Né Levrieri, Né Autobus, Solo Un Duo Texano: Ma Che Genere Fanno, Boh! Greyhounds – Cheyenne Valley Drive

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Greyhounds – Cheyenne Valley Drive – Bud’s Recording Services   

Conoscevo la compagnia di autobus americana e la razza di levrieri, ma ammetto che i Greyhounds come band mi mancavano: eppure sono su piazza, a Austin, Texas, da una ventina di anni, e pare abbiano già inciso sei  album, gli ultimi due per la rinata Ardent Records (ma altre discografie ne riportano solo quattro in tutto). Riconosco di conoscerli poco, ma quello che ho ascoltato in questo Cheyenne Valley Drive ha quanto meno acceso il mio interesse per un sound “diverso” dal solito. Intanto sono un duo, formato da Anthony Farrell, tastiere e voce, e Andrew Trube, chitarra e voce, che spesso si accompagnano con un batterista, che cambia a seconda degli album, per l’occasione Ed Miles. Quindi niente bassista, ma come insegna la storia, non è una novità, sin dai tempi dei Doors, nei Greyhounds la presenza di una tastiera permette di duplicarne le funzioni, ma per l’assenza del basso sono stati avvicinati a White Stripes e Black Keys, per quanto ascoltando l’album mi sembra che più correttamente si possa parlare di una fusione di soul raffinato (molto blue-eyed, ma anche nero), blues , funky e qualche piccolo elemento di rock sudista, in fondo risiedono in Texas.

Ascoltando il primo pezzo Learning How To Love mi è venuto da pensare a Gil Scott-Heron, un pezzo come The Revolution Will Not Be Televised, magari non a livello testi,  un bel piano elettrico, l’organo e il vocione di Farrell che accenna anche qualche falsetto, la chitarra insinuante di Trube, per una miscela quanto meno non molto frequentata di rock e musica nera https://www.youtube.com/watch?v=IMPQP_UkV88 . Nella successiva No Other Woman, abbiamo anche la presenza del sax di Art Edmaiston, che ricorda vecchie collaborazioni live dei due con la band di Jj Grey & Mofro, e quindi il blues-rock si fa più incalzante e sudista, con chitarre e tastiere più “cattive”. Space Song inizia con il riff di People Get Ready, ma è un attimo, anche se l’aria funky-soul-blaxploitation-space rock, grazie alla chitarra con wah-wah (che potrebbe essere di Will Sexton, presente come ospite nell’album, insieme alla moglie Amy LaVere), con tastiere appunto spaziali, visto il titolo della traccia, e la chitarra abbastanza presente e impegnata, creano sonorità interessanti. Ci sono momenti più orientati verso la canzone tradizionale, con nella piacevole melodia della morbida WMD, ritmi smussati e addolciti, quasi levigati.

Non è da trascurare che comunque l’album sia stato registrato ai Sam Phillips Recording Studios di Memphis, dopo gli album se etichetta Ardent ci può stare, se vuoi affrontare il crocevia tra la musica nera e quella bianca. Nel caso in oggetto di questo Cheyenne Valley Drive (che è l’indirizzo di casa del batterista), per quanto interessante, mi pare a tratti un po’ all’acqua di rose: alcuni cronisti fantasiosi hanno definito il loro sound “ZZ Top meets Hall & Oates”, e per quanto sui secondi possa concordare, i tre barbuti texani non li vedo molto tra le loro influenze, almeno al livello di grinta, ma ognuno ci vede (e ci sente) quello che vuole. Poi per confondere ulteriormente le idee nel loro CV viene detto che hanno scritto canzoni per Tedeschi Trucks, può essere ma sinceramente non ne ho trovate, mentre hanno aperto per i loro tour, e quindi una notizia non sicura poi per voce di popolo diventa certa, fine parentesi, torniamo al CD. Get Away Clean è un altro moderno R&B, con la giusta miscela di elementi più morbidi e altri ruvidi, pochi dei secondi, e anche 12th Street è levigata, ma con un bel assolo di Trube che illustra il lato più blues della loro musica; All We Are è un altro blue-eyed soul, con qualche elemento alla Doobie Brothers del periodo Michael McDonald e Rocky Love è di nuovo più bluesy, vagamente alla Steve Miller Band anni ‘70, con una bella chitarra di nuovo in modalità wah-wah, Goodbye è più grintosa e rock, mentre la conclusiva Credo è nuovamente una morbida soul  ballad https://www.youtube.com/watch?v=pqhmuuVa-HI . Insomma se avete capito che genere fanno beati voi, comunque piacevole e inconsueto nell’insieme.

Bruno Conti

Un “Piccolo Supergruppo” Di Stampo Blues. Rockwell Avenue Blues Band – Back To Chicago

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Rockwell Avenue Blues Band – Back To Chicago – Delmark Records

Mi piacciono questi titoli di album semplici, esplicativi: anche se poi non sempre corrispondono alla realtà. Nel caso in questione più che di un ritorno fisico vero e proprio, si vuole intendere forse una sorta di ideale ritorno alle proprie radici musicali: certo anche il fatto che la Delmark sia una delle etichette storiche, uno dei baluardi del blues a Chicago, ha la sua importanza, come pure il fatto che il disco in parte sia stato registrato proprio nella Windy City (ma anche in un paio di studi in Colorado). Poi a ben vedere questa Rockwell Avenue Blues Band è in un certo senso un “piccolo supergruppo” (visto che non parliamo di grandissimi nomi) dedito alle 12 battute e dintorni: con Tad Robinson, cantante ed armonicista da New York City, che rappresenta l’anima più soul, in possesso di una voce vellutata, il suo ultimo album, Day Into Night è una piccola delizia per gourmet del soul blues, troviamo Steve Freund, anch’egli con una lunga militanza nel blues, chitarrista e cantante, pure da lui da Brooklyn, NYC, e infine Ken Saydak, tastierista sopraffino e cantante, soprattutto per altri, ma con alcuni CD a suo nome, l’unico veramente di Chicago, e la mente dietro a questa “reunion” come RABB. Completano la formazione altri due veterani, Harlan Terson, al basso, e Marty Binder alla batteria.

