Se Elvis Era Il Re Del Rock’n’Roll, Chuck Era…Il Rock’n’Roll! Un Sentito Omaggio Da Uno Stone In Libera Uscita. Ronnie Wood & His Wild Five – Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry

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Ronnie Wood & His Wild Five – Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry – BMG CD

In questo mese di Novembre sono usciti ben due tributi al grande Chuck Berry, uno dei pionieri assoluti del rock’n’roll, nonostante non ricorrano particolari anniversari riguardanti il musicista di St. Louis scomparso nel 2017: dell’ottimo album del bluesman Mike Zito intitolato Rock’n’Roll (con una marea di ospiti) se ne occuperà prossimamente Bruno, mentre io oggi vi parlo di questo Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry, che documenta appunto un concerto tenutosi circa un anno fa, il 13 Novembre 2018, al Tivoli Theatre di Wimborne (una cittadina nel sud dell’Inghilterra) ad opera di Ronnie Wood e dei suoi Wild Five. Dei membri attuali dei Rolling Stones Wood è sicuramente quello che negli anni è stato più attivo da solista, con più di dieci album tra studio e live (anche se un paio pubblicati prima di prendere il posto di Mick Taylor all’interno della storica band britannica), con una qualità media anche più alta di quella di Mick Jagger, cosa bizzarra se consideriamo che gli Stones molto raramente hanno consentito all’ex Faces di collaborare con loro alla stesura delle canzoni (a memoria credo non si arrivi a cinque brani, con Black Limousine come episodio più famoso).

Per questo album però Ronnie ha voluto fare qualcosa di diverso, omaggiando uno dei suoi eroi musicali di sempre, un lavoro che dovrebbe rappresentare il primo disco di una trilogia di tributi a grandi del passato che hanno avuto per il nostro un’importanza particolare (al momento non è dato sapere chi siano gli altri due artisti interessati, anche perché i relativi concerti si terranno a detta di Wood negli anni a venire: io punterei due euro sul fatto che uno possa essere Bo Diddley). Mad Lad è un album davvero piacevole e riuscito, con il nostro che assume il ruolo di band leader con buona autorevolezza, accompagnato da un gruppo, I Wild Five appunto, formato da elementi validissimi (lo strepitoso pianista Ben Waters, la sezione ritmica di Dion Egtved e Dexter Hercules, i sax di Antti Snellman e Tom Waters, ed i cori femminili di Amy Mayes e Denise Gordon); Ronnie, poi, è un chitarrista eccellente ed un cantante discreto, con una voce tra il dylaniano e lo scartavetrato: non sarà Jagger, ma tecnicamente se la cava meglio del collega Keith Richards. E poi in questo concerto Ronnie non è da solo, in quanto in tre pezzi chiama sul palco la brava Imelda May (gliel’ha presentata Jeff Beck?), che riscalda ulteriormente l’ambiente con la sua ugola scintillante https://discoclub.myblog.it/2010/11/24/musica-tradizionale-dall-irlanda-imelda-may-mayhem/ …anche se io una telefonatina all’amico Rod Stewart l’avrei fatta.

Prima di partire con la disamina del contenuto di questo album vorrei evidenziare l’unica magagna: il CD contiene 11 canzoni per circa 40 minuti di musica mentre nel concerto intero sono stati suonati 21 brani, comprendendo però anche cover di altri autori, ma almeno si potevano inserire tutti i pezzi di Berry, dato che di spazio sul dischetto ce n’era ancora (in particolare mancano Around And Around, No Particular Place To Go, Run Rudolph Run e Bye Bye Johnny, oltre a Roll Over Beethoven e Nadine che erano state suonate all’inizio dalla band senza il leader per riscaldare l’ambiente). L’album comincia con l’unico brano scritto da Wood per l’occasione, cioè Tribute To Chuck Berry, in realtà un pretesto per introdurre la serata citando ripetutamente il celebre riff chitarristico con il quale il rocker di colore apriva molte sue canzoni. I pezzi di Chuck iniziano con Talking About You, un rock’n’roll suonato con classe e rispetto, Ronnie sicuro e la band che lo segue spedita (e Waters che fa correre da subito le dita sulla tastiera a modo suo): il brano non è tra i più noti di Berry, ma l’alternanza tra classici e canzoni meno famose sarà il tema della serata.

Ronnie passa alla slide per la gustosa Mad Lad, uno strumentale suonato in maniera formidabile, con il nostro che fa i numeri e ci porta per qualche minuto nel più profondo Mississippi; arriva la May e si prende il microfono per una sontuosa Wee Wee Hours, un raffinatissimo blues lento, suonato dai Wild Five con una maestria degna di una band dei peggiori bar di Chicago, Waters strepitoso ed Imelda che ci mette una grinta notevole. La cantante irlandese resta sul palco per unirsi alle altre due coriste in una saltellante Almost Grown, in cui Wood si diverte un mondo nel botta e risposta vocale con le tre donzelle, cantando in maniera distesa e suonando la chitarra da vero rock’n’roller, mentre Waters continua con la sua eccezionale performance personale. Back In The USA è puro rock’n’roll, spigliato, trascinante e suonato come Dio comanda (e mi immagino Ronnie ad imitare il passo dell’oca di Berry), Blue Feeling è un altro strumentale di livello eccelso, puro blues con la premiata ditta Wood & Waters che è una delizia per il palato, mentre Worried Life Blues non è scritta da Chuck bensì da Maceo Merriweather (ma Berry l’aveva incisa per il lato B del singolo Bye Bye Johnny): altro blues eseguito con classe, eleganza ed uno stile misuratissimo da parte del leader.

Finale splendido a tutto rock’n’roll con un trittico da urlo formato da Little Queenie, Rock’n’Roll Music (questa ancora con la May alla voce solista) e Johnny B Goode, chiusura travolgente per un CD divertentissimo che omaggia con gusto e classe uno di quelli che il rock’n’roll lo ha letteralmente inventato.

