Un Sensazionale Cofanetto Per Uno Dei Tour Più Famosi (e Belli) Di Sempre. Bob Dylan – Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings

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Bob Dylan – Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings – Columbia/Sony 14CD Box Set

In questi giorni, per l’esattezza dal 12 Giugno in poi (e solo l’11 in poche sale cinematografiche mondiali, in Italia la città scelta è Bologna) uscirà sulla piattaforma Netflix l’attesissimo documentario curato da Martin Scorsese Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story, che come suggerisce il titolo narra le vicende del famoso tour del 1975 di Bob Dylan con la Rolling Thunder Revue, con immagini di repertorio, sia inedite che riprese dal noto film Renaldo And Clara, diverse performances dal vivo e le testimonianze odierne dei protagonisti di allora, Dylan incluso (spero in una prossima pubblicazione su DVD e BluRay, dato che non ho intenzione di abbonarmi a Netflix solo per vedere un singolo evento). La storia della RTR è abbastanza nota: nel 1975 Dylan era a livelli di popolarità simili a quelli del biennio 1965-66, dopo la trionfale tournée dell’anno prima con The Band, lo splendido album Blood on The Tracks e la pubblicazione del doppio LP The Basement Tapes. Bob non aveva dato seguito a Blood On The Tracks con un tour, ma verso fine anno gli venne appunto l’idea della Rolling Thunder Revue, che si rivelò essere un magnifico carrozzone di musicisti di varia estrazione che girò l’America esibendosi sia in arene già usate per concerti rock che in posti meno canonici, a volte perfino senza alcun battage pubblicitario.

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Una sorta di “anti-tour” quindi, ma che vide il nostro autore di alcune tra le migliori performance della sua carriera, coadiuvato da una super band che vedeva al suo interno chitarristi come T-Bone Burnett, Mick Ronson e Steven Soles, il polistrumentista David Mansfield, la bravissima violinista Scarlet Rivera (scoperta da Dylan stesso mentre suonava per strada) e la sezione ritmica di Rob Stoner al basso e Howie Wyeth alla batteria. Come ciliegina, giravano con Bob artisti del calibro di Joan Baez (che tornava quindi on stage con Dylan dopo dieci anni), Roger McGuinn, Ramblin’ Jack Elliott, Joni Mitchell, Bob Neuwirth, Allen Ginsberg e Ronee Blakley, che avevano tutti, chi più chi meno, dei momenti da solista durante gli spettacoli (Bob aveva invitato ad unirsi al tour anche Patti Smith e Bruce Springsteen, che però declinarono cordialmente in quanto avevano tutti e due una carriera in rampa di lancio).

Il tour ebbe due fasi, intramezzate dalla pubblicazione nel Gennaio del 1976 dell’album Desire (registrato con il nucleo della RTR, senza gli ospiti ma con Emmylou Harris alla seconda voce): l’autunno del 1975 e la primavera del 1976, che vedeva una versione più canonica e meno pittoresca del gruppo, e con meno super ospiti (questa seconda incarnazione è quella immortalata nel live album Hard Rain). Il tour divenne leggendario quindi per le serate del 1975, grazie anche alla forte campagna per la liberazione del pugile Rubin “Hurricane” Carter (incarcerato per triplice omicidio, ma innocente per gran parte dell’opinione pubblica), campagna della quale Dylan fu uno dei principali promotori, e non solo per il popolare singolo Hurricane. Finora questa prima parte del tour, a parte il già citato film Renaldo And Clara (comunque fallimentare) era stata documentata soltanto dal quinto episodio delle Bootleg Series dylaniane (che ora viene ristampato per la prima volta su triplo vinile), un doppio CD bellissimo che però adesso viene reso completamente inutile da questo monumentale cofanetto intitolato Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings, un’opera di immenso valore artistico che è anche in un certo senso il compendio audio del film di Scorsese.

Il box, 14 CD più un libretto di 56 pagine, non ha la pretesa di documentare l’intera tournée (com’era successo per l’altro box dylaniano “a cubo” con i concerti del 1966), ma inserisce “solo” le cinque serate migliori e meglio registrate (solo la parte di Bob, non quella in cui si esibiscono gli ospiti), ma con l’aggiunta di ben tre dischetti di prove di studio mai sentite prima neanche nei bootleg, ed un CD di rarità assortite. Il Bootleg Series del 2002 è presente nella sua interezza, e così anche le quattro canzoni del raro EP 4 Songs From Renaldo And Clara, uscito nel 1978, ma il resto è inedito, ed è di qualità manco a dirlo eccezionale. Certo, non mancano le ripetizioni (le scalette dei concerti erano piuttosto rigide), non è stata inclusa la famosa “Night Of The Hurricane” al Madison Square Garden, ma direi che non ci possiamo lamentare ed anzi dobbiamo godere di queste performances, che scivolano via talmente bene che il box si ascolta relativamente in poco tempo. Last but not least, nei dischetti delle prove sono presenti alcuni inediti dylaniani assoluti (anche se alcuni appena accennati), che non verranno mai più ripresi da Bob in seguito. Ma vediamo in dettaglio il contenuto dei 14 CD.

CD 1: S.I.R. Rehersals, New York Ottobre 1975. Registrato in mono come i CD numero 2, 3 e 14 (mentre i concerti sono in stereo) questo dischetto comprende diverse takes incomplete, tra cui una versione improvvisata del traditional Rake And Ramblin’ Boy, una rara I Want You (nel senso che non appariva nelle scalette dei concerti, ed è un peccato perché prometteva bene), una countryeggiante She Belongs To Me cantata con un’insolita voce carezzevole e l’inedita Hollywood Angel, un discreto pezzo di matrice blues. Tra i brani completi abbiamo la gioiosa Rita May, un breve accenno al gospel What Will You Do When Jesus Comes? (altro inedito dylaniano), una struggente Spanish Is The Loving Tongue (doveva proprio piacere a Bob, in quegli anni la ficcava ovunque) ed una ripresa del classico di Peter LaFarge The Ballad Of Ira HayesCD 2. Come il primo, anche questo CD si occupa delle prove ai S.I.R. Studios della Big Apple: come chicche abbiamo due strepitose She Belongs To Me e A Hard Rain’s A-Gonna Fall entrambe in versione blues, un medley fantastico tra This Wheel’s On Fire, Hurricane e All Along The Watchtower e due rarità come Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts (eseguita una sola volta durante il tour) e It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding). Ci sono altre due canzoni inedite scritte da Bob, la discreta ballata pianistica Gwenevere e la toccante Patty’s Gone To Laredo (molto bella, peccato sia poi sparita dai radar), senza dimenticare una splendida If You See Her, Say Hello in perfetto stile DesireCD 3: Seacrest Motel Rehersals, Falmouth, MA. Uno dei dischetti più belli del box, solo otto canzoni ma suonate con una professionalità tale che sembrano tratte da un concerto, con gemme come la stupenda Tears Of Rage (con Joan Baez), il traditional Easy And Slow, deliziosa e commovente, tra gli highlights assoluti del cofanetto, e la rara (in questo tour) Ballad Of A Thin Man.

CD 4-5: Worcester 19/11/75. Bellissimo concerto, che inizia con una bella versione, piena e rotonda, di When I Paint My Masterpiece, per poi proseguire con una scattante It Ain’t Me, Babe  ed una ispiratissima The Lonesome Death Of Hattie Carroll, davvero magnifica. Detto di sei lucide e vibranti proposte dall’imminente Desire (Romance In Durango, Isis, Hurricane, Oh Sister, One More Cup Of Coffee e Sara) e di un’eccellente Tangled Up In Blue con Bob da solo sul palco, troviamo anche un delizioso intermezzo elettroacustico con Dylan e la Baez che armonizzano come ai bei tempi con Blowin’ In The Wind, Mama, You Been On My Mind (in puro stile country-rock) ed il traditional Wild Mountain Thyme, e Joan che resta sul palco anche per una bella cover del classico di Merle Travis Dark As A Dungeon ed una fluida I Shall Be Released. Gran finale con Just Like A Woman, Knockin’ On Heaven’s Door (in cui Bob duetta con McGuinn) ed una rilettura quasi bluegrass dell’evergreen di Woody Guthrie This Land Is Your Land, dove anche la Baez, McGuinn, Elliott, Neuwirth e la Mitchell cantano una strofa. CD 6-7: Cambridge 20/11/75. Scaletta pressoché identica a quella dei due dischetti precedenti, con la sola eccezione di Tangled Up In Blue sostituita da una toccante Simple Twist Of Fate, cantata con passione e sentimento. Dylan è in formissima e molti brani sono anche meglio che a Worcester, come per esempio When I Paint My Masterpiece, Romance In Durango, Blowin’ In The Wind e Hurricane.

