E, Come Al Solito, Il Vecchio Willie Non Sbaglia Un Colpo! Willie Nelson – First Rose Of Spring

willie nelson first rose of spring

Willie Nelson – First Rose Of Spring – Sony CD

A quasi un anno esatto da Ride Me Back Home https://discoclub.myblog.it/2019/07/07/forse-lunico-modo-per-fermarlo-e-sparargli-willie-nelson-ride-me-  torna il grande Willie Nelson, che nonostante l’età avanzata (ormai le primavere sono 87) non ha nessuna intenzione di ritirarsi e, anzi, continua a pubblicare dischi di qualità altissima: First Rose Of Spring è l’album di studio numero 70 per il musicista texano (senza contare i lavori in collaborazione con altri, i live e le colonne sonore: in tutto si arriva a 94), ed è manco a dirlo un disco splendido, superiore anche a Ride Me Back Home e di poco inferiore a Last Man Standing del 2018, che però era uno dei suoi migliori in assoluto. E’ vero che Willie fa parte di quegli artisti che non hanno mai veramente deluso, nemmeno negli anni ottanta quando la sua ispirazione era un po’ offuscata, o quando ha pubblicato album a sfondo reggae (Countryman) o strumentale (Night And Day, bello ma con una voce così come gli è venuto in mente di fare un disco non cantato?): da quando poi ha iniziato a collaborare col produttore Buddy Cannon lo standard qualitativo si è sempre mantenuto a livelli di assoluta eccellenza.

First Rose Of Spring è un disco tipico del nostro, con una serie di ballate di grande bellezza, suonate alla grande e cantate con la solita voce inimitabile nonostante gli anni: Cannon ha come di consueto messo a disposizione di Willie il solito manipolo di fuoriclasse (Bobby Terry alle chitarre, Kevin Grantt e Larry Paxton al basso, Mike Johnson alla steel, Chad Cromwell e Lonnie Wilson alla batteria e Catherine Marx alle tastiere, oltre naturalmente all’immancabile Mickey Raphael all’armonica), ma il resto è farina del sacco di Nelson, che ha interpretato alla sua maniera la solita serie di canzoni scelte con cura, scrivendone anche due nuove di zecca insieme allo stesso Cannon. L’album si apre con la title track, una languida country ballad scritta da Randy Houser e contraddistinta dalla grandissima voce di Willie in primo piano con dietro solo un paio di chitarre, l’armonica, una steel ed un organo appena accennati: la canzone è già bella di suo, ma il timbro vocale del leader e la sua interpretazione la rendono da pelle d’oca. Blue Star è il primo dei due pezzi nuovi, ed è un altro lento splendido dallo sviluppo rilassato e disteso, con un motivo di prim’ordine ed un suono caldo e coinvolgente, mentre I’ll Break Out Again Tonight (di Whitey Shafer ma resa popolare da Merle Haggard) è uno scintillante honky-tonk classico, un genere di canzone che Willie canta anche quando dorme ma riesce a farlo emozionando ogni volta.

Don’t Let The Old Man In è la dimostrazione che i grandi interpreti riescono a migliorare anche brani di autori non proprio di prima fascia, nello specifico Toby Keith: altro limpido slow di matrice western con leggera orchestrazione alle spalle ed un tocco di Messico come sempre quando Willie imbraccia la sua Trigger; Just Bummin’ Around è una saltellante e swingata country song d’altri tempi (ed infatti è stato un successo negli anni cinquanta per Jimmy Dean), eseguita con la solita classe sopraffina, ed è seguita dalla tenue e bellissima Our Song di Chris Stapleton, altro pezzo country dal pathos notevole con una parte vocale di brividi, e dalla formidabile We Are The Cowboys di Billy Joe Shaver, una western song sferzata dal vento che è tra le ballate più belle uscite negli ultimi mesi, e che si candida come uno dei brani centrali del CD. La toccante Stealing Home (ma che voce!), scritta dalla figlia di Cannon, Marla, e la mossa e trascinante I’m The Only Hell My Mama Ever Raised, brano uscito dalla penna di Wayne Kemp (songwriter che scrisse tra le altre la famosa One Piece At A Time per Johnny Cash), precedono le conclusive Love Just Laughed, altra notevole ballatona e seconda canzone originale del disco, e Yesterday When I Was Young, vecchio successo di Roy Clark (ma l’autore è Charles Aznavour) che mette la parola fine in maniera struggente ad un album magnifico.

Marco Verdi

Quando Gli “Scarti” Sono Meglio Dei Brani Originali! Lukas Nelson & Promise Of The Real – Naked Garden

lukas nelson naked garden

Lukas Nelson & Promise Of The Real – Naked Garden – Fantasy/Concord CD

Non credo sia un caso che il miglior disco della carriera di Lukas Nelson e dei suoi Promise Of The Real (Tato Melgar, Anthony LoGerfo, Corey McCormick e Logan Metz) sia il loro album omonimo uscito nel 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/09/19/con-babbo-fratello-zia-e-cugine-acquisite-al-seguito-non-male-lukas-nelson-and-promise-of-the-real/ , quarto in totale e primo per la Fantasy, e cioè il lavoro uscito al termine della loro esperienza sia live che in studio come backing band di Neil Young: Lukas ha indubbiamente imparato moltissimo dalla collaborazione con il Bisonte, e la sua maturazione era palese in quel disco che, pur non essendo un capolavoro, era un ottimo esempio di rock americano al 100%, con diverse canzoni di livello egregio. E non dimentichiamo che essere figlio di Willie Nelson se hai un minimo di talento e sai assorbire gli insegnamenti nel modo giusto può essere un enorme vantaggio, anche se è successo più volte che avere come padre una leggenda è stato come il “bacio della morte” per decine di giovani musicisti.

