Un Nuovo Cofanetto “A Puntate” Per David Bowie. Volume 4: Look At The Moon!

david bowie look at the moonDavid-Bowie-Look-at-the-moon-live-in-Phonenix-97-CD

David Bowie – Look At The Moon! – Parlophone/Warner 2CD – 3LP

E siamo arrivati al giro di boa anche per il box dal vivo di David Bowie Brilliant Live Adventures, che si occupa di riunire concerti che il Duca Bianco tenne negli anni novanta e che in qualche caso erano usciti solo in streaming: è stato infatti pubblicato da poco (ed andato esaurito quasi subito) il quarto volume Look At The Moon!, il primo della serie in doppio CD (o triplo LP). Completamente inedito fino ad oggi, questo album documenta l’intero show di Bowie al Phoenix Festival il 20 luglio 1997, dove Phoenix è inteso come Fenice e non la città dell’Arizona, dal momento che la location è il villaggio di Long Marston in Inghilterra https://www.youtube.com/watch?v=5334YGBvuHI . Diciamo subito che Look At The Moon! è superiore al precedente LiveAndWell.com, che a mio parere era troppo sbilanciato verso le canzoni degli ultimi due album di David all’epoca, Outside e Earthling, due dei lavori più ostici dell’artista britannico con largo uso di elettronica e sonorità tecnologiche (ma i brani erano presi da varie date).

david bowie look at the moon 3

Qui abbiamo una setlist più equilibrata con più di uno sguardo al passato ed anche un paio di sorprese nel finale, anche se va detto che delle hits bowiane che conoscono tutti (Space Oddity, Starman, Changes, Life On Mars) non ce n’è mezza. La performance del nostro è comunque una delle più valide tra quelle ascoltate finora in questo “box in progress”, merito di un eccellente stato di forma e della solida band che lo accompagna: Reeves Gabriels alle chitarre, Gail Ann Dorsey al basso e voce, Zachary Alford alla batteria e Mike Garson alle tastiere. Forse sei canzoni tratte da Earthling sono ancora troppe, ma se I’m Afraid Of Americans, Battle For Britain (The Letter), Looking For Satellites e Little Wonder non incontrano i miei gusti, Seven Years In Tibet è un pezzo abbastanza riuscito nonostante la veste sonora ultra-moderna, ed anche la pulsante Dead Man Walking risulta abbastanza piacevole (e presenta una notevole performance chitarristica da parte di Gabriels). Da Outside le scelte sono soltanto due, e se Hallo Spaceboy è uno dei brani più orecchiabili degli anni novanta bowiani, anche la cupa The Hearts Filthy Lesson a forza di sentirla riesco quasi a digerirla.

david bowie look at the moon 1

Tra i classici in scaletta effettivamente qualche successo c’è, a partire da una coinvolgente rilettura della saltellante The Jean Genie, proposta in un inedito arrangiamento boogie-blues (ed infatti è in medley con lo standard di Charles Brown Driftin’ Blues), e proseguendo con il duetto con la Dorsey su Under Pressure (ma Freddie Mercury era su un altro pianeta) e con il funkettone Fame, che non mi ha mai fatto impazzire ma in mezzo alle canzoni di Earthling fa un figurone. Poi abbiamo le title tracks di due album del periodo classico di David, ovvero una The Man Who Sold The World rifatta con i dettami sonori di Earthling ed una spedita e coinvolgente Scary Monsters (And Super Creeps), album dal quale viene tratta anche la danzereccia Fashion https://www.youtube.com/watch?v=BiB356hH0L0 ; ho tenuto per ultima (bis a parte) la canzone di apertura dello show, cioè una splendida rivisitazione della rock ballad Quicksand, un classico minore proveniente da Hunky Dory che viene suonata in maniera “normale” e che rappresenta uno dei momenti migliori della serata.

david bowie look at the moon 2

Il finale mette in fila una rockeggiante versione della nota White Light/White Heat dei Velvet Underground, che Bowie era solito eseguire anche nei seventies, un’inattesa O Superman, unica hit della carriera di Laurie Anderson (quindi in pochi minuti abbiamo un pezzo di Lou Reed ed uno della sua futura consorte), cantata dalla Dorsey, e la meno nota Stay, brano di Station To Station che si adatta benissimo alle sonorità anni novanta del nostro. Al momento di scrivere queste righe non è ancora noto il contenuto del quinto e penultimo volume della serie, ma voci di corridoio parlano del concerto di Parigi del 1999.

Marco Verdi

 

Ci E’ Andata Anche Bene: Poteva Farlo Triplo! Morgan Wallen – Dangerous: The Double Album

morgan wallen dangerous the double album

Morgan Wallen – Dangerous: The Double Album – Big Loud/Universal CD

A parte i dischi dal vivo, la pubblicazione di un album doppio è sempre stato un rischio sia per gli artisti che per le etichette discografiche. Certo, la storia del rock ha avuto diversi doppi che sono diventati capolavori immortali (Blonde On Blonde, The White Album, Electric Ladyland, Tommy, Exile On Main Street, The River) o comunque lavori di altissimo livello (Freak Out, Goodbye Yellow Brick Road, London Calling, The Wall, Tusk, Physical Graffiti), ma in generale si è sempre cercato di evitare una tipologia di pubblicazione problematica da gestire in quanto non è già facile garantire una qualità media alta in un disco singolo, figuriamoci in un doppio. E’ per questo che negli ultimi anni, anche per la lunghezza maggiore del CD rispetto all’LP, la pratica è quasi caduta in disuso (uno degli ultimi esempi è l’ottimo Hymns To The Silence di Van Morrison, che però risale ormai a trenta anni fa), e se artisti affermati non hanno più voglia di azzardare il formato multiplo, potete immaginare la mia sorpresa quando mi sono trovato per le mani il secondo album dell’ancora non conosciutissimo Morgan Wallen, un country singer che con il primo album If I Knew del 2018 ha subito fatto il botto andando al numero uno, ma che comunque non è ancora di certo una superstar da cui aspettarsi un doppio CD.

