La “Cura Auerbach” Ha Rivitalizzato Anche Lui. John Anderson – Years

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John Anderson – Years – Easy Eye Sound/BMG Rights Management CD

Vi ricordate di quando, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, Jeff Lynne era il produttore più ambito dalla crema del rock mondiale? O quando pochi anni dopo lo stesso ruolo passò a T-Bone Burnett? Ebbene, a quanto pare oggi il più richiesto dietro alla consolle (diciamo al 50% con Dave Cobb) è Dan Auerbach, leader dei Black Keys che negli ultimi anni ha affiancato alla carriera di musicista e songwriter quella appunto di produttore nonché di talent scout, grazie ad un orecchio non comune e ad una innata capacità di dare il suono giusto ad ognuno dei suoi “clienti”. Non abbiamo ancora quasi finito di assimilare l’ottimo debutto solista di Marcus King El Dorado, che Auerbach è già un passo avanti, ma questa volta si è occupato di rilanciare la carriera di un veterano: John Anderson, countryman della Florida non molto conosciuto da noi ma che in America è una piccola leggenda dato che è in attività da più di quaranta anni. Quando si elencano i grandi del country, il nome di Anderson viene spesso dimenticato, ma stiamo parlando di uno che dal 1977 ad oggi ha avuto diversi album e singoli ai primi posti della classifica, con titoli come Wild And Blue, Swingin’, Seminole Wind, Straight Tequila Night e Black Sheep (per chi non lo conosce consiglio la splendida antologia doppia uscita l’anno scorso, 40 Years And Still Swingin’, in cui il nostro ha anche reinciso ex novo alcuni vecchi successi).

Nelle ultime due decadi la sua produzione si è un po’ diradata (e di conseguenza sono calate le vendite), ma questo nuovo Years si conferma già dal primo ascolto come il suo lavoro migliore dai tempi di Seminole Wind. Auerbach ha fatto un lavoro splendido, producendo l’album nei suoi Easy Eye Sound Studios insieme al consueto partner David Ferguson, collaborando alla scrittura dei brani e mettendo a disposizione di Anderson il solito gruppo di “Nashville Cats” dal pedigree eccezionale (Stuart Duncan, Gene Chrisman, Bobby Wood, Ronnie McCoury, Dave Roe, Charlie McCoy, Russ Pahl e Mike Rojas), ma il resto è tutta farina del sacco di John, che forse stimolato dalla creatività di Dan ha scritto le sue migliori canzoni da diverso tempo a questa parte: Puro country classico, suonato e cantato in maniera impeccabile (Anderson ha ancora una grande voce), un album che alterna ballate a brani più mossi ma con tutti i nomi coinvolti al top della forma: il CD dura appena 32 minuti, ma è una mezz’ora pressoché perfetta. Si parte con I’m Still Hangin’ On (sono ancora in giro, una vera dichiarazione di intenti), una ballata fluida e suadente con strumentazione ariosa e mood rilassato: la voce è bellissima ed il background strumentale è vigoroso (c’è tutto ciò che serve: banjo, mandolino, violino, dobro, steel, ecc.), con i soliti agganci tipici di Auerbach al suono dei seventies.

Celebrate è distesa e ha di nuovo il sapore dei bei tempi andati, con un leggero arrangiamento orchestrale degno di Glen Campbell (uno che sta ricevendo più attestati di stima ora che non c’è più di quando era ancora tra noi) e la voce del nostro che accarezza il brano con classe; un piano wurlitzer introduce la title track, una splendida ballata dall’incedere maestoso ed un crescendo strumentale emozionante, che culmina con un ottimo assolo di chitarra elettrica: grande canzone, può diventare un nuovo classico di John. Tuesday I’ll Be Gone vede Anderson dividere il microfono con Blake Shelton per un country-rock terso, limpido e decisamente coinvolgente, un brano che richiama le atmosfere di Seminole Wind con in evidenza una splendida chitarra “harrisoniana”, mentre What’s A Man Got To Do (che vede tra gli autori Dee White, altro protegé di Auerbach) è una country song robusta quasi alla maniera texana, con un ottimo lavoro di chitarra acustica, steel e mandolino ed un’altra melodia di impatto immediato.

Decisamente bella anche Wild And Free, un honky-tonk elettrico dal motivo irresistibile, accompagnamento delizioso ed un refrain corale tra i più belli ed evocativi del CD (e Tyler Childers ospite ai cori). Slow Down è una ballatona romantica sfiorata dalla steel ed eseguita con classe ed eleganza ma senza risultare sdolcinata, All We’re Really Looking For una squisita country tune dal sapore western, tempo spedito ed ennesimo motivo accattivante così come Chasing Down A Dream, gustosissimo country-rock elettrico suonato con notevole forza. Il CD si chiude con You’re Nearly Nothing, toccante slow song di quelle che il nostro scrive ad occhi chiusi, con la strumentazione che si arricchisce man mano che il brano procede.

Bentornato John Anderson: Years sarà senza dubbio uno dei dischi country del 2020.

Marco Verdi

Grande Album Nuovo, Ma Con Canzoni “Vecchie”: La Recensione. James Taylor – American Standard

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James Taylor – American Standard – Fantasy/Concord/Universal

Ci stava lavorando da tempo e le prime notizie sull’uscita imminente avevano iniziato a circolare dalla fine della scorsa estate: come lascia intuire il titolo American Standard, l’album, pur essendo completamente nuovo, raccoglie una serie di canzoni “vecchie”, o se preferite classici della canzone americana, brani composti dagli anni trenta fino agli anni sessanta, pezzi che, come ha raccontato lo stesso James Taylor, facevano parte degli ascolti abituali della famiglia Taylor negli anni formativi di James. Appunto grandi standard della musica popolare più raffinata made in America, ma anche tracce estratte dagli album di alcune classiche commedie musicali, Guys and Dolls, Oklahoma!, My Fair Lady, Brigadoon, Peter Pan, Show Boat, South Pacific, il tutto prodotto con l’aiuto di David O’Donnell e del grande chitarrista John Pizzarelli, che insieme a James hanno costruito una serie di arrangiamenti basati intorno al suono della chitarre, e non del pianoforte, magari con forti componenti orchestrali, come è tipico di questo repertorio. Per intenderci, se mi passate il termine, il suono è stato “James Taylorizzato”, almeno da quanto si può arguire ascoltando le tracce sonore.

