe-invecchia-anteprima-graham-nash-this-path-tonight/

Veniamo al secondo CD, che è per la quasi totalità incentrato su una serie di demo, voce e chitarra acustica, alcuni registrati anche prima della nascita di Crosby, Stills, Nash, in particolare una deliziosa Marrakesh Express, leggermente più lenta di quella che poi sarebbe finita sul primo album del supergruppo, e rifiutata dagli Hollies, per cui era stata concepita, a dimostrazione della lungimiranza che ogni tanto viene a mancare anche in coloro che fanno buona musica (giù apparsa in altra forma sul disco Demos di CSN), oltre ad un’altra ottima canzone come Horses Through A Rainstorm, prevista per Déja Vu, e pubblicata per la prima volta solo sul cofanetto antologico Carry On del 1991, in versione elettrica. Entrambe le canzoni furono registrate a Londra nel 1968. Da Hollywood, 1969, vengono due brani che invece sarebbero finiti sui dischi ufficiali, una “primitiva” e delicata Teach Your Children, poi su Déja Vu https://www.youtube.com/watch?v=fOQBfC6_gww  Pre-Road Downs sul primo album.

Da un’altra session a San Francisco del 1969, provengono altri tre piccoli gioiellini: una interessante Our House, questa volta per voce e piano, con qualche incertezza nell’esecuzione ed ancora incompleta. la “rara” Right Between The Eyes, che poi sarebbe finita su Four Way Street, tra le più belle del Nash minore, e anche una prima stesura acustica di Sleep Song, che sarebbe uscita su Songs For The Beginners. Di nuovo a Hollywood, questa volta nel 1970, vengono registrati i tre demos di altri cavalli di battaglia di Nash, come Chicago, già completa in tutto il suo splendore, Man In The Mirror, in una versione spoglia ed intima, ma che già lascia intuire lo splendore del brano, nonché una delle prime versioni, solo voce e piano, di Simple Man. I Miss You, registrata a San Francisco, e You’ll Never Be The Same, a Hollywood, entrambe nel 1972, sarebbero poi apparse su Wild Tales, l’album del 1973, che per il resto non è rappresentato in questa doppia antologia, bellissima soprattutto la versione della seconda. Da una registrazione del 1975 a San Francisco proviene la versione “alternata” di Wind On The Water, di nuovo solo piano e voce. Stesso formato anche per Just A Song Before I Go, prevista per il CSN del 1977, ma qui registrata in quel di San Francisco nel 1976. con l’aggiunta di una breve parte di armonica nella seconda parte del brano. Infine dal 1980, registrata a Ohau, proviene una incantevole versione di Wasted On The Way, dove alle armonie vocali appare anche Stephen Stills, l’unico ospite presente nelle 15 tracce del secondo CD.

Per vari motivi, contenuto, inediti e prezzo, finalmente una antologia assolutamente da avere, un giusto riconoscimento per un artista spesso ingiustamente sottovalutato.

Bruno Conti

La Voce E La Grinta Sono Quelle Di Un Trentenne, Ma Pure Il Disco E’ Bello! Roger Daltrey – As Long As I Have You

roger daltrey as long as i have you

Roger Daltrey – As Long As I Have You – Republic/Universal CD

Roger Daltrey, storico frontman degli Who, è una delle figure più carismatiche della nostra musica, ed anche una delle ugole più potenti in circolazione. Il suo tallone d’Achille è però sempre stato il songwriting, ed è la ragione per la quale da solista non ha mai sfondato (come saprete tutti, negli Who le canzoni le scriveva Pete Townshend). Meno di dieci album in totale nella sua carriera senza il suo gruppo principale, la maggior parte dei quali concentrati negli anni settanta, anche se nessuno di essi si può definire indispensabile, ed in più anche qui Roger non toccava la penna, ma si faceva scrivere i brani da altra gente, con risultati non proprio simili a quando lo faceva Pete. Dopo anni di silenzio per quanto riguarda i dischi a suo nome, Roger aveva sorpreso non poco quando nel 2014 era uscito l’ottimo Going Back Home, un gran bel disco di energico rock’n’roll condiviso con Wilko Johnson, un lavoro nel quale i due ci davano dentro con la foga di una garage band (ed anche lì tutte le canzoni erano opera dell’ex chitarrista dei Dr. Feelgood, nessuna di Roger).