Marco Verdi

Se Per Sbaglio Lo Chiamate Chris Non Si Offende Di Certo! Ned LeDoux – Next In Line

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Ned LeDoux – Next In Line – Powder River/Thirty Tigers CD

Quando due anni fa ho ascoltato il disco d’esordio di Ned LeDoux, Sagebrush, dopo qualche remora iniziale ne sono stato conquistato completamente https://discoclub.myblog.it/2018/01/13/e-proprio-il-caso-di-dire-tale-padre-tale-figlio-ned-ledoux-sagebrush/ . Figlio del compianto Chris LeDoux (per chi scrive uno dei migliori countrymen in circolazione quando era in vita), Ned ha avuto la consapevolezza di essere pienamente adeguato a portare avanti l’eredità musicale del padre e, complice un buonissimo talento compositivo ed una voce che somiglia in maniera impressionante a quella del genitore, ha intelligentemente iniziato la sua carriera nel segno della continuità con lo stile di Chris, il tutto con la massima naturalezza: in poche parole, si è fatto accettare senza problemi dai fans del padre quando molti avrebbero potuto accusarlo di essere derivativo.

Ed ora Ned ci riprova a distanza di due anni con Next In Line, che al primo ascolto si rivela anche meglio del già ottimo debutto: alla produzione c’è ancora l’amico Mac McAnally (noto cantautore in proprio e da anni collaboratore di Jimmy Buffett) e, anche se non conosco i nomi di chi suona nel disco in quanto ho tra le mani un advance CD, posso affermare che ci troviamo di fronte ad un riuscitissimo album di puro rockin’ country elettrico, con ballate di stampo western sferzate dal vento e brani caratterizzati da ritmo, feeling e chitarre. La voce profonda e le canzoni di Ned fanno il resto, facendo di Next In Line un album perfetto per l’ascolto in macchina o anche in casa con una bella birra ghiacciata in mano. Basta sentire l’iniziale Old Fashioned e si è già in pieno cowboy mood: infatti il brano è un country’n’roll chitarristico e coinvolgente, dal gran ritmo e con un refrain immediato. E poi la voce, sembra di sentire Chris redivivo. Worth It è una western song elettrica e cadenzata, niente violini e steel ma solo chitarre al vento, mentre un fiddle spunta nella saltellante Dance With You Spurs On, che infatti è molto più country anche se l’approccio è sempre vigoroso, ed in più c’è la presenza di Corb Lund in duetto (e come co-autore del pezzo).

Molto bella la title track, una ballata languida ma sempre dal tempo mosso, caratterizzata da una melodia eccellente e ricca di pathos; la deliziosa A Cowboy Is All è puro country, irresistibile sia nel ritmo che nel motivo, e sembra ancora una outtake di un vecchio album di papà Chris. Where You Belong è il primo singolo, ed è un rockin’ country potente, trascinante e tutto da godere, così come Travel Alone, dal ritmo galoppante e che fa pensare a lunghe cavalcate nelle praterie del Wyoming. Path Of Broken Dreams è una salutare oasi acustica, ma il disco riprende subito a rockeggiare con Just A Little Bit Better, nella quale il nostro duetta proprio con McAnally (e Chris Stapleton partecipa alla scrittura), e con una sanguigna e travolgente cover del classico di John Fogerty Almost Saturday Night. La limpida western ballad Great Plains precede l’omaggio finale di Ned al padre, la cui voce profonda introduce (per mezzo di una registrazione inedita) la sua Homegrown Western Saturday Night, eseguita dal figlio con attitudine da vero rock’n’roll cowboy: uno dei pezzi più avvincenti del CD.

Altro ottimo lavoro per Ned LeDoux: sul vostro scaffale mettetelo pure a fianco dei dischi di Chris.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 13. L’Album Che Chiudeva (Bene) La Loro Decade Più Importante. Jethro Tull – Stormwatch 40th Anniversary

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Jethro Tull – Stormwatch 40th Anniversary – Parlophone/Warner 4CD/2DVD Box Set

Consueto appuntamento annuale con le ristampe celebrative degli album dei Jethro Tull a cura di Steven Wilson e con la fattiva collaborazione di Ian Anderson, una delle migliori serie in circolazione in termini di rapporto qualità/prezzo, con box sempre esaurienti e completi sia dal punto di vista musicale che a livello di informazioni scritte. Quest’anno è la volta di Stormwatch, disco del 1979 della band britannica ed ultimo di una ideale trilogia folk-rock iniziata nel 1977 con Songs From The Wood e proseguita nel 1978 con Heavy Horses. Stormwatch era un altro album ispirato e di ottimo livello da parte del gruppo di Blackpool, con tematiche che sarebbero attuali ancora oggi come l’inquinamento e la salvaguardia dell’ambiente, mentre musicalmente le canzoni erano quasi tutte di qualità superiore, in giusto equilibrio tra atmosfere folk e momenti più rockeggianti, ma sempre con melodie dirette e fruibili.

Il disco, oltre a chiudere più che degnamente la decade più importante della carriera dei Tull, era anche l’ultimo a presentare la line-up “classica” del gruppo in quanto, a parte Anderson e l’inseparabile chitarrista Martin Barre, sia i tastieristi David Palmer e John Evan che il batterista Barriemore Barlow lasceranno la band dopo il tour successivo alla pubblicazione dell’album, mentre il bassista John Glascock dovrà abbandonare le sessions (con Anderson stesso che si occuperà di suonare le parti di basso restanti) per un problema di insufficienza cardiaca che gli sarà purtroppo fatale nel Novembre dello stesso anno. Questa nuova ristampa, sotto intitolata Force 10 Edition, è una delle più ricche della serie, con ben quattro CD ed due DVD audio (che però ripetono gran parte del materiale incluso nei CD in differenti configurazioni sonore), con una buona quantità di brani inediti ed anche diverse rarità: ma vediamo i contenuti nel dettaglio.

