Gli Anni Di Attività Non Sono Proprio Cinquanta, Ma Festeggiamo Lo Stesso! Procol Harum – Still There’ll Be More: An Anthology 1967-2017

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Procol Harum – Still There’ll Be More: An Anthology 1967-2017 – Esoteric/Cherry Red 2CD – Box Set 5CD/3DVD

Così come in una partita di calcio su 90 minuti è già un record se di tempo reale ne vengono giocati la metà, allo stesso modo i cinquant’anni di carriera dei Procol Harum, storica band inglese formatasi nella seconda metà degli anni sessanta si ridurrebbero più o meno ad una ventina (forse anche meno) se dovessimo togliere tutto il tempo in cui sono stati inattivi o addirittura inesistenti come gruppo. Ma siccome una bella celebrazione non si nega a nessuno, tantomeno ad una formazione che ha comunque la sua importanza, ecco che dopo il loro ottimo reunion album dello scorso anno, Novum, esce questo bellissimo cofanetto di cinque CD più tre DVD, intitolato Still There’ll Be More, sicuramente l’antologia definitiva per la band guidata da Gary Brooker, che rende superfluo il precedente box del 2009 dal titolo molto simile, All This And More (esiste anche una versione doppia per chi non volesse accaparrarsi il cofanetto).

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I Procol Harum sono legati da sempre al loro brano più famoso, A Whiter Shade Of Pale, una ballata strepitosa costruita attorno all’Aria Sulla Quarta Corda di Bach, uno di quei pezzi che tutti hanno sentito almeno una volta nella vita (e da noi reso ancora più popolare dalla versione in italiano Senza Luce dei Dik Dik): sarebbe però sbagliato pensare ai PH come ad un gruppo che ha vissuto di rendita su una sola canzone, dal momento che negli anni ci hanno regalato tanta altra musica di alto livello, una miscela sempre elegante e raffinata di rock, pop e qualche tentazione prog, con uno spiccato senso della melodia, frutto senz’altro della formazione classica di Brooker, cantante, pianista, autore delle musiche ed unico componente sempre presente in tutte le formazioni (insieme, tranne che nell’ultimo Novum, a Keith Reid, membro “occulto” ma importante, per quanto limitato alla scrittura dei testi come paroliere, nello stesso ruolo di Bernie Taupin con Elton John). Negli anni all’interno della band si sono alternati numerosissimi musicisti, ma è d’uopo ricordarne almeno un paio storici: Robin Trower, gran chitarrista, capace di vere e proprie scorribande elettriche specie dal vivo, e soprattutto Matthew Fisher, il cui organo è sempre stato un elemento imprescindibile nell’economia sonora del gruppo, almeno nel periodo in cui ne ha fatto parte.

Tornando a bomba, Still There’ll Be More nei primi tre CD offre una panoramica più che esaustiva attraverso tutta la discografia dei nostri, senza inediti ma con un paio di rarità: la cameristica Understandably Blue, presa da una ristampa del 2009 del disco d’esordio, e la b-side Long Gone Geek, un brano potente che avrebbe meritato maggior fortuna. Non mancano naturalmente i successi del gruppo, tutti concentrati nel primo periodo: oltre alla già citata A Whiter Shade Of Pale, la malinconica e bellissima Homburg, A Salty Dog, Shine On Brightly e la magnifica Conquistador, presente però in versione live. Ne cito alcune altre tra le mie preferite, a partire dal rock-blues Cerdes, in cui Trower inizia a dare un saggio della sua bravura, e passando per la sinuosa e splendida Repent Walpurgis (* NDB Che in Italia, patria del latino, per motivi misteriosi divenne Fortuna), uno straordinario strumentale con prestazioni maiuscole di organo e chitarra, la complessa Skip Softly (My Moonbeams), con un finale al limite della psichedelia, la fluida e diretta The Milk Of Human Kindness e la roboante Whisky Train, ancora con Trower straripante. Nel periodo “di mezzo”, che arriva fino al 1977 (anno del primo scioglimento della band) spiccano la limpida Broken Barricades, tra pop e prog, la bella Luskus Delph, melodicamente perfetta, il folk-rock di A Souvenir Of London, l’accattivante Beyond The Pale, la solida rock ballad Fool’s Gold o la maestosa In Held ‘Twas In I, mini-suite quasi operistica e presa dal live del 1972 con la Edmonton Symphony Orchestra.

Sono anche rappresentate le due reunion del 1991 e del 2003, entrambe con Trower e Fisher (che avevano lasciato il gruppo all’inizio dei seventies), con brani come l’ottima Perpetual Motion e la strepitosa An Old English Dream, una delle loro migliori canzoni degli ultimi trent’anni; non mancano neppure due pezzi da Novum: Can’t Say That, tra boogie e blues, e la raffinata ballata pianistica The Only One. Il quarto e quinto CD contengono due concerti inediti, purtroppo solo parziali (meno di un’ora l’uno, in questo si poteva fare di più) ma decisamente interessanti. Il primo dei due è uno show del 1973 al mitico Hollywood Bowl, con i PH accompagnati dalla Los Angeles Symphony Orchestra (più coro), un setting molto adatto alla musica dei nostri, anche se qua e là si notano atmosfere un po’ barocche. Da segnalare una sontuosa Broken Barricades, due A Salty Dog e Conquistador da antologia (specie quest’ultima, che si presta particolarmente ad un accompagnamento orchestrale) e qualche pezzo meno noto, come la roccata e trascinante Simple Sister ed una superba Grand Hotel, che mostra l’abilità di Brooker e compagni nel rendere fruibili anche partiture più complesse. Il quinto dischetto, stavolta senza orchestra, prende in esame una serata a Bournemouth nel 1976, che inizia con il quasi rock’n’roll di The Unquiet Zone e mette in fila altre otto canzoni, con punte come due vibranti riletture di I Keep Forgetting di Chuck Jackson e I Can’t Help Myself (Sugar Pie, Honey Bunch), classico dei Four Tops, inframezzate dalla grandiosa The Blue Danube, arrangiamento rock del capolavoro di Strauss; come finale, la sempre grande A Whiter Shade Of Pale.

I tre DVD, che non ho ancora visto, contengono varie apparizioni televisive e spezzoni di concerti, curiosamente con una prevalenza di immagini della emittente tedesca Radio Bremen, altre 39 canzoni che però coprono solo il periodo “storico”, quindi fino al 1977, ignorando purtroppo gli anni più recenti. Ma non posso certo lamentarmi: Still There’ll Be More è un ottimo cofanetto, direi anzi definitivo, che celebra nel giusto modo uno dei gruppi più sottovalutati della storia, che ancora oggi molti pensano essere soltanto una “one hit wonder” band.

