Cream, Il Primo Supergruppo Della Storia Del Rock. Parte II

cream 1968

cream 1968 RAH

Seconda Parte.

L’album successivo, a differenza di Disraeli Gears, viene registrato, tra Londra, New York e San Francisco, per la parte live, in un ampio lasso di tempo che va tra il luglio 1967 e il giugno 1968, progettato come un doppio, con un disco in studio e uno dal vivo,

Wheels Of Fire – 2 LP Polydor 1968 *****

Uscito il 9 agosto del 1968, l’album sarà disco di platino sia in Inghilterra che negli USA, dove è stato il primo doppio LP della storia del rock a vendere oltre un milione di copie. Prodotto ancora da Felix Pappalardi, con l’aiuto degli ingegneri del suono Tom Dowd e Adrian Barber, mentre la parte dal vivo fu registrata da Bill Halverson, la parte in studio riporta tre canzoni scritte da Ginger Baker con il pianista jazz Mike Taylor, quattro brani scritti da Bruce/Brown, e due cover blues scelte da Eric Clapton. Nella parte dal vivo ci sono solo quattro brani, ma per 45 minuti di musica. Direi che non c’è neppure un brano non dico scarso, ma al di sotto delle soglie della eccellenza. Anche se i Cream non erano un gruppo da singoli, ne vennero pubblicati due: White Room, uno dei pezzi rock più belli della storia, introduzione da sballo, con Pappalardi che aggiunge la sua viola all’incipit sospeso del brano, entrata a gamba tesa della batteria di Baker, Bruce che pompa come un ossesso sul suo basso e canta alternando timbro normale e falsetto, Clapton che ha sovrainciso diverse parti di chitarra, tra cui un wah-wah malandrin , alcuni interludi che ci preparano all’esplosione del wah-wah parlante di Manolenta nel gran finale indemoniato del brano, perfetto!

Sitting On Top Of The World è un blues lento e insistito basato sulla versione di Howlin’ Wolf, con Eric che usa diversi timbri della sua solista per creare un effetto maestoso, ma lascia la parte cantata a Jack Bruce, Passing The Time è una delle classiche composizioni di Baker, alterna passaggi intimi con Ginger anche al glockenspiel , Bruce a cello e calliope, e Pappalardi all’organo, alternate ad improvvise esplosioni di energia rock. Anche As You Said è una strana canzone, dalla struttura quasi orientaleggiante, cantata da Bruce, anche alle chitarre acustiche e al cello, Baker al charleston ; la seconda facciata si apre con Pressed Rat And Whartog, brano quasi baroccheggiante grazie alla tromba di Pappalardi, Bruce al recorder e Baker che recita il testo, oltre ad imperversare alla batteria e nel finale arriva Clapton.

Politician è un altro dei super classici dei Cream, tipico brano da power trio, dal tempo insistito e con i tre che si scambiano fendenti consistenti prima di andare ognuno per la tangente per conto proprio in modo travolgente. Those Were The Days, lato B di White Room, è uno dei pezzi rock più “convenzionali” scritti da Baker, un’altra impetuosa cavalcata del trio, con Ginger anche a marimba e campane tubulari, Pappalardi alle “campanelline svizzere” e un breve assolo ferocissimo di Clapton, quasi gemello di quello di White Room.

Born Under A Bad Sign scritta da William Bell e Booker T. Jones per Albert King, è un pezzo blues, un lento scandito, molto apprezzato anche dal pubblico del rock, grazie al riff in sincrono di chitarra e basso e al suono “grasso” e corposo della solista di Eric, che ci regala pure un lungo assolo, molto vicino al sound del grande Albert, mentre Deserted Cities Of The Heart, con Bruce anche al cello e Pappalardi alla viola, è un brano di impronta psichedelica, cantato sempre in modo impeccabile da Jack e con Baker indaffaratissimo alla batteria, con un altro grande assolo di Manolenta.

Dei quattro brani dal vivo, tre vengono dai concerti al Winterland di San Francisco, e uno da quello al Fillmore, tutti del marzo 1968, nel corso del lungo ed estenuante tour degli States che li elevò a livello di superstar, ma portò all’inizio della fine della loro breve parabola: i due brani della terza facciata, Crossroads e Spoonful erano le vetrine per mostrare la forza dirompente della solista di Clapton, mentre, nella quarta, Traintime, con le lunghe divagazioni di Bruce all’armonica, e Toad, con un fenomenale assolo di batteria di Baker, erano dedicate, nelle intenzioni del produttore Pappalardi, a mettere in mostra i talenti degli altri due.

Missione riuscita grazie alla loro versione del classico di Robert Johnson, che diventerà, in virtù delriff inconfondibile della solista di Eric, quella di riferimento per tutti negli anni e a venire, e poi in Spoonful “inventano” il power trio, l’heavy metal, il doom rock e le jam di libera improvvisazione in oltre 16 minuti dii pura libidine sonora, con un interscambio tra i tre che raggiunge livelli impensabili fino a pochi mesi prima, anche se il mondo del rock, da Hendrix in giù, rispondeva colpo su colpo a questo passaggio dal pop al rock, che aveva avuto i suoi primi lampi qualche mese prima in California, in quello che anche se si chiamava Monterey Pop Festival, nei suoi tre giorni aveva già sancito un cambio epocale nel mondo del rock. Tornando ai Cream, i tre non andavano più molto d’accordo, per usare un eufemismo, Eric Clapton aveva scoperto la musica della Band grazie a Music From Big Pink, ma fu comunque deciso, per motivi commerciali, di fare un tour di addio e pubblicare un ultimo album,

Goodbye Cream – Polydor 1969 ***1/2

“Solo” tre stellette e mezza, per i contenuti troppo brevi, non certo per la qualità della musica, anche se la parte in studio presenta un buon singolo, sotto la forma della collaborazione tra Eric e il suo amico George Harrison con lo pseudonimo de “L’Angelo Misterioso” (in italiano), che insieme firmano Badge, che è già una anticipazione del futuro suono di Clapton, prima con i Blind Faith e poi nei dischi da solista dei primi anni anni ‘70, un brano molto piacevole e gustoso, punteggiato dall’eccellente lavoro della solista di Slowhand; ma Doing That Scrapyard Things, il pezzo dell’accoppiata Bruce/Brown, sembra una parodia non particolarmente riuscita di Beatles e Kinks, e anche il contributo di Baker What A Bringdown, benchè anticipi nella parte iniziale e poi ripetutamente nel corso della canzone, il groove di Do What You Like dei Blind Faith, non soddisfa completamente quelle che erano le aspettative, anche se curiosamente alcuni critici, tipo Robert Christgau e altri, hanno detto che l’album aveva uno “squisito lavoro di studio” (cito testualmente!!) e “delle mediocri performance dal vivo”! Avremo ascoltato dei dischi diversi? Mah!

Comunque le tre tracce dal vivo, registrate nel concerto al Forum di Los Angeles del 10 ottobre del 1968, ed inserite nel recente box Goodbye Tour – Live 1968 **** (all’origine dell’idea per questo articolo retrospettivo https://discoclub.myblog.it/2020/03/18/anche-con-alcune-piccole-magagne-comunque-un-cofanetto-imperdibile-cream-goodbye-tour-live-1968/ ), sono comunque, nella loro “brevità”, rappresentative di quella formidabile macchina da guerra che erano i Cream: una ferocissima I’m So Glad con i tre che si titillano e si sfidano all’inizio, prima di sfoderare tutta la loro potenza in una jam fenomenale, ottimo anche il blues gagliardo di una scandita Politician e il veicolo, per lo spazio dedicato a Clapton, nello slow blues di Sitting On Top Of The World, cantate tutte da Bruce. In definitiva un buon album, ma con i suoi poco più di 30 minuti, non il commiato che avrebbe potuto essere, e forse lasciano anche un lavoro incompiuto che avrebbe potuto avere interessanti sviluppi!

Dischi Dal Vivo Postumi E Reunion del 2005

Live Cream – Polydor 1970 ***1/2

A dimostrazione che l’amore per il gruppo non si era ancora sopito, nell’aprile del 1970 quando venne pubblicata questa compilation di materiale dal vivo, in gran parte tratta dagli stessi concerti californiani del marzo 1968, più il singolo di studio del 1967 Lawdy Mama, l’album raggiunse il 4° posto delle classifiche inglesi, e il 15° di quelle americane, disco di platino in entrambi i paesi, con 300.000 e un milione di copie vendute: contiene vibranti versioni di N.S.U, dieci minuti, Sleepy TimeTime, una colossale Sweet Wine di oltre 15 minuti e la cover di Rollin’ And Tumblin’ di Muddy Waters, con Jack Bruce all’armonica.

Live Cream Volume II – Polydor 1972 ***1/2

Molto buono anche il secondo volume, che riporta sia altri brani tratti dai concerti al Winterland del marzo, ma anche tre pezzi estratti dalla esibizione all’Oakland Coliseum del 4 ottobre, che è poi uno dei concerti completi presenti nel cofanetto Goodbye Tour Live 1968. Niente brani lunghi, ma ottime versioni di Deserted Cities Of The Heart, White Room e Politician da Oakland, e Tales Of Brave Ulysses e Sunshine Of Your Love dal Winterland, l’unica eccezione, sempre dalla data di San Francisco, una lunghissima versione, oltre 13 minuti dello strumentale Steppin’ Out, con i prodigiosi magheggi in libertà di Clapton alla solista. Per errore, nella prima versione del vinile il brano venne indicato come Hideway.

