Del Sano Country-Rock, Fatto Come Si Deve! Jason Boland & The Stagglers – Hard Times Are Relatives

jason boland hard times are relative

Jason Boland & The Stragglers – Hard Times Are Relative – Proud Souls/Thirty Tigers CD

Jason Boland, countryman dell’Oklahoma e tra i più autorevoli esponenti del cosiddetto movimento Red Dirt, è ormai sulla scena da un ventennio, periodo nel quale non ha mai cambiato di una virgola il proprio suono: un country-rock robusto e di spiccata propensione elettrica, con le chitarre sempre in primo piano ed una serie di dischi perfetti da suonare durante i lunghi viaggi in macchina. Hard Times Are Relative è il suo nono album di studio, tre anni dopo Squelch, e devo dire che siamo di fronte ad uno dei suoi lavori più positivi e riusciti. Con Jason, che si occupa delle chitarre oltre che delle parti vocali e del songwriting, troviamo gli inseparabili Stragglers (Grant Tracy al basso, Brad Rice alla batteria e Nick Worley al violino e mandolino), ma anche alcuni ospiti che arricchiscono la proposta sonora, come Bukka Allen (figlio di Terry) alla fisarmonica, Cody Angel, bravissimo alla steel, e David Percefull al piano, organo e chitarre aggiunte. Rockin’ country come piace a noi, belle canzoni eseguite in maniera trascinante, tante chitarre e feeling a profusione: questo è Hard Times Are Relative, dieci canzoni da godere tutte d’un fiato, con in più una ghost track finale decisamente sorprendente.

Il disco inizia ottimamente con I Don’t Deserve You, un gustosissimo honky-tonk elettrico e dal gran ritmo, steel guizzante e refrain delizioso (che ricorda vagamente quello di When Will I Be Loved degli Everly Brothers), il tutto dominato dal vocione di Jason. La title track è un lento senza cedimenti a sonorità zuccherine, e proprio per questo ancora più intenso: voce centrale, chitarre, dobro, banjo ed un languido violino, tutti al posto giusto (e verso la fine il ritmo aumenta pure). Decisamente bella e trascinante Right Where I Began, un rockin’ country chitarristico dal tempo veloce e feeling a mille: il Texas non è lontano dall’Oklahoma, e qui l’influenza del Lone Star State si sente tutta; Searching For You prosegue sulla stessa falsariga, ma se possibile il brano è ancora più coinvolgente, sembra di stare in un disco del miglior Dale Watson: ritmo e swing, impossibile tenere fermo il piede. Do You Remember When è una ballatona che più classica non si può, nello stile del grande George Jones (che, non dimentichiamo, era texano pure lui), mentre Dee Dee Od’d è uno dei pezzi più roccati del CD (notevole la chitarra), ancora con un refrain di ottimo livello, e non sto a dirvi del ritmo perché lo sapete già https://www.youtube.com/watch?v=PoKBPa3XBUU .

Going, Going, Gone non è quella di Dylan, ma una nuova canzone scritta insieme a Stoney LaRue (altro “red-dirter”), ed è un lentaccio di ampio respiro, solido e sufficientemente evocativo, con strumentazione rock (chitarre, organo e slide) appena stemperata dal violino; Tattoo Of A Bruise è un velocissimo brano a metà tra rockabilly e western swing, dalla ritmica al solito forsennata. Il disco, un vero piacere per le orecchie, termina con Predestined, fluida e toccante country ballad, dotata di uno dei motivi migliori dell’album, e con l’ambiziosa Grandfather’s Theme, un pezzo tra rock e country melodicamente complesso e dal tono quasi crepuscolare, caratterizzato da continui cambi di tempo ed un lungo ed intenso finale strumentale. Abbiamo detto della bonus track, che non è una canzone qualsiasi: si tratta infatti di una cover della splendida Bulbs, una delle canzoni più belle e meno conosciute di Van Morrison (era uno degli highlights del bellissimo Veedon Fleece, per chi scrive quanto di più simile ad Astral Weeks abbia mai pubblicato il grande irlandese), un brano strepitoso che qui viene reinventato e proposto come un vivace country tune elettroacustico, una rilettura che dà la misura del livello raggiunto da Jason Boland, e sigilla al meglio un disco tra i più godibili in ambito country-rock di quelli usciti ultimamente.

Marco Verdi

Soprattutto Per Strettissimi Osservanti Del Garage Rock. The Shadows Of Knight – Alive In ’65

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The Shadows Of Knight – Alive In 1965! – BlueRocket/Sundazed Music Mono

In questo continuo viaggio a ritroso nella musica degli Shadows Of Knight arriviamo ai primordi della band di Chicago. Nonostante la provenienza non parliamo di blues, qui siamo più in ambito garage rock, antesignano della musica psichedelica (e infatti li troviamo tra i protagonisti dei vari Nuggets), ma anche di omaggio alla musica della British Invasion e al primo rock and roll. E infatti in Alive in 1965! siamo all’incirca un anno prima della pubblicazione del loro primo album Gloria e la formazione quindi non è ancora quella definitiva. Il repertorio è composto solo di cover, dove non appare ancora il classico di Van Morrison e neppure i molti brani blues che caratterizzeranno il disco di esordio, ma nel tourbillon di canzoni che si susseguono nel concerto al Cellar Door di Arlington troviamo un piccolo Bignami della musica dell’epoca, tanto british beat ruvido e gagliardo, grinta “punk” e le prime avvisaglie di quello poi diverrà rock. La qualità del suono,  primitiva e ruvida, è comunque accettabile, direi quasi buona per un live del 1965, come in tutti i prodotti Sundazed, peccato per la voce un po’ lontana, quasi in cantina, forse perché è in Mono, ma gli strumenti sono ben definiti.

E’ ovvio che un prodotto del genere è molto di nicchia, indirizzato soprattutto agli appassionati di garage e psych, per quanto si ascolti in modo piacevole: la band è ancora embrionale, non ha sviluppato del tutto la potenza del successivo biennio 1966-1967, però  le canzoni scorrono pimpanti e veloci, 12 brani, 30 minuti scarsi in totale, ma un concerto a quei tempi durava così. Si parte con una interlocutoria Not Fade Away che finisce un po’ bruscamente, il pubblico che si intuisce pare veramente sparuto, ma la band li ripaga con una gagliarda Money (That’s What I Want) a metà strada tra Beatles e Stones, e a seguire una You Really Got Me molto fedele all’originale dei Kinks, peccato per le voci non perfettamente microfonate. Segue la presentazione della band che allora si chiamava ancora soltanto Shadows, e avrebbe cambiato nome per non confondersi con l’omonimo gruppo inglese, ottima versione a tutto riff di Carol , e una cover tra surf e garage della popolare Rawhide, ancora Chuck Berry di cui riprendono pure Memphis, Tennessee, non manca la intermission con breve sigletta musicale, prima di riprendere a darci dentro di gusto con It’s All Right.

Diciamo che la tecnica non è il loro forte ma l’entusiasmo non manca, e rispetto ai due Live del 1966 non c’è nessun brano in comune. Heart Of Stone è un altro brano degli amati Rolling Stones, uno dei rari momenti in cui il ritmo rallenta e ci scappa anche un assolo di chitarra di Warren Rogers, mentre anche i Kinks vengono nuovamente saccheggiati con All Day And All The Night. A voler proprio essere pignoli nessuno dei brani proposti si avvicina alla qualità degli originali, tutto molto minimale per quanto selvaggio, come conferma il finale con I’m A King Bee, l’unica concessione ad un blues “bastardo” e dove fa capolino perfino una slide appena accennata, nonché uno degli inni del movimento garage-psych ovvero Louie Louie che precede la stonesiana (Get Your Kicks On) Route 66 di nuovo carpita dal maestro Chuck Berry. Saluti frettolosi al pubblico, ma zero applausi e fine delle trasmissioni: un CD, lo ribadisco, indirizzato soprattutto agli stretti osservanti del garage rock.

