Un Divertente Disco Dal Vivo Per Uno Dei Grandi “Sidemen” Del Rock. Chuck Leavell – Chuck Gets Big (With The Frankfurt Radio Big Band)

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Chuck Leavell  – Chuck Gets Big With The Frankfurt Radio Big Band – BMG/Evergreen Arts

Chuck Leavell, da Birmingham, Alabama, è uno dei musicisti più importanti tra coloro che hanno prestato la loro opera di tastierista aggiunto con un paio delle band più rappresentative della storia del rock: dagli anni ’80 lavora con i Rolling Stones, come “direttore” della road band che accompagna le Pietre Rotolanti nei vari tour, e prima, tra il 1972 e il 1976, fu membro effettivo dell’Allman Brothers Band. Dal 1977 al 1980 ha avuto una propria band, i Sea Level, e comunque nel corso degli anni ha lavorato con moltissimi artisti che hanno chiesto le sue prestazioni: Black Crowes, Clapton, David Gilmour, Gov’t Mule, John Mayer, per citare alcuni dei più noti (ma pure con i nostri  Maurizio “Gnola” Glielmo Fabrizio Poggi). La sua carriera solista non è particolarmente ricca: cinque album negli ultimi 20 anni, compreso un altro Live In Germany (doppio) del 2008.

Proprio in relazione a quel CD, Chuck Gets Big, il disco di cui ci stiamo occupando ha rischiato di non vedere la luce, in quanto registrato nel 2011, e con Leavell che avendo già un live in commercio, non voleva pubblicarlo a così breve distanza dal precedente disco dal vivo. All’inizio del 2018, si è deciso che valeva la pena di fare uscire questo documento del suo incontro con la Frankfurt Radio Big Band. La band è proprio big, ci sono ben dodici “fiatisti”, più chitarra, basso e batteria e un paio di coriste. Il repertorio è eclettico, pesca da tutta la discografia di Chuck: si parte con King Grand, un brano dei Sea Level, che illustra il suo lato più jazz (rock), subito incantati da un florilegio del magico piano di Leavell, poi i fiati iniziano a lavorare all’unisono, il nostro che non è un cantante memorabile, pure se le cava onorevolmente, e gli assoli di Alex Schlosser alla tromba e Martin Scales alla chitarra, oltre a quello di Leavell, sono ben strutturati e assai godibili, nel suono d’assieme appunto da Big Band.

Losing Hand è uno standard da sempre associato al primo repertorio di Ray Charles, un R&B corposo che rende omaggio al Genius e qui il nostro lavora ancora di fino alla tastiera, mentre Honky Tonk Women è uno dei brani più identificabili dei suoi attuali datori di lavoro, un riff leggendario che regge anche trasferito in un ambito meno rock, per quanto i suoi colleghi tedeschi e le due coriste ci diano dentro di gusto, con Scales che fa il Richards della situazione. Living In A Dream è un altro brano dei Sea Level, come il precedente tratto da On The Edge del ’78, con Nils Van Haften che duplica il solo di sax tenore di Randall Bramblett dell’originale, in un pezzo dal ritmo sognante e mosso al contempo, con Blue Rose, una delle sue rare composizioni, da un disco di solo piano del 2001, qui trasformato in una vivace cavalcata a tempo di jazz, per poi lasciare spazio ad uno dei brani più belli di Brothers And Sisters degli Allman, Southbound, uno dei classici di Dickey Betts, con Scales di nuovo in bella evidenza, in un arrangiamento che richiama quelli dei Blood, Sweat And Tears o dei primi Chicago. 

Ancora musica di qualità con una gagliarda e corale Tumbling Dice, che diventa un rock’n’soul di pura matrice sudista, seguita da Ashley, un altro dei brani di Leavell, tratto da Southscape del 2005, una solenne e morbida ballatona dove le mani del nostro corrono sulla tastiera. E lì si fermano per un altro omaggio agli Allman Brothers, con il blues-rock sapido ed orchestrale di una coinvolgente Statesboro Blues, seguito da uno dei classici del R&R come Route 66, presa a tutta velocità dalla band che segue come un sol uomo il nostro amico, che continua a cantare più che dignitosamente, anche se poi si deve un poco ” arrangiare” quando si trova alle prese con Georgia On My Mind, dignitosa, ma il grande Ray era un’altra cosa, meglio in un altro must del repertorio di Charles come la vorticosa e raffinata Compared To What, sempre con la Big Band in perfetta sintonia con il piano di Leavell, che poi si lascia andare ai virtuosismi nella conclusiva strumentale Tomato Jam che chiude una bella serata di musica.

Bruno Conti

Per Un Natale (Texano) Diverso! Rodney Crowell – Christmas Everywhere

rodney crowell christmas everywhere

Rodney Crowell – Christmas Everywhere – New West CD

Secondo album pubblicato nel 2018 per il texano Rodney Crowell, a pochi mesi di distanza dal disco di “auto-covers” Acoustic Classics https://discoclub.myblog.it/2018/08/07/unautocelebrazione-di-grande-classe-rodney-crowell-acoustic-classics/ , e primo lavoro a carattere natalizio della sua carriera. Ma Christmas Everywhere non è un disco stagionale come gli altri, in quanto Rodney ha scelto di non fare come fanno quasi tutti, cioè affidarsi in gran parte a classici assodati e tuttalpiù scrivere una o due canzoni nuove, ma ha deciso di registrare un lavoro composto al 100% da brani nuovi di zecca. Una scelta dunque piuttosto coraggiosa, Rodney poteva andare su sicuro e farci sentire le sue interpretazioni di brani come Jingle Bells, White Christmas, Away In A Manger, O Come All Ye Faithful e così via, ma ha scelto la via più tortuosa ma che forse sentiva di più nelle sue corde, anche perché per lui non è mai stato un problema scrivere canzoni. Christmas Everywhere è quindi un disco natalizio diverso, molto più personale di altri dello stesso genere, ma nello stesso tempo vario negli stili e divertente all’ascolto: Crowell d’altronde è un autore coi fiocchi, e sa come coniugare belle canzoni ed intrattenimento, e con questo lavoro riesce a garantire lo spirito natalizio e nel contempo ad offrire qualcosa di più a livello di testi, facendo in modo di rendere l’album ascoltabile senza problemi anche in altri periodi dell’anno.

Prodotto da Dan Knobler, il CD vede Rodney accompagnato da una lunga serie di ottimi musicisti, tra cui alcuni nomi noti come Vince Gill, i coniugi Kelly Willis e Bruce Robison, i chitarristi Richard Bennett (spesso con Mark Knopfler), John Jorgenson (Desert Rose Band, Elton John Band e Chris Hillman) ed Audley Freed (ex Black Crowes) ed i bassisti Dannis Crouch e Tommy Sims. Clement’s Lament introduce il disco, un breve antipasto cantato da Tanya Hancheroff e Kim Keyes con un quartetto d’archi alle spalle, mentre la vera partenza si ha con la pimpante title track, un western swing che sembra provenire da un padellone degli anni quaranta, in cui Crowell mostra di divertirsi non poco, Jorgenson rilascia un bellissimo assolo di chitarra acustica e Lera Lynn canta una strofa verso la fine su un tema completamente diverso, lento ed orchestrato, prima che Rodney riprenda in mano le redini per il gran finale. L’ironica When The Fat Guy Tries The Chimney On For Size è un pezzo ritmato e coinvolgente, con sonorità calde di stampo quasi southern, un ottimo assolo di sax ed un vago sapore funky; Christmas Makes Me Sad è una deliziosa e limpida country song, diretta, spedita e sempre con uno sguardo al passato, mentre Merry Christmas From An Empty Bed è una toccante ballata, sempre di stampo country, ancora con una leggera orchestrazione e con la seconda voce di Brennen Leigh, un brano di indubbia finezza.