CD1. L’album originale remixato da Wilson, che inizia con North Sea Oil, uno dei pezzi più immediati nonché primo singolo estratto, un folk-rock ritmato e vibrante tipico dei nostri, con i consueti ficcanti interventi di flauto ed un bell’intreccio tra chitarra acustica ed elettrica. Orion è una bellissima canzone che alterna parti mosse e rockeggianti a splendidi intermezzi acustici, con evidenti rimandi al capolavoro Aqualung, ed anche Home fa vedere che Anderson era in una fase ispirata, in quanto stiamo parlando di una toccante rock ballad con un apprezzabile e non invasivo arrangiamento orchestrale. Dark Ages è un altro notevole pezzo che alterna momenti bucolici a taglienti svisate chitarristiche per nove minuti decisamente creativi, nei quali Barre svolge un ruolo di primo piano; Warm Sporran è uno strumentale funkeggiante che ricorda più il Mike Oldfield di quel periodo che i Tull stessi, Something’s On The Move è puro rock, trascinante e con elementi quasi hard, mentre Old Ghosts è ancora folk-rock nel tipico stile della band, orecchiabile ma ricco di idee non banali. La breve e folkie Dun Ringill precede la lunga (quasi otto minuti) Flying Dutchman, che inizia come una ballata pianistica per tramutarsi prima in una deliziosa folk song e poi in un pezzo rock chitarristico e coinvolgente; chiude Elegy, bellissimo brano strumentale scritto da Palmer, puro folk pastorale orchestrato nuovamente con molto gusto.

CD2. Un dischetto di outtakes provenienti dalle stesse sessions, quindici brani di cui sette inediti assoluti ed altre rarità assortite (alcune delle quali pubblicate in antologie del passato come 20 Years Of Jethro Tull e la collezione di inediti Nightcap), come l’accattivante brano uscito solo su singolo A Stitch In Time ed il suo lato B, una potente versione dal vivo di Sweet Dream (un brano del 1969), o l’intrigante strumentale tra rock e musica medievale King Henry’s Madrigal, all’epoca uscito solo su un EP. Le outtakes dei Tull spesso non erano inferiori ai brani poi pubblicati ufficialmente, e tra gli episodi salienti segnalerei senz’altro una strepitosa prima versione di Dark Ages di dodici minuti, la take completa di Orion, altri nove minuti, l’ottima rock song Crossword che poteva benissimo finire su Stormwatch, la saltellante Kelpie, una sorta di giga rock molto piacevole, qualche strumentale di ottimo livello (A Single Man, Sweet Dream Fanfare e l’eccellente  The Lyricon Blues) e l’evocativa e folkie Broadford Bazaar.

CD 3-4. Un concerto intero, ovviamente inedito, registrato a Den Haag in Olanda il 16 Marzo 1980, con l’ex Fairport Convention (che all’epoca si erano sciolti) Dave Pegg come nuovo bassista. Uno show molto potente ed inciso benissimo, con Anderson e compagni in grande forma: si inizia con ben sette brani di Stormwatch suonati uno di fila all’altro (ma manca stranamente North Sea Oil), con ottime rese di Dark Ages, Orion e Home. Una splendida Aqualung di dieci minuti introduce la parte della serata in cui i nostri pescano dal repertorio precedente al 1979, e non mancano canzoni prese dagli altri due dischi della “trilogia folk”, cioè Jack-In-The-Green, Heavy Horses, una bellissima Hunting Girl e Songs From The Wood. Finale strepitoso con una raffica di classici sparati uno dopo l’altro: Thick As A Brick, Too Old To Rock’n’Roll, Too Young To Die, Cross-Eyed Mary, Minstrel In The Gallery e la consueta chiusura con la trascinante Locomotive Breath. Gli anni ottanta saranno problematici per i Jethro Tull così come per tanti altri gruppi e solisti della prima (o seconda) ora, a partire dal travagliato A del 1980, ma per ora godiamoci questa riedizione di Stormwatch, che come ho scritto prima è una delle più interessanti della serie.

Marco Verdi

I 50 Anni Sono Passati Da Qualche Tempo, Ma Loro Continuano A Festeggiare! Kim Simmonds And Savoy Brown – Still Live After 50 Years Volume 2

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Kim Simmonds And Savoy Brown – Still Live After 50 Years Volume 2 – Panache Records             

Continua ininterrotta la serie di album relativi ai Savoy Brown, sia CD nuovi, come il recente, eccellente City Night, come pure dischi di materiale dal vivo, pubblicati dalla etichetta personale di Kim Simmonds, la Panache Records, che spesso però ripropone i dischi anche più volte, come è il caso di questo Still Live After 50 Years Volume 2, che già aveva circolato nel 2017 e ora esce di nuovo con una diversa distribuzione europea e, come da titolo, è la seconda parte di un concerto tenuto da Simmonds e soci al Paradise Theatre di Syracuse, NY il 12 aprile del 2014. Con la formula del power trio, insieme a Kim ci sono i compagni abituali degli ultimi dieci anni, Garnett Grimm alla batteria e Pat DeSalvo al basso. Repertorio che pesca sia da brani originali come da classici del blues: Nothin’ But The Blues è un pezzo originale di Simmons che era proprio sul disco del 2014 Goin’ To the Delta, la voce diciamo che è diventata “adeguata” negli anni ma nulla più, il leader dei Savoy Brown non è mai stato un grande cantante, ma compensa abbondantemente con la sua abilità riconosciuta alla chitarra, in questo pezzo cadenzato nello stile tipico della band fondatrice del British Blues.

 

Monday Morning Blues è un vecchio brano di Lowell Fulson, estratto da Steel del 2007, buona versione come la precedente, ma nulla di memorabile; Kim poi passa all’acustica per una cover di Shot In The Head, un vecchio brano che era su Lion’s Share del 1972, canzone scritta da Young e Vanda, la coppia alle spalle degli Easybeats e poi a lungo con gli AC/DC, versione noiosetta. Meglio I’m Tired di Chris Youlden, da A Step Further, uno dei loro capolavori, la versione parte con il freno a mano tirato, ma poi Simmonds comincia a lasciarsi andare con una lunga improvvisazione della solista, qualità che viene ribadita in Black Night, una canzone tratta da Shake Down, il loro primo album del 1967, per festeggiare in anticipo i 50 anni di carriera, anche questa versione, con l’acustica, non soddisfa del tutto. Viceversa un altro cavallo di battaglia come Street Corner Talking erutta dalle casse a tutto riff nella propria potenza elettrica non intaccata dal passare degli anni , quasi 10 minuti anche con variazioni jazzy nella parte centrale; Ride On Baby pesca sempre dal vecchio repertorio, Jack The Toad del 1973, con Simmonds che passa alla slide per un’altra gagliarda dimostrazione del loro poderoso blues-rock, compresa una dimostrazione della sua abilità all’armonica, prima di congedare il pubblico con un estratto dal lunghissimo medley Savoy Brown Boogie che occupava una intera facciata di A Step Further, qui c’è solo la parte di Whole Lotta Shakin’ Goin’ On, presa comunque a tutta velocità con la sezione ritmica che permette a Simmonds di improvvisare da par suo.

