Un Concerto Strepitoso Per Una Band, Almeno In Canada, Leggendaria! Downchild Blues Band – 50th Anniversary: Live At The Toronto Jazz Festival

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Downchild Blues Band – 50th Anniversary: Live At The Toronto Jazz Festival – DMP CD

La Downchild Blues Band  (o semplicemente Downchild come si fanno chiamare da qualche anno) non è forse tra i gruppi più famosi al mondo, ma nel nativo Canada è una piccola leggenda, essendo infatti considerata la prima blues band canadese e citata tra le principali influenze di gente come Blues Brothers, Jeff Healey e Colin James. Fu fondata nel 1969 dai fratelli Donnie e Richard Walsh, e nel corso di cinque decadi ha pubblicato più di trenta album, ò’ultimo https://discoclub.myblog.it/2018/01/01/un-trittico-dal-canada-1-downchild-something-ive-done/ all’insegna di una riuscita miscela di blues, rock e southern soul, una musica nella quale i fiati hanno sempre rivestito la stessa importanza di piano, organo e chitarre, e nel 2019 ha deciso di celebrare i suoi cinquanta anni con un concerto tenutosi il 22 giugno al Toronto Jazz Festival (nella città di casa quindi), show che oggi viene pubblicato su CD. *NDB Però, diciamolo subito, reperibilità molto scarsa dal Canada e prezzo quasi proibitivo, oltre i 30 euro per un singolo CD,

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Ebbene, 50th Anniversary: Live At The Toronto Jazz Festival è un live album strepitoso, nel quale un gruppo in stato di grazia riesce ad entusiasmare con una prestazione decisamente coinvolgente dalla prima all’ultima canzone, e con la ciliegina sulla torta di una serie di ospiti che danno più lustro alla performance. Donnie Walsh, chitarra e armonica, è l’unico membro originale ancora presente all’interno del gruppo (il fratello Richard è passato a miglior vita nel 1999), ma comunque i suoi compagni sono con lui da diverso tempo, alcuni anche da più di trenta anni: Chuck Jackson alla voce solista (e che voce) e armonica, Michael Fonfara al piano ed organo (scomparso pochi giorni fa, l’8 gennaio del 2021), Pat Carey al sassofono, Gary Kendall al basso e Mike Fitzpatrick alla batteria, con l’aggiunta di Peter Jeffrey alla tromba. La serata parte con la swingatissima Can You Hear The Music, un trascinante jump blues con grande uso di fiati e pianoforte ed un ritmo contagioso, con i nostri subito sudati come armadilli: Jackson ha una gran voce ma neanche gli altri scherzano, con una particolare menzione per il sax di Carey. Il mood coinvolgente continua con Understanding & Affection, un pezzo dalle tonalità calde ed un delizioso retrogusto da soul song anni 60, con i fiati ancora protagonisti (una costante in tutto il concerto); il primo ospite è il compatriota David Wilcox, che con la sua slide (ma canta anche) rende irresistibile la saltellante It’s A Matter Of Time, mentre Walsh e soci suonano con un impeto notevole https://www.youtube.com/watch?v=aZ5hGH4nye8 .

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Wilcox resta sul palco per una formidabile ripresa del classico Madison Blues (Elmore James, ma l’ha fatta anche George Thorogood), ritmo sostenuto, chitarre a manetta, piano liquidissimo e via che è uno spettacolo, mentre One In A Million è uno slow blues, quasi una ballata, ma suonato sempre con molta energia e con un sapore southern dato dalla voce “nera” di Jackson e dall’organo di Fonfara. Il grande pianista californiano Gene Taylor (giro Canned Heat, Blasters e Fabulous Thunderbirds) si unisce ai nostri per una torrida I’m Gonna Tell Your Mother di Jimmy McCracklin, ritmo e feeling a volontà (e le dita di Taylor che viaggiano alla grande sulla tastiera), Mississippi Woman, Mississauga Man ospita la brava chitarrista finlandese Erja Lyytinen, una con grinta da vendere anche come vocalist https://www.youtube.com/watch?v=vrJk0hopizo ; cambio di chitarrista: arriva Kenny Neal (ex membro del gruppo) per una strepitosa versione dello slow blues Shotgun Blues, classe e bravura che vanno a braccetto (e sentite i fiati, una goduria).

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Il finale è uno spettacolo nello spettacolo, con la DBB che viene raggiunta da tutti gli ospiti della serata (meno Taylor) ed in più dal grande ex direttore musicale del David Letterman Show Paul Shaffer e da Mr. Elwood Blues himself, ovvero Dan Aykroyd, per tre versioni travolgenti di Soul Man (Sam & Dave, ma anche Blues Brothershttps://www.youtube.com/watch?v=eItGm2uJm40  (versione del 40° annversario), I Got Everything I Need e del classico di Big Joe Turner Flip Flop And Fly: grandissima musica, senza mezzi termini. Ultimo bis con la DBB da sola sul palco per TV Mama, altro evergreen di Turner riletto in maniera sanguigna e con la slide di Walsh in evidenza, degna conclusione di un concerto splendido e, per quanto mi riguarda, da non perdere.

Marco Verdi

Il Lato Oscuro Del Texas! Lord Buffalo – Tohu Wa Bohu

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Lord Buffalo – Tohu Wa Bohu – Blues Funeral CD

I Lord Buffalo sono un quartetto di Austin, Texas (ma il loro leader Daniel Pruitt è originario di Stillwater, Oklahoma) nato nel 2012 dalle ceneri degli Hot Pentecostals, e che ha esordito nel 2017 con l’omonimo (ed introvabile) Lord Buffalo. Il fatto che vengano dal Texas può far pensare che facciano country o southern rock, ma loro si autodefiniscono “mud-folk”: in pratica la loro musica è un cocktail di rock desertico e psichedelia, le atmosfere sono notturne e stranianti, quasi malate, come se i nostri fossero una via di mezzo tra i 13th Floor Elevators di Roky Erickson ed i Dream Syndicate, ma con un uso ancora più massiccio di sonorità plumbee. Tohu Wa Bohu (un’espressione ebraica che indica la condizione della Terra appena prima della creazione della luce nella Genesi, e già questo dovrebbe far riflettere sul tipo di musica contenuta) è il nuovo lavoro del quartetto, che oltre a Pruitt (voce e chitarra) vede Garrett Hellman alla chitarra e organo, Patrick Petterson al basso, violino e violoncello e Yamal Said alla batteria.

