Jeff Beck, Una Vita Per La Chitarra, E Non E’ Ancora Finita: Dai Cori Nelle Chiese Al Rock In Tutte Le Sue Forme, Ecco La Storia! Parte Seconda

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Jeff Beck, Uno Dei Tre Più Grandi Chitarristi Del British Rock (Blues),  Il Più Eclettico Ed Estroso. Una Vita Per La Chitarra, E Non E’ Ancora Finita: Dai Cori Nelle Chiese Al Rock In Tutte Le Sue Forme, Ecco La Storia!

Seconda parte, segue…

Il primo Jeff Beck Group: Truth e Beck-Ola

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E’ nato prima l’uovo o la gallina? Chi lo sa? E’ nato prima il Jeff Beck Group o i Led Zeppelin? Il lato A di Beck’s Bolero, sempre del marzo 1967, era Hi Ho Silver Lining, con John Paul Jones al basso, Clem Cattini alla batteria, Beck chitarra e voce , e Rod Stewart come backing vocals. Quindi si direbbe che il primo ad avere pensato alla formula sia stato Jeff Beck, visto che Truth, registrato a maggio, esce negli USA ad agosto, mentre il primo disco dei Led Zeppelin fu registrato tra settembre ed ottobre (quindi dopo l’uscita di Truth) anche se sarà nei negozi solo a gennaio del 1969: ma Page e soci, prima come New Yardbirds e poi come Zeppelin erano già in tour da fine ’68, e quindi se l’idea fu di Beck , Page fu più veloce a realizzarla e sfruttarla e Jeff all’epoca si “incazzò” non poco per essere stato “fregato” dall’amico Jimmy. Poi sulla qualità di entrambe le band non si discute. Truth è comunque un grandissimo album risentito anche oggi: un cantante fantastico come il giovane Rod Stewart, Ronnie Wood, ex chitarrista dei Creation, che suona il basso con uno stile aggressivo e risonante, l’ottimo Micky Waller alla batteria, come “ospiti” Nicky Hopkins al piano in quattro brani e John Paul Jones al piano e all’organo in altri quattro, oltre a Moon, accreditato come “You Know Who” alla batteria in una versione leggermente diversa di  Beck’s Bolero, nonché in Tallyman sempre dalle sessions del 1967.

La critica a posteriori lo ha presentato, come fecero per i Led Zeppelin, come un diretto antenato dall’heavy metal e dell’hard rock, ma qui come classe siamo su un altro pianeta grazie al lavoro di un chitarrista stratosferico come Jeff Beck e ad una manciata di canzoni veramente gagliarde: Stewart canta alla grande, sentite gli assoli di El Becko in alcuni classici del blues rivisitati, ma mentre nel caso degli Zeppelin, Page e Plant per non “affaticare” i bluesmen come Willie Dixon che li avevano scritti e che quindi poi avrebbero dovuto assumere dei contabili per gestire gli incassi delle royalties , avevano pensato di firmarli loro direttamente, Beck e soci cambiano “solo” i titoli e gli arrangiamenti, con l’eccezione di You Shook Me, che in entrambi i casi mantiene autore ed arrangiamento molto simili alla versione di Muddy Waters, più corta e stringata quella di Beck, più lavorata quella degli Zeppelin, grande brano comunque.

Let Me Love You firmata da Jeffrey Rod (ma allora avevano anche loro il vizietto!) è molto simile a quella di Buddy Guy, Rock My Plmsoul è “ispirata” da Rock Me Baby di B.B. King e Blues Deluxe, un lento fantastico, mutuato da un altro pezzo di King (e ne ricordo una versione notevole di Bonamassa sul suo disco omonimo). Tutte queste canzoni hanno comunque il sound duro e potente del miglior rock-blues “bianco”, con Beck che mulina la sua Fender in modo travolgente anche in Shapes Of Things, in una versione più tirata di quella degli Yardbirds, in Morning Dew e anche in I Ain’t Superstitious. Nella versione Deluxe del CD del 2005, che è ancora in catalogo a special price, ci sono la bellezza di 8 bonus, tra cui versioni differenti di You Shook Me e Blues Deluxe senza gli applausi fasulli presenti nella versione dell’album, oltre a ai due lati del singolo del ’68, Love Is Blue e I’ve Been Drinking, e altre chicche, che lo rendono ancora più indispensabile di quello che sia già.

In Beck-Ola dell’anno successivo, uscito a giugno del 1969, la formula viene ripetuta, con un nuovo batterista Tony Newman e Nicky Hopkins che fa parte in pianta stabile della band: sono solo sette brani (più le quattro bonus dell’edizione in CD) che confermano la forza e la grinta di una band che, purtroppo, forse delusa dal mancato successo di vendita (anche se comunque arrivano nei Top 20 americani), se confrontato con quello dei Led Zeppelin, decide di abbandonare dopo questo album, con cui qualche critico dell’epoca non fu molto tenero, nello specifico, per fare i nomi, Robert Christgau, rispettata firma del Village Voice, sostenendo che la presenza di Hopkins era troppo preponderante, ma sono pareri personali e il disco, benché inferiore a Truth fa sempre la sua porca figura. In copertina un dipinto di René Magritte, “La Chambre D’Ecouté” (citazione colta) e all’interno del disco una serie di brani notevoli, tra cui spiccano All Shook Up e Jailhouse Rock,  due  brani di Elvis, in versioni veramente poderose, con assoli torcibudella di Beck e Stewart che canta come se non ci fosse futuro, Spanish Boots che ricorda molto i rivali Led Zeppelin, come pure The Hangman’s Knee (sempre con il dubbio di chi copiava chi, ammesso che fosse vero), Plynyh (Water Down The Drain), altro brillante esempio del loro hard-blues-rock, come pure il veemente strumentale Rice Pudding, con Beck ed Hopkins a stimolarsi a vicenda, mentre tra le bonus  troviamo una splendida rilettura del grande slow blues di B.B. King Sweet Little Angel, dove il chitarrista mette in mostra tutta la sua tecnica e un feeling mostruoso.

Stewart e Wood fondano i Faces, Hopkins va suonare con i Quicksilver e poi con gli Stones, mentre Jeff Beck è costretto da un incidente automobilistico a restare a riposo per qualche tempo, obbligandolo quindi a posporre di due anni e mezzo il suo nuovo progetto con la sezione ritmica dei Vanilla Fudge, Tim Bogert e Carmine Appice.

Il secondo Jeff Beck Group e Beck Bogert & Appice.

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Non potendo realizzare il power trio con Bogert & Appice, il nostro amico decide di “ripiegare” su un altro quintetto, con nomi meno altisonanti, ma sempre di sicura efficacia:  il batterista Cozy Powell era uno dei migliori su piazza all’epoca, Max Middleton  un tastierista meno brillante di Hopkins, ma forse più solido ed eclettico, Clive Chaman un buon bassista e Bobby Tench un eccellente vocalist mai considerato per il suo giusto valore. Questa formazione registra due dischi, Rough And Ready, uscito nel 1971, più orientato verso il soul, il R&B, da sempre suoi grandi amori, e qualche deriva jazzata, ovviamente “l’amico” Christgau lo stronca, mentre il resto della critica è più benevola, ed alcuni brani, sempre risentiti oggi, sono veramente notevoli: l’iniziale Got The Feeling con Powell e Middleton che imperversano a batteria e piano, e Beck che va alla grande di wah-wah e slide, mentre lo spirito melodico della voce nera di Tench non passa inosservato, Situation con un riff trascinante, e la pregevole New Ways Train Train,con la guizzante solista di Beck sempre sul pezzo.

