Una Leggenda Dell’Underground “Americana”! Malcolm Holcombe – Another Black Hole

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Malcolm Holcombe – Another Black Hole – Gypsy Eyes Music / Proper Records

Per chi scrive è sempre un grande piacere occuparsi di un nuovo album di Malcolm Holcombe (con questo siamo arrivati a quattro negli ultimi anni http://discoclub.myblog.it/2015/04/30/musica-che-graffia-lanima-malcolm-holcombe-the-rca-sessions/ ), in quanto l’intensità della sua musica, sempre con testi importanti, accompagnata da una voce tagliente, imbevuta probabilmente da mille Bourbon (oltre che da mille sigarette), lo porta ad essere uno degli ultimo “narratori underground” della musica Americana. In occasione del suo ultimo passaggio dalle nostre parti ( fu lo scorso anno, quando tenne  un magnifico concerto anche al Bar Trapani in quel di Pavia, a cui ha assistito pure chi vi scrive), ci aveva anticipato che stava lavorando ad un nuovo lavoro, e si auspicava di poter coinvolgere nello sviluppo delle canzoni la magica chitarra del grande Tony Joe White.

Fortunatamente il progetto è andato in porto, Malcolm ha radunato nei “mitici” Room & Board Studios di Nashville la sua abituale band, composta da musicisti stellari, tra i quali ricordo l’abituale pard Jared Tyler alla chitarra, banjo, mandolino e dobro, David Roe al basso, Ken Coomer (Wilco, Uncle Tupelo) alla batteria e percussioni, e come ospiti Roy Wooten Aka Future Man alle percussioni aggiunte, la brava Drea Merritt alle armonie vocali, e, come detto, Tony Joe White, presente con la sua chitarra in gran parte dei brani, il tutto con la produzione del pluridecorato Ray Kennedy (Steve Earle, Billy Joe Shaver).

L’album prende il via in grande stile con Sweet Georgia, un moderno bluegrass con il banjo di Tyler a dettare il ritmo, seguita dalla title track Another Black Hole, uno “swamp blues” dove entra in azione la slide guitar di White, per poi passare al cadenzato country di una solare To Get By, alle note quasi narrate di una suggestiva Heidelberg Blues, e ad un accenno di blues nella viscerale Don’t Play Around, accompagnata dalla voce imbevuta di soul della Merritt. Si riparte con il banjo a mille di una “appalachiana” Someone Missing, il “rocking blues” di Papermill Man dove si evidenzia ancora l’anima soul di Drea, mentre l’acustica September è un breve colloquio quasi recitato dal vocione di Malcolm, per poi ritornare allo “swamp country” di Leavin’ Anna (chissà perché mi ricorda Polk Salad Annie dell’ospite Tony Joe White? Mistero!), andando a chiudere con le dolci melodie di Way Behind, da sempre marchio di fabbrica del suo inimitabile “sound”.

Il solito “modus operandi” di Holcombe persiste in tutte le canzoni di questo Another Black Hole, brani che mescolano country, bluegrass, blues e folk, su testi poetici che raccontano storie di vita della North Carolina, da un artista maestro del “fingerpicking” che ultimamente sforna dischi a ritmo costante (dopo la sua ammirevole rinascita artistica), aumentando e consolidando la sua fama di artista di “culto”. Nonostante un talento infinito, Malcolm Holcombe è il tipico caso di un cantautore destinato ad una piccola cerchia di adepti, un “beautiful loser”, nel senso più vero del termine, che prosegue imperterrito a fare la sua musica come una sorta di Tom Waits dei Monti Appalachi, a scrivere canzoni di cristallina bellezza che vengono sublimate dalla sua caratteristica voce. Ci sono poche certezze nella vita, un nuovo album di Holcombe è una di queste, e chi avrà la voglia di andare a recuperare i suoi  dischi precedenti, non potrà che rimanere letteralmente conquistato dalla sua arte musicale.

Tino Montanari

“Inconsueto” Ma Ricco Di Talento. Dal Canada Ben Caplan – Birds With Broken Wings

ben caplan birds with broken wings

Ben Caplan – Birds With Broken Wings – Coalition Music/Warner

Ben Caplan viene da Halifax, Canada, compirà 30 anni a giugno, ma la sua voce, che sembra quella di un fumatore e bevitore di whisky incallito  e il suo aspetto fisico, capello e barba lunghi e incolti, farebbero pensare ad un uomo di mezza età che ha vissuto una vita ” alla Tom Waits”! In effetti il nostro amico, più che ad alcol e sigarette, si è sempre dedicato alla musica, partecipando a vari programmi per artisti emergenti locali, lanciati dalla sua etichetta, la Coalition Music, facendo il lavoro di musicista on the road già dal 2006, incidendo il suo primo disco nel 2009 e dando vita alla sua band, i Casual Smokers, che nel 2011 pubblicano il loro primo album, In The Time Of The Great Remembering, che contiene già in nuce i temi che poi verranno elaborati alla perfezione in questo nuovo Birds With Broken Wings. Il disco in Canada è già uscito da alcuni mesi, ma ora la Warner si prepara a lanciarlo anche in Europa, dopo gli Stati Uniti, non so se in grande stile.

Si tratta di un disco affascinante, dalle sonorità inconsuete, ma non uniche, uno stile che mescola ballate pianistiche, brani da crooner, incursioni nella musica klezmer e in quella tzigana, arrangiamenti tra jazz, pop e musica d’autore, che si avvalgono dell’utilizzo di oltre trenta musicisti, raramente contemporaneamente, per un risultato che a chi scrive ha ricordato, a seconda dei momenti, il Tom Waits degli anni Asylum, quando la voce non era ancora “rovinata”, o il Nick Cave balladeer, romantico e melodico dei suoi brani meno rock, ma anche una sorta di fratello, sull’altra sponda dell’Oceano, del nostro Vinicio Capossela, con cui condivide una passione per la musica popolare, per le escursioni bandistiche, ma anche per il pop e il rock meno convenzionali..Ben Caplan si divide tra piano, chitarra e banjo, ma anche vibrafono e armonica, con gli altri musicisti alle prese anche con cymbalon, pedal steel, toy piano, darbouka, oltre ad una miriade di fiati, violini, viole e cello, strumenti a percussione, e molte voci di supporto, per lo più femminili. Anche il rapper So-Called, che è buon musicista peraltro, porta il suo contributo con piano, vibrafono e quella che nel libretto del CD viene definita “madness”!

