Un Altro Grande Disco. Ma Come Fa? Bob Dylan – Tempest

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*NDB Un breve cappello alla recensione. Visto che glielo avevo promesso (e un po’ mi dispiace), qui sotto state per leggere la recensione in anteprima del nuovo Dylan di Marco Verdi. Volevo solo dire che sono completamente d’accordo e scusarmi per l’eventuale scetticismo che era trapelato nelle brevi anticipazioni del disco apparse sinora sul Blog. E’ veramente bello, 71 anni e 50 di carriera e non sentirli: la parola a Marco.

Bob Dylan – Tempest – Columbia/Sony CD -11-09-2012

Tra le varie speculazioni che hanno preceduto la pubblicazione di Tempest, album di studio numero 35 di Bob Dylan, c’era quella che, dato che aveva lo stesso titolo dell’ultima opera di William Shakespeare, avrebbe potuto essere il suo ultimo album (ma Bob stesso ha tenuto a precisare che l’opera del grande commediografo inglese aveva l’articolo “The” davanti).

Io sinceramente spero che l’ipotesi sia priva di ogni fondamento, in quanto non posso pensare che il personaggio più importante di tutti i tempi in ambito musicale (sfido chiunque a dimostrare il contrario) possa appendere la chitarra al chiodo (anzi la penna, visto che di smettere di esibirsi dal vivo proprio non se ne parla), e soprattutto dopo aver ascoltato in anteprima la sua ultima fatica, che non esito a definire una delle più riuscite di tutta la carriera (allineandomi quindi ai commenti entusiastici apparsi sulle riviste straniere, Mojo e Uncut su tutte, ma anche sui quotidiani italiani).

Dylan ha avuto negli ultimi quindici anni (più o meno dalla pubblicazione di Time Out Of Mind) un aumento di popolarità incredibile, e con scarse possibilità di spiegazioni razionali: Love And Theft, del 2001, è stato uno dei suoi lavori più apprezzati, e gli ultimi due (Modern Times e Together Through Life) sono stati per diverso tempo al numero uno di Billboard, non accadeva da Desire del 1976, vendendo davvero tantissimo.

Tempest è destinato ad eguagliare i suoi predecessori, ma il mio sentore dice che andrà anche meglio (è già in testa alle classifiche solo con le prenotazioni), per la semplice ragione che è un disco semplicemente straordinario, con un Dylan in stato di grazia, sia dal punto di vista dell’ispirazione (cosa che per esempio ogni tanto in Modern Times deficitava), ma anche, e qui sta la sorpresa, dal punto di vista vocale. Infatti Bob negli ultimi anni, soprattutto dal vivo ma talvolta anche in studio, ci aveva purtroppo abituato a prestazioni sotto la sufficienza, a volte persino svogliate, mentre qui è tutta un’altra storia. Una grande voce non l’ha mai avuta, ma affascinante e particolare questo sì (ho sempre sostenuto, per esempio, che Blind Willie McTell così bene la poteva cantare solo lui), ma negli ultimi anni, complice anche l’usura dovuta al neverending tour, sembrava compromessa per sempre: già in Together Through Life si notava una certa inversione di tendenza, ma qui ci troviamo di fronte ad un Dylan particolarmente convinto, intonato, grintoso e sempre “sul pezzo”, che mette quindi la classica ciliegina su una torta già di per sé particolarmente riuscita. Il disco lo produce sempre lui (ed anche qui è in netto miglioramento, anche se da questo punto di vista non tutto è perfetto), con il consueto nickname Jack Frost, accompagnato dalla sua touring band con ospite David Hidalgo e forse qualcun altro (devo aspettare il CD fisico per saperlo).

L’album si apre con Duquesne Whistle, primo singolo e brano che già da tempo gira su internet (complice anche un videoclip che è stato criticato per la sua violenza ma che io trovo divertente), uno spumeggiante brano d’altri tempi, allegro e swingante, con Bob che canta con gusto e la band che lo segue precisa come un passaggio di Pirlo. Soon After Midnight è una languida ballata in stile anni ’50, con Dylan che assume toni quasi da crooner, e comincia anche a stupire dal punto di vista dell’intonazione (sentitelo nel bridge, i primi brividi del disco).

