Novità Prossime Venture 2020 2. The Allman Brothers Band Trouble No More 50th Anniversary Collection 5CD box Set: Esce Il 28 Febbraio, Il Solito Anniversario, “Tardivo” Ma Gradito.

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The Allman Brothers Band – Trouble No More: 50th Anniversary Collection – 5CD box set – Mercury/Universal – 28-02-2020

Il tardivo nel titolo del Post si riferisce al fatto che il 50° Anniversario sarebbe dovuto coincidere con l’effettiva nascita degli Allman Brothers, quindi con una jam session avvenuta nel marzo del 1969 a Jacksonville, Florida, senza Gregg Allman, ma con la presenza di Reese Wynans (futuro Double Trouble) alle tastiere, che però lascia subito il gruppo. Poco più di un mese dopo, il 1° di maggio, si trasferiscono, dopo il rientro in Florida avvenuto nel frattempo di Gregg, la band si trasferisce a Macon, Georgia, dove vengono messi sotto contratto per la nascente Capricorn Records di Phil Walden, e a novembre viene pubblicato il loro primo omonimo album. Ma questa è una storia raccontata mille volte. Era solo per ricordare che ancora una volta la data di uscita di questo cofanetto viene scelta in modo arbitrario, ma come abbiamo detto è ormai solo un optional per le case discografiche.

Quello che interessa è il fatto che per la prima volta questa è una antologia multilabel, ovvero raccoglie materiale di tutte le etichette per cui hanno inciso gli Allman Brothers nella loro storia: Capricorn, Arista, Epic e Peach Records. C’è da dire che gli inediti di questo cofanetto non sono molti, 7 in totale su 61 brani, anche perché, a partire da Dreams, il primo box uscito nel 1989 e passando per tutte le varie ristampe potenziate dei dischi uscite negli anni successivi, di materiale inedito e raro ne è uscito veramente tantissimo, comunque qualche chicca c’è anche questa volta, benché per impossessarsene bisognerà scucire indicativamente una cifra superiore ai 60 euro: in ogni caso come si vede dall’immagine ad inizio Post, molto bella la confezione, con libretto di 88 pagine che attraverso un saggio di John Lynskey e diverse foto inedite e memorabilia, traccia la storia del gruppo.

Ecco brevemente gli “inediti”: il primo demo di Trouble No More registrato nel 1969 e stranamente mai pubblicato prima, poi c’è una rara e lunghissima (23 minuti) Mountain Jam tratta dal concerto tenuto a Watkins Glen nel 1973, e cioé quella eseguita insieme ai Grateful Dead e a membri della Band. Dovrebbe essere questa.

E ancora I’m Not Crying (Live at the Beacon Theatre), dai tanti concerti tenuti nel famoso Teatro di New York negli anni ’90. Dalla stessa location sono tratti anche 4 tracce presenti nell’ultimo CD, quello dei Peach Years 2000-2014, tra i quali la rarissima Loan Me A Dime (penso nella versione che vedete sotto in due parti) il brano di Boz Scaggs dal suo album omonimo del 1969 (a proposito di anniversari mancati) in cui era presente Duane Allman alla chitarra, per un assolo leggendario; Desdemona, Blue Sky Little Marta completano i brani dal vivo inediti. Comunque, come al solito, ecco la lista completa dei contenuti del cofanetto.

[CD1: The Capricorn Years 1969 – 1979 Part I]
1. Trouble No More (Demo)*
2. Don’t Want You No More
3. It’s Not My Cross To Bear
4. Dreams
5. Whipping Post
6. I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town (Live At Ludlow Garage)
7. Midnight Rider
8. Revival
9. Don’t Keep Me Wonderin’
10. Hoochie Coochie Man
11. Please Call Home
12. Statesboro Blues (Live At Fillmore East)
13. Stormy Monday (Live At Fillmore East)
14. In Memory Of Elizabeth Reed (Live At Fillmore East)

[CD2: The Capricorn Years 1969 – 1979 Part II]
1. One Way Out (Live At Fillmore East)
2. You Don’t Love Me / Soul Serenade (Live At A&R Studios)
3. Hot ‘Lanta (Live At A&R Studios)
4. Stand Back
5. Melissa
6. Blue Sky
7. Ain’t Wastin’ Time No More (Live At Mar Y Sol)
8. Wasted Words
9. Ramblin’ Man
10. Southbound
11. Jessica
12. Early Morning Blues (Outtake)

[CD3: The Capricorn Years 1969 – 1979 Part III / The Arista Years 1980 – 1981]
1. Come And Go Blues (Live At Watkins Glen)
2. Mountain Jam (Live At Watkins Glen)*
3. Can’t Lose What You Never Had
4. Win, Lose Or Draw
5. High Falls
6. Crazy Love
7. Can’t Take It With You
8. Pegasus
9. Just Ain’t Easy (Live At Merriweather Post Pavilion)
10. Hell & High Water
11. Angeline
12. Leavin’
13. Never Knew How Much (I Needed You)

[CD4: The Epic Years 1990 – 2000]
1. Good Clean Fun
2. Seven Turns
3. Gambler’s Roll
4. End Of The Line
5. Nobody Knows
6. Low Down Dirty Mean (Live At The Beacon Theatre)
7. Come On Into My Kitchen (Live At Radio & Records Convention)
8. Sailin’ ‘Cross The Devil’s Sea
9. Back Where It All Begins
10. Soulshine
11. No One To Run With
12. I’m Not Crying (Live At The Beacon Theatre)*

[CD5: The Peach Years 2000 – 2014]
1. Loan Me A Dime (Live At World Music Theatre)*
2. Desdemona (Live At The Beacon Theatre)*
3. High Cost Of Low Living
4. Old Before My Time
5. Blue Sky (Live At The Beacon Theatre)*
6. Little Martha (Live At The Beacon Theatre)*
7. Black Hearted Woman (Live At The Beacon Theatre)
8. The Sky Is Crying (Live At The Beacon Theatre)
9. “Farewell” Speeches (Live At The Beacon Theatre)
10. Trouble No More (Live At The Beacon Theatre)

* Previously Unreleased

Il tutto è prodotto da Bill Levenson, John Lynskey e Kirk West e ne uscirà anche una versione in 10 LP. Per festeggiare l’evento, il 10 marzo si terrà un concerto al Madison Square Garden di New York, dove la band denominata The Brothers eseguirà una scelta di brani del repertorio degli ABB: formazione per l’occasione Jaimoe, Warren Haynes, Derek Trucks, Oteil Burbridge, Marc Quinones, più Reese Wynans Duane Trucks (in rappresentanza del babbo Dickey) e come ospite Chuck Leavell.