morgan wallen dangerous the double album 1

E Dangerous: The Double Album (titolo quanto mai appropriato) è proprio questo: un lavoro decisamente lungo, trenta canzoni per cento minuti totali di musica, una mossa parecchio rischiosa dal punto di vista commerciale, ed ancora più strana perché ad avallarla è la Universal. Prodotto come il debutto da Joey Moi, Dangerous ci mostra quindi tutto lo spettro musicale di Wallen, un giovane musicista che però è depositario di un suono perfetto per le radio di settore e tipicamente nashvilliano, country sì ma con robuste iniezioni di pop. C’è da dire che le varie canzoni galleggiano tra il sufficiente e discreto in quanto gli arrangiamenti non sono esageratamente commerciali (niente schifezze alla Keith Urban quindi, a parte forse la “poppettara” Warning ed un paio di altre cosucce), ma a mio giudizio trenta brani sono veramente troppi, specie quando abbiamo a che fare con un artista che comunque non eccelle in personalità e carisma, ma anche per il fatto che Dangerous è al 75% un disco di ballate, che dopo un po’ finiscono con l’assomigliarsi tutte.

NASHVILLE, TENNESSEE: (FOR EDITORIAL USE ONLY) Morgan Wallen performs onstage at Nashville’s Music City Center for “The 54th Annual CMA Awards” broadcast on Wednesday, November 11, 2020 in Nashville, Tennessee. (Photo by Terry Wyatt/Getty Images for CMA)

NASHVILLE, TENNESSEE: (FOR EDITORIAL USE ONLY) Morgan Wallen performs onstage at Nashville’s Music City Center for “The 54th Annual CMA Awards” broadcast on Wednesday, November 11, 2020 in Nashville, Tennessee. (Photo by Terry Wyatt/Getty Images for CMA)

Qualche episodio che si eleva dalla media c’è, come l’iniziale Sand In My Boots, country ballad intensa dal mood toccante (forse la migliore del doppio) https://www.youtube.com/watch?v=ICWZfdZ5XI4 , l’elettrica More Suprised Than Me, con un refrain piacevole, la fluida Neon Eyes, Only Thing That’s Gone, con la seconda voce di Chris Stapleton a nobilitare un brano piuttosto nella norma https://www.youtube.com/watch?v=eiW_OPoM_SQ , una discreta rilettura di Cover Me Up di Jason Isbell https://www.youtube.com/watch?v=1RnChOf8RTs , le solari e rilassate 7 Summers e More Than My Hometown, l’ariosa Me On Whiskey, il gustoso rockin’ country Need A Boat https://www.youtube.com/watch?v=4uPUm4-RPTE  e l’acustica e gradevole Quittin’ Time. Il resto è musica dignitosa anche se lontana dal vero country e poi, ripeto, è abbastanza faticoso arrivare fino in fondo. Tre stelle quindi per il coraggio a Morgan Wallen, ma in tutta onestà devo ammettere che Dangerous: The Double Album è il classico disco che viene dimenticato sugli scaffali dopo un solo ascolto.

Marco Verdi

Un Lavoro Fatto Con L’Amore Dei Fans. The Steel Wheels – Everyone A Song Vol. One

steel wheels everyone a song vol.1

The Steel Wheels – Everyone A Song Vol. One – Big Ring CD

Pur non essendo mai entrati nelle parti alte della classifica, gli Steel Wheels sono ormai uno dei più affermati gruppi roots americani essendo in giro da più di quindici anni. Originari delle Blue Ridge Mountains in Virginia, i nostri fanno parte dell’apprezzato movimento delle “string bands” che ha come capostipiti Old Crow Medicine Show, Avett Brothers e Trampled By Turtles, anche se il loro approccio non è del tutto tradizionale dal momento che amano inserire spesso e volentieri una strumentazione elettrica, per non dire rock. Nel 2020 il quintetto (Trent Wagler, voce, chitarra e banjo, Jay Lapp, mandolino e chitarra, Eric Brubaker, violino, Brian Dickel, basso e Kevin Garcia, batteria e tastiere) non aveva in programma un nuovo album, dal momento che Over The Trees era ancora abbastanza recente, ma la pandemia ed il lockdown hanno dato al gruppo una brillante idea: hanno infatti aperto una piattaforma online a disposizione dei fans, ognuno dei quali avrebbe postato la richiesta di una canzone da dedicare ad una persona amata o ad un parente o amico portato via dal virus, canzone che poi la band avrebbe dovuto appositamente scrivere ed incidere.

Steel-Wheels 2

L’iniziativa, decisamente originale e lodevole, ha avuto un bel successo, cosa che ha “costretto” i nostri a scrivere più canzoni del previsto e ad inciderle rispettando le regole del lockdown (quindi ognuno a casa sua, per poi mixare tutto alla fine): Everyone A Song Vol. One è dunque la prima testimonianza tangibile di questa bella iniziativa, un dischetto nel tipico stile degli Steel Wheels, ma con i testi personalizzati a seconda del destinatario, che è stato anche diligentemente indicato sul retro della confezione. Nove belle canzoni, spesso malinconiche visti i presupposti non certamente allegri, ma che in più di una occasione sono portatrici di un gradito raggio di sole. L’iniziale My Name Is Sharon è una rock ballad suonata con strumenti tradizionali (ma non mancano né la sezione ritmica né la chitarra elettrica), con un motivo corale di matrice folk lento e nostalgico ed il violino ad insinuarsi nelle pieghe del suono https://www.youtube.com/watch?v=Nv_SaDhCvJc . The Healer, tra folk e bluegrass, è guidata da banjo, mandolino e violino e conserva una certa malinconia di fondo, al contrario di Don’t Want To come Back Down che pur mantenendo un ritmo lento ha un background sonoro solare e leggermente reggae.

