Cofanetti Autunno-Inverno 20. L’Uomo Che Inventò Il Soul. Parte 1: I Primi Passi Da Solista. Sam Cooke – The Complete Keen Years 1957-1960

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Sam Cooke – The Complete Keen Years 1957-1960 – ABKCO 5CD Box Set

Sono contento di approfittare dell’uscita quasi in contemporanea di due cofanetti a lui dedicati (uno nuovo ed uno appena ristampato) per poter parlare di Sam Cooke, che considero semplicemente il più grande cantante soul di tutti i tempi, e chiedo nel contempo scusa alla memoria dei pur immensi Otis Redding e Ray Charles (il quale proprio a proposito di Cooke ebbe a dire che nessuno ci si poteva neanche avvicinare). In possesso di una magnifica voce vellutata e calda, che gli permetteva un fraseggio pulito e perfetto, Cooke era anche uno dei pochi cantanti ad essere dotato di melisma (che non è una malattia rara, bensì la capacità di modulare l’intonazione della voce “caricando” su una singola sillaba di testo una serie di note ad altezze diverse), ed era perciò in grado di interpretare qualsiasi tipo di canzone di qualunque genere. In più, Sam era anche autore, e ci ha lasciato una serie di grandi canzoni che sarebbe potuta aumentare in maniera esponenziale se non fosse stato ucciso nel 1964 a soli 33 anni per mano della proprietaria di un motel (in circostanze mai del tutto chiarite), creando una vera e propria leggenda e diventando fonte di ispirazione per decine di cantanti di qualsiasi colore di pelle (Rod Stewart, per dirne uno, credo che potrebbe benissimo dormire con una foto di Cooke sul comodino) e guadagnandosi i soprannomi di “Mr. Soul” e “The Man Who Invented Soul”.

Nato in Missisippi ma spostatosi con la famiglia a Chicago all’età di tre anni, Samuel Cook (che aggiunse la “e” al cognome come vezzo artistico) iniziò a cantare da ragazzo nel coro della chiesa in quanto figlio di un reverendo, e mosse i primi passi artistici all’inizio dei fifties come voce solista del gruppo gospel The Soul Stirrers, ma fu presto notato dal noto produttore e talent scout Bumps Blackwell che lo prese sotto la sua ala protettiva e gli fece firmare un contratto con la Keen Records, emergente etichetta indipendente di Los Angeles, per la quale Sam pubblicò tre album e due compilation (oltre a vari singoli), cinque dischi che ritroviamo con l’aggiunta di alcune bonus tracks e di un dettagliato libretto in questo elegante cofanetto quintuplo intitolato appunto The Complete Keen Years 1957-1960, che riunisce per la prima volta tutto ciò che Cooke incise per l’ormai defunta label, rimasterizzando il tutto rigorosamente in mono (a parte qualche bonus track in stereo, mentre l’album Tribute To The Lady è proposto in entrambe le versioni). E’ opinione comune che il meglio Cooke lo diede nella seconda fase della carriera, quando si accasò alla RCA, ma questi primi lavori ci mostrano già un artista formato e perfettamente in grado di interpretare qualsiasi cosa: e poi due dei suoi brani più famosi, You Send Me e (What A) Wonderful World (da non confondersi con quella di Louis Armstrong) arrivano proprio dal periodo Keen.

Nei primi due album contenuti nel box, Sam Cooke ed Encore (entrambi targati 1958), troviamo già tanta grande musica, una miscela di soul, pop, jazz, swing e gospel proposta con classe sopraffina che diventerà il marchio di fabbrica del nostro. Sam Cooke, a parte la già citata You Send Me ci presenta un artista più interprete che autore (scriverà molto di più nel periodo RCA), ed ascoltiamo splendide interpretazioni di standard quali The Lonesome Road, una swingata e coinvolgente Ol’ Man River, Summertime in veste più vivace e solare di quelle conosciute, That Lucky Old Sun con una prestazione vocale da brivido; Encore è un disco più movimentato e swingato, con highlights come Oh, Look At Me Now, Along The Navajo Trail, Ac-cent-tchu-ate The Positive e I Cover The Waterfront. Ma nei due lavori ci sono altre gemme come la ballata Tammy, cantata in maniera formidabile, una notevole interpretazione del traditional The Bells Of St. Mary’s, l’elegante swing Someday, la breve ma vertiginosa Running Wild e la raffinatissima Today I Sing The Blues. Un cenno per i musicisti, veri e propri professionisti di altissimo livello che in alcuni casi “seguiranno” il nostro anche nel periodo RCA, come il chitarrista Clifton White, il bassista Ted Brinson, i batteristi Earl Palmer e Charlie Blackwell ed il pianista Jimmy Rowles. Il terzo ed ultimo album registrato da Sam per la Keen, Tribute To The Lady (1959), è un omaggio alla figura ed alle canzoni di Billie Holiday, una delle poche in grado di tener testa al nostro come cantante (l’album tra l’altro fu inciso quando “Lady Day” era ancora viva, anche se ancora per pochi mesi).

Con gli arrangiamenti orchestrali di René Hall, il disco vede Sam proporre dodici classici della Holiday, anche se con molta meno tensione e drammaticità rispetto alla sfortunata cantante di Baltimore (God Bless The Child sembra quasi un brano natalizio). L’album è comunque bellissimo, con interpretazioni superlative di classici resi sotto forma di caldi ed eleganti swing (She’s Funny That Way, I Gotta Right To Sing The Blues, T’aint Nobody Business, Comes Love e Lover Come Back To Me) o fumose ballate jazz afterhours (Good Morning Heartache, Lover Girl e Solitude). Il box contiene anche Hit Kit (1959), che nonostante sia una collezione di brani all’epoca usciti su singolo, in comune con i primi tre album ha solo You Send Me e quindi nel cofanetto ci sta benissimo. Hit Kit (che qui presenta ben nove bonus tracks tra rare versioni stereo e lati B) contiene canzoni eccellenti come la stupenda Only Sixteen, l’irresistibile Everybody Loves To Cha Cha Cha, una notevole ripresa del superclassico Blue Moon (che voce), la nota (I Love You) For Sentimental Reasons, la toccante ballata Little Things You Do e la fluida ed orecchiabile Almost In Your Arms.