L’omonimo Jeff Beck Group, registrato a Memphis, Tennesse nel gennaio del 1972, con la produzione di Steve Cropper che firma anche un pezzo con Jeff, esce in primavera, nuovamente un buon album, con una cover a sorpresa di un pezzo di Bob Dylan, Tonight I’ll Be Staying Here With You, sospesa tra country e soul, inizia la sequenza di brani di grandi autori che Beck riprenderà nel corso degli anni a seguire, c’è anche un brano di Stevie Wonder, la poco nota I Got To Have A Song, e soprattutto la sua versione di Going Down di Don Nix, che rimarrà un cavallo di battaglia dei concerti fino ai giorni nostri; il lato rock è rappresentato dalla tagliente Ice Cream Cakes, dal R&R Glad All Over e dallo strumentale Definitely Maybe che anticipa gli album jazz-rock degli anni ’70, con la chitarra moltiplicata, protagonista principale ed unica del sound, e vista la bravura di Beck è un bel sentire.

Ma prima c’è da sbrigare la pratica Beck Bogert & Appice, con la sezione ritmica che terminati gli impegni con i Cactus è libera di registrare, a cavallo tra ’72 e ’73, insieme a Beck, il loro unico album omonimo di studio, co-prodotto con Don Nix, è un buon disco, ma non la bomba che avrebbe potuto essere: classico power trio rock, ma si sente la mancanza di un vero cantante, anche se l’uso delle tre voci spesso all’unisono cerca di ovviare, con parziale successo, al problema; comunque Black Cat Moan, con Jeff al bottleneck, è un poderoso blues-rock, anche Lady con i suoi continui stop e ripartenze è ricca di intensità febbrile con Bogert e Appice gagliardi come sempre, e Superstition, che all’inizio Stevie Wonder, con cui Jeff collaborò alla realizzazione del brano creando uno dei riff più famosi della storia del rock, aveva pensato di donare come premio al chitarrista, si rivelò un’altra solenne “fregatura” a livello commerciale, visto che per vari problemi il singolo di Wonder uscì prima e il nostro Jeff ancora una volta rimase con il cerino tra le  mani.

Tra i brani dell’album ricordiamo anche Why Should I Care e la cover di I’m So Proud di Curtis Mayfield, tutte canzoni che nello splendido doppio dal vivo pubblicato solo per il mercato nipponico Live In Japan, assunsero ben altro nerbo, con il chitarrista in forma strepitosa che esplorava quasi ai limiti le possibilità della sua solista con una serie di effetti prodigiosi, tra cui l’uso del Talkbox che Frampton avrebbe portato al grande successo solo due anni dopo, ma che altri come Steppenwolf, Iron Butterfly e Joe Walsh usavano da tempo, benché le sonorità di Jeff Beck , che chiamava l’effetto voice bag, erano quasi ai limiti del paranormale, sentirne l’uso devastante in Jeff’s Boogie, Superstition e nell’intro di Black Cat Moan. Comunque in tutto il live, che purtroppo si trova a grande fatica, ma è uno dei dischi dal vivo più eccitanti di sempre, i tre suonano come delle “cippe lippe” irrefrenabili in versioni da sballo anche di Morning Dew, Lose Myself With You e Plynth/Shotgun.

Fine seconda parte, segue…

Bruno Conti

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 3. Heart – Live In Atlantic City

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Heart – Live In Atlantic City – EarMusic/Edel CD/BluRay

Le Heart, noto duo formato da Ann e Nancy Wilson, non si sono mai tirate indietro quando si è trattato di immettere sul mercato degli album dal vivo. Solo negli ultimi cinque anni ci sono state ben quattro uscite registrate on stage (Fanatic Live, il natalizio Home For The Holidays, Live At The Royal Albert Hall con l’orchestra https://discoclub.myblog.it/2016/12/24/un-po-di-sano-classic-rock-al-femminile-heart-live-at-the-royal-albert-hall/  ed il Live At Soundstage), ed ora la label tedesca Edel va ad infittire il gruppo con questo Live In Atlantic City, pubblicato nel doppio formato CD/BluRay e registrato nel marzo del 2006 nell’ambito della trasmissione a sfondo rock Decades Live (la stessa da cui è stato tratto il disco dallo stesso titolo dei Lynyrd Skynyrd uscito lo scorso anno). Mercato inflazionato o no, le Wilson Sisters dal vivo sono sempre un bel sentire, dato che stiamo parlando forse del miglior gruppo rock al femminile in circolazione (in realtà un duo, la backing band è sempre stata molto variabile): Nancy è una valida chitarrista ritmica e ha sempre avuto un’eccellente presenza scenica, mentre Ann, a discapito di un fisico non esattamente da pin-up, ha mantenuto negli anni una potenza vocale formidabile, una sorta di versione femminile di Robert Plant, non a caso il cantante che l’ha influenzata di più.

Live In Atlantic City riassume in quattordici canzoni una performance molto solida del gruppo (completato dal chitarrista Craig Bartok, dalla tastierista Debbie Shair e dalla sezione ritmica formata da Mike Inez e Ben Smith), con l’aggiunta di diversi ospiti la cui presenza, va detto, è sempre in secondo piano rispetto a quella delle due sorelle Wilson, che restano indubbiamente le mattatrici della serata. I primi tre pezzi vedono salire sul palco Dave Navarro, chitarrista di Jane’s Addiction e Red Hot Chili Peppers: l’inizio è appannaggio di Bébé Le Strange, versione potente e decisamente zeppeliniana, con sezione ritmica granitica, chitarre in gran spolvero ed Ann che “addenta” da subito la canzone con la sua solita grinta. Straight On è un bell’esempio di funky-rock godibile dalla prima all’ultima nota, con un refrain diretto e vincente ed Ann che tira fuori una voce della Madonna, mentre Crazy On You è una delle signature songs del duo, un pezzo rock tirato ed elettrico, grande riff d’apertura e ritornello epico. All’epoca di questo show l’ultimo album delle due sorelle era Jupiters Darling, dal quale viene tratta Lost Angel, elettroacustica e folkeggiante (ma sempre alla maniera dei Led Zeppelin); a proposito di Zeppelin, nel CD troviamo due notevoli cover dello storico gruppo di Page e Plant, e cioè una devastante Rock’n’Roll in cui Ann e Nancy sono raggiunte da Gretchen Wilson e, ancora con Navarro, una altrettanto roboante interpretazione di Misty Mountain Hop, che non sfigura di fronte all’originale.

