Bellissimo Album D’Esordio (Con 50 Anni Di Ritardo) Per Queste Quattro Arzille “Carampane”! Ace Of Cups – Ace Of Cups

ace of cups

Ace Of Cups – Ace Of Cups – High Moon 2CD

Questo disco in realtà è uscito a Novembre 2018, ma, un po’ per colpa mia che l’ho scoperto in ritardo, un po’ per il fatto che ho rimandato la recensione, ne parlo soltanto oggi, anche perché merita davvero e non mi sembrava giusto bypassarlo. La storia delle Ace Of Cups, gruppo tutto al femminile originario di San Francisco, è più simile ad una favola a lieto fine. Formatesi nel 1967, quindi in piena Summer Of Love, le AOC avevano subito fatto parlare di loro un po’ per il fatto che all’epoca non si vedeva tutti i giorni una band formata solo da ragazze, ma soprattutto per la loro bravura on stage, al punto che un certo Jimi Hendrix le notò e le volle come opening act per aprire un suo concerto al Golden Gate Park. Il quintetto (Denise Kaufman, chitarra ritmica, Mary Gannon, basso, Marla Hunt, organo, Diane Vitalich, batteria, Mary Simpson, chitarra solista, e tutte e cinque al canto) venne poi preso in consegna da Ron Polte, ex manager tra gli altri dei Quicksilver Messenger Service, che iniziò a guardarsi intorno per cercare loro un contratto discografico, ma ricevette solo offerte a suo giudizio non adeguate. Nel frattempo gli anni passavano, e le nostre si limitavano a tenere dei concerti e ad incidere qualche demo di canzoni scritte da loro, ma nel frattempo si erano sposate ed avevano fatto figli.

Il periodo del Flower Power passò, ed un disco delle Ace Of Cups diventava sempre meno probabile, anche perché pubblicare un album significava dover andare in tour, e ciò non era possibile per cinque madri di famiglia. Così la band si sciolse e divenne una sorta di leggenda metropolitana, ma le ragazze (che uscirono dal mondo della musica) si tennero in contatto fino ai giorni nostri: la svolta avvenne quando il boss della label indipendente High Noon le vide esibirsi nel 2011 al concerto per i 75 anni di Wavy Gravy, e ne fu così colpito che le mise sotto contratto per registrare finalmente quel disco di debutto che avrebbero dovuto fare negli anni sessanta (nel 2003 la Ace aveva fatto uscire It’s Bad For You But Buy It!, una collezione di demo e brani dal vivo delle AOC incisi in gioventù, un disco che passò quasi inosservato). Il resto è storia recente: nel 2016 le ormai non più ragazze (ridotte a quartetto, la Hunt ha preferito non partecipare alla reunion) si sono ritrovate in studio con circa cento canzoni, tra brani scritti nei sixties, pezzi abbozzati e da finire sul momento e brani nuovi, e hanno registrato non uno ma ben due album doppi (il secondo dovrebbe uscire nel corso del 2019) sotto la guida del produttore Dan Shea, uno con un curriculum a mio parere non proprio immacolato (Mariah Carey, Jennifer Lopez, Celine Dion), ma che qui ha fatto un lavoro egregio.

Ed Ace Of Cups si rivela essere un disco splendido, sorprendente e per nulla nostalgico: le quattro amiche non sono ex musiciste stanche che vogliono rivivere il bel tempo che fu, ma quattro tostissime rockers che hanno ancora una grinta ed una voglia di spaccare il mondo invidiabile. Non è facile trovare un doppio album bello dalla prima all’ultima canzone, ma devo dire che questo lavoro omonimo delle AOC è la classica eccezione: canzoni belle, intense, cantate con voci giovanili e suonate con grande forza; è chiaro che c’è più di un accenno agli anni sessanta (la maggior parte dei brani risale a quell’epoca), ma il disco non è affatto monotematico in quanto offre una stimolante miscela di rock, folk, country, blues ed anche un tocco di psichedelia e garage rock. Dulcis in fundo, abbiamo una serie impressionante di ospiti di altissimo livello, che elevano ancora di più un disco già bello di suo. La divisione degli strumenti è quella del gruppo originale, con la differenza che la Gannon qui si limita a cantare e battere le mani, ed il basso lo suona la Kaufman. Se pensate a quattro tranquille signore vi basti ascoltare l’iniziale Feel Good, una rock song potente ed elettrica, dal drumming secco e un riff di chitarra bello tosto, ma con una melodia decisamente accattivante ed un ritornello di presa immediata: abbiamo anche i primi ospiti, nientemeno che Jack Casady (ex Jefferson Airplane e Hot Tuna) al basso ed il grande organista Pete Sears.

Pretty Boy ha elementi pop, quasi beat (ma il suono è indubbiamente attuale), un brano diretto che paga tributo alle band inglesi, dai Beatles in giù; l’intro di organo di Fantasy 1&4 è decisamente sixties, ed il pezzo stesso è una deliziosa e fresca pop song che non dimostra affatto 50 anni, mentre Circles è puro rock’n’roll, ritmato, coinvolgente e cantato con grinta, che aggiunge anche un assolo torcibudella da parte di Barry Melton, ex Country Joe & The Fish (anzi, The Fish era proprio lui). We Can’t Go Back Again è una suadente ballata sostenuta da un bellissimo refrain e da un suono molto classico, da vera rock band, ed un bel assolo di organo da parte di Sears, preludio a uno degli highlights del doppio, cioè The Well, una canzone scritta dalle quattro ragazze insieme ma affidata alla voce solista di Bob Weir (che suona anche le chitarre), ed il pezzo è un coinvolgente brano di pura Americana con tanto di banjo e strumentazione roots (e qui all’organo c’è il leggendario Melvin Seals, quindi due ex compagni di Jerry Garcia in un colpo solo). Taste Of One è uno scintillante folk-rock con splendido assolo di slide della Simpson ed ancora reminiscenze pop (tipo la prima Marianne Faithfull), mentre Mama’s Love è a sorpresa un blues tosto, grintoso e perfettamente credibile, impreziosito da due mostri sacri come Charlie Musselwhite all’armonica e Jorma Kaukonen alla lead guitar. Ritroviamo Jorma anche nella classica rock ballad Simplicity (con un inizio un po’ alla Stairway To Heaven), che parte lenta ma dal secondo minuto in poi aumenta di ritmo, fino ad uno strepitoso duello chitarristico tra Kaukonen e la Simpson; il primo CD si chiude con la sognante Feel It In The Air, altro slow di stampo rock con un motivo di prima scelta.

Il secondo dischetto parte con Stones, un sanguigno e gagliardo rock’n’roll che dimostra ancora che nonostante l’età le “ragazze” hanno grinta da vendere, al punto da sembrare una garage band under 30. Life In Your Hands vede alla voce solista addirittura Taj Mahal, per un blues lento di stampo rurale, eseguito quasi a cappella (c’è solo un basso e qualche percussione) e con le voci delle AOC a dare il tocco gospel. Il medley Macushla/Thielina è una suggestiva folk song dal sapore irlandese, con tanto di uilleann pipes e whistle (ed anche un coro di bambini di cui avrei fatto a meno), As The Rain è scritta e cantata dall’attore Peter Coyote, che mostra di avere una voce perfetta per il brano, una splendida ballata tra folk, country ed Irlanda, tra le migliori del CD. Dopo un breve interludio per voci e banjo intitolato Daydreamin’ e cantato ancora da Mahal, abbiamo On The Road, strepitosa country song cantata a più voci e dalla melodia coinvolgente, l’ottimo rock-blues elettrico Pepper In The Pot, con la voce principale di Buffy Sainte-Marie e la chitarra solista di Steve Kimock, e la lenta e distesa Indian Summer, ancora con strumentazione roots ed una leggera orchestrazione alle spalle. Chiusura con Grandma’s Hands, altro godibile e ritmato pezzo tra blues e gospel, il medley The Hermit/The Flame Still Burns/Gold & Green/Living In The Country, suggestivo esempio di vintage rock di gran classe, con una deliziosa atmosfera sixties ed un intermezzo di musica indiana (e in The Hermit c’è anche la voce di David Freiberg, ex Quicksilver e Jefferson Starship), per finire con la breve e corale Music, eseguita a cappella.

