Un Weekend Con Il Boss 2: Un’Autobiografia Tutta Da Ascoltare…Forse Anche Troppo! Bruce Springsteen – On Broadway

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Bruce Springsteen – On Broadway – Columbia/Sony 2CD – 4LP (dal 25 -01-2019)

L’uscita di un disco dal vivo accreditato a Bruce Springsteen è di per sé un piccolo evento, dato che il grande rocker del New Jersey nella sua carriera non ha pubblicato moltissimi album “ufficiali” registrati on stage (il famoso cofanetto del 1986, il non eccelso MTV Plugged, il Live In New York City della reunion con la E Street Band ed il Live In Dublin con la Seeger Sessions Band, ai quali sono da aggiungere, solo in formato video, il Live In Barcelona del 2003 ed il Live In Hyde Park del 2010, più quelli compresi nei vari box set celebrativi dei suoi album del periodo storico). Diverso è il discorso se, come il sottoscritto, non vi lasciate scappare neppure una delle uscite mensili dai suoi archivi live (proprio ieri mi sono occupato dell’ultima proposta, Leeds 2013), in questo caso l’uscita di questo Springsteen On Broadway potrebbe avere una portata notevolmente attenuata. Eppure il doppio CD (o quadruplo LP) è di indubbia importanza, in quanto documenta la serie di spettacoli che il nostro ha tenuto dall’Ottobre del 2017 fino a ieri, 15 Dicembre 2018, al Walter Kerr Theatre di New York per cinque volte alla settimana, uno show che doveva inizialmente durare un periodo limitato ma che a grande richiesta è stato prolungato sino a raggiungere le 236 rappresentazioni.

In queste serate, il Boss si presentava da solo sul palco con chitarra, pianoforte ed armonica, senza la minima scenografia, e raccontava in due ore abbondanti la propria vita accompagnando i monologhi con una serie di canzoni scelte ad hoc, come se fossero capitoli di un libro (ed infatti lo show era una sorta di rappresentazione teatrale della sua autobiografia Born To Run). Si partiva dall’infanzia a Freehold per poi trattare dei rapporti altalenanti con i familiari (soprattutto con il padre), della scoperta della passione per la musica, il lungo viaggio verso la California a bordo di un furgone, le prime esperienze con band giovanili, fino all’incontro con i vari membri della E Street Band. Poi i primi dischi, la ricerca del successo, la popolarità, la sua vita sentimentale, fino al suo rapporto in generale con l’America, terra di sogni ma anche di contraddizioni e precarietà. Tutto bello e tutto interessante, in vari momenti anche divertente (come quando il nostro scherza sulla sua fama di paladino della working class, dicendo che non ha mai visto una fabbrica dall’interno e che con questo spettacolo per la prima volta in vita sua lavora cinque giorni alla settimana, o nell’intro a Born To Run, nella quale asserisce con autoironia di avere corso talmente tanto da essere finito a vivere a dieci minuti da dov’era nato), ma il problema è che se si decide di pubblicare una versione audio dello spettacolo, bisognerebbe tenere conto che non tutti i fans del Boss sono americani, o comunque di madrelingua inglese, e quindi non è proprio il massimo ascoltare un CD dove per la maggior parte del tempo bisogna tenere le orecchie dritte per capire quello che dice il protagonista.

Sì, perché le parti narrate occupano la maggior parte dello show, precedendo ogni brano (tranne due), e spesso le introduzioni durano di più dei brani stessi, rompendo il ritmo ed appesantendo non poco l’ascolto (il caso limite è The Promised Land, undici minuti di introduzione e quattro di canzone). Meno male che le tracce parlate sono state separate da quelle cantate, così usando il tasto “skip” del telecomando (oppure programmando i due dischetti) si può ascoltare solo la musica, ma allora non si faceva prima a far uscire il doppio CD solo con le canzoni (singolo non sarebbe bastato comunque) ed aggiungendo un DVD/BluRay con lo show completo, magari con l’opzione dei sottotitoli? Certo che si poteva, ma in questo modo non avremmo dovuto ricomprare la stessa cosa tra qualche mese, quando il DVD uscirà da solo a parte (perché secondo me succederà, Springsteen non è nuovo a queste finezze, anche se essendo un prodotto per Netflix non è detto).

Inutile dire che le parti cantate sono impeccabili, dato che Bruce è comunque un performer coi fiocchi ed i brani li conosciamo, ma non si può parlare di un concerto acustico (come quelli dei tour di The Ghost Of Tom Joad e Devils And Dust) bensì di un monologo teatrale dove ogni tanto il protagonista canta e suona. Ci sono canzoni perfette per questa dimensione intima, non fosse altro perché erano più o meno acustiche anche in origine, come la rara (nel senso che nei concerti normali non la suona praticamente mai) My Father’s House, la toccante The Wish, eseguita al pianoforte, la splendida e drammatica The Ghost Of Tom Joad.

O anche diversi pezzi che benché spogliati della loro veste elettrica hanno una loro logica, come l’iniziale Growin’ Up, suonata con forza, la sempre commovente Thunder Road, una Born In The U.S.A. bluesata e già presentata in passato con questo arrangiamento, la già citata The Promised Land che si trasforma in una limpida folk song, la bella Long Time Coming, già in origine un folk elettrificato, o ancora My Hometown, che forse è preferibile in questa intensa rilettura pianistica piuttosto che nella versione di studio, un filo troppo prodotta. Ma Bruce non è un folksinger, bensì un rocker che ogni tanto si esibisce da solo, ed alcune canzoni non dico che non si applichino alla dimensione acustica, ma ogni tanto l’adattamento può risultare un po’ forzato, anche se il nostro se la cava comunque con la classe ed il mestiere: brani come Tenth Avenue Freeze-Out (che contiene un commosso ricordo di Clarence Clemons), The Rising o il trittico finale formato da Dancing In The Dark, Land Of Hope And Dreams e Born To Run sono canzoni legate a doppio filo al suono della E Street Band, e risentite così perdono un po’ in forza comunicativa. Ci sono anche due pezzi eseguiti insieme alla moglie Patti Scialfa, la bellissima Tougher Than The Rest e la pimpante Brilliant Disguise, e coincidono con uno dei momenti migliori dello show.

Springsteen On Broadway è quindi un’operazione dotata di una indiscussa valenza artistica, e risulta anche godibile se vi limitate all’ascolto delle canzoni, ma se avete voglia di un vero live del Boss forse fareste meglio a procurarvi, parlando di titoli usciti di recente,il Leeds 2013.