Insomma, pur essendo lo stile quello solito, raffinato e confidenziale, tipico del cantante di Boston, grazie all’aiuto della solita nutrita pattuglia di musicisti, il sound è comunque complesso e raffinato, infatti nel disco troviamo la sua band abituale, che poi lo accompagnerà anche nei tour che promuoveranno l’album, prima in Canada, insieme a Bonnie Raitt, e poi negli States con Jackson Browne: la lista dei collaboratori è lunga, il bassista Jimmy Johnson, il batterista Steve Gadd,il percussionista Luis Conte, alle tastiere Larry Goldings, ai fiati Lou Marini Walt Fowler e i vocalist di supporto Kate Markowitz, Caroline Taylor, Andrea Zonn, Dorian Holley e Arnold McCuller. In più, come ospiti, Jerry Douglas al dobro, Viktor Krauss al contrabbasso e Stuart Duncan al violino. Inoltre, con l’aiuto del grande giornalista Bill Flanagan (quello che ha fondato la rivista Musician e poi ha “inventato” VH1), che ha prodotto il progetto, James Taylor il 31 gennaio pubblicherà anche Break Shot, una sorta di autobiografia sonora che uscirà nel formato Audible, e con la voce narrante dello stesso musicista racconterà la storia della sua vita, soprattutto la prima parte della sua carriera, anche attraverso molti supporti audio.

Comunque, tornando all’album,  il 19° in studio della sua discografia, nel CD, oltre ai brani tratti dai musical, troviamo le sue versioni di God Bless The Child di Billie Holiday, un classico dello swing come My Blue Heaven, la stupenda ballata The Nearness Of You e quella che viene presentata come la prima cover in assoluto di un brano As Easy As Rolling Off A Log, che faceva parte di un cartone animato del 1938 Katnip Kollege, della serie Merrie Melodies.Questo è quello che avevo scritto per la presentazione dell’album, più di un mese fa, ma visto che posso sottoscrivere tutto ciò che ho detto (dato che avevo già ascoltato il dico), mi limito ad aggiungere una bella recensione track by track delle canzoni contenute in questo American Standard.

1. My Blue Heaven Scritta da Walter Donaldson-George A. Whiting , faceva parte del musical (o meglio una antenata, la revue, visto che le commedie musicali al cinema erano ancora mute) Ziegfeld Follies del 1927. Un brano intimo e romantico aperto dalla chitarra acustica arpeggiata di Taylor (protagonista comunque in tutto l’album insieme a quelle di Pizzarelli), porto con la solita voce partecipe, ma mai sopra le righe,, del buon James, in uno stile che nella parte iniziale potrebbe ricordare You’ve Got A Friend: anche se qui ci sono delle fioriture orchestrali, poi il tempo si anima, diventa swingato, con il violino di Stuart Duncan in evidenza.
2. Moon River Anche il celeberrimo brano di Henry Mancini e Johnny Mercer, che appariva nella colonna sonora di Colazione Da Tiffany, è una delle canzoni d’amore più famose della musica americana, seconda come popolarità nell’ambito degli standard della musica da film, forse solo a Over The Rainbow, conta oltre settecento diverse versioni: quella di Taylor, cantata splendidamente e in modo soave, gioca su un arrangiamento perfetto, le due acustiche, il contrabbasso di Krauss e un assolo della melodica di Goldings .
3. Teach Me Tonight
riporta come autori ,Gene De Paul-Sammy Cahn un’altra coppia classica dell’American Songbook, e pure questa suona come un brano tipico del nostro, anche se l’uso di percussioni e fiati, nello specifico Walt Fowler alla tromba, confermano quell’appeal jazzy che pervade tutto l’abum.
4. As Easy as Rolling off a Log
come riporto sopra, faceva parte di una colonna sonora di un cartone animato dove i protagonisti erano due gatti, sempre uno swing jazz basato sul suono delle chitarre di James e Pizzarelli e del clarinetto di Lou Marini, molto piacevole e spensierato.

5. Almost Like Being in Love della premiata ditta Frederick Loewe-Alan Jay Lerner faceva parte del musical Brigadoon, anche nella versione cinematografica. Forse qualcuno la ricorda nella colonna sonore de Il Giorno Della Marmotta cantata da Nat King Cole. Questa canzone, grazie anche all’avvolgente lavoro delle coriste e ad un assolo del sax di Marini, oltre al suadente approccio di James, ricorda certo blue eyed soul di gran classe, tentato già da Taylor più volte in passato. Sembra quasi un brano “acustico” degli Steely Dan.
6. Sit Down You’re Rockin’ the Boat
di Frank Loesser era nella commedia musicale Bulli E Pupe (quando posso vi ricordo i titoli italiani), tra i contemporanei l’aveva incisa anche Don Henley. Altro brano che parte piano con il dobro di Jerry Douglas in evidenza, poi si anima con improvvise e deliziose accelerazioni anche vocali, e continui cambi di tempo, sempre con Douglas grande protagonista.
7. The Nearness of You
è un altro standard senza tempo, scritto da Hoagy Carmichael-Ned Washington , una delle più belle canzoni in assoluto della musica pop(olare) americana, e questa versione felpata e sognante, con retrogusti latineggianti, rende assoluto merito a questa adorabile canzone d’amore, con Taylor che la canta magnificamente una volta di più.
8. You’ve Got To Be Carefully Taught
di Richard Rodgers-Oscar Hammerstein II era nel musical South Pacific del 1949, uno dei primi brani che affrontava temi razziali, sia pure in modo lieve e blando, una bella ballata con spazio per il violino di Duncan, il cello di Krauss e le tastiere di Goldings e il “solito” cantato appassionato del cantante di Boston.

