Non So Se Fosse Necessaria Un’Edizione Deluxe, Ma E’ Comunque Sempre Un Bel Sentire! Keith Richards – Talk Is Cheap 30th Anniversary

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Keith Richards – Talk Is Cheap 30th Anniversary – Mindless/BMG 2CD – Super Deluxe 2CD/2LP/2x45rpm

Tanto per cominciare, l’album in questione è uscito in origine nel 1988, e quindi gli anni non sono 30 ma 31, e poi non avrei mai pensato che Talk Is Cheap, primo LP di Keith Richards lontano dai Rolling Stones, avrebbe potuto beneficiare di una ristampa deluxe, non perché non fosse un bel disco (anzi), ma perché non riveste chissà quale importanza nella storia del rock. Sul finire degli anni ottanta in molti ci si interrogava se gli Stones fossero o meno ancora una band, dato che gli ultimi due album di studio, i traballanti Undercover e Dirty Work, non erano stati seguiti da una tournée, i rapporti interni diciamo che non erano idilliaci e Mick Jagger aveva dato alle stampe due album da solista, She’s The Boss e Primitive Cool, che definire brutti è fargli un complimento.

Poi, nel 1988, anche Richards era uscito con il suo primo solo album in assoluto, Talk Is Cheap appunto, fatto che sembrava mettere una pietra tombale sulla storia degli Stones, che invece sarebbero tornati l’anno dopo con un nuovo lavoro di buon livello (Steel Wheels) e soprattutto con un nuovo tour in grande stile. Ma torniamo a Talk Is Cheap, che da molti viene considerato il miglior album di Keith (io personalmente preferisco il suo seguito, Main Offender, ma di un’attaccatura) e meglio anche degli ultimi lavori dell’epoca degli Stones (e qui sono d’accordo), un disco che vedeva finalmente un membro della storica band tornare a fare del sano rock’n’roll, dopo le porcherie danzereccie di Jagger. D’altronde Richards è sempre stata l’anima rock delle Pietre, ed in questo disco la cosa viene fuori alla grande: canzoni semplici, dirette (tutte scritte a quattro mani da Keith con il batterista Steve Jordan, che è anche il produttore) e decisamente chitarristiche e coinvolgenti. Certo, la voce di Richards non è quella di Jagger, ma il suo tono sghembo, incerto, quasi stonato è paradossalmente in grado di produrre più emozioni di una voce ben impostata ma priva di feeling (non mi riferisco a Mick, ma alla miriade di cantantucoli che già nel 1988 spopolavano nelle classifiche).

Keith è sicuramente un rocker dal pelo duro, ma a modo suo è anche un romanticone, e lo ha sempre dimostrato nelle (rare) ballate che ha scritto; in Talk Is Cheap il nostro si fa aiutare da una serie di sessionmen di gran nome, che donano al disco un suono potente e coeso: oltre a Jordan, abbiamo Waddy Wachtel alla seconda chitarra, sia ritmica che solista, Ivan Neville al piano, la vecchia conoscenza Bobby Keys al sax, oltre a partecipazioni di Chuck Leavell all’organo, Joey Spampinato, ex bassista degli NRBQ, Maceo Parker al sax alto, il grande Johnnie Johnson al piano, l’ex Stones Mick Taylor ovviamente alla chitarra e Patti Scialfa ai cori. La nuova edizione deluxe, presentata in un’elegante confezione dalla copertina dura, presenta l’album originale sul primo CD (rimasterizzato alla perfezione) ed un secondo dischetto, molto interessante, con sei brani inediti tratti dalle stesse sessions, per altri 32 minuti di musica. Esisterebbe anche una costosa versione Super Deluxe, che però non offre neppure un minuto di musica in più rispetto all’edizione “povera”, ma solo i due CD, due LP con lo stesso contenuto, i due 45 giri dell’epoca ed un libro di 80 pagine. Il CD originale inizia con Big Enough, un brano funky sudaticcio e vizioso, dal ritmo cadenzato ed il sax di Parker a punteggiare: il suono è potente ma non è esattamente una grande canzone, sembra più Jagger solista che Richards. Meglio, molto meglio Take It So Hard (il primo singolo di allora), che comincia con un riff “alla Keith” ed una ritmica tipica delle Pietre Rotolanti, un rock’n’roll coinvolgente e gioioso, con il nostro che incrocia la chitarra con quella di Wachtel.