CD 8-9: Boston 21/11/75, Afternoon Show. Qualche cambiamento in scaletta, come una trascinante A Hard Rain’s A-Gonna Fall dal ritmo sostenuto ed arrangiamento rock-blues, una strepitosa Mr. Tambourine Man acustica (una delle più belle mai sentite) e, nella parte con la Baez, Blowin’ In The Wind e Wild Mountain Thyme sostituite rispettivamente da una splendida The Times They Are A-Changin’ e dalla squisita I Dreamed I Saw St. Augustine, mentre Dark As A Dungeon cede il posto ad una rilettura di Never Let Me Go di Johnny AceCD 10-11: Boston 21/11/75, Evening Show. Una delle migliori serate di tutto il tour, con il ritorno della scaletta “istituzionale”, compresa anche la vivace It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry al posto di Hard Rain. Non mancano comunque un paio di chicche, cioè un’intensa interpretazione del brano tradizionale The Water Is Wide (con Joan) ed una rara riproposizione di I Don’t Believe You (She Acts Like We Never Have Met) per voce, chitarra e armonica. CD 12-13: Montreal 04/12/75. Altro concerto strepitoso e scaletta più ricca del solito, 23 canzoni contro le consuete 19/20: abbiamo in aggiunta una fluida Tonight I’ll Be Staying Here With You ed un uno-due acustico da favola con le stupende It’s All Over Now, Baby Blue e Love Minus Zero/No Limit. In più, la migliore It Ain’t Me, Babe di tutte ed altrettante grandissime versioni di Hattie Carroll, Hard Rain, Just Like A Woman, una Sara di rara intensità ed una Blowin’ In The Wind con il ritornello cantato in francese.

CD14: Rarities. L’ultimo dischetto contiene una serie di brani suonati una sola volta durante il tour, o performances comunque particolari, ed inizia con una vera gemma, una toccante One Too Many Mornings a due voci (Bob e Joan), e con Eric Andersen alla chitarra, registrata al Gerde’s Folk City di New York, locale storico del Village in cui si esibì anche un giovane Dylan nel 1961. Si prosegue con una strana Simple Twist Of Fate per sola voce, piano ed una batteria insistita (versione bizzarra, ho sentito di meglio) e con una bella Isis che il violino della Rivera rende più simile a quella finita poi su Desire. Ed ecco un po’ di rarità assortite, una serie di canzoni che vedono Bob esibirsi in acustico e registrate amatorialmente, con una qualità da discreto bootleg anche se le performance sono comunque di grande valore artistico ed i titoli parlano da soli: With God On Our Side, It’s Alright Ma, The Ballad Of Ira Hayes, Your Cheatin’ Heart di Hank Williams (questa registrata un po’ meglio, ma sembra più un rehearsal che un brano live), The Tracks Of My Tears di Smokey Robinson ed una bella rilettura del traditional Jesse James. Chiusura con una tostissima It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry, incisa a New York durante il concerto “Night Of The Hurricane” e con Robbie Robertson alla chitarra solista. Un cofanetto imperdibile quindi, con un prezzo tutto sommato giusto per il contenuto (circa 70 Euro): alla fine dell’ascolto sarete talmente soddisfatti che 14 CD vi potranno sembrare anche pochi.

Marco Verdi

Crisi Del Terzo Disco? No, E’ Il Più Bello Dei Tre. The Secret Sisters – You Don’t Own Me Anymore

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The Secret Sisters – You Don’t Own Me Anymore – New West CD

Devo fare una doverosa premessa: questa recensione sarà ricca di aggettivi altisonanti, e prima che pensiate che ho esagerato vi confermo che sono tutti meritati. Le sorelle di Muscle Shoals Laura e Lydia Rogers, in arte The Secret Sisters, hanno fatto parlare molto di loro con i primi due album: il primo, omonimo, del 2010 è stato un fulmine a ciel sereno, un bellissimo disco di puro country e folk nel quale le due ragazze rivisitavano diversi brani della tradizione e canzoni di Hank Williams, George Jones, Bill Monroe e Buck Owens, oltre a comporne un paio per conto loro, seguite in studio nientemeno che da Dave Cobb (all’epoca non così “prezzemolo” come oggi) e T-Bone Burnett come produttore esecutivo http://discoclub.myblog.it/2010/10/30/a-dispetto-del-nome-chiaramente-country-the-secret-sisters/ . Un album che ha ricevuto critiche positive quasi ovunque, pur non conseguendo vendite soddisfacenti; ben quattro anni dopo ecco il seguito, Put Your Needle Down, ancora con Burnett in regia e con stavolta la maggior parte dei brani ad opera delle due sisters: il risultato commerciale è stato ancora più deludente, e c’è stata stavolta anche qualche critica qualitativa non positiva, al punto che la Universal ha poi deciso di sciogliere il contratto delle ragazze. A tre anni di distanza, e con un nuovo accordo con la New West, ecco il terzo album delle Sorelle Segrete, You Don’t Own Me Anymore, per il quale è stato chiesto l’aiuto in sede di produzione della brava Brandi Carlile (e anche dei gemelli Tim e Phil Hanseroth, da sempre inseparabili collaboratori della cantautrice di Washington): ebbene, sarà per l’apporto di Brandi (che ha scritto anche diversi brani insieme alle Rogers), la quale ha dato sicuramente nuovi stimoli ed una visione differente da quella di Burnett, sarà per la grande forma compositiva di Laura e Lydia, ma You Don’t Own Me Anymore non solo è il miglior disco delle Secret Sisters, ma è anche un grande album in his own right.

Lo stile di partenza è sempre lo stesso, una musica giusto a metà tra country e folk con uno stile che rimanda a sonorità d’altri tempi, ma qui troviamo anche canzoni dall’approccio più moderno, che in un paio di casi arrivano a sfiorare il rock, il tutto dovuto senz’altro alla presenza tra i musicisti della stessa Carlile e degli Hanseroth Twins (e le Sisters hanno restituito il favore partecipando con una canzone a Cover Stories, il bellissimo tributo all’album The Story della Carlile): ma quello che fa la differenza è certamente la bellezza delle canzoni, ispirate come non mai, e le splendide e cristalline armonie vocali di Laura e Lydia, vero punto di forza del duo. Per avere un’idea di come sarà il CD basta ascoltare l’iniziale Tennessee River Runs Low, con strepitoso attacco a cappella ed atmosfera subito vintage, poi entrano in maniera potente i musicisti (che però usano strumenti acustici, ma la sezione ritmica c’è e si sente), con il banjo a dare un sapore dixieland, ottimo uso del piano, grandi voci e suono splendido. Molto bella anche Mississippi, una ballata dal sapore folk ma con un arrangiamento di grande forza, un drumming secco ed una melodia bellissima, nobilitata da un notevole crescendo; Carry Me è un’altra ballata profonda e toccante, con un arrangiamento più moderno ma non per questo meno emozionante, con le voci purissime delle due ragazze ed una chitarra twang a guidarle, mentre King Cotton è un irresistibile country-folk dal sapore antico, che sembra balzato fuori dalla colonna sonora di O Brother, Where Art Thou?, davvero splendida anche questa.

Kathy’s Song è proprio il classico brano di Simon & Garfunkel, e le ragazze mantengono intatta la bellezza dell’originale, He’s Fine è semplicemente formidabile, una folk song in purezza, dal ritmo sostenuto ma strumentazione parca, melodia cristallina e pathos incredibile; To All The Girls Who Cry è uno slow pianistico di grande intensità, mentre Little Again è giusto a metà tra una western ballad ed una scintillante folk song, anche qui con un motivo di prim’ordine. La title track è una ballata dal delicato sapore anni sessanta, la sinuosa The Damage è invece una raffinata canzone tra country, folk e jazz, davvero squisita, ‘Til It’s Over è toccante, ancora purissima e cantata in maniera eccellente, Flee As A Bird, unico traditional presente, chiude l’album con una folk song incontaminata, solo due voci ed un banjo. Mi rendo conto, come ho scritto all’inizio, che ho speso diversi aggettivi “importanti” per descrivere questo terzo disco delle Secret Sisters, ma non ho dubbi che, se vorrete farlo vostro, la penserete come me.

Marco Verdi

*NDB Anche questo uscirà il prossimo 9 giugno, così concludiamo la trilogia delle anteprime della settimana, domenica un’altra.