Dulcis in fundo, il box si chiude con The Wonderful World Of Sam Cooke, una compilation che la Keen fece uscire nel 1960 con Sam già accasato alla RCA, e che conteneva altri singoli, qualche inedito e quattro pezzi da una compilation gospel di vari artisti intitolata I Thank God (e qui ci sono altre sei tracce bonus). Il CD suona come un disco vero e proprio, ed è aperto dalla strepitosa (What A) Wonderful World, una delle più belle canzoni soul di sempre; da citare anche una magnifica versione alternata di Summertime, cantata in modo fantastico, splendidi gospel come That’s Heaven To Me e I Thank God e deliziosi brani originali del nostro come No One (Can Ever Take Your Place), With You, Steal Away e Deep River. Un boxettino quindi imperdibile che riepiloga i primi passi di una leggenda della nostra musica (in attesa di occuparmi dell’altrettanto indispensabile periodo RCA), anche per il costo tutto sommato contenuto.

Marco Verdi

E Intanto Sonny Landreth Non Sbaglia Un Disco! Sonny Landreth – Blacktop Run

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Sonny Landreth – Blacktop Run – Mascot/Provogue

Molti anni fa Carboni aveva intitolato un suo disco ” E Intanto Dustin Hoffman Non Sbaglia Un Film”: e per lungo tempo questa affermazione era rimasta corrispondente al vero, poi l’attore americano aveva iniziato purtroppo a ciccare film a raffica, ma nella musica ci sono ancora artisti che si attengono a questo credo, penso a Richard Thompson, a Bruce Cockburn e a pochi altri, magari minori ma di culto. Sonny Landreth appartiene anche lui a questa categoria, forse più “artigiano” che Artista con la A maiuscola, il musicista della Louisiana è un virtuoso assoluto della chitarra slide, ma anche come solista la sua discografia si è mantenuta sempre su livelli elevati e costanti, con parecchie punte di eccellenza: per esempio il doppio Recorded Live In Lafayette https://discoclub.myblog.it/2017/07/31/semplicemente-uno-dei-migliori-chitarristi-americani-sonny-landreth-recorded-live-in-lafayette/  e tra quelli recenti anche Bound By The Blues https://discoclub.myblog.it/2015/07/28/slidin-blues-at-its-bestsonny-landreth-bound-by-the-blues/ , ma anche molti CD del passato, a partire da Outward Bound, South Of I-10 e Leevee Town, solo per citarne alcuni, e fino al 2005, quando il produttore era R.S. Field, il motto citato prima era quasi doveroso (per non dire dei dischi di John Hiatt con i Goners, uno più bello dell’altro, dove il bassista era David Ranson, ancora oggi con Landreth).

Questo nuovo Blacktop Run riunisce i due vecchi amici, ed è stato registrato quasi completamente in presa diretta ai Dockside Studios di Vermilion River vicino a Lafayette, Louisiana, con l’appena citato Ranson, Brian Brignac alla batteria e Steve Conn a tastiere e fisa, che ancora una volta affiancano Sonny. L’album è veramente bello, dieci brani in tutto, di cui due che portano la firma di Conn, quattro strumentali ed una varietà di temi ed atmosfere sonore veramente ammirevole, completando l’approccio del doppio dal vivo del 2017, dove c’erano un disco acustico ed uno elettrico, questa volta fonde mirabilmente le due anime sonore di Landreth. In Blacktop Run la canzone c’è un intreccio di acustiche tradizionali e slide, una ritmica intricata, tocchi quasi di musica modale orientale, un cantato rilassato, ma brillante e l’intesa quasi telepatica dei vari musicisti, poi ribadita nella delicata e deliziosa Don’t Ask Me, una sorta di laidback Delta Blues partorito nei dintorni di New Orleans, scritta da Steve Conn che ci suona la fisarmonica interagendo in modo ammirevole con l’acustica slide di Landreth. Lover Dance With M è un sontuoso zydeco rallentato e cadenzato, uno dei suoi incredibili brani strumentali, con Sonny che per l’occasione anziché con il solito bottleneck, lavora con il tremolo della sua chitarra, ed il risultato è filtrato attraverso il Leslie degli altoparlanti con risultati suggestivi.

Groovy Goddess, un altro dei brani strumentali è l’ennesima rappresentazione della prodigiosa abilità alla slide di Landreth, ben sostenuto dalle tastiere di Conn e la complessa Beyond Borders alza ulteriormente la quota improvvisativa, per un brano che in origine doveva far parte del disco del 2008 di duetti From The Reach per un “tete à tete” con Carlos Santana, e che è stato riadattato ai multiformi talenti alle tastiere di Steve Conn, un pezzo jazz-rock preso a velocità vorticose dove tutta la band gira come una macchina perfettamente oliata e gli assoli dei due solisti sono fantastici. Conn è anche l’autore della sinuosa e leggiadra ballata Somebody Gotta Make A Move, cantata molto bene da Sonny che in questo album ha curato con puntiglio anche le parti vocali, come ribadisce un’altra soave ballata elettroacustica come la calda Something Grand, un brano dove, per la prima volta da molti anni, non c’è un assolo di chitarra di Landreth, che lascia la parte solista all’organo di Conn, ma si rifà poi abbondantemente in The Wilds Of Frontier, canzone che nel testo affronta il tema dei cambiamenti climatici e delle crisi ambientali che stanno interessando il nostro pianeta.

Non poteva mancare un brano dove Sonny Landreth si cimenta con i suoni e i ritmi della sua amata Louisiana, come nella incantevole Mule dove la slide “scivola” senza sforzo intrecciandosi con la fisa di Conn in una danza senza fine di amore inquieto a tempo di cajun e zydeco. Quindi per l’ennesima volta il musicista di Canton, Mississippi, ma “Cajun” onorario, c’entra l’obiettivo di fondere tutte le sue musiche, stili ed influenze in un tutt’uno seducente ed irresistibile, una volta di più vivamente consigliato. Dustin Hoffman sarebbe contento: chapeau! Anche questo rientra tra i papabili per i migliori dischi di fine anno del 2020.