La scattante e mossa Struggle è un’altra rock song elettrica di buon livello, un’ottima scusa per far sentire le sei corde, con un basso molto pronunciato a dettare il tempo. Irresistibile I Could Have Stood You Up, un vero e proprio rockabilly anni cinquanta con tanto di coro in sottofondo ed il formidabile pianoforte di Johnson a svettare, un brano divertentissimo sia per chi lo suona che per chi lo ascolta; Make No Mistake è invece un caldo errebi con tanto di fiati dei Memphis Horns, e la voce quasi confidenziale di Keith, imperfetta ma ricca di fascino, doppiata da quella più impostata di Sarah Dash. Ancora rock’n’roll, potente e stonesiano (ma va?), con You Don’t Move Me, con Wachtel che passa alla slide assumendo un po’ il ruolo di Ronnie Wood, ed ancora meglio è How I Wish, puro rockin’ sound 100% Stones, solita attività chitarristica goduriosa e Keith che canta anche abbastanza bene, mentre Rockawhile è più lenta ma sempre cadenzata e dall’atmosfera paludosa, quasi voodoo: non a caso una parte importante ce l’ha la fisarmonica di Stanley “Buckwheat” Dural, direttamente dalla Louisiana. Il disco termina con Whip It Up, ennesimo trascinante rock’n’roll a cui manca solo la voce di Mick (ma c’è il sax di Keys, e sembra davvero vintage Stones sound), Locked Away, evocativa e splendida ballata dal suono potente e cantata da Richards con il cuore in mano (forse il pezzo migliore dell’album), e It Means A Lot, che chiude con un funk-rock vigoroso e godibile, dall’ottimo finale chitarristico.

Nel dischetto con i sei brani bonus due sono jam sessions, intitolate semplicemente Blues Jam la prima e Slim la seconda, entrambe con una superband formata da Keith, Taylor, Johnson, Spampinato, Keys, Jordan e Leavell. E se la prima, poco più di quattro minuti, è di “riscaldamento”, la seconda di minuti ne dura ben dieci ed è assolutamente strepitosa, con una prestazione pianistica mostruosa da parte di Johnson, vero protagonista di un pezzo che da solo vale l’acquisto del doppio CD. Abbiamo poi due cover sempre dal sapore blues (con la stessa band): My Babe di Willie Dixon, soffusa, quasi jazzata e suonata con classe sopraffina, e la più “grassa” Big Town Playboy di Little Johnny Jones, dominata dalla slide di Taylor. Chiudono il CD la pimpante Mark On Me (unica canzone originale del dischetto), purtroppo rovinata da un synth anni ottanta che la fa sembrare un brano di Prince, non dei migliori, e Brute Force, un’altra jam strumentale ma stavolta senza superband, quattro minuti di chitarre in libertà. In definitiva una ristampa forse non indispensabile ma di sicuro interesse, non fosse altro che per il secondo CD, o almeno per due terzi di esso. Se invece non possedete il disco originale…ci state ancora pensando?

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 2. Linda Ronstadt – Live In Hollywood

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Linda Ronstadt – Live In Hollywood – Rhino/Warner CD

Sembra quasi impossibile che un’artista dalla lunga e luminosa carriera (purtroppo interrotta da diversi anni a causa del morbo di Parkinson) come Linda Ronstadt non avesse mai pubblicato un disco dal vivo, pratica quasi obbligatoria per ogni musicista di successo negli anni settanta. E di successo Linda ne ha avuto per davvero, in quanto stiamo parlando probabilmente della cantante donna più popolare in America almeno nella seconda parte dei seventies, con diversi album e singoli andati al numero uno (e quello era ancora il periodo in cui i dischi si vendevano ed in classifica ci andavi solo se eri bravo). Questa mancanza è stata oggi in parte riparata dalla sempre benemerita Rhino con l’uscita di questo Live In Hollywood, testimonianza audio di un concerto televisivo tenuto dalla Ronstadt nell’aprile del 1980 ai Television Center Studios, ed andato in onda all’epoca per il canale via cavo HBO.