Lo scorso anno Lukas e i POTR hanno pubblicato Turn Off The News (Build A Garden), un lavoro che avrebbe dovuto confermare quanto di buono fatto nel disco del 2017, ma che in realtà si è rivelato una parziale delusione, in quanto sembrava di avere a che fare con un album di pop-rock californiano, che non sarebbe di per sé un difetto, ma l’approccio alle canzoni era troppo rilassato e piuttosto molle, e la sensazione era che i brani stessi non fossero di prima scelta. Ho avuto la fortuna di vedere i POTR dal vivo con Young, e mi sono reso conto di avere di fronte una rock band con le contropalle, perfetta tra l’altro per accompagnare il vecchio Neil (sono una specie di Crazy Horse meno rozzi e più tecnici), ma nel disco di un anno fa non ho ritrovato lo stesso gruppo bensì una band qualunque, senza grinta e mordente. Immaginatevi quindi il mio entusiasmo quando ho appreso che, a distanza di meno di un anno, i nostri sarebbero usciti con un nuovo lavoro che già dal titolo, Naked Garden, si riallacciava all’album del 2019, e nel quale avrebbero inserito outtakes di quelle sessions e versioni alternate di pezzi di Turn Off The News, il tutto con un suono meno lavorato e più crudo.

Temevo quindi il peggio, dato che già il CD di un anno fa non mi aveva entusiasmato e non avevo grandi aspettative per una collezione di brani scartati da quelle registrazioni, ma con mia grande sorpresa devo ammettere che Naked Garden si è rivelato fin dal primo ascolto come un signor disco, un lavoro diretto e piacevole che ci ha restituito il gruppo che aveva fatto ben sperare negli anni precedenti. Sarà il suono più grezzo e rock, con le chitarre di nuovo in primo piano, sarà l’approccio differente verso le versioni alternate dei brani già noti, ma questo disco è un piacere dalla prima all’ultima nota, ed una volta terminato l’ascolto mi viene anche il dubbio che l’anno scorso Lukas non sia stato proprio lungimirante nello scegliere i brani da inserire in Turn Off The News. Quindici pezzi in tutto, di cui sette già conosciuti (Speak The Truth i nostri la suonano dal vivo già da qualche anno, anche se in studio non era ancora stata pubblicata) e otto inediti: le canzoni nuove iniziano con Entirely Different Stars, avvio deciso e potente per un brano dal sapore sudista ed un giro chitarristico di stampo blues, con i primi due minuti acustici seguiti da un’entrata vigorosa della band che dona al pezzo tonalità addirittura psichedeliche. La saltellante Back When I Cared è quasi country e presenta un motivo decisamente orecchiabile ed un arrangiamento “rurale”; Movie In My Mind è una rock ballad tersa, rilassata e molto piacevole, con la strumentazione usata in maniera fluida, mentre Focus On The Music è una country ballad pianistica suonata in modo elegante che risente dell’influenza di papà Willie.

My Own Wave è un brano particolare, una ballata con elementi sia rock che funky che country, il tutto molto godibile e con un refrain immediato, Fade To Black mi ricorda invece certi midtempo cadenzati di Tom Petty, con in più un retrogusto blue-eyed soul. I brani inediti terminano con la solida Couldn’t Break Your Heart, bella rock’n’roll song dai toni crepuscolari, e con la sorprendente The Way You Say Goodbye, un valzerone d’altri tempi in cui Lukas sembra quasi Roy Orbison (voce a parte). E veniamo ai pezzi già noti: detto della già citata Speak The Truth (un gradevole brano funkeggiante ed annerito), ci sono due versioni alternate di Civilized Hell, una elettrica molto più diretta di quella dell’anno scorso, con un drumming possente ed una slide appiccicosa, ed una intensa e rallentata rilettura acustica (anche se il mio orecchio percepisce anche qui una chitarra elettrica). La solare Out In L.A. era già tra le più piacevoli di Turn Off The News, e questa versione extended non mi fa cambiare idea, così come la splendida rilettura alternata della bella Bad Case, decisamente trascinante e tra i migliori momenti del CD. Chiudono Naked Garden due missaggi differenti e più spontanei di Stars Made Of You e Where Does Love Go, quest’ultima bellissima, coinvolgente e con agganci alle produzioni di Jeff Lynne per Tom Petty e Traveling Wilburys.

Una bella sorpresa dunque questo Naked Garden, ed ennesima dimostrazione che a volte quello che viene lasciato fuori dai dischi è meglio di ciò che viene pubblicato.

Marco Verdi

Moderni “Fuorilegge”…In Crociera! VV.AA. – A Tribute To Outlaw Country

a tribute to outlaw country

VV.AA. – A Tribute To Outlaw Country – StarVista Live CD

Lo scorso anno avevo recensito un divertente album dal vivo di musica country intitolato A Tribute To The Bakersfield Sound Live, nel quale un manipolo di artisti più o meno noti omaggiava le canzoni di Buck Owens e Merle Haggard: la particolarità era che il concerto si era svolto a bordo della Country Music Cruise, una vera e propria crociera durante la quale si svolgevano diverse esibizioni ed iniziative a tema appunto country https://discoclub.myblog.it/2019/07/30/finche-la-barca-country-va-lascialasuonare-vv-aa-a-tribute-to-the-bakersfield-sound-live/ . A distanza di pochi mesi da quel dischetto ecco un’altra proposta tratta sempre da quelle serate (ma molti show si svolgevano anche al mattino), che come suggerisce il titolo A Tribute To Outlaw Country prende in esame alcune tra le canzoni più note del movimento Outlaw, un sottogenere che esplose negli anni settanta in contrapposizione con il country commerciale di Nashville, che aveva come elementi di punta Willie Nelson e Waylon Jennings e come dischi di riferimento l’album Waylon & Willie ma soprattutto la compilation Wanted! The Outlaws, nella quale i due texani condividevano lo spazio con Jessi Colter (moglie di Waylon) ed il meno conosciuto Tompall Glaser.

I promotori dell’iniziativa, così come nel caso del tributo al suono di Bakersfield, sono Wade Hayes e Chuck Mead (ex leader dei mai troppo celebrati BR5-49), i quali si alternano alle lead vocals nei vari brani e. soprattutto nel finale, vengono affiancati al microfono da una serie di ospiti non tra i più famosi ma perfettamente in parte (Darin e Brooke Aldridge, Mark Miller, Tim Atwood, Johnny Lee ed il veterano T.G. Sheppard, i quali si occupano anche delle parti strumentali durante lo show). Chiaramente la parte del leone la fanno i brani di Waylon e Willie, dall’iniziale Whiskey River alla conclusione “tutti on stage” di Good Hearted Woman, ma in mezzo troviamo anche pezzi di altri autori: il tutto è suonato e cantato in maniera diretta e con buona dose di grinta e ritmo, e pur non arrivando a superare le versioni originali il CD ci regala un’ora di pura country music divertente e piacevole, con Hayes e Mead che affrontano con piglio sicuro il ruolo di bandleaders. Non sto a fare una disamina brano per brano, anche perché titoli come Rainy Day Woman, Luckenbach, Texas, Me And Paul, I’m A Ramblin’ Man, My Heroes Have Always Been Cowboys, Are You Sure Hank Done It This Way, Angels Flying Too Close To The Ground, Honky Tonk Heroes (scritta da Billy Joe Shaver, altro fuorilegge doc) e Yesterday’s Wine non hanno bisogno di presentazioni e sono garanzia di qualità.

