Si Può Fare Di Meglio, Grande Tecnica E Talento, Due Canzoni Notevoli, Il Resto Meno. Eric Gales – The Bookends

eric gales the bookends

Eric Gales – The Bookends – Mascot/Provogue          

Secondo album di Eric Gales per la Mascot/Provogue, dopo il discreto Middle Of The Road del 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/02/21/anticipazione-nuovo-album-il-24-febbraio-esce-eric-gales-middle-of-the-road/ : come mi è capitato di dire più volte recensendo i suoi dischi, Gales è un vero talento, un ragazzo prodigio all’esordio a 16 anni con la Eric Gales Band in un eccellente album per la  Elektra. Poi da allora 15 album, fino a questo The Bookends, con risultati alterni: la tecnica del mancino di Memphis non si discute, come le sane influenze,  Jimi Hendrix in primis, e Muddy Waters e Howlin’ Wolf, con i quali il nonno di Eric, Dempsey Garrett Sr., era solito cimentarsi in jam sessions, ma anche, tramite i fratelli Eugene e Manuel (conosciuto come Little Jimmy King), Albert e B.B. King. Hendrix è rimasto un imprimatur indelebile, i bluesmen meno, a favore di elementi rock, che sconfinano anche nell’hard e nel metal, oltre, negli ultimi anni, a parer mio purtroppo, pure derive pop, R&B “moderno”, persino hip-hop, con risultati non sempre eccitanti: molti alti e bassi, per quanto, come testimoniano i suoi dischi Live, rimane sempre un grande chitarrista a livello concerti.

Anche questo nuovo album non risolve il dilemma, a fianco di un paio di brani strepitosi, ce ne sono altri veramente scarsi: nella prima categoria metterei una rilettura gagliarda di With A Little Help From My Friends, insieme alla voce femminile del momento, ossia Beth Hart, una versione a due voci dove si apprezza la capacità di interprete di Beth, sempre in grado di incendiare le canzoni dove mette il sigillo della sua voce imponente ed appassionata, e anche il classico dei Beatles che tutti conosciamo nella versione di Joe Cocker, riluce con forza in questa interpretazione magistrale, dove non manca il ruggito vocale della Hart, che è ormai un marchio di fabbrica del brano, naturalmente per chi se lo può permettere, e anche Gales sia a livello vocale che con la sua chitarra contribuisce alla riuscita del tutto. L’altro brano notevole, non casualmente, è un altro duetto, questa volta con Doyle Bramhall II (altro musicista, eccellente come gregario, meno continuo come artista solo https://discoclub.myblog.it/2018/10/09/bravo-come-gregario-chiedere-a-clapton-ed-altri-meno-come-solista-in-proprio-doyle-bramhall-ii-shades/ ), alle prese con Southpaw Serenade, una canzone anni ’40, che qui diventa un lungo blues’n’soul raffinato, ma ricco di trasporto, dove le soliste dei due mancini si scambiano assoli con libidine e classe, sullo sfondo creato dalla band di Gales, dove brillano i suoi compagni di avventura, Mono Neon (Basso), Aaron Haggerty (Batteria),  la moglie LaDonna Gales (alle armonie vocali) e Dylan Wiggins (Organo).

Se tutto il disco fosse così non dico che si griderebbe al miracolo, ma sarebbe un bel sentire: come avrete capito anche questa volta non ci siamo del tutto, per usare un eufemismo, anche se grazie a questi due brani il disco si meriterebbe la sufficienza, ma le collaborazioni con B. Slade, ex cantante gospel “pentito”, come Tonéx, e ora artista a cavallo tra neo soul, hip-hop, trance, con qualche ricordo della musica di famiglia, prima illudono nella bella intro acustica di Something’s Gotta Give che poi si trasforma in un discreto duetto di soul moderno, ma poi deludono nella pasticciata bonus Pedal To the Metal (remix), un funkettino insulso https://www.youtube.com/watch?v=UHjuqqZAG6Y , in entrambi i brani si salva giusto il lavoro della solista di Gales. E non è che It Just Beez That Way, dove Eric si cimenta con un beatboxing hip-hop (giuro!) sia molto meglio, anche se il brano contiene la prima volta su disco di Gales alla slide, anche con wah-wah, ma il suono ha sempre questo arrangiamento “moderno” che almeno a chi scrive non piace molto https://www.youtube.com/watch?v=U9kkoYEJEhE . Più interessante, anche se non memorabile, Whatcha Gon’ Do, con qualche spunto hendrixiano, epoca Band Of Gypsys; insomma la produzione di Matt Wallace, famoso per il suo lavoro con i Maroon 5 (!) e che ha sostituito David Bianco, scomparso durante la realizzazione del disco, non entusiasma molto. Discreta la soul ballad How Do I Get You e non male il poderoso rock Reaching For A Change e il vorticoso strumentale virtuosistico Resolution. Finirei con il solito” Mah” che dedico ultimamente alle sue recensioni.

Bruno Conti

Una (Bella) Via Di Mezzo Tra Country E Soul. Adam Hood – Somewhere In Between

adam hood somewhere in between

Adam Hood – Somewhere In Between – Southern Songs CD

Adam Hood è un musicista nativo dell’Alabama attivo dai primi anni del secolo, ed è uno che se l’è sempre presa comoda, uscendo con un nuovo disco solo quando si sentiva veramente pronto: solo quattro album (ed un paio di EP) dal 2002 al 2014. Da buon uomo del sud, Adam è uno che bada al sodo, non incide tanto per farlo, magari ci mette un po’ di più del normale ma non vuole lasciare nulla al caso: Welcome To The Big World aveva ottenuto critiche lusinghiere (ed anche al sottoscritto era piaciuto da subito), ma con Somewhere In Between, il suo nuovissimo lavoro, Hood sale ulteriormente di livello. La sua musica è classificata come country, ma il termine nel suo caso è quanto mai riduttivo, in quanto nel suo sound troviamo decise tracce di southern soul, sia per l’accompagnamento classico basato sul suono caldo di chitarre ed organo, sia per la sua voce ricca di sfumature. D’altronde venendo dall’Alabama ed amando la vera musica non si può fare a meno di venire influenzati dal suono di quella terra.

Prodotto da Oran Thornton, Somewhere In Between contiene undici scintillanti esempi di puro country-soul, musica americana in maniera totale, canzoni che evidenziano l’ottima capacità di scrittura del nostro, suonate con estrema finezza da un gruppo di sessionmen coi fiocchi, tra i quali spicca il noto chitarrista Pat McLaughlin, già titolare di una carriera in proprio come musicista e songwriter e collaboratore, tra i tanti, di Rosanne Cash, John Prine, Cowboy Jack Clement e Neil Diamond. Le canzoni sono arrangiate con semplicità, due o tre chitarre al massimo, la sezione ritmica sempre presente, e l’organo a tessere sullo sfondo: il resto lo fa Adam con la sua bravura interpretativa. L’album inizia splendidamente con Heart Of A Queen, una fulgida e rilassata ballata giusto a metà tra il country classico ed il suono bucolico di The Band (sicuramente il gruppo di Robbie Robertson è una delle influenze principali del nostro), con una melodia dal pathos notevole e la bella voce del leader in primo piano. She Don’t Love Me è più ritmata ed elettrica, ma il timbro vocale di Hood ha sempre un approccio molto soulful, e qui si alterna con il tono più nasale dell’ospite Brent Cobb, altra bella canzone che il contrasto tra le due ugole migliora ulteriormente; la limpida Alabama Moon è tutta giocata su un gustoso intreccio di chitarre elettriche ed acustiche, un organo caldo ed un deciso sapore country got soul anni settanta (qualcuno ha detto Johnny Rivers?).