Bruno Conti

From Belfast, Northern Ireland, Il Van Morrison Pasquale! Van Morrison In Concert

van morrison in concert

Van Morrison – Van Morrison In Concert – DVD o Blu-ray – Eagle Rock/BBC/Universal

A dimostrazione che non c’è molta fantasia nella scelta dei titoli, già nel 1990, ancora nell’era delle VHS, era uscito un video di Van Morrison che si chiamava Van Morrison: The Concert. Per il resto la videografia dell’irlandese è abbastanza scarna: un altro concerto uscito solo in videocassetta, Van Morrison In Ireland 1979, peraltro splendido, con Van che smentisce per l’occasione la sua staticità, persino lanciandosi in “voli plastici” sul palco, in un momento di abbandono durante l’esibizione che prevedeva l’esecuzione di 10 splendidi brani, durante un’oretta scarsa di concerto.

Poi dobbiamo arrivare al 2009 per il doppio DVD (il primo) dal vivo, Live At Montreux che riporta due concerti registrati nella cittadina svizzera, uno del 1974, in uno dei suoi momenti di massimo splendore, e l’altro, altrettanto bello, del 1980. Esce anche, lo stesso anno, 2009, Astral Weeks Live At The Hollywood Bowl: The Concert Film, registrato in California nel novembre 2008, in occasione del 40° Anniversario dall’uscita di uno dei suoi capolavori assoluti, forse il migliore dei suoi dischi.. Esisterebbe anche una limited edition dell’episodio dell’Austin City Limits del 2006, e nella versione cofanetto della ristampa di It’s Too Late To Stop Now vol. II,III, IV & DVD, troviamo appunto un DVD con un estratto dai concerti spettacolari al Rainbow di Londra del 23 e 24 luglio del 1973.

Questo per il passato, veniamo al presente. Prima di tutto volevo segnalarvi che in effetti sul Blog non ho recensito ancora l’ultimo album di Van Versatile, benché uscito a dicembre 2017. Mi ripromettevo di farlo, poi per ragioni di tempo non ci sono riuscito, ma visto che a fine aprile il nostro amico, che ultimamente sta mostrando una inusuale prolificità, e ha già annunciato l’uscita di un ennesimo lavoro You’re Driving Me Crazy, in coppia con l’organista Joey De Francesco, conto di recensirli entrambi insieme. E senza dimenticare che la ristampa potenziata per il ventennale di The Healing Game, prevista prima per il 2017 e poi rinviata a febbraio 2018, è stata per il momento sospesa.

Per cui “accontentiamoci” di questo splendido DVD (o Blu-ray) Van Morrison In Concert, registrato nel teatro della BBC a settembre del 2016, DVD che riporta come bonus anche il bellissimo Up On Cyprus Avenue, film trasmesso sempre dalla BBC con la testimonianza del suo ritorno a Belfast in occasione del suo 70° compleanno, con un concerto tenuto nei luoghi della sua giovinezza, proprio a Cyprus Avenue. Veniamo al contenuto: formazione classica con Van Morrison impegnato anche al sax, all’armonica e alla chitarra, Paul Moran, organo, piano, tastiere e tromba, Dave Keary, chitarre varie e voce, Paul Moore, basso e contrabbasso, Mez Clough, batteria e voce e l’ottima Dana Masters alle armonie vocali. Lo spettacolo era stato ripreso in occasione della presentazione dell’album Keep Me Singing, e quindi ci sono ben sei canzoni tratte dal quel disco, ma anche molti classici del repertorio passato e pure qualche chicca per gradire. Gran bel concerto, il tutto con una qualità video e audio di primissima qualità. Partenza pimpante con Too Late, un brano swingante che ricorda moltissimo lo stile delle sue migliori esibizioni, con la voce che non mostra segni di cedimento con il trascorrere del tempo (anzi) e la band suona con brio e grande classe, Morrison e Moran aggiungono anche il suono quasi imprescindibile del fiati, mentre il vocione di Keary contrappunta l’ugola sopraffina del nostro.

“Celtic Soul” che viene ribadito nella deliziosa Magic Time, pezzo del 2005, sempre con l’organo vintage di Moran a caratterizzare il suono inconfondibile dei brani dell’irlandese, nostalgico e classico come sempre, ottimi gli interventi di Keary alla chitarra, Moran alla tromba e Morrison al sax. A questo punto partono subito i classici: il primo è una sgargiante Wild Night, con l’intramontabile call and response condiviso questa volta con la brava Dana Masters, pezzo splendido, e che dire di una gagliarda Baby Please Don’t Go che non dimostra certo i suoi 50 anni e passa (solo dalla versione dei Them), con la band che tira alla grande, blues, rock e Van Morrison all’armonica, tutto perfetto anche nella swingante Don’t Start Crying Now, di nuovo dal lontano passato dei Them, il primo singolo della band pubblicato nel 1964. E per concludere il medley col trittico della memoria, Van e soci propongono anche una veemente Here Comes The Night, sempre caratterizzata da continui cambi di tempo. Every Time I See A River, ancora da Keep Me Singing, è una ballata splendida, degna di tutte quelle che l’hanno preceduta nel corso degli anni, un tipo di brano in cui Van Morrison è maestro assoluto, con la voce che sale e scende a piacimento, come se per lui il tempo si fosse fermato. Altro medley con la brillante Cleaning Windows e una sorprendente Be-Bop A Lula, riscoperta di recente dal vivo, appena accennata all’interno di un vortice di citazioni di celebri brani del passato. Anche Let It Rhyme ai tempi del concerto era nuovissima, un’altra bella canzone tratta da un disco, Keep Me Singing, che sicuramente è il migliore di Morrison degli ultimi venti anni, sorretto da una rinnovata ispirazione compositiva e che anche dal vivo mostra una freschezza di esecuzione invidiabile, con un ottimo Moran alla tromba.

Whenever God Shines His Light è un brano che il nostro amico ama molto, ma che abitualmente non mi fa impazzire, forse perché lo associo alla versione cantata con Cliff Richard, qui sostituito da una molto più incisiva Dana Masters che ripristina il tono gospel della canzone, poi ribadito anche in Sometimes We Cry, un brano tratto da The Healing Game, altra signora canzone e perla inestimabile tratta dal repertorio inesauribile dell’irlandese, che per l’occasione si supera anche grazie alla presenza stimolante della seconda voce femminile di una ispirata Masters. Sempre da Keep Me Singing viene anche Going Down To Bangor, molto bluesata e legata al passato, grazie all’uso dell’armonica a rinverdire gli amori del passato. E magiche ed intense sono pure le atmosfere di The Pen Is Mightier Than The Sword, penultimo brano tratto dall’album del 2016, con un ottimo interplay tra la slide di Keary e l’organo di Moran, come pure della title track Keep Me Singing, altro brano che rivaleggia con il glorioso passato del miglior Morrison. Enlightenment illustra il lato più spirituale della musica del grande cantautore di Belfast, un altro pezzo sontuoso estratto dal suo repertorio senza tempo, come anche Carrying A Torch, che viene da Hymns Of The Silence, degna controparte emotiva della canzone che la precede, ulteriore brano solenne che ispira riverenza per l’arte sopraffina di questo signore, che poi viene sublimata in una versione swingata e deliziosa di una delle sue canzoni più conosciute Brown Eyed Girl, sempre gioiosa e che ispira sentimenti positivi nell’ascoltatore, come pure la successiva Jackie Wilson Said, ennesima perla del suo songbook, un inno alla vita, alla bella musica e anche ad uno dei più grandi cantanti espressi dalla storia della musica nera. Come commiato questa volta niente Gloria (che stranamente non appare neppure nella parte irlandese del DVD), ma una comunque magnifica e corposa versione di In The Garden, un altro dei capolavori assoluti di Morrison, che canta con inimitabile aplomb il classico “No Guru No Method No Teacher” prima di congedarsi dal pubblico e la gente ne apprezza la commovente bellezza ancora una volta.