Quella sorta di bagno purificatore deve aver fatto bene al nostro, in quanto il suo nuovo album da solista, As Long As I Have You (il primo dal 1992) è senza dubbio il lavoro migliore della sua carriera, Who a parte ovviamente. Daltrey qui si avventura anche nella scrittura in un paio di pezzi, ma per nove undicesimi il disco si rivolge a classici più o meno noti in ambito rock, soul ed errebi, scelti però con molta cura, ed il riccioluto cantante inglese dimostra di avere ancora una voce della Madonna, ed una grinta che è difficile da trovare anche in musicisti con quaranta anni meno di lui. Merito della riuscita del disco va indubbiamente anche al produttore Dave Eringa, che è intervenuto con mano leggera per quanto riguarda gli arrangiamenti, ma dando comunque un suono potente ed asciutto ai vari brani; da non sottovalutare poi la scelta di chiamare proprio Pete Townshend in ben sette canzoni, dato che stiamo parlando di uno che conosce Roger come le sue tasche, anche se si è comunque scelto di non far sembrare il disco un clone di quelli degli Who. Infatti As Long As I Have You si divide tra brani rock potenti e sanguigni e ballate di sapore soul, che uno come Daltrey canta a meraviglia, grazie anche al supporto notevole delle McCrary Sisters in vari pezzi (tra gli altri musicisti degni di nota abbiamo Sean Genockey alla chitarra, che si alterna con Townshend alle parti ritmiche e soliste, Mick Talbot alle tastiere, John Hogg al basso e Jeremy Stacey alla batteria). La title track, un vecchio brano di Garnet Mimms, apre il disco in maniera decisa, un rock-boogie potente e dal ritmo acceso, con Roger che dimostra subito di avere ancora un’ugola notevole, mentre sullo sfondo basso e batteria pestano di brutto e le sorelle McCrary danno il tocco gospel.

How Far (di Stephen Stills, era nel primo Manassas) è più tranquilla, Townshend suona l’acustica (e lo stile si sente), ma nel refrain si aggiunge l’elettrica di Genockey e Daltrey canta con la solita verve; Where Is A Man To Go?, versione al maschile di una canzone portata al successo da Gail Davis prima e da Dusty Springfield poi, è una rock ballad decisamente energica, con un suono pieno e vigoroso guidato da piano e chitarra, ed un retrogusto soul, merito anche delle backing vocalist: molto bella, e poi Roger canta da Dio. Get On Out Of The Rain era invece un brano dei Parliament, ma Roger lo depura dalle sonorità funky e lo fa diventare un pezzo rock al solito potente e diretto come un macigno, con un raro assolo di Townshend (che è più un uomo da riff), e la canzone stessa così arrangiata è quella più vicina al sound degli Who; I’ve Got Your Love è splendida, forse la migliore del CD, una sontuosa ballata di Boz Scaggs che viene suonata in maniera sopraffina e cantata in modo formidabile, ancora con un caldo sapore soul, il consueto bel coro femminile ed un breve ma toccante assolo di Pete: grandissima canzone. Quasi sullo stesso livello anche Into My Arms, già stupenda nella versione originale di Nick Cave: Roger non la cambia molto, la esegue solo con piano e contrabbasso, cantandola con un’inedita voce bassa molto simile a quella del songwriter australiano, con un esito finale da pelle d’oca.