Molto bella anche Downturn, altra ballata dal passo lento, un country crepuscolare da ascoltare al tramonto, mentre con The Weekend il disco si sposta su territori decisamente rock-soul, un pezzo cadenzato ed annerito che il nostro conduce in porto con grande sicurezza, ed il suono è sudista al 100%; Bayou Girl è country come si farebbe in Louisiana, chitarra e dobro sugli scudi ed atmosfera decisamente laidback, in contrapposizione con la solare ed ariosa Easy Way, puro country-rock, che sarebbe già godibile di suo ma la voce soulful di Hood porta su un livello superiore. Locomotive è una pimpante rock’n’roll song, orecchiabile e diretta, che mostra la disarmante facilità di Adam nel proporre canzoni semplici ma di impatto immediato; Keeping Me Here aumenta il mood elettrico, l’attacco è quasi alla Tom Petty, ed il brano è ottimo da sentire sulle highways americane: tra i più riusciti del lotto. Il CD volge al termine, ma c’è ancora tempo per la tenue ed evocativa Real Small Town, senza dubbio la più country di tutte, e per la folkeggiante Confederate Rose, chiusura intima con accompagnamento della band decisamente sul versante rock.

Probabilmente Adam Hood non assaporerà mai il successo di pubblico, ma questo non gli impedirà di certo di continuare a fare musica con il cuore e con l’anima.

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 5. Good Old Boys – Live: Drink Up And Go Home

good old boys

Good Old Boys – Live: Drink Up And Go Home – RockBeat 2CD

E’ ben noto che Jerry Garcia non amasse starsene con le mani in mano, e anche quando era in pausa dai Grateful Dead riusciva a trovare il tempo per suonare ed incidere con altri musicisti, fossero essi Merl Saunders, Howard Wales, i New Riders Of The Purple Sage, gli Old And In The Way o più semplicemente quando era a capo della Jerry Garcia Band, sia acustica che elettrica. Un episodio meno conosciuto della carriera del chitarrista californiano è però quello dei Good Old Boys, un gruppo estemporaneo a carattere bluegrass guidato da David Nelson, leader dei già citati New Riders Of The Purple Sage, e dal fenomenale mandolinista Frank Wakefield, ai quali Jerry produsse l’unico album, Pistol Packin’ Mama, inciso nel ranch del drummer dei Dead Mickey Hart e pubblicato nel 1976. Prima di quel disco però i Good Old Boys fecero qualche serata in piccoli locali, non una vera e propria tournée ma pochi concerti in posti selezionati, dove alla chitarra di Nelson ed al mandolino di Wakefield, si univano il violinista Brantley Kearns, già con David Bromberg ed in seguito con Dwight Yoakam e Marty Stuart, il bassista Pat Campbell e lo stesso Garcia al banjo (e tutti quanti cantavano anche, come nella vera tradizione della mountain music).

Ora esce per la RockBeat un documento che non esiterei a definire eccezionale, cioè un live registrato dai nostri nel 1975 al Margarita’s Cantina di Santa Cruz in California da John Cutler utilizzando un registratore a due piste appartenente a Owsley Stanley (il mitico sound engineer meglio noto come “Bear”): Live: Drink Up And Go Home è un doppio CD inciso in maniera decisamente buona e godibile dalla prima all’ultima canzone, un documento ripeto notevole perché ha il merito di farci ascoltare una band durata pochissimo. Il repertorio è composto quasi unicamente da cover, siano essi brani tradizionali o appartenenti ai songbook di leggende del bluegrass (e non solo) come Bill Monroe, Roy Acuff, Kitty Wells, i McCoury Brothers, la Carter Family, Flatt & Scruggs, Jimmie Rodgers, Charlie Poole e gli Everly Brothers. Musica gioiosa, fatta per il piacere di suonare, spontanea, con qualche imperfezione tecnica ma vera, reale, non costruita. Prendete l’iniziale Ashes Of Love, si percepisce la voglia di suonare del quintetto e di dare il meglio, non importa se qualcuno a volte stona, sbaglia un’entrata o perde una battuta: il pubblico lo capisce e si lascia coinvolgere senza problemi. Deep Elem Blues la facevano anche i Dead (ma qui non canta Garcia), un bluegrass che più tradizionale non si può, con assoli continui tra i quali spiccano banjo e mandolino; Dim Lights, Thick Smoke (And Loud Loud Music) è un classico del country che hanno fatto in cento, ed i nostri la propongono in maniera rilassata e fluida, facendo risaltare la nota melodia.

Non sto a citare tutti i 24 pezzi della raccolta, mi limito a segnalarne alcuni lasciando a voi il piacere di scoprire il resto: la lenta I’ll Never Make You Blue, con un fantasmagorico Wakefield, la deliziosa She’s No Angel, una monumentale Wildwood Flower (sentite come suonano), l’irresistibile Long Gone, con Jerry che strimpella il banjo come se non ci fosse domani, una saltellante versione del superclassico T For Texas, i bluegrass-gospel Jerusalem Moan ed il gran finale con la famosa Orange Blossom Special, quasi sei minuti tiratissimi all’insegna del ritmo e con il mandolino di Wakefield suonato in maniera incredibile. Lo stesso Wakefield porta in dote due brani scritti da lui, Jesus Loves His Mandolin Player e New Camptown Races, due strumentali in cui il suo strumento è letteralmente in trance agonistica. Anche Garcia ha i suoi momenti: canta da solista nella splendida All The Good Times (una hit per Flatt & Scruggs) e nella pura e limpida Drink Up And Go Home, e si scatena al banjo nello strumentale di Roy Acuff Fireball Mail, una forza della natura. In uno degli ultimi post ho bacchettato la RockBeat, rea di aver fatto la “furba” con il live Late At Night di Mike Bloomfield, ma per questa doppia testimonianza dei Good Old Boys non posso che farle i complimenti.

Marco Verdi

Tra Canada E Texas Ancora Della Ottima Musica. Craig Moreau – A Different Kind Of Train

craig moreau a different kind of train

Craig Moreau – A Different Kind Of Train – Craig Moreau Music

Craig Moreau è un artista canadese, viene da Calgary, Alberta, ma ha svolto parte della sua (breve) carriera discografica anche negli Stati Uniti, soprattutto nell’area di Nashville, come autore di canzoni prima, e poi come interprete anche ad Austin, Texas e dintorni. Si diceva di una carriera breve, perché il nostro amico aveva esordito discograficamente nel lontano 2001 con un disco, Every Now And Then, che aveva anche avuto buone critiche, ma poi per formare una famiglia e mantenerla si era ritirato quasi subito dalle scene, tornando solo nel 2014 con l’ottimo The Daredevil Kid, registrato in quel di Austin, con la produzione di Mark Hallman, pure lui eccellente cantautore in proprio, e la partecipazione, tra gli altri di  Kevin Welch, Gurf Morlix, Kimmie Rhodes, Kim Deschamps, Ben Tagseth e Andre Moran, un disco dove i profumi del country texano si sposavano con quello meno becero di Nashville, grazie anche alla voce di Moreau che è stata avvicinata come timbro ed approccio musicale a quella di George Strait.