Dopo un lungo periodo di litigi ed incomprensioni i tre si ritrovano nel 1993 alla cerimonia di induzione alla Rock And Roll Hall Of Fame, presentati da Robbie Robertson. Nel 1997 esce il box quadruplo Those Were The Days – Polydor ****, che raccoglie l’opera omnia dei Cream, divisa in due 2 CD di studio e 2 dal vivo, senza rispettare gli album originali, ma con molto materiale dal vivo, all’epoca inedito. Nell’aprile del 2003 esce il CD delle BBC Sessions ****, con (quasi) tutti i brani registrati per l’emittente britannica tra il 1966 e il 1968, 22 pezzi, più quattro tracce di una intervista ad Eric Clapton. Che convince i vecchi amici a tornare insieme per una serie di date alla RAH, il 2-3-5-6 maggio del 2005, che vengono celebrate con

Royal Albert Hall London May 2-3-5-6, 2005 – 2 CD o 2 DVD 2005 ****1/2

Fantastici concerti, i tre suonano come se il tempo si fosse fermato per loro: Eric Clapton nel frattempo è diventato anche un eccellente cantante, e Jack Bruce e Ginger Baker, a dispetto degli “acciacchi”, suonano sempre come la migliore sezione ritmica di tutti i tempi, sentire (e vedere) per credere. Nel frattempo ci hanno lasciati entrambi: Jack Bruce il 25 ottobre del 2014 https://discoclub.myblog.it/2014/10/26/jack-bruce-1943-2014-vita-nella-musica-il-piu-grande-bassista-nella-storia-della-musica-rock/  e Ginger Baker il 6 ottobre del 2019 https://discoclub.myblog.it/2019/10/06/se-ne-e-andato-anche-ginger-baker-aveva-80-anni-del-magico-trio-dei-cream-ora-rimane-solo-eric-clapton/ . Ma la leggenda continua.

Bruno Conti

Cream, Il Primo Supergruppo Della Storia Del Rock. Parte I

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Oltre ad essere stati, come ricorda il titolo, il primo Supergruppo della storia del rock, i Cream sono stati pure gli “inventori” del power trio, anche se alcuni obiettano che in epoche anteriori già altri avevano usato la formula del trio, citando nel blues il Muddy Waters Trio, nel periodo della nascita del Chicago Blues elettrico degli anni ‘50, oppure gli organ trios del jazz soul anni ‘60, ma è indubbio che nell’ambito del rock-blues sono stati i primi e probabilmente i migliori di sempre, subito dopo sarebbero arrivati i Jimi Hendrix Experience e a seguire i Taste di Rory Gallagher, gruppi nei quali i chitarristi oltre a svolgere il ruolo di solista, avevano anche una funzione ritmica. Poi negli anni a seguire e fino a nostri giorni la formula è stata utilizzata da un numero infinito di gruppi, ma Eric Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker, sono stati i precursori grazie alla immensa perizia tecnica dei componenti la band, unita allo sviluppo delle prime tecnologie applicate agli amplificatori, i Marshall per non fare nomi, che soprattutto dal vivo permettevano ai musicisti di essere ascoltati da platee sempre più numerose (ma questa volta anche per formazioni non necessariamente triangolari) e soprattutto di improvvisare in piena libertà, applicando la formula della jam session mutuata dalla musica jazz.

E in effetti Baker e Bruce erano due jazzisti prestati al rock che uniti ai funanbolismi di Clapton (stanco dell’approccio più “tradizionale” utilizzato prima negli Yardbirds e poi nei Bluesbreakers di Mayall), seppero creare questa costola grazie alla quale il rock non sarebbe più stato lo stesso. Nella estate del 1966 quando Clapton approccia Ginger Baker (o viceversa) con l’idea di formare una nuova band, Eric era indubbiamente il chitarrista più popolare in Gran Bretagna in ambito blues, ma voleva ampliare i suoi orizzonti sonori confrontandosi con dei suoi pari ai rispettivi strumenti. Eric e Ginger si conoscevano e stimavano ed erano consci delle loro abilità tecniche e virtuosistiche, ma fu Baker a proporre a Clapton di mettere in piedi una nuova formazione, proposta che fu subito accettata ma a patto che il bassista sarebbe stato Jack Bruce (che Eric aveva già conosciuto brevemente nel giro Bluesbreakers): il problema era che Bruce e Baker (all’epoca leader effettivo del gruppo, aldilà del nome) avevano già suonato insieme nella Graham Bond Organisation, dove c’erano state delle epiche e furiose litigate tra i due che erano sfociate in combattimenti, anche si dice con coltelli snudati e sabotaggi dei rispettivi strumenti, fino a che Ginger non lo licenziò dal gruppo. Comunque consapevoli del fatto che il nascente gruppo avrebbe potuto portare una svolta nello sviluppo del rock, i tre decisero di provare, assumendo il nome di Cream, abbreviazione di “cream of the crop”, il meglio del meglio, in quanto, senza false modestie, e in base anche alla crescente reputazione acquisita, si rendevano conto delle enormi potenzialità della loro musica.

Si decise che Jack Bruce sarebbe stato la voce solista (oltre che principale autore, insieme al paroliere Pete Brown), mentre Clapton (ancora insicuro delle sue possibilità come cantante) e Baker avrebbero dato un contributo sia a livello vocale che compositivo . La band venne messa sotto contratto dalla Reaction, che era l’etichetta fondata da Robert Stigwood, e fece il debutto non ufficiale il 29 luglio al Twisted Wheel, un piccolo locale di Manchester, e nei giorni successivi al sesto Festival Jazz e Blues di Windsor. Ad agosto entrarono in studio per iniziare, con la produzione di Stigwood, le registrazioni dell’album di debutto , che si protrassero fino a novembre. Nel frattempo, per contestualizzare il periodo, a settembre Jimi Hendrix si era abbattuto come un ciclone sulla scena musicale inglese e come recitava il famoso graffito “Clapton Is God”, Eric si era accorto di non essere più l’unica divinità a camminare sulla faccia della terra. Comunque il 6 Dicembre del 1966 esce

Fresh Cream – Reaction/Polydor 1966 ****

Il singolo che era uscito in contemporanea all’album, ma non inserito nella edizione inglese del LP, era I Feel Free, che fu un successo entrando nelle charts inglesi, ma non ancora in quelle USA, dove Clapton era un semi sconosciuto, essendo uscito dalla formazione degli Yardbirds, subito dopo la pubblicazione di For Your Love ed essendo stato l’album con John Mayall una sorta di flop negli States. In effetti il primo singolo ad uscire, nell’ottobre 1966 era stato Wrapping Paper, anche questo non inserito nell’album, ma poi aggiunto nelle successive versioni, anche quelle future in CD, un brano della premiata ditta Bruce-Brown, uno strano pezzo di impostazione quasi jazzata, felpato e raffinato con Bruce al piano e al cello, che comunque arrivò al n. 34 delle classifiche UK. Tornando a I Feel Free, il brano, sempre Bruce/Brown, con un approccio quasi pop grazie all’incipit vocale molto orecchiabile, poi si sviluppa nel classico sound alla Cream, con la chitarra di Clapton che inizia a farsi aggressiva, mentre la sezione ritmica è già molto presente, con Bruce che canta alla grande, il tutto in soli 2:49, ed arriva al n. 11 delle classifiche. Dall’album non vennero estratti altri singoli, ma comunque arrivò ad un rispettabile sesto posto in Gran Bretagna e al 39° in USA (meritandosi il disco d’oro per le vendite in entrambi i paesi): N.S.U del solo Bruce, comincia a lasciar intravedere lo stile esplosivo del trio, con basso e batteria molto in evidenza e la solista di Eric subito grintosa e lancinante, ma sempre in tre minuti scarsi; Sleepy Time Time scritto con la prima moglie di Bruce, Janet Godfrey, è uno slow blues, che rimane nell’ambito tracciato dai Bluesbreakers, ma illustra già le future derive più rock del nascente British Blues, sempre con Slowhand che continua a mantenere la sua reputazione di divinità del rock, non ancora intaccata da Hendrix.

Dreaming è un valzerone vagamente pop, psichedelico e sognante, ancora di Jack, mentre Sweet Wine, scritta da Ginger Baker con la Godfrey, è un poderoso brano che comincia ad illustrare il suono virulento dei Cream, con i tre a fronteggiarsi in continue eruzioni musicali all’epoca sconosciute nella musica rock di quei tempi, uno dei pezzi che poi entreranno tra i loro cavalli di battaglia dal vivo, per furiose future cavalcate. La prima cover è una rilettura magistrale di Spoonful, il brano, scritto da Willie Dixon per Howlin’ Wolf, diventa una minacciosa creatura, dove le folate della solista di Clapton si incrociano con l’armonica e la voce di Bruce, prima di aprirsi in una lunga jam session strumentale, il pezzo dura 6 minuti e mezzo, ed è l’anticamera dell’hard rock, del doom rock, dell’heavy, del power trio, tutto quello che vi viene in mente, un grandissimo brano che dal vivo diverrà un tour de force colossale di oltre 15 minuti. La seconda facciata si apre con Cat’s Squirrel, uno strumentale ispirato dal brano di un oscuro bluesman, tale Doctor Ross, con un riff ascendente irresistibile di chitarra e armonica, un breve intervento vocale e un drive sonoro pimpante (anche i Jethro Tull ne fecero una ottima versione nel loro debutto This Was), Four Until Late un brano di Robert Johnson arrangiato da Eric Clapton, è il primo di una serie di canzoni che Enrico rivisiterà del grande bluesman, diciamo non memorabile, andrà meglio più avanti.

