Torna Lo Springsteen Della Domenica: Adesso Cominciamo Con I Doppioni? Bruce Springsteen – Grand Rapids 2005/East Rutherford 1984

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Bruce Springsteen – Van Andel Arena, Michigan, August 3 2005 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Bruce Springsteen & The E Street Band – Brendan Byrne Arena, New Jersey, August 20 1984 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Gli ultimi due episodi degli archivi dal vivo di Bruce Springsteen, dei quali mi accingo a parlare, hanno ottenuto qualche critica dai fans, non tanto perché si occupano di tour già documentati in uscite precedenti (con pubblicazioni mensili prima o poi doveva succedere), ma perché trattano di concerti molto vicini dal punto di vista temporale a quelli già disponibili: il doppio Van Andel Arena, Michigan (tratto dalla tournée acustica del 2005 in supporto a Devils & Dust) è del 3 Agosto, e c’era già la serata a Columbus, Ohio del 31 Luglio, mentre il triplo con la E Street Band del 20 Agosto 1984 è preso addirittura dalla stessa serie di concerti alla Brendan Byrne Arena (luogo anche del recente live del 1993 con “The Other Band”) dai quali era stato tratto quello del 5 Agosto. Ne consegue che anche le scalette sono piuttosto simili, anche se non mancano le chicche in ciascuna delle due serate: è noto che un concerto di Springsteen non è mai uguale ad un altro, e quindi se guardiamo il lato puramente musicale anche questi due live sono decisamente interessanti, e nel caso di quello del 1984, addirittura formidabile.

Lo show del 2005 vede Bruce da solo sul palco (con l’aiuto offstage di Alan Fitzgerald alle tastiere), che però non si destreggia soltanto alla chitarra acustica ma usa anche molto il pianoforte, oltre che saltuariamente la chitarra elettrica, e gioca anche a cambiare spesso e volentieri gli arrangiamenti delle canzoni. La parte del leone la fanno i brani di Devils & Dust, ben sette, tra cui l’intensa Black Cowboys, la splendida Long Time Comin’ e la toccante Jesus Was An Only Son. Stranamente, data la natura intima del concerto, non sono presenti pezzi da The Ghost Of Tom Joad, e soltanto uno da Nebraska, una irriconoscibile Reason To Believe con voce filtrata ed armonica (e senza chitarra), in puro stile Mississippi blues. Le chicche sono una Tunnel Of Love al piano elettrico, meglio dell’originale, Sherry Darling con lo stesso tipo di accompagnamento (che diventa una dolce ballata), rarità come Part Man, Part Monkey e Cynthia, oltre ad una fantastica The River sempre al piano (stavolta a coda) e la sempre bellissima Racing In The Street. La scaletta del secondo CD è più simile a quello di Columbus già pubblicato, e spiccano su tutte una vibrante rilettura di It’s Hard To Be A Saint In The City, ed il bis con le note Bobby Jean, The Promised Land (anche questa difficile da riconoscere) e la cover di Dream Baby Dream dei Suicide. Uno Springsteen intimo, anche se io continuo a preferirlo come rocker.

Ed il rocker viene fuori alla grandissima nello show in New Jersey nel 1984, l’ultima di dieci serate consecutive nella medesima location: un concerto magnifico, con classici a profusione suonati in maniera ispirata, tosta, roccata e diretta, per uno dei migliori CD della serie (meglio anche di quello registrato il 5 Agosto). Qui la parte principale la fa chiaramente Born In The USA, all’epoca uscito da poco: nove pezzi su dodici, con sorprendenti e folgoranti versioni di Cover Me, I’m Goin’ Down e My Hometown (bellissima quella sera, ed io non l’ho mai amata molto), oltre ad una toccante No Surrender acustica. Mentre pezzi in origine acustici, come Atlantic City e Highway Petrolman, sono suonati full band, ed in più troviamo anche una Out In The Street tra le più belle mai sentite, la sempre trascinante Cadillac Ranch ed un formidabile trittico formato da Growin’ Up, Backstreets e Jungleland, più di mezz’ora di grande musica. Ma l’highlight assoluto, che rende questo concerto molto popolare tra gli appassionati del Boss, è la presenza sul palco nei bis di Little Steven (che all’epoca aveva lasciato la band per dedicarsi alla carriera solista, sostituito da Nils Lofgren), un commovente “homecoming” che culmina con la classica Two Hearts cantata all’unisono e soprattutto con una fantastica rilettura in duetto dell’evergreen di Dobie Gray Drift Away, un momento magico che vale la serata, e che fa quasi passare in secondo piano il finale pirotecnico a base di Detroit Medley (con aggiunta di Travelin’ Band dei Creedence) e Twist And Shout mescolata con Do You Love Me dei Contours.