Il fatto di avere tre leader, tutti in grado di cantare, comporre e suonare con grande brillantezza ha contribuito alla eccellente riuscita di Back To Chicago, un album che fa dalla freschezza e della classe i suoi punti di forza. Niente di nuovo sotto il sole, ma gli amanti del genere troveranno di che gioire: sin dall’inziale Blues For The Hard Times, scritta da Tad Robinson, che se le canta pure, capiamo che il “viaggio di ritorno” alla culla del blues ha dato i suoi frutti, un brano delizioso dove soul e blues convivono in modo perfetto, come nei brani migliori di Robert Cray, per dare una idea, voce melodiosa e felpata, le linee pungenti della chitarra di Freund e l’organo squisito di Saydak , predispongono subito ad un piacevole ascolto. Boogie In The Rain, firmata da Steve Freund, già dal titolo ricorda quei potenti brani dei vecchi Canned Heat, con Robinson all’armonica, lo stesso Freund ficcante alla chitarra e il lavoro di raccordo di Saydak  all’organo, danno l’idea di una band “vera” in azione; in That Face guida democraticamente le danze lo stesso Saydak https://www.youtube.com/watch?v=K4PdMJdvgM4 , quello più canonico nel suo blues, puro Chicago style, ma anche un pizzico di country, vocione d’ordinanza, pianino suadente alla Fats Domino e Robinson che armonizza splendidamente con Ken a livello vocale. Poi riparte il giro, di nuovo con Saydak, uno dei più prolifici, Free To Love Again, che lo vede al piano elettrico è un solido blues-rock con sfumature soul, mentre Chariot Gate sta a metà strada fra Chicago e New Orleans, con il suo ondeggiante drive pianistico e il call and response tra Saydak e soci.

Ma  prima troviamo l’ottima Lonesome Flight, il classico slow blues a firma Freund, che canta e suona la chitarra alla grande, assolo da urlo incluso. We Believe è ancora di Saydak, che si fa aiutare da due veterani della scena come Mary-Ann Brandon e Fred James, per una bella ed avvolgente ballata di grande fascino, cantata da Robinson; poi tocca di nuovo a Freund per una tirata cover di Stranger Blues di Elmore James, niente slide ma tanta grinta. For A Reason di nuovo di Saydak, che questa volta è la voce solista, è incalzante nel suo dipanarsi, mentre Rich Man di Tad Robinson è un’altra piccola perla di soul sudista. Hey Big Bill, classico Chicago style con Freund, che lascia poi spazio al bassista Harlan Terson per una divertente e mossa Love Police, cantata in souplesse da Saydak. Back To Chicago è un lavoro di gruppo, ma la voce solista è quella di Robinson, di nuovo in azione con il suo timbro vocale più suadente, mentre la chitarra di Freund disegna linee soliste perfette; Freund  firma e canta un altro blues lento notevole come Have You Ever Told Yourself A Lie, dove la sua slide vola magnificamente, e chiude di nuovo Saydak, la mente del progetto, con la “sognante” Dream. Veramente un bel dischetto.

Bruno Conti

Un Po’ Di Blues Da New Orleans. Little Freddie King – Fried Rice & Chicken

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Little Freddie King – Fried Rice & Chicken – Orleans Records

Little Freddie King, nato Fread Eugene Martin, veleggia ormai verso I 78 anni, che compirà quest’anno e, come è noto non è parente del vero Freddie King, al limite è il cugino di Lightnin’ Hopkins, ma usa quel patronimico in virtù del fatto che il suo stile è ispirato da quello di Freddie King, per quanto abbondantemente immerso anche nel blues del Mississippi, dove in quel di McComb è nato negli anni ’40 dello scorso secolo, e soprattutto dai suoni di New Orleans, dove vive dal 1954 e svolge la sua attività musicale, tanto da essersi  meritato l’appellativo di Re del blues di New Orleans. Il nostro amico ogni tanto pubblica un album, l’ultimo Messin’ Around The Living Room del 2015, e il precedente ottimo Chasing The Blues del 2012 https://discoclub.myblog.it/2012/01/18/un-vecchietto-arzillo-e-gagliardo-little-freddie-king-chasin/ : però, a ben guardare, questo Fried Rice And Chicken non è un nuovo album, ma una antologia di pezzi estratti dai due CD pubblicati proprio dalla Orleans Records, rispettivamente nel 1996 e nel 2000, entrambi curati dall’ottimo Carlo Ditta, di cui avremo imperitura memoria per avere prodotto il leggendario Victory Mixture di Willy De Ville, e tra i tanti, dischi di Mighty Sam McClain e Coco Robicheaux.

Oltre ai due per Little Freddie King, che nella copertina di questo CD sfoggia una chitarra Flying V, di solito accostata all’altro King, Albert. Questo per dire che con le chitarre ci sa fare: le prime sei tracce vengono dall’album del 1996 Swamp Boogie, un titolo, un programma, e si aprono con una cover di Cleo’s Back, un vecchio brano di Junior Walker, il grande soulman della Motown, per cui l’autore Willie Woods aveva scritto anche altri brani (I’m a (Road Runner dice qualcosa?), classico strumentale funky dove si apprezzano la chitarra di King e l’organo di Crazy Rick Allen. Mean Little Woman firmata Freddie Martin (sempre lui) è decisamente più orientata verso il blues classico e se il “piccolo” Freddie non dimostra la stessa classe del vero Freddie, si difende con onore, anche dimostrando di essere in possesso di una voce intensa e vissuta; The Great Chinese è un altro breve strumentale non particolarmente memorabile, mentre la sua versione di What’d I Say non turberà il riposo eterno del grande Ray Charles lassù, ma ha un suo charme ed è piacevole e godibile, con la chitarra a fare le veci del piano del Genius. Kinky Cotton Fields mi sembra una sua breve divagazione sul famoso tema di Cottonfields, decisamente meglio I Used To Be Down, un blues old school ruvido e scarno il giusto.

Gli altri cinque brani vengono da Sing Sang Sung, un disco dal vivo registrato in due diverse date nel 1999: questa volta anziché un tastierista troviamo Bobby Lewis DiTullio aggiunto all’armonica. Qui c’è più brio e grinta, si parte con la voluttuosa title track, dove King e DiTullio si fronteggiano ai rispettivi strumenti mentre la sezione ritmica ci dà dentro di gusto, in un sound che non può non rimandare a quello dei vecchi juke Joints del Mississippi dove il nostro si era fatto le ossa. Il pubblico sparuto approva e Little Freddie King li accontenta con una gagliarda Do She Ever Think Of Me, questa volta cantata, e poi rende omaggio al vero titolare del nome con una robusta versione della classica HideAway, molto basica ma efficace, e poi si tuffa con passione in una intensa Honest I Do di mastro Jimmy Reed, la voce è perfino troppo vissuta, oltre i circa 60 anni che doveva avere all’epoca, ma la passione non manca. A chiudere la divertente Bad Chicken a cavallo tra blues e il R&R alla Bo Diddley., con tanto di “chicchirichi” ripetuti e chitarra in overdrive.