Dopo Trent’Anni E’ Ancora Una Goduria! Roy Orbison – Black & White Night 30

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Roy Orbison – Black & White Night 30 – Legacy/Sony CD/DVD – CD/BluRay

Nella seconda metà degli anni ottanta ci fu una meritoria operazione di revival per quanto riguardava il grande Roy Orbison, uno degli originali rock’n’roller del periodo d’oro della Sun Records: dopo i fasti (e le tragedie personali) degli anni cinquanta e sessanta, la figura di Roy cadde nel dimenticatoio per tutti i settanta (anche se in quel periodo continuò ad incidere) e soprattutto nel primo lustro degli eighties; il primo a tirare fuori il nostro dalla naftalina fu il regista David Lynch, che nel suo controverso ma famoso film Blue Velvet diede una parte centrale alla canzone In Dreams. Poi ci fu il Grammy vinto per il duetto con k.d. lang in Crying, e nel 1987 il doppio album In Dreams, contenente versioni rifatte da capo a piedi dei suoi classici. Ma la parte centrale dell’operazione di recupero di “The Big O” fu il concerto tenutosi nel Settembre del 1987 al piccolo Cocoanut Grove di Los Angeles, un evento che rimarrà negli annali come Black & White Night, in quanto il bianco e nero era sia il dress code della serata che la tecnica con cui venne girato il filmato. Il concerto ebbe un enorme successo (passò via cavo per la HBO ed uscì anche al cinema), tanto che dopo due anni uscì anche in CD e VHS (ed in DVD diversi anni dopo): peccato che nel 1989 il vecchio e malandato cuore di Orbison avessa già ceduto, senza avere il tempo di godersi il successo del suo vero e proprio comeback album, lo splendido Mystery Girl (invece riuscì a vedere il suo nome di nuovo in testa alle classifiche con il primo disco del supergruppo dei Traveling Wilburys, formato con George Harrison, Bob Dylan, Tom Petty e Jeff Lynne).

Oggi i figli di Roy, curatori degli archivi dopo la morte della madre Barbara (che era anche la manager del nostro, oltre che la seconda moglie), ripubblicano quella storica serata nel trentennale del suo svolgimento (ma sono già passati trent’anni? Quasi), in un’elegante confezione contenente sia il CD che il DVD (o, per la prima volta, il BluRay), ed aggiungendo anche dei bonus per rendere il piatto ancora più succulento. Le cose che saltano all’occhio (e all’orecchio) sono la nitidezza dell’immagine nonostante il bianco e nero e la purezza del suono, completamente rimasterizzato, ma soprattutto il fatto che per questa edizione tutto il filmato sia stato rimontato da capo a piedi, utilizzando riprese inedite effettuate con telecamere diverse da quelle del video originale, rendendolo quindi accattivante anche per chi possedeva il vecchio DVD o VHS. Ed è un immenso piacere godere nuovamente di quella magica serata, che vede in Roy un frontman carismatico ed in forma smagliante, accompagnato da una house band coi controfiocchi, la TCB Band, ovvero il backing group di Elvis Presley negli ultimi anni di carriera: Glen D. Hardin al piano, Jerry Scheff al basso, Ron Tutt alla batteria e soprattutto l’inarrivabile chitarrista James Burton, che sarà il vero protagonista della serata, dopo Roy ovviamente.

Ma questa Black & White Night è passata alla storia anche per la quantità impressionante di “amici” sul palco ad accompagnare Orbison, un vero e proprio parterre de roi che comprende un insieme di backing vocalists composto da Jackson Browne, J.D. Souther, Steven Soles, Bonnie Raitt, Jennifer Warnes e k.d. lang, più un trio di chitarristi formato da Bruce Springsteen, Elvis Costello e T-Bone Burnett (che è anche il cerimoniere), e Tom Waits all’organo e chitarra acustica (completano il quadro Mike Utley alle tastiere, Alex Acuna alle percussioni ed un quartetto d’archi). E la cosa che si nota è che nessuno degli ospiti invade lo spazio di Roy, non ci sono neppure duetti (solo il Boss armonizza con il leader in due brani, Uptown eDream Baby https://www.youtube.com/watch?v=ANy4x3wgTSA ), anzi guardano al nostro con immenso rispetto e devozione, quasi intimoriti dal suo particolare carisma (Orbison ha sempre avuto una presenza magnetica pur non muovendo un muscolo durante le sue esibizioni, tanto bastava la sua voce formidabile per entusiasmare): la sola presenza di Waits, uno che fa fatica a muoversi anche per promuovere sé stesso, è indicativa in tal senso. E’ quindi, lo ribadisco, un immenso piacere riascoltare (e rivedere) il grande Roy alle prese con le sue inimitabili ballate, veri e propri classici quali Only The Lonely https://www.youtube.com/watch?v=4YG__LBJVZ0 , In Dreams, Crying (cantata da solo nonostante la presenza della lang), It’s Over, Running Scared, Blue Bayou, canzoni nelle quali la voce allo stesso tempo gentile e potente del nostro è davvero l’arma in più; ma se Roy è famoso più che altro come balladeer, in questo concerto ha grande spazio anche l’Orbison rocker, con versioni strepitose e coinvolgenti Dream Baby, Mean Woman Blues (durante la quale Roy gigioneggia e si diverte con il suo tipico brrrrrrrr), e due incredibili versioni di Ooby Dooby e Go!Go!Go! (Down The Line), con Burton che fa letteralmente i numeri con la sua sei corde.

Ci sono anche un paio di brani nuovi, che finiranno due anni dopo su Mystery Girl (la marziale The Comedians, scritta da Costello, e la pimpante (All I Can Do Is) Dream You), ed un gran finale con una Oh, Pretty Woman da urlo, più di sei minuti di grande rock’n’roll con Burton che sotterra tutti nella jam finale, entusiasmando non poco il pubblico del piccolo club (nel quale si riconoscono Kris Kristofferson, Billy Idol e l’attore Patrick Swayze). Abbiamo detto dei bonus, sia nella parte audio che video: due nel concerto principale (la lenta Blue Angel, assente anche dalla trasmissione televisiva dell’epoca, ed una versione alternata e più sintetica di Oh, Pretty Woman), più un mini-concerto segreto tenutosi a fine serata e con un pubblico ristretto, cinque canzoni che erano presenti anche nella setlist principale, ed eseguiti più o meno allo stesso modo (ma Claudette secondo me è più riuscita), che nel CD sono assenti ma proposti a parte come download digitale con tanto di codice, una pratica piuttosto antipatica a mio parere. Conclude il tutto un documentario di poco più di dieci minuti con immagini tratte dalle prove e brevi interviste ad alcuni ospiti della serata, un filmato interessante ma forse non indispensabile. Black & White Night era uno dei migliori live degli anni ottanta, ed in assoluto una delle cose migliori della carriera di Roy Orbison, e questa ristampa ce lo riconsegna in tutto il suo splendore.

Marco Verdi

Dal Vivo E Dal Texas! 2: Ryan Bingham/Ryan Bingham – Live

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Ryan Bingham – Live – Axster Bingham CD

Dopo cinque album di studio, anche per Ryan Bingham è arrivata l’ora del disco dal vivo. Bingham è indubbiamente uno dei migliori talenti venuti fuori negli ultimi dieci anni, non solo in Texas (anche se lui è nativo del New Mexico, è cresciuto nel Lone Star State) ma in tutti gli Stati Uniti: il suo debut album, Mescalito, nel 2007 fa giustamente gridare al miracolo più di un critico, per le sue bellissime canzoni, le sue ballate elettriche, forti, desertiche, ben sostenute dalla voce roca, matura ed incredibilmente espressiva del leader; il disco non vende tantissimo, ma inizia a far girare il nome di Ryan nel circuito che conta, ed in più di una classifica dei migliori del 2007 viene nominato come esordio dell’anno. Roadhouse Sun, pubblicato due anni dopo, continua sulla stessa falsariga, stesso suono, stesso stile di canzoni, un rock chitarristico forte e grintoso con qualche reminescenza country, un disco che vende di più del suo predecessore anche se a mio parere è leggermente inferiore (e poi viene un po’ a mancare l’effetto sorpresa). Nello stesso anno arriva, quasi inatteso, il grande successo: T-Bone Burnett lo vuole tra gli artisti di punta della colonna sonora del film Crazy Heart (con un grande Jeff Bridges), ed il brano principale del film, The Weary Kind (scritto e cantato proprio da Ryan), vince sia il Golden Globe che l’Oscar come miglior canzone originale (il film ne vince in totale due, e l’altro va proprio a Bridges come miglior attore protagonista).