Il risultato finale si può sentire in brani come la corale e vivace title-track che ha un po’ tutti gli elementi della musica di Caplan in evidenza (e un video bellissimo), tra mandolino, clarinetto, banjo e piano si insinuano i violini, i fiati, con quello che ha tutta l’aria di un bassotuba ma è un cello, inserti vocali tipo i coretti alla Leonard Cohen, su arie ora tzigane, ora quasi country, a ritmi frenetici, con Ben che declama con la sua voce maschia ma dal grande fascino, il risultato è quasi irresistibile. I Got Me A Woman accentua l’aspetto zingaresco, ma sempre con quel contrappunto vocale femminile che la rende affascinante e unica, trascinante nel suo dipanarsi, con mille particolari strumentali e la voce potente di Ben Caplan che è l’elemento trainante di un ensemble particolare ma efficacissimo, divertente pure. Ma Caplan è capace di regalarci anche ballate pianistiche dal grande afflato melodico, malinconiche ed evocative, come la bellissima Belly Of The Worn, dove la pedal steel conferisce un aspetto non dissimile dalle prime prove discografiche di Tom Waits e l’impianto vocale la avvicina anche a certe cose del Nick Cave citato, e forse anche di Cohen, che è maestro un po’ di tutti. Ride On, più incalzante ma sempre ricca di melodia, ha un impianto forse più bluesato, con fiati, anche il flauto, violini, armonica, tastiere e una avvolgente pedal steel che sottolineano il canto appassionato del nostro, che ha veramente una voce tutta da gustare https://www.youtube.com/watch?v=XVgpgNxwVxg .

Under Control addirittura è quasi klezmer puro, con piano e cymbalon a guidare le danze, una sorta di valzerone cadenzato che ricorda molto, grazie al vocione, sia Waits come Capossela, tra violini. percussioni e coristi impegnati in uno stile definito da cocktail party. Deliver Me è una sorta di jazz ballad, notturna ed intrigante, sempre con questa aura musicale arcana che a tratti ricorda brani come 16 Tons e simili, con un sound più raccolto grazie alla formazione meno ampia impiegata in questo brano, che ci permette di gustare anche ardite divagazioni vocali di Caplan che a tratti ricordano addirittura Stratos, se si fosse cimentato con questo stile, almeno al sottoscritto. 40 Days And 40 Nights è un’altra bellissima canzone, dalla costruzione più tradizionale, sembra quasi un pezzo alla Tom Jones, ma quello più ricercato degli ultimi anni, cantato a piena voce da Caplan, che si conferma cantante di tutto rispetto, dalla voce potente che si appoggia sulle armonie vocali delle eccellenti vocalists che lo accompagnano, con effetti devastanti, in senso positivo. E’ veramente difficile inquadrare quale musica si ascolta in questo Birds With Broken Wings, l’intro di Dusk, con sax e trombe, ci catapulta in qualche fumoso locale mitteleuropeo anni ’20 o ’30, per poi avvolgerci nella calda e poderosa vocalità di Caplan che a tratti ricorda anche le acrobazie vocali di uno Shawn Phillips, che penso pochi ricorderanno.

Mancano le ultime tracce, tre palesi e una “nascosta”: Night Like Tonight, con Ben Impegnato nella ricerca della sua amata, illustra un ulteriore lato della musica del nostro, quella del crooner puro, se mai decidesse di dedicarsi al genere, tra sprazzi orchestrali che potrebbero provocare una crisi di gelosia nel super sopravvalutato compatriota canadese Michael Bublé, Caplan affronta la canzone nel suo aspetto migliore, quello melodico, per poi rituffarsi in una Devil Town, dove vibrafono, contrabbasso, violini pizzicati e piano appena accennato, potrebbero far pensare a qualche ballata del maestro Cohen o del discepolo Cave, ma grazie a sonorità esotiche hanno sempre questo appeal da world music, o musica etnica, se preferite, sempre con uno sfondo jazz che non può mancare in questo mélange complesso. A concludere una stupenda ballata, solo voce e piano, come Lover’s Waltz, scritta da A.A. Bondy, https://www.youtube.com/watch?v=JUYj-s_oCFs ancora una volta di grande impatto emozionale, come tutti i brani contenuti in questo eccellente album. Come “hidden track” uno strano brano strumentale intitolato Canary, dove il flauto, suonato da Eric Hove, che è anche il sassofonista del disco, rievoca scenari  quasi alla Herbie Mann periodo CTI, della serie non solo jazz.

Bruno Conti  

Finalmente, Dopo 20 Anni, Il Secondo Album Di “Cover”! Shawn Colvin – Uncovered

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Shawn Colvin – Uncovered – Fantasy/Universal

Ho sempre pensato che la “cover” per un musicista possa essere una sfida pericolosa e affascinante, in quanto si prende una canzone altrui, magari un brano con cui si avverte una qualche sintonia, si smonta il più delle volte l’arrangiamento per arrivare al cuore del brano e dell’autore, e il risultato in certi casi può essere sorprendente, quasi un’altra canzone, alla quale di volta in volta l’artista dà una nuova immagine e una nuova anima. Tutto questo preambolo per dire che questa “arte” Shawn Colvin è una che la conosce bene, in quanto è stata una “cover girl” per molto tempo, durante i lunghi anni del suo apprendistato nei locali del circuito folk americano. Ora dopo più di vent’anni, e dopo aver dimostrato al mondo di avere maturato un proprio stile raffinato, torna al suo antico amore, dando seguito al precedente lodato Cover Girl del lontano ’94 con questo nuovo Uncovered , ripescando 12 canzoni di artisti del calibro di Bruce Springsteen, Tom Waits, Paul Simon, John Fogerty, Stevie Wonder, Graham Nash, Robbie Robertson e altri meno noti, un lavoro a metà strada fra la sua antica e nuova identità. Sotto la produzione del duo Steuart Smith e Stewart Lerman, la Colvin voce e chitarra acustica chiama in studio “sessionmen” di lusso perfettamente compresi nella parte, tra i quali lo stesso Steuart Smith al basso e chitarre, David Boyle alle tastiere, Milo Deering alla pedal, lap steel e mandola, Glenn Fukunaga al basso, Mike Meadows alle percussioni, e come ospiti speciali David Crosby e Marc Cohn.