Bruno Conti

E’ Tempo Di “Rockumentari”! Le Colonne Sonore: Parte 2. Mick Ronson – Beside Bowie

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Mick Ronson – Beside Bowie – Universal CD

Dopo avervi parlato dell’eccellente Life In 12 Bars, colonna sonora del documentario dedicato ad Eric Clapton, ora è la volta di un altro CD dello stesso genere, decisamente inferiore a quello su Manolenta, ma comunque di indubbio interesse. Si tratta di Beside Bowie: The Mick Ronson Story, film dedicato appunto a Mick Ronson, uno dei chitarristi più creativi degli anni settanta, dotato di uno stile personalissimo e decisamente fluido, purtroppo scomparso a soli 46 anni nel 1993 per un cancro al fegato. Non ho visto il film (disponibile in DVD), e mi limito quindi ad occuparmi del CD della colonna sonora, che è curato da un esperto del calibro di Bill Levenson: innanzitutto un appunto lo farei al titolo del lungometraggio, che suggerisce che il nostro abbia vissuto tutta la carriera all’ombra di David Bowie. Certo, gran parte della sua popolarità Ronson la dovette al fatto che nella prima metà degli anni settanta era il chitarrista fisso del Duca Bianco (e quindi anche il leader degli Spiders From Mars), ma per esempio la sua figura era molto legata anche a Ian Hunter (che comunque non manca nel CD e nel film), avendo suonato sia il famoso riff di All The Young Dudes dei Mott The Hoople, sia in molti album solisti del riccioluto cantante inglese, con il quale ha addirittura condiviso il nome su un album (Yui Orta, 1990), e Hunter ha scritto in memoria di Mick una delle sue ballate più toccanti, Michael Picasso.

Altre collaborazioni importanti ignorate in questa colonna sonora, ma potrebbero esserci anche problemi di diritti negati, è quella con Lou Reed nel mitico Transformer, la partecipazione alla seconda Rolling Thunder Revue di Bob Dylan (nel live Hard Rain uno dei chitarristi era proprio Ronson), e negli anni ottanta con John Mellencamp nell’album American Fool (il famoso riff di Jack & Diane era un’intuizione di Mick), ed il nostro suonava anche su Cardiff Rose, famoso disco di Roger McGuinn, e fece brevemente parte anche di una delle tante live bands di Van Morrison, sempre nei seventies.  Ma vediamo chi compare nel CD, dato che il contenuto è, come già detto, piuttosto interessante anche se la qualità non si mantiene sempre sullo stesso livello. Si parte col botto, una versione strepitosa di All The Young Dudes registrata dal vivo nel 1992 al concerto tributo per Freddie Mercury, con i Queen come backing band (compreso John Deacon), Ronson alla lead guitar, Ian Hunter alla voce solista e, ai cori, Joe Elliott e Phil Collen dei Def Leppard oltre allo stesso Bowie (che suona anche il sax), che è tra l’altro l’autore del brano: grande canzone suonata in maniera scintillante e potente, e d’altronde i Queen, piacciano o no, erano una grande live band.

Poi abbiamo due rarità: Soulful Lady, brano del 1970 di Michael Chapman, un’ottima rock song, tesa, chitarristica e dal sapore californiano, con due notevoli assoli di Mick, ed una strepitosa versione alternata di Madman Across The Water ad opera di Elton John, presa dalle sessions di Tumbleweed Connection e lunga ben nove minuti (finirà su Rare Masters, compilation di rarità del pianista inglese): è già una grande canzone di suo, ma questa take è formidabile, con le evoluzioni di Ronson che la portano quasi su lidi psichedelici. David Bowie è presente con tre canzoni, e non sono state scelte le solite e scontate hits del periodo, ma tre cosiddetti “deep cuts”, cioè Moonage Daydream (da Ziggy Stardust), Cracked Actor e Time (entrambe da Aladdin Sane), tre pezzi in cui l’abilità di Ronson viene fuori in tutto il suo splendore, specie nell’assolo “spaziale” posto alla fine della prima delle tre.

Ian Hunter è presente con il noto ed irresistibile rock’n’roll Once Bitten, Twice Shy, ma non ci sarebbe stato male qualcosa anche dal bellissimo live Welcome To The Club; quattro brani sono invece tratti da due album solisti di “Ronno” (il soprannome di Mick), entrambi postumi (Just Like This del 1999, ma con registrazioni del 1976, e Heaven And Hull del 1994), anche se va detto che Ronson a suo nome non è che avesse mai sfornato capolavori. I’d Give Anything To See You è una buona rock ballad, melodica e potente al tempo stesso (e con Mick che si dimostra un cantante discreto), impreziosita da un assolo magnifico, Hard Life è un pezzo solido e grintoso, molto “classic rock” ed anche piuttosto orecchiabile, Midnight Love uno slow strumentale senza infamia e senza lode (scritto da Giorgio Moroder!), mentre dulcis in fundo abbiamo una cover molto particolare di Like A Rolling Stone di Mr. Zimmerman, ancora con Bowie voce solista, dal ritmo accelerato e più chitarristica che mai, diversa dal solito ma niente male. Gli unici due inediti sono anche i soli due pezzi incisi di recente, e quindi senza Ronson:

This Is For You, tenue ballata acustica, voce, chitarra e piano, ad opera di Joe Elliott, voce dei Def Leppard (niente di imperdibile, sembra Bryan Adams) e Piano Tribute To Mick Ronson, uno strumentale per solo pianoforte da parte di Mike Garson, molto classicheggiante e poco in linea con il resto del CD. In mezzo, la sempre bellissima Heroes, nella versione dal vivo ancora dal tributo live a Mercury, e quindi con Queen, Bowie e Mick che si occupa del celebre riff. Recuperare la figura di Mick Ronson è un’opera certamente meritoria, ma io avrei pensato ad un titolo diverso, dato che Beside Bowie non rende giustizia al biondo chitarrista, e forse ci stava anche un doppio, con un po’ più di Hunter ed almeno qualcosa di  Reed, Dylan e Mellencamp. Ma purtroppo non sono io a decidere.