Marco Verdi

Un’Altra Produzione Di Tab Benoit, Dell’Onesto E Solido Rock-Blues. Eric McFadden – Pain By Numbers

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Eric McFadden – Pain By Numbers – Whiskey Bayou Records

Intrigato dal bellissimo album di Damon Fowler, prodotto da Tab Benoit per la propria etichetta Whiskey Bayou Records https://discoclub.myblog.it/2018/11/13/uno-dei-dischi-rock-blues-piu-belli-dellanno-damon-fowler-the-whiskey-bayou-session/ , mi sono andato a vedere il piccolo catalogo della etichetta di New Orleans, e tra i 5 nomi sotto contratto (forse) uno di quelli che mi ha incuriosito più era il nominativo di Eric McFadden, cantante e chitarrista di colore con una cospicua carriera discografica alle spalle ( e anche in ulteriore sviluppo, visto che in questo periodo ha pubblicato per una etichetta francese anche un piacevole e raffinato tributo acustico agli AC/DC https://www.youtube.com/watch?v=VTa0Aq2qrLo ), del quale mi pareva di avere recensito qualcosa in passato per il Buscadero. Lo stile dei dischi precedenti, al di là di qualche disco acustico, di solito è un alternative rock abbastanza tirato con elementi blues e jam, in virtù di sue collaborazioni varie con musicisti del giro Fishbone, Widespread Panic, Mars Volta, Cake, ma anche collaborazioni passate con George Clinton e con Eric Burdon, oltre a diversi tour con Anders Osborne, il musicista svedese che è una delle glorie della attuale New Orleans.

Quindi forse è sembrato quasi inevitabile che McFadden unisse le forze con Tab Benoit, altro cittadino di New Orleans. per registrare un disco rock-blues e a tratti anche roots oriented, benché sempre con venature rock molto energiche, per quanto sempre di buona qualità e perciò con un sound abbastanza differente da quello di Fowler. Ovviamente negli orientamenti sonori di Eric c’è anche una buona dose di funky, una passione per il rock hendrixiano e il blues “sporco”, ma nell’insieme, anche grazie al lavoro di produzione di Benoit, che suona pure l’organo in tutto il disco, il risultato è piacevole: poi il resto lo fa un power trio poderoso, dove il bassista Doug Wimbish, giro Living Colour, ma uno che ha suonato dal rap al funk al metal con chiunque, e il batterista Terence Higgins della Dirty Dozen Brass Band, come pure in azione con Ani DiFranco e Warren Haynes, sono una sezione ritmica versatile in grado di spaziare in generi diversi.  Le canzoni sono firmate tutte dallo stesso McFadden, con qualche aiuto qui e là, e vanno dal rock-blues roccioso e cattivo dell’iniziale While You Was Gone, dal ritmo cadenzato e con le folate della solista ingrifata di Eric, che potrebbero rimandare ad un altro rocker “colored” come Eric Gales, passando per il roots-rock raffinato di Love Come Rescue Me, dove grazie all’organo “scivolato” di Benoit, gli elementi di soul e Americana music sono più evidenti e la chitarra lavora di fino. In The Girl Has Changed il trio torna a picchiare di gusto a tutto riff, dopo l’interlocutoria Long Gone, mentre la lunga Skeleton Key è un altro hard blues massiccio di quelli hendrixiani, con la chitarra in overdrive e interscambi infuocati con il basso di Wimbish.

I Never Listened To Good è un’oasi gentile con l’acustica arpeggiata di McFadden che racconta di rimpianti e lezioni imparate duramente, a tempo di folk-blues; So Hard To Leave è il classico slow torrido che non può mancare in un disco prodotto da Benoit, che con il suo organo sostiene anche le evoluzioni vibranti della solista del nostro amico https://www.youtube.com/watch?v=fymsqwRrOxU . If I Die Today è un boogie-rock sudista spinto a tutta velocità dalle parti di ZZ Top, di Johnny Winter o dei Supersonic Blues Machine di Lance Lopez, altro chitarrista che predilige il blues-rock duro e cattivo, Fool Your Heart è un rock più leggero ed orecchiabile, quasi radiofonico, ma comunque di buona fattura. The Jesus Gonna See You Naked è un altro pezzo rock con qualche elemento gospel,  su una scorza sempre dura benché con qualche apertura più melodica, con la successiva Don’t Wanna Live, una vorticosa cavalcata  che potrebbe ricordare il Ben Harper o l’Anders Osborne più rock, anche dalle parti dei North Mississippi Allstars e con la chitarra in vena di numeri solistici non indifferenti, mentre la ritmica lavora in modo turbolento https://www.youtube.com/watch?v=aSxEbr8zzlM . In chiusura Cactus Juice, un pezzo strumentale in simil flamenco di impronta elettroacustica, che se non c’entra un tubo con tutto il resto conferma le notevoli doti di virtuoso della chitarra di Eric McFadden, in ricordo dei suoi anni passati in Spagna a studiare la materia. Nel complesso comunque un buon album, se amate il genere,

Bruno Conti

Ancora Sul Natale: La Festa E’ Qui! The Mavericks – Hey! Merry Christmas!

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The Mavericks – Hey! Merry Christmas! – Mono Mundo/Thirty Tigers CD

Ho sempre trovato strano che un gruppo “festaiolo” come i Mavericks non avesse mai pubblicato un album a carattere natalizio (solo un singolo in occasione del Record Store Day del Novembre dello scorso anno), una mancanza alla quale la band capitanata da Raul Malo ha deciso di riparare oggi con questo nuovissimo Hey! Merry Christmas!, che si pone da subito come una delle uscite a tema stagionale più interessanti di questo 2018. Tanto per cominciare Malo e compagni (Eddie Perez alle chitarre, Jerry Dale McFadden alle tastiere e Paul Deakin alla batteria e percussioni) non hanno fatto come il 90% degli artisti, anche i più blasonati, che scrivono uno o due pezzi nuovi e poi si affidano quasi totalmente a classici brani della tradizione natalizia, ma hanno deciso di mettere a punto un vero e proprio disco nuovo, con ben otto pezzi su dieci composti ex novo e solo due cover. Una scelta del tutto insolita, non esclusiva (per esempio anche Rodney Crowell ha appena pubblicato un Christmas record di soli brani originali https://discoclub.myblog.it/2018/11/11/per-un-natale-texano-diverso-rodney-crowell-christmas-everywhere/ ), ma che rende il risultato finale decisamente personale e tipico dello stile dei nostri, che stanno vivendo un momento di ottima forma dato che Brand New Day, il loro lavoro del 2017, è senza dubbio il disco migliore che hanno prodotto in questi anni duemila https://discoclub.myblog.it/2017/04/20/sono-tornati-ai-livelli-di-un-tempo-mavericks-brand-new-day/ .

