Non Finisce Mai Di Stupire, Un Altro Disco Splendido! Mavis Staples – We Get By

mavis staples we get by

Mavis Staples – We Get By – ANTI-

Vediamo alcuni fatti “certi” relativi al nuovo album di  Mavis Staples We Get By: intanto, girando per i vari siti,scopriamo che è il 12° album della cantante di Chicago, ma forse il 13° o anche il 14°, non contando i due Live, il tributo in quanto tale, uscito nel 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/07/04/un-altro-concertotributo-spettacolare-mavis-staples-ill-take-you-there-an-all-star-concert-celebration-live/ , e ovviamente tutti i dischi con gli Staples Singers. Però non si capisce perché la colonna sonora  del 1977 A Piece Of The Action, con brani scritti da Curtis Mayfield, e Spirituals & Gospel: Dedicated To Mahalia Jackson del 1996, con Lucky Peterson, ma entrambi cantati in toto da Mavis, non debbano rientrare nel conteggio? Quindi una certezza di questo We Get By è che per l’ennesima volta dal 2007, quando Ry Cooder le produsse lo splendido We’ll Never Turn Back, e poi in tutti i successivi  album pubblicati dalla ANTI-, è che la Staples non ha sbagliato più un disco da allora, sempre mantenendo livelli di qualità sopraffini, nonostante nel corso degli anni siano cambiati i produttori, Jeff Tweedy per tre volte, M. Ward, e la stessa Mavis per il recentissimo Live In London.

Un’altra certezza (e anche una costante) sembra essere la presenza della splendida band che la accompagna dal 2010 (con l’eccezione di One True Vine del 2013), Rick Holmstron alla chitarra, Jeff Turmes al basso e Stephen Hodges alla batteria, che anche Ben Harper, il nuovo produttore che ha scritto pure tutte le canzoni, non ha voluto cambiare, riservandosi solo il ruolo di voce duettante nella title track. Volendo l’altra certezza potrebbe essere il fatto che al 10 luglio questa splendida signora compirà 80 anni, ma per scaramanzia non lo diciamo (o si?): la voce anche per l’occasione è strepitosa, una vera forza della natura, l’ultima vera grande cantante della black music, adesso che Aretha Franklin se ne è andata (ma non faceva un disco decente da tantissimo tempo), come prima di lei Etta James e ancora prima Nina Simone, e Tina Turner, Gladys Knight, Ann Peebles, Bettye LaVette che erano comunque di livello inferiore. Ma Mavis no, il suo stile vocale che da sempre mescola soul, gospel, blues, R&B, e ha pure certi accenti rock che la fanno amare anche da un pubblico più contemporaneo, come evidenziano alcuni brani di questo We Get By, più che qualcuno che semplicemente se la cava, come sembrerebbe suggerire il titolo, ci presentano una leonessa che non ha nessuna intenzione di abdicare.

Ben Harper ha scritto veramente delle belle canzoni per l’occasione, e anche il tema della resilienza, della speranza, dei diritti civili dei neri, ben rappresentati nella bellissima foto di copertina di Gordon Parks “Outside Looking In”, tratta dall’opera di questo paladino della cultura afroamericana, confermano che Mavis Staples non ha dimenticato neppure la lezione di Pops Staples che per tantissimi anni ha guidato con fermezza una delle famiglie più importanti della storia della musica, non solo nera. L’iniziale Change è subito un grido di sfida ma anche di speranza, con la potenza di un brano che tira di brutto grazie alla chitarra decisamente rock di Holmstrom che mulina riff impetuosi, mentre CC White e Laura Mace rispondono con fierezza gospel  alle esortazioni di una Mavis veramente infervorata come ai tempi d’oro degli Staples Singers e la sezione ritmica risponde colpo su colpo; Anytime, con una chitarrina funky insinuante è sempre e comunque gospel-soul di grande intensità, grazie al call and response tra le due ragazze e la voce profonda e risonante, rauca e vissuta se vogliamo, ma sempre devastante della Staples. We Get By è una splendida ballata cantata a due voci da Ben Harper e Mavis Staples, con i due che si sostengono a vicenda con la forza della migliore musica soul mentre Holmstrom lavora di fino con la sua chitarra.

Non manca il funky-soul gagliardo ed incalzante di una orgogliosa ed intensa Brothers And Sisters, dove si apprezza la classe e la coesione della band (ascoltate il giro di basso devastante di Jeff Turmes) che accompagna la nostra amica. E a proposito di intensità non manca certo in Heavy On My Mind, solo la voce di Mavis, un tamburello e la chitarra elettrica di Rick Holmstrom, mentre Sometime, ancora con accenti tra R&B e gospel, è più mossa e vivace, con la solista riverberata a caratterizzarla, e a seguire un’altra ballata di quelle sontuose, Never Needed Anyone, cantata ancora una volta alla grande da una ispirata Mavis https://www.youtube.com/watch?v=x_f_X2TN1IE . Stronger ha riferimenti biblici nel testo e un piglio musicale dove rock, gospel  e blues convivono con forza, anche grazie al lavoro sempre stimolante e variegato della chitarra di Holmstron https://www.youtube.com/watch?v=vnX7m6fPlpU  ,che sostiene appunto con forza una ennesima impetuosa prestazione vocale della Staples e delle due vocalist di supporto. Chance On Me è un blues-rock di notevole potenza, con ennesimo assolo da sballo di Holmstron e prestazione vocale super della Staples https://www.youtube.com/watch?v=SS9BpWhOZ7M , mentre Hard To Leave, che rende omaggio a Marvin Gaye nel testo, è un’altra ballata di grande intensità emozionale e anche One More Change mantiene, in chiusura di disco, questo formato sonoro, grazie ad un’ altra interpretazione vocale da incorniciare di Mavis. Che classe questa signora, non finisce mai di stupire!

Bruno Conti

Un Disco Bello Al Cinquanta Per Cento, Forse Qualcosa Di Più. Rod Melancon – Pinkville

rod melancon pinkville

Rod Melancon – Pinkville – Blue Elan CD

Terzo lavoro per Rod Melancon, giovane rocker della Louisiana, a distanza di due anni dal più che discreto Southern Gothic https://discoclub.myblog.it/2017/09/12/vibrante-rocknroll-dalla-louisiana-rod-melancon-southern-gothic/ , un album che, pur con un paio di perdonabili cadute di tono, ci presentava una serie di rock’n’roll songs di buon livello, molto dirette e non necessariamente in stretta relazione con la musica del bayou, ma in generale più vicine ad un suono tra Rolling Stones, southern rock e Americana. Pinkville nasce come un’immaginaria colonna sonora di un fantomatico film dallo stesso titolo (un po’ come per Greendale di Neil Young, che però esisteva anche come lungometraggio), con una storia che narra di questa città immaginaria abitata da gente in cerca di riabilitazione e reinserimento nella società, siano essi reduci dal Vietnam, ex galeotti o in generale persone con le quali la vita non è stata benevola, uno scenario un po’ alla Cormac McCarthy, che infatti è una delle influenze principali di Rod dal punto di vista letterario.

Ma se i testi sono indubbiamente interessanti, per quanto riguarda la musica a mio giudizio Pinkville segna un passo indietro rispetto a Southern Gothic, in quanto Melancon spesso si trova a dover accompagnare le liriche piuttosto pessimistiche con una musica altrettanto dura e cruda, come se avesse privilegiato la parte rock del suono dimenticandosi però di accompagnare il tutto con delle canzoni fatte e finite. Intendiamoci, l’album (prodotto da Adrian Quesada e Will Walden e suonato da un essenziale quartetto formato da chitarra (lo stesso Walden), basso, batteria e tastiere) non è da bocciare, ma a mio parere risulta discontinuo e con troppa differenza tra il Melancon rocker dal pelo duro ma con poche idee ed il songwriter dalle diverse e più interessanti sfumature. Pinkville parte proprio con la title track, che nei suoi due minuti di durata (infatti è più un’introduzione che una canzone vera e propria) ha più riferimenti al suono della Louisiana che in tutto il disco precedente: infatti il brano è percorso per tutta la sua durata da una chitarra dal chiaro sapore swamp e da un’atmosfera plumbea, ma Rod non canta, limitandosi a parlare con un tono da voce narrante. Goin’ Out West è invece un’esplosione rocknrollistica dal ritmo sostenuto, basso pulsante, chitarra in tiro e voce aggressiva al limite del “growl”, un pezzo duro e spigoloso che non regala molto all’ascoltatore, ma risulta a suo modo trascinante.