Il successivo album, Junky Star (2010), risulta ad oggi essere il più venduto della sua breve discografia, sicuramente grazie al traino della colonna sonora di cui sopra, anche se, pur non mancando qualche bella canzone, si nota un inizio di ripetitività, che viene ingigantita dal seguente Tomorrowland, uscito due anni dopo, un lavoro decisamente rock, ma involuto, poco ispirato e che mostra un autore in preoccupante stallo. Quando già sembrava che Bingham si apprestasse ad entrare nell’affollato club degli artisti che si sono persi per strada, ecco la zampata, da vero texano verrebbe da dire: Fear And Saturday Night, pubblicato lo scorso anno, è di nuovo un grande disco, forse il migliore dopo l’esordio, un album di un cantautore che ha di nuovo ritrovato il suo “mojo”, meno unidirezionato verso territori rock, ma pieno di ballate di stampo roots vere, intense ed eseguite con rinnovato feeling, in pratica uno dei dischi migliori del 2015.

Adesso, come dicevo prima un po’ a sorpresa, esce il suo primo disco dal vivo, intitolato laconicamente Live, registrato il 6 Agosto di quest’anno a New Braunfels (Texas, ovviamente), un album che conferma lo splendido momento di forma di Ryan, il quale ci regala 14 pezzi tratti dal suo songbook, suonati e cantati con una grinta ed un’energia incredibili, arrangiamenti decisamente rock e chitarristici ma con una forza interiore ed un pathos davvero elevati; Bingham è accompagnato da una band di cinque elementi, con gli ottimi chitarristi Daniel Sproul e Jedd Hughes, il bassista Shawn Davis, il batterista Nate Barnes e lo straordinario violinista Richard Bowden, da non confondersi con l’omonimo chitarrista, sempre texano (ma è comunque colui che ha suonato il violino sul mitico Lubbock (On Everything) di Terry Allen).  A dimostrazione che forse anche Ryan la pensa come me (ma vi giuro che non ci siamo sentiti!), gli album che vengono privilegiati sono proprio il primo e l’ultimo, dai quali vengono scelti ben nove pezzi complessivamente sui 14 totali del live, e da Tomorrowland non ne viene preso nemmeno uno, mentre da Junky Star provengono soltanto la discreta Depression e la folkie Hallelujah, entrambe con echi springsteeniani. Anche da Roadhouse Sun vengono estratti solo due brani, ma sono tra i più belli della serata: la trascinante Tell My Mother I Miss Her So, quasi country ma suonata con grinta e piglio da rocker (e con un grande Bowden al violino), ed una Bluebird da sballo, lunga (più di nove minuti), fluida e tersa, puro cantautorato texano deluxe, e che assolo di chitarra!

Chiaramente anche il recente Fear And Saturday Night è ben rappresentato, con quattro canzoni: la roccata e solida Top Shelf Drug, forte ed energica, la bellissima Radio, puro rock d’autore, classico e chitarristico, con un ottimo ritornello ed uno strepitoso finale a ritmo forsennato, la fulgida My Diamond Is Too Rough, una ballata davvero notevole che dimostra di che pasta è fatto il nostro, e la splendida e dylaniana (ed acustica) Nobody Knows My Trouble, tra le migliori mai scritte da Ryan. E poi c’è Mescalito, dal quale provengono ben cinque pezzi: l’iniziale Sunrise, potente e discorsiva, nella quale violino e chitarra creano un alveo perfetto per la voce arrochita di Bingham, e le ultime quattro, tra le quali spiccano la bella Southside Of Heaven, una sontuosa ballata tra Texas e tradizione, e la conclusiva Bread And Water, spedita e coinvolgente, una delle signature songs del giovane texano. Naturalmente non manca neppure The Weary Kind (messa a poco più di metà concerto), ripresa, inutile dirlo, in maniera perfetta e piena di feeling, anche se solo da Ryan con la sua chitarra.

Dopo il deludente Tomorrowland avevo frettolosamente archiviato Ryan Bingham tra le promesse non mantenute, ma sia Fear And Saturday Night sia questo Live mi hanno fatto piacevolmente cambiare opinione.

Marco Verdi

Steven Tyler – We’re All Somebody From Somewhere. Solo Una Pausa “Country” O La Fine Degli Aerosmith?

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Steven Tyler – We’re All Somebody From Somewhere – Dot Records/Universal

Rispondendo al quesito che pongo nel titolo del Post, si potrebbe rispondere entrambi. Nel senso che Steven Tyler, in contemporanea con l’uscita dell’album, ha anche annunciato che nel 2017 partirà quello che sarà il Farewell Tour degli Aerosmith, aggiungendo poi che però potrebbe anche durare per sempre. E allo stesso tempo questo We’re All Somebody From Somewhere, il disco di esordio di Tyler come artista solista alla rispettabile età di 68 anni, viene presentato come un disco “country”. Il virgolettato l’ho aggiunto io, perché in effetti, pur avendone alcuni elementi, pochi per la verità, il disco di country non ha molto: ok, è stato registrato a Nashville, che però ultimamente è la Music City per eccellenza, la città dell’industria discografica in generale, si sentono pedal steel, un banjo, mandolini vari,  il violino e a tratti delle melodie vagamente country. Ma è quello mainstream di oggi, che si potrebbe confondere con qualsiasi altro tipo di musica: è vero che tra i quattro produttori coinvolti c’è anche T-Bone Burnett, però gli altri sono Marti Frederiksen, vecchio collaboratore di Tyler, Dann Huff, ai tempi leader dei Giant, che in effetti ha prodotto vari album di country contemporaneo e commerciale, e Jaren Johnston, dei Cadillac Three, che pure lui qualche frequentazione con il genere l’ha avuta, pur se i nomi sono Keith Urban, Dierks Bentley, Tim McGraw e altri, soprattutto come autore. Basta intendersi su cosa si intende per country? E’ come dire che Kid Rock fa rock perché nel suo soprannome appare il termine. E a pensarci bene ci sono delle analogie tra il “rapper rock” e il disco di Tyler, We’re All Somebody From Somewhere potrebbe sembrare un album di Kid Rock, tra i migliori magari, ma siamo lì: ci sono elementi southern, blues, country, ma anche pop bieco, sonorità becere e tutto il campionario del peggio del rock americano. Quello del cantante degli Aerosmith ha i suoi momenti da dimenticare, ma anche alcune canzoni di buone qualità. Diciamo che nell’insieme arriva forse, a fatica, alla sufficienza. Vogliano aggiungere che a parte per i fans incalliti non è un album indispensabile? L’abbiamo detto! Passiamo a vedere le canzoni, quindici, forse troppe, a caso, come vengono.

La partenza è promettente, il brano posto in apertura ha chiaramente l’imprinting del sound di T-Bone Burnett (le altre si fatica a distinguerle l’una dall’altra), My Own Worst Enemy è un bel pezzo, partenza lenta con arpeggi di chitarre acustiche, una fisarmonica, leggeri tocchi di tastiere, la ritmica misurata, lo stesso Tyler che canta con passione e buona intonazione, senza troppe esagerazioni rock, una classica canzone di stampo roots e di buona fattura, dalla melodia avvolgente, insomma un bel pezzo. Poi nel finale, una sterzata rock, con l’ingresso della batteria e di una chitarra elettrica tirata ma ben inserita nel contesto. Fosse tutto così l’album si sarebbe gridato al miracolo o quasi, perché non è che gli ultimi album degli Aerosmith, a ben vedere, fossero dei capolavori. The Good, The Bad, The Ugly And Me, bel titolo, anche se già sentito, è un pezzo rock, che spezza il dominio delle ballate che costellano l’album, un brano che ricorda il riff di Gimme Shelter degli amati Stones e poi si avvicina al classico sound Aerosmith, comunque ancora un buon brano, con la slide a farsi largo su una  solida traccia di impianto classic rock. E anche qui ci siamo: poi partono i mandolini all’inizio di Red, White And You e uno dice, però! Ma il pezzo si trasforma nella classica power ballad pseudo country che impera nella Nashville attuale, e non è neppure tra le peggiori del disco, la strumentazione e il sound non sarebbero neppure male, ma l’esecuzione e l’arrangiamento, con coretti beceri, lo sono meno. Sweet Louisiana, con mandolino, pedal steel e di nuovo fisa in evidenza, pare ancora un’idea di Burnett, ma il cantato un po’ troppo ruffiano a tratti di Tyler (ma l’ha sempre fatto, però in un ambito rock-blues faceva un’altro effetto), non malvagia comunque. What Am I Doing Right? ancora firmata dai fratelli Warren è un’altra discreta ballata di stampo prettamente acustico, niente da stracciarsi le vesti, abbastanza ripetitiva alla fine.