Viceversa Rollin’ & Tumblin di Muddy Waters è un’altra esplosione del possente rock-blues triangolare + armonica dei Cream, poi ribadito nella rilettura splendida di I’m So Glad di Skip James, un riff indimenticabile, la parte cantata di Bruce, con i coretti geniali di Clapton e Baker, e l’esplosione strumentale di un Eric arrapato con la sua solista. Ginger Baker fa le prove con la sua Toad, per ora solo cinque minuti di psych-rock “riffatissimo” e uno di primi esempi di un assolo di batteria in un brano rock, ma in futuro il veicolo per memorabili, lunghissime. devastanti versioni live dove Ginger brutalizza il suo strumento senza requie. The Coffee Song, posta in chiusura, è una piacevole ma innocua traccia di impianto pop che si capisce perché il gruppo non voleva fosse pubblicata, ma non inficia il giudizio di un esordio gagliardo. *NDB Nel 2017 a Fresh Cream viene riservato il trattamento SuperDeluxe con un box da 4 dischetti (3 CD + 1 Blu-Ray audio), che oltre a contenere le 13 canzoni appena descritte, ne riporta le versioni mono, stereo, 5.1 Dolby Surround, e uno dei CD, il terzo, contiene materiale raro ed inedito. A tutt’oggi è l’unico disco dei Cream ad essere uscito in questo formato ampliato.

Nel maggio del 1967 il gruppo va in trasferta agli Atlantic Studios di New York, dove li aspettano un vero produttore, Felix Pappalardi (futuro bassista dei Mountain) e anche l’ingegnere del suono Tom Dowd, poi negli anni a venire a lungo collaboratore di Clapton per registrare il loro primo capolavoro.

Disraeli Gears – Reaction/Polydor 1967 *****

Il titolo è una paronimia (diciamo gioco di parole, per rendere più chiaro il concetto) che allude al famoso premier britannico del 19° secolo Benjanim Disraeli, ma il contenuto è assolutamente contemporaneo. Il disco, come il precedente, è abbastanza breve, poco più di 33 minuti, ma contiene almeno 5 o 6 brani che entreranno nella storia del rock: l’album arriva nei Top 5 delle classifiche inglesi, ed anche americane, dove vende un milione di copie. Vennero estratti due singoli: Strange Brew, una canzone scritta da Eric Clapton con l’aiuto di Pappalardi e della moglie Gail Collins, praticamente una variazione sul tema di un vecchio blues Lawdy Mama, inciso dai Cream a New York, con la produzione di Ahmet Ertegun, al quale vennero apportati dei ritocchi da Pappalardi e Collins, senza snaturarla troppo, ma trasformandola in una raffinata pop-rock song, cantata egregiamente da Eric, che tenta anche degli arditi falsetti, oltre a lavorare di fino alla chitarra, con un sound splendido della solista. Clapton che ci ha preso gusto e canta, assieme a Jack Bruce, anche in Sunshine Of Your Love: uno dei tre o quattro riff più famosi della storia, il bassista disse che gli idea gli venne mentre assisteva ad un concerto di Jimi Hendrix (che infatti la suonò quasi subito dal vivo), mentre il testo poetico è firmato da Pete Brown, dopo una nottata con Bruce alla ricerca di ispirazione per nuove canzoni, oltre al riff anche “It’s getting near dawn” e “When lights close their tired eyes”, sono entrate nell’immaginario collettivo degli amanti della musica rock, perché se il riff di partenza è derivato dal blues lo svolgimento del brano attinge anche dalla psichedelia e dalle derive jam che iniziavano a manifestarsi, con Bruce e Baker magnifici al lavoro ritmico e Slowhand che si inventa un assolo di una bellezza e liricità devastanti.

Il resto del LP non poteva essere tutto di questo livello, ma World Of Pain, sempre firmata da Pappalardi e Collins è una bella psych ballad cantata ancora de Eric e Jack, con un lavoro raffinato e certosino del wah-wah di Clapton, che sovraincide anche altre parti di chitarra. Stesso formato sonoro anche per Dance The Night Away, scritta da Bruce-Brown e cantata dalla accoppiata Eric/Jack, ancora con quella aura di psichedelia leggera tipica del periodo; Ginger Baker contribuisce con Blue Condition una sorta di valzerone rock con rimandi vaudeville, non memorabile ma piacevole. La seconda facciata si apre con Tales Of Brave Ulysses, il lato B di Strange Brew, una canzone scritta da Clapton (con l’aiuto di Martin Sharp) che lascia la parte cantata a Bruce, ma si inventa una minacciosa e ricorrente parte di wah-wah che anticipa quella poi portata quasi alla perfezione in White Room; ottima anche SLAWBR, She Walks Like a Bearded Rainbow”, altro eccellente esempio del rock psichedelico che i Cream stavano perfezionando in quell’album, sempre della premiata ditta Brown/Bruce, con Jack che poi offre una delle sue canzoni melodrammatiche che lo seguiranno anche nella futura carriera solista, We’re Going Wrong, punteggiata dalla solista di Clapton e dalle continue rullate di Baker, ha una forma inconsueta anche grazie al cantato in falsetto di Bruce e all’approccio diversificato dei tre musicisti.

Outside Woman Blues è uno dei due brani ispirati dalle 12 battute classiche nel disco, scritto da Blind Joe Reynolds nel 1929, benché sempre “Claptonizzato”, se mi passate il termine, con il tipico sound della solista di Eric, e Bruce e Baker che ricamano sullo sfondo.L’altro è Take It Back, brano scritto e cantato da Bruce, che suona pure l’armonica, in un pezzo non troppo ardito nei suoi sviluppi sonori. Mother’s Lament è un traditional cantato da tutti i tre, più adatto a qualche serata in pub a bere birra che nella tracklist di Disraeli Gears: che però si guadagna le sue brave cinque stellette anche per merito della versione Deluxe in doppio CD uscita nel 2004, dove nel primo CD troviamo due outtakes, tra cui la citata Lawdy Mama, cinque demos, con un paio di rarità, e nel secondo CD ben 13 BBC Sessions incise tra il 1967 e il 1968, provenienti dal CD pubblicato nel 2003.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Anche Con Alcune Piccole Magagne, Comunque Un Cofanetto Imperdibile! Cream – Goodbye Tour Live 1968

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Cream – Goodbye Tour – Live 1968 – 4 CD Polydor/ Universal

Se ne parlava da tempo ed era stato preannunciato in una intervista anche da Bill Levenson, il produttore e curatore del progetto, specialista di questi cofanetti retrospettivi ed esperto “archeologo” degli archivi del passato. Lo stesso Levenson ha più volte” lavorato” sugli album sia di Eric Clapton che dei Cream, che hanno ricevuto in passato il trattamento Deluxe in 2 CD sia per Disraeli Gears che per Wheels Of Fire, mentre il primo album Fresh Cream era stato pubblicato in edizione Super DeLuxe in un box da 3 CD + Blu-ray (ma magari della storia della band ne parliamo prossimamemente a parte più dettagliatamente). Questo nuovo Goodbye Tour – Live 1968 era stato prima annunciato come un triplo, con tre concerti completi, ma poi è stata aggiunta la prima versione audio assoluta del concerto finale alla Royal Albert Hall del novembre 1968, finora disponibile parzialmente solo in un documentario.

In tutto nel cofanetto quadruplo troviamo 36 brani (se contiamo come canzone anche l’introduzione di Buddy Miles al LA Forum), 19 che fanno la loro prima apparizione in assoluto su CD, cui vanno aggiunte le 9 canzoni registrate alla RAH: sono i concerti all’ Oakland Coliseum, Los Angeles Forum e San Diego Sports Arena, più la data londinese. Ricordiamo che all’epoca, nel commiato discografico contenuto in Goodbye Cream, uscito il 5 febbraio del 1969, venne utilizzata la miserrima cifra di 6 pezzi, 3 in studio (compreso il singolo Badge) e tre dal vivo, estratti dall’esibizione al Forum di Los Angeles del 19 Ottobre 1968; da quel tour erano usciti anche, contenuti nella parte live del box Those Were The Days del 1997, due brani dalla data del 4 Ottobre 1968 alla Oakland Coliseum Arena, di Oakland, California e due da quella al Forum di Inglewood, Los Angeles, California, del 19 ottobre 1968. Vogliamo dire come suonano i Cream in questi concerti? Divinamente è forse esagerare, ma con Eric “God” Clapton in formazione, insieme al miglior bassista e al miglior batterista del mondo, nelle persone di Jack Bruce e Ginger Baker, è lecito pensarlo.