Si inizia con le versioni ingentilite da arrangiamenti discreti di Tougher Than The Rest del Boss e di una dolcissima American Tune di Paul Simon https://www.youtube.com/watch?v=OA2pV_9EcTk , per poi passare alla storica Baker Street di Gerry Rafferty, dove si ascolta al controcanto la voce gentile di Crosby (ed è la prima volta che la sento senza il suono del sassofono), una Hold On di Waits (canzone scritta con la moglie Kathleen Brennan) giocata in punta di dita e cantata da Shawn alla Joni Mitchell, a cui fanno seguito una I Used To Be A King di un Graham Nash d’annata (la trovate sul bellissimo Songs For Beginners), e una sempre meravigliosa Private Universe di Neil Finn, pescata dal repertorio dei grandi Crowded House (era su Together Alone). Heaven Is Ten Zillion Light Years Away di Stevie Wonder diventa quasi irriconoscibile, tenue ma affascinante, suonata con pochi e sapienti tocchi strumentali, andando poi a rispolverare la deliziosa Gimme A Little Sign dagli anni ’60 (un pezzo soul portato al successo, anche in Italia, da Brenton Wood), con l’apporto sussurrato di Marc Cohn https://www.youtube.com/watch?v=W9qbeUwCKys , rendere omaggio al Robbie Robertson della Band con la bellissima Acadian Drifwood, dove prende forma il brano più folk del disco, cimentarsi con la celeberrima Lodi dei Creedence di John Fogerty e non sfigurare con le sue dolcezze country https://www.youtube.com/watch?v=H2CwQXxL69E , rispolverare la meravigliosa melodia di Not A Drop Of Rain di Robert Earl Keen,  per una delle letture più vicine all’originale (viene dall’album Gravitational Forces), e andare infine a chiudere con Till I Get It Right della icona country degli anni ’70 Tammy Wynette ( forse un pochino leziosa!).

Dalla prima all’ultima traccia, Uncovered è un emozionante viaggio musicale attraverso le nostre emozioni, ricordando che per questa signora che ormai viaggia verso i sessanta (peraltro portati benissimo) parlano i suoi dischi e la sua carriera, e quindi siamo di fronte ad un album per palati raffinati che, se ascoltato a lungo, vi riscalderà il cuore nel prossimo inverno!
Tino Montanari

Per Estimatori Fedeli ! Rickie Lee Jones – The Other Side Of Desire

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Rickie Lee Jones – The Other Side Of Desire – TOSOD/Thirty Tigers

Per quei pochissimi che ancora non la conoscessero, Rickie Lee Jones è una delle “signore” della canzone d’autore  americana, una raffinata cantautrice di Chicago, a diciannove anni trasferitasi a Los Angeles in cerca di fortuna, e leggenda (e realtà) vuole che verso la fine del ’77 al Tropicana Motel la “signorina” incontri Tom Waits, che rimase affascinato dalle composizioni e dalla personalità di Rickie, dando vita a una relazione artistica e sentimentale che si protrasse fino al 1980 (con  scorribande e sbronze condivise e la copia che appare immortalata sulla cover di Blue Valentine di Waits). Con un contratto in mano della potente Warner Bros. e la produzione di Lenny Waronker e Russ Titelman, la “ragazza” esordisce con l’omonimo Rickie Lee Jones (79), con un cast di collaboratori d’eccezione tra i quali Randy Newman e Dr.John ( disco dove era incluso un brano meraviglioso come Chuck E’s In Love, dedicato al collega e amico Chuck E. Weiss). Il disco vende oltre un milione di copie, ma il grande successo non la scalfisce, Rickie si ritira sulle colline di Los Angeles a scrivere le canzoni di Pirates (81) un lavoro ancora più raffinato e ispirato (We Belong Together brilla su tutti i brani), a cui farà seguire un bellissimo EP di cover Girl At Her Volcano (83), tra cui un inedito di Tom Waits Rainbow Sleeves, un classico del jazz come My Funny Valentine, e una sontuosa Under The Boardwalk dei Drifters, e The Magazine (84), dove spiccano una ballata come It Must Be Love, e una intrigante Theme For The Pope con la fisarmonica su un ritmo mediterraneo.

Dopo una pausa dovuta alla nascita di una bimba, la Jones pubblica Flying Cowboys (89) e Pop Pop (91), due album con diverse cover di carattere jazz, e brani di autori che vanno da Jimi Hendrix ai Jefferson Airplane (una toccante Comin’ Back To Me). Il ritorno a composizioni originali avviene con Traffic From Paradise (93), che grazie all’aiuto di “sessionmen” di lusso, tra i quali David Hidalgo (Los Lobos), Brian Setzer (Stray Cats) e Leo Kotte, la porta ad incidere alcuni dei brani migliori del suo “songbook”, oltre a una cover sorprendente di Rebel Rebel di David Bowie. Arriva anche il momento del primo live Naked Songs (95), frutto di una lunga tournèe in duo con il contrabbassista Rob Wasserman, a cui fanno seguito Gostyhead (97), un lavoro in cui la tecnologia ha un ruolo più che determinante, It’s Like This (00) con Ben Folds al pianoforte e ancora composto interamente da covers (su tutte Smile), mentre Live At Red Rocks (01) è una raffinata esibizione dal vivo che ripercorre il meglio della sua carriera e che fa da preludio al ben riuscito The Evening Of My Best Day (03), dove tra blues, jazz e funk trova il modo di scrivere una manciata di canzoni politiche, a cui farà seguito ancora una interessante e bella antologia della Rhino Duchess Of Coolsville (05), il dignitoso Balm In Gilhead (09), e infine rispunta con il quarto CD di covers The Devil Your Know (12), prodotto da Ben Harper, dove a suo modo rivisita vecchi brani di artisti rock e folk.