Gretchen (che porta dunque a tre il numero di Wilson sul palco) è presente anche nella rilettura di Even It Up, possente rock’n’roll con ritmo e chitarre come si non ci fosse domani, mentre Dog And Butterfly, una bellissima ballata acustica, viene cantata a due voci insieme a Rufus Wainwright. Non ho mai amato gli Alice In Chains, e sinceramente non capisco la loro “intrusione” (insieme all’ex Guns’n’Roses Duff McKagan) dato che non interagiscono con le Heart ma si limitano ad eseguire due brani del proprio repertorio (Would? e Rooster); per fortuna subito dopo abbiamo una strepitosa versione lenta ed acustica di Alone, forse la ballata più bella di sempre delle Heart, nella quale Ann duetta con Carrie Underwood regalandoci una prestazione vocale da pelle d’oca. Finale senza ospiti con tre classici assoluti del songbook delle due Wilson: la mossa Magic Man, ancora influenzata dal Dirigibile, una fluida e scintillante Dreamboat Annie, molto folk e con assolo di flauto da parte di Ann, e chiusura con la potentissima e sanguigna Barracuda. Non sono contrario di principio al proliferare di album dal vivo delle Heart: finché la qualità è quella di Live In Atlantic City possono pubblicarne anche uno ogni tre mesi, io non mi stanco di sicuro.

Marco Verdi

Una Nuova Speranza? Forse Più “L’Attacco Dei Cloni”! Greta Van Fleet – Anthem Of The Peaceful Army

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Greta Van Fleet – Anthem Of The Peaceful Army – Republic/Universal CD

Ho scelto di citare come intestazione del post odierno due titoli di film della saga di Star Wars, dato che a mio giudizio calzano entrambi alla perfezione per i Greta Van Fleet, che è nello stesso tempo considerata dalla critica una delle nuove frontiere del rock americano, ma pure una band il cui suono ricalca in maniera imbarazzante quello di un monumento del passato, vale a dire i Led Zeppelin. I GVF sono un quartetto proveniente da Frankenmuth, un paesino del Michigan di circa cinquemila abitanti, la maggior parte dei quali di origine tedesca (ed il nome del gruppo deriva da quello di una abitante della cittadina di loro conoscenza, leggermente modificato), ed è formata dai fratelli Joshua, Jacob e Samuel Kiszka (rispettivamente voce solista, chitarra e basso/piano/organo), con l’aggiunta dal batterista Danny Wagner, un combo la cui età media supera di pochissimo i vent’anni. I GVF si sono messi in grande evidenza lo scorso anno con From The Fires, un EP di otto canzoni (32 minuti, ci sono album che durano di meno) che riprendeva i quattro pezzi del precedente EP Black Smoke Rising aggiungendone altrettanti nuovi di zecca: la critica di tutto il mondo ha gridato al miracolo, eleggendoli in alcuni casi anche a migliore nuova rock band, non mancando però di far notare la somiglianza impressionante con gli Zeppelin.

Somiglianza che non è solo legata al timbro vocale di Josh, davvero sovrapponibile a quello di Robert Plant, ma anche per lo stile compositivo, il sound ed il modo di suonare degli altri tre componenti (specie la batteria, che a volte pare voler scimmiottare la tecnica di John Bonham): lo stesso Plant ha espresso ottime parole per loro, non mancando però di far notare che gli ricordavano “qualcuno”, ed aggiungendo scherzosamente di odiarli, più che altro per la loro giovanissima età. Il fatto di essere così simili ad uno dei gruppi storici del rock mondiale può essere però un’arma a doppio taglio, in quanto ci sarà sempre qualcuno pronto a rimarcare tale parallelo (che a volte è davvero impressionante, basti ascoltare le canzoni Safari Song e Highway Tune dall’EP dell’anno scorso, siamo a livelli da “Tale E Quale Show”), ed è un peccato in quanto i quattro ragazzi hanno indubbiamente un’ottima tecnica, ed in più rappresentano una boccata d’aria fresca nell’ambito di una generazione che sembra capace di sfornare solo artisti rap, hip-hop, trip-hop e belinate varie. Ora i nostri pubblicano il loro primo vero e proprio album, Anthem Of The Peaceful Army, un lavoro di puro classic rock anni settanta che a mio parere lascerà ognuno sulle proprie posizioni: i detrattori del gruppo continueranno a paragonarli alla storica band di Stairway To Heaven, mentre i fans li esalteranno come il futuro del rock.

Diciamo che forse è il caso di ascoltare questo loro primo full length in maniera obiettiva (anche se è difficile visto lo stile e soprattutto il timbro di voce “plantiano” di Josh) e giudicarlo per quello che è: un buon disco di sano rock americano (con influenze British, uno dei rari casi di ispirazione “al contrario”, dato che di solito erano le band inglesi che guardavano al Nuovo Continente), suonato in maniera tosta e vigorosa, cantato benissimo e con una produzione solida, un album che non sfigurerà di certo in qualsiasi collezione che si rispetti. I ragazzi sono consci dei paragoni con la band di Page, Plant, Jones e Bonham, e quindi in qualche episodio cercano anche di diversificare la proposta, con strumentazioni più acustiche ed atmosfere di vaga ispirazione West Coast: anche nell’EP dello scorso anno c’erano un paio di varianti, ma nella fattispecie si trattava di due cover, A Change Is Gonna Come di Sam Cooke e Meet On The Ledge dei Fairport Convention, mentre in Anthem Of The Peaceful Army i brani sono tutti originali. Un tentativo quindi apprezzabile, anche se poi l’impressione è che sia Robert Plant a cantare, e quindi si torna al punto di partenza. L’opening track Age Of Man ha un suggestivo intro per organo e voce, poi arriva la sezione ritmica, solida e sicura, e Josh intona una rock ballad molto classica, con i suoni giusti ed un crescendo di grande pathos: forse neanche troppo zeppeliniana. Con The Cold Wind siamo invece in pieno Dirigibile, il modo di cantare è plant al 100% e pure nella performance chitarristica ci sono palesi rimandi allo stile di Page, ma non nascondo di provare un certo piacere nell’ascoltare comunque un brano rock potente e ben fatto come questo; la cadenzata When The Curtain Falls non si sposta un millimetro dalla “Zeppelin Zone” (periodo secondo/terzo album), ma in ogni modo la prestazione dei nostri è notevole, specie Jake alla chitarra ed un super Wagner alla batteria.

Con Watching Over i GVF alzano leggermente il piede dall’acceleratore, e ci consegnano una fluida ballata elettrica per quanto sempre decisamente rock, cantata e suonata con grinta ed un paio di assoli chitarristici molto liquidi, mentre la tambureggiante Lover, Leaver (Taker, Believer) è puro hard rock anni settanta, indovinate da che parti stiamo (e qui si rasenta il plagio, anche se indubbiamente i ragazzi sanno suonare alla grande: sentite la chitarra, una vera goduria). You’re The One cambia registro, ed è una squisita ballata elettroacustica, sempre suonata con molta forza, ma dai cromosomi californiani (sempre seventies, da lì non ci si schioda), un ritornello di impatto immediato ed un ottimo organo alle spalle suonato da Sam, un pezzo che dimostra che i ragazzi, quando vogliono, sanno anche staccarsi dall’ombra di chi già sapete. The New Day mantiene i piedi nella West Coast, ma c’è da dire che anche nei dischi degli Zeppelin erano presenti sonorità più acustiche e bucoliche: bella canzone comunque, fresca, ariosa, con la solita splendida chitarra ed una performance vocale di livello egregio. La roboante Mountain Of The Sun, in cui appare anche una bella slide, è di nuovo hard rock con qualche elemento blues, mentre Brave New World, se non fosse per la voce di Josh, potrebbe anche essere un brano di Neil Young, ma di quelli belli tosti; il CD termina con Anthem, una scintillante canzone che parte con voce e chitarra acustica ma che a poco a poco si arricchisce strumentalmente, mantenendo comunque un profilo più basso e distaccandosi in maniera più netta rispetto al suono hard di gran parte del disco.