Steel-Wheels 3

The Man Who Holds Up The World è un pezzo godibile che fonde molto bene country, folk ed un pizzico di cajun (vedo l’influenza della Band), voci limpide e melodia diretta e piacevole https://www.youtube.com/watch?v=tNfx4dwz34s , Water And Sky è nuovamente uno slow ma stavolta lo script è di qualità superiore, una splendida via di mezzo tra una folk song alla Woody Guthrie ed il brano Evangeline appunto della Band, mentre Florida Girl (Work For It) è una rock ballad elettrificata con un suggestivo uso delle voci ed un accompagnamento decisamente “californiano” https://www.youtube.com/watch?v=9n0fNUWdPbw . Lucy è country-grass puro e limpido, con i nostri che dopo un inizio attendista si lanciano in una canzone dal ritmo acceso e coinvolgente, e precede le conclusive Genevieve, altra ballatona di grande spessore, struggente e bellissima https://www.youtube.com/watch?v=SdhDop9xy5Y , e l’acustica e profonda Family Is Power, contraddistinta dall’ennesimo motivo di ottimo livello. Un dischetto riuscito ed originale quindi, scaturito da una encomiabile iniziativa che ha permesso agli Steel Wheels di stare vicino ai propri fans nonostante il distanziamento obbligato.

Marco Verdi

Un Affettuoso Tributo Al Figlio Scomparso, Nonché Un Bellissimo Disco. Steve Earle & The Dukes – J.T. Esce In CD Il 19 Marzo

steve earle j.t.

Steve Earle & The Dukes – J.T. – New West Download – CD/LP 19/03/21

Quando la scorsa estate, nel mese di agosto, il giorno 21 si è diffusa la notizia della morte di Justin Townes Earle, non si può dire che siamo rimasti molto sorpresi, purtroppo: il figlio di Steve Earle aveva avuto una lunghissima storia con la dipendenza da droghe, già iniziata quando aveva dodici anni e continuata per moltissimi anni, come lui stesso aveva dichiarato, “Avevo scoperto presto che il mio modo di approcciarmi alle cose della vita mi avrebbe messo nei guai, ma ho continuato a farlo, perché ho continuato per lungo tempo a credere nel mito che per creare grande arte dovevo distruggere me stesso”. E con perversa pervicacia ha continuato a farlo, nonostante ben nove ricoveri in cliniche di riabilitazione ogni volta ci ricascava, a brevi periodi di sobrietà ne seguivano altri dove i suoi fantasmi riprendevano a perseguitarlo; neppure la nascita della figlia Etta St. James Earle nel 2017 è riuscita a salvarlo. Proprio ad un trust destinato a raccogliere fondi per permettere alla figlia di raggiungere un futuro più sereno saranno destinati i proventi di questo J.T., il disco che Steve Earle ha voluto registrare in memoria del figlio e delle sue canzoni.

steve earle j.t. 1

E’ sempre devastante e triste quanto un padre sopravvive al figlio, specie se proprio lui è stato il “modello” con il quale Justin Townes ha dovuto misurare la propria vita: e non deve essere stato facile registrare un terzo album dedicato alle canzoni di un musicista che non c’è più, dopo Townes del 2009, dedicato a Townes Van Zandt e Guy, uscito nel 2017, ed incentrato sulle canzoni di Guy Clark, ecco J.T., altro titolo breve ed affettuoso che rivisita il repertorio del figlio attraverso alcune delle sue canzoni. Con la sola eccezione della canzone Last Words, scritta dalla stesso Earle, una canzone dalla bellezza dolorosa, quasi devastante, non dissimile da tante altre del suo repertorio, ma che in questo contesto assume una forza ancora maggiore, grazie anche alla maestria dei Dukes che lo hanno accompagnato in questo disco, e in questo brano in particolare il dobro di Ricky Ray Jackson che sottolinea lo scarno accompagnamento di una chitarra acustica e del violino della bravissima Eleanor Whitmore, che insieme a Chris Masterson, chitarre e mandolino e Jeff Hill, basso e contrabbaso, e Brad Pemberton, batteria, sono sublimi in tutto il disco https://www.youtube.com/watch?v=RR2XPOYqSZI , Steve la canta con voce scarna e ruvida, ancora più dolente del solito e che nel verso finale “I Love you too” è ancora più struggente.

steve earle j.t. 2

Justin Townes Earle forse, anzi sicuramente, non ha mai raggiunto i vertici del padre, ma nel corso dei suoi album ha scritto parecchie belle canzoni che Steve rivisita con orgoglio e classe nel suo stile: dall’honky-tonk dai profumi bluegrass della spensierata I Don’t Care, con la seconda voce della Whitmore https://www.youtube.com/watch?v=PzFAztmFYXQ , al country-blues con uso di pedal steel di Ain’t Glad I’m Leaving che rimanda ai suoi migliori dischi, passando per il country-rock ruspante ed elettrico della vibrante Maria.. E ancora la delicata e splendida ballata Far Way In Another Town, con la Whitmore che passa all’organo e Jackson alla pedal steel, oltre a Masterson alla solista, creano una superba atmosfera sudista, mentre They Killed John Henry è uno di quei brani narrativi dal sapore folk in cui Earle (già ma quale?) eccelle https://www.youtube.com/watch?v=1TGssyFJAuk . La quasi profetica Turn Out My Lights è un’altra ballata costruita sulla acustica arpeggiata, la solita steel e il violino straziante della Whitmore; la rabbiosa Lone Pine Hill si dibatte tra echi dylaniani grazie al guizzante violino e ritmi più incalzanti da perfetto outlaw country https://www.youtube.com/watch?v=fRsPjoIC8lI , in parte ribaditi anche nella scandita Champagne Corolla, che però vira verso atmosfere più bluesate, grazie alla elettrica pungente di Masterson e alla ritmica più scandita e cattiva https://www.youtube.com/watch?v=JLYKGOeTSWo .

Steve-Earle-1280x720

The Saint Of Lost Causes (bellissimo titolo) è giustamente considerata una delle canzoni più belle di Justin Townes, una versione dall’alto tasso di intensità che mi ha ricordato certe ballate feroci di Lucinda Williams, con atmosfere sospese e minacciose, sferzate dalle chitarre e dal violino e un cantato quasi febbrile e “incazzato” di Steve https://www.youtube.com/watch?v=xeqGCbo6pFo . E infine Harlem River Blues, tra country e folk con echi fortissimi della musica texana di Guy Clark, Jerry Jeff Walker e soci, ma anche l’amore per il folk-rock dello Steve Earle più ispirato https://www.youtube.com/watch?v=YaK9ZLqqHRI . Veramente un disco bellissimo e un tributo affettuoso a questo figlio scomparso.

