Purtroppo E’ Arrivato “Quel Tempo”, Da Venerdì Scorso Il Texas E’ Un Po’ Più Povero. A 78 Anni Se Ne E’ Andato Mr. Bojangles Jerry Jeff Walker.

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Oggi purtroppo devo dare la notizia di un altro lutto nel mondo della “nostra” musica, e cioè della scomparsa avvenuta venerdì 23 ottobre all’età di 78 anni del grande Jerry Jeff Walker, dovuta alle complicazioni causate da un cancro alla gola diagnosticatogli nel 2017. Pensavi a Walker e pensavi al Texas, in quanto il nostro è stato fin dalla fine degli anni sessanta uno dei più importanti ed influenti singer-songwriters di stampo country del Lone Star State, e facente parte di un immaginario club esclusivo i cui altri soci sono (ed erano) Willie Nelson, Waylon Jennings, Kris Kristofferson, Billy Joe Shaver, Guy Clark e Townes Van Zandt. Autore e performer estremamente divertente e coinvolgente, Walker è stato l’inventore e massimo esponente del cosiddetto “gonzo country”, un tipo di musica assolutamente scanzonata e spesso associata a colossali bevute in compagnia, proposta dal nostro sempre con il sorriso sulle labbra ma che dietro una maschera di disimpegno celava una solida capacità nel songwriting, ed i suoi pezzi venivano eseguiti sempre con l’aiuto di musicisti preparatissimi.

Walker era anche un cantautore atipico, dal momento che alcuni dei suoi brani più noti erano stati scritti da altri artisti all’epoca non ancora famosi (come L.A. Freeway di Clark, Up Against The Wall Redneck Mother di Ray Wylie Hubbard e London Homesick Blues di Gary P. Nunn), mentre la sua canzone più famosa in assoluto, ovvero la splendida Mr. Bojangles (che parlava di un ex ballerino di tip-tap alcolista e galeotto, non si sa se inventato o ispirato ad una persona reale), era stata portata al successo nel 1970 dalla Nitty Gritty Dirt Band. Due cose che molti non sanno sono che Walker in realtà si chiamava Ronald Clyde Crosby e che era texano solo d’adozione, essendo di origini newyorkesi. Nella Grande Mela il giovane Crosby (il nome d’arte lo prenderà solo nel 1966) mosse anche i primi passi artistici dopo una breve parentesi a Philadelphia con un gruppo chiamato The Tones, esibendosi nel Greenwich Village prima come folksinger e poi a capo di una band chiamata Circus Maximus, con la quale pubblicò anche due album.

Stabilistosi ad Austin dopo un pellegrinare che lo aveva portato anche a New Orleans ed in Florida, JJW pubblicò nel 1968 il suo debut album Mr. Bojangles con l’aiuto di David Bromberg ed altri sessionmen di nome, disco che lo fece subito notare come autore di estremo interesse grazie anche alla title track che, oltre che della Nitty Gritty, attirerà le attenzioni anche di un certo Bob Dylan che la inciderà durante le sessions di Self Portrait (e la Columbia la pubblicherà nel 1973 all’interno dell’album-rappresaglia Dylan). In pochi anni Walker divenne una leggenda texana, in parte grazie alle sue imperdibili esibizioni dal vivo con la Lost Gonzo Band (il live Viva Terlingua! del 1973 è ancora oggi il suo disco più famoso) ed in parte per merito di album splendidi come Jerry Jeff Walker, Ridin’ High, A Man Must Carry On, It’s A Good Night For Singin’ e Contrary To Ordinary, tutti usciti all’epoca per la MCA e ristampati di recente dall’australiana Raven.

Dopo un paio di buoni lavori per la Elektra (Jerry Jeff, 1978, e Too Old To Change, 1979) ed il ritorno alla MCA, a metà anni ottanta Jerry fondò una sua etichetta, la Tried & True, mettendo a capo la moglie Susan Streit. Diventato ormai un artista di riferimento per molti musicisti venuti dopo di lui (Todd Snider, che ha pure inciso un intero album con le sue canzoni, credo che abbia una sua foto sul comodino vicino al letto https://www.youtube.com/watch?v=5QdWpab_kFg ), Walker continuerà a pubblicare ottimi dischi di puro country-rock texano, titoli come Viva Lukenbach (1994, seguito ideale di Viva Terlingua ed altro splendido live), Night After Night, Scamp, Gonzo Stew, Jerry Jeff Jazz, il solare e “buffettiano” Cowboy Boots And Bathing Suits (concepito dal nostro nella sua casa di villeggiatura in Belize), fino all’inatteso ritorno It’s About Time di due anni fa, a ben nove anni dall’album precedente https://discoclub.myblog.it/2018/07/21/come-da-titolo-era-ora-jerry-jeff-walker-its-about-time/ .

Il prossimo disco di Jerry Jeff Walker sarà quindi ad esclusivo beneficio di angeli e santi, anche se ho già idea di quale sarà il titolo: Gonzo’s Paradise.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Un’Altra Roboante Serata…A Pochi Passi Da Casa! Bruce Springsteen & The E Street Band – Brendan Byrne Arena, August 6, 1984

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Brendan Byrne Arena, August 6, 1984 –live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Il Bruce Springsteen del periodo di Born In The U.S.A. non sarà forse la migliore versione del grande rocker del New Jersey ma è quella a cui sono personalmente più legato, in quanto mi ricorda il momento della mia adolescenza durante il quale ho scoperto la musica “adulta”, ed il primo disco rock che ho comprato (anzi, musicassetta) è stato proprio l’album del Boss citato poc’anzi. Detto questo, sinceramente non capisco perché i curatori delle uscite mensili degli archivi live del nostro insistano con i concerti pur splendidi del 1984 alla Brendan Byrne Arena di East Rutherford, in New Jersey, una residency di ben dieci serate consecutive che in questa serie ha già visto pubblicate la prima del 5 agosto e l’ultima del 20, mentre per esempio abbiamo avuto solo un concerto sempre americano del 1985 (peraltro da cinque stelle, al Los Angeles Coliseum) e nessuno dal “leg” europeo del tour, per esempio il mitico show del 21 giugno a San Siro (non è per campanilismo, ma perché pare che sia stato davvero uno dei migliori in assoluto, io non posso né confermare né smentire dato che non c’ero).