Vedremo se dal prossimo disco i Greta Van Fleet continueranno ad evocare sonorità zeppeliniane o intraprenderanno definitivamente una strada tutta loro: per il momento mi sento di promuoverli, dato che comunque questo Anthem Of The Peaceful Army non è una bufala, e la musica in esso contenuta è di livello più che buono.

Marco Verdi

Qualche Disco (Dal Vivo) Per L’Estate –Parte 2. David Bowie – Welcome To The Blackout/Heart – Live At Soundstage

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David Bowie – Welcome To The Blackout (Live London ’78) – Parlophone/Warner 2CD

Heart – Live At Soundstage – BMG CD/DVD

Dopo avervi parlato dell’ottimo nuovo volume degli archivi dei Rolling Stones, ecco due altre interessanti proposte dal vivo, abbastanza diverse tra loro ma con il comune denominatore della buona musica. Welcome To The Blackout è un doppio CD intestato a David Bowie, che era già uscito questa primavera in vinile per il Record Store Day (esattamente come Cracked Actor dello scorso anno), e documenta l’ultimo concerto del segmento europeo dell’Isolar II Tour del Duca Bianco del 1978 (registrato all’Earl’s Court di Londra), una tournée mondiale che promuoveva i primi due album della cosiddetta “trilogia berlinese”, Low e Heroes (Lodger sarebbe uscito l’anno successivo), insieme ad una delle band migliori della sua lunga carriera: Carlos Alomar ed il bravissimo Adrian Belew alle chitarre, Sean Mayes al piano, George Murray al basso, Dennis Davis alla batteria, Simon House al violino e Roger Powell al synth.

Un concerto bello, teso, molto rock, con Bowie carismatico e teatrale come sempre, ed una larga rappresentanza di pezzi tratti dai due album berlinesi (11 su 24 totali, di cui ben 10 su 12 nel primo CD): dopo l’intro strumentale, invero un po’ tetro, di Warszawa, i brani migliori presi da questi due lavori sono la fluida rock ballad Be My Wife, che neppure un invadente synth riesce a rovinare, la potente e diretta Blackout, e naturalmente le due più famose, cioè l’algida ma accattivante Sound And Vision e soprattutto la splendida Heroes, con un grande Belew. Ci sono anche diverse canzoni non molto note del songbook bowiano, e che raramente verranno riprese in seguito, tra cui l’intensa ballad Five Years, cantata benissimo da David, e la coinvolgente e teatrale Alabama Song. Ovviamente non possono mancare i classici, come la saltellante e quasi bluesata (alla maniera di Bowie) The Jean Genie, con grande assolo di chitarra, la funkeggiante Fame, scritta dal nostro insieme a John Lennon, la sempre emozionante Ziggy Stardust ed i trascinanti rock’n’roll di Suffragette City e Rebel Rebel, che chiude un ottimo show, nonostante l’assenza di evergreen come Space Oddity e Life On Mars? 

Non è invece una novità assoluta questo Live At Soundstage delle Heart, in quanto era già uscito brevemente come DVD nel 2008, con la registrazione di questo concerto del 2005 per la famosa trasmissione americana, e oggi viene riproposto aggiungendo il supporto audio a quello video (con però solo 17 canzoni sulle 23 totali nel CD, farlo doppio pareva brutto. Il DVD per fortuna offre lo show completo). Non mancano di certo sul mercato album dal vivo delle sorelle Ann e Nancy Wilson, ma devo dire che questo è uno dei più riusciti, in quanto presenta un concerto in cui le due musiciste sono in forma smagliante, specialmente Ann che offre diverse prestazioni vocali degne di nota, ed entrambe sono coadiuvate da una solidissima band dal suono decisamente diretto e rock’n’roll (purtroppo non sono citati i nomi dei musicisti *NDB Per i feticisti dei nomi, visto che non sono molto noti, a parte Inez degli Alice In Chains: Ben Smith, drums, Craig Bartock, guitar, Debbie Shair,keyboards, Mike Inez, bass). Un concerto molto bello quindi, roccato e grintoso, con Ann in forma vocale splendida, e pure Nancy se la cava egregiamente quando viene chiamata al microfono, anche se non può raggiungere le tonalità della sorellona.

Gli highlights della serata sono lo scatenato rock’n’roll Kick It Out, la cadenzata e coinvolgente Straight On, con la prima performance vocale da applausi di Ann, il folk-rock di Fallen Ones, in cui la Wilson dai capelli neri si traveste da Robert Plant (e con risultati convincenti), la solida ballata elettrica Lost Angel, la diretta e chitarristica Even It Up e la saltellante e quasi country Things. Non mancano le loro ballate di successo degli anni ottanta, e se These Dreams, cantata da Nancy, non l’ho mai amata più di tanto (ma qui ha le sonorità giuste), Alone è splendida, soprattutto spogliata dei suoi effetti “Big Eighties” e trasformata in uno slow acustico che fa risaltare la bellissima melodia e la potenza della voce di Ann. Ci sono anche delle ottime cover, come Love Song di Lesley Duncan (ma resa nota da Elton John, una delle poche canzoni non scritte da Sir Reginald) e soprattutto ben tre pezzi dei Led Zeppelin, da sempre la maggiore influenza del duo: una splendida The Battle Of Evermore e, come finale, un uno-due da favola con Black Dog (ma che voce) e Misty Mountain Hop. Dulcis in fundo, i classici del gruppo, come la trascinante Magic Man, la grandiosa Crazy On You, una delle loro più belle rock songs, la zeppeliniana Bebe Le Strange e la dura e viscerale Barracuda. Come ho già detto, uno dei migliori live delle Wilson Sisters.

Marco Verdi

Uno Dei Migliori Album Del Jazz-Rock Anni ’70, “Rivisitato” 40 Anni Dopo Dal Vivo. Al Di Meola – Elegant Gypsy & More LIVE

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Al Di Meola – Elegant Gypsy & More LIVE – earMUSIC/Edel

Non si può certo dire che Al Di Meola nella sua carriera non abbia mai pubblicato dischi live: ne sono usciti almeno sei, oltre ad una decina di DVD e a quelli delle collaborazioni con John McLaughlin e Paco De Lucia, oltre a reunion varie dei Return To Forever. Uno dei suoi dischi solisti più belli del post RTF, anzi probabilmente il suo migliore in assoluto, era stato Elegant Gypsy, di cui proprio lo scorso anno si festeggiavano i 40 anni dall’uscita con un tour celebrativo. A differenza di altri eventi simili, però nel corso dei concerti non è stata eseguita la totalità dei brani contenuti in quel disco, ma solo una piccola selezione degli stessi: o almeno questo è quanto risulta dalla scaletta di questo Elegant Gypsy & More LIVE, che a sua volta festeggia quel fortunato tour. Con Di Meola suona una formazione di tutto rispetto, che forse non può competere con i RTF originali, Chick Corea, Lenny White e Stanley Clarke, oltre allo stesso Al, erano un bel “gruppettino”, e anche nell’Elegant Gypsy originale suonavano fior di musicisti, disco di cui appaiono “solo” tre brani  (manca per esempio la splendida title track), ma ci provano https://www.youtube.com/watch?v=EYl6qh_ZvDc .