Ma non è finita qui. Il DVD come si diceva contiene anche lo short film di circa un’ora Up On Cyprus Avenue, registrato l’anno prima in occasione delle celebrazioni per il suo 70° compleanno, in una sorta di viaggio a ritroso fino alle sue origini, con il ritorno alla terra natale. La band che suona nel concerto è la stessa dell’anno successivo con l’eccezione di Robbie Ruggiero alla batteria invece di Clough. Mentre il repertorio. con qualche eccezione, è abbastanza differente dalla serata al BBC Theatre. Dopo una breve introduzione sulla storia passata di Morrison con la musica di Cyprus Avenue, il concerto si apre con lo strumentale Celtic Swing, un altro modo che è stato usato per definire la musica del grande Van, subito seguita dal medley Cleaning Windows/Be-Bop A Lula e poi da una avvolgente e maestosa Days Like This. Precious Time era su Back On Top, un pezzo tra R&B e soul, coinvolgente e ritmato, come nella migliore tradizione, mentre Sometimes I Feel Like A Motherless Children è un traditional (scusate il bisticcio) che si trovava su Poetic Champions Compose, un incalzante e urgente spiritual in cui Van si immedesima con grande empatia. Il medley del “passato” è leggermente diverso: si parte con Baby Please Don’t Go seguita da Parchman Farm dell’amato Mose Allison, per arrivare a Don’t Start Crying Now. It’s All In The Game è una vecchia canzone degli anni ’50 che Van Morrison ama molto, tanto da averla inserita nel suo album del 1979 Into The Music e questa versione è uno dei punti più esaltanti del concerto, si tratta di uno standard della canzone americana che ci permette di gustare la splendida voce del nostro amico in una esuberante e magistrale interpretazione che sfocia poi nella poca nota Burning Ground, che si trovava su Healing Game del 1997, comunque il miglior disco di Morrison degli ultimi 20 anni prima del recente Keep Me Singing.

In ogni caso anche questa è una versione splendida ed emozionante di un brano che ti lascia con il fiato mozzo per la sua bellezza. Una buona Whenever God Shines His Light fa da apripista per un altro dei classici imperdibili del suo repertorio ovvero And The Healing Has Begun, altra versione scintillante che anticipa la conclusione del concerto affidata ad un altro tributo alla memoria del passato, “ai giorni prima del rock and roll”, con la sognante ed eterea On Hyndford Street, altro brano magnifico, quasi declamato, che illustra la sua arte superba. E’quasi Pasqua e mi permetto un consiglio: se non lo avete ancora acquistato fatevi un regalo e comprate questo DVD, sono due ore e un quarto di pura magia e grande musica.

Bruno Conti

Anche Se Il CD Non Esiste Ne Varrebbe Comunque La Pena: I “Fiori Di Serra” Sono Rifioriti! Hothouse Flowers – Let’s Do This Thing

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Hothouse Flowers – Let’s Do This Thing – Self Realesed

*NDB Come avrete notato sul Blog di solito non parliamo di album che non esistono in formato fisico ma solo per il dowload. Però, per gli artisti che ci piacciono e meritano, facciano qualche eccezione. Già qualche anno fa era successo proprio per gli Hothouse Flowers http://discoclub.myblog.it/2011/01/02/riuscira-una-delle-migliori-band-sul-pianeta-a-farsi-pubblic/  e ora eccoli di nuovo solo in veste digitale. La parola a Tino…

A volte ritornano (per fortuna), verrebbe da dire: sembravano scomparsi, certamente ai tanti loro “fans” avevano fatto perdere, ma non del tutto, le tracce, risucchiati da un mercato discografico che necessita (purtroppo) sempre di nuovi volti e di nuovi personaggi. Sembravano scomparsi, si diceva, e invece per nostra fortuna sono vivi e vegeti, e sono tornati in sala d’incisione: stiamo parlando degli irlandesi Hothouse Flowers, che dopo un inizio di carriera per un importante “major” (la Polygram dei tempi, oggi Universal), avevano cercato con alterna fortuna di emulare i fasti dei più noti (e sponsorizzati) connazionali U2. La band ieri come oggi si regge sulle composizioni di Fiachna O’Branoin e di Peter O’Toole, elevate all’estrema potenza dalla voce e dall’interpretazione del leader indiscusso Liam O’Maonlai. Così a distanza di 14 anni dall’ultimo lavoro in studio Into Your Heart (04), e 7 dallo splendido live Goodnight Sun (10), puntualmente recensito su queste pagine, tornano con questo inaspettato Let’s Do This Thing, registrato nei noti  Windmill Lane Studios di Dublino, in cui è ancora una volta Liam il personaggio chiave di questa band, voce, tastiere e chitarre, a dirigere l’attuale line-up del gruppo composta dai citati Fiachna O’Braonàin alle chitarre e voce, Peter O’Toole al basso, e dal nuovo componente Dave Clarke alla batteria.

E il carisma di Liam è intatto e ben centrato a giudicare dalla splendida ballata iniziale Three Sisters, a cui fanno seguito il ricco e corposo arrangiamento di una quasi recitativa Sunset Sunrises, la strumentale e pianistica The Yacht (dove si evidenzia ancora una volta la bravura di Liam), per poi passare alle atmosfere rarefatte e “groove” di Back Through Time. Il pianoforte è ancora lo strumento principe e dominante della sofferta e accorata ballata Baby Is It Over Now, per poi proseguire con le note ossessive di una spettrale Blue Room (dove Liam si “traveste” quasi da John Trudell), riscoprire l’amore per il grande Van Morrison in una grande ballata come Let’s Do This Thing, senza dimenticarsi di tornare anche alle origini del gruppo, con la rabbia “soul” di una quasi “psichedelica” Are You Good?. La parte finale del disco viene affidata alle aperture “jam” e infatuazioni della band per la musica nera, con Music That I Need e Dance To Save The World cantate in falsetto da Liam,,che sembrano trascinare il gruppo verso i mai dimenticati compatrioti irlandesi dei Commitments. Questo nuovo lavoro Let’s Do This Thing è una prova evidente che la band sa scrivere ancora ottime canzoni, un lavoro che riesce a proporre con disarmante semplicità tutte le influenze del gruppo, trasformando l’energia del tempo degli esordi (una miscela di sana musica irlandese, con influenze soul, gospel e rock), in una prova matura, dove emerge al solito la grande capacità interpretativa di Liam O’Maonlai (dotato di una voce sublime come Bono e Van Morrison), un cantante in grado di trasformare ogni canzone (anche la più banale), in un piccolo capolavoro.

Per chi scrive, ma sono dichiaratamente di parte, se non fosse per gli Hothouse Flowers il grande panorama del rock irlandese sarebbe molto più piatto, in quanto canzoni come Your Love Goes On, This Is (Your Soul), Don’t Go, Forgiven, Sweet Marie, Christchurch Bells, Giving It All Away, One Tonque, I Can See Clearly Now, e la lancinante bellezza di una stratosferica If You Go (la trovate su People), non si possono discutere e rappresentano un patrimonio della musica irlandese. In fondo la differenza sostanziale fra gli “stellari” U2, e la band di Liam O’Maonlai, è che i primi si sono fatti “fagocitare” dal business musicale, i secondi ne hanno preso le distanze preferendo mantenere un rapporto sereno tra la loro vita e la loro musica, e se ascolterete i loro dischi proverete sicuramente delle genuine emozioni, e magari se avrete la fortuna di assistere ai loro concerti, energia e calore https://www.youtube.com/watch?v=0hGuUWOoA08 . In conclusione, se devo portare dei dischi sulla famosa “isola deserta”, sicuramente la scelta è obbligatoria in toto per la discografia dei Hothouse Flowers, la band più sottostimata del pianeta. Bentornati Fiori Di Serra!