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Niente country quindi, e nemmeno sonorità che mettano l’ascoltatore a proprio agio: Tohu Wa Bohu è un disco indubbiamente affascinante e creativo, ma mentirei se dicessi che si lascia ascoltare con facilità; qui tutto è cupo, buio e sofferto, con gli strumenti che vengono usati non nel modo canonico ma per creare un insieme dichiaratamente spiazzante. Otto canzoni che iniziano con Raziel, un avvio inquietante e pieno di tensione, con un violoncello a fendere l’aria (giuro, mi ricorda il brano che accompagnava la scena dell’orgia in Eyes Wide Shut), poi entra una batteria plumbea ed una chitarra leggermente distorta in lontananza, per un brano che fonde psichedelia, folk gotico, rock e musica desertica https://www.youtube.com/watch?v=Jukm0rX-tSs . Il brano è volutamente dissonante, eppure il crescendo elettrico alla fine riesce a catturare l’ascoltatore (forse per ipnosi): quasi al settimo minuto il ritmo sale all’improvviso e sembra di stare all’interno di un incubo popolato da figure sinistre. Wild Hunt inizia con un’insistente percussione doppiata da un pianoforte volutamente monotono, una chitarra si fa largo e Pruitt canta un motivo apparentemente senza melodia fino all’ingresso del resto della band che trasforma il pezzo in una rock ballad ipnotica e destabilizzante https://www.youtube.com/watch?v=9VfSlDs52NY .

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Halle Berry (sì, proprio come la bellissima attrice) vede Pruitt declamare i versi come se fosse un incrocio tra Steve Wynn e Jim Morrison (però fatti di acidi), con dietro di lui una ritmica spezzettata ed il solito tappeto chitarristico obliquo https://www.youtube.com/watch?v=lNY5J_JAMRw . Non è un disco facile, per niente, e sinceramente in un anno cupo come questo 2020, inizio 2021 non so nemmeno se è ciò di cui ho bisogno: Dog Head è una sorta di folk ballad elettrica, con gli strumenti centellinati nel buio, tempo lento ed atmosfera tetra, la title track è un altro pezzo dall’incedere ipnotico e senza squarci di luce, ma anzi con chitarra e violino che fanno a gara a chi va più in distorsione, mentre Kenosis ha uno sviluppo soffuso e sinuoso, con la voce al centro ed un pianoforte gelido alle spalle: meno spiazzante delle precedenti pur rimanendo nelle tenebre. Il CD si chiude con Heart Of The Snake, un pezzo in cui il leader sembra intonare un motivo normale ed i suoi compagni si adattano fornendo un background sonoro che sa di film western psichedelico (forse il brano meno ostico di tutti) https://www.youtube.com/watch?v=1Br2AdK5omU , e con Llano Estacado No. 2, uno strumentale dal mood angosciante ed allucinato.

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Tohu Wa Bohu è quindi un disco strano, difficile e coraggioso, che ha sicuramente delle potenzialità e può anche risultare affascinante, ma che nello stesso tempo non mi sento di consigliare senza remore.

Marco Verdi

Dopo Un Grande Album In Studio, Ecco Un Ottimo Live. Margo Price – Perfectly Imperfect At The Ryman

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Margo Price – Perfectly Imperfect At The Ryman – Loma Vista/Universal CD

That’s How Rumors Get Started, ultimo album di Margo Price, è stato per il sottoscritto uno dei dischi del 2020 https://discoclub.myblog.it/2020/07/11/nuovi-e-splendidi-album-al-femminile-parte-1-margo-price-thats-how-rumors-get-started/ . Un album profondo e coinvolgente con una serie di canzoni splendide da parte di un’artista matura che è andata oltre i suoi esordi country e si è presentata come una singer-songwriter a 360 gradi, proponendo un sound di stampo californiano vicino a certe cose dei Fleetwood Mac e di Tom Petty. L’album, che doveva uscire agli inizi di maggio, è stato però posticipato a luglio a causa della pandemia, ma per consolare i fans Margo ha pubblicato più o meno nello stesso periodo sulla piattaforma Bandcamp (e quindi solo in formato download) un disco dal vivo inedito intitolato Perfectly Imperfect At The Ryman, registrato nel maggio 2018 presso la mitica location del titolo, vero tempio della musica country a Nashville.

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Ora Margo ha deciso di far uscire l’album anche in CD, e devo dire che l’idea è davvero gradita in quanto ci troviamo tra le mani un ottimo live di puro country-rock elettrico, eseguito dalla Price con piglio da vera rocker, cantato benissimo e suonato da una band coi fiocchi formata dal marito Jeremy Ivey alle chitarre (insieme a Jamie Davis), Micah Hulscher alle tastiere, Luke Schneider alla steel e dobro e con la sezione ritmica formata dal bassista Kevin Black e dal batterista Dillon Napier, oltre ad un nutrito gruppo di backing vocalist e tre ospiti d’eccezione che vedremo a breve. Chiaramente essendo un concerto di più di due anni fa non ci sono le canzoni di That’s How Rumors Get Started, ma una selezione del meglio dei primi due album di Margo ed un paio di cover azzeccate. L’iniziale A Little Pain è una ballata a tempo di valzer ma suonata con molto vigore: la Price possiede una gran voce ed il brano ha un delizioso sapore anni 60, compreso l’assolo chitarristico in stile twang.

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Weekender è una bella canzone dalla tipica melodia country (ricorda parecchio Dolly Parton), ma con un arrangiamento funk-rock che crea un contrasto interessante (e che voce). Il tutto precede la squisita Wild Women, vivace e coinvolgente country-rock con Emmylou Harris che raggiunge Margo per un duetto tutto da godere https://www.youtube.com/watch?v=DetT8QUvp1w . La Price saluta Emmylou ed invita sul palco l’amico Sturgill Simpson (che tra l’altro ha prodotto il suo ultimo disco) per una rilettura tutta ritmo e chitarre del classico di Rodney Crowell I Ain’t Living Long Like This https://www.youtube.com/watch?v=iw1MOT4W6sc , controbilanciato subito dalla tenue e gentile Revelations, mentre Worthless Gold di country non ha praticamente nulla essendo una rock song elettrica e riffata, che dimostra la versatilità di Margo ed anche la sua grinta.

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Il trascinante honky-tonk medley intitolato Hurtin’ (On The Bottle), in cui compare anche un accenno a Whiskey River di Willie Nelson, fa da apripista per una versione inizialmente rallentata e sinuosa dell’evergreen dei Creedence Proud Mary, quasi come se l’autore invece di Fogerty fosse Tony Joe White https://www.youtube.com/watch?v=IYhYhzjugFU , ma poi arriva una decisa accelerata ed il pezzo assume la veste di un travolgente gospel-rock grazie anche al botta e risposta con il Gale Mayes Nashville Friends Choir. Chiusura con All American Made, slow di quasi otto minuti molto intensi per voce, piano e armonica  https://www.youtube.com/watch?v=E9-ORYUNqhw, l’energico rockin’ country Honey, We Can’t Afford To Look This Cheap, in cui Margo duetta con un acclamatissimo Jack White (co-autore del pezzo) https://www.youtube.com/watch?v=ngyvtmMA_6Q , e con la delicata ballata acustica World’s Greatest Loser. Scusate il bisticcio di parole, ma questo Perfectly Imperfect At The Ryman è un live molto “vivo”, ed un altro bel disco per la bravissima Margo Price.