Bruno Conti

Combat-Folk Dalla Val Camonica. I Luf – Pihini: Tornando Al Monte

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I Luf – Pihini: Tornando Al Monte – PSP Music

Per chi ancora non li conoscesse, I Luf sono in pista da una ventina di anni, hanno realizzato una dozzina di album, e hanno all’attivo una intensa e regolare attiva live con concerti sempre più affollati. Nel loro percorso musicale mischiano con intelligenza il combat-folk dei Modena City Ramblers (s’intende i primi MCR), con gli arrangiamenti “contrabbandieri” dei Van De Sfross, con la musica e i testi della terra da cui provengono ed il risultato sono sempre dei lavori freschi e vitali, che negli anni sono costantemente migliorati. Ieri come oggi Dario Canossi (ex collaboratore di Davide Van De Sfross) è il geniale cantante, autore e leader della formazione, che nell’attuale line-up si avvale di Sergio Pontoriero al mandolino, banjo e voce, Cesare Comito chitarra acustica e voce, Samuele Redaelli alla batteria, Alessandro Rigamonti al basso e contrabbasso, Lorenzo Marra alla fisarmonica e voce, Alberto Freddi al violino e voce, e Pier Zuin alle cornamuse e flauti, per una sorta di “concept album,” che si avvale nella stesura dei testi della collaborazione di scrittori italiani come i noti Mauro Corona, Paolo Cagnetti, Max Solinas, Nives Meroi e Erri De Luca, ed è composto da 11 canzoni inedite, più una rilettura della solita e un po’ stancante Bella Ciao,  il tutto registrato presso lo Studio Alari Park di Cernusco Sul Naviglio, e prodotto dal capobanda Dario.

Il brano di apertura L’Aiva La Grigna fa capire dove si orienta la musica del gruppo, in cui il banjo, la fisarmonica e le chitarre sono subito in evidenza, a cui fa seguito la ballata Dove Sarai Sarò con una melodia coinvolgente cantata benissimo da Dario in stile “gucciniano”, mentre Pihini il brano che dà il titolo al disco, è una folk-song da osteria che rimanda ai tempi gloriosi dei Pogues dello sdentato Shane MacGowan, mentre la delicata Non Ti Farò Aspettare su un tema di Nives Meroi si sviluppa grazie ad un bel “riff” coinvolgente dove emergono le chitarre e il violino. Si riparte da una versione cadenzata di Bella Ciao (o partigiano), che come detto potevano anche risparmiarsi in quanto nulla toglie e nulla aggiunge al disco, ascoltariamo poi il primo testo letterario, a cura di Paolo Cagnetti, con Il Ragazzo Selvatico, cantato su una melodia dall’andamento country, mentre viene estratto poi dal libro di Mauro Corona Il Canto Delle Manere, un magnifico testo sostenuto da una bella melodia, e si prosegue musicalmente con uno stile da festa di paese con la scanzonata Le Quater Meraviglie Del Mont, cantata in dialetto camuno. Con La Leggerezza Della Crisalide, da uno scritto di Erri De Luca tratto dal Peso Della Farfalla, si raggiunge il punto più alto del disco, una meravigliosa ballata cantata con pathos da Canossi, che viene accompagnata nel suo percorso dal magnifico suono della band, per poi passare poi all’intrigante etno-folk di Il Lupo E L’Equilibrista da un idea di Max Solinas, mentre la bella Tra Vino E Cenere ammorbidisce i toni, in cui nel finale la fisarmonica e il violino sviluppano un “sound” coinvolgente, per poi andare a concludere il CD in bellezza con la ballabile e trascinante Tornando Al Monte, ancora con il “contagioso” violino di Freddi in primo piano ( altro brano dove è proprio impossibile non muovere i piedini).

Sono passati quasi vent’anni da quando questo Collettivo Folk Rock (come si autodefiniscono), si è presentato con l’album d’esordio Ocio Ai Luf (03,) sino ad arrivare, dopo un percorso di una dozzina di dischi a questo ultimo lavoro Pihini, e la cosa più sorprendente è che il gruppo di volta in volta è riuscito al alzare la famosa “asticella”, mantenendo invariata la vivacità del suono della band che fa largo uso di fisarmonica, chitarre, violino e cornamuse, per canzoni che parlano di storie vere, che nascono dai racconti di chi la storia l’ha vissuta in prima linea, canzoni che ti entrano dentro e non se ne vanno facilmente, e la “colpa” è anche del capobanda Dario Canossi, cantante e indiscusso leader dei “lupi”, profondo conoscitore delle proprie radici e della tradizione culturale della canzone d’autore italiana. Nel fiorire del movimento “Folk” in Italia (soprattutto nel sottobosco musicale), per chi scrive I Luf sono quanto di meglio ci sia oggi in circolazione, un “branco” di musicisti che arrivano da esperienze diverse e che insieme riescono a creare un forte impatto sonoro “folk-rock”, divertente e vitale, che trascina e coinvolge. Altamente consigliato.!

NDT*: Se siete interessati al genere, vi consiglio anche un gruppo Aostano L’Orage, di cui sul finire dello scorso anno è uscito il terzo lavoro Medioevo Digitale, dopo il bel debutto con L’Età Dell’Oro (13) e Macchina Del Tempo (15). Alla prossima.!

Tino Montanari

Il Ragazzo Si Farà…Anzi E’ Già Bello Che Pronto! Chad Kostner – Highway 63

chad kostner highway 63

Chad Kostner – Highway 63 – Blue Whiskey Van CD

Dalla piccola cittadina rurale di Bloomer, Wisconsin (stato del Midwest poco presente sulle mappe del rock’n’roll) arriva questo esordio fulminante da parte di un giovane songwriter, Chad Kostner, che si è avvicinato alla musica quasi per caso, ossia dopo che all’età di 18 anni ha trovato una vecchia chitarra Silvertone nella soffitta dei genitori. A poco a poco Chad ha imparato a suonare lo strumento, ha iniziato ad avvicinarsi ad autori classici tra country, roots e rock come Hank Williams, John Prine, Steve Earle e John Mellencamp e ha lentamente iniziato a comporre i brani che oggi vanno a formare Highway 63, il suo sorprendente album di debutto. Chad ha assorbito alla grande la lezione dei suoi artisti preferiti, mostrando di covare al suo interno un talento non comune: Highway 63 è formato infatti da otto canzoni una più bella dell’altra, una serie di ballate tra country e rock che hanno il sapore soprattutto dei già citati Prine (per l’approccio nel songwriting ed una certa ironia di fondo) e Mellencamp (per la voce roca ed una buona propensione per il rock “stradaiolo”), un lavoro maturo e riuscito che non sembra affatto l’opera di un esordiente.

