I “Pupilli” Di Dan Auerbach! Hacienda – Shakedown

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Hacienda – Shakedown – Collective Sounds

Ad un primo ascolto non ero rimasto particolarmente impressionato da questo Shakedown, opera terza degli Hacienda, quartetto di San Antonio, Texas che, come in molti casi della musica, è un affare di famiglia: sono i tre fratelli Villanueva, anche a livello somatico di origini latine. e il cugino, il chitarrista e cantante, Dante Schwebel, ma in effetti cantano anche gli altri tre. “Scoperti” da Dan Auerbach dei Black Keys che ha prodotto anche i due dischi precedenti e li ha utilizzati come backing band nel tour promozionale per l’album solista Keep It Hid, è evidente che ci siano molte analogie con il duo di Akron, Ohio. Se aggiungiamo che in questo disco Auerbach non si è limitato a produrre l’album ma ha firmato con il gruppo anche tutti i dieci brani le analogie si fanno vieppiù evidenti, ma…

Mentre nei Black Keys, almeno agli inizi, il sound era influenzato anche da un blues diciamo “futurista”, mi sembra che negli Hacienda il punto di riferimento sia più la musica pop degli anni ’60 vista attraverso un’ottica wave e rock anni ’80 e poi portata ai giorni nostri. Cerco di spiegarmi con un esempio: il brano di apertura, Veronica, con le sue scansioni quasi dance, mischia un organo Farfisa alla Sir Douglas e coretti pop, con una ritmica marcata alla Black Keys, per un singolo che vuole cercare di imporsi anche alle radio, con un basso molto in evidenza, anche se nell’insieme comunque il brano non brilla per grandi qualità. Let me go, sempre con coretti sixties sullo sfondo, si rifà a certe soluzioni sonore che erano care ai primi Talking Heads, un cantato vagamente schizzato ispirato a Byrne e sempre molto pop sul piatto della bilancia. I pezzi sono tutti abbastanza brevi (l’album dura complessivamente poco meno di 34 minuti) ma cercano di inserire citazioni e riferimenti a molti tipi di musica, per esempio Don’t Turn Out The Light, con la sua chitarrina ficcante e un basso nuovamente molto marcato, può ricordare i Feelies dei primi dischi con Nick Lowe alla voce, quindi quello strano incrocio di musica pop proveniente dalle ultime decadi pari del Novecento. Savage ha, a sua volta, un suono “moderno”, vagamente sintetico, molto simile agli ultimi Black Keys, magari meno rock e più orecchiabili. ma con l’influenza di Auerbach ovviamente stampata sul risultato finale.

You Just Don’t Know sempre con il basso protagonista del lato ritmico del brano, sembra, allo stesso tempo, più e meno derivativa, ovvero meno dai Keys e più da quella scuola pop anni ’80 dove si trovano suoni alla Bowie dell’epoca, gli Human Switchboard (ricordate?), qualcosa dei Blondie, i primi B-52’s. Se trasportate il riff di You Really Got Me ai giorni nostri, lo rallentate appena e ci aggiungete quell’organetto Farfisa tipico degli Hacienda probabilmente otterrete questa Don’t Keep Me Waiting. Sempre per continuare il gioco delle citazioni (che è ovviamente personale, ognuno ci vede o ci sente quello che vuole), se prendete le chitarre “circolari” dei Television, ma meno cerebrali e le mescolate con il riff iniziale di With A Girl Like You dei Troggs, una delle migliori e più convinte prestazioni vocali dei Villanueva (o sarà Schwebel?), otteniamo questo patchwork sonoro che si chiama Natural Life, uno dei brani peraltro migliori del CD.

Anche Doomsday, nuovamente con il solito basso grintoso che, come già ho ricordato, è spesso lo strumento guida del suono del gruppo, ha sapori più rock, con la chitarra che si fa “sentire” a momenti. E pure nella successiva Don’t You Ever, il riff di chitarra viene di filato dagli anni ’60, sembra estratto a viva forza da And Your Bird Can Sing dei Beatles, evidentemente i nostri amici hanno una bella collezione di dischi da dove gli spunti, secondo me, non vengono cercati volutamente, ma “aleggiano” nell’aria, sono frammenti sonori che ricadono casualmente nelle canzoni. Per esempio la conclusiva Pilot In The Sky, una delle tracce migliori di questo Shakedown, ha ancora mille rimandi a soluzioni sonore del passato, questa volta viste in un’ottica leggermente psichedelica, per un frullato sonoro che ha mille influenze ma nessun padre certo e alla fine risulta molto piacevole, senza essere particolarmente geniale. Che è un po’ il leitmotiv di tutto l’album, se vi piacciono i Black Keys più pop trascorrerete una mezzoretta piacevole anche se magari non memorabile, come è capitato al sottoscritto!

Bruno Conti

I “Pupilli” Di Dan Auerbach! Hacienda – Shakedownultima modifica: 2012-07-11T10:42:00+02:00da bruno_conti
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