Bruno Conti

Miami Steve Al Cavern Di Liverpool Omaggia I Beatles… E Se La Gode Un Bel Po’! Little Steven And The Disciples Of Soul – Macca To Mecca!

little steven macca to macca front

Little Steven And The Disciples Of Soul – Macca To Mecca! – CD + DVD Wicked Cool Records

Inutile sprecare tempo e parole per introdurvi Stevie Van Zandt, o Miami Steve, come tanti fans della E Street Band l’hanno sempre chiamato, o Little Steven come si fa accreditare sulle copertine dei suoi album. Tutti conosciamo l’importanza di questo amico e collaboratore del Boss sin dai lontani esordi e ne apprezziamo le doti di chitarrista, compositore, arrangiatore e produttore. La sua carriera solistica sembrava giunta a un punto morto dopo i primi due meritevoli episodi Men Without Women e Voice Of America dei primi anni ottanta (ristampati di recente con tanto di bonus DVD) https://www.youtube.com/watch?v=WAP-2yRvGD8  e i successivi assai meno convincenti Freedom No Compromise e Revolution. Un solo discreto ritorno nel ’99 con l’ingiustamente sottovalutato Born Again Savage e poi più nulla, se non gli esaltanti tour insieme a Bruce Springsteen e ai compagni della ricostituita E Street Band e il considerevole successo raggiunto come attore televisivo nel cast di importanti serial come I Sopranos e Lilyhammer. A sorpresa, nel 2017 arriva il disco della rinascita, un brillante compendio di rock, soul e rhythm ‘n’ blues intitolato Soulfire, seguito due anni dopo dall’altrettanto spumeggiante Summer Of Sorcery. Nel frattempo, mentre Bruce riempiva le sue serate di esibizioni solitarie a Broadway, il nostro Stevie ha rimesso in piedi una band coi fiocchi formata da quattordici elementi, i Disciples Of Soul, e ha girato in lungo ed in largo gli States e l’Europa portando il suo entusiasmante show anche dalle nostre parti, a Roma e Cortona, fino all’indimenticabile serata del 13 giugno 2019 all’Alcatraz di Milano.

little steven macca to macca cd+dvd

Prova tangibile dell’assoluto valore di queste sue esibizioni è il doppio CD (o triplo nella sua versione estesa) Soulfire Live!, probabilmente la miglior pubblicazione dell’intera sua discografia. A questa già monumentale prova di energia e talento, Stevie ha deciso di aggiungere un ulteriore dischetto che documenta la sua esibizione nel mitico Cavern di Liverpool, tenutasi all’ora di pranzo del 14 novembre 2017, un vero e proprio tributo ai Fab Four e ai loro esordi, realizzato con la devozione di un fan e l’entusiasmo di chi è consapevole di aver realizzato un sogno. Macca To Mecca prevede oltre agli otto brani eseguiti al Cavern anche un gustoso duetto con Paul McCartney registrato dieci giorni prima a Londra e un’ulteriore cover beatlesiana presa dalla data di Leeds dell’8 novembre https://www.youtube.com/watch?v=cBTL4IwOTaU . Il tutto è estremamente godibile, non solo in audio ma anche in video, grazie a un DVD di ottima qualità che ci rivela i notevoli sforzi logistici compiuti per far esibire una band di quindici elementi sul piccolo stage del Club di Liverpool.

little steven macca to macca cd+dvd 3 paul mccartney

Ma lo sfizioso antipasto, come vi dicevo, si svolge sul palco della Roundhouse di Londra quando sir Paul raggiunge il visibilmente emozionato Miami Steve per lanciarsi in una ruspante versione di I Saw Her Standing There con tanto di solo all’elettrica. La band gira a mille, mentre il leader si gode la sua special guest supportandolo ai cori. Al Cavern invece i Disciples sono divisi in due settori, causa spazio claustrofobico della sala chiamata non a caso Tunnel: Little Steven, il chitarrista Marc Ribler e il bassista Jack Daley si spartiscono la prima linea e dietro di loro si accomodano, si fa per dire, i due tastieristi Andy Burton e Lowell Levinger, oltre al batterista Rich Mercurio e al percussionista Anthony Almonte. Nel corridoio laterale si devono giocoforza piazzare le tre notevoli coriste e il quintetto dei fiati guidato dal sassofonista Eddie Manion.

little steven macca to macca cd+dvd 1Proprio a loro è affidato il compito di introdurre un classico come Magical Mystery Tour, esecuzione da manuale e adeguata apertura di un omaggio che va a scavare nelle origini della band più famosa al mondo, quando la sua dimensione era ancora quella dei piccoli locali come il Cavern e il repertorio era infarcito di cover di artisti americani di soul e r&b. https://www.youtube.com/watch?v=jQLA-4ip7KI&list=OLAK5uy_kgydfMf_n6t2-kVyhqW9oF6SJ_-MslLNI  Questo spiega la scelta di una sequenza che parte con Boys, b-side delle Shirelles e prima incisione come lead vocalist di Ringo Starr sull’album d’esordio Please Please Me, poi Slow Down di Larry Williams, uno dei cinque artisti coverizzato sia dai Beatles sia dai Rolling Stones, Some Other Guy e Soldier Of Love, la prima dalla penna di Richard Barrett coadiuvato dalla premiata ditta Leiber & Stoller, la seconda dal repertorio di Arthur Alexander, entrambe presenti solo su Live At The BBC.

little steven macca to macca cd+dvd 2

Le versioni che di questi brani poco noti ci propongono Steven e i suoi compagni suonano fresche ed attuali, suscitando l’entusiasmo dello sparuto pubblico del Cavern. C’è ancora qualche piacevole sorpresa da menzionare come l’ottimo recupero da Sgt. Pepper di Good Morning Good Morning, con i suoi continui cambi di ritmo, e la perfetta resa in stile Motown di Got To Get You Into My Life, con una superlativa performance della sezione fiati, autentico valore aggiunto al suono dei Disciples. Per chiudere, Miami Steve sceglie l’inno ecumenico beatlesiano per eccellenza, All You Need Is Love, perfetto suggello di una performance impeccabile. Sul CD e DVD c’è ancora spazio per una sanguigna Birthday, registrata alla 02 Academy di Leeds con dedica alla moglie Maureen nel giorno del suo compleanno. Durante i saluti finali, il ghigno felice di Little Steven è l’immagine perfetta per quest’ulteriore riprova della sua rinascita artistica.