La strumentazione è quanto di più classico si possa trovare, chitarre acustiche ed elettriche, basso, batteria, piano ed organo alla bisogna e spesso una steel a sfiorare le canzoni, ma sono proprio i brani a fare la differenza: tra country, rock e radici, suoni profondi figli della provincia americana, che colpiscono fin dal primo ascolto. Canzoni belle e fiere come l’iniziale Demons, uno splendido country-rock dal ritmo e refrain decisamente coinvolgenti, voce arrochita e sonorità classiche che vedono le chitarre in primo piano. Different Dream è una ballata lenta e soffusa guidata da chitarra acustica, pianoforte e da una malinconica steel sullo sfondo, nonché da un motivo profondo che avvicina il nostro al miglior Ryan Bingham; Rambler’s Soul è folk (e qui si palesa l’influenza di Prine), una canzone bella e scorrevole pur nella sua estrema semplicità, con un arrangiamento elettroacustico di sicuro impatto, mentre con Highway 63 andiamo quasi in Texas per un rockin’ country elettrico e trascinante che si ascolta tutto d’un fiato, con un uso delizioso delle chitarre (Steven James Carlson è il solista in tutto il disco).

Summer è un valzerone splendido sotto ogni aspetto, dal motivo emozionante all’esecuzione in punta di dita basata su chitarra, piano e fisarmonica fino al pathos che il nostro ci mette: tra le più belle del CD. Old Movies è limpida, diretta e con l’ennesima melodia che piace al primo ascolto, ed un ottimo uso del piano elettrico, Yellow Water è un’altra splendida country tune che più classica non si può, dall’accompagnamento limpido che contrasta con la voce roca di Chad (e nel songwriting vedo tracce degli Old Crow Medicine Show), brano che precede la conclusiva Heading Home, finale struggente con una solida ballatona dai toni crepuscolari. Un piccolo grande esordio questo Highway 63: Chad Kostner compone con un piglio da veterano, ed è sicuramente tra le realtà da tenere d’occhio per l’immediato futuro.

Marco Verdi

 

 

 

Molto Meglio Di Quanto Ci Si Potesse Aspettare, Un Ottimo Live. Molly Hatchet – Battleground

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Molly Hatchet – Battleground – 2 CD SPV/Steamhammer

Li avevamo lasciati nel 2012 con il loro ultimo album in studio Regrinding The Axes : (nel frattempo è uscito anche un bel cofanetto https://discoclub.myblog.it/2018/09/01/per-rivalutare-in-parte-un-gruppo-spesso-bistrattato-molly-hatchet-fall-of-the-peacemakers-1980-1985/ ), a causa della ulteriore morte di altri due componenti della band, praticamente dei vecchi Molly Hatchet è rimasto solo il nome, e le canzoni, visto che questo Battleground è un doppio CD dal vivo che ancora una volta rivisita il repertorio classico del gruppo, attraverso un ripasso delle canzoni più celebri del loro passato più o meno remoto e qualcosa di più recente. Dei musicisti che suonavano nella formazione migliore, quella dal 1978 al 1984 (più l’appendice del doppio Double Trouble Live), praticamente non c’è più nessuno, a parte il tastierista John Galvin, arrivato nel 1984, e l’altro membro “storico” è il chitarrista Bobby Ingram, presente dal 1986. Questo per la cronaca: anzi aggiungiamo che il nuovo vocalist Jimmy Elkins è con loro solo dal 2019, in sostituzione di Jimmy Farrar, scomparso nel 2018, e per completare lo stato di famiglia disastrato, nel 2019 è morto anche uno dei vecchi cantanti Phil McCormack.

Tutto ciò fa sì che per la prima volta da tempo immemorabile i Molly Hatchet hanno una sola chitarra solista, rispetto alle due o tre dei loro tempi d’oro, e quindi il loro southern rock, che comunque era stato sempre nella fascia più “duretta” delle band sudiste vira ulteriormente verso l’hard rock, un po’ come è successo per i Blackfoot, ma con risultati decisamente migliori. Quindi gli irriducibili del genere troveranno di che gioire, a tratti anche per chi ama il southern più raffinato e vario del passato, in quanto non mancano, come detto, le canzoni più celebri e una cover di pregio. I brani sono stati registrati nel tour americano per il 40° Anniversario e in due date europee  in Svizzera e Germania, dove sono sempre molto popolari: Bounty Hunter è una buona partenza, il classico sound della band in evidenza, le soliste sembrano più di una grazie ad un device elettronico chiamato eventide harmonizer che raddoppia il suono della chitarra, Jimmy Elkins  devo ammettere che è un vocalist di buona caratura, non a livello di Danny Joe Brown, ma se la cava egregiamente, Galvin è un buon tastierista e la sezione ritmica fa il proprio dovere; Whiskey Man è un altro dei cavalli di battaglia del primo periodo, ritmo galoppante, e come recitava un vecchio album non si “prendono prigionieri”, Elkins all’armonica e Galvin al piano aggiungono tocchi interessanti al suono.

Why Won’t You Take Me Home fa parte del repertorio anni 2000, ma sembra un pezzo (buono) dei Lynyrd Skynyrd, Son Of the South del 2005, è un po’ più legnosa e scontata, come pure la successiva American Pride. Ovviamente le parti migliori del concerto coincidono con le riprese delle canzoni più celebri: la bella hard ballad Fall Of the Peacemakers da No Guts…No Glory , sempre molto à la Lynyrd,  Edge Of Sundown dal vecchio Double Trouble Live, altra ballata epica, One Man’s Pleasure dove Ingram va di slide alla grande, la solida The Creeper, dal primo omonimo album, nuovamente puro southern .E ancora, nel secondo CD, tra i pezzi più recenti, una lunga ed atmosferica Justice, sempre con un ottimo lavoro della slide e il vocione minaccioso di Elkins, un altro super classico come Beatin’ The Odds, l’unica cover, da sempre presente nel repertorio live dei Molly Hatchet , è una robusta versione di Dreams I’ll Never See degli Allman Brothers, e per concludere in bellezza una straripante Flirtin’ With Disaster. Sarà per l’atmosfera live, e nonostante qualche critica contrastante, ma in definitiva questo Battleground  alla fine non dispiace per nulla.

Bruno Conti

Il “Governatore” Dell’Isola Di Wight. Ashley Hutchings/Dylancentric – Official Bootleg

Ashley Hutchings Dylancentric

Dylancentric – Official Bootleg – Talking Elephant CD

Ashley Hutchings, una delle figure centrali del folk-rock inglese (e per questo soprannominato “The Guv’nor”, il Governatore), ha avuto una carriera piuttosto attiva tra band formate e poi lasciate, partecipazioni a dischi altrui e produzioni varie. Conosciuto principalmente per essere stato uno dei membri fondatori dei Fairport Convention, Hutchings ha poi formato altre band di una certa importanza come Steeleye Span e Albion Band (che è stato il gruppo nel quale ha prestato servizio più a lungo) e più di recente i Rainbow Chasers, ma è stato coinvolto in una miriade di altri progetti estemporanei (come il supergruppo The Bunch o il collettivo musicale Morris On), anche se curiosamente non ha mai pubblicato un vero e proprio disco da solista. Ashley tra le altre cose è sempre stato un grande fan di Bob Dylan, e lo scorso anno ha avuto l’idea di celebrare il cinquantesimo anniversario della partecipazione del cantautore americano all’Isle of Wight Festival proprio all’interno della medesima manifestazione che si è tenuta ad agosto nell’isola al largo della Manica, e per l’occasione ha formato un nuovo gruppo il cui nome non lascia spazio ad equivoci: Dylancentric.