Hey! Merry Christmas! è quindi un album vario, divertente, pieno di suoni, ritmo e idee, suonato alla grande e cantato al solito in maniera strepitosa da Malo, una delle grandi voci del nostro tempo; la produzione è nelle mani di Raul stesso e di Niko Bolas, collaboratore storico di Neil Young e già da anni a fianco dei Mavericks, e la parte strumentale è potenziata da un altro gruppo chiamato The Fantastic Five, che comprende la bellissima fisarmonica di Michael Guerra, Ed Friedland al basso ed una sezione fiati di tre elementi (Julio Diaz e Lorenzo Ruiz alle trombe e Max Abrams al sax), con in più la ciliegina dei cori femminili a cura delle McCrary Sisters, che donano un tocco gospel al solito mix vincente di rock, pop, country, ballate e Messico. Il CD inizia proprio con la canzone del singolo del 2017, Christmas Time Is (Coming ‘Round Again), un brano gioioso e ricco di swing, dal ritmo sostenuto e con un arrangiamento che rispetta la tradizione dei classici pop natalizi ed un aggancio alle produzioni di Phil Spector. Ancora un Wall Of Sound decisamente allegro con la squisita Santa Does, introdotta da un sax sbarazzino, un pezzo dall’aria molto sixties ed un ritornello da canticchiare al primo ascolto; la cadenzata I Have Wanted You (For Christmas) ha un’atmosfera nostalgica ed un suono che è una via di mezzo tra pop e country (e con un tocco mexican), mentre Christmas For Me (Is You) è una ballatona d’altri tempi, lenta e jazzata, con una notevole prestazione vocale di Malo ed un accompagnamento di gran classe.

Santa Wants To Take You For A Ride ha una ritmica sinuosa ed un mood che ha più di un debito con Elvis, una sorta di rockabilly con fiati davvero piacevole; It’s Christmas Without You ha ancora un mood decisamente vintage, sembra uscita da un disco natalizio di fine anni cinquanta, ed è tra le più gradevoli (e poi Raul canta meravigliosamente). Ho parlato poco fa di Phil Spector, ed ecco proprio Christmas (Baby Please Come Home), uno dei brani più popolari del famoso album natalizio del grande produttore newyorkese (la cantava Darlene Love): Malo e soci rispettano l’arrangiamento originale e tirano fuori una performance di grande forza, le sorelle McCrary forniscono adeguato supporto vocale e la canzone ne esce alla grande. Hey! Merry Christmas! è puro rock’n’roll, sempre con un occhio al passato, ed i nostri dimostrano di divertirsi un mondo, One More Christmas è nuovamente pop di classe, con suoni dosati alla perfezione ed atmosfera che resta inchiodata ai suoni di più di cinquanta anni fa. Chiusura con una rilettura al solito raffinatissima di Happy Holiday, canzone scritta da Irving Berlin e portata al successo da Bing Crosby nel lontano 1942. Mavericks e il Natale sono fatti gli uni per l’altro, e questo dischetto lo dimostra in maniera inequivocabile.

Marco Verdi

E Questo Nuovo “Giovanotto” Da Dove E’ Sbucato? Molto Bravo Però, Lo Manda Samantha Fish. Jonathon Long – Jonathon Long

jonathon long jonathon long

Jonathon Long – Jonathon Long – Wild Heart Records

Alcuni dei migliori musicisti in quel mondo che sta tra rock e blues ultimamente si dividono tra il loro lavoro e quello del produttore: prendiamo Mike Zito o Luther Dickinson, che alternano ai propri dischi la produzione per altri. Non sono due nomi fatti a caso, perché sono stati legati ai vari album incisi da Samantha Fish per la Ruf https://discoclub.myblog.it/2017/12/23/oltre-le-gambe-ce-di-piu-samantha-fish-belle-of-the-west/ . Ora anche la Fish, in questa tradizione di musicisti “scopritori” di talenti lancia per la propria etichetta Wild Heart Records un “nuovo” cantante e chitarrista Jonathon Long, che forse nuovo non è, avendo al suo attivo già due album pubblicati a nome Jonathon “Boogie” Long. Come dice lo stesso Long nella presentazione dell’album, il nomignolo derivava dalla sua passione per i blues classici e soprattutto per il boogie di John Lee Hooker, ma per questo terzo disco omonimo che vuole essere una sorta di nuova partenza per il cantante di Baton Rouge, Louisiana, sotto l’attenta produzione della Fish, all’esordio anche come produttrice, ma memore di quanto imparato dai suoi “colleghi”, realizza un album dove a fianco del blues, ci sono anche chiari elementi country, di quello buono alla Chris Stapleton per intenderci, e anche pregevole e gagliardo southern rock.

Accompagnato, oltre che dalla sua fida Gibson Les Paul, da Julian Civello alla batteria e da Chris Roberts al basso, Long propone una serie di canzoni, undici in tutto, rigorosamente originali, e con una durata complessiva dell’album di soli 38 minuti, ma come dicono gli americani “all killers no fillers”, è tutta roba di buona qualità. Dalla splendida Bury Me, una sorta di figlia illegittima di Simple Man, con le chitarre di Long e della Fish che mulinano riff senza pietà, e la voce robusta e vissuta di Jonathon intona una sorta di peana alla sua amata Louisiana “… Louisiana and the heavens above; bury me when I am gone, with my guitar and some cheap cologne, all that’s left is a pile of bones, remember me through the words of my song”, prima di rilasciare un assolo di rara intensità. E pure il resto del disco non scherza, Shine Your Light è una country ballad elettroacustica degna della migliori cose di Stapleton, tenera ed intensa, con l’aggiunta di organo e una seconda voce femminile non segnalati, che aggiungono profondità al suono, prima di un altro breve assolo da sballo, limpido e ben definito. That’s When I Knew è un funky-blues dalle paludi della Louisiana, avvolgente e gagliardo, con uso di piano elettrico ed un arrangiamento sempre raffinato e molto curato, mentre un wah-wah morde il freno sullo sfondo prima di salire al proscenio in grande stile.