Un concerto interessante ed uno imperdibile: il prossimo volume prenderà in esame una tournée ancora non toccata da questa serie di concerti, ma non quella di The Rising come auspicavano molti fans, bensì quella di Magic, per l’ultimo show con Danny Federici come membro della band.

Marco Verdi

Un Evidente Caso Di Megalomania: Strano Era Vent’Anni Fa E Strano Rimane Oggi! Alan Vega/Alex Chilton/Ben Vaughn – Cubist Blues

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*NDB La piccola aggiunta al titolo l’ho fatta io, è riferita all’autore dell’articolo ed è ovviamente ironica ed affettuosa, ma ci sta! La parola a Marco.

Alan Vega/Alex Chilton/Ben Vaughn – Cubist Blues – Light In The Attic CD

State per assistere ad una operazione di “auto-riciclaggio”. Approfittando della ristampa a distanza di quasi vent’anni (da parte della Light In The Attic, etichetta di Seattle specializzata nel recupero di dischi oscuri, già responsabile in passato delle ristampe per la prima volta in suolo americano dei due mitici album di Sixto Rodriguez) di questo disco inciso dall’ex Suicide Alan Vega insieme all’ex Box Tops e Big Star Alex Chilton (nel frattempo passato a miglior vita) ed al rocker Ben Vaughn, un vero outsider di cui si sono un po’ perse le tracce (anche se incide ancora), e dato che nel 1996 per il Buscadero lo avevo ascoltato io, ho pensato di riproporre pari pari la mia recensione di allora, anche perché anche a distanza di cinque lustri (*NDB Facciamo quattro?) il mio parere è rimasto tale e dunque non cambierei una virgola.

Ma andiamo quindi con Cubist Blues 2.0.

Un supergruppo strano per un disco ancora più strano.

Che Ben Vaughn e l’ex Big Star e Box Tops Alex Chilton (due nostri beniamini) si siano messi insieme per fare un disco non sorprende più di tanto: lo strano è che il terzo invitato sia Alan Vega, musicista newyorkese che, in duo con Martin Rev negli anni settanta e sporadicamente negli ottanta, era l’autore di una musica elettronica d’avanguardia, allucinata e comunque poco digeribile sotto il moniker di Suicide (anche se Springsteen è un fan). Ebbene, non si sa come, i tre si sono trovati in uno studio nella lower Manhattan e, canzone dopo canzone, hanno messo a punto un intero album in presa diretta (le sovrincisioni sono pochissime, niente sessionmen, ed in alcuni brani non c’è neppure il basso), dandogli poi l’enigmatico titolo di Cubist Blues. La parte del leone la fa comunque Vega, in quanto Vaughn e Chilton si limitano ad accompagnare la strana voce del newyorkese, mentre la musica non è proprio come quella dei Suicide…ma quasi!

L’opening track, la lunga Fat City, è il manifesto dell’album: una ritmica incalzante, con la voce malata di Vega che sussurra, parla, ogni tanto si ricorda di cantare, grida, il tutto con il rumore del traffico cittadino sullo sfondo, e la chitarra di Chilton che assume tonalità quasi alla Link Wray. Fly Away prosegue sugli stessi toni, ma è più involuta e fin troppo cerebrale; in Freedom finalmente Vega canta, e la melodia è gradevolissima (anche se costruita intorno al synth) e molto sixties, grazie anche ai ricami chitarristici di Alex.