Marco Verdi

Una Band Decisamente Anomala, Ma Interessante. Dr. Dog – Critical Equation

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Dr. Dog – Critical Equation – We Buy Gold/Thirty Tigers                

Del quintetto di Philadelphia non si è mai capito esattamente che genere facessero: i Dr. Dog sono stati etichettati di volta in volta come indie-rock, alternative rock, neo psichedelia morbida, anche pop e jam rock, e probabilmente contengono nella loro musica, sparsi. un po’ di tutti questi elementi , quindi diciamo che l’unico elemento certo di questo Critical Equation è che si tratta del loro decimo album https://www.youtube.com/watch?v=rklOPchnf6o . Forse la band a cui si possono avvicinare di più sono i My Morning Jacket, anche loro sfuggenti e difficili da etichettare, oltre a cambiare spesso nei loro dischi, anche in base al fatto che fossero più o meno riusciti. Prodotto e registrato in quel di L.A. da Guy Seyffert, recente collaboratore di Roger Waters, e che ha lavorato in passato con decine di solisti e band, i più disparati, il nuovo disco dei Dr. Dog ha avuto critiche molto differenziate: Uncut e American Songwriter ne hanno parlato benissimo, Q e altri siti di musica sono stati più tiepidi, o ne hanno parlato addirittura negativamente. Diciamo che forse, come ci insegnano da sempre i latini, la verità sta nel mezzo: un buon album complessivamente, senza particolari levate d’ingegno ma neppure cadute di stile evidenti, alla lunga si apprezza.

La band è una sorta di “democrazia” in cui i brani sono attribuiti ai diversi componenti, ma Scott McMicken, e Toby Leaman, i due fondatori, sono i principali autori, che si alternano comunque con Zach Miller, Frank McElroy e Eric Slick ai diversi strumenti, per cui troviamo accreditati due batteristi, due bassisti e così via, e pure a livello vocale intervengono un po’ tutti per creare piacevoli armonie globali, anche se la voce guida è quella di McMcMicken. Per cui alla fine il sound ha tutte le sfumature indicate poc’anzi: l’iniziale pigra e ciondolante Listening In, ha un’aria più pop e elegante, quasi “pensierosa” magari non definita del tutto, con le voci filtrate e chitarre e tastiere a segnare il territorio, pur se si apprezzano alcuni cambiamenti di tempo nella struttura della canzone. Go Out Fighting, dopo la solita partenza interlocutoria assume una andatura decisamente più rock, con la voce vagamente Lennoniana anni ’70, sottolineata da piacevoli armonie, che lasciano poi spazio ad un intervento quasi acido e psych della solista che si fa largo nel sound collettivo; Buzzing In the Light ha nuovamente qualche elemento beatlesiano nella costruzione della melodia e negli intrecci vocali, anche se il sound è decisamente più contemporaneo ed indie, morbido, sognante e godibile, mentre Virginia Please è più vivace e mossa, forse qualche eccesso nell’uso delle tastiere, ma non dispiace https://www.youtube.com/watch?v=aAF8KBglcIY .

Critical Equation è nuovamente riflessiva e ricercata, una delicata ballata con i giusti equilibri tra pop raffinato e di gran classe e la ricerca di melodie sempre molto centrate, con interventi misurati della chitarra https://www.youtube.com/watch?v=p4YAJ7rLOy4 . Qualcuno ha citato anche rimandi a band come Cheap Trick e Steve Miller Band che hanno sempre cercato di mediare tra pop e rock: l’orecchiabile True Love ne è un buon esempio, un pezzo rock, dove probabilmente la presenza di Seyffert ha contribuito ad arrangiamenti più complessi e ricercati, con Heart Killer che accelera ulteriormente i tempi, sempre con rimandi a band e solisti che maneggiano in modo brillante pop e rock, potremmo ricordare gli Squeeze o Nick Lowe, ma pure i citati My Morning Jacket. La lunga Night parte acustica e poi si trasforma in una brillante ballata melodica, dove forse si sarebbero potuti evitare gli eccessivi interventi del synth, che però non rovinano il fascino del brano. Intricati effetti vocali ci portano a Under The Wheel il pezzo che rimanda di più alla Steve Miller Band fine anni ’70 ricordata prima, tra chitarre e ritmi rock molto coinvolgenti. Chiude Coming Out Of Darness, che come l’iniziale Go Out Fighting non mi convince, forse sarà l’uso eccessivo del falsetto o un sound troppo turgido, ma per il sottoscritto non funziona, pur non inficiando il giudizio complessivo del disco che, come detto all’inizio, è positivo.

Bruno Conti

La Voce E La Grinta Sono Quelle Di Un Trentenne, Ma Pure Il Disco E’ Bello! Roger Daltrey – As Long As I Have You

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Roger Daltrey – As Long As I Have You – Republic/Universal CD

Roger Daltrey, storico frontman degli Who, è una delle figure più carismatiche della nostra musica, ed anche una delle ugole più potenti in circolazione. Il suo tallone d’Achille è però sempre stato il songwriting, ed è la ragione per la quale da solista non ha mai sfondato (come saprete tutti, negli Who le canzoni le scriveva Pete Townshend). Meno di dieci album in totale nella sua carriera senza il suo gruppo principale, la maggior parte dei quali concentrati negli anni settanta, anche se nessuno di essi si può definire indispensabile, ed in più anche qui Roger non toccava la penna, ma si faceva scrivere i brani da altra gente, con risultati non proprio simili a quando lo faceva Pete. Dopo anni di silenzio per quanto riguarda i dischi a suo nome, Roger aveva sorpreso non poco quando nel 2014 era uscito l’ottimo Going Back Home, un gran bel disco di energico rock’n’roll condiviso con Wilko Johnson, un lavoro nel quale i due ci davano dentro con la foga di una garage band (ed anche lì tutte le canzoni erano opera dell’ex chitarrista dei Dr. Feelgood, nessuna di Roger).

Quella sorta di bagno purificatore deve aver fatto bene al nostro, in quanto il suo nuovo album da solista, As Long As I Have You (il primo dal 1992) è senza dubbio il lavoro migliore della sua carriera, Who a parte ovviamente. Daltrey qui si avventura anche nella scrittura in un paio di pezzi, ma per nove undicesimi il disco si rivolge a classici più o meno noti in ambito rock, soul ed errebi, scelti però con molta cura, ed il riccioluto cantante inglese dimostra di avere ancora una voce della Madonna, ed una grinta che è difficile da trovare anche in musicisti con quaranta anni meno di lui. Merito della riuscita del disco va indubbiamente anche al produttore Dave Eringa, che è intervenuto con mano leggera per quanto riguarda gli arrangiamenti, ma dando comunque un suono potente ed asciutto ai vari brani; da non sottovalutare poi la scelta di chiamare proprio Pete Townshend in ben sette canzoni, dato che stiamo parlando di uno che conosce Roger come le sue tasche, anche se si è comunque scelto di non far sembrare il disco un clone di quelli degli Who. Infatti As Long As I Have You si divide tra brani rock potenti e sanguigni e ballate di sapore soul, che uno come Daltrey canta a meraviglia, grazie anche al supporto notevole delle McCrary Sisters in vari pezzi (tra gli altri musicisti degni di nota abbiamo Sean Genockey alla chitarra, che si alterna con Townshend alle parti ritmiche e soliste, Mick Talbot alle tastiere, John Hogg al basso e Jeremy Stacey alla batteria). La title track, un vecchio brano di Garnet Mimms, apre il disco in maniera decisa, un rock-boogie potente e dal ritmo acceso, con Roger che dimostra subito di avere ancora un’ugola notevole, mentre sullo sfondo basso e batteria pestano di brutto e le sorelle McCrary danno il tocco gospel.

