La “Compagnia Del Tempo Freddo”…Vi Riscalderà! Cold Weather Company – Find Light

cold weather company find light

Cold Weather Company – Find Light – Cold Weather Company CD

Terzo album per i Cold Weather Company, un trio proveniente dal New Jersey e dotato di un suono molto particolare. Infatti i tre non fanno del classico rock, e neppure un tipo di musica che può essere identificata come Americana, ma piuttosto una sorta di folk-rock dalle atmosfere intime e con aperture melodiche decisamente creative e non scontate, un sound avvolgente tutto costruito intorno alle chitarre e voci di Brian Curry e Jeff Petescia ed allo splendido pianoforte (e voce) di Steve Schimchick, ai quali di volta in volta si aggiungono una sezione ritmica discreta (ma non sempre), altre volte una sezione fiati, altre ancora un accompagnamento d’archi quasi cameristico. Le atmosfere dei brani dei CWC sono quasi sempre crepuscolari ma non affiora mai la noia, grazie anche alla grinta che i nostri ci mettono nell’esecuzioni ed all’originalità di fondo della proposta, dato che le canzoni presenti non somigliano molto a ciò che si sente normalmente in giro ma hanno una vita ed uno stile propri, e Find Light è il modo migliore per scoprirli.

Hazel, che apre l’album, è una ballata profondamente evocativa e suonata con grande forza nonostante la presenza di una strumentazione acustica: il piano è protagonista insieme alle chitarre e sul finale c’è un crescendo strumentale di sicuro impatto. La voce particolare di Schimchick (ricorda un po’ quella di Dave Matthews) caratterizza in maniera netta la pianistica Clover, un folk-rock dal ritmo sostenuto e con soluzioni melodiche non banali, ed ancora meglio è Brothers, rock ballad dal motivo intrigante e diretto con un arrangiamento classico e basato ancora una volta sull’intreccio di piano e chitarre (il leit motiv del CD), una canzone davvero bella; la bucolica Birds On A String è contraddistinta da un’atmosfera rilassata e distesa, ed è bissata da Circles, squisito pastiche acustico (ma full band) di nuovo con un notevole impasto strumentale.

Do No Harm (che viene brevemente ripresa a fine album) è un eccellente brano tra folk e cantautorato puro, in cui risalta la bravura dei nostri come musicisti ed in particolare l’impostazione classica di Schimchick alla tastiera https://www.youtube.com/watch?v=KRvO-Ukd_oA . Il CD, un’ora di musica, presenta diverse altre canzoni degne di nota, tra cui la sognante ancorché brevissima Dawn, la mossa Pocket, deliziosa pop song dal sapore folk ed i fiati a dare più spessore al suono, l’intensa Mount Desert Island, melodicamente tra le più interessanti, la fluida e gradevole Old But True, anch’essa dal marcato gusto pop, e la lenta e struggente Atlas. Una bella realtà questi Cold Weather Company: originali, creativi e per nulla prevedibili.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 2020 1. Peter Green – The End Of The Game Rimasterizzato Per La Prima Volta A 50 Anni Dall’Uscita!

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Peter Green – The End Of The Game, 50th Anniversary Remastered & Expanded CD Edition – Esoteric – 21-02-2020

Anno nuovo, vita vecchia, riprendiamo con la rubrica destinata alle prossime uscite, soprattutto ristampe, più interessanti. E partiamo con un album che è tra i miei preferiti in assoluto tra i dischi di culto, The End Of The Game di Peter Green, curiosamente mai rimasterizzato prima d’ora per l’edizione in CD, visto che aveva circolato solo in una rara e costosa edizione giapponese (che è quella che tuttora posseggo) e in una versione Warner/Reprise europea che non ho mai capito quanto fosse legittima. Nel Blog ne ho parlato varie volte, sia all’interno di articoli e recensioni inerenti i Fleetwood Mac.

Ecco quello che avevo scritto e confermo.

Sei brani strumentali, poco più di 33 minuti, che si aprono con il festival del wah-wah della iniziale magnifica Bottoms Up, con Alex Dmochowski e Godfrey MacLean che sostengono in modo splendido le scale free form della chitarra di un Peter Green quasi trasfigurato nelle sue improvvisazioni sperimentali e jazzate, poi il basso assume un suono ancora più rotondo, entra un liquido piano elettrico e il lavoro della chitarra si fa ancora più intricato, insomma dovreste ascoltare per capire di cosa parliamo. Timeless Time è un breve brano, poco più di due minuti, lirico, intimo e malinconico più vicino al “solito” Green, mentre Descending Scale è più ascendente che discendente, lavoro frenetico della ritmica, piano e organo di Zoot Money in primo piano, fino all’ingresso perentorio e devastante della chitarra quasi rabbiosa di Peter, tra esplosioni e momenti di quiete, in un brano certo di non facile ascolto, ma siamo nell’anno di Bitches Brew di Miles Davis, la musica ha questa libertà assoluta.