Si diceva della formazione del tour: oltre a Di Meola, con la sua immancabile Les Paul, troviamo Philippe Saisse, bravissimo tastierista francese, Evan Garr, al violino, Gumbi Ortiz, alle percussioni, Elias Tona, al basso e Luis Alicea, alla batteria: il risultato è un disco scintillante che rivisita il classico jazz-rock degli anni ’70, quello mediato dal latin-rock, ma anche dal rock classico, per esempio esplicitato in una versione breve ma potente di Black Dog,  proprio il brano dei Led Zeppelin, riproposto in veste strumentale, dove il violino fa la parte della voce di Plant,, mentre Di  Meola con le sue scale velocissime e fiammeggianti cerca di non fare rimpiangere Jimmy Page, e se McLaughlin (e Larry Coryell) hanno “inventato” l’uso della chitarra elettrica nel jazz-rock, Di Meola ne è stato negli anni uno degli interpreti migliori nel corso delle decadi. One Night Last June, in origine su Kiss My Axe è una partenza strepitosa, sembra di ascoltare i primi Santana quelli migliori, con le percussioni di Ortiz e le tastiere di Saisse in grande evidenza, ma pure il violino elettrico e poi Di Meola è subito straripante, con la sua tecnica incredibile, soprattutto l’uso del vibrato, ma anche un grande gusto per i particolari ed un feeling sopraffino; Senor Mouse scritta da Chick Corea, era su Hymn Of The Seventh Galaxy, il disco con Bill Connors, ma anche Di Meola l’ha incisa su Casino, e la melodia spagnoleggiante del brano è memorabile grazie agli incisi deliziosi della solista e del piano (pur se non è da dimenticare che Di Meola nonostante il cognome, e la musica che suona, è di origine italiana).

Molto buone anche Adour, da Elysium, più lenta, sognante e raffinata, e dallo stesso disco del 2015 anche Babylon, con intermezzi vocali, un arrangiamento più composito e che dopo un inizio attendista si scatena sui vorticosi interventi dei solisti. Chiquilin De Bachim è un omaggio alla musica di Piazzolla, sound comunque rotondo ed incalzante, benché fedele alla melodia originale, che ci introduce al primo dei brani di Elegant Gypsy, una fantasmagorica Flight Over Rio, che potrebbe ricordare i Santana del periodo di Lotus o addirittura I Rush più intrippati. Di Black Dog abbiamo detto, a seguire, senza requie, sempre dal  disco del 1977 una ottima Midnight Tango, molto rilassata e godibile nelle sue morbide spire, con la chitarra ariosa di Di Meola affiancata dal piano di Saisse e dal violino di Garr https://www.youtube.com/watch?v=-TTKWMM4-W8 ; Egyptian Danza, nuovamente da Casino, evidenzia anche temi etnici comunque sempre affrontati a velocità supersoniche e con virtuosismi incredibili da Di Meola e soci che si congedano dal pubblico presente al concerto con Race With Devil On Spanish Highway, un pezzo di chiara impronta rock il cui riff rimanda nuovamente ai Santana del terzo album, con le linee liquide della solista del nostro che sono un vero piacere per gli amanti dello strumento, sempre affrontate a velocità da ritiro della patente. Un ottimo live. Esce domani 20 luglio.

Bruno Conti

Ennesima Ristampa (In)Utile E Costosa Dei Led Zeppelin: Il 7 Settembre Uscirà L’Edizione Super Deluxe di The Song Remains The Same

led zeppelin the song remains the same superdeluxe

Led Zeeppelin – The Song Remains The Same – 2CD/4LP/3DVD Super Deluxe Edition – 2 CD – 4 LP – Blu-ray Audio – Swan Song/Rhino/Warner 07/09/2018

Qualche mese fa, in occasione della “ristampa”, peraltro altrettanto inutile, di How The West Was Won dei Led Zeppelin, si era detto che Jimmy Page stava lavorando a del materiale Live, da pubblicare verso l’autunno, per il 50° Anniversario della band https://discoclub.myblog.it/2018/01/27/uscite-prossime-venture-3-e-pure-questo-e-fondamentalmente-inutile-led-zeppelin-how-the-west-was-won/ . Spero che non fosse questo il disco previsto in uscita, ma che tra le tonnellate di inediti registrati dal vivo che esistono del gruppo, alla fine la montagna partorisca un topolino.Quindi dita incrociate, e vedremo se entro la fine dell’anno qualcosa succederà.

led zeppelin the song remains 2 cd

Per il momento la Warner pubblicherà solo il megabox che vedete effigiato qui sopra (prezzo previsto indicativo tra i 200 e i 250 euro, mica bruscolini): 9 supporti in tutto, e zero inediti, complimenti, sono soddisfazioni. La versione in 2 CD e quella in quattro vinili usciranno anche divise, come pure, a parte, anche una versione Blu-ray, solo audio, singola, che peraltro costerà circa 40 euro. Inoltre ci viene orgogliosamente annunciato che nel quadruplo vinile per audiofili, con un nuovo mixaggio di Page, per la prima volta sono riusciti a far entrare la versione completa di 29 minuti di Dazed And Confused su una sola facciata di un LP. Mentre per ciò che concerne i DVD, praticamente troviamo la versione doppia video, che era già uscita nel 2007, con i 4 brani che mancavano nel film originale, “Celebration Day,” “Over the Hills and Far Away,” “Misty Mountain Hop” and “The Ocean.” , con un ulteriore DVD audio che conterrà le versioni HD Stereo e Dolby Surround.

Ecco la lista completa dei contenuti:

CD1 (Remastered)
01 Rock And Roll
02 Celebration Day
03 Black Dog
04 Over The Hills And Far Away
05 Misty Mountain Hop
06 Since I’ve Been Loving
07 No Quarter
08 The Song Remains The Same
09 The Rain Song
10 The Ocean

CD2 (Remastered)
01 Dazed And Confused
02 Stairway To Heaven
03 Moby Dick
04 Heartbreaker
05 Whole Lotta Love

LP1:
Side A
01 Rock And Roll
02 Celebration Day
03 Black Dog
04 Over The Hills And Far Away
Side B
01 Misty Mountain Hop 02 Since I’ve Been Loving You
03 The Ocean

LP2:
Side A
01 The Song Remains The Same
02 The Rain Song
Side B
01 No Quarter

LP3:
Side A
01 Dazed And Confused
Side B
01 Moby Dick

LP4:
Side A
01 Stairway To Heaven
02 Whole Lotta Love
Side B
01 Heartbreaker

DVD1:
Led Zeppelin: The Song Remains The Same Film

DVD2:
Video Extras

DVD3 (PCM and DTS Master HD Stereo (96kHz/24-bit) and DTS Master Surround Audio for 5.1):
01 Rock And Roll
02 Celebration Day
03 Black Dog (Remastered)
04 Over The Hills And Far Away
05 Misty Mountain Hop
06 Since I’ve Been Loving You
07 No Quarter
08 The Song Remains The Same
09 The Rain Song
10 The Ocean
11 Dazed And Confused
12 Stairway To Heaven
13 Moby Dick
14 Heartbreaker
15 Whole Lotta Love

16 Rock And Roll
17 Celebration Day
18 Black Dog (Remastered)
19 Over The Hills And Far Away
20 Misty Mountain Hop
21 Since I’ve Been Loving You
22 No Quarter
23 The Song Remains The Same
24 The Rain Song
25 The Ocean
26 Dazed And Confused
27 Stairway To Heaven
28 Moby Dick
29 Heartbreaker
30 Whole Lotta Love

Alla prossima.