Narrow Way è il primo brano che supera i sette minuti, un rock blues solido e diretto, del tipo che il nostro scrive mentre si fa la barba, anche se nel suono si respira un certo feeling alla Blonde On Blonde che non sentivo da tempo nei suoi dischi. E’ comunque il brano più “normale” (nel senso che normale per Dylan vuol dire comunque bello) e forse dura due/tre minuti di troppo.

La breve Long And Wasted Years è una ballata notturna piena di pathos, con un bel riff di fondo e Dylan che più che cantare parla, anche se come parla lui non parla nessuno. Alle prime note non mi piaceva molto, mentre alla fine mi sono dispiaciuto per la sua brevità.

Pay In Blood è invece un brano straordinario (e come vedremo non è l’unico), uno di quelli per cui Bob va giustamente famoso: la band fornisce un convinto accompagnamento quasi soul, mentre Dylan canta con una passione ed una grinta impensabili. Grandissimo brano, e poi la frase “I’ll pay in blood, but not my own” è destinata ad entrare nel novero delle sue sentenze più leggendarie.

Con Scarlet Town continua lo sballo: una splendida ballata, tra roots e Messico, con un banjo di sottofondo ed uno splendido violino che fa molto Desire, un brano dalla strepitosa atmosfera, e Bob che canta sempre meglio con la sua inimitabile voce “di sabbia e ghisa” (per citare la bellissima definizione che ne ha dato David Bowie nella sua Song For Bob Dylan).

Sette minuti sembrano pure pochi.

Early Roman Kings è invece uno di quei classici blues che spesso Bob mette nei suoi dischi, ricalcandoli pari pari da classici del genere: questa volta siamo dalle parti di I’m A Man/Mannish Boy di Muddy Waters, ma se pensate che sia una canzone ripetitiva ascoltate i botta e risposta chitarra-organo-fisarmonica ed il cantato grintoso e vi ricrederete. Tin Angel è un lungo racconto (nove minuti) sotto forma di canzone, musicalmente non molto immediata ed un po’ dark, ma con un Dylan estremamente rigoroso nel canto (ripeto, in questo disco la prestazione vocale di Bob è uno spettacolo nello spettacolo, almeno rispetto agli standard a cui ci aveva abituato di recente).

Ed ecco la title track, la tanto attesa canzone sul Titanic, e devo dire che le lodi erano sbagliate…ma per difetto!!! Siamo infatti di fronte ad un capolavoro assoluto, una ballata folk strepitosa con un irresistibile sapore irish e con Dylan che canta come non faceva da trent’anni, un brano lungo quasi quattordici minuti ma che vorrei ne durasse almeno trenta. Per me, canzone dell’anno, e anche degli ultimi due/tre anni.

Dopo un brano così era dura non far calare la tensione, ma Dylan ci riesce: Roll On John è una bellissima e toccante ballad dedicata all’amico John Lennon, cantata con il cuore in mano (e quindi con i polsini sporchi di sangue, direbbe Bergonzoni), una melodia di prim’ordine ed un arrangiamento molto caldo e soulful. Bello il testo, che cita qua e là parti di canzoni di Lennon (“I read the news today, oh boy” “Come together right now over me” ecc.).

*NDB Almeno il titolo, come spesso accade per Dylan non è nuovo, anche se allora Lennon manco lo conosceva.

E con quest’altra splendida canzone il disco è (purtroppo) finito, ma personalmente so che mi accompagnerà spesso nelle prossime lunghe serate autunnali.

A tutti voi non resta che pazientare ancora qualche giorno, vedrete che ne varrà la pena.

Lunga vita a Bob Dylan!

Marco Verdi

P.S: spero vivamente che nel libretto del CD saranno pubblicati i testi, ma, conoscendo le abitudini del buon Bob, non sarà così.