Burnt Foot con la batteria dappertutto ha tocchi quasi tribali e il solito spirito di impronta jazz-rock, genere allora nascente, con spasmi ritmici devastanti, che poi virano di nuovo verso la psichedelia con il suono quasi deadiano e liquido delle improvvisazioni live di Jerry Garcia con la sua band, in un brano come Hidden Depth dove il wah-wah è ancora protagonista assoluto. La conclusiva End Of The Game, tra dissonanze e cacofonie sonore, esplora quasi i limiti dell’uso del wah-wah in un ambito che sembra avere poche parentele con il rock. Fine Del Gioco!

Tracklist
1. Bottoms Up
2. Timeless Time
3. Descending Scale
4. Burnt Foot
5. Hidden Depth
6. The End Of The Game
Bonus Tracks:
7. Heavy Heart
8. No Way Out
(A & B-Sides Of Single – Previously Unreleased On CD)
9. Beasts Of Burden
10. Uganda Woman
(A & B-Sides Of Single – Previously Unreleased On CD)

Aggiungerei che nella nuova versione che verrà pubblicata dalla Esoteric il prossimo 21 febbraio sono state aggiunte 4 bonus tracks, ovvero lato A e B di due 45 giri pubblicati rispettivamente nel 1971 e 1972: Heavy Heart’ b/w ‘No Way Out, che vide anche una rara apparizione televisiva di Peter Green a Top Of The Pops, e l’anno successivo una collaborazione con Nigel Watson Beasts of Burden’ b/w ‘Uganda Woman, il secondo singolo proveniente da sessions differenti da quelle di The End Of The Game. Nel libretto del CD ci sarà un libretto che narra la genesi dell’album e una intervista con Zoot Money, il tastierista che nel disco si alternava all’organista Nick Buck, futuro Hot Tuna. Nelle Note di presentazione del CD si parla anche di un prossimo concerto, già esaurito “Mick Fleetwood & Friends Celebrate The Music Of Peter Green at London Palladium in London on Tue 25th Feb 2020″ per ricordare il grande musicista inglese (che è comunque ancora vivo, per quanto malandato).al quale parteciperanno Billy Gibbons, David Gilmour, Jonny Lang, Andy Fairweather Low, John Mayall, Christine McVie, Zak Starkey, Steven Tyler, Bill Wyman e altri da confermare, oltre ovviamente a Mick Fleetwood, Dave Bronze RickyPeterson. Ecco la locandina dell’evento.

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Per ora è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Ancora Dell’Ottimo Gospel Soul Da Memphis. Sensational Barnes Brothers – Nobody’s Fault But My Own

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Sensational Barnes Brothers – Nobody’s Fault But My Own – Bible And Tire Recording Co./Big Legal Mess/Fat Possum

Ammetto che fino a pochi tempo fa ignoravo l’esistenza dei Sensational Barnes Brothers, ma visto che uno dei piaceri dello scrivere di musica è anche quello di scoprire nuovi nomi, e poi condividerli con chi legge, eccoci a parlare di Nobody’s Fault But My Own, eccellente esordio di questa coppia di fratelli, peraltro comunque sconosciuta ai più. Alcuni indizi: vengono da Memphis, dove ai Delta-Sonic Studios è stato registrato questo album, provengono da una famiglia che ha sempre gravitato nell’area della musica gospel, il babbo Calvin “Duke” Barnes, scomparso improvvisamente di recente,  aveva un duo con la moglie Deborah (che in passato era stata una delle Raelettes di Ray Charles), i due figli Chris (appassionato del rock di Disturbed e Dream Theater) & Courtney,  suonano anche nei Black Cream, un gruppo nello stile classico del power trio, rivisto in ottica nera, aiutati da parenti assortiti, Calvin Barnes II suona nel disco all’organo, Sister Carla, l’unica ad avere lasciato Memphis, canta pure lei, quindi la musica è un affare di famiglia.

Il disco non riporta il nome degli autori dei brani, ma tutto il materiale proviene dal catalogo della Designer Records, una sconosciuta etichetta degli anni ’70 specializzata in soul e gospel,benché nelle parole dei due fratelli avrebbe potuto essere stato scritto dalla loro famiglia, visto che coincide con quella visione musicale e religiosa. Possiamo aggiungere che il disco è prodotto da Bruce Watson (anche chitarrista e polistrumentista, nonché fondatore della Fat Possum)), uno che ha lavorato con Don Bryant (marito di Ann Peebles), nello splendido Don’t Give Up On Love, con Jd Wilkes, con Jimbo Mathus, che appare nel disco come organista aggiunto, anche con R.L. Burnside e Jumior Kimbrough, e moltissimi altri. Nel CD suonano Will Sexton alla chitarra, George Sluppick alla batteria, Mark Stuart al basso, Kell Kellum alla pedal steel, oltre agli ottimi Jim Spake e Art Edmaiston ai fiati, a dimostrazione dell’assunto che elencare i nomi dei musicisti magari può essere didattico e didascalico, ma aiuta a capire cosa stiamo per ascoltare, e come detto all’inizio si parla di deep soul gospel o Stax sound della prima ora, insomma “old school” come si suole dire: pescando a caso dal disco abbiamo la fiatistica e corale I’m Trying To Go Home, anche con coretti deliziosi femminili e un suono che sembra uscire dai Fame Studios, mentre i due fratelli “testimoniano” alla grande https://www.youtube.com/watch?v=7WlVzsCtB8M , la splendida ballata Let It Be Good. cantata divinamente dal babbo Calvin “Duke” Barnes, anche con arditi falsetti, e chitarre e organo, oltre agli immancabili coretti e il supporto del figlio Chris, tutti che agiscono in pura modalità sudista.