In definitiva un buon album complessivamente, anche se ci sono in giro dei dischi dal vivo migliori dei Savoy Brown, ma accontentiamoci.

Bruno Conti

La “Saga” Degli Orphan Brigade Sbarca In Irlanda – To The Edge Of The World

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Orphan Brigade -. To The Edge Of The World – Appaloosa/Ird

Prosegue il meritevole viaggio musicale dei bravi Orphan Brigade, iniziato con la registrazione in una casa coloniale del Kentucky, e precisamente la Octagon Hall, con l’ottimo Soundtrack To A Ghost Story, proseguita nelle strade di Osimo, tra le caverne e le catacombe della ridente cittadina marchigiana, con Heart Of The Cave https://discoclub.myblog.it/2017/10/12/dal-kentucky-ad-osimo-la-magia-continua-the-orphan-brigade-heart-of-the-cave/ , fino poi ad arrivare, in una ideale trilogia, con questo ultimo lavoro To The Edge Of The World, alle belle coste della verde contea di Antrim. Come nei dischi precedenti gli Orphan Brigade, che sono sempre Ben Glover alla chitarra acustica e voce, Neilson Hubbard alla chitarra, batteria, percussioni, tastiere, voce, nonché produttore dell’album, Joshua Britt al mandolino, chitarra acustica e voce, compongono le canzoni sul posto, avvalendosi poi anche di validi musicisti locali quali Colm McClean alla pedal steel, Conor McCreanor al basso, Barry Keer al flauto e cornamusa, Danny Mitchell al piano, Marla Gassmann al violino, Bestie Whirter all’organo, le brave coriste Lorna, Karen e Joleen McLaughlin, e come ospite John Prine, per un nucleo di brani che non sono altro che 14 brevi racconti tra musica tradizionale e nuove sonorità.

L’introduzione del disco è una breve Pipes’ suonata dalla cornamusa di Barry Kerr, seguita dalle percussioni al ritmo da Bo Diddley “style” di una grintosa Mad Man’s Window, per poi scoprire gli intriganti e stranianti ululati di una “tribale” Banshee, registrati a mezzanotte nella foresta di Glenarm, fare in seguito un salto nel cimitero della chiesa di St.Patrick per cantare una celtica Under The Chestnut Tree, mentre con la danzante Dance With Me To The Edge Of The World, eseguita sulle scogliere del castello di Kinbane, è proprio impossibile non muovere il “piedino”. Si riparte con le chitarre acustiche di una dolce Children Of Lir, per poi far salire su una barca il grande John Prine, e dirigersi verso la baia di Glenarm, per cantare in duetto con lui una splendida ballata come Captain’s Song (Sorley Boy), scivolare ancora sulle note del mandolino di Joshua Britt, nel tenue valzer Isabella, cambiare totalmente ritmo con il “country celtico” di una song irlandese come St.Patrick On Slemish Mountain, che introduce il secondo breve intermezzo musicale, una Bessie’s Hymn giocata sull’organo della McWhirter.

La parte finale del lavoro ci porta infine sulle spiagge di Cushendun, con la corale e danzante Fair Head’s Daughter, la ripresa di una breve To The Edge The World, cantata con il supporto del Children’s Choir, trasferirsi nel convento di Bonamargy nel Ballycastle per ballare sulle panche una marcia nuovamente “tribale” come Black Nun, e andare a chiudere sulle strade della foresta di Glenarm, accompagnati dalla dolce nenia di un flauto, nella spettrale e catartica Mind The Road, cantata da Ben Glover. Il gruppo americano/irlandese, con questo To The Edge Of The World continua il suo viaggio per il mondo, con un modo attualmente unico di fare musica, una sorta di concept-albums sempre alla ricerca di storie e ispirazioni, con un giusto equilibrio tra arrangiamenti tradizionali e le nuove sonorità, che è il marchio di fabbrica della band. Gli Orphan Brigade non sbagliano un colpo, e come nei lavori precedenti c’è della magia in questo disco, suonato come Dio comanda, con testi intrisi di storia e commozione che ti entrano nell’anima e questo li rende unici e affascinanti. To be continued …

*NDT: Al solito una menzione speciale per la gloriosa etichetta italiana Appaloosa che ha pubblicato il CD, con allegato un libretto arricchito dai testi in inglese e con ottime traduzioni italiane.

Tino Montanari

Una Doppia Razione Di Country-Rock Come Si Deve: Parte Seconda. Cody Jinks – The Wanting

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Cody Jinks – The Wanting – Late August CD

Dopo essermi occupato di After The Fire, eccomi di nuovo a parlare del texano Cody Jinks, dal momento che, ad appena sette giorni di distanza dal disco appena citato, il nostro ne ha pubblicato un altro intitolandolo The Wanting. I due lavori sono stati incisi nelle medesime sessions e con gli stessi musicisti, ed in un certo senso sono due facce della stessa medaglia: se After The Fire era più incentrato sulle ballate, The Wanting è più rock, più elettrico, anche se non mancano i momenti più intimi. Anche la durata è diversa, dato che l’album di cui mi accingo a scrivere dura 44 minuti contro i 32 dell’altro, e ad un primo ascolto mi sembra anche più riuscito. Intendiamoci, sono entrambi bei dischi, ma io Jinks lo preferisco quando fa il texano duro e puro arrotando le chitarre ed alzando il ritmo, ed in The Wanting di momenti così ce ne sono a piene mani.