Marco Verdi

Il “Nuovo” British Blues, Made In Italy. Alex Haynes & The Fever – Howl

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Alex Haynes & The Fever – Howl – Appaloosa Records/Ird

Da non confondere con il quasi omonimo chitarrista texano Alan Haynes, né tantomeno, ovviamente, con Warren Haynes, Alex Haynes è un bluesman britannico: proveniente dal nord del Regno Unito, si è trasferito nella zona di Londra, dove alterna la sua attività di musicista con quella di insegnante (sempre di musica), “mestiere” che condivide con il pianista Richard Coulson, presente al piano come ospite in questo Howl. In attività da una decina di anni ha pubblicato un EP e un album, credo francamente non molto facili da reperire (però il nostro amico nei suoi tour europei  passa spesso dall’Italia, per cui mai dire mai). Anche lui, come le generazioni che lo hanno preceduto è stato influenzato dalla musica di John Lee Hooker e Howlin’ Wolf, per fare un paio di nomi, ma ovviamente anche da tutto il fenomeno storico del British Blues, con una preferenza per i Fleetwood Mac di Peter Green, ma anche altre influenze confluiscono nei suoi brani (10 in questo CD, tutti firmati da Haynes stesso). Ascoltando il primo pezzo Nervous direi anche il Bo Diddley più blues o sul lato inglese i primi Savoy Brown, quando c’era ancora Bob Hall al piano, o i Dr. Feelgood meno deraglianti: comunque c’è grinta, elettricità e potenza, siamo dalle parti di un  blues-rock verace, dove la sezione ritmica italiana dei The Fever, Alessandro Diaferio al basso e Pablo Leoni alla batteria, non si tira indietro e “strapazza” di gusto i propri strumenti, mentre la chitarra di Haynes segue le orme dei grandi solisti di Terra D’Albione che lo hanno preceduto, e anche l’organo di Ernesto Ghezzi, oltre al pianino saltellante di Coulson è a tratti elemento portante del sound.

Ed è solo il primo brano. I’m Your Man (non “quella”) ha qualche retrogusto alla Cream, sempre con l’organo di supporto, e un groove che va anche di boogie, come pure sfarfallii del beat inglese, quello più sporco e genuino delle prime band anni ‘60. Non guasta ricordare che Haynes ha anche una buona voce, solida ed espressiva, come evidenzia l’ipnotica Howl dove si manifesta anche una minacciosa slide, per una canzone dalle atmosfere sospese e sporche, che profumano di Chicago Blues casa Chess rivisto in ottica rock e piccoli tocchi psych, come usava sempre negli anni ’60, prima di rilasciare un esplosivo solo al bottleneck. Shake It Up ha un tiro più roots-rock, saltellante e mossa, con il giusto equilibrio tra melodia e slancio rock and roll, e un riff vagamente alla Creedence; Lonesome Shadows è una ballata tra country e blues, solo la voce di Alex e una chitarra elettrica prima arpeggiata e poi twangy, che rimanda al suono dei primordi del rock, mentre All I Got In This World, con una acustica in modalità nuovamente slide viaggia dalle parti del primo John Lee Hooker, ma anche dell’Elmore James tanto amato dai Fleetwood Mac, senza dimenticare l’hill country blues di RL Burnside ereditato dai North Mississippi Allstars di Luther Dickinson o da Reed Turchi.

I nomi “volano” ma servono ovviamente per far capire la musica, spero: senza dimenticare una poderosa Bad Money, dura e cattiva il giusto, dove il gruppo tira come una cippa lippa. Notevole pure la  deliziosa simil soul ballad con uso d’organo, Solid Sender, dove Alex Haynes sfodera un timbro vocale veramente accattivante e la chitarra disegna interessanti spunti improvvisativi nell’ottimo solo nella parte centrale; e per sparare un altro nome, ecco Andy J Forest,  che appare di persona con la sua armonica per vivacizzare, insieme al piano di Coulson, un pezzo che profuma da lontano di Blues di Chicago, il più classico possibile, con Haynes di nuovo alla slide. E per concludere l’opera rimane la traccia più lunga dell’album Shed My Skin, di nuovo a cavallo tra boogie blues ipnotico e derive psichedeliche elettriche anni ’60 di ottima fattura, con la chitarra che parte per la tangente e non la ferma più nessuno. Decisamente un buon disco, solido e dai contenuti variegati, consigliato a chi ama il blues ancora in grado di sorprendere, non troppo paludato o canonico, per quanto rispettoso dei maestri.

Bruno Conti

Dal Country Al Pop Senza Passare Dal Via! Kacey Musgraves – Golden Hour

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Kacey Musgraves – Golden Hour – MCA/Universal CD

Terzo album, quarto se contiamo il CD natalizio, per la cantautrice Kacey Musgraves, gran bella ragazza ma anche brava artista, che di lavoro in lavoro mostra indubbi segni di crescita: Golden Hour dovrebbe nelle sue intenzioni essere il disco della definitiva affermazione, dopo che Pageant Material nel 2015 aveva fatto drizzare le orecchie a molti https://discoclub.myblog.it/2015/09/18/ultimi-ripassi-fine-estate-bella-brava-texana-kacey-musgraves-pageant-material/ . E con questa sua nuova fatica  Kacey spariglia le carte in tavola e cambia quasi completamente genere: infatti se prima la sua musica poteva essere definita country di qualità, con più di un rimando a sonorità vintage, con questo album la bruna cantante texana si reinventa come pop singer, ma un pop non da classifica (tranne un paio di casi), ma dai suoni raffinati, ben costruiti e spesso anche intriganti. Certo, tutti i brani presenti sul disco sono adattissimi al passaggio in radio, ma nel 90% dei casi sono in grado di soddisfare anche i palati più esigenti. Gran parte del merito va ai due produttori, Daniel Tashian (leader dei Silver Seas) e Ian Fitchuck, che hanno costruito intorno alla bella voce della Musgraves il vestito sonoro giusto, con un piccolo ma misurato (e non invasivo) aiuto dell’elettronica, hanno scelto musicisti solitamente country (tra cui Dan Dugmore e Russ Pahl) adattando il loro sound a quello del disco.

Il resto lo ha fatto Kacey, che ha scritto in collaborazione con i due produttori una serie di canzoni molto piacevoli e le ha interpretate al meglio, riuscendo secondo me a non far pesare più di tanto il cambiamento stilistico. Slow Burn è un inizio attendista (come da titolo), una ballata di ampio respiro che parte solo con voce e chitarra, poi ad uno ad uno entrano tutti gli strumenti ed il suono si fa pieno ma non ridondante: di country non c’è nulla, ma piuttosto siamo nel pop di fine anni sessanta, tipo i primi Bee Gees. Niente male Lonely Weekend, una pop song solare, quasi californiana, dal refrain orecchiabile e cori che rimandano ai Fleetwood Mac classici https://www.youtube.com/watch?v=Zr3gscRpAhA , ed anche Butterflies prosegue il discorso, un brano semplice e ben costruito, con Kacey che canta benissimo e dimostra anche una certa classe (e l’accompagnamento a base di piano, chitarre e steel è perfetto). L’eterea Oh, What A World è affrontata dalla nostra con il consueto approccio gentile, e l’arrangiamento pop le dona particolarmente, mentre Mother è bellissima, una toccante ballata pianistica che però dura poco più di un minuto; anche Love Is A Wild Thing non è da meno, un intenso slow acustico (spunta anche un banjo), che dopo la prima strofa acquista ritmo anche se sempre all’insegna della leggerezza.