Ok, in giro c’era anche un certo James Marshall Hendrix che aveva spinto Manolenta verso territori inesplorati di improvvisazione della chitarra rock, e senza dimenticare che i Cream sono stati il primo Supergruppo della storia e gli inventori del cosiddetto Power Trio. Ma sul finire del 1968 Clapton aveva appena scoperto le delizie della musica della Band (tanto poi da chiedere a Robbie Robertson se poteva unirsi a loro) e prima di “ripiegare” sui Blind Faith, Baker,Bruce e soprattutto Clapton volevano chiudere la loro breve epopea con il botto, con il tour dell’addio, mettendo da parte i continui dissapori tra Ginger e Jack, che però dal vivo magicamente sparivano, e, tenendo a freno il prodigioso uso di sostanze diciamo “ricreative”, i risultati furono strepitosi. Come ricorda lo stesso Eric rivolgendosi al pubblico, nella esibizione del 4 ottobre al Coliseum di Oakland, erano ancora un po’ arrugginiti all’inizio del concerto, ma si fa per dire, perché White Room vede un Jack Bruce in perfetta forma vocale, Ginger Baker dappertutto con la sua batteria e Clapton a creare magie con il pedale wah-wah per cercare di contenere il volume sonoro generato dai suoi pard.

Per fare un piccolo appunto nelle note si dice “prima pubblicazione autorizzata di quattro storici concerti completi del 1968, ma se mi passate il francesismo “completi un par de balle”, perché, almeno nel primo CD, troviamo otto brani anche se le cronache dell’epoca narrano che ne vennero suonati undici, le altre due serate sono effettivamente complete. Comunque quisquilie a parte e tornando alla serata di Oakland si prosegue con Politician, un altro brano estratto dall’allora recente Wheels Of Fire, dopo la parte cantata i tre entrano in modalità jam, ma rimangono comunque intorno ai 5 minuti, prima di eseguire il classico riff di Crossroads che cantata da Clapton è diventata la versione di riferimento per tutti quelli che la eseguiranno da allora in avanti tanto che è stata scelta da Rolling Stone come la terza canzone più influente nell’ambito delle Guitar Songs di tutti i tempi, partendo dagli Allman Brothers per arrivare ai giorni nostri, altra rilettura gagliarda con la mano di Eric che è tutt’altro che lenta sul manico della solista, con basso e batteria che pompano di brutto.

Altro riff celeberrimo ed esecuzione da brividi per il loro brano più celebre, Sunshine Of Your Love, di nuovo in una versione da manuale, poi si scatena l’inferno con i 16 minuti di Spoonful, un brano dove l’ascoltatore viene colpito da una sorta di supernova musicale, una esplosione di libera improvvisazione, che anticipa anche l’hard rock, l’heavy metal, il doom rock, quello che volete, con ognuno che parte per la tangente, per ritrovarsi poi circa un quarto d’ora dopo. L’incalzante Deserted Cities Of The Heart, un altro brano di Wheels Of Fire, viene sempre dal repertorio della premiata ditta Bruce/Brown, mentre Passing The Time è il contributo di Ginger Baker, un brano scritto con il pianista jazz Mike Taylor, che sarebbe scomparso pochi mesi dopo, nel gennaio del ’69, versione dilatata di 10 minuti per lasciare spazio al suo immancabile e travolgente assolo di batteria: chiude il primo CD il classico di Skip James I’m So Glad sempre sottoposto al trattamento Cream, quindi più rock che blues, comunque un gran bel sentire.

Quindici giorni dopo, il 19 ottobre, il gruppo è al Forum di Los Angeles per un altro concerto formidabile: introdotti da Buddy Miles i tre sono ancora più infoiati che a Oakland, qualche spostamento nella scaletta, e l’inserimento del “lentone” lancinante Sittin’ On Top The World di Howlin’ World (a scapito di Deserted Cities of The heart), che insieme a Politician e a I’m So Glad, saranno i tre brani Live nel vinile originale di Goodbye, non mancano Crossroads e Sunshine Of Your Love, mentre nella seconda parte vengono aggiunte Traintime, che è la vetrina per ascoltare un formidabile assolo di armonica di Jack Bruce, un brano che risale ai tempi in cui Bruce e Baker militavano insieme nella Graham Band Organisation, Ginger che propone il suo veicolo solista nella esplosiva Toad, che come Traintime faceva parte della sezione dal vivo di Wheels Of Fire, per chiudere poi con una versione magmatica di Spoonful dove Clapton dà libero sfogo a tutta la sua arte chitarristica, con un serie di assoli ancora più rabbiosi e impetuosi di quelli del dischetto precedente.

Il giorno dopo i tre sono a San Diego per il concerto migliore della triade, un vero gioiello, le canzoni sono le stesse del giorno prima, solo con Sunshine Of Your Love e Crossroads che vengono invertite. Poco più di un mese dopo i tre sono a Londra alla Royal Albert Hall. per le dati finali del tour, quella del 26 novembre viene proposta come quarto dischetto del cofanetto, ma, perché c’è un ma se il box non merita le canoniche 5 stellette, la qualità sonora cala drasticamente e dal sound pulito e preciso, con una presenza audio formidabile dei CD precedenti, si passa a quella di un buon bootleg, anzi molto buono, con Levenson e i suoi collaboratori che fanno miracoli per migliorare il sound dei vecchi nastri presi dalla VHS/DVD, ma sempre bootleg rimane, con il suono cavernoso e rimbombante della RAH in evidenza, quasi “benevolo” nell’ assolo di Toad e nelle improvvisazioni ad libitum di I’m So Glad, White Room e Sunshine Of Your Love, tutte più lunghe di quelle delle altre date, con Spoonful che è sempre il centrepiece di tutti i concerti, niente Train Time, lasciando l’ultima parola a Steppin’ Out un brano di Eric Clapton dell’epoca con i Bluesbreakers, che sarà l’ultimo pezzo dei Cream fino alla reunion del 2005.

Comunque, anche con le piccole magagne ed imperfezioni citate, rimane un cofanetto imperdibile per completare le vicende, sia pure brevi (solo due anni) ma intense, di uno dei gruppi più importanti della storia del rock, anche grazie al bellissimo libro(ne), le cui note di copertina sono state curate da David Fricke, il giornalista di Rolling Stone.

Bruno Conti

Se Ne E’ Andato Anche Ginger Baker, Aveva 80 Anni: Del Magico Trio Dei Cream Ora Rimane Solo Eric Clapton!

Ginger_Baker with wings

ginger baker-drummer

Oggi ci ha lasciato anche Peter Edward Baker, detto Ginger, aveva 80 anni compiuti ad agosto, ma da circa tre anni si era dovuto ritirare dalle scene per problemi cardiaci, ed anche per una rovinosa caduta casalinga e negli ultimi tempi era stato ricoverato in un ospedale del Sud della Inghilterra, dove oggi si è spento serenamente. Probabilmente il più grande batterista della storia del rock, quasi sempre fotografato, come l’ineffabile Yanez, con l’ennesima sigaretta tra le labbra, Ginger Baker ha legato il proprio nome per sempre a quello dei Cream, dove insieme a Jack Bruce ed Eric Clapton, ha “inventato” il rock, grazie alle furiose improvvisazioni con i due soci, dove il jazz (imparato con il suo maestro Phil Seamen) veniva sublimato in improvvisazioni che erano ai limiti del paranormale, con i tre musicisti che seguivano il canovaccio dei brani rock e blues per poi spingersi ognuno verso lidi all’epoca inesplorati da un trio di musicisti che si avventuravano in territori fino ad allora frequentati solo nelle jam di stampo jazzistico.

Ognuno in possesso di una tecnica incredibile, ma con Baker in grado quasi di “danzare” con le proprie mani sui sui tom tom e sui rullanti della propria batteria, mentre dava quasi l’impressione di essere fermo ed immobile, e sotto i piedi lavoravano a velocità spaventose sulla doppia cassa generando uragani di ritmo, in uno stile che impiegava sia gli stilemi imparati dai grandi batteristi del jazz, da Louie Belsson, passando per Elvin Jones, Tony Williams a Philly Joe Jones, integrati dai ritmi della musica afro che poi avrebbe sviluppato prima con gli Airforce e poi con Fela Kuti, ma anche da questo nuovo approccio portato nella musica rock dal formato del power trio, dove le scorribande delle esibizioni dal vivo partivano dal formato canzone per evolversi poi in vere e proprie competizioni tra virtuosi, dove ognuno seguiva un proprio percorso all’interno del brano, dove a tratti si incontravano. E Baker era maestro in questo, uno dei primi batteristi rock che aveva elevato l’uso dell’assolo in una arte quasi a sé stante, ed i cui esempi più luminosi sono quelli espressi in brani come Toad dei Cream, ma anche in Do What You Like con i Blind Faith.

Come pure nelle sua famose “drum battles”con Art Blakey e Elvin Jones, dove si sfidava a colpi di bacchetta con i suoi omologhi jazzisti a chi ce l’aveva più lungo, l’assolo ovviamente (lui sempre con la sigaretta che immancabile penzolava dalle labbra, in virtù di quel tabagismo mai debellato), ma che gli ha comunque consentito di arrivare fino ad 80 anni,

Forse non ci ha lasciato dischi memorabili a proprio nome, ma le collaborazioni con Alexis Korner, Graham Bond Organisation, Ginger Baker’s Airforce sono state portatrici dei primi prodromi del british blues, del jazz rock e della musica afro e world music future. mentre poi i lavori pubblicati in un ambito rock più leggero con i Baker Gurvitz Army sono stati più deludenti, anche se nei concerti dal vivo c’era sempre questa palpabile attesa per il momento dell’assolo di Ginger Baker in Toad (lo so perché vi ho assistito). Poi ci sono state le collaborazioni con gli Hawkwind, con i Public Image Limited di John Lydon, la reunion con Jack Bruce a metà anni ’80, poi anche nei BBM insieme a Gary Moore. Anche con Andy Summers, Bill Frisell Charlie Haden nel Ginger Baker Trio, dove tornava all’amato jazz. Fino al maggio del 2005, quando deposta l’ascia di guerra con Clapton, partecipa ad una leggendaria reunion dei Cream alla Royal Albert Hall, dove in una serie di concerti i tre dimostrano che l’assunto del celebre brano di Bob Dylan Forever Young, aveva più di un fondamento di verità, con una serie di esibizioni live dove alla ferocia ed alla frenesia della gioventù si univa una consapevolezza dei propri mezzi che le ha rese veramente fenomenali ed indimenticabili.

