Alle Radici Della Musica Americana, Con Classe E Forza Interpretativa! Shemekia Copeland – America’s Child

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Shemekia Copeland – America’s Child – Alligator/Ird

Shemekia Copeland è uno di quei rari casi in cui un figlio (o una figlia, in questo caso) d’arte raggiunge, o si avvicina, agli stessi livelli qualitativi del padre o della madre, mi vengono in mente pochi casi di artisti che hanno avuto una carriera consistente ed importante: Jakob Dylan, le due figlie di Johnny Cash, Rosanne e Carlene Carter, Norah Jones, Natalie Cole, altri meno famosi, forse l’unico è stato Jeff Buckley a superare il babbo, almeno come popolarità, anche se per me Tim Buckley rimane inarrivabile. La Copeland , sia pure in un ambito più circoscritto, quello del blues, e con un papà sì famoso ma non celeberrimo come Johnny Copeland, pare sulla buona strada. Questo America’s Child è il suo ottavo album (sei per la Alligator, da cui è andata e tornata) dal 1998, anno del primo disco a soli 19 anni, e mi sembra quello della svolta: dopo avere avuto un figlio di recente (come Dana Fuchs https://discoclub.myblog.it/2018/07/09/strepitosa-trasferta-soul-a-memphis-per-una-delle-piu-belle-voci-del-rock-americano-dana-fuchs-love-lives-on/ ) ha deciso anche lei di recarsi a registrare il nuovo album in Tennessee, nella capitale Nashville, sotto la guida di un musicista, Will Kimbrough, che di solito non si accosta tout court alla musica blues.

Ed in effetti il disco, pur mantenendo decise le sue radici blues, inserisce anche elementi rock, soul, country e parecchio del cosiddetto “Americana” sound, risultando un eccellente disco, molto ben realizzato, anche grazie alla presenza di una serie di ospiti veramente notevole: ci sono John Prine, Rhiannon Giddens, Mary Gauthier, Emmylou Harris, Steve Cropper J.D. Wilkes, Al Perkins e altri strumentisti di valore tipo il bassista Lex Price (all’opera anche nel precedente disco della Copeland, il già ottimo Outskirts Of Love https://discoclub.myblog.it/2015/09/21/la-piu-bianca-delle-cantanti-nere-recenti-shemekia-copeland-outskirts-of-love/ ), il meno noto ma efficace batterista Pete Abbott, Paul Franklin che si alterna alla pedal steel con Perkins in un brano, mentre Kenny Sears suona il violino in una canzone e Will Kimbrough è strepitoso alla chitarra solista, ma anche all’organo e alla National Guitar in tutto il CD. Saggiamente Shemekia, che non è autrice, si è affidata per le nuove canzoni ad alcuni degli ospiti presenti, scegliendo poi alcune cover di pregio, come I Promised Myself, una splendida deep soul ballad, scritta dal babbo Johnny Copeland, nella quale Steve Cropper accarezza le corde della sua chitarra quasi con libidine, mentre la nostra amica, in possesso di una voce strepitosa, per quei pochi che non la conoscessero, si rivela ancora una volta degna erede di gente come Koko Taylor o Etta James. Ma questo succede solo a metà disco, prima troviamo la cavalcata rock-blues della potente Ain’t Got Time For Hate, firmata da John Hahn e Will Kimbrough, che con la sua chitarra duetta con il grande Al Perkins alla pedal steel, mentre J.D. Wilkes è all’armonica ed il coro, quasi gospel, nel classico call and response, è formato da Gauthier, Prine, Harris, ma anche Gretchen Peters, Tommy Womack e altri.

Emmylou Harris e Mary Gauthier, coautrice del brano, che rimangono pure nella successiva, gagliarda ed impegnata socialmente Americans, sempre con Kimbrough e questa volta Perkins che imperversano alla grande con le loro chitarre in una canzone veramente splendida. Notevole anche la più raccolta e cadenzata Would You Take My Blood?, ancora della copia Hahn/Kimbrough che è autore di notevole peso, un altro pezzo rock-blues potente con organo e chitarra sugli scudi; Great Rain di John Prine era su The Missing Years, e l’autore, in grande voce per l’occasione, è presente per duettare con la Copeland in una nuova versione vibrante e ricca di elettricità, mentre nel brano Smoked Ham And Peaches, ancora della Gauthier, Rhiannon Giddens è all’african banjo e Kimbrough alla National, per un delizioso county- blues elettroacustico, seguito  da una The Wrong Idea di grande presa sonora, un country-southern –rock a tutte chitarre, con il violino di Kenny Sears aggiunto per buona misura, e qui siamo in piena roots music, di quella di grande fattura. In The Blood Of The Blues, come da titolo, è un altro tuffo nelle 12 battute più grintose, solo la voce poderosa di Shemekia, e un trio chitarra,basso e batteria a darci dentro di gusto; Such A Pretty Flame è una blues ballad soffusa e notturna che profuma delle paludi della Louisiana, scritta da uno dei Wood Brothers, mentre One I Love viene dalla penna di Kevin Gordon, un altro che di belle canzoni se ne intende, un pezzo chitarristico rock classico, con l’armonica di Wilkes aggiunta, inutile dire che entrambe sono cantate splendidamente. Molto bella anche la cover inaspettata di I’m Not Like Everybody Else dei Kinks di Ray Davies, trasformata in un gagliardo gospel-blues alla Mavis Staples, mentre a chiudere troviamo un traditional Go To Sleepy Little Baby, una deliziosa ninna nanna dedicata al figlio che chiude su una nota tenera un disco veramente bello, dove gli ospiti sono solo la ciliegina sulla torta, ma la grande protagonista è la voce di Shemekia Copeland. Consigliato caldamente.