L’intro chitarristico e ritmico di Westgate rimanda subito agli Stones, poi però Rod inizia ancora a parlare più che cantare e nel refrain tira ancora fuori una voce piuttosto sguaiata: una buona rock song dal punto di vista strumentale (c’è anche un ottimo assolo centrale di Walden), ma un po’ latitante da quello compositivo. Rehabilitation è notturna e suadente, con una chitarrina che si muove sinuosa nell’ombra, una ritmica cadenzata ed un piano elettrico che colora il suono, un mood che mi fa pensare ad una versione aggiornata dei Doors, anche per il tono vocale “morrisoniano” (nel senso di Jim) da parte del nostro; completamente diversa è Corpus Christi Carwash, una ballatona dal sapore anni sessanta, con tanto di chitarrone twang alla Duane Eddy, e sempre con i piedi ben saldi al Sud: finora il brano più orecchiabile e riuscito. Abbastanza intrigante anche The Heartbreakers, un boogie alla La Grange con attacco tipico ed uno sviluppo fluido degno di una blues band sudista, con annesso splendido assolo di piano, mentre con Lord Knows siamo in pieno Muscle Shoals Sound, un pezzo di ottimo impatto in cui il suono caldo del Sud incontra il songwriting di Bob Dylan e l’eleganza formale dei Dire Straits (in pratica ho descritto il suono di Slow Train Coming, ed infatti siamo da quelle parti, pur senza le tematiche mistiche).

Manic Depression è un vibrante brano di stampo country-rock, che non ha niente a che vedere con l’omonimo classico di Jimi Hendrix, a differenza di 57 Channels che è proprio quella di Bruce Springsteen, già non un granché nella versione originale, e non molto meglio neanche qui (ma con tutto quello che ha scritto il Boss proprio questa?): se una canzone è brutta rimane brutta. La potente Cobra chiude il disco con lo stesso tono cupo con cui era iniziato, un rock-blues-swamp molto elettrico ma tutt’altro che irresistibile. Un disco quindi a fasi alterne, che contrappone il Rod Melancon capace e financo raffinato songwriter del Sud al rocker duro e vigoroso ma dalla scarsa fantasia.

Marco Verdi

John Mayall Retrospective, Il Grande Padre Bianco Del Blues Parte III

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Terza ed ultima parte.

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Back The Roots – 2 LP Polydor 1971 – ***1/2

Mayall se ne accorge e per il successivo album, il doppio Back To The Roots, che indica le intenzioni fin dal titolo, non solo torna al suo passato più blues, ma invita alle sessions tenute tra Londra e Los Angeles due vecchi “alunni” come Eric Clapton e Mick Taylor: nel disco suonano molti altri musicisti, Keef Hartley e Paul Lagos alla batteria, Harvey Mandel e Jerry McGee alla chitarra (futuro solista della band), Taylor al basso e Johnny Almond a sax e flauto, oltre a Sugarcane Harris al violino. I pezzi  con Clapton, manco a dirlo, sono tra i migliori: Prisons On The Road dove Eric duetta con Harris, Accidental Suicide che però senza batteria incide meno anche se Mick Taylor ed Eric suonano insieme, Home Again, solo armonica, piano e “Slowhand”, Looking At Tomorrow, che sembra proprio un pezzo di Clapton e Goodbye December.

Intendiamoci  niente di memorabile, anche se uniti agli ottimi contributi di Mick Taylor, il bel blues lento Marriage Madness, la vorticosa Full Spead Ahead, una sorta di Room To Move 2 ma elettrica, il gagliardo blues-rock di Mr. Censor Man e l’ottimo blues con uso slide di Force Of Nature, fanno sì che l’album sia più che positivo, uno degli ultimi in questo senso.

Memories – Polydor 1971 **1/2

Il disco successivo che esce sempre nel 1971 a novembre, con Mayall accompagnato ancora da Larry Taylor e da Jerry McGee alle chitarre, lo inseriamo nella discografia anche se certo non brilla per qualità, perché da qui in avanti per trovare dischi veramente belli di John Mayall bisognerà cercarli con il lanternino, almeno per una ventina di anni. Quindi vediamo in futuro cosa troveremo, anche se nel 1972 due dischi molto belli escono ancora, entrambi dal vivo, tratti dai concerti del 1971 a Boston e New York per il primo disco e quello del Whisky A Go Go del 1972, per il secondo

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Jazz Blues Fusion – Polydor 1972 ****

Moving On – Polydor 1972 ***1/2

Il titolo è programmatico ancora una volta e la (big) band che accompagna Mayall è strepitosa, una piccola orchestra che mescola musicisti neri e bianchi con risultati di conseguenza strepitosi. Secondo alcuni è addirittura forse il miglior album di Mayall di sempre: diciamo esclusi quelli con i Bluesbreakers. Comunque è un bel sentire: Clifford Solomon al sax, Blue Mitchell alla tromba, Freddy Robinson alla chitarra e Mayall ad armonica e piano sono i solisti, il solito fantastico Larry Taylor al basso e Ron Selico alla batteria, la sezione ritmica. Ragazzi se suonano: Country Road, la travolgente Good Time Boogie, la jazzata Change Your Ways, il lentone Dry Throat, l’improvvisazione immancabile nei concerti di Mayall di Exercise in C Major for Harmonica (sentire anche l’assolo di Larry Taylor!) e la conclusiva Got To To Be This Way, sono una meglio dell’altra.

Moving On è inferiore, sia pure di poco, ma solo perché la formula era già conosciuta e anche se la formazione si amplia ulteriormente, con l’aggiunta di Ernie Watts, Charles Owens e Freddie Jackson ai fiati, mentre Keef Hartley sostituisce Selico, il primo Live si fa ancora preferire: Worried Mind swinga subito di brutto, Keep Your County è dell’ottimo blues intriso di R&B, Christmas 71 un ottimo lento, Things Go Wrong più mossa ed irruenta, Moving On ha un suono più rock-jazz con ottimi interventi dei fiati, e notevole anche la conclusiva High Pressure Living, ma tutto l’album è comunque di eccellente fattura.

Gli Anni Americani Parte Seconda 1973… The Best Of The Rest

Andiamo poi a pescare gli album veramente interessanti che escono dal 1973 in avanti nel lunghissimo periodo americano che si protrae sino ad oggi, sia pure con qualche disavventura personale lungo il cammino, tipo l’incendio che nel 1979 ha distrutto la casa di Mayall a Laurel Canyon.

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Ten Years Are Gone – 2 LP Polydor -1973 ***1/2

Un buon album metà in studio e metà dal vivo all’ Academy Of Music di NY, che più o meno ripete lo stile dei precedenti, sempre con Freddy Robinson, Blue Mitchell e Keef Hartley, a cui si aggiunge il grande Red Holloway al sax e che vede il ritorno di Sugarcane Harris al violino. Tutti i pezzi meno uno sono firmati da Mayall e si segnalano nella parte live le lunghissime Harmonica Free Form, la “solita” improvvisazione in piena libertà di Mayall al suo strumento preferito ed i più di 17 minuti della jazzata e complessa Dark Of The Night, che contiene anche gli assoli dei vari musicisti. Sugli altri dischi degli anni ’70 direi di stendere un velo pietoso, quasi tutti usciti per la ABC, non ne ricordo uno che valga la pena di menzionare, e anche sui musicisti, a parte forse un giovane Rick Vito, non vale la pena soffermarsi, forse potrei ricordare il live The Last Of The British Blues, ma giusto perché ne ho parafrasato il titolo per usarlo nell’articolo. Bottom Line, uscito nel 1979 per la DJM, ha dei musicisti della madonna che suonano nel disco, Lukather, Tropea, i fratelli Brecker, Ritenour, Jeff Porcaro, un produttore come Bob Johnston, ma ci sarà un motivo per cui è l’unico che non è mai uscito in CD: John Mayall goes funky (giuro), terribile. E anche gli anni ’80 non partono bene, anche se nel 1985 esce per l’australiana AIM un disco che riporta in auge il nome del glorioso combo.

Return Of The Bluesbreakes –AIM 1985 ***

In sei pezzi alla chitarra c’è Mick Taylor, negli altri Don McMinn, registrato in quel di Memphis produce Don Nix, il suono è elettrico e vibrante, Mayall è in buona forma vocale e ha voglia di soffiare nell’armonica. I brani con Mick Taylor sono dal vivo in quel di Washington, DC nel 1982, e l’ex Stones non ha perso la mano. Il concerto completo poi uscirà in CD nel 1994 per la Repertoire con il titolo The 1982 Reunion Concert ***1/2, John McVie al basso e Colin Allen alla batteria.

Chicago Line – Island 1988 ***1/2

Qui si torna a ragionare dopo tanti anni, non c’è solo il nome Bluesbreakers, ma anche due validi chitarristi come Coco Montoya e Walter Trout. Esce in CD per la Castle nel 1990, quasi tutti i pezzi sono di Mayall, meno una cover di Jimmy Rogers e una di Blind Boy Fuller, oltre alla prima versione di uno dei cavalli di battaglia di Trout come Life In the Jungle. Blues-rock di buona fattura con due solisti finalmente degni degli anni d’oro dei Bluesbreakers.