A conclusione di quanto detto sopra, ecco pubblicato ufficialmente il terzo concerto svoltosi nella location poco distante da casa del Boss, ed in particolare quello del 6 giugno (quindi la seconda delle dieci date), una serata con otto cambi in scaletta rispetto alla precedente, e che a detta dei fans è stata una delle migliori performance del periodo, cosa che mi sento di avvalorare dopo aver ascoltato il triplo CD. Uno show magico, coinvolgente e adrenalinico, con un Bruce in forma vocale strepitosa ed una band che gira a meraviglia (ma questo capita sempre), tra l’altro con un suono forte, pulito e mixato alla perfezione, meglio ancora che nelle uscite riguardanti gli spettacoli del 5 e del 20. Da Born In The U.S.A. i nostri suonano “solo” sei pezzi su dodici (una potente versione della title track posta in apertura, tre riprese festaiole e caciarone di Glory Days, Dancing In The Dark e Bobby Jean, la toccante My Hometown che non può mancare in New Jersey, e la rilettura acustica di No Surrender tipica di quel tour), lasciando spazio a classici del passato e diverse chicche.

Tra gli evergreen non mancano pezzi che ognuno si aspetterebbe di ascoltare, tutti riproposti in maniera decisamente coinvolgente: Out In The Street, Spirit In The Night, Prove It All Night (versione poderosa), The Promised Land, Because The Night, Badlands, Thunder Road, il consueto singalong di Hungry Heart, una Cadillac Ranch che fa ballare tutta l’arena, Tenth Avenue Freeze-Out, Born To Run ed una travolgente Rosalita di sedici minuti. Una delle chicche della serata è l’intermezzo dedicato a Nebraska, con l’esecuzione una in fila all’altra di Atlantic City, di Open All Night che Bruce riesce a rendere trascinante nonostante sia da solo sul palco e della stessa Nebraska (e, più avanti in scaletta, anche di Used Cars). Non manca un’ottima rilettura del classico di Jimmy Cliff Trapped (che già all’epoca era più nota nella versione del Boss, e questa è una delle versioni migliori che abbia mai sentito) e dei due “crowd-pleasers” Fire e Pink Cadillac, mentre lo straordinario pianismo di Roy Bittan viene fuori alla grande nella struggente Racing In The Street e soprattutto in una spettacolare Jungleland di dodici minuti, suonata nei bis.

A proposito di bis in questo show troviamo due rarità, una che riguarda le abituali scalette del tour (I’m A Rocker, che però forse era l’unico punto debole di un album perfetto come The River) ed una assoluta, vale a dire una sanguigna e dirompente ripresa di Street Fighting Man dei Rolling Stones, che sostituisce Travellin’ Band dei Creedence eseguita la sera prima. Chiusura all’insegna della festa totale, con un mix debordante (altri undici minuti) tra Twist And Shout ed il classico dei Contours Do You Love Me. Serata splendida quindi, e pure la prossima uscita promette bene, con uno show del 1978 non famoso come quelli di Cleveland e Passaic ma, pare, altrettanto fragoroso.

Marco Verdi

From Los Angeles California, The Dawes II: Una Buona Conferma Del Loro Ritorno Sulla Retta Via. Dawes – Good Luck With Whatever

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Dawes – Good Luck With Whatever – Rounder Records

Ascoltate questi ragazzi, sono davvero forti!” Questa frase, rivolta a me e ai miei quattro amici nel backstage del Jazzaldia Festival di San Sebastian, nell’ormai lontano 24 luglio 2011, veniva non certo da uno qualunque ma dall’illustre protagonista di quella fredda e piovosa serata, Jackson Browne, e si riferiva ai quattro giovani musicisti che avrebbero suonato con lui e prima di lui, i californiani Dawes, supportati per quel breve tour europeo anche dal loro produttore, l’ottimo Jonathan Wilson. E in effetti se la cavarono egregiamente, sia presentando i pezzi del loro secondo album Nothing Is Wrong nel set di apertura, sia suonando in modo impeccabile i classici del loro illustre mentore, For Everyman, The Pretender, Running On Empty e parecchi altri, chiudendo la serata con un inatteso quanto brillante omaggio al grande e sempre compianto Warren Zevon.

I due fratelli Griffin e Taylor Goldsmith, rispettivamente il batterista e il chitarrista, nonché lead vocalist e compositore, insieme al bassista Wylie Gelber e al tastierista Tay Strathairn (dopo breve tempo rimpiazzato da Alex Casnoff) avevano esordito nel 2009 con il promettente North Hills, facendo subito intendere le loro potenzialità nel riproporre un sound molto influenzato dal folk rock westcoastiano degli anni settanta. Seguirono, con un notevole crescendo qualitativo, altri tre lavori, il già citato Nothing Is Wrong (2011), Stories Don’t End (2013) e quello che tuttora considero il migliore della loro discografia, All Your Favorite Bands, pubblicato nel 2015 https://discoclub.myblog.it/2015/06/03/from-los-angeles-california-the-dawes-all-your-favourite-bands/ . L’anno seguente giunse, del tutto inatteso, il vero passo falso della loro ancor breve carriera. We’re All Gonna Die (già dal titolo non esattamente beneaugurante) esibiva una serie di canzoni modeste, soffocate da una valanga di overdubs, suoni sintetizzati e pattern elettronici. Dall’ imbarazzante singolo When The Tequila Runs Out e relativo video si ricavava la spiacevole impressione che i nostri quattro si fossero presi una colossale sbronza in campo creativo. Per fortuna, almeno sul palco, aggiustarono il tiro come dimostra il discreto live album, venduto solo sul loro sito, We’re All Gonna Live.

Senza dubbio una delle cause del loro rinsavimento va attribuita al ritorno in cabina di regia di Jonathan Wilson che ha determinato il ritorno a suoni e arrangiamenti adeguati alle loro caratteristiche nel positivo Passwords, uscito un paio d’anni fa https://discoclub.myblog.it/2018/08/04/al-solito-buon-rock-californiano-ma-possono-fare-meglio-dawes-passwords/ .

Per produrre il nuovo Good Luck With Whatever, i Dawes si sono affidati nientemeno che a Dave Cobb, un nome una garanzia, come dimostrano le innumerevoli brillanti pubblicazioni discografiche da lui curate negli ultimi anni, e il risultato si vede, e sente, eccome! I suoni e le armonie vocali tornano a risplendere, Lee Pardini, ultimo tastierista aggregatosi al gruppo quattro anni fa, lascia perdere sintetizzatori e amenità del genere per dedicarsi con ottimi esiti soltanto al pianoforte e all’hammond e, non ultimo, la qualità dei brani torna ad essere degna del loro passato. Si parte subito col piede giusto nell’iniziale Still Feel Like A Kid, il singolo più recente pubblicato a fine agosto, un robusto e accattivante inno all’eterna giovinezza che deriva dal suonare in una band, con tanto di coretti che citano i Beach Boys, in omaggio all’età dell’oro del sound californiano. Piano e chitarra elettrica aprono la title-track, un bel mid tempo che ci rituffa negli anni settanta come solo i Jayhawks e pochi altri hanno saputo fare oltre a loro.