Mi dispiace non poter tornare indietro nel tempo e poter riscrivere le classifiche del 2018, dato che questo “esordio” delle Ace Of Cups avrebbe occupato posizioni molto alte: sarà per il secondo volume, che spero arrivi a breve.

Marco Verdi

Un Cofanetto Tira L’Altro, Il 7 Giugno (Anzi il 28 Giugno) Esce Anche La Versione Limited Deluxe (Definitiva?) Del Rock And Roll Circus Dei Rolling Stones!

rolling stones rock and roll circus

The Rolling Stones “Rock And Roll Circus (Limited Deluxe Edition) – 1BD/1DVD/2CD Limited Deluxe Edition ABKCO/universal  – 2 CD – 3 LP – 28-06-2019

Per la serie una ne pensano e cento ne fanno, in attesa di riprendere il tour sospeso per l’intervento a Mick Jagger, i Rolling Stones stanno per pubblicare (oltre a Bridges To Bremen, previsto per il 21 giugno, e dopo il recente Honk), sempre il 7 giugno (stesso giorno del cofanetto di Dylan e del “nuovo” Live di Neil Young, ma la data definitiva pare essere il 28 giugno) una ennesima edizione del Rock And Roll Circus, il famoso spettacolo televisivo di fine 1968, ampliata con alcune tracce inedite sia in audio che in video, ovvero alcuni brani di Taj Mahal, tre esecuzioni del grande pianista classico Julius Katchen e soprattutto le prove e la esecuzione di Revolution dei Beatles da parte dei Dirty Mac, vale a dire Eric Clapton (chitarra solista), Keith Richards (basso), Mitch Mitchell dei Jimi Hendrix Experience (batteria) e John Lennon chitarra e voce, più Yoko Ono, urla belluine. Nonché anche altri extra audio con dietro le quinte, interviste e materiale inedito nella parte video, più un libro di 44 pagine.

Non vi racconto per la ennesima volta la storia di questo spettacolo, penso sia nota, ma vi ricordo che nella versione in box sarà disponibile per la prima volta anche il Blu-ray. Comunque ecco tutto i contenuti completi del cofanetto quadruplo e relative caratteristiche tecniche.

Tracklist
The Rolling Stones Rock and Roll Circus (4K FILM)

THE FILM

Song For Jeffrey – Jethro Tull
A Quick One While He’s Away – The Who
Ain’t That A Lot Of Love – Taj Mahal
Something Better – Marianne Faithfull
Yer Blues – The Dirty Mac
Whole Lotta Yoko – Yoko Ono & Ivry Gitlis, and The Dirty Mac
Jumpin’ Jack Flash – The Rolling Stones
Parachute Woman – The Rolling Stones
No Expectations – The Rolling Stones
You Can’t Always Get What You Want – The Rolling Stones
Sympathy for the Devil – The Rolling Stones
Salt Of The Earth – The Rolling Stones

EXTRAS

Widescreen Feature Time: 65min., Aspect Ratio: 16:9
Pete Townshend Interview Time: 18min., Aspect Ratio: 4×3

The Dirty Mac
‘Yer Blues’ Tk2 Quad Split Time: 5min. 48sec, Aspect Ratio: 4×3

Taj Mahal
-Checkin’ Up On My Baby Time: 5min. 37sec., Aspect Ratio: 4×3
-Leaving Trunk Time: 6min. 20sec., Aspect Ratio: 4×3
-Corinna Time: 3min. 49sec., Aspect Ratio: 4×3

Julius Katchen
-de Falla: Ritual Fire Dance Time: 6 minutes 30 secs Aspect Ratio: 4×3
-Mozart: Sonata In C Major-1st Movement Time: 2min. 27sec., Aspect Ratio: 4×3

Mick & The Tiger/ Luna & The Tiger Time: 1min. 35sec., Aspect Ratio: 4×3

Bill Wyman & The Clowns Time: 2min., Aspect Ratio: 4×3

Lennon, Jagger, & Yoko backstage Time: 45sec., Aspect Ratio: 4×3

FILM COMMENTARY TRACKS:

Life Under The Big Top (Artists) Time: 65 minutes
Featuring: Mick Jagger, Ian Anderson, Taj Mahal, Yoko Ono, Bill Wyman, Keith Richards

Framing The Show (Director & Cinematographer) Time: 65 minutes
Featuring: Michael Lindsay Hogg, Tony Richmond

Musings (artist, writer, fan who was there) Time: 50 minutes
Featuring: Marianne Faithfull, David Dalton, David Stark

The Rolling Stones Rock and Roll Circus Expanded Audio Edition
1. Mick Jagger’s Introduction Of Rock And Roll Circus – Mick Jagger
2. Entry Of The Gladiators – Circus Band
3. Mick Jagger’s Introduction Of Jethro Tull – Mick Jagger
4. Song For Jeffrey – Jethro Tull
5. Keith Richards’ Introduction Of The Who – Keith Richards
6. A Quick One While He’s Away – The Who
7. Over The Waves – Circus Band
8. Ain’t That A Lot Of Love – Taj Mahal
9. Charlie Watts’ Introduction Of Marianne Faithfull – Charlie Watts
10. Something Better – Marianne Faithfull
11. Mick Jagger’s and John Lennon’s Introduction Of The Dirty Mac
12. Yer Blues – The Dirty Mac
13. Whole Lotta Yoko – Yoko Ono & Ivry Gitlis with The Dirty Mac
14. John Lennon’s Introduction Of The Rolling Stones + Jumpin’ Jack Flash – The Rolling Stones
15. Parachute Woman – The Rolling Stones
16. No Expectations – The Rolling Stones
17. You Can’t Always Get What You Want – The Rolling Stones
18. Sympathy For The Devil – The Rolling Stones
19. Salt Of The Earth – The Rolling Stones

BONUS TRACKS
20. Checkin’ Up On My Baby – Taj Mahal
21. Leaving Trunk – Taj Mahal
22. Corinna – Taj Mahal
23. Revolution (rehearsal) – The Dirty Mac
24. Warmup Jam – The Dirty Mac
25. Yer Blues (take 2) – The Dirty Mac
26. Brian Jones’ Introduction of Julius Katchen – Brian Jones
27. de Falla: Ritual Fire Dance – Julius Katchen
28. Mozart: Sonata In C Major-1st Movement – Julius Katchen

Nei prossimi giorni altre “ristampe”.