A Sense Of Place – Island 1990 ***1/2

Altro disco di buona qualità e altro grande chitarrista che suona a fianco di Mayall: questa volta ad affiancare Coco Montoya c’è un altro eccellente musicista, reduce dai lavori con John Hiatt e Zachary Richard: arriva Sonny Landreth alla slide. Alla batteria, fisso dal 1985 al 2008 c’è sempre il fido Joe Yuele.

Wake Up Call – Silvertone 1993 ***1/2

Nuova etichetta, la Silvertone, per l’ultimo disco con Coco Montoya: per l’occasione Mayall chiama a raccolta parecchi amici per un altro album solido, ricco di energia e buona musica,  e chitarristi come piovesse: Buddy Guy, che è anche la seconda voce solista nel tiratissimo slow blues I Could Cry, Mick Taylor, Albert Collins e David Grissom, con Mavis Staples che canta la title track.

Da Spinning Coin ***1/2 del 1995, se mi passate la battuta, arriva un “grosso” chitarrista, Buddy Whittington che al di là delle dimensioni fisiche è anche un solista di indubbio valore, tanto che rimarrà con Mayall e i Bluesbreakers fino al 2007. Nel 2001 esce un altro album celebrativo della serie.

John Mayall & Friends – Along For The Ride – Eagle Records ***1/2

A fianco di Whittington troviamo Davy Graham, Peter Green, Steve Miller, Steve Cropper, Billy Gibbons, Gary Moore, Jeff Healey, Jonny Lang e l’immancabile Mick Taylor. E sono solo I chitarristi: altri ospiti Dick Heckstall-Smith al sax, Reese Wynans e Billy Preston alle tastiere, più qualche cantante assortito tipo Chris Rea, Otis Rush, Andy Fairweather-Low ed altri amici. Tredici brani e non ne ricordo uno scarso, aggiungere alla lista dei must have. E nel 2003, sempre a proposito di dischi celebrativi, per i 70 anni di Mayall esce,sia in CD che in DVD, il superbo disco dal vivo

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70th Birthday Concert – Eagle 2003 – ****

Serata memorabile che vede il ritorno sul palco dopo oltre 40 anni di Eric Clapton che si riunisce con il suo vecchio mentore.Tra gli ospiti anche Mick Taylor che è la chitarra solista in tutto il concerto, ben spalleggiato da Whittington, e tra le sorprese il vecchio “nemico” Chris Barber al trombone. Repertorio superlativo con Clapton che canta Hoochie Coochie Man e I’m Tore Down e maramaldeggia alla chitarra in splendide versioni  di Hide Away, All Your Love e in una chilometrica, oltre 18 minuti, Have You Heard, che è pura goduria. E il resto non è chi sia scarso, anzi, per usare un fine eufemismo, anche se non siamo di fronte a dei giovanotti, mi scappa un bel minchia se suonano! Direi che fa parte dei dischi imperdibili di John Mayall. Fino al recente Nobody Told Me ****,  36° disco di studio, che lo ha riportato ai vertici assoluti della sua produzione, direi che non ci sono altri album da ricordare, benché A Special Life del 2014 era comunque un buon disco.

Tra le innumerevoli antologie e dischi dal vivo, molti dei quali non sono più disponibili, andrebbero segnalati i due recenti volumi  Live In 1967 Vol. 1&2, peccato che non siano incisi molto bene. Tra le antologie, anche se non più disponibili da parecchio tempo, ma magari verranno ristampate prima o poi, vorrei ricordare ancora i due doppi London Blues 1964-1969 e Room To Move 1969-1974, entrambi ****.  Tra quelli già citati nell’articolo Looking Back ***1/2  del 1971, che raccoglie, singoli, b-sides e inediti. Viceversa tra le cose più recenti Live At The BBC ***1/2 CD della Decca/Universal del 2007, che riporta le registrazioni tra il 1965 e il 1967. Molto interessante anche l’antologia uscita nel 2010 per la Hip-O- Select del gruppo Universal , un cofanetto da 4 CD So Many Roads: An Anthology 1964-1974 ****, però pure questa era a tiratura limitata e non si trova più in commercio.

Quindi augurando lunga vita a John Mayall, magari sarebbe il momento ideale per pubblicare un bel box retrospettivo per festeggiare i suoi 85 anni compiuti.

Bruno Conti

Gli Inizi Di Una Delle Band Fondamentali Del Folk-Rock Britannico. Steeleye Span – All Things Are Quite Silent: Complete Recordings 1970-71

Steeleye Span box 1970-1971 All tings are quiet

Steeleye Span – All Things Are Quite Silent: Complete Recordings 1970-71 – Cherry Tree/Cherry Red 3CD Box Set

Nonostante i Fairport Convention nel 1969 avessero raggiunto l’apice della loro carriera con il capolavoro Liege & Lief, il bassista e membro fondatore del gruppo Ashley Hutchings non era del tutto soddisfatto della direzione intrapresa, e quindi se ne andò per cercare di sviluppare un discorso più legato alla tradizione (anche Sandy Denny lasciò la band nello stesso periodo, ma questa è un’altra storia). Hutchings così si unì a Tim Hart e Maddy Prior, che erano già un affermato duo nei circuiti folk, e completò il nuovo quintetto con i coniugi Terry e Gay Woods, chiamando la nuova creatura Steeleye Span, proprio per riuscire a suonare quel tipo di musica che con i Fairport non riusciva più a fare, e cioè prendendo canzoni dallo sterminato songbook tradizionale inglese e scozzese (incluse molte delle cosiddette “Child Ballads”), e rivestendole con un arrangiamento che strizzava l’occhio a sonorità rock, con grande uso quindi di chitarre elettriche ed una sezione ritmica sempre presente: il risultato furono tre album di grande bellezza, dei quali almeno i primi due (Hark! The Village Wait e Please To See The King) sono considerati dei classici del folk-rock inglese. Oggi la Cherry Red riunisce quei tre album in questo bel boxettino intitolato All Things Are Quite Silent, corredato da un esauriente libretto con interessanti liner notes biografiche a cura di David Wells: i tre dischetti sono presentati così come sono usciti all’epoca, senza bonus tracks, con l’eccezione del terzo (Ten Man Mop, Or Mr. Reservoir Butler Rides Again, bel titolo corto e facilmente memorizzabile) che offre quattro tracce in più già uscite su una precedente ristampa del 2006. E’ chiaro che se già possedete questi album l’acquisto è superfluo, ma se viceversa conoscete gli Span più “commerciali” degli anni settanta (o non li conoscete affatto) direi che il box in questione diventa quasi indispensabile. Ma veniamo ad una disamina dettagliata dei tre album.

Hark! The Village Wait (1970). Inizio col botto da parte del gruppo, che aveva la particolarità all’epoca unica di presentare due voci soliste femminili: qui la line-up è completata da due batteristi che si alternano, entrambi con i Fairport nel destino, e cioè Dave Mattacks e Gerry Conway. I dodici brani presenti sono tutti tradizionali, con le eccezioni dell’introduttiva A Calling-On Song, un coro a cappella a cui partecipano tutti i componenti del gruppo, e l’intensa ballata che presta il titolo a questo box triplo, che ha comunque uno stile tipico delle canzoni di secoli prima. Il resto, come già detto, sono bellissime interpretazioni del songbook della tradizione britannica, a partire da una emozionante The Blacksmith, con la squillante voce della Prior a dominare ed un arrangiamento folk elettrificato, per proseguire con la drammatica Fisherman’s Wife, che vede il banjo cadenzare il tempo insieme alla sezione ritmica, Blackleg Miner, che fonde una melodia tipicamente British folk con un accompagnamento quasi “americano”, o Dark-Eyed Sailor, splendida e rockeggiante ballata dal motivo delizioso. Altri highlights di un disco comunque senza sbavature sono la squisita The Hills Of Greenmore, folk-rock di notevole impatto con un eccellente background sonoro per chitarre elettriche e concertina, la strepitosa Lowlands Of Holland, sei minuti di sontuoso folk elettrico dalla bella introduzione chitarristica, e la corale Twa Corbies (conosciuta anche come The Three Ravens), ricca di pathos.