Per il momento è tutto, poi al momento dell’uscita ci ritorniamo.

Bruno Conti

Vende Tanto, Ma Ci Sa Fare! Tracy Lawrence – Made In America

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Tracy Lawrence – Made In America – LMG CD

Tracy Lawrence, texano trapiantato a Nashville, è un countryman tra i più popolari in USA, grazie anche ad una lunga carriera che si sta avvicinando ai trent’anni. Infatti il suo esordio risale all’ormai lontano 1991 (Sticks And Stones) e da allora ha pubblicato una quindicina di album che in molti casi sono entrati nella Top Five country, il tutto senza rinunciare alla qualità. Sì perché Lawrence fa del vero country, elettrico e dal piglio spesso rockeggiante, retaggio indubbio delle sue origini texane: certo, il suono nei suoi brani è curato nei minimi dettagli per risultare radio-friendly, ma almeno usa strumenti veri e non è un fantoccio come altri suoi colleghi, ed in più è dotato anche di una buona capacità di scrittura. Nessuno dei suoi album è da considerarsi un capolavoro, ma di sicuro non è uno che fa rimpiangere i soldi spesi: anche la sua ultima fatica, Made In America, è un buon disco di country moderno, elettrico al punto giusto e suonato da veri professionisti come il bassista Glenn Worf, i tastieristi Mike Rojas e Jeff Roach ed i chitarristi James Mitchell e Brent Rowan.

Vero country quindi, forse non indispensabile, ma una boccata d’aria fresca rispetto a certe porcherie che escono mensilmente da Nashville. La title track, che apre l’album, non pretende di inventare niente ma è un ottimo country-rock elettrico e solare, con chitarre e steel in evidenza e ritmo alto: un pezzo buono sia per le radio che per gli estimatori del genere. Forgive Yourself è anche meglio, un godibilissimo e cadenzato honky-tonk che profuma di Texas lontano un miglio, bella voce ed ottimi interventi di piano e steel; non male neanche Running Out Of People To Blame, country ballad dal ritmo comunque sostenuto e dal refrain accattivante ed immediato, mentre When The Cowboy’s Gone è puro country dai suoni autentici e puliti ed un’atmosfera ancora texana al 100%; la lenta Nothin’ Burns Like You ha sempre i suoni giusti ma come canzone è un gradino sotto le precedenti.

First Step To Leaving è invece una spedita country tune bucolica con mandolino e violino in risalto, e più di un rimando al suono degli anni settanta. La saltellante It Ain’t You è quasi bluegrass, con un ritmo coinvolgente e risulta tra le più riuscite del CD, e si contrappone all’atmosfera intimista di Givin’ Momma Reasons To Pray, una ballatona di notevole spessore ed indubbio pathos (non per niente è scritta da Chris Stapleton), davvero bella. La guizzante e gradevole Working On My Willie , con l’ombra di Johnny Cash, e l’elettrica e grintosa Chicken Wire, decisamente più rock che country, precedono le conclusive Just The South Coming Out e Stay Back A Hundred Feet, altri due  pezzi maschi e chitarristici sostenuti da un ritmo importante.

Non sarà un genio Tracy Lawrence, ma è sicuramente meglio di tanta robaccia che gira a Nashville oggigiorno, e poi la sua musica ha i cromosomi del vero country.

Marco Verdi

Tra New York, Chicago E Memphis Un Altro Grande Cantante Bianco Con L’Anima Nera. Tad Robinson – Real Street

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Tad Robinson – Real Street – Severn Records

Tad Robinson 63 anni, nativo di New York City, operante da anni tra Chicago e Memphis, è uno di quei cantanti bianchi, ma con l’anima nera (per avere una idea pensate a Marc Broussard, JJ Grey, Anderson East,  Eli “Paperboy” Reed, in ambito femminile sua controparte potrebbe essere la grande Janiva Magness, o con uno spirito più rock Jimmy Barnes, ma sono solo i primi nomi che mi sono venuti in mente), una discografia solista non molto copiosa, anche perché spesso ha cantato con e per altri, tipo Dave Specter, o di recente nella Rockwell Avenue Blues Band, insieme a Steve Freund e Ken Saydak per l’ottimo Back To Chicago uscito nel 2018 https://discoclub.myblog.it/2018/06/20/un-piccolo-supergruppo-di-stampo-blues-rockwell-avenue-blues-band-back-to-chicago/ .