9. God Bless The Child porta la firma di Billie Holiday-Arthur Herzog Jr, ed è uno dei capolavori assoluti di “Lady Day”. La rilettura fatta da Taylor con i suoi musicisti è inconsueta, basata sul trillante dobro di Jerry Douglas diventa quasi un brano country, per quanto squisito e di gran classe, con la voce di James che quasi cesella le note, bellissima versione.
10. Pennies From Heaven
Arthur Johnston-Johnny Burke, viene dall’America degli anni ‘30, quella del Post Depressione, ottimista e piena di fiducia e speranza nel futuro, giocata ancora una volta sull’interscambio delle due chitarre, una sezione ritmica sbarazzzina e il suono vintage dell’organo di Goldings, un ennesimo piccolo gioiellino di equilibri sonori tra il cantato e la parte strumentale.
11. My Heart Stood Still
scritta da altri due pesi massimi dell’ American Songbook come Richard Rodgers-Lorenz Hart viene anche questa dagli anni ‘20 del secolo scorso, altro brano romantico perfetto per lo stile del nostro che la “James Taylorizza” da par suo, sempre ben sostenuto dal violino di Duncan, canzone che non avrebbe sfigurato nei suoi album classici degli anni ‘70.

12. Ol’ Man River altra canzone del 1927, scritta da Jerome Kern-Oscar Hammerstein II per Show Boat, e di cui si ricorda una versione epocale del baritono di colore Paul Robeson, uno dei grandi della canzone gospel, con Taylor che tenta anche alcune note basse notevoli in omaggio a quella versione, dalla melodia bellissima che James omaggia in modo perfetto con una interpretazione veramente magnifica.
13. (It’s Only) a Paper Moon
scritta da Harold Arlen-Yip Harburg-Billy Rose, lo stesso team di autori che scrisse Over The Rainbow, vira nuovamente verso le sonorità tipiche del nostro, pensate a Don’t Let Be Me Lonely Tonight, You’ve Got A Friend, You Can Close Your Eyes, potremmo andare avanti per ore, aggiungete una patina elegante e jazzy, e voilà i giochi sono fatti.
14. The Surrey With The Fringe on Top
ancora di Richard Rodgers-Oscar Hammerstein II era nel musical Oklahoma, carezzevole e leggiadra, solo la voce di Taylor e le chitarre di James e Pizzarelli, con la squisita voce aggiunta nel finale della brava Caroline Taylor, che incidentalmente è la terza e ultima moglie del nostro amico.

Altra ottima prova dopo l’eccellente https://discoclub.myblog.it/2015/07/09/la-classe-acqua-james-taylor-before-this-world/. Della serie, sempre una garanzia!

Bruno Conti

 

Anche Meglio Dell’Album Precedente! Tyler Childers – Country Squire

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Tyler Childers – Country Squire – RCA/Sony CD

Tyler Childers, giovane musicista originario del Kentucky, è uno dei più fulgidi talenti venuti fuori negli ultimi anni in ambito Americana. Indicato da Colter Wall come suo artista preferito, Tyler (che aveva alle spalle un poco fortunato album d’esordio uscito nel 2011, Bottles And Bibles) aveva risposto agli elogi pubblicando l’ottimo Purgatory, validissimo lavoro di moderno country d’autore https://discoclub.myblog.it/2017/09/04/eccone-un-altro-bravo-questa-volta-dal-kentucky-e-lo-manda-sturgill-simpson-tyler-childers-purgatory/  prodotto da Sturgill Simpson (*NDB Anche se l’ultimo album di Simpson, di cui leggerete prossimamente, è secondo me uno dei dischi più brutti degli ultimi anni, uomo avvisato!)  e David Ferguson, un disco che aveva fatto notare il nostro in giro per l’America facendolo entrare anche nella Top 20 country. E siccome squadra vincente non si cambia, Tyler ha ora bissato quel disco con Country Squire, album nel quale il ragazzo si fa ancora aiutare da Simpson e Ferguson e che mentre scrivo queste righe è già arrivato al numero uno della classifica country ed al dodicesimo posto della hit parade generale di Billboard.

Childers però non ha cambiato una virgola del suo suono per entrare in classifica, ma ha proseguito il discorso intrapreso con Purgatory (copertina orrenda compresa, forse bisognerebbe consigliargli un buon grafico): musica al 100% country, con elementi rock, folk e bluegrass nel suono ed una facilità incredibile nello scrivere canzoni belle ed orecchiabili ma non banali. Ed a mio parere Country Squire è ancora meglio del già positivo Purgatory, con il suo country moderno ma con più di un occhio al passato: merito innanzitutto della bellezza delle canzoni, ma anche del lavoro in consolle dei due produttori che hanno messo a disposizione una serie di musicisti dal pedigree notevole, gente del calibro di Stuart Duncan al violino e mandolino, Russ Pahl alle chitarre e steel, David Roe al basso e Bobby Wood alle tastiere. Nove canzoni per 35 minuti di musica e non un secondo da buttare (anzi, non mi sarei di certo offeso con una decina di minuti in più). L’inizio del CD, ad opera della title track, è splendido: una limpida e spedita country song di stampo classico e con un motivo di presa immediata, voce adeguata ed un antico sapore di Bakersfield Sound, con apprezzabili interventi di violino, piano e steel.