Marco Frosi

Un Piacevole Lavoro Di Moderno Bluegrass. Ray Cardwell – Just A Little Rain

ray cardwell just a little rain

Ray Cardwell – Just A Little Rain – Bonfire CD

Ray Cardwell è un musicista figlio d’arte originario del Missouri: suo padre, Marvin Cardwell, negli anni sessanta era a capo di un gruppo bluegrass, e questo ha trasmesso al figlio la passione per quel genere fin dai primi anni. Ray ha poi iniziato a scrivere canzoni e a girare l’America con diversi gruppi fin dalla metà dei seventies, intraprendendo una vita quasi da nomade che lo ha portato a vivere in diverse città per poi tornare in Missouri allorquando ha messo su famiglia. Una gavetta lunghissima se pensiamo che Ray è riuscito soltanto nel 2017 a pubblicare il suo album d’esordio Tennessee Moon, facendolo seguire due anni dopo da Stand On My Own, due lavori che hanno attirato l’attenzione a livello locale per quanto riguarda la musica bluegrass. Ray infatti ha deciso di continuare l’opera del padre, ma aggiungendo un tocco personale: il genitore infatti aveva un approccio decisamente tradizionale con il tipo di musica proposta, mentre Ray ha optato per un taglio più moderno per quanto riguarda la struttura compositiva, dal momento che dal punto di vista strumentale le sonorità sono assolutamente vintage.

ray cardwell 1

Just A Little Rain, terzo e nuovo album del nostro, è perfettamente indicativo di quanto sto dicendo: dieci canzoni (otto nuove più due cover) che dal punto di vista sonoro non vanno oltre la classica configurazione tipica del bluegrass, un quartetto formato da chitarra, banjo, violino e mandolino, con Cardwell al basso (e non c’è la batteria), mentre dal lato compositivo la scrittura è attuale, contemporanea. Ed il disco è godibile dall’inizio alla fine, poco più di mezz’ora di musica pura suonata con grande perizia e con ottime armonie vocali che sono il vero quid in più che fa di Just A Little Rain un album che non deluderà gli appassionati del genere. Prendete l’introduttiva e vivace The Grass Is Greener: l’accompagnamento è tradizionale al 100% con le voci amalgamate alla perfezione, ma lo script è moderno ed il brano si reggerebbe sulle proprie gambe anche con una base strumentale rock. Standing On The Rock è la cover di un pezzo degli Ozark Mountain Daredevils, puro bluegrass godibile dalla prima all’ultima nota con assoli a raffica dei vari strumenti, ed anche se la melodia originale è di matrice blues qui siamo idealmente in piena mountain music. La creatività del nostro spicca ancora di più nella seguente rilettura del classico di Al Green Take Me To The River, canzone che qui viene spogliata dei suoi elementi soul-errebi per diventare una folk song di stampo tradizionale dal sapore d’altri tempi, con Ray che canta con voce limpida https://www.youtube.com/watch?v=T9iJW_-GxRk .

ray cardwell 2

I Won’t Send You Flowers è una delicata ballad, una country tune moderna  in tutto e per tutto contraddistinta da un motivo toccante, ma con Born To Do siamo ancora in pieno bluegrass a tutto ritmo nonostante l’assenza della batteria, ed il brano è quasi un pretesto per lanciarsi in assoli al fulmicotone. La title track inizia come uno slow attendista, poi il tempo si fa più veloce ed il pezzo si tramuta in una riuscita miscela tra folk e blues; Rising Sun ricorda un po’ la Nitty Gritty Dirt Band più tradizionale, puro country nobilitato da un refrain diretto ed immediato https://www.youtube.com/watch?v=T9iJW_-GxRk , mentre Shoulda Known Better è dotata di un motivo splendido, legato a doppio filo alle canzoni di settanta e più anni fa. Il dischetto si conclude con Thief In The Night, altra bluegrass tune suonata ai cento all’ora, e con la lenta e malinconica Constant State Of Grace (scritta insieme a Darrell Scott), che ha uno sviluppo melodico simile a certe cose di Jackson Browne https://www.youtube.com/watch?v=FGI3uBuToyE . Ray Cardwell è quindi un musicista da tenere d’occhio, in quanto riesce a rendere attuale un genere musicale legato al passato grazie ad una scrittura piacevole e moderna.

Marco Verdi

Un Cofanetto Interessante Ma Non Esente Da Pecche (E Costoso). Black Sabbath – Vol. 4 Super Deluxe

black sabbath vol.4 super deluxe front

Black Sabbath – Vol. 4 Super Deluxe – BMG 4CD – 5LP Box Set

Dopo che lo scorso anno i Black Sabbath hanno ristampato il cofanetto quadruplo dedicato al loro secondo album Paranoid per celebrarne i 50 anni, box originariamente uscito nel 2016 (aggiungendo stavolta anche la versione in cinque LP), nel 2021 sarebbe stato lecito aspettarsi un identico trattamento per Master Of Reality, terzo lavoro del quartetto di Birmingham: invece, siccome le case discografiche sono delle simpatiche burlone, l’onore è toccato a Vol. 4 del 1972, lasciando quasi pensare che il gruppo formato da Ozzy Osbourne, Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward abbia un problema con i suoi dischi dispari, dal momento che anche il loro debutto omonimo del 1970 non ha beneficiato di un’edizione Super Deluxe. Vol. 4 è uno degli album della band hard rock (qualcuno dice heavy metal) più amati dai fans e di maggior successo della loro discografia, ed è chiamato in gergo “il disco della cocaina” dato che durante la sua incisione (ai Record Plant Studios di Los Angeles, primo lavoro dei quattro ad essere registrato fuori dall’Inghilterra ed anche il primo ad essere autoprodotto) venivano recapitati in studio con cadenza quasi giornaliera scatoloni pieni della droga più popolare negli anni settanta, al punto che il titolo dell’album inizialmente doveva essere Snowblind, dove la neve che acceca non era esattamente quella che cade dal cielo.