Per questo Real Street (uscito lo scorso settembre negli States, ma disponibile da pochi giorni in Europa) è stato fatto un ulteriore step verso la soul music più genuina: il disco è stato inciso in quel di Memphis, agli  Electraphonic Recording Studios, quelli che hanno raccolto l’eredità di Fame e Muscle Shoals, gestiti da Scott Bornar (dei Bo-Keys) e con l’impiego della Hi Rhythm Section, dove militano i leggendari Charles Hodges all’organo e Leroy Hodges al basso, oltre al batterista Howard Grimes. Ma nel disco suonano anche il chitarrista Joe Restivo e l’attuale pianista dei Fabulous Thunderbirds Kevin Anker, impegnato al Wurlitzer, nonché la sezione fiati composta da Marc Franklin alla tromba e Kirk Smothers al sax tenore, i cui nomi ricorrono spesso nei dischi di Gregg Allman, Dana Fuchs, Robert Cray, lo stesso Paperboy Reed. Insomma gli ingredienti ci sono tutti e la musica che ne risulta è rigogliosa, goduriosa e di gran classe: sia nell’iniziale shuffle tra blues, R&b e Stax soul Changes, dove la voce vissuta e temprata da mille palchi di Robinson si muove tra fiati, chitarrine e tastiere che profumano di profondo Sud, come pure nel mid-tempo mellifluo di Full Grown Woman, dove emergono anche elementi gospel forniti dal background vocalist Devin B. Thompson: a colorare ulteriormente la tavolozza dei suoni. Search Your Heart è una solenne ballata del “divino” soul balladeer George Jackson, con una prestazione vocale da sballo di Tad, e l’organo di Hodges che scivola maestoso a suggellarne l’interpretazione, come l’assolo in punta di dita di Restivo.

Love In The Neighborhood è più mossa, solare e radiofonica, in un ideale mondo alternativo dove le radio trasmettono buona musica, e Robinson ci mostra la sua perizia pure all’armonica, mentre fiati e voci di supporto sono sempre in azione, come pure la chitarra di Restivo. Wishing Well Blues tiene fede al proprio titolo ed è un tuffo nel le12 battute più classiche, con fiati sempre in evidenza, mentre You Got It è una sontuosa cover del brano di Roy Orbison, che, rallentata ad arte, si trasforma quasi in una ballata deep soul  alla Sam Cooke, o Al Green, visti i musicisti impiegati, con la voce melismatica di Tad Robinson che si distingue ancora per il suo timbro favoloso. You Are My Dream è un altro intenso errebì dallo spirito danzante e giocoso, con l’armonica di Robinson quasi alla Stevie Wonder prima maniera. che lascia poi spazio ad una sorprendente cover di Make It With You, un grandissimo successo del pop raffinato anni ’70 dei Bread di David Gates, qui trasformato in un’altra ricercata love song avvolgente, degna dei migliori cantanti neri di quell’epoca gloriosa, elegante senza essere troppo turgida.

Real Street, di nuovo con la sinuosa armonica di Tad in evidenza, è un altro ottimo esempio di quel soul targato Hi Records che non tramonta mai, soprattutto se viene suonato da chi conosce a menadito la materia, sentire il groove del basso danzante di Leroy Hodges,  e comunque non guasta se hai un cantante in grado di maneggiare la materia sonora, che poi chiude l’album con il leggero funky caratterizzato dall’ interplay quasi telepatico organo-piano elettrico di Long Way Home, con retrogusti targati Marvin Gaye o Curtis Mayfield, senza dimenticare Al Green, il re dello smooth soul https://www.youtube.com/watch?v=OzRh7OGBlrA . Chi ama il genere non ha bisogno di ulteriori incoraggiamenti, sarà pure retrò, ma è una vera delizia.

Bruno Conti

La “Compagnia Del Tempo Freddo”…Vi Riscalderà! Cold Weather Company – Find Light

cold weather company find light

Cold Weather Company – Find Light – Cold Weather Company CD

Terzo album per i Cold Weather Company, un trio proveniente dal New Jersey e dotato di un suono molto particolare. Infatti i tre non fanno del classico rock, e neppure un tipo di musica che può essere identificata come Americana, ma piuttosto una sorta di folk-rock dalle atmosfere intime e con aperture melodiche decisamente creative e non scontate, un sound avvolgente tutto costruito intorno alle chitarre e voci di Brian Curry e Jeff Petescia ed allo splendido pianoforte (e voce) di Steve Schimchick, ai quali di volta in volta si aggiungono una sezione ritmica discreta (ma non sempre), altre volte una sezione fiati, altre ancora un accompagnamento d’archi quasi cameristico. Le atmosfere dei brani dei CWC sono quasi sempre crepuscolari ma non affiora mai la noia, grazie anche alla grinta che i nostri ci mettono nell’esecuzioni ed all’originalità di fondo della proposta, dato che le canzoni presenti non somigliano molto a ciò che si sente normalmente in giro ma hanno una vita ed uno stile propri, e Find Light è il modo migliore per scoprirli.

Hazel, che apre l’album, è una ballata profondamente evocativa e suonata con grande forza nonostante la presenza di una strumentazione acustica: il piano è protagonista insieme alle chitarre e sul finale c’è un crescendo strumentale di sicuro impatto. La voce particolare di Schimchick (ricorda un po’ quella di Dave Matthews) caratterizza in maniera netta la pianistica Clover, un folk-rock dal ritmo sostenuto e con soluzioni melodiche non banali, ed ancora meglio è Brothers, rock ballad dal motivo intrigante e diretto con un arrangiamento classico e basato ancora una volta sull’intreccio di piano e chitarre (il leit motiv del CD), una canzone davvero bella; la bucolica Birds On A String è contraddistinta da un’atmosfera rilassata e distesa, ed è bissata da Circles, squisito pastiche acustico (ma full band) di nuovo con un notevole impasto strumentale.

Do No Harm (che viene brevemente ripresa a fine album) è un eccellente brano tra folk e cantautorato puro, in cui risalta la bravura dei nostri come musicisti ed in particolare l’impostazione classica di Schimchick alla tastiera https://www.youtube.com/watch?v=KRvO-Ukd_oA . Il CD, un’ora di musica, presenta diverse altre canzoni degne di nota, tra cui la sognante ancorché brevissima Dawn, la mossa Pocket, deliziosa pop song dal sapore folk ed i fiati a dare più spessore al suono, l’intensa Mount Desert Island, melodicamente tra le più interessanti, la fluida e gradevole Old But True, anch’essa dal marcato gusto pop, e la lenta e struggente Atlas. Una bella realtà questi Cold Weather Company: originali, creativi e per nulla prevedibili.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 2020 1. Peter Green – The End Of The Game Rimasterizzato Per La Prima Volta A 50 Anni Dall’Uscita!

peter green the end of the game 50th anniversary

Peter Green – The End Of The Game, 50th Anniversary Remastered & Expanded CD Edition – Esoteric – 21-02-2020

Anno nuovo, vita vecchia, riprendiamo con la rubrica destinata alle prossime uscite, soprattutto ristampe, più interessanti. E partiamo con un album che è tra i miei preferiti in assoluto tra i dischi di culto, The End Of The Game di Peter Green, curiosamente mai rimasterizzato prima d’ora per l’edizione in CD, visto che aveva circolato solo in una rara e costosa edizione giapponese (che è quella che tuttora posseggo) e in una versione Warner/Reprise europea che non ho mai capito quanto fosse legittima. Nel Blog ne ho parlato varie volte, sia all’interno di articoli e recensioni inerenti i Fleetwood Mac.