Official Bootleg è il risultato di quel concerto, un sorprendente dischetto in cui Hutchings si fa accompagnare da musicisti amici anche di una certa notorietà (Ken Nicol, a lungo con lui nella Albion Band, Guy Fletcher, collaboratore storico di Mark Knopfler, Ruth Angell, componente dei Rainbow Chasers, il cantautore Blair Dunlop ed il sessionman e compositore di colonne sonore Jacob Stoney) ed offre una rivisitazione in puro stile folk-rock di alcune pagine del songbook dylaniano con arrangiamenti freschi e vitali ed una performance piena di feeling, privilegiando al 90% il repertorio degli anni sessanta. Un po’ come facevano gli ormai sciolti Dylan Project (sorta di spin-off dei Fairport con in più Steve Gibbons e PJ Wright), che però erano più sul versante rock-blues. Che non ci troviamo di fronte ad un gruppo di pensionati si capisce subito con l’iniziale Maggie’s Farm, proposta in una versione decisamente rock e per niente folk (a parte il violino alla fine), cantata con grinta da Hutchings e con un’ottima copertura da parte del sestetto, con menzione particolare per il piano di Stoney e la slide di Nicol: una rivisitazione nello stesso spirito dell’originale.

Deliziosa Girl From The North Country, riproposta in una veste di chiaro stampo folk per voce (Dunlop, ma in totale nel disco sono in quattro che cantano), chitarra acustica, mandolino e violino: toccante è dir poco; Wings non c’entra con Dylan essendo un classico della Albion Band, un folk-rock molto evocativo e coinvolgente contraddistinto da una performance energica ed un arrangiamento elettroacustico. Masters Of War è riletta in maniera essenziale (voce, chitarra acustica e violino, con un accenno di chitarra elettrica nel finale), e la cover mantiene il suo tono drammatico anche dovuto al fatto che, purtroppo, il testo è attuale oggi come lo era nel 1963. One Of Us Must Know (Sooner Or Later) è una scelta non scontata, e la cover è rilassata e fluida ma nello stesso tempo suonata con vigore e cantata da Dunlop con voce espressiva, un brano di grande qualità che ci mostra (ma ce n’era bisogno?) la bravura di Dylan anche come tessitore di melodie splendide.

Mr. Tambourine Man non è rock come l’avevano fatta i Byrds ma pura e cristallina, una voce (la Angell), un paio di chitarre ed un mandolino a ricamare sullo sfondo, versione intima ed emozionante con tanto di ritornello corale, mentre anche la countryeggiante (in origine) I’ll Be Your Baby Tonight subisce il trattamento folk di Hutchings e compagni e diventa una squisita ballata dall’atmosfera conviviale, con assoli da parte di ogni componente del gruppo. Ed ecco l’eccezione, cioè l’unico pezzo non dei sixties: Not Dark Yet è una delle migliori canzoni mai scritte sull’età che avanza, e questa rilettura lenta e malinconica (con uno splendido assolo chitarristico) è di grande effetto; una limpida e folkeggiante rilettura di Lay Down Your Weary Tune, già incisa in passato da Ashley coi Fairport, chiude un dischetto bello e piacevole quanto inatteso. File under: pure folk-rock.

Marco Verdi

Un Ritorno Alle Origini In Un Tempio Della Musica. Bryan Ferry – Live At The Royal Albert Hall 1974

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Bryan Ferry – Live At The Royal Albert Hall 1974– BMG Rights Management – CD Deluxe Edition – 2 LP

Di questa vera icona rock britannica mi ero già occupato recensendo su queste pagine, sul finire del 2013 un eccellente DVD Live In Lyon https://discoclub.myblog.it/2013/11/21/intramontabile-dandy-del-rock-bryan-ferry-live-in-lyon/ , e ora con piacere mi accingo a parlarvi di questo Live At The Royal Albert Hall uscito da pochi giorni nei negozi e su tutte le piattaforme musicali. In questo concerto Bryan ripropone i suoi primi due dischi da solista These Foolish Things (73) e Another Time, Another Place (74), due album di “covers” , in quanto in quel periodo Ferry avvertiva il bisogno direi quasi fisiologico di misurarsi con brani di altri artisti, e mettersi in competizione con loro in un ideale e immaginario “braccio di ferro”, rischiando la propria reputazione artistica. Così nella serata del 19 Dicembre 1974 sale sul palco della mitica Royal Albert Hall di Londra (e se passate da quelle parti è d’obbligo visitarla), accompagnato da un’orchestra di 30 elementi diretta da Martyn Ford, con il sostegno dei fidati “pard” dei Roxy Music Phil Manzanera alla chitarra, Paul Thompson alla batteria, Eddie Jobson al piano e violino, e con il contributo di John Porter e  John Wetton al basso, e l’aggiunta delle belle e brave coriste Vicki Brown, Doreen Chanter, Helen Chappelle, per un lungo viaggio musicale attraverso alcuni classici del passato, che spaziano dagli anni ’30 ai ’60, scegliendo le canzoni con cui Bryan si era musicalmente formato, e che nell’occasione vengono riproposte e personalizzate in questo live con la sua abituale classe, marchio distintivo di tutta la sua  carriera.