Please To See The King (1971). Al secondo album la line-up cambia, in quanto le crescenti tensioni tra il duo Hart-Prior da una parte ed i coniugi Woods dall’altra, porta questi ultimi a lasciare la band, rimpiazzati dal grande cantante e chitarrista Martin Carthy, già molto conosciuto, e dal bravissimo violinista Peter Knight, che diventerà una colonna portante del suono degli Span. Please To See The King rinuncia alla batteria (come anche il suo successore), ma nonostante tutto preme ancora di più l’acceleratore su sonorità elettriche, diventando così l’album più popolare tra i tre, con versioni scintillanti di Cold Haily Windy Night, Prince Charlie Stuart, False Knight On The Road, Lovely On The Water (magnifica dal punto di vista strumentale), oltre ad una roboante Female Drummer, con la voce cristallina della Prior accompagnata in maniera pressante da violino e chitarra elettrica. Troviamo poi una diversa ripresa di The Blacksmith dal primo album, con Maddy circondata dalle chitarre e con un suggestivo coro, la bella giga strumentale Bryan O’Lynn/The Hag With The Money ed una versione di un pezzo che era già un classico per i Fairport, cioè The Lark In The Morning, molto più lenta e cantata anziché solo strumentale.

Ten Man Mop Or Mr. Reservoir Butles Rides Again (1971). Terzo ed ultimo lavoro con Hutchings alla guida del gruppo, questo album è meno cupo e più fruibile del precedente, anche se non allo stesso livello artistico (ma ci si avvicina molto), e “sconfina” fino a spingersi anche in Irlanda, cosa che non piacerà molto ad Ashley che, da buon purista, avrebbe voluto solo ballate di origine britannica. Ci sono due strepitosi medley strumentali, Paddy Clancey’s Jig/Willie Clancy’s Fancy e Dowd’s Favourite/£10 Float/The Morning Dew, ed altre ottime cose come la lunga Gower Wassail, con la voce solista declamatoria di Hart ed un bel coro alle spalle, la saltellante Four Nights Drunk, per sola voce (Carthy) e violino, con l’aggiunta della chitarra acustica nel finale, un’emozionante When I Was On Horseback, da brividi, la pimpante Marrowbones, che sembra quasi un canto marinaresco, e la vibrante Captain Coulston, tra le più intense dei tre dischetti. Come bonus abbiamo l’outtake General Taylor, un brano a cappella caratterizzato da eccellenti armonie vocali, e ben tre versioni del classico di Buddy Holly Rave On (anch’esse senza accompagnamento strumentale), la prima delle quali era uscita all’epoca solo su singolo. Dopo questo terzo album gli Span cambieranno manager, ingaggiando Jo Lustig che però vorrà spostare le sonorità del gruppo verso lidi più commerciali, cosa che causerà l’abbandono da parte di Hutchings (che fonderà la Albion Band) e Carthy, ma che aprirà nuovi orizzonti con album di grande successo come Parcel Of Rogues, Now We Are Six e All Around My Hat, lavori comunque molto belli che inaugureranno un nuovo capitolo di una storia che continua ancora oggi.

Marco Verdi

Un Altro Disco Che (Quasi) Non C’è: Un “Mitico” Locale Australiano Per Una “Grande” Band. Black Sorrows – Live At The Palms

black sorrows live at the palms

Black Sorrows – Live At The Palms – Blue Rose Records – CD  – Download

Il loro ultimo album Citizen John  (recensito puntualmente su queste pagine https://discoclub.myblog.it/2018/12/01/prosegue-la-storia-infinita-della-band-di-joe-camilleri-sempre-una-garanzia-black-sorrows-citizen-john/ ) è uno dei lavori più belli dello scorso anno (ma anche uno dei più difficili da rintracciare,vista la scarsa reperibilità sul mercato europeo), e questo concerto registrato nel mitico locale di Melbourne, non è altro che il CD abbinato alla edizione deluxe” del medesimo (per i pochi fortunati che ne sono entrati in possesso e considerando che comunque anche questa “nuova” edizione in CD singolo è venduta in esclusiva solo ai concerti europei della band e sul sito della Blue Rose). E così quando nell’Ottobre dello scorso anno, Joe Camilleri alla chitarra, sax e armonica, porta sul palco i suoi Black Sorrows ,con in evidenza le chitarre del bravo Claude Carranza, Tony Floyd alla batteria, Mark Gray al basso, James Black alle tastiere, con l’apporto di musicisti di talento come il gruppo jazz Horns Of Leroy e Sandi Keenan alle armonie vocali, per una manciata di brani che hanno il pregio di essere eseguiti con arrangiamenti diversi da quelli elaborati in studio, i tecnici sono pronti a registrare il tutto, per un “disco”dove come sempre la musica spazia tra bluegrass, blues, rockabilly, rock, soul, arrivando a cimentarsi anche con il reggae e gospel.

Il concerto inizia con le atmosfere “country-blues” di una accattivante Wednesday’s Child, a cui fanno seguito due cover d’autore, una seducente rilettura di Do I Move You, portata al successo dalla grande Nina Simone, uno slow d’annata da suonare nei locali blues di Chicago, con un lungo intermezzo “jazz” a cura dei componenti dei bravissimi Horns Of Leroy, e una semi dimenticata Silvio di Dylan, recuperata dai solchi polverosi di Down In The Groove (88), e che in questa occasione viene riproposta in una energica e ritmata versione, dove emerge la bravura alla slide di Carranza e i coretti in stile “Motown” guidati dalla Keenan. Dopo applausi doverosi e convinti del pubblico in sala, si riparte con Lover I Surrender, una di quelle ballate “blue-soul” dei lontani anni ’70 che hanno fatto la fortuna di Joe, dove giganteggia il “groove” del basso di Mark Gray su un tessuto armonico dell’hammond, bissata subito da un’altra stratosferica ballata Way Below The Heavens, dove oltre agli evidenti echi “morrisoniani” nell’interpretazione dell’autore, risveglia nel sottoscritto anche lo spirito di Bobby Womack.

Poi si cambia ritmo nel sincopato arrangiamento di una Down Home Girl, con i fiati in evidenza nella parte finale; dopo un’altra meritata ovazione da parte del pubblico, ci si avvia alla parte conclusiva del concerto con il tempo vagamente “ragtime” e di nuovo una strepitosa sezione fiati in una favolosa Brother Moses Sister Mae, che con la mente e il cuore ci trasporta nelle strade di New Orleans (quando si festeggia il Mardi Gras), seguita dal raffinato “swamp-blues” di Citizen John, che viene cantato in duetto (in una ipotetica gara di bravura) da Joe e Sandi Keenan, e in chiusura sorprendentemente, viene rispolverato un brano del suo primo gruppo i Jo Jo Zep & The Falcons (una oscura band in attività sul finire degli anni ’70, benché popolarissima in Australia), una saltellante The Honeydripper dove la varietà di stili e la bravura dei musicisti, riesce a sopperire all’unico brano forse deludente della serata. Ancora oggi per molti i Black Sorrows sono degli illustri sconosciuti, nonostante il fatto che dal lontano esordio con Sonola (84), e in un alternarsi di varie e innumerevoli formazioni, hanno sfoderato più di una ventina di lavori (con questo siamo al 22° per la precisione), sotto la guida costante del genialoide Joe Camilleri, vero leader carismatico della band (cantante, autore, sassofonista e produttore), un tipo che a 71 anni suonati dimostra con questo splendido Live At The Palms (un lavoro arrangiato e suonato in modo superbo), di possedere una rara intelligenza musicale nel sapere sempre creare grandi canzoni. In definitiva (per chi scrive), i Black Sorrows sono stati, e sono tuttora, una splendida realtà del panorama musicale odierno (australiano e non),  quindi da ascoltare obbligatoriamente!

Tino Montanari

John Mayall Retrospective, Il Grande Padre Bianco Del Blues Parte II

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Seconda Parte

A questo punto John  Mayall è praticamente di nuovo senza gruppo, ma il vecchio John si inventa un nuovo chitarrista, questa volta di 18 anni, e nei Bluesbreakers arriva Mick Taylor per registrare

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Crusade – Decca 1967 ****

E per l’occasione quel diavolo di un Mayall si inventa anche un sestetto con due fiati fissi in formazione, i sassofonisti Rip Kant e Chris Mercer, realizzando un disco, Crusade, che arriva fino all’ottavo posto delle classifiche nel settembre del 1967, anche perché comunque in quegli anni la concorrenza (Beatles e Stones per iniziare, ma pure il resto) non scherzava. John McVie è ancora il bassista, ma alla batteria c’è il nuovo Keef Hartley (che poi fonderà la sua ottima band basata su questo tipo di suono “Jazz-rock”). Nella solita edizione espansa in CD ci sono parecchie bonus, di cui ben otto ancora con Green, tutte estratte peraltro dalla compilation del 1971 Thru The Years, e per non farsi mancare nulla a novembre pubblica anche The Blues Alone ***, un album, come dice il titolo, registrato a maggio in solitaria, prima di A Hard Road, con il solo aiuto di Keef Hartley alle percussioni.