Una performance coi fiocchi, i cui nastri si pensava che fossero stati persi da anni, fino a quando il produttore e tecnico del suono John Boylan si è imbattuto quasi per caso nel classico scatolone il cui contenuto non rifletteva quanto c’era scritto all’esterno; Boylan aveva cercato per diverso tempo le bobine originali di questo show, specie dopo aver assistito ad una versione di esso uscita in un bootleg DVD di pessima qualità, ed è riuscito nel suo intento proprio quando aveva cominciato a perdere le speranze. Il risultato finale dimostra però che i suoi sforzi sono valsi a qualcosa, in quanto siamo di fronte ad una performance coi fiocchi da parte di un’artista al massimo del suo potenziale, la cui importanza si capisce ancora di più se si leggono i nomi della band stellare che l’accompagna: Danny “Kootch” Kortchmar alla chitarra, Dan Dugmore alla steel, Billy Payne (dei Little Feat) alle tastiere, Bob Glaub al basso, Russell Kunkel alla batteria, l’ex compagno di Linda negli Stone Poneys Kenny Edwards a banjo e chitarra, oltre al noto produttore Peter Asher alle percussioni e lo stesso Asher con Wendy Waldman alle voci, un gruppo di veri e propri habitué nei dischi dei musicisti che all’epoca contavano, specie in California.

Il concerto originale era durato un’ora e venti, ma per questo CD Boylan ha selezionato con l’aiuto della Ronstadt stessa le dodici performance a loro giudizio migliori (più una bonus track che però altro non è che la presentazione dei musicisti da parte di Linda), per quasi cinquanta minuti di ottimo country-pop-rock made in California, cantato e suonato alla grande, e con la ciliegina di un suono reso eccellente dalle moderne tecnologie. Si inizia con una splendida versione, puro rock californiano, di I Can’t Let Go (di Chip Taylor, come saprete la Ronstadt è sempre stata essenzialmente un’interprete), chitarre in primo piano e prestazione grintosa: Linda è in forma vocale top ed i membri della band si dimostrano subito degni della loro fama. La rilettura da parte della cantante di Tucson del classico di Buddy Holly It’s So Easy è uno dei grandi brani degli anni settanta, e quella sera Linda ne offre una versione più trascinante che mai, mentre tutti sappiamo che Willin’ dei Little Feat è un capolavoro assoluto, e la cantante la riprende con classe e maestria, guidata sapientemente dal piano liquido di Payne (che credo conoscesse la canzone piuttosto bene): interpretazione strepitosa di un brano monumentale.

La sbarazzina e solare Just One Look, un successo di Doris Troy, è un’altra grande hit di Linda, e mantiene il suo sapore anni sessanta, Blue Bayou di Roy Orbison (cantante che all’epoca non era ancora stato riscoperto), con ultimo verso cantato un spagnolo, non è esplosiva come quella di Roy, ma resta comunque una bella resa, mentre Faithless Love è una deliziosa country ballad scritta da J.D. Souther. A quell’epoca Linda aveva appena pubblicato un nuovo album, Mad Love, dal quale sono tratte la sinuosa Hurt So Bad (di Little Anthony & The Imperials), puro soft rock californiano di classe, e la roccata e coinvolgente How Do I Make You, scritta da Billy Steinberg, songwriter poco noto al grande pubblico ma responsabile, tra le altre, di vere e proprie hit come Alone delle Heart, Like A Virgin di Madonna, Eternal Flame delle Bangles e True Colors di Cyndi Lauper. Poor Poor Pitiful Me è una delle grandi canzoni di Warren Zevon, e Linda la riprende in modo vivace e ruspante, ma l’highlight del CD è una notevole versione della classica You’re No Good (Dee Dee Warwick), con una strepitosa jam finale guidata da Kortchmar che porta la durata del pezzo a sei minuti. Finale a tutto rock’n’roll con Back In The U.S.A. di Chuck Berry e con l’evergreen degli Eagles Desperado, versione lenta per sola voce e piano, cantata al solito splendidamente.