Why Am I Treated So Bad, con riff di fiati all’unisono, e una melodia che potrebbe rimandare a Sam & Dave, se avessero deciso di darsi al gospel anziché al soul, sempre con quel falsetto ricorrente, I Made It Over, dal ritmo incalzante ed estatico del miglior gospel quando si “ispira” anche ad una soul music più carnale, oppure Nobody’s Fault My Own (che qualche parentela, quantomeno a livello di testo) con Nobody’s Fault But Mine ce l’ha, è un R&B sincopato che istiga a muovere mani e piedi in un florilegio di chitarrine e ritmi scatenati, che accelerano e accelerano fino al classico call and response del finale. E prima ancora un’altra bellissima ballata in puro spirito sudista come I Feel Good, sempre sognante e serena, attraverso l’uso di complessi arrangiamenti vocali, I Won’t Have To Cry No More potrebbe essere un esempio di come avrebbero potuto suonare i primi Staples Singers se Pops Staples invece di una pattuglia di figlie, si fosse trovato con altrettanti figli, oppure con i Soul Stirrers di Sam Cooke. E anche It’s Your Life è un altro mid-tempo tra soul e gospel cantato con grande passione dai due fratelli, come pure la incantevole Try The Lord, con Kell Kellum ad accarezzare la sua pedal steel https://www.youtube.com/watch?v=21TJawoVGZk , ma in tutto il disco vi sfido a trovare un brano scarso, solo del sano buon vecchio soul, a tinte gospel.

Bruno Conti

Quando Il Canada Confina Con Il Texas. Parte 2: Matt Patershuk – If Wishes Were Horses

matt patershuk if wishes were horses

Matt Patershuk – If Wishes Were Horses – Black Hen CD

Matt Patershuk è uno dei segreti meglio custoditi nel panorama del cantautorato canadese. Originario di La Glace, un piccolo villaggio della regione di Alberta, Patershuk non è un songwriter tipicamente made in Canada, ma affonda le sue radici musicali nel country-rock del sud degli Stati Uniti, avendo come fonti di ispirazione maggiore gente come Kris Kristofferson, Willie Nelson e Waylon Jennings, ma anche John Prine anche se non è esattamente un uomo del sud. Non conosco i primi tre lavori di Matt, ma se devo giudicare da questo nuovo If Wishes Were Horses siamo di fronte ad un artista completo, capace, in possesso di un’ottima penna e con il suono giusto. Canzoni tra country, rock, folk e Americana, suonate con buon piglio e cantate con voce profonda: prodotto dall’esperto Steve Dawson (Kelly Joe Phelps, The Deep Dark Woods) e suonato da un manipolo di validi strumentisti tra i quali spicca il leggendario armonicista di Nashville Charlie McCoy, If Wishes Were Horses può essere quindi l’album giusto per far conoscere Patershuk anche al di fuori del Canada, dato che il suo stile ha tutto per essere apprezzato anche all’interno dei confini statunitensi.

Si inizia con la godibile The Blues Don’t Bother Me, country-rock elettrico e corposo, con chitarre ed organo in evidenza ed un suono che ci porta idealmente in qualche stato del sud degli USA, magari in Alabama. Ernest Tubb Had Fuzzy Slippers (bel titolo) è una squisita ed evocativa country tune che parte con il solo accompagnamento delle chitarre, poi entra il resto della band ed il brano diventa quasi irresistibile pur mantenendo un ritmo lento (splendido l’assolo di steel); Horse 1 è un bellissimo strumentale western alla Morricone (ma sento anche qualcosa dei Calexico), un pezzo che si ripresenterà altre tre volte nel corso del CD in diverse vesti sonore. Sugaree è proprio quella dei Grateful Dead, e Matt fa del suo meglio per far risaltare la splendida melodia di Jerry Garcia, rivestendola con pochi strumenti e dandole un delizioso sapore country-blues; Circus inizia quasi cameristica per voce, violino e violoncello, ma in breve il pezzo si trasforma in una sontuosa rock ballad dallo script diretto e lucidissimo, uno dei brani più riusciti del CD, mentre Alberta Waltz è come da titolo un toccante valzer lento che vedrei bene rifatto da Willie Nelson.