Bus Route, pur rimanendo in ambito country, è più attendista e presenta cromosomi sudisti: strumentazione acustica e gran lavoro di violino; Creeker è una delicata ballata quasi texana nel suo incedere, dallo sviluppo fluido ed una linea melodica intrigante, mentre Gemini è una deliziosa e saltellante country tune che ha il sapore antico dei brani di Hank Williams, anche se l’arrangiamento è attuale e non manca la chitarra elettrica. Con House Fire siamo in ambito bluegrass, un brano suonato con perizia degna di consumati pickers ed un alone tradizionale, anche se dopo poco più di un minuto la canzone si elettrifica spostandosi decisamente al Sud; Ever Lovin’ Hand è puro country d’altri tempi, ancora con elementi californiani nel suono (la vedrei bene rifatta da Dwight Yoakam), Peace Of Mind riporta invece il disco in Texas, per una sorta di valzerone davvero godibile e ben eseguito. L’album si chiude con All Your’n, bellissima ballad pianistica in puro stile country-got-soul, dal suono caldo e con un motivo ad ampio respiro (tra le più belle del CD), e con Matthew, slow song acustica con ottimi intrecci sonori tra chitarre, mandolino, violino e banjo.

Con Country Squire non solo Tyler Childers ha migliorato la sua proposta musicale, ma da artista promettente si è trasformato in nome su cui contare quasi a scatola chiusa.

Marco Verdi

Sempre Uno Dei “Maestri” Del Blues E Del Soul, In Tutte Le Sue Coniugazioni. Delbert McClinton And Self-Made Men + Dana – Tall, Dark And Handsome

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Delbert McClinton And Self-Made Men + Dana – Tall, Dark And Handsome – Hot Shot Records/Thirty Tigers

E al blues e al soul, potremmo aggiungere Americana music, roots rock, country e tutti gli stili che ci girano intorno e vi vengono in mente. Perché il texano Delbert McClinton (come orgogliosamente dichiara lo sticker sulla copertina del CD, che ricorda le sue tre vittorie ai Grammy) nel corso degli anni ha frequentato tutti questi generi, quasi sempre sapientemente miscelati in una serie di album che toccavano tutte queste diverse anime musicali del nostro amico, che non a caso ha vinto un Grammy nel 1992 in ambito rock, in coppia con Bonnie Raitt, un’altra che conosce bene la materia, e due nella categoria Contemporary Blues, nel 2002 e 2006, totalizzando sette nominations complessive. Il musicista di Lubbock è salito per la prima volta su un palco nel 1957 e da allora ha sempre cantato dal vivo,  soprattutto negli States, senza peraltro mai raggiungere la grande fama, visto che il suo album di maggior successo, The Jealous Kind del 1980, è arrivato solo al n° 34 delle classifiche di vendita di Billboard. Ma ancora oggi a quasi 79 anni, li compirà a novembre, è considerato uno dei migliori stilisti e vocalist in circolazione, molto considerato da appassionati, critica e colleghi.

All’inizio di carriera, nel 1972 e 1973, faceva coppia, come Delbert & Glen, con Glen Clark, con cui ha realizzato una eccellente reunion negli anni 2000 , che è stata la sua ultima fatica con la New West https://discoclub.myblog.it/2013/07/07/sembra-quasi-un-disco-di-delbert-mcclinton-delbert-and-glen/, prima di dovere anche lui diventare “indipendente”, fondando una propria etichetta, la Hot Shot Records distribuita da Thirty Tigers, con cui ha pubblicato prima Prick Of The Litter nel 2017, e ora questo Tall, Dark And Handsome, sempre accompagnato dalla sua nuova formazione i Self-Made Men, ai quali si è aggiunta per l’occasione la sassofonista Dana Robbins. il disco è co-prodotto con McCClinton dai suoi abituali collaboratori Kevin McKendree, che è anche il tastierista della band, e Bob Britt, il chitarrista (nonché marito di Etta, che nel 2015 ha dedicato un delizioso disco a McClinton https://discoclub.myblog.it/2015/01/09/amica-delbert-mcclinton-etta-britt-etta-does-delbert/ ). Entrambi i musicisti sono anche i co-autori della gran parte delle canzoni, mentre il disco è stato registrato alla Rock House di Franklin, Tennessee, stato in cui il nostro amico vive ormai da moltissimo tempo. A completare la formazione, oltre alla Robbins, Mike Joyce al basso, Jack Bruno alla batteria e Quentin Ware alla tromba, più diversi altri musicisti e vecchi collaboratori che appaiono solo in alcuni brani.

In fondo, per riepilogare, potremmo definire il suo stile “roadhouse music”, un posto dove ti ristori l’animo lungo la strada e ascolti della buona musica: forse questo nuovo album non è il migliore della sua carriera ( per quanto siamo almeno ai livelli più che rispettabili del precedente), ma è comunque un disco solido, tutto incentrato, come è abitudine del nostro, su nuove canzoni scritte per l’occasione. L’iniziale Mr. Smith è uno shuffle jazz blues per big band, oppure sempre per abbreviare Texas swing ( e si capisce perché i Blues Brothers lo amavano), con fiati impazziti, vocalist di supporto (Vicki Hampton, Wendy Moten, Robert Bailey) molto impegnati, come pure McKendree al piano e la Robbins e Jim Hoke al sax, lui canta alla grande come sempre; la breve If I Hock My Guitar sta giusto a metà strada tra il R&R di Chuck Berry, con la chitarra di Britt in bella evidenza, e un errebì carnale che va molto di groove. No Chicken On The Bone è un divertente western swing con uso violino (Stuart Duncan), sempre con la voce granulosa e sporca (ma è sempre stata così, non è l’effetto dell’età) di McClinton titillata dalle sue coriste.