Il disco continua così, tra canzoni di difficile assimilazione (Too Late è quasi musica minimale alla La Monte Young) e momenti di folle lucidità (Sister, un quasi-blues ipnotico), con la voce di Alan che fa il bello ed il cattivo tempo, ed il duo Chilton-Vaughn che si muove in territori non certo abituali. Qualcuno leggendo queste righe potrebbe avvicinare questo disco a quello degli Eels (NDM: all’epoca della recensione originale era appena uscito l’ottimo esordio Beautiful Freak del gruppo di Mark Everett, un disco a mio parere mai più eguagliato), ma a torto, in quanto il trio EButchTommy, in mezzo ad una grande quantità di suoni obliqui, valorizza la melodia pura, mentre in Cubist Blues le melodie vengono sistematicamente fatte a pezzi da Vega.

Quindi un disco strano, non brutto, ma di sicuro non facilmente assimilabile e, visto i prezzi correnti dei CD, non da acquistare a scatola chiusa.

Marco Verdi

Happy New Year! Ecco Le High Hopes di Bruce Springsteen!

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Bruce Springsteen – High Hopes – Columbia CD – CD/DVD

Ormai Springsteen, negli ultimi dieci anni, ha assunto una cadenza quasi annuale di uscite, forse biennale per essere onesti, niente a che vedere con le lunghe attese di un tempo, quando tra un album e l’altro passavano tre, quattro, anche cinque anni e oltre, intervallati dalle uscite “sotterranee” di moltissimi bootleg (spesso incisi col culo, ma molte volte anche di ottima qualità), dove potevi crogiolarti nelle decine di inediti che Bruce scartava, spesso con infelice scelta, dai suoi albums ufficiali. Anche il sottoscritto ne possiede qualche decina, croce e delizia del fan, poi allettato da operazioni tipo Tracks, il cofanetto quadruplo di inediti, ristampato proprio nel 2013 in versione economica e ridotta nel formato. Gli inglesi hanno un termine per questo tipo di operazioni: Odds And Ends, che tradotto in italiano suona come “Cianfrusaglie” o “Paccottiglia”, o anche, come più nobilmente chiamarono un loro album di scarti, inediti e versioni alternative, gli Who, Odds And Sods, “Avanzi”!

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Qualche critico ha detto che spesso questi tipi dischi sono più interessanti dell’80% della produzione rock in circolazione e, anche se High Hopes non rientra completamente in questa categoria, in quanto è composto in parte da materiale vecchio, riciclato e re-inciso, e da alcune cover, ma ci sono anche parecchi brani “nuovi”, come dare torto ai suddetti critici http://www.youtube.com/watch?v=rOPDhoZH91g ! Non siamo di fronte ad un capolavoro, questo è certo, ma i fans del Boss avranno di che gioire, soprattutto se acquisteranno la versione limited del disco, quella che contiene la registrazione completa della esibizione Live di Born In The Usa, registrata al Queen Elizabeth Olympic Park di Londra il 30 giugno 2013 nel Wrecking Ball Tour. In fondo, se vogliamo, anche Bruce è entrato in una sorta di Never Ending Tour e quindi i concerti non sono più il mezzo per promuovere un nuovo album (o non del tutto) quanto la spinta per ricercare vecchio e nuovo materiale (che a Springsteen certo non manca) da presentare in questi interminabili tour. Infatti a gennaio dal Sudafrica parte la nuova tournée. Ma torniamo al disco che, come certo saprete o avrete visto e letto, se no ve lo dico adesso, ha avuto una sorta di anteprima, “involontaria” o voluta, quando Amazon ha, per alcune ore, reso disponibile lo streaming a pagamento degli MP3 del disco, poi subito chiuso (forse si chiama Marketing o forse no, chi può dirlo).

Ci sono dodici canzoni in questo High Hopes: tre cover, di cui quella della title-track, un brano degli Havalinas, High Hopes, già incisa per l’EP, collegato alla VHS Blood Brothers, uscito a fine 1996, due nuove versioni di brani che Bruce aveva già registrato in album precedenti e sette “nuovi” brani (meglio dire inediti in studio), tra i quali due che dovrebbero provenire dalle sessions per The Rising, una, forse, da Working On A Dream, due (o tre) dall’album gospel che era stato registrato tra i 2011 e il 2012 e poi, come ha detto lo stesso Springsteen in alcune interviste, “rottamato” in favore di Wrecking Ball. Quindi rimarrebbero due canzoni, che però potrebbero provenire sempre da Wrecking Ball. In otto di questi brani appare Tom Morello, la “musa ispiratrice” (ne ho viste di più belle) di questa nuova opera, sempre nelle parole del Boss. E quindi?