Bruno Conti

 

Antologie Che Sembrano Dischi Nuovi: Parte 2. Annie Keating – All The Best

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Annie Keating – All The Best – Appaloosa/IRD CD

Il compito delle antologie discografiche è quello di riepilogare la carriera di un artista, o un singolo periodo di essa, sia a beneficio dei fans che dei neofiti, ma è a volte anche quello di far conoscere l’artista stesso, specie quando si parla di un musicista poco o per nulla noto, ed i cui lavori sono difficili da reperire. Ricordo ancora oggi l’effetto che mi fece qualche anno fa All That Is, greatest hits (si fa per dire) del cantautore canadese Garnet Rogers, che non conoscevo: il suo ascolto mi aveva colpito a tal punto che mi accaparrai la sua discografia competa in una botta sola, disponibile allora soltanto sul suo sito. Un effetto analogo potrebbe averlo questo All The Best, compilation antologica della cantautrice di Brooklyn Annie Keating, che dopo una carriera di quindici anni praticamente nell’anonimato e con dischi totalmente autogestiti, è approdata all’etichetta nostrana Appaloosa, che ha messo a punto questo bellissimo riepilogo in quindici brani dell’autrice newyorkese: solo una canzone del disco è incisa appositamente per il progetto, ma il fatto che Annie fosse una illustre sconosciuta fa sì che anche il resto del CD suoni nuovo alle nostre orecchie.

E la Keating dimostra che non meritava di sicuro di restare nell’ombra, in quanto ci troviamo di fronte ad una cantautrice nel senso più puro del termine, con un gusto innato per le melodie dirette e di impatto immediato, e la cui musica è ricca di spunti folk e country, anche se il rock non è certo estraneo; in più, la nostra è dotata di una voce non eccessivamente potente, ma personale ed espressiva: i paragoni più diffusi sono quelli con Gillian Welch e Lucinda Williams, ma io non ci trovo granché di nessuna delle due (forse più la prima, se proprio devo scegliere), al limite mi viene in mente una come Nanci Griffith, che però è più country, oppure Patty Griffin. Canzoni come l’iniziale Ghost Of The Untraveled Road, una ballata folk vibrante e cantata col cuore in mano, non si scrivono per caso, come neppure la successiva Belmont, bellissimo brano elettroacustico di chiaro sapore roots, contraddistinto da un ritmo vivace e da una melodia toccante, e guidato da una splendida fisarmonica (il libretto, che contiene tutti i testi, purtroppo non menziona i musicisti). Che dire di It Already Hurts When You Leave, una luccicante ballata cadenzata e dal motivo decisamente evocativo, grande musica ma anche classe notevole; Forever Loved è un delicato pezzo tra folk e country, puro e limpido, In The Valley vede Annie in compagnia della sua chitarra e pochi altri strumenti (tra cui un languido violino), ma il pathos non manca di certo, Sweet Leanne è magnifica, una folk ballad da brividi, tra le migliori del CD, profonda e struggente.

Se devo fare un paragone maschile, potrei scomodare Chip Taylor, in quanto Annie si affida anch’essa ad arrangiamenti semplici, e ha pure lei la capacità di creare melodie toccanti con pochi accordi. Con Storm Warning la Keating dimostra che ci sa fare anche con sonorità più elettriche e ritmi più sostenuti: un rock’n’roll di stampo roots, trascinante ed eseguito in scioltezza. Non le cito tutte, voglio lasciarvi il piacere di scoprirle ad una ad una, anche se non posso fare a meno di nominare la deliziosa Sting Of Hindsight, la pura e cristallina Coney Island, tra le più belle in assoluto, e la fulgida ballata elettrica You Bring The Sun. Una menzione poi per il brano finale che dà il titolo all’antologia, l’unico nuovo di zecca ed anche unica cover: si tratta infatti della nota canzone di John Prine (uno degli eroi di Annie), una delle migliori del grande songwriter, riletto in maniera splendida: grande brano ed ottima versione, ma non avevo dubbi.

E’ venuto il momento di scoprire Annie Keating e le sue bellissime canzoni, e All The Best è il modo migliore per farlo.

Marco Verdi

Torna Il Vecchio Folksinger, E Fa Quasi Un Capolavoro! Tom Rush – Voices

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Tom Rush – Voices – Appleseed CD

Tom Rush a 77 anni suonati non ha ancora perso la voglia di fare musica, anzi, è stato più attivo negli ultimi dieci anni che nei precedenti trenta. Grande cantautore, protagonista dell’età d’oro del folk revival degli anni sessanta e poi del folk-rock, ha attraversato quella decade in prima linea con una serie di dischi e canzoni che risultano belli ancora oggi (la sua No Regrets è giustamente considerata un classico https://www.youtube.com/watch?v=XKU0S5K5aYE ), anche se i suoi album erano spesso suddivisi tra brani suoi e di altri. Dalla metà degli anni settanta fino al nuovo millennio Tom sembrava quasi essersi ritirato: pochi dischi e profilo bassissimo, fino al suo ritorno sulle scene nel 2009 con l’ottimo What I Know, seguito a distanza di quattro anni dal bellissimo live celebrativo 50 Years Of Music. Ora Tom torna tra noi con Voices, prodotto come What I Know dall’esperto Jim Rooney (80 anni, un altro giovanotto), ed il risultato è ancora meglio che nel lavoro di nove anni fa. Rush per la prima volta scrive tutte le canzoni di suo pugno, tranne un paio di traditionals che ha inserito “per non compromettere la mia reputazione di folksinger” (come ha scherzosamente scritto nelle liner notes del CD), e sono canzoni una più bella dell’altra, nel suo tipico stile tra folk e country, che rendono Voices il suo disco più bello dagli anni settanta ad oggi.

Tom ha ancora una bella voce, solo leggermente arrochita dagli anni, ed è ancora in grado di scrivere canzoni belle, profonde ed intense, basate principalmente sul suono della sua chitarra: un disco di cantautorato classico, come si usava fare una volta. Per impreziosire ulteriormente il tutto, Rooney ha messo a disposizione del nostro una superband, con nomi che solo a leggerli c’è da leccarsi i baffi: Al Perkins al dobro, Sam Bush al mandolino, Dave Pomeroy al basso, Richard Bennett alle chitarre, il meno conosciuto (ma bravissimo) Matt Nakoa al piano ed organo, e le backing vocals di Kathy Mattea e Suzy Ragsdale. Il disco inizia con un traditional, Elder Green (che poi è la nota Alabama Bound con parole diverse), una sorta di folk-grass vivace e dal ritmo sostenuto, con un ottimo intreccio strumentale tra dobro, banjo e mandolino. Come See About Me è una deliziosa folk ballad, cantata in maniera calda e suonata in punta di dita, con il dobro di Perkins grande protagonista, doppiato abilmente dal pianoforte di Nakoa; molto bella My Best Girl (canzone d’amore dedicata alla sua…chitarra!), pimpante, tersa e contraddistinta da una melodia squisita e parti strumentali strepitose, puro pickin’ di gran classe, mentre Life Is Fine è cadenzata e decisamente orecchiabile, con qualcosa che rimanda allo stile di John Prine (che viene anche citato nel testo), ed un’aria scanzonata e solare: un avvio che conferma che Tom è in forma smagliante, e che non siamo davanti ad una stanca prova da parte di una vecchia gloria.