Il 1968 inizia come era finito l’anno precedente: dopo una pausa di qualche mese John Mayall ad aprile entra in studio, sempre con la produzione di Mike Vernon, per registrare quello che sarà l’ultimo album a portare la sigla Bluesbreakers. Si tratta di

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 Bare Wires – Decca 1968 ***1/2

Disco che accentua lo spostamento verso atmosfere più jazz e in un certo senso ancora una volta anticipa i fermenti della scena musicale inglese, che da lì a poco inizierà a proporre le prime band jazz-rock, una delle quali nascerà proprio dall’abbandono di tre dei componenti della band presenti in questo album, John Hiseman alla batteria, Tony Reeves al basso e Dick Hecktall-Smith al sax, tutti confluiranno nei Colosseum. Mick Taylor è ancora la chitarra solista, Chris Mercer e Henry Lowther (anche al violino) sono gli altri due musicisti impegnati ai fiati, e stranamente Bare Wires, uno degli album più “difficili”  incisi da Mayall fino a quel momento , diventa anche quello di maggior successo, arrivando fino al 3° posto delle charts.

Non male per un disco dove la prima facciata contiene una unica lunga suite di quasi 23 minuti Bare Wires Suite, anche se poi in effetti si tratta di un medley di sette brani uniti tra loro, che comunque vira decisamente verso un sound a tratti lontano dal blues abituale dei dischi precedenti, con qualche deriva prog grazie alla presenza del violino di Lowther, ma Taylor fa sentire sempre la sua presenza, sia nella suite che nella “strana” No Reply, solo armonica e chitarra wah-wah a duettare, o nel R&R strumentale Quits, scritto dallo stesso Mick, come pure nel lancinante blues lento Killing Time. Tra le bonus le più interessanti sarebbero quelle estratte da Primal Solos, che però sono incise veramente maluccio, molto meglio i due pezzi Knocker’s Step Forward e Hide And Seek, due potenti blues-rock con Taylor al meglio, che usciranno su Thru The Years nel 1971. In quel periodo era transitato in formazione anche il 15enne Andy Fraser, poi nei Free, ma per il disco successivo, l’ultimo con Mick Taylor, arrivano Colin Allen alla batteria e Stephen Thompson al basso. Il nuovo disco che esce sempre nel 1968 a novembre, nonostante il titolo non è registrato negli Stati Uniti (anche se poi Mayall andrà a vivere proprio in California dal 1969 al 1979), ma al solito a Londra negli studi della Decca, con Mike Vernon alla produzione.

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Blues From Laurel Canyon – Decca 1968 – ****

Ancora una volta oltre al blues ci sono altri elementi sonori, con Taylor impegnato anche alla pedal steel e Allen alle tablas. I testi raccontano dei viaggi e dei primi incontri californiani di John, mentre le canzoni sono tutte legate tra loro senza soluzione di continuità e Mick suona alla grande la solista in un album dal suono potente come testimoniano l’iniziale Vacation, una Walking On Sunset che ricorda molto il boogie dei Canned Heat, l’intima e sognante ballata Laurel Canyon Home, la tirata 2401, con ottimo lavoro di slide di Taylor, brano che ricorda il suono di band british blues come Ten Years After, Savoy Brown, Chicken Shack e per certi versi anche degli Stones, che evidentemente ascoltano attentamente il lavoro del loro futuro compagno. Ready To Rise è un” bluesaccio” Chicago Style alla Muddy Waters, mentre The Bear è sicuramente dedicata Bob Hite dei Canned Heat. In Long Gone Midnight c’è una rimpatriata di Peter Green sempre grande alla chitarra, lasciando per ultima la lunga Fly Tomorrow, quasi 9 minuti con introduzione orientaleggiante delle tablas di Allen e poi  una parte rock che si dipana su un esteso e splendido assolo di chitarra dove Mick Taylor prima di congedarsi dà il meglio di sé.

Gli Anni Americani Prima Parte 1969-1972

Dopo il divorzio dalla Decca, la casa inglese, prima, durante e anche dopo la fine del contratto, pubblica molti dischi che sono raccolte, antologie di materiale dal vivo e inedito, non sempre particolarmente interessanti e spesso incise anche con mezzi tecnici diciamo “poveri”. Comunque il primo album che esce per la Polydor nel 1969 è un (mezzo) capolavoro.

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The Turning Point – Polydor 1969 ****

Dopo il suo album più rock ed elettrico, Blues From Laurel Canyon, Mayall  per l’esordio con la Polydor decide di lanciarsi in un nuovo progetto di “low volume music”, senza batteria e chitarra elettrica, mantenendo Stephen Thompson al basso, e Johnny Almond al sax alto e tenore e flauto, oltre ad introdurre il nuovo membro Jon Mark, virtuoso della chitarra acustica e futuro socio di avventura di Almond, in quella splendida band che risponde al nome di Mark-Almond  che realizzerà una serie di meravigliosi album elettroacustici negli anni ’70. Per il momento Mayall e compagni si ritrovano il 12 luglio del 1969 al Fillmore East di New York per registrare questo disco acustico che segna davvero un “punto di svolta” nella musica rock dell’epoca, un po’ come sarà quasi contemporaneamente per il primo disco degli Hot Tuna.

Solo sette tracce (più le tre aggiunte nella ristampa in CD del 2000), ma una più bella dell’altra: la “politica” The Laws Must Change, ancorata come tutti i brani dal solido groove del basso di Thompson, vive sulle improvvisazioni dell’armonica di Mayall, del flauto di Almond e dell’acustica di Mark, usata anche in funzione ritmica. La musica è vivida ed “elettrica” anche in questa veste “unplugged”,  la delicata Saw Mill Gulch Road, con Mayall impegnato alla slide elettrica, I’m Gonna Fight for You J.B, dedicata a JB Lenoir, uno dei miti di John, un blues acustico che ricorda certe cose di Jansch e Renbourn, con e senza Pentangle, So Hard To Share, con un ottimo Johnny Almond al sax, è uno dei brani più complessi, mentre la splendida California, che apriva la seconda facciata del vecchio LP, come la precedente, anticipa il suono dei dischi di Mark-Almond, tra folk, jazz, rock e canzone d’autore, quasi dieci minuti di pura magia sonora.

Anche Thoughts About Roxanne  vede come autori Mayall, Thompson e Fischer Thompson, ed è un altro lungo brano meditativo e ricercato, prima di lasciare spazio a Room To Move, un brano devastante dove John Mayall rilascia alcune improvvisazioni  fenomenali  per voce ed armonica prese a velocità supersoniche, un pezzo che qualcuno ha definito “incomparabile”: concordo. Tra le bonus Sleeping By Her Side, dove si apprezzano il fingerpicking di Mark e il flauto di Almond.

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Empty Rooms – Polydor 1969 ***1/2

Empty Rooms esce alla fine dell’anno, stessa formazione, con l’aggiunta di Larry Taylor al basso in un pezzo, e cerca di replicare anche in studio il suono di Turning Point, in parte riuscendoci: spiccano la sinuosa Don’t Waste My Time, l’intensa Plan Your Revolution, il folk della sognante Don’t Pick A Flower, le 12 battute di Something New, Waiting For The Right Time, che anticipa certe atmosfere di John Martyn e Nick Drake, l’intricato finger picking di Counting The Days, anche se non tutti i brani sono al livello del  disco precedente.

 

USA Union – Polydor 1970 ***

Dopo quasi un anno esce questo album: sempre formazione senza batteria, Larry Taylor rimane al basso, portandosi dietro il vecchio socio dei Canned Heat, Harvey Mandel alla solista, ed arriva Don “Sugarcane” Harris al violino, dai Mothers Of Invention di Frank Zappa. Quindi nuove ricerche di differenti formule sonore, ma questa volta “l’esperimento” pare meno riuscito. Tutto composto di canzoni d’amore per la fiamma dell’epoca Nancy Throckmorton (già soggetto delle canzoni del precedente Empty Rooms) presenta però anche uno dei primi brani “ecologici” dell’epoca, anticipatore delle future lotte a favore della natura in pericolo, la profetica Nature’s Disappearing, che è anche il brano migliore del disco, con l’armonica di Mayall a duettare con la solista di Mandel e il violino di Harris, mentre il basso pulsante di Taylor è spesso prodigioso. In una sorta di “inseguimento” con gli Hot Tuna, che avevano introdotto Papa John Creach al violino, anche Sugarcane Harris è spesso protagonista con il suo strumento elettrificato di frequente usato con il pedale wah-wah come In You Must Be Crazy, nella romantica Night Flyer, mentre nel barrellhouse di Where Did My Legs Go il protagonista è il piano di John, ma nell’insieme il disco, risentito oggi, è in parte moscio e deludente.

Fine seconda parte, segue.