Between The Zero And The One è una sontuosa ballatona che si colloca tra le cose migliori che Taylor Goldsmith sia stato capace di scrivere finora, mi riferisco a gioiellini come Fire Away, Most People o Things Happen dei precedenti dischi, con quell’incedere maestoso e classico che si fa immediatamente apprezzare, scandito dai limpidissimi tocchi del piano e dalla incalzante batteria del fratello Griffin. None Of My Business viaggia veloce al ritmo dei mitici Creedence e Taylor regala una performance vocale degna dell’icona John Fogerty (date un’occhiata su You Tube al duetto tra discepolo e maestro in Someday Never Comes, al David Letterman Show, e avrete la conferma di tali affinità).

Quasi a fare da spartiacque tra le due parti vitali ed energiche dell’album, troviamo la tonificante oasi acustica di St. Augustine At Night, per voce, chitarra acustica e delicati contrappunti di basso e pianoforte. Poi i Dawes riaccendono i motori col primo singolo uscito alla fine di luglio Who Do You Think You’re Talking To? a cui possiamo perdonare quella ritmica un po’ finta” a fronte di un riff indovinato e un ritornello accattivante che ti entra subito nella testa https://www.youtube.com/watch?v=4O7VVDxb_us . Didn’t Fix Me possiede invece il timbro intenso ed avvolgente che ritroviamo in tanti capolavori usciti dalla penna di brother Jackson Browne, con il piano e le chitarre che giocano a rincorrersi su una linea melodica seducente e malinconica. Free As We Wanna Be, altri tre minuti di pura piacevolezza sonora con il piano ancora splendido protagonista, potrebbe essere considerato l’accorato saluto dei Dawes ad un altro gigante mai abbastanza rimpianto, Tom Petty, mentre la conclusiva Me Especially è un lento spezzacuori che dimostra quanto Taylor e soci abbiano interiorizzato gli insegnamenti della premiatissima ditta Don Henley & Glenn Frey.

Ottimo lavoro Mr. Cobb! I Dawes sono tornati nel lotto delle my favorite bands.

Marco Frosi

Una Affacinante Cantautrice “Tradizionalista”. Diana Jones – Song To A Refugee

diana jones song to a refugee

Diana Jones – Song To A Refugee – Proper Records – CD – LP

Questa signora è diventata da qualche anno una “cliente” abituale di questo blog, infatti ce ne siamo occupati sia per l’uscita di High Atmosphere (11), comprensivo della complicata storia della sua vita https://discoclub.myblog.it/2011/05/08/bella-musica-e-anche-una-bella-storia-da-raccontare-diana-jo/  e Museum Of Appalachia Recordings (13) https://discoclub.myblog.it/2013/07/30/dal-tennessee-agli-appalachi-diana-jones-museum-of-appalachi/ , che indubbiamente erano influenzati dalle origini della sua famiglia, abbiamo tralasciato colpevolmente l’ottimo Live In Concert (15), per tornare ora con questo nuovo e importante lavoro Song To A Refugee. Questo disco mette in luce il problema dei rifugiati, raccontando le loro storie, anche su eventi della vita reale, che sono portatori di una vasta gamma di prospettive individuali e emotive, che non sono altro che il loro vissuto.

Diana Jones si avvale per l’occasione dei suoi inseparabili compagni di viaggio, che sono per l’occasione Jason Sypher e Joe DeJarnette al basso, Glenn Patscha e Mark Hunter al pianoforte, e Will Holshouser alla fisarmonica, con ospiti speciali come Richard Thompson, Steve Earle e la cantante Peggy Seeger (sorella del grande Pete Seeger), affidando la produzione all’autore e polistrumentista David Mansfield (in passato artefice in alcuni tour di Dylan) e a Steve Addabbo (Suzanne Vega, Shawn Colvin). Il viaggio della speranza inizia con le sonorità della fisarmonica di El Chaparral, un valzer della disperazione con il canto lamentoso della Jones e gli strappi della fisa, che evocano perfettamente la scena messicana, mentre la seguente I Wait For You racconta la storia di una donna sudanese venduta dal padre, il tutto raccontato sulle note del mandolino e violino di Mansfield, per poi passare alla title track Song To A Refugee, un brano dal grande pathos emotivo eseguito su una bella aria scozzese. Con la splendida We Believe You arriva la canzone più importante dell’album, dove Steve Earle, Richard Thompson, Peggy Seeger si alternano alla voce con Diana, su un tessuto melodico splendido, complice sempre il violino di David.

Brano seguito da Mama Hold Your Baby, dove si racconta la vicenda di una madre separata dal suo bambino, nella quale il sottofondo “bluegrass” con chitarra e mandolino è perfetto per raccontarne la storia, mentre Santiago è una sorta di ninna nanna sussurrata da Diana, sullo straziante violino di David. I racconti dolorosi proseguono con Ask A Woman, un brano dolcemente folk che vede in primo piano le armonie delle Chapin Sisters, a cui fanno seguito The Life I Left Behind accompagnata come sempre dal violino, e interpretata dalla Jones in uno stile che può ricordare la miglior Joan Baez, e una arpeggiata Where We Are solo chitarra, violino e voce, canzone di una struggente bellezza. Ci si avvia alla parte finale del viaggio con il valzer cadenzato di Humble, per poi tornare al duo Jones / Mansfield con Love Song To A Bird e The Sea Is My Mother, due brani riflessivi dove si raccontano prima le storie di una famiglia e poi di due sorelle che affrontano il pericolo della traversata in mare, per chiudere infine proprio con una struggente canzone d’addio The Last Words, con Glenn Patscha degli Ollabelle al pianoforte e la voce della Jones a sottolineare il tutto con empatia e compassione , in quello che è probabilmente il disco migliore della sua carriera.

Non tutte le canzoni di Song To A Refugee sono dirette o letterali, in quanto la nostra amica racconta una serie di storie dal punto di vista delle donne, a partire da vicende di bambini, sorelle, madri, sempre interpretate con voce dolorosa da questa nuova Emily Dickinson (la famosa poetessa americana), e cosa non trascurabile, in un lavoro che è stato inciso in pochi giorni, suonando tutti insieme in un piccolo studio, particolare che può passare inosservato, ma che un tempo, quando si suonava la “vera musica”, era una importante consuetudine. In definitiva questo nuovo lavoro della Jones non è un forse un disco facile da assimilare, ma si tratta di musica sincera ed essenziale, dove Diana Jones é peraltro ben assecondata da un manipolo di ottimi musicisti che la sorreggono in questo sincero omaggio alle problematiche sempre più attuali sul tema dei “rifugiati”.