Proprio la title track apre l’album in maniera strepitosa, con un country-rock terso e limpido (scritto e cantato con Tennessee Jet, non Jed) dallo splendido ritornello che ha anche un tono epico, il tutto sostenuto da un ottimo riff di violino e da una bella steel sullo sfondo. Same Kind Of Crazy As Me è una western ballad elettrica e cadenzata dal notevole pathos, una strumentazione quasi da film ed un altro bellissimo refrain, Never Alone Always Lonely è invece una vibrante slow song dal suono sempre elettrico, con un bell’assolo chitarristico ed un’atmosfera che ricorda spazi aperti al tramonto, ed è seguita da Whiskey, country ballad solida e maschia, con le chitarre ancora in evidenza. Un ritmo pulsante e coinvolgente introduce Where Even Angels Fear To Fly, poi entrano violino e voce ed il brano si rivela essere un country-rock immediato e texano al 100%, tra i più riusciti del CD; Which One I Feed è un pezzo rock dal passo lento, ma intenso e sempre decisamente elettrico, con elementi quasi sudisti.

A Bite Of Something Sweet è viceversa puro country, con la steel che ricama da par suo dietro il vocione del nostro. The Plea è un’altra traccia che ha il sapore southern rock, complice anche una slide insinuante che percorre tutta la canzone, a differenza di It Don’t Rain In California (provate ad andare a San Francisco ad Agosto e poi mi dite se non piove), un lento dalla melodia toccante ed accompagnamento discreto in cui spiccano ancora steel e violino, brano che contrasta con la vigorosa Wounded Mind, rockin’ country che mantiene un mood da ballata ma è contraddistinto da improvvise sventagliate chitarristiche. Il disco si chiude con Ramble, pianistica e crepuscolare, e con la pimpante The Raven And The Dove, limpido e corale pezzo country & western come solo in Texas sanno fare, che reca tracce di Jerry Jeff Walker nell’orecchiabile ritornello.

Con questi due album pubblicati praticamente insieme per un po’ dovremmo essere a posto con Cody Jinks, anche se, vista la qualità, non mi dispiacerebbe ne uscisse un altro tra qualche mese.

Marco Verdi

Sono Tornati: Più Che Da 6 Almeno Da7 e ½ o 8 , Ottimo Anche Il Concerto Di Milano Con “Sorpresa”! Mandolin Brothers – 6

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Mandolin Brothers – 6 – Martinè Records/Ird

Diciamo che 6 dischi in 40 anni (quelli di carriera che festeggiano quest’anno) non sono proprio una media da record, considerando che uno è anche un EP con allegato un DVD, ma se consideriamo che fino al 2000, anno in cui esce il primo CD For Real, avevano pubblicato solo una cassetta autoprodotta (che non mi pare di avere mai sentito) ecco che la frequenza delle uscite si fa più ragionevole, considerando anche l’album solista di Jimmy Ragazzon del 2016 https://discoclub.myblog.it/2016/12/01/come-i-suoi-amati-bluesmen-un-pavese-americano-finalmente-esordisce-con-una-valigetta-piena-di-belle-canzoni-jimmy-ragazzon-songbag/ , e poi, per essere onesti, gli unici che festeggiamo veramente 40 anni di carriera sono Jimmy e il chitarrista Paolo Canevari, gli altri alla data di fondazione del gruppo probabilmente non erano ancora nati (confermato!) o andavano all’asilo o alle elementari. Comunque, come si è soliti dire, quella che conta è la qualità, e nei loro dischi non è mai mancata, come testimonia anche questo nuovo “6”: 11 brani in tutto, di cui uno scritto da Jono Manson, che è anche il produttore, confermato dopo il precedente Far Out  , e una cover di The Other Kind di Steve Earle, sorta di inno generazionale come dice Jimmy, magari meno conosciuto di altre canzoni del cantautore texano, ma amato da tutti i componenti della band.

Nelle altre 9 canzoni Ragazzon appare come autore e co-autore in sei, con anche Riccardo Maccabruni e Marco Rovino che contribuiscono in modo consistente, e pure Canevari è co-autore di due brani, tra cui la celebrativa e suggestiva 40 Long Years, brano in cui appare il vecchio mandolinista (e chitarrista) del gruppo Bruno De Faveri. Tra gli ospiti, ai cori in It’s Time, il cantautore alessandrino Dado Bargioni, e alla chitarra, nella potente Bad Nights, il genovese, ma piemontese acquisito, Paolo Bonfanti. Il disco mi sembra un filo più rock del precedente, ma forse è solo una impressione, diciamo più elettrico, c’è un po’ meno blues, ma ci sono i soliti punti di riferimento della buona musica americana, Dylan, Springsteen, gli Stones (ops, diciamo del periodo americano),Allman Brothers, ovviamente Earle, la West Coast, i Little Feat, e potremmo andare avanti per anni. Purtroppo anche in questa nuova prova, a differenza di altri, magari anche bravi, che di recente sono usciti di melone, niente trap, indie, electro,  o qualche bel duetto hip-hop, anzi si dice featuring, si chiama ironia prima che qualcuno fraintenda. Tornando ai Little Feat, quando è partito il primo brano del CD, My Girl In Blue, mi sono chiesto se non mi avessero fatto uno scherzetto sostituendo il disco con uno della band di Lowell George, ma poi la voce era diversa, quella di Ragazzon, più matura e ben definita, grazie anche all’ottimo lavoro di produzione di Manson sembra addirittura migliorata, altri 40 anni e canterà meglio di Mick Jagger o Van Morrison: ma il tiro della slide, Rovino per l’occasione, e il groove, sono quelli, con la ritmica di Joe Barreca e Daniele Negro sul pezzo, l’organo di Maccabruni insinuante a spalleggiare la slide in gran spolvero e anche belle armonie vocali, ottima partenza.