E fin qui potrebbe andare, ma vediamo le due cover poste in chiusura: Janie’s Got Gun, con Tyler che riprende un vecchio pezzo degli Aerosmith, tra violini, archi, chitarre e percussioni, in una melodrammatica versione adatta al testo trattato, ma fin troppo carica negli arrangiamenti, e anche qui col country non vedo il nesso. Piece Of My Heart era il pezzo più noto dei Big Brother And The Holding Co. di Janis Joplin, una bellissima canzone che viene riproposta in modo abbastanza simile all’originale, con un violino in evidenza a duettare con le chitarre, non brutta, ma Janis era un’altra cosa https://www.youtube.com/watch?v=wJxJL_BPM6A . Anche la title track è più o meno accettabile, scritta da Jaren Johnston con Steven, ha di nuovo quel suono pseudo roots, con mandolini, violino, in questo caso anche fiati, che si intrecciano con chitarre ruggenti e ritmiche sparate. Hold On (Won’t Let Go) sembra un pezzo dell’ultimo Jeff Beck, voce distorta, batteria sparatissima, su una base blues-rock esasperata, con tanto di assolo di armonica di Tyler, alla fine fin troppo “moderna”. It Ain’t Easy è un’altra ballata simil valzerone a base di mandolini, violini e pedal steel, evidentemente la sua idea di country, poi rovinata dai soliti arrangiamenti un po’ tamarri tipici del Nashville sound attuale.

Anche Love Is Your Name parte bene, ma in un battibaleno diventa un pezzo country-pop banale e francamente irritante, soprattutto per gli arrangiamenti fatti con lo stampino. I Make Your Sunshine, è un’altra di quelle canzoncine a base di mandolino o dobro, nel caso, che oggi imperano nelle classifiche pop, inutile insomma. Che dire di Gypsy Girl, con tanto di finta statica da vinile d’epoca, ennesima ballata soporifera. Mentre Somebody New, pur tra i soliti coretti irritanti, almeno ha un bel sound e una melodia piacevole e incalzante, vagamente di stampo californiano anni ’70, tra citazioni di Beatles e Stones, purtroppo solo nel testo, non male nell’insieme. Manca Only Heaven, altra power ballad chitarristica di stampo Aerosmith, sempre con pedal steel aggiunta, però sono gli Aerosmith di fine anni ’80, inizio anni ’90, non quelli del periodo di Dream On, per intenderci. Insomma alla fine sembra quasi di ascoltare uno dei dischi solisti di Mick Jagger, qualche canzone buona, altre discrete, ma anche molta “fuffa”. Country? Non pervenuto, anche se in quella classifica di settore ha debuttato al n°1. Complimenti a Tyler per baffetti e pizzetto, molto Pirata dei Caraibi!

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Il Momento Magico Continua! Elton John – Wonderful Crazy Night

elton john wonderful crazy night

Elton John – Wonderful Crazy Night – Mercury/Universal CD – Deluxe CD – Super Deluxe 2CD/LP

Il momento a cui mi riferisco nel titolo è quello che accompagna il cantante e pianista inglese fin dagli inizi del nuovo millennio, cioè quando con Songs From The West Coast (2001) si è rimesso di nuovo a fare bei dischi, suonati ed arrangiati come si deve, dopo almeno dieci-quindici anni di album altalenanti (alcuni proprio deludenti) e canzoni troppo commerciali, anche se in qualche caso il vecchio fuoriclasse veniva fuori (il problema non era compositivo, ma più che altro di costruzione sonora). Dopo quel disco Elton John ha pubblicato altri quattro album in studio, tutti abbondantemente sopra la sufficienza (solo Peachtree Road aveva qualche passaggio a vuoto, ma più per una ripetitività nelle canzoni che altro), con punte di eccellenza nel lavoro in duo con Leon Russell The Union http://discoclub.myblog.it/2010/10/24/duelin-pianos-elton-john-leon-russell-the-union/ , e soprattutto nel bellissimo The Diving Board di tre anni or sono, un disco ricco di sontuose ballate pianistiche che ci faceva ritrovare l’Elton degli anni settanta http://discoclub.myblog.it/2013/09/24/un-tuffo-negli-anni-settanta-elton-john-the-diving-board-570/ .

Ora (ma era annunciato da diversi mesi) ho tra le mani il nuovissimo CD di Reginald, intitolato Wonderful Crazy Night, che conferma il momento di forma ritrovata del nostro e si propone come il valido seguito di The Diving Board: alla produzione troviamo ancora T-Bone Burnett (per la terza volta consecutiva), ed Elton è accompagnato, oltre che dai fidi Davey Johnstone alla chitarra e Nigel Olsson alla batteria, da Matt Bissonette al basso, Kim Bullard alle tastiere ed organo, John Mahon ed il grande Ray Cooper (un altro habitué) alle percussioni, oltre ad una sezione fiati in un paio di pezzi e dallo stesso Burnett alla chitarra solista in Blue Wonderful. Ebbene sì, Wonderful Crazy Night è un altro grande disco, più immediato del suo predecessore, in quanto si torna ad atmosfere più rock, con maggior spazio riservato alle chitarre (che in The Diving Board erano quasi assenti), e che ci conferma che la forma compositiva di Elton non accenna a diminuire (tutti i brani sono scritti con l’ormai inseparabile partner Bernie Taupin); Burnett poi si (ri)afferma come produttore di vaglia, un sarto che cuce attorno alle canzoni sonorità perfette e destinate a fare di questo disco uno di quelli che ascolteremo a lungo durante tutto il 2016. Dieci canzoni, dodici nella costosa versione deluxe singola e quattordici nella solita e costosissima super deluxe (il consueto stillicidio insomma, c’è anche un’altra versione per la catena americana Target con due pezzi del disco in versione live).

L’album si apre con la title-track, un boogie pianistico gioioso e ritmato, con Elton subito in gran spolvero (sia vocalmente che con le dita, il suo assolo è breve ma da antologia), un avvio decisamente positivo. All’inizio In The Name Of You sembra un brano comune, ma poi arriva il ritornello ed il livello si alza sensibilmente: ritmica sempre sostenuta e strumentazione d’alta classe; Claw Hammer è più sinuosa e raffinata, si ode uno shaker in sottofondo e l’atmosfera è notturna (qui c’è lo zampino di Burnett), ma nel refrain il brano si apre e per pochi secondi fa filtrare un raggio di luce: bello l’assolo centrale di chitarra in puro stile jingle-jangle. Blue Wonderful è una magnifica rock ballad, una di quelle che Elton tira fuori quando è particolarmente ispirato, melodia splendida e toccante ed accompagnamento semplicemente perfetto: da sentire e risentire; molto bella anche I’ve Got 2 Wings, con un andamento vagamente country ed una fisa in sottofondo a darle un sapore roots, ma la melodia è tipica di Elton ed il refrain è uno dei migliori del CD.

A Good Heart è il primo vero slow dell’album, ma la strumentazione è ricca ed il risultato è ancora notevole, in primis per lo splendido motivo centrale (uno dei più belli del disco), che ci dimostra che Elton sta vivendo una seconda giovinezza dal punto di vista compositivo; Looking Up è in rotazione già da qualche mese, un uptempo vivace con il nostro scatenato al piano, il classico brano che cresce dopo diversi ascolti. Guilty Pleasure è un folk-rock trascinante e che fa battere le mani (o muovere il piede, vedete voi), una canzone atipica per Elton ma decisamente gustosa, mentre Tambourine riporta l’album su territori più consueti, con un lento elettroacustico servito nuovamente da un motivo di grande impatto, ed un assolo chitarristico che ricorda molto George Harrison. The Open Chord, altra ballata raffinata e strumentata con grande classe, chiude la versione “normale” del CD: la deluxe edition (che è quella in mio possesso) aggiunge la tenue Free And Easy, leggermente più risaputa delle precedenti, e l’elettrica e potente England And America, rockin’ Elton at his best (Children’s Song e No Monsters sono i due brani della versione super deluxe, ma non li ho ascoltati).

Elton John pare sia ormai tornato a fare grande musica in pianta stabile, e noi non possiamo che gioirne. Peccato che nessuno gli abbia detto che la copertina è veramente brutta.