Tino Montanari

NDT:  Let’s Do This Thing è stato inciso nel Settembre 2015, per poi essere “pubblicato” nel Novembre 2016, ed è attualmente è disponibile sul loro sito solo per il “download”http://hothouseflowers.com/product/lets-do-this-thing/ .Quindi se siete ammiratori di questa grande band (come il sottoscritto), ora sapete cosa fare!

Da Dublino, L’Ultimo Romantico. Glen Hansard – Between Two Shores

glen hansard between two shores

Glen Hansard – Between Two Shores – Anti / Epitaph

Mi sono accorto che da quando esiste questo blog, a parte in breve nelle varie rubriche, non abbiamo mai recensito approfonditamente un disco di Glen Hansard, musicista in un certo senso arrivato alla terza “vita” musicale da artista: dopo l’inizio di carriera come leader dei Frames, una band che resta tuttora un segreto ben custodito dell’ampia scena rock irlandese, che in carriera ha confezionato dischi che sono quasi sempre rimasti a metà del guado (tra il buono e il meno buono), poi sciolto momentaneamente il gruppo (ma nel 2015, hanno pubblicato un eccellente album Longitude) ha formato un sodalizio musicale e sentimentale con la cantante ( ed ex fidanzata) Markèta Irglovà sotto la ragione sociale Swell Season, raggiungendo pure un certo successo con l’Oscar alla canzone Falling Slowly,  ricevuto per il film Once (di cui era anche protagonista), per poi approdare ad una più che solida carriera solista esordendo con Rytthm And Repose (12), seguito dall’ottimo Didn’t He Ramble (15), prima di arrivare a questo nuovo lavoro Between Two Shores (senza dimenticare alcuni EP di spessore), dove il cantautore irlandese apre il proprio cuore e realizza un disco composto da una decina di “torch song” ricche di fascino.

La gestione di questo disco è stata laboriosa, in quanto tutte le canzoni, scritte interamente dal buon Glen, sono il risultato di sei anni di registrazioni effettuate durante i suoi vari tour, fatto che comunque ha portato lo scorso anno Hansard ad affittare i prestigiosi Black Box Studios francesi e, con l’aiuto del suo fidato “pard” nei Frames e co-produttore David Odlum, supportato in sala di registrazione dalla sua band attuale composta da Joseph Doyle al basso, Rob Bochnik alle chitarre, Graham Hopkins alla batteria e percussioni, Justin Carroll alle tastiere, Michael Buckley al flauto e sassofono, Ronan Dooney e Curtis Fowlkes alle trombe, senza dimenticare l’aiuto di ospiti di qualità tra i quali Thomas Bartlett al pianoforte, Brian Blade alla batteria, Brad Albetta al basso, Rob Moose al mandolino, viola e violino, e come “ciliegine sulla torta” la già citata “ex” Markèta Irglovà, Ruth O’Mahony Brady, Dawn Landes alle armonie vocali (e con questa squadra, credetemi, mi sembra abbastanza difficile fare un disco brutto).

Parafrasando il bellissimo titolo dell’album, il marinaio Glen inizia il suo percorso verso l’altra riva con l’elettrica Roll On Slow, canzone con venature fortemente “soul” e sostenuta da una importante sezione fiati, a cui fanno seguito una superba ballata come Why Woman, con un ritornello che ricorda un po’ la “rollingstoniana” Wild Horses, il sincopato “rock’n’soul” di una trascinante Wheels On Fire, per poi ritornare alla tenue malinconia di una dolce Wreckless Heart, dove nella parte finale svetta la tromba jazz di Ronan Dooney, e cimentarsi in una versione che ricorda molto il sommo connazionale Van Morrison (suo idolo), in una spettacolare Movin’ On https://www.youtube.com/watch?v=INEK7vI3jy0 . Siamo a metà della traversata, che prosegue a gonfie vele con le note pianistiche di Setting Forth (mi ricorda certe cose di un altro bravo irlandese, Damien Rice), il folk raffinato di una quasi “dylaniana” Lucky Man, per poi passare ad un’altra ballata quasi “sussurrata” come One Of Us Must Lose, e in vista della riva sprigionare archi e cori nell’arioso folk della intensa Your Heart’s Not It, prima di approdare con le sue “pene d’amore” al pianismo di una ballata languida quale Time Will Be The Healer, che chiude come una dolce carezza un lavoro fermamente in linea con la sua ultima produzione solista.

Nonostante sia sulle scene fin dai primissimi anni ’90, bisogna riconoscere che la carriera del buon “marinaio” Glen è stata complessa, iniziata come “busker” per le strade della bella Dublino, proseguita come interprete nel famoso e bellissimo film di Alan Parker The Commitmens, e come già detto i progetti con Frames e Swell Season, sino a questa ultima fase dove Hansard ha iniziato un percorso diverso mischiando rock e folk, irish music e soul celtico, stile dove la sua voce calda e fascinosa, e il suo indubbio carisma personale, fanno la differenza. Glen Hansard con questo Between Two Shores conferma di essere un’artista capace di regalare emozioni, un “songwriter” raffinatissimo, con canzoni che non lasciano indifferenti, campione indiscusso delle grandi ballate che chiedono soltanto le orecchie giuste per essere ascoltate, come in questo caso, che (per chi scrive) lo certifica come uno dei cantautori più autorevoli della sua generazione. Incantevole!

Tino Montanari

Forse E’ Un Disco Un Po’ Prevedibile, Ma Il Livello E’ Sempre Alto! Anderson East – Encore

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Anderson East – Encore – Elektra/Warner CD

Le due rivelazioni musicali del 2015 sono stati indubbiamente Anderson East http://discoclub.myblog.it/2016/01/01/recuperi-inizio-anno-3-meraviglioso-disco-soul-bianco-anderson-east-delilah/  e Nathaniel Rateliff http://discoclub.myblog.it/2015/09/03/ora-il-migliore-album-rocknsoul-dellanno-nathaniel-rateliff-the-night-sweats/ , titolari di due tra i più bei dischi di quell’anno (e nessuno dei due, va detto, era l’album d’esordio), due lavori splendidi che avevano come comune denominatore uno stile soul e rhythm’n’blues decisamente vintage. Ma i due approcci erano radicalmente diversi, in quanto Rateliff proponeva un errebi molto energico, quasi fisico e direttamente imparentato col rock (come ha confermato il devastante Live At Red Rocks da poco uscito http://discoclub.myblog.it/2017/12/11/un-live-prematuro-al-contrario-formidabile-nathaniel-rateliff-the-night-sweats-live-at-red-rocks/ ), mentre la musica di Delilah, l’album di East (vero nome Michael Cameron Anderson) era decisamente più raffinata, di classe, con una maggiore propensione alle ballate, e con l’influenza di Sam Cooke ben presente https://www.youtube.com/watch?v=Z5L4mRGQhJE . E, almeno per il sottoscritto, superiore (anche se di poco) a Rateliff. Delilah ha avuto anche ottimi riscontri di critica e di vendite, dimostrazione che in giro c’è ancora voglia di grande musica, ed Anderson si è goduto il momento, prendendosi tutto il tempo per dare un seguito a quel disco fulminante (nel frattempo si è anche fidanzato con Miranda Lambert).