Che altro dire? Ci mancherà, per me è stato il più grande, certo forse John Bonham Keith Moon ai tempi vincevano le classifiche di fine anno come migliori batteristi, ma il numero uno era sempre lui. Riposa in pace, visto che le ali da angelo te le avevano già regalate per la famosa foto sulla copertina di Around The Next Dream dei BBM e quindi, se ti vogliono, puoi volare nel paradiso dei musicisti, dove ti aspettano Bruce e Moore.

Bruno Conti

Grande Rock-Blues Tra California e Texas Per Un Trio Italo-Anglo-Americano! Supersonic Blues Machine – Road Chronicles: Live!

supersonic blues machine road chronicles live

Supersonic Blues Machine – Road Chronicles: Live! – Provogue/Mascot CD

Primo album dal vivo per i Supersonic Blues Machine, power trio formatosi nel 2015 a Los Angeles ma solo per un terzo americano (il ben noto e poderoso batterista Kenny Aronoff, il miglior rock drummer sulla terra insieme a Max Weinberg), in quanto gli altri due membri sono l’italianissimo bassista Fabrizio Grossi ed il chitarrista e cantante inglese Kris Barras (che ha sostituito nel Gennaio del 2018 il texano Lance Lopez). I due dischi di studio dei SBM, West Of Flushing, South Of Frisco e Californisoul https://discoclub.myblog.it/2017/11/28/anche-loro-sulle-strade-della-california-rock-supersonic-blues-machine-californisoul/ , non avevano mancato di attirare l’attenzione della critica internazionale e dei fans della musica rock-blues più sanguigna, grazie anche alla serie impressionante di ospiti che vi partecipavano (Billy Gibbons, Walter Trout, Warren Haynes, Eric Gales, Robben Ford, Chris Duarte e Steve Lukather) da loro conosciuti, oltre che per le molteplici collaborazioni di Aronoff, grazie all’amicizia di Grossi con Gibbons, che ha aiutato l’italiano ad entrare nel giro che conta.

Ora i nostri pubblicano questo Road Chronicles: Live!, resoconto dell’ultimo concerto del tour europeo dello scorso anno, tenutosi il 20 Luglio a Brugnera, in provincia di Pordenone (la hometown di Grossi). Ci troviamo di fronte ad un disco dal vivo di grande valore, che testimonia la bravura dei tre sul palco (la formazione è completata da Serge Simic alla seconda chitarra, Alex Alessandroni alle tastiere e dal supporto vocale di Andrea Grossi, moglie di Fabrizio, e Francis Benitez): rock-blues di notevole potenza, con le chitarre sempre a manetta ed una sezione ritmica schiacciasassi (e d’altronde Aronoff non lo scopriamo oggi), il tutto condito dalla voce arrochita di Barras, una via di mezzo tra Haynes e Mellencamp. Già così il disco sarebbe da consigliare, anche perché oltre alla potenza ci sono anche le canzoni che non sono affatto male, ma la ciliegina sulla torta è la presenza proprio di Gibbons nei sei pezzi finali, e senza nulla togliere a Grossi e compagni da lì in poi la temperatura sale di brutto. Dopo una breva introduzione registrata parte I Am Done Missing You, che inizia con il tipico drumming travolgente di Aronoff e poi vede entrare la chitarra di Barras ed il resto della band per un solido rock-blues di matrice sudista, con cori femminili che donano un retrogusto soul. I Ain’t Fallin’ Again è una rock song potente e granitica che dimostra la solidità dei nostri, con influenze che vanno dai Cream a Jimi Hendrix, mentre Remedy è una ballatona sempre decisamente elettrica con chitarre in tiro, una melodia fluida e distesa ed un ritornello corale ancora molto southern (facendo le debite proporzioni, siamo dalle parti della Tedeschi Trucks Band).

Can’t Take It No More è uno slow blues con organo e chitarra solista in grande spolvero e solito refrain corale: la SBS ha dei numeri e sembra americana al 100%, e non solo per un terzo; Watchagonnado è un funk-rock decisamente annerito e coinvolgente, con un  refrain perfetto per il singalong, uno dei pezzi più convincenti della serata, e precede la possente Elevate, un rockaccio diretto come un macigno dai toni quasi hard, ma sempre con elementi blues nel dna (chi ha detto Gov’t Mule?). Chitarre taglienti anche in Bad Boys, ancora tra rock e funky, mentre la lunga Let It Be (i Beatles non c’entrano) è nuovamente un ficcante blues con robuste iniezioni di rock, ed ottime parti chitarristiche stavolta ispirate da un maestro come Stevie Ray Vaughan. Ed ecco iniziare il concerto nel concerto, con Billy Gibbons che sale sul palco ed entusiasma subito il pubblico con una tonante versione della leggendaria La Grange, seguita dalla travolgente Broken Heart, una rock’n’roll song dal riff assassino che ricorda gli ZZ Top più diretti (e chi se no?), ed una vorticosa rilettura del classico di Elmore James Dust My Broom, strepitosa e coinvolgente https://www.youtube.com/watch?v=KhalRIkRoFE : tre canzoni e Billy si è già preso la scena. Il barbuto axeman resta on stage anche per i tre pezzi finali, la roboante Running Whiskey, con Aronoff che picchia come un ossesso, una tostissima interpretazione dell’evergreen di Muddy Waters Got My Mojo Working, con la band che va come un treno (ed un grande assolo di piano), ed il saltellante rock-blues Going Down, degna conclusione di una serata musicalmente torrida.

I loro due album di studio erano più che buoni, ma è sul palco che i Supersonic Blues Machine danno il loro meglio: garantisce Billy F. Gibbons.

Marco Verdi

La Sua Prima Volta Dal Vivo In Europa. Paul Butterfield Band – Live At Rockpalast 1978

paul butterfield band live at rockpalast

Paul Butterfield Band – Live At Rockpalast 1978 – CD/DVD MIG/Made In Germany

Prosegue la doverosa e nutrita serie di pubblicazioni discografiche dedicate a Paul Butterfield: dopo la recente ristampa del doppio Live del 1970 https://discoclub.myblog.it/2019/05/15/uno-splendido-disco-restaurato-e-ristampato-butterfield-blues-band-live/ , alcune registrazioni inedite del periodo anni ’60 con Bloomfield e Bishop, il box dell’opera omnia 1965/1980, il live inedito dei Better Days, ora tocca a questo disco Live At Rockpalast del 1978, che segnò la prima esibizione dal vivo dell’armonicista e cantante americano in Europa, sotto il moniker Paul Butterfield Band. Volendo proprio essere completamente onesti il concerto era giù uscito una decina di anni fa, ma non nel formato CD+DVD, come Blues Rock Legends Vol. 2, però non essendo più disponibile da tempo, chi lo aveva mancato al primo giro potrebbe farci un pensierino in quanto si tratta di un buon concerto che illustra un lato più vicino al rock, al funky, al soul (presenti comunque anche nella versione anni ’70 di Butterfield), oltre all’immancabile blues: e anche la band che accompagna Paul in questo concerto, registrato alla mitica Grugahalle di Essen per la televisione tedesca il 9 settembre del 1978, è abbastanza inconsueta.

Una sezione ritmica “nera” (ma questo era normale fin dagli inizi della Butterfield Blues Band), con Ernest “Boom” Carter, uno dei primi batteristi della E Street Band, e Bobby Vega al basso, partito con il funky di Sly Stone e la jazz-fusion di Ronnie e Hubert Laws, ben due chitarristi elettrici, di quelli tosti, il rientrante Buzzy Feiten, già nella PBBB sul finire degli anni ’60 (Woodstock compresa), e Peter Atanasoff, poi praticante dell’alternative rock negli anni ’90 con Tito & Tarantula ed altri, quindi niente tastiere e fiati. Il suono è perciò più grintoso, duro e tirato rispetto ad altri periodi della formazione. Lo dimostra subito l’iniziale Fair Enough, una gagliarda esplosione di funky-rock, con le chitarrine impazzite di Feiten e Atanasoff, il basso super rotondo di Vega, su cui si innesta l’armonica di Butterfield, un po’ coperta nel mixaggio, ma sempre capace di grandi virtuosismi in questo strumentale; One More Heartache, un brano di Smokey Robinson, era già nel repertorio del gruppo dal lontano 1967, un pezzo soul gioioso virato verso il blues elettrico con maestria, grazie alla voce potente del nostro, con chitarre ed armonica a dividersi gli spazi solisti. Fool In Love, con un wah-wah travolgente, ricorda per certi versi il suono nerboruto della J.Geils Band, rock e blues che vanno a braccetto https://www.youtube.com/watch?v=T0FTz8msonc , per poi stemperarsi nelle classiche 12 battute di una ritmata e solenne New Walking Blues, di nuovo con l’armonica in grande spolvero, anche se il suono rimane decisamente “elettrico”.