Ci sono anche, come dicevo prima, canzoni non riconducibili a Waylon e Willie, come l’intensa ballata Storms Never Last della Colter (che però la cantava insieme al marito), eseguita con buon feeling dai coniugi Aldridge, l’ironica You Never Even Called Me By My Name scritta da John Prine e Steve Goodman (ma portata al successo da David Allan Coe), ed un bell’omaggio da parte di Johnny Lee al grande Jerry Jeff Walker con London Homesick Blues. Vorrei segnalare solo due assenze non di poco conto: la prima è la splendida Mamas Don’t Let Your Baby Grow Up To Be Cowboys, una delle più belle Outlaw ballads di sempre che avrebbe dovuto assolutamente esserci, mentre la seconda, più veniale, è la classica Ladies Love Outlaws, che avrebbe tributato il giusto omaggio al suo autore Lee Clayton, oggi colpevolmente dimenticato. Ma in fondo non importa: come dicevo poc’anzi il disco è molto godibile e ben fatto, e sarà perfetto per l’ascolto in macchina quando finalmente potremo riprendere ad uscire in maniera accettabile.

Marco Verdi

Una “Voce Nera” Ancora Splendida, Benché Quasi Sconosciuta. Dorothy Moore – I’m Happy With The One I’ve Got Now

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Dorothy Moore – I’m Happy With The One I’ve Got Now – Farish Street Records Of Mississippi

Dorothy Moore è una delle tante piccole leggende di culto della musica nera: viene da Jackson, Mississippi e in quell’area opera ancora oggi. Ha fondato la propria etichetta indipendente, la Farish Street Records (Of Mississippi, aggiunge lei orgogliosamente) con la quale pubblica i propri CD dall’inizio degli anni 2000 . Comunque pure in questi difficili tempi di coronavirus ha pubblicato un album nuovo (anche se poi, viste le difficoltà attuali, non sarà facile reperirlo, quindi forse, in attesa di tempi migliori, toccherà ascoltarlo in streaming o download), questo I’m Happy With The One I’ve Got Now che fa seguito a Blues Heart del 2012: la nostra amica ha una carriera gloriosa alle spalle, costellata da nominations ai Blues Music Awards e ai Grammys, negli anni ‘70 ha avuto parecchi successi, tra i quali Misty Blue, I Believe You e la cover di Funny How Time Slips Away di Willie Nelson https://www.youtube.com/watch?v=h5FoHLD9-lM .

Poi ha proseguito negli anni con regolarità, soprattutto con album su Malaco e Epic, e ancora oggi, a 73 anni suonati, è in possesso di una voce calda, profonda, risonante, che non risente dello scorrere del tempo, se non donandole una patina di vissuto affascinante, e continua ad incantare con il suo stile che attinge dal blues, dal soul, dal gospel, affidandosi ad una pattuglia di autori, tra i quali spiccano la leggenda della Stax Eddie Floyd, la brava E.G. Kight (di cui anni fa avevo recensito un paio di album per il Buscadero), e altri meno conosciuti, anche Johnny Neel del giro Allman Brothers. Quindi tutto materiale originale, con la sola eccezione di una cover di Crazy dell’amato Willie Nelson, che la Moore esegue con l’aiuto di una nutrita pattuglia di musicisti locali: chitarra, basso, batteria e tastiere, una piccola sezione archi e una di fiati, per un suono corposo e anche “contemporaneo”, ma legato comunque alla tradizione, non faccio i nomi perché sono sconosciuti, ricordo solo il chitarrista Caleb Armstrong.

La title track, firmata dalla Kight, da Neel e da Joanna Cotton è un robusto blues fiatistico, dove la Moore incanta con la sua voce potente ed espressiva, e la band la appoggia con un suono di grande spessore e calore, mentre You Don’t Say No del grande Eddie Floyd è una soul ballad deliziosa, un filo ruffiana, ma ci sta, cantata con grande partecipazione dalla Moore, ben spalleggiata anche da un paio di voci femminili di supporto. There Comes A Time, scritta da Gregory Abbott (quello di Shake You Down per intenderci) è un’altra contemporary soul ballad, ben congegnata, anche se forse più scontata, per quanto Dorothy ci metta del suo, Everything About Your Lovin’ ha un andamento più funky, 70’s style, un po’ Earth, Wind & Fire, un po’ Rufus, con coretti e arrangiamenti di fiati tipici di quella decade https://www.youtube.com/watch?v=7CIJ5jNMd-o , con Sad Sad Sunday, dove brilla la chitarra di Armstrong, che è un blues lento di quelli duri e puri, carico di elettricità e grinta.

La cover di Crazy, con archi scivolanti, rende omaggio ad uno degli standard della canzone americana, una versione melanconica ed orchestrale, forse leggermente “datata”, ma con la voce sincera e navigata della Moore a sostenerla https://www.youtube.com/watch?v=Y6L-Qp4RKVQ , anche You Don’t Have To Tell Me, scritta da Jim Wheatherly, suo collaboratore abituale, è una ballatona romantica, dagli arrangiamenti magari troppo “carichi”, ma che si lascia ascoltare grazie alla voce sempre affascinante di Dorothy, lasciando all’altro pezzo di Eddie Floyd I’ll Get By, una ulteriore vellutata ballata cantata a gola spiegata da Dorothy Moore, il compito di chiudere un onesto album dedicato a chi ama le belle voci nere, latitante per l’occasione nel settore gospel, ma comunque estremamente piacevole e godibile nell’insieme.

Assolutamente da (ri)scoprire!