Ecco quello che avevo scritto e confermo.

Sei brani strumentali, poco più di 33 minuti, che si aprono con il festival del wah-wah della iniziale magnifica Bottoms Up, con Alex Dmochowski e Godfrey MacLean che sostengono in modo splendido le scale free form della chitarra di un Peter Green quasi trasfigurato nelle sue improvvisazioni sperimentali e jazzate, poi il basso assume un suono ancora più rotondo, entra un liquido piano elettrico e il lavoro della chitarra si fa ancora più intricato, insomma dovreste ascoltare per capire di cosa parliamo. Timeless Time è un breve brano, poco più di due minuti, lirico, intimo e malinconico più vicino al “solito” Green, mentre Descending Scale è più ascendente che discendente, lavoro frenetico della ritmica, piano e organo di Zoot Money in primo piano, fino all’ingresso perentorio e devastante della chitarra quasi rabbiosa di Peter, tra esplosioni e momenti di quiete, in un brano certo di non facile ascolto, ma siamo nell’anno di Bitches Brew di Miles Davis, la musica ha questa libertà assoluta.

Burnt Foot con la batteria dappertutto ha tocchi quasi tribali e il solito spirito di impronta jazz-rock, genere allora nascente, con spasmi ritmici devastanti, che poi virano di nuovo verso la psichedelia con il suono quasi deadiano e liquido delle improvvisazioni live di Jerry Garcia con la sua band, in un brano come Hidden Depth dove il wah-wah è ancora protagonista assoluto. La conclusiva End Of The Game, tra dissonanze e cacofonie sonore, esplora quasi i limiti dell’uso del wah-wah in un ambito che sembra avere poche parentele con il rock. Fine Del Gioco!

Tracklist
1. Bottoms Up
2. Timeless Time
3. Descending Scale
4. Burnt Foot
5. Hidden Depth
6. The End Of The Game
Bonus Tracks:
7. Heavy Heart
8. No Way Out
(A & B-Sides Of Single – Previously Unreleased On CD)
9. Beasts Of Burden
10. Uganda Woman
(A & B-Sides Of Single – Previously Unreleased On CD)

Aggiungerei che nella nuova versione che verrà pubblicata dalla Esoteric il prossimo 21 febbraio sono state aggiunte 4 bonus tracks, ovvero lato A e B di due 45 giri pubblicati rispettivamente nel 1971 e 1972: Heavy Heart’ b/w ‘No Way Out, che vide anche una rara apparizione televisiva di Peter Green a Top Of The Pops, e l’anno successivo una collaborazione con Nigel Watson Beasts of Burden’ b/w ‘Uganda Woman, il secondo singolo proveniente da sessions differenti da quelle di The End Of The Game. Nel libretto del CD ci sarà un libretto che narra la genesi dell’album e una intervista con Zoot Money, il tastierista che nel disco si alternava all’organista Nick Buck, futuro Hot Tuna. Nelle Note di presentazione del CD si parla anche di un prossimo concerto, già esaurito “Mick Fleetwood & Friends Celebrate The Music Of Peter Green at London Palladium in London on Tue 25th Feb 2020″ per ricordare il grande musicista inglese (che è comunque ancora vivo, per quanto malandato).al quale parteciperanno Billy Gibbons, David Gilmour, Jonny Lang, Andy Fairweather Low, John Mayall, Christine McVie, Zak Starkey, Steven Tyler, Bill Wyman e altri da confermare, oltre ovviamente a Mick Fleetwood, Dave Bronze RickyPeterson. Ecco la locandina dell’evento.

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Per ora è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Cofanetti Autunno-Inverno 17. Un’Infornata Completa Di “Topi Caldi”! Frank Zappa – The Hot Rats Sessions

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Frank Zappa – The Hot Rats Sessions – Zappa Records/Universal 6CD Box Set

Non so se Hot Rats sia da considerare l’album più importante di Frank Zappa, almeno per quanto riguarda il suo primo periodo: di certo sembrano pensarla così gli eredi del grande musicista scomparso nel 1993, dato che pochi giorni prima dello scorso Natale hanno pubbicato questo sestuplo box intitolato The Hot Rats Sessions, contenente tutto ciò che l’artista di Baltimore aveva inciso per lo storico disco del 1969, prima volta in assoluto per un lavoro di studio del baffuto Frank (e in anni recenti non erano stati celebrati i cinquantesimi anniversari di album comunque importanti come Freak Out!, Absolutely Free, We’re Only In It For The Money e Uncle Meat). The Hot Rats Sessions è un cofanetto assolutamente splendido, con una bella confezione formato 33 giri, un esauriente maxi-booklet e perfino un gioco da tavolo denominato Zappa Land (non sono previste edizioni “povere” del box): per la prima volta vengono raccolte in ordine cronologico tutte le sedute di registrazione di Hot Rats, secondo album solista di Frank dopo Lumpy Gravy (gli altri erano accreditati alle Mothers Of Invention) e sicuramente uno dei più riusciti dal punto di vista musicale.