Velvet Bulldozer è un limaccioso funk-rock che rimanda al periodo d’oro dei Little Feat, con tanto di slide ad accompagnare la voce corposa del leader ed uno strepitoso assolo di armonica da parte di McCoy, un brano che ci fa vedere la disinvoltura del nostro alle prese con qualsiasi genere musicale. Let’s Give This Bottle A Black Eye è un delizioso honky-tonk che più texano non si può (sembra Dale Watson), Bear Chase è una sorta di folk elettrificato dal ritmo sostenuto e motivo dal sapore tradizionale, mentre con Walkin’ siamo in pieno territorio country, una languida ballata dal suono classico al 100%. Il CD si chiude con Last Dance, slow ballad eseguita con trasporto, e con la vivace e guizzante Red Hot Poker, ritmo e feeling che vanno a braccetto.

Disco piacevole e decisamente riuscito: ora speriamo che Matt Patershuk non resti un privilegio per (pochi) ascoltatori canadesi.

Marco Verdi

Quando Il Canada Confina Con Il Texas. Parte 1: Del Barber – Easy Keeper

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Del Barber – Easy Keeper – Acronym/Universal Canada CD

Del Barber è un nome quasi sconosciuto dalle nostre parti, ma anche negli Stati Uniti non è famosissimo, mentre in Canada, sua terra d’origine, è decisamente più popolare. Infatti Barber nel corso della sua carriera decennale (ha esordito nel 2009 con Where The City Ends) ha avuto diversi premi e riconoscimenti nell’ambito della musica roots cantautorale; nato a Winnipeg, Barber non si ispira alla pur prestigiosa scuola dei cantautori canadesi, ma affonda le sue radici musicali nel suono Americana, con nomi del calibro di Townes Van Zandt, Steve Earle, John Prine e Merle Haggard nel suo bagaglio di influenze, e nel corso degli anni si è costruito un’ottima reputazione che viene confermata anche in questo nuovo Easy Keeper, album numero sei della sua discografia inciso come gli altri in maniera indipendente ma stavolta distribuito dalla filiale canadese della Universal (anche se questo non ne migliora la reperibilità, Canada a parte). Del è un cantautore roots di stampo classico, ed il suo suono è un mix di folk, country ed un pizzico di rock dato dalla chitarra elettrica di Grant Siemens (che è anche il co-produttore del CD insieme a Barber stesso), mentre il resto del gruppo è formato dalla steel di Bill Western, il piano e l’organo di Geoff Hilhorst, la sezione ritmica di Bernie Thiessen e Ivan Burke, oltre alle voci femminili di Haley Carr e Andrina Turenne.

Nomi che vi diranno poco o niente, ma stiamo parlando di gente che gira con il nostro da diversi anni ed è quindi ormai un tutt’uno con le sue canzoni: Easy Keeper è perciò un bel dischetto di pura roots music a stelle e strisce ma fatta da musicisti canadesi, undici brani dal suono classico, pulito e mai ridondante, tutto costruito intorno alla voce del leader. L’opening track Dancing In The Living Room è una ballata classica e di buon livello, tra country e musica cantautorale, un suono elettroacustico ed un motivo piacevole che ricorda un po’ lo stile di Kevin Welch. Patient Man è più strumentata ma sempre dal mood tenue e pacato, con un bel background sonoro fatto di chitarre, organo ed una sezione ritmica discreta; Everyday Life è una folk song pura e cristallina dalla melodia toccante e suggestivi rintocchi elettrici sullo sfondo, nobilitata ulteriormente dal controcanto femminile: molto bella.

Con Louise siamo invece in territori country, ritmo spedito, refrain vincente ed ottimo uso della steel, brano seguito a ruota da Leads You Home, altra ballatona elettroacustica intensa ed eseguita con strumentazione parca; Lucky Prairie Stars è il pezzo più elettrico finora, un country-rock cadenzato e godibile con entrambi i piedi più in Texas che in Canada, mentre Juanita è uno slow che ha l’andatura del valzer lento, ed anche qui siamo più vicini al confine col Messico che dalle parti di Manitoba (la regione dove sorge Winnipeg). Ronnie And Rose è un folk-grass purissimo ancora dal ritmo sostenuto e con un motivo trascinante, uno dei brani più immediati con in più una fisarmonica a colorare il sound, Blood On The Sand è ancora lenta e decisamente profonda, grazie anche ad un bell’uso del pianoforte; il CD termina con No Easy Way Out, che ci porta inaspettatamente dentro atmosfere country-got-soul tipiche del sud, e con l’acustica e deliziosa title track, una chiusura da perfetto storyteller per un disco piacevole e ben fatto da parte di un cantautore dal sangue canadese ma con il cuore in America.

Marco Verdi

Un Altro Doppio CD Dal Vivo Formidabile Per Il Musicista Irlandese! Christy Moore – Magic Nights

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Christy Moore – Magic Nights  – 2 CD Yellow Furze Ltd./Columbia Sony Music Ireland

Vorrei  proporre di renderli fissi per decreto istituzionale (tanto in Italia siamo abituati), ogni due anni, all’incirca in questo periodo, un bel doppio CD dal vivo di Christy Moore:  soprattutto se sono sempre così belli, l’ultimo Magic Nights poi mi pare addirittura migliore del pur splendido On The Road, uscito sul finire del 2017 https://discoclub.myblog.it/2018/01/14/supplemento-della-domenica-forse-il-miglior-disco-ufficiale-dal-vivo-del-2017-christy-moore-on-the-road/ . Lo stesso Christy racconta che dopo il successo della precedente raccolta di registrazioni Live, la Columbia irlandese gli ha suggerito di approntare un seguito, e lui certo non si è fatto pregare, visto che, come fanno anche altri artisti, in pratica registra ogni concerto (se per caso vi eravate persi il primo doppio dal vivo la Sony ha pubblicato un bel cofanetto quadruplo che raccoglie entrambi gli album).