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https://www.youtube.com/watch?v=Ka1p2Vj5wps

Encore, il suo nuovo lavoro, non cambia le carte in tavola, in quanto prosegue il discorso precedente di musica soul fatta davvero con l’anima, cantata e suonata alla grande, oltre che prodotta splendidamente (l’onnipresente Dave Cobb, già responsabile di Delilah). Se proprio vogliamo trovare il pelo nell’uovo, Anderson con questo disco non ha rischiato, in quanto sembra quasi che abbia inciso un appendice all’album precedente (ed il titolo forse non è casuale, gli encores in inglese sono i bis che un artista propone a fine spettacolo), ma sempre meglio così che cambiare totalmente, con il rischio di spersonalizzare il suono e scontentare tutti. Per la verità le avvisaglie non erano rassicuranti, in quanto il primo singolo, All On My Mind (in giro già da qualche mese) non è una grande canzone, troppo monolitica nel suono, piuttosto risaputa dal punto di vista melodico, e soprattutto con un fastidioso synth che non c’entra nulla con East. Ma fortunatamente siamo in presenza di un episodio isolato, in quanto il resto di Encore è bellissimo, con la grande voce “nera” di Anderson che la fa da padrona, ed una serie di canzoni decisamente riuscite (tutte scritte da lui, tranne due cover) e suonate in maniera sopraffina da uno zoccolo duro di musicisti del giro di Cobb (Chris Powell alla batteria, Brian Allen al basso, Philip Towns alle tastiere), una sezione fiati indispensabile nell’economia del suono, e qualche ospite di nome come Chris Stapleton e Ryan Adams alle chitarre in una manciata di pezzi.

Anderson East's Encore comes out Jan. 12.

https://www.youtube.com/watch?v=252yzYRawM8

Si inizia subito alla grande con King For A Day, splendida soul ballad (scritta da Anderson con Stapleton e sua moglie Morgane), calda, fluida e con una melodia deliziosa, il tutto eseguito con classe sopraffina (e che voce), con uno stile che rimanda a Curtis Mayfield. This Too Shall Last è un altro slow, più intimista del precedente, suonato con estrema raffinatezza e con le chitarre nelle mani di Adams: bellissimo sia l’uso dell’organo che lo sviluppo melodico. House Is A Building, superbamente orchestrata, è un pezzo romantico ancora di gran classe, mentre Sorry You’re Sick (un brano di Ted Hawkins, un musicista ex busker scoperto con colpevole ritardo, ed oggi quasi dimenticato) è trasformata in un vivace errebi dal gran ritmo, alla Ike & Tina Turner, con fiati e chitarre sugli scudi e la solita grande voce. If You Keep Leaving Me è una ballata davvero magnifica dal suono classico, primi anni settanta, un delizioso controcanto femminile ed una linea melodica perfetta, in cui vedo tracce sia di Van Morrison (l’accompagnamento) che di Joe Cocker (l’approccio vocale): ripeto, canzone strepitosa. Girlfriend è decisamente più grintosa e potente, tanto da invadere quasi il territorio di Rateliff, ma è ugualmente godibile dalla prima all’ultima nota, grazie anche ai fiati che qui la fanno da padroni (e perfino l’assolo di moog ha un sapore vintage), Surrender è ritmata, trascinante e diretta, con il nostro che si supera vocalmente, mentre di All On My Mind ho già detto, un pezzo di cui si poteva fare a meno. Il disco comunque si riprende subito alla grande con Without You, pianistica, vibrante e piena di calore, con un altro motivo emozionante, e con Somebody Pick Up My Pieces, una cover di Willie Nelson che esce idealmente dal Texas per spostarsi in Alabama, diventando una scintillante ballata in puro stile southern soul.

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https://www.youtube.com/watch?v=1zSczaSm60U

Il CD, che è uscito l’altro ieri, venerdì 12 gennaio, si chiude con la lenta e spoglia Cabinet Door, solo voce e piano ma un feeling enorme; ottima conferma quindi per Anderson East: Encore avrà forse il difetto di non essere troppo diverso da Delilah, facendo mancare quindi l’effetto sorpresa del suo predecessore, ma siamo comunque in presenza di un lavoro di notevole livello e che ascolteremo a lungo.

Marco Verdi

Un “Classico” Come Tutti Gli Anni: Il Meglio Del 2017 In Musica Secondo Disco Club! Parte I

meglio del 2017meglio del 2017 2

Come tutti gli anni in questo periodo abbiamo riunito un trust di cervelli (con una aggiunta rispetto allo scorso anno) e questo è il risultato del nostro meditato e assolutamente libero pensare. Ecco quelli che secondo il nostro parere personale sono i migliori dischi del 2017. Visto che i collaboratori sono abbastanza “indisciplinati” ognuno ha impostato le proprie preferenze seguendo i propri criteri e dilungandosi abbastanza (ma questa è una tradizione del Blog che non voglio tradire), ed il sottoscritto, in qualità di titolare del Blog, si è riservato come sempre di integrare questa prima lista (che è più o meno quella che ho elaborato per il Buscadero) con appendici ed aggiunte varie.Quest’anno le varie classifiche di preferenza vengono presentate in ordine di arrivo nel Blog dei vari collaboratori, con chi scrive che appare per ultimo. Per cui, intanto che a Milano nevica, direi di partire, ricordandovi che ho integrato le liste con le copertine di alcuni dischi e video tratti dagli stessi, cercando di non ripetermi. Di alcuni non abbiamo ancora pubblicato le recensioni (anche per colpa principalmente del sottoscritto piuttosto indaffarato pure con la rivista, come forse avrete notato) ma cercheremo di recuperare con i ripassi di fine anno e le ultime uscite. Visto che è piuttosto lungo il Post è stato diviso in due.

Parte I

I BEST DEL 2017 secondo Marco Verdi

gregg allman southern blood

Disco Dell’Anno: Gregg Allman – Southern Blood

dan auerbach waiting on a song

Piazza D’Onore: Dan Auerbach – Waiting On A Song

Gli Altri 8 Della Top 10:

bob dylan trouble no more

Bob Dylan – Trouble No More: The Bootleg Series Vol. 13

john mellencamp Sad_Clowns_&_Hillbillies_Cover_Art

John Mellencamp – Sad Clowns And Hillbillies

chris hillman bidin' my time

Chris Hillman – Bidin’ My Time

blackie and the rodeo kings kings and kings

Blackie & The Rodeo Kings – Kings & Kings

little steven soulfire

Little Steven – Soulfire

marty stuart way out west

Marty Stuart – Way Out West

mavericks brand new day

The Mavericks – Brand New Day

roger waters is this life we really want

 Roger Waters – Is This The Life We Really Want?

 I “Dischi Caldi”:

chris stapleton from a room vol.1chris stapleton from a room vol .2

Chris Stapleton – From A Room 1 & 2

van morrison roll with the punchesvan morrison versatile

Van Morrison – Roll With The Punches & Versatile

tim grimm a stranger in this time

Tim Grimm – A Stranger In This Time

steve earle so you wanna be an outlaw

Steve Earle – So You Wanna Be An Outlaw

 

Ristampe:

woody guthrie the tribute concerts front

Various Artists – Woody Guthrie: The Tribute Concerts

beatles sgt, pepper

The Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band 50th Anniversary

 

Album Dal Vivo:

old crow medicine 50 years of blond on blonde

Old Crow Medicine Show – 50 Years Of Blonde On Blonde

rolling stones sticky fingers at the fonda theatre cd+dvd

Rolling Stones – Sticky Fingers Live At Fonda Theat

grateful dead cornell 5-8-1977

Grateful Dead – Cornell 5/8/77

nathaniel rateliff and the night sweats live at red rock

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks

DVD/BluRay: Bob Dylan – Trouble No More: A Musical Film

Concerto: Rolling Stones a Lucca

 bob seger i knew when

Canzone: Bob Seger – I Knew You When

Dan Auerbach – Waiting On A Song

Roger Waters – Deja Vu

Bob Dylan – Ain’t Gonna Go To Hell For Anybody

 willie nile positively bob

Album Tributo: Willie Nile – Positively Bob

Cover Song: Gregg Allman – Black Muddy River  

 waterboys out of all this blue

La Delusione: The Waterboys – Out Of All This Blue

jeff lynne's elo wembley or bust front

Piacere Proibito: Jeff Lynne’s ELO – Wembley Or Bust

john fogerty blue moon swamp

“Sola” Dell’Anno: John Fogerty – Blue Moon Swamp 20th Anniversary

Evento Dell’Anno: purtroppo, l’inattesa e sconvolgente scomparsa di Tom Petty, un fatto talmente tragico da oscurare perfino la perdita di Gregg Allman.