Marco Verdi

Una Raffinata Serie Di Classici Per Due Amici Ritrovati! Betty Buckley – Ghostlight

betty buckley ghostlight

Betty Buckley – Ghostlight – Palmetto Records 2014

Betty Lynn Buckley è un’arzilla signora di 67 anni (portati benissimo), un’artista poliedrica che nella sua lunga carriera ha fatto cinema (tra i tanti Un’Altra Donna con Woody Allen, Frantic con Harrison Ford, Carrie Lo Sguardo Di Satana), programmi televisivi (La Famiglia Bradford  e la serie The Pacific, visti anche dalle nostre parti), spettacoli teatrali (il musical Cats con cui vinse il premio Tony Award nel 1983), e, a mia insaputa, anche cantante di “cabaret”, con la pubblicazione di ben 16 album, con numerosi premi ricevuti. Dopo questo “curriculum vitae” di tutto rispetto e altro, bisogna anche dire che la Buckley vanta una vecchia e lunga amicizia (fin dai tempi di Fort Worth, Texas, dove è nata e dove registrarono il primo album, per entrambi, nel lontano 1967) con il grande “coetaneo”,  prima cantante e poi produttore T-Bone Burnett, e come in tutte le favole a lieto fine Betty e TBone si sono ritrovati, e con un altro gigante della musica, Bill Frisell, hanno dato voce e corpo a questo Ghostligh, che risulta evocativo di quella amicizia.

Ghostlight è stato registrato al The Village di Los Angeles, e come in tutte le produzioni di Burnett vengono chiamati a suonare musicisti di valore come Tom Canning al pianoforte, Matt Betton alla batteria, David Piltch al basso, Charlie Bishart al violino, Cameron Stone al cello, Chas Smith alla pedal-steel, guidati dallo stesso T-Bone Burnett alla chitarra elettrice e acustica e con Bill Frisell al banjo e alle chitarre, per un mix di canzoni pescate dal repertorio dei grandi autori di Broadway degli anni ’60,  e autori contemporanei, suonati con sfumature jazz, e che vivono sulla splendida voce della Buckley.

Il disco si apre con la melodia di Come To Me Bend To Me scritta dal duo Lerner e Loewe (portata al successo tra gli altri da Andy Williams), seguita da una passionale If You Go Away, che non è altro che la versione di Ne Me Quitte Pas (una delle più belle canzoni di sempre) di Jacques Brel, qui rifatta a tempo di marcetta con l’accompagnamento del violino di Bishart, dalla famosissima Blue Skies (cavallo di battaglia di Ella Fitzgerald e Frank Sinatra) arrangiata e interpretata in perfetto “Broadway style”, e una dolcissima Throw It Away di Abbey Lincoln (moglie del famoso batterista Max Roach), con la chitarra di Frisell che dispensa note intime. Arriva il momento di una Lazy Afternoon (portata al successo da Barbra Streisand), qui estesa a più di dieci minuti ( e rivoltata come un calzino), quasi un pezzo “ambient” con tocchi di raffinata psichedelia, per poi passare alla pianistica Bewitched  e alla struggente ariosa melodia di This Nearly Was Mine, interpretate al meglio dalla Buckley in un atmosfera da “musical”, che ci introduce poi ad uno “standard” della musica jazz come Body And Soul,  resa celebre da Paul Whiterman, portata al successo da Coleman Hawkins e registrata da tutti i più grandi (Amstrong, Fitzgerald, Sinatra, Vaughan, Billie Holiday, forse la versione più famosa, Bennett e altri cento) con Bill Frisell alla chitarra elettrica e una voce senza tempo https://www.youtube.com/watch?v=tMDwvL7Q5Qc . Ci si avvia (purtroppo) alla fine con una canzone tipicamente rock di Marty Balin (cantante dei primi Jefferrson Airplane) Comin’ Back To Me (la trovate su Surrealistic Pillow), qui rifatta da Betty in una versione delicata e armoniosa, mentre Dreamsville è pescata dal noto film Colazione Da Tiffany con la colonna sonora d Henry Mancini, andando infine a chiudere omaggiando due autori contemporanei, una meravigliosa ballata di Tom Waits Take It With Me When I Go (da Mule Variatons (99), e una dolente e triste Where Time Stands Still presa in prestito da Stones In The Road (94), da una delle mie cantautrici preferite Mary Chapin Carpenter, giusto finale di un lavoro da incasellare nel genere “vocal jazz ma non solo”!

betty buckley 1967 betty biuckley t-bone burnett

T-Bone Burnett come produttore ha cambiato il mondo della musica (in quanto ha sempre cercato di rendere ogni suo progetto più perfetto di quello precedente), e in questo Ghostlight ha trovato nella “coetanea” Betty una di quelle rare cantanti che assimila tutti i generi e li rende propri, con una splendida voce che in ogni brano ci regala una tenera e calda emozione, perché in fondo la buona musica è buona musica, e le buone canzoni sono buone canzoni, e in questo lavoro se ne trovano in abbondanza!

Tino Montanari

Novità Di Febbraio Parte IA. Rhiannon Giddens, Chicago, Pops Staples, Mavericks, Amy Speace E Duke Garwood

rhiannon giddens tomorrow is my turn

A fine mese consueto riepilogo delle novità più interessanti del mese che non hanno avuto, o avranno, una loro recensione o segnalazione specifica. Nei giorni passati sono uscite anche le varie edizioni di Physical Graffiti dei Led Zeppelin, Ol’ Glory di JJ Grey & Mofro, Ooh Yea di Mahalia Barnes. Terraplane di Steve Earle, il nuovo Blackberry Smoke e diversi altri titoli di cui si è parlato più o meno diffusamente sul Blog. In attesa di altri Post completi, tra oggi e domani o dopo, vi segnalo alcune uscite che mi paiono degne di nota, e potrebbero comunque poi venire approfondite. Partiamo con l’album effigiato ad inizio post.

Si tratta dell’esordio solista di Rhiannon Giddens Tomorrow Is My Turn, il primo disco solo (a parte un paio di produzioni indipendenti di assai difficile reperibilità) per la cantante e polistrumentista dei Carolina Chocolate Drops. Il CD, pubblicato dalla Nonesuch, anche grazie alla produzione del “solito” T-Bone Burnett, si discosta abbastanza dalla musica più acustica e tradizionale dei progetti con il gruppo: oltre a country, blues e old-time music, in questo album si ascoltano anche folk, sia americano che celtico, ma puree soul e persino rock. Una cover in inglese di un brano di Charles Azanvour, Tomorrow Is My Turn https://www.youtube.com/watch?v=xhUP9RyxLKg , fatta però alla Nina Simone, O Love Is Teasin, presa da Jean Ritchie ma con accenti celtici, il folk-blues di Shake Sugaree da Elizabeth Cotten https://www.youtube.com/watch?v=FqwRro2G-qA  e Waterboy di Odetta, sempre nell’ambito voci femminili, il pre-R&R e gospel di Up Above My Head, un classico di Sister Rosetta Tharpe, ma anche una ballata assai piacevole, e con il violino della Giddens in evidenza, come Don’t Let It Trouble Your Mind, scritta da Dolly Parton o il valzerone country-soul She’s Got You scritto dal grande Hank Cochran ma legato a Patsy Cline https://www.youtube.com/watch?v=yqqdihSClis . Aiuta il tutto il fatto che nel disco suoni gente come Colin Linden, Jay Bellerose, Keefus Ciancia, Dennis Crouch, Darrell Leonard, Gabe Witcher e molti altri musicisti del giro abituale di T-Bone Burnett.

chicago live in '75

Questo doppio CD dei Chicago Live in ’75, era già uscito a fine 2010 per la Rhino Handmade, quindi a tiratura limitata e piuttosto costoso, come Chicago XXXIV, ma non va confuso con il Live In Japan sempre doppio, pubblicato ai tempi nel 1975, ma registrato in Giappone nel 1972. Al di là della confusione delle date, questo concerto, che riporta il meglio di due serate al Capital Centre di Largo, Maryland tra il 24 e il 26 giugno appunto del ’75, ci presenta la band americana ancora al meglio dello sue notevoli possibilità, prima della scomparsa del chitarrista Terry Kath e della svolta verso un suono più blando e commerciale, e lo fa ad un prezzo abbastanza contenuto. Questo la tracklist dei 2 CD, con tutti i classici dell’epoca in vibranti e tirate esecuzioni:

CD1:
1. Introduction
2. Anyway You Want
3. Beginnings
4. Does Anybody Really Know what Time It Is?
5. Call On Me
6. Make Me Smile
7. So Much To Say, So Much To Give
8. Anxiety’s Moment
9. West Virginia Fantasies
10. Colour My World
11. To Be Free
12. Now More Than Ever
13. Ain’t It Blue?
14. Just You ‘N’ Me
15. (I’ve Been) Searchin’ So Long
16. Mongonucleosis
17. Old Days
18. 25 Or 6 To 4