The Light è un’altra raffinata country song con un violino che si insinua malinconico tra le chitarre acustiche arpeggiate a pioggia, sempre con i profumi della propria terra evocati nel testo https://www.youtube.com/watch?v=Hq5oNjTBSJA , mentre Living The Blues, a differenza di quanto suggerisce il titolo, sembra un brano della miglior Marshall Tucker Band, sinuoso ed incalzante, sempre con la solista ispirata di Long pronta a scatenarsi. Natural Girl è un country-rock di quelli duri e puri, tirato e saltellante, con piano ed organo ad integrare le solite chitarre in spolvero. The River è anche meglio, un lentone sudista  in crescendo di quelli da antologia, con Samantha Fish che aggiunge la sua voce potente e la sua chitarra slide (o è Jonathon?) ad una canzone interpretata magistralmente da Long; Pour Another Drink è quasi un ribaldo barrelhouse blues, con pianino malandrino e un’aria sconsolata da bar malfamato, subito seguito dalla poderosa The Road, una rock song classica ancora con la lezione del miglior southern incisa a fuoco nel proprio DNA, grazie alla solita egregia chitarra di nuovo in modalità slide. Where Love Went Wrong illustra il lato più sofisticato della musica del nostro, un blue eyed soul che ricorda la California solare degli anni ’70, prima di congedarsi con un’altra scarica di energia chitarristica affidata a una Pray For Me che avrebbe reso orgogliosi i migliori Lynyrd Skynyrd https://www.youtube.com/watch?v=N3R1H0QQ9J4 . Ricordatevi il nome, uno bravo che ha fatto un signor dischetto, caldamente consigliato!

Bruno Conti

Non E’ Mai Troppo Tardi Per Fare Il Miglior Disco Della Propria Carriera! Michael Martin Murphey – Austinology: Alleys Of Austin

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Michael Martin Murphey – Austinology: Alleys Of Austin – Wildfire CD

Michael Martin Murphey, texano di Dallas, veleggia ormai verso i cinquanta anni di carriera. Dopo una bella serie di lavori a tema country & western negli anni settanta, la decade seguente aveva visto Murphey pubblicare diversi album di carattere pop-country, di grande successo ma meno interessanti dal punto di vista musicale. Poi, dai novanta fino ad oggi, Michael si è prodotto in un meritorio recupero delle tradizioni, realizzando una lunga serie di dischi che, tra versioni di brani antichi e canzoni originali, trattavano il tema delle cowboy songs, con lavori come Sagebrush Symphony, The Horse Legends, Campfire On The Road, i due album a sfondo bluegrass Buckaroo Blue Grass 1 & 2, oltre naturalmente ai cinque episodi della serie Cowboy Songs. Ma un disco bello come Austinology: Alleys Of Austin, il suo nuovissimo full-length, probabilmente non lo aveva mai fatto. Austinology è una sorta di concept, un lavoro in cui il nostro omaggia la scena di Austin nel periodo pre-Outlaw, cioè dal 1968 al 1975, con una serie di brani originali (nuovi e non) e cover d’autore.

Un disco lungo (75 minuti), ma bello, intenso e prezioso, in cui Michael, in grandissima forma, ci porta letteralmente per mano nelle vie di Austin, attraverso canzoni che vanno dal puro country al bluegrass, dal pop raffinato alle ballate di stampo quasi californiano, con l’aiuto di musicisti di vaglia (tra i quali spiccano l’armonicista Mickey Raphael, lo steel guitarist Dan Dugmore, il chitarrista Kenny Greenberg ed il bassista Matt Pierson) e soprattutto di una serie impressionante di ospiti (che vedremo a breve), i quali impreziosiscono il disco con la loro presenza pur restando un passo indietro, così da non oscurare Murphey, che rimane il vero protagonista con le sue canzoni. Un’opera importante quindi, che va aldilà del concetto di country & western, e che per certi versi è equiparabile a The Rose Of Roscrae di Tom Russell. Alleys Of Austin apre benissimo il CD, una toccante ballata dall’accompagnamento classico a base di piano, chitarra e steel, un crescendo strumentale emozionante e la bella voce melodiosa del nostro, che cede volentieri il passo ad un vero e proprio parterre de roi: Willie Nelson, Lyle Lovett, i coniugi Kelly Willis e Bruce Robison, Gary P. Nunn e Randy Rogers. Inizio splendido. South Canadian River Song parte come una canzone folk sognante ed eterea, poi entra il resto della band ed il suono si fa pieno, con il piano a svettare, per un pop-rock per nulla melenso, anzi direi decisamente vigoroso.

Un bel pianoforte introduce la raffinatissima Wildfire, un pezzo di puro cantautorato, con uno stile simile a quello di James Taylor, che ospita un duetto vocale con Amy Grant: classe pura. Geronimo’s Cadillac è la rilettura di uno dei pezzi più noti di Murphey (ed è anche il titolo del suo debut album, 1972), una ballata limpida e cadenzata, dal refrain orecchiabilissimo e con Steve Earle a cantare con Michael, con le due voci, ruvida quella di Steve e dolce quella di Murphey, che contrastano piacevolmente. La lunga Texas Trilogy, scritta da Steve Fromholz, è uno dei pezzi centrali del disco, una sorta di epopea western divisa appunto in tre parti, che inizia con l’insinuante country-folk Daybreak, prosegue con la solare Trainride, tra bluegrass e country, e termina con la tenue e bellissima Bosque Country Romance, uno dei momenti più toccanti del CD. L’elettroacustica Backsliders Wine, con Randy Rogers, è puro country, un brano intenso, limpido e scorrevole, strumentato con gusto e con l’armonica di Raphael protagonista.

L.A. Freeway è una delle grandi canzoni di Guy Clark, e Michael l’affronta con indubbio rispetto, roccando il giusto e con l’accompagnamento vocale dei Last Bandoleros, mentre Texas Morning è interiore, quasi intima. Cosmic Cowboy è un altro dei brani di punta del lavoro, una deliziosa country song tutta giocata sugli interventi vocali di Nelson, Lovett, Nunn, Robison e con l’aggiunta del grande Jerry Jeff Walker con il figlio Django, e la bella steel di Dugmore a ricamare sullo sfondo. Proprio di Walker è Little Birds, altra canzone molto bella ed impreziosita dalla voce della Willis, mentre Quicksilver Daydream Of Maria sembra Tequila Sunrise degli Eagles con elementi messicani. La delicata Drunken Lady Of The Morning, solo voce e chitarra pizzicata, è nobilitata dalla presenza di Lyle Lovett, e ci prepara ad un finale col botto, ad opera della squisita e messicaneggiante Gringo Pistolero e dello strepitoso medley in stile bluegrass The Outlaw Medley, in cui Michael mescola alla grande pezzi come Red Headed Stranger (Willie Nelson), Ladies Love Outlaws (Lee Clayton) ed un trittico di classici di Waylon Jennings (Bob Wills Is Still The King, Are You Sure Hank Done It This Way e Don’t You Think This Outlaw Bit Has Done Got Out Of Hand): due brani che da soli valgono gran parte del CD.