Tino Montanari

Un Godurioso Omaggio Alla Vera Country Music! Josh Turner – Country State Of Mind

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Josh Turner – Country State Of Mind – MCA Nashville/Universal CD

Josh Turner, musicista originario della Carolina del Sud, è un countryman atipico: infatti, pur vivendo ed incidendo a Nashville ed avendo ottenuto un grande successo con i suoi sette album pubblicati tra l 2003 ed il 2018 (tutti piazzatisi tra la prima e la terza posizione), non ha mai smesso di fare musica di qualità. A molti suoi colleghi l’aria di alta classifica fa girare la testa, ma Josh è uno bravo, coi piedi per terra, e pur non disdegnando un suono adatto alla programmazione radiofonica non ha mai esagerato e ha sempre proposto canzoni suonate con strumenti veri. Nonostante l’età ancora giovane quindi Turner ha poco da dimostrare, e dunque quest’anno ha deciso di fare un disco che, ne sono sicuro, pianificava già da qualche tempo, cioè un album di cover che omaggiasse gli artisti che lo hanno influenzato, alternando brani più o meno popolari ed in più di un caso ospitando lo stesso autore del pezzo.

Country State Of Mind è il risultato di questa idea, e si rivela un lavoro davvero strepitoso fin dal primo ascolto: le canzoni belle come ho detto ci sono già, ma Josh le interpreta con notevole grinta e senso del ritmo, mettendo in primo piano le chitarre e la sua splendida voce baritonale, coadiuvato dalla produzione impeccabile di Kenny Greenberg e con la partecipazione in session di autentici luminari di Nashville come lo stesso Greenberg alle chitarre, Glenn Worf al basso, Chad Cromwell alla batteria e Dan Dugmore alla steel. Più gli ospiti che partecipano vocalmente (non in tutti i brani, non è un vero e proprio album di duetti), i quali danno il tocco in più ad un disco che in ogni caso si sarebbe retto sulle proprie gambe anche senza di loro. Il CD parte ottimamente con I’m No Stranger To The Rain, una bella western ballad (dal repertorio di Keith Whitley) che qui viene rivestita da un bell’intreccio di chitarre e da un suono forte di stampo rock, il tutto completato ad hoc dalla voce profonda di Josh, country al 100%. John Anderson quest’anno è tornato in gran forma con il bellissimo Years, e qui porta in dote la sua I’ve Got It Made, un irresistibile rockin’ country tuto ritmo e chitarre, che la voce vissuta di John impreziosisce ulteriormente. A proposito di voci vissute, che ne dite di Kris Kristofferson?

Il grande texano è infatti il prossimo ospite in Why Me, uno dei suoi brani più popolari e canzone già splendida di suo che viene ancor di più abbellita dal duetto tra i due protagonisti: Josh è bravo, ma quando Kris si avvicina al microfono è tutta un’altra storia. Chris Janson unisce le forze con Turner nella sanguigna title track (di Hank Willims Jr.), un honky-tonk elettrico, vibrante e decisamente coinvolgente; I Can Tell By The Way You Dance è un pezzo del 1984 di Vern Gosdin che Josh, qui da solo (anche perché Gosdin è morto), rilegge in maniera pimpante e ricca di ritmo, con il solito approccio rock che è un po’ la costante di questo disco: gli assoli chitarristici sono ottimi e la melodia vincente. Alone And Forsaken è una nota canzone di Hank Williams (Senior), qui arrangiata come una scintillante ed evocativa western ballad ed ulteriormente nobilitata dalla seconda voce della brava Allison Moorer, mentre Forever And Ever, Amen è uno dei classici di Randy Travis, che ovviamente compare in prima persona a prestare l’ugola: bella canzone, dal ritmo spedito e country fino all’osso. Alan Jackson si può ormai considerare sia un contemporaneo che un veterano, e Josh esegue senza ospiti la sua Midnight in Montgomery, un’intensa ballata ancora dal sapore western, ripresa con un feeling notevole e non inferiore all’originale.

Good Ol’ Boys era il tema del telefilm The Dukes Of Hazzard ma anche uno dei brani più famosi di Waylon Jennings, e Turner la rifà con grande rispetto per l’originale ma anche con un notevole senso del ritmo, aumentando la componente rock’n’roll e regalandoci una cover trascinante, tra le più riuscite del CD, mentre You Don’t Seem To Miss Me, scritta da Jim Lauderdale, era in origine un duetto tra Patty Loveless e George Jones, ed è una tersa e molto piacevole ballata di stampo classico eseguita con il trio vocale delle Runaway June. Chiusura con Desperately, un midtempo dal motivo diretto e toccante al tempo stesso (incisa prima dal suo autore Bruce Robison e poi da George Strait) proposto con l’aiuto del duo al femminile Maddie & Tae, e con The Caretaker, uno dei pezzi più antichi e meno conosciuti di Johnny Cash, altra splendida rilettura questa volta per sola voce (e che voce) e chitarra, ed un mood da vero cowboy. Non esagero: Country State Of Mind è tra i migliori country album del 2020.

Marco Verdi

Il Vangelo di Augusto… Secondo Graziano. Graziano Romani – Augusto

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Graziano Romani – Augusto: Omaggio Alla Voce Dei Nomadi – Route 61 Music

Alcuni anni fa, al termine di un bel concerto di Graziano Romani in quel di Pavia (al Bar Trapani per la precisione), ho avuto la possibilità insieme all’organizzatore Paolo Pieretto, e al partner di quella serata di Romani, Max Marmiroli, di chiedere (come si fa sempre in queste occasioni) a Graziano se era in programma l’uscita di un nuovo disco e quelle che erano le sue voglie musicali (per intenderci, se proseguire il percorso dei CD dedicato ai fumetti), e fin d’allora il nostro amico manifestava un alto interesse di riuscire prima o poi a dedicare un tributo alle canzoni dei Nomadi e Augusto Daolio. E ora fortunatamente quel “poi” è arrivato, con il 24° disco della sua corposa carriera (compresi quelli con le sue band, i mitici Rocking Chairs e i meno noti Megajam 5), portando nel consueto e abituale Bunker Studio di Rubiera la sua attuale “line-up” composta da Max Marmiroli (amico di lunga data di Graziano) al sax, flauto, armonica e percussioni, Follon Brown alle chitarre, Lele Cavalli al basso, Nick Bertolani alla batteria, Gabriele Riccioni alle tastiere, e Lorenzo Iori al violino, dando così una nuova vita a brani più o meno noti dei Nomadi, risalenti al periodo compreso tra gli anni ‘60 e ‘70, e facendoli risplendere sotto una nuova luce con un progetto multiforme.