Very Merry Christmas è un trascinante rock’n’roll con tanto di fiati, un pezzo che farebbe la felicità di Brian Setzer (uno che quando non sa che fare incide un disco natalizio), Christmas In Vidor, che vede la partecipazione sia vocale che in sede di scrittura di Mary Karr (poetessa americana che con Rodney aveva già condiviso il progetto Kin nel 2012), è una rock song potente e chitarristica, che si divide tra talkin’ e parti cantate, e con un testo che forse non è proprio adatto da mettere in sottofondo quando i bambini aprono i regali sotto l’albero. Con la saltellante Christmas For The Blues torniamo a rassicuranti atmosfere vintage country, un’altra canzone decisamente orecchiabile, mentre Come Christmas è una splendida e cristallina folk song, solo voce, chitarra e bouzouki ma un feeling incredibile: tra le più belle del CD. La mossa e divertente Let’s Skip Christmas This Year, altro brano sbarazzino dallo spirito rock’n’roll, e la lenta e melodica Christmas In New York, fulgido esempio del songwriting del nostro, chiudono più che positivamente il disco, anche se c’è ancora lo spazio per un breve divertissement intitolato All For Little Girls & Boys ed accreditato a Daddy Cool & The Yule, che altri non sono che Rodney con le sue tre figlie piccole.

Se, musicalmente parlando, volete un Natale diverso, questo album fa al caso vostro.

Marco Verdi

Uno Dei “Virtuosi” Della Chitarra Elettrica Nuovamente in Azione. Robben Ford – Purple House

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Robben Ford – Purple House – EarMUSIC      

Avevamo lasciato Robben Ford alle prese con l’avventura europea di Lost In Paris Blues Band, un  buon disco collaborativo del 2016, realizzato con il bluesman francese Paul Personne e l’americano Ron Thal, oltre a John Jorgenson e Beverly Jo Scott https://discoclub.myblog.it/2017/01/06/quasi-una-super-session-lost-in-paris-blues-band-paul-personne-robben-ford-ron-thal-john-jorgenson-beverly-jo-scott/ .  Nel frattempo ha realizzato anche Supremo, il nuovo disco dei Jing Chi, il power trio che condivide con Jimmy Haslip e Vinnie Colaiuta . Nel 2018 si ripresenta con il suo nuovo disco solista, Purple House, sempre per la earMUSIC, la sua attuale etichetta, con musicisti e compagni d’avventura completamente diversi da quelli che avevano partecipato a Into The Sun,  con nomi di pregio come ospiti, da Warren Haynes a Keb’ Mo’, passando per Robert Randolph, Sonny Landreth e Tyler Bryant degli Shakedown https://discoclub.myblog.it/2015/03/17/la-classe-acqua-2-robben-ford-into-the-sun/ .

Questa volta la produzione è affidata a Casey Wasner, specialista di dischi blues, ingegnere del suono e produttore per i recenti dischi di Keb’ Mo’, da solo e con Taj Mahal, Walter Trout e anche dell’album degli Jing Chi. Wasner, suona anche la chitarra, le tastiere e  la batteria all’occorrenza, e dovrebbe far parte della prossima touring band di Ford con Ryan Madora al basso e Derrek Phillips alla batteria, che presumo  suonino anche nell’album. Quello che è certo è che gli ospiti, meno altisonanti del disco del 2015,ma comunque validi, sono Shemekia Copeland, che duetta nel brano Break In The Chain con Robben, Travis McCready, voce solista nel pezzo Somebody’s Fool, e Drew Smithers seconda chitarra solista in Willing To Wait, entrambi della band di Natchez, Mississippi Bishop Gunn. Ma torniamo a questo Purple House, per il quale, come dice lo stesso Ford nella presentazione, si è voluto porre l’enfasi sulla produzione, privilegiando ulteriormente il suono, da sempre uno dei pallini del chitarrista californiano, e anche un diverso approccio sonoro rispetto alle sue produzioni abituali, per esempio con i Blue Line, dove lo stile era decisamente rivolto al blues e al R&B.

Tangle With Ya, ha un suono tra il funky e il fusion-rock di altre avventure passate, molto ben definito, con gli strumenti decisamente ben delineati, soprattutto il basso, ma anche con l’uso di fiati e voci femminili di supporto, che danno un aura R&B al tutto, mentre l’assolo del nostro come al solito è un prodigio di tecnica e feeling; ancora molto funky moderno per la successiva e sempre fiatistica What I’ Haven’t Done, che ricorda il sound di una sua vecchia formazione, gli LA Express,, mentre gli assoli continuano ad essere sempre fluidi e brillanti. Empty Handed è una sorta di ballata elettroacustica, quasi da cantautore, intima e raffinata, con una bella melodia e un cantato molto partecipe di Ford, che lavora al solito di fino con le chitarre, mentre Bound For Glory è un pezzo rock più leggero, quasi radiofonico, nobilitato come di consueto da un assolo di gran classe.

Break In The Chain, è un gagliardo blues-rock cantato a due voci con Shemekia Copeland, che si conferma una delle cantanti più interessanti attualmente in circolazione https://discoclub.myblog.it/2018/09/04/alle-radici-della-musica-americana-con-classe-e-forza-interpretativa-shemekia-copeland-americas-child/ , mentre il nostro impiega una timbrica della sua solista decisamente più robusta rispetto al passato, anche se ci sono i soliti passaggi elettroacustici di grande tecnica. Wild Honey è un’altra bella ballata mid-tempo da cantautore di ottima fattura, malinconica e quasi di stampo west-coastiano, con il lavoro della solista molto misurato; Cotton Candy torna al funky-rock con un rotondo giro di basso e i fiati che guidano le danze, prima di lasciare spazio alla funambolica solista del leader. Finale con i due brani insieme ai membri dei Bishop Gunn, Somebody’s Fool, un potente e tirato rock-blues, cantato dall’ottimo McCready https://www.youtube.com/watch?v=SWA9sArssmU  e Willing To Wait una blues ballad dove Ford si misura in gusto e classe con la seconda solista di Drew Smithers https://www.youtube.com/watch?v=h0aB6-ustjY . Al solito un buon album per Robben Ford, anche se forse non  particolarmente memorabile.