Cold River, country song limpida, è nuovamente azzeccata dal punto di vista melodico, specie nel refrain, mentre Far Away è splendida, una toccante ballata dal motivo perfetto, semplice ma di grande effetto, ed il solito lussuoso accompagnamento da parte della band: sembra di tornare indietro di cinquant’anni, grande canzone. Heaven Knows (But It Ain’t Tellin’) è un irresistibile ed ironico bluegrass, in cui Tom un po’ parla un po’ canta, mostrando di divertirsi non poco, Corina, Corina è il famoso traditional che hanno fatto in mille, ed il nostro rispetta la sua origine country-blues sfoderando la consueta classe, mentre la breve If I Never Get Back To Hackensack è un altro strepitoso e coinvolgente pezzo in bilico tra folk e country, di impatto immediato come tutti i brani di questo CD (davvero, non ce n’è uno sottotono). Purtroppo il disco volge al termine, ma c’è tempo ancora per la vibrante Going Down To Nashville, fulgido esempio di cantautorato doc e suonata in modo splendido, la sorprendente How Can She Dance Like That?, il pezzo più elettrico, quasi un rock’n’roll, davvero trascinante (grande pianoforte, e spunta pure un sax), e la conclusiva Voices, uno slow di grande intensità e cristallina bellezza, pura poesia musicale. Non ho idea se Voices sarà l’ultimo lavoro per Tom Rush, ma quello che è certo è che si tratta di un grande disco, senza dubbio alcuno.

Marco Verdi

Diamo Il Bentornato Ad Uno Degli Ultimi Grandi Cantautori! John Prine – The Tree Of Forgiveness

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John Prine – The Tree Of Forgiveness – Oh Boy/Thirty Tigers CD

John Prine è sempre stato uno dei miei cantautori preferiti, anzi arrivo a sostenere che negli anni settanta sopra di lui c’erano forse solo Bob Dylan e Paul Simon, ed è uno che in carriera ha avuto solo un centesimo dei riconoscimenti che avrebbe meritato. Dagli anni novanta in poi Prine ha diradato di molto la sua produzione, ed è addirittura dallo splendido Fair & Square del 2005 che non avevamo sue canzoni nuove: dischi sì, ma o erano di covers, come il CD con Mac Wiseman Standard Songs For Average People o quello di duetti con interpreti femminili For Better, Or Worse https://discoclub.myblog.it/2016/11/15/recuperi-fine-stagione-altro-album-duetti-molto-meglio-del-primo-john-prine-for-better-or-worse/ , o erano dal vivo, come In Person & On Stage ed il recente live d’archivio September 78 https://discoclub.myblog.it/2017/10/02/un-buon-live-anche-se-monco-john-prine-september-78/ , o collezioni di demo di inizio carriera (The Singing Mailman Delivers). In questi anni ha avuto anche problemi di salute che lo hanno minato nell’aspetto, rendendolo quasi irriconoscibile e comunque fatto invecchiare molto male, e quindi era lecito pensare che avesse appeso la penna al chiodo in maniera definitiva. Una parte di merito per il suo ritorno sulle scene credo ce l’abbia Dan Auerbach, che lo ha coinvolto nella scrittura di alcune canzoni per il suo splendido album solista dello scorso anno: insieme i due hanno composto addirittura una ventina di brani, anche se poi Dan ne ha usata una sola (Waiting On A Song, la title track del disco) ed un’altra l’ha data a Robert Finley, del quale ha anche prodotto il bel disco Goin’ Platinum.

John dal canto suo si è rimesso a scrivere, da solo o con altri, tirando anche fuori dai cassetti qualche vecchia canzone mai incisa (ed altre due di quelle con Auerbach), ed è riuscito finalmente a dare un seguito a Fair & Square: The Tree Of Forgiveness è un album altrettanto riuscito, con dieci canzoni di qualità eccelsa che ci fanno ritrovare il Prine classico, quello che sa essere divertente ed ironico ma anche profondo e toccante, con una voce che a differenza del fisico non ha risentito più di tanto del tempo trascorso, al punto che non sembra che siano passati tredici anni tra un disco e l’altro. Buona parte del merito va anche al produttore, cioè il ben noto Dave Cobb (ormai un maestro nel dosare i suoni in dischi di questo tipo), il quale ha circondato John di strumentazioni misurate, mai eccessive, in modo da far risaltare sempre e solo la canzone in sé stessa: i musicisti coinvolti sono un mix tra i “regulars” di Prine, come Jason Wilber e Pat McLaughlin e quelli di Cobb, come Mike Webb e Ken Blevins, oltre ad ospitare interventi sempre all’insegna della misura da parte di Brandi Carlile, di Jason Isbell e della consorte Amanda Shires. Poche note di Knocking On Your Screen Door e già ritroviamo il John Prine che più amiamo, una cristallina e cadenzata ballata di ispirazione country, con una melodia tipica del nostro ed un accompagnamento scintillante: miglior inizio non poteva esserci https://www.youtube.com/watch?v=vqb6qKRN8j4 . I Have Met My Love Today è un delizioso brano elettroacustico impreziosito dalla seconda voce della Carlile (che adora John Prine), dal motivo semplice e diretto ed il gruppo che accompagna con discrezione https://www.youtube.com/watch?v=FzKZXEIW4YQ , mentre Egg & Daughter Nite, Lincoln Nebraska 1967 (Crazy Bone), titolo mica male, è una di quelle canzoni per cui il nostro è famoso, una folk ballad con voce, chitarra e poco altro, humor a profusione ed un gusto melodico squisito.