Marco Verdi

 

Il Meglio Del 2017 secondo Tino Montanari

Joe Bonamassa Live At Carnegie Hall An Acoustic Evening

Disco Dell’Anno

Joe Bonamassa – Live At Carnegie Hall Acoustic Evening

Canzone Dell’Anno

Otis Taylor – Jump To Mexico

natalie merchant the collection

Cofanetto Dell’Anno

Natalie Merchant – The Natalie Merchant Collection

eric andersen be true to you sweet surprise

Ristampa Dell’Anno

Eric Andersen – Be True To You / Sweet Surprise

mavis staples i'll take you there concert celebration

Tributo Dell’Anno

Mavis Staples & Friends – I’ll Take You There

Disco Rock

John Mellencamp – Sad Clowns & Hillbillies

waifs ironbark

Disco Folk

Waifs – Ironbark

Disco Country

Old Crow Medicine Show – 50 Years Of Blonde On Blonde

marc broussard sos save our soul 2

Disco Soul

Marc Broussard – S.O.S. 2: Save Our Soul On A Mission

chicago play the stones

Disco Blues

Various Artists – Chicago Play The Stones

Disco Jazz

Van Morrison – Versatile

orchestra baobab tribute

Disco World Music

Orchestra Baobab – Tribute To Ndiouga Dieng

sharon jones soul of a woman

Disco Rhythm & Blues

Sharon Jones & The Dap Kings – Soul Of A Woman

tom jones live on soundstage

Disco Oldies

Tom Jones – Live On Soundstage

Disco Live

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks

graziano romani soul crusder again

Artista Italiano

Graziano Romani – Soul Crusader Again

de gregori sotto il vulcano

Disco Italiano

Francesco De Gregori – Sotto Il Vulcano

Colonna Sonora

Various Artists – Atomic Blonde (*NDB ???)

Esordio Dell’Anno

Paul Cauthen – My Gospel (*NDB bis, bello, però è uscito nel 2016 http://discoclub.myblog.it/2017/01/05/tra-texas-alabama-e-piu-di-uno-sguardo-al-passato-paul-cauthen-my-gospel/ )

who tommy live royal albert hall 2017 dvd

Dvd Musicale

Who – Tommy Live At Royal Albert Hall

 

Altri in ordine sparso

drew holcomb souvenir

Drew Holcomb & The Neighbors – Souvenirs

Otis Gibbs – Mount Renraw

Matthew Ryan – Hustle Up Starlings

Danny & The Champions Of The World – Brilliant Light

White Buffalo – Darkest Darks, Lightest Lights

bruce cockburn bone on bone

Bruce Cockburn – Bone On Bone

christy moore on the road

Christy Moore – On The Road

Zachary Richard – Gombo

winwood greatest hits

Steve Winwood – Greatest Hits Live

Sam Baker – Land Of Doubt

 

 weather station weather station

Weather Station – Weather Station

Lucinda Williams – This Sweet Old World

Jude Johnstone – A Woman’s Work

Ruthie Foster – Joey Comes Back

robyn ludwick this tall to ride

Robyn Ludwick – This Tall To Ride

Susan Marshall – 639 Madison

Buffy Sainte-Marie – Medicine Songs

Carrie Newcomer – Live At The Buskirk

shannon mcnally black irish

Shannon McNally – Black Irish

Shaun Murphy – Mighty Gates

 

Band Of Heathens – Duende

orphan brigade heart of the cave

Orphan Brigade – Heart Of The Cave

Subdudes – 4 On The Floor

Dead Man Winter – Furnace

Dropkick Murphys – 11 Short Stories Of Pain & Glory

over the rhine live from the edge of the world

Over The Rhine – Live From The Edge Of The World

Flogging Molly – Life Is Good

national sleep well beast

National – Sleep Well Beast

Hooters – Give The Music Back Live

My Friend The Chocolate Cake – The Revival Meeting

Tino Montanari

Fine della prima parte

segue>

Grande Disco, “Con Un Piccolo Aiuto Dagli Amici”, E Che Amici! Mitch Woods – Friends Along The Way

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Mitch Woods – Friends Along The Way – Entertainment On

Mitch Woods, pianista e cantante di blues e boogie-woogie, da oltre trent’anni ci delizia con i suoi Rocket 88, band con cui rivisita classici della musica americana e composizioni proprie, con uno stile che lui stesso ha definito con felice espressione “rock-a-boogie”, e la cui summa è forse il CD uscito alla fine del 2015 Jammin’ On The High Cs Live, dove il nostro, nel corso della Legendary Blues Cruise, indulgeva nell’arte della collaborazione con altri artisti, diciamo della jam per brevità, che è una delle sue principali peculiarità http://discoclub.myblog.it/2016/01/06/nuovo-musicisti-crociera-mitch-woods-jammin-on-the-high-cs-live/ . In quella occasione Woods era affiancato da fior di musicisti, Billy Branch, Tommy Castro, Popa Chubby, Coco Montoya, Lucky Peterson, Victor Wainwright, membri sparsi dei Roomful Of Blues e Dwayne Dopsie, ma per questo nuovo album Friends Along The Way l’asticella viene ulteriormente alzata e alcuni degli “amici” coinvolti in questa nuova fatica sono veramente nomi altisonanti: c’è solo una piccola precisazione da fare, il disco, inciso in diversi studi e lungo gli anni, è principalmente acustico, non c’è il suo gruppo e neppure una sezione ritmica, a parte la batteria in tre brani, e un paio dei friends che appaiono nel CD nel frattempo ci hanno lasciato da tempo.

Certo i nomi coinvolti sono veramente notevoli: Van Morrison e Taj Mahal, impegnati in terzetto con Woods in ben tre brani, prima in una splendida Take This Hammer di Leadbelly, con Van The Man voce solista e Mitch e Taj che lo accompagnano a piano e chitarra acustica, mentre lo stesso Morrison agita un tamburello, comunque veramente versione intensa e di gran classe. Pure la successiva C.C Rider, con i rotolanti tasti del piano di Woods che sono il collante della musica, non scherza, Taj Mahal e Van Morrison si dividono gli spazi vocali equamente e la musica fluisce maestosa. Più avanti nel disco troviamo la terza collaborazione, Midnight Hour Blues, altro tuffo nelle 12 battute per un classico di Leroy Carr, dove Morrison è ancora la voce solista e suona pure l’armonica, mentre Mahal è alla National steel, con il consueto egregio lavoro di Woods al piano (stranamente alla fine del CD c’è una versione “radio” del primo brano, che tradotto significa semplicemente che è più corta). Già questi tre brani basterebbero, ma pure il resto dell’album non scherza: Keep A Dollar In Your Pocket, è un divertente boogie blues con Elvin Bishop, anche alla solista, e Woods che si dividono la parte vocale, mentre Larry Vann siede dietro la batteria; notevole Singin’ The Blues, una deliziosa ballata cantata splendidamente da Ruthie Foster, che ne è anche l’autrice, come pure la classica Mother in Law Blues, cantata in modo intenso da John Hammond, che si produce anche da par suo alla national steel con bottleneck.