Quindi insieme al suo produttore Jimmy Higgins e all’ingegnere del suono David Meade sono andati a setacciare gli archivi e hanno scelto altre ventisei perle dal suo immenso repertorio, prese da diverse locations e annate. Nei vari brani si alternano i musicisti che ormai accompagnano, più o meno abitualmente, Moore: il grande Declan Sinnott, chitarre e voce, il citato produttore Jimmy Higgins a percussioni , tastiere, e voce di supporto, Cathal Hayden, al violino, banjo e viola, Mairtin O’Connor alla fisarmonica, Seamie O’Dowd , chitarra, armonica e voce, e Vickie Keating alle armonie vocali, manca solo questa volta il figlio di Christy Andy Moore rispetto al disco precedente. Nella scelta dei brani è drasticamente calata la quota di composizioni dello stesso Moore, solo due brani originali, oltre ai suoi arrangiamenti di quattro, più o meno celebri, brani tradizionali, ma la qualità rimane elevatissima: dall’iniziale Magic Nights In The Lobby Bar, registrata alla Opera House di Cork, una emozionante cavalcata sui ricordi di centinaia di notti passate a suonare la propria musica, dai tempi dei Planxty e dei Moving Hearts, sino ai giorni nostri, sulle ali della fisarmonica di O’Connor e del violino di Hayden, cullati dalla splendida voce di Christy.

Dal INEC Killarney di Kerry e con gli stessi musicisti, proviene Matty, un brano che scatena affettuosi ricordi della vecchia nonna di Moore e dei suoi racconti. Sonny’s Dreams, di Ron Hynes, uno dei tanti autori non notissimi che si alternano nei diversi pezzi, viene dalla serata alla Royal Symphony Hall di Birmingham, e prevede solo l’accompagnamento di Declan Sinnott alla slide acustica, una di quelle ballate struggenti in cui il nostro è maestro; senza stare a fare un resoconto dettagliato delle varie canzoni vi segnalo solo le più interessanti. Per esempio una magnifica versione di A Pair Of Brown Eyes, dei Pogues di Shane MacGowan, un brano raramente eseguito in concerto, perché, pur essendo uno dei suoi preferiti da cantare, come dice Moore richiede “una certa aria” e quella sera nel famoso locale di Vicar Street a Dublino evidentemente la si respirava; molto belle anche la malinconica Ringing That Bell e la squisita e corale Sail On Jimmy, la drammatica e recente Burning Times, che racconta del crudele omicidio avvenuto nell’aprile del 2019 della giornalista Lyra McKee, durante gli scontri In Irlanda, un brano ad alto contenuto emotivo, versione intensissima con il controcanto toccante di Vickie Keating, la mossa e trascinante The Tuam Beat che fa risalire le sue origini ai tempi dei Planxty, Back Home In Derry che narra le vicende di Bobby Sands nei suoi duri anni di prigionia.

Rosalita And Jack Campbell che sembra un brano della tradizione folk americana, la vedrei bene cantata da Springsteen o Tom Russell, una superba Motherland di Natalie Merchant, cantata durante il soundcheck a Liverpool. Sempre da Vicar Street, improvvisata all’impronta, una emozionante ed avvolgente Before The Deluge di Jackson Browne, con un superbo Declan Sinnott all’elettrica, una rarissima, ma non per questo meno suggestiva, versione di Cry Like A Man di Dan Penn, la divertente The Reel In The Flickering Light, e ancora una delle sue murder song più intense come Veronica, un’altra richiesta speciale nel concerto a Vicar Street, la drinking song Johnny Jump Up, una occasione per cazzeggiare con il pubblico. Anche uno dei brani più “antichi” del repertorio di Christy, come il  coinvolgente traditional Tippin’ It Up To Nancy, e sempre dal lontano passato proviene la toccante Only Our Rivers Run Free, una canzone che era sul primo album dei Planxty, qui impreziosita dal lavoro del violino di Cathal Hayden.

E a proposito di canzoni emozionanti ,sublime la versione di una canzone Hurt, scritta da Trent Reznor dei Nine Inch Nails, ma che tutti accostano ormai a Johnny Cash, con il cantante irlandese che la rende propria in modo naturale, grazie anche alla seconda voce incantevole di Vickie Keating,  in conclusione, cantata a cappella, solo con l’aiuto del bodrhan, troviamo un’altra canzone del repertorio dei Planxty come The Well Below The Valley e infine Mandolin Mountain, un brano di Tony Small, altro emergente autore irlandese , inserita di recente nel repertorio di Moore, ulteriore squisito esempio dell’immensa classe del folksinger irlandese, uno dei più grandi musicisti della scena mondiale, veramente una voce per tutte le stagioni.