Summer’s End è una tenue slow song nella tradizione di pezzi come Hello In There, dal ritornello splendido e toccante, Caravan Of Fools è più spoglia, due chitarre acustiche, basso e mellotron, ed un mood più drammatico e quasi western di grande intensità, mentre l’ironica Lonesome Friends Of Science è puro Prine, motivo folk, organo alle spalle e brano che si ascolta tutto d’un fiato. No Ordinary Blue è una di quelle filastrocche countryeggianti che John ha sempre scritto con grande facilità (con ben quattro chitarre, tra cui l’elettrica di Isbell), Boundless Love è splendida pur nella sua voluta semplicità, ma il nostro riesce sempre ad emozionare anche solo con la voce e poco altro, e qui è servito da una scrittura di prim’ordine e dalla bravura di Cobb nel calibrare i suoni. God Only Knows non è una cover del classico dei Beach Boys, bensì un pezzo che John aveva scritto negli anni settanta addirittura con Phil Spector e poi dimenticato, e direi che ha fatto molto bene a ripescarla in quanto si tratta di una grande canzone, che beneficia anche di una strumentazione più vigorosa del solito, con la ciliegina della presenza dei coniugi Isbell, Jason alla solista ed Amanda al violino e seconda voce: se non è la più bella del disco poco ci manca https://www.youtube.com/watch?v=4E39NOnCS1U . La scherzosa When I Get To Heaven, che alterna talkin’ ad un cantato pimpante, chiude in maniera positiva un lavoro davvero bellissimo https://www.youtube.com/watch?v=OaDGYFNmtyY , grazie al quale mi rendo conto di quanto mi mancasse uno come John Prine.

Marco Verdi

Non So Se Il Rock Sia Morto O Meno, Ma Di Certo Il Folk Sta Benissimo! Joe Purdy & Amber Rubarth – American Folk

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Joe Purdy & Amber Rubarth – American Folk Soundtrack – American Folk/Thirty Tigers CD

Il titolo del post è chiaramente ironico, il rock è vivo e vegeto, pur avendo vissuto giorni migliori in passato, nonostante qualcuno periodicamente si ostini a volergli fare il funerale; anche la musica folk in ogni caso non se la passa male, dato che negli ultimi anni si è notato un risveglio di interesse verso questo genere. Andando a memoria mi viene in mente il bel film dei fratelli Coen Inside Llewyn Davis del 2013 (e relativa colonna sonora), che celebrava i giorni del folk revival nel Village di New York, l’ottimo Shine A Light di due anni fa ad opera di Joe Henry e Billy Bragg, che giravano l’America in treno incidendo nelle varie stazioni diversi classici del songbook americano, ed il sontuoso tributo a Woody Guthrie Roll Columbia dello scorso anno, affidato perlopiù ad artisti semisconosciuti (senza dimenticare, a proposito di Woody, l’eccezionale cofanetto della Bear Family dedicato ai due storici concerti tributo del 1968 e 1970) http://discoclub.myblog.it/2017/12/09/torna-finalmente-il-padre-di-tutti-i-tributi-vv-aa-woody-guthrie-the-tribute-concerts/ .

Oggi invece vi voglio parlare del progetto American Folk (già il titolo è tutto un programma), un film indipendente scritto e diretto da David Heinz e che vede protagonisti i due songwriters Joe Purdy (già abbastanza noto, giovane ma con una bella serie di dischi alle spalle http://discoclub.myblog.it/2014/06/24/cantautore-nicchia-joe-purdy-eagle-rock-fire/ ) ed Amber Rubarth (che, sono sincero, non conoscevo): American Folk non è un documentario, ma un vero film recitato ed ambientato nel Settembre del 2001, e precisamente nel periodo degli attentati avvenuti il giorno 11, un lungometraggio che narra la storia di Elliott e Joni (Joe e Amber), due cantanti folk che, in viaggio aereo per New York da Los Angeles, vengono fatti atterrare poco dopo la partenza per questioni di sicurezza. I due si conoscono per caso e decidono, aiutati da un amico di lei, di proseguire il viaggio in auto, scoprendo via via di avere parecchie affinità. Un road movie che è anche un pretesto per omaggiare la musica folk popolare americana, attraverso l’interpretazione da parte dei due di una bella serie di classici, con l’aggiunta di quattro canzoni scritte per l’occasione. Ed il disco che fa da colonna sonora, intitolato anch’esso American Folk, è davvero bellissimo, un album di folk music interpretata in purezza, ma con grande rispetto ed un trasporto notevole, un lavoro che si ascolta con immenso piacere anche slegato dalle immagini di film. I due artisti si amalgamano alla perfezione, a volte cantano da soli altre in duetto, spesso si accompagnano con le sole chitarre (Amber anche al piano), e solo occasionalmente intervengono Matt DelVecchio al basso ed Adam Levy alla chitarra aggiunta.

E poi ci sono le canzoni, veri e propri evergreen della musica popolare americana (ma non solo), interpretate, ripeto, in maniera perfetta: qualcuno potrebbe dire che se sei bravo e hai a disposizione delle grandi canzoni non è difficile fare un bel disco, e forse è vero, ma alla fine quello che conta è che qui si passano tre quarti d’ora estremamente piacevoli. Non tutto è appannaggio di Joe ed Amber, ci sono anche due brani del passato che però si integrano benissimo, tanto da sembrare nuovi di zecca: la lenta e vibrante Some Humans Ain’t Human di John Prine, che pur essendo tratta da Fair And Square (l’ultimo album di canzoni originali del cantautore dell’Illinois, targato 2005) ha il sapore dei suoi primi dischi, ed una splendida fisarmonica sullo sfondo, ed una magistrale ripresa di Freight Train di Elizabeth Cotten ad opera di Jerry Garcia e David Grisman, presa dal loro disco del 1993 Not For Kids Only. Ma la parte centrale di American Folk è riservata ad alcuni tra i più noti traditionals del songbook americano, ripresi in maniera filologica ma non scolastica, in quanto sia Joe (che ha una voce perfetta, tra Prine e Dylan) che Amber ci mettono davvero l’anima, ed il feeling si può quasi toccare con mano: unico difetto, diversi pezzi sono appena accennati, ed altri finiscono dopo poco più di un minuto, ma alla fine va bene anche così, talmente unitario è il progetto.