Bruno Conti

Un’Antologia Diversa Ed Interessante, Anche Se Costosa. Bob Dylan – Japanese Singles Collection

bob dylan japanese singles collection

Bob Dylan – Japanese Singles Collection – Sony Japan 2 Blu-Spec CD2

La discografia ufficiale di Bob Dylan è piena di antologie e Greatest Hits, alcune più interessanti di altre ed in qualche caso perfino indispensabili (penso al box set del 1985 Biograph, uno dei primi cofanetti ricchi di materiale inedito della storia): un capitolo a parte lo occupano poi le raccolte prodotte esclusivamente per il mercato giapponese, come ad esempio Dylan Ga Rock del 1993 e poi ristampata nel 2010 ma con una tracklist diversa, oppure il bellissimo box quintuplo Dylan Revisited del 2016, con un CD intero dedicato al meglio delle Bootleg Series. L’ultima uscita esclusiva per il paese del Sol Levante è questo doppio CD Japanese Singles Collection, che come fa intuire il titolo raccoglie tutti i brani usciti su 45 giri nella nazione asiatica, nel periodo che va dal 1965 (cioè quando là hanno cominciato ad uscire i dischi di Dylan) al 1985 (quando hanno smesso di pubblicare i 45 giri di Bob, anche se per la precisione nel 1986 sarebbe uscito il raro singolo Band Of The Hand, ma essendo targato MCA non è qua presente: peccato perché ad oggi manca ancora su CD).

Il viaggio inizia dunque con Subterranean Homesick Blues e termina con Tight Connection To My Heart (che ebbe anche un videoclip girato in Giappone, in assoluto il più MTV-oriented tra i pochi di Bob, con alcune scene che oggi va di moda definire “cringe”, imbarazzanti), ed al suo interno presenta più di una chicca come vedremo tra poco; ecco comunque la tracklist:

CD 1:

  1. Subterranean Homesick Blues
  2. Like a Rolling Stone
  3. Positively 4th Street
  4. Can You Please Crawl Out Your Window?
  5. One of Us Must Know (Sooner or Later)
  6. Rainy Day Women #12 & 35
  7. I Want You
  8. Just Like a Woman
  9. Blowin’ in the Wind
  10. The Times They Are a-Changin’
  11. Lay, Lady Lay
  12. Take a Message to Mary
  13. Watching the River Flow
  14. When I Paint My Masterpiece
  15. George Jackson (Big Band Version)
  16. Knockin’ on Heaven’s Door
  17. A Fool Such as I

Track 1 released on Japanese CBS single LL-764-C, 1965.
Track 2 released on Japanese CBS single LL-821-C, 1965.
Track 3 released on Japanese CBS single LL-847-C, 1965.
Track 4 released on Japanese CBS single LL-882-C, 1966.
Track 5 released on Japanese CBS single LL-919-C, 1966.
Track 6 released on Japanese CBS single LL-928-C, 1966.
Track 7 released on Japanese CBS single LL-956-C, 1966.
Track 8 released on Japanese CBS single LL-987-C, 1966.
Track 9 released on Japanese CBS/Sony single SONG-80132, 1968.
Track 10 released on Japanese CBS/Sony single SONG-80156, 1969.
Track 11 released on Japanese CBS/Sony single CBSA-82001, 1969.
Track 12 released on Japanese CBS/Sony single CBSA-82070, 1970.
Track 13 released on Japanese CBS/Sony single SBSA-82116, 1971.
Track 14 released on Japanese CBS/Sony single CBSA-82132, 1971.
Track 15 released on Japanese CBS/Sony single SOPA-1, 1972.
Track 16 released on Japanese CBS/Sony single SOPB-257, 1973.
Track 17 released on Japanese CBS/Sony single SOPB-269, 1974.

CD 2:

  1. On A Night Like This
  2. Something There Is About You
  3. Most Likely You Go Your Way (And I’ll Go Mine) (Before the Flood version)
  4. Tangled Up in Blue
  5. Mr. Tambourine Man
  6. Hurricane (Part 1)
  7. Mozambique
  8. One More Cup of Coffee
  9. Stuck Inside of Mobile With the Memphis Blues Again (Hard Rain version)
  10. Baby, Stop Crying
  11. Gotta Serve Somebody
  12. Man Gave Names to All the Animals
  13. Sweetheart Like You
  14. Tight Connection to My Heart (Has Anybody Seen My Love)

Track 1 released on Japanese Asylum single P-1293Y, 1974.
Track 2 released on Japanese Asylum single P-1315Y, 1974.
Track 3 released on Japanese Asylum single P-1293Y, 1974.
Track 4 released on Japanese CBS/Sony single SOPB-307, 1975.
Track 5 released on Japanese CBS/Sony single SOPB-321, 1975.
Track 6 released on Japanese CBS/Sony single SOPB-349, 1975.
Track 7 released on Japanese CBS/Sony single SOPB-360, 1976.
Track 8 released on Japanese CBS/Sony single 06SP-1, 1976.
Track 9 released on Japanese CBS/Sony single 06SP-126, 1976.
Track 10 released on Japanese CBS/Sony single 06SP-241, 1978.
Track 11 released on Japanese CBS/Sony single 06SP-410, 1979.
Track 12 released on Japanese CBS/Sony single 06SP-433, 1979.
Track 13 released on Japanese CBS/Sony single 07SP-765, 1983.
Track 14 released on Japanese CBS/Sony single 07SP-901, 1985.

La confezione è molto curata come sempre capita con le edizioni nipponiche, con ben due booklet che rispettivamente contengono le copertine di tutti i singoli ed i testi dei brani in giapponese ed inglese (la copertina invece è davvero brutta per gli standard occidentali ma in linea con la cultura di quel paese), ed il suono, realizzato con la tecnologia Blu-Spec CD2, è decisamente spettacolare. Peccato per il costo, che da noi si aggira intorno ai 50 euro abbondanti: in rete però le lamentele dei fans più che il prezzo hanno riguardato la scelta di pubblicare solo i lati A dei vari singoli, tralasciando quandi una bella serie di rarità in CD come Spanish Is The Loving Tongue per piano solo, Rita May, Trouble In Mind e la cover di Willie Nelson Angels Flying Too Close To The Ground. E’ il caso di fare però qualche considerazione sulla tracklist: intanto ci sono canzoni che non si trovano spesso sulle antologie dylaniane (One Of Us Must Know, Take A Message To Mary, A Fool Such As I, When I Paint My Masterpiece, Something There Is About You, Mozambique, Baby Stop Crying), ed il fatto che in Giappone i singoli siano stati stampati dal 1965 porta brani come Blowin’ In The Wind e The Times They Are A-Changin’ a venire dopo gli estratti da Blonde On Blonde (e Mr. Tambourine Man addirittura nel 1975).