How Far (di Stephen Stills, era nel primo Manassas) è più tranquilla, Townshend suona l’acustica (e lo stile si sente), ma nel refrain si aggiunge l’elettrica di Genockey e Daltrey canta con la solita verve; Where Is A Man To Go?, versione al maschile di una canzone portata al successo da Gail Davis prima e da Dusty Springfield poi, è una rock ballad decisamente energica, con un suono pieno e vigoroso guidato da piano e chitarra, ed un retrogusto soul, merito anche delle backing vocalist: molto bella, e poi Roger canta da Dio. Get On Out Of The Rain era invece un brano dei Parliament, ma Roger lo depura dalle sonorità funky e lo fa diventare un pezzo rock al solito potente e diretto come un macigno, con un raro assolo di Townshend (che è più un uomo da riff), e la canzone stessa così arrangiata è quella più vicina al sound degli Who; I’ve Got Your Love è splendida, forse la migliore del CD, una sontuosa ballata di Boz Scaggs che viene suonata in maniera sopraffina e cantata in modo formidabile, ancora con un caldo sapore soul, il consueto bel coro femminile ed un breve ma toccante assolo di Pete: grandissima canzone. Quasi sullo stesso livello anche Into My Arms, già stupenda nella versione originale di Nick Cave: Roger non la cambia molto, la esegue solo con piano e contrabbasso, cantandola con un’inedita voce bassa molto simile a quella del songwriter australiano, con un esito finale da pelle d’oca.

You Haven’t Done Nothing, di Stevie Wonder, viene rivoltata come un calzino e trasformata in un potentissimo rock-errebi con tanto di fiati, anche se le chitarre sono un filo troppo hard in questo contesto; con Out Of Sight, Out Of Mind (The Five Keys, Dinah Washington) restiamo in territori soul-rhythm’n’blues, ma la canzone è migliore della precedente, con un marcato sapore sixties ed un accompagnamento perfetto (e sentite come canta Roger), mentre Certified Rose, scritta proprio da Daltrey, è una calda e classica ballata pianistica ancora coi fiati in evidenza, fluida e ricca di feeling. The Love You Save (di Joe Tex) è un’altra splendida soul song in stile anni sessanta, meno potente e più raffinata di quelle che l’hanno preceduta, sul genere di Anderson East (che deve ancora mangiarne di bistecche per arrivare ai livelli di Roger); chiusura con Always Heading Home, ancora scritta dal nostro, altro toccante lento pianistico, cantato, ma sono stufo di dirlo, in maniera superlativa. Devo confessare che, visti i precedenti da solista di Roger Daltrey, inizialmente non avevo molta voglia di accaparrarmi questo As Long As I Have You, ma oggi sono contento di averlo fatto.

Marco Verdi

“Alternativa” Ma Non Troppo, Anzi Sofisticata Ed Elegante. Neko Case – Hell-On

neko case hell-on

Neko Case – Hell-On – Anti-

Neko Case non è più una “giovanotta”, 47 anni compiuti (sempre dire l’età delle signore), una carriera iniziata nel 1994, ma il primo disco da solista è del 1997: all’inizio, per quanto valgano le etichette, era più alternative country, nel primo album appunto del 1997 The Virginian, e pure nel successivo Furnace Room Lullaby, ma già Blacklist virava verso lidi più rock, anche se poi l’esibizione all’Austin City Limits del 2003 era ancora in un ambito “Americana” con tanto di cover di Buckets Of Rain di Dylan.

Poi da Fox Confessor… del 2006 il suono si fa più “lavorato”, ma a tratti anche spensierato, visto che Neko Case aveva anche una sorta di carriera parallela con i New Pornographers, più orientati verso un sound power-pop, definirlo commerciale forse è una esagerazione, ma i dischi in Canada vendono in modo rispettabile. Whiteout Condition è l’ultimo disco del 2017 in cui canta Neko, e l’album in trio del 2016 con Laura Veirs e KD Lang il penultimo uscito https://discoclub.myblog.it/2016/06/29/le-csn-degli-anni-2000-caselangveirs/ . E proprio la Lang appare come voce di supporto in Last Lion Of Albion, il delizioso secondo brano di raffinato stampo pop di questo nuovo Hell-On, -co-prodotto, come altri sei del CD, da Bjorn Ytlling di Peter, Bjorn And John, che ha curato la quota svedese dell’album e il mixaggio complessivo del disco. La title track Hell-On è stata scritta con Paul Rigby, chitarrista e collaboratore abituale della Case, mentre Doug Gillard è l’altro chitarrista, e nella parte americana dell’album collaborano anche Joey Burns dei Calexico, Steve Berlin e Sebastian Steinberg, un brano “lunare” e soffuso, dove Neko suona la kalimba, e ci sono anche cello e autoharp.

Da Stoccolma arriva pure Halls Of Sarah, delicata e complessa, con la base strumentale incisa in Arizona, come le voci di Laura Veirs e Kelly Hogan. A questo punto facciamo un piccolo salto nel passato: siamo nel settembre del 2017, quando alle tre del mattino Neko Case riceve una chiamata dagli Stati Uniti in cui le viene comunicato che la sua casa nel Vermont sta bruciando e non ci sono speranze di salvare nulla, tutti i suoi possedimenti vanno in fumo, si salvano solo i cani e le persone care. Ma la nostra amica, che a dispetto dell’aspetto esteriore tranquillo è una tipa tosta, decide di completare comunque l’album, infatti nei contenuti appaiono vari richiami a questa vicenda, a partire dal titolo e dalla copertina, dove la Case appare con il capo ricoperto di sigarette e con la sua strana acconciatura che prende fuoco. Si sa che spesso dalle disgrazie nascono spunti di resilienza ed in effetti l’album nel complesso risulta una dei suoi migliori https://www.youtube.com/watch?v=j5MPRCf2M9U , con una clamorosa eccezione in Bad Luck (altro riferimento) che sembra quasi un brano della futura reunion degli Abba, e che francamente, esprimo un parere personale, a qualcuno piacerà, ci poteva risparmiare, tra ritmi disco-pop e coretti insulsi molto kitsch https://www.youtube.com/watch?v=MnCRbKyn1KY .