Bruno Conti

Uno Strepitoso Omaggio Ai Tre “Re” Inglesi Della Chitarra. Joe Bonamassa – British Blues Explosion Live

joe bonamassa british blues explosion live

Joe Bonamassa – British Blues Explosion Live – 2 CD – 2 DVD-  Blu-ray  Mascot/Provogue – 18-05-2018

Toh, un nuovo Joe Bonamassa, strano! Sono già passati quasi quattro mesi dall’ottimo Black Coffee, il disco con Beth Hart https://discoclub.myblog.it/2018/01/21/supplemento-della-domenica-di-nuovo-insieme-alla-grande-anteprima-nuovo-album-beth-hart-joe-bonamassa-black-coffee/  e “finalmente” il chitarrista di New York pubblica un nuovo album. Ironie a parte, in effetti questa è l’unica critica che si possa fare al nostro amico: ha questa malattia, la “prolificità”, e la deve curare in qualche modo, quindi pubblica dischi a raffica in modo compulsivo, però  spesso anche belli. E British Blues Explosion  Live fa parte di questa categoria: per la verità il disco era atteso da tempo, essendo stato registrato nel 2016, ma poi nel frattempo il buon Joe non è stato con le mani in mano, e oltre al disco con Beth, sono usciti il Live acustico alla Carnegie Hall, quello con i Rock Candy Funk Party, la reunion dei Black Country Communion, e di riflesso l’omaggio alla musica inglese dell’epoca d’oro del blues (rock) britannico era stata accantonato. Solo 5 date tenutesi nel luglio del 2016 durante il breve tour inglese, delle quali il concerto di Greenwhich è stato registrato e filmato, e questo è il risultato. Si diceva un omaggio agli eroi del giovane Bonamassa, quando si avvicinava per la prima volta alla musica, che era quella che arrivava dalla Gran Bretagna sul finire degli anni ’60, e soprattutto a tre grandissimi chitarristi, Eric Clapton, Jeff Beck e Jimmy Page. E per l’occasione il gruppo di Bonamassa torna ad un formato più ristretto, niente coriste, fiati e ospiti assortiti, solo il classico quintetto con  Michael Rhodes (basso), Reese Wynans ( tastiere), Anton Fig (batteria) e il concittadino (ma ora vive a L.A. a due passi da Joe) Russ Irwin, new entry per l’occasione (chitarra ritmica e armonie vocali).

Il disco uscirà il 18 maggio in vari fomati, ma noi lo abbiamo ascoltato in anteprima per voi ed ecco il resoconto, decisamente positivo. Siamo nel cortile dell’Old Royal Naval College di Greenwhich, nei sobborghi di Londra, è il 7 luglio del 2016, quindi ufficialmente è estate anche in Inghiltera, e si entra subito in argomento con un classico medley del Jeff Beck Group, il primo singolo Beck’s Bolero e Rice Pudding da Beck-Ola, con Bonamassa inizialmente alla slide e una band potente e competente alle spalle, ci mettono subito di buon umore, blues-rock di gran classe, con l’ottimo Wynans all’organo a spalleggiare la Gibson di Bonamassa che volteggia da par suo, un lungo strumentale da urlo di una decina di minuti per aprire le operazioni. Che proseguono, senza soluzione di continuità, con Mainline Florida, un brano forse non conosciutissimo di Eric Clapton, era su 461 Boulevard, l’album del 1974 (quindi non solo anni ’60 nel concerto), con il classico suono di Manolenta dell’epoca, rock ma con mille nuances complementari, ovviamente la chitarra è sempre al centro della scena. Poi arriva Boogie With Stu, da Phisycal Graffiti dei Led Zeppelin, con il terzo della triade, Jimmy Page, a ricevere il suo giusto omaggio: brano registrato nel 1971 ma pubblicato solo nel 1975, altro pezzo diciamo “minore”, che come prevede il titolo ruota intorno al piano, per un bel boogie vecchia scuola, cantato a due voci con Irwin, che siede lui stesso alla tastiera, e notevole assolo di Bonamassa nella parte centrale.

Let Me Love You Baby è un pezzo di Willie Dixon, ma la facevano Buddy Guy, Stevie Ray Vaughan, ancora Jeff Beck, e nel British Blues pure Chicken Shack e Bloodwyn Pig, il primo blues classico della serata, con Irwin che dà una mano sostanziale a livello vocale e un assolo misurato di chitarra di grande feeling e tecnica di Joe. Ancora da Beck-Ola troviamo una poderosa  Plynth (Water Down The Drain), con la Les Paul di Bonamassa in grande spolvero, mentre Fig picchia di gusto, e a seguire dallo stesso album di Beck ancora Spanish Boots. Altro pezzo di una potenza devastante, se rock deve essere che rock sia . Double Crossing Time era sul classico John Mayall’s Bluesbreakers With Eric Clapton, una rarissima collaborazione come autori tra I due, il primo grande lento della serata e qui si gode; da 461 Ocean Boulevard arriva per il party time del concerto una ondeggiante Motherless Children, di nuovo con la voce di Irwin in bella evidenza e la Telecaster di Bonamassa splendida protagonista. Poi è tempo per i Cream, omaggiati con una gagliarda SLAWBR, ovvero She Walks Like A Bearded Rainbow, uno dei pezzi più psichedelici del trio inglese.

Altro grandissimo medley, dal songbook dei Led Zeppelin, prima una ottima Tea For One e poi un altro slow blues da sballo I Can’t Quit You Baby, versione con assolo  fantasmagorico, giocato anche su toni e volumi, come dicono a Bologna “socc’mel” se suona, potrà esservi simpatico o meno, ma la qualità e il feeling non si discutono. Little Girl e Pretending non sono certo tra i brani più memorabili di Clapton, comunque dal vivo fanno sempre la loro porca figura, e si voleva scegliere qualcosa di inconsueto nel repertorio di Enrico. Poi Bonamassa si omaggia da solo con un medley di brani del proprio  repertorio, lo strumentale Black Winter e la sua versione di Django, in tributo a Reinhardt. Per finire la serata, in un tripudio di wah-wah ed effetti a go-go, altro momento topico con una versione extralarge di How Many More Times, solo quei quasi 20 minuti di goduria assoluta dedicati al capolavoro di Page e soci, con citazioni del British Blues, tra cui The Hunter dei Free. E se non bastasse, in uno strano DVD extra con una unica bonus track, da una serata al Cavern di Liverpool, ecco arrivare la cover di Taxman dei Beatles. L’ho già detto e mi ripeto, per me finché li fa così belli, Joe Bonamassa di dischi può farne quanti ne vuole.