Bruno Conti

I Dischi Belli Sono Un’Altra Cosa, Ma Anche Le Porcherie! Old Dominion – Old Dominion

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Old Dominion – Old Dominion – RCA/Sony CD

Gli Old Dominion sono una giovane band di cinque elementi con origini che vanno da Nashville alla Virginia, e che hanno conosciuto un successo immediato con i loro primi due album pubblicati nel 2015 e 2017, lavori che hanno rispettivamente occupato la terza e la prima posizione delle classifiche country (entrando anche nella Top Ten della hit parade generalista). Il quintetto (Matthew Ramsey, voce e chitarra, Brad Tursi, chitarra, Trevor Rosen, chitarra e tastiere, Geoff Sprung, basso e Whit Sellers, batteria) non ha però raggiunto la popolarità per merito del talento, ma grazie ad un tipo di musica che purtroppo a Nashville detta legge, cioè pop radiofonico che con il country ha veramente poco da spartire, un genere che vede tra i suoi massimi esponenti (si fa per dire) due pupazzi ammaestrati come Jason Aldean e Keith Urban. Sapendo ciò, mi sono avvicinato all’omonimo terzo album degli Old Dominion (che in America è subito balzato in vetta) con una certa circospezione e con ben poche speranze, anche perché tra gli strumenti suonati nel disco comparivano anche i tanto temuti sintetizzatori e drum programming anche per il fatto che il produttore è Shane McAnally, uno dei più in voga a Nashville, ma non sempre garanzia di qualità.

Una volta ultimato l’ascolto devo dire però che il giudizio non è del tutto negativo, in quanto alcuni brani sono orecchiabili e ben costruiti pur non essendo dei capolavori ed avendo poco a che fare col country, e gli arrangiamenti non sono sempre disastrosi come pensavo. La qualità è certamente altalenante, ed Old Dominion non fa comunque parte dei dischi che mi sento di consigliare, ma sinceramente io paventavo una porcheria assoluta. Make It Sweet è il primo singolo, ed è una country song corale e decisamente orecchiabile che ha anche un buon ritmo, un brano piacevole nel quale si sentono anche le chitarre (cosa non scontata). Smooth Sailing è una ballatona elettrica che vede anche l’organo alle spalle dei nostri, un brano che scorre senza grossi problemi; lo slow One Man Band è leggermente più lavorato nei suoni e sembra più un errebi-pop che country, ma devo ammettere che non mi dispiace, mentre Never Be Sorry non è il massimo, un pezzo chiaramente pop ma dai suoni un po’ finti ed un’atmosfera artefatta.

La pianistica My Heart Is A Bar è una ballata dignitosa, Midnight Mess Around è una godibile soul song all’acqua di rose dal ritmo cadenzato, di country ce n’è ben poco ma il brano si lascia ascoltare, al contrario di Do It With Me che è un lento piuttosto insulso. Il CD continua così, con alti e bassi che conducono fino alla fine senza sussulti particolari e con qualche caduta di tono: Hear You Now è pop-rock terso e piacevole, la mossa I’ll Roll ci ricorda che questo in teoria è un disco country, mentre meno interessanti sono American Style, troppo leggerina, Paint The Grass Green, che ha un ritornello non brutto ma un arrangiamento troppo perfettino, e Some People Do, una ballata piuttosto qualunque. Ribadisco: gli Old Dominion sono una band che probabilmente non entrerà mai nella mia collezione di dischi, ma questo loro terzo album non è neppure la schifezza che temevo.

Marco Verdi

Dalle Tragedie Personali Possono Nascere Anche Bei Dischi. Kevin Daniel – Things I Don’t See

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Kevin Daniel – Things I Don’t See – Kevin Daniel CD

Album di debutto da parte di un musicista originario della Carolina del Nord, ma spostatosi prima a Washington e poi definitivamente a New York, e che ha cominciato ad incidere professionalmente dopo la tragica scomparsa avvenuta nel 2013 dei suoi genitori in un incidente aereo, un fatto che gli ha cambiato la vita e che lo ha ispirato a cominciare a scrivere canzoni su canzoni (fino a quel momento aveva suonato soltanto in band informali tra amici e compagni di università). Il suo esordio è stato un EP, Fly, uscito nel 2014, al quale ne ha fatto seguito un altro intitolato Myself Through You nel 2017, ma solo ora si è deciso a compiere il passo decisivo ed a pubblicare il suo primo album. E Things I Don’t See è un lavoro sorprendente (e totalmente autogestito) in cui troviamo una serie di canzoni che sembrano uscite dalla penna di un autore esperto con anni di carriera alle spalle, una miscela stimolante e riuscita di rock, country e soul, il tutto con l’impronta tipica di un musicista del Sud (ed il North Carolina, nonostante il nome, non è certo a nord).