La successiva It’s Alright sposa nuovamente l’arena rock, sia pure di qualità, in auge in quegli anni, poco blues, ma una buona ballata struggente. Di nuovo blues-rock con una travolgente Going Down di Don Nix, a tutte chitarre e con un sound ispirato dalla versione di Jeff Beck, anche se l’armonica cerca di farsi strada nell’impeto quasi hard della band, mentre la classica Born Under A Bad Sign di Booker T. via Albert King, è chiaramente ispirata dalla rilettura dei Cream, sempre in modalità hard-rock. Just When I Needed You Most  è una ballata francamente alla camomilla, scritta da Randy VanWarmer e che forse ci poteva essere risparmiata, in quanto non c’entra molto con il passato glorioso di Butterfield, che comunque si riscatta nella conclusiva lunghissima Be Good To Yourself, da sempre uno dei centrepiece dei concerti dell’armonicista di Chicago, dieci minuti abbondanti dove il blues (rock) venato di funky/soul riprende il sopravvento nella dinamica del concerto, tra chitarre fiammeggianti  e l’armonica suonata sempre con vigore https://www.youtube.com/watch?v=dT0K7pgjzgw . Il DVD contiene anche una intervista di 10 minuti. Una delle ultime oneste prove del buon Paul che il 4 maggio dell’87 ci lascerà a causa di una overdose, neppure a 45 anni. Peccato.

Bruno Conti

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 6. Prima Di Essere Gli Hot Tuna Erano Già Formidabili: Jorma Kaukonen & Jack Casady – Bear’s Sonic Journals: Before We Were Them Live June 28 1969

Jorma Kaukonen & Jack Casady - Bear’s Sonic Journals Before We Were Them

Jorma Kaukonen & Jack Casady – Bear’s Sonic Journals: Before We Were Them Live 28-6-1969 – Owsley Stanley Records Foundation

Prima della nascita “ufficiale” degli Hot Tuna, sancita dalla settimana di concerti alla New Orleans House di Berkeley, nel settembre del 1969, da cui sarebbe stato estratto il primo omonimo album della band, Jorma Kaukonen e Jack Casady, avevano già fatto alcuni concerti in tarda primavera, nel periodo in cui i Jefferson Airplane erano fermi a causa della operazione per rimuovere i noduli alla gola subita da Grace Slick. Quindi, prima di riprendere l’attività concertistica, anche per promuovere il futuro album Volunteers, in uscita a novembre, ma già registrato, e pure la partecipazione al Festival di Woodstock, alcuni membri del gruppo, oltre a Kaukonen e Casady, anche Kantner, e ogni tanto Marty Balin, e con l’aiuto di Joey Covington, che aveva partecipato come percussionista alle registrazioni di Volunteers, ma non faceva ancora parte in pianta stabile dei Jefferson (dove c’era Spencer Dryden come batterista), si esibirono, come detto, in alcune serate speciali tra cui quella del 28 giugno del 1969 al Veterans Memorial Building di Santa Rosa, California, per un evento che venne registrato da Owsley Stanley, il leggendario soundman dei Grateful Dead, e che ora diventa il terzo capitolo in questa serie di pubblicazioni dai suoi archivi, dopo quelli dedicati agli Allman Brothers, Fillmore East 1970 (CD singolo e box triplo) https://discoclub.myblog.it/2018/08/11/le-loro-prime-registrazioni-dal-vivo-di-nuovo-disponibili-allman-brothers-band-fillmore-east-february-1970/ , e il cofanetto da 7 CD  di Doc & Merle Watson.

Anche questa volta la qualità sonora è sorprendente, grazie al lavoro di masterizzazione effettuato da Jeffrey Norman, attuale addetto alle “restaurazioni soniche” degli archivi dei Dead. E pure la qualità musicale è notevole: il suono è elettrico e vibrante, un power trio che rivaleggia con Cream e Jimi Hendrix Experience come potenza di fuoco, senza dimenticare che in fondo, a ben vedere, anche i Jefferson Airplane erano un trio rock-blues con elementi psych e acid rock, sia pure con due grandi cantanti e un autore visionario, a guidarli. A mio parere si tratta di un gran disco Live, probabilmente superiore a tutti quelli ufficiali della band, orientato verso lo spirito più improvvisativo e jam degli Hot Tuna, solo sette brani, tutti piuttosto lunghi, di cui quattro mai ascoltati prima e quindi inediti sotto questa forma. Quindi anche se era “prima che fossero loro”, erano già Loro, con Joey Covington perfettamente integrato nella formazione, che poi come abbiamo visto, avrebbe preso altre strade. L’interscambio tra i tre è fantastico, soprattutto Kaukonen e Casady sono formidabili nelle loro evoluzioni sonore, ma anche il batterista si dimostra uno strumentista di tutto rispetto; come è palese sin dalla partenza con il classico blues Rock Me Baby, suonato con un impeto, una grinta, una capacità tecnica che lasciano quasi senza fiato, Jorma è un chitarrista formidabile, in grado di improvvisare assoli su assoli all’impronta, il suono è muscolare e da jam band ante litteram, con continui rilanci e le parti vocali (quando ci sono), molto brevi, i paragoni con Cream ed Hendrix non sono per nulla azzardati, anzi: il pedale del wah-wah è spesso pigiato a manetta, il “rigore” del bluesman Kaukonen è accantonato a favore di un edonismo sonoro dove il rock segna sovrano.

Come conferma il lungo strumentale Turnaround, oltre dieci minuti, dove il trio imperversa in pieno trip free form, partendo da un giro rock che ricorda molto i contemporanei Allman Brothers, peraltro ancora ben lungi dall’avere acquisito la loro reputazione, le mani di Casady volano sul suo basso, Covington costruisce un muro di suoni sul quale la chitarra improvvisa con una fluidità magnifica, alla ricerca di sempre diverse soluzioni sonore. Anche Star Track, il pezzo tratto dal repertorio dei Jefferson Airplane (era su Crown Of Creation), è solo un pretesto per le continue divagazioni dei tre che qui ricordano parecchio qualcosa della psichedelia dei Quicksilver Messenger Service, con qualche deriva hendrixiana; Through The Golden Gate, con i suoi oltre tredici minuti, prima attendista e suadente, poi in continuo crescendo. ci permette di apprezzare ulteriormente un Jorma Kaukonen in serata di grazia, con la sua chitarra fluente ed acidissima in grado di aggredire i confini del rock dell’epoca, come e più di altri solisti magari più celebrati di lui.

Il futuro cavallo di battaglia Come Back Baby in questa veste sonora elettrica ha di nuovo quell’afflato allmaniano, con il drive rock innestato con ferocia su un brano blues con grande maestria, anche qui in una lettura che supera i dieci minuti, poi reiterata negli oltre undici della “inedita” Through The Grove, che parte lentamente ma  poi entra subito nuovamente nelle spire della improvvisazione strumentale pura da parte di Kaukonen e soci. L’ultimo brano, un altro inedito, Inspirations In The Hall Of Arrivals, è di nuovo uno strumentale acido che rivaleggia con le improvvisazioni sonore psichedeliche più estreme dei Quicksilver, con Jorma Kaukonen che distilla nuovamente dalla sua chitarra una serie di sonorità che profumano appunto della California più acida e “sballata” della fine anni ’60 https://www.youtube.com/watch?v=mrGJtM-JE0o , con gran finale ferocissimo dove il gruppo va quasi in overdrive. Una domanda sorge spontanea: ma dove li avevano tenuti nascosti questi nastri per così tanto tempo?

Bruno Conti

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 5. Questa Era…Praticamente Una Blues Band! Jethro Tull – This Was: The 50th Anniversary Edition

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Jethro Tull – This Was: The 50th Anniversary Edition – Parlophone/Warner 3CD/DVD Box Set

La meritoria ed apprezzata serie di ristampe del catalogo dei Jethro Tull con i remix degli album originali ad opera di Steven Wilson è arrivata, nei primi mesi di quest’anno, al disco del 1978 dello storico gruppo capitanato da Ian Anderson, Heavy Horses, e già pregustavo per il 2019 la riedizione di Stormwatch (a mio giudizio uno dei lavori più sottovalutati della band inglese), quando mi è arrivata tra capo e collo questa riedizione per il cinquantesimo anniversario di This Was, ovvero l’album di esordio dei Tull, datato 1968. La cosa ha senso, in quanto questo disco era l’unico che mancava nella serie di cofanetti curati da Wilson (nonostante già nel 2008 avesse beneficiato di una ristampa in doppio CD), e quindi ora i fans possono completare anche dal punto di vista dei manufatti una serie che è comunque in continuo sviluppo, con l’unica (e, dal punto di vista del collezionista, fastidiosa) eccezione di Benefit, che non aveva beneficiato del “trattamento” a cofanetto in stile libro. This Was è un album particolare nella discografia dei Jethro Tull, in quanto è forse il meno rappresentativo del loro classico suono rock-folk-prog, ma è bensì un lavoro che all’epoca più di un addetto ai lavori aveva inserito nel filone del British Blues.