Finanziato con la solita campagna di “Pledge Music” The Other Side Of Desire arriva a distanza di sei anni dall’ultimo album di Rickie di registrazioni inedite, con la produzione del duo anglo-canadese John Porter (Roxy Music, Smiths, Billy Bragg, ma anche vari musicisti blues e soul) e Mark Howard e l’apporto di validi musicisti locali (il disco è stato registrato a New Orleans, dove la Jones, ma anche John Porter, risiedono): Jon Cleary all’organo e tastiere, James Singleton al basso, David Torkanowsky al pianoforte, Shane Teriot alle chitarre, Doug Belote alla batteria, e altri (tra cui troviamo come gradito ospite il grande Zachary Richard alla fisarmonica), per undici brani che risentono inevitabilmente dei suoni e dell’ambiente della città. “L’Altra Faccia Del Desiderio” parte con il singolo Jimmy Choos, un brano di indubbio spessore (dal ritmo un po’ sbilenco forse, ma è il suo fascino) e dalla melodia accattivante, seguito dal valzerone-country Valtz De Mon Pere (Lovers’ Waltz) cantato con Louis Michot dei Lost Bayou Ramblers, dove la voce di Rickie trasuda nostalgia https://www.youtube.com/watch?v=sj4HoLvO-Ns , per poi passare alle sonorità swing-blues di J’ai Connais Pas (un brano dove traspare l’antica passione per Fats Domino) https://www.youtube.com/watch?v=dT8CVhqrNPY , e raggiungere il punto più alto con la straziante e superba Blinded By The Hunt, un brano di atmosfera dall’andamento vagamente “reggae”. Le note meno buone, per chi scrive, iniziano con Infinity e I Want’t Here due canzoncine insulse e incompiute (dove stranamente Rickie gigioneggia con la voce), ma le cose brutte per fortuna finiscono qui, perché Christmas In New Orleans (anche se richiama troppo A Fairytale Of New York dei Pogues) è una signora ballata di grande fascino https://www.youtube.com/watch?v=PSO1zkXxClk , seguita dall’ammaliante “groove”di una Haunted in chiave soul (con la Jones che suona gran parte degli strumenti) https://www.youtube.com/watch?v=BOSJJu49DFY , una ballata evocativa come Fehttps://www.youtube.com/watch?v=x_7U6VbksL0et On The Ground  , la pianistica e monocorde Juliette, andando a chiudere con le atmosfere finali di una “circense” A Spider In The Circus Of The Falling Star, dal risultato lievemente noioso.

Devo ammettere che inizialmente non ero molto propenso a fare questa recensione, in quanto, per il sottoscritto, il nome di Rickie Lee Jones sarà sempre legato a quell’album d’esordio con la famosa Chuck E’s Love (ho consumato i solchi del vecchio vinile per i ripetuti ascolti), ma devo riconoscere che se The Other Side Of Desire non è un disco perfetto (tutt’altro), è pur sempre un disco di Rickie Lee Jones, un’artista che durante la sua carriera ha saputo allontanarsi dal folk meticciato e composito delle origini per abbracciare un cantautorato intimista dalle mille sfumature, jazz, rhythm and blues, rock e negli ultimi tempi pop e trip-hop (con risultati alterni), ma sempre con un tocco di classe nelle sue canzoni.

Adesso la “signora” si è trasferita a New Orleans, viaggia verso le sessantuno primavere, parla un corretto francese e si occupa della figlia e, giustamente, tutto intorno a lei, odora di leggenda.

Bentornata quindi alla Duchess Of Coolsville!

Tino Montanari

Una Raffinata Serie Di Classici Per Due Amici Ritrovati! Betty Buckley – Ghostlight

betty buckley ghostlight

Betty Buckley – Ghostlight – Palmetto Records 2014

Betty Lynn Buckley è un’arzilla signora di 67 anni (portati benissimo), un’artista poliedrica che nella sua lunga carriera ha fatto cinema (tra i tanti Un’Altra Donna con Woody Allen, Frantic con Harrison Ford, Carrie Lo Sguardo Di Satana), programmi televisivi (La Famiglia Bradford  e la serie The Pacific, visti anche dalle nostre parti), spettacoli teatrali (il musical Cats con cui vinse il premio Tony Award nel 1983), e, a mia insaputa, anche cantante di “cabaret”, con la pubblicazione di ben 16 album, con numerosi premi ricevuti. Dopo questo “curriculum vitae” di tutto rispetto e altro, bisogna anche dire che la Buckley vanta una vecchia e lunga amicizia (fin dai tempi di Fort Worth, Texas, dove è nata e dove registrarono il primo album, per entrambi, nel lontano 1967) con il grande “coetaneo”,  prima cantante e poi produttore T-Bone Burnett, e come in tutte le favole a lieto fine Betty e TBone si sono ritrovati, e con un altro gigante della musica, Bill Frisell, hanno dato voce e corpo a questo Ghostligh, che risulta evocativo di quella amicizia.

Ghostlight è stato registrato al The Village di Los Angeles, e come in tutte le produzioni di Burnett vengono chiamati a suonare musicisti di valore come Tom Canning al pianoforte, Matt Betton alla batteria, David Piltch al basso, Charlie Bishart al violino, Cameron Stone al cello, Chas Smith alla pedal-steel, guidati dallo stesso T-Bone Burnett alla chitarra elettrice e acustica e con Bill Frisell al banjo e alle chitarre, per un mix di canzoni pescate dal repertorio dei grandi autori di Broadway degli anni ’60,  e autori contemporanei, suonati con sfumature jazz, e che vivono sulla splendida voce della Buckley.