You Haven’t Done Nothing, di Stevie Wonder, viene rivoltata come un calzino e trasformata in un potentissimo rock-errebi con tanto di fiati, anche se le chitarre sono un filo troppo hard in questo contesto; con Out Of Sight, Out Of Mind (The Five Keys, Dinah Washington) restiamo in territori soul-rhythm’n’blues, ma la canzone è migliore della precedente, con un marcato sapore sixties ed un accompagnamento perfetto (e sentite come canta Roger), mentre Certified Rose, scritta proprio da Daltrey, è una calda e classica ballata pianistica ancora coi fiati in evidenza, fluida e ricca di feeling. The Love You Save (di Joe Tex) è un’altra splendida soul song in stile anni sessanta, meno potente e più raffinata di quelle che l’hanno preceduta, sul genere di Anderson East (che deve ancora mangiarne di bistecche per arrivare ai livelli di Roger); chiusura con Always Heading Home, ancora scritta dal nostro, altro toccante lento pianistico, cantato, ma sono stufo di dirlo, in maniera superlativa. Devo confessare che, visti i precedenti da solista di Roger Daltrey, inizialmente non avevo molta voglia di accaparrarmi questo As Long As I Have You, ma oggi sono contento di averlo fatto.

Marco Verdi

Se Fosse Uscito Nel 1970 Sarebbe Stato Un Gran Disco, Ma Pure Oggi Non Scherza! Jimi Hendrix – Both Sides Of The Sky

jimi hendrix both sides of the sky

Jimi Hendrix – Both Sides Of The Sky – Experience/Sony Legacy

Poco meno di due mesi fa, nella rubrica delle anticipazioni discografiche, avevo pubblicato un Post http://discoclub.myblog.it/2018/01/26/uscite-prossime-venture-2-un-altro-hendrix-nuovo-esce-il-9-marzo-jimi-hendrix-both-end-of-the-sky/  dedicato a questo ennesimo “nuovo” album di Jimi Hendrix Both Sides Of The Sky. Devo dire che di tutto il materiale e dei dischi postumi, anche box, che si sono succeduti nel corso degli anni dedicati al mancino di Seattle, e ne sono usciti alcuni veramente belli, questo ultimo è uno dei più interessanti in assoluto, curato come al solito da Eddie Kramer.

Per cui riprendo quanto scritto all’epoca e lo rielaboro alla luce dell’ascolto che ho potuto fare del materiale contenuto nel CD. Vediamo, brano per brano le tredici canzoni, 65 minuti di musica in tutto:

:1. Mannish Boy La prima registrazione in assoluto in studio del trio Hendrix, Buddy Miles Billy Cox, prima ancora di chiamarsi Band Of Gypsys, alle prese con uno dei grandi brani di Muddy Waters.  Uno dei classici blues psichedelici di Jimi: nel corso dei suoi concerti eseguiva periodicamente anche (I’m Your) Hoochie Coochie Man, in effetti lo troviamo nelle BBC Sessions. Il brano, registrato ai Record Plant Studios di New York il 22 Aprile 1969, ha il classico sound delle prime registrazioni con gli Experience, anche se è suonato con una diversa sezione ritmica, classico suono hendrixiano con scat voce-chitarra tipico del suo solismo ma senza particolari acrobazie sonore, si fa per dire, visto che si parla di Hendrix, comunque un brano solido e completamente rifinito.

2. Lover Man Altro pezzo di studio, registrato due settimane prima degli storici concerti di Capodanno al Fillmore East di New York. Il brano, pubblicato anche in un singolo in vinile a tiratura limitata, uscito sempre in questi giorni. Si trova in vari dischi postumi, da quello all’Isola di Wight a Hendrix In The West, come anche nel box quadruplo, quello in vellutino del 2000 per intenderci, versione non molto diversa da questa, anche se c’è Mitch Mitchell alla batteria, mentre in questa ci sono le velocissime scariche percussive di Buddy Miles. Altra classica canzone del songbook del mancino di Seattle, con i suoi inconfondibili riff e quelle accelerazioni chitarristiche che hanno influenzato generazioni di musicisti. Bella versione comunque, molto funky-rock.