C’è voluto tempo per completare questo nuovo disco, ma valeva la pena di aspettare, tutto è stato fatto con molta cura per i particolari, e le canzoni si ascoltano con grande piacere, come conferma l’incalzante Down Here, un solare ed avvolgente brano country-rock, o preferite Americana che fa più figo? Con un testo  ricco di speranze e resilienza, anche se non privo di note pessimiste, ma la musica vibra vigorosa, tra acustiche, elettriche tintinnanti e il pianoforte, quasi come i Byrds quando cantavano Dylan, con Roy Bittan al piano. It’s Time, con una melodia circolare, è più lenta e riflessiva, un mid-tempo, sempre con un bel suono delle pungenti chitarre elettriche, ottimo il piano e le armonie vocali più complesse, grazie alla presenza di Bargioni, melodie che profumano di West Coast; Face The Music, il pezzo scritto da Jono Manson è un R&R di quelli gagliardi, riff quasi stonesiano, ritmi  accelerati e chitarre sempre vibranti, fino a un cambio di tempo nella parte centrale che ci fa tuffare dalle parti di New Orleans, con slide e solista che tagliano l’aria, quasi come se i Little Feat ci fossero ancora (RIP Paul Barrere).  A Sip Of Life è una sorta di ondeggiante valzerone rock, cantato a due voci  dagli autori Maccabruni e Rovino, con un “piccolo” aiuto di Jimmy, anche all’armonica, mentre Lazy Days dell’accoppiata Manson/Ragazzon è più riflessiva ed intima, dolce e malinconica, elettroacustica, raffinata e con echi californiani, o visto l’autore, anche New Mexico. Lost Love è uno due brani firmato dalla vecchia guardia, con Canevari che si concede qualche soprassalto southern, tra chitarre “riffatissime”, organo d’ordinanza e sezione ritmica decisamente energica, fino alla coda chitarristica che dal vivo farà un figurone in concerto.

If You Don’t Stop di Maccabruni, tra mandolino e fisarmonica, ha un’aria più campestre e pastorale, grazie anche ad un bel intervento di una national steel nella parte centrale. Bad Nights è uno di quei brani elettrici tipici di quando la band inizia a tirare di brutto, tra folate di rock, come dicono gli americani che se intendono “firing on all cylinders”, avete presenti quei pezzi  sudisti degli Outlaws, quando le chitarre, anche Bonfanti che si aggiunge al festino, si sfidano a viso aperto, nel disco si interrompe all’improvviso, ma dal vivo prevedo sfracelli e comunque l’ascoltatore gode come un riccio. Il brano successivo, introdotto da un mandolino, sembra quasi una canzone di Steve Earle, e in effetti lo è, un sentito omaggio a Mr. Earle, una splendida versione di The Other Kind, uno di quei pezzi dove i Mandolin’ Brothers sono maestri nel convogliare le atmosfere quasi epiche di certe composizioni  di Steve, una meraviglia, tra mandolini, fisarmoniche e le citazioni del mito americano nel testo. A chiudere arriva 40 Long Years https://www.youtube.com/watch?v=pWec4JhLhqo , una sorta di autocelebrazione, con De Faveri della partita, ancora mandolino, fisa, chitarre acustiche in evidenza, e Jimmy che nel testo butta lì piccole citazioni, uno “Still Got Dreams” qui, un “Willin’” là, uno “Sleepless nights” sopra, sarà voluto? Glielo chiederò (NDB Ha confermato!): il risultato comunque è da veri Mandolin’ Brothers, quelli di un tempo ma anche quelli di oggi. Direi che più che 6 gli darei un bel 7 e ½ o 8!

Bruno Conti

mandoban

P:S. Spazio Teatro 89 Milano – 30 Novembre 1989

Ieri sera c’è stato anche il concerto di presentazione a Milano: di fronte ad un teatro quasi esaurito la band ha sciorinato l’album integralmente, più o meno anche seguendo l’esatta sequenza dei brani del disco. Jimmy aveva un principio di bronchite con raucedine, ma con la sua elegante camicia laotiana (così mi è stato detto) ha applicato la solita formula dello “show must go on” e se l’è cavata più che egregiamente. Come è noto i Mandolin’ Brothers dal vivo, come direbbe Abatantuono, sono “una putenza” e anche ieri sera non si sono smentiti: partenza a tutta slide con una gagliarda My Girl In Blue, e da lì in avanti non ce n’è stata per nessuno, Dado Bargioni è salito sul palco per It’s Time, Face The Music il brano di Jono Manson spostato più avanti nella scaletta, ma a questo punto accade l’imponderabile: un bel blackout improvviso e tutti al buio senza corrente. Dopo un attimo di sconcerto vengono serrate la fila e si procede in versione unplugged (ma senza microfoni), Bruno De Faveri sale sul palco in anticipo e viene improvvisata all’impronta una 40 Long Years acustica. Il pubblico approva e allora vai con Willin’ dei Little Feat Sweet Virginia degli Stones. Poi quando torna la corrente si provvede a completare a tutto R&R una sapida Face The Music, seguita da If You Dont Stop di Maccabruni. A questo punto sale sul palco anche Paolo Bonfanti (di cui è uscito di recente, insieme a Martino Coppo, un bellissimo Pracina Stomp, prodotto dal grande Larry Campbell, prossimamente sul Blog), e Jimmy giustamente dice “se ce l’abbiamo perché usarlo per un solo brano?”, e allora vai con la dylaniana Scarlet da Still Got Dreams e poi una poderosa Talk To Your Daughter di JB Lenoir (l’unico blues puro della serata), con trazione a tripla chitarra + armonica e fisa, con Canevari e soprattutto Bonfanti e Rovino, di fianco sul palco, che “se le suonano” di brutto, prima di ribadire, ovviamente con Canevari, in Bad Nights, con una vorticosa cavalcata chitarristica a tre, in pieno trip southern, che quando vogliono non ce n’è per nessuno. The Other Kind di Steve Earle è un tripudio di mandolini e fisarmoniche. Bombay Skyline è l’occasione per (ri)portare sul palco De Faveri e di fare un omaggio al “Fat man In the Bathtub” ovvero Lowell George, con un ritmo, ca va sans dire”, ondeggiante, alla Little Feat (italiani). 40 Long Years ci riporta a un suono più rootsy per il finale (del disco e del concerto), ma tornano, con Bargioni che canta una strofa, per l’omaggio a Dylan di Went To See The Poet, sempre da Still Got  Dreams,  che viene poi suonata, alla Born To Run di Springsteen.

Infine tutti e nove i musicisti insieme appassionatamente sul palco per un tributo al R&R ad alta densità di ottani dei Blasters, con una deragliante So Long Baby Goodbye. A questo punto, come Yanez, visto l’abbigliamento, Jimmy ci saluta e va a fumarsi l’ennesima sigarettina.. 