Space Cowboy, ancora lenta e meditata, è un’altra ballata di gran classe, Happy & Sad è dotata di uno dei migliori ritornelli del CD, mentre Velvet Elvis è fin troppo radio friendly per i miei gusti, ma comunque non da buttare. Wonder Woman è tersa, limpida e solare, ed anche qui sulla melodia niente da dire, ma High Horse è l’unico pezzo veramente da pollice verso, un misto tra pop e dance piuttosto indigesto che andrebbe bene per Madonna o Taylor Swift, e che non rende giustizia a Kacey. Per fortuna sul finale il CD torna su lidi più vicini ai nostri gusti, con la fluida e raffinata Golden Hour https://www.youtube.com/watch?v=maONL_HfI20  e la bella Rainbow, solo voce e piano ma con una notevole carica emotiva. Forse non arrivo ad affermare che la Kacey Musgraves in versione pop mi piaccia di più di quella country, ma di certo la bella cantante con Golden Hour per il momento è rimasta più o meno dalla parte giusta della città.

Marco Verdi

Crisi Del Settimo Album Brillantemente Superata! Kim Richey – Edgeland

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Kim Richey – Edgeland – Yep Roc Records

Cinque anni sono trascorsi dal suo precedente lavoro Thorn In My Heart https://discoclub.myblog.it/2013/07/19/due-signorine-da-sposare-musicalmente-kim-richey-thorn-in-my/ , ma finalmente ora possiamo goderci il ritorno di Kim Richey, una delle cantautrici che meglio esprimono quel sound che tanto amiamo denominato Americana. La bionda Kim, nata in una cittadina dell’Ohio sessantuno primavere fa (ooops, non si dovrebbe rivelare l’età di una signora!) ha girovagato parecchio prima di prender casa a Nashville, collaborando con una vasta schiera di colleghi in qualità di vocalist (Jason Isbell, Ryan Adams, Shawn Colvin, Rodney Crowell, Gretchen Peters, di cui proprio in questi giorni sta aprendo i concerti inglesi, oltre a fare parte del progetto Orphan Brigade ed apparire anche nel nuovo album di Ben Glover) e scrivendo ottime canzoni che altri hanno fatto diventate hit in odore di Grammy, come Believe Me Baby (I Lied) cantata da Trisha Yearwood o Nobody Wins ceduta a Radney Foster. Anche per questo nuovo album, Edgeland, l’ottavo in studio, Kim si è circondata di un folto gruppo di validissimi collaboratori che suonano e partecipano alla composizione dei brani, gente del calibro di Chuck Prophet, Pat Mc Laughlin, Robin Hitchcock, Pat Sansone dei Wilco e lo stesso Brad Jones che si occupa della produzione.

Il risultato è davvero ottimo, dodici canzoni godibili dalla prima all’ultima nota, guidate dalla limpida voce della protagonista e realizzate con suoni ed arrangiamenti brillanti, mai eccessivi o inadeguati. Si parte a tutto ritmo con la solare The Red Line, intima riflessione sulla vita che scorre nell’attesa di un treno che tarda ad arrivare. Chuck Prophet e Doug Lancio conducono la danza con le chitarre, supportati dall’energico violino di Chris Carmichael. Pat Mc Laughlin (le cui lodi non smetterò mai di decantare e che non ha mai avuto i riconoscimenti che merita) offre il suo bel contributo come musicista alla splendida Chase Wild Horses (scritta con Mike Henderson), suonandoci mandolino e bouzouki. Inoltre duetta con Kim nella successiva Leaving Song, caratterizzata da un mid-tempo molto bluesy, arricchita dal banjo elettrico di Dan Cohen e dalla turgida resonator guitar di Pat Sansone. L’atmosfera si fa tesa e drammatica non appena si diffondono le prime note di Pin A Rose, scritta a quattro mani con Prophet, che racconta una triste storia di abusi domestici. Azzeccatissima ancora una volta la strumentazione in cui troviamo slide (pregevole lo stacco nel finale), bouzouki, banjo e pure un sitar elettrico a sottolineare la frase portante del ritornello. Piacevole e rigenerante come un sorso di acqua fresca scorre la folk ballad High Time, che vede la partecipazione ai cori e alla chitarra di Gareth Dunlop e reclama con malinconica consapevolezza la necessità di dare un calcio al passato superando le piccole e grandi tragedie personali. Il romantico duetto vocale con il co-autore Mando Saenz, intitolato The Get Together,  rappresenta il singolo perfetto per scalare le country charts, facendosi apprezzare per la fluida melodia ed l’apporto sullo sfondo della pedal steel di Dan Dugmore che si sovrappone al tappeto orchestrale.

Meglio, per i miei gusti, la seguente Can’t Let You Go che pare un vero tributo al compianto Tom Petty, per il suono delle chitarre e la struttura melodica. Molto gradevole anche I Tried, che avvicina la Richey al bello stile delle composizioni di illustri colleghe come Rosanne Cash e Mary Chapin Carpenter. Oltre al delicato arpeggio della chitarra acustica, le tastiere (addirittura un mellotron) si ergono protagoniste dell’intensa e crepuscolare Black Trees, uno dei vertici dell’intero album, che evoca cieli traboccanti di stelle e profonde meditazioni esistenziali. Non è da meno Your Dear John, composta insieme alla collega Jenny Queen, che esalta la sua componente malinconica grazie all’uso assai efficace di un violoncello. Anche Not for Money Or Love mantiene questo pathos, raccontando del ritorno a casa di un reduce di guerra, con le chitarre e un mandolino che danzano al ritmo di uno struggente valzerone, irrobustito adeguatamente da violino e pedal steel. Come brano di chiusura troviamo un altro duetto, questa volta insieme al già citato Chuck Prophet, un limpido acquarello acustico dai colori tenui, intitolato Whistle On Occasion, ottimo suggello per un album che mantiene alto e costante il suo tasso emotivo, impeccabilmente realizzato da tutti i musicisti che hanno dato il loro personale contributo. Se già non vi faceva parte, non vi resta che aggiungere Kim Richey all’elenco delle migliori cantautrici americane, andando a ripescare, perché no, anche i suoi validissimi sette album precedenti, ne vale la pena.