black sabbath vol.4 super deluxe box

Eppure, nonostante Ozzy e soci fossero perennemente fatti come cavalli, riuscirono miracolosamente a tirare fuori un lavoro di livello più che buono, lucido, potente e coinvolgente come nella loro migliore tradizione, un disco che oggi rinasce a nuova vita grazie ad una rimasterizzazione adeguata in questo bel box che contiene quattro CD ed un libro ricco di foto e dettagli, anche se purtroppo il prezzo oscilla tra gli 80 ed i 90 euro (ed ancora di più per la versione in vinile), un costo già alto di suo ma che è ancora più sbilanciato se rapportato ai contenuti musicali, che se nel secondo e terzo CD si traducono in outtakes di studio inedite come da prassi (che però non aggiungono granché al disco originale), e che come vedremo a breve deludono abbastanza nel quarto dischetto, quello dal vivo https://www.youtube.com/watch?v=LU99kUnWW3E . Il Vol. 4 originale si apriva giustamente con il pezzo migliore, la potente e riffata Wheels Of Confusion dai tipici e repentini cambi di ritmo e melodia dei Sabbath, fraseggi chitarristici tutti da godere, la sezione ritmica che non perde un colpo ed un finale travolgente. Le sonorità pesanti la fanno ovviamente da padrone, con la vibrante Tomorrow’s Dream, unico singolo estratto all’epoca, la solida e riffatissima Supernaut https://www.youtube.com/watch?v=LU99kUnWW3E , il midtempo elettrico Snowblind https://www.youtube.com/watch?v=y_MAyLcNz3c , la plumbea e decisamente hard Cornucopia, la cadenzata e coinvolgente St. Vitus Dance e la nota Under The Sun.

black-sabbath-vol-4-revisited-february-release-confirmed-for-super-deluxe-edition-of-bands-1972-classic-includes-newly-remastered-original-album-plus-20-previously-unreleased-studio-and-live-recordings-image

Ma il disco non è solo heavy rock, in quanto il pezzo più famoso è la ballatona Changes (incisa in anni più recenti anche dal solo Ozzy in duetto con la figlia Kelly), uno slow romantico in cui la voce del frontman è accompagnata solo da piano e mellotron https://www.youtube.com/watch?v=RGOKgfIOGaA , ed inoltre troviamo anche il delizioso e folkeggiante strumentale acustico Laguna Sunrise, cercando di dimenticare una stranezza come FX, che per fortuna dura poco. Il secondo e terzo CD offrono nel complesso 17 tracce aggiuntive riferite a sei degli undici brani di Vol. 4 tra takes complete e non, false partenze e versioni alternate, il tutto remixato dall’onnipresente Steven Wilson. Abbiamo quindi sei diverse Wheels Of Confusion, tre Supernaut, altrettante Under The Sun (tra cui una eccellente take strumentale), due Snowblind ed una versione alternata ciascuna di The Straightener, Changes e Laguna Sunrise, tutte quante meno rifinite di quelle pubblicate sul disco del 1972 e più che altro destinate a fans e completisti della band britannica.

black-sabbath vol.4

Il quarto dischetto è, come ho già accennato, quello più deludente: registrato dal vivo in varie date del tour inglese del 1973, si propone di ricreare per la prima volta la setlist completa dei concerti di quel periodo, ma già questo non è vero perché ciò era già avvenuto nel postumo Live At Last del 1980. Ma la cosa più grave è che l’80% del CD è proprio la riproposizione di Live At Last (certo, con un suono migliore), e solo Tomorrow’s Dream, Sweet Leaf e Snowblind sono versioni inedite, cosa abbastanza inaudita dal momento che a quel prezzo uno vorrebbe perlomeno un intero show mai sentito. Polemiche a parte, le performance sono tutte solide e di buon livello, con i brani di Vol. 4 perfettamente inseriti in scaletta a fianco dei classici del gruppo (anche se mancano stranamente sia Black Sabbath che Iron Man, ma in quel periodo non venivano proprio suonate): tra gli highlights segnalo la nota War Pigs, un medley di 20 minuti che include Wicked World, Orchid, Into The Void, Sometimes I’m Happy e Supernaut (con una prestazione stratosferica di Iommi), ed il gran finale di Children Of The Grave e Paranoid.

Un cofanetto che ha quindi il difetto di rivolgersi principalmente ai fans più accaniti (e danarosi) dei Black Sabbath, con l’aggravante della mezza fregatura del quarto CD: per i neofiti sarà sufficiente accaparrarsi la versione singola di Vol. 4 e, se proprio vorranno, Live At Last.

Marco Verdi

Non Solo Blues Per La Talentuosa Ed Eclettica Cantante Canadese. Layla Zoe – Nowhere Left To Go

layla zoe nowhere left to go

Layla Zoe – Nowhere Left To Go – Layla Zoe Music

Verso la metà della scorsa decade, tra il 2016 e il 2017, Layla Zoe ha goduto di una improvvisa ed inaspettata popolarità, almeno tra gli appassionati, venendo nominata Best Vocalist Of The Year agli European Blues Award, pur essendo canadese e, aggiungo io, non proprio più una giovane promessa (all’epoca aveva superato già i 35 anni e facendo due calcoli, essendo nata a Victoria B.C, Canada sul finire degli anni ‘70, non è dato sapere la data esatta, ha superato oggi i 40): si diceva della fama in quegli anni, generata da due ottimi album usciti per la Ruf, uno in studio e un Live, oltre al collettivo Blues Caravan 2016, insieme a Tasha Taylor e a Ina Forsman, che considero la migliore del trio, ma anche Layla ha parecchie frecce al suo arco https://discoclub.myblog.it/2017/03/05/ancora-una-volta-lunione-fa-la-forza-ina-forsman-tasha-taylor-layla-zoe-blues-caravan-2016-blue-sisters-in-concert/ , sviluppate in una carriera di oltre 25 anni e 15 album pubblicati, incluso questo nuovo Nowhere Left To Go, che la vede tornare alla distribuzione in proprio, come nei primi anni, e quindi con reperibilità abbastanza scarsa.