Il concerto inizia alla grande con una rilettura “satanica” di Sympathy For The Devil degli Stones, con subito le coriste in evidenza, per poi recuperare un brano degli anni ’60 I Love How You Love Me, portato al successo dal trio femminile The Paris Sisters, con una bella sezione fiati a dettare il ritmo, seguito dal rock’n’roll scatenato di una Baby I Don’t Care (uno dei punti di forza del primo Elvis Presley con il “prefisso” (You’re So Square),,, e ripreso tra i tanti anche da Joni Mitchell e Led Zeppelin), per poi passare ai ritmi pop di una piacevole It’s My Party, cantata ai tempi (sempre anni ’60) da Lesley Gore che vendette a vagonate. Il Ferry di quel periodo alternava l’approccio pop al rock dei Roxy Music, e la dimostrazione lampante è la seguente Don’t Worry Babe dall’album Shut Down Vol .2 dei Beach Boys, con le tre coriste in formato “Stax”, a cui fanno seguito il rock sincopato di Another Time, Another Place, dello stesso Ferry, l’omaggio a Ike & Tina Turner andando a recuperare una Fingerpoppin’ con largo uso di una intrigante sezione fiati, per poi rispolverare meritoriamente un classico come The Tracks Of My Tears, portata al successo dal grande Smokey Robinson con i suoi Miracles.

Dopo una buona dose di applausi, le riletture proseguono, sorprendentemente andando a recuperare dal vasto repertorio di Lennon-McCartney una poco conosciuta You Won’t See Me (la trovate su Rubber Soul), per poi commuovere il pubblico in sala con una stratosferica versione di Smoke Gets In Your Eyes dei Platters con il sax di Chris Mercer in evidenza (brano eseguito anche da artisti del calibro di Dinah Washington, Sarah Vaughan, Eartha Kitt, Patti Austin e perfino Thelonious Monk), e poi finalmente cantare la lucida follia di A Hard Rain’s A-Gonna Fall del grande Bob Dylan, con una versione dal crescendo “rossiniano” che mette in risalto ancora la bravura delle soliste. Dopo una lunga e meritata ovazione in sala, ci si avvia alla fine del concerto con Bryan Ferry che recupera dall’appena oubblicato Country Life dei suoi Roxy Music, un brano d’atmosfera con i violini in sottofondo come A Really Good Time, per poi ritornare al suono R&B con una mossa The ‘In’ Crowd, portata al successo da Dobie Gray, e poi andare a chiudere con un brano del lontano 1936 scritto da tale Jack Strachey, una These Foolish Things suonata e cantata in perfetto stile “ragtime”. Sipario, nuovaovazione e applausi più che meritati. Tutta la vicenda artistica dell’eterno “dandy” del pop è stata un continuo percorso in bilico tra la sua appartenenza al suo gruppo i Roxy Music e la parallela carriera solista iniziata negli anni ’70, un signore ricordo che nel corso di una lunga e gloriosa carriera ha venduto la bellezza di oltre 30 milioni di dischi, con un patrimonio di canzoni che ha influenzato intere generazioni, con il suo stile da “crooner” futurista, accompagnato da un’eleganza sopraffina, e, cosa più importante, sempre con uno stuolo di formidabili musicisti e “sessionmen” ad assecondarlo.

Anche se i tempi sono cambiati, per parafrasare il suo mito Bob Dylan, questo Bryan Ferry Live At The Royal Albert Hall è un album che, nonostante sia rimasto inedito per 46 anni, è stato giusto portare alla luce, in quanto certifica l’inizio della carriera solista di Ferry, in un concerto che è un’istantanea straordinaria di brani famosi e non, che sono “amplificati” dai pard nella sua band ( leggi Roxy Music), potenziati dalla sezione archi e corni di una meravigliosa orchestra, e dalla contagiosa esibizione canora, ovviamente in smoking, sul palco del celebre teatro londinese da parte del nostro amico Bryan Ferry. NDT*: Per completezza di informazione aggiungo che il 29 Marzo del 2019, Bryan Ferry e la sua band, i Roxy Music, hanno fatto ingresso nella famosa e istituzionale Rock And Roll Hall Of  Fame.

Tino Montanari

Sarebbe Possibile Riprendere In Mano Le Classifiche Del 2019? Chadwick Stokes & The Pintos

chadwick stokes & the pintos

Chadwick Stokes & The Pintos – Chadwick Stokes & The Pintos – Ruff Shod/Thirty Tigers CD

Chad Stokes Urmston, meglio conosciuto come Chadwick Stokes, dalle nostre parti non è molto famoso ma negli Stati Uniti è una piccola celebrità, specie nell’area di Boston della quale è originario. Musicista iperattivo, è titolare di una discografia molto corposa nonostante sia ancora relativamente giovane (è del 1976) tra album, singoli, live ed EP, sia come solista che a capo di ben due gruppi, gli State Radio e i Dispatch. Ma Chadwick è, come dicono in America, “larger than life”, dato che a fianco della carriera musicale ha affiancato una vera e propria attività umanitaria che lo vede impegnato in vari settori; il nostro non si limita però a sparare qualche slogan e a sfilare alle manifestazioni a supporto di questa o quella causa come diversi suoi colleghi (anche illustri), ma ha investito in prima persona tempo e denaro costituendo ben due società non profit: la Elias Fund, che si occupa di fornire sviluppo ed istruzione ai bambini dello Zimbabwe (paese nel quale Chad ha anche vissuto per un anno), e la Calling All Crows, che cerca di aiutare le donne disoccupate di tutto il mondo a trovare lavoro.

Un personaggio tutto d’un pezzo, che gira il mondo ed è occupato in mille progetti diversi ma trova anche il tempo di curare la sua proposta musicale, anzi Chad è uno che vive per la musica, ma non ha atteggiamenti da star e preferisce vivere a contatto con la gente normale: poi però scopriamo che forse non è neppure così sconosciuto, dato che qualche anno fa è riuscito a fare ben tre sold-out consecutivi al Madison Square Garden. Ovviamente anche i testi delle sue canzoni sono profondamente impegnati, mentre dal lato musicale Chad ha assorbito tutte le influenze che ha incontrato nel suo girovagare: di base folk, la sua musica ha infatti diversi elementi che vanno dal country al rock, dai ritmi tribali africani al punk, passando anche per reggae e hip-hop, il tutto con una notevole sensibilità pop per le melodie. Tutto questo melting pot sonoro è riscontrabile nel suo nuovo lavoro Chadwick Stokes & The Pintos (dove i Pintos sono il fratello Willy Urmston al banjo, Jon Reilly alla batteria e Tommy Ng al basso), un disco che già al primo ascolto mi ha letteralmente fulminato per la sua bellezza, i suoi suoni gioiosi e colorati e le sue melodie perfette ed immediatamente fruibili. Non sto esagerando: Chadwick in questo disco dimostra di essere, oltre ad un uomo davanti al quale bisogna solo togliersi il cappello, anche un musicista coi controfiocchi, e del quale a questo punto penso occorra recuperare anche qualche lavoro degli anni passati.