Invece molto meglio, sempre prodotta da Ytlling, la lunga e maestosa ballata Curse Of The I-5 Corridor che vale quasi da sola l’album, e in cui la Case duetta con Mark Lanegan, e con le voci, quella chiara e cristallina di Neko e quella bassa e profonda di Lanegan che si intrecciano con risultati assolutamente affascinanti, a tratti anche solari,  grazie alle tastiere di Burns e alla batteria di Matt Chamberlain. Molto bella Gumball Blue, scritta con Carl A.C. Newman dei New Pornographers, che aggiunge la sua voce a quella della Hogan, della Lang e di vari altri vocalist per una pop song raffinata e composita, dove si apprezzano il violino di Simi Stone e pure il synth di John Collins, vogliamo chiamarlo, parafrasando Nick Lowe, “pure pop for now people” https://www.youtube.com/watch?v=ccNWxAB8hk8 ? Anche la sognante Dirty Diamond ha complessi arrangiamenti, con  doppia chitarra e batteria, altro “alt-pop” elegante dove spicca la voce sicura e brillante della nostra amica https://www.youtube.com/watch?v=Ki7wQbTGPXI .

Oracle Of The Maritimes, scritta con Laura Veirs, suono avvolgente, molte chitarre acustiche ed elettriche, cello, piano, clavicembalo e la voce che quasi galleggia sulla base strumentale, con un ottimo crescendo finale. Winnie, dove tra le altre appare anche Beth Ditto, buona ma nulla di memorabile, mentre più interessanti Sleep All Summer, scritta e cantata a due voci con Erich Bachmann, da tempo anche nella sua touring band e ancora My Uncle’s Navy, di nuovo con Newman, che grazie anche alla stessa Case a piano e chitarre ed alla pedal steel di Jon Rauhouse rimanda in parte alle sonorità del passato, tra wave e alt-country https://www.youtube.com/watch?v=cPkr54tl1gw . Pitch Or Honey, con un misto di strumenti tradizionali e drum machines e synth incombenti mi piace meno, ma non inficia il giudizio complessivamente più che positivo dell’album.

Bruno Conti

Il “Ritorno” Della Sua Prima Prova Da Cantautrice. Emmylou Harris – The Ballad Of Sally Rose (Expanded Edition)

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Emmylou Harris – The Ballad Of Sally Rose (Expanded Edition) – Rhino/Warner 2CD

Nella prima metà degli anni ottanta la stella di Emmylou Harris non era al massimo del suo splendore dal punto di vista delle vendite, ma c’è da dire che tutta la musica country in quel periodo stava vivendo il suo momento più difficile di sempre, anche se la “riscossa” guidata da gente come Dwight Yoakam e Steve Earle era dietro l’angolo. Nel 1985 la Harris diede alle stampe un po’ in sordina il suo dodicesimo album (contando anche l’esordio in parte rinnegato Gliding Bird del 1969 ed il disco natalizio del 1979, ed infatti il suo disco seguente lo chiamerà Thirteen), cioè The Ballad Of Sally Rose, un lavoro che all’epoca non ebbe un grande successo, ma che rappresentava un passo importante per Emmylou. Grandissima cantante, dotata di una voce di una purezza cristallina, la Harris era sempre stata essenzialmente un’interprete di brani altrui, ma questo disco, a suo dire influenzato dall’ascolto di Nebraska di Bruce Springsteen, fu il primo con tutti i pezzi scritti di suo pugno, insieme all’allora marito Paul Kennerley (e va detto, anche l’ultimo fino a Red Dirt Girl del 2000). Non solo, The Ballad Of Sally Rose era anche un concept album, una pratica poco diffusa in ambito country, che narrava la storia della cantante del titolo, il cui amante, alcolizzato, rimaneva ucciso in un incidente stradale: storia in parte autobiografica, ispirata alla sua tormentata relazione dei primi anni settanta con Gram Parsons (e Sally Rose era lo pseudonimo usato da Emmylou per prenotare gli alberghi quando era in tour).

Oggi la Rhino, senza un particolare anniversario da celebrare, pubblica questa versione espansa a due CD, con nel primo il disco originale (rimasterizzato alla grande) e sul secondo dieci bellissimi demo inediti di pezzi dell’album: l’unica cosa, non capisco perché un doppio, dato che il tutto dura circa 65 minuti e ci stava comodamente su un solo dischetto (*NDB Forse per farlo pagare di più?). Risentito oggi, Sally Rose è un gran bel disco, con tredici canzoni di ottimo livello, che rivelano che Emmylou non era proprio una pivellina come autrice, nonostante la scarsa pratica (anche se penso che molto del merito vada a Kennerley, lui sì autore affermato), ed il CD di demo non è un’aggiunta tanto per allungare il brodo, ma un validissimo e godibile complemento. Due parole per la band in session, davvero da sogno: tra i numerosi nomi coinvolti troviamo infatti Albert Lee, Vince Gill, Emory Gordy Jr. e addirittura Waylon Jennings alle chitarre, Russ Kunkel alla batteria, John Jarvis al piano, Gary Scruggs all’armonica e, alle armonie vocali (oltre a Gail Davis), Dolly Parton e Linda Ronstadt, collaborazione che getterà le basi per lo splendido Trio che uscirà due anni dopo. Il disco inizia in maniera splendida con la title track, una scintillante ballata che ha qualche vaga rassomiglianza con Deportee di Woody Guthrie, tutta costruita intorno alla voce di Emmylou, qui al massimo della sua bellezza ed espressività, e con un bel ritornello corale.

Rhythm Guitar è più roccata ed elettrica (Albert Lee ha uno stile riconoscibilissimo, molto influenzato dal “chicken picking” di James Burton), anche se come canzone è piuttosto nella norma, la brevissima I Think I Love Him confluisce in Heart To Heart, splendida country ballad, pura, cristallina e cantata in maniera sontuosa, così come Woman Walk The Line, uno slow di grande impatto emotivo e suonato in maniera potente, che ci mostra che la Harris non è proprio una sprovveduta nel songwriting. La vivace Bad News si sviluppa su un tempo quasi rock’n’roll, ed è tanto coinvolgente quanto breve, Timberline è un delizioso pezzo sullo stile elettroacustico che di lì a due anni la nostra proporrà con Dolly e Linda, Long Tall Sally Rose (bel titolo) è quasi un bluegrass dal gran ritmo e sotto una cascata di strumenti a corda, immediata e godibilissima (anche se dura solo un minuto e mezzo), mentre White Line è giustamente il brano più popolare del disco, una splendida canzone country-rock dal motivo squisito e con un bellissimo accompagnamento chitarristico, in assoluto tra i brani più belli di Emmylou. Diamond In My Crown è uno slow profondo ed intenso (e che voce), The Sweetheart Of The Rodeo un perfetto ed elegante honky-tonk, anch’esso tra i pezzi migliori, K-S-O-S un breve e trascinante brano che termina con uno stupendo medley strumentale che comprende Wildwood Flower della Carter Family, Ring Of Fire di Johnny Cash e la classica truckin’ song Six Days On The Road., mentre Sweet Chariot, che chiude il disco originale, è un altro lento che non manca di regalare emozioni.