Emblematica è la versione di Red River Valley, classico esempio di come si possa emozionare con solo due voci ed una chitarra, ma poi abbiamo anche una splendida Blackjack Davey, cantata all’unisono, l’altrettanto bella Swing Low, Sweet Chariot, dove c’è solo Amber (ed è troppo breve), due strumentali basati sulle melodie di Pretty Saro (per solo dobro) e della notissima Oh! Susanna, una vivace e spedita Hello Stranger (un classico della Carter Family), con il tamburello a scandire il ritmo, e due eccellenti riletture di Oh Shenandoah e Lonesome Valley, che purtroppo durano tra tutte e due poco più di un paio di minuti; c’è anche una cover di un pezzo contemporaneo, e cioè Moonlight, dello sfortunato songwriter Blaze Foley, che ha comunque una struttura folk che si incastra alla perfezione nel disco. Infine, i quattro brani originali: This Old Guitar, accennata all’inizio dal solo Joe e poi ripresa a due voci nel finale, un brano lento e meditato, dove anche le pause hanno la loro importanza, la scintillante Someone Singing With Me, puro folk, una grande canzone senza se e senza ma, con il piano ad impreziosire ulteriormente il suono, la gentile e limpida New York di Amber, che sembra uscita dal songbook di un qualsiasi artista del folk revival, e la conclusiva Townes, un sentito omaggio al grande Townes Van Zandt, dotata di una melodia cristallina e di un bellissimo ritornello.

Il 2018 si è aperto all’insegna del folk: dopo lo splendido Blood In The USA di Thom Chacon, ecco l’altrettanto valido American Folk. Entrambi da non perdere.

Marco Verdi

Un Buon Live, Anche Se Monco. John Prine – September 78

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John Prine – September 78 – Oh Boy CD

Questo CD non fa parte dei numerosi bootleg dal vivo tratti da trasmissioni radiofoniche e pubblicati in maniera semi-legale in Inghilterra (categoria di album che peraltro amo molto poco), ma è un disco ufficiale uscito qualche Record Store Day fa in vinile e stampato dall’etichetta di John Prine, la Oh Boy Records, ed ora immesso sul mercato su scala più larga in versione download digitale (e fisica). Si tratta di un concerto che il grande cantautore di Chicago tenne nel mese ed anno del titolo nella sua città natale, durante il tour in supporto di Bruised Orange. Si tratta di un periodo felice della carriera di Prine, nella quale John pubblicava dischi con una continuità e qualità da far invidia ai grandi, ma nonostante ciò è una fase per nulla documentata ufficialmente riguardo alle esibizioni dal vivo. September 78 ripara parzialmente alla mancanza (vedremo perché parzialmente), mostrandoci un Prine diverso da quello conosciuto, più elettrico e con una vera rock band alle spalle (formata da Johnny Burns alle chitarre, Howard Levy al piano, organo, mandolino e sassofono, Tommy Piekarski al basso ed Angelo Varias alla batteria): gli arrangiamenti dei brani assumono quindi tonalità diverse, pur mantenendo la struttura folk tipica dello stile del nostro, e lo stesso John suona spesso la chitarra elettrica, cosa impensabile oggi.

Un concerto molto interessante quindi, che tranne in un caso lascia da parte i classici per proporci canzoni meno note del songbook di Prine: c’è da dire, ed è l’unica pecca del CD, che sono presenti solo dieci canzoni per la miseria di 33 minuti scarsi, e se proprio non si voleva fare un doppio CD, lo spazio per almeno altrettante canzoni c’era eccome (e se andate a vedere le scalette dell’epoca, i pezzi famosi John li suonava); in più, la confezione è alquanto spartana, sul tipo dell’ultimo di John Mellencamp. Il dischetto inizia con la saltellante Often Is A Word I Seldom Use, dal ritmo sostenuto e gran lavoro di armonica di Levy, un ottimo esempio di folk-rock elettrificato. Angel From Montgomery è l’unico classico presente, e la veste elettrica e leggermente soul (grazie all’uso dell’organo) le dona nuovo vigore; Crooked Piece Of Time è dylaniana sia nella melodia che nell’arrangiamento vagamente sixties, mentre la corale I Had A Drream è decisamente diretta e piacevole, ancora con gran lavoro di organo e chitarre sempre pronte a graffiare. Try To Find Another Man è un pezzo dei Righteous Brothers, che qui assume toni tra country ed afterhours, con un notevole pianoforte e Prine che gigioneggia un pochino.

Pretty Good, preceduta dalle presentazioni, è un po’ tignosa e con una melodia ridotta all’osso, mentre Iron One Betty è un folk-rock tipico del nostro, una di quelle canzoni intrise di musicalità ed ironia che lo hanno reso celebre, ed anche qui non manca un fluido assolo di chitarra da parte di Burns. Splendida Please Don’t Bury Me, un country-rock ficcante ed orecchiabile, puro Prine al 100%, con il pubblico coinvolto in pieno, uno degli highlights del CD; chiudono il ruspante rockabilly Treat Me Nice, un brano poco noto di Elvis Presley (era sul lato B del singolo Jailhouse Rock) e la solida Sweet Revenge, in una versione decisamente rock ma che mantiene intatta la bellezza della canzone. Un dischetto da non perdere se siete fans di John Prine, anche se bisognava avere il braccino meno corto ed inserire diverse canzoni in più, dato che finisce quando uno comincia a prenderci gusto.

Marco Verdi

Eccone Un Altro Bravo, Questa Volta Dal Kentucky E Lo “Manda” Sturgill Simpson! Tyler Childers – Purgatory

tyler childers purgatory

Tyler Childers  Purgatory – Hickman Holler CD

Ecco un altro musicista di talento spuntato dal fittissimo sottobosco musicale Americano: per la verità Tyler Childers, proveniente da Louisa, Kentucky (un paesino di poco più di duemila anime che si fa fatica anche a trovare sulle cartine), ha già esordito nel 2011 con l’autodistribuito Bottles & Bibles, seguito da un paio di EP dal vivo, Live On Red Barn Radio Vol. I & II, ma possiamo tranquillamente considerare questo Purgatory come il suo debutto vero e proprio. Dotato di una voce molto dylaniana (il Dylan degli esordi), Childers suona un misto di country, folk appalachiano e musica cantautorale, oltre a scrivere buone canzoni: il suo territorio è lo stesso di altri musicisti veri, che fanno musica lontana dal suono tipico di Nashville e, quando vanno in classifica è per puro caso, gente che risponde al nome di Chris Stapleton, Jamey Johnson, Whitey Morgan, Colter Wall (che lo ha indicato come suo cantante preferito del momento) e Sturgill Simpson. Proprio Simpson, che è tra i più creativi tra quelli che ho citato, è il produttore di Purgatory, e questo ha fatto solo del bene alle già belle canzoni di Tyler, oltre ad aver facilitato la possibilità di suonarle con un gruppo di gente che sa il fatto suo (Russ Pahl e Michael Henderon alle chitarre, lo specialista Stuart Duncan al violino, grande protagonista del disco, Charlie Cushman al banjo, Michael Bub al basso e Miles Miller alla batteria).