CD2:
1. Got To Get You Into My Life
2. Free
3. I’m A Man
4. Dialogue https://www.youtube.com/watch?v=hlPaI6Jg6eU
5. Wishing You Were Here
6. Feelin’ Stronger Every Day

pops staples don't lose this

La figlia Mavis ha gelosamente conservato per molti anni i nastri di questo disco registrato dal babbo Pops Staples nel 2000, poco prima della sua morte, anche se il padre, nell’affidarglielo, l’aveva pregata di pubblicarlo subito. Ora a distanza di quasi 15 anni si è finalmente decisa e Don’t Look This è finalmente uscito per la Anti Records, con l’aiuto di Jeff Tweedy (ormai grande amico e collaboratore di Mavis) che lo ha completato, aggiungendo le voci delle sorelle Staples e la batteria del figlio (di Jeff) Spencer, più qualche tocco personale https://www.youtube.com/watch?v=VzMC6UEUNI8 . Il risultato è un gran bel disco e anche se Roebuck “Pops” non era la star della famiglia, era comunque un ottimo musicista che nella sua carriera aveva pubblicato solo 3 album come solista, oltre alla notevole produzione come “capo” dei Staples Singers, di cui questo disco potrebbe essere considerato l’ultimo capitolo https://www.youtube.com/watch?v=U2Vdoghm8Sw , visto che nel frattempo, nel 2013, è morta anche la sorella più anziana, Cleotha Staples.

mavericks mono

Secondo disco per i Mavericks dopo la reunion del 2013 culminata con l’album In Time, questo Mono sembra riportarli agli splendori dei primi tempi: nel frattempo il bassista originale della formazione Robert Reynolds (ex marito di Trisha Yearwood) è stato licenziato a ottobre 2014 dalla formazione, in quanto la sua assuefazione agli oppiacei era andata fuori controllo (sembra che chiedesse anche soldi ai fans sotto false premesse per pagarsi la sua dipendenza): comunque a parte questa triste situazione personale, parlando di musica, Raul Malo, Paul Deakin, Eddie Perez e Jerry Dale McFadden, gli altri membri originali, sembrano in gran forma, e il disco, nella sua consueta miscela di country, rock, musica cubana e messicana (con grande uso di fisarmonica), è assai piacevole e convincente. Eichetta Valory negli USa e Decca/Universal in Europa.

amy speace that kind of girl

Di Amy Speace vi abbiamo segnalato varie volte gli album sul Blog, l’ultima volta nel 2013 http://discoclub.myblog.it/2013/07/19/due-signorine-da-sposare-musicalmente-kim-richey-thorn-in-my/: ora, sempre per la Continental Song City distribuzione Ird, esce il nuovo album That Kind Of Girl (ufficialmente il 3 marzo, ma è già in circolazione): se vi piacciono le belle voci femminili, come potete leggere nella recensione del precedente album, la Speace fa centro ancora una volta con questo CD, finanziato dai fans attraverso il crowfunding della Pledge Music, e prodotto come di consueto da Neilson Hubbard, con la partecipazione di Carl Broemel dei My Morning Jacket e Will Kimbrough alle chitarre, oltre a Tim Easton, Garrison Starr, Rod Picott e Ben Glover, a livello vocale.

duke garwood heavy love

Duke Garwood chitarrista, multistrumentista e cantante inglese ha già pubblicato quattro album a proprio nome, ma un pizzico di fama e riconoscimento gli è venuta soprattutto dalla collaborazione con Mark Lanegan, per l’album Black Pudding del 2013. In possesso di una voce profonda, ma quasi sussurrata, il sound è comunque incentrato principalmente su atmosfere cupe ed intense, ballate dark di una sorta di blues futuribile, che lo presentano come personaggio interessante e diverso da gran parte di quello che circola al momento. Questo Heavy Love, esce, come il precedente, per la Heavenly e se amate un certo rock soffuso e sperimentale (ma non troppo alternativo) potrebbe valere la pena di dargli un ascolto https://www.youtube.com/watch?v=FrcCGjIX6Zo

Il seguito alla prossima.

Bruno Conti

Grande Attore, Ma Anche Musicista Coi Fiocchi ! Jeff Bridges & The Abiders – Live

jeff bridges abiders live

Jeff Bridges & The Abiders – Live – Mailboat Records

Mi viene da pensare che senza il film Crazy Heart, oggi il sottoscritto non avrebbe nel lettore questo live di Jeff Bridges & The Abiders. Jeff Bridges, noto attore americano ha sempre avuto una grande passione per la musica, e nel lontano 2000 aveva persino fatto un disco a suo nome Be Here Soon (sofisticate riletture di brani rock, country e soul, con l’aiuto di Michael McDonald e David Crosby), poi la colonna sonora di Crazy Heart lo ha definitivamente consacrato: nel film (che gli ha fruttato l’Oscar come miglior attore protagonista) Jeff canta molto bene canzoni come Hold On To You, Somebody Else, Fallin’ & Flyn’, I Don’t Know e Brand New Angel, e T-Bone Burnett (che musicalmente non è secondo a nessuno), ha capito le potenzialità di Bridges, gli ha trovato la band perfetta, poi insieme hanno trovato le canzoni, e il risultato è stato l’ottimo album omonimo Jeff Bridges (11). E siccome come dice un famoso detto “l’appetito vien mangiando”, arriva al mio ascolto anche questo Live (che non è proprio recentissimo, essendo uscito il 30 Settembre dello scorso anno), registrato durante un caldo concerto estivo al Red Rock Casino di Las Vegas, un totale di quattordici brani, in buona parte pescati dal disco d’esordio e dal film, più alcune cover scelte dal repertorio dei Byrds, Tom Waits, Townes Van Zandt, Creedence Clearwater Revival, e autori più recenti come Stephen Bruton e Greg Brown, CD pubblicato dalla Mailboat Records, l’etichetta di Jimmy Buffett.

Jeff Bridges & the Abiders Perform At The El Rey Theatre jeff-bridges-abiders

Jeff (capelli e barba bianca d’ordinanza) https://www.youtube.com/watch?v=_ct5tYkHrqY  voce, chitarra e tastiere, sale sul palco con i suoi Abiders che sono Chris Pelonis chitarra e tastiere, Bill Flores pedal steel e chitarra, Randy Tico al basso e Tom Lackner alla batteria e percussioni, iniziando con il blues incalzante di Blue Car (che arriva dalla penna di Greg Brown) cantato alla perfezione, seguito dalle atmosfere di frontiera di I Don’t Know, una ballata tra rock e country come What A Little Bit Of Love Can Do https://www.youtube.com/watch?v=oQ1lJFftyyo , la romantica Maybe I Missed The Point e la dolcissima serenata texana Exception To The Rule (del suo amico cantautore John Goodwin)  https://www.youtube.com/watch?v=nRt3Oh2fhlU , la lunga She Lay Her Whip Down con un bel lavoro della chitarra“slide”, andando a chiudere la prima parte omaggiando John Fogerty, con una pimpante e gioiosa Lookin’ Out My Back Door. Dopo una pausa e una bella bevuta di birra, si ritorna sul palco con Jeff che declama nuovamente una bellissima What A Little Bit Of Love Can Do, sorretta da batteria, pedal steel e un crescendo di chitarre, chitarre che “galoppano” anche nella successiva Van Gogh In Hollywood, per poi passare ad una delicata cover di Townes Van Zandt To Live Is To Fly (era in High, Low And In Beetwenhttps://www.youtube.com/watch?v=9J-yQuCbPjI , ad una campestre Fallin’ & Flyin’ recuperata dalla colonna sonora di Crazy Heart https://www.youtube.com/watch?v=TGJm72H31do , una inaspettata Never Let Go di Tom Waits (con Jeff al piano), per una ballata che profuma d’Irlanda (che è sempre nel mio cuore), rispolverando pure la famosissima So You Want To Be A Rock’n’Roll Star dei Byrds https://www.youtube.com/watch?v=3vT1ZsE7B6k  , chiudendo omaggiando un autore bravissimo ma poco conosciuto come il compianto Stephen Bruton (da sempre nel cuore di Jeff), con il ruspante blues di Somebody Else. Applausi!

JeffBridgesandtheAbiders jeff bridges live

Dopo il grande successo di Crazy Heart e il disco in studio prodotto da T-Bone Burnett, l’attore-cantante Jeff Bridges fa il disco che ha sempre sognato, un Live ruspante dove interpreta con il supporto di bravi musicisti, una sontuosa “setlist” di ballate, country e rock songs, cantate con una bella voce pastosa, per un CD che non ha scalato le classifiche, ma che potrebbe fare centro nel cuore degli amanti della buona musica. Sentire per credere!