Marco Verdi

Uno Strano Terzetto Allargato, Però Molto Efficace. Kacy & Clayton Marlon Williams – Plastic Bouquet

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Kacy & Clayton Marlon Williams – Plastic Bouquet – New West Records

Kacy & Clayton, spesso pronunciati come una unica entità, sono in effetti una coppia di cugini canadesi, originari del Saskatchewan, che agiscono come duo sin dal 2011, all’inizio a livello indipendente, poi sono stati notati dalla New West che li ha messi sotto contratto, e anche da Jeff Tweedy , che ha prodotto i due album del 2017 e 2019, The Siren’s Song e Carrying On, entrambi premiati da ottimi riscontri della critica. Per completare, Kacy (Lee) Anderson è la vocalist ed autrice delle canzoni, mentre Clayton Linthicum è il chitarrista e strumentista tuttofare (che fa parte anche del giro degli ottimi Deep Dark Woods) che è il tessitore delle rarefatte ma raffinate costruzioni sonore del duo, che comunque ha anche una sezione ritmica fissa costituita da Mike Silverman alla batteria e Andy Beisel al basso, presente negli ultimi due album, mentre nel nuovo Plastic Bouquet si è aggiunto anche Dave Khan al violino.

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Ma la novità più importante, al di là della fine della collaborazione con Tweedy, è l’imprevisto arrivo di Marlon Williams, cantautore neozelandese autore di uno splendido omonimo album di debutto nel 2016 (ma già nel 2015 Down Under), poi non del tutto confermato con il pur eccellente successivo Make Way For Love del 2018, che qualcuno aveva trovato troppo ridondante: il “problema”, se così lo vogliamo chiamare, sta nelle voce, ora eterea ora possente di Marlon, che è stata paragonata di volta in volta a Nick Cave ed Elvis, Johnny Cash e Roy Orbison ( e pure l’epigono Chris Isaak) , creando grandi aspettative per questa sorta di crooner folk. L’unione delle forze del trio, in questo album registrato e concepito tra Canada, Nuova Zelanda e Nashville, magari non sempre funziona del tutto, ma confrontato con le uscite di molti nuovi “fenomeni” della canzone, spesso presentati come dei Messia, è comunque sempre un bel sentire: undici canzoni originali, a firma Anderson e Williams, che producono anche il disco, a cavallo tra languori folk-country-rock dai sapori canadesi di Kacy e Clayton e la vocalità esuberante di Marlon https://www.youtube.com/watch?v=BgHpTL5Gx3k .

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Quando i due mondi si intrecciano però scatta la magia: come nel primo singolo I Wonder Why , dove tra eteree slide e atmosfere sognanti i due gorgheggiano, come novelli Gram ed Emmylou https://www.youtube.com/watch?v=gp9s-2QjRWI , oppure come nel delizioso honky tonk con pedal steel d’ordinanza e violino in sottofondo di Old Fashioned Man, cantata da Kacy Lee con Williams che novello Elvis, canta il secondo verso https://www.youtube.com/watch?v=pAbxAVTnJ0A . I’m Gonna Break It è pura country music, di quella sublime, con i due che si alternano alla guida e poi armonizzano dolcemente, delicata anche la languida Last Burning Ember affidata alla Clayton, sempre con il supporto di Marlon, più in territori folk-roots, ma sempre con richiami a certo country cosmico. Light Of Love sembra uno di quei vecchi duetti alla Nancy Sinatra/Lee Hazlewood, con lui più celestiale Orbison o Buckley che austero Lee https://www.youtube.com/watch?v=cYjk3Bb2f00 , mentre Arahura, dal nome di uno sconosciuto (ma non a lui evidentemente) fiume della Nuova Zelanda, evidenzia la perfetta intesa tra la voce fragile ma assertiva e gorgheggiante di Kacy che si appoggia su quella maschia di Williams https://www.youtube.com/watch?v=UZZya84eusU   , e ottimo anche il simil bluegrass della ondeggiante title track, dove è sempre la voce femminile a guidare le danze.

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Sarà pur sempre musica magari poco innovativa, ma quando è eseguita con passione come in questo album, non si può fare a meno di apprezzarla e fregarsene dei giudizi: interessante anche I’m Unfamiliar con un organetto vintage in evidenza, dove magari si sarebbe apprezzato maggiormente il timbro di Margo Timmins rispetto alla Anderson, ma non si può avere tutto https://www.youtube.com/watch?v=SCbDcNeT_tM . In chiusura Devil’s Daughter, che nonostante il titolo è più angelica che diabolica https://www.youtube.com/watch?v=Au43In2Yklw , un sommesso duetto sulle ali di due chitarre acustiche che conferma la validità di un disco che magari non entusiasma ma ti conquista lentamente.

Bruno Conti

Recuperi Di Fine Anno 3: Una Vena D’Oro Tutt’Altro Che Esaurita. Bill Callahan – Gold Record

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Bill Callahan – Gold Record – Drag City

Bill Callahan, meglio conosciuto ad inizio carriera con lo pseudonimo Smog, è un tesoro prezioso da conservare o da scoprire, per chi ancora non ha avuto la fortuna di conoscerlo. Presentatosi sulla scena alla fine degli anni ottanta, quando cominciava a farsi strada la tendenza del lo-fi tra i cantautori e i gruppi del rock alternativo americano (Beck o i Pavement, tanto per citare due nomi noti), Bill ha subito trovato modo di farsi apprezzare da pubblico e critica grazie ai suoi acquerelli minimalisti che scavano a fondo nell’animo umano portandone alla luce i recessi più cupi in cui dominano angoscia ed alienazione, facendo uso di un tessuto sonoro scarno ma originale, basato perlopiù su fraseggi nervosi delle chitarre. Dopo undici album a nome Smog (e vari EP) Callahan decide di continuare ad incidere col suo nome senza per questo stravolgere la sua concezione musicale, fino alla lunga pausa che va da Dream River del 2013 all’ottimo ritorno nel 2019 con Shepherd In A Sheepskin Vest.

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Photo by Hanly Banks Callahan

Durante questa pausa creativa si è sposato con la fotografa e regista Hanly Banks ed è diventato padre, due eventi che hanno modificato in modo sensibile il punto di vista dei protagonisti delle sue storie, non più ingabbiati nell’ individualismo dettato dalla loro solitudine, ma finalmente inseriti in contesti in cui famiglia e vita sociale hanno una nuova e spiccata rilevanza. Il nuovo lavoro, Gold Record, ha avuto una gestazione del tutto particolare: nove canzoni su dieci sono stati pubblicate come singoli, con cadenza settimanale, a partire dallo scorso giugno, prima dell’uscita dell’intera raccolta, avvenuta all’inizio di settembre. Va anche detto che si tratta di brani composti in tempi diversi durante i trascorsi decenni e poi accantonati dal loro autore fino a questo definitivo restyling. Malgrado ciò il disco si presenta compatto e non dispersivo, dotato del consueto suono ridotto all’osso ma denso di piacevoli soluzioni grazie anche alla bravura dei musicisti che accompagnano il leader, il chitarrista Matt Kinsey, il bassista Jamie Zurverza e il batterista Adam Jones.