 

 

Marco Frosi

Una Delle Migliori Nuove Voci In Circolazione. Sarah Shook & The Disarmers – Years

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Sarah Shook & The Disarmers – Years – Bloodshot/Ird

Ultimamente sembra di assistere ad un florilegio, a una fioritura di voci femminili, legate più o meno tutte a uno stile musicale, definito di volta in volta, per i loro album, roots music, alt-country, cow-punk, Americana, ma in fondo, secondo me, è sempre  il buon vecchio country-rock, che ogni tanto risorge dalle proprie ceneri, o forse non se ne è mai andato. A questa pattuglia di voci femminili, che annovera, tanto per fare qualche nome, ognuno più orientato verso una definizione o l’altra, Margo Price, Nikki Lane https://discoclub.myblog.it/2017/03/15/oltre-ad-aver-grinta-da-vendere-e-pure-brava-nikki-lane-highway-queen/ , Hurray For The Riff Raff, Jaime Wyatt, e alcune compagne di etichetta alla Bloodshot, come Lydia Loveless https://discoclub.myblog.it/2016/08/21/lydia-loveless-real-country-punk-bene/ , i Banditos, forse più virati verso il rock https://discoclub.myblog.it/2015/06/09/facce-raccomandabili-disco-molto-raccomandato-birmingham-alabama-via-nashville-banditos/ , l’australiana “naturalizzata” residente di Nashville Ruby Boots https://discoclub.myblog.it/2018/03/14/una-nuova-country-rocker-di-pregio-dalla-voce-interessante-parliamone-invece-ruby-boots-dont-talk-about-it/ , e, last but not least, perché forse è la migliore, o una delle migliori, Sarah Shook con i suoi Disarmers.

Sicuramente ce ne sono altre che ho dimenticato, ma è confortante che il genere (ma quale?) goda buona salute e sforni nuovi talenti: si diceva che quasi tutte sono legate alla country music, declinata in modo “moderno”, ma neanche più di tanto, perché se dovessi  paragonare Sarah Shook ad un nome del passato, il primo che mi salterebbe alla mente sarebbe quello di Maria McKee con i suoi Lone Justice, almeno quelli degli inizi, più selvaggi e meno inquadrati, e pure l’atteggiamento iconografico della Shook ricorda quello di Maria, volto molto giovane, imbronciato, la chitarra elettrica  imbracciata con piglio incazzoso, e una band dove spiccano due chitarristi di grande sostanza, l’ottimo Eric Peterson alla solista e il virtuoso della pedal steel Phil Sullivan.

Poi anche i riferimenti sono quelli giusti: ricordato che Sarah si scrive tutte le canzoni, nel  disco precedente, e primo della cantante, Sidelong,  c’era un brano intitolato Dwight Yoakam, uno che negli anni ’80 aveva fatto da ponte tra l’atteggiamento cowpunk e il classico sound di Bakersfield e poi dei cosiddetti “neo-tradizionalisti”, che, rivisitato, mi sembra viva in questo Years. Prendiamo il primo brano, la gustosa e deliziosa ballata mid-tempo Good As Gold, un pezzo che racconta le sfortunate vicende amorose dell’autrice, da sempre soggetto delle più belle canzoni country, il tutto con un piglio deciso, un suono solare dove le chitarre di Peterson e la pedal steel di Sullivan disegnano traiettorie sonore pregevoli su cui si muove la voce di Sarah Shook, una delle più belle in circolazione, calda, avvolgente, corposa,  decisa, inconsueta, matura, ben oltre i suoi anni, nettare per i padiglioni auricolari degli ascoltatori. Bellissima anche l’ironica e pimpante New Ways To Fail, giocata su un suono che rievoca i fasti del vecchio outlaw country, rivisto attraverso l’ottica e l’attitudine delle “nuove“ tendenze, moderna ed attuale il giusto, ma con rispetto ed amore per i suoni classici, e la pedal steel va che è una meraviglia, come se New Riders, Poco, Commander Cody, Flying Burrito non se ne fossero mai andati.

Tutti brani che sono al 90% meglio di quello che esce da Nashville oggi, quasi fossero solo lontani parenti del sound “plasticoso” della Music City: Over You è più briosa, con accenti rock e rimanda anche a cantanti come la mai troppo lodata Carlene Carter, voce spiegata e band sempre in grande spolvero, mentre The Bottle Never Lets Me Down è più buia e sinistra, dalle atmosfere sospese e affascinanti, con gli immancabili intrecci delle chitarre. L’incalzante Parting Words è un’altra piccola perla di equilibri sonori, mentre What It Takes ha un suono decisamente più cowpunk, con la voce della Shook che ricorda quella di Dolores O’Riordan. se fosse nata nel North Carolina come Sarah; Lesson mischia anni ’60 e roots-rock con il sound riverberato e grintoso dei “figli del punk”. Damned If I Do, Damned If I Don’t è puro honky-tonk, ma con una freschezza ed una verve invidiabili, ribadita in un’altra ballatona splendida come Heartache In Hell dove Sarah Shook sembra quasi una Lucinda Williams più country e meno dolente, e con la conclusiva Years che conferma tutto quanto di buono detto finora. Il talento c’è, le canzoni pure.

Bruno Conti  

A Vent’Anni Era Già Un Fenomeno! Jerry Garcia – Before The Dead

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Jerry Garcia – Before The Dead – Round/JGF 4CD – 5LP

Quando, verso la fine del 2016, ho recensito su questo blog lo splendido album Folk Time, una collezione di incisioni effettuate da Jerry Garcia con gli Hart Valley Drifters, alla fine del post Bruno, con fare umoristico, ha scritto “Ora attendiamo qualche bella jam di Jerry all’asilo!”, ma senza volerlo non è andato lontanissimo dal prevedere il futuro, in quanto in questi giorni è stato pubblicato questo Before The Dead, un quadruplo CD che contiene tutto quello che Jerry ha inciso appunto prima di iniziare l’avventura con i Grateful Dead (tranne i brani degli Mother McCree Uptown Jug Champions, che erano già usciti e poi comunque non sono in linea musicalmente con il contenuto di questo box), che anche se non parte dall’asilo comincia comunque da quando il nostro aveva solo diciannove anni. Ed il disco, che può anche vantare su una qualità sonora che va dal discreto (il primo CD) all’ottimo, è decisamente imperdibile se siete dei fan di Jerry, in quanto il contenuto è quasi totalmente inedito, e mostra per la prima volta al completo le sue radici e la musica con la quale si è formato, canzoni della tradizione folk, country, bluegrass e blues, brani che già all’epoca avevano decine e decine di anni, per non dire centinaia, sul groppone. Negli anni Jerry avrebbe manifestato spesso queste influenze, solo in parte con i Dead (ma il live acustico del 1981 Reckoning ne è pieno), ed in misura maggiore con gli Old & In The Way, la Jerry Garcia Acoustic Band e soprattutto nei dischi pubblicati negli anni prima della prematura morte ed incisi insieme a David Grisman. Ma qui abbiamo gli inizi di Jerry, i suoi primi passi, ed è bellissimo notare disco dopo disco la sua evoluzione, in quanto dopo qualche timidezza agli esordi già nel secondo dischetto abbiamo un musicista formidabile che sa perfettamente il fatto suo. E poi Garcia non stava mai fermo, cambiava in continuazione i compagni di viaggio (molto di quello che c’è nel box è dal vivo), e di conseguenza in Before The Dead sono rappresentati una miriade di gruppi diversi e con i nomi più disparati (la fantasia non gli mancava di certo): ma vediamo nel dettaglio il meglio dei ben 84 brani presenti nel quadruplo.