E poi naturalmente c’è Childers con le sue canzoni che profumano di musica d’altri tempi, quando i dischi si compravano e non si scaricavano. I Swear (To God) è un gustoso honky-tonk dal sapore vintage, con il violino che swinga che è un piacere ed una ritmica spedita, una via di mezzo tra Wayne Hancock e Dale Watson. Feathered Indians è un’intensa ballata tra folk degli Appalachi e country, tempo sostenuto ma leggero, melodia fluida e feeling a profusione, con il violino ancora come strumento centrale; Tattoos inizia lenta e spoglia (voce, chitarra e fiddle), poi entra il resto del gruppo ed il brano acquista corpo senza perdere intensità, anzi. Born Again è molto bella (non che le precedenti non lo fossero), con il suo mood western, motivo discorsivo e diretto, arrangiamento tra sixties e seventies (si sente il lavoro di Simpson) e grande uso di steel, Whitehouse Road è leggermente più elettrica, ha un’andatura da outlaw song alla Waylon Jennings, ed anche in questa veste Tyler fa la sua bella figura, mentre Banded Clovis, dylaniana anche nella melodia oltre che nella voce, è una folk song purissima con il banjo a guidare le danze. Ed eccoci alla title track, un bluegrass dal ritmo forsennato ma con la batteria appena sfiorata (d’altronde il Kentucky è noto come “The Bluegrass State”), altro pezzo che suona come un traditional, brano che porta a Honky Tonk Flame, che invece ha un non so che di John Prine nella struttura melodica, sempre roba buona comunque; il CD si chiude con Universal Sound, molto più moderna nel suono del resto delle canzoni, una country song elettrica e mossa, ma decisamente riuscita e gradevole, e con la pura e folkie Lady May, solo Tyler voce e chitarra.

Bel disco, forse non tra quelli da avere a tutti i costi, ma sicuramente meritevole se vi piacciono i nomi citati qua e là nella recensione.

Marco Verdi

Un Disco Quasi Perfetto Per Un Artista Geniale. Dan Auerbach – Waiting On A Song

dan auerbach waiting on a song

Dan Auerbach – Waiting On A Song – Easy Eye Sound/Warner CD

Secondo album da solista, a ben otto anni di distanza dal precedente Keep It Hid, per Dan Auerbach, musicista di Akron, Ohio, noto per essere la metà “creativa” dei Black Keys. Auerbach è un tipo vulcanico, uno che non ama stare fermo: alla corposa discografia del duo formato da lui insieme a Patrick Carney dobbiamo infatti aggiungere i progetti collaterali dei Blakroc e, più recentemente, degli Arcs; non solo, ma Dan, un po’ come Joe Henry, ha da diversi anni affiancato alla carriera di musicista quella di produttore, e con nomi presenti nel suo personale carnet non proprio di poco conto, quali Dr. John, Pretenders, Grace Potter & The Nocturnals, Valerie June, Ray LaMontagne, Nikki Lane e Cage The Elephant. Se contiamo che negli ultimi anni ha anche girato il mondo sia con i Black Keys che con gli Arcs, stupisce che abbia trovato il tempo di mettere a punto un nuovo disco solista. Non solo ce l’ha fatta, ma Waiting On A Song è un lavoro splendido, un disco quasi perfetto, forse la cosa migliore mai fatta dal nostro: Dan aveva in testa un progetto ambizioso, cioè quello di collaborare con alcune delle migliori penne di Nashville (città nella quale risiede da qualche anno ed in cui ha aperto uno studio di registrazione ed una etichetta personale, la Easy Eye Sound) ed incidere un disco collaborando con musicisti da sogno.

Ed Auerbach ha preso le cose estremamente sul serio, scrivendo circa duecento canzoni, una cifra enorme dalla quale sarà stata durissimo “estrarre” i dieci pezzi pubblicati sul nuovo disco: in ben sette canzoni Dan ha addirittura incrociato la sua penna con quella del grande John Prine (anche se poi ne ha scelta una sola), uno che non è che sia solito scrivere per conto terzi, in altre con Pat McLaughlin, da anni collaboratore fisso proprio di Prine. Poi ha chiamato David Ferguson, cioè l’ingegnere del suono dei dischi incisi da Johnny Cash con Rick Rubin, per far sì che venisse riunita una superband; detto fatto: in Waiting On A Song troviamo i nomi di gente che a Nashville è un piccolo mito, come il chitarrista Russ Pahl, il dobroista Jerry Douglas, il bassista Dave Roe e soprattutto il pianista Bobby Wood ed il drummer Gene Chrisman, due musicisti entrambi sull’ottantina che erano di casa sui dischi di George Jones e Tammy Wynette. Se aggiungiamo due ospiti come il leggendario Duane Eddy in diversi brani e Mark Knopfler nel singolo trainante, possiamo affermare che Dan è senz’altro in ottima compagnia. Ma da soli tutti questi nomi non basterebbero se non ci fossero anche le canzoni, ed in questo album ce ne sono di stupende: la collaborazione con Prine e compagnia bella deve aver fatto bene a Dan, in quanto nei 32 minuti del disco non c’è un solo momento che non sia meno che ottimo, oltretutto con un suono davvero spettacolare: troviamo infatti in Waiting On A Song tutto il microcosmo di Auerbach, tra pop d’autore, country, soul, rock’n’roll, ballate anni sessanta e perfino funky, una miscela abbastanza diversa da quella del pur riuscito Keep It Hid (che manteneva più di un contatto con il suono dei Keys).