Gran parte della responsabilità va senz’altro al chitarrista Mick Abrahams, musicista dalla chiara formazione di stampo blues, che rimarrà nel gruppo per meno di un anno e lascerà poco dopo l’uscita del disco per formare i Blodwyn Pigs, sostituito da Martin Lancelot Barre (e prima, non tutti lo sanno, per un brevissimo periodo da Toni Iommi, *NDB lo si vede nel film degli Stones Rock And Roll Circus https://www.youtube.com/watch?v=zqDxL2oyl-Y), che rimarrà nel gruppo fino allo scioglimento avvenuto nel 2011 (anche gli altri due membri dell’allora quartetto non resteranno a lungo: il bassista Glenn Cornick se ne andrà nel 1970, mentre il batterista Clive Bunker nel 1972). Questa ristampa presenta come al solito un bellissimo e curatissimo libretto pieno di commenti, testimonianze, foto rare o mai viste (anche delle sporadiche reunion di Anderson con gli altri tre membri avvenute in anni recenti), note di Ian brano per brano vergate con la consueta ironia ed i testi delle canzoni, mentre dal punto di vista musicale il box presenta tre CD più un DVD audio. Il primo dischetto offre ovviamente il disco originale, col già citato remix di Wilson, con l’aggiunta di qualche bonus track: un disco come dicevo poc’anzi dalle sonorità decisamente bluesate, ma che in più di un’occasione presenta i germogli del classico Tull sound, con il famoso flauto di Anderson a duettare bravamente con la chitarra di Abrahams.

L’album contiene già due futuri classici del gruppo: il rock-blues d’apertura My Sunday Feeling, che parte da una tipica struttura a 12 battute per diventare una palestra per le digressioni flautistiche del leader, e la famosa A Song For Jeffrey, ancora oggi una delle più trascinanti rock songs dei nostri (ed anche qui il blues non è estraneo). Some Day The Sun Won’t Shine For You è puro folk-blues, influenzato da Sonny Terry e Brownie McGhee, solo voce, chitarra ed armonica, mentre l’elettrica Beggar’s Farm ha anch’essa un impianto blues, alla Peter Green, ma Ian gioca con i cambi di tempo e melodia donando imprevedibilità al brano (un pezzo che dal vivo ha sempre fatto faville), mentre It’s Breaking Me Up è di nuovo puro blues elettrico, cadenzato e godibilissimo. C’è anche l’unica canzone in tutti gli album dei Tull non cantata da Anderson, bensì da Abrahams, Move On Alone, ed ironicamente è il brano meno blues e più sul genere rock ballad con elementi pop (e la voce di Mick non è proprio formidabile). Ci sono anche ben quattro strumentali: il jazz-rock Serenade To A Cuckoo, un pezzo di Roland Kirk in cui il flauto di Anderson sostituisce il sax del musicista americano (anticipando quello che succederà l’anno seguente con la Bourée di Bach), la frenetica Dharma For One, con grande prestazione di Bunker ai tamburi, la roboante Cat’s Squirrel, un traditional che i Tull avevano inciso ispirandosi alla versione dei Cream, e l’improvvisazione di Round, che però dura appena cinquanta secondi. Come bonus abbiamo due brani usciti all’epoca su singolo (la potente e diretta Love Story e la folkeggiante A Christmas Song), più quattro inediti: la take 1 di Serenade To A Cuckoo, Move On Alone con il flauto (la versione sul disco originale ne era priva), un pezzo intitolato Ultimate Confusion che in realtà è puro cazzeggio strumentale in studio, e soprattutto una Some Day The Sun Won’t Shine For You più veloce di quella pubblicata e forse anche migliore.

Il secondo CD parte con nove brani incisi in due diverse session alla BBC per la trasmissione Top Gear, con sei pezzi da This Was (tra cui riletture decisamente vitali di My Sunday Feeling, Cat’s Squirrel e A Song For Jeffrey), più Love Story e due cover di classici del blues, cioè una splendida So Much Trouble (proprio dei già citati Terry e McGhee), con Mick e Ian che si superano rispettivamente alla slide e armonica, e la nota Stormy Monday di T-Bone Walker, lenta, distesa e suonata con classe. Poi, oltre alla solita serie di single versions, lati A e B, in mono (tra cui lo strumentale One For John Gee, non presente sul primo CD, ed il primo 45 giri in assoluto dei Tull, Sunshine Day, all’epoca erroneamente accreditato ai “Jethro Toe”, un brano non imprescindibile e cantato da Abrahams, ed in cui il contributo di Anderson è ridotto al minimo), troviamo due canzoni della John Evan Band, che è il gruppo pre-Tull in cui militavano i quattro, due pop songs interessanti ma lontane dal futuro stile della band (Aeroplane e Blues For The 18th i titoli). Il terzo CD si limita a proporre l’album nei missaggi originali del 1968 sia stereo che mono, mentre il DVD audio lo ripropone remixato sempre da Wilson con la tecnica 4.1 DTS e con lo stereo mix del 1969 in 96/24 bit, insomma tutte robe da audiofili incalliti.

This Was, Questo Era: già dal titolo scelto all’epoca Ian Anderson voleva far capire che la direzione musicale dei Jethro Tull era destinata a cambiare a breve (con il secondo album Stand Up), ma proprio per la sua particolarità è un disco che vale la pena riscoprire.

Marco Verdi

Una Delle Sorprese Piacevoli Di Quest’Ultimo Periodo. E Che Voce! Ann Wilson – Immortal

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Ann Wilson – Immortal – BMG CD

Mi sono sempre piaciute le Heart, duo femminile formato dalle sorelle Ann e Nancy Wilson, sia nelle loro espressioni più rock (spesso influenzate dai Led Zeppelin), sia nelle pagine più AOR della loro carriera (la seconda metà degli anni ottanta) https://discoclub.myblog.it/2016/12/24/un-po-di-sano-classic-rock-al-femminile-heart-live-at-the-royal-albert-hall/ , anche se non le ho mai seguito più di tanto né i loro progetti collaterali (The Lovemongers) né i loro album solisti. Sono stato però da subito incuriosito da questo Immortal, nuova fatica di Ann Wilson senza la sorella Nancy (ad undici anni dal suo primo solo album Hope & Glory, mentre i due EP a nome Ann Wilson Thing sono storia recente), in quanto trattasi di un album di cover. Fin qui nulla di strano, anche Hope & Glory non presentava brani originali, ma qui Ann ha deciso di omaggiare artisti che l’hanno influenzata od altri che semplicemente le piacciono, però con il comune denominatore del fatto che tutti i dieci nomi omaggiati sono ormai passati a miglior vita. Un tributo quindi sentito a musicisti che non sono più tra noi, con alcune scelte logiche ed altre decisamente più sorprendenti (lo dico subito, gli Zeppelin non ci sono, forse Ann ha considerato John Bonham un personaggio “collaterale” per quanto riguarda le composizioni dello storico gruppo).

Il disco, prodotto dalla Wilson insieme a Mike Flicker, è decisamente riuscito, in quanto Ann nella maggior parte dei casi reinterpreta brani più o meno noti con indubbia personalità, senza riproporre delle copie carbone degli originali, ed in più confermando di avere una delle più belle e potenti voci dell’intero panorama rock femminile. Un valido aiuto glielo ha dato anche la house band (Craig Bartok, chitarre, Andy Stoller, basso, Daniel Walker, tastiere, e Denny Fongheiser, batteria) ed un ridotto numero di validissimi ospiti che vedremo tra poco. Da un cover album di Ann Wilson mi sarei forse aspettato una preponderanza di omaggi a cantanti donne, ma in realtà ne troviamo solo due: You Don’t Own Me, grande successo della quasi dimenticata Lesley Gore, apre il CD in maniera splendida, con nientemeno che Warren Haynes alla chitarra solista, una versione solida, potente e bluesata, molto diversa dall’originale, cantata in maniera divina da Ann e con Warren che fende l’aria da par suo (e la mente va alle migliori pagine della collaborazione tra Beth Hart e Joe Bonamassa), mentre la nota Back To Black, di Amy Winehouse, è tutta giocata sulla vocalità profonda e ricca di sfaccettature della Wilson, un’interpretazione drammatica e densa di pathos (il languido violino è di Ben Mink, noto per le sue collaborazioni con k.d. lang) che rende giustizia nel modo migliore alla cantautrice inglese entrata a far parte del cosiddetto “Club dei 27”.

Ann si ricorda anche di Chris Cornell, ma non ripropone un pezzo dei Soundgarden, bensì degli Audioslave, I Am The Highway, che diventa una toccante rock ballad elettroacustica, cantata ancora splendidamente e con voce leggermente arrochita, mentre l’accompagnamento è limpido e scintillante, quasi di stampo californiano: bella canzone e grandissima interpretazione, una delle migliori del disco. Non viene dimenticato Tom Petty, anche se viene scelta la poco nota Luna (dal disco d’esordio del 1976 del biondo rocker), ancora con Haynes protagonista: la struttura del pezzo rimane “pettyana”, ma Warren le dona un tocco blues ed Ann canta in maniera decisamente sensuale, aiutata anche dal ritmo soffuso del brano. Grande classe. Anche I’m Afraid Of Americans non è tra i pezzi più noti di David Bowie (scritta dal Duca Bianco con Brian Eno, era sul controverso Earthling del 1997), ed Ann elimina le sonorità techno e drum’n’bass dell’originale e la indurisce oltremodo, con un mood quasi zeppeliniano (eccallà, direbbero a Roma), complici anche certi passaggi strumentali orientaleggianti: versione tosta di un brano comunque non memorabile. Con Politician (Cream, l’omaggio è chiaramente per Jack Bruce) la Wilson è invece nel suo ambiente naturale: canzone che già in origine era possente e granitica, e la “sorellona” non deve far altro che sfoderare la sua voce più “plantiana” per portare a casa il risultato, aiutata anche dagli ottimi interventi alla solista di Doyle Bramhall II https://www.youtube.com/watch?v=5qLRh6vYqqU .