CD 1 (1961): si parte con otto brani, registrati ad una festa di compleanno (!), a nome Bob & Jerry, dove Bob in realtà è il futuro partner di Garcia nel songwriting, Robert Hunter: due voci ed una chitarra, per otto brani della tradizione tra cui alcuni molto noti come Oh, Mary Don’t You Weep, All My Trials e Trouble In Mind, con Jerry ancora acerbo ma che già lasciava intravedere il suo talento, specie nel pickin’ chitarristico (ascoltate l’intensa Blow The Candles Out, brano di origini celtiche, e capirete). Poi ci sono due pezzi nei quali ai due si aggiunge Marshall Leicester alla chitarra e banjo (ottima la loro rilettura quasi bluegrass di Jesse James), ed altri cinque con Jerry ed un bassista sconosciuto, con due superlative Long Lonesome Road e Railroad Bill, nelle quali il futuro Captain Trips si dimostra già un chitarrista provetto.

CD 2 (1962): le prime otto canzoni sono a nome Sleepy Hollow Hog Stompers, un trio formato da Jerry con ancora Leicester e Dick Arnold al violino, con il nostro già più convinto e sicuro di sé, e deliziose versioni di Cannonball Blues (Carter Family) e dei traditionals Shady Grove e Man Of Constant Sorrow, quest’ultima cantata a cappella, oltre ad una notevole Hold That Woodpile Down, puro folk. I restanti brani altro non sono che la riproposizione di Folk Time degli Hart Valley Drifters, sedici pezzi strepitosi che però erano già usciti meno di due anni fa, e la loro inclusione in questo box rende Folk Time praticamente inutile (e per il commento vi rimando alla mia recensione del 2016) https://discoclub.myblog.it/2016/11/29/molto-piu-che-altro-disco-jerry-garcia-hart-valley-drifters-folk-time/ .

CD 3 (1963): l’inizio è appannaggio di altre otto splendide canzoni registrate dal vivo a Palo Alto con una nitidezza incredibile, stavolta a nome The Wildwood Boys (Garcia, Hunter e gli ex Hart Valley Drifters David Nelson – in seguito membro dei New Riders Of The Purple Sage – e Norm Van Maastricht): una cristallina fusione tra country, folk, bluegrass e mountain music, con una velocissima Roll In My Sweet Baby’s Arms, il gospel Standing In The Need Of Prayer, la nota Muleskinner Blues di Jimmie Rodgers (strepitosa), ed uno scintillante strumentale per chitarra, Saturday Night Shuffle, scritto da Merle Travis. Abbiamo anche la prima canzone in assoluto scritta da Jerry, uno straordinario brano per solo banjo intitolato Jerry’s Breakdown, nel quale il nostro sembra che abbia venti dita. Completano il CD sei canzoni a nome Jerry & Sara, dove Sara è Sara Garcia, prima moglie di Jerry, che aiuta il marito alla seconda chitarra e voce, con punte come una fulgida Deep Elem Blues (che Jerry riprenderà negli anni a venire, anche coi Dead) e due vibranti riletture delle note Long Black Veil e Foggy Mountain Top, con Garcia davvero magnifico sia che suoni chitarra, banjo o mandolino (ma è molto bella anche la folk ballad Will The Weaver, pura e limpida come l’acqua).

CD 4 (1963/64): il dischetto più lungo dei quattro, trenta brani, di cui ben 26 appannaggio dei Black Mountain Boys in varie configurazioni (Garcia, Hunter, Nelson, Eric Thompson, Geoff Levin ed il futuro compagno nella Jerry Garcia Acoustic Band Sandy Rothman), con una qualità sonora non perfetta ma più che accettabile, che però viene compensata dalle straordinarie performance dei nostri. Un vero e proprio combo di puro bluegrass, ispirato a gruppi come gli Stanley Brothers, una prova di bravura eccezionale, con versioni al fulmicotone di brani tradizionali, della Carter Family, dei Louvin Brothers, di Ralph Stanley e di Bill Monroe, una vera goduria per le orecchie (non mi metto ad elencare le canzoni, ci vorrebbe una recensione a parte). Stesso discorso per i quattro pezzi finali, incisi a nome Asphalt Jungle Mountain Boys, un quintetto nel quale, oltre a Jerry, militava anche un giovane Herb Pedersen, che è anche voce solista in These Men Of God.

Una pubblicazione da non perdere dunque questo Before The Dead, anche per il costo abbastanza contenuto: oltre ad essere bellissimo, ci sono le radici di uno dei musicisti più importanti del secolo scorso, ed è quindi da considerarsi anche un’operazione culturale.

Marco Verdi

Torna Il Ragazzo “Salvato” Dal Folk. Micah P. Hinson – At The British Broadcasting Corporation

micah p. hinson at the bbc

Micah P. Hinson – At The British Broadcasting Corporation – Full Time Hobby

Il titolo di questo “post”, per chi ci segue e ha letto le precedenti recensioni, fa riferimento alla sua sfera personale, in quanto questo ragazzo (ormai diventato uomo), da giovane ha avuto molte vicissitudini: seri problemi di droga, si è anche ritrovato in bancarotta, è finito in carcere per vagabondaggio, e per non farsi mancare nulla, nel 2014 pure un incidente d’auto che gli ha provocato la paralisi momentanea delle braccia, con serie conseguenze, prima di poter riprendere a suonare la chitarra. Comunque, a pochi mesi di distanza dal recente Presents The Holy Strangers, targato 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/09/10/una-geniale-e-moderna-opera-folk-micah-p-hinson-presents-the-holy-strangers/ , arriva un po’ a sorpresa questo nuovo lavoro (ed essendo in effetti questo nuovo album uscito a marzo, i mesi erano proprio pochi), disco che documenta le varie esibizioni di Micah P. Hinson per la trasmissione di Marc Riley alla British Broadcasting Corporatio (BBC), nel corso degli ultimi quindici anni, con i propri brani preferiti e scelti dallo stesso autore, riproposti in versioni altamente alternative.