Un album bellissimo, che coniuga grandi canzoni, creatività a mille, un sound straordinario e melodie fruibili, un disco che una volta ascoltato nella sua interezza viene voglia di rimettere subito dall’inizio. E proprio l’inizio, la title track (che è anche il pezzo scritto con Prine) è una delle cose migliori, una pop song anni sessanta davvero splendida, un brano cristallino e scintillante, uno dei più belli, evocativi ed orecchiabili da me ascoltati ultimamente, con la ciliegina della chitarra twang di Eddy ed un feeling “spectoriano” che pervade la canzone. Malibu Man è uno squisito soul d’altri tempi, ritmato, potente e raffinato al tempo stesso, con sonorità degne del disco di due anni fa di Anderson East, mentre Livin’ In Sin è un irresistibile rockabilly alla Buddy Holly (con il vecchio Duane nel suo ambiente naturale), che dimostra la versatilità del nostro, che grazie all’ottimo stato di forma riesce a dare il meglio in ogni versione di sé stesso. Shine On Me è già un tormentone radiofonico, un pop’n’roll immediato e decisamente gradevole, con Knopfler che accompagna da par suo, un pezzo che nelle mani di Jeff Lynne sarebbe diventato una autenticoa “Wilbury tune”: il classico singolo perfetto. La maestosa King Of A One Horse Town è un pop alla Paul McCartney anni settanta, con tanto di orchestrazione e bellissimo ritornello, altro pezzo di gran classe e dalla scrittura sopraffina, Never In My Wildest Dreams è un saltellante brano delicatamente country, godibile dal primo all’ultimo accordo, anch’esso con un marcato feeling seventies, e nella stessa decade (in questo CD più in là col tempo non si va) restiamo anche per la tonica Cherrybomb, un gustoso errebi-funky degno della colonna sonora di Shaft, con un intervento di Eddy che non suona affatto fuori contesto. Stand By My Girl è ancora un rock’n’soul di ottimo livello, solito suono grandioso ed un leggero feeling alla George Harrison, ed in territori soul rimaniamo anche con la dirompente Undertow, orchestrata e di grande impatto, intrisa fino al midollo di  Philly Sound, mentre la chiusura del CD è affidata a Show Me, un vintage pop puro e diretto.

Un disco sorprendente, non perché considerassi Dan Auerbach poco capace, ma sinceramente non lo pensavo a questi livelli di eccellenza: fin da ora, almeno per me, tra i dischi dell’anno.

Marco Verdi

Tanto Per Gradire, Un Altro Bel Tributo, Anche Da Parte Dei Nomi Meno “Sicuri”. Gentle Giants: The Songs Of Don Williams

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Various Artists – Gentle Giants: The Songs Of Don Williams – Slate Creek CD

Don Williams, cantautore texano in attività come solista dal 1971 (ma precedentemente membro dei Pozo-Seco Singers), è stato sempre considerato un personaggio di secondo piano, anche se nella sua lunga carriera i successi non sono certo mancati. Depositario di uno stile pacato e raffinato decisamente in contrasto con il suo imponente aspetto fisico (da cui il soprannome The Gentle Giant, niente a che vedere dunque con il gruppo prog britannico), Williams viene spesso dimenticato quando vengono stilate le classifiche dei grandi della country music, anche se lui c’è sempre stato, ha sempre fatto la sua musica senza rompere le scatole a nessuno, e si è ritagliato uno zoccolo duro di fans che non lo ha mai abbandonato: proprio lo scorso anno, su queste pagine virtuali, ho recensito il suo ultimo lavoro, un album dal vivo intitolato Don Williams In Ireland, nel quale il vecchio texano passava in rassegna con il suo tipico approccio tranquillo il meglio del suo repertorio http://discoclub.myblog.it/2016/06/18/bella-opportunita-chi-lo-conoscesse-don-williams-ireland-the-gentle-giant-concert/ . Ora Don viene finalmente omaggiato da una bella schiera di colleghi, in questo ottimo Gentle Giants: The Songs Of Don Williams, un tributo fatto con grande amore e rispetto e pubblicato in collaborazione con la nota associazione benefica MusiCares (proprio quella che ogni anno omaggia un big della musica con un grande concerto-tributo, quest’anno è toccato a Tom Petty), che si occupa di fornire assistenza sanitaria gratuita ai musicisti che hanno bisogno di cure e non possono pagarsele da soli (non avendo tutti il conto in banca di un Paul McCartney o di un Bruce Springsteen).

Un gran bel dischetto quindi, con interpretazioni molto rispettose degli originali, con dentro veri e propri fuoriclasse, qualche outsider e perfino due-tre nomi che di solito sono da evitare come la peste, ma che qui si dimenticano di essere delle superstars e fanno semplicemente i musicisti. Williams è anche un cantautore molto particolare, nel senso che non è che nel corso della propria carriera le sue canzoni le abbia scritte proprio tutte lui, anzi di quelle più note forse neppure una, ragione per la quale degli undici brani scelti per questo tributo nessuno porta la firma di Don. Il disco è prodotto, tranne in qualche caso, da Gary Fundis, ed oltre agli artisti coinvolti troviamo in session davvero tanti nomi molto noti, come Colin Linden (songwriter canadese e membro dei Blackie & The Rodeo Kings), Glenn Worf, Mickey Raphael, Fred Eltringham, Bryan Sutton, Sam Bush, Jerry Douglas, Dan Dugmore e Lee Roy Parnell, altro ottimo chitarrista e musicista per suo conto. Si parte molto bene con la famosa Tulsa Time, brano scritto da Danny Flowers e noto maggiormente nella versione di Eric Clapton: qui troviamo riunite per l’occasione le Pistol Annies (Miranda Lambert, Ashley Monroe ed Angaleena Presley) in una splendida rilettura country-rock piena di ritmo, grinta e passione ed un mood coinvolgente e molto texano, un inizio scintillante. La brava Brandy Clark ci regala una I Believe In You molto ben fatta, una ballata suonata in modo classico e dal motivo decisamente melodico, una versione di classe; quando ho letto che nel disco c’erano anche i solitamente pessimi Lady Antebellum ho pensato “ma che ca…spiterina c’entrano?”, ma il trio country-pop fortunatamente si contiene e rilascia una We’ve Got A Good Fire Goin’ di buon livello, cantata bene e suonata con gli strumenti giusti, con un leggero accompagnamento d’archi che non guasta, mentre Dierks Bentley, che quando vuole è bravo, convince con un bel arrangiamento elettroacustico della vivace honky-tonk song Some Broken Hearts Never Mend (e poi la voce c’è).