Altro cambio di atmosfera per Let’s Get Down Like We Used To, l’unico brano firmato insieme a Al Anderson degli NRBQ Pat McLaughlin, un pigro e carnale funky-blues con assolo di clarinetto di Hoke, e McKendree sempre elegante al piano elettrico, Gone To Mexico è una delle tre canzoni scritta in solitaria da Delbert, era già apparsa su un disco del 2010 di uno dei figli, Clay McClinton (con quattro dischi nel suo carnet) ed un’altra figlia, Delaney, è una delle coriste impiegate in questo album, brano molto ritmato e percussivo, dagli accenti latini e qualche tocco di salsa, con trombe, fiati e la fisarmonica dell’eclettico Jim Hoke in azione. Lulu è molto jazzy, mi ricorda, anche vocalmente, il Tom Waits anni ’70, raffinata e notturna, sulle ali di piano, chitarra e contrabbasso, mentre Loud Mouth è un blues chitarristico, con il figlio di McKendree, Yates, alla solista, una atmosfera che rimanda molto anche allo stile del Randy Newman più mosso, con le mani di McKendree che volano sul pianoforte https://www.youtube.com/watch?v=duL9um3cbvI , e anche la quasi omonima Down In the Mouth, un altro dei brani firmati in solitaria da McClinton, è un altro Texas blues shuffle di grande appeal https://www.youtube.com/watch?v=45bZwxicVTMRuby And Jules, tra piano jazz e R&B anni ’50 è un’altra delizia per i nostri padiglioni auricolari, sempre con quella voce sublime a sottolinearla, con Any Other Way che è l’unica ballata del disco, struggente e laconica, qualche profumo di New Orleans e nuovamente di Randy Newman, suonata sempre divinamente dai magnifici musicisti di questo disco e con assolo di sax d’ordinanza.

A Fool Like Me, rocca, rolla e swinga di brutto con tutta la band che lo segue come un sol uomo, manco fossero i Little Feat degli anni d’oro;: mentre almeno a livello di testo, come dice lo stesso Delbert, Can’t Get Up,  fa parte dei brani “non ho più l’età per fare queste cose”, ma invece ce l’ha eccome e lo fa benissimo, con McKendree che per l’occasione sfodera un organo Hammond vintage e malandrino per spalleggiarlo. Temporarily Insane è una strana canzone, molto waitsiana dell’ultimo periodo, mezza parlata e senza una melodia definita a sostenerla, non c’entra molto con il resto del CD, ma ha un suo fascino malato. Chiude la brevissima A Poem, altro brano strano che, come direbbe Tonino Di Pietro non ci azzecca molto con con il resto dell’album, un minuto dissonante e frammentario che non inficia comunque l’ottima qualità del resto del disco.

Bruno Conti

 

Eccone Un Altro Bravo, Questa Volta Dal Kentucky E Lo “Manda” Sturgill Simpson! Tyler Childers – Purgatory

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Tyler Childers  Purgatory – Hickman Holler CD

Ecco un altro musicista di talento spuntato dal fittissimo sottobosco musicale Americano: per la verità Tyler Childers, proveniente da Louisa, Kentucky (un paesino di poco più di duemila anime che si fa fatica anche a trovare sulle cartine), ha già esordito nel 2011 con l’autodistribuito Bottles & Bibles, seguito da un paio di EP dal vivo, Live On Red Barn Radio Vol. I & II, ma possiamo tranquillamente considerare questo Purgatory come il suo debutto vero e proprio. Dotato di una voce molto dylaniana (il Dylan degli esordi), Childers suona un misto di country, folk appalachiano e musica cantautorale, oltre a scrivere buone canzoni: il suo territorio è lo stesso di altri musicisti veri, che fanno musica lontana dal suono tipico di Nashville e, quando vanno in classifica è per puro caso, gente che risponde al nome di Chris Stapleton, Jamey Johnson, Whitey Morgan, Colter Wall (che lo ha indicato come suo cantante preferito del momento) e Sturgill Simpson. Proprio Simpson, che è tra i più creativi tra quelli che ho citato, è il produttore di Purgatory, e questo ha fatto solo del bene alle già belle canzoni di Tyler, oltre ad aver facilitato la possibilità di suonarle con un gruppo di gente che sa il fatto suo (Russ Pahl e Michael Henderon alle chitarre, lo specialista Stuart Duncan al violino, grande protagonista del disco, Charlie Cushman al banjo, Michael Bub al basso e Miles Miller alla batteria).

E poi naturalmente c’è Childers con le sue canzoni che profumano di musica d’altri tempi, quando i dischi si compravano e non si scaricavano. I Swear (To God) è un gustoso honky-tonk dal sapore vintage, con il violino che swinga che è un piacere ed una ritmica spedita, una via di mezzo tra Wayne Hancock e Dale Watson. Feathered Indians è un’intensa ballata tra folk degli Appalachi e country, tempo sostenuto ma leggero, melodia fluida e feeling a profusione, con il violino ancora come strumento centrale; Tattoos inizia lenta e spoglia (voce, chitarra e fiddle), poi entra il resto del gruppo ed il brano acquista corpo senza perdere intensità, anzi. Born Again è molto bella (non che le precedenti non lo fossero), con il suo mood western, motivo discorsivo e diretto, arrangiamento tra sixties e seventies (si sente il lavoro di Simpson) e grande uso di steel, Whitehouse Road è leggermente più elettrica, ha un’andatura da outlaw song alla Waylon Jennings, ed anche in questa veste Tyler fa la sua bella figura, mentre Banded Clovis, dylaniana anche nella melodia oltre che nella voce, è una folk song purissima con il banjo a guidare le danze. Ed eccoci alla title track, un bluegrass dal ritmo forsennato ma con la batteria appena sfiorata (d’altronde il Kentucky è noto come “The Bluegrass State”), altro pezzo che suona come un traditional, brano che porta a Honky Tonk Flame, che invece ha un non so che di John Prine nella struttura melodica, sempre roba buona comunque; il CD si chiude con Universal Sound, molto più moderna nel suono del resto delle canzoni, una country song elettrica e mossa, ma decisamente riuscita e gradevole, e con la pura e folkie Lady May, solo Tyler voce e chitarra.