Bruno Conti

Di Nuovo Questa Splendida Settantenne Che Non Ha Ancora Finito Di Stupire! Marianne Faithfull – Negative Capability

marianne faithfull negative capability

Marianne Faithfull – Negative Capability – Panta Rei/BMG CD

Quando tutti pensavamo che Marianne Faithfull avesse toccato uno dei vertici della sua carriera con il bellissimo Give My Love To London del 2014 https://discoclub.myblog.it/2014/10/07/tante-vite-vissute-50-anni-carriera-marianne-faithfull-give-my-love-to-london/ , non avremmo mai immaginato che la bionda chanteuse britannica, ex musa di Mick Jagger e Keith Richards, avesse nelle corde un album ancora più bello: Negative Capability, il nuovissimo lavoro della Faithfull, è infatti un disco strepitoso, uno dei migliori della sua lunga carriera, e potrebbe addirittura gareggiare per prendersi il gradino più alto del podio. Marianne ha avuto una vita intensa, e più volte è risorta dagli inferi nei quali l’avevano portata esperienze di droga e alcool che ne avevano fatta quasi una “signora maledetta” del panorama rock. Dopo il pop-rock degli anni sessanta, la Faithfull è artisticamente rinata una prima volta con il famoso Broken English del 1979, e definitivamente con lo splendido Strange Weather del 1987 (bissato tre anni dopo dal grande live album Blazing Away).

Da Vagabond Ways (1999) in poi, Marianne non ha più sbagliato un colpo, producendo lavori bellissimi e collaborando spesso con artisti di molti decenni più giovani di lei, celebrando infine i cinquanta anni di carriera nel 2016 con il CD e DVD dal vivo No Exit https://discoclub.myblog.it/2016/10/06/unaltra-splendida-quasi-settantenne-marianne-faithfull-exit/ , in cui la nostra dimostrava, nonostante gli acciacchi fisici (da tempo si muove con l’aiuto di un bastone), di avere ancora una forza interpretativa da paura. Ora, alla vigilia dei 72 anni, Marianne ci consegna quello che può essere definito senza mezze misure un mezzo capolavoro: Negative Capability è infatti un album straordinario, pieno di ballate cupe, dense e profonde, cantate con una voce che più passano gli anni e più mette i brividi, e prodotto in maniera moderna (ma con sonorità classiche) da un trio formato da Head, Rob Ellis (entrambi conosciuti per le loro collaborazioni con PJ Harvey) ed il braccio destro di Nick Cave nei Bad Seeds, Warren Ellis (nessuna parentela con Rob). Ed i due Ellis sono coinvolti anche come musicisti ed autori di alcuni brani, insieme allo stesso Cave, al cantautore Ed Harcourt ed al chitarrista Rob McVey, ex leader della indie band britannica Longview. Poche note del brano di apertura, Misunderstanding, ed abbiamo già un assaggio di cosa ci aspetta, un pezzo struggente, reso ancora più emozionante dalla viola di Ellis (Warren) e dalla voce fragile, quasi spezzata, di Marianne, una voce che non si preoccupa di dimostrare tutti gli anni che ha.

The Gypsy Faerie Queen (scritta con Cave) è un brano di un’intensità incredibile, lentissimo, guidato da piano e viola e con un’apertura melodica strepitosa nel ritornello, in cui Nick si unisce vocalmente alla Faithfull: una canzone magnifica, tra le più belle ascoltate quest’anno. As Tears Go By era stata scritta dai Rolling Stones proprio per Marianne, che nel corso degli anni l’ha ripresa più volte, ma è sempre un piacere immenso ascoltarla, anzi forse questa versione con violino, un toccante pianoforte ed una leggera percussione è quella definitiva. In My Own Particular Way è più strumentata (anche se sempre lenta), ma ha un incedere maestoso ed un motivo di quelli che se non vi emozionate avete qualche problema: splendida anche questa; Born To Live è basata su un piano cantilenante e sulla voce nuda e cruda della Faithfull, atmosfera tesa appena stemperata da un flauto (sempre l’Ellis australiano), mentre Witches Song è più cadenzata anche se mantiene una certa cupezza di fondo (inevitabile con il timbro di voce della bionda cantante di Londra), e ricorda vagamente il mood del precedente album, Give My Love To London. Nei bonus video del live No Exit c’era una rilettura del classico di Bob Dylan It’s All Over Now, Baby Blue, e qui viene pubblicata in una nuova versione di studio: versione splendida, rallentata rispetto all’originale di Bob, cantata con voce più forte del solito ed un arrangiamento elettroacustico che profuma di anni sessanta.

They Come At Night, scritta insieme a Mark Lanegan, è la più mossa finora, ma ha anche un’atmosfera vagamente minacciosa ed un arrangiamento moderno comunque perfetto per lo stile “mitteleuropeo” di Marianne (ed il testo agghiacciante va di pari passo con la musica); si torna ad un clima più tranquillo con la pianistica Don’t Go, altro brano di notevole intensità e cantato con un trasporto ed una sincerità disarmanti. Il CD si chiude con No Moon In Paris, tra le più belle del lavoro, una stupenda ballata dal tono ancora struggente ed un accompagnamento scarno ma perfetto, a base di piano, viola e due reperti quasi archeologici come harmonium e glockenspiel. Esiste anche una edizione deluxe con tre brani in più (ed una bella confezione a guisa di libro con copertina dura), il primo dei quali è la terza ed ultima cover del lavoro, cioè Loneliest Person dei Pretty Things, bella canzone e rilettura tanto per cambiare di straordinario impatto emotivo, cantata con voce meno fragile del solito ed Ellis strepitoso al violino. Chiudono definitivamente una No Moon In Paris più corta della precedente ed una versione alternata di They Come At Night, più rock di quella sentita poc’anzi ma sullo stesso egregio livello qualitativo.

Un album dunque davvero magnifico questo Negative Capability, in grado di scombussolare le classifiche dei migliori dischi dell’anno.

Marco Verdi

Lo Springsteen “Europeo” … Un’Altra Tappa All’Estremo Nord! Bruce Springsteen & The E Street Band – Helsinki, June 16 2003

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Helsinki, June 16 2003 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Era da parecchio tempo che i fans di Bruce Springsteen si auguravano che una delle uscite mensili dei concerti dal vivo dagli archivi fosse dedicata ad una serata del “The Rising Tour” del 2003, pur essendo una delle rare tournée già documentata da un DVD ufficiale (Live In Barcelona, ottimo). Ma si sa, i fans non si accontentano mai, e per quest’ultima uscita sono stati almeno in parte accontentati: ho detto in parte perché nessuno si sarebbe aspettato che l’onore sarebbe toccato alla serata del 16 Giugno, all’Olympiastadion di Helsinki, Finlandia, dato che gli show più “desiderati” erano altri (soprattutto le serate finali americane allo Shea Stadium), ma la spiegazione indicata sul sito che si occupa di vendere questi concerti ha lasciato poche speranze, dato che vi si asserisce che la maggior parte delle date di quel tour sono indisponibili per problemi tecnici, e quella di Helsinki era una delle poche pubblicabili.