Undici canzoni una più bella dell’altra che iniziano con Joan Of Arc (Cohen non c’entra), un brano stimolante e solare, una sorta di folk-pop diretto e dal refrain decisamente orecchiabile: poche note e ne sono già catturato (ed alla fine vorrei rimetterlo da capo). Un banjo strimpellato con vivacità introduce Chaska, altro pezzo contraddistinto da un gusto melodico non comune e dal ritmo forsennato, tra western e country-punk: irresistibile, a dir poco. Blanket On The Moon è una squisita ballata che fonde vari stili ma in cui prevale uno spiccato sapore pop di stampo beatlesiano, ancora (ma non è più una sorpresa) con la melodia in primo piano, Hit The Bell With Your Elbow è un midtempo dalla bella introduzione per chitarra elettrica ed uno sviluppo fluido, di nuovo contraddistinta da un refrain splendido con tracce di Tom Petty https://www.youtube.com/watch?v=KrfghpXv-lk , mentre Love And War è una semplice ma toccante folk song per voce, chitarra e coro.

La saltellante Lost And Found riporta allegria e vivacità nel disco (una sorta di fusione tra i Lumineers e gli Of Monsters And Men, ma in meglio), What’s It Going To Take è puro reggae, un genere che non mi fa impazzire ma il gusto melodico di Chadwick fa la differenza, brano che si contrappone al folk elettrificato e moderno di Let Me Down Easy, un brano che mi ricorda il primissimo Todd Snider. La lenta ed intensa Sand From San Francisco, altro pezzo senza sbavature (ed ancora con un ritornello corale da applausi) precede le conclusive Mooshiquoinox e Second Favorite Living Drummer, rispettivamente una breve folk tune acustica alla Simon & Garfunkel ed una rock song scorrevole e forse un po’ ruffiana nel refrain ma sempre decisamente piacevole. Dirò una banalità, ma se al mondo ci fossero più persone come Chadwick Stokes il mondo stesso sarebbe un posto migliore. E non solo musicalmente.

Marco Verdi

Il Miglior Lavoro Di Sempre Del Nostro Amico Ormai Mezzo Italiano! Jono Manson – Silver Moon

jono manson silver moon

Jono Manson – Silver Moon – Appaloosa/Ird CD

Jono Manson ha da anni un rapporto speciale con la nostra penisola, avendo collaborato più volte con alcuni dei migliori musicisti nostrani come i Mandolin’ Brothers (è anche il produttore del loro ultimo 6), i Gang (Jono era dietro la consolle sia per Sangue E Cenere che per il bellissimo Calibro 77, e pare che concederà il tris anche per il prossimo lavoro dei fratelli Severini), Andrea Parodi e Paolo Bonfanti, oltre ad aver fatto parte del supergruppo Barnetti Bros. Band con Parodi, Massimiliano Larocca e Massimo Bubola e non mancare quasi mai nelle kermesse annuali del Buscadero Day. Ma Jono non vive in Italia, abita da anni a Santa Fe (New Mexico), e si ritrova a dover mandare avanti anche la sua carriera di musicista in proprio, ormai ferma al 2016 con l’ottimo The Slight Variations https://discoclub.myblog.it/2017/02/09/variazioni-lievi-ma-significative-sempre-ottima-musica-jono-manson-the-slight-variations/ : Manson si è preso del tempo, ha scelto le canzoni che reputava migliori ed è riuscito a fare ciò che si era prefissato, cioè il capolavoro di una vita. Sì, perché Silver Moon (questo il titolo del suo nuovo album, sempre distribuito dalla Appaloosa, altro punto di contatto con l’Italia) è un grande disco, il più bello, il più convinto di sempre per quanto riguarda il songwriter newyorkese, un lavoro dal respiro internazionale in cui la sua consueta miscela di ballate e brani rock in puro stile Americana toccano il vertice artistico massimo.

Jono questo lo sapeva, se lo sentiva, ed è per questo che per arricchire ancora di più il piatto ha chiamato attorno a lui una serie di ospiti da far tremare i polsi: non ci sono superstar (non aspettatevi Clapton o Knopfler), ma comunque non è da tutti avere contemporaneamente in un proprio album Warren Haynes, Terry Allen, James Maddock, Eliza Gilkyson, Joan Osborne, Eric “Roscoe” Ambel, oltre al nostro Bonfanti, al chitarrista degli Spin Doctors Eric Schenkman, all’altro axeman Eric McFadden fino al bravissimo tastierista Jason Crosby ed agli abituali collaboratori di Manson (Ronnie Johnson al basso, Paul Pearcy alla batteria e Jon Graboff alle chitarre e steel). Ma gli ospiti danno solo quel qualcosa in più, servirebbero a poco se non ci fossero le canzoni, ed in Silver Moon ne troviamo di bellissime, a partire da Home Again To You, scintillante pezzo che porta alla mente il primo Steve Earle, quello a metà tra country e rock: ritmo spedito, melodia accattivante e squisito accompagnamento chitarristico jingle-jangle. Only A Dream è cantata a due voci con Maddock, ed è una sontuosa rock ballad elettrica di stampo classico con il passo di quelle dei grandi della nostra musica, davvero bella, mentre la title track è una luccicante ballatona sudista, calda nei suoni ed impreziosita dagli splendidi organo e piano elettrico di Crosby e soprattutto dall’inconfondibile slide di Haynes: altra grande canzone.

Si rimane al sud con la goduriosa Loved Me Into Loving Again, saltellante e gustoso errebi con la voce di Manson doppiata dalla Osborne e l’aggiunta di una sezione fiati di quattro elementi; I Have A Heart è tosta ed elettrica, puro rock’n’roll di quelli che trascinano fin dalle prime note, con Springsteen come ispirazione principale, a differenza di I Believe che è un’intensa slow ballad dalle leggere reminiscenze dylaniane (ma vedo anche Butch Hancock) e con un motivo toccante e bellissimo. Con la cadenzata I’m A Pig siamo in territori rock-blues per un brano decisamente grintoso dominato dal piano di Crosby e dalla chitarra di Schenkman (e con un refrain corale vincente), Shooter è ancora più rock, una ballata elettrica e chitarristica di notevole impatto con Bonfanti che fa il bello e il cattivo tempo, mentre The Christian Thing è un lento strepitoso che sa un po’ di Messico ed un po’ di southern country, reso ancora più bello dalle voci di Terry Allen e della Gilkyson. Face The Music è ancora puro rock’n’roll ed è una delle più immediate ed irresistibili, Everything That’s Old (Again Is New) introduce un’atmosfera pop ed una slide degna di George Harrison, e porta alle due canzoni conclusive: la country ballad Every Once In A While, tersa e limpida, ed il blues elettrico e “texano” The Wrong Angel, di nuovo con Bonfanti alla solista. Jono Manson con questo Silver Moon è dunque riuscito perfettamente nel suo intento di regalarci il suo disco più bello di sempre (non disdegnando “a little help from his friends”), un lavoro che conferma la sua bravura nella scrittura, la sua competenza ed il suo amore per la vera musica.