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High Hopes, nella nuova versione, ha un piglio da inno, ma è anche radiofonica e “moderna” nelle sonorità, con ampio spazio per la chitarra di Morello, ma anche per la sezione fiati che poi nel resto del disco non si sente molto. Evidentemente Bruce non vuole perdere i contatti con le nuove generazioni che vengono a vederlo nei concerti e allo stesso tempo non scontentare i vecchi fans. Risultato? Un brano discreto, anche buono e molto radiofonico appunto. Harry’s Place era già stata incisa per The Rising ed aggiunge un nuovo personaggio alla galleria di quelli creati nel corso degli anni. L’aggiunta della chitarra di Morello gli dà un’aria vagamente punk-rock ma non manca il tocco tipico della E Street Band (forse quattro chitarristi che girano per l’album non saranno un po’ troppi? Roy Bittan praticamente non si sente quasi più). I synth e la voce filtrata di Bruce ogni tanto rompono un po’ le palle ma il sax del vecchio Clarence fa una breve apparizione a risollevare le sorti della canzone. Quella di American Skin (41 Shots) è una bella versione, mi piace, meglio dell’originale e di quelle fatte varie volte dal vivo, più centrata, con il giusto mix di moderno e Springsteen classico, la batteria programmata e le tastiere sono entrate anche in passato, da Born In USA in avanti, nella musica del nostro, e in qualche caso, come questo, i risultati sono soddisfacenti, questa volta il muro di chitarre nella parte centrale è pertinente e l’incalzare della canzone risalta in tutta la sua drammaticità con il giusto nitore sonoro, il sax questa volta dovrebbe essere dell’altro Clemons della famiglia, Jake.

Just Like Fire Would è un’altra delle cover presenti, dei grandi Saints, una delle migliori band australiane, che naturalmente Springsteen, amante della buona musica, vecchia e nuova, non può non conoscere http://www.youtube.com/watch?v=UBkBSSWQunQ . E questa volta un pezzo all’origine di un gruppo punk (ma la canzone, scritta da Chris Bailey, era così all’origine, viene dalla seconda fase della band) è fatto in puro stile E Street Band, con l’organo (Federici o Giordano?) che guida le danze, mentre una tromba squillante si insinua sottopelle e tutta la band segue. Un brano che dal vivo farà un figurone, un instant classic che il gruppo aveva eseguito proprio durante la parte del tour che li aveva portati in Australia, a riprova di quella teoria che i concerti servono anche per testare nuovo materiale. Anche Down In The Hole viene dal post 11 settembre di The Rising, un brano che si apre con la voce di Patti Scialfa, un banjo, il “rumore” di percussioni programmate e non (sembra un po’ il sound dell’inizio di I’m On fire o di Streets of Philadelphia)  e tastiere elettroniche varie, impreziosite dal violino di Soozie Tyrell. Heaven’s wall è uno dei pezzi di impostazione gospel-rock che doveva far parte del disco poi scartato, niente di memorabile, l’attacco a tempo di samba fa un po’ a botte con il tema religioso del brano, poi le chitarre inacidite di Bruce e Tom Morello fanno il resto, cioè non molto, anche se il brano non è cosi orribile come qualcuno lo ha dipinto (ho visto che il disco è stato recensito persino su Sorrisi, che fa delle ironie su alcuni brani ma non riesce neppure a scrivere giusto il nome degli Havalinas). Magari anche questa sarà meglio dal vivo.