Il viaggio attraverso la via Emilia inizia con Augusto Cantaci Di Noi, brano che Romani aveva già inserito nell’album Storie Della Via Emilia (01), e che in questa occasione viene riproposto anche in chiusura di questo lavoro in versione più breve, poi a seguire arrivano le famose Tutto A Posto, rifatta in una versione rock-blues che mette in rilievo la bravura della band di Graziano, e l’accattivante melodia di Un Giorno Insieme, per poi riproporre due cover d’autore come L’Auto Corre Lontano (Ma Io Corro Da Te), nella versione originale Wichita Lineman di un musicista superbo come Jimmy Webb (che Romani ama moltissimo), con in sottofondo il sax di Marmiroli, e meritoriamente recuperare una Ala Bianca, vecchio singolo dei Nomadi, ovvero Sixty Years On di Elton John, riletta in una versione semi-psichedelica 

Si riparte per Casalgrande (paese d’origine di Romano), pescando sempre dal repertorio di Francesco Guccini con la mitica Canzone Per Un Amica, riproposta in modalità rock stradaiolo, con un impronta del sax che sembra uscire dalle labbra del compianto Clarence Clemons, per poi ritornare all’anima blues di Non Credevi e Ritornerai ( Sulla Strada), grazie al sapiente uso di armonica e chitarre.

Ecco anche la poco conosciuta Mercante E Servi con un“groove” marcato e l’ottimo lavoro alla chitarra di Follon Brown, e la ripresa di una sempre iconica Per Fare Un Uomo, dove ancora un volta Max Marmiroli dà il meglio di sé. Ci si avvia quindi alla fine del viaggio con una “fumettistica” Gordon, canzone simbolo dell’album, almeno per chi scrive, più innovativo dei Nomadi, seguita da una accelerata versione di Ti Voglio un classico di Bob Dylan, la celeberrima I Want You, con un’armonica a bocca martellante, e riproporre infine una ballata poco conosciuta come Mille E Una Sera, e terminare in gloria in vista di Novellara (paese d’origine di Augusto Daolio) con la ripresa di Augusto Cantaci Di Noi, in una versione più rock, ma anche più breve. Penso che per la riuscita di questo lavoro non sia trascurabile il fatto che da ragazzino Graziano Romani era spesso sotto il palco dei Nomadi, ad ascoltare Augusto che cantava quelle canzoni che parlavano di forza e amore, e che a distanza di tempo oggi come ieri siano ancora attuali.

Penso anche che a differenza dei due tributi dedicati a Bruce Springsteen, Soul Crusaders e Soul Crusaders Again, in questo caso forse Romani lo abbia sentito ancora più nelle sue corde, con la sua bellissima voce sempre più riconoscibile, regalandoci un omaggio alla voce dei Nomadi, pieno di belle canzoni, interpretate con amore e tanta passione, accompagnato da un nucleo di grandi musicisti italiani (una menzione particolare per il più volte ricordato Max Marmiroli), che ha contribuito in modo determinante alla riuscita del disco. Fine del viaggio. *NDT: Mi permetto di fare un inciso: negli anni ’60 e ’70 i discografici italiani hanno “banchettato” come Corvi (c’era pure il gruppo), traducendo in italiano i vari successi inglesi e americani dell’epoca, facendo la fortuna di molti gruppi “senza arte ne parte”, ma non è il caso dei Nomadi, che su questo ci hanno costruito spesso intere carriere.

Tino Montanari

Più Di Dieci Anni Per Completarlo, Ma E’ Venuto Veramente Bene. Rev. Greg Spradlin & The Band Of Imperials – Hi-Watter

rev. greg spradlin and the band of imperials - hi-watter

Rev. Greg Spradlin & The Band Of Imperials – Hi-Watter – Out Of The Past Music

Jim Dickinson, grande amico e mentore di Greg Spradlin, muore nell’agosto del 2009: a questo punto il nostro amico decide che forse è arrivato il momento di completare quell’album che era in fase di registrazione da un po’ di tempo. Ma essendo un tipico rappresentante del Sud degli States (viene da Little Rock, Arkansas, dove è stato registrato parte dell’album, il resto sulle colline di Silverlake, nei pressi di LA, anche se non manca un certo spirito Swamp), più di tanto non può accelerare le procedure, anche per una lunga serie di contrattempi, anche importanti, comunque canzone dopo canzone, e in un arco di tempo di nove anni, il lavoro procede, il Reverendo aveva coinvolto altri amici per registrare l’album: un altro bravo chitarrista, che come Spradlin sappia suonare anche il basso, e all’occorrenza la batteria, un certo David Hidalgo che suona nei Los Lobos potrebbe andare bene, ma un batterista comunque ci vuole, che ne dite di Pete Thomas degli Imposters di Elvis Costello, al basso Davey Farragher (con una r però), che suona anche lui con Costello, ma in passato con Hiatt e e di recente con Richard Thompson, se non può venire facciamo noi, per le tastiere Rudy Copeland, uno che ha suonato con Solomon Burke e Johnny Guitar Watson, scomparso nel 2018 e sostituito da Charlie Gillingham dei Counting Crows, anche lui alle tastiere.

A questo punto, per produrre l’album con Greg, pure lui dall’Arkansas, arriva Jason Weinheimer, che è anche un chitarrista e ha fatto dei dischi con Steve Howell https://discoclub.myblog.it/2020/09/21/tra-jazz-e-blues-acustico-un-trio-molto-raffinato-steve-howell-dan-sumner-jason-weinheimer-long-ago/ , e per mixare l’album, visto che nel frattempo, dopo una lunga gestazione, lo abbiamo finito, Tchad Blake, che ha già lavorato con Hidalgo. L’album, oltre ad essere finito, è venuto anche bene, esce per una piccola etichetta, dal nome propedeutico,Out Of The Past Music, quindi non sarà facile da trovare, ma questa miscela di soul classico, gagliardo rock, blues e musica della Louisiana funziona alla grande, e Hi-Watter è un disco che vale la pena di ascoltare. Scusate se forse vi ho tediato con la lista dei nomi, ma secondo me nella musica contano, eccome se contano: vediamo dunque le canzoni.