Ci sono voluti cinquant’anni per avere un disco dal vivo di Linda Ronstadt, e Live In Hollywood ha il merito di farci tornare idealmente nel bel mezzo di un periodo in cui la California, musicalmente parlando, era al centro dal mondo.

Marco Verdi

Ritorna Uno Degli Album “Classici” Degli Anni ’80 In Versione Deluxe! Stevie Nicks – Bella Donna

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Stevie Nicks – Bella Donna – Atco/Rhino Deluxe Edition 3 CD

Ci sono dei dischi che risentiti a distanza di tempo risultano delle mezze delusioni, altri che sorprendono per l freschezza che hanno mantenuto nel tempo e poi ci sono i capolavori senza tempo. Direi che questo Bella Donna di Stevie Nicks probabilmente non rientra nella terza categoria, ma ci si avvicina molto: non sentivo il disco da parecchi anni e devo ammettere che riascoltandolo 25 anni dopo la sua uscita originale mi sono meravigliato di quanto sia bello. Dieci canzoni, tutte di grande qualità, e del tutto all’altezza di quanto la bionda di Phoenix, ma californiana per elezione, abbia fatto con la sua band, i Fleetwood Mac, di cui è sempre stata strenua “difenditrice” (per quanto il vocabolo al femminile suoni male), l’unica del trio delle stelle, con Lindsey Buckingham e Christine McVie, sempre presente nelle varie reunion del gruppo. La storia di Bella Donna, narrata con dovizia di particolari nel corposo libretto che è allegato alla tripla versione Deluxe, è abbastanza nota, ma facciamo un veloce ripasso. Siamo alla fine del 1980, i Fleetwood Mac sono al termine del tour mondiale per promuovere Tusk, disco che non ha ripetuto le vendite colossali di Rumours, ma ha raggiunto comunque i due milioni di vendite complessive e l’unanime plauso della critica, però quello viene considerato il disco di Buckingham (anche se ci sono ben cinque canzoni di Stevie, tra cui la splendida Sara). Comunque i rapporti amorosi intrecciati (e la loro fine), tra i vari componenti del gruppo hanno creato un ambiente quasi invivibile, la tensione tra Nicks, Buckingham e Mick Fleetwood è alle stelle, quindi Stevie. nelle pause tra una data e l’altra, si rifugia spesso nelle hall degli alberghi dove trova un pianoforte, per scrivere bozzetti di quello che sarà il suo primo album solista.

Ma prima fonda la propria etichetta, la Modern Records, all’interno del gruppo Warner/Atco, trova un produttore, Jimmy Iovine (scelto perché la Nicks voleva chiunque stesse producendo i dischi di Tom Petty), che poi diventerà anche il suo fidanzato, il quale le procura, in mancanza di un gruppo, alcuni dei migliori musicisti, non turnisti (questa è una pregiudiziale fondamentale), che suonavano in alcune delle migliori band americane: ed ecco Roy Bittan dalla E Street Band, Michael Campbell, Benmont Tench e Stan Lynch degli Heartbreakers, Don Felder e l’ex boyfriend Don Henley dagli Eagles, ma anche il chitarrista di Elton John Davey Johnstone, Waddy Wachtel alle chitarre, Bill Payne dei Little Feat al piano in un pezzo, Bobbye Hall alle percussioni, Bob Glaub al basso e Russ Kunkel alla batteria, per una sezione ritmica da sogno, oltre alle sue inseparabili amiche, e grandi esperte di armonie vocali, Lori Perry e Sharon Celani. Tutti coadiuvati da Iovine, che reduce dai suoi lavori, prima con John Lennon e Bruce Springsteen, poi con Meat Loaf e la Patti Smith di Easter, a soli 27 anni è uno dei produttori del momento, anche grazie al suo successo con Damn The Torpedoes di Tom Petty And The Heartbreakers, che convince, grazie alla loro complicità amorosa, la sua fidanzata, che comunque gli presenta una serie di splendide canzoni, alcune appena composte, altre recuperate dal passato, a registrare come singolo, un pezzo che Tom Petty e Mike Campbell avevano scritto apposta per lei (e da lì nascerà una “amicizia” e una collaborazione tra i due che proseguirà per tutti gli anni ’80), la bellissima Stop Draggin’ My Heart Around, uno splendido esempio del miglior rock americano dell’epoca.