Marco Verdi

Il Disco Della Consacrazione Per Uno Dei “Nuovi” Fenomeni Della Chitarra. Albert Cummings – Believe

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Albert Cummings – Believe – Mascot/Provogue – 14-02-2020

Era quasi inevitabile che anche Albert Cummings, uno dei migliori chitarristi americani, prima o poi sarebbe approdato alla Mascot/Provogue: lui stesso ha detto di essere onorato per essere finito nella stessa etichetta di Joe Bonamassa, Walter Trout ed Eric Gales (e aggiungo io, decine di altri virtuosi della chitarra). Il nostro amico viene da Williamstown, Massachusetts e ha inciso finora non molti album (otto, compresi due live), visto che la sua carriera discografica ufficiale è partita solo intorno al 2000, quando aveva superato i 30 anni da tempo. “Scoperto” da Chris Layton e Tommy Shannon, a cui si era poi unito Reese Wynans, fu il primo musicista a registrare un intero album con i Double Trouble del suo idolo Stevie Ray Vaughan, dopo la scomparsa di quest’ultimo, e di cui quest’anno ricorre il 30° Anniversario dalla morte (come passa il tempo!): il disco From The Heart, uscito nel 2003, fu registrato proprio in Texas, con la produzione di Layton e Shannon. Da allora, quasi tutti i dischi successivi, usciti per la Blind Pig Records, sono stati prodotti da Jim Gaines https://discoclub.myblog.it/2012/09/13/un-ulteriore-virtuoso-della-6-corde-albert-cummings-no-regre/ , che torna dietro alla consolle anche per questo Believe, registrato in una delle mecche assolute della musica americana, i FAME Studios a Muscle Shoals, Alabama.

Nello stile di Cummings quindi per l’occasione, insieme all’immancabile blues, troviamo anche forti elementi soul, rock e country ( già presenti in dischi passati e nell’educazione musicale di Albert che nei primi passi fu però occupata dall’utilizzo del banjo e dalla passione per il bluegrass, poi sostituita dalla scoperta di SRV): il disco, in uscita il 14 febbraio, è probabilmente il migliore in assoluto di Cummings, che comunque raramente, se non mai, ha tradito le aspettative dei fan del blues elettrico, con una serie di album notevoli, dove accanto alle indubbie doti tecniche applicate alla sua Fender Stratocaster, si apprezza anche una eccellente vena di autore di canzoni, rendendolo una sorta di “cantautore” del blues-rock. Qualche cover ci scappa sempre, pochissime per la verità, Live esclusi, un B.B. King qui, un Merle Haggard là, e un brano di Muddy Waters, in tutti i suoi album, ma per il nuovo disco ce ne sono ben quattro (anzi  cinque), l’iniziale Hold On (manca I’m Comin’, ma il brano è proprio quello di Sam & Dave, scritto da Isaac Hayes), e per parafrasare potrei azzardare un  “I’m Cummings”, ma temo il linciaggio per la battuta, e quindi mi limito a dire che è una versione molto calda, in un florilegio irresistibile di fiati e voci femminili di supporto, con Albert che si conferma anche cantante di buona caratura , oltre che chitarrista sopraffino, con un assolo ”ispirato” da quel Duane Allman la cui immagine lo guardava dalle pareti degli stessi studi in cui si trovava lui in quel momento.

Già che siamo in tema di cover,  troviamo  pure una delicata e deliziosa Crazy Love di Van Morrison, trasformata in una bellissima deep soul ballad, anche grazie alla presenza del tastierista Clayton Ivey, uno di quelli che suonava ai tempi nei dischi prodotti a Muscle Shoals e proprio in chiusura di CD, una intensa e scoppiettante Me And My Guitar di Freddie King, con un assolo fiammeggiante che è un misto di tecnica raffinata e feeling. Venendo agli altri brani, come negli album precedenti le canzoni a livello di testi toccano i temi del working man (in fondo Cummings ha sempre lavorato in una azienda di costruzioni di famiglia), delle difficoltà economiche, questioni amorose e così via, niente trattati psicologici, ma uno sguardo sul quotidiano, con una attitudine compartecipe, mentre musicalmente il tema R&B e southern soul rimane anche nella ritmata Do What Mama Says, sempre con fiati, coriste e tastiere a profusione, mentre al solito la chitarra lavora di fino anche a livello di riff, con Red Rooster  (anche in questo caso se gli aggiungete Little è  quella di Howlin’ Wolf e Stones) che è un blues di quelli duri e puri, con una solista “cattiva” il giusto che impazza alla grande; Queen Of Mean è di nuovo un torrido “soul got soul” (?!?), il suono tra Stax e Hi records che usciva dai Fame Studios, e ancora oggi dai dischi di Delbert McClinton, Marc Broussard e altri praticanti del genere.

Con Get Out Of Here, che aggiunge elementi country e sudisti, sempre cantati con voce ricca di impeto e passione da Cummings, che comunque rilascia un torrido assolo dei suoi, tagliente, ripetuto e vibrante. Tra le cover in effetti c’è anche quella di My Babe, Willie Dixon via Little Walter, sempre con quello spirito “sudista” e “nero” che caratterizza tutto l’album, come ribadisce una ottima It’s All Good dove gli elementi country e soul sono ancora presenti negli arrangiamenti lussureggianti della produzione di Gaines che sfrutta al meglio i musicisti degli storici studi dell’Alabama, e Albert lavora comunque di fino con le eleganti volute della sua solista, che poi si scatena,  di nuovo con misura e classe, nel blues carnale Going My Way che cita nel testo il titolo dell’album, una visione ottimistica e piena di speranza “You can have anything you want, all you need to do is believe.” Lasciando all’eccellente Call Me Crazy il pezzo più blues, dove Cummings dà libero sfogo alla sua solista in un tour de force di grande intensità, con il wah-wah che impazza nel finale in omaggio al suo “maestro” Stevie Ray Vaughan. Un delle migliori uscite di inizio anno!

Bruno Conti