Con Austinology: Alleys Of Austin Michael Martin Murphey ci ha forse consegnato il suo capolavoro: sarebbe un vero peccato ignorarlo.

Marco Verdi

Una Piccola Preziosa “Appendice” Di Un Album Comunque Bello. Blackberry Smoke – The Southern Ground Sessions

blackberry smoke southern ground sessions

Blackberry Smoke – The Southern Ground Sessions – 3 Legged Records/Thirty Tigers/Earache Records

I Southern Ground Studios sono a Nashville, una ex chiesa trasformata nel 1968 in studio di registrazione da Fred Foster, il fondatore della Monument Records, e acquistati poi da Zac Brown nel 2012 per farne il proprio quartier generale, oltre che una bellissima location dove incidere della musica “diversa” da quella dei soliti noti della Nashville più commerciale. Tra coloro che vi hanno registrato in tempi recenti le Pistol Annies, ma anche i Blackberry Smoke hanno deciso di farci una capatina per realizzare un mini album, propedeutico all‘ultimo disco della band Find A Light, uscito la scorsa primavera https://discoclub.myblog.it/2018/05/27/il-nuovo-southern-rock-colpisce-ancora-anche-da-nashville-tennessee-blackberry-smoke-find-a-light/ , di cui Charlie Starr e compagni hanno deciso di rivisitare in chiave elettroacustica cinque brani, oltre ad una cover molto sentita, e con l’aiuto di alcuni ospiti scelti con cura. In aggiunta all’amico ed abituale compagno di avventura, il chitarrista e tecnico del suono Benji Shanks, troviamo Amanda Shires, al violino e voce e Oliver Wood dei Wood Brothers, voce e chitarra.

Questa dimensione sonora meno rock e più intima e raccolta, ma non per questo meno coinvolgente, rende ancora più giustizia alle canzoni del gruppo, già di per sé molto valide anche in versione elettrica: sono solo venticinque minuti ma non sempre la maggiore durata corrisponde ad una migliore qualità, come si percepisce sin dall’iniziale Run Away From It All, uno dei brani firmati da Starr con Keith Nelson, un pezzo che cresce in questa dimensione dove le chitarre acustiche e l’organo sono assoluti protagonisti, insieme alle voci dei protagonisti, di questa versione più agreste e bucolica della loro musica, che rimane sudista ma acquisisce un piglio quasi di maggiore bellezza e serenità. Eccellente in questo senso anche Medicate My MInd, dove l’aria da pigra e ciondolante jam session fra amici viene ancor più arricchita dal lavoro delicato delle tastiere di Brandon Still che sottolineano la bella voce di Starr, del tutto a suo agio anche questo ambito più folkeggiante. Quindi arriva Amanda Shires per duettare con Charlie in una deliziosa Let Me Down Easy, dai contorni decisamente tra country e bluegrass, grazie anche ad una resonator malandrina che impreziosisce insieme al violino della Shires quella che di per sé era comunque una bella canzone.

Best Seat In The House è più mossa e conferma questa diversa prospettiva rispetto al suono elettrico di Find A Light, con un gusto maggiore per i particolari e il solito interscambio vincente tra piano, organo e chitarre acustiche; la perla di questo dischetto è comunque una versione molto partecipe e ricca di spunti emozionali di You Got Lucky di Tom Petty, dove il classico riff iniziale di questa bellissima canzone, rallentata ad arte per trasformarla quasi in una ballata dolente e che ne accarezza la melodia, viene ripreso dal violino guizzante di Amanda Shires che si intreccia con il piano elettrico e l’organo di Still e con le chitarre acustiche arpeggiate, oltre ad un mandolino, nella intensa parte finale strumentale, per una rilettura “magica” di questa canzone magnifica che riluce anche negli intrecci vocali tra Starr e Amanda, con il commento finale “that was beautiful”, che non si può non condividere. La chiusura è affidata a Mother Mountain, che in questa diversa veste sonora sembra quasi una perduta traccia della epopea West Coast di CSNY con gli intrecci vocali di Starr e Oliver Wood, ancora una volta raffinati e di grande fascino, sopra il tappeto sonoro delle consuete vibranti chitarre acustiche, in questa canzone ancora più affascinanti che nel resto del disco.

CD breve ma veramente intenso e bellissimo.

Bruno Conti

“Vero” Rock, Blues & Soul Di Squisita Fattura In Arrivo Dall’Altro Emisfero. Teskey Brothers – Half Mile Harvest

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The Teskey Brothers – Half Mile Harvest – Half Mile Harvest Recordings/Decca/Universal

Da qualche anno a questa parte si sta assistendo ad una fioritura di musicisti di talento che si rivolgono a quel filone musicale che fa capo alla soul music, al R&B ed al blues: penso a gente come Nathaniel Rateliff e i suoi Night Sweats, a Anderson East,  in Inghilterra James Hunter, per certi versi ed allargando il genere, pure Chris Stapleton potrebbe rientrare nella categoria (ma ce ne sono molti altri) e comunque non si può dimenticare gente come Marc Broussard o Jimmy Barnes, per non parlare dei “capostipiti” come Rod Stewart, Joe Cocker, Paul Rodgers, Frankie Miller, o il capo della brigata, il grande Van The Man, tutti uniti da una comune passione per la musica nera, per cantanti come Sam Cooke, James Brown, Otis Redding e molti degli alfieri della Stax. Gli ultimi arrivati sono i Teskey Brothers, vengono dall’Australia, da Melbourne, anzi da Warrandyte, dove si trovano i loro studi casalinghi, da cui prende il nome il disco, Half Mile Harvest e anche l’etichetta che lo aveva pubblicato down under già nel 2017.