Ma nel disco ci sono altre 9 canzoni, tra cui 3 ulteriori singoli: la poderosa Edge Of Seventeen, dedicata alla prima moglie di Petty, Jane, e il cui titolo nasce da un equivoco, quando Stevie chiese loro da quando si conoscevano lei gli rispose “from the age of seventeen” con un forte accento della Florida e la canzone prese quel titolo, oltre ad uno dei riff di chitarra più conosciuti dell’epoca, creato da Waddy Wachtel, e intorno al quale le Destiny’s Child di Beyoncé hanno costruito la loro hit Bootylicious, mentre il pezzo della Nicks è un grande esempio di rock californiano, degno delle migliori cose dei Fleetwood Mac, con le tre vocalist scatenate. La vellutata, fin dal titolo, Leather And Lace, era nata come una canzone da donare a Waylon Jennings e Jessi Colter per un duetto non utlizzato, e nel disco la ballata acustica viene eseguita in coppia con Don Henley, che entra solo nel finale, ma la canta da par suo. After The Glitter Fades, splendida, è una canzone dall’impianto country, con la pedal steel di Dan Dugmore e il piano di Roy Bittan in grande evidenza, oltre a Stevie che la canta in modo celestiale, con quella voce riconoscibile fin dalla prima nota, una delle più caratteristiche del rock americano.

Tra le altre canzoni la title-track è un’altra perfetta ballata mid-tempo di stampo west-coastiano, romantica e corale, di nuovo con il piano, questa volta Benmont Tench, protagonista assoluto, ma splendido anche il lavoro di tessitura della chitarra di Wachtel e i saliscendi nella costruzione sonora del brano; Kind Of Woman porta anche la firma di Tench, e grazie agli arpeggi dell’acustica di Johnstone potrebbe ricordare il sound dell’Elton John “americano”, ancora perfetto il lavoro di chitarra di Waddy Wachtel, uno dei grandi non celebrati dello strumento, mentre Think About It, che porta anche la firma di Roy Bittan, vede la presenza, proprio al piano, di Bill Payne, la canzone è una sorta di esortazione all’amica e compagna di avventura nei Mac, Christine McVie, a pensarci bene prima di andarsene dalla band , un altro brano molto bello, ma non ce n’è uno scarso, con un arrangiamento avvolgente e il suono nitido e ben delineato creato da Iovine, con tutti i musicisti registrati live in studio. After The Glitter Fades, di nuovo dalla chiara impronta country, con chitarre, piano e pedal steel celestiali, è un messaggio della giovane Stevie, alla futura stella Nicks, scritto in gioventù quando lei e Lindsey si arrabattavano tra mille mestieri in cerca di una futura gloria. How Still My Love è un altro brano dove si apprezza il classico sound pop-rock di eccellente fattura tipico dei Fleetwood Mac d’annata, come pure Outside The Rain, altra canzone forse minore, ma comunque di sicura presa, con la conclusiva The Highwayman, dove appaiono ancora Johnstone, Henley e Mike Campbell, brano di nuovo intimo, quasi dolente, ma di caratura superiore.

Nel secondo CD della confezione ci sono versioni alternative di Edge Of Seventeen, più lunga e meno rifinita, con alcune false partenze, Think About It, quasi più bella dell’originale, How Still My Love dove un organo svolazzante aggiunge fascino e brio alla costruzione del pezzo, Leather And Lace, in versione alternativa acustica, senza Henley, ma comunque bella, Bella Donna, è in formato demo, solo voce e piano. Poi ci sono alcuni inediti: Gold And Braid, uscita solo nel cofanetto Enchanted, anche questa volta con falsa partenza, ma poi diventa un bel pezzo rock, Sleeping Angel, in una versione alternativa con mandolino, rispetto a quella più rock usata nella colonna sonora di Fast Times At Ridgemont High, che troviamo in chiusura del dischetto, altra canzone di buona fattura. Come pure If You Were My Love, prevista per Mirage e poi apparsa nel recente 24 Karat Gold, e The Dealer prevista in Tusk, e pubblicata solo, con nuovo arrangiamento, sempre in 24 Karat Gold, questa avrebbe fatto un figurone in Tusk, Rumours o Bella Donna, dove volete. Manca ancora l’altro brano tratto da una colonna sonora, Blue Lamp, dal film di animazione Heavy Metal (il genere musicale non c’entra), suono fin troppo pompato e anni ’80, quelli non buoni, comunque non orribile.