The Rising vedeva il ritorno su disco di Bruce con la E Street Band per la prima volta da Tunnel Of Love (a parte i brani inediti del Greatest Hits del 1995), e la tournée che era seguita aveva attirato una grande attenzione, in parte grazie al successo del Reunion Tour del 1999-2000, in parte pure al fatto che The Rising era un grande disco, con testi che testimoniavano la situazione di un’America ferita dai fatti dell’11 Settembre 2001, ma con una gran voglia di non arrendersi e di risorgere. In realtà va detto che le scalette di quel tour offrivano meno sorprese del solito, Bruce e i suoi andavano piuttosto sul sicuro con una sorta di Greatest Hits ambulante e numerosi pezzi dal disco nuovo, ed anche quella serata in Finlandia (prima volta in assoluto per il Boss, ma sarebbe tornato nel 2012 come leggete qui https://discoclub.myblog.it/2017/07/16/supplemento-della-domenica-se-quattro-ore-abbondanti-di-rocknroll-vi-sembrano-poche-bruce-springsteen-the-e-street-band-olympiastadion-helsinki-july-31s/ ) non si sottrae all’andazzo. Un buon concerto quindi, con il nostro che si scalda man mano che lo show procede (all’inizio sembra un po’ imballato, cosa stranissima per lui) e con gli E Streeters che suonano con la consueta potenza, spettacolo che secondo me si colloca un gradino sotto le migliori uscite di questa serie. Intendiamoci però: un buon concerto di Springsteen equivale comunque ad un grandissimo concerto per il 95% dei musicisti al mondo, e quindi questo triplo CD (o download se siete tecnologici) offre due ore e mezza abbondanti di rock’n’roll e ballate ad alto tasso di godibilità.

Lo spettacolo inizia con il Boss in solitaria, con una Born In The U.S.A. in versione folk-blues con slide acustica, lo stesso arrangiamento adottato nella tournée di The Ghost Of Tom Joad e nel Reunion Tour, seguita a ruota da The Rising ovviamente full band, un pezzo già coinvolgente che però appare un po’ zoppicante nella resa vocale di Bruce (ma tempo un paio di canzoni e non ci saranno più problemi). The Rising, l’album, la fa da padrone nella setlist con ben nove brani, e se alcuni rimarranno nelle scalette anche negli anni a venire (Lonesome Day, Waitin’ On A Sunny Day), altre saranno fisse solo per questo tour: fra di esse la migliore è la commovente Empty Sky (quella con i riferimenti più diretti all’11 Settembre), mentre sia You’re Missing che Into The Fire che Worlds Apart (quest’ultima uno strano miscuglio tra rock e musica arabeggiante) sono indubbiamente canzoni minori che abbassano il tono della serata. Ma i due highlights tratti dall’allora nuovo album sono senz’altro una chilometrica (17 minuti e mezzo) e festaiola Mary’s Place, una sorta di Rosalita 2.0, e la straordinaria ballata rock-gospel My City Of Ruins, tra le più struggenti del nostro e con un crescendo magnifico. Il resto della scaletta, come dicevo prima, non riserva particolari sorprese, e non mancano di certo i pezzi che tutti si aspettano di ascoltare in uno show di Springsteen (Prove It All Night, grandiosa, The Promised Land, Out In The Street, Thunder Road, Badlands e Born To Run).

Essendo la prima volta in Finlandia, Bruce decide poi di omaggiare il pubblico suonando gran parte del suo album più popolare di sempre, cioè Born In The U.S.A. (7 brani su 12, compresa la già citata title track acustica), con due trascinanti No Surrender e Darlington County, la toccante My Hometown (che ho sempre preferito dal vivo che in studio), e veri e propri “crowd-pleasers” come Bobby Jean e l’uno-due finale di Dancing In The Dark e Glory Days. Nei bis, due dei brani simbolo del divertimento springsteeniano on stage, cioè la saltellante Ramrod (ben tredici minuti, e con una strepitosa improvvisazione pianistica in solitaria di Roy Bittan) e l’irresistibile rock’n’roll di Moon Mullican Seven Nights To Rock. A questo punto, se non ricordo male, gli unici concerti non ancora “coperti” da questa serie di pubblicazioni sono quelli dei primi anni della E Street Band, quando all’interno del gruppo militavano ancora David Sancious e Vini Lopez, e sinceramente un live da quel periodo non mi dispiacerebbe affatto.

Marco Verdi

Blues + Gospel = Bryan Lee – Sanctuary

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Bryan Lee – Sanctuary – Ear Relevant Records

Bryan Lee è una istituzione del Blues a New Orleans, come ricordano il suo sito e parecchi amanti di questa musica, ma è anche il “Braille Blues Daddy”, perché come molti sanno il chitarrista e cantante, nativo di Two Rivers nel Wisconsin, è cieco dall’età di otto anni, anche se questo non gli ha impedito di diventare uno dei  musicisti più considerati e rispettati nell’ambito delle 12 battute. Lee vive da più di 35 anni a New Orleans, ma prima era stato a lungo anche a Chicago, dove aveva imparato tutti i trucchi del mestiere dai grandi, tra cui Muddy Waters che gli aveva pronosticato un luminoso futuro (scusate l’involontario gioco di parole) tra le leggende di questa musica. Forse non è diventato una leggenda, ma sicuramente è uno degli outsiders di lusso del Blues, con una discografia non ricchissima, ma sempre di qualità più che buona ed alcune punte di eccellenza, tipo i due Live all’Old Absinthe di New Orleans, usciti sul finire degli anni ’90 (con ospiti James Cotton, Frank Marino e Kenny Wayne Shepherd), ristampati in un doppio vinile lo scorso anno, e che sia pure a fatica si trovano ancora, come parte della sua discografia.

Del suo ultimo album, Play One For Me, uscito sul finire del 2013, vi avevo parlato positivamente su queste pagine virtuali https://discoclub.myblog.it/2013/10/11/suonera-ancora-il-blues-e-non-solo-per-voi-bryan-lee-play-on/ , e visto il prolungato silenzio e l’età di 75 anni raggiunta nel frattempo, si poteva pensare sarebbe stato l’ultimo. Invece il buon Bryan che gira ancora per concerti regolarmente nel Nord America e ogni tanto anche in Europa, ha pensato bene di pubblicare un disco Sanctuary, dove il suo amore abituale per blues e R&B viene arricchito da forti elementi  gospel, sia nei testi, che nella musica. Il tutto nasce sette anni fa da una giornata e nottata in quel di Svalbard, Norvegia, in cui Lee “si sogna” un arrangiamento della celebre The Lord’s Prayer, che poi viene debitamente registrata con musicisti locali e messa da parte, insieme ad un altro brano, per usi futuri. Che arrivano a fruizione nel nuovo album, registrato in quel di Milwaukee, WI, con la produzione di Steve Hamilton, ed una nuova band con il bassista Jack Berry, il batterista Matt Liban  e Jimmy Voegeli  alle tastiere, oltre alla seconda chitarra di Marc Spagone e il bravissimo Greg Koch ospite in un paio di brani alla dobro slide guitar, nonché la voce femminile di Deirdre Fellner nei brani dall’accento più gospel. Per il resto Bryan Lee si conferma grande stilista della chitarra e ancora in possesso di una voce efficace, come dimostra sin dalla iniziale Fight For The Light dove il classico groove della musica di New Orleans si fonde alle lodi al Signore e ai pungenti interventi della chitarra solista nel finale da classico blues, poi reiterati nell’eccellente shuffle The Gift, che ricorda nel testo alcuni grandi del blues e del R&R con grande verve.