Il disco si apre con la melodia di Come To Me Bend To Me scritta dal duo Lerner e Loewe (portata al successo tra gli altri da Andy Williams), seguita da una passionale If You Go Away, che non è altro che la versione di Ne Me Quitte Pas (una delle più belle canzoni di sempre) di Jacques Brel, qui rifatta a tempo di marcetta con l’accompagnamento del violino di Bishart, dalla famosissima Blue Skies (cavallo di battaglia di Ella Fitzgerald e Frank Sinatra) arrangiata e interpretata in perfetto “Broadway style”, e una dolcissima Throw It Away di Abbey Lincoln (moglie del famoso batterista Max Roach), con la chitarra di Frisell che dispensa note intime. Arriva il momento di una Lazy Afternoon (portata al successo da Barbra Streisand), qui estesa a più di dieci minuti ( e rivoltata come un calzino), quasi un pezzo “ambient” con tocchi di raffinata psichedelia, per poi passare alla pianistica Bewitched  e alla struggente ariosa melodia di This Nearly Was Mine, interpretate al meglio dalla Buckley in un atmosfera da “musical”, che ci introduce poi ad uno “standard” della musica jazz come Body And Soul,  resa celebre da Paul Whiterman, portata al successo da Coleman Hawkins e registrata da tutti i più grandi (Amstrong, Fitzgerald, Sinatra, Vaughan, Billie Holiday, forse la versione più famosa, Bennett e altri cento) con Bill Frisell alla chitarra elettrica e una voce senza tempo https://www.youtube.com/watch?v=tMDwvL7Q5Qc . Ci si avvia (purtroppo) alla fine con una canzone tipicamente rock di Marty Balin (cantante dei primi Jefferrson Airplane) Comin’ Back To Me (la trovate su Surrealistic Pillow), qui rifatta da Betty in una versione delicata e armoniosa, mentre Dreamsville è pescata dal noto film Colazione Da Tiffany con la colonna sonora d Henry Mancini, andando infine a chiudere omaggiando due autori contemporanei, una meravigliosa ballata di Tom Waits Take It With Me When I Go (da Mule Variatons (99), e una dolente e triste Where Time Stands Still presa in prestito da Stones In The Road (94), da una delle mie cantautrici preferite Mary Chapin Carpenter, giusto finale di un lavoro da incasellare nel genere “vocal jazz ma non solo”!

betty buckley 1967 betty biuckley t-bone burnett

T-Bone Burnett come produttore ha cambiato il mondo della musica (in quanto ha sempre cercato di rendere ogni suo progetto più perfetto di quello precedente), e in questo Ghostlight ha trovato nella “coetanea” Betty una di quelle rare cantanti che assimila tutti i generi e li rende propri, con una splendida voce che in ogni brano ci regala una tenera e calda emozione, perché in fondo la buona musica è buona musica, e le buone canzoni sono buone canzoni, e in questo lavoro se ne trovano in abbondanza!

Tino Montanari

Oscure E “Rumorose” Trame Sonore. Midnight Ghost Train – Cold Was The Night

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The Midnight Ghost Train – Cold Was The Ground – Napalm Records

Vengono da Topeka, Kansas, o meglio, questi Midnight Ghost Train nascono a Buffalo, nello stato di New York, nel 2008, ma già nel 2010 sono nel Kansas dove registrano il primo album omonimo nel loro studio casalingo, ora con questo Cold Was The Ground approdano al terzo disco di studio, inframmezzato da un disco dal vivo, uscito nel 2013. Si tratta del primo album pubblicato dopo avere firmato per la Napalm Records, etichetta austriaca nota per il suo catalogo di heavy metal estremo, ma che ogni tanto si cimenta anche con gruppi dell’area stoner e hard rock più classico. La prima cosa che colpisce è la copertina inquietante del CD, una foto da american gothic, alleggerita e mitigata dalla foto sul retro che ci presenta una “panterona” discinta su un divano, che ammicca verso la camera del fotografo. Lo stile musicale, come forse si intuisce da questa breve presentazione, oscilla appunto tra lo stoner rock cattivo di band come Fang, Clutch ed altre simili, che abitualmente non frequento nei miei ascolti musicali, ma che hanno ovviamente un loro seguito e anche elementi dei Kyuss, tra i progenitori del genere, e andando più indietro, il classico hard dei primi Black Sabbath. La voce del leader, cantante e chitarrista della band, Steve Moss, è stata descritta come una via di mezzo tra Chuck Billy (sempre per non chi frequenta, cantante della band trash metal dei Testament) e Tom Waits, e qui conosciamo.

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Per il sottoscritto mi sembra più avvicinarsi ai “cantanti” di band di death metal nordiche, e quindi non propriamente tra i miei preferiti, francamente faccio abbastanza fatica (per usare un eufemismo) a digerire questo stile canterino (Lemmy è un “raffinatone” al confronto), ma la parte prettamente strumentale non è male: il classico heavy power trio, direi assai heavy, pochissimi gli assolo, quasi assenti, comunque capace di escursioni in un rock-blues sporco e cattivo, molto “polveroso”, dove le storie di donne, birra, tabacco e whisky si mescolano a narrazioni più oscure in cui voodoo, dark ladies, pastori protestanti e strani personaggi che popolano le lande americane si confondono con atmosfere musicali laddove anche una certa dose di southern rock (giusto un briciolo), quello più cattivo, neanche a dirlo, si amalgama con il desert rock e il primo heavy metal degli anni ’70. Quindi siete stati avvisati e sapete cosa aspettarvi ascoltando questo disco.