Bel disco, forse non tra quelli da avere a tutti i costi, ma sicuramente meritevole se vi piacciono i nomi citati qua e là nella recensione.

Marco Verdi

Il Lato “Giusto” Di Nashville! Irene Kelley – Pennsylvania Coal

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Irene Kelley – Pennsylvania Coal – Patio Records

La prima volta che ho ascoltato questo CD l’immagine che mi si è presentata in testa, con tanto di nuvoletta, a mo’ di fumetto e con la didascalia sotto, è stata quella di un composto Emmylou Harris/Nancy Griffith. Quelle più country/bluegrass degli anni ’70-’80: voce angelica e calda, grande capacità di generare emozioni con il suo modo di cantare partecipe, raffinato ma semplice al tempo stesso, come le grandi cantanti del passato e del presente. In più anche una notevole bravura come autrice. Tutto questo è Irene Kelley, cantante residente in quel di Nashville, ma originaria della Pennsylvania, da qui il titolo, Pennsylvania Coal, dedicato al nonno, nativo della Polonia, emigrato negli Stati Uniti, dove lavorò nelle miniere di carbone ed effigiato nella foto d’epoca sul retro copertina dell’album stesso, mentre è sull’orlo del “buco” di ingresso della miniera. La Kelley, in un certo senso, racconta la storia della sua famiglia, in modo figurato e in alcune delle canzoni contenute nel CD, con l’aiuto di alcuni songwriters noti e meno noti, Peter Cooper, Thomm Jutz, Mark Irwin, John Weisberger, David Olney, John Hadley, Billy Yates e le figlie Justyna e Sara Jean.

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Oltre ad una pattuglia di musicisti, tra i quali mi piace ricordare il produttore (insieme a Irene) e bassista Mark Fain, l’ottimo Bryan Sutton a chitarre e banjo, Stuart Duncan al violino, Lynn Williams alla batteria, usata con discrezione ma che fornisce un giusto supporto ritmico al suono molto tradizionale del disco. Come vocalist ospiti appaiono, sempre tra i tanti, perché le armonie vocali sono i tra gli elementi vincenti delle canzoni, Claire Lynch, Trisha Yearwood (nella bellissima Better With Time https://www.youtube.com/watch?v=XHfWRIT7gOc , ma tutti i brani sono di elevata qualità), Carl Jackson e Rhonda Vincent. La Kelley non è una novellina, ha fatto tutta la trafila tipica dei musicisti country: autrice negli anni ’80, tra le prime canzoni una Pennsylvania Is My Home che finisce in un documentario della PBS e le procura un contratto con la MCA, che le pubblica due singoli e le fa registrare un album, mai distribuito, poi lunghi anni, sempre in quel di Nashville, come autrice, e i suoi brani vengono registrati da Loretta Lynn, Trisha Yearwood, Ricky Skaggs, Carl Jackson, Sharon White, Pat Green, Alan Jackson e da moltissimi altri.

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Poi ad inizio anni 2000 un paio di album, molto belli, pubblicati a livello indipendente https://www.youtube.com/watch?v=gu7JMYZ8bP4  e ora, dopo una pausa di quasi dieci anni, questo nuovo album che rivaleggia, nel genere, con le cose migliori delle ricordate Emmylou e Nancy Griffith, di Dolly Parton, Alison Krauss, Trisha Yearwood e Rhonda Vincent, che ci cantano, e aggiungerei anche Kathy Mattea, così le migliori le abbiamo citate tutte, un piccolo gioiellino nell’ambito bluegrass/country, vogliamo aggiungerci Americana, Folk e mountain music? Facciamolo, non si sbaglia di certo! Il brano d’apertura, You Don’t Run Across My Mind, è un meraviglioso bluegrass in forma di canzone, brioso e cantato divinamente, con Darren Vincent al controcanto e il guizzante violino di Stuart Duncan a duettare con le chitarre e il banjo di Sutton, oltre al mandolino di Adam Steffey, altro musicista imprescindibile nella realizzazione sonora del disco https://www.youtube.com/watch?v=hjbKonHRek4 . Ancora il violino in primo piano nella malinconica Feels Like Home https://www.youtube.com/watch?v=i1K_pvP5zXE , sempre con queste stupende armonie vocali che galleggiano sul tappeto sonoro del brano, questa volta affidate a Dale Ann Bradley e Steve Gulley, mentre la Kelley canta veramente come un “angelo” del country, a livello delle migliori Emmylou, Dolly e Nancy.

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Pennsylvania Coal, che racconta la storia del nonno minatore, è un brano intenso, dall’incedere maestoso, tra folk e country, sempre con il violino, da sentire per credere, di un ispirato Stuart Duncan, che aggiunge pathos e sostanza alla notevole interpretazione di gruppo https://www.youtube.com/watch?v=ojU5Y6zpYg0 . Breakin’ Even è una dolce e delicata ballata, con improvvise accelerazioni, ancora con la voce magnifica della Kelley, in questo album veramente al top delle sue capacità, grazie anche al  lavoro di Mark Fain, vincitore di sette Grammy con i Kentucky Thunder di Ricky Skaggs. Deliziosa anche My Flower, scritta con la figlia Justyna e con le armonie della Lynch, nonché Rattlesnake Rattler, dal sapore bluegrass ancora più accentuato e con la seconda voce della Vincent che sembra la sua gemella https://www.youtube.com/watch?v=YsRFt28sqrE .Sister’s Heart è più raccolta e tradizionale, tra folk, spiritual e mountain music, ma sempre con il drive della batteria a sostenerla.