Ora la Decca, cambiando delle tracce, lo ha distribuito a livello globale: oltre ai due fratelli Teskey, Josh quello dalla voce nera, che sembra uscire da vecchi vinili della Stax, o dai dischi registrati negli studi Fame di Muscle Shoals, troviamo anche il chitarrista Sam Teskey, e la sezione ritmica con Brendon Love, il bassista, che è anche il produttore del  disco, e Liam Gough alla batteria, più una consistente pattuglia di comprimari, impegnati ad armonie vocali, tastiere, fiati ed archi. Il gruppo tende a ricreare il sound di quel decennio magico che furono gli anni ’60, e quando viene fatto con passione, con freschezza, persino con classe, anche se la musica “forse” non è molto originale, si ascolta comunque con estremo piacere. La voce di Josh è potente ed espressiva, il timbro ricorda i grandi del genere, come testimonia subito l’iniziale Crying Shame, un intenso mid-tempo che profuma dei dischi di Otis Redding o del suo grande epigono bianco Eddie Hinton, con qualche retrogusto country, i fiati sincopati, la chitarra pungente di Sam e quella voce ruvida e partecipe che scalda i cuori, musica dell’anima poi ribadita nella vibrante Say I’ll Do che ricorda tanto le ballate intense ed accorate del James Brown più romantico ma non sdolcinato, con la chitarra sostenuta da tastiere, fiati ed archi. Pain And Misery è puro “deep soul from the south”, ancora con il fantasma benevolo di Otis che aleggia nell’aria, mentre Josh Teskey declama i suoi testi con passione e forza lodevoli, sempre con gli svolazzi dei fiati che sono tra gli elementi vincenti in questo brano https://www.youtube.com/watch?v=lBFZNVxG86o .

Shiny Moon, con una slide gentile che ricorda il sound di quella di George Harrison, è laidback country-soul-blues con la voce raddoppiata di Teskey, più pigra e meno urgente https://www.youtube.com/watch?v=Uz7lqcs-KLk  Anche il blues non manca nei contenuti di questo album, Reason Why miscela le dodici battute classiche con il cuore pulsante della musica soul, trovando spazi per l’armonica e la chitarra pungente e sospesa di Sam; I Get Up è un’altra soul ballad di quelle torride, voce solista pulsante, fiati, organo e voci di supporto di ordinanza che rispondono al cantato di Josh https://www.youtube.com/watch?v=R5fjHGtvPl8 .Louisa è uno dei rari brani più mossi, un R&B incalzante sostenuto dal battito delle mani e con un ritmo vagamente alla Baby Please Don’t Go, dove si fanno largo armonica, organo e chitarra https://www.youtube.com/watch?v=19UyfsrSG8s ; Til’ The Sky Turns Black è diversa dalle altre, al blues si aggiunge un tocco di gospel, ma il tutto risulta fin troppo attendista. Per fortuna  con Hard Feeling si torna al soul disperato e dolente del miglior Otis, che quando c’era da soffrire non era secondo a nessuno https://www.youtube.com/watch?v=O09rn7DXJDE , e il buon Josh dimostra di avere imparato la lezione alla perfezione. Ripetendosi nella parte introduttiva della lunga Honeymoon, quasi dodici minuti che diventano una sorta di jam blues, dove Sam Teskey è libero di dare spazio ripetutamente alla sua solista, tra florilegi di archi e fiati che nella parte centrale quando il tempo accelera ed entra anche l’armonica, assume tratti quasi epici, prima della chiusura in dissolvenza affidata all’organo. Un raro piacere per i padiglioni auricolari in un mondo dove ormai la musica di “plastica” è sempre più incombente.

Bruno Conti

Uno Dei Migliori “Nuovi” Chitarristi In Circolazione. Sean Chambers – Welcome To My Blues

seam chambers welcome to my blues

Sean Chambers – Welcome To My Blues – American Showplace Music

Il chitarrista della Florida torna con il suo settimo album, una dichiarazione di intenti più che un titolo, Welcome To My Blues è un ennesimo tassello di una “onorevole” carriera solista, iniziata nel 1998, quando, grazie al suo primo disco, fu scelto come direttore musicale della touring band di Hubert Sumlin con cui rimase quattro anni, e poi proseguita a colpi di rock-blues solido e roccioso, chiaramente influenzato dai grandi bluesmen, ma anche e soprattutto da Jimi Hendrix, e ancor di più, anche per proprietà traslativa, da Stevie Ray Vaughan, al quale parecchio si ispira pur non essendone un clone. Per gli amanti della chitarra dal suono tosto e ruvido, ma anche ricco di spunti tecnici pregevoli e con un suono limpido che spesso erompe dai canali dello stereo con una definizione veramente apprezzabile grazie al lavoro del produttore Ben Elliott (già all’opera nel precedente Trouble & Whiskey), uno che sa maneggiare questo tipo di musica grazie alle sue esperienze con gente come Leslie West, Savoy Brown, Albert Castiglia, Todd Wolfe, ma anche lo stesso Sumlin, Eric Clapton, Keith Richards, ed altri meno noti, registrati sempre nei suoi Showplace Studios di Dover, New Jersey, dove opera abitualmente e da cui prende il nome anche l’etichetta per cui incide Sean Chambers.

Il nostro amico, come mi era già capitato di dire in un passato anche recente https://discoclub.myblog.it/2017/05/22/poderoso-rock-blues-di-stampo-southern-sean-chambers-trouble-whiskey/ , ha una voce più che piacevole, potente e grintosa il giusto, ma soprattutto si apprezza la sua notevole maestria alla solista, con uno stile fluido e prorompente, in grado di esaltarsi in lunghi assoli che spesso traggono ispirazione e forza dai suoi idoli del passato. Prendiamo il brano di apertura, la title track Welcome To My Blues, un pezzo come altri dell’album firmato da Chambers insieme all’ottimo tastierista John Ginty https://discoclub.myblog.it/2017/04/24/unaltra-bella-coppia-musicale-john-ginty-feat-aster-pheonyx-rockers/ , un vorticoso rock-blues di impianto texano, che tanto deve alla musica del grande SRV, grazie anche alla solida sezione ritmica di Todd Cook, basso e Moe Watson, batteria, su cui si innestano le continue divagazioni della solista di Sean, ma anche l’eccellente Black Eyed Susie, un lento ed intenso blues d’atmosfera, con Sean Chambers alla slide e Ginty all’organo B3, seguita dalla prima cover, una lenta e cadenzata Cherry Red Winter, tratta da un disco Alligator del 1995 di Luther Allison, costellata da una serie di lancinanti e torrenziali assoli che rendono omaggio allo stile furioso di Allison e che avrebbero reso orgoglioso il suo “maestro” Stevie Ray Vaughan.