layla zoe nowhere left to go 1

La Zoe è in possesso di una voce potente ed espressiva, diciamo dalle parti di Beth Hart e Dana Fuchs, due ragazze cresciute a pane e Janis Joplin, e anche Zoe si ispira parzialmente a quell’approccio, ma inserisce anche tematiche più hard, i Led Zeppelin e ovviamente Robert Plant sono due modelli, ma non manca l’amore per soul e R&B, qualche tocco gospel e tanto blues. Come autori e musicisti Layla si fa aiutare da alcuni altri talenti emergenti come Jackie Venson, una cantante e chitarrista texana di quelle toste, Alastair Greene, altro chitarrista e cantante californiano, il conterraneo Dimitri Lebel, tutti presenti nell’album, insieme ad altri musicisti canadesi e olandesi che hanno dato il loro contributo da remoto, causa pandemia, visto che il disco è stato realizzato durante il 2020 ed esce ad inizio 2021, uno dei primi, ma il risultato è comunque organico e caldo, come si evince dalla intensa Pray, scritta con la Venson, e dalle chiare influenze gospel, una vivida canzone pianistica dove si gusta la voce poderosa della Zoe, irrobustita da cori di supporto e un organo hammond old school https://www.youtube.com/watch?v=ErgsFlJysnY , mentre la title track, firmata sempre con la Venson vira verso il blues (rock) per un mid-tempo robusto e roccioso, con le chitarre che “riffano” di gusto e Layla che inizia a dare libero sfogo alle sue emozioni, prima di lasciare spazio ad un assolo grintoso  https://www.youtube.com/watch?v=s74hqwj3CqQ .

Layla-Zoe-actuacion

Sometimes We Fight è una deep soul ballad, di nuovo con uso organo e un bel assolo di armonica https://www.youtube.com/watch?v=y0G2em_beIM , Don’t Wanna Help Anyone, scritta con Greene, che si dà da fare alla solista, illustra il lato più duro, tra Hendrix e Zeppelin, con chitarre a manetta https://www.youtube.com/watch?v=VB7WpWvBp_E , This Love Will Last con Lebel, rivela di nuovo influenze di musica nera, un R&B sempre intinto da elementi rock nella voce, che si fa più tenera ma assertiva nel barrelhouse blues pianistico di Susan, più jopliniano e di nuovo rock a manetta nella funky Little Boy, dove Layla lascia andare di nuovo la voce, che ritorna di nuoo più tenera e naturale, meno esagerata, nella deliziosa Might Need To Fly, che comunque si anima in un bel crescendo che culmina in un ruvido assolo di chitarra https://www.youtube.com/watch?v=CeKJO0IiDdM . Lies, dove la Zoe è accompagnata solo dal suono di un contrabbasso, si avventura in atmosfere più jazzy e raffinate https://www.youtube.com/watch?v=ddz9cP48yC8 , per chiudere con Dear Mom, una incantevole canzone dove chitarra acustica, mandolino e violino illustrano questo lato più roots della nostra amica, a suo agio anche in un ambito più raccolto https://www.youtube.com/watch?v=OONF5zIxPzw . Non solo blues quindi, per una cantante talentuosa ed eclettica.

Bruno Conti

Un Piccolo Grande Disco Di Puro Garage Rock’n’Roll! Bones Owens – Bones Owens Esce il 26 Febbraio

bones owens bones owens

Bones Owens – Bones Owens – Black Ranch/Thirty Tigers CD 26-02-2021

Confesso che quando ho visto la copertina dell’omonimo album di esordio di Bones Owens, giovane musicista del Missouri, ho pensato ad un disco di country, anche perché il ragazzo (il cui vero nome è Caleb Owens) ha alle spalle due EP dal suono piuttosto roots. Nulla di più sbagliato: Bones è un rocker dal pelo duro la cui musica è una vigorosa e stimolante miscela di garage rock anni sessanta, Rolling Stones, qualcosa dei Creedence ed un pizzico di blues, ed è depositario di un suono al fulmicotone con la chitarra sempre in primo piano. Bones Owens, prodotto da Paul Moak (che in passato ha lavorato con Marc Broussard e Blind Boys Of Alabama), è registrato in presa diretta e vede la presenza esclusiva di Bones alla chitarra, Jonathan Draper al basso e Julian Dorio alla batteria. Musica senza fronzoli, puro rock’n’roll suonato con grande potenza e feeling, ed in più con una serie di canzoni coinvolgenti e ben scritte che dimostrano che il nostro non sa mostrare solo i muscoli ma è un musicista che sa il fatto suo nonostante la giovane età.

credit Spidey Smith

credit Spidey Smith

Il CD si apre con la potente Lightning Strike, ritmo alto e chitarra in evidenza ma allo stesso tempo un motivo trascinante https://www.youtube.com/watch?v=vr8Y-6z1z1E : un termine di paragone azzeccato possono essere anche i Black Keys. Ancora più riuscita Good Day, una rock’n’roll song figlia degli Stones dal tempo cadenzato, un riff insistito e refrain corale immediato https://www.youtube.com/watch?v=qliGsJiIe2o , mood che si ripete con White Lines, puro rock chitarristico senza fronzoli ma diretto come un pugno nello stomaco, con un retrogusto blues. Il disco non conosce momenti di rilassatezza né concede tregua, ed è una sorta di roboante festival rock’n’roll lungo 37 minuti: When I Think About Love è dura ma piacevole, con un ritmo coinvolgente ed un breve ma incisivo assolo https://www.youtube.com/watch?v=B0fj6OBIgUs , Wave è puro garage rock moderno ma con un orecchio ai sixties (ed il consueto ritornello vincente), Blind Eyes molla leggermente la presa e si rivela come la cosa più vicina ad una ballata, ma in realtà è una rock song coi controfiocchi che a differenza delle precedenti è solo meno pressante (e la chitarra è sempre in tiro) https://www.youtube.com/watch?v=qliGsJiIe2o .

bonesowens600web

Con Keep It Close siamo ancora in puro periodo Nuggets, sembra quasi una outtake dei Sonics (sentite basso e batteria, due macigni) https://www.youtube.com/watch?v=CyCk8HZGxrA , Ain’t Nobody è un rock-blues tosto ma godibile ancora con i Black Keys in testa, mentre Come My Way è ancora ruspante e godurioso rock’n’roll tutto ritmo e chitarra. Il CD si chiude con le energiche Country Man e Tell Me, ennesime sventagliate elettriche di livello egregio, bluesata la prima e con un riff quasi heavy la seconda, e c’è spazio anche per la “ghost track” Keep On Running, cadenzato e gustoso pezzo dal crescendo travolgente. Questo album di debutto da parte di Bones Owens è dunque una delle prime grandi sorprese del 2021, ed è un disco da far sentire in loop a chi sostiene che il rock sia morto.