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Things We Never Did, scritta con Hadley e Olney e percorsa dalla fisarmonica di Jeff Taylor, ha un taglio più cantautorale, come pure Angels Around Her, dedicata alla madre scomparsa circa dieci anni fa, commovente e delicata, entrambe vicine allo spirito della Griffith più tradizionale https://www.youtube.com/watch?v=bjdIpRPUA6g . La già ricordata Better With Time, in duetto con la Yearwood, è una ballata cantabile dalle melodie sopraffine e Garden Of Dreams, l’altro brano scritto con l’accoppiata Olney/Hadley è una ulteriore canzone che conferma l’elevata qualità dell’album, tra i migliori dell’anno in questo ambito musicale. La bonus track, You Are Mine, scritta e cantata con le figlie, è la classica ciliegina sulla torta, per un dolce veramente ben riuscito https://www.youtube.com/watch?v=Dz2QCX0MJpw . Il CD è già uscito da qualche mese, non è di facile reperibilità, ma se amate il genere vale assolutamente la ricerca!

Bruno Conti  

“Semplicemente” Richard Thompson – Electric

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Richard Thompson – Electric – Proper 2 CD Deluxe Edition

E’ difficile che Richard Thompson “sbagli” un disco, ma anche che ne faccia uno semplicemente poco riuscito, forse posso pensare a un paio di colonne sonore o agli anni più bui della collaborazione con la ex moglie Linda Thompson, ma erano meno validi solo rispetto ai suoi standard qualitativi, sempre molto elevati, non alla produzione media.  E in questo ammetto che c’è della partigianeria da parte chi scrive, perché il sottoscritto considera Thompson uno dei dieci musicisti più importanti della musica folk-pop-rock (inserite genere a piacimento) dell’ultimo mezzo secolo, un autore e chitarrista, e anche cantante, unico. In teoria non ci sarebbe un genere dove inserirlo: che musica fa Richard Thompson? Non saprei proprio definirla: ci sono quegli elementi di genere che ho citato, ma poi il risultato finale, filtrato da un humor britannico, sardonico e pungente nei testi, da un amore per le filosofie e le musiche orientali, e da mille altri particolari, è unico e geniale. Prendiamo il suo stile di chitarrista, si tratta di un modo di suonare inconfondibile, quando parte un assolo di Richard Thompson lo riconosci subito, è solo suo, non lo puoi confondere con altri, come capita solo per i grandi virtuosi della chitarra elettrica (e acustica), si tratta forse di quella totale mancanza delle radici blues (e R&R) nel suo stile, in partenza c’è il folk britannico, c’è una certa presenza della musica modale, ma poi ha sviluppato una tecnica unica, che ha piccolissime parti di psichedelia californiana fine anni ’60, un tocco di Hendrix (ma proprio un accenno, per l’imprevedibilità delle sue traiettorie) e la genialità dell’improvvisatore puro mutuata dai solisti jazz. Il risultato finale è assai apprezzato, anche se non da tutti, perché molti non lo capiscono, abituati a chitarristi che si ispirano nella quasi totalità al blues e al rock.

Direi che si è capito che mi piace, quindi per non fare diventare un saggio questa recensione, veniamo al disco in questione: un titolo secco e semplice, almeno in superficie,  Electric, il progetto iniziale prevedeva un disco registrato in trio, con la sua sezione ritmica abituale, Taras Prodaniuk al basso e Michael Jerome alla batteria, due musicisti dallo stile laconico ma molto efficace: nel concerto a cui ho assistito nel maggio del 2008 al Manzoni di Milano (era uno dei pochi grandi che non avevo mai visto dal vivo) si sono rivelati perfetti per un Richard Thompson in serata di grazia, e molto mascelle dei presenti alla serata sono ancora sul pavimento del teatro, cadute per lo stupore creato dalle incredibili evoluzioni della solista di Thompson. Il nostro amico negli ultimi anni ha ripreso un vigore chitarristico che mancava in parte dalla sua produzione più recente (a parte Sweet Warrior) e gli ultimi due dischi, entrambi registrati dal vivo, uno di materiale totalmente nuovo e l’altro (peraltro solo in DVD) sono lì a testimoniarlo, come potete andare a rileggervi, se ne avete voglia, sul Blog: un-bel-dvd-dal-vivo-in-scozia-ci-mancava-richard-thompson-li.html e meglio-di-cosi-e-difficile-richard-thompson-deam-attic.html.

Si diceva del progetto iniziale di questo album, che si è poi materializzato in quel di Nashville, Tennessee nello studio di registrazione personale di Buddy Miller e da semplice prova in trio, con l’aiuto dello stesso Miller alla chitarra, di Stuart Duncan al violino e di un paio di vocalist d’eccezione come Alison Krauss e Sioban Maher Kennedy, ha leggermente ampliato il proprio progetto sonoro, soprattutto nella versione Deluxe doppia, che è quella da avere assolutamente. Perché se il disco è come al solito sopra la media di gran parte della produzione discografica attuale, il secondo CD della versione speciale ha un paio di brani imperdibili (anche vista la minima differenza di prezzo e l’inutilità di fare le solite due versioni differenti, una invenzione tra le più becere di un’industria discografica sempre più a corto di idee e alla caccia dei cosiddetti collezionisti).

A riprova del suo humor britannico e della sua ironia, Thompson ha parlato per questo album, scherzando (ma qualcuno che lo prende sul serio, sfogliando le cartelle stampa della sua etichetta, lo trova sempre), di folk-funk, ovvero Judy Collins incontra Bootsy Collins, giocando sull’omonimia dei due cognomi, ma anche di power trio celtico, ovvero Jimi Hendrix Experience incontra Peter, Paul & Mary: probabilmente si sarà rotto le balle anche lui, quando gli chiedono di definire la sua musica e allora inventa dei termini che superano anche le più fantasiose elaborazioni dei critici. La produzione di Buddy Miller, a dispetto di quelli che pensavano potesse “insegnare” qualcosa a Richard Thompson, si limita ad evidenziare un suono ruvido, dettagliato, molto dettagliato, quasi garage, “elettrico” in una parola, con il buon Buddy che ci riferisce, giustamente, di essersi limitato “a prendere lezioni di chitarra per un paio di settimane con Richard”. In ogni caso il risultato è eccellente: dalla poderosa Stony Ground iniziale, l’unica che potrebbe avvicinarsi a quel folk-funk ipotetico, con la chitarra di Thompson che viaggia sulle solite linee impossibili e regala interventi solisti tiratissimi, mentre la ritmica lavora a pieno regime. Salford Sunday è uno di quei deliziosi episodi folk-rock tipico del canone thompsoniano, con la musica che danza intorno alle parole argute di Richard che si fa sostenere dalla delicata voce di Siobhan Maher Kennedy, la bravissima ex cantante dei River City People.