Undici brani piacevoli, diretti, ben scritti ed ottimamente eseguiti da un manipolo di sessionmen poco conosciuti, tra cui segnalerei il chitarrista Anthony Krizan (forse il più noto essendo un ex Spin Doctors), il batterista Lee Falco, il bassista Muddy Shews, l’ottimo steel guitarist Dan Lead ed i produttori Ben Rice e Kenny Siegel. L’iniziale City That Saves è un intrigante brano dall’incedere cadenzato, con un ritornello coinvolgente ed una strumentazione calda che comprende anche tromba e trombone a dare un sapore Dixie. La spedita Feelin’ Good è puro country & western, ancora con i fiati a dare più spessore ed un motivo immediato e gradevole; Used To Be, introdotta dalla bella slide di Krizan, è un solido brano southern soul, ispirato al suono classico dei gruppi degli anni settanta e con un organo che dona ancora più calore: un pezzo eccellente. La title track è quella più influenzata dalla perdita dei genitori, ed è una rock ballad profonda ed intensa, di nuovo con tutti e due i piedi ben piantati al sud ed un notevole crescendo melodico ed emotivo.

Pour Me A Drink è un altro slow stavolta sfiorato dal country con un bel pianoforte, ancora la slide ed un ottimo refrain corale, mentre Jupiter è ancora sul versante country, ma l’atmosfera è anni sessanta e tornano anche i fiati a colorare il sound. 22 è diversa, in quanto vede il nostro e la sua chitarra accompagnati da un quartetto d’archi, una soluzione inattesa ma non disprezzabile, anche se Xanax, Cocaine & Whiskey, una deliziosa country ballad in puro stile valzer texano (una via di mezzo tra Waylon e Willie), riporta subito il disco su territori più familiari. L’album termina con Name Of Fame, godibile bluegrass suonato full band pur mantenendo l’impianto acustico, la folkeggiante Time To Rise e la mossa All I Need, country-rock dal ritmo sostenuto punteggiato dall’ottima steel di Lead. Proprio un bel dischetto questo Things I Don’t See, peccato solo che sia nato in conseguenza di un evento tragico.

Marco Verdi

Tra Folk, Rock E Country, Un Ottimo Duo O Mini Band Che Dir Si Voglia. Caamp – By And By

caamp by & by

Caamp – By And By – By And By Records/Mom + Pop

Attivi discograficamente dal 2016, con un CD acustico autogestito e un paio di EP, i Caamp sono un duo folk(rock) che viene da Columbus, Ohio, formato da due amici di infanzia, Taylor Meier, voce solista e chitarra, e Evan Westfall, banjo, che però si arrangiano anche con batteria, piano e chitarre elettriche, ai quali sì è aggiunto nel 2018 il bassista Matt Vinson. Diciamo che dal folk più minimale degli esordi, i due hanno aggiunto man mano una strumentazione più ricercata, elementi  di roots rock, qualche sentore blues e folk, creando un suono più robusto, dove confluiscono elementi che ricordano lo Springsteen di Nebraska o Ghost Of Tom Joad, ma anche le melodie più accattivanti di Lumineers, Fleet Foxes e Mumford and Sons, e grazie alla voce profonda ed espressiva di Meier, qualcuno ha fatto dei paragoni pure con il giovane Alex Chilton dei Box Tops. Tutte cose che ci potrebbero stare.

Feels Like Home parte con una acustica accarezzata, poi entra il banjo che è lo strumento più caratterizzante del suono, una ballata dai retrogusti gospel , con la voce rauca ed appassionata che intona una sorta di peana malinconico alla propria terra di origine, fino ad una accelerazione del ritmo nel finale che ricorda i primi brani, i migliori dei Mumford and Sons, anche con qualche coretto ad hoc. Keep The Blues Away, come da titolo, il blues non lo allontana, ma lo abbellisce di elementi country e folk, qualche vago rimando alla prima Nitty Gritty spensierata o a dei Lumineers in possesso di un cantante più dotato vocalmente (insomma), sempre con il banjo a menare le danze, poi a seguire arriva un pezzo più elettrico come No Sleep, che introduce elementi  di R&R gentile alla Buddy Holly o del primo Jonathan Richman, con la batteria che si fa aggressiva insieme alla chitarra, ma niente di “pericoloso”. Peach Fuzz ha un riff che ricorda, neanche tanto vagamente, quello di Sweet Jane, riteniamolo un omaggio più che un plagio, visto che poi il brano cambia, sempre con un piacevole afflato rock, comprensivo di marcato groove basso-batteria e di un bel assolo di chitarra elettrica.