Il terzo CD prevede un concerto strepitoso, registrato al Wiltshire Theatre di Beverly Hills nella serata finale, 13 dicembre del 1981, del brevissimo tour per promuovere l’album: 14 brani in tutto, con una band della madonna, Roy Bittan, Benmont Tench, Waddy Wachtel, Bob Glaub, Russ Kunkel, Bobby Hall e le due coriste Lori Perry e Sharon Celani, con la presentazione del babbo di Stevie Nicks, e versioni lunghe e poderose di sette brani dell’album, oltre a Gold Dust Woman, minacciosa e tirata, Gold And Braid, che manco i migliori Fleetwood Mac forse avrebbero saputo fare meglio, e anche una versione tiratissima di I Need To Know, degna dei migliori Heartbreakers, oltre a sontuose versioni di Dreams, Angel, Sara  e in conclusione, dopo una incredibile Edge Of Seventeen di quasi nove minuti, anche una magnifica Rhiannon. Pochi giorni dopo sarebbe rientrata nei ranghi per registrare insieme agli altri Fleetwood Mac il nuovo album Mirage, ma questo Bella Donna rimane il suo quasi capolavoro, a maggior ragione in questa versione potenziata: splendido, forse l’ho già detto?

Bruno Conti        

Il Supplemento Della Domenica: Anteprima Beth Hart – Fire On The Floor, Il Disco Della Completa Maturità!

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Beth Hart – Fire On The Floor – Mascot/Provogue – 14-10-2016

Al sottoscritto il precedente album di Beth Hart Better Than Home era piaciuto parecchio http://discoclub.myblog.it/2015/04/24/bel-disco-forse-troppe-ballate-dal-vivo-beth-hart-better-than-home/ , forse inferiore ai due album con Joe Bonamassa, che però contenevano solo cover, ma superiore a Bang Bang Boom Boom, che pure era prodotto da Kevin Shirley e vedeva la partecipazione in fase di registrazione della band dello stesso Joe, ma le cui canzoni erano meno compiute e varie di quelle di Better Than Home. Che era comunque un album più intimista, ricco nell’ambito della ballate e di brani più bui e malinconici: poi si è scoperto, come ha confidato la stessa Beth, che durante la registrazione di quel disco, uno dei due produttori, Michael Stevens, era gravemente malato, nelle fasi terminali di un cancro che poi se lo sarebbe portato via da lì a poco. Quindi l’atmosfera in studio era decisamente tesa, ricca di emozioni particolari, anche se poi il risultato era stato più che buono, per quanto difficile per i partecipanti, con un suono comunque ben bilanciato e la partecipazione di alcuni musicisti di pregio, come Larry Campbell alle chitarre e Charlie Drayton alla batteria, oltre all’altro produttore Rob Mathes che suonava tastiere, chitarre e curava tutti gli arrangiamenti. Alcune delle canzoni sono diventate dei piccoli classici del repertorio live della nostra amica, anche se proprio dal lato concertistico, che pure è uno dei punti fermi di Beth Hart, una performer formidabile https://www.youtube.com/watch?v=XPyeqLRNoc4 (degna di tutte le grandi del passato, da Janis Joplin e Grace Slick, passando per Etta James, Aretha Franklin, Tina Turner, Bonnie Bramlett di Delaney & Bonnie)  https://www.youtube.com/watch?v=QTWxXG2NoKQ risiede anche uno dei piccoli punti deboli della sua musica: insomma, detto papale papale, la touring band che Beth Hart utilizza, non so se per fedeltà o per motivi economici, formata comunque da buoni professionisti https://www.youtube.com/watch?v=UNk2lMu2cuI , non è paragonabile ai musicisti che suonano nei dischi, la band di Bonamassa, quelli appena citati, oppure ancora quelli che suonano nel nuovo disco, Michael Landau e Waddy Wachtel alle chitarre, Rick Marotta alla batteria, Brian Allen al basso, Jim Cox al piano, Dean Parks all’acustica, Ivan Neville all’organo (più una sezione fiati).