Definito dal suo autore un “film per orecchie”, il disco era quasi totalmente strumentale, con brani talvolta brevi ed altre volte dilatati fino a diventare vere e proprie jam, una miscela di rock, jazz, pop e musica “avant-garde” che è incredibilmente attuale ancora oggi, e per i tempi forse era addirittura troppo avanti. Frank si era circondato come sempre di musicisti straordinari come il tastierista (e sassofonista) delle Mothers Ian Underwood, i violinisti Sugar Cane Harris e Jean-Luc Ponty, i batteristi John Guerin, Paul Humphrey e Ron Selico, i bassisti Max Bennett e Shuggie Otis e Captain Beefheart come unico protagonista vocale del disco (nel brano Willie The Pimp), oltre naturalmente alla formidabile chitarra del leader. Il box, quasi completamente inedito, contiene dunque tutto ciò che è stato inciso nei TTG Studios e Sunset Sound Studios di Hollywood tra la fine di Luglio ed il mese di Agosto del 1969, tra basic tracks ed overdubs aggiunti in seguito (Hot Rats fu uno dei primi album incisi su sedici piste della storia), ed anche le false partenze: possiamo così finalmente constatare che non furono messe a punto solo le sei canzoni che finiranno sul disco originale, ma tutta una serie di brani che Frank riprenderà in seguito o che resteranno nei cassetti fino ad oggi. Ma vediamo il contenuto del box nel dettaglio.

CD1. Si parte con due improvvisazioni per piano solo di Underwood, molto Keith Jarrett, con la seconda che contiene una porzione del brano Aybe Sea che finirà su Burnt Weeny Sandwich. Seguono ben sette takes della celebre Peaches En Regalia divise per sezioni, una sola delle quali full band mentre le altre sono in trio, nel tipico formato jazz piano-basso-batteria (quattro takes e due jam splendide, in cui il gruppo cerca la melodia definitiva), con Underwood strepitoso e, in una versione, l’aggiunta di Harris al violino e Zappa alla chitarra per una fantastica improvvisazione blues di dieci minuti e mezzo, una traccia che da sola vale gran parte del prezzo richiesto per il box. Finale con due strumentali di sette minuti l’uno tra jazz, rock e pop intitolati Arabesque (il secondo dei quali in formato ridotto finirà l’anno successivo su Weasels Ripped My Flesh col nome di Toads Of The Short Forest), ed una guizzante Dame Margret’s Son To Be A Bride (che in futuro diventerà Lemme Take You To The Beach), con un organo che fa molto Santana.

CD2. Si inizia con quattro takes della liquida e gradevolissima It Must Be A Camel (ottima la quarta), seguita da due brevi Natasha (working title di Little Umbrellas), e poi la versione uncut di undici minuti di uno tra i più leggendari inediti zappiani, cioè Bognor Regis, brano che Frank negli anni a seguire riprenderà in mano più volte senza mai pubblicare ufficialmente, una lunga jam con grandiosa prestazione di Harris al violino. Chiusura con quattro takes della potente Willie The Pimp (splendida la seconda, un quarto d’ora, in cui il nostro conferma di essere un chitarrista eccezionale) tutte senza la voce del Capitano Cuordibue, aggiunta in seguito. CD3. Nessuno dei brani su questo dischetto finirà poi su Hot Rats: si parte con ben sei takes della raffinatissima Transition (che andrà su Chunga’s Revenge col titolo di Twenty Small Cigars), un jazz pianistico afterhours suonato come al solito in maniera magistrale. Poi abbiamo la versione completa, quasi 13 minuti, di Lil’ Clanton Shuffle (un coinvolgente boogie con tutti i musicisti in gran spolvero che in forma ridotta finirà nel 1998 sul postumo The Lost Episodes), per finire con i 10 minuti della bluesata Directly From My Heart To You (ripresa l’anno seguente su Weasels Ripped My Flesh) e soprattutto la monumentale Another Waltz, 28 minuti di jam elettrica e spettacolare guidata ancora dalla magnifica chitarra del nostro.

CD4. Qui si inizia con un remake della pimpante Dame Margret’s Son To Be A Bride seguito dalle uniche due takes di Son Of Mr. Green Genes, solida rock song che altro non è che la versione strumentale di Mr. Green Genes da Uncle Meat, e da ben 32 minuti di improvvisazione pura intitolata Big Legs (poi in forma accorciata come The Gumbo Variations su Hot Rats), altro highlight assoluto del box. E qui finiscono le basic tracks: il resto del CD offre gli overdubs di chitarra, piano e percussioni che verranno poi applicati a It Must Be A Camel e Arabesque, nonché la versione completa di sovraincisioni di Transition. CD5. Qui troviamo la versione ufficiale di Hot Rats, presentata con il remix del 1987 (quindi con un paio di brani più lunghi), un paio di spot promozionali molto ironici, le single versions in mono di Peaches En Regalia e Little Umbrellas ed un missaggio inedito del 1972 di Lil’ Clanton Shuffle. CD6. L’ultimo dischetto parte con una rarità assoluta, cioè una primissima versione di Little Umbrellas registrata a Cucamonga addirittura nei primi anni sessanta. Poi vari mix alternati (ovviamente inediti) del 1969 della stessa Little Umbrellas nonché di It Must Be A Camel, Son Of Mr. Green Genes, Willie The Pimp e Dame Margret’s Son To Be A Bride, altri spot, la traccia vocale isolata di Captain Beefheart, un missaggio non utilizzato di Bognor Regis ed altre cosucce.

Un vero tour de force sonoro quindi, che ha però il merito di farci vivere un album importantissimo in tutte le sue sfaccettature, e che dimostra ancora una volta che Frank Zappa era musicalmente parlando già avanti anni luce rispetto agli altri.