 3. Hear My Train A Comin’  Questo è uno dei pezzi più famosi di Hendrix tra quelli non “ufficiali”, registrato in varie versioni, ma mai apparso in nessun disco ufficiale di studio, solo in dischi postumi dal vivo: la colonna sonora di Jimi Hendrix, Rainbow Bridge, Jimi Hendrix Concerts, il solito “vellutino”, ma anche l’altro box West Coast Seattle Boy. La versione presente in Both Sides Of The Sky è una delle ultime registrazioni in studio dei Jimi Hendrix Experience con Noel Redding Mitch Mitchell, 9 aprile 1969. Versione spettacolare che non ha nulla da invidiare a quelle dal vivo, con Hendrix in grande forma e la sua chitarra che rilascia una serie di assoli lancinanti con il wah-wah a manetta innestato, come solo il nostro amico sapeva fare nei momenti più ispirati, cioè quasi sempre, detto per inciso, grande anche il lavoro della sezione ritmica, come nei brani migliori di Electric Ladyland, forse la vetta assoluta della sua purtroppo troppo breve carriera.

4. Stepping Stone Anche questo pezzo venne eseguito dal vivo nei concerti al Fillmore della Band Of Gypsysqui presentato in una “rara” versione, diversa da quella che fu anche brevemente pubblicata come singolo all’epoca, prima di essere subito ritirata. Classico pezzo rock molto tirato, anche se non una delle vette dell’opera del nostro amico, comunque un’altra gradita aggiunta alla sua opera ominia

5. $20 Fine Si tratta di un brano scritto da Stephen Stills, che suona l’organo e canta in questa canzone, con Jimi Hendrix che sovraincise diverse parti di chitarra, mentre alla batteria c’era Mitch Mitchell e al piano  era presente anche Duane Hitchings dei Buddy Miles Express. Il tutto fu registrato nel settembre del 1969 e fa parte delle diverse collaborazioni che i due musicisti ebbero in quegli anni. Il pezzo è cantato da Stills e ricorda molto quelli che poi sarebbero usciti sul suo primo disco solo: classico brano rock del musicista di CSN&Y impreziosito dalle trame soliste di Hendrix e con lo stesso  Stephen Stills che fa molto lo Steve Winwood della situazione,

6. Power Of Soul è una studio session del brano registrata nel gennaio 1970, tre settimane dopo i concerti del Fillmore, un pezzo che venne completato in studio da Hendrix e Eddie Kramer agli Electric Lady Studios il 22 Agosto del 1970. Un altro dei brani che facevano parte dei concerti al Fillmore East della Band Of Gypsys, in questa versione estesa ci sono decine di chitarre sovraincise, come era tipico delle tracce in lavorazione all’epoca, con Jimi che sfruttava fino in fondo le possibilità degli studi di registrazione e lo stile che risente del suono funky/R&B usato nel periodo con Cox e Miles.

7. Jungle Altra rarità,:si tratta di una variazione sul tema del Villanova Junction Blues incluso nella colonna sonora di Woodstock: uscita in svariati bootleg, questa è una delle versioni più compiute pubblicate. Un pezzo strumentale, solo Jimi e Buddy Miles, di cui prima dell’uscita di Both Sides Of The Sky si diceva che ci fossero forti influenze dello stile di Curtis Mayfield,  cosa che peraltro non mi sembra di avere percepito. Forse uno dei brani meno interessanti del CD, non brutto, perché non c’è nulla di brutto nell’album, ma non esiziale.

8. Things I Used To Do Una rilettura del celebre pezzo di Guitar Slim è l’occasione per ascoltare una delle varie collaborazioni che si vocifera esistano tra Hendrix e Johnny Winter, qui presente alla slide, con Billy Cox al basso e Dallas Taylor, della band di CSN & Y, alla batteria. Anche questa traccia nel corso degli anni è apparsa in vari bootleg e illustra ancora una volta il grande amore di Hendrix per il blues classico, con un Jimi stranamente misurato alla chitarra e Winter che imperversa con la sua solita verve alla slide, molto bello.