Notevole anche Boxcar Willie, l’unica canzone firmata in solitaria da John Ginty, che conferma il poderoso impeto del rock-blues di Chambers, sempre in evidenza con la sua brillante solista, prima di passare a Cry On Me, dove Ginty questa volta è al piano, per un ondeggiante shuffle dalla tipica andatura sudista; One More Night To Ride, scritta ancora con Ginty e con l’ospite Jimmy Bennett alla slide e Sean Chambers che pigia a tutta potenza sul pedale del wah-wah per un omaggio funky-rock a Mastro Jimi Hendrix https://www.youtube.com/watch?v=2tQ9PGJ5-Qk . Red Hot Mama tra blues e R&R, di nuovo con il nostro amico alla slide, vira decisamente verso tempi e sonorità alla Johnny Winter, con You Keep Me Satisfied, firmata di nuovo con Bennett e il bassista Cook, altro ottimo esempio del rock-blues irruente del musicista della Florida (citata nel testo), di nuovi con retrogusti southern rock, prima di tuffarci in un altro torrido “lentone” come Keep Movin’ On dove Chambers esplora ancora con classe e potenza il repertorio classico del miglior blues (rock), poi ribadito in una cover di All Night Long, un brano del 1972 di T-Bone Walker, costruito intorno ad un giro funky del basso e all’organo dei Ginty e che rimanda al sound dello Spencer Davis Group di Steve Winwood, sempre arricchito dalla fluente solista di Chambers https://www.youtube.com/watch?v=7A7mPCx93I0 , che in conclusione di album rende omaggio con uno strumentale jazzy e raffinato che, anche nel titolo, Riviera Blue, ricorda lo Stevie Ray Vaughan di Riviera Paradise, a conferma di uno stile eclettico e variegato che lo rende uno dei migliori solisti elettrici attualmente in circolazione.

Bruno Conti

Una Gran Bella Compilation Ma…Che Razza Di Anniversario E’ Il Ventunesimo? VV.AA. – Appleseed’s 21st Anniversary: Roots And Branches

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VV.AA. – Appleseed’s 21st Anniversary: Roots And Branches – Appleseed 3CD

La Appleseed è una casa discografica fondata nel 1997 da Jim Musselman, un avvocato attivista ed appassionato di musica folk, che aveva l’ambizione di creare un’etichetta che si ispirasse all’età d’oro del cosiddetto folk di protesta, in auge in America negli anni cinquanta e sessanta, e a gloriose label del passato come la Smithsonian Folkways, con l’intento di creare un roster di artisti di spiccata rettitudine morale e con un debole per le cause umanitarie, oltre che per il recupero di canzoni popolari del passato. E Musselman ha visto in breve tempo realizzarsi il suo sogno, dato che negli anni hanno inciso per la Appleseed, tra i tanti, vere e proprie leggende del folk come Pete Seeger e Ramblin’ Jack Elliott, o comunque grandi artisti come Tom Paxton, Tom Rush, Eric Andersen e John Stewart, ed è riuscito a coinvolgere nei vari progetti (come i tre tributi a Seeger o l’album benefico per i senzatetto Give Us Your Poor) anche musicisti non affiliati all’etichetta ma sensibili a certe cause, come Bruce Springsteen e Jackson Browne. Già nel 2007 era uscita una compilation, Sowing The Seeds, che riepilogava il meglio dei primi dieci anni della label, ma ora con questo Roots And Branches Musselman ha fatto le cose in grande, celebrando il ventunesimo anniversario (scelta che in realtà capisco poco, l’unica cosa che mi viene in mente è che in America i 21 anni sono la maggiore età) con uno splendido triplo album, che raccoglie il meglio della Appleseed, appunto nel periodo trattato, mettendo in fila una bella serie di brani comunque rari (sfido infatti chiunque ad averli tutti) ed aggiungendo ben nove canzoni nuove di zecca, tra inediti e pezzi incisi apposta per il progetto.

I tre dischetti sono divisi per vari temi: Let Truth Be Told, che riunisce canzoni di denuncia sociale, The Wisdom Keepers, con artisti di spiccato carisma ed importanza, e Keeping The Songs Alive, che comprende brani della tradizione. Vorrei soffermarmi nel dettaglio sui nove inediti, che iniziano proprio con Bruce Springsteen che propone una intensa versione del classico di Seeger If I Had A Hammer (la presenza di Pete aleggia costante in questo triplo, sia come artista che come autore), molto folk e piuttosto lontana dal brano allegro che conosciamo: inizio lento e quasi drammatico, poi il ritmo prende corpo e gli strumenti si intrecciano abilmente, con un dominio di chitarre, banjo, violino e fisarmonica (Bruce usa musicisti insoliti per lui, con l’eccezione di Charlie Giordano, Soozie Tyrell, e della moglie Patti Scialfa), tanto che, per stare in tema, sembra un pezzo tratto dalle Seeger Sessions. L’amico del Boss Tom Morello si cimenta con una rilettura folk-rock di Dirty Deeds Done Dirt Cheap degli AC/DC, scelta strana anche se bisogna dire che del brano originale non è rimasto molto: versione discreta, ma non indispensabile, anche perché Morello come cantante non è il massimo. Bravissimo invece l’attore Tim Robbins con una strepitosa Well May The World Go (ancora di Seeger), arrangiata in puro stile Irish folk: gran ritmo, melodia squisitamente tradizionale e feeling enorme, sembrano quasi i Pogues. Splendida anche Across The Border, canzone di Springsteen (era una delle più belle su The Ghost Of Tom Joad) affidata alla voce di Tom Russell, un altro che più invecchia e più migliora: il brano, registrato insieme a Jono Manson ed alla fisa di Max Baca, sembra proprio scritto da Tom, ha il suo passo ed anche le sue tematiche.

Wesley Stace in arte John Wesley Harding rifà una sua vecchia canzone, Scared Of Guns (con un reading da parte della figlia), un pezzo molto elettrico e dal ritmo sostenuto, cantato con voce “costelliana”; Anne Hills ci delizia con una versione pura e cristallina del classico di Bert Jansch Needle Of Death, riuscendo ad emozionare con due strumenti in croce, ed anche Donovan non è da meno con una rilettura ricca di pathos della nota ballata di origini irlandesi Wild Mountain Thyme, incisa insieme a due leggende come Danny Thompson, ex bassista dei Pentangle, e lo straordinario drummer Jim Keltner. Gli ultimi inediti sono di due artisti che non sono più tra noi: Jesse Winchester commuove con Get It Right One Day, gentile e stupenda ballata nel suo tipico stile garbato (era incompleta, l’ha terminata Mac McAnally), mentre There Is Love ci fa risentire la voce del grande John Stewart, per un brano con un’intensità da brividi. Il resto del triplo è quindi composto da brani già editi, ma risentiamo (ed in alcuni casi sentiamo per la prima volta, dato che è difficile possedere il catalogo completo della Appleseed) con grande piacere collaborazioni come una meravigliosa versione dell’inno pacifista Bring Them Home ad opera di Pete Seeger, Billy Bragg, Anne Hills, Ani DiFranco e Steve Earle, un reggae decisamente orecchiabile come Kisses Sweeter Than Wine, che vede Jackson Browne duettare con Bonnie Raitt, la poco nota Stepstone di Woody Guthrie, un brano folk di straordinaria intensità che vede un quartetto formato da Joel Rafael, ancora Browne, Jimmy LaFave ed Arlo Guthrie, ed una spettacolare Bring It With You When You Come con David Bromberg e Levon Helm.