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Frankie Fell In Love è una di quelle tipiche canzoni springsteeniane sull’amicizia, divertita e divertente, con un sound vagamente country, potrebbe provenire da Working On A Highway che aveva in certi brani un’atmosfera divertente e coinvolgente. This Is Your Sword è un’altra canzone di quelle di impronta religiosa, con un attacco irlandese e un suono d’insieme corale,non mi sembra così brutta da dover essere scartata e forse Bruce ha fatto bene a recuperarla, magari proprio per l’attività concertistica. Il tipo di brano “celtico” che una volta non ti aspettavi da Springsteen, ma dopo le Seeger Sessions tutto è possibile. Hunter Of Invisible Game è un valzerone mistico, dal forte impianto orchestrale, a tratti vagamente dylaniano o morrisoniano, si lascia ascoltare con piacere. Insomma, una bella canzone!

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E veniamo a uno dei brani più controversi del disco: The Ghost Of Tom Joad, in questa nuova versione elettrica aveva già fatto la sua apparizione durante l’esibizione per i 25 anni della Rock And Roll Hall Of Fame, proprio con Tom Morello alla solista http://www.youtube.com/watch?v=mzRbeHyIomk . E durante il tour dell’emisfero australiano quando il chitarrista dei Rage Against The Machine aveva sostituito Little Steven, la canzone era diventata una dei punti di forza dei concerti e quindi Bruce & Co. hanno deciso di inciderla. Apriti cielo! Già il fatto che un brano acustico da uno dei dischi più intimisti di Springsteen sia diventato una ballata rock dai crescendo chitarristici torrenziali ha creato “furore” tra alcuni dei fans più tradizionalisti del Boss, ma addirittura inciderla in una nuova versione è stata quasi vista come una offesa. Perché, why? Anche Atlantic City ha subito un tipo di trattamento quasi simile con ottimi risultati, ok, dal vivo, forse l’unico appunto che si può fare è quello che il brano si poteva concludere verso i cinque minuti e mezzo, senza gli “esagerati” virtuosismi di Morello nella parte finale, che dal vivo avevano un senso ma qui sono troppo sopra le righe, anche se non dobbiamo dimenticare che anche ai tempi d’oro degli anni ’70 questi tour de force chitarristici tra Springsteen e Little Steven erano all’ordine del giorno, basta non esagerare, e comunque anche le altre chitarre presenti nel pezzo non suonano come suonate da signorine! Vogliamo l’edit radiofonico.

The Wall, non una cover del brano dei Pink Floyd, è un sentito omaggio, una sorta di elegia per Walter Cichon, il leader dei Misfits, un band locale del New Jersey, molto importante per la formazione musicale del Boss, “missing in action” in Vietnam nel 1968 e che è l’occasione anche per un ricordo del “muro” dove si trovano tutti gli altri nomi al Vietnam Veterans Memorial di Washington. Una ballata sobria e sentita, dove si sente perfino il piano di Bittan che unito al classico sound dell’organo e da un assolo di tromba ben piazzato ben piazzato nell’economia della canzone che avrebbe fatto la sua bella figura anche in Wrecking Ball (e in qualsiasi altro album). Conclude un altro brano che dal titolo potrebbe ricordare certe cose di Roy Orbison, Dream baby dream e invece, come tutti sanno, è un brano dei Suicide http://www.youtube.com/watch?v=eaZRSQfFo8Y : ebbene questa versione ricorda proprio quel tipo di suono à la Orbison, un po’ melodrammatico e un po’ classico, poi la canzone è molto bella di suo e Springsteen l’ha sempre amata molto e ce la propone in una versione che mescola suoni vintage a sonorità moderne con ottimi risultati. Bel finale. Purtroppo dischi belli come quelli di un tempo questo signore di 64 anni forse non ne farà più (ma non è detto, vedasi Dylan): per lenire le ferite Jon Landau ha annunciato, o fatto capire, che probabilmente nel corso dell’anno uscirà una versione espansa Deluxe di The River, l’ultimo dei capolavori rock (perché i dischi acustici in solitaria sono un’altra parrocchia) e il preferito di chi scrive, ebbene sì, anche più di Darkness e Born To Run. Vedremo, per il momento restiamo in attesa di questo disco che uscirà il 14 gennaio e, come detto all’inizio, resta meglio dell’80, ma anche 90% di quello che esce al giorno d’oggi, quindi non meniamocela troppo. Ok è Springsteen, e quindi!

Bruno Conti