Bruno Conti

Uscite Prossime Venture 3. E Pure Questo E’ Fondamentalmente Inutile: Led Zeppelin – How The West Was Won

led zeppelin how the west was won

Led Zeppelin – How The West Was Won – SuperDeluxe 3CD/4LP/DVD Audio/Libro – 3 CD – 4 LP – Blu-Ray Audio – Atlantic/Rhino 23-03-2018

Ufficialmente ci viene detto che questa messe di edizioni relative a How The West Was Won, fa parte della serie di ristampe dedicata agli album della discografia rimasterizzata da Jimmy Page dei Led Zeppelin, che però si considerava terminata con l’uscita nel 2015 di Coda, con l’appendice delle BBC Sessions l’anno successivo. Anche perché a ottobre di quest’anno, in occasione del 50° Anniversario della band, verrà pubblicato dell’ulteriore materiale inedito, non ancora identificato con precisione. Per il momento la Warner annuncia questa edizione con un nuovo master realizzato da Page per questo Live all’epoca inedito, che era stato pubblicato in origine nel 2003, per il 35esimo del gruppo, una sorta di composito con il meglio delle due date tenute al Los Angeles Forum e alla Long Beach Arena il 25 e 27 giugno 1972, confezionate in modo da costituire una sorta di concerto virtuale. Volendo, se si voleva fare questa nuova edizione, si potevano recuperare i due concerti completi, ma la prossima ristampa propone pari pari lo stesso contenuto della versione di 15 anni fa: almeno le varie altre ristampe, in modo variabile, contenevano comunque tutte del materiale esclusivo.

1. LA Drone
2. Immigrant Song
3. Heartbreaker
4. Black Dog
5. Over The Hills And Far Away
6. Since I’ve Been Loving You
7. Stairway To Heaven
8. Going To California
9. That’s The Way
10. Bron-Yr-Aur Stomp
11. Dazed And Confused
12. What Is And What Should Never Be
13. Dancing Days
14. Moby Dick
15. Whole Lotta Love
16. Rock And Roll
17. The Ocean
18. Bring It On Home

Bellissimi concerti, nettamente superiori a The Song The Remains The Same e forse anche alle BBC Sessions, ma zero materiale inedito, con la versione Super Deluxe, super costosa come sempre, che contiene, come leggete sopra, sia i 3 CD che i quattro vinili, oltre ad un DVD audio con l’edizione in Dolby Digital 5.1, un libro fotografico e una stampa della copertina del disco, numerata nelle prime 30.000 copie. Oppure, se non lo avete già preso, potete acquistare a parte il triplo CD (che comunque circola ancora ad un prezzo più basso delle nuova edizione) o il Box quadruplo degli LP, divisi, come pure un Blu-Ray sempre solo audio.

Direi di aspettare la fine dell’anno per vedere che cosa uscirà effettivamente di “nuovo”. Alla prossima.

Bruno Conti

Gli “Antenati” Dei Led Zeppelin. Yardbirds – Yardbirds ’68

yardbirds 68

Yardbirds – Yardbirds ’68 – JimmyPage.com 2 CD – 2 LP

Qualche breve considerazione prima di entrare nel dettaglio di questo Yardbirds ’68. La prima è che siamo di fronte ad un fior di album e quindi lo consigliamo caldamente (mi è venuto il plurale maiestatis; come il Papa, oppure come i recensori delle pubblicazioni “serie”, che chissà perché si esprimono in quarta persona, o prima plurale se preferite, come se parlassero per tutta la rivista e non solo per sé stessi): ma, ci sono ovviamente dei ma, più di uno. Innanzi tutto il fatto che il CD, uscito per la http://www.jimmypage.com/, l’etichetta personale di Jimmy Page, è abbastanza difficile da reperire (a parte qualche distributore volonteroso), non sarebbe neppure costosissimo, ma le spese di spedizione influiscono parecchio sul prezzo di questo doppio CD. Di cui, scusate, ma devo dirlo, il primo dischetto dura poco più di 40 minuti, il secondo, quello con gli inediti, circa 28, quindi ci sarebbe stato tutto comodamente su un singolo. Certo, c’è anche un bel libretto nella confezione, e se la vostra disponibilità economica lo permette, ci sarebbe pure la confezione limitata con CD e vinili, autografata da Jim McCarty, Chris Dreja e Jimmy Page, i tre Yardbirds ancora viventi, a “sole” 400 sterline.

yardbirds 68.png 2 lp

https://www.youtube.com/watch?v=kNuQPTzuof4

Questo disco in effetti sarebbe il famoso (e famigerato) Live Yardbirds, registrato all’Anderson Theatre di New York il 30 marzo del 1968, in uno dei due concerti tenuti quel giorno nella venue del Lower East Side, durante l’ultimo tour americano della band inglese, poi completato a luglio. Come è noto, curiosamente, il chitarrista che più a lungo ha militato nel gruppo è proprio Page: Eric Clapton ha suonato dall’ottobre 1963 a fine marzo ’65, dopo la svolta “commerciale” non gradita di For Your Love, Jeff Beck è presente nel periodo più glorioso, sempre da marzo ’65, alla primavera estate del 1966, in tempo per partecipare al Festival di Sanremo di quell’anno, e con l’ingresso di Jimmy Page, alla colonna sonora di Blow-Up. Da lì in avanti il chitarrista sarà Page, la band registrerà Little Games, qualche singolo senza successo https://www.youtube.com/watch?v=PO9s__cmwfM , e, su insistenza della loro etichetta americana Epic, un disco dal vivo, come commiato dai fans. Disco dalla vita tribolatissima: pubblicato solo in vinile, con note d Lenny Kaye (e in Stereo 8, così ho letto), disco che io personalmente non ho mai visto, pur avendone avuta una versione in LP di quelli che un tempo si chiamavano “counterfeit”, non bootleg, proprio dischi contraffatti, che si distinguevano da quelli ufficiali perché avevano delle copertine identiche ma millimetricamente più piccole. Usanza che poi è rimasta anche per le edizioni in CD, con varie versioni sempre su etichette più o meno improbabili, ma tutte caratterizzate da una eccellente qualità sonora.

yardbirds 68 1

https://www.youtube.com/watch?v=N9ULMxxlbdg

Che rimane anche per questa nuova versione rimasterizzata da Jimmy Page e che ripropone pari pari i dieci brani del concerto originale: ed è veramente un bel sentire, gli Yardbirds dal vivo erano sempre stati una fior di band, ma con l’avvento di Page avevano sviluppato uno show spettacolare (e i concerti duravano molto di più di quello riproposto in questo Yardbirds ’68, da cui comunque sono stati tolti gli applausi fasulli aggiunti all’epoca, e presi probabilmente dal pubblico di una corrida, per far sembrare che fossero presenti migliaia di persone, mentre in effetti il pubblico era molto più limitato). Jimmy aveva già iniziato ad usare l’archetto del violino e il pedale del wah-wah contemporaneamente per creare effetti sonori incredibili, ma il rock stava avanzando rispetto al pop e anche lo stesso Beck, per non dire di Hendrix e Clapton, stavano iniziano a sperimentare con feedback e pedali vari. L’apertura è affidata ad una ferocissima Train Kept A Rollin’, con l‘armonica e la voce di Keith Relf, il cantante originale del gruppo, che se non aveva la potenza di Plant, aveva comunque una voce più che rispettabile e una grinta notevole, da questo brano gli Aerosmith ci hanno costruito una carriera https://www.youtube.com/watch?v=0y078n95ApA . A seguire uno dei loro successi, la bellissima Mr., You’re A Better Man Than I, dove i florilegi della solista di Page, ispirati ma diversi da quelli di Jeff Beck, cominciano a farsi fenomenali, mentre la ritmica picchia duro e alcuni riff, effetti speciali e derive orientaleggianti dei futuri Led Zeppelin cominciano a notarsi; anche Heart Full Of Soul è un grande brano, versione breve ma compatta con il celebre riff sparato a tutta forza, seguita da Dazed And Confused che se non è ancora il tour de force degli Zeppelin, già mette in mostra tutto l’incredibile bagaglio tecnico di Page che lavora di archetto e pedali come un indemoniato, solo poco più di 6 minuti, ma è l’inizio di un’epoca, e anche gli Yardbirds come potenza non scherzavano https://www.youtube.com/watch?v=3ffBRhtWjEQ .