Una Doppia Razione Di Country-Rock Come Si Deve: Parte Prima. Cody Jinks – After The Fire

cody jinks after the fire

Cody Jinks – After The Fire – Late August CD

Se fossimo ancora negli anni settanta, uno come Cody Jinks apparterrebbe senz’altro al movimento degli Outlaws. Texano, Jinks è infatti un countryman di quelli duri e puri, che non scendono a compromessi ma fanno la loro musica, infischiandosene se il risultato finale è buono per le radio oppure no: dotato di un’ottima voce e di una altrettanto valida capacità di scrittura, Cody ha il ritmo ed il rock’n’roll nel sangue, e la sua musica è sempre molto elettrica e decisa. Attivo da più di dieci anni, Jinks ha avuto una carriera che è cresciuta disco dopo disco, sia in qualità che in popolarità, ed i suoi ultimi due lavori, gli eccellenti I’m Not The Devil (2016) e Lifers (2018) https://discoclub.myblog.it/2018/07/31/almeno-per-ora-il-disco-country-rock-dellanno-cody-jinks-lifers/ , sono entrambi saliti nella Top Five della classifica country, e tutto senza modificare di una virgola il suono. Il nostro è anche un musicista incredibilmente prolifico, e lo dimostra ora pubblicando ben due album quasi in contemporanea, After The Fire e, ad una settimana di distanza, The Wanting.

Qui mi occupo del primo dei due lavori, un album di puro country-rock texano come d’abitudine, che non mancherà di soddisfare gli estimatori del musicista di Haltom City. A differenza dei dischi precedenti After The Fire ha però una netta prevalenza di ballate rispetto ai pezzi più mossi, mentre The Wanting come vedremo è più spostato sul versante rock. Niente paura però, in quanto Jinks non ha perso la bravura di scrivere belle canzoni (spesso collaborando con altri autori, tra cui Paul Cauthen, Josh Morningstar, Larry Hooper e la moglie Rebecca Jinks), né di rivestirle con un sound robusto e vigoroso: la noia è quindi bandita in queste dieci canzoni, anche grazie alla durata contenuta dell’album (32 minuti). Cody è accompagnato da una rodata band che sa il fatto suo, che comprende Chris Claridy  alla chitarra solista, Joshua Thompson al basso (e produzione del disco), David Colvin alla batteria, il bravissimo Austin Tripp alla steel, Drew Harakal al pianoforte e Billy Contreras al violino. Un drumming potente introduce la title track, un brano cadenzato ma dal passo lento, con chitarre arpeggiate ed una melodia profonda e diretta: il suono si apre a poco a poco e la ballata si rivela di ottimo livello, grazie anche alla bella steel in sottofondo.

Ain’t A Train ha un ritmo pulsante, un dobro che lavora nell’ombra ed il pezzo procede spedito verso il refrain, che è seguito da uno spettacolare cambio di tempo sottolineato da un vibrante assolo di violino: puro rockin’ country di alto livello. Yesterday Again è uno slow elettroacustico e disteso, ancora con la splendida steel di Tripp a punteggiare la melodia ed elevare il brano dalla media, Tell’em What It’s Like è puro country texano, un lento decisamente ben eseguito e con il consueto motivo avvolgente e piacevole fin dal primo ascolto: Cody in questo album è più balladeer del solito, ma la grinta non viene di certo messa da parte. Think Like You Think è ancora uno slow cadenzato di ottima fattura, country al 100% e con un uso ispirato degli strumenti (con steel e chitarra twang in evidenza); William And Wanda è toccante, suonata benissimo e cantata ancora meglio, mentre One Good Decision movimenta il disco con un godibilissimo honky-tonk elettrico dal gran ritmo, texano fino al midollo. La delicata ed acustica Dreamed With One è quasi folk, con Cody che ci mette tutto il feeling in suo possesso, ed anche Someone To You prosegue sul tema delle country ballads evocative; il CD termina con la coinvolgente Tonedeaf Boogie, un irresistibile western swing strumentale suonato come si faceva ai tempi di Bob Wills, con assoli a ripetizione dei vari strumenti, un divertissement che chiude l’album all’insegna di ritmo ed allegria.

After The Fire ci presenta quindi un Cody Jinks diverso e più meditativo, ma non per questo meno interessante.

Marco Verdi

Le “Capre” Del Donegal Sono Tornate. Goats Don’t Shave – Out The Line

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Goats Don’t Shave – Out The Line – Pat Gallagher Music

Chi ci segue regolarmente sul Blog avrà notato che regolarmente, ad ogni uscita dei Goats Don’t Shave, il sottoscritto (con immenso piacere) è chiamato dall’amico Bruno a recensire i loro lavori: una ottima band irlandese che a partire dai primi anni ’90 è stata sicuramente una stella di prima grandezza nel panorama folk del periodo, alfieri di un suono intrigante che recupera in parte elementi popolari, e li mescola con robuste dosi di sanguigno rock (in tal caso recuperate i primi due bellissimi album The Rusty Razor (92) e Out In The Open (94). A distanza di tre anni dal loro ultimo lavoro in studio Turf Man Blues (16) https://discoclub.myblog.it/2016/04/28/cartoline-dal-donegal-goats-dont-shave-turf-man-blues/ , Pat Gallagher e le sue “capre” tornano con Out The Line (il CD non è recentissimo, uscito la scorsa primavera, ma ne sono venuto in possesso solo ora), registrato nei Gweedore GMC Studios, situati appunto nella verde contea del Donegal, con l’attuale “line-up” composta oltre che dal leader indiscusso Pat alla chitarra e voce, dal fratello Michael Gallagher alla batteria, Gerry Coyle al basso, Declan Quinn al mandolino e whistle, Seàn Doherty alla chitarra acustica, Charlie Logue alle tastiere, Jason Phibin al violino, con il contributo come corista della figlia Sarah Gallagher.