Bruno Conti

In Studio O Dal Vivo, Non Ne Sbaglia Uno. Tommy Castro And The Painkillers – Killin’ It Live

tommy castro killin' it live

Tommy Castro And The Painkillers – Killin’ It Live – Alligator/Ird

Tommy Castro viene da San Jose, California, dove è nato nel 1955, ma è sempre in giro per gli Stati Uniti (e ogni tanto anche in Europa) a proporre la propria musica dal vivo, anche se nella sua carriera solista iniziata negli anni ’90 (prima suonava con i Dynatones), questo Killin’ It è già il suo terzo disco dal vivo. Il quarto CD registrato con i Painkillers, in una discografia che conta su una quindicina di album, più un paio di EP: da alcuni anni si è accasato con la Alligator, etichetta che ormai da un po’ di anni non sbaglia un disco, e anche questo CD non fa eccezione. Se amate del blues robusto, a forte componente rock, con elementi soul  e southern, non vi potete esimere, anche questa nuova prova di Castro centra l’obiettivo. Registrato nel tour del 2018 Tommy ha pescato da registrazioni effettuate con il suo quartetto tra New York, Michigan, California e in Texas, al leggendario Antone’s: niente ospiti per l’occasione,  solo il bassista Randy McDonald, il batterista Bowen Brown e il tastierista Michael Emerson, che sono diventati uno delle formazioni più gagliarde in circolazione. La scelta del repertorio spazia un po’ in tutta la sua produzione, con due cover, Leaving Trunk di Sleepy John Estes, cavallo di battaglia di Taj Mahal, ma suonata spesso anche da Derek Trucks e Gov’t Mule, nonché Them Changes di Buddy Miles, il celebre brano presente anche nel Live con Santana ed estratto da Stompin’ Ground  l’ultimo album del nostro amico https://discoclub.myblog.it/2017/10/09/delaney-bonnie-e-pure-eric-clapton-avrebbero-approvato-tommy-castro-the-painkillers-stompin-ground/ .

Quindi niente fiati questa volta, ma l’impressione da blues and soul revue è tipica sempre nelle produzioni di Tommy Castro, fin dall’annuncio iniziale “Party Time, It’s Saturday Night Everybody”, l’atmosfera è subito gioiosa e spumeggiante, con una Make It Back To Memphis che sta giusto a metà strada tra il sound della J. Geils Band (anche senza l’armonica di Magic Dick) e il Texas sound di un pimpante Delbert McClinton, grazie ad un ritmo ondeggiante, alla bellissima voce di Castro e al pianino debordante di Emerson, poi nel finale entra la chitarra di Tommy e non ce n’è più per nessuno, il divertimento è assicurato. Can’t Keep A Good Man Down tratta dall’omonimo album del 1997 non è da meno, con una pulsante sezione ritmica e la solista che comincia a  lanciare traccianti rock-blues sul pubblico presente, si capisce perché il musicista californiano è considerato uno dei migliori chitarristi in circolazione, come viene ribadito nelle volute funky di Leaving Trunk, che nella versione di Taj Mahal aveva Ry Cooder e Jesse Ed Davis alle chitarre, ma il nostro amico fa di tutto per non farli rimpiangere, con il suo timbro grasso e pungente, mentre Emerson passato all’organo lo sostiene con brio.

Lose Lose era un brano scritto con Joe Louis Walker presente nel disco del 2015, uno slow blues di quelli tiratissimi e lancinanti dove la chitarra di Castro fa i numeri in un fluentissimo assolo ricco di una forza e una tecnica strabilianti, notevole anche il vibrante shuffle Calling San Francisco, tratto da un vecchio album del 1999, sempre cantato e suonato in grande spinta da tutta le band, che poi accelera vorticosamente a tempo quasi di rock and roll per una potente Shakin ‘The Hard Times Loose dove impazza il batterista Bowen Brown e sembra di sentire appunto una rock’n’soul revue devastante. Un attimo di quiete per godere della bella ballata soul Anytime Soon, che anche vocalmente ricorda il miglior McClinton, con breve solo di grande finezza in punta di dita, She Wanted To Give It To Me è tratta dal disco del 2014 con i Painkillers The Devil You Know, un brano scritto con Narada Michael Walden dal groove funky accentuato, chitarra dal suono nuovamente “grasso” e pungente e ottimo lavoro dell’organo, ancora con quell’aria da party music che spesso trasuda dai brani di Castro; ottima anche Two Hearts altro blues up-tempo con retrogusto soul e il “solito” assolo furioso della Gibson del nostro amico, che per chiudere sceglie Them Changes, un classico del rock-blues, che oltre che con Carlos Santana Buddy Miles era solito suonare nella Band Of Gypsys di Hendrix, versione gagliarda, con lungo assolo di organo nella parte centrale e la solista di Castro che imperversa nel resto del  brano, e spazio anche per i classici assoli di basso e batteria, come in tutti i Live che si rispettano, e questo lo è!

Bruno Conti

Grande Disco, “Con Un Piccolo Aiuto Dagli Amici”, E Che Amici! Mitch Woods – Friends Along The Way

mitch woods friends along the way

Mitch Woods – Friends Along The Way – Entertainment On

Mitch Woods, pianista e cantante di blues e boogie-woogie, da oltre trent’anni ci delizia con i suoi Rocket 88, band con cui rivisita classici della musica americana e composizioni proprie, con uno stile che lui stesso ha definito con felice espressione “rock-a-boogie”, e la cui summa è forse il CD uscito alla fine del 2015 Jammin’ On The High Cs Live, dove il nostro, nel corso della Legendary Blues Cruise, indulgeva nell’arte della collaborazione con altri artisti, diciamo della jam per brevità, che è una delle sue principali peculiarità http://discoclub.myblog.it/2016/01/06/nuovo-musicisti-crociera-mitch-woods-jammin-on-the-high-cs-live/ . In quella occasione Woods era affiancato da fior di musicisti, Billy Branch, Tommy Castro, Popa Chubby, Coco Montoya, Lucky Peterson, Victor Wainwright, membri sparsi dei Roomful Of Blues e Dwayne Dopsie, ma per questo nuovo album Friends Along The Way l’asticella viene ulteriormente alzata e alcuni degli “amici” coinvolti in questa nuova fatica sono veramente nomi altisonanti: c’è solo una piccola precisazione da fare, il disco, inciso in diversi studi e lungo gli anni, è principalmente acustico, non c’è il suo gruppo e neppure una sezione ritmica, a parte la batteria in tre brani, e un paio dei friends che appaiono nel CD nel frattempo ci hanno lasciato da tempo.

Certo i nomi coinvolti sono veramente notevoli: Van Morrison e Taj Mahal, impegnati in terzetto con Woods in ben tre brani, prima in una splendida Take This Hammer di Leadbelly, con Van The Man voce solista e Mitch e Taj che lo accompagnano a piano e chitarra acustica, mentre lo stesso Morrison agita un tamburello, comunque veramente versione intensa e di gran classe. Pure la successiva C.C Rider, con i rotolanti tasti del piano di Woods che sono il collante della musica, non scherza, Taj Mahal e Van Morrison si dividono gli spazi vocali equamente e la musica fluisce maestosa. Più avanti nel disco troviamo la terza collaborazione, Midnight Hour Blues, altro tuffo nelle 12 battute per un classico di Leroy Carr, dove Morrison è ancora la voce solista e suona pure l’armonica, mentre Mahal è alla National steel, con il consueto egregio lavoro di Woods al piano (stranamente alla fine del CD c’è una versione “radio” del primo brano, che tradotto significa semplicemente che è più corta). Già questi tre brani basterebbero, ma pure il resto dell’album non scherza: Keep A Dollar In Your Pocket, è un divertente boogie blues con Elvin Bishop, anche alla solista, e Woods che si dividono la parte vocale, mentre Larry Vann siede dietro la batteria; notevole Singin’ The Blues, una deliziosa ballata cantata splendidamente da Ruthie Foster, che ne è anche l’autrice, come pure la classica Mother in Law Blues, cantata in modo intenso da John Hammond, che si produce anche da par suo alla national steel con bottleneck.