Per questo nuovo A Different Kind Of Train si è pensato di ripetere l’operazione, e anche se i nomi più noti non sono presenti, Hallman, che suona anche quasi tutti gli strumenti, Moran e Deschamps sono ancora della partita, mentre per alcuni brani, quelli più elettrici, registrati live in studio a Lehtbridge, Alberta, e suonati con la Craig Moreau Band, la produzione è affidata al compatriota Leeroy Stagger, altro profondo conoscitore del country, con un risultato finale più che soddisfacente sia per chi ama il buon country che l’Americana di pregio, sia per chi apprezza i suoni cantautorali , mediati con lo spirito texano. Proprio Off The Rack, la canzone che apre l’album è uno dei pezzi più rockeggianti, con la band che sciorina un rockin’ country vibrante, ma anche elegante, con fini intrecci vocali e le due chitarre di Ben Tagseth e Orlando Agostino (è uno dei nostri?) che interagiscono gustosamente tra loro e con il piano di Michael Ayotte. I brani sono tutti firmati dallo stesso Moreau (meno uno), e The Best Of Me, il primo di quelli prodotti da Hallman, ha un sound decisamente più raffinato, da cantautore classico, una bella ballata dal suono avvolgente, dove si apprezzano  le delicate armonie vocali di Barbara Nesbitt e le chitarre di Andre Moran, oltre alle tastiere di Hallman, veramente una splendida canzone da gustare appieno https://www.youtube.com/watch?v=fQLHLytaaq0 .

Molto bella anche l’elettroacustica Another Fence To Mend, più intimista e raccolta, sempre con una piacevole melodia cantabile, con quelle atmosfere tra roots e vecchi e nuovi outlaws (Guy Clark, Tom Russell, Billy Joe Shaver, Waylon Jennings e Darrell Scott vengono citati tra le sue influenze, mica male); l’unica cover, The L & N Don’t Stop Here Anymore di Jean Ritchie, è un altro dei pezzi “canadesi”, e viene presentato in un incalzante arrangiamento elettrico che rimanda a Lee Clayton o al JJ Cale più mosso, tra chitarre e batteria che viaggiano alla grande, sorprendente e decisamente riuscito, lui poi la canta veramente bene https://www.youtube.com/watch?v=HhQNM8P9Sdo . A Different Kind Of Train Song è aperta dal suono di una malinconica armonica, poi entra il vocione di Moreau accompagnato solo dall’arpeggio di una chitarra acustica e di un dobro appena accennato, con risultati ancora una volta vincenti, The Muse, sulle ali della pedal steel di Kim Deschamps, è una radiosa country ballad che ricorda quelle migliori di Michael Martin Murphey https://www.youtube.com/watch?v=eO4X01ItpTk , mentre la lunga The Old Man And The Fiver, l’ultimo brano “canadese” è un southern boogie blues di notevole intensità, giocato sugli intrecci tra organo e chitarre, con eccellenti parti strumentali https://www.youtube.com/watch?v=4s7GPrpa9NE . Shadows Left Behind è un’altra ballata sontuosa, stile nel quale il nostro eccelle, con Thirsty Soul che vira verso un outlaw honky-tonk energico, con pedal steel in spolvero e le ottime armonie della Nesbitt, per andare a chiudere con una ulteriore ballata di splendida fattura come Missing You In Texas, con vaghi rimandi anche ai brani di Jim Croce, a conferma della bravura di Craig Moreau: se lo trovate potrebbe essere veramente una bella sorpresa.

Bruno Conti

Correva L’Anno 1968 – Bonus Track. Pearls Before Swine – Balaklava

pearls before swine balaklava

Pearls Before Swine – Balaklava – Drag City CD

Pensavo che le recensioni riguardanti i dischi che nel 2018 hanno compiuto 50 anni si fossero esaurite con la disamina da parte di Bruno della versione ampliata di Cheap Thrills di Janis Joplin, ma, complice un momento in cui le novità discografiche latitano alquanto, ho voluto cogliere l’opportunità di parlare di un album che, pur non avendo l’importanza né del White Album né di Electric Ladyland (ma neppure di In Search Of The Lost Chord o The Village Green Preservation Society), rimane uno dei dischi più di culto dell’epoca nonché il capolavoro del gruppo che lo ha realizzato: sto parlando di Balaklava, secondo full-length dei Pearls Before Swine, band originaria della Florida e guidata da Tom Rapp, vulcanico e geniale musicista scomparso quasi esattamente un anno fa (l’11 febbraio 2018). I PBS oggi purtroppo sono un gruppo abbastanza dimenticato, ma tra gli anni sessanta e settanta erano fautori di un suono abbastanza unico in America, una sorta di fusione tra folk e psichedelia che non aveva molti termini di paragone: se proprio vogliamo, in certi momenti mi sembra di sentire il Tim Buckley meno sperimentale, mentre artisti contemporanei come Father John Misty e Fleet Foxes devono sicuramente qualcosa a questo tipo di sound.

 

I PBS erano una band i cui componenti venivano cambiati spesso e volentieri da Rapp, che era chiaramente il deus ex machina (e negli anni settanta Tom manterrà attivo il monicker nonostante i suoi lavori saranno sempre di più opere soliste): il loro esordio risale al 1967 con l’apprezzato One Nation Underground, ma è con Balaklava dell’anno seguente che i nostri pubblicano la loro opera unanimemente riconosciuta come la migliore. L’album prende il titolo dalla città della Crimea che fu teatro della famosa battaglia del 1854 tra impero russo da una parte e le forze alleate di Francia, Regno Unito ed impero ottomano dall’altra, ed è un lavoro dai testi profondamente anti-bellici, una sorta di pacifismo alternativo a quello della Summer Of Love della West Coast, mentre dal punto di vista musicale troviamo una serie di canzoni di stampo folk e sfiorate in più punti dalla psichedelia, una miscela intrigante che oggi viene riproposta con il suono opportunamente rimasterizzato per questa bella edizione che ricalca anche nella confezione il disco originale (e One Nation Underground aveva beneficiato dello stesso trattamento, quindi aspettiamoci la stessa cosa quest’anno per These Things Too, terzo album del gruppo), con la bella copertina che riproduce Il Trionfo Della Morte del visionario pittore olandese Pieter Bruegel: l’unico punto a sfavore di questa ristampa è la totale mancanza di bonus tracks, che ci stavano eccome dato che Balaklava durava appena mezz’ora.

In questo album la formazione dei PBS, oltre a Rapp che canta e suona la chitarra, comprende Jim Bohannon al piano, organo e marimba, Wayne Harley al banjo e Lane Lederer al basso, mentre un ridotto gruppo di ospiti (tra cui Warren Smith ed il noto jazzista Joe Farrell) riveste il suono con interventi di batteria, flauto, archi e corno inglese, mentre la produzione è nelle mani di Richard Alderson, già responsabile del suono dal vivo di Nina Simone, Thelonious Monk e Bob Dylan (compreso il mitico tour del 1966 con The Band). Dopo una breve introduzione parlata volta a ricreare un vecchio annuncio radiofonico, il disco si apre in maniera suggestiva con Translucent Carriages, un brano acustico in cui la voce limpida e decisamente da folksinger di Rapp viene doppiata dal suo stesso sussurro sullo sfondo, un’atmosfera bucolica e sognante di sicuro impatto. Il mood campestre prosegue con Images Of April, in cui si sente distintamente un cinguettio di uccelli, mentre un flauto accompagna la voce sospesa di Tom, e comincia a filtrare un certo sentore psichedelico; There Was A Man è semplicemente splendida, altro brano guidato da voce e chitarra e servito da una melodia straordinaria, in assoluto la migliore dell’album: nella gentilezza con la quale Rapp porge la canzone vedo qualcosa di Tim Hardin, altro grande songwriter oggi purtroppo dimenticato.