Tino Montanari

P.S. Temo che stasera non vincerà nuovamente l’Oscar per il fim Il Settimo Figlio (che per fortuna non è neppure candidato), ma neanche il recente progetto, ambient e parlato, Sleeping Tapes, entrerà negli annali della musica, al di là dei suoi meriti filantropici!

Tra Leggende…Ci Si Intende! Bob Dylan – Shadows In The Night

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Bob Dylan – Shadows In The Night – Columbia/Sony CD

I mondi di Bob Dylan e Frank Sinatra sono distanti soltanto in apparenza. Infatti il Vate di Duluth ha sempre avuto una smisurata ammirazione per la Voce di Hoboken (e per Charles Aznavour, ma questa è un’altra storia), ammirazione d’altronde ricambiata da Sinatra stesso, che a differenza di atteggiamenti pubblici al limite dello sprezzante, ha sempre guardato con attenzione al mondo del rock, dal celebre duetto con Elvis in diretta televisiva, all’incisione di brani di Beatles e Paul Simon, fino all’incontro negli anni settanta con Alice Cooper per discutere della possibile incisione da parte di Frank della hit del rocker di Detroit Only Women Bleed (ipotesi poi tramontata, ma esistono foto che immortalano l’incontro).

I due mondi si incontrarono nel 1995, quando, durante il concerto celebrativo per gli ottant’anni di Ol’ Blue Eyes, Dylan offrì forse la performance più toccante della serata, con una splendida versione full band della poco nota Restless Farewell (pare su richiesta di Sinatra stesso), che, come ha intelligentemente suggerito qualcuno, è un po’ la My Way di Dylan (anche se Bob l’ha scritta all’età di 23 anni, per marcare forse l’addio all’ambiente del folk politicizzato che cominciava a stargli stretto). Tutto questo per far capire che non deve sorprendere il fatto che Dylan, come suo nuovo album di studio, abbia deciso di pubblicare un disco di covers di brani di Sinatra: che poi non è esattamente così, dato che Shadows In The Night (pronto già dallo scorso anno ma slittato a favore dei Basement Tapes) è in realtà un disco di standards della musica americana che sono stati ripresi anche dal grande cantante del New Jersey.

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Quindi non ci sono le hit di Sinatra, niente Strangers In The Night, My Way o New York, New York, ma una bella serie di classici che Ol’ Blue Eyes ha ripreso almeno una volta in carriera, anche se difficilmente li troverete in un greatest hits di Frank. Una scelta trasversale, molto dylaniana, che però dimostra una profonda conoscenza del songbook di Sinatra e di quello americano in generale; qualcuno inoltre ha storto il naso per il fatto che uno con la voce di Dylan omaggiasse quello che è stato forse il più grande crooner della storia, ma ad un attento ascolto dei dieci brani che compongono Shadows In The Night posso dire tranquillamente che tutte queste critiche preventive crollano miseramente. Dylan ha fatto un lavoro splendido, adattando i sontuosi ed orchestrati arrangiamenti tipici di Sinatra ad un combo rock di sei elementi (oltre a Bob, la sua abituale touring band, cioè Charlie Sexton, Tony Garnier, Stu Kimball, Donnie Herron e George Receli), con appena qualche discreto intervento di fiati: il risultato è un disco meraviglioso, nel quale il nostro adatta al suo stile attuale una serie di evergreen che parevano intoccabili, spazzando via in un colpo solo, per esempio, tutti i vari volumi dell’American Songbook di Rod Stewart.

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Bob ha capito che riproporre questi brani con un arrangiamento “alla Sinatra” sarebbe stato rischioso e probabilmente fallimentare (lui stesso, con il solito genio, ha definito queste interpretazioni “uncovers”), così ha deciso di spogliare le canzoni e di adattarle al suo sound, con un esito molto vicino al suono che ultimamente si sente ai suoi concerti. Chitarre discrete e mai invadenti, batteria leggera e spesso spazzolata, una steel che langue in sottofondo, la voce di Dylan al centro, una voce che appare ancora più presente del solito, con punte inattese di dolcezza ed un feeling enorme; un plauso va anche al Dylan produttore (Jack Frost è lo pseudonimo che di solito usa), che migliora di disco in disco, e che qui è quasi al livello di gente come Daniel Lanois, Joe Henry o T-Bone Burnett (a cui ha affidato i cosiddetti New Basement Tapes).  Ma veniamo ad una veloce disamina dei brani presenti nel CD (che dura appena 35 minuti, ma sono minuti molto intensi).

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Dylan ha trascurato il periodo Reprise di Sinatra, quello forse più popolare, prendendo solo un brano, mentre ne ha scelti quattro dal periodo Capitol (il migliore), peraltro tutti dall’album Where Are You?, ed i restanti cinque dal primo periodo, quello Columbia.

I’m A Fool To Want You: uno dei rari brani in cui Sinatra figura anche tra i co-autori, ma paradossalmente resa immortale non da Frank ma dalla grande Billie Holiday. A molti sarebbero tremate le mani, ma Dylan la fa sua con classe, leggerezza ed un tocco country (merito della steel di Herron, grande protagonista del CD), rispettando la melodia originale.

The Night We Called It A Day: uno standard jazz inciso anche da Chet Baker, Doris Day e, in anni recenti, Diana Krall. Bob la canta benissimo, non la maltratta come ogni tanto fa con i suoi classici, e la band alle spalle lo accompagna con grande discrezione, quasi accarezzando la melodia. Un’interpretazione di gran classe (ma sarà una costante in tutto il disco).

Stay With Me: questo è l’unico pezzo del periodo Reprise di Sinatra, un brano recentemente proposto più volte da Dylan come chiusura dei suoi concerti. Apre come al solito la steel, una chitarra arpeggiata, un violoncello, e la voce del nostro che sembra tornata indietro di almeno vent’anni.

Autumn Leaves: uno dei brani più famosi del disco, riadattata dalla francese Les Feuilles Mortes, l’hanno fatta in mille, oltre a Sinatra (tra di loro, Edith Piaf e Nat King Cole). Qui l’interpretazione di Dylan è decisamente sofferta, quasi drammatica, e si candida come uno degli episodi da ricordare di questo album, per merito anche dell’arrangiamento spoglio. Da brividi.

Why Try To Change Me Now: uno dei brani meno noti di Sinatra, riproposto da Bob in maniera più distesa, quasi rilassata, con la band che lo segue languidamente e fornendo un background in perfetto stile “country afterhours”.

Some Enchanted Evening: altro brano famosissimo, scritto da Rodgers e Hammerstein per il musical South Pacific. Forse tra tutte è il brano meno nelle corde di Dylan, che però se la cava ugualmente con mestiere e…l’ho già detto? Classe!

Full Moon And Empty Arms: già uscita lo scorso anno (solo per il download) con largo anticipo sull’album, vede la band più presente, con intrecci di steel, chitarra, ed una batteria appena accennata. Bob, manco a dirlo, la canta come se non avesse fatto altro nella sua carriera.

Where Are You?: canzone che vanta, tra le altre, versioni da parte di Shirley Bassey, Aretha Franklin ed Ella Fitzgerald; bella melodia, languida e distesa, ancora la steel dietro la voce (strumento al quale imputerei almeno il 40% della riuscita dell’album).

What I’ll Do: altro pezzo con mille versioni diverse (Chet Baker, Perry Como, Judy Garland, Sarah Vaughan ma anche Cher, Linda Ronstadt e Harry Nilsson); qui Dylan sembra inserire il pilota automatico, ma man mano che il brano procede canta con maggiore convinzione, e porta a casa quindi il risultato un’altra volta.

That Lucky Old Sun: un’altra tra le canzoni più popolari del lotto, grande successo per Frankie Laine, ma rifatta poi anche da Louis Armstrong, Ray Charles, Jerry Lee Lewis, Willie Nelson, Johnny Cash, Jerry Garcia e Brian Wilson. Lo stesso Dylan la suonò più volte negli anni 1986/87 durante il tour con Tom Petty.  (*NDB: Anche nel 2000.)

Questa versione, introdotta da un french horn, è splendida, con Dylan che canta in maniera superba, regalando emozioni a gogo con la sua voce imperfetta, rovinata, ma nella quale si riesce ancora a sentire il sacro fuoco di mille battaglie.

Un capolavoro, a chiusura di un album che ci accompagnerà a lungo in questo 2015. E negli anni a seguire.

Marco Verdi