Marco Verdi

Ancora Dell’Ottimo Gospel Soul Da Memphis. Sensational Barnes Brothers – Nobody’s Fault But My Own

sensational barnes brothers nobody's fault but my own

Sensational Barnes Brothers – Nobody’s Fault But My Own – Bible And Tire Recording Co./Big Legal Mess/Fat Possum

Ammetto che fino a pochi tempo fa ignoravo l’esistenza dei Sensational Barnes Brothers, ma visto che uno dei piaceri dello scrivere di musica è anche quello di scoprire nuovi nomi, e poi condividerli con chi legge, eccoci a parlare di Nobody’s Fault But My Own, eccellente esordio di questa coppia di fratelli, peraltro comunque sconosciuta ai più. Alcuni indizi: vengono da Memphis, dove ai Delta-Sonic Studios è stato registrato questo album, provengono da una famiglia che ha sempre gravitato nell’area della musica gospel, il babbo Calvin “Duke” Barnes, scomparso improvvisamente di recente,  aveva un duo con la moglie Deborah (che in passato era stata una delle Raelettes di Ray Charles), i due figli Chris (appassionato del rock di Disturbed e Dream Theater) & Courtney,  suonano anche nei Black Cream, un gruppo nello stile classico del power trio, rivisto in ottica nera, aiutati da parenti assortiti, Calvin Barnes II suona nel disco all’organo, Sister Carla, l’unica ad avere lasciato Memphis, canta pure lei, quindi la musica è un affare di famiglia.

Il disco non riporta il nome degli autori dei brani, ma tutto il materiale proviene dal catalogo della Designer Records, una sconosciuta etichetta degli anni ’70 specializzata in soul e gospel,benché nelle parole dei due fratelli avrebbe potuto essere stato scritto dalla loro famiglia, visto che coincide con quella visione musicale e religiosa. Possiamo aggiungere che il disco è prodotto da Bruce Watson (anche chitarrista e polistrumentista, nonché fondatore della Fat Possum)), uno che ha lavorato con Don Bryant (marito di Ann Peebles), nello splendido Don’t Give Up On Love, con Jd Wilkes, con Jimbo Mathus, che appare nel disco come organista aggiunto, anche con R.L. Burnside e Jumior Kimbrough, e moltissimi altri. Nel CD suonano Will Sexton alla chitarra, George Sluppick alla batteria, Mark Stuart al basso, Kell Kellum alla pedal steel, oltre agli ottimi Jim Spake e Art Edmaiston ai fiati, a dimostrazione dell’assunto che elencare i nomi dei musicisti magari può essere didattico e didascalico, ma aiuta a capire cosa stiamo per ascoltare, e come detto all’inizio si parla di deep soul gospel o Stax sound della prima ora, insomma “old school” come si suole dire: pescando a caso dal disco abbiamo la fiatistica e corale I’m Trying To Go Home, anche con coretti deliziosi femminili e un suono che sembra uscire dai Fame Studios, mentre i due fratelli “testimoniano” alla grande https://www.youtube.com/watch?v=7WlVzsCtB8M , la splendida ballata Let It Be Good. cantata divinamente dal babbo Calvin “Duke” Barnes, anche con arditi falsetti, e chitarre e organo, oltre agli immancabili coretti e il supporto del figlio Chris, tutti che agiscono in pura modalità sudista.

Why Am I Treated So Bad, con riff di fiati all’unisono, e una melodia che potrebbe rimandare a Sam & Dave, se avessero deciso di darsi al gospel anziché al soul, sempre con quel falsetto ricorrente, I Made It Over, dal ritmo incalzante ed estatico del miglior gospel quando si “ispira” anche ad una soul music più carnale, oppure Nobody’s Fault My Own (che qualche parentela, quantomeno a livello di testo) con Nobody’s Fault But Mine ce l’ha, è un R&B sincopato che istiga a muovere mani e piedi in un florilegio di chitarrine e ritmi scatenati, che accelerano e accelerano fino al classico call and response del finale. E prima ancora un’altra bellissima ballata in puro spirito sudista come I Feel Good, sempre sognante e serena, attraverso l’uso di complessi arrangiamenti vocali, I Won’t Have To Cry No More potrebbe essere un esempio di come avrebbero potuto suonare i primi Staples Singers se Pops Staples invece di una pattuglia di figlie, si fosse trovato con altrettanti figli, oppure con i Soul Stirrers di Sam Cooke. E anche It’s Your Life è un altro mid-tempo tra soul e gospel cantato con grande passione dai due fratelli, come pure la incantevole Try The Lord, con Kell Kellum ad accarezzare la sua pedal steel https://www.youtube.com/watch?v=21TJawoVGZk , ma in tutto il disco vi sfido a trovare un brano scarso, solo del sano buon vecchio soul, a tinte gospel.

Bruno Conti

Quando Il Canada Confina Con Il Texas. Parte 2: Matt Patershuk – If Wishes Were Horses

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Matt Patershuk – If Wishes Were Horses – Black Hen CD

Matt Patershuk è uno dei segreti meglio custoditi nel panorama del cantautorato canadese. Originario di La Glace, un piccolo villaggio della regione di Alberta, Patershuk non è un songwriter tipicamente made in Canada, ma affonda le sue radici musicali nel country-rock del sud degli Stati Uniti, avendo come fonti di ispirazione maggiore gente come Kris Kristofferson, Willie Nelson e Waylon Jennings, ma anche John Prine anche se non è esattamente un uomo del sud. Non conosco i primi tre lavori di Matt, ma se devo giudicare da questo nuovo If Wishes Were Horses siamo di fronte ad un artista completo, capace, in possesso di un’ottima penna e con il suono giusto. Canzoni tra country, rock, folk e Americana, suonate con buon piglio e cantate con voce profonda: prodotto dall’esperto Steve Dawson (Kelly Joe Phelps, The Deep Dark Woods) e suonato da un manipolo di validi strumentisti tra i quali spicca il leggendario armonicista di Nashville Charlie McCoy, If Wishes Were Horses può essere quindi l’album giusto per far conoscere Patershuk anche al di fuori del Canada, dato che il suo stile ha tutto per essere apprezzato anche all’interno dei confini statunitensi.