I Saw The World è tenue ed onirica, ma la strumentazione è più presente e circonda in maniera limpida la voce del leader, con il piano a dominare ed una leggera orchestrazione sul finale, Guardian Angels è un delizioso bozzetto per voce e quartetto d’archi, con un suono low-fi creato volutamente per farlo sembrare un brano uscito da un 78 giri degli anni venti, mentre Suzanne è proprio quella di Leonard Cohen (ed unica cover del disco), un pezzo perfetto per l’approccio di Tom e compagni, versione pulita, cristallina e leggermente più elettrica di quella del poeta canadese. Il CD, trenta minuti di pura bellezza, si chiude con la pacata Lepers And Roses, con una squisita base strumentale per piano, basso, flauto ed organo (e qui la somiglianza con Buckley è più marcata) e con la tesa ed inquietante Ring Thing, in assoluto il brano più psichedelico della raccolta. Un plauso alla Drag City per aver ritirato fuori dalla naftalina un gruppo come i Pearls Before Swine: Balaklava, oltre ad essere un piccolo grande disco, risulta attuale ed innovativo ancora oggi.

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 3. Heart – Live In Atlantic City

heart live in atlantic city

Heart – Live In Atlantic City – EarMusic/Edel CD/BluRay

Le Heart, noto duo formato da Ann e Nancy Wilson, non si sono mai tirate indietro quando si è trattato di immettere sul mercato degli album dal vivo. Solo negli ultimi cinque anni ci sono state ben quattro uscite registrate on stage (Fanatic Live, il natalizio Home For The Holidays, Live At The Royal Albert Hall con l’orchestra https://discoclub.myblog.it/2016/12/24/un-po-di-sano-classic-rock-al-femminile-heart-live-at-the-royal-albert-hall/  ed il Live At Soundstage), ed ora la label tedesca Edel va ad infittire il gruppo con questo Live In Atlantic City, pubblicato nel doppio formato CD/BluRay e registrato nel marzo del 2006 nell’ambito della trasmissione a sfondo rock Decades Live (la stessa da cui è stato tratto il disco dallo stesso titolo dei Lynyrd Skynyrd uscito lo scorso anno). Mercato inflazionato o no, le Wilson Sisters dal vivo sono sempre un bel sentire, dato che stiamo parlando forse del miglior gruppo rock al femminile in circolazione (in realtà un duo, la backing band è sempre stata molto variabile): Nancy è una valida chitarrista ritmica e ha sempre avuto un’eccellente presenza scenica, mentre Ann, a discapito di un fisico non esattamente da pin-up, ha mantenuto negli anni una potenza vocale formidabile, una sorta di versione femminile di Robert Plant, non a caso il cantante che l’ha influenzata di più.

Live In Atlantic City riassume in quattordici canzoni una performance molto solida del gruppo (completato dal chitarrista Craig Bartok, dalla tastierista Debbie Shair e dalla sezione ritmica formata da Mike Inez e Ben Smith), con l’aggiunta di diversi ospiti la cui presenza, va detto, è sempre in secondo piano rispetto a quella delle due sorelle Wilson, che restano indubbiamente le mattatrici della serata. I primi tre pezzi vedono salire sul palco Dave Navarro, chitarrista di Jane’s Addiction e Red Hot Chili Peppers: l’inizio è appannaggio di Bébé Le Strange, versione potente e decisamente zeppeliniana, con sezione ritmica granitica, chitarre in gran spolvero ed Ann che “addenta” da subito la canzone con la sua solita grinta. Straight On è un bell’esempio di funky-rock godibile dalla prima all’ultima nota, con un refrain diretto e vincente ed Ann che tira fuori una voce della Madonna, mentre Crazy On You è una delle signature songs del duo, un pezzo rock tirato ed elettrico, grande riff d’apertura e ritornello epico. All’epoca di questo show l’ultimo album delle due sorelle era Jupiters Darling, dal quale viene tratta Lost Angel, elettroacustica e folkeggiante (ma sempre alla maniera dei Led Zeppelin); a proposito di Zeppelin, nel CD troviamo due notevoli cover dello storico gruppo di Page e Plant, e cioè una devastante Rock’n’Roll in cui Ann e Nancy sono raggiunte da Gretchen Wilson e, ancora con Navarro, una altrettanto roboante interpretazione di Misty Mountain Hop, che non sfigura di fronte all’originale.

Gretchen (che porta dunque a tre il numero di Wilson sul palco) è presente anche nella rilettura di Even It Up, possente rock’n’roll con ritmo e chitarre come si non ci fosse domani, mentre Dog And Butterfly, una bellissima ballata acustica, viene cantata a due voci insieme a Rufus Wainwright. Non ho mai amato gli Alice In Chains, e sinceramente non capisco la loro “intrusione” (insieme all’ex Guns’n’Roses Duff McKagan) dato che non interagiscono con le Heart ma si limitano ad eseguire due brani del proprio repertorio (Would? e Rooster); per fortuna subito dopo abbiamo una strepitosa versione lenta ed acustica di Alone, forse la ballata più bella di sempre delle Heart, nella quale Ann duetta con Carrie Underwood regalandoci una prestazione vocale da pelle d’oca. Finale senza ospiti con tre classici assoluti del songbook delle due Wilson: la mossa Magic Man, ancora influenzata dal Dirigibile, una fluida e scintillante Dreamboat Annie, molto folk e con assolo di flauto da parte di Ann, e chiusura con la potentissima e sanguigna Barracuda. Non sono contrario di principio al proliferare di album dal vivo delle Heart: finché la qualità è quella di Live In Atlantic City possono pubblicarne anche uno ogni tre mesi, io non mi stanco di sicuro.

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 2. Linda Ronstadt – Live In Hollywood

linda ronstadt live in hollywood

Linda Ronstadt – Live In Hollywood – Rhino/Warner CD

Sembra quasi impossibile che un’artista dalla lunga e luminosa carriera (purtroppo interrotta da diversi anni a causa del morbo di Parkinson) come Linda Ronstadt non avesse mai pubblicato un disco dal vivo, pratica quasi obbligatoria per ogni musicista di successo negli anni settanta. E di successo Linda ne ha avuto per davvero, in quanto stiamo parlando probabilmente della cantante donna più popolare in America almeno nella seconda parte dei seventies, con diversi album e singoli andati al numero uno (e quello era ancora il periodo in cui i dischi si vendevano ed in classifica ci andavi solo se eri bravo). Questa mancanza è stata oggi in parte riparata dalla sempre benemerita Rhino con l’uscita di questo Live In Hollywood, testimonianza audio di un concerto televisivo tenuto dalla Ronstadt nell’aprile del 1980 ai Television Center Studios, ed andato in onda all’epoca per il canale via cavo HBO.