A proposito di grandi voci, ecco l’ottimo Chris Stapleton, in compagnia della moglie Morgane, alle prese con la celebre Amanda (brano di Bob McDill e portato al successo anche da Waylon Jennings), in una intensissima rilettura dal vivo, con pochi strumenti ma tanto pathos, e voce di Chris davvero strepitosa. Sempre parlando di ugole d’oro, ecco Alison Krauss con una dolce e toccante Till The Rivers All Run Dry, bellissimo slow pianistico che avrebbe ben figurato anche nell’ultimo album della bionda cantante e violinista; splendida Love Is On A Roll, squisita country ballad scritta nel 1983 da John Prine e Roger Cook appositamente per Williams, che qui viene riproposta in duetto proprio dai due autori: Prine mostra di essere in grande forma, facendomi sperare in un suo nuovo disco di brani originali al più presto. La coppia formata da Jason Isbell ed Amanda Shires (anche nella vita) ci delizia con una cristallina If I Needed You, prodotta da Dave Cobb (e ci mancava…); Trisha Yearwood, un’altra che non sempre è garanzia di qualità, ci dona invece una Maggie’s Dream molto misurata e di buona intensità (e la voce non si discute), mentre il bravissimo Keb’ Mo’ dimentica per un momento di essere un bluesman e con la saltellante e solare Lord I Hope This Day Is Good ci regala una delle migliori performance del disco, in puro country style. Quando ho letto che l’album era chiuso da Garth Brooks,  il re indiscusso del country commerciale (e marito della Yearwood), ho avuto paura, ma fortunatamente Garth non è uno stupido e sa quando è il momento di fare musica seriamente, e la sua Good Ole Boys Like Me, pianistica e vibrante, è di ottimo livello.

Un plauso agli artisti coinvolti ed alla MusiCares per questo sentito omaggio all’arte di Don Williams, un disco che mi sento di consigliare senza remore, anche perché il ricavato verrà speso per una buona causa.

Marco Verdi

Un Gradito Ritorno Alle Loro Atmosfere Più Consone. Zac Brown Band – Welcome Home

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Zac Brown Band – Welcome Home – Southern Ground/Elektra CD

L’ultimo album della Zac Brown Band, Jekyll + Hyde (2015), pur avendo venduto molto, ha rappresentato una grande delusione per parecchi fans della prima ora del gruppo, in quanto, accanto alla consueta miscela di rock, country e musica del Sud, trovavano spazio anche i generi più disparati come pop, hard rock (con la presenza anche di Chris Cornell, a proposito R.I.P. Chris, non eri la mia “cup of tea”, ma la tua scomparsa non mi ha lasciato indifferente), reggae ed addirittura musica dance elettronica: un pasticcio stilistico che aveva fatto temere ai più che, in nome della fama e delle vendite, avessimo perso per strada un altro musicista di talento. Zac deve però essersi ravveduto, in quanto questo suo nuovo disco, dal rassicurante titolo di Welcome Home (ed anche la copertina fa pensare al meglio) è un vero e proprio ritorno alle sonorità grazie alle quali il nostro si è creato un nome, un country-rock dal sapore sudista, con accenni di soul e gospel, e che ci aveva portato dischi molto belli come The Foundation, You Get What You Give ed il live Pass The Jar, oltre alla raccolta di successi http://discoclub.myblog.it/2014/12/14/country-zac-brown-band-greatest-hits-so-far/

Intanto alla produzione troviamo l’uomo del momento, cioè Dave Cobb, uno che sta facendo passare come un fannullone anche Joe Bonamassa, che riporta Brown e soci nel giusto alveo, con sonorità magari un filo più “rotonde” e radio friendly, ma senza l’uso di computer, sintetizzatori, drum machines e diavolerie varie, e dando un sapore leggermente più country del solito, anche se stiamo parlando di un country robusto e suonato con il piglio da rock band da Zac e compagni, gli inseparabili Coy Bowles, Clay Cook, Daniel De Los Reyes, Matt Mangano, Jimmy De Martini, Chris Fryar e John Driskell Hopkins, che creano un vero e proprio muro del suono perfetto per le canzoni del leader, che in questo disco tornano ad essere ai livelli dei dischi citati sopra, e superiori quindi anche a quelle del discreto, ma non imprescindibile, Uncaged. Già l’iniziale Roots promette bene: introdotta da uno splendido pianoforte, vede poi l’entrata prepotente della sezione ritmica subito seguita dalla voce di Zac che intona un motivo molto interessante, con un crescendo elettrico e potente che trasforma il brano in una luccicante e tonica rock ballad. Real Thing è un’ottima rock song corale e dalla strumentazione molto ricca ma non ridondante (Cobb sa il fatto suo), con uno spirito soul che aleggia qua e là, spirito che si fa più concreto nella fluida Long Haul, altra canzone piena di suoni “giusti”, cantata benissimo e con una melodia decisamente vincente, un’altra conferma del fatto che la vera Zac Brown Band è tornata tra noi.

La tenue Two Places At One Time è più country, quasi bucolica, un brano vibrante che cresce ascolto dopo ascolto fino a diventare uno dei migliori, Family Table è sudista al 100%, sembra un incrocio tra la Charile Daniels Band e la Marshall Tucker Band più country, un pezzo terso e godibile, mentre My Old Man è un delicato e toccante bozzetto acustico che Zac ha dedicato a suo padre. Start Over è diversa, almeno per lo stile dei nostri, in quanto è una vera e propria Mexican song con un tocco anni sessanta, un brano molto carino che però ricorda più i Mavericks che la ZBB; la bella Your Majesty è caratterizzata da un’altra melodia diretta e vincente, un potenziale singolo, mentre Trying To Drive, ancora molto southern e suonata alla grande (e con la seconda voce femminile di Aslyn Mitchell, che è anche co-autrice del pezzo), va messa anch’essa tra le più riuscite, ed è perfetta per essere rifatta dal vivo (ed infatti era già presente su Pass The Jar, ma la versione in studio mancava all’appello). Il CD si conclude con l’unica cover, All The Best, uno splendido brano di John Prine (era sul bellissimo The Missing Years del 1991, uno dei migliori album del baffuto cantautore), riletto in maniera rispettosa ma personale allo stesso tempo, con l’aiuto della doppia voce di Kacey Musgraves.

Un bel disco, che ci fa ritrovare un gruppo che, personalmente, avevo dato in grave crisi creativa, se non proprio per perso.

Marco Verdi