Se siete ancora qui, vediamo anche una breve disamina dei brani contenuti in Cold Was The Ground. Il suono è duro e grezzo, la voce è difficile da digerire (ma anche Tom Waits, fatte le debite proporzioni, non è un cantante “facile”, però ha un suo lato romantico, totalmente assente nell’attitudine di questo Steve Moss): Among The Chasm, l’intro strumentale, sembra un brano di Master Of Reality dei Sabbath (o dei Masters Of Reality), con ampio uso di wah-wah, mentre già in Gladstone le atmosfere si stemperano e si fanno più complesse, pur se in un ambito costantemente heavy https://www.youtube.com/watch?v=L1ep1mzAsi8 , anche se l’ascolto della vocalità di Moss è da subito “faticoso” per non i non adepti, con il suo timbro ursino. BC Trucker, un inno ai conducenti di camion, accelera i tempi verso un classico metal seventies con un suono denso di riff https://www.youtube.com/watch?v=0sCRSZPfHHA , mentre Arvonia   vira verso lo stoner, o desert rock, se preferite, alla Kyuss, con chitarre, basso e batteria che pestano di brutto, con leggere variazioni sul tema https://www.youtube.com/watch?v=fvUZB0ft-7g . One Last Shelter, è un altro strumentale, che, tra accelerazioni e frenate, si muove sempre negli stessi territori https://www.youtube.com/watch?v=32YmNIldGJ0 , seguito da un’altra durissima The Canfield. Insomma, più o meno ci siamo capiti, 227 è un blocco unico, granitico, mentre per Little Sparrow, parlando di passerotti, Moss ci concede un attimo di tregua, quasi waitsiano nella sua inconsueta, per lui, lievità. Ma è un attimo, le conclusive Twins Souls e Mantis, i brani più lunghi del disco, tornano sulle consuete coordinate di “viulenza abatantuoniana”.

Bruno Conti

Nel Record Store Day Made In Italy Anche Un CD, Mini! Lowlands – “San Diego Serenade” EP – For Nello!

lowlands san diego serenade

Oggi 18 aprile è il giorno del Record Store Day per il 2015. La manifestazione negli ultimi anni è diventata sempre più incentrata sulla pubblicazione di vinili, spesso inediti ed interessanti, e anche spesso assolutamente unici e bramati dai collezionisti, ma sempre, immancabilmente, carissimi! Che si tratti di 45 giri, EP, 10 pollici, LP, doppi vinili, picture disc, dischi colorati, cofanetti più o meno lussuosi e tutti a tiratura limitata, mi sembra che la manifestazione, ogni anno di più, sia diventata un ennesima scusa per il business delle case discografiche, con il meritorio obiettivo di appoggiare i negozi indipendenti, nella loro lotta di sopravvivenza verso un mercato dominato dalla grande distribuzione e dalla vendita in rete tramite i “grandi venditori”, questo cosiddetto momento di purezza, duplicato nel Black Friday americano di fine novembre, che, già dal nome, doveva essere dedicato soprattutto al vinile. Però con questo sistema di distribuzione le date di uscita si fanno ballerine, i dischi escono a capocchia, prima ma anche molto dopo il giorno fissato, sono difficilissimi da trovare e anche, come detto, molto cari: non tutti comunque, perché se tutti fossero molto costosi, uno se ne farebbe una ragione, ma i prezzi hanno un range enorme, dal ragionevole al folle, e qui sorge il dubbio del business marketting (le due t sono volute)!

record store day

Oltre a tutto, come ricordavo prima, gli altri prodotti sembrano banditi dalle pubblicazioni (quest’anno fa eccezione una ripubblicazione da parte della Unversal in musicassetta del primo demotape dei Metallica No Life ‘Til Leather, naturalmente già “sparito” prima dell’uscita), quindi niente più CD o Mini CD o Cofanetti che gli altri anni, in quantità minime ma interessanti caratterizzavano questo giorno particolare. Voi direte, giustamente, che già le case discografiche ci massacrano tutto l’anno con ristampe a getto continuo che se anche per un giorno il formato digitale viene fatto riposare non dovrebbe essere un problema: ma proprio il nulla assoluto mi sembra eccessivo, qualche ristampa o prodotto ex novo, i più interessanti, creato per il Record Store Day potrebbe uscire anche in CD.

E viene proprio a fagiolo questo EP, un Mini CD con 5 pezzi, su etichetta MRM/Appaloosa, distr. IRD, pubblicato dai Lowlands, abituali frequentatori del RSD, http://discoclub.myblog.it/2012/04/21/record-store-day-2012-bis-un-italo/ e http://discoclub.myblog.it/2013/04/17/record-store-day-2013-lowlands-left-of-the-dial-ed-abbiati-s-2/, che hanno colto l’occasione di questo disco, pubblicato come Lowlands And Friends per ricordare Nello Leandri, uno storico proprietario e gestore di negozi di dischi in quel di Pavia, scomparso il giorno di Natale del 2014 e “premiato” in modo postumo con questa cover di San Diego Serenade, il classico di Tom Waits, che sempre veniva richiesta a Ed Abbiati a livello discografico. Il 9 Febbraio del 2015 Ed ha deciso finalmente di accontentarlo e, nella cucina di casa sua, ma a livello assolutamente professionale, è stata infine registrata: tra Lowlands vari, il violino di Michele Gazich, la chitarra di Maurizio “Gnola” Ghielmo, fiati vari ed assortiti, le voci di Betti Verri e Sergio “Tamboo” Tamburelli, la classica ballata di Tom Waits viene ricreata in una bella versione che ne preserva l’immutato fascino. Nel dischetto trovate anche una versione acustica in solitaria di Can’t Face The Distance, un’altra, più acustica ancora dell’originale, presente nell’ultimo album della band pavese http://discoclub.myblog.it/2014/11/21/continua-linvasione-delle-band-pavesi-lowlands-love-etc-disco-concerto/ di Love Etc…, molto bella anche in questa versione ulteriormente più scarna, formato acustico replicato anche in I Wanne Be e portato alle estreme conseguenze nella versone demo, solo Ed e Gnola, di San Diego Serenade. Il tutto costa poco, lo potete acquistare pure in altri giorni, non è obbligatorio farlo oggi, anche perché sarebbe troppo tardi, e in ogni caso buon Record Store Day, mai dimenticare!