Il secondo CD, come già detto, propone dieci canzoni su tredici (mancano I Think I Love Him, Long Tall Sally Rose e K-S-O-S), incise tra il 1983 ed il 1984 da Emmylou solo con la sua chitarra e qualche occasionale backing vocal (tranne Rhythm Guitar e Bad News, che sono full band), eseguite in maniera superba, e nelle quali risaltano ancora di più bellezza e purezza: le migliori a mio giudizio sono Timberline, The Sweetheart Of The Rodeo, The Ballad Of Sally Rose, Heart To Heart e White Line, che comunque la si faccia rimane un brano formidabile. Ristampa quindi graditissima, e non mi dispiacerebbe che fosse solo la prima di una serie di album di Emmylou Harris da rivalutare, dato che comunque stiamo parlando di una che non ha mai fatto un disco brutto.

Marco Verdi

E Ora Riesportiamo Anche Il Blues A Chicago: Da Roma Alla Windy City, Con Classe. Breezy Rodio – Sometimes The Blues Got Me

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Breezy Rodio – Sometimes The Blues Got Me – Delmark Records

In una mia recensione di una decina di anni fa per il Buscadero, riferendomi a Linsey Alexander, vecchio bluesman di stanza a Chicago, avevo scritto “ma dove si era nascosto Linsey Alexander in tutti questi anni?”. La stessa frase potrei riproporla per Breezy Rodio, ma nel suo caso la risposta la so: ha suonato la chitarra nei tre dischi incisi da Alexander per la Delmark tra il 2012 e il 2017, oltre ad avere pubblicato tre album di blues come solista ed anche uno di reggae (?!?). Come il cognome lascia intendere Rodio più che di origini è proprio italiano, nato a Roma, si è trasferito prima a New York e poi a Chicago, per vivere il blues. Il nostro Breezy, o Fabrizio, come risulta all’anagrafe, è veramente bravo: chitarrista sopraffino, cantante duttile e dal timbro vocale ora morbido, ora grintoso, buon autore, suoi ben 10 dei 17 brani contenuti nell’album, a livello di testi molto “bluescentrici”, ma troviamo pure ballate quasi da crooner, pezzi con abbondante uso di fiati, e quindi ricchi di soul e R&B.

Insomma nel menu sono presenti tutti gli ingredienti della musica di Chicago: che sia la splendida canzone d’apertura Don’t Look Now, But I’ve Got The Blues, scritta da Lee Hazlewood, ma resa celebre da B.B. King, in una incisione del 1958, un lento con fiati, dove risalta anche l’ottimo pianista Sumito “Ariyo” Ariyoshi”, che ci delizia per tutto l’album, e in alcuni brani si gusta un organo vintage veramente efficace suonato da Chris Forman. Ma tra i collaboratori di Rodio, niente male la sezione ritmica, con Light Palone al basso, e Lorenzo Francocci alla batteria (ma allora ditelo che siete italiani!), oltre agli eccellenti Constantine Alexander, che si alterna con Art Davis alla tromba, Ian “The Chief” McGarrie ai vari tipi di sax e Ian Letts al sax tenore,  indaffarati pure nella versione quartetto della pianistica Change Your Ways, puro Chicago Blues con l’armonica aggiunta di Simon Noble, cantata con voce scandita e sicura da Rodio, che poi si fa più appassionata nell’ottima cover di Wrapped Up In Love Again, un brano di Albert King dove si apprezza anche la solista pungente del bravo chitarrista italiano, che poi dimostra di conoscere a menadito il jump blues in una felpata e mossa I Walked Away di T-Bone Walker, e di nuovo il repertorio di B.B. King in un tiratissimo lento come Make Me Blue. E poi ci racconta il suo amore accorato per il blues in una quasi autobiografica e didascalica Let Me Tell You What’s Up, con assolo di McGarrie al sax, doppiato dallo stesso Breezy alla solista.

L’argomento viene ribadito nello slow Sometimes The Blues Got Me, dove sembra di riascoltare il South Side sound degli anni d’oro di Magic Sam o di Mike Bloomfield, con la chitarra che viaggia spedita e sicura, mentre in I Love You So, altro brano di B.B. King, si respira aria di doo-wop, delle ballate da crooner quasi alla Sam Cooke. Non manca lo shuffle travolgente della ficcante You Drink Enough, dove Rodio e un travolgente Ariyoshi si superano, spalleggiati dal vivace intervento della tromba di Art Davis, per non dire di una sinuosa The Power Of The Blues, dal sound più moderno,  che ruota intorno a un giro di basso veramente funky, con l’organo di Forman a sostenere le divagazioni della solista , grande tecnica e feeling, al di là dei testi forse naif. Ma nello strumentale  A Cool Breeze In Hell sembra quasi di sentire una outtake della leggendaria Super Session di Bloomfield, Kooper e Stills; tra i 17 brani, tanti ma tutti molto belli, citerei ancora una scintillante cover del brano dei Delmore Brothers Blues Stay Away From Me, che diventa un magistrale blues fiatistico, e la delicata Fall In British Columbia, una ballata struggente che illustra il lato più intimo della musica di Fabrizio “Breezy” Rodio, con tanto di intermezzo swing ed assolo magico di tromba, e l’elettroacustica, quasi folk-blues Not Going To Worry: un altro “cervello in fuga” che è andato a Chicago per registrare uno dei migliori dischi di blues urbano che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi anni, come ribadisce anche l’ultimo brano Chicago Is Loaded With The Blues. Consigliato vivamente.