Detto che essendo presenti due pezzi dal vivo (Most Likely You Go Your Way da Before The Flood e Stuck Inside Of Mobile da Hard Rain), trovo strano che non fossero usciti singoli dal live At Budokan, ci sono anche delle versioni “single edit” e quindi rare, come Gotta Serve Somebody ed i due brani dal vivo citati poc’anzi, anche se non ha molto senso includere solo la prima parte di Hurricane (la seconda era sul lato B), visto che così la narrazione si interrompe sul più bello. Ma la vera chicca che “costringerà” i fans a ricomprare per l’ennesima volta le stesse canzoni è la presenza della “big band version” del singolo del 1971 George Jackson, introvabile su CD a meno che non possediate la rarissima stampa in compact dell’antologia australiana del 1978 Masterpieces (infatti la George Jackson presente sul doppio Sidetracks uscito nel cofanetto The Complete Album Collection era la versione acustica).

Forse un po’ poco per accaparrarsi questo Japanese Singles Collection, ma si sa che i “dylaniati” (categoria alla quale mi vanto di appartenere) sono teste particolari.

Marco Verdi

Facciamo Finta Che Questo Disco Non Esista! Brantley Gilbert – Fire & Brimstone

brantley gilbert fire and brimstone

Brantley Gilbert – Fire & Brimstone – Valory/Universal CD

Brantley Gilbert, musicista nativo della Georgia, dopo aver esordito nel 2009 con un album dalle vendite incerte (Modern Day Prodigal Son), ha capito in fretta come funziona il giochino a Nashville ed in breve tempo è diventato uno degli artisti country più popolari d’America, con ben tre album di fila andati al numero uno della classifica, compreso quello di cui mi accingo a scrivere. Il nostro ha infatti smesso molto presto di fare musica di qualità preferendo la via più facile: ha saputo entrare nel giro giusto circondandosi così di produttori di grido, sessionmen che vanno a lavorare timbrando il cartellino e mettendo a punto degli album di pop radiofonico travestito da country, che però è il genere che dalle parti della capitale del Tennessee ti fa volare alto nelle classifiche.

Fire & Brimstone, il nuovo CD di Gilbert, non si distacca dalla mediocrità congenita che è ormai la sua carriera, e dal suo punto di vista Brantley ha anche ragione: ho trovato il filone d’oro, perché mai dovrei cambiare? Musica anonima dunque, canzoni fatte con lo stampo con una strumentazione infarcita di suoni finti, all’insegna di synth, loop vari e drum programming a go-go. Anche l’approccio del titolare del disco è piuttosto molle, senza grinta, come se già sapesse che basta il minimo sindacale di impegno per avere successo: il risultato finale è un lavoro che ha ben poco di interessante per chi ama il vero country, con l’aggravante di essere anche piuttosto lungo. L’inizio è appannaggio di Fire’t Up, un rockin’ country elettrico che ad un ascolto distratto potrebbe sembrare aggressivo e grintoso, ma qualcosa non quadra: i suoni sono infatti finti, poco spontanei e pieni di effetti, ed il tutto va a scapito dell’immediatezza. Not Like Us, ancora dura e chitarristica, è un po’ meglio dal punto di vista del suono anche se non sono del tutto convinto: l’assolo è decisamente hard e poi comunque la canzone è deficitaria dal punto di vista dello script.

Anche Welcome To Hazeville, una ballata qualsiasi e per di più con un drumming che sa di sintetico, non è niente di speciale, e dispiace che in una tale pochezza siano stati coinvolti il bravo Lukas Nelson e soprattutto il leggendario padre Willie (che però si limita a cantare una breve frase alla fine), per di più insieme al rapper Colt Ford: in poche parole, un pasticcio brutto e musicalmente criminale. What Happens In A Small Town sembra la continuazione del brano precedente, e devo guardare il lettore per capire che la traccia è cambiata (ed il refrain è puro pop commerciale), She Ain’t Home prosegue con banalità un tanto al chilo, una ballata buona per chi non sa neanche cosa sia il vero country, Lost Soul’s Prayer è bruttina e ha un arrangiamento finto-rock che non va da nessuna parte. Il disco come ho già detto è pure lungo, 15 canzoni, ed in certi punti è una sofferenza: fra i pezzi rimanenti salvo solo Tough Town, che se non altro ha un buon tiro rock ed i suoni abbastanza sotto controllo, la title track, ballata elettroacustica nobilitata dalla presenza di Jamey Johnson ed Alison Krauss (ed anche la canzone non è malaccio, forse la migliore del CD), l’orecchiabile Bad Boy e la discreta Man Of Steel, dalle (molto) vaghe atmosfere western.

Il resto però è da mani nei capelli, almeno per chi li ha ancora.

Marco Verdi

Una Gran Bella Collezione Di Successi…Degli Altri! The Mavericks – Play The Hits

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The Mavericks – Play The Hits – Mono Mundo/Thirty Tigers CD

Quando ho letto che tra le uscite di Novembre c’era un album dei Mavericks intitolato Play The Hits ho subito pensato ad un’antologia o, meglio, ad un disco dal vivo incentrato sui loro brani più popolari, cosa che sarebbe stata anche logica dato il periodo pre-natalizio. Dopo essermi informato meglio ho invece constatato che Play The Hits è un lavoro nuovo di zecca da parte della band di Miami, nel quale i nostri rileggono alla loro maniera una serie di canzoni che sono stati dei successi nelle mani di altri artisti. Un album di cover in poche parole, scelta anche logica in quanto Raul Malo e compagni (Eddie Perez, Jerry Dale McFadden e Paul Deakin) fin dai loro esordi nell’ormai lontano 1991, quando venivano etichettati come country, erano in grado di interpretare qualunque tipo di musica, dal rock’n’roll al country, dal tex-mex alla ballata anni sessanta, passando per pop e ritmi latini (ricordo che Malo nasce da genitori cubani). Da quando i Mavericks si sono riformati nel 2003 la loro carriera è stata un continuo crescendo, ed il loro ultimo album di materiale originale, Brand New Day, è stato uno dei dischi più belli del 2017; lo scorso anno ci siamo divertiti con il loro album natalizio Hey! Merry Christmas! https://discoclub.myblog.it/2018/12/12/ancora-sul-natale-la-festa-e-qui-the-mavericks-hey-merry-christmas/ , ed ora Play The Hits ci fa vedere la bravura dei nostri nel prendere canzoni di provenienza abbastanza eterogenea e di plasmarle al punto da farle sembrare opera loro.