Bruno Conti

Il Suo Album Precedente Era Così Così, Questo E’ Davvero Bello! Joy Williams – Front Porch

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Joy Williams – Front Porch – Sensibility/Thirty Tigers CD

Oltre ad essere una donna estremamente attraente, Joy Williams è anche una cantante ed autrice seria e preparata. In attività come solista dal 2001, è famosa principalmente per aver fatto parte insieme a John Paul White del duo folk-rock e Americana The Civil Wars, dal 2009 al 2014. Da sola Joy ha inciso quattro album e diversi EP: il suo ultimo lavoro, Venus (2015), aveva fatto storcere parecchio il naso ai suoi estimatori, in quanto segnava un distacco dalle sue abituali sonorità per uno stile più moderno tra il pop e il danzereccio; la stessa Williams non deve essere stata molto convinta del risultato, in quanto appena un anno dopo ha fatto uscire lo stesso album ma in versione acustica, con esiti artistici decisamente migliori. La stessa aria si respira in questo suo nuovissimo album, Front Porch, nel quale Joy dimostra fortunatamente che il suo amore per il pop era solo una sbandata temporanea: il disco infatti è composto da dodici brani originali di ottimo livello, affrontati davvero come se la protagonista fosse idealmente seduta nel portico di casa sua (come da titolo del CD).

Quindi atmosfere acustiche ed intime, con brani lenti e meditati in cui Joy si fa accompagnare al massimo da un paio di chitarre, una steel, un violino, un mandolino e un dobro (ma mai tutti insieme), e senza l’aiuto della batteria. Buona parte del merito va alla produzione di Kenneth Pattengale (ovvero metà del duo folk-rock The Milk Carton Kids), il quale si occupa anche della maggior parte degli strumenti, lasciando la steel nelle sapienti mani di Russ Pahl ed il violino e mandolino in quelle di John Mailander. Pochi strumenti quindi, ma dosati con gusto e misura e, soprattutto, un’attitudine da folksinger da parte della Williams che fa di Front Porch il disco migliore della sua carriera solista. Il CD è bello fin da subito: Canary è una canzone di chiaro stampo folk, dal sapore decisamente tradizionale, con chitarra, violino e poco altro, ed una prestazione vocale notevole da parte di Joy. La struttura musicale è la stessa in tutti i brani, e predominano le atmosfere lente e pacate, come la delicata title track, una ballata pura e cristallina dal motivo toccante, con la bella Joy che riesce ad emozionare anche con solo due chitarre ed un violino.

When Does A Heart Move On è soffusa, quasi sussurrata, ma di grande impatto emotivo, All I Need è molto simile, con l’aggiunta del mandolino e di una languida steel, mentre The Trouble With Wanting è strumentata in maniera ancora più spoglia, solo una chitarra e qualche backing vocals, ma il feeling se possibile aumenta, e vedo similitudini con l’ultima Emmylou Harris, meno country e più cantautrice. Il CD prosegue con lo stesso mood, ma non ci si annoia neppure per un momento in quanto la Williams è brava a tenere desta l’attenzione con una serie di canzoni molto ben scritte ed interpretate in maniera raffinata: meritano una citazione la struggente No Place Like You, solo voce e chitarra ma pathos notevole, la splendida One And Only, con un sapore d’altri tempi ed un sentore di Messico dato da una chitarra flamenco (uno di pezzi migliori), la vibrante When Creation Was Young, puro folk, la lenta e nostalgica Be With You e la conclusiva Look How Far We’ve Come, limpida e deliziosa nonostante la brevità.

Dopo le incertezze di Venus Joy Williams è tornata tra noi, dimostrando che è ancora perfettamente in grado di fare ottima musica e di regalare emozioni.

Marco Verdi

John Mayall Retrospective, Il Grande Padre Bianco Del Blues Parte I

john mayall photo david gomez Photo David Gomez

In questo scorcio del 2019 stiamo assistendo ad un soprassalto di attività legate a John Mayall che, dopo avere compiuto 85 anni lo scorso 29 novembre, anziché rallentare sembra avere intensificato le operazioni: prima pubblicando un nuovo album Nobody Told Me, che probabilmente è il suo migliore degli ultimi 40 anni e oltre https://discoclub.myblog.it/2019/02/21/85-e-non-sentirli-il-suo-miglior-album-da-oltre-40-anni-john-mayall-nobody-told-me/ , poi riprendendo la sua comunque sempre intensa serie di tour, dove sta presentando anche pezzi del nuovo album, con la presenza di Carolyn Wonderland, il ritorno di un chitarrista nella formazione e la prima volta di una donna in quel ruolo nei Bluesbreakers (anche se il nome non è più in uso, e un paio di presenze femminili c’erano già state negli anni’70, quelli più bui a livello qualitativo). Al musicista di Macclesfield (nel Cheshire, che quindi oltre al famoso gatto, ci ha regalato quantomeno un altro personaggio importante) ci è parso a questo punto doveroso dedicare un articolo, una lunga retrospettiva (che leggerete in tre parti), che tracciasse la carriera di una delle vere leggende della musica blues (ma anche rock): facendo un calcolo a grandi linee della sua produzione, mi pare di avere individuato quasi cento album pubblicati, in una carriera iniziata a livello discografico più di 55 anni fa, nel 1963. Parliamo di dischi di studio, live, antologie, qualche EP, e quindi ecco un resoconto ampio, ma non necessariamente esaustivo della sua produzione, cercando di individuare le fasi salienti di un percorso musicale che lo ha reso una delle figure più importanti nella storia del “Blues Bianco”!

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John Mayall in questo senso non è forse un musicista formidabile: buon cantante e tastierista, discreto chitarrista ritmico, pregevole armonicista, probabilmente non eccelle in nessuno di questi strumenti, armonica esclusa ma la sua importanza si misura nel fatto di essere stato uno scopritore di talenti, un catalizzatore, un divulgatore delle 12 battute dei grandi musicisti neri sul suolo britannico (insieme a Cyril Davies, con cui dice di non avere intrattenuto particolari rapporti, e al suo buon amico Alexis Korner, altro talento scout formidabile, senza dimenticare Chris Barber, uno dei primi ad introdurre nel jazz inglese elementi blues e rock).

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I Gloriosi Anni ’60 Dei Bluesbreakers.

Già nel 1963 (peraltro quando aveva comunque compiuto 28 anni) e saltando gli anni formativi in giro per locali dal 1956 al 1962, Mayall, dopo aver visto la band di Alexis Korner in un club di Manchester prova ad intraprendere una carriera musicale a tempo pieno, in un una band dove con lui c’erano Peter Ward, John McVie al basso, Bernie Watson alla chitarra e Martin Hart alla batteria, i quali pubblicano un singolo Crawling Up A Hill b/w Mr. James, nel maggio 1964. Subito dopo però Watson viene sostituito da Roger Dean (proprio il futuro grande disegnatore di copertine) alla chitarra e Hart da Hughie Flint alla batteria. Questa formazione registra il 7 dicembre 1964…

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John Mayall Plays John Mayall – Decca 1965 – ***1/2

Un buon disco, registrato dal vivo al Klooks Kleek, lo storico club londinese, utilizzando primitive tecniche di registrazione. Dean ha raccontato che c’erano cavi che uscendo da una finestra del locale arrivavano direttamente fino agli studi della Decca, che erano quasi a d un centinaio di metri di distanza. Comunque l’album illustra, sia pure in modo embrionale, quella miscela di R&B, R&R, blues e materiale originale di Mayall (ben 9 brani su 12) che di lì a breve sarà la carta vincente dei futuri Bluesbreakers, non appena un certo “Manolenta” non entrerà in modo dirompente nella formazione. Il disco comunque trasuda energia e grinta, presentando alcuni degli elementi delle future band inglesi che fonderanno blues, rock e R&B. come Dr. Feelgood, Nine Below Zero e altri: canzoni come la pimpante Crawling Up A Hill, I Wanna Teach You e When I’m Gone di Smokey Robinson, mostrano un eccellente armonicista in Mayall ,che suona anche organo e cembalett , e che canta anche con impeto, un buon chitarrista nella persona di Dean e una sezione ritmica con un paio dei futuri grandi del british blues, come McVie e Flint, e c’è anche Nigel Stanger al sax. I Need Your Love è il primo blues intenso, preso dal repertorio di B,B. King, con un buon solo di Roger Dean, R&B Time: Night Train/Lucille, un vibrante medley dei brani di James Brown e Little Richard, Runaway e Heartache tra i primi strumentali  con armonica che impazza ,che saranno poi tipici nella carriera del nostro, nonché il gran finale di Chicago Line

Nel corso del 1965 perdono il contratto con la Decca, ma nell’ottobre del 1965 esce per la Immediate il primo 45 giri attribuito a John Mayall & The Bluesbreakers I’m Your Witchdoctor, un gagliardo pezzo prodotto da Jimmy Page dove appare per la prima volta Eric Clapton alla chitarra, con un sostanziale cambio nel sound che si fa decisamente più torrido (la trovate nella versione Deluxe doppia del primo album, quello qui sotto, con la Decca che li ha rimessi subito sotto contratto). L’anticamera della registrazione di uno degli album epocali della storia del rock, ovvero