Wolf Song è un deliziosa ballatona folk, all’inizio solo chitarra acustica, banjo e basso, una bella melodia e la voce struggente di Meier, su cui si innesta anche l’intervento della tromba di Lee Tucker, poi entra il resto della band , per un brano veramente bello. Penny Heads Up è nuovamente più allegra e disimpegnata, un ritornello che ti rimane in testa facilmente, come quello della successiva Wunderbar, più malinconica e con vaghe reminiscenze à la Nick Drake, grazie al contrabbasso di Vinson che fa il Danny Thompson, mentre il banjo ricama nella più animata parte finale. On & On &On ha nostalgici sentori pop targati sixties, miscelati al solito folk umorale della band, con tocchi deliziosi di una chitarra elettrica twangy, con la felpata Moonsmoke che mette in evidenza la voce roca e risonante di Meier, appoggiata su un arrangiamento scarno ma raffinato, Huckleberry Love è di nuovo portatrice sana di folk, intriso di armonie spigliate e sbarazzine, magari non perfettamente compiuta, anche se nel finale si anima in modo brillante, grazie al solito interscambio tra banjo e chitarra elettrica, mentre la title track è una classica canzone da provetto cantautore folk, colpito da una improvvisa botta di allegria, sempre immersa tra strimpellate di acustica e banjo, e il giusto tocco della elettrica.

A chiudere, le meditazioni di Of Love And Life la tipica Campfire Song da cantare in un circolo di amici, mentre qualcuno suona il banjo e tutti armonizzano piacevolmente, mentre qualcun altro mi spiega cosa diavolo significa Caamp! Al solito reperibilità alquanto scarsa.

Bruno Conti

Gli Interessanti Esordi Del Fratello Maggiore Di Ronnie. Artwoods – Art’s Gallery

artwoods art's gallery

The Artwoods – Art’s Gallery – Top Sounds/BBC

Gli Artwoods sono stati una sorta di nota a pié di pagina nella storia del rock britannico (diciamo R&B e beat), cionondimeno nelle proprie fila, oltre al leader Art Wood (fratello maggiore di Ronnie Wood), ha militato gente come Jon Lord alle tastiere e Keef Hartley alla batteria, e benché musicalmente parlando fossero dei fratelli “poveri” degli Animals, degli Zombies, o di Manfred Mann, forse l’unica loro mancanza è stata quella di non avere mai avuto grandi successi in classifica, o magari un cantante formidabile come Eric Burdon, anche se Art Wood, sia pure con una voce più stentorea e meno profonda e risonante, era un eccellente cantante, con un passato in band del giro jazz inglese, e poi nei Blues Incorporated di Alexis Korner. Comunque se volete sapere tutti i particolari della loro vicenda musicale, il CD ha un libretto di ben 24 pagine, più una mini enciclopedia che delle semplici note, assai esaustivo, fin troppo.

Il CD è una sorta di appendice al box Steady Gettin’ It – The Complete Recordings 1964–67,pubblicato nel 2014 dalla RPM/Cherry Red Records, che praticamente raccoglieva nel primo e secondo dischetto anche moltissime BBC sessions, ma curiosamente, nonostante il titolo, complete, non quelle di questa nuova ristampa: forse perché nel cofanetto c’era un CD intitolato Art Gallery, e qui troviamo Art’s Galley? Misteri della vita: comunque i 16 brani (13 se togliamo 3 “storiche” introduzioni di speaker radiofonici con il tipico accento britannico della BBC anni ’60, che imperversano anche agli inizi dei pezzi), sono estremamente godibili, tutte cover che spaziano tra il blues, il R&B e un proto beat abbastanza grintoso, con l’organo di Lord a dividersi gli spazi solisti con la chitarra di Derek Griffiths. La qualità sonora è decisamente buona  e nella session di Saturday Club del gennaio 1966 troviamo Work Work Work un successo R&B di Lee Dorsey, scritto da Alen Toussaint sotto lo pseudonimo Naomi Neville, bluesata ed atmosferica molto alla Animals, Oh My Love del marzo 1965, presente anche in una versione di aprile, ricorda i primi Beatles, quelli amanti della musica americana, con l’aggiunta di un grande assolo di organo di Jon Lord, mentre Out Of Sight dell’aprile ’65. è proprio una cover del brano di James Brown, “torbida” e ritmata il giusto, da perfetto gruppo beat.

I Ain’t Got Nothin’ but the Blues, di Duke Ellington, ma più conosciuta nella versione della Fitzgerald, è più swingata e jazzy, sempre con Lord in evidenza. I’ve Got A Woman di Ray Charles non si dovrebbe toccare, e anche se Art Wood ci prova, ovviamente “The Genius” è un’altra cosa, e comunque Keef Hartley alla batteria ci mette del suo in ogni brano e anche Griffiths non scherza come chitarrista; tra gli altri brani degni di nota una gagliarda She Knows What To Do che sembra di nuovo una outtake degli Animals, una pimpante Smack Dab In The Middle, lo strumentale That Healin’ Feelin’ di Les McCann che fa molto Wes Montgomery/Jimmy Smith, per le 12 battute classiche Black Mountain Blues dal repertorio di Bessie Smith e How Long How Long Blues di Leroy Carr. E in chiusura forse il brano migliore, una vibrante versione di Don’t Cry No More di Solomon Burke. Molto piacevole e ben fatto, per chi vuole scoprire questa band dimenticata dal tempo. Al solito, vista l’etichetta, di non facile reperibilità.

Bruno Conti