Sally B è uno dei tipici brani al vetriolo di Thompson, dedicato ad un politico, in cui qualcuno ha creduto di riconoscere Sarah Palin, ma probabilmente è un composito di più personaggi, in questo caso la musica sostenuta dal basso martellante di Prodaniuk e dalla batteria ricercata di Jerome (uno dei migliori batteristi della storia dei suoi dischi) si avvicina a quell’ipotetico power trio celtico evocato in precedenza, con la chitarra che ha aperture quasi hendrixiane, perché un fondo di verità nelle parole del nostro c’è sempre. Stuck On The Treadmill rimane sempre ancorato a queste sonorità cupe e arcigne, con la chitarra angolare che disegna le solite traiettorie uniche del rock, secondo Richard Thompson. My Enemy è una di quelle stupende ballate malinconiche e cariche di sentimento che costellano la sua discografia, con la seconda voce della Maher Kennedy a sottolineare il cantato maschio e baritonale della voce di Thompson, mentre mandolino, il violino di Stuart Duncan, la seconda chitarra di Miller e quella di Thompson colorano il suono con la consueta precisione e maestria.

Good Things Happen To Bad People, un titolo che ben inquadra la filosofia ironica di vita dell’autore, è “semplicemente” un bel pezzo rock d’autore, tipico del suo repertorio mentre Where’s Home per i suoi canoni sembra quasi una bella country-pop song con mandolino e violino nuovamente in luce per un suono più americano e le belle armonie vocali femminili a sottolineare le voce di Thompson. Another Small Thing In Her Favour è di nuovo una intensa ballata elettrocustica marchiata in modo inconfondibile dal suo stile unico ed inimitabile e segnata da un magnifico assolo. Straight And Narrow è un brano inconsueto nel suo songbook, un simil beat anni ’60 con tanto di organo Farfisa e la chitarra che quasi surfeggia, indiavolata come sempre. Ma i brani migliori del primo CD sono gli ultimi due: una magnifica folk song acustica come The Snow Goose che sembra venire dal suo migliore repertorio anni ’70, impreziosita dalla seconda voce di Alison Krauss che fa la Linda Thompson della situazione, da un accordion o una tastiera suonato dallo stesso Richard e poco altro, ma il risultato è superbo. Saving the Good Stuff For You ha un incipit degno delle migliore canzoni del Dylan del periodo d’oro, poi entrano il violino di Duncan, la seconda voce della Kennedy, i florilegi dell’acustica dello stesso Thompson e questo valzer prezioso ci porta nei terreni del miglior country-folk.

Il secondo CD, quello bonus, ci spiega perchè il disco è stato registrato in quel di Nashville, Will You Dance Country Boy è una briosa country-song con il violino in grande spolvero a duettare con le chitarre di Thompson e Miller in modo divertito e divertente, I Found A Stray è un’altra di quelle meraviglie che escono dalla penna del musicista inglese, una ballata acustica straziante con il violino di Duncan a riprendere il ruolo che fu di Swarbrick ai tempi dei Fairport Convention mentre il contrabbasso di Dennis Crouch sottolinea il tempo. In questo disco bonus niente demos o alternate takes come spesso d’uso per inutili dischetti aggiuntivi, ma altre nuove canzoni di notevole spessore, come The Rival dalle splendide arie irlandesi miste a sonorità che avvicinerei al Mark Knopfler degli ultimi dischi, con la Maher Kennedy impegnata nella sua ultima apparizione e una Tic Tac Man altra perla del repertorio classico di Thompson, sempre impeccabile nella parte strumentale questa volta affidata al suo mandolino.

Il disco a questo punto finirebbe ma ci vengono regalati altri due/tre brani diciamo rari: Auldie Riggs e Auldie Riggs Dance sono due movimenti tratti da Cabaret Of Souls, una sorta di mini opera o oratorio concepita tra il 2009 e il 2010 per essere eseguita dal vivo con il suo quasi omonimo Danny Thompson e poi incisa nel 2012 senza il grande contrabbassista, ma con la presenza di Judith Owen, e venduta solo sul suo sito e ai concerti da fine 2012: si tratta di una piece ambientata negli Inferi, con tanto di parti recitate e intermezzi orchestrali, dove Thompson immagina che le anime delle persone scomparse di recente partecipino ad una sorta di talent dove eseguono una canzone che dovrebbe rappresentare quello che sono stati in vita, il “Guardiano delle anime” risponde a sua volta con una canzone o un brano parlato. Su che canale lo faranno questo talent show? In ogni caso geniale, peccato che non si trovi con facilità. L’ultima chicca è la sua versione di So Ben Mi C’Ha Bon Tempo, un brano cantato in italiano del ‘500 tratto dal repertorio tardo rinascimentale di Orazio Vecchi e che si trovava in origine su 1000 years Of Popular Music, un CD+DVD che riproponeva il suo spettacolo live dallo stesso nome dove Richard Thompson suonava e cantava di tutto, dal canto gregoriano di Sumer Is Sicumen In a Oops I Dit It Again di Britney Spears, passando per i Beatles, gli Abba, Prince e gli Who.

Un vero fenomeno.

Bruno Conti