Gospel Of The Saint è una piccola meraviglia tra gospel e soul, con un call and respone tra due voci, quella di Greg e Rudy, in modalità Billy Preston, che evoca anche il sound degli Staple Singers, una chitarra pungente, l’organo scivolante di Copeland e il ritmo ondeggiante della ritmica che trasuda serenità e gioia, Hell Or Hi-Watter è uno dei pezzi più tirati e robusti, con chitarre acidissime e organo che ci danno dentro di brutto, mentre Stainless Steel è una soul ballad maestosa, quelle che solo nel deep South sanno fare (per la verità anche la Band sapeva come maneggiare questo materiale), la fisarmonica aggiunge quel tocco di fascino in più interagendo con organo e chitarra ispiratissimi, Jessica Lee, Holly Bradley e Ashley Courtney (non so dirvi quale delle tre o forse tutte) aggiungono un sapido tocco vocale femminile.

Per l’alternanza di brani lenti ed iniezioni rock I Drew Six è un sano rock and roll, come quelli che babbo Jim Dickinson aveva insegnato ai figli Luther e Cody, e quel po’ po’ di musicisti che suonano nel disco, soprattutto le chitarre, fanno sudare gli strumenti in una veemente scarica di R&R; la successiva Don’t Make Me Wait sarà mica una ballata? Certo che sì, una di quelle che Greg Spradlin ascoltava da ragazzino sui dischi Stax della mamma, ma anche di Sam Cooke e Solomon Burke, vista la frequentazione dell’organista Copeland con il “King of Rock ‘n’ Soul“, con Rudy che restituisce quello che ha imparato, a seguire il riff’n’roll della cadenzata Go Big, sempre con chitarre inc…ose e cattive che essudano suoni senza tempo, ma sempre attuali. What Would I Do indovinate, sarà mica un lento, questa volta si va sul blues, uno slow con chitarra d’ordinanza che ricorda il Clapton più ispirato dei primi anni ‘70, e che assolo ragazzi!

Sweet Baby interrompe l’alternanza, un brano che ci riporta al suono degli Stones “americani”, con il plus di un organo alla Garth Hudson, un’altra perla di canzone che conferma la classe di Greg Spradlin anche come chitarrista, che infine congeda l’ascoltatore con la lunga The Maker, una canzone dedicata all’Onnipotente, un formidabile brano dove David Hidalgo e Spradlin incrociano le loro soliste in un duello senza limiti di squisita fattura, che potrebbe rimandare alle sfide tra Betts e Allman, o anche a quelle dei Los Lobos più ispirati. Che aggiungere di altro, grande disco, veramente una bella sorpresa!

Bruno Conti

Grande Rock & Roll, Da Parte Di Uno Che Sa Come Farlo! Robert Gordon – Rockabilly For Life

robert gordon rockabilly for life

Robert Gordon – Rockabilly For Life – Cleopatra CD

Robert Gordon alla bella età di 73 anni non ha ancora perso la voglia di fare musica, ed a più di un lustro dal suo ultimo lavoro (I’m Coming Home, 2014) si rifà vivo con uno dei dischi più importanti della sua carriera. Rockabilly For Life è un titolo che racchiude perfettamente la visione musicale di Gordon, che a parte un breve periodo punk-rock negli anni settanta ha sempre avuto nel rock’n’roll degli anni cinquanta il suo genere di riferimento. Anzi, Gordon è un personaggio per il quale il tempo si è davvero fermato alla seconda metà dei fifties, sia per il suo look da eterno “teddy boy” sia soprattutto per la musica che ha sempre proposto con alterne fortune ma con un’invidiabile coerenza artistica, collaborando spesso con grandi chitarristi (Link Wray https://discoclub.myblog.it/2014/10/25/peccato-la-qualita-sonora-perfetta-il-concerto-fantastico-robert-gordon-link-wray-cleveland-78/  e Danny Gatton, tanto per citarne due) e facendo la musica che lo divertiva di più.

Rockabilly For Life, pubblicato dalla controversa etichetta californiana Cleopatra (che però questa volta non sembra avere fatto danni fatto danni), è un viaggio da parte del rocker del Maryland attraverso quindici canzoni del bel tempo che fu, una serie di brani che però non sono classici assodati del rock’n’roll bensì pezzi piuttosto oscuri appartenenti al repertorio di artisti che molto spesso non vengono neppure citati nelle enciclopedie specializzate, nomi come Benny Joy, Billy Eldridge, Bobby Lord, Wynn Stewart, Bob Luman, Tony Orlando, Roy Hall e Johnny Burnette (forse il più “famoso” di tutti). Inciso ad Austin tra gennaio e febbraio del 2019 con la produzione di Danny B. Harvey e la collaborazione della Reference Mix Band (lo stesso Harvey alla chitarra, Pierre Pelegrin al basso e Paul Vezelis alla batteria), l’album presenta quindici pezzi che vedono la presenza di un ospite diverso in ogni canzone, con diversi nomi a noi molto noti e perfino qualche vera e propria leggenda vivente della nostra musica. Un disco importante fin dalla sua presentazione quindi, ma una volta ascoltato devo fare un plauso allo stesso Gordon che nonostante gli anni e la non più assidua attività è ancora un rocker coi fiocchi, capace di intrattenere e coinvolgere senza problemi l’ascoltatore (ospiti o non ospiti), e tuttora in possesso di una grinta che musicisti che potrebbero essere suoi nipoti si sognano.

Il CD si apre subito in maniera trascinante con Steady With Betty, un movimentato boogie con un uso del basso molto pronunciato ed un assolo tagliente da parte di James Williamson (ex Stooges), un brano tra punk, surf e rockabilly. Chris Spedding è stato per anni partner di Gordon, e qui torna a fianco del suo amico di lunga data per una Let’s Go Baby saltellante ed assolutamente godibile, sullo stile di pionieri come Gene Vincent e Eddie Cochran; il grande Albert Lee lo si riconosce dopo due note, e qui mette il suo “chicken pickin’ style” al servizio della limpida Everybody’s Rockin’ But Me, un country’n’roll perfetto per il vocione del nostro, mentre Linda Gail Lewis, sorella mai troppo considerata del leggendario Jerry Lee, ci fa ascoltare il suo pianismo debordante e la sua voce grintosa nella cadenzata She Will Come Back, altro pezzo giusto a metà tra rock’n’roll e country. Paul Shaffer è stato per decenni il direttore della house band del Late Show With David Letterman, un musicista ed arrangiatore formidabile che in Try Me si “limita” a suonare il pianoforte (ma sentite il suo assolo, da paura), mentre Gordon rockeggia che è un piacere in mezzo a chitarre a manetta e ritmo forsennato: strepitosa.