Bruno Conti

La (Non Poi Così Tanto) Strana Coppia Funziona Alla Grande! Dave Alvin & Jimmie Dale Gilmore – Downey To Lubbock

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Dave Alvin & Jimmie Dale Gilmore – Downey To Lubbock – Yep Roc CD

Devo confessare di non essere mai stato un grande fan di Jimmie Dale Gilmore, avendolo sempre considerato un personaggio di seconda fascia, forse anche terza. Uno che ha pubblicato appena otto album in trent’anni, nessuno dei quali imprescindibile, ed il progetto migliore in cui è stato coinvolto è quello del super trio dei Flatlanders, ma grazie soprattutto al contributo degli altri due membri, Joe Ely e Butch Hancock; in più, non ho mai sopportato molto la sua voce, a mio giudizio troppo sdolcinata e mielosa. Difficilmente mi sarei quindi avvicinato a questo disco se non fosse stato per la presenza di Dave Alvin, uno che invece non ha mai sbagliato un disco, sia con i Blasters che da solo (e tralascio tutti i progetti collaterali a cui ha partecipato, tipo Knitters e Pleasure Barons). Entrambi erano fermi dal 2011 in quanto ad album solisti https://discoclub.myblog.it/2011/07/04/elementare-watson-undici-album-undici-canzoni-dave-alvin-ele/  (ma nel frattempo Dave ha pubblicato due ottimi lavori con il fratello Phil), e questo Downey To Lubbock (dal nome delle città di origine dei due) è nato quasi per caso, pare su sollecitazione del presidente della Yep Roc, Glenn Dicker. E l’intuizione è stata giusta: Downey To Lubbock è un gran bel disco, un album in cui Dave e Jimmie ripropongono in maniera scintillante diversi brani del passato, con qualche decennio alle spalle fino a quasi un secolo, aggiungendo due brani scritti per l’occasione.

Non è la prima volta che Alvin si dedica al recupero di canzoni che appartengono alla storia della musica americana, lo aveva già fatto con Public Domain per quanto riguarda la tradizione e con West Of The West, nel quale si rivolgeva ad autori californiani contemporanei, ed anche nel primo dei due lavori in duo con Phil, Common Ground, che vedeva riprese alcune canzoni di Big Bill Broonzy. E Dave è stato il motore che ha dato il via a Downey To Lubbock, ha scelto le canzoni, ha portato in session musicisti a lui affezionati (tra cui nomi noti come Don Heffington, David Carpenter, la batterista delle Guilty Women, Lisa Pankratz, il bravissimo pianista Skip Edwards, ed in più una mezza leggenda come Van Dyke Parks) e ha arrangiato i brani con un taglio moderno, con una concezione simile a quella dell’ultimo Ry Cooder, anche se musicalmente siamo su livelli differenti. Gilmore si è “limitato” a cantare e a suonare la chitarra, ma devo dire che, pur non essendo diventato di colpo un suo estimatore, ho maggiormente apprezzato in questo disco la sua voce, in quanto invecchiando il suo timbro è migliorato e ha acquistato profondità, almeno a parer mio. Non siamo di fronte ad un disco di duetti, che non mancano comunque, ma spesso canta uno solo dei due e l’altro si occupa delle armonie: quello che però più importa, è che siamo di fronte ad un album di livello eccelso, con i nostri in gran forma e con un affiatamento difficile da prevedere se pensiamo che fino a non molto tempo fa i due si conoscevano appena.

Il CD inizia con la title track, canzone nuova di zecca scritta dalla coppia, un brano decisamente elettrico, un boogie-blues sanguigno e viscerale, forse nulla di nuovo dal punto di vista del songwriting ma suonato alla grande, con un ottimo intervento di Gilmore all’armonica e soprattutto un sensazionale assolo chitarristico di Alvin. Silverlake è una deliziosa ballata di Steve Young, suonata con classe e quasi in punta di dita: la voce di Jimmie Dale qui è perfetta, più vissuta di come la ricordavo, la melodia è splendida di suo, e come ciliegina abbiamo la fisarmonica di Parks ed i soliti, sontuosi ricami di Dave. Stealin’ Stealin’, brano degli anni venti del secolo scorso della Memphis Jug Band (ma l’hanno rifatta in mille, tra cui i Grateful Dead e Bob Dylan) è un blues elettroacustico coinvolgente e di grande presa, con le due voci che si intendono alla perfezione ed un arrangiamento che, pur rimanendo ancorato alla tradizione, dona freschezza ad un brano vecchio di un secolo; July, You’re A Woman, di John Stewart, è un’altra stupenda canzone di puro cantautorato: versione classica, ariosa (canta solo Alvin), calda e di grande pathos, specie nel ritornello corale. Buddy Brown’s Blues è una grandiosa versione di un blues reso popolare da Lightnin’ Hopkins, che parte acustica ma la band entra quasi subito: rilettura fluida e potente, con grandi interventi di sax (Jeff Turmes) e del piano di Edwards, con l’unica nota leggermente stonata della voce di Gilmore, forse non adattissima al blues.

The Gardens, cantata da Dave, è a mio giudizio il capolavoro del disco, una meravigliosa ballata in puro stile tex-mex, scritta dallo scomparso Chris Gaffney, sul genere di classici come Across The Borderline e She Never Spoke Spanish To Me, davvero splendida, una delle cover dell’anno. Abbiamo quindi tre classici in fila, tratti da un passato più o meno remoto: la famosa Get Together, scritta da Chet Powers (cioè Dino Valenti) ma portata al successo dagli Youngbloods, altra grande canzone ed altra versione bellissima, chitarristica e con uno strepitoso refrain a due voci, l’antico blues K.C. Moan, eseguito in maniera piuttosto canonica (ma Dave rilascia un paio di assoli torcibudella), ed il rock’n’roll Lawdy Miss Clawdy di Lloyd Price, in una festosa rilettura “alla Blasters”, ancora con l’ottimo piano di Edwards in evidenza (ed Alvin alla chitarra non lo dico nemmeno più). Billy The Kid And Geronimo, scritta da Dave, è una folk ballad tipica delle sue, cantata con voce calda e con un accompagnamento soffuso e di grande intensità, ed anche la parte vocale di Jimmie fa la sua bella figura; Deportee (Plane Wreck At Los Gatos) di Woody Guthrie non ha bisogno di presentazioni, è una delle più belle canzoni americane di sempre, ed i nostri la rifanno in maniera toccante, dandoci un altro highlight del CD (anche se avrei preferito la cantasse Alvin). Chiusura con un altro pezzo che ha diversi anni sul groppone: Walk On, di Brownie McGhee, in una scintillante versione tra rock’n’roll e gospel, con ancora Edwards grande protagonista.

Non trascurate questo Downey To Lubbock: siamo forse di fronte alla cosa migliore della carriera di Jimmie Dale Gilmore, mentre per Dave Alvin essere a questi livelli è “business as usual”.

Marco Verdi