Bruno Conti

Grande Attore, Ma Anche Musicista Coi Fiocchi ! Jeff Bridges & The Abiders – Live

jeff bridges abiders live

Jeff Bridges & The Abiders – Live – Mailboat Records

Mi viene da pensare che senza il film Crazy Heart, oggi il sottoscritto non avrebbe nel lettore questo live di Jeff Bridges & The Abiders. Jeff Bridges, noto attore americano ha sempre avuto una grande passione per la musica, e nel lontano 2000 aveva persino fatto un disco a suo nome Be Here Soon (sofisticate riletture di brani rock, country e soul, con l’aiuto di Michael McDonald e David Crosby), poi la colonna sonora di Crazy Heart lo ha definitivamente consacrato: nel film (che gli ha fruttato l’Oscar come miglior attore protagonista) Jeff canta molto bene canzoni come Hold On To You, Somebody Else, Fallin’ & Flyn’, I Don’t Know e Brand New Angel, e T-Bone Burnett (che musicalmente non è secondo a nessuno), ha capito le potenzialità di Bridges, gli ha trovato la band perfetta, poi insieme hanno trovato le canzoni, e il risultato è stato l’ottimo album omonimo Jeff Bridges (11). E siccome come dice un famoso detto “l’appetito vien mangiando”, arriva al mio ascolto anche questo Live (che non è proprio recentissimo, essendo uscito il 30 Settembre dello scorso anno), registrato durante un caldo concerto estivo al Red Rock Casino di Las Vegas, un totale di quattordici brani, in buona parte pescati dal disco d’esordio e dal film, più alcune cover scelte dal repertorio dei Byrds, Tom Waits, Townes Van Zandt, Creedence Clearwater Revival, e autori più recenti come Stephen Bruton e Greg Brown, CD pubblicato dalla Mailboat Records, l’etichetta di Jimmy Buffett.

Jeff Bridges & the Abiders Perform At The El Rey Theatre jeff-bridges-abiders

Jeff (capelli e barba bianca d’ordinanza) https://www.youtube.com/watch?v=_ct5tYkHrqY  voce, chitarra e tastiere, sale sul palco con i suoi Abiders che sono Chris Pelonis chitarra e tastiere, Bill Flores pedal steel e chitarra, Randy Tico al basso e Tom Lackner alla batteria e percussioni, iniziando con il blues incalzante di Blue Car (che arriva dalla penna di Greg Brown) cantato alla perfezione, seguito dalle atmosfere di frontiera di I Don’t Know, una ballata tra rock e country come What A Little Bit Of Love Can Do https://www.youtube.com/watch?v=oQ1lJFftyyo , la romantica Maybe I Missed The Point e la dolcissima serenata texana Exception To The Rule (del suo amico cantautore John Goodwin)  https://www.youtube.com/watch?v=nRt3Oh2fhlU , la lunga She Lay Her Whip Down con un bel lavoro della chitarra“slide”, andando a chiudere la prima parte omaggiando John Fogerty, con una pimpante e gioiosa Lookin’ Out My Back Door. Dopo una pausa e una bella bevuta di birra, si ritorna sul palco con Jeff che declama nuovamente una bellissima What A Little Bit Of Love Can Do, sorretta da batteria, pedal steel e un crescendo di chitarre, chitarre che “galoppano” anche nella successiva Van Gogh In Hollywood, per poi passare ad una delicata cover di Townes Van Zandt To Live Is To Fly (era in High, Low And In Beetwenhttps://www.youtube.com/watch?v=9J-yQuCbPjI , ad una campestre Fallin’ & Flyin’ recuperata dalla colonna sonora di Crazy Heart https://www.youtube.com/watch?v=TGJm72H31do , una inaspettata Never Let Go di Tom Waits (con Jeff al piano), per una ballata che profuma d’Irlanda (che è sempre nel mio cuore), rispolverando pure la famosissima So You Want To Be A Rock’n’Roll Star dei Byrds https://www.youtube.com/watch?v=3vT1ZsE7B6k  , chiudendo omaggiando un autore bravissimo ma poco conosciuto come il compianto Stephen Bruton (da sempre nel cuore di Jeff), con il ruspante blues di Somebody Else. Applausi!

JeffBridgesandtheAbiders jeff bridges live

Dopo il grande successo di Crazy Heart e il disco in studio prodotto da T-Bone Burnett, l’attore-cantante Jeff Bridges fa il disco che ha sempre sognato, un Live ruspante dove interpreta con il supporto di bravi musicisti, una sontuosa “setlist” di ballate, country e rock songs, cantate con una bella voce pastosa, per un CD che non ha scalato le classifiche, ma che potrebbe fare centro nel cuore degli amanti della buona musica. Sentire per credere!

Tino Montanari

P.S. Temo che stasera non vincerà nuovamente l’Oscar per il fim Il Settimo Figlio (che per fortuna non è neppure candidato), ma neanche il recente progetto, ambient e parlato, Sleeping Tapes, entrerà negli annali della musica, al di là dei suoi meriti filantropici!

Alt-Country Sempre ” Nero E Polveroso” – Joshua Black Wilkins – Settling The Dust

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Joshua Black Wilkins – Settling The Dust – Joshua Black Wilkins Self Released

Esistono degli artisti difficili da definire, non tanto per il genere che propongono, quanto per l’atteggiamento verso la musica e per il loro modo di vedere il mondo attraverso le sette note, e, in un panorama musicale che oggi ci propina molti personaggi “scolastici”, si rifà vivo Joshua Black Wilkins, con Settling The Dust: il tatuatissimo songwriter (e fotografo) di cui mi ero già occupato su queste pagine virtuali in occasione dei lavori precedenti, While You Wait (10) e Fair Weather (13) http://discoclub.myblog.it/2013/11/05/ripassi-autunnali-in-nero-joshua-black-wilkins-fair-weather/ .