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In Hello, I’m Johnny Cash, con un incipit che cita volutamente quello di At Folsom Prison dell’uomo in nero, Callahan ci immerge subito nella suadente e rilassata atmosfera dell’iniziale Pigeons, tra deliziosi tocchi di chitarre e una tromba sullo sfondo che aggiunge solennità alla calda voce narrante del protagonista https://www.youtube.com/watch?v=PSv60b7PWpU . Impossibile non tracciare un parallelo col maestro Leonard Cohen per le due successive perle acustiche Another Song e 35. Come il grande e compianto canadese Bill possiede la capacità di rendere importanti e dense di significato le normali vicissitudini della vita quotidiana, come nella splendida The Mackenzies in cui racconta dell’incontro con i vicini di casa in seguito ad un suo problema con l’auto https://www.youtube.com/watch?v=hMMEUgts6i0 , oppure nell’intimo frammento di vita famigliare che è descritto in Breakfast https://www.youtube.com/watch?v=_kw6NHEVia4 .

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Con lenta cadenza blues, in Protest Song il suo autore descrive se stesso seduto in poltrona di fronte ad un collega che in tv si sforza di far approvare al pubblico i suoi inni di protesta, mentre il solare arpeggio della delicata Let’s Move To The Country (l’unico episodio già apparso in forma diversa su un album precedente, Knock Knock, del 1999) richiama certe luminose ballate del primissimo Bruce Cockburn https://www.youtube.com/watch?v=Em6BszKzA9o . Il fischiettio e il suono di tromba che ricompare nella lenta Cowboy ci trasportano in una dimensione atemporale ed è impossibile non apprezzare l’omaggio che Bill fa ad un altro gigante, Ry Cooder, nell’omonima ballata ricca di citazioni testuali, da Buena Vista a Chicken Skin https://www.youtube.com/watch?v=m74apAtI2X8 . Il finale è affidato all’intensa As I Wonder, poetica riflessione sulla propria vita e sulla professione del cantautore in tempi difficili come quelli che stiamo attraversando. Bill Callahan ha saputo nobilitare l’una e l’altra con un disco importante per il mese in cui è stato pubblicato, ma addirittura perfetto per riscaldare le dure giornate di questo gelido inverno.

Marco Frosi

Un Altro Piccolo Cofanetto Godurioso Per Il “Re Del Folk Irlandese”! Christy Moore – The Early Years 1969-81

christy moore the early years 1969-81

Christy Moore – The Early Years 1969-1981 – Tara Music/Universal Music Ireland 2CD + DVD – 2 CD

Nel 2017 e 2019, nel periodo appena prima del Natale, Christy Moore ha pubblicato due bellissimi album doppi dal vivo, On The Road https://discoclub.myblog.it/2018/01/14/supplemento-della-domenica-forse-il-miglior-disco-ufficiale-dal-vivo-del-2017-christy-moore-on-the-road/  e Magic Nights https://discoclub.myblog.it/2020/01/14/un-altro-doppio-cd-dal-vivo-formidabile-per-il-musicista-irlandese-christy-moore-magic-nights/ , poi uniti in un box Magic Nights On The Road, sempre edito dalla Columbia Sony irlandese. Anche quest’anno ne esce uno della rivale Universal Ireland, attraverso la propria etichetta Tara Music, che gestisce il catalogo del musicista dal 1969 al 1981, mentre gli anni centrali sono appannaggio della Wea, anche se il cofanetto da 6 CD The Box Set 1969-2004, copriva tutti i periodi. Vediamo cosa contiene The Early Years 1969-1981 (ricordando che ne esiste anche un versione solo con i 2 CD) https://www.youtube.com/watch?v=wlEg9Rz7cD8 .

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Partiamo dal DVD non lunghissimo, circa 73 minuti, ma con diverso prezioso materiale della RTE, la televisione irlandese e una breve session della BBC del 1979, il resto viene dal 1979-1980-1981, meno due brani registrati nel 1969. Una piccola miniera d’oro per gli appassionati del folk e di Christy Moore in particolare: i primi dieci brani, i più interessanti, sono due sessions alla Abbey Tavern di Dublino Nord del 1980, con Declan McNelis e il compianto Jimmy Faulkner che si alternano alle chitarre, materiale in gran parte tradizionale, ma ci sono un paio di brani scritti da Ewan MacColl, in tre pezzi Paul Brady è presente a piano, harmonium e chitarra acustica, in particolare in una versione bellissima a tre chitarre di The Ballad Of Tim Evans, con grande assolo di Brady https://www.youtube.com/watch?v=w6iPvBoUak4 , mentre in Dark Eyed Sailor l’angelica seconda voce è quella di una giovanissima Mary Black https://www.youtube.com/watch?v=b249xyB75j0 . In Saint Patrick Was A Gentleman ci sono gli Stockton Wings ad accompagnare un sudatissimo Christy, mentre tra i brani più belli anche The Raggle Taggle Gypsy dei Planxty, 1913 Massacre di Woody Guthrie https://www.youtube.com/watch?v=PvnazELFb5k , due brani antinucleari (erano gli anni) The Sun Is Burning e House Down In Carne (The Ballad Of Nuke Power).

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Negli altri segmenti del DVD spiccano una splendida Last Cold Kiss, il vecchio pezzo scritto da Gail Collins e Felix Pappalardi per i Mountain, una sontuosa Deportee (Plane Wreck At Los Gatos) di nuovo di Woody Guthrie https://www.youtube.com/watch?v=f-pdyXnv1wg , per la BBC, Wave Up In The Shore a cappella, scritta dal fratello Barry Moore, molto più noto a noi tutti come Luka Bloom, ma pure tutto il resto del contenuto è da godere. Io sarei già contento così, ma ci sono anche i due CD (che potete acquistare, come dettto, anche a parte), con ben 38 canzoni, delle quali 14 mai uscite in questo supporto, e tutte le altre comunque di difficile reperibilità, solo in Irlanda, peraltro su dischetti digitali. Sarebbe troppo lungo parlare dei contenuti completi comunque vediamo almeno una disamina delle cose più interessanti: come curiosità gli ultimi tre brani del secondo CD, che cronologicamente sono i più vecchi, tratti da Paddy On The Road del 1969, disponibile solo come CDR riversato da vinile sul suo sito, e dove Moore è accompagnato da un gruppo di vecchi jazzisti, che in comune con Christy avevano solo la passione per la birra, comunque piacevoli e la classe già si intravede, anche se sembra di ascoltare i Dubliners  . Tra gli “inediti”: da Whatever Tickles Your Fancy del 1975, l’intensa Home By Bearna che sembra una canzone dei Planxty, One Last Cold Kiss, in versione elettrica, con Jimmy Faulkner alla solista, che anticipa il sound dei Moving Hearts, grazie all’intreccio tra il violino di Kevin Burke della Bothy Band e la sezione ritmica più rock, con un sound che ricorda Fairport Convention e Steeleye Span https://www.youtube.com/watch?v=nvV0pUIRrtY , stesso discorso anche per The Ballad Of Tim Evans, il pezzo di MacColl e Peggy Seeger e la ballata What Put The Blood, peccato non ci sia dallo stesso album Van Diemen’s Land.