Cryin For My Baby è un brano scritto dallo stesso Woods, che la canta ed è l’occasione per gustarsi l’armonica di Charlie Musselwhite, un blues lento dove anche il lavoro pianistico di Mitch è di prima categoria; Nasty Boogie, un vecchio pezzo scatenato di Champion Jack Dupree, vede il buon Mitch duettare con Joe Louis Walker, impegnato anche alla chitarra, mentre in Empty Bed offre il suo piano come sottofondo per la voce ancora affascinante e vissuta di Maria Muldaur. Blues Mobile è un pimpante brano scritto dallo stesso Kenny Neal, che ne è anche l’interprete, oltre a suonare l’armonica e la chitarra, in uno dei rari brani elettrici con Vann alla batteria, The Blues è un pezzo scritto da Taj Mahal, che però lo cede ad una delle leggende di New Orleans, il grande Cyril Neville, che la declama da par suo, sui florilegi del piano di Woods, che si ripete anche nella vorticosa Saturday Night Boogie Woogie Man, di nuovo con Bishop alla slide, prima del ritorno ancora di Musselwhite con la sua Blues Gave Me A Ride, lenta e maestosa. Chicago Express è una delle registrazioni più vecchie, con James Cotton all’armonica, per una train song splendida, prima di lasciare il proscenio ad un altro dei “maestri, John Lee Hooker, con la sua super classica Never Get Out Of These Blues Alive, al solito intensa e quasi ieratica nel suo dipanarsi. In chiusura, oltre all’altro pezzo con Morrison e Mahal, troviamo un duello di pianoforti, insieme a Marcia Ball, in una ondeggiante In the Night, un pezzo di Professor Longhair che chiude in gloria questa bella avventura musicale. Sono solo tre parole, ma sentite; no, non sole, cuore e amore, direi più “gran bel disco”!

Bruno Conti

Il Disco Blues Dell’Anno? Forse No, Ma Soltanto Perché Non E’ (Solo) Blues! Taj Mahal & Keb’ Mo’ – TajMo

tajmo

Taj Mahal & Keb’ Mo’ – TajMo – Concord CD

Henry Saint Clair Fredericks, meglio conosciuto come Taj Mahal, è una vera e propria leggenda della musica americana. Considerato giustamente uno dei giganti del blues, Taj non è mai stato però solo un bluesman: certo, la musica del diavolo è sempre stata quella più presente nei suoi dischi, ma spesso e volentieri il musicista di Harlem si è fatto contaminare da folk, rock, soul, R&B, country, musica africana e, sue grandi passioni, le musiche caraibica e hawaiana. Nella sua carriera ha inciso, live compresi, più di trenta dischi, meno di quanto uno potrebbe pensare (preferendo quindi la qualità alla quantità), ma è stato coinvolto negli anni in una serie innumerevole di collaborazioni, le più note delle quali sono il famoso e variopinto Rock And Roll Circus dei Rolling Stones ed il supergruppo dei Rising Sons insieme a Ry Cooder, una band giovanile dalle enormi potenzialità che avrebbe meritato ben altra fortuna: discograficamente Mahal è fermo dal 2008, anno in cui diede alle stampe l’ottimo MaestroKeb’ Mo’, pseudonimo di Kevin Moore, è invece un personaggio di minor profilo, ma pur sempre di una certa importanza: attivo dagli anni ottanta, Moore è sempre stato un bluesman raffinato e con spesso un occhio rivolto alle vendite, con non infrequenti ammiccamenti al pop e diversi Grammy vinti, anche se ultimamente sembra aver preso stabilmente la strada del blues; Moore e Mahal non avevano mai collaborato, almeno fino ad oggi, dal momento che hanno deciso di unire le forze e pubblicare questo album di coppia, intitolato semplicemente TajMo.

Ed il disco è una vera sorpresa, non tanto per Mahal che sappiamo essere un fuoriclasse, quanto per Moore, il quale, forse stimolato dalla presenza del grande Taj, ha dato il meglio di sé, forse come raramente aveva fatto prima. Un album splendido, suonato e cantato alla grande dai due leader (davvero due generazioni a confronto) e con una lunga serie di ottimi sessionmen che rendono il suono del disco davvero ricco e pieno di sfumature e sfaccettature; come ho scritto nel titolo, il disco non è solo blues, almeno non nel senso canonico del termine: certo, il blues è quasi sempre presente, ma il più delle volte mescolato con il soul (i fiati sono molto presenti), il folk, la musica roots ed anche un paio di ballate, con un giusto bilanciamento di cover e brani originali, questi ultimi, sei su undici totali, tutti scritti da Moore, e due di essi insieme a Taj. Dulcis in fundo, abbiamo anche diversi ospiti di nome (e sostanza), come Bonnie Raitt, l’Aquila Joe Walsh, il songwriter canadese Colin Linden, la percussionista Sheila E. (sorella di Alejandro Escovedo), il grande batterista Chester Thompson, già con Frank Zappa Genesis e la cantante soul e jazz Lizz Wright. Quello che forse stupisce di più è però l’affiatamento tra i due leader, quasi come se TajMo non fosse il primo disco in coppia ma l’ultimo di una lunga serie, con il vecchio Taj (ma anche Kevin non è certo un ragazzino) che si presta volentieri a collaborare in brani non proprio tipici del suo stile.

Si parte benissimo con Don’t Leave Me Here, uno scintillante e potente rock-blues, con i fiati a colorare il suono e le due grandi voci che si alternano, con ottimi interplay tra la chitarra di Moore e l’armonica di Billy BranchShe Knows How To Rock Me è un vecchio brano di William Lee Perryman, alias Piano Red (ed inciso anche da Little Richard), che qui assume le tonalità di un country-blues rurale, con le due voci arrochite e le due chitarre acustiche (quella di Kevin è slide) a guidare le danze, mentre All Around The World è un ritmato soul-errebi di grande presa, vivace, colorato e coinvolgente, con grande uso del pianoforte ed un ottimo background da parte dei fiati e cori femminili, un pezzo più nelle corde di Moore che di Mahal, ma comunque davvero godibile. Om Sweet Om è una ballata decisamente raffinata, quasi vellutata, arrangiata con gusto e con la gran voce della Wright che si unisce a quelle del duo, un brano quasi easy listening ma di gran classe; Shake Me In Your Arms è un rock’n’soul scritto da Billy Nichols, mosso e grintoso, con fiati e chitarre (l’assolo è di Walsh) che si contendono la scena ed i due “giovanotti” che secondo me si divertono un mondo; That’s Who I Am è ottima, un vibrante blues-got-soul dalla melodia orecchiabile e train sonoro diretto (il genere in cui eccelle uno come Robert Cray), ancora con i fiati in gran spolvero ed i nostri che sembrano interagire da sempre.