Cambio completo di registro con la soffusa A Thousand Kisses Deep di Leonard Cohen, guidata ancora dal violino di Mink e con un background musicale da club jazz-lounge (ed anche i rumori di sottofondo sembrano provenire dall’interno di un bar), con la Wilson che mostra di saper usare anche il fioretto, modulando la voce con un tono confidenziale da femme fatale. Forse per omaggiare Glenn Frey c’erano canzoni più rappresentative di Life In The Fast Lane, che vede sì Glenn tra gli autori ma è sempre stata una canzone più di Henley e Walsh: Ann elimina il noto riff chitarristico, rallenta il tempo e le dona un sapore funky ed un arrangiamento moderno che non mi convince molto, anche se un mezzo scivolone si può perdonare. Come chiusura dell’album ecco due brani che non mi aspettavo: A Different Corner è un pezzo di George Michael, uno che non mi sarebbe mai passato per la testa di omaggiare, ma Ann non la pensa come me e ne fornisce una rilettura fin troppo sofisticata, che non solleva i dubbi del sottoscritto né sulla canzone né sull’arrangiamento un po’ artefatto; meglio Baker Street, il classico per antonomasia di Gerry Rafferty: ritmo accelerato, arrangiamento anche qui moderno ma con un marcato mood folk-rock, ed un notevole crescendo elettrico che rinuncia al celebre riff di sax: quasi un’altra canzone.

A parte un paio di incertezze, Immortal è quindi un gran bel disco, ed Ann Wilson conferma di avere una voce straordinaria, unita ad una capacità interpretativa non comune.

Marco Verdi

E’ Tempo Di “Rockumentari”! Le Colonne Sonore: Parte 1. Eric Clapton – Life In 12 Bars

eric clapton life in 12 bars

Eric Clapton – Life In 12 Bars – Universal 2CD – 4LP

E’ già di qualche mese fa l’uscita al cinema (ed in tempi più recenti in DVD e BluRay *NDB In Italia il 27 giugno) di Life In 12 Bars, bellissimo documentario diretto da Lili Fini Zanuck sulla figura di Eric Clapton, una delle massime icone mondiali della musica rock e blues, nel quale sia Eric stesso sia diverse persone tra colleghi ed amici narrano la vita e la carriera del chitarrista britannico, senza ignorare anche i momenti “scomodi”, come i problemi con le droghe e l’alcool, il “furto” della moglie all’amico di una vita George Harrison ed anche i dolori e le tragedie. Oggi però vorrei parlarvi della colonna sonora di questo film, uscita da pochi giorni in doppio CD (o quadruplo LP), una selezione molto interessante curata da Clapton stesso, con incluso anche del materiale inedito, non molto per la verità, ma quel poco rende l’acquisto dell’album quasi imprescindibile. Una cosa che va subito premessa è che, con la sola eccezione della versione originale della struggente Tears In Heaven (dedicata al figlio Conor, scomparso tragicamente), che comunque risale ormai a 26 anni fa, il materiale inserito in questo doppio si occupa solo della prima parte della carriera di Eric, arrivando fino al 1974, mentre il film porta la narrazione fino ai giorni nostri. Non conosco il motivo di questa scelta, e non penso che ci sarà un secondo volume, certo è che per fare un lavoro completo ed esauriente non sarebbe bastato nemmeno un box quadruplo. Tra l’altro i brani scelti non vedono Clapton sempre protagonista in prima persona, in quanto sono stati messi anche pezzi di grandi del passato che lo hanno influenzato, oltre a canzoni in cui il nostro ha fatto da sessionman, ed anche qui chiaramente è stata fatta una selezione, se no i dischi potevano diventare tranquillamente dieci.

Ecco una rapida carrellata dei contenuti, con una maggior attenzione ai pezzi inediti (sette in tutto, ma a voler essere pignoli solo quattro, però notevoli). Il primo dischetto parte con un brano di Big Bill Broonzy (Backwater Blues) e due di Muddy Waters (My Life Is Ruined, I Got My Mojo Working), due grandi influenze del nostro, anche se non capisco l’assenza di Robert Johnson; poi abbiamo due canzoni del periodo con gli Yardbirds (I Wish You Would, For Your Love) ed altrettante con i Bluesbreakers di John Mayall (Steppin’ Out, All Your Love), in cui il nostro fa già vedere di che pasta è fatto. Detto della presenza di due brani in cui Eric era sideman (Good To Me As I Am To You di Aretha Franklin, magnifica, e la leggendaria partecipazione a While My Guitar Gently Weeps dei Beatles) e dell’inclusione della splendida Presence Of The Lord, unico estratto dal mitico disco dei Blind Faith, il resto del CD è esclusivo appannaggio dei Cream, con ben sette canzoni, sei delle quali un po’ scontate (Sunshine Of Your Love, I Feel Free, Crossroads e White Room dal vivo, Strange Brew e Badge), ma in compenso con una fantasmagorica Spoonful inedita dal vivo nel 1968 a Los Angeles, più di diciassette minuti di rock potentissimo e devastante, che sfiora quasi la psichedelia, con Eric davvero in preda ad un’estasi sonora quasi mistica, ed il duo formato da Jack Bruce e (soprattutto) Ginger Baker che lo segue come un treno. Da sola vale l’acquisto del doppio CD, ma tutto il primo dischetto è formidabile, e d’altronde questo è il periodo in cui Clapton veniva paragonato a Dio.

Il secondo CD paga il suo tributo al Clapton sessionman con una fantastica Comin’ Home di Delaney & Bonnie, tratta dell’edizione espansa del famoso live del duo, e con la celeberrima My Sweet Lord di George Harrison, scelta strana in quanto i due famosi assoli di slide sono di George ed Eric si limita a suonare l’acustica. I due inediti “finti” sono due mix nuovi di zecca, ad opera di Clapton stesso, di After Midnight e Let It Rain, i due pezzi più noti del suo debutto solista Eric Clapton, sempre due grandi canzoni ma le differenze col vecchio mix le sentono solo i maniaci audiofili. Ben sette brani appartengono a Derek And The Dominos, quattro dal loro leggendario Layla And Other Assorted Love Songs (ovviamente la title track, poi Bell Bottom Blues, Nobody Knows You When You’re Down And Out e Thorn Tree In The Garden, quest’ultima cantata da Bobby Whitlock), la versione in studio di Got To Go Better In A Little While presa dal box del quarantennale e Little Wing di Jimi Hendrix dal vivo al Fillmore, rilettura che proviene dagli stessi concerti del 1970 che hanno dato vita all’album In Concert, ma questa è inedita in quanto incisa il 24 Ottobre, mentre quella già uscita era del 23: non che le due versioni differiscano di molto, ma rimane sempre grandissima musica. Dulcis in fundo,udite udite, un inedito assoluto in studio: si tratta di High, tratta dalle sessions dell’abortito secondo album del gruppo, uno strumentale elettroacustico dal ritmo sostenuto, non male ma che sembra più una backing track per delle parole che non verranno mai scritte: comunque una chicca, dato che si pensava che del periodo Clapton/Derek fosse stato pubblicato tutto.

Le ultime quattro canzoni vedono Eric all’opera come solista: la già citata Tears In Heaven, la meno nota Mainline Florida (da 461 Ocean Boulevard), un altro inedito “più o meno”, cioè la versione completa di I Shot The Sheriff, presentata per la prima volta nei suoi quasi sette minuti e con una coda strumentale più lunga (ma è la stessa take di quella uscita anche come singolo) e, per finire, una versione dal vivo questa volta sì mai sentita di Little Queenie di Chuck Berry a Long Beach nel 1974, sei minuti irresistibili di puro rock’n’roll, con Eric in forma scintillante e ben coadiuvato dall’organo di Dick Sims e dalla poderosa sezione ritmica di Carl Radle e Jamie Oldaker. Peccato che il tutto si interrompa qui, in quanto mancano vari momenti anche importanti della vita musicale del nostro: il Live Peace In Toronto con la Plastic Ono Band, Cocaine, Wonderful Tonight e l’album Slowhand, Sign Language con Bob Dylan, i controversi anni ottanta, l’Unplugged di MTV, il ritorno al blues di From The Cradle, il tributo a Robert Johnson, il tour con Steve Winwood, i due album condivisi con B.B King (Riding With The King) e J.J. Cale (The Road To Escondido), altre due sue grandi influenze. Ma come ho già scritto, ci sarebbe voluto un cofanetto.

Alla fine, quindi, questa soundtrack di Life in 12 Bars è una sorta di antologia alternativa del primo periodo della carriera di Eric Clapton, con gli inediti che la rendono succosa anche per chi di Manolenta ha già tutto. E poi, sentito tutto d’un fiato, il doppio CD funziona a meraviglia.

Marco Verdi