Una performance coi fiocchi, i cui nastri si pensava che fossero stati persi da anni, fino a quando il produttore e tecnico del suono John Boylan si è imbattuto quasi per caso nel classico scatolone il cui contenuto non rifletteva quanto c’era scritto all’esterno; Boylan aveva cercato per diverso tempo le bobine originali di questo show, specie dopo aver assistito ad una versione di esso uscita in un bootleg DVD di pessima qualità, ed è riuscito nel suo intento proprio quando aveva cominciato a perdere le speranze. Il risultato finale dimostra però che i suoi sforzi sono valsi a qualcosa, in quanto siamo di fronte ad una performance coi fiocchi da parte di un’artista al massimo del suo potenziale, la cui importanza si capisce ancora di più se si leggono i nomi della band stellare che l’accompagna: Danny “Kootch” Kortchmar alla chitarra, Dan Dugmore alla steel, Billy Payne (dei Little Feat) alle tastiere, Bob Glaub al basso, Russell Kunkel alla batteria, l’ex compagno di Linda negli Stone Poneys Kenny Edwards a banjo e chitarra, oltre al noto produttore Peter Asher alle percussioni e lo stesso Asher con Wendy Waldman alle voci, un gruppo di veri e propri habitué nei dischi dei musicisti che all’epoca contavano, specie in California.

Il concerto originale era durato un’ora e venti, ma per questo CD Boylan ha selezionato con l’aiuto della Ronstadt stessa le dodici performance a loro giudizio migliori (più una bonus track che però altro non è che la presentazione dei musicisti da parte di Linda), per quasi cinquanta minuti di ottimo country-pop-rock made in California, cantato e suonato alla grande, e con la ciliegina di un suono reso eccellente dalle moderne tecnologie. Si inizia con una splendida versione, puro rock californiano, di I Can’t Let Go (di Chip Taylor, come saprete la Ronstadt è sempre stata essenzialmente un’interprete), chitarre in primo piano e prestazione grintosa: Linda è in forma vocale top ed i membri della band si dimostrano subito degni della loro fama. La rilettura da parte della cantante di Tucson del classico di Buddy Holly It’s So Easy è uno dei grandi brani degli anni settanta, e quella sera Linda ne offre una versione più trascinante che mai, mentre tutti sappiamo che Willin’ dei Little Feat è un capolavoro assoluto, e la cantante la riprende con classe e maestria, guidata sapientemente dal piano liquido di Payne (che credo conoscesse la canzone piuttosto bene): interpretazione strepitosa di un brano monumentale.

La sbarazzina e solare Just One Look, un successo di Doris Troy, è un’altra grande hit di Linda, e mantiene il suo sapore anni sessanta, Blue Bayou di Roy Orbison (cantante che all’epoca non era ancora stato riscoperto), con ultimo verso cantato un spagnolo, non è esplosiva come quella di Roy, ma resta comunque una bella resa, mentre Faithless Love è una deliziosa country ballad scritta da J.D. Souther. A quell’epoca Linda aveva appena pubblicato un nuovo album, Mad Love, dal quale sono tratte la sinuosa Hurt So Bad (di Little Anthony & The Imperials), puro soft rock californiano di classe, e la roccata e coinvolgente How Do I Make You, scritta da Billy Steinberg, songwriter poco noto al grande pubblico ma responsabile, tra le altre, di vere e proprie hit come Alone delle Heart, Like A Virgin di Madonna, Eternal Flame delle Bangles e True Colors di Cyndi Lauper. Poor Poor Pitiful Me è una delle grandi canzoni di Warren Zevon, e Linda la riprende in modo vivace e ruspante, ma l’highlight del CD è una notevole versione della classica You’re No Good (Dee Dee Warwick), con una strepitosa jam finale guidata da Kortchmar che porta la durata del pezzo a sei minuti. Finale a tutto rock’n’roll con Back In The U.S.A. di Chuck Berry e con l’evergreen degli Eagles Desperado, versione lenta per sola voce e piano, cantata al solito splendidamente.

Ci sono voluti cinquant’anni per avere un disco dal vivo di Linda Ronstadt, e Live In Hollywood ha il merito di farci tornare idealmente nel bel mezzo di un periodo in cui la California, musicalmente parlando, era al centro dal mondo.

Marco Verdi

Dai Falchi Ai Guerrieri, Ma Sempre Quello L’Argomento E’. Mark Wenner’s Blues Warriors

mark wenner's blues warriors

Mark Wenner’s Blues Warriors – Mark Wenner’s Blues Warriors – Eller Soul 

All’incirca a metà 2017 era uscito l’ultimo album dei Nighthawks All You Gotta Do, uno dei migliori della loro discografia recente https://discoclub.myblog.it/2017/10/04/questa-volta-non-si-scherza-bentornati-a-bordo-the-nighthawks-all-you-gotta-do/ , ma ora un po’ a sorpresa (e ne parliamo con ritardo, visto che è già uscito da alcuni mesi, ma ormai le produzioni indipendenti americane, con rare eccezioni, si faticano a trovare e sono piuttosto costose, almeno per noi europei) esce un album solista di Mark Wenner, il leader maximo dei “Falchi della Notte”, il quinto che pubblica fuori dalla band,: due ancora negli anni ’80, nell’era del vinile, e due nella prima decade dei 2000. Il moniker scelto è Mark Wenner’s Blues Warriors, e dalla sua formazione storica si porta dietro il fedele batterista Mark Stutso, aggiungendo due chitarristi, Zach Sweeney, un solista emergente con trascorsi nel country, visto che suonava con Wayne Hancock, e Clarence ‘The Bluesman’ Turner, un musicista nero dell’area di Washington, D.C., con un album solista nel suo CV; a completare la formazione il contrabbassista Steve Wolf, un veterano che ha militato anche nella band di Danny Gatton, e un annetto abbondante fa ha rilasciato un album acustico in coppia con Tom Principato, The Long Way Home, di cui abbiamo parlato su queste pagine https://discoclub.myblog.it/2017/11/01/un-disco-anomalo-acustico-per-il-chitarrista-di-washington-d-c-tom-principato-steve-wolf-the-long-way-home/ .

Per l’occasione Mark Wenner e soci hanno deciso di realizzare un album tutto incentrato su pezzi classici del blues, con un paio di deviazioni nel R&R e un solo brano originale di Wenner, dedicato a Jimmy Reed. Niente per cui stracciarsi le vesti, ma un disco solido e ben suonato e cantato, a partire da un ”oscuro” brano di Muddy Waters, Diamonds At Your Feet, che era il lato B di un vecchio 45 del 1956, con Clarence Turner alla voce, che si rivela vocalist e chitarrista di buona attitudine e tocco molto classico, come pure Sweeney, mentre Wenner soffia nella sua cromatica, di seguito troviamo una divertente (Let Me Be Your) Teddy Bear, proprio il famoso brano di Elvis, che viene leggermente rallentato a tempo di blues, per essere vicini alla versione di Big Joe Turner, con il contrabbasso di Wolf che pompa il ritmo di gusto, mentre Mark canta e soffia nella sua armonica, alternandosi alla chitarra. Rock A While è sempre di Turner, un altro shuffle swingante, mentre Checkin’ Up On My Baby è Chicago Blues della più bell’acqua, sempre con il dualismo armonica-chitarra, Sweeeney per l’occasione, per questo brano che facevano benissimo Buddy Guy e Junior Wells; Just To Be With You era un altro brano di Muddy Waters, il classico slow blues cadenzato, con Turner di nuovo al proscenio, mentre il contrabbasso di Wolf marca il tempo con voluttà.