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Dal disco omonimo del 1976, registrato oltre che con Burke, con Andy Irvine e Donal Lunny, che segna un ritorno ad un suono più folk, molto belle Nancy Spain, la cover di Sacco & Vanzetti di nuovo di Woody Guthrie, i due brani tradzionali Boys Of Mullabawn e Galtee Mountain Boy, oltre a Dalesman’s Litany, dove c’è anche Jimmy Faulkner. Se dovessi fare un appunto, peccato che i brani non siano in ordine cronologico, ma assolutamente alla rinfusa: comunque ci sono anche ben cinque canzoni dal bellissimo Live In Dublin 1978, tra le quali una sublime Black Is The Colour Of My True Love’s Hair (anche nel repertorio del fratello Luka Bloom) https://www.youtube.com/watch?v=_BSayZKazMI , l’intensa Clyde’s Bonnie Banks e una intricata Bogey’s Bonnie Belle, con tre chitarre acustiche, altri cinque brani vengono da The Iron Behind The Velvet, la deliziosa musicalmente The Sun Is Burning, presente anche nel DVD https://www.youtube.com/watch?v=gg5UN8xoE00 , la sognante (visto il titolo) John O’Dreams, che non si trovava nel vinile originale, e il medley tra Trip To Jerusalem con Two Reels: The Mullingar Races; The Crooked Road, con una grande prestazione anche strumentale di Christy a chitarra e bouzouki, il fratello Barry alla chitarra, Andy Irvine al mandolino, Noel Hill alla concertina, Tony Linnane al violino, Gabriel McKeon alle uilieann pipes e Jimmy Faulkner alla chitarra, sentire per credere.

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In gran parte di questi brani appariva come ingegnere del suono e produttore Nicky Ryan, eminenza grigia della musica irlandese e futura “mente” dei Clannad e di Enya. Le ultime due chicche sono le versioni in studio di House Down In Carne, (con Faulkner alla slide e Basil Kendricks alla pedal steel) https://www.youtube.com/watch?v=b_uFP_rh2l8  e 90 Miles To Dublin, i due brani antinucleari che ai tempi uscirono come singolo. Che dire, se volete conoscere il “primo” Christy Moore, quello che era più un interprete (ma poi nelle decadi successive avrebbe rimediato) che un autore, anche se tutti i brani tradizionali venivano arrangiati in preziose scritture dal musicista irlandese, e anche se avete già quasi tutto, vale le pena, perché il DVD è totalmente inedito e le canzoni, sentite tutte insieme, sono veramente rappresentative dell’arte di questo grande musicista. Quindi come lo giriate, ancora una volta un indispensabile ascolto per chi ama la buona musica.

Nei prossimi giorni anche un bel articolo retrospettivo sul grande folksinger irlandese.

Bruno Conti

Recuperi Di Fine Anno 2: Una Delle Più Belle Sorprese Del 2020. Jess Williamson – Sorceress

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Jess Williamson – Sorceress – Mexican Summer CD

Il 2020 è stato un anno molto positivo per quanto riguarda il rock al femminile, dal momento che abbiamo potuto godere di lavori splendidi come i nuovi album di Margo Price, Mary Chapin Carpenter ed Emma Swift, oltre a Lucinda Williams che nonostante non sia tra le mie preferite ci ha dato con Good Souls Better Angels uno dei suoi dischi migliori. Tra le “release” più positive dell’anno appena trascorso per quanto riguarda il gentil sesso merita anche di essere inserito Sorceress, ultimo lavoro della cantautrice texana Jess Williamson, album del quale non ci siamo occupati al momento dell’uscita, direi colpevolmente visto il livello eccelso della proposta. Devo confessare che, pur avendo alle spalle già tra dischi, non avevo mai sentito parlare della Williamson, e sono rimasto incuriosito leggendo diverse recensioni entusiastiche di Sorceress, entusiasmo che mi sento di condividere appieno. Jess è una cantautrice classica, cresciuta ascoltando i dischi di folk e country del padre, e negli anni ha maturato uno stile che fonde mirabilmente i due generi appena citati con uno squisito gusto pop di stampo californiano, cosa che è forse dovuta al fatto di essersi trasferita da anni a Los Angeles.

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Il suo penultimo album Cosmic Wink (2018) aveva già avuto critiche molto positive, ma Sorceress pone Jess su un livello decisamente superiore: stiamo infatti parlando di un disco davvero splendido, in cui lo stile classico della Williamson (che non è una cantautrice voce-chitarra-sonno, ma ha dalla sua verve e creatività) si sposa alla perfezione con la produzione moderna ma con sonorità “vere” nelle mani di Shane Renfro, Al Carson e Dan Duszynski, che non sono alla consolle tutti e tre contemporaneamente ma si dividono le varie canzoni occupandosi anche in gran parte delle parti strumentali. Un album maturo quindi, che riesce a coniugare in modo impeccabile una scrittura profonda ed intensa con linee melodiche immediate e fruibili, il tutto condito dalla voce di Jess, bellissima e sensuale. L’iniziale Smoke è una moderna folk song che parte per voce e chitarra e dopo un minuto circa si aggiunge una sezione ritmica pressante, una steel ed una chitarra baritono, per un crescendo sonoro costante e coinvolgente https://www.youtube.com/watch?v=vINgxOeiCoQ . As The Birds Are è una deliziosa ballata d’atmosfera sognante ed eterea, dotata di un bel motivo superbamente cantato ed un alveo musicale avvolgente, con i synth usati nel modo giusto; splendida Wind On Tin, pop-rock cadenzato ed orecchiabile, una canzone solare dal sapore californiano che ci fa entrare definitivamente nel disco https://www.youtube.com/watch?v=X9RXQcbzniA , mentre la title track è un’altra bellissima folk song nobilitata da un’esecuzione da brividi, perfetta nella sua essenzialità https://www.youtube.com/watch?v=-cwnCcMwBeg .