Ca…spiterina, perché come ricorda lei stessa in una intervista, e lo lascio in inglese, perché rende perfettamente l’idea “If you don’t have great musicians, you’re not gonna have a very good record, are you?! Concordo del tutto ed è questo il motivo per cui mi ostino sempre a segnalare i nomi dei musicisti nelle recensioni. E a proposito della affermazione appena riportata, questo è un buon disco, a tratti ottimo. Anche il produttore Oliver Leiber (pure lui un nome che ricorda qualcosa, infatti è il figlio di Jerry Leiber,  di Leiber & Stoller, una delle coppie strategiche del periodo aureo del R&R, del R&B e del primo pop https://www.youtube.com/watch?v=kdWc-rtnHUE ) fa un ottimo lavoro: dodici brani che la stessa Beth dice essere tra i migliori scritti nella sua carriera, e poi da lei messi in una sequenza che ci porta ad una sorta di crescendo qualitativo. Mi sono sentito l’album più volte, visto che lo sto ascoltando due mesi prima dell’uscita e devo dire che è veramente ottimo: dall’abbrivio jazz e raffinato di una Jazzman che tiene fede al titolo, swing-jump anni ’40-‘50, con piano, contrabbasso, fiati, un assolo di chitarra in punta di dita e la voce felpata, ma che prende fuoco all’occorrenza. Love Gangster è un blues con licenza blue-eyed soul, ricco di melodia e di ritmo, con le improvvise fiammate della Hart, che con quella voce può fare ciò che vuole, e un notevole assolo di chitarra in chiusura, Coca Cola viceversa è cantata con la voce vulnerabile e miagolante che Beth sfodera quando vuole rendere omaggio a Billie Holiday, uno dei suoi miti, sexy e panterona, subito pronta a graffiare in questo intenso blues.

Let’s Get Together è una delle canzoni che mi piacciono di più, un soul/R&B fiatistico solare, molto sixties, tipo quelli che scrivevano proprio Leiber & Stoller, delizioso. Love Is A Lie è uno di quei pezzi potenti tra blues e rock in cui Beth Hart eccelle con la voce che sale e scende a comando e la band, soprattutto le chitarre, che suona alla grande, mentre Fat Man, un brano scritto con Glen Burtnik e poi accantonato per essere completato in tempi recenti, è uno dei pezzi più rock, tipico del suo lato più scatenato, Anche Fire On The Floor dovrebbe fare sfracelli dal vivo, una ballata blues potente ed intensa, di grande impatto emotivo, Woman You’ve Been Dreamig Of è un’altra delle sue tipiche ballate pianistiche, intima e raccolta, sempre ricca di pathos ma anche di melodia, quella che si chiama di solito una bella canzone; Baby Shot Me Down rialza i ritmi, un tocco latino qui, un waw-wah malandrino là, un’aria divertita e la solita voce splendida. Che poi raggiunge il suo vertice interpretativo in Good Day To Cry, una superlativa ballata soul degna di quelle che si ascoltavano in Pearl di Janis Joplin  https://www.youtube.com/watch?v=rZuGz2pNc5s, interpretazione da brividi, con picchi e vallate che si alternano nel corpo della canzone, e pure la successiva Picture In A Frame, inizialmente concepita come una testimonianza del suo amore per il marito, ma che poi si è trasformata in un omaggio allo scomparso Michael Stevens, praticamente quasi solo piano e voce all’inizio, ma poi entra la band e diventa un’altra meravigliosa ballata, come pure la splendida conclusiva No Place Like Home, che pur predicando il concetto opposto di Better Than Home, propone semplicemente l’altra faccia della stessa medaglia.

Sempre più brava, probabilmente il disco più bello della sua carriera, una voce come ormai se ne trovano poche in giro, esce venerdì 14 ottobre.

Bruno Conti