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In soli tre giorni di registrazione presso la Fry Pharmacy Recording di Nashville, Joshua e la sua band, composta da Mark Robertson al basso, Jon Radford alla batteria e l’ottimo Paul Niehaus alla pedal steel, hanno ripreso buona parte delle canzoni apparse su The Girlfriends Sessions (11), un disco acustico (di difficile reperibilità), le hanno trasformate in versione complete, con l’aggiunta di brani nuovi, e il risultato sono questi dieci magnifici episodi che vanno a comporre Settling The Dust.

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La strada “polverosa” si spalanca davanti a noi con la ballata elettroacustica Late Night Talks, mentre le successive Trouble We’ve Made e I Wasn’t The One sono due country-song con un bel lavoro della pedal-steel di Paul Niehaus, passando poi alla bellissima e cadenzata ballata New York Or Lousiana, esaltata dalla bellezza della voce ( un po’ alla Eddie Vedder) di Wilkins, e l’intrigante Glass House, sorretta da un buon “drumming” e attraversata da una chitarra distorta. La seconda parte del percorso riparte con il country-folk della title track, Settling The Dust, e prosegue con le atmosfere  melodiche di Dont’ Think That I e Church On A Hill https://www.youtube.com/watch?v=iFvV1-ud_ZM , con sempre in evidenza la pedal steel (una costante del disco), terminando con i suoni di una intensa Take My Time e una nuovamente cadenzata “western song” dal titolo I Heard Your Whisper https://www.youtube.com/watch?v=aWoJK-6wgwQ .

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Tra i tanti “rockers” nascosti nel cuore dell’America, Joshua Black Wilkins (oltre ad essere uno dei miei preferiti), è senza dubbio uno dei più credibili, e proprio per questo motivo sono visibili gli accostamenti a colleghi più famosi, il richiamo alle liriche di Steve Earle, nella voce la raucedine di Tom Waits (e come detto l’intensità di Eddie Vedder), l’approccio musicale folk-noir di William Elliott Whitmore, e dando un tocco al personaggio, i tatuaggi di Mike Ness (fondatore della punk band Social Distortion), per cui questo suo ultimo lavoro, Settling The Dust, suona esattamente come ci si aspetta da un onesto e bravo artista del profondo sud (Tennessee) americano. Consigliato!

Tino Montanari

Il “Difficile Terzo Album” Per Un Barbuto Indie-Rocker Di Gran Talento! Sean Rowe – Madman

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Sean Rowe – Madman – Anti/Self Records

Uno dei primi a scoprire Sean Rowe (se non il primo http://discoclub.myblog.it/tag/magic/ ) è stato il titolare di questo blog, in occasione dell’uscita dell’ottimo Magic (11): un songwriter dall’indiscutibile talento con una gran voce dai toni baritonali, molto vicina a quelle di Nick Cave, Mark Lanegan e direi anche Matt Berninger (il leader e cantante dei National).

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Rowe, trentanovenne folk singer di Troy, New York con sangue irlandese e italiano nelle vene, per trovare l’ispirazione, dopo l’esordio da indipendente con lo sconosciuto album 27 (04,) si rifugia per qualche tempo sui monti Adirondacks (al confine fra Stati Uniti e Canada), e, nella quiete di boschi e ruscelli prese forma il citato Magic, a cui fece seguire un altro ottimo lavoro come The Salesman And The Shark (12), e ora torna con questo nuovo Madman, costruito in buona parte durante un tour di concerti in giro per gli States. Ad accompagnare il barbuto Sean troviamo, come sempre, ottimi musicisti tra i quali Chris Kyle alle chitarre, Ben Campbell al basso, Chris Carey alla batteria e percussioni, Chris Weatherly alla tromba, Jeff Nania al sax, il polistrumentista e anche co-produttore con Rowe,Troy Pohl, oltre alle vocalist aggiunte Cara May Corman e Sarah Pedinotti.

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Pur forse non raggiungendo i livelli di Magic ( però i pareri sono difformi, per alcuni è addirittura superiore), il buon Sean, con questo Madman, prosegue la sua parabola attraverso un suono alt-country, a partire dalla title track https://www.youtube.com/watch?v=ess11y1oFiE , un brano dalle tinte noir impresso dal vocione di Sean, poi il blues pulsante e selvaggio di Shine My Diamond Ring https://www.youtube.com/watch?v=pZQYML9Wf6k , passando per il R & B funky di Desiree, una The Game https://www.youtube.com/watch?v=Eud2Aul4gi8  che nello sviluppo mi ricorda una grande band australiana (da riscoprire) come i Triffids, mentre The Drive e Spiritual Leather sono due struggenti folk-ballads. Con Done Calling You si ritorna a respirare il blues del delta, canzone seguita dai ritmi sghembi e incalzanti di The Real Thing, che paiono usciti dai solchi di Swordfishtrombones di Tom Waits, per poi ritornare alle dolenti atmosfere (ma è la perla del disco) di una strepitosa Razor Of Love https://www.youtube.com/watch?v=YnxPdSq6yg4 , l’ode commovente al figlio di My Little Man https://www.youtube.com/watch?v=sQAlUi2E7IE , per chiudere infine con le percussioni maniacali di Looking For The Master, e il lamento finale e spirituale di una It Won’t Belong, cantata con anima e voce baritonale da Rowe https://www.youtube.com/watch?v=sQAlUi2E7IE .

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La voce autorevole di Sean Rowe è sicuramente il tratto prominente in Madman, e si fonde bene con una varietà di stili e influenze che vanno da Johnny Cash a Tom Waits, passando per JJ Cale e John Lee Hooker e direi anche Leonard Cohen in Razor Of Love (*NDB. E Greg Brown dove lo mettiamo?), e anche se, ripeto, forse, non è il miglior album della “triade”, per chi scrive Rowe è un artista dal potenziale illimitato che deve solo essere conosciuto e apprezzato, magari seduti davanti ad un bancone di un locale, con una cassa di birra ghiacciata.

Tino Montanari