Poi si torna al voodoo gumbo della Louisiana per la sinuosa Jesus Gave Me The Blues e ai ritmi deliziosi da Mardi Gras della splendida U-Haul, in cui Voegeli sfodera il suo miglior piano alla Dr. John e Lee alcuni tocchi di classe alla chitarra, mentre l’evocativo dobro di Greg Koch punteggia l’avvolgente gospel della delicata Sanctuary, prima di lanciarsi tutti insieme appassionatamente nel pungente slow della classica Mr. Big, dove la chitarra viaggia alla grande. Only If You Praise The Lord, dalla andatura ondeggiante alla Ray Charles, è un altro gospel dove si apprezza anche la voce della Fellner, oltre a Voegeli a piano e organo, Don’t Take My Blindness For A Weakness viceversa è un raffinatissimo blues lento con la solista sempre fluida e puntuale nel suo lavoro, e I Ain’t Gonna Stop miscela ancora blues e gospel con classe. The Lord’s Prayer, uno dei due brani registrati a Oslo nel 2011, riporta orgogliosamente come autore “John The Baptist” (!?!) ed è un intenso brano tra gospel e soul, con una grande e sentita prestazione vocale di Lee, mentre Jesus Is My Lord And Saviour è un pezzo tra jazz e blues, un classico botta e risposta tra chitarra e organo che ricorda il sound del miglior Ronnie Earl e chiude “in gloria” un bel dischetto.

Bruno Conti

Tornano I “Maghi” Della Slide. Delta Moon – Babylon Is Falling

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Delta Moon – Babylon Is Falling – Jumping Jack Records/Landslide Records

Decimo album di studio per I Delta Moon,  Il duo di Atlanta, Georgia, composto da Tom Gray, che è la voce solista e impegnato alla lap steel in modalità slide, e Mark Johnson, pure lui alla slide: in effetti vengono uno da Washington, DC e l’altro dall’Ohio, ma hanno eletto il Sud degli States come loro patria elettiva, e con l’aiuto del solido (in tutti i sensi) bassista haitiano Franher Joseph, che è con loro dal 2007, hanno costruito una eccellente reputazione come band che sa coniugare blues, rock, musica delle radici e un pizzico di swamp, in modo impeccabile. I batteristi, che spesso sono anche i produttori dei dischi, ruotano a ritmo continuo: in questo Babylon Is Falling ne troviamo tre diversi, Marlon Patton è quello principale, mentre in alcuni brani suonano pure Vic Stafford e Adam Goodhue. Il risultato è un album piacevolissimo, dove il materiale originale si alterna ad alcune cover scelte con estremo buon gusto ed eseguite con la classe e la finezza che li contraddistingue da sempre.

Per chi non li conoscesse, i Delta Moon hanno un suono meno dirompente di quanto ci si potrebbe attendere da un gruppo a doppia trazione slide, una rarità, ma anche uno dei loro punti di forza https://discoclub.myblog.it/2017/05/12/due-slide-sono-sempre-meglio-di-una-nuova-puntata-delta-moon-cabbagetown/ :Tom Gray non è un cantante formidabile, ma supportato spesso e voelntieri dalle armonie vocali di Johnson e di Fraher, nelle note basse, è in grado di rendere comunque il loro approccio alla materia blues e dintorni molto brillante e vario, come dimostra subito un brano uscito dalla propria penna come Long Way To Go. Un bottleneck minaccioso che si libra sul suono bluesato  e cadenzato dell’insieme, speziato dal suono della paludi della Louisiana, altra fonte di ispirazione del sound sudista della band, mentre anche l’altra slide di Johnson inizia ad interagire con quella di Gray, che benché il nome lap steel potrebbe far pensare venga suonata sul grembo, in effetti è tenuta a tracolla e “trattata” con una barretta d’acciaio.

Conclusi i tecnicismi torniamo ai contenuti del disco: la title track Babylon Is Falling è un brano tradizionale arrangiato come un galoppante soul-blues-gospel che sta a metà strada tra il Cooder elettrico e i gruppi soul neri, con il consueto sfavillante lavoro delle chitarre, mentre One More Heartache è un vecchio brano Motown firmato da Smokey Robinson  per un album del 1966 di Marvin Gaye, sempre rivisitato con quel sound che tanto rimanda ancora al miglior Ry Cooder. Might Take A Lifetime è il primo contributo come autore di Mark Johnson, ma la voce solista è sempre quella roca e vissuta di Gray, con il suono che qui vira decisamente al rock, pensate ai Little Feat o magari ai primi Dire Straits, tanto per avere una idea; Skinny Woman va a pescare nel repertorio di R.L. Burnside per un tuffo nel blues delle colline, vibrante ed elettrico come i nostri amici sanno essere, grazie a quelle chitarre che volano con leggiadria sul solido tappeto ritmico. Louisiana Rain è un sentito omaggio al Tom Petty più vicino al suono roots, una squisita southern ballad che la band interpreta in modo divino, con l’armonica di Gray che si aggiunge al suono quasi malinconico e delicato delle chitarre accarezzate con somma maestria dai due virtuosi.

Liitle Pink Pistol, nuovamente di Gray, è un rock-blues più grintoso, sempre con le chitarre che si rispondono con  superbo gusto dai canali dello stereo e una spruzzata di organo per rendere il suono più corposo. Nobody’s Fault But Mine è il famoso traditional attribuito a Blind Willie Johnson, altra canzone che brilla nella solida interpretazione del gruppo, con un piano elettrico aggiunto alle due slide tangenziali https://www.youtube.com/watch?v=Bbbvw_Ru5w8 , e sempre in ambito blues eccellente anche il trattamento riservato ad un Howlin’ Wolf d’annata nella inquietante Somebody In My Home, sempre in un intreccio di chitarre ed armonica. Per chiudere mancano una corale e divertente One Mountain At A Time, sempre incalzante e tagliente, e la bellissima e sognante Christmas Time In New Orleans, altro pezzo firmato da Johnson https://www.youtube.com/watch?v=5ZJgSaEjNYU , ennesimo fulgido esempio del loro saper coniugare blues e radici in modo sapido e personale.