Si inizia con la godibile The Blues Don’t Bother Me, country-rock elettrico e corposo, con chitarre ed organo in evidenza ed un suono che ci porta idealmente in qualche stato del sud degli USA, magari in Alabama. Ernest Tubb Had Fuzzy Slippers (bel titolo) è una squisita ed evocativa country tune che parte con il solo accompagnamento delle chitarre, poi entra il resto della band ed il brano diventa quasi irresistibile pur mantenendo un ritmo lento (splendido l’assolo di steel); Horse 1 è un bellissimo strumentale western alla Morricone (ma sento anche qualcosa dei Calexico), un pezzo che si ripresenterà altre tre volte nel corso del CD in diverse vesti sonore. Sugaree è proprio quella dei Grateful Dead, e Matt fa del suo meglio per far risaltare la splendida melodia di Jerry Garcia, rivestendola con pochi strumenti e dandole un delizioso sapore country-blues; Circus inizia quasi cameristica per voce, violino e violoncello, ma in breve il pezzo si trasforma in una sontuosa rock ballad dallo script diretto e lucidissimo, uno dei brani più riusciti del CD, mentre Alberta Waltz è come da titolo un toccante valzer lento che vedrei bene rifatto da Willie Nelson.

Velvet Bulldozer è un limaccioso funk-rock che rimanda al periodo d’oro dei Little Feat, con tanto di slide ad accompagnare la voce corposa del leader ed uno strepitoso assolo di armonica da parte di McCoy, un brano che ci fa vedere la disinvoltura del nostro alle prese con qualsiasi genere musicale. Let’s Give This Bottle A Black Eye è un delizioso honky-tonk che più texano non si può (sembra Dale Watson), Bear Chase è una sorta di folk elettrificato dal ritmo sostenuto e motivo dal sapore tradizionale, mentre con Walkin’ siamo in pieno territorio country, una languida ballata dal suono classico al 100%. Il CD si chiude con Last Dance, slow ballad eseguita con trasporto, e con la vivace e guizzante Red Hot Poker, ritmo e feeling che vanno a braccetto.

Disco piacevole e decisamente riuscito: ora speriamo che Matt Patershuk non resti un privilegio per (pochi) ascoltatori canadesi.

Marco Verdi

Quando Il Canada Confina Con Il Texas. Parte 1: Del Barber – Easy Keeper

del barber easy keeper

Del Barber – Easy Keeper – Acronym/Universal Canada CD

Del Barber è un nome quasi sconosciuto dalle nostre parti, ma anche negli Stati Uniti non è famosissimo, mentre in Canada, sua terra d’origine, è decisamente più popolare. Infatti Barber nel corso della sua carriera decennale (ha esordito nel 2009 con Where The City Ends) ha avuto diversi premi e riconoscimenti nell’ambito della musica roots cantautorale; nato a Winnipeg, Barber non si ispira alla pur prestigiosa scuola dei cantautori canadesi, ma affonda le sue radici musicali nel suono Americana, con nomi del calibro di Townes Van Zandt, Steve Earle, John Prine e Merle Haggard nel suo bagaglio di influenze, e nel corso degli anni si è costruito un’ottima reputazione che viene confermata anche in questo nuovo Easy Keeper, album numero sei della sua discografia inciso come gli altri in maniera indipendente ma stavolta distribuito dalla filiale canadese della Universal (anche se questo non ne migliora la reperibilità, Canada a parte). Del è un cantautore roots di stampo classico, ed il suo suono è un mix di folk, country ed un pizzico di rock dato dalla chitarra elettrica di Grant Siemens (che è anche il co-produttore del CD insieme a Barber stesso), mentre il resto del gruppo è formato dalla steel di Bill Western, il piano e l’organo di Geoff Hilhorst, la sezione ritmica di Bernie Thiessen e Ivan Burke, oltre alle voci femminili di Haley Carr e Andrina Turenne.

Nomi che vi diranno poco o niente, ma stiamo parlando di gente che gira con il nostro da diversi anni ed è quindi ormai un tutt’uno con le sue canzoni: Easy Keeper è perciò un bel dischetto di pura roots music a stelle e strisce ma fatta da musicisti canadesi, undici brani dal suono classico, pulito e mai ridondante, tutto costruito intorno alla voce del leader. L’opening track Dancing In The Living Room è una ballata classica e di buon livello, tra country e musica cantautorale, un suono elettroacustico ed un motivo piacevole che ricorda un po’ lo stile di Kevin Welch. Patient Man è più strumentata ma sempre dal mood tenue e pacato, con un bel background sonoro fatto di chitarre, organo ed una sezione ritmica discreta; Everyday Life è una folk song pura e cristallina dalla melodia toccante e suggestivi rintocchi elettrici sullo sfondo, nobilitata ulteriormente dal controcanto femminile: molto bella.

Con Louise siamo invece in territori country, ritmo spedito, refrain vincente ed ottimo uso della steel, brano seguito a ruota da Leads You Home, altra ballatona elettroacustica intensa ed eseguita con strumentazione parca; Lucky Prairie Stars è il pezzo più elettrico finora, un country-rock cadenzato e godibile con entrambi i piedi più in Texas che in Canada, mentre Juanita è uno slow che ha l’andatura del valzer lento, ed anche qui siamo più vicini al confine col Messico che dalle parti di Manitoba (la regione dove sorge Winnipeg). Ronnie And Rose è un folk-grass purissimo ancora dal ritmo sostenuto e con un motivo trascinante, uno dei brani più immediati con in più una fisarmonica a colorare il sound, Blood On The Sand è ancora lenta e decisamente profonda, grazie anche ad un bell’uso del pianoforte; il CD termina con No Easy Way Out, che ci porta inaspettatamente dentro atmosfere country-got-soul tipiche del sud, e con l’acustica e deliziosa title track, una chiusura da perfetto storyteller per un disco piacevole e ben fatto da parte di un cantautore dal sangue canadese ma con il cuore in America.