Per chi conosce questo geniale cantautore nato a Memphis ma trasferitosi presto ad Abilene, Texas, il primo album di riferimento non poteva che essere uno dei “capolavori” iniziali, ovvero brani tratti da Micah P. Hinson And The Gospel Of Progress (04), con le prime due tracce del disco, il valzer acustico di una sempre strepitosa Stand In My Way, e la litania recitativa della spettrale I Still Remember, cantata in duetto con Sara Lowes, e di nuovo “perdere” la testa e aprire i cuori quando viene riproposta l’intensa bellezza di una meravigliosa Beneath The Rose. Dall’interlocutorio Micah P. Hinson And The Pioneer Saboteurs (10), Micah rilegge il folk-elettronico di una acustica 2’s + 3’s, la personale vicenda familiare della classica Seven Horses Seen, sino ad arrivare al country-folk di Take Of That Dress For Me, cantata quasi con sofferenza dall’autore. Dal successivo Micah P. Hinson And The Nothing vengono recuperati il folk-gospel campagnolo God Is Good, e una The Life, Living, Death And Dying Of A Certain And Peciluar L.J.Nichols (non vorrei sbagliare ma è uno dei titoli più lunghi e strani che mi ricordi), riletta e cantata su un ritmo scheletrico. Dall’ultimo lavoro in studio The Holy Strangers Micah ripropone il fantasma di Johnny Cash nella moderna serenata country di Lover’s Lane, e la ninna-nanna poco ortodossa di Oh, Spaceman (dedicata al figlio primogenito Wiley T.).

L’avvertenza è di considerare questa recensione (come ho già detto in altre occasioni) ad alto rischio di faziosità, ma questo ultimo lavoro di Micah P. Hinson è un disco che assomiglia a quegli album di famiglia, dove riguardando le pagine passate il protagonista di volta in volta decide di dare un taglio attuale e più moderno al suo “songbook”, mantenendo però le atmosfere di un vecchio “juke-box”. Micah P. Hinson nel corso del tempo si è costruito un solido seguito (anche in Italia), status che viene certificato anche da questo Micah P. Hinson At The BBC, undici vecchi e nuovi meravigliosi bozzetti acustici, con una voce che sembra venire dal profondo del cuore, in quanto la musica si può misurare solo attraverso le emozioni che riesce a regalare, e credetemi questo piccolo genio del “neo-folk” si rivela ancora una volta, magari anche a chi non lo conosce, come un autore intimo, e nonostante la traversie varie citate all’inizio, sempre più ispirato.

Tino Montanari

Il Volo Solitario Dell’Aquila. Glenn Frey – Above The Clouds: The Collection

glenn frey above the clouds

Glenn Frey – Above The Clouds: The Collection – Geffen/Universal CD – Box Set 3CD/DVD

La carriera solista di Glenn Frey, uno dei principali musicisti scomparsi nel nefasto 2016, sia artisticamente che commercialmente non è neppure lontanamente paragonabile a quella con gli Eagles, dei quali ha sempre condiviso la leadership insieme a Don Henley. Appena cinque album in 35 anni (di cui quattro nei primi dodici), più un live ed un’antologia, nessuno dei quali si può considerare imprescindibile (e con un suono talvolta eccessivamente radiofonico e lavorato), anche se prendendo il meglio da ognuno di essi indubbiamente il materiale interessante non manca, visto che comunque la classe non era acqua. Come dimostra questo box celebrativo appena uscito, intitolato Above The Clouds, che offre in tre CD più un DVD una panoramica più che completa del periodo che Frey ha trascorso lontano dal suo gruppo principale: non ci sono inediti veri e propri, ma qualche rarità sì (prese principalmente da varie colonne sonore) e, nel terzo dischetto, una chicca assoluta e da un certo punto di vista inattesa. Ma “ciancio alle bande” ed esaminiamo il contenuto disco per disco.

CD 1: qui troviamo i brani più popolari di Glenn, quasi a formare un ideale Greatest Hits (ed infatti è uscito anche separatamente in versione singola), a partire dal suo più grande successo, The Heat Is On, tratto dalla colonna sonora di Beverly Hills Cop, canzone però viziata da orrende sonorità plastificate tipiche degli anni ottanta. Molto meglio altri due pezzi presi da una soundtrack (cioè quella del noto telefilm Miami Vice, nel quale Frey ha pure recitato), la raffinata You Belong To The City, che nonostante un suono quasi AOR è una delle sue canzoni migliori, e la grintosa e roccata Smuggler’s Blues, mentre la rara Call On Me, presa dalla serie di detective stories televisive South Of Sunset (che vedevano Glenn protagonista), soffre in parte degli stessi problemi di The Heat Is On. Altri brani degni di nota sono la bella e sinuosa I’ve Got Mine, tra le sue canzoni più riuscite, l’ottima Part Of Me, Part Of You, una scintillante rock ballad che non avrebbe sfigurato nel repertorio degli Eagles (che era nella colonna sonora di Thelma & Louise), e le godibili Sexy Girl e Soul Searchin’, entrambe tra pop ed errebi di gran classe, con la seconda che presenta anche marcati elementi gospel.

CD 2: altri brani presi dagli album solisti di Glenn, ma meno famosi (i cosiddetti “deep cuts”), con diverse selezioni tratte dall’album di standard del 2012 After Hours, invero piuttosto loffio (ma la rilettura in puro stile honky-tonk di Worried Mind, brano di Jimmie Davis reso immortale da Ray Charles, è molto bella). Ci sono anche due dei tre brani inediti della Solo Collection del 1995, la solare This Way To Happiness, pop song vibrante e coinvolgente, e la deliziosa Common Ground, tra country, rock e gospel, cantata alla grande. Glenn era anche un appassionato di soul ed errebi, e questo si nota nella raffinatissima Let’s Go Home e soprattutto nella squisita I Got Love, tra le più belle del box, perfetta sotto ogni punto di vista (suono, arrangiamento e melodia). Meritano una menzione anche il travolgente rock’n’roll Better In The U.S.A., l’emozionante Brave New World, melodicamente inappuntabile anche se con qualche synth di troppo, e l’intensa ballatona Lover’s Moon.