Marco Verdi

Non Sono Astrologi Ma Sanno Maneggiare Benissimo Tutti Gli “Elementi” Del Rock. Sister Hazel – Elements

sister hazel elements

Sister Hazel – Elements – 2 CD Croakin’ Poets Records

Li avevamo lasciati nel 2016 con il loro ultimo album di studio Lighter In The Dark, presentato come il disco della svolta country, ma in effetti a mio giudizio conteneva i soliti elementi della loro musica, ovvero classic rock, southern rock, roots music e naturalmente country, qualcuno li inserisce anche nell’alternative, ma loro dissentono. A proposito, proprio Elements è il titolo del  nuovo doppio album dei Sister Hazel,, disco che ha avuto una gestazione lunghissima: prima con la pubblicazione di quattro EP, ciascuno dedicato ad uno degli elementi fisici, ovvero Water, Wind, Fire e Earth, usciti tra il febbraio 2018 e il settembre 2019, poi a novembre il disco completo per il download, e in questo periodo infine è stato pubblicato il doppio CD. Una delle particolarità degli EP era che al termine di ogni mini c’era una porzione di circa 1 minuto della title-track Elements che ora costituisce il brano conclusivo della versione fisica. Tra le altre caratteristiche della band, il fatto che i Sister Hazel non hanno mai cambiato formazione, sono sempre gli stessi cinque musicisti che hanno iniziato la loro avventura nel lontano 1993: Ken Block, voce solista e chitarra acustica, Andrew Copeland, seconda voce solista e chitarra ritmica, Ryan Newellchitarra solista, oltre a banjo, dobro e mandolino, Jett Beres al basso, Mark Trojanowski alla batteria.

sister hazel elements 2

Qualcuno ha definito il sound come passatista e già sentito, e ci potrebbe comunque stare: io stesso all’ascolto del primo brano Roll On Bye, ho controllato per vedere se inavvertitamente non avessi inserito nel lettore il primo album degli Eagles, o qualche disco perduto dei Poco, uno stile tra country e rock, una melodia ariosa che profuma di highways sterminate, di strade infinite che partono dagli anni ‘70 e arrivano fino a noi https://www.youtube.com/watch?v=T1RNsMlEZS8 , tra chitarre elettriche pungenti ma ricche di tocchi melodici, a tratti anche mainstream, oltre alle tastiere affidate all’ospite Dave Lagrande, con Copeland, che è l’autore principale, e Block che completa l’asse vocale del gruppo. L’album è godibile nel suo insieme, tutte le 25 canzoni, pur nelle loro differenze stilistiche, confluiscono nel sound globale della band, sia il tocco lievemente “acido” della sospesa First Time, con la slide ricorrente di Newell https://www.youtube.com/watch?v=BLZbyAephUI , oppure la bellissima ballata malinconica di un addio You Won’t See Me Again, che con i dovuti distinguo ricorda quelle di Don Henley, grazie ad una lap steel avvolgente  https://www.youtube.com/watch?v=fr4p27qFW78, oppure la galoppante Shelter, con fiati aggiunti, che ha tocchi errebì https://www.youtube.com/watch?v=zf0hO2-Ltdg , o il country-rock classico di I Stayed For The Girl, sempre con slide e cori in bella evidenza https://www.youtube.com/watch?v=epOSRQ8t9tE .

sister hazel elements 3

E ancora la dolce More Than I Want To, o il R&R solare della deliziosa Come A Day, che ha i profumi della natia Florida, il classico groove rock di Small Town Living, con qualche rimando al conterraneo Tom Petty https://www.youtube.com/watch?v=cTip7CtIr50 , la “riffata” Whirlwind Girl sempre con l’ottimo lavoro della chitarra di Newell, mai troppo esuberante, la delicata elettroacustica In Two, con qualche zucchero di troppo anche nella presenza degli archi, You’ll Be Safe Here ricorda colleghi come Wild Feathers, Reckless Kelly, i primi Needtobreathe, grazie ad un ritornello contagioso, Midnight Again è di nuovo eaglesiana, periodo “pop” centrale, mentre Every Heartbreak posta in apertura del 2° CD è più corale, e con un suono più complesso (ricordiamo che nel disco appaiono un quindicina di musicisti aggiunti), On And On è più grintosa e chitarristica https://www.youtube.com/watch?v=r6h5jQNEX0Y , come pure la successiva Life And Love, di nuovo con la slide in evidenza, assai piacevole anche Fire, con un bel finale chitarristico in crescendo che ricorda i migliori Jayhawks https://www.youtube.com/watch?v=aCyaqPSaQ7w .

sister hazel elements 1

She’s All You Need con un impianto sudista, l’incantevole Here With You, di nuovo con Newell in primo piano, l’elegiaca Raising A Rookie https://www.youtube.com/watch?v=3Vh-7LHhukw , la gagliarda e tirata I Don’t Do Well Alone. Non male la pettyana Slow Lightning o la ballata pianistica Memphis Rain, con rimandi a Marc Cohn e Bruce Hornsby  https://www.youtube.com/watch?v=n8Ta5U1vRZg , lo scandito rock’n’roll Good For You https://www.youtube.com/watch?v=JwcKRD7h8AQ  e in chiusura i due brani più lunghi, Follow The River, con una armonica che ricorda sia Young che Petty https://www.youtube.com/watch?v=1-arNHg9H9E  e la lunga title track, completamente ristrutturata https://www.youtube.com/watch?v=1-arNHg9H9E , divenuta una gloriosa southern song tra country e rock con bella jam finale inclusa.

Bruno Conti