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John Mayall – Blues Breakers With Eric Clapton – Decca 1966 – *****

Un capolavoro. Un disco da 5 stellette che ancora oggi mantiene una freschezza ed una forza dirompenti. La sequenza dei 12 brani originali rimane una delle più indimenticabili nella storia delle 12 battute: si apre con il riff devastante di All Your Love di Otis Rush, dove Eric Clapton può dare libero sfogo al suo amore per il blues elettrico più genuino, quello che negli Yardbirds per certi versi aveva dovuto stemperare, con un assolo memorabile che ne mostra già perfettamente sviluppati i futuri splendori. Hideaway, lo strumentale di Freddie King è anche meglio, la mano è tutt’altro che lenta sul manico della chitarra, anzi vola, con una tecnica ed un feeling incredibili ed eleganti, veramente un uno-due da stendere al tappeto chiunque e che permise al Beano Album (dal fumetto in copertina) di arrivare fino al sesto posto delle classifiche UK, segnando l’inizio del British Blues. Litte Girl, un originale di Mayall è ancora intriso di elementi rock, mentre Another Man, ancora di John, solo voce e armonica, è un tuffo nel blues più duro e puro, prima di unire le forze con Clapton per un lento di quelli torridi come Double Crossin’ Time, dove la voce appassionata di John e il suo piano duettano con un ispiratissimo Eric.

A chiudere la vecchia prima facciata del LP una pimpante rilettura del classico di Ray Charles What I’d Say, ottima, anche se è uno dei pochi brani del disco che non supera la versione originale, anche se “God”, come chiamavano Clapton all’epoca ci mette del suo. Un album che sicuramente contribuì al (ri)lancio dei grandi musicisti blues neri sul continente europeo e poi di rimbalzo anche in America. Key To Love, ancora di Mayall, è uno dei primi esempi del blues fiatistico di alcuni dischi che seguiranno, anche Clapton è sempre in modalità sfrenata, e non manca l’omaggio a Mose Allison in una vorticosa Parchman Farm dagli spunti jazzati, prima di una morbida e fantastica blues ballad come Have You Heard con la sezione fiati di Alan Skidmore, Derek Healey e Johnny Almond a spalleggiare il solito infervorato Eric, ma un altro dei momenti topici del disco è sicuramente la versione di Ramblin’ On My Mind , uno dei primi esempi della “elettrificazione” per ora ancora “morbida” dell’opera di Robert Johnson, con “Enrico” voce solista per l’occasione, che poi si scatena nuovamente in una devastante Steppin’ Out, un brano strumentale che era già apparso su What’s Shakin’ e che sarà uno dei futuri cavalli di battaglia delle esibizione live dei Cream e tra i prodromi dell’invenzione del rock-blues e del power trio.

Mayall, che non sta a guardare, omaggia uno dei suoi  maestri Little Walter, con una briosa e scintillante It Ain’t Right. In pratica un album perfetto, che si trova in varie edizioni, quella con mono e stereo in sequenza, oppure l’ideale sarebbe quella in doppio CD Deluxe, ricca di chicche: alcuni dei singoli citati prima, a cui si aggiungono il 45 giri di Bernard Jenkins, sei brani dal vivo poi usciti su Primal Solos, con Jack Bruce al basso e svariate BBC Sessions. Clapton va e viene dalla Grecia, finché non lascia definitivamente il gruppo, ma il buon John ha già pronto il sostituto, un altro giovanissimo fenomeno della chitarra di soli 20 anni chiamato Peter Green, con il quale registra un altro disco epocale come…

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John Mayall Bluesbreakers – A Hard Road – Decca 1967 – *****

Forse le cinque stellette sono troppe, forse, ma la presenza di Peter Green, uno dei miei preferiti in assoluto alla chitarra, lo rende un altro album indispensabile nella discografia di Mayall. Il disco è stato registrato in soli 4 giorni tra ottobre e novembre 1966 ai soliti studi della Decca di Londra, e con la produzione di  Mike Vernon, che aveva curato anche il precedente album, e sarà una sorta di deus ex machina di tutto il filone del British Blues, anche grazie alla propria etichetta Blue Horizon, che nascerà proprio per lanciare i Fleetwood Mac di Peter Green, dove troverà ad attenderlo John Mc Vie e Mick Fleetwood, anche loro fuoriusciti dai Bluesbreaker, con Fleetwood ,che in quel periodo si era alternato alla batteria con Hughie Flint e  Colln Allen, e Ainsley Dunbar, che era il titolare nell’album originale, mentre nelle due Deluxe edition del CD, entrambe doppie, uscite nel 2003 e 2006, c’è anche molto materiale dell’epoca, sempre con Peter Green, uscito su Raw Blues, Looking Back, Thru The Years,4/ 5 brani sono quelli dell’EP con Paul Buttefield, l’omologo americano di Mayall per il blues bianco, un duello di armonicisti e cantanti, mini che esce il 6 gennaio del 1967, poche settimane prima di A Hard Road, nei negozi dal 17 febbraio, e di nuovo un successo in classifica, arrivando fino all’ottavo posto. In alcuni brani ai fiati ci sono di nuovo Alan Skidmore e Johnny Almond, più Ray Warleigh, e il disco è di nuovo splendido: per la serie Mike Vernon ci sapeva fare anche nella scelta della sequenza delle canzoni.

Il LP si apriva con una coppia di pezzi di John, A Hard Road, cantata in leggero falsetto da Mayall, che era uno slow degno dei migliori brani che arrivavano da oltre oceano, con Peter Green che iniziava ad estrarre dalla sua Les Paui del 1959 quel magico timbro che lo renderà unico per sempre, e anche It’s Over è un ottimo Chicago shuffle, ma i due capolavori arrivano subito dopo. You Don’t Love Me è un pezzo di Willie Cobbs dal riff inconfondibile, che negli anni successivi entrerà nell’immaginario collettivo degli amanti del rock grazie alla versione degli Allman Brothers nel Live At Fillmore East, ma in questa versione, cantata da Peter Green, è una sorta di anticipo del sound che avranno i futuri Fleetwood Mac, con in più l’armonica scoppiettante di Mayall; The Stumble è un altro pezzo strumentale di Freddie King, con Green che rivaleggia con Clapton per chi ha il timbro di chitarra più bello e lo stile più versatile, una bella lotta che fa la gioia degli ascoltatori. Another Kinda Love, Hit The Highway e Leaping Christine, sono altri pezzi che confermano il momento magico di John come autore, e sono suonate splendidamente dalla band, con il ventenne Green in pieno volo improvvisativo, come evidenziano soprattutto una Dust My Blues di Elmore James, dove Peter va di slide, e la magnifica The Supernatural, un pezzo strumentale scritto dal musicista di Bethnal Green, dove la chitarra del nostro galleggia quasi nella stratosfera, sognante e liquida, anticipando il riff e il sound di Black Magic Wowan, con quelle note lunghe e vibrate, su cui lo stesso Peter e poi Carlos Santana ci costruiranno almeno mezza carriera.

Nelle pieghe dell’album e nelle varie edizioni potenziate ci sono parecchie altre gemme sonore, una per tutte la fiatistica Someday After A While, sempre di King, ma mi fermo qui, se no l’articolo diventa un romanzo.

Fine Prima Parte.

Bruno Conti

La Reunion Prosegue, Ed Anche Molto Bene! The Dream Syndicate – These Times

dream syndicate these times

The Dream Syndicate – These Times – Anti CD

Quando nel 2017 Steve Wynn aveva pubblicato un disco nuovo di zecca a nome dei riformati Dream Syndicate, l’eccellente How Did I Find Myself Here?, non avevo pensato ad una reunion estemporanea https://discoclub.myblog.it/2017/10/04/sventagliate-elettriche-come-ai-bei-tempi-the-dream-syndicate-how-did-i-find-myself-here/ , anche perché era dal 2012 che avevano ripreso a fare concerti insieme, ma con tutto l’ottimismo possibile non avrei creduto di ritrovarmi dopo soli due anni a commentare un altro album ad opera loro. E non è che la cosa mi dispiaccia, in quanto These Times dimostra che quanto di buono fatto vedere dal disco di due anni fa non era un fuoco di paglia, anche se comunque ci sono delle differenze sia nel suono che nelle canzoni, ma il tutto nel rispetto della continuità. So che quest’ultima può sembrare una frase in “politichese” che afferma una cosa ed il suo contrario, ma vedo di spiegarmi meglio: These Times è un album dai testi profondamente pessimistici, che parla dei problemi enormi del mondo e della società odierna (come da titolo), e parecchi pezzi riflettono il mood delle liriche, suonando cupi, pressanti e con pochi spiragli di luce.