Dale Watson è un countryman tra i più bravi e la sua voce baritonale si integra benissimo con quella di Robert in I’m Glad My Baby’s Gone Away, un honky-tonk elettrico tutto da godere; Kathy Valentine era la chitarrista delle Go Go’s di Belinda Carlisle, e nel travolgente boogie-swamp Please Give Me Something dà dei punti a tanti maschietti con una performance da consumata axewoman, ed il ritmo non molla neppure nella seguente Black Cadillac, un jump-blues irresistibile dove alla batteria troviamo Clem Burke dei Blondie. Ed ecco il grande Dave Alvin, manco a dirlo l’avvincente Three Alley Cats sembra al 100% una outtake dei Blasters, mentre la cadenzata If You Want It Enough vede Jimmy Hall, cantante dei Wet Willie, doppiare all’armonica la voce del nostro con ottima perizia; la brava Rosie Flores porta un po’ di Texas rock’n’roll all’interno del disco, prestando la sua voce e chitarra solista nell’adrenalinica Hot Dog That Made Her Mad. Siamo quasi al termine, ma c’è ancora spazio per il granitico rock-blues One Cup Of Coffee che vede il grande Joe Louis Walker far cantare splendidamente la sua solista https://www.youtube.com/watch?v=RSbAn6kHQEM , a cui fanno seguito il rockabilly swingato I’ve Had Enough con il countryman Steve Wariner alla lead guitar ed il gradevole e ritmato country-rock Would Ja in cui Robert duetta con Emanuela Hutter, per concludere con una leggenda, Steve Cropper, che arrota da par suo nella guizzante rock ballad fifties-oriented Knock Three Times.

Come bonus abbiamo le stesse canzoni presentate come “reference mixes”, cioè Gordon e la house band senza gli ospiti, in pratica due volte di fila lo stesso album. Ma basta ed avanza la prima parte, quindici canzoni di puro intrattenimento rock’n’roll che vanno a formare uno dei dischi più divertenti degli ultimi mesi.

Marco Verdi

E Finalmente E’ Arrivato Il Dessert! Blue Oyster Cult – The Symbol Remains

blue oyster cult the symbol remains

Blue Oyster Cult – The Symbol Remains – Frontiers CD

I Blue Oyster Cult, band americana da sempre tra i gruppi di punta dell’età d’oro del “classic rock” anni 70, fino allo scorso anno erano fermi discograficamente al live del 2002 A Long Day’s Night, ma quest’anno hanno recuperato il tempo perduto con gli interessi. Infatti da gennaio in poi i BOC hanno ristampato per l’etichetta nostrana Frontiers i loro tre ultimi lavori di studio (Cult Classic del 1994, Heaven Forbid del 1998 e Curse Of The Hidden Mirror del 2001) e pubblicato ben quattro live album inediti, il tutto per preparare i fans al piatto forte di questa sorta di menu degustazione che era il tanto atteso nuovo album di inediti, il primo in 19 anni. Fino a qualche anno fa sembrava che ad Eric Bloom e Donald “Buck Dharma” Roeser, cioè gli unici due membri fondatori ancora nel gruppo, non interessasse affatto scrivere ed incidere nuovo materiale, ma negli ultimi tempi i due hanno cambiato opinione decidendo di regalare ai loro estimatori almeno un’ultima testimonianza in studio e hanno cominciato con molta calma (pare nel 2017) a lavorarci.

Il risultato è ora nelle nostre mani, un disco nuovo di zecca intitolato The Symbol Remains (sulla cui copertina campeggia il loro ben noto logo, trasformato in una sorta di devastante “wrecking ball”), un riuscito album che mischia come d’abitudine dei nostri hard rock di elevata potenza a brani più moderati ed orecchiabili e che si rivela come il loro lavoro migliore da molto tempo a questa parte (NDM: penso che ora che è uscito il nuovo CD la prevista ristampa di A Long Day’s Night e l’ennesimo live inedito registrato in Germania nel 2016 slittino a data da destinarsi). Bloom e Roeser sono accompagnati dal chitarrista Richie Castellano, da diversi anni nella band ma all’esordio su un disco in studio, dal bassista Danny Miranda (già coi BOC dal 1995 al 2004 e poi di nuovo dal 2017) e dal batterista Jules Radino, nel gruppo dal 2004. The Symbol Remains è un disco di puro rock fatto alla maniera classica, un lavoro decisamente energico e con le ballate ridotte al minimo, 14 canzoni forse non tutte allo stesso livello e che forse non riprendono la magia delle incisioni dei primi quattro album dei nostri, ma che, Imaginos a parte che era un mezzo capolavoro fuori tempo massimo, vanno a formare il loro album più riuscito almeno da Fire Of Unknown Origin.

E questo nonostante il fatto che The Symbol Remains sia un disco “democratico”, dove cioè per quanto riguarda la composizione Roeser e Bloom lasciano spesso spazio a Castellano (che scrive ben quattro pezzi da solo) e perfino a Tadino, mentre i testi sono in buona percentuale opera dello scrittore sci-fi John Shirley, collaboratore della band da diversi anni; tra i tanti musicisti ospiti del CD c’è anche il loro ex compagno Albert Bouchard, che in That Was Me suona la “mitica” cowbell (se volete sapere perché mitica andate su Google e cercate “Blue Oyster Cult – more cowbell – Saturday Night Live). E proprio con That Was Me inizia l’album, una hard rock song potente e dal riff martellante, un avvio molto energico quasi alla Alice Cooper che ci mostra in maniera prepotente che i nostri non sono dei vecchietti che cercano di rimpolpare la pensione. La tipica voce melodiosa di Roeser (che per tutto il disco si alterna con quella più grintosa di Bloom, e pure Castellano ci fa ascoltare il suono della sua ugola) introduce Box In My Head, sempre con ritmo e chitarre in primo piano ma un motivo più strutturato e fruibile, come è nello stile dei nostri dopotutto. Tainted Blood è una rock ballad un po’ AOR, ma con le chitarre al posto dei synth ed un ritornello corale che sembra preso da un disco dei Toto, il tutto piuttosto ben fatto: questi sono i BOC targati 2020, e tutto sommato visto certo ciarpame che c’è in giro stiamo parlando di musica rock eseguita con classe.