Diving Duck Blues, di Sleepy John Estes, è l’unico blues “duro e puro” del CD, affrontato alla maniera di Mississippi John Hurt, due voci, due chitarre ed un’aria leggermente folkeggiante, ed il risultato finale è, manco a dirlo, superlativo; Squeeze Box, proprio il brano degli Who, di recente l’ho sentita anche rifatta da Bruce Robison ma, con tutto il rispetto per il countryman texano, qui siamo su un altro pianeta: gran ritmo, atmosfera vagamente caraibica, grande uso di fisarmonica (squeeze box, appunto) da parte di Phil Madeira, ed i due che divertono divertendosi: senza dubbio tra gli highlights del disco. Disco che si chiude con altri due brani scritti da Moore (il secondo con Mahal), la bella Ain’t Nobody Talkin’, altro travolgente errebi venato di rock, e la solare, colorata e godibilissima Soul, nella quale il vecchio Taj si trova nel suo ambiente musicale naturale, per finire con Waiting On The World To Change, una soul ballad di John Mayer, ancora in veste spoglia ma con un leggero accompagnamento ritmico, oltre alle armonie vocali della Raitt.

Un gran bell’album quindi, cosa prevedibile se si mettono insieme una leggenda ed un veterano: consigliato anche a chi non ha il blues come sue genere preferito.

Marco Verdi

Il Suo Primo Vero Disco Dal Vivo! Keb’ Mo’ – Live That Hot Pink Blues Album

keb' mo' live

Keb’ Mo’ – Live That Hot Pink Blues Album – 2 CD Kind Of Blue Music 

Pur non essendo più un giovanissimo (compirà 65 anni ad ottobre) Kevin Moore, in arte Keb’ Mo’, a ben guardare non aveva mai pubblicato un vero album dal vivo: Live And Mo’ del 2009 mescolava materiale in studio e dal vivo, e prima ancora c’era stato Sessions at West 54th – Recorded Live in New York, uscito solo in DVD. Quindi ci mancava quel classico doppio dal vivo che ci si può aspettare da un ottimo performer quale è il buon Keb. Bastava dirlo, ed ecco manifestarsi questo Live That Hot Pink Blues Album, comunque un doppio per modo di dire. I dischetti sono due, niente da dire, ma ciascuno comprende 8 pezzi per circa 39 minuti, quindi un totale di neppure 80 minuti, poteva starci in un singolo CD. E come altrettanto spesso è usanza i brani non vengono da un unico concerto, ma sono stati pescati da diverse esibizioni di Keb’ Mo’ con la sua band.. Ma sono gli unici rilievi che mi sento di fare, per il resto la musica è ottima, blues elettrico, qualche pezzo funky, R&B e soul, il tutto innervato anche da una leggera patina gospel, grazie agli ottimi componenti della sua band, Michael B. Hicks alle tastiere, Stan Sargeant al basso e Casey Wasner alla batteria (anche produttore del tutto), a loro volta tutti eccellenti vocalist che supportano in modo egregio il nostro, con eleganti armonie vocali. Il repertorio è composto di brani originali, firmati da Kevin Moore, e se aggiungiamo che Keb’ Mo’ è un bravissimo chitarrista, sia all’elettrica https://www.youtube.com/watch?v=QhYAV5U7HjE , come all’acustica, spesso in modalità slide, ed è in possesso di una delle voce molto versatile, in grado di rivaleggiare con Robert Cray per le nuances soul del suo timbro, ma adatta anche a ballate morbide e melliflue, e cavalcate gagliarde nel blues più classico, con persino qualche detour in un ambito quasi da cantautore, come aveva dimostrato nel buon Bluesamericana del 2014 http://discoclub.myblog.it/2014/06/08/il-titolo-del-disco-dice-keb-mo-bluesamericana/ , dopo il non totalmente riuscito The Reflection del 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/09/10/non-ci-ha-riflettuto-abbastanza-keb-mo-the-reflection/.

E nel live sono rappresentate tutte le facce del nostro: c’è l’intrattenitore “piacione” della leggera e ondeggiante Tell Everybody I Know, dove l’acustica di Keb e l’organo si disputano i piaceri del pubblico presente e di chi ascolterà l’album, il bluesman attizzato della potente Somebody Hurt You dove alla solista claptoniana del leader si aggiungono le armonie vocali perfette dei suoi tre soci, con Hicks che eccelle nuovamente all’organo, a suggellare la versatilità dei mood impiegati, c’è la delicata ballata elettroacustica che risponde al nome di Henry, dove la voce non esagera con il miele ma è comunque calda ed invitante, mentre la solista acustica aggiunge tocchi di classe. Life Is Beautiful, sempre guidata dall’acustica di Moore unisce “antico e moderno”, in una sorta di allegra promenade sonora, dove le tastiere forniscono anche una sezione archi avvolgente, mentre She Just Wants To Dance, con la slide in evidenza https://www.youtube.com/watch?v=QhYAV5U7HjE  ricorda molto lo stile di uno dei suoi maestri, quel Taj Mahal che ha sempre saputo unire generi diversi nelle sue canzoni, con il blues che poi ritorna nella leggermente funky The Worst Is Yet To Come, con un rotondo giro di basso e le backing vocals dei musicisti a portare il pezzo verso lidi soul/R&B, prima di lasciare spazio alla solista che si prende il suo tempo. Government Cheese è molto anni ’80, a metà tra un groove à la George Benson e gli Steely Dan più leggeri, non sentivo un assolo di synth analogico così old fashion da secoli, il pubblico si diverte e i musicisti pure, prima di lasciare spazio alla fascinosa The Door, una delle sue composizioni migliori, con piano elettrico, organo e l’elettrica di Keb che si tuffano in un soul blues intrigante, molto seventies in cui fa capolino anche una armonica “targata” Stevie Wonder, mentre i tre musicisti della band si dividono lo spazio vocale solista della canzone, tutti molto bravi.

Fine della prima parte: tutti di nuovi sul palco, a Nashville, per Come On Back, altro brano “meticciato” molto anni ’80, la delicata love song a tempo di blues che risponde al nome di France, che piacerebbe di nuovo a “Slowhand”, mentre in More Than One Way Home, sempre su un groove “errebi” lascia spazio alla sua slide e poi di nuovo al giro funky di una leggerina A Better Man. The Old Me Better è uno spazio di blues tradizionale acustico all’interno dello show, con tanto di kazoo in azione, prima di tornare al blues elettrico della notevole Rita e al lungo slow blues Dangerous Mood dove le dodici battute sono le assolute padrone, come pure la chitarra di Keb’ Mo’, in grande spolvero nella jam della parte centrale. Il finale è affidato a una bella ballata pianistica con uso di armonica, la dolce City Boy dove si apprezza ancora una volta la sua voce chiara e sicura. Non sarà solo blues, ma è comunque buona musica https://www.youtube.com/watch?v=mYfC3IhnQgM .

Bruno Conti

Una Serata Da Ricordare! John Lee Hooker & Friends – The House Of Blues

john lee hooker house of blues 2

John Lee Hooker & Friends – The House Of Blues – Klondike 

Il titolo potrebbe essere fuorviante, perché in effetti John Lee Hooker appare solo negli ultimi tre pezzi, ma il concerto è veramente fantastico. Si tratta della registrazione di una serata alla famosa House Of Blues di West Hollywood, Los Angeles, uno dei locali della catena di proprietà di Elwood Blues (ovvero Dan Aykroyd, qui impegnato solo come presentatore, vista la presenza di un paio di armonicisti niente male, di cui tra un attimo): siamo nel giugno del 1995, il concerto viene trasmesso dall’emittente radiofonica WLUP-FM e dovrebbe far parte anche della serie TV Live From House Of Blues che andò in onda sulla TBS (il network di Ted Turner) per 26 puntate e un paio di anni e di cui recentemente hanno festeggiato il 20° Anniversario. Da non confondere con un DVD con lo stesso titolo John Lee Hooker And Friends che però riporta, sempre in modo non ufficiale, una serata con Ry Cooder e Bonnie Raitt. Intanto diciamo che il CD è pubblicato dalla Klondike (due diverse copertine), ma secondo me guardando le grafiche più o meno identiche del retro dei vari dischetti relativi ai broadcast più disparati, non solo per questo concerto, li fa tutti la stessa casa, usando nomi diversi: dicevo comunque che il CD questa volta non è inciso solo abbastanza bene, è perfetto, come un disco ufficiale, la particolarità che lo contraddistingue come “Historic Radio Recordings” (o così è scritto) è il fatto che si tratta proprio della registrazione completa della trasmissione radiofonica, con tanto di presentazioni, annunci, perfino qualche sponsor, riportati nell’esatta sequenza in cui ascoltarono il concerto alla radio in quel lontano 1995.