Con l’aiuto ormai abituale dei Fantastic Five (una sorta di gruppo-ombra che collabora con i nostri da diverso tempo, e che vede l’ottimo Michael Guerra alla fisarmonica, Ed Friedland al basso ed una sezione fiati di tre elementi) il quartetto ci regala 42 minuti di estrema piacevolezza, con undici brani scelti tra successi più o meno famosi rifatti con grande creatività ma senza stravolgere le melodie originali, nel segno quindi del massimo rispetto. Malo è ormai uno dei migliori cantanti in circolazione, una voce melodiosa e potente al tempo stesso che lo ha imposto da tempo come vero erede di Roy Orbison (ci sarebbe anche Chris Isaak, che però non può raggiungere l’estensione vocale di Raul), mentre i suoi tre compari sono in grado di suonare qualsiasi cosa. Il CD, prodotto da Malo con Niko Bolas (vecchio collaboratore di Neil Young), inizia in maniera decisa con Swingin’ (del countryman John Anderson), brano cadenzato che perde l’arrangiamento originale per acquistarne uno nuovo che si divide tra rock, swamp ed errebi, un mood trascinante e caldo grazie all’uso dei fiati e Raul che canta da subito alla grande. I fiati colorano ancora di rhythm’n’blues la mitica Are You Sure Hank Done It This Way di Waylon Jennings, con i nostri che mantengono il passo del compianto artista texano in mezzo ad un suono forte ed impetuoso; Blame It On Your Heart è un pezzo di Patty Loveless che qua diventa uno splendido tex-mex tutto ritmo, colore e grinta, con Guerra che fa il suo dovere alla fisa ed i nostri che confezionano una performance irresistibile.

Don’t You Ever Get Tired (Of Hurting Me), di Ray Price, è un delizioso honky-tonk lento con buona dose di romanticismo e solita prestazione vocale da favola di Malo, e Guerra che garantisce anche qui un sapore di confine. I nostri omaggiano anche Freddy Fender con una toccante versione di Before The Next Teardrop Falls: bellissima melodia cantata un po’ in inglese un po’ in spagnolo ed ancora la grandissima voce del leader a dominare (davvero, non ci sono molti cantanti a questo livello in circolazione), mentre è sorprendente la rilettura di Hungry Heart di Bruce Springsteen, che si tramuta in un country-swing con fiati dal sapore anni sessanta, con tanto di chitarra twang, una trasformazione decisamente riuscita che però non snatura l’essenza della canzone; Why Can’t She Be You è una versione jazzata e raffinatissima di un pezzo di Hank Cochran portato al successo da Patsy Cline (che ovviamente aveva cambiato il titolo volgendolo al maschile), con Mickey Raphael ospite all’armonica: grande classe. Once Upon A Time è un noto standard rifatto anche da Frank Sinatra, qui arrangiato come un ballo della mattonella in puro stile sixties, con l’aggiunta della seconda voce di Martina McBride, mentre Don’t Be Cruel non ha bisogno di presentazioni: famosissimo brano di Elvis che viene riproposto con un gustoso e trascinante arrangiamento tra country e big band sound, una meraviglia. Finale con un’intensa versione del classico di Willie Nelson Blue Eyes Crying In The Rain, solo Raul voce e chitarra (ma che voce), e con I’m Leaving It Up To You, una hit del dimenticato duo Dale & Grace che è una ballatona dal muro del suono potente ed un’atmosfera ancora d’altri tempi.

Quindi un altro ottimo disco in questo ricco autunno musicale.

Marco Verdi

Un Ottimo Debutto Per Questo “Imponente” Giovanotto. Joshua Ray Walker – Wish You Were Here

joshua ray walker wish you were here

Joshua Ray Walker – Wish You Were Here – State Fair CD

Esordio col botto per questo giovane countryman texano, uno dei migliori album di genere da me ascoltati ultimamente. Ma andiamo con ordine: Joshua Ray Walker, originario di Dallas, dimostra molto meno dei suoi 28 anni, anzi direi che a prima vista sembra un ventenne (con discreti problemi di linea, quelli che si definiscono “personcine”), ma invece è uno che si fa il mazzo da circa quindici anni. Joshua ha infatti iniziato ancora adolescente a suonare, e per anni ha girato in lungo e in largo con una band di quasi coetanei, arrivando a suonare anche 200 date all’anno, fino a quando è stato notato dal conterraneo John Pedigo (che di recente ha prodotto il disco natalizio degli Old 97’s) e portato in studio ad incidere il suo album d’esordio. Ed il lavoro in questione, intitolato Wish You Were Here, è un piccolo grande disco, dieci canzoni originali di puro country, che spaziano dalle ballate ai pezzi più mossi, con influenze non solo texane. La strumentazione è classica, chitarre acustiche ed elettriche, piano e steel in quasi tutti i brani (non sto a citare i musicisti, i nomi non vi direbbero nulla), con un approccio moderno e vigoroso ma anche un gusto non comune per la melodia.

Vero country, come oggi in pochi fanno ancora: Joshua non sembra affatto un esordiente, sa scrivere con il piglio del cantautore esperto e possiede la voce giusta per questo tipo di suono. Forse non lo vedremo mai nelle classiche pose da cowboy (anche perché non vorrei essere al posto del suo cavallo), ma dal punto di vista musicale sa il fatto suo eccome. L’album inizia con una ballata, Canyon, lenta e ricca di pathos, con una melodia di quelle che colpiscono subito: l’arrangiamento è essenziale, voce, chitarra acustica ed una bella steel sullo sfondo. Trouble è un delizioso valzerone texano del tipo più classico, davvero gustoso e punteggiato da uno scintillante pianoforte: sostituite idealmente la voce del nostro con quella di Willie Nelson e non troverete grosse differenze nella struttura musicale, e questa credo non sia una cosa da poco. Molto bella anche Working Girl, tersa e solare country song dal ritmo spedito, un motivo irresistibile ed un mood elettrico che profuma di Bakersfield Sound, mentre Pale Hands è un’intensa ballatona dal passo lento ed alla quale l’organo dona un sapore southern, altro brano dalla scrittura decisamente adulta.