Nightmare Epiphany è saltellante e frenetica, meno incisiva dal punto di vista dello script ma che dal vivo farà la sua figura (e Roeser si dimostra un axeman coi fiocchi con un finale pirotecnico), Edge Of The World è una giusta mediazione tra rock duro e melodia, che è sempre stata la caratteristica del sound dei BOC ma qui sembrano crederci di più rispetto ad altre volte; The Machine è introdotta dallo squillo di un cellulare ma poi entra un riff chitarristico godurioso ed il pezzo si rivela una rock’n’roll song tra le più dirette del CD. Rock’n’roll che continua con la tosta e trascinante Train True (Lenny’s Song), tutta ritmo e chitarre (Buck Dharma è nel suo ambiente naturale), ed il tiro non si abbassa neppure con The Return Of St. Cecilia, che anzi ha un drumming ed una serie di riff quasi punk, stemperati solo dal refrain corale. Stand And Fight ha un intro di basso e chitarra pesantissimo, siamo quasi dalle parti dei Metallica, ma per fortuna la voce è diversa e quindi il brano prende una direzione differente pur confermandosi il più duro del disco; la morbida Florida Man, gradevole e dal sapore più pop (bello questo saltellare tra uno stile e l’altro con disinvoltura) precede la lunga The Alchemist, indicato come uno dei pezzi centrali del progetto, una canzone epica con un testo preso in parte da un’opera di H.P. Lovecraft e che per struttura ed andatura melodica ricorda (volutamente?) la mitica Astronomy, pur non arrivando certo a quel livello (però sentite come arrota Roeser). La ritmata e piacevole Secret Road è una boccata d’aria fresca e prelude alle conclusive There’s A Crime, riffatissima ma non imperdibile, ed all’elegante Fight, ancora leggermente AOR ma di quello giusto.

Non so se nel calendario cinese il 2020 sia “l’anno dell’ostrica”, di sicuro lo è in quello del classic rock d’annata, con ottobre come mese più importante.

Marco Verdi

Uno Degli Ultimi “Fuorilegge”… Scott McClatchy – Six Of One

scott mcclatchy six of one

Scott McClatchy – Six Of One – Lightning In A Bottle Records

Eccone un altro che dall’inizio dell’avventura di questo Blog colpevolmente non abbiamo mai censito. Stiamo parlando di Scott McClatchy, rocker di Philadelphia che inizialmente ha fatto per un certo periodo il band leader nel gruppo degli Stand, per poi trasferirsi a New York inventandosi una carriera come chitarrista, fatto che lo ha messo in contatto con alcuni musicisti della grande mela, come Scott Kempner (Del Lords), Dion e Willie Nile. Il suo esordio da solista avviene con il positivo Blue Moon Revisited , con uno stile che accomuna rock , folk e spruzzate di country, con John Fogerty e Bruce Springsteen nel cuore, seguito da Redemption (02) che è ancora meglio, un disco dal suono brillante tra acustico e elettrico, suonato in modo splendido da alcuni musicisti di rilievo tra i quali i citati Scott Kempner e Willie Nile (con una stratosferica versione di The Weight della Band). Con Burn This (06) il livello non scende di un centimetro dai due lavori precedenti, un suono come al solito specificamente roots, con le immancabili “street songs” e la preziosa cover che rimanda ancora a Springsteen, con una torrenziale No Surrender, per poi arrivare al seguente A Dark Rage (10) dove McClatchy si innamora dei gruppi irlandesi e mischia il suo rock con i suoni folk, album dove si trovano una poco nota Sally MacLelanne dello “sdentato” Shane MacGowan dei Pogues e una American Land del Boss in una versione da Temple Bar di Dublino.

A dieci anni di distanza dal precedente (ha avuto gravi motivi di salute, infatti gli è stato diagnosticato un cancro), ritorna a farsi sentire con questo nuovo Six Of One, composto da una dozzina di canzoni “democraticamente” suddivise in sei brani originali e in sei immancabili cover d’autore (Graham Parker, Stephen Stills, Steve Forbert, Robbie Robertson, Butch Walker e Ben Nichols dei Lucero), suonate al meglio con il contributo di ospiti quali Eric Ambel e Scott Kempner ( in pratica ha riunito i Del Lords), e Tommy Womack. Si capisce immediatamente il suono dall’iniziale Rock & Roll Romeo, un brano rock corale esuberante degno del miglior Southside Johnny, per poi andare a recuperare un piccolo classico di Tony Johnson Midnight In Memphis (segnalo una versione di Bette Midler nel film musicale The Rose), che viene riproposta al meglio con largo uso di fiati e cori del periodo, mentre la seguente Wedding Day Dance mischia folk e country in modo brillante (unica pecca nel ritornello assomiglia un po’ troppo a Blowin’ in The Wind di Dylan), e ancora andare a rispolverare dal secondo album di Graham Parker una Heat Treatment che viene riletta pari pari all’originale, dove, come allora, è impossibile non muovere il piedino.

Si riparte con una dolce Break Even, una nuova composizione voce e chitarra che dà la misura della bravura di McClatchy, seguita da una intrigante variante di Judy Blue Eyes di Crosby, Stills & Nash, che diventa Suite Laura Blue Eyes, rivoltata come un calzino e divisa in due parti, parte come folk acustico e termina come rock elettrico (geniale). Un omaggio anche per un grande autore come Ben Nichols dei Lucero, con una sontuosa versione di Smoke (la trovate su 1372 Overton Park (09), per poi arrivare ad una Ophelia, che non ha bisogno di presentazioni, uno dei più grandi successi della Band, molto simile all’originale e come sempre suonata con grande feeling dai musicisti, a supporto della voce di Scott. Ci si avvia alla fine del lavoro con il rock urbano di Prayers, con un violino che impazza nella parte finale https://www.youtube.com/watch?v=XJBX7x3jnws , a cui segue il suono “garage” di una sorprendente Summer Of ‘89 recuperata dall’album The Spade (11) del poco conosciuto Butch Walker, e il sano rock’n’roll alla Little Steven di una infuocata Roving Eye, e andare a chiudere con una bellissima Grand Central Station di Steve Forbert (recuperatela su Alive On Arrival (78)), una grande “ballad” eseguita con chitarra, armonica, e voce da Scott, che spazia su un tessuto melodico immediato.

Dopo vari ascolti, questo Six Of One può essere defnito il “Santo Graal” per gente che oltre a Bruce Springsteen ha sugli scaffali CD di Southside Johnny, Little Steven, Willie Nile (già citati), e aggiungerei anche Joe Grushecky, Scott Kempner, Nils Lofgren e altri, e per un “tipo” che in una ventina d’anni abbondanti di carriera ha sfornato solamente 5 dischi, non è certamente un demerito. Come è certo che i dischi di Scott McClatchy non cambieranno la vita di nessuno, ammesso che si riescano a recuperare, sarebbe riduttivo e ingeneroso non dargli la possibilità di almeno un ascolto, in quanto tutta la sua produzione, che spazia tra rock, folk, country, e irish-sound, ha un suono elettricoacustico decisamente ben impostato, che per chi scrive non ha niente da invidiare a tanti sopravvalutati “rockers”. Provare per credere!

Tino Montanari