L’inizio di Out The Line è affidato alla corale Faraway Boys, con la sezione ritmica come al solito in gran spolvero, mentre la seguente The Drowning Man è una folk-ballad pulita, lineare, che fa da preludio alla più tirata e corposa Half Hanged Mcnaghten, che riporta alla mente certe cose dei mai dimenticati Pogues, mentre Don’t Give Your Love To Anyone è abbastanza anonima e purtroppo non aggiunge nulla di nuovo. Si prosegue con una song delicata e carica di emozioni come Just A Girl, con il cantato di Gallagher che duetta con il violino di Jason Phibin, seguita da We Got It Made grande ballata alla Hothouse Flowers, con tanto di influenze “soul” e il controcanto di Sarah, per poi recuperare dal singolo dello scorso anno una ballata “folk” dal titolo natalizio Christmas Day, e una Brother cantata alla Christie Moore, con una bella melodia intessuta dal violino di Phibin e la voce delicata di Sarah di supporto. La parte finale sposta l’obiettivo su un folk-rock indiavolato come Trouble In The Promised Land, con alla ribalta Mark Crossan e il suo Whistle, mentre Two Friends è una bella, acustica e nostalgica “love-song”, e infine andare a chiudere con il brano musicalmente più completo del lavoro, I Know Better Now, con un pregnante sound chitarristico, con la fisarmonica di Declan e il violino di Jason in evidenza.

Oggi come ieri la “leadership” dei Goats Don’t Shave è saldamente nelle mani di Pat Gallagher, che è cantante e autore di tutti i brani presentati sin dalla nascita del gruppo, brani che ancora oggi hanno punti di contatto con gruppi simili di riferimento come i Saw Doctors, Men They Couldn’t Hang per le ballate, e per i brani più tirati e corposi i Levellers e i Pogues dello “sdentato” Shane MacGowan. Per chi scrive Out The Line è di nuovo una prova decisamente positiva, che ci consegna una band che vive ancora un buon momento creativo, che ha ancora buone cartucce da sparare e diverse cose da dire, con canzoni che hanno un senso e una logica, che fanno pensare oltre che rilassare. In definitiva li conosce sa già cosa fare (o lo ha già fatto), per tutti gli altri è l’occasione migliore per entrare in contatto con una delle più interessanti band di musica “folk-rock” celtica ancora oggi in circolazione. Intramontabili!

*NDT: Come al solito purtroppo il CD è di difficile reperibilità, però se siete interessati scrivete al vecchio Pat sul suo sito, e sarà felice (dopo pagamento) di inviarvelo autografato. Alla prossima!

Tino Montanari

Dopo Cinque Anni Di “Assenza” Sono Più In Forma Di Prima! Micky & The Motorcars – Long Time Comin’

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Micky & The Motorcars – Long Time Comin’ – Thirty Tigers CD

Tornano a ben cinque anni di distanza dal loro ultimo lavoro Hearts From Above (quattro se contiamo il bellissimo live del 2015 Across The Pond https://discoclub.myblog.it/2015/10/12/dei-migliori-live-minori-dellanno-micky-the-motorcars-across-the-pond-live-from-germany/ ) i bravi Micky & The Motorcars, quintetto guidato da Micky e Gary Braun, fratelli originari dell’Idaho ma da anni trapiantati ad Austin, Texas. I due Braun Brothers sono soltanto la metà di altri due fratelli, Cody e Willy Braun, che a loro volta sono i leader dei noti Reckless Kelly (ed il loro padre è il countryman di culto Muzzie Braun). Una famiglia dalle profonde radici musicali quindi, e con tutti i componenti dotati di un notevole talento: attivi dal 2003, Micky e le sue Autovetture hanno infatti proposto da subito un country-rock elettrico e coinvolgente, dove ritmo e chitarre la fanno da padroni e le melodie orecchiabili vanno di pari passo con l’accompagnamento robusto. Più country dei Reckless Kelly, Micky e Gary (entrambi chitarristi, mentre Micky è anche la voce solista) non hanno mai fatto un disco sottotono, ed il mio dubbio era che dopo cinque anni di silenzio avessero un po’ perso lo smalto.

Niente di più lontano dalla verità: Long Time Comin’ è un altro lavoro solido, piacevole e coinvolgente allo stesso tempo, con una serie di canzoni fatte apposta per piacere al primo ascolto; oltre ai due leader troviamo ancora i fidi Joe Fladger al basso e Bobby Paugh alla batteria, mentre il posto della chitarra solista di Pablo Trujillo è stato preso da Josh Owen, che suona anche la steel. L’avvio del CD è al fulmicotone con la splendida Road To You, una country song tersa e solare dalla melodia vincente, che ricorda non poco il primo Steve Earle, che aveva lo stesso tipo di approccio rock: too rock to be country, too country to be rock, si diceva (così come Joe Ely negli anni settanta). La cadenzata Rodeo Girl potrebbe essere il genere di brano che avrebbe fatto Tom Petty se fosse nato in Texas: diretta, robusta e con le chitarre in primo piano; Alone Again Tonight è Americana al 100%, vibrante e decisamente bella, ancora con le chitarre a dominare affiancate da un organo hammond; Lions Of Kandahar ha un intro duro, al limite della psichedelia, poi Micky inizia a cantare e riporta tutto su territori più familiari, ma il pezzo resta decisamente rock e potente, con un bel crescendo strumentale https://www.youtube.com/watch?v=gotK5DVs9po .

All Looks The Same è più lenta ma mantiene comunque una certa tensione elettrica, e spunta anche un’armonica leggiadra, Thank My Mother’s God ha un ritmo sostenuto nonostante una strumentazione in parte acustica, ed è il brano più country finora, mentre Break My Heart è nuovamente puro rockin’ country, con l’ennesimo connubio vincente tra melodia e ritmo, ed è tra le più piacevoli, in contrasto con la lenta Run To You, una ballatona romantica alla maniera texana (cioè senza eccedere in smancerie). L’album termina con la tonica Stranger Tonight, country-rock song vigorosa e col solito refrain che “acchiappa”, la bella Hold This Town Together, ballatona in odore di Eagles con ottima prestazione di Owen alla slide https://www.youtube.com/watch?v=9PIeQscl_54 , e con la bucolica e deliziosa title track, scritta insieme a Bruce Robison https://www.youtube.com/watch?v=qtQu3T78h04 . Non solo Micky & The Motorcars non si sono persi per strada, ma Long Time Comin’ è probabilmente il loro album più riuscito.

Marco Verdi