 9. Georgia Blues Altra chicca, uno slow blues di quelli magnetici e magnifici, che segna una sorta di reunion con Lonnie Youngblood, qui alla voce, che era il cantante di Curtis Knight & The Squires, già nel periodo pre-Jimi Hendrix Experience. Youngblood suona anche il sax in un lungo solo durante la parte strumentale e John Winfield appare all’organo, assieme a Jimmy Mayes alla batteria e Hank Anderson al basso, registrazione del marzo 1969.. Quasi otto minuti di pura magia sonora con Hendrix che lavora di fino alla solista come solo lui sapeva fare, unico ed inimitabile. Anche questo brano è parente stretto dei brani più jam apparsi nelle facciate centrali del vinile di Electric Ladyland

10. Sweet Angel Una deliziosa versione strumentale di Angel, registrata durante le sessioni per Electric Ladyland nel gennaio 1968 agli Olympic Studios di Londra, con Jimi alla chitarra, al basso e al vibrafono e Mitch Mitchell alla batteria, la melodia del brano è presente in modo completo, ma l’arrangiamento è più complesso senza stravolgerlo troppo rispetto alle “edizioni” già conosciute, diciamo una alternative version affascinante per i fan più accaniti.

11. Woodstock E’ proprio la canzone di Joni Mitchell, che Stephen Stills, qui sempre all’organo, portò alle jam sessions che stava avendo con Hendrix in quel periodo, 30 settembre 1969. Questa versione venne registrata prima di quella con Crosty, Stills, Nash & Young: Buddy Miles sedeva alla batteria e la canzone ricorda moltissimo quella poi incisa da C.S.N. & .Y con Jimi al basso: comunque il pezzo è molto bello e valeva la pena di sentirlo. Pare che esista molto altro materiale registrato dai due, vedremo se uscirà mai in versione ufficiale

.12. Send My Love To Linda  Altro pezzo inedito registrato con Billy Cox Buddy Miles per l’ipotetico album di studio dei Band Of Gypsys, mai completato e neppure questa volta mi pare, visto che si tratta di vari segmenti di diverse takes, registrate nel gennaio 1970, unite assieme non dico a caso, ma quasi. Oltre a tutto inizia solo voce e chitarra e poi nella parte finale, quella strumentale, arrivano anche il basso e la batteria e qui il brano si fa veramente interessante con notevoli improvvisazioni della solista che ne giustificano la presenza in questo CD.

13. Cherokee Mist  Altra improvvisazione chitarristica, quasi otto minuti, con Mitchell alla batteria e Hendrix che suona anche il sitar guitar ed imperversa con il suo feedback avvolgente in tutto il brano. Se non ricordo male già apparsa nel quadruplo box Jimi Hendrix Experience, quello con il “vellutino” http://discoclub.myblog.it/2013/08/02/per-la-seconda-volta-ma-sempre-un-classico-rimane-jimi-hendr/ ! Anche se la versione qui presente, del maggio 1968 ai Record Plant. oltre ad essere una delle tracce più interessanti della raccolta, pura psichedelia sonora come solo Jimi Hendrix sapeva fare, è anche uno dei brani più indicativi di quella che sarebbe potuta divenire la musica del mancino di Seattle nell’immediato futuro, ma non lo sapremo mai.

Come al solito qualcuno potrà obiettare che stiamo scavando sempre più a fondo nel barile della musica di Hendrix, ed è vero, ma fin che i risultati sono questi apprezziamo e consigliamo: come detto nel titolo del Post, se fosse uscito nel 1970 sarebbe stato un bel disco, ma pure oggi fa la sua porca figura, non solo per fan accaniti.