john lee hooker house of blues 1

Ed è un gran bel ascoltare: la house band della serata è quella di Duke Robillard, in gran forma e in uno dei suoi migliori periodi a livello discografico, quello degli album per la Point Blank/Virgin, particolare che lo unisce ad altri partecipanti della serata, oltre al festeggiato John Lee Hooker, anche John Hammond e Charlie Musselwhite, incidevano tutti per la stessa etichetta. Ovviamente il fatto, anche se significativo, non inficia o eleva la qualità del concerto: si parte, dopo l’introduzione di Elwood Blues, con Zakiya Hooker, la figlia del grande Hook, alle prese con una poderosa Look Me Up, una ballata soul mid-tempo di ottimo spessore, e Robillard scalda subito l’attrezzo (la chitarra, cosa avete capito!) che rimane incandescente con una scintillante versione di Too Hot The Handle, il brano che dava il titolo al suo disco di esordio, con Duke che all’epoca era veramente in gran forma, ragazzi se suonava! E anche l’omaggio a Albert Collins con una lunga e sofferta Dyin’ Flu è da manuali del perfetto bluesman, un lento di quelli da sballo. La band rimane per accompagnare uno degli “originali” come Lazy Lester che propone una pimpante Sugar Coated Love, il suo successo per la Excello del 1958, che anche i Fabulous Thunderbirds avevano in repertorio la voce è ancora quella dei vecchi tempi e anche l’armonica viene soffiata con vigore.

John Hammond poi sale sul palco per proporre una versione fantastica di Come On In My Kitchen, solo voce e chitarra bottleneck acustica e si unisce con la band di Duke Robillard per proporre una Found Love che avrebbe trovato posto nel disco registrato insieme e che verrà pubblicato da lì a poco, ottimi gli interventi di Hammond all’armonica e di Duke alla solista. Altro armonicista incredibile è Charlie Musselwhite, ottimo anche il suo segmento di concerto con Blues Overtook Me e con una stellare rilettura di Help Me, il celeberrimo brano di Sonny Boy Williamson, oltre otto minuti di grande blues. A questo punto arriva Taj Mahal, pure lui in grande serata, prima da solo, accompagnato da una tastiera, propone una divertente e salace Big Leg Mama, poi con la Duke Robillard Band altri lati del suo enorme talento, la jazzata Strut dove si concede anche qualche accenno di scat e infine una versione di She Caught The Katy, dal suo capolavoro The Natch’l Blues, che lo mette in concorrenza con Otis Redding e non so chi vince. Nel disco originale alla chitarra suonava Jesse Ed Davis, ma in precedenza Taj aveva diviso i palchi con Ry Cooder che a questo punto sale sul palco con la sua slide per accompagnare John Lee Hooker in una magica versione di Crawling King Snake, fantastica l’intensità della accoppiata con il Maestro, in gran forma con il suo vocione che incita Ry a estrarre dalla sua chitarra l’essenza del blues, poi riproposta in una versione full band più la slide di Cooder, di nuovo con Robillard e soci, del classico One Bourbon One Scotch One Beer e a concludere i poco più di  dodici essenziali minuti della presenza di Hooker non poteva mancare una esplosiva Boom Boom, fine, titoli di coda, grande serata, assolutamente da avere!

Bruno Conti

Ma E’ Ancora Vivo, Eccome! Van Morrison – Duets: Re-Working The Catalogue, La Recensione.

van morrison duets

Van Morrison – Duets: Re-Working The Catalogue – Yada/Yasca – RCA/Sony – 24-03-2015 “Ma è ancora vivo!”: circa un mesetto fa così titolavo il post dove vi annunciavo l’uscita del nuovo disco di “Van The Man”, ora l’attesa è finita e il nostro amico è vivo e vegeto, pronto anche a lui a compiere i 70 anni alla fine di agosto, e li festeggia con un bel disco di duetti, andando a pescare nel suo enorme catalogo passato di canzoni, lasciando per una volta da parte i classici per rivisitare episodi cosiddetti minori, che parlando però di uno come Van Morrison , tali non sono, diciamo meno conosciuti. Inutile dire che l’album suona un gran bene e lui ha ancora una voce strepitosa, non sempre, forse, i suoi partners sono all’altezza, ma nel complesso il disco pare destinato a diventare un piccolo classico del suo catalogo, per rimanere in tema con il titolo e in ogni caso l’arte del duetto è sempre stata insita nella natura di Morrison. Quindi andiamo a vedere, brano per brano, cosa succede in questo Duets. Per l’occasione si è preso come collaboratori per completare l’album, registrato lo scorso anno tra Belfast e Londra, non uno ma addirittura due produttori, Don Was e Bob Rock, e dall’aria che si respira nel disco sembra che si sia divertito parecchio a farlo, a giudicare dalle risate di compiacimento tra i due alla fine di How Can A Poor Boy?, il duetto dal vivo con Taj Mahal, o la complicità che traspare nello scambio di battute musicali tra lui e Chris Farlowe nella rilettura di Born To Sing, il brano più recente, apparso nel disco omonimo del 2012.

1. Some Peace Of Mind – Van Morrison & Bobby Womack Il brano che apre questa raccolta era stato in origine pubblicato nel doppio album (l’unico in studio dell’irlandese) del 1991, Hymns To The Silence. E Morrison in un’intervista recente https://www.youtube.com/watch?v=1mYkDbmJ8S8 dice che non era a conoscenza delle cattive condizioni di salute di Womack che sarebbe morto a fine giugno del 2014, anzi, gli pareva in buona forma, almeno esteriormente. Il brano viene proposto in una versione più grintosa rispetto a quella del 1991, con Van e Bobby che si alternano alla voce solista e poi armonizzano nel finale, mentre un bel arrangiamento di archi e fiati irrobustisce il sound della canzone, con due soli di sax e trombone che lo impreziosiscono. Un classico esempio di soul alla Van Morrison, tanto per aprire alla grande.

2. If I Ever Needed Someone – Van Morrison & Mavis Staples La voce di Mavis Staples ha combattuto mille battaglie sonore nel corso degli anni e risente, con una certa raucedine, del passare del tempo, ma è ancora animata dal fuoco del gospel e del soul e in questa versione di un brano che appariva su His Band And The Street Choir, un disco del 1970, è assolutamente paritaria con il “vecchio” Van, per un risultato che emoziona non poco, grande musica.