Bruno Conti   

Per Contratto Dischi Brutti Non Ne Fa, Anzi E’ Vero Il Contrario! John Hiatt – The Eclipse Sessions

john hiatt the eclipse sessions

John Hiatt – The Eclipse Sessions – New West Records

Per ribadire il titolo del Post potrei dire che sono oltre trenta anni che John Hiatt non fa un disco brutto: anche se qualcuno non aveva particolarmente apprezzato Perfectly Good Guitar  del 1993 (che per me era comunque un ottimo disco) e Little Head del 1997 (che in effetti forse non aveva brani particolarmente memorabili, ma nell’insieme si difendeva), però per esempio il nostro amico negli anni 2000 ha azzeccato una serie di album notevoli, da Crossing Muddy Waters a Beneath This Gruff Exterior, passando per Master Of Disaster e il bellissimo Same Old Man, e ancora l’ottimo The Open Road, Dirty Jeans And Mudslide Hymns e Mystic Pinballs (entrambi prodotti da Kevin Shirley), per arrivare all’ultimo Terms Of My Surrender del 2014, ancora eccellente https://discoclub.myblog.it/2014/07/24/puo-rude-anche-tenero-john-hiatt-terms-of-my-surrender/ , e l’ultimo registrato con Doug Lancio alla chitarra. Poi ha deciso di prendersi una pausa di riflessione e sono passati quattro anni prima dell’uscita di questo The Eclipse Sessions, registrato lo scorso anno nella settimana dell’eclisse solare dell’agosto 2017 alla Rock House di Franklin, Tennessee: disco numero ventitré in una discografia corposa, che se probabilmente ha trovato i suoi vertici nel capolavoro Bring The Family e nell’altro vertice assoluto di Slow Turning (quest’anno celebrato  proprio con un tour nel trentennale, in cui per l’occasione Sonny Landreth era tornato a svolgere la sua funzione di chitarrista), è rimasta, come detto, sempre consistente e di alti livelli qualitativi, con pochi paragoni con altri suoi colleghi cantautori più ondivaghi nei loro risultati discografici.

Leggendo le note si nota l’assenza di una “vera” chitarra solista, ma il disco ha comunque sempre la presenza di questo strumento fondamentale nell’economia del sound di Hiatt: se ne occupano, a seconda dei brani, lo stesso John, oltre al tastierista Kevin McKendree (che cura anche la produzione del disco), e in alcuni pezzi il figlio quindicenne di quest’ultimo Yates McKendree, che a giudicare da quanto si può ascoltare potrebbe avere un futuro luminoso di fronte a sé. La sezione ritmica, manco a dirlo, è composta dagli immancabili Patrick O’Hearn al basso e Kenneth Blevins alla batteria, in grado di garantire quel suono inconfondibile che siamo soliti associare ai dischi di John Hiatt. Che di suo compone undici nuove canzoni che trattano dei temi che negli ultimi anni sembrano ricorrenti nei testi di un signore di 66 anni come lui, che anche se non dichiara mai esplicitamente nelle sue canzoni il fattore autobiografico, lo lascia comunque sempre intuire: il narratore che medita sui suoi fallimenti di uomo e compagno in Poor Imitation Of God e Nothing In My Heart, una certa aridità di sentimenti in Over The Hill, il dolore provocato dai propri misfatti in Hide Your Tears, oppure il bilancio amaro per una vita spesa on the road dal protagonista di Robber’s Highway, che ha più rimpianti che soddisfazioni da portare in questo bilancio fatto nell’età matura.

La musica è in ogni caso quella “solita” a cui siamo abituati: dal ciondolante ritmo country-rock-blues dell’elettrocustica Cry To Me, dove la splendida voce di Hiatt dispiega il suo caldo e pigro charme, ben sostenuta dal piano e dall’organo di babbo Kevin e dai fini rintocchi della chitarra del figlio Yates, per un brano  che come al solito ha profumi sudisti e l’avvolgente fervore delle sue migliori canzoni. All The Way To The River, una delle migliori canzoni del disco, con lo stesso Hiatt alla chitarra elettrica, mi ha rimandato al suono dei primi Dire Straits, con una andatura rock sinuosa e coinvolgente, ma anche a certi brani del Dylan più elettrico e nashvilliano;  Aces Up Your Sleeve è una di quelle ballate acustiche folk intime ed intense in cui il nostro amico è maestro, intrisa di malinconia e buoni sentimenti, con il delicato organo di McKedree a lavorare di fino sullo sfondo https://www.youtube.com/watch?v=Z7LuOjQDxt8 , mentre Poor Imitation Of God con Kevin McKendree alla chitarra solista è uno dei brani più rock della raccolta, sempre con quel sound volutamente più trattenuto del solito (il disco avrebbe dovuto essere acustico) ma a cui non manca la voce grintosa del nostro amico.

E anche Nothing In My Heart opta per il suono delle chitarre acustiche arpeggiate che sono punteggiate dagli interventi  dell’organo di McKendree e dal volteggiare rotondo del contrabbasso di O’Hearn che sottolineano le amare confessioni del narratore del brano; Over The Hill è un altro dei brani più mossi del CD, con la chitarra del giovane Yates in bella evidenza e il tocco vocale peculiare del cantautore di Indianopolis, il suo marchio di fabbrica unico ed inconfondibile. Outrunning My Soul, con John di nuovo all’elettrica, un bel piano elettrico in mostra e un ritmo rock&soul che ricorda gli Stones felpati  anni ’70 di Black And Blue, lascia poi spazio di nuovo  alla dolcezza non svenevole delle confessioni folkie della dolceamara Hide Your Tears, dove la baritone guitar di Hiatt si insinua nelle pieghe di un suono quasi minimale. The Odds Of Loving You, bellissima, è un country-blues classico, con la slide acustica di Yates McKendree a sottolineare la voce vissuta di un ispirato Hiatt; One Stiff Breeze, nonostante l’impegno della famiglia McKendree, a piano, organo e chitarra elettrica, e un certo impeto R&R, è forse uno dei brani che mi paiono meno riusciti, anche se non del tutto disastroso, ma pezzi rock così  Hiatt nel passato ne ha incisi di molto migliori. Però il livello si rialza per la conclusiva Robber’s Highway, una delle sue magiche ballate, il cui riff iniziale mi ha ricordato quello della Sweet Jane rallentata che facevano i Cowboy Junkies, cantata in modo splendido e compassionevole da un Hiatt veramente ispirato https://www.youtube.com/watch?v=RrfojB7sNe0 , che chiude in modo brillante un album ancora una volta soddisfacente per chi ama la musica di questo grande cantautore, sempre tra i migliori in circolazione.

Bruno Conti

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 4. Un Album Leggendario…Minuto Per Minuto! Bob Dylan – More Blood, More Tracks – Parte 2: Il Box.

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Ecco quindi la seconda parte del mio post dedicato al quattordicesimo episodio delle Bootleg Series di Bob Dylan, box che riassume le sessions complete di New York (dal 16 al 19 Settembre 1974) e quel poco che è rimasto di quelle di Minneapolis (27 e 30 Dicembre), riguardanti il capolavoro Blood On The Tracks (ebbene sì, un disco di questa portata è stato inciso in appena sei giorni!).

CD1: undici brani con il solo Dylan presente, voce, chitarra ed armonica, come se si trattasse di una serie di demo. Si parte con due versioni della struggente If You See Her, Say Hello (la Girl From The North Country di Sara?), entrambe già splendide seppur diverse nella tonalità vocale, con Bob che canta con un’intensità da brividi; seguono tre takes di You’re A Big Girl Now, tutte estremamente rilassate e con il nostro che sillaba le parole con grande chiarezza (splendida la prima, al punto che alla fine sentiamo Ramone esclamare “Great song!”). Poi abbiamo due prime versioni di Simple Twist Of Fate, già bellissima e superbamente eseguita, e due prove di Up To Me (una delle quali appena accennata), un brano che non verrà messo sul disco originale in favore della musicalmente simile Shelter From The Storm. La chicca del primo CD sono però le due performances che lo chiudono, cioè le uniche due letture incise a New York di Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts, un pezzo da sempre legato alle sessions di Minneapolis con la band, ma che anche in solitaria è di una bellezza radiosa (specie la seconda versione, completa e con un verso in più rispetto a quella nota): una vera sorpresa.