Bruno Conti

Uscite Prossime Venture 2. Un Altro Hendrix “Nuovo”? Esce Il 9 Marzo. Jimi Hendrix – Both Sides Of The Sky

jimi hendrix both sides of the sky

Jimi Hendrix – Both Sides Of The Sky – Experience/Sony Legacy – 09-03-2018

Terzo capitolo della serie delle ristampe di materiale “inedito” di studio di Hendrix dopo i recenti  Valleys Of Neptune e People, Hell & Angels (e mille altri dal vivo e in studio). Come al solito curato dal lato tecnico dallo storico ingegnere del suono Eddie Kramer, questo Both Sides Of The Sky mi sembra uno dei dischi postumi più interessanti di Hendrix da molti anni a questa parte, e a parte qualche disco Live, tra i migliori in assoluto. Vediamo i contenuti, brano per brano: 13 pezzi, di cui 10 mai pubblicati prima?

1. Mannish Boy La prima registrazione in assoluto in studio del trio Hendrix, Buddy Miles Billy Cox, prima ancora di chiamarsi Band Of Gypsys, alle prese con uno dei grandi classici di Muddy Waters.

2. Lover Man Altro pezzo di studio, registrato due settimane prima degli storici concerti di Capodanno al Fillmore East di New York

3. Hear My Train A Comin’ Questo è uno dei pezzi più famosi di Hendrix, registrato in varie versioni, ma mai apparso in nessun disco ufficiale di studio, se non in dischi postumi

4. Stepping Stone Anche questo pezzo venne eseguito dal vivo nei concerti di Band Of Gypsys, qui presentato in una “rara” versione.

5. $20 Fine Si tratta di un brano scritto da Stephen Stills, che suona l’organo e canta in questa canzone, con Jimi Hendrix che sovraincise diverse parti di chitarra, mentre alla batteria c’era Mitch Mitchell e alle tastiere era presente anche Duane Hitchings dei Buddy Miles Express. Il tutto fu registrato nel settembre del 1969

6. Power Of Soul è una studio session del brano registrata nel gennaio 1970, tre settimane dopo i concerti del Fillmore, un pezzo che venne completato in studio da Hendrix e Kramer agli Electric Lady Studios il 22 Agosto del 1970

7. Jungle Altra rarità:si tratta di una variazione sul tema del Villanova Junction Blues incluso nella colonna sonora di Woodstock. Si dice (non l’ho sentita in questa versione) che in questa canzone ci siano forti influenze dello stile di Curtis Mayfield

8. Things I Used To Do Una rilettura del celebre pezzo di Guitar Slim è l’occasione per ascoltare una delle varie collaborazioni che si vocifera esistano tra Hendrix e Johnny Winter, qui presente alla slide, con Billy Cox al basso (ma Eddie Kramer ha detto che c’era Noel Redding, vedremo) e Dallas Taylor, della band di CSN & Y, alla batteria

 9. Georgia Blues Altra chicca, che segna una sorta di reunion con Lonnie Youngblood, qui alla voce, che era il cantante di Curtis Knight & The Squires, nel periodo pre-Jimi Hendrix Experience

10. Sweet Angel Una versione strumentale di Angel, registrata durante le sessioni per Electric Ladyland, con Jimi alla chitarra, al basso e al vibrafono e Mitch Mitchell alla batteria

11. Woodstock E’ proprio la canzone di Joni Mitchell, che Stephen Stills portò alle jam sessions che stava avendo con Hendrix. Questa versione venne registrata prima di quella con Crosty, Nash & Young: Buddy Miles sedeva alla batteria. Esiste molto materiale registrato dai due, vedremo se uscirà mai in versione ufficiale

.12. Send My Love To Linda Altro pezzo inedito registrato con Billy Cox Buddy Miles per l’ipotetico album di studio dei Band Of Gypsys, mai completato

13. Cherokee Mist Altra improvvisazione chitarristica, con Mitchell alla batteria e Hendrix che suona anche il sitar. Se non ricordo male già apparsa nel quadruplo box Jimi Hendrix Experience, quello con il “vellutino” http://discoclub.myblog.it/2013/08/02/per-la-seconda-volta-ma-sempre-un-classico-rimane-jimi-hendr/ !

Che dire? Molto, molto interessante, questa volta. Esce il 9 marzo.

Bruno Conti