yardbirds-jimmy-page-photo-by-george-stroud-express-getty-images

https://www.youtube.com/watch?v=vbC2Z74q6E8

Il lato più blues/R&B è rappresentato dalle ottime My Baby (la faceva anche Janis Joplin) e Drinking Muddy Water dove si apprezza anche la forte presenza di Keith Relf, come pure di Page alla slide. In mezzo un altro brano con un riff spaziale, Over Under Sideways Down e poi un altro brano epocale come Shapes Of Things. Gran finale con lo strumentale dalle derive orientali e folk White Summer che entrerà nel futuro repertorio dei Led Zeppelin e che illustra il lavoro di ricercatore certosino di Page, per concludere con una versione incredibile di oltre dieci minuti di I’m A Man dove tutta la band e un Jimmy Page devastante, in particolare, sono veramente fulminanti nelle loro improvvisazioni. Basterebbe ed avanzerebbe, ma per la gioia dei fans e dei “completisti” il nostro amico ha aggiunto un secondo CD in studio (inciso ottimamente) con quelli che vengono definiti “sketches”, otto in tutto, veramente interessanti, ed inediti completamente: una incalzante e tirata Avron Knows,  la quasi strumentale Spanish Blood, manco a dirlo spagnoleggiante e con un intermezzo parlato che ricorda Atlantis di Donovan, (in cui suonavano Beck e John Paul Jones) con l’acustica in evidenza, Knowing That I’m Losing You, che diventerà la futura, splendida Tangerine, il classico pezzo alla Yardbirds Taking A Hold On Me, tra rock e blues, la versione di studio di Drinking Muddy Water, versione due, sempre gagliarda, come pure My Baby, altra cover doc; Avron’s Eyes che è un parente strumentale del primo pezzo del CD e una versione strumentale di Spanish Blood. Tutta roba buona che conferma il valore storico e musicale di questa “ristampa” eccellente, e se possibile, da non mancare.

Bruno Conti

Il Leone Di Detroit Torna A Ruggire (Con Un Paio Di Stecche). Bob Seger – I Knew You When

bob seger i knew when

Bob Seger – I Knew You When (Deluxe Edition) – Capitol/Universal

Soltanto tre anni separano il nuovo album di Bob Seger dal precedente Ride Out, e questa è già una buona notizia per chi lo ha seguito con passione durante la sua lunga e gloriosa carriera, caratterizzata dagli esaltanti live shows (purtroppo solo in terra americana) in cui ha dato il meglio di sé, come testimoniano gli splendidi Nine Tonight del 1981 e, soprattutto, Live Bullet del ’76, considerato da molti uno dei più importanti live album della storia del rock a stelle e strisce. Da parecchio tempo ha diradato le sue uscite in studio, soltanto tre negli ultimi ventidue anni, fino a far temere un definitivo ritiro dalle scene. Che non se la passi benissimo fisicamente è comprovato dal fatto che abbia dovuto posticipare parecchie date dell’attuale Runaway Train Tour a causa di problemi alle vertebre, ma almeno la sua voce non ha perso un grammo della ruvida irruenza che l’ha sempre caratterizzata, come possiamo verificare in quest’ ultimo I Knew You When. Già nel pezzo d’apertura, Gracile, Bob ci fa intendere che non ha nessuna voglia di gettare la spugna dandoci dentro senza risparmiarsi in un rock blues dalla ritmica granitica che ricorda certi suoi anthems degli anni settanta. Ottima la scelta delle due covers presenti nell’album: Busload Of Faith,  tratta da New York, lo splendido affresco che Lou Reed  dedicò alla sua città nel 1989,e Democracy, ironica e visionaria traccia del talento poetico di Leonard Cohen, presente su The Future, del’92. Seger rivisita entrambe con passione e bravura, irrobustendo la prima con sezione fiati e cori femminili, oltre a due fulminanti assoli di chitarra (il primo del mago della slide Rick Vito), e la seconda con una ritmica più incisiva, da marcia militare, e un bel violino sullo sfondo a sostituire l’armonica dell’originale.

The Highway ha un bel passo, tipico di tante composizioni del rocker di Detroit perfette per l’ascolto in macchina. Un buon pezzo, nonostante la presenza di una tastiera un po’ invadente che ne appesantisce la melodia. Non possiamo procedere senza prima citare colui a cui Seger ha dedicato quest’intero lavoro, Glenn Frey, il leader degli Eagles deceduto nel gennaio 2016. Tra i due perdurava da mezzo secolo una profonda e sincera amicizia e Bob ha voluto celebrarla con due toccanti canzoni. La prima, dal titolo emblematico, Glenn Song, una delle tre bonus tracks della deluxe edition, è un malinconico ricordo dei tempi andati cantato con voce rotta dall’emozione. La seconda dà il titolo all’album ed è una di quelle stupende ballate che sono da sempre il vero marchio di fabbrica del rocker di Detroit. Melodia impeccabile, scandita dal pianoforte (presumo suonato dal grande Bill Payne) e ritornello che ti entra sottopelle per non uscirne più. Della stessa categoria, non sono niente male Something More con un bel solo centrale condiviso tra sax e chitarra elettrica, Marie, dall’incedere solenne e drammatico che rimanda allo stile del già citato Cohen, e I’ll Remember You, un lentaccio assassino con pregevoli cori femminili che avrebbe fatto la sua bella figura su qualunque disco delle aquile californiane.

Purtroppo troviamo anche un paio di episodi meno riusciti, che non intaccano il giudizio comunque positivo sull’album. The Sea Inside, dalla ritmica pesante e dalle chitarre roboanti che si mescolano ad una tastiera che sembra citare Kashmir dei Led Zeppelin, è un tentativo di fare hard rock in modo insipido ed anacronistico. Peggio ancora Runaway Train, che pare un pezzo rubato agli ZZ Top del  periodo più scarso, con batteria elettronica, coretti scontati e melodia anonima, malgrado il buon intervento del sax nel finale. Di ben altra levatura sono, per fortuna, le prime due tracce aggiunte nella deluxe edition: Forward Into The Past è un solido rock cantato a voce spiegata dal protagonista ben supportato come di consueto dalle coriste, con chitarre elettriche e piano che si alternano sapientemente. Ancora meglio si rivela Blue Ridge, che ti cattura subito con un’ accattivante struttura melodica scandita dal costante rullare della batteria e da un intrigante uso delle tastiere. Un brano che certamente farà la sua bella figura se inserito nelle scalette dei futuri concerti.

Diamo dunque il nostro bentornato a Bob Seger, nella speranza di poterlo ammirare un giorno anche dalle nostre parti. Intanto, godiamoci questo I Knew You When che ha in sé il giusto calore per contrastare le fredde giornate invernali che ci attendono.

Marco Frosi