CD 3: probabilmente la vera ragione per acquistare questo box è in questo dischetto: l’unico album, omonimo, pubblicato nel 1969 dai Longbranch/Pennywhistle, un duo formato da Glenn con John David Souther, disco che non ebbe il minimo successo (sparendo presto dalla circolazione), ma che fu importante perché pose le basi del suono country-rock degli Eagles, oltre ad iniziare una collaborazione tra i due musicisti che durerà anche in seguito (Souther scriverà infatti più di un brano per le Aquile). Stampato in CD per la prima volta ufficialmente (le copie che trovate su internet sono di dubbia provenienza), Longbranch/Pennywhistle conta anche sul supporto di una super band, formata da Jim Gordon, batterista per Eric Clapton, George Harrison e Derek & The Dominos, dal grande steel guitarist Buddy Emmons, il violinista Doug Kershaw, lo straordinario pianista Larry Knetchel, e, alle chitarre, l’axeman di Elvis, James Burton, oltre ad un giovane Ry Cooder. Trenta minuti di durata e dieci canzoni, sei delle quali scritte da Souther, due da Frey, una dai due insieme ed una buona versione, molto country, di Don’t Talk Now di James Taylor.

Ci sono momenti davvero pregevoli come la scattante Jubilee Anne, curiosamente simile al suono dei dischi “americani” che Elton John farà di lì a poco, lo spedito country-rock elettrico Run Boy, Run, una sorta di Take It Easy in embrione, o la deliziosa ballata folkeggiante Rebecca. La ritmata Lucky Love non è distante dallo stile che i Byrds avevano in quegli anni, mentre Kite Woman ha i germogli dell’Eagles-sound; la nervosa Bring Back Funky Women non è un granché, meglio la mossa Star-Spangled Bus, con il piano in evidenza, e la delicata e bucolica Mister, Mister. Chiudono la già citata Don’t Talk Now è l’orecchiabile Never Have Enough, con un ritornello facile e diretto. Un ripescaggio molto interessante quindi, pur essendo molto lontani dal capolavoro (e comunque vorrei sapere quanti di voi ne possiedono una copia originale).

DVD – Strange Weather/Live In Dublin: la parte video prende in esame un concerto del 1992 a Dublino, che non è inedito in quanto era uscito all’epoca in VHS, e pure su CD come Glenn Frey Live, con tre brani in meno per questioni di durata (ma entrambi i supporti sono da tempo fuori catalogo). Un bel concerto, molto piacevole, con Glenn in ottima forma fisica e vocale ed accompagnato da una solida band di undici elementi. Ci sono chiaramente i brani più noti del suo periodo da solo, con qualche assenza (You Belong To The City, ma lo show è comunque incompleto), qualche new entry rispetto ai primi due CD di questo box (tra cu la festosa e rockeggiante Party Town), ed una buona versione della classica folk song scozzese Wild Mountain Thyme, qui stranamente attribuita a Bert Jansch, che è solamente uno dei mille artisti che l’hanno incisa. Detto di due trascinanti True Love e Love In The 21st Century, meglio delle loro controparti in studio,  il piatto forte sono i pezzi appartenenti al songbook degli Eagles: le bellissime Peaceful, Easy Feeling e New Kid In Town poste ad inizio serata, uno splendido medley tra Lyin’ Eyes e Take It Easy, presente anche in versione audio nel primo CD, ed il finale con la sempre trascinante Heartache Tonight e la magnifica Desperado, che con Glenn alla voce solista è una rarità (infatti nelle Aquile la cantava Henley).

In definitiva Above The Clouds è un buon modo per celebrare adeguatamente la figura di Glenn Frey e, pur con qualche momento discutibile nei primi due CD, un cofanetto che può stare dignitosamente in qualsiasi collezione che si rispetti.

Marco Verdi

Rock, Blues E Tanta Chitarra Slide, Da New Orleans Alla Toscana Con Molta Classe! Luke Winslow-King – Blue Mesa

luke winslow-king blue mesa

Luke Winslow-King – Blue Mesa – Bloodshot Records

Lo avevamo lasciato un paio di anni fa, prostrato dagli effetti della sua separazione con la ex moglie Esther Rose King (un matrimonio durato peraltro solo due anni, non per minimizzare) che aveva però prodotto  I’m Glad Trouble Don’t Last Always, il suo quinto album, e terzo per la Bloodshot, nonché il suo migliore in assoluto, proprio incentrato quasi completamente “sulle pene dell’amor perduto”, almeno a livello testuale, mentre a livello musicale lo spettro si era ulteriormente ampliato da quella sorta di vintage blues-folk-jazz-ragtime delle prime prove, ad una roots music di eccellente fattura, con ballate cantautorali sopraffine che si alternavano a blues-rock anche feroci e ferali, grazie al fondamentale apporto della chitarra solista, quasi sempre in modalità slide, del prodigioso strumentista italiano Roberto Luti https://discoclub.myblog.it/2016/10/06/sempre-debbono-soffrire-le-pene-damor-perduto-se-il-risultato-luke-winslow-king-im-glad-trouble-dont-last-always/ . Entrambi cittadini onorari di New Orleans, la città della Louisiana dove Winslow-King si era trasferito nel 2002, all’età di 19 anni, per passare un semestre all’università, e poi lì è rimasto per 15 anni, fino a poco tempo fa, quando ha deciso di tornare nella natia Cadillac, nel Michigan. Ma la musica di New Orleans ovviamente continua  a scorrere nelle vene di Luke, innervata da moltissimi rivoli di altri stili musicali che fanno di Winslow-King uno dei migliori eredi, per esprimere un parere personale, già esplicitato nella precedente recensione, del Ry Cooder degli anni ’70, che comunque è tornato in quella forma sonora, con il nuovo album intitolato, non a caso, The Prodigal Son, e che esce negli stessi giorni di questo Blue Mesa.

Il disco di Luke Winslow-King è stato registrato a Lari, una piccola frazione di Casciana Terme in Toscana, dove Luti ha il suo studio di registrazione: visto che la recensione viene scritta in anticipo sull’uscita del disco, le informazioni sono frammentarie e quindi cerco di integrarle con pareri personali (come andrebbe sempre fatto), perché ognuno nei dischi che ascolta ci sente cose e sensazioni diverse. E quindi se nell’iniziale, bellissima, You Got Mine, scritta con la recentemente scomparsa “Washboard” Lissa Driscoll (una musicista locale che era una sorta di piccola leggenda a New Orleans, amica di Luke e compagna di vita in passato di Luti, e a cui è dedicato l’album) https://www.youtube.com/watch?v=Hwv-jzT_BYU , qualcuno ci ha visto tocchi di Paul Simon e Robert Cray, per il sottoscritto il brano è una suadente ballata deep soul/blues targata Memphis/Muscle Shoals (e quindi Cray ci può stare), attraversata dalle pennellate dell’organo di Mike Lynch (all’opera con Bob Seger, Whitey Morgan e già presente nell’ultimo CD), con l’ottimo Chris Davis alla batteria (che suonava con King James And The Special Men, una delle migliori band di NOLA), da deliziosi interventi vocali e dalle chitarre splendide di Luti e Winslow-King, che pure lui non scherza alla slide, quindi tutti ottimi musicisti, come usava anche Ryland ai tempi d’oro. Se vogliamo cercare il pelo nell’uovo, forse il nostro Luke non ha una voce memorabile, ma comunque molto espressiva e porta con garbo e ricca di una profonda frequentazione con la musica del Sud, sia essa blues, soul o roots-rock.