3. Higher Than The World – Van Morrison & George Benson

Questo brano viene da Inarticulate Speech Of The Heart, uno degli album più spirituali della discografia del rosso irlandese, che in questo caso appoggia il suo stile al jazz-soul di Benson, con una versione ritmata e mid-tempo dove l’artista americano ha modo di mettere in evidenza il suo vellutato stile chitarristico e anche accenni del suo tipico scat vocale, piacevole senza essere memorabile, bello l’assolo di sax nel finale, ma a memoria l’originale mi sembrava più bello.

van morrison 3

4. Wild Honey – Van Morrison & Joss Stone

Wild Honey era su Common One, un altro dei dischi del periodo soul celtico degli anni ’80 e Joss Stone se la cava alla grande, mettendo a disposizione del suo ospite quella bella voce che la conferma come uno dei migliori giovani talenti del soul contemporaneo https://www.youtube.com/watch?v=10lpglxnM0I , l’interscambio tra le due voci è perfetto, e per una volta entrambi possono duettare tra pari, su uno sfondo quasi jazzato di gran classe. Il tono della voce di Van pare essere quasi compiaciuto e deliziato nello splendido finale con i due in assoluta libertà.

5. Whatever Happened To P.J. Proby – Van Morrison & P.J. Proby P.J. Proby ormai veleggia verso i 77 anni, ma già nel 2002 il nostro Van si chiedeva cosa gli fosse successo, in questo piccolo divertissement che all’origine si trovava su Down To Road. Il vecchio texano (ma tutti sono convinti che sia inglese, perché lì si è svolta la sua carriera), una dozzina di anni dopo gli fa sapere che tutto va bene e dimostra di essere ancora in grado di fare un bel duetto tra leggende, anche se il brano obiettivamente era e rimane, in questo caso, “minore”!

van morrison 1

6. Carrying A Torch – Van Morrison & Clare Teal

Clare Teal è considerata una delle più grandi cantanti jazz inglesi contemporanee (sentire per credere https://www.youtube.com/watch?v=0ppqwywWias), quella che ha avuto in tempi recenti il contratto più sostanzioso da una etichetta discografica. La voce è in effetti deliziosa e contribuisce non poco alla bellezza di una ballata sentimentale come Carrying A Torch, sempre tratta da Hymns To The Silence, dove gli archi e il piano sono gli altri elementi portanti di questo intenso brano.

7. The Eternal Kansas City – Van Morrison & Gregory Porter

The Eternal Kansas City era su A Period of Transition, forse a ragione considerato il disco “più brutto” del primo periodo di Van Morrison, anche se non si direbbe, a giudicare da questa versione registrata con Gregory Porter, una delle stelle del nuovo jazz americano https://www.youtube.com/watch?v=zbBbI8N2qJc , vincitore del Grammy 2014 di categoria ed in possesso di una voce in grado di spaziare con estrema facilità tra jazz e soul, come dimostra in questa canzone, anche grazie all’intermezzo strumentale che è jazz puro e all’incrociarsi libidinoso delle due voci https://www.youtube.com/watch?v=r5iS336UiDw .

van-morrison-press-2015-billboard-650

8. Streets Of Arklow – Van Morrison & Mick Hucknall Veedon Fleece è uno dei miei album preferiti in assoluto di Van Morrison, uno dei più complessi ed intensi della sua discografia e Streets Of Arklow una delle canzoni più belle del disco. Questa versione che segna l’incontro tra i due “rossi” mantiene la magia mistica dell’originale ed è uno dei punti più alti di questo album di duetti, anche grazie a “Mister Simply Red” Mick Hucknall che realizza una delle migliori interpretazioni vocali della sua carriera. Perfetta. 9. These Are The Days – Van Morrison & Natalie Cole La canzone era una delle più belle in Avalon Sunset, uno degli album di maggior successo della carriera di Morrison, quello per intenderci che conteneva anche Whenever God Shines His Light e Have I Told You Lately. Si tratta di una ballata mid-tempo, leggera e scorrevole, che si attaglia perfettamente alla voce di Natalie Cole. van morrison 4

10. Get On With The Show – Van Morrison & Georgie Fame

Georgie Fame è stato l’organista della band di Morrison dal 1989 al 1997, ma è stato anche uno degli artisti di maggior successo nelle classifiche inglesi degli anni ’60 con ben tre brani al numero uno, poi si è ritagliato una carriera R&B e Jazz che prosegue a tutt’oggi: i due vanno a nozze con questa canzone tratta da What’s Wrong With This Picture?, un disco dei primi anni 2000 uscito per la Blue Note, qui ripreso in una divertente versione a tempo di cha-cha-cha.

11. Rough God Goes Riding – Van Morrison & Shana Morrison

La figlia di Van, Shana, ha già duettato parecchie volte con il babbo, sia nei suoi dischi come in quelli del padre e fa la sua porca figura (nel senso che canta veramente bene) in questa bellissima riscrittura di un brano che appariva in origine su The healing game, il disco del 1997 che è uno dei migliori del Morrison dell’ultimo periodo. Classico celtic soul con Van che però viene interrotto e sfumato quando cominciava ad infervorarsi da par suo nel finale della canzone, che rimane comunque tra le più soddisfacenti dell’album.

12. Fire In The Belly – Van Morrison & Steve Winwood

L’incontro tra due delle più belle voci della musica britannica avviene sulle note della bluesata Fire In The Belly, sempre tratta da The healing game, e i due cantano, cazzo che se cantano, scusate, mi è scappato, ma ci voleva.Oggigiorno, in una pletora di dischi inutili dove ci vengono magnificati e propinati improbabili cantanti provenienti da talent show e gare sonore varie, presentati come fenomenti, sentire due che cantano (e suonano, sentire l’assolo di organo di Steve Winwood) così è un vero piacere per le orecchie https://www.youtube.com/watch?v=aH9R0KN7y5s

13. Born To Sing – Van Morrison & Chris Farlowe A proposito di gente nata per cantare, come recita il titolo del brano, Born To Sing, che era anche il titolo dell’ultimo album di Van Morrison sino ad oggi (in effetti era No Plan B), pure il duetto con Chris Farlowe,  uno che a livello di talenti canterini non scherza, è notevole. Tra Sam Cooke e Ray Charles i due si sfidano in un brano fiatistico di grande appeal, musica “semplice”, in fondo stanno “cantando il blues”, ma lo fanno con un impegno ed una passione sempre ammirevoli, non scalfita dal passare degli anni e senza quell’aria di deja vu o se preferite, “già sentito”, che ogni tanto percorre stancamente certi dischi dell’irlandese, ma per il sottoscritto, che è assolutamente imparziale, ci mancherebbe, potrebbe anche cantare l’elenco del telefono e andrebbe sempre bene, ma non è il caso di questo disco. La rivista Mojo che ultimamente non sempre era stata tenera con i dischi di George Ivan Morrison gli ha assegnato le canoniche quattro stellette che spettano ai dischi “importanti”!

14. Irish Heartbeat – Van Morrison & Mark Knopfler Irish Heartbeat era il titolo della title-track del disco registrato da Morrison con i Chieftains nel 1988, un brano bellissimo nella versione originale, ma se è possibile questa registrata con Mark Knopfler nel suo studio è ancora più bella, a conferma dello stato di grazia raggiunto dall’ex Dire Strait con l’ultimo Tracker e che viene ribadita in questo brano dove nel finale Van vocalizza e duetta nel suo modo inconfondibile con la chitarra di Knopfler. Stupenda versione. Il brano era stato inciso per la prima volta su Inarticulate Speech Of The Heart. https://www.youtube.com/watch?v=_oPb2Ma9z2M.