Cryin For My Baby è un brano scritto dallo stesso Woods, che la canta ed è l’occasione per gustarsi l’armonica di Charlie Musselwhite, un blues lento dove anche il lavoro pianistico di Mitch è di prima categoria; Nasty Boogie, un vecchio pezzo scatenato di Champion Jack Dupree, vede il buon Mitch duettare con Joe Louis Walker, impegnato anche alla chitarra, mentre in Empty Bed offre il suo piano come sottofondo per la voce ancora affascinante e vissuta di Maria Muldaur. Blues Mobile è un pimpante brano scritto dallo stesso Kenny Neal, che ne è anche l’interprete, oltre a suonare l’armonica e la chitarra, in uno dei rari brani elettrici con Vann alla batteria, The Blues è un pezzo scritto da Taj Mahal, che però lo cede ad una delle leggende di New Orleans, il grande Cyril Neville, che la declama da par suo, sui florilegi del piano di Woods, che si ripete anche nella vorticosa Saturday Night Boogie Woogie Man, di nuovo con Bishop alla slide, prima del ritorno ancora di Musselwhite con la sua Blues Gave Me A Ride, lenta e maestosa. Chicago Express è una delle registrazioni più vecchie, con James Cotton all’armonica, per una train song splendida, prima di lasciare il proscenio ad un altro dei “maestri, John Lee Hooker, con la sua super classica Never Get Out Of These Blues Alive, al solito intensa e quasi ieratica nel suo dipanarsi. In chiusura, oltre all’altro pezzo con Morrison e Mahal, troviamo un duello di pianoforti, insieme a Marcia Ball, in una ondeggiante In the Night, un pezzo di Professor Longhair che chiude in gloria questa bella avventura musicale. Sono solo tre parole, ma sentite; no, non sole, cuore e amore, direi più “gran bel disco”!

Bruno Conti

Il Blues Secondo Van Morrison, Classico E Raffinato. Roll With The Punches E’ Il Nuovo Album

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Van Morrison – Roll With The Punches – Exile/Caroline/Universal

Per il mese di settembre, in un primo tempo, era stata annunciata la ristampa potenziata, in versione triplo CD, di The Healing Game, l’album di Van Morrison che quest’anno avrebbe festeggiato il 20° Anniversario dall’uscita: il disco ora ha una nuova data di uscita prevista per il 15 febbraio 2018, quindi il ventennale va a farsi benedire, ma si sa che queste date sono spesso solo degli optional per le case discografiche, specie se l’artista, come il rosso irlandese, ha due contratti con diverse etichette, la Caroline, e quindi il gruppo Universal, per i dischi nuovi (ed è già il secondo di seguito che esce con loro, un record per il Van degli ultimi anni, che sarà ribadito a breve), e la Sony Legacy per le ristampe del vecchio catalogo. Comunque verso l’inizio dell’estate è stata annunciata l’uscita di un nuovo album, Roll With The Punches, a cui, nel corso delle procedure, è stata anche cambiata la foto di copertina, in quanto nella prima versione era obiettivamente piuttosto pacchiana. Cosa che invece non è il contenuto del disco, classico e raffinato come dico nel titolo, dedicato al Blues, inteso nel senso più ampio del termine, quindi anche R&B, soul, R&R e un filo di gospel, il tutto attraverso l’ottica unica di Morrison, che per l’occasione scrive anche cinque nuovi brani, sintonizzati su questa lunghezza di onda sonora, con un chiaro omaggio ai suoi ascolti giovanili, agli artisti e alle canzoni che lo hanno influenzato nella parte iniziale della sua carriera, e che ancora oggi spesso sono l’oggetto delle sue ricerche sonore. Come è abbastanza noto i dischi del nostro amico, per definizione, appartengono al “genere Van Morrison”, o se proprio vogliamo affibbiargli una etichetta, diciamo celtic soul:music, quindi, secondo i detrattori, “purtroppo” tutti uguali tra loro, e per gli ammiratori, “per fortuna” tutti uguali tra loro. Ovviamente sto estremizzando parecchio, ma il succo è un po’ quello, infatti parlando dei suoi CD, non si parla di un album bello, ma di un Van Morrison bello, e quello dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/10/02/male-esordiente-irlandese-van-morrison-keep-me-singing/, era molto bello, uno dei suoi migliori da parecchio tempo a questa parte, forse proprio dai tempi di The Healing Game.

Come sapete il sottoscritto è un grande estimatore dell’opera di Van The Man, ma credo anche di essere obiettivo, e quindi direi che questo Roll With The Punches è “solo” un bel disco, non un grande disco, con alcune canzoni decisamente sopra la media, e cantato come sempre da una delle più belle voci dell’orbe terracqueo, a 72 anni ancora limpida e potente come se il tempo per lui non passasse (anche se come sapete, secondo una mia teoria già esposta in passato, da bambino Van Morrison ha ingoiato un microfono, e quindi è avvantaggiato rispetto ai suoi concorrenti). Facezie a parte, il disco è anche suonato in modo impeccabile, e questa volta il nostro amico utilizza, oltre alla sua band attuale, anche parecchi ospiti (in modo in parte diverso rispetto all’album dei duetti http://discoclub.myblog.it/2015/03/21/vivo-van-morrison-duets-re-working-the-catalogue-la-recensione/ , dove ogni tanto i partner scelti non erano alla sua altezza). Il nome più importante è sicuramente quello di Jeff Beck, un vecchio amico con cui ha suonato in parecchie jam, e componente della “santa trinità” dei chitarristi rock inglesi, con Clapton e Page, che appare in cinque brani. Nel disco, come ospiti ci sono altre tre “vecchie glorie” del british blues, Chris Farlowe, Georgie Fame Paul Jones, oltre al più giovane (nasceva più o meno quando l’irlandese iniziava la sua attività musicale) Jason Rebello, pianista di impronta jazz, sempre inglese. Mentre nella band abituale di Van Morrison troviamo Paul Moran all’organo, Stuart McIlroy al piano, Dave Keary alla chitarra, Laurence Cottie al basso, Mez Clough alla batteria, oltre alle due eccellenti coriste Dana Masters Sumudu Jayatilaka, e qualche altro strumentista che appare saltuariamente, ma questa volta, salvo due o tre eccezioni, niente fiati. Dieci cover e cinque brani nuovi di impronta prevalentemente blues, ma grazie alla verve vocale di questo signore comunque nettamente superiori alla produzione media nell’ambito delle 12 battute.

Prendiamo la prima canzone, la title track Roll With The Punches, uno dei brani nuovi, una vibrante blues song, un Chicago Blues potente e sanguigno, con Keary molto efficace alla slide e  il duo McIlroy e Moran alla tastiere che sottolinea il cantato intenso di Morrison: Transformation all’inizio mi pareva identica a People Get Ready di Curtis Mayfield (orrore, un quasi plagio), ma è un attimo e poi diventa un’altra classica soul ballad tipica dell’irlandese, serena e fluida, con le due voci femminili e Chris Farlowe che danno una mano nell’arrangiamento, mentre un misuratissimo Jeff Beck, lavora di finezza per l’occasione, trattenendo i suoi istinti più “esagerati”. Un bel uno-due di apertura, seguìto dalla prima cover dell’album, I Can Tell, un pezzo dal repertorio di Bo Diddley, ma che nella scansione sonora ricorda pure lo stile di un altro dei “maestri” di Van Morrison, il grande John Lee Hooker, con il suo riff insistito e ripetuto, che sta a mezza strada tra R&R e R&B anni ’50, sempre con piano e organo che si dividono con le chitarre gli spazi, fino a che arriva Jeff Beck e mette d’accordo tutti, mentre Farlowe e le coriste sono sempre in moto sullo sfondo in modalità call and response e anche Morrison mette in azione la sua armonica. Due canzoni celeberrime sono poi proposte in un medley di grande intensità, Stormy Monday di T-Bone Walker, con la voce duettante di Chris Farlowe, questa volta alla pari con Van, e Lonely Avenue, un pezzo di Doc Pomus, che cantava Ray Charles, una delle grandi passioni di Morrison, ancora con un Jeff Beck in grande spolvero, nell’inconsueta veste più misurata utilizzata in questo album (ma se suona sempre), e anche il nostro amico si scatena nuovamente all’armonica. Goin’ To Chicago, scritta da Count Basie & Jimmy Rushing è più jazzata, eseguita in quartetto, con Georgie Fame, seconda voce e organo hammond, lo stesso Van armonica e chitarra elettrica, Chris Hill al contrabbasso e James Powell alla batteria, per un brano più notturno e felpato, che potrebbe essere il preludio del nuovo disco di Van. Un altro direte voi? Ebbene sì, a dicembre dovrebbe uscire un altro disco nuovo di Morrison, dedicato agli standards jazz, che dovrebbe chiamarsi Versatileve lo anticipo qui, poi ve lo confermerò più avanti, ma dovrebbe essere quasi certo.