Altro pezzo da 90 è King Bee di Slim Harpo, con Wenner che interpreta i doppi sensi del brano, senza dimenticare di soffiare nell’armonica, come peraltro in tutti i pezzi di questo album; non manca l’omaggio a B.B. King con una sontuosa It’s My Own Fault, cantata da Stutso, che l’aveva già intonata con classe e potenza nei Drivers di Jimmy Thackery, e pure il R&R divertito di una frenetica Hello Josephine del grande Fats Domino, con armonica e chitarra a sostituire il piano. Un altro Sonny Boy Williamson con la intensa Trust My Baby, e poi il picking quasi country nello strumentale swing The Hucklebuck ad opera di Zach Sweeney, con assoli di tutta la band; Just Like Jimmy è un altro strumentale, come ricordato all’inizio, l’unico pezzo firmato da Wenner e dedicato a Jimmy Reed, e per chiudere un altro blues di quelli duri e puri come Dust My Broom, Robert Johnson via Elmore James per uno dei capolavori assoluti delle 12 battute, ovviamente con molta più armonica rispetto alle versioni abituali, di nuovo comunque con Robert Turner e Zach Sweeney co-protagonisti insieme a Mark Wenner.

Bruno Conti

Uno “Stilista” Del Blues, In Trasferta Al Sud. Tas Cru – Memphis Song

tas cru memphis song

Tas Cru – Memphis Song – Subcat Records

Ogni tanto, quando l’impulso creative lo assale, Tas Cru ci delizia con un nuovo album: e lo fa con alacre regolarità, visto che la sua discografia ormai conta una decina di album usciti tra il 2006 e il 2018 https://discoclub.myblog.it/2017/01/11/una-chitarra-e-una-voce-che-vivono-lo-spirito-del-blues-tas-cru-simmered-and-stewed/ , l’ultimo, questo Memphis Song, uscito  ormai qualche mese or sono. Perché il “problema” principale, direi quasi cronico, per i cosiddetti artisti di culto, è la scarsa reperibilità delle loro produzioni: in qualche caso però vale la pena di insistere. Come per Tas Cru, vero nome dell’artista newyorchese  Richard Bates, che è anche un divulgatore del blues, uno che gira per le scuole, pubblica anche dischi per bambini, per spargere il verbo delle 12 battute, e poi pubblica dischi dove il suo spirito eccentrico e l’arguzia e l’ironia dei suoi testi si sposano con una lettura del blues che miscela il suono classico, con derive rock, country, da cantautore, con tocchi errebì, come nel nuovo disco, che prende spunto dalla musica di Memphis per tornare ai suoi vecchi umori abituali.

Sono con lui in questa nuova avventura  Bob Purdy al basso, Dick Earle Ericksen all’armonica, Andy Rudy piano/clavichord, Guy Nirelli organo, Sonny Rock, Ron Keck e Andy Hearn che si alternano alla batteria, oltre alle voci di supporto femminili di Donna Marie Floyd-Tritico e Patti Parks, e la presenza di Mary Ann Casale che firma un paio di brani con Tas Cru, gli altri dieci sono suoi. Mentre nella title track appaiono come ospiti Victor Wainwright al piano e il giovane Pat Harrington alla slide, sempre proveniente dalla band di Wainwright https://discoclub.myblog.it/2018/04/14/un-grosso-artista-in-azione-in-tutti-i-sensi-victor-wainwright-the-train-victor-wainwright-and-the-train/ , che aumentano questo spirito che trasuda dai locali di Memphis lungo Beale Street. Cru non è un cantante fenomenale, diciamo comunque più che adeguato (laconico e stringato, vagamente alla JJ Cale), ma compensa con la sua abilità alla chitarra e come autore e arrangiatore raffinato, e Memphis Song, la canzone, lo dimostra abbondantemente, con il suo fluire accidentato, tra colline e vallate, di suoni che profumano di Americana music. L’altro brano firmato con la Casale è l’iniziale Heal My Soul, un nuovo vibrante e galoppante esempio del blues-rock coinvolgente del nostro amico, tra chitarre acustiche, piano, organo e armonica, che sostengono il call and response tra Tas e le voci femminili di supporto; Fool For The Blues ricorda vagamente i primi Dire Straits, altri discepoli di JJ Cale, sempre tra rock e blues, con l’organo di Nirelli a sostenere le divagazioni della solista del nostro.

In Give A Little Up Casale e Cru duettano con brio, in un brano dove l’armonica di Ericksen punteggia, su un ritmo funky-reggae vagamente alla Steely Dan, le eleganti divagazioni della band; la divertente Daddy Didn’t Give You Much è un funky blues più riflessivo, quasi un blue eyed soul, nuovamente ricercato nei suoni, dove organo e chitarra si intersecano tra loro, fino all’eccellente solo di chitarra, tutto feeling, di Cru. Have A Drink accelera i tempi e viaggia tra swing jazz leggero e boogie, con chitarra, organo e voce ben supportate dalle backing vocalists che rispondono con eleganza alle sollecitazioni della musica, mentre That Look è un altro funky-blues-rock molto sofisticato, siamo un po’ dalle parti del Robben Ford più carnale, e anche la discorsiva One Eyed Jack rimane in questi territori sonori, con l’aggiunta dell’armonica e un fluido solo di Tas Cru. Queen Of Hearts rimane nell’ambito dei semi delle carte, ma aggiunge una sognante ballata al menu del disco, sempre suonata con grande classe e souplesse, tra le cose migliori del disco, assolo incluso https://www.youtube.com/watch?v=pppjQPMfrpM ; Don’t Lie To That Woman, fin dal titolo, si avvicina al suono pigro e laidback del JJ Cale più jazzy, ma anche con un groove alla Donald Fagen, con Cru questa volta impegnato alla solista acustica. Feel So Good è un bel “bluesazzo” di quelli tosti, con interplay classico tra chitarra e armonica, sempre eseguito con lo stile elegante e mai sopra le righe del musicista di New York, che ci congeda con la lunga Can’t Get Over Blues, altro ottimo esempio del suo solismo squisito e di gran classe. Per chi ama gli “stilisti” del blues, quelli che sanno emozionare con garbo e talento.

Bruno Conti

Arrivano Le Prime Ristampe Del 2019, Alcune Interessanti, Altre Al Solito Inutili. Parte I: Robin Trower, Flamin’ Groovies, Curtis Mayfield, Renaissance, Gene Clark With The Gosdin Brothers

robin trower the studio albums 1973-1983

Il nuovo anno discografico, dopo una partenza lenta a livello di uscite, ma qualcosa si sta già muovendo, nei prossimi mesi prevede una serie di ristampe, tra cui, come al solito, troveremo alcune cose molte interessanti, e altre fondamentalmente inutili, in questo Post trovate le indicazioni di quelle che ho reputato insindacabilmente meritevoli di essere segnalate, tra quelle previste per febbraio e marzo, mentre di quelle che sono uscite alla fine di gennaio di alcune, nei prossimi giorni, troverete delle recensioni specifiche. Per cui partiamo con la prima parte, relativa alle pubblicazioni di febbraio. (*NDB. Ogni tanto alcune di queste anticipazioni sono fallaci, perché le case discografiche hanno la tendenza a variare a sorpresa le date delle uscite, e non sempre mi capita di aggiornare le situazioni: per fare un esempio il doppio CD Antologico di Tom Petty The Best Of Everything 1976-2016, che doveva uscire a novembre del 2018.è stato posticipato al 1° marzo, per evitare la quasi concomitanza temporale con lo splendido American Treasure). 