Marco Verdi

Un Altro Doppio CD Dal Vivo Formidabile Per Il Musicista Irlandese! Christy Moore – Magic Nights

christy moore magic nights

Christy Moore – Magic Nights  – 2 CD Yellow Furze Ltd./Columbia Sony Music Ireland

Vorrei  proporre di renderli fissi per decreto istituzionale (tanto in Italia siamo abituati), ogni due anni, all’incirca in questo periodo, un bel doppio CD dal vivo di Christy Moore:  soprattutto se sono sempre così belli, l’ultimo Magic Nights poi mi pare addirittura migliore del pur splendido On The Road, uscito sul finire del 2017 https://discoclub.myblog.it/2018/01/14/supplemento-della-domenica-forse-il-miglior-disco-ufficiale-dal-vivo-del-2017-christy-moore-on-the-road/ . Lo stesso Christy racconta che dopo il successo della precedente raccolta di registrazioni Live, la Columbia irlandese gli ha suggerito di approntare un seguito, e lui certo non si è fatto pregare, visto che, come fanno anche altri artisti, in pratica registra ogni concerto (se per caso vi eravate persi il primo doppio dal vivo la Sony ha pubblicato un bel cofanetto quadruplo che raccoglie entrambi gli album).

Quindi insieme al suo produttore Jimmy Higgins e all’ingegnere del suono David Meade sono andati a setacciare gli archivi e hanno scelto altre ventisei perle dal suo immenso repertorio, prese da diverse locations e annate. Nei vari brani si alternano i musicisti che ormai accompagnano, più o meno abitualmente, Moore: il grande Declan Sinnott, chitarre e voce, il citato produttore Jimmy Higgins a percussioni , tastiere, e voce di supporto, Cathal Hayden, al violino, banjo e viola, Mairtin O’Connor alla fisarmonica, Seamie O’Dowd , chitarra, armonica e voce, e Vickie Keating alle armonie vocali, manca solo questa volta il figlio di Christy Andy Moore rispetto al disco precedente. Nella scelta dei brani è drasticamente calata la quota di composizioni dello stesso Moore, solo due brani originali, oltre ai suoi arrangiamenti di quattro, più o meno celebri, brani tradizionali, ma la qualità rimane elevatissima: dall’iniziale Magic Nights In The Lobby Bar, registrata alla Opera House di Cork, una emozionante cavalcata sui ricordi di centinaia di notti passate a suonare la propria musica, dai tempi dei Planxty e dei Moving Hearts, sino ai giorni nostri, sulle ali della fisarmonica di O’Connor e del violino di Hayden, cullati dalla splendida voce di Christy.

Dal INEC Killarney di Kerry e con gli stessi musicisti, proviene Matty, un brano che scatena affettuosi ricordi della vecchia nonna di Moore e dei suoi racconti. Sonny’s Dreams, di Ron Hynes, uno dei tanti autori non notissimi che si alternano nei diversi pezzi, viene dalla serata alla Royal Symphony Hall di Birmingham, e prevede solo l’accompagnamento di Declan Sinnott alla slide acustica, una di quelle ballate struggenti in cui il nostro è maestro; senza stare a fare un resoconto dettagliato delle varie canzoni vi segnalo solo le più interessanti. Per esempio una magnifica versione di A Pair Of Brown Eyes, dei Pogues di Shane MacGowan, un brano raramente eseguito in concerto, perché, pur essendo uno dei suoi preferiti da cantare, come dice Moore richiede “una certa aria” e quella sera nel famoso locale di Vicar Street a Dublino evidentemente la si respirava; molto belle anche la malinconica Ringing That Bell e la squisita e corale Sail On Jimmy, la drammatica e recente Burning Times, che racconta del crudele omicidio avvenuto nell’aprile del 2019 della giornalista Lyra McKee, durante gli scontri In Irlanda, un brano ad alto contenuto emotivo, versione intensissima con il controcanto toccante di Vickie Keating, la mossa e trascinante The Tuam Beat che fa risalire le sue origini ai tempi dei Planxty, Back Home In Derry che narra le vicende di Bobby Sands nei suoi duri anni di prigionia.

Rosalita And Jack Campbell che sembra un brano della tradizione folk americana, la vedrei bene cantata da Springsteen o Tom Russell, una superba Motherland di Natalie Merchant, cantata durante il soundcheck a Liverpool. Sempre da Vicar Street, improvvisata all’impronta, una emozionante ed avvolgente Before The Deluge di Jackson Browne, con un superbo Declan Sinnott all’elettrica, una rarissima, ma non per questo meno suggestiva, versione di Cry Like A Man di Dan Penn, la divertente The Reel In The Flickering Light, e ancora una delle sue murder song più intense come Veronica, un’altra richiesta speciale nel concerto a Vicar Street, la drinking song Johnny Jump Up, una occasione per cazzeggiare con il pubblico. Anche uno dei brani più “antichi” del repertorio di Christy, come il  coinvolgente traditional Tippin’ It Up To Nancy, e sempre dal lontano passato proviene la toccante Only Our Rivers Run Free, una canzone che era sul primo album dei Planxty, qui impreziosita dal lavoro del violino di Cathal Hayden.

E a proposito di canzoni emozionanti ,sublime la versione di una canzone Hurt, scritta da Trent Reznor dei Nine Inch Nails, ma che tutti accostano ormai a Johnny Cash, con il cantante irlandese che la rende propria in modo naturale, grazie anche alla seconda voce incantevole di Vickie Keating,  in conclusione, cantata a cappella, solo con l’aiuto del bodrhan, troviamo un’altra canzone del repertorio dei Planxty come The Well Below The Valley e infine Mandolin Mountain, un brano di Tony Small, altro emergente autore irlandese , inserita di recente nel repertorio di Moore, ulteriore squisito esempio dell’immensa classe del folksinger irlandese, uno dei più grandi musicisti della scena mondiale, veramente una voce per tutte le stagioni.

Bruno Conti