Joshua dimostra di avere talento e numeri, e continua a deliziarci con la tenue e cadenzata Lot Lizard, molto melodica e suonata in maniera raffinata, con rimandi alle ballate californiane degli anni settanta da Jackson Browne in giù; Burn It è invece un trascinante boogie elettrico, diretto e chitarristico, perfetto da ascoltare in un bar di Austin, mentre  Keep è un’altra fulgida country ballad di stampo classico, con un ottimo motivo di fondo e la solita steel a dare un tono malinconico. Strepitosa Love Songs, una canzone in puro stile tex-mex con tanto di fisarmonica e fiati mariachi, un tipo di brano che solo un texano e Tom Russell (e anche i Mavericks) sono in grado di scrivere, splendida e coinvolgente https://www.youtube.com/watch?v=y6me6pkgN64 . Il CD termina con l’ennesimo ottimo pezzo, la fluida Fondly, dall’accompagnamento elettroacustico e banjo in evidenza, e con la saltellante Last Call, puro country nuovamente impreziosito da una melodia di prim’ordine ed un refrain decisamente accattivante.

Gran bel debutto: ora dopo tanta gavetta (e, ne sono certo, tante battutine più o meno cattive a proposito della sua stazza) auguro a Joshua Ray Walker di raccogliere quanto seminato.

Marco Verdi

Un Riuscito Omaggio Alle Sue Radici, Anche Attraverso Una Serie Di Duetti. Rodney Crowell – Texas

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Rodney Crowell – Texas – RC1 Rodney Crowell Records

Il nostro amico viene dal Texas, come recita il titolo di uno dei suoi dischi degli anni 2000 The Houston Kid, ma si è trasferito a Nashville, Tennessee nel lontano 1972, dove dapprima è stato uno dei più apprezzati autori country per altri cantanti e poi nel 1978 ha iniziato la sua carriera solista con l’ottimo Ain’t Living Long Like This. Nel corso degli anni il suo stile, comunque country-rock, come testimonia la sua militanza nella Hot Band, il gruppo che ha accompagnato a lungo Emmylou Harris, si è progressivamente allargato con l’inserimento di elementi, folk, roots, Americana ed in generale cantautorali, anche grazie al sodalizio con Rosanne Cash, sposata nel 1979, e con cui ha collaborato a lungo anche a livello musicale, sia come produttore che come autore di canzoni. Quando la loro unione ha iniziato a sfaldarsi, ed in seguito dopo il divorzio, i due (un po’ come Richard e Linda Thompson) hanno tratto ispirazione dalle loro amare vicissitudini amorose e personali per realizzare alcuni dei dischi migliori delle rispettive carriere, anche se poi, appianate le divergenze, i due col passare del tempo sono rimasti amici e collaborano saltuariamente a livello musicale.

Tra l’altro Crowell, che ha comunque una discografia cospicua, con una ventina di album di studio pubblicati, questo Texas dovrebbe essere il n° 21, nell’ultima decade ha incrementato la sua produzione, e degli ultimi tre dischi si era occupato l’amico Marco, incluso uno natalizio https://discoclub.myblog.it/2018/11/11/per-un-natale-texano-diverso-rodney-crowell-christmas-everywhere/ , dove all’interno della recensione trovate il link per risalire ai precedenti e leggere quanto scritto su di lui nel Blog. Per cui non mi dilungo ulteriormente e passo a parlarvi del nuovo album: come ricorda il titolo del disco, oltre ad essere un omaggio al suo stato di origine questo Texas è un album quasi totalmente di duetti, prodotto dallo stesso Crowell con Ray Kennedy, e oltre agli ospiti che vediamo subito brano per brano, nel CD suona una pletora di musicisti veramente formidabile, decine di strumentisti che si alternano nelle varie canzoni. Alle chitarre tra gli altri troviamo Audley Freed, Jack Pearson, Jedd Hughes, John Jorgenson, Steuart Smith, al basso Dennis Crouch, Lex Price Michael Rhodes, alla batteria Fred Eltringham Greg Morrow, oltre a Ringo Starr, alle tastiere Jim Cox, oltre a violinisti, mandolinisti e suonatori di fisarmonica assortiti. Le canzoni, che formano una sorta di ciclo dedicato ai vari aspetti del Lone Star State, portano tutte la firma di Crowell, che per certi versi le ha anche adattate alle caratteristiche dei vari musicisti che partecipano all’album: l’iniziale Flatland Hillbillies è addirittura in trio, con Randy Rogers a rappresentare il “nuovo” movimento Red Dirt, ma anche il country-rock ed il southern, mentre Lee Ann Womack è l’unica (bella) voce femminile, ricorrente, visto che appare in due brani, e si tratta di un pezzo grintoso, bluesato, con il testo divertito e ricco di humor, le chitarre sudiste e vibranti sono quelle di Freed e Jorgenson.

Caw Caw Blues come da titolo è un altro brano di quelli tosti e tirati, con Vince Gill voce duettante che doppia quella di Crowell e soprattutto Jack Pearson alla solista, che amplifica il suono southern ripreso dalla sua militanza negli Allman Brothers, e addirittura il rock sudista tocca il suo apice in una poderosa 56 Fury, dove Billy F. Gibbons scatena il suo boogie-rock  in un pezzo che non ha nulla da invidiare alle migliori cavalcate degli ZZ Top, pure con Rodney Crowell intrippato alla grande. Deep In The Heart Of Uncertain Texas vede financo la presenza di tre vocalist ospiti nella stessa canzone, Willie Nelson, Lee Ann Womack Ronnie Dunnin un delizioso valzerone, dove si apprezzano la fisarmonica di Rory Hoffman, la Resonator guitar di Hughes, mandolino e violino, per una splendida canzone che profuma di Texas e country classico; Ringo Starr offre l’inconfondibile drive della sua batteria in una divertente e mossa, beatlesiana persino a tratti You’re Only Happy When You’re Miserable, con la tipica ironia delle canzoni di Crowell, mentre la band, di nuovo con uno scatenato Jorgenson alla chitarra e l’ottimo Cox al piano, tira di brutto. I’ll Show You non prevede ospiti, c’è ancora Pearson alla solista, il sound è sempre bluesy ed elettrico, sembra quasi un brano alla David Bromberg, laconico e rilassato, quasi in talking con l’ottimo Cox al piano e Tim Lauer all’organo e una atmosfera da saloon fumoso, What You Gonna Do Now, con l’amico Lyle Lovett, è un altro vivacissimo rock-blues con i due che si “lanciano” versi l’un l’altro con una grinta ed un divertimento veramente palpabili, mentre Steuart Smith rilascia un assolo breve ma incisivo, se musica texana deve essere, questo ne è uno dei migliori esempi.