Robin Trower – The Studio Albums 1973-1983 – 10 CD Chrysalis – 08-02-2019

Di Robin Trower esce questo interessante cofanetto che raccoglie gli album del suo periodo migliore, anche in anticipazione dell’imminente nuovo album Coming Closer To The Day, il primo previsto per la nuova etichetta Mascot/Provogue in data 22 marzo (già sentito, al solito molto buono, quando sarà il momento ne leggerete). Ovviamente tra il 2010 e il 2012 erano giù usciti due cofanetti che raccoglievano questo materiale, A Tale Untold 1973-1976, che conteneva anche il Live del 1976, che manca nel nuovo box, il tutto in 3 CD, come pure 3 erano i dischetti di Farther On Up The Road 1977-1983, entrambi con qualche bonus aggiunta. Non solo, alcuni degli album, per esempio Bridge Of Sighs, il secondo album del 1974, uno dei più belli in assoluto, è stato pubblicato anche singolarmente, con la bellezza di ben otto bonus tracks tratte dalle BBC sessions, di cui non c’è traccia, per i soliti “misteri” delle case discografiche, nel nuovo box. Comunque per fare chiarezza, ecco il contenuto completo di The Studio Albums 1973-1983.

[CD1: Twice Removed From Yesterday (1973)]
1. I Can’t Wait Much Longer (2010 Remastered Version)
2. Daydream (2010 Remastered Version)
3. Hannah (2010 Remastered Version)
4. Man Of The World (2010 Remastered Version)
5. I Can’t Stand It (2010 Remastered Version)
6. Rock Me Baby (2010 Remastered Version)
7. Twice Removed From Yesterday (2010 Remastered Version)
8. Sinner’s Song (2010 Remastered Version)
9. Ballerina (2010 Remastered Version)

[CD2: Bridge Of Sighs (1974)]
1. Day Of The Eagle (2007 Remastered Version)
2. Bridge Of Sighs (2007 Remastered Version)
3. In This Place (2007 Remastered Version)
4. The Fool And Me (2007 Remastered Version)
5. Too Rolling Stoned (2007 Remastered Version)
6. About To Begin (2007 Remastered Version)
7. Lady Love (2007 Remastered Version)
8. Little Bit Of Sympathy (2010 Remastered Version)

[CD3: For Earth Below (1975)]
1. Shame The Devil (2010 Remastered Version)
2. It’s Only Money (2010 Remastered Version)
3. Confessin’ Midnight (2010 Remastered Version)
4. Fine Day (2010 Remastered Version)
5. Alethea (2010 Remastered Version)
6. A Tale Untold (2010 Remastered Version)
7. Gonna Be More Suspicious (2010 Remastered Version)
8. For Earth Below (2010 Remastered Version)

[CD4: Long Misty Days (1976)]
1. Same Rain Falls (2010 Remastered Version)
2. Long Misty Days (2010 Remastered Version)
3. Hold Me (2010 Remastered Version)
4. Caledonia (2010 Remastered Version)
5. Pride (2010 Remastered Version)
6. Sailing (2010 Remastered Version)
7. S.M.O. (2010 Remastered Version)
8. I Can’t Live Without You (2010 Remastered Version)
9. Messin’ The Blues (2010 Remastered Version)

[CD5: In City Dreams (1977)]
1. Somebody Calling (2012 Remastered Version)
2. Sweet Wine of Love (2012 Remastered Version)
3. Bluebird (2012 Remastered Version)
4. Falling Star (2012 Remastered Version)
5. Farther On Up the Road (2012 Remastered Version)
6. Smile (2012 Remastered Version)
7. Little Girl (2012 Remastered Version)
8. Love’s Gonna Bring You Round (2012 Remastered Version)
9. In City Dreams (2012 Remastered Version)

[CD6: Caravan To Midnight (1978)]
1. My Love (Burning Love) (2012 Remastered Version)
2. Caravan to Midnight (2012 Remastered Version)
3. I’m Out to Get You (2012 Remastered Version)
4. Lost in Love (2012 Remastered Version)
5. Fool (2012 Remastered Version)
6. It’s for You (2012 Remastered Version)
7. Birthday Boy (2012 Remastered Version)
8. King of the Dance (2012 Remastered Version)
9. Sail On (2012 Remastered Version)

[CD7: Victims Of The Fury (1980)]
1. Jack and Jill (2012 Remastered Version)
2. Roads to Freedom (2012 Remastered Version)
3. Victims of the Fury (2012 Remastered Version)
4. The Ring (2012 Remastered Version)
5. Only Time (2012 Remastered Version)
6. Into the Flame (2012 Remastered Version)
7. The Shout (2012 Remastered Version)
8. Mad House (2012 Remastered Version)
9. Ready for the Taking (2012 Remastered Version)
10. Fly Low (2012 Remastered Version)

[CD8: B.L.T. (featuring Jack Bruce & Bill Lordan) (1981)]
1. Into Money (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]
2. What It Is (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]
3. Won’t Let You Down (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]
4. No Island Lost (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]
5. It’s Too Late (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]
6. Life On Earth (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]
7. Once the Bird Has Flown (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]
8. Carmen (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]
9. Feel the Heat (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]
10. End Game (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]

[CD9: Truce (featuring Jack Bruce) (1981)]
1. Gonna Shut You Down (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]
2. Gone Too Far (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]
3. Thin Ice (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]
4. Last Train to the Stars (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]
5. Take Good Care of Yourself (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]
6. Fall in Love (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]
7. Fat Gut (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]
8. Shadows Touching (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]
9. Little Boy Lost (feat. Jack Bruce) [2012 Remastered Version]

[CD10: Back It Up (1983)]
1. Back It Up (2012 Remastered Version)
2. River (2012 Remastered Version)
3. Black to Red (2012 Remastered Version)
4. Benny Dancer (2012 Remastered Version)
5. Time Is Short (2012 Remastered Version)
6. Islands (2012 Remastered Version)
7. None But the Brave (2012 Remastered Version)
8. Captain Midnight (2012 Remastered Version)
9. Settling the Score (2012 Remastered Version)

Comunque, se non li avete, anche in considerazione del fatto che i vecchi box non si trovano, e del prezzo molto interessante del decuplo, ve lo consiglio, in quanto trovate il meglio della sua produzione (live escluso), ovvero i primi quattro dischi, ma anche i due con Jack Bruce.

flamin' groovies gonna rock tonite front flamin' groovies gonna rock tonite

The Flamin’ Groovies “Gonna Rock Tonite! The Complete Recordings 1969-71 – 3 CD Grapefruit Records UK – 22-02-2019

Flamin’ Groovies sono una delle band “culto” per eccellenza, una sorta di summa dei Beatles e degli Stones (e della British Invasion in generale) Made in America: il tutto rivisitato in modo geniale da un gruppo in cui hanno militato una serie di musicisti quasi geniali, e che è tuttora in circolazione. Ma questo box raccoglie il meglio del loro periodo migliore: se volete saperne di più sulla band, potete andare a rileggervi questo Post https://discoclub.myblog.it/2017/06/10/se-fosse-anche-inciso-bene-sarebbe-perfetto-3-flamin-groovies-live-1971-san-francisco/ , dove si parla di un live inedito del 1971. Diciamo che in questo cofanetto non mancano le bonus, anche se quelle del primo CD sono “ridicole” (solo le single versions di alcuni brani, vale a dire versioni più corte!), negli altri ce ne sono di più e anche interessanti. I tre album divisi si trovano ancora abbastanza facilmente, ma se non li avete questo piccolo cofanetto è assai sfizioso e meritevole di attenzione.