Come nella vigorosa Leghorn Women, uno swamp-boogie-rock che rimanda ad un’altra band che faceva una sapiente miscela del meglio del rock americano come i Little Feat, oppure di nuovo le derive Stax soul della title-track che narra di una relazione che finisce (forse non ha superato del tutto i suoi dolori amorosi), con una musica malinconica ed evocativa che ricorda proprio il miglior Cooder anni ’70, impegnato con la musica nera vista da un’ottica da “bianco”, di nuovo con magica slide in azione. O ancora nella vibrante Born To Roam, un bel rock and roll dalle melodie ariose, dove si intravede un Tom Petty in trasferta in Louisiana, e pure Better For Knowing You continua il filotto di ottime canzoni, questa volta uno slow malinconico e dalle atmosfere carezzevoli, sempre suonato con sapienza dal gruppo che accompagna il nostro amico. Thought I Heard You, con il suo riff sincopato e la slide tangenziale, è un altro blues-rock di ottimo valore, che ricorda il Sonny Landreth più energico, notevole anche la delicata ballata Break Down The Walls, che mischia con maestrai soul, gospel e stile cantautorale, con una slide sempre evocativa ad elevarne ulteriormente il valore.

Chicken Dinner aggiunge anche dei fiati sincopati al già ampio menu sonoro, per un brano laidback e profondamente sudista nel suo andamento volutamente pigro e vintage nell’atteggiamento, ma mosso e vivace nella realizzazione, con intrecci di chitarre da antologia. After The Rain è un altro brano che poteva venire solo dal melting pot di suoni della Crescent City, tra voci suadenti, chitarre accarezzate, come anche l’organo e la sezione ritmica discreta, per una canzone che, questa volta sì, mi ha ricordato il Paul Simon più ispirato. Per chiudere, giustamente, troviamo Farewell Blues, dove un violino malandrino aggiunge un ulteriore tocco raffinato alle 12 battute classiche ma non convenzionali di questo ottimo musicista che risponde al nome di Luke Winslow-King, uno dei talenti più interessanti del sottobosco musicale americano. Da scoprire, se non l’avete già fatto.

Bruno Conti

Sempre Più Bravi Ed Innovativi. Trampled By Turtles – Life Is Good On The Open Road

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Trampled By Turtles – Life Is Good On The Open Road – Banjodad Records

Da quando si sono fatti conoscere dal grande pubblico con l’ottimo Stars And Satellites (12), e il successivo Live At First Avenue (13), recensiti puntualmente su queste pagine https://discoclub.myblog.it/2013/11/24/i-cantori-del-new-bluegrass-trampled-by-turtles-live-at-first-avenue/ , i Trampled By Turtles non hanno più sbagliato un colpo (in senso musicale), come certificato anche dal più recente e sempre valido Wild Animals uscito nel 2014, sino ad arrivare a questo ultimo lavoro Life Is Good On The Open Road, in cui danno vita ad una nuova forma innovativa di bluegrass progressivo. Per chi non ha familiarità con questo sestetto di Minneapolis, i Trampled By Turtles si sono formati nel lontano 2003 in quel di Duluth (è questo dovrebbe già essere sinonimo di garanzia, visto il concittadino), e sin dagli esordi il loro stile è stato un “cocktail” assai riuscito di folk, bluegrass, rock e country, generi che negli anni si sono fusi creando nel tempo una loro particolare impronta unica e distintiva. La formazione nell’attuale line-up è composta dal frontman Dave Simonett alla chitarra, voce solista e armonica, Tim Saxhaug al basso e cori, Dave Carroll al banjo e cori, Erik Barry al mandolino e cori, Ryan Young al violino e cori, e Eamonn McLain al violoncello e cori, ricordando che il trio Simonett, Saxhaug e Young, sono parte anche di un progetto parallelo i bravissimi Dead Man Winter https://discoclub.myblog.it/2011/09/28/progetti-collaterali-dead-man-winter-bright-lights/ , autori di due album di rilievo come Bright Lights (11) e Furnace (17).

Registrato in una capanna nei bei boschi del Minnesota (i Panchyderm Studios di Cannon Falls), il percorso musicale si apre nell’occasione con la veloce Kelly’s Bar, la traccia più bluegrass del disco, per poi passare alla ballata country We All Get Lonely, una canzone strabiliante che mette in evidenza i punti di forza della band, che sviluppa il “sound” degli Avett Brothers nella coinvolgente e trascinante The Middle, e poi ritorna alla ballata agrodolce con Thank You, John Steinbeck (un delizioso omaggio al celebre scrittore di Uomini e Topi e Furore). Il viaggio prosegue con l’accattivante ritornello di una infuocata Annihilate, alimentata dal banjo del bravissimo Dave Carroll, il folk agreste di Right Back Where We Started, la luminosa bellezza della title track Life Is Good On The Open Road (dove ancora una volta eccelle il songwriting di Simonett), per poi ritornare a suonare veloci come un fulmine nell’intrigante punk-bluegrass di una fiammeggiante Blood In The Water. Il viaggio sonoro si avvia alla conclusione con la disillusione stile country di I Went To Hollywood, non prima di commuoverci nuovamente con la triste e bellissima I’m Not Here Anymore, far muovere i piedini degli ascoltatori disposti a ballare sulle note “celtiche” dello strumentale Good Land, e poi terminare il percorso con un’altra dolente e struggente ballata come I Learn The Hard Way, dove gli intrecci di banjo, violino, mandolino, e la voce particolare di Simonett, rapiscono anche l’ascoltatore più distratto.

Appurato che spesso le migliori band non si formano come iniziative imprenditoriali, ma come gruppi di amici che si riuniscono per suonare della musica insieme, i Trampled By Turtles dopo 15 anni in studi di  registrazione, accattivanti e energici spettacoli dal vivo, si sono costruiti una vasta e fedele base di “fans”, che li seguono da una costa all’altra dell’America. Life Is Good On The Open Road è l’ottavo disco in studio dei TBT, tutti prodotti con la stessa casa discografica la loro Banjodad Records, con cui si sono potuti permettere di avere sempre il controllo creativo dei dischi, e anche se, unico appunto che forse si può fare, la voce del leader non è particolarmente memorabile, ma complessivamente le armonie vocali sono formidabili, questo nuovo lavoro è comunque un’ulteriore riprova del fatto che questo talentuoso sestetto è composto da musicisti onesti, oltre che capaci, che continuano a mettere il loro cuore e la loro anima in ogni disco, per scrivere grandi canzoni e rimanere fedeli a sé stessi.

Tino Montanari