Tornando al disco, Fame (omaggio a Georgie?), è un altro pezzo originale, per l’occasione in duetto con Paul Jones (Manfred Mann Blues Band), all’armonica, oltre che voce duettante, un altro blues duro e puro molto classico; e pure Too Much Trouble, ancora proveniente dalla penna dell’irlandese, e che lo vede impiegato anche al sax, è Morrison tipico, con Moran alla tromba e Cottie al trombone, nell’unico brano fiatistico che si inserisce nel filone swingante à la Moondance. con un ottimo Rebello al piano. Uno dei pezzi forti dell’album è sicuramente la rilettura intensa e sentita del capolavoro di Sam Cooke, Bring It On Home To Me, una delle più belle canzoni della storia della musica nera (e non solo), veicolo ideale per la magnifica voce senza tempo di Van, che già ne aveva incisa una versione splendida nell’indimenticabile doppio dal vivo del 1974 It’s Too Late To Stop Now, superiore a quella attuale per me, che però si avvale di uno strepitoso Jeff Beck alla solista che quasi pareggia quella dell’epoca, grande musica in entrambi i casi (quindi doppio video). Ordinary People è l’ultimo degli originali firmato da Van, un altro buon blues, se mi passate il termine, molto hookeriano, dall’andatura falsamente pigra ed ondeggiante, con Keary Beck che si stuzzicano alle chitarre, mentre Farlowe fa lo stesso con il “capo”, e McIlroy fa scorrere le dita veloci sulla tastiera e alla fine chi gode è l’ascoltatore, come dice il famoso detto adattato per l’occasione “sarà solo blues ma ci piace”! How Far From The God di Sister Rosetta Tharpe, con il piano barrelhouse di Mcilroy in evidenza, ha un empito quasi R&R, con piccoli sussulti gospeli, nel suo dipanarsi e Morrison scurisce la sua voce ulteriormente, per Teardrops From My Eyes, un brano che facevano Louis Jordan, Louis Prima e Ray Charles, molto più felpata e dal sound errebì vecchia scuola, con Georgie Fame di nuovo all’organo e il buon Van che sfodera un ficcante assolo di sax, mentre le coriste si agitano sempre sullo sfondo. Automobile di Sam “Lightnin’ Hopkins è un intenso blues lento elettrico, con armonica, chitarra (lo stesso Morrison) e piano, a guidare le danze. Benediction è uno dei classici brani di Mose Allison, altro grande pallino ed amico dell’irlandese, con Rebello eccellente al piano e Moran all’organo e ancora il sax del nostro, che impiega Keary e Clough come voci “basse” di supporto, insieme alle due ragazze, per un brano dalla struttura squisita. Mean Old World era un celebre brano dell’armonicista Little Walter, un altro slow blues in cui Morrison non può esimersi dal soffiare nello strumento. e in chiusura rimane la divertente e mossa Ride On Josephine, l’altro pezzo dal repertorio di Bo Diddley, con drive e riff che erano quelli tipici di Ellas McDaniel.

Una ennesima buona prova quindi di Van Morrison, che ne conferma la ritrovata vena, insieme alla sua immancabile e proverbiale verve vocale. E’ uscito oggi, venerdì 22 settembre.

Bruno Conti  

“Gallina Vecchia” Fa Sempre Un Buon Brodo. Paul Brady – Unfinished Business

paul brady unfinished business

Paul Brady – Unfinished Business – Proper Records

A distanza di circa sette anni dall’acclamato Hooba Dooba (10), e a due dallo splendido concerto di materiale d’archivio dal vivo The Vicar St.Sessions Vol. 1 (15), recensito puntualmente su questo blog http://discoclub.myblog.it/2015/07/12/irlandesi-che-serate-amici-vecchi-nuovi-paul-brady-the-vicar-st-sessions-vol-1-with-mark-knopfler-van-morrison-sinead-oconnor-bonnie-raitt-mary-black-eccetera/ , torna il songwriter nord-irlandese Paul Brady che prima nei Johnstons e poi nei Planxty (in sostituzione di Christy Moore, ma senza incider nulla) si è poi costruito nel corso dei cinque decenni successivi una buona carriera da solista iniziata dal folk, e poi in seguito sfociata nella svolta rock, a partire dal “seminale” e bellissimo Hard Station (81). Per questo Unfinished Business (quindicesimo album da solista) registrato nello Studio di Brady a Dublino, Paul ha suonato lui stesso la maggior parte degli strumenti, sfornando nove brani nuovi di cui cinque scritti con l’amica cantautrice Sharon Vaughn (ha lavorato con Willie Nelson, Waylon Jennings, Dolly Parton, Kenny Rogers, e altri), tre con il poeta Paul Muldoon (premio Pulitzer per la poesia), e uno con Ralph Murphy (produttore tra gli altri degli April Wine e altri artisti canadesi), più due canzoni di stampo tradizionale, Lord Thomas And Fair Ellender di Mike Seeger, e The Cocks Are Crowing del bardo Eddie Butcher, con buona parte dei brani accompagnati ai cori dalla brava Vaughn.

Unfinished Business si apre con la title track, un brano che inizia con un pianoforte tintinnante, dal ritmo lento e raffinato, accompagnato da una sorta di quartetto soft-jazz, a cui fa seguito il suono più moderno di una gioiosa I Love You But You Love Him, mentre gli echi del miglior Van Morrison si appalesano nella meravigliosa Something To Change, con abbondanza di fiati e coretti “soul”, e una “moderna diversità” si percepisce in Say You Don’t Mean, con un testo molto critico di Muldoon. Con la splendida Oceans Of Time si ritorna alle sue classiche ballate d’amore (con un ritornello “assassino” cantato in duetto con Sharon), e che si adatta perfettamente alla voce di Paul, per poi cambiare ritmo sulle note rarefatte di una chitarra jazz con Harvest Time, ritornare per una volta alle sonorità degli esordi folk dei primi anni con il tradizionale The Cocks Are Crowing ,un brano che Paul canta da decenni dal vivo, e sorprendere l’ascoltatore con una divertente e leggermente “dylaniana” I Like How You Think. Ci si avvia alla parte finale con la melodia popolare di Maybe Tomorrow, dove flauto, fisarmonica e mandolino dettano il ritmo ed echi nostalgici dell’Irlanda, mentre ammalia una dolce ballata di paese come Once In A Lifetime (scritta con Ralph Murphy), e per chiudere ecco “la perfezione” del tradizionale Lord Thomas And Fair Ellender, tutto basato su una chitarra melodica e l’armonica, con in sottofondo le note di un mandolino (come fossero suonate in un qualsiasi Pub irlandese).

Questo signore ha festeggiato il 70° compleanno all’inizio di quest’anno, e la sua carriera è stata costellata da collaborazioni con artisti del calibro di Tina Turner, Bonnie Raitt, David Crosby, per citarne alcuni su tutti, ricevendo l’apprezzamento anche di un certo Bob Dylan per il suo “songwriting” raffinato, che lo conferma come uno degli artisti più popolari della musica irlandese, un cantautore di razza, un vocalist ancora brillante, con una storia alle spalle, e che con questo Unfinished Business dimostra ancora una volta di avere classe, fantasia e di essere in grado di fare ancora eccellente musica, caratteristiche che gli hanno fatto guadagnare nel tempo schiere di ammiratori in tutto il mondo. A parere di chi scrive, i dischi di Paul Brady sono stati sempre come dei grandi viaggi, da scoprire ed esplorare, ma una volta scoperti potrebbe esserci là fuori un intero mondo di potenziali viaggiatori pronti ad ascoltare questo brillante musicista irlandese.

Tino Montanari