CD2: per certi versi il dischetto più interessante del box, dato che viene documentata la sfortunata session di Bob con i Deliverance, che ci fa intuire come avrebbe potuto essere il disco se solo si fosse accesa la scintilla. Si inizia con tre diverse Simple Twist Of Fate, ed almeno la prima è davvero splendida, una grande ballata vista da una prospettiva inedita, con un delizioso interplay tra chitarre ed organo, ed una sezione ritmica discreta ma impeccabile: tra gli highlights assoluti del box (mentre le due che seguono non hanno la stessa intensità). Poi troviamo due versioni di Call Letter Blues (tra cui quella finita sul primo Bootleg Series) ed una di Meet Me In The Morning (la take finita sul disco originale, ma qui più lunga e con un verso in più), in pratica lo stesso blues con parole diverse, entrambi ispirati da 32-20 Blues di Robert Johnson, ma soprattutto cinque takes consecutive, solo Dylan con Brown al basso, della straordinaria Idiot Wind, uno dei testi più caustici di Bob e forse il brano più bello di queste sessions: sinceramente non saprei quale versione scegliere, il pathos si tocca quasi con mano, pur essendo il nostro più rilassato e meno “arrabbiato” che nella rilettura di Minneapolis. Alla fine del CD abbiamo ben nove takes di You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, affrontate da Dylan e band con spirito country-rock: ci sono prove, interruzioni e versioni finite, ma la sensazione chiara e lampante è quella di un gruppo che fatica ad adattarsi all’approccio informale del leader, ed infatti saranno le ultime incisioni full band di New York.

CD3: Weissberg ed i suoi se ne sono andati, e questo dischetto vede presenti solo chitarra, basso, piano, organo e talvolta la steel. Fanno qui il loro esordio due dei brani più popolari di Blood On The Tracks, cioè Tangled Up In Blue e Shelter From The Storm, con quattro versioni a testa: la take 1 di Tangled, molto più lenta di quella conosciuta, è bellissima e struggente, quasi una folk ballad, mentre le varie Shelter sono tutte magnifiche (e fra di esse ci sono quella originale e quella finita nel film Jerry MaGuire, ma qui con piano e basso in più). Detto di un paio di prime versioni di Buckets Of Rain, di un ottimo remake di You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, di una ripresa non troppo convinta di Call Letter Blues e di due eccellenti You’re A Big Girl Now (compresa quella finita su Biograph, meglio a mio giudizio di quella scelta per il disco uscito nel 1975, grazie anche alla languida steel di Cage), la sorpresa del CD è una rilettura del traditional Spanish Is The Loving Tongue per voce, chitarra, basso e pianoforte. Bob doveva amare particolarmente questa canzone, dato che nel periodo dal 1967 al 1975 l’aveva incisa almeno quattro volte: questa è forse la migliore di tutte, ma capisco che c’entrasse poco con il resto del disco e quindi è stata lasciata fuori a ragion veduta.

CD4: qui la parte del leone la fa Buckets Of Rain, con ben dieci tracce su venti totali (di cui quattro con il solo Bob, le uniche takes del 18/9), un brano considerato minore ma comunque diretto e godibile, e con Dylan ottimo anche alla chitarra: le performances migliori sono la seconda da solo, calda ed appassionata, e la quarta con Brown al basso, che poi è quella finita sull’album definitivo. Da segnalare una You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go più lenta ma non meno bella, la If You See Her, Say Hello del test pressing, davvero splendida (tra le più belle del cofanetto), due Meet Me In The Morning molto spontanee e con Bob che suona con piglio da vero bluesman, e cinque diverse Up To Me, una canzone che più la sento e più penso che doveva essere pubblicata. CD5: questo dischetto offre una panoramica abbastanza varia con sei diversi brani, tra cui il “ritorno” di Idiot Wind e Simple Twist Of Fate. Non ci sono molte takes complete, e quelle presenti sono in gran parte già note (la take 4 di Idiot Wind, già sul primo Bootleg Series, è presente due volte, con e senza overdub di organo), ma quella che da sola vale il CD è una Simple Twist Of Fate intima e quasi sussurrata, appena prima di quella definitiva. Ci sono anche due curiosità interessanti: una Tangled Up In Blue interrotta perché Dylan sbaglia le parole e se la prende con sé stesso, e soprattutto un momento in cui sentiamo dalla consolle la voce di Mick Jagger (che era passato a salutare Bob dallo studio attiguo) che consiglia al nostro di suonare Meet Me In The Morning con la slide acustica, ottenendo prima un cortese ma secco rifiuto (“No, I don’t play slide”) e poi fornendo una breve dimostrazione di una tecnica non proprio impeccabile, che costringe Jagger a dare ragione a Dylan.

CD6: il dischetto più breve, solo otto canzoni. Le prime tre sono anche le ultime registrate a New York, ma c’è comunque il tempo per quella che è forse la migliore Tangled Up In Blue di tutte, mentre, come ho già detto, vengono riproposte le cinque takes incise a Minneapolis e finite poi sul disco ufficiale, ma completamente remixate e leggermente rallentate (all’epoca era infatti pratica comune accelerare di poco il nastro), con il risultato di avere un suono più profondo e nitido (cosa evidente in particolare con Idiot Wind). E’ incredibile notare inoltre la differenza di approccio di Bob rispetto ad appena tre mesi prima: se a New York era rilassato, pacato e quasi malinconico, qui il nostro affronta i brani con un piglio fiero ed appassionato, molto simile a quello poi adottato nella tournée con la Rolling Thunder Revue e sull’album Desire. Quindi un altro capitolo delle Bootleg Series imperdibile da parte di Bob Dylan (ma ce ne sono di “perdibili”?), che ci porta veramente all’interno del suo disco più intimo e personale: se Bruno, al momento dell’annuncio su questo blog aveva avuto qualche dubbio, mi sento in tutta serenità di fugarlo.

Marco Verdi

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 4. Un Album Leggendario…Minuto Per Minuto! Bob Dylan – More Blood, More Tracks – Parte 1: La Storia Del Disco Originale.