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Infinite Scroll sembra un brano anni 70, con un arrangiamento d’archi tipico del periodo ed una melodia di qualità che rivela l’influenza dei Fleetwood Mac https://www.youtube.com/watch?v=C8oFdsv-ZR8 ; Love’s Not Hard To Find è uno slow pianistico di grande effetto sia per la strumentazione piena e rotonda sia per la voce espressiva di Jess, veramente brava. Splendida e suggestiva anche How Ya Lonesome, ballatona che tra chitarre acustiche, pianoforte, un mood crepuscolare ed un motivo di base affascinante risulta tra le più riuscite (sembra quasi una versione femminile di Chris Isaakhttps://www.youtube.com/watch?v=S-nH1a6YUNM ; Rosaries At The Border è di nuovo un pezzo limpido e folkeggiante, stavolta con l’aggiunta di una leggera spolverata di psichedelia californiana, a differenza di Ponies In Town che è un incantevole bozzetto per voce, chitarra e poco altro. Chiusura con Harm None, soave ballata dallo sviluppo fluido e disteso con una steel che miagola sullo sfondo ed un maestoso crescendo finale con tanto di coro, e con Gulf Of Mexico, ennesima melodia magnifica esaltata da un arrangiamento che definire toccante è dir poco: un mezzo capolavoro, forse il brano migliore di un CD che, ascolto dopo ascolto, si conferma come uno dei più belli degli ultimi dodici mesi.

Marco Verdi

Senza O Con Amici E’ Sempre Un Gran Bel Sentire! Duke Robillard And Friends – Blues Bash!

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Duke Robillard And Friends – Blues Bash! – Stony Plain

Duke Robillard è sempre una certezza, anno dopo anno continua a pubblicare nuovi album, sempre di eccellente qualità: dopo l’ottimo Ear Worms dello scorso anno, dedicato alla musica dei 60’s https://discoclub.myblog.it/2019/05/17/uno-dei-migliori-dischi-di-sempre-del-duca-duke-robillard-band-ear-worms/  e quello con le voci femminili del 2017 …And His Dames Of Rhytm, entrambi dischi collaborativi con vari ospiti, anche per questo nuovo Blues Bash, Robillard chiama a raccolta vari amici, a partire dalla sezione fiati dei Roomful Of Blues, la band che lui stesso ha contribuito a lanciare, e anche un secondo gruppo di fiatisti tra cui spiccano Al Basile e Sax Gordon, oltre all’armonicista Mark Hummel, lo specialista dello stride piano Mark Braun (Mr.B.), come Basile e Gordon presente solo in un brano, l’omaggio spiritato a New Orleans Ain’t Gonna Do It, scritta da una delle glorie della Louisiana come Dave Bartholomew e da Pearl King.

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Tra gli ospiti anche due vocalist di pregio come Michelle Williams e Chris Cote, senza dimenticare i fedelissimi della sua band Bruce Bears e Mark Teixeira, oltre ai bassisti Jesse Williams e Marty Ballou che si alternano. Il risultato, registrato in veloci sessions, ciascuna di sole otto ore, ha la spontaneità e l’immediatezza dei migliori dischi del Duke, quelli in cui ci si diverte come ad una festa (vedi titolo, che riporta anche “And Dance”) senza andare troppo alla ricerca di raffinatezze, che comunque ci sono, o di particolari sonorità filologiche, nelle quali ogni tanto Robillard indulge. Quindi l’ascoltatore è invitato a godersi dieci brani che pescano tra classici (minori, perché il nostro è un “enciclopedico” del blues) e tre sue composizioni: Do You Mean It, cantata dal bravissimo Chris Cote, è uno scintillante tuffo nel blues delle origini, scritto da Ike Turner, quanto inventava le 12 battute miste al R&R negli anni ‘50, con Robillard autore di puntuali sottolineature con la sua chitarra https://www.youtube.com/watch?v=mCRNCqusf5s , prima di lanciarsi in un proprio brano, la torrida No Time, sostenuto dall’armonica di Hummel e dal piano di Robert “Bob” Welch (non lo avevamo nominato), mentre Duke titilla la solista con libidine e classe https://www.youtube.com/watch?v=tpj1fdiO20Q .

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What Can I Do, ancora con Cote voce solista, e un gioioso e scatenato jump blues dal repertorio di Roy Milton , con le mani di Bruce Bears che volano sulla tastiera del suo piano, mentre Greg Piccolo, Rich Lataille e Doug James soffiano con forza nei loro sassofoni e Mr. Robillard guida le operazioni con la sua 6 corde; non può mancare ovviamente un bel bluesone lento di quelli intensi e magnetici, come Everybody Ain’t Your Friend, di un King che mancava alla mia raccolta, tale Al, autore di questo pezzo del 1966 dove la solista di Duke rincorre i grandi interpreti delle 12 battute, in questo caso del West Coast style, visto che King veniva da L.A. https://www.youtube.com/watch?v=ZiCBT2henHQ  Divertente e piacevole lo strumentale Chicago Blues fine anni ‘50 di Lefty Bates Rock Alley, con Robillard che si alterna con i fiati alla guida del combo, mentre nella swingante You Played On My Piano, con break jazzato del Duca, la calda voce solista è quella della deliziosa Michelle Wilson https://www.youtube.com/watch?v=ptKMvqJ3VOU , brano seguito da quella Ain’t Gonna Do It citata all’inizio, il suono del Sud che usciva dai dischi di Professor Longhair, Huey Smith e Fats Domino https://www.youtube.com/watch?v=iemoX4yzuqM , poi ancora eccellente la cover di un brano di T-Bone Walker You Don’t Know What You’re Doing, ancora con la solista di Duke e i fiati sincopati sugli scudi, nonché la calda voce di Chris Cote https://www.youtube.com/watch?v=TwYCp1aTvgg . In chiusura ci sono un paio di brani firmati dal musicista del Rhode Island, la scandita e di nuovo swingata Give Me All The Love You Got, sempre caratterizzata dal suo fraseggio pulito, poi in grande evidenza nel lunghissimo (quasi 10 minuti) strumentale Just Chillin’, che illustra il suo lato più raffinato, in un brano di jazz blues notturno, dove anche gli altri strumentisti, a partire dal sax di Greg Piccolo e dall’organo di Bruce Bears, si prendono i loro spazi https://www.youtube.com/watch?v=-pJ6m6-pcK4 . Musica senza tempo.

Bruno Conti

Recuperi Di Fine Anno 1: Un Brillante E Riuscito Esercizio Di Puro Swing D’Altri Tempi. Loudon Wainwright III – I’d Rather Lead A Band

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Loudon Wainwright III With Vince Giordano & The Nighthawks – I’d Rather Lead A Band – Search Party/Thirty Tigers CD

Loudon Wainwright III è sempre stato un cantautore di culto: attivo dal 1970, ha ormai consolidato una certa popolarità (soprattutto in America), ma il successo lo ha assaporato solo di sfuggita nel 1972 con il singolo Dead Skunk, unico suo disco tra LP e 45 giri ad entrare nella Top 20 https://www.youtube.com/watch?v=nssSIKOrSNk . Come tutti gli artisti di culto che non devono per forza portare risultati in termini di vendite, Loudon si sente giustamente libero di fare quello che vuole (a maggior ragione ora che ha 74 anni), e quest’anno ha deciso di unire le forze con Vince Giordano & The Nighthawks, una band di New York specializzata nel recupero di sonorità swing-jazz tipiche degli anni 20 e 30, e ha pubblicato I’d Rather Lead A Band, un album sorprendente e tra i più riusciti della lunga carriera del nostro. Loudon e Giordano avevano già collaborato all’inizio del millennio comparendo in una scena del film The Aviator di Martin Scorsese, ed in seguito anche nella serie HBO Boardwalk Empire, ma un disco intero insieme non lo avevano mai fatto.