In più i nostri sperimentano suoni più moderni, a differenza di How Did I Find Myself Here? che era un disco di rock chitarristico abbastanza classico nella sua confezione: qui invece c’è anche l’uso della tecnologia, si sente il suono dei synth in diversi momenti (ad opera di Chris Cacavas, entrato a far parte in pianta stabile del gruppo, e quindi essendo l’unico ad aver militato nei due gruppi cardine del cosiddetto Paisley Underground, cioè i Green On Red ed appunto i Syndicate), ed anche l’uso della strumentazione ha meno agganci col passato. Ma, ed ecco il discorso sulla continuità, si tratta sempre e comunque di rock’n’roll con elementi punk e qualcosa di psichedelico, le chitarre non si tirano mai indietro e le atmosfere sono quelle tipiche dei nostri, solo con un occhio più attento ai tempi attuali, ma comunque senza mai perdere il senso della misura. Prodotto dal fido John Agnello, These Times non presenta ospiti esterni a parte un paio di backing vocalists femminili, e quindi vede i già citati Wynn e Cacavas affiancati dalla seconda chitarra di Jason Victor e dalla sezione ritmica (sempre grande protagonista) di Mark Walton al basso e Dennis Duck alla batteria. Il CD si apre con The Way In, un brano potente e chitarristico del tipo a cui i nostri ci hanno abituato, solo con un synth in sottofondo che però non infastidisce: ritmica pressante ed atmosfera cupa e tagliente (può essere tagliente un’atmosfera? Ascoltate questo brano e mi darete ragione) e nessuno squarcio di luce.

Put Some Miles On continua in maniera aggressiva, siamo quasi in zona punk anche se i nostri hanno una tecnica ed una professionalità che i gruppi punk si sognano: ritmo forsennato e chitarre stridenti, con Wynn che “loureedeggia” con la voce; Black Light inizia con un suono di tastiere “strano”, poi il brano parte con un basso pulsante ed una ritmica incalzante, ed anche qui i nostri non danno speranze nel testo e si approcciano in modo duro, secco e senza fronzoli. Da questo avvio These Times potrebbe sembrare più ostico dell’album di due anni fa (che in certi punti era perfino orecchiabile) ma il piacere dell’ascolto non ne è di certo inficiato, solo non lo metterei ad un appuntamento galante. Bullet Holes stempera un po’ la tensione, complice anche una chitarra acustica, ed il brano stesso è decisamente più immediato e fruibile, quasi un folk-rock urbano dalla melodia più definita, mentre Still Here Now è un’autentica rock song alla maniera dei nostri, chitarre e piano elettrico in evidenza ed un motivo diretto che continua con l’opera di distensione sonora rispetto ai primi tre pezzi. Speedway è ancora una canzone dall’incedere aggressivo ed incombente, ma anche coinvolgente, con il synth usato a mo’ di organo farfisa e le chitarre che arrotano che è una bellezza.

Recovery Mode ha un refrain orecchiabile ed è quanto di più vicino al pop possa esprimere il gruppo di Los Angeles, con le tastiere qui in prima fila rispetto alle chitarre, mentre The Whole World’s Watching vede il basso dominare in partenza, poi entra una chitarra sghemba ed il solito synth che però qui secondo me non era necessario (avrei preferito l’organo): Steve inizia a cantare dopo due minuti ed il brano si impenna di brutto. Chiusura con la roboante Space Age, altro rock’n’roll di grande energia e vigore chitarristico (e notevole godimento per chi ama il vero rock) e con Treading Water Underneath The Stars, finale a ritmo più contenuto ed atmosfera oscura simile a quella dei brani iniziali, anche se i decibel non sono certo messi a riposo. These Times non sarà forse immediato come How Did I Find Myself Here? e forse è anche un gradino sotto come canzoni, ma rimane comunque un signor disco di moderno rock, del tipo che oggi si sente sempre meno.

Marco Verdi

Eccone Un’Altro Che Non Molla Mai. Joe Grushecky – More Yesterdays Than Tomorrows

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Joe Grushechy – More Yesterdays Than Tomorrows – Schoolhouse Records – CD – Download

Ultimamente siamo costretti a recensire (in colpevole ritardo) lavori di artisti, di cui abitualmente ci occupiamo su queste pagine, e il problema principale consiste nel fatto che sono tutti dischi che sono venduti solamente sulle varie piattaforme in rete, e non sempre si riesce ad individuare la data di uscita. Nel caso specifico parliamo di Joe Grushechy, amico di lunga data e corrisposto di Springsteen (come detto in precedenti recensioni), protagonista principe di quello che è stato fin dai tempi lontani degli Iron City Houserockers definito “blue collar rock”, una miscela esplosiva tra il miglior rock stradaiolo e ballate romantiche. Così, a 10 anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio con gli Houserockers East Carson Street (09), ma a circa sei da https://discoclub.myblog.it/2013/11/02/heartland-rock-persino-nella-valle-dell-eden-joe-grushecky-5/, e a tre dal live https://discoclub.myblog.it/2016/10/19/sangue-sudore-rabbia-passione-sul-palco-locale-mitico-joe-grushecky-the-houserockers-american-babylon-live-at-the-stone-pony/, il buon Joe raduna in studio la sua attuale line-up composta da suo figlio Johnny alle chitarre (e nel nuovo ruolo di produttore), dal batterista Joffo Simmons, il bassista Jeff Garrison,  l’altro chitarrista Danny Gochnour, Ed Manion al sassofono (presente anche nel nuovo Little Steven), Tony Morra alle percussioni e batteria, la brava Vanessa Campagna come vocalist, e sotto la consueta supervisione del produttore e polistrumentista di lunga data Rick Witkowski, per una dozzina di brani che, per chi conosce ormai da anni (come chi scrive) il “sound” di Grushecky, uno che ha sempre avuto il passo dei grandi cantautori americani, suona molto familiare.

Il disco si apre con la title track More Yesterday Than Tomorrows, un mid-tempo che trasuda rock uscito dai solchi del miglior “Springsteen style”, a cui fanno seguito il “rock-boogie” senza fronzoli di Got To Go To Work Today (dove è impossibile non muovere il piedino), e il consueto duetto con l’amico Bruce in una “politica” That’s What Makes Us Great, dove le parole sono cantate in modo appassionato dalle voci di Grushecky e Springsteen, mentre Burn Us Down è un brano lento, una di quelle ballate dolenti e romantiche, cantate con voce potente e muscolare dall’autore. Si prosegue con una intrigante One Beautiful Night, dove sembra di risentire il repertorio dei vecchi dischi dei Drifters (quelli di Under The Boardwalk e Save The Last Dance For Me), mentre Blood, Sweat And Bears vira su un rock’n’roll vibrante, per poi passare ad una melodia contagiosa come The Voice, e una A Work In Progress, dove si evidenzia ancora una volta il lato più rock e gioioso dell’artista. Le chitarre elettriche spesso in primo piano accompagnano una briosa e ritmata Rev It Up, seguita da una sincopata Hell To Pay, dove chitarre, percussioni e trombe ricordano sfacciatamente il ritmo tribale dei brani del grande Bo Diddley, andando poi a chiudere con il tradizionale “gospel” degli anni ’30 Ain’t No Grave (registrato anche da Sister Rosetta Tharpe e Johnny Cash), e una incredibile ballata acustica Don’t Mourn For Me Like That, dove si manifesta in modo tangibile il lato più sensibile di Joe Grushecky e dei suoi Houserockers.

A quarant’anni dall’esordio con gli Iron City Houserockers con Love’s So Tough (79), questo 19° album More Yesterday’s Than Tomorrows (se non ho sbagliato i conti), segna un’altra piccola tacca nella carriera del solido “rocker” di Pittsburgh, un tipo che ha superato il traguardo dei settant’anni, ma che ancora continua a fare la sua musica, un rock “sangue, sudore e polvere” che non ascolterete certamente nelle grandi arene e stadi dove si esibiscono tante celebrate “stars”, ma più probabilmente in piccoli pub e locali di periferia (dove si ascolta la musica consumando casse di birra, e pinte di bourbon e whisky), per essere ancora oggi ufficialmente riconosciuti come una delle miglior “bar band” d’America. Come detto in altre occasioni, per il sottoscritto Joe Grushecky rimane uno dei tanti segreti meglio custoditi della musica rock americana, emarginato da sempre dalla sua “associazione sindacale”, come un gruppo di talentuosi songwriters degli anni ’70 (tra i quali Willie Nile e Elliott Murphy). Per gli amanti del genere e soprattutto del “Boss”, “smanettate” in rete (magari nel suo sito) e portatevi a casa questa ennesima “pietra miliare” della sua carriera, oppure rassegnatevi al download!

Tino Montanari