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Bob Dylan – More Blood, More Tracks: The Bootleg Series Vol. 15 – Legacy/Sony CD – 2LP – Deluxe 6CD Box Set

A quasi un anno esatto dallo splendido Trouble No More https://discoclub.myblog.it/2017/12/02/supplemento-del-sabato-lapoteosi-del-dylan-performer-bob-dylan-trouble-no-more-the-bootleg-series-vol-131979-1981-parte-i/ , che prendeva in esame il periodo “mistico” dal 1979 al 1981 https://discoclub.myblog.it/2017/12/03/supplemento-della-domenica-lapoteosi-del-dylan-performer-bob-dylan-trouble-no-more-the-bootleg-series-vol-131979-1981-parte-ii/ , ecco il quindicesimo volume delle Bootleg Series di Bob Dylan, il cui titolo, More Blood, More Tracks, ci fa capire di essere incentrato sulle sessions di uno dei suoi album per il quale la parola “leggendario” non è usata a sproposito, cioè appunto Blood On The Tracks (inizialmente sembrava dovesse essere l’undicesimo episodio della serie, poi è stato accantonato per, nell’ordine, i Basement Tapes, il bienno 1965-1966 ed appunto il box religioso dello scorso anno). Blood On The Tracks è all’unanimità considerato uno dei migliori dischi di sempre di Dylan, per alcuni il più bello in assoluto, e comunque quasi mai fuori dalle Top Three dei lavori del nostro, un album che a distanza di quasi 44 anni dalla pubblicazione (è uscito infatti nel Gennaio del 1975) non ha perso un’oncia della sua bellezza, e suona ancora attuale come se fosse stato inciso da poco tempo. Un disco pieno di canzoni amare, dolorose, in certi momenti drammatiche, ispirate a Bob tra le altre cose dal progressivo disfacimento del suo matrimonio con Sara Nozinsky (più conosciuta come Sara Lownds, che però era il cognome del primo marito).

Dylan proverà senza troppa convinzione a smentire queste illazioni, sostenendo che i testi erano stati ispirati dai racconti di Cechov, ma verrà clamorosamente sbugiardato in seguito dal figlio Jakob (proprio il leader dei Wallflowers), che dirà di non riuscire ad ascoltare questo disco, in quanto ogni volta gli sembra di sentire i suoi genitori che litigano. E d’altronde c’è poco da smentire: canzoni come You’re A Big Girl Now, Idiot Wind, If You See Her, Say Hello, Simple Twist Of Fate, pur prestandosi a diverse chiavi di lettura come molti brani di Dylan, hanno dei riferimenti chiaramente autobiografici (così come You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, che però parrebbe dedicata ad Ellen Bernstein, una executive della Columbia che in quel periodo si vocifera avesse una relazione con Bob). Anche la genesi dell’album ha una storia piuttosto tribolata: Dylan inizialmente aveva pensato ad un disco più rock, ed aveva chiamato Mike Bloomfield per suonargli le canzoni e proporgli la collaborazione, ma il grande chitarrista non aveva trovato spazi dove avrebbe potuto dire la sua musicalmente parlando, ed aveva quindi declinato l’offerta. A questo punto Bob ripiegherà su un sound più acustico, entrando in studio a New York nel Settembre del 1974 insieme al noto tecnico del suono e produttore Phil Ramone, e con il chitarrista e banjoista Eric Weissberg (reduce dal grande successo di Dueling Banjos, dalla colonna sonora del film Deliverance, cioè Un Tranquillo Weekend Di Paura) e la sua band, appunto i Deliverance.

Ma anche qui l’alchimia con Bob non scatterà, e dopo un solo giorno di prove Weissberg e i suoi lasceranno lo studio (solo un brano finirà sul disco originale, Meet Me In The Morning), ma Dylan richiamerà dal gruppo il bassista Tony Brown, che suonerà praticamente durante tutte le sessions, e lo steel guitarist Buddy Cage, ai quali si aggiungerà l’organista Paul Griffin (già con Bob sia in Bringing It All Back Home che in Highway 61 Revisited), ed il quartetto porterà al termine le incisioni dando quindi all’album un sapore decisamente più intimista rispetto alle intenzioni originarie. La Columbia a questo punto preparò un test pressing del disco da mandare alle radio in tempo per la pubblicazione entro Natale, che Bob fece ascoltare al fratello David Zimmerman (unico momento in cui questo personaggio comparirà nella biografia dylaniana), il quale lo convinse a rimetterci le mani, dato che a suo parere il suono era troppo monocorde e cupo, e così com’era il disco avrebbe generato vendite troppo basse. Bob accettò il consiglio (e questo la dice lunga sulle incertezze e sullo scarso spirito critico che il nostro ha sempre avuto nei confronti del proprio materiale, basti vedere cosa accadrà nel 1983 con Infidels, un bel disco che però, con i brani che sono stati lasciati fuori, poteva diventare un altro capolavoro, ed anche in parte con Oh, Mercy), ed in Dicembre entrò negli studi Sound 80 di Minneapolis, in Minnesota, con un gruppo di musicisti sconosciuti reclutati dal fratello David (!), e con i quali incise ex novo cinque brani del disco, che a questo punto uscì a Gennaio dell’anno seguente in versione “ibrida”, metà registrato a New York e metà a Minneapolis.

Nel corso degli anni qualche inedito delle sessions della Grande Mela è stato pubblicato ufficialmente, prima sul cofanetto Biograph (You’re A Big Girl Now e l’inedito Up To Me), sul primo volume delle Bootleg Series (Tangled Up In Blue, Idiot Wind, If You See Her, Say Hello e l’inedito Call Letter Blues), una versione alternata ma praticamente identica all’originale di Shelter From The Storm sulla colonna sonora di Jerry MaGuire, ed un’altra take di Meet Me In The Morning come lato B del singolo Duquesne Whistle del 2012. Ora le sessions complete di New York (con in aggiunta le cinque canzoni di Minneapolis che finiranno sul Blood On The Tracks originale, purtroppo sembra che non sia sopravvissuto altro dalle incisioni in Minnesota) entrano a far parte, in ordine rigorosamente cronologico, di questo splendido box di 6CD, che ha avuto quindi lo stesso criterio di compilazione di The Cutting Edge (che però era basato su tre album distinti), cioè documentare ogni nota registrata per un album considerato giustamente epocale, non solo composto da grandi canzoni, ma con un Dylan in stato di grazia anche dal punto di vista delle interpretazioni, eseguite con una voce forte e senza sbavature ed un feeling da pelle d’oca.

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Alcuni fans non approvano questo modo di rivisitare i dischi storici, in quanto sostengono che pubblicare tutto quello che è stato documentato tolga quella patina di mistero e di immortalità, ma la maggior parte degli estimatori del nostro (me compreso) andranno in brodo di giuggiole. Il box esce nel solito elegante formato utilizzato ultimamente per questa serie, con due splendidi libri in cartone duro ricchi di foto inedite, un saggio scritto dal noto giornalista Jeff Slate e, fiore all’occhiello dell’operazione dal punto di vista grafico, la riproduzione del notebook originale di 57 pagine con i testi e le annotazioni scritti da Bob di suo pugno (al cui interno trovano spazio testi di canzoni che, per quanto ne sappiamo, non sono mai state messe in musica, come Don’t Want No Married Woman, There Ain’t Gonna Be Any Next Time, It’s Breakin’ Me Up e Where Do You Turn). Esiste anche una versione su CD singolo, o doppio LP (primo caso nella storia delle Bootleg Series, di solito l’edizione “povera” è doppia), con i dieci brani del disco originale in versione inedita, più una take alternata di Up To Me. Ma a noi chiaramente interessa il box sestuplo, e nella seconda parte di questo post analizzerò i brani salienti, che non sono pochi.

Marco Verdi