15. Real Real Gone – Van Morrison & Michael Bublé Nell’anticipazione sul Blog del nuovo album ipotizzavo, sulla base dell’ascolto di questo solo brano, che se perfino il brano cantato con Michael Bublé era bello, l’intero album si preannunciava, come poi è stato, un successo a livello creativo e di idee; la canzone Real Real Gone, è una delle tipiche composizioni gioiose di Morrison, di quelle da cantare a voce spiegata, orecchiabili e radiofoniche, ma sempre a livello sublime in confronto a quello che si ascolta abitualmente on the radio.

16. How Can A Poor Boy? – Van Morrison & Taj Mahal Si finisce a tempo di Blues, John Lee Hooker e Jimmy Witherspoon che erano due dei partner abituali di Morrison, quando voleva cantare il blues, non ci sono più, ma Taj Mahal è ancora in grado di infiammare le dodici battute con la sua classe immensa e i due, come dicevo all’inizio del Post si divertono davvero tra loro e divertono l’ascoltatore con questa versione incandescente di How Can A Poor Boy?, un brano che si trovava su Keep It Simple, ma in questo nuovo duetto è infinitamente superiore. Chi paventava la ciofega o la patacca non tema, questo Duets è un grande disco, con due o tre brani non dico scarsi, ma “normali”, e il resto decisamente sopra la media, esce martedì 24 marzo.

Bruno Conti

Ma E’ Ancora Vivo! Van Morrison – Duets: Re-Working The Catalogue

van morrison duets

Van Morrison – Duets: Re-Working The Catalogue – Yada/Yasca – RCA/Sony – 24-03-2015

Ormai avevo quasi perso le speranze, le grandi case discografiche le aveva girate tutte (litingando con chiunque) e invece all’appello mancava ancora la Rca del gruppo Sony e quindi, dopo tre anni di silenzio (pensavo di più), torna anche il grande Van Morrison, uno dei miei preferiti in assoluto, con un disco di duetti dove rivisita il vecchio catalogo. Oddio, alcuni dei protagonisti di queste accoppiate non li avrei scelti, a favore di altri, ma se persino Michael Bublé risulta sopportabile, speriamo in bene.

Comunque, questa è la lista completa dei brani e degli artisti coinvolti (vi sorprenderà Clare Teal https://www.youtube.com/watch?v=wKE04wbOcYc):

1. Some Peace Of Mind – Van Morrison & Bobby Womack
2. If I Ever Needed Someone – Van Morrison & Mavis Staples
3. Higher Than The World – Van Morrison & George Benson
4. Wild Honey – Van Morrison & Joss Stone
5. Whatever Happened To P.J. Proby – Van Morrison & P.J. Proby
6. Carrying A Torch – Van Morrison & Clare Teal
7. The Eternal Kansas City – Van Morrison & Gregory Porter
8. Streets Of Arklow – Van Morrison & Mick Hucknall
9. These Are The Days – Van Morrison & Natalie Cole
10. Get On With The Show – Van Morrison & Georgie Fame
11. Rough God Goes Riding – Van Morrison & Shana Morrison
12. Fire In The Belly – Van Morrison & Steve Winwood
13. Born To Sing – Van Morrison & Chris Farlowe
14. Irish Heartbeat – Van Morrison & Mark Knopfler
15. Real Real Gone – Van Morrison & Michael Bublé
16. How Can A Poor Boy? – Van Morrison & Taj Mahal

Sembra in forma il grande Van The Man https://www.youtube.com/watch?v=AjhSr4pqLGo , anche lui compie 70 anni nel 2015 https://www.youtube.com/watch?v=NIIAip9F-ws . Manca solo un mese all’uscita.

Bruno Conti

Anche Dopo La Sua Morte Prosegue Una Serie “Infinita”! Johnny Winter – Live Bootleg Series Vol.11

johnny winter live bootleg series vol.11

Johnny Winter – Live Bootleg Series Vol.11 – Friday Music

Johnny Winter ci ha lasciati il 16 luglio di questa estate non particolarmente calda, trovato senza vita nella sua camera d’albergo a Zurigo, in circostanze mai chiarite, due giorni dopo la sua ultima esibizione dal vivo http://discoclub.myblog.it/2014/07/17/ieri-oggi-sempre-fedele-true-to-the-blues-boxset-the-johnny-winter-story/ . Come sapete è uscito un nuovo (bellissimo) album di duetti, Step Back, la cui uscita era già comunque prevista, ma prima è stato pubblicato questo capitolo 11 delle Live Bootleg Series, croce e delizia degli appassionati della musica dello scomparso albino texano. Visto che caratteristica di questi album è sempre stata quella di non riportare nome dei musicisti impiegati e date e luoghi dei concerti da cui sono tratti i brani (e anche questo volume non fa eccezione), almeno ci si aspettava che Paul Nelson, curatore della serie, manager e factotum,  spesso secondo chitarrista nella sua band e “amico” di Winter, avrebbe almeno inserito sul CD un piccolo ricordo del musicista scomparso, ma evidentemente era troppo sperarlo. Qualcuno dirà che forse il disco era già pronto e non si potevano fare aggiunte, ma almeno un piccolo sticker avrebbe richiesto veramente poco, però da come è stata gestita la serie non dobbiamo poi meravigliarci troppo.

johnny winter 1 johnny winter 2

I contenuti musicali di questo nuovo album sono i soliti: sei brani, sette se contiamo un Opening di pochi secondi, che a livello musicale vanno dal buono all’eccelso, anche se come qualità di registrazione, al solito, si fatica ad arrivare alla sufficienza, ma d’altronde di Bootleg si parla (anche se uno si chiede come mai i bootleg ufficiali di Dylan e di moltissimi altri si sentano benissimo, ma evidenetmente è una domanda retorica ). Ed in effetti il repertorio di questo disco, ribadisco, a livello musicale è eccellente: si va dall’introduzione fulminante di una poderosa E-Z Rider, quella incisa meglio, tratta dal repertorio di Taj Mahal, tra R&R e Blues, con la voce e la chitarra di Winter, anche con un wah-wah vagamente hendrixiano, subito in gran spolvero https://www.youtube.com/watch?v=8-XdsfGuZVw . Boot Hill, un traditional rivisitato che appariva sul disco Alligator del 1984, Guitar Slinger https://www.youtube.com/watch?v=hSY1MuA091A , non è tra i brani più eseguiti dal vivo nella discografia di Johnny Winter e quindi, in virtù di una ottima esecuzione, dove appare anche un pianista, naturalmente non accreditato (se siamo a metà anni ‘80, potrebbe essere Ken Saydak, ma tiro proprio a indovinare, potrebbe essere chiunque) si ascolta con piacere, anche se la qualità sonora subisce un drastico peggioramento. Notevole il festival slide in una versione fiume di Long Distance Call, uno dei tre brani provenienti dal repertorio del suo mito Muddy Waters.

johnny winter 80's johnny winter 80's 2

Ottima anche la versione di Baby What’s Wrong di un altro dei maestri indiscussi del Blues, Jimmy Reed, dove si sente anche un’armonica, sempre in base al periodo ipotizzo un Billy Branch, non sarà lui ma la butto lì. Non male, per usare un eufemismo, pure una calda e sentita rilettura di She Moves Me, sempre di Mastro Muddy e torrida ed entusiasmante la Rollin’ And Tumblin’ che va a concludere il dischetto, con la chitarra devastante di Winter ancora in modalità slide, come nel brano precedente, a duettare con la solita “timida” armonica sepolta nel mixaggio confuso del disco. Come dice un proverbio “chi si accontenta gode” e qui, almeno a livello vocale e chitarristico, c’è da godersi ancora una volta uno dei più grandi musicisti bianchi che abbia mai suonato il Blues!

Bruno Conti