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Che Giordano e i suoi siano un combo di musicisti formidabili non lo si scopre certo oggi (sono in sedici: tre sassofoni compreso il leader, tre trombe, due tromboni, cinque tra oboe e clarinetti, una chitarra, piano e batteria, più David Mansfield come violinista aggiunto), ma la vera sorpresa è proprio Wainwright, che alle prese con uno stile che in passato non aveva mai esplorato se la cava con grande bravura e classe, come se non avesse mai fatto altro in vita sua. I’d Rather Lead A Band è quindi un godibilissimo e divertente album che va a riprendere 14 brani antichi, la maggioranza dei quali risalenti a 80-90 anni fa: non c’è nulla comunque che vada oltre gli anni 50, ed in un caso, A Perfect Day, abbiamo anche un pezzo del 1910! Canzoni note e meno note, scritte da mostri sacri del calibro di Irving Berlin, Hoagy Carmichael, Johnny Mercer, Jimmy Van Heusen, Frank Loesser ed il duo Rodgers & Hart, ed interpretate negli anni da vere e proprie leggende come Frank Sinatra, Bing Crosby, Ella Fitzgerald, Billie Holiday, Louis Armstrong, Fred Astaire, Cab Calloway, Tony Bennett, Fats Waller e la Count Basie Orchestra, ma anche da artisti contemporanei come John Fogerty (You Rascal You nell’omonimo John Fogerty del 1975), George Harrison (Between The Devil And The Deep Blue Sea nel postumo Brainwashed) e Paul McCartney (More I Cannot Wish You in Kisses On The Bottom del 2012).

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Che il disco sia un’operazione seria e fatta con tutti i crismi lo si capisce fin dall’iniziale How I Love You, uno swing ritmato e solare in cui la voce perfettamente in parte di Loudon entra dopo una lunga intro strumentale e prende subito possesso del brano, mentre i Falchi della Notte stendono un bellissimo tappeto di fiati. A Ship Without A Sail è una limpida jazz ballad eseguita con eleganza, così come Ain’t Misbehavin’ che vede il nostro prendere sempre più confidenza con il genere “revue” https://www.youtube.com/watch?v=2c9OQZHWbn8  e con i Nighthawks che suonano in punta di dita, con fiati e pianoforte protagonisti. Il CD è godibile dalla prima all’ultima canzone e non ha momenti di stanca, proponendo brani a tutto swing come I’m Going To Give It To Mary With Love, So The Bluebirds And The Blackbirds Got Together, l’irresistibile title track https://www.youtube.com/watch?v=cSpNfzoAfRI , la già citata Between The Devil And The Deep Blue Sea, resa in maniera perfetta https://www.youtube.com/watch?v=lzpnnlzpdd0 , e la coinvolgente You Rascal You https://www.youtube.com/watch?v=jXT1YUgfwa0 , ed alternandoli con momenti all’insegna della raffinatezza, piccole gemme d’altri tempi rilette in esecuzioni da manuale: The Little Things In Life, I Thought About You, My Blue Heaven e Heart And Soul https://www.youtube.com/watch?v=LBiDoHPqEIk .

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Photo Credit Ross Halfin

I’d Rather Lead A Band è quindi un disco da gustare tutto d’un fiato, ed è senza dubbio tra i più divertenti dell’anno appena trascorso.

Marco Verdi

Tra Bluegrass E Country-Rock:The Dillards! Parte II

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Seconda Parte

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Roots And Branches – 1972 United Artists ***1/2

Finito il contratto con la Elektra esce questo album, dove Billy Ray Latham sostituisce Herb Pedersen, prodotto in California da Richard Podolor: ci sono tre brani di Rodney Dillard il resto sono tutte cover, non celeberrime, Redbone Hound con banjo elettrificato ha sonorità inconsuete ma atmosfere tipiche del gruppo, tra country e bluegrass, con le solite eccellenti armonie, Forget Me Not di Bill Martin è una bella ballatona intensa che ricorda il Gene Clark di quel periodo, One A.M. di tale Paul Parrish è comunque un altro brano di buona fattura, elettrico e pulsante. Come pure la piacevole ma inconsistente Last Morning scritta da Shel Silverstein per Dr. Hook & The Medicine Show, Get Out On The Road scritta da Keith Allison del giro Paul Revere, è una sorta di cowboy song elettrica e vibrante, Big Bayou tra Poco e Nitty Gritty, scritta da Gib Gilbeau di Swampwater e Flying Burrito, è una canzone dedicata alla sua Louisiana. Anche I’ve Been Hurt scritta da Gary Itri, che francamente non conosco, si ascolta con piacere, come la successiva Billy Jack scritta da Rodney, che firma anche la conclusiva a cappella Man Of Costant Sorrow, non quella di Dylan parrebbe, per quanto. Stranamente questo è l’unico disco dei Dillards ad entrare nelle classifiche di vendita americane https://www.youtube.com/watch?v=g0S_iI3AJgU . L’anno successivo esce per la Poppy, l’etichetta di Townes Van Zandt

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Tribute To The American Duck – 1973 Poppy/U.A.***

Mitch Jayne molto meno impegnato come bassista, firma con Dillard e Webb ben sei brani, ed è la voce solista nella conclusiva What’s Time A Hog, che si poteva evitare : la formula e la formazione sono le stesse del disco precedente, meno i risultati. Anche in questo caso c’è una ripresa elettrica della vecchia Dooley, e tra i brani nuovi, molti non memorabili, si salvano a fatica l’iniziale Music Is Music, Caney Creek, la morbida Love Has Gone Away, il veloce bluegrass You’ve Gotta Be Strong, arrivando alla sufficienza di stima https://www.youtube.com/watch?v=CBuxBK4NVlk .