Poi, ovviamente, altre grandi canzoni come Give Me Back My Country, splendido country-rock, limpido e solare, ad opera dei Kennedys, o ancora Tom Morello che stavolta ci regala una versione corale e deliziosa dell’inno americano non ufficiale, cioè This Land Is Your Land, o di nuovo Springsteen con il superclassico folk We Shall Overcome, diversa da quella finita sulle Seeger Sessions. Il redivivo Al Stewart ci delizia con la scintillante folk song Katherine Of Oregon, bellissima, la Angel Band con la travolgente Jump Back To The Ditch, tra folk e gospel, Tom Rush con la squisita What I Know (che classe), Lizzy West And The White Buffalo con l’altrettanto bella Portrait Of An Artist As A Young Woman. Infine, non mancano emozionanti riletture di traditionals e brani di dominio pubblico, vere e proprie gemme tra le quali non posso non ricordare The Water Is Wide (John Gorka), Rovin’ Gambler (Ramblin’ Jack Elliott), John Riley (Roger McGuinn con Judy Collins), fino ad una fulgida Where Have All The Flowers Gone, tra le più belle folk songs di sempre, da parte di Tommy Sands, Dolores Keane e Vedran Smailovic. Una collezione preziosa quindi, sia dal punto di vista artistico che culturale, e perfetto regalo natalizio per qualsiasi appassionato di musica folk.

Marco Verdi

Prosegue La Storia Infinita Della Band Di Joe Camilleri, Sempre Una Garanzia. Black Sorrows – Citizen John

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Black Sorrows – Citizen John – Blue Rose Records/Ird

Album n° 21 per la band di Joe Camilleri, si chiama Citizen John e segue il valido album dello scorso anno Faithful Satellitehttps://discoclub.myblog.it/2017/02/01/l-ennesimo-capitolo-di-una-band-storica-australiana-black-sorrows-faithful-satellite/  : un ennesimo capitolo della saga dei Black Sorrows, iniziata all’incirca 35 anni fa con l’album Sonola. Ma per Camilleri, nelle sue varie incarnazioni, anche come Jo Jo Zep And The Falcons, The Revelators,  e sotto altri svariati pseudonimi, ci viene detto, e mi fido, che questo è il 49° album di una sterminata discografia. Il buon Joe, nato 70 anni fa a Malta, è diventato una delle leggende del rock australiano, in possesso di una voce che a tratti ricorda un riuscito incrocio tra quelle di Van Morrison, Elvis Costello e Graham Parker, e anche musicalmente viaggia su questa lunghezza d’onda, magari inserendo su una base rock pure elementi blues, soul e R&B, senza dimenticare una sorta di unità di intenti con Willy DeVille che è sempre stato un punto di riferimento per lo stile di Camilleri. Il nuovo album, co-prodotto da Joe con il fido John McCall, che è anche il tastierista della band, comprende una decina di nuove composizioni di Camilleri e Nick Smith, il suo paroliere abituale, e tre cover che dimostrano l’eclettismo della band australiana.

Partiamo proprio da queste ultime: abbiamo una bella rilettura della canzone di Nina Simone Do I Move You, un brano dall’album N.S. Sings The Blues, e quindi un classico slow della grande cantante nera, interpretato con grinta dai Black Sorrows che pongono l’accento su armonica, chitarra e piano, in questa versione solida ed elettrica. La scelta di un brano di Bob Dylan cade su una canzone tra le sue meno note, Silvio, ma Camilleri e soci rendono la canzone di Down In The Groove una vivace e galoppante roots song, con in evidenza la slide di Claude Carranza, voci di supporto pimpanti, tra cui quella di Sandy Keenan, e un impianto elettroacustico al quale organo ed acustiche donano un aura divertita e “paesana”. Sitting On Top On The World di solito viene accostata a Howlin’ Wolf, ma in effetti viene dalla tradizione più antica di inizio ‘900 del blues e la versione della band  si rifà a questo canone sonoro, intensa e suggestiva, ma anche intima e gentile, con la bella e profonda voce di Camilleri in primo piano e un flauto che fa le veci dell’armonica. Tra le canzoni originali l’iniziale Wedsneday’s Child  è la tipica composizione alla Camilleri, dal chiaro substrato blues, con chitarre e tastiere, nonché le voci di supporto, guidate dalla Keenan, che si confrontano con la scura voce del leader in uno stile che rimanda appunto al DeVille più bluesy https://www.youtube.com/watch?v=n7oVa72_OTU ; non può certo mancare una delle classiche ed accorate ballate di impianto soul tanto care a Camilleri, e Lover I Surrender ne conferma la classe https://www.youtube.com/watch?v=X5APygIwD_Q .

Messiah ha echi gospel, che al tipico afflato tra soul e blues delle sue canzoni più potenti, affianca un eccellente lavoro di Carranza alla solista. Storm The Bastille, con il violino struggente di Xani Kolac e il mandolino di Kerryn Tolhurst che affiancano la slide di Carranza è un altro ottimo esempio del canzoniere del bravo Joe, che poi fa ricorso all’uso dei fiati per un’altra bella ballata come Way Below The Heavens, dove una tromba struggente affianca il violino, mentre un coro sontuoso avvolge con dolcezza lo spirito quasi celtic rock e morrisoniano di questa  canzone https://www.youtube.com/watch?v=yOZZnCe5uUg . Citizen John è uno swamp blues con uso fiati, tra Chris Rea e Tony Joe White, con il call and response di Camilleri e la Keenan ad insaporire il menu, dove spiccano un liquido piano elettrico e un bel assolo del sax di Wilbur Wilde. Una diversa sezione fiati, The Horns Of Leroy, fa la sua apparizione per un tuffo nel divertente jazz anni ’30 sbucato da qualche fumoso locale di New Orleans dell’era della Depressione, per la deliziosa Brother Moses Sister Mae, con la notturna e soffusa Nothin’ But The Blues, che in modo felpato ci fa apprezzare il lato più intimo del nostro, che poi va di latin rock molto alla DeVille nella mossa e coinvolgente Month Of Sundays  e poi nel rock più classico della brillante Worlds Away, sempre con quel retrogusto blues chitarristico che non manca mai nella sua canzoni migliori, e in questo disco ce ne sono parecchie. Una garanzia.

Bruno Conti