Tracklist
[CD1: Supersnazz]
1. Love Have Mercy
2. The Girl Can’t Help It
3. Laurie Did It
4. A Part From That
5. Rockin’ Pneumonia And The Boogie Woogie Flu
6. The First One’s Free
7. Pagan Rachel
8. Somethin’ Else/Pistol Packin’ Mama
9. Brushfire
10. Bam Balam
11. Around The Corner
Bonus Tracks:
12. Rockin’ Pneumonia And The Boogie Woogie Flu (Single Version)
13. The First One’s Free (Single Version)
14. Somethin’ Else (Single Version)
15. Laurie Did It (Single Version)

[CD2: Flamingo]
1. Gonna Rock Tonite
2. Comin’ After You
3. Headin’ For The Texas Border
4. Sweet Roll Me On Down
5. Keep A Knockin’
6. Second Cousin
7. Childhood’s End
8. Jailbait
9. She’s Falling Apart
10. Road House
Bonus Tracks:
11. Shakin’ All Over
12. That’ll Be The Day
13. Louie Louie
14. My Girl Josephine
15. Around And Around
16. Rockin’ Pneumonia And The Boogie Woogie Flu
17. Going Out

[CD3: Teenage Head]
1. High Flyin’ Baby
2. City Lights
3. Have You Seen My Baby?
4. Yesterday’s Numbers
5. Teenage Head
6. 32-20
7. Evil Hearted Ada
8. Doctor Boogie
9. Whisky Woman
Bonus Tracks:
10. Scratch My Back
11. Carol
12. Rumble
13. Somethin’ Else
14. Walking The Dog

curtis mayfield keep on keeping on box

Curtis Mayfield – Keep On Keeping On: Curtis Mayfield Studio Albums 1970-1974 – 4CD box set Curtom/Rhino – 22-02-2019

Anche questo box teoricamente è molto interessante: ma al di là dei contenuti musicali, assolutamente splendidi, come avrebbe detto Gianduia Vettorello a Mai Dire Goal, ci sono delle magagne. Intanto manca Superfly, sempre relativo a quel periodo, un album splendido, di cui circola comunque una versione in doppio CD, rimasterizzata e potenziata con ben 15 bonus tracks, ma poi non è stato incluso neppure il Curtis/Live del 1971, pubblicato sempre dalla Curtom, e che è invece presente nel cofanetto da 5 CD qui sotto, che al momento è regolarmente in produzione, ad un prezzo anche inferiore al box Rhino di prossima uscita.

curtis mayfield original series box 5 cd

Naturalmente tutte le mie osservazioni e critiche su queste uscite spero siano sempre utili per chi fosse interessato e comunque non inficiano la validità di queste proposte, servono solo a scegliere meglio e più informati su quanto offre il mercato. In ogni caso, come al solito, ecco i contenuti del cofanetto.

[CD1: Curtis (1970)]
1. (Don’t Worry) If There’s A Hell Below, We’re All Going To Go
2. The Other Side Of Town
3. The Makings Of You
4. We The People Who Are Darker Than Blue
5. Move On Up
6. Miss Black America
7. Wild And Free
8. Give It Up

[CD2: Roots (1971)]
1. Get Down
2. Keep On Keeping On
3. Underground
4. We Got To Have Peace
5. Beautiful Brother Of Mine
6. Now You’re Gone
7. Love To Keep You In My Mind

[CD3: Back To The World (1973)]
1. Back To The World
2. Future Shock
3. Right On For The Darkness
4. Future Song (Love A Good Woman, Love A Good Man)
5. If I Were Only A Child Again
6. Can’t Say Nothin’
7. Keep On Trippin’

[CD4: Sweet Exorcist (1974)]
1. Ain’t Got Time
2. Sweet Exorcist
3. To Be Invisible
4. Power To The People
5. Kung Fu
6. Suffer
7. Make Me Believe In You

renaisaance ashes are burning

Renaissance – Ashes Are Burning (Remastered And Expanded Edition) – CD Esoteric Records -22-02-2019

Anche questo album bellissimo nel corso degli anni è stato ristampato più volte: magari al momento della uscita, prevista sempre per il 22 febbraio, ci sarà l’occasione per parlare in modo esteso dei Renaissance, storica band britannica (ma popolarissima negli Stati Uniti) dalle molte vite, e legata soprattutto alla voce splendida e cristallina della propria cantante Annie Haslam, e al prog classicheggiante e raffinatissimo del gruppo. Questo album del 1973, probabilmente il migliore della loro discografia, esce in questa versione “definitiva” della Esoteric inglese, meritoria inglese specializzata in ristampe soprattutto di materiale anni ’70. In questa nuova versione ci sono circa trenta minuti di BBC Recordings del 1974 inedite.

1. Can You Understand
2. Let It Grow
3. On The Frontier
4. Carpet Of The Sun
5. At The Harbour
6. Ashes Are Burning
Bonus Tracks – Live BBC Radio “In Concert” 1974 (Previously Unreleased):
7. Can You Understand
8. Let It Grow
9. Ashes Are Burning

gene clark with the gosdin brothers

Gene Clark – With The Gosdin Brothers – Retroworld/Floating World – 01-03-2019

Per essere precisi questo CD è annunciato in uscita per il 1° marzo. Si tratta del primo disco solista di Gene Clark, appena dopo la sua fuoriuscita dalla formazione dei Byrds nel 1966, due dei quali, Chris Hillman Michael Clarke, parteciparono però alla registrazione di questo album, uscito nel Febbraio del 1967, uno dei primi dischi country (rock) dell’epoca, forse atratti fin troppo sovraprodotto, ma la voce di Gene Clark è tutta da gustare, grazie anche alla presenza dei Gosdin Brothers, un duo country/folk che all’inizio erano previsti solo come cantanti di supporto, ma sulla copertina del LP acquistarono un ruolo da coprotagonisti, insieme ad altri validi musicisti dell’epoca, come quelli della Wrecking Crew, ossia  Glen Campbell, Jerry Cole, Jim Gordon, Leon Russell, il futuro Byrd Clarence White Doug Dillard, con cui Clark registrerà un bellissimo album che è, quello sì, considerato tra gli antesignani del country-rock. Parlando di questo album è già stato pubblicato molte volte, l’edizione più significativa è quella pubblicata nel 2007 dalla Sundazed, ricca anche di bonus tracks, e che dovrebbe essere ancora in produzione. Viceversa di questa nuova edizione non si sa ancora il contenuto esatto del CD, quindi vedete voi!

Per oggi può bastare, alla prossima.

Bruno Conti