La “Seconda Ondata” 1977-1981

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dillards vs, the incredible

Dopo una pausa di 4 anni i Dillards ci riprovano di nuovo: non c’è più Mitch Jayne che ha lasciato il gruppo nel 1974, a causa di una parziale sordità (ma negli anni va e viene), sostituito da Jeff Gilkinson. La qualità dei dischi inizia a declinare, in modo lento ma quasi inesorabile, però ci sono ancora dischi di buona qualità e soprassalti di eccellenza: The Dillards vs. The Incredible L.A. Time Machine – 1977 Flying Fish ***ha i suoi momenti, come l’iniziale Gunman’s Code, scritta da Larry Murray, Do, Magnolia, Do scritta da Severine Browne, fratello di Jackson, la delicata Softly cantata dal suo autore Gilkinson, che spesso è la voce solista al posto di Rodney, Old Cane Press che rimanda al vecchio bluegrass della band, e la conclusiva Let The Music Flow, l’unica scritta da Dillard https://www.youtube.com/watch?v=6ef9sXfv_Tk , me niente per cui strapparsi le vesti, comunque un disco dignitoso, mai uscito in CD.

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Decade Waltz – 1979 Flying Fish *** Vede il rientro in formazione di Herb Pedersen, mentre Latham viene sostituito dal multistrumentista Douglas Bounsall a mandolino, violino, chitarre e voce. Producono Pedersen e Dillard: una bella versione di Greenback Dollar, Easy Ride di Pedersen, la “parodia” Gruelin’ Banjos, e due altri brani di Gilkinson, Hymn To The Road e Mason Dixon, e la solita cover dei Beatles We Can Work It Out https://www.youtube.com/watch?v=zu24jfOot-w , tra i momenti salienti.

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Lo stesso anno esce Mountain Rock – 1979 Crystal Clear/Sierra/Laserlight ***1/2 un disco curioso, perché fu registrato con la tecnica del direct-to-disk, in pratica un live in presa diretta, stessa formazione con Bounsall cha lascia il violino a Ray Parks: probabilmente il disco migliore del periodo, con l’ottima Caney Creek ad aprire, tra mandolino, violino, steel ed elettrica, ottime il bluegrass spericolato di Don’t You Cry, la cover di Reason To Believe di Tim Hardin con Gilkinson all’armonica. Le riprese di Big Bayou di Guilbeau e I’ve Just Seen A Face dei Beatles hanno echi del vecchio splendore, come pure High Sierra di Pedersen, uno strumentale bluegrass vorticoso, Fields Have Turned Brown della Carter Family, con le vecchie armonie vocali di nuovo magicamente in azione https://www.youtube.com/watch?v=5KF7wKLUHn0&t=3s . Nella versione in CD viene aggiunta anche una colossale versione di oltre 12 minuti di Orange Blossom Special.

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L’ultimo disco del periodo è Homecoming and Family Reunion – 1981 Flying Fish ***, con tutta la famiglia Dillard e vecchi e nuovi membri della band: torna Doug, ma ci sono anche Homer Dillard Sr. E Jr., Earl Jay, Brian, Earline (Sissy), Linda, ma quanti sono, spero di averli citati tutti, presenti pure John Hartford, Mitch Jayne, Herb Pedersen, Dean Webb, Jeff Gilkinson e altri, per una sorta di celebrazione cumulativa di tutta la famiglia allargata, dubito sulla reperibilità, ma mai dire mai. Per la più parte si tratta di un ritorno ai suoni tradizionali del passato, il tutto registrato dal vivo: il repertorio, dove i vari protagonisti si alternano alla guida, è costituito da traditionals, con l’eccezione delle ultime tre canzoni Old Man At The Mill, Listen To The Sound, Daddy Was A Mover, scritte da Doug, Rodney, Mitch Jayne e Herb Petersen. Poi per tutta la decade anni ‘80 un lungo silenzio, fino al

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L’Utimo” Ritorno 1990-1992

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Let It Fly – 1990 Vanguard ***1/2 Per quella che avrebbe potuto essere l’ultima avventura della band, a fianco dei veterani Rodney Dillard, Dean Webb e Mitch Jayne, arriva anche Steve Cooley, mentre Herb Pedersen, che produce l’album, suona anche le chitarre, il dobro e canta in molti brani. Il disco presenta pezzi nuovi e anche versioni rivisitate di loro classici: in Darlin’ Boys una pimpante canzone scritta da Jayne/Dillard/Pedersen, canta Rodney, mentre Byron Berline è al violino; molto bella anche la ripresa di Close The Door Lightly di Eric Andersen, un ennesimo perfetto esempio del loro country-rock, Old Train scritta e cantata da Pedersen, è un’altra eccellente bluegrass song, Big Ship è una ballata corale cantata di nuovo da Rodney, come la successiva, delicata Missing You. In Out On A Limb, altra ottima country song, fa la sua apparizione la pedal steel di Tom Brumley, mentre la band indulge nella proprie classiche armonie vocali https://www.youtube.com/watch?v=f43pO8eOElY , eccellente picking in Ozark Nights, mentre Tears Won’t Dry In The Rain ha un approccio quasi cantautorale con la bella voce di Dillard in evidenza e Brumley va di nuovo di steel, seguita da un altro ottimo esempio di country-rock come Livin’ In The House, scritta da Chris Hillman, e non manca neppure un Bob Dylan d’annata come quello interpretato in One Too Many Mornings, “dillardizzato” alla grande https://www.youtube.com/watch?v=2HMhj-_Nlq0 , e per concludere un album tra i loro migliori, molto bella anche la title track Let It Fly, altro brano di impianto bluegrass progressivo, con Cooley a banjo ed acustica, Berline al violino e Dean Webb al mandolino, cantata ancora un ispirato Rodney Dillard https://www.youtube.com/watch?v=GWhrh95DN7w , voce solista anche nella collettiva Wizard Of Song, altro brano elettroacustico di eccellente fattura.

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Take Me Along For The Ride 1992 Vanguard ***1/2 sarebbe stato l’ultimo capitolo della loro lunga saga (a parte un Live e una antologia) se non ci fosse stato, come ricordato all’inizio, il clamoroso recente ritorno targato 2020 dell’ottimo Old Road New Again di cui avete letto qualche numero fa sul Buscadero. Venendo a Take Me Along For A Ride, siamo di fronte ad un altro buon album, stessa formazione, senza Pedersen e con Cooley e Rodney alla produzione: con il jingle- jangle dell’iniziale Someone’s Throwing Stones https://www.youtube.com/watch?v=F8QPRkEYhUE , l’immancabile canzone dei Beatles, questa volta In My Life https://www.youtube.com/watch?v=289K0Z4BP0E , Like A Hurricane, non quella di Neil Young, ma il brano di Pat Alger, Take Me Along For A Ride sembra un brano dei primi Eagles https://www.youtube.com/watch?v=O7j8wEep_lk , Against The Grain un folk-rock elettrico, Hearts Overflowing un’altra tipica loro ballata mid-tempo, Banks Of The Rouge Bayou sempre nella linea sonora del passato, rivisitato anche nello strumentale bluegrass Wide Wide Dixie Highway e nella cristallina country song Food On The Table. Nel complesso un altro buon album, leggermente inferiore al precedente. Direi che è tutto, si spera di non dover aspettare altri 28 anni per il prossimo album, perché non credo che ce la potremo fare.

Bruno Conti