The Border, con John Jorgenson alla gut string guitar è proprio una atmosferica e bellissima ballata di frontiera, con Cox al piano, Hoffman alla fisa, elementi messicani e rimandi ai migliori Joe Ely o Tom Russell, Siobhan Kennedy alle armonie vocali aggiunge un tocco di classe; niente ospiti nella successiva Treetop Slim And Billy Lowgrass, una ondeggiante, swingante e vivace outlaw song, con Eamon McLoughlin a violino e mandolino, mentre in Brown And Root, Brown And Root, oltre che il mandolino, Steve Earle, chi altri, porta anche il suo vocione per una sorta di lezione di storia sul Texas dall’era della depressione alla guerra del Vietnam, nel brano più politicizzato, ma anche tra i più belli del disco, una sorta di folk song intensa e palpitante, dove si apprezzano anche la fisa e l’armonica di Rory Hoffman. In chiusura un altro brano senza ospiti Texas Drought Part 1, dove Crowell rende nuovamente omaggio al sound dei Beatles, quello dell’epoca di Let It Be O Abbey Road, belle armonie vocali (ancora Siobhan Kennedy) e una bella melodia che unisce il pop classico dei Beatles con la migliore musica americana.

Eccellente chiusura per un ennesimo ottimo album che conferma la classe immensa di questo grande cantautore.

Bruno Conti

Forse L’Unico Modo Per Fermarlo E’ Sparargli! Willie Nelson – Ride Me Back Home

willie nelson ride me back home

Willie Nelson – Ride Me Back Home – Legacy/Sony CD

Alla bella età di 86 anni suonati il grande texano Willie Nelson non ha la minima intenzione non solo di fermarsi, ma neppure di rallentare. Se ormai dal vivo fa fatica e si prende le sue (comprensibilissime) pause, in studio continua a viaggiare al ritmo di almeno un disco all’anno, quando non ne fa due (tipo lo scorso anno, prima con lo splendido Last Man Standing e poi con My Way, raffinato omaggio a Frank Sinatra), e sempre con una qualità piuttosto alta. Ora il barbuto countryman inaugura il suo 2019 con questo Ride Me Back Home, album in studio numero 69 per lui, un altro ottimo lavoro che, pur non raggiungendo forse i picchi creativi di Last Man Standing (che era però uno dei suoi migliori in assoluto, almeno negli ultimi venti anni https://discoclub.myblog.it/2018/05/07/non-solo-non-molla-ma-questo-e-uno-dei-suoi-dischi-piu-belli-willie-nelson-last-man-standing/ ), si posiziona tranquillamente molto in alto nella classifica qualitativa dei suoi dischi. Prodotto dall’ormai inseparabile Buddy Cannon, Ride Me Back Home è la solita prova di bravura, un lavoro decisamente raffinato e suonato con classe immensa da un gruppo di musicisti coi controfiocchi (tra i quali spiccano i formidabili Jim “Moose” Brown e Matt Rollings, entrambi al piano ed organo, James Mitchell alla chitarra, la sezione ritmica formata da Larry Paxton al basso e Fred Eltringham alla batteria, Bobby Terry alla steel e l’immancabile Mickey Raphael all’armonica) e cantato da Willie con una voce che, pur mostrando i segni dell’età, riesce ancora a dare i brividi ed a sprizzare carisma da ogni nota.

L’album, undici canzoni, si divide in maniera equilibrata tra brani originali scritti dal nostro a quattro mani con Cannon, più il rifacimento di un vecchio pezzo, un paio di canzoni nuove da parte di songwriters esterni ed una manciata di cover. I tre brani a firma Nelson-Cannon sono inaugurati da Come On Time, country song dal ritmo vivace e coinvolgente, texana al 100%, con una bella chitarrina ed un ritornello tipico del nostro; Seven Year Itch è un pezzo dal passo cadenzato ed atmosfera old-time, sembra quasi provenire dal songbook di Tennessee Ernie Ford, mentre One More Song To Write è una squisita country ballad dalla veste che richiama atmosfere sonore al confine col Messico. Stay Away From Lonely Places è un remake di un brano che Willie aveva scritto nel 1971: puro jazz d’alta classe con la band che sfiora appena gli strumenti, batteria spazzolata e Rollings che lavora di fino al piano, con Willie che si destreggia alla perfezione nel suo ambiente naturale. I due pezzi nuovi ma non scritti da Willie sono la title track (che apre l’album), bellissimo slow pianistico sfiorato dalla steel e valorizzato da una deliziosa melodia, e Nobody’s Listening, una canzone sempre dall’incedere lento ma con un arrangiamento atipico quasi più rock che country, un pianoforte liquido ed uno sviluppo fluido e rilassato.

Poi abbiamo due canzoni del grande Guy Clark, che Willie non aveva ancora omaggiato da dopo la scomparsa avvenuta nel 2016: My Favorite Picture Of You è uno dei brani più personali della carriera del grande songwriter texano (era dedicata alla moglie Susanna, mancata prima di lui), una ballatona intensa sempre con il piano in evidenza ed un arrangiamento raffinato, da brano afterhours, mentre Immigrant Eyes è davvero splendida, un pezzo toccante e superbamente eseguito, con un ispiratissimo assolo di Willie con la sua Trigger. Infine le altre cover: non ho mai amato particolarmente Just The Way You Are, una delle canzoni più popolari di Billy Joel, ma Willie la spoglia delle originali sonorità da sottofondo per un cocktail party e riesce a farla sua, anche se rimane quel retrogusto di artefatto, molto meglio It’s Hard To Be Humble (di Mac Davis) un tipico e scintillante valzerone texano cantato a tre voci da Nelson con i figli Lukas e Micah, un tipo di brano in cui il nostro è maestro indiscusso; chiude il CD Maybe I Should’ve Been Listening, un pezzo scritto da Buzz Rabin nel 1977, altro lento molto intenso e cantato in maniera toccante e profonda  Ennesimo bel disco dunque per il vecchio Willie, anche se sono sicuro che mentre noi siamo qui che lo ascoltiamo lui sta già pensando al prossimo.

Marco Verdi