Uno Degli Ultimi “Fuorilegge”… Scott McClatchy – Six Of One

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Scott McClatchy – Six Of One – Lightning In A Bottle Records

Eccone un altro che dall’inizio dell’avventura di questo Blog colpevolmente non abbiamo mai censito. Stiamo parlando di Scott McClatchy, rocker di Philadelphia che inizialmente ha fatto per un certo periodo il band leader nel gruppo degli Stand, per poi trasferirsi a New York inventandosi una carriera come chitarrista, fatto che lo ha messo in contatto con alcuni musicisti della grande mela, come Scott Kempner (Del Lords), Dion e Willie Nile. Il suo esordio da solista avviene con il positivo Blue Moon Revisited , con uno stile che accomuna rock , folk e spruzzate di country, con John Fogerty e Bruce Springsteen nel cuore, seguito da Redemption (02) che è ancora meglio, un disco dal suono brillante tra acustico e elettrico, suonato in modo splendido da alcuni musicisti di rilievo tra i quali i citati Scott Kempner e Willie Nile (con una stratosferica versione di The Weight della Band). Con Burn This (06) il livello non scende di un centimetro dai due lavori precedenti, un suono come al solito specificamente roots, con le immancabili “street songs” e la preziosa cover che rimanda ancora a Springsteen, con una torrenziale No Surrender, per poi arrivare al seguente A Dark Rage (10) dove McClatchy si innamora dei gruppi irlandesi e mischia il suo rock con i suoni folk, album dove si trovano una poco nota Sally MacLelanne dello “sdentato” Shane MacGowan dei Pogues e una American Land del Boss in una versione da Temple Bar di Dublino.

A dieci anni di distanza dal precedente (ha avuto gravi motivi di salute, infatti gli è stato diagnosticato un cancro), ritorna a farsi sentire con questo nuovo Six Of One, composto da una dozzina di canzoni “democraticamente” suddivise in sei brani originali e in sei immancabili cover d’autore (Graham Parker, Stephen Stills, Steve Forbert, Robbie Robertson, Butch Walker e Ben Nichols dei Lucero), suonate al meglio con il contributo di ospiti quali Eric Ambel e Scott Kempner ( in pratica ha riunito i Del Lords), e Tommy Womack. Si capisce immediatamente il suono dall’iniziale Rock & Roll Romeo, un brano rock corale esuberante degno del miglior Southside Johnny, per poi andare a recuperare un piccolo classico di Tony Johnson Midnight In Memphis (segnalo una versione di Bette Midler nel film musicale The Rose), che viene riproposta al meglio con largo uso di fiati e cori del periodo, mentre la seguente Wedding Day Dance mischia folk e country in modo brillante (unica pecca nel ritornello assomiglia un po’ troppo a Blowin’ in The Wind di Dylan), e ancora andare a rispolverare dal secondo album di Graham Parker una Heat Treatment che viene riletta pari pari all’originale, dove, come allora, è impossibile non muovere il piedino.

Si riparte con una dolce Break Even, una nuova composizione voce e chitarra che dà la misura della bravura di McClatchy, seguita da una intrigante variante di Judy Blue Eyes di Crosby, Stills & Nash, che diventa Suite Laura Blue Eyes, rivoltata come un calzino e divisa in due parti, parte come folk acustico e termina come rock elettrico (geniale). Un omaggio anche per un grande autore come Ben Nichols dei Lucero, con una sontuosa versione di Smoke (la trovate su 1372 Overton Park (09), per poi arrivare ad una Ophelia, che non ha bisogno di presentazioni, uno dei più grandi successi della Band, molto simile all’originale e come sempre suonata con grande feeling dai musicisti, a supporto della voce di Scott. Ci si avvia alla fine del lavoro con il rock urbano di Prayers, con un violino che impazza nella parte finale https://www.youtube.com/watch?v=XJBX7x3jnws , a cui segue il suono “garage” di una sorprendente Summer Of ‘89 recuperata dall’album The Spade (11) del poco conosciuto Butch Walker, e il sano rock’n’roll alla Little Steven di una infuocata Roving Eye, e andare a chiudere con una bellissima Grand Central Station di Steve Forbert (recuperatela su Alive On Arrival (78)), una grande “ballad” eseguita con chitarra, armonica, e voce da Scott, che spazia su un tessuto melodico immediato.

Dopo vari ascolti, questo Six Of One può essere defnito il “Santo Graal” per gente che oltre a Bruce Springsteen ha sugli scaffali CD di Southside Johnny, Little Steven, Willie Nile (già citati), e aggiungerei anche Joe Grushecky, Scott Kempner, Nils Lofgren e altri, e per un “tipo” che in una ventina d’anni abbondanti di carriera ha sfornato solamente 5 dischi, non è certamente un demerito. Come è certo che i dischi di Scott McClatchy non cambieranno la vita di nessuno, ammesso che si riescano a recuperare, sarebbe riduttivo e ingeneroso non dargli la possibilità di almeno un ascolto, in quanto tutta la sua produzione, che spazia tra rock, folk, country, e irish-sound, ha un suono elettricoacustico decisamente ben impostato, che per chi scrive non ha niente da invidiare a tanti sopravvalutati “rockers”. Provare per credere!

Tino Montanari

Altro Che Country, Questo E’ Rock’n’Roll Coi Fiocchi E Controfiocchi! Will Hoge – Tiny Little Movies

will hoge tiny little movies

Will Hoge – Tiny Little Movies – EDLO/Thirty Tigers CD

Will Hoge, originario del Tennessee ed allenatore di baseball mancato, è un countryman dal pelo duro che ridendo e scherzando ha già superato i vent’anni di carriera, gran parte dei quali trascorsi come artista indipendente (tranne un album del 2003 pubblicato dalla Atlantic ed un periodo di cinque anni in cui ha inciso per la Rykodisc), ma che negli ultimi tempi è distribuito dalla Thirty Tigers, tra le migliori indie labels oggi in America. Il suo nuovo album, che segue di tre anni Anchors https://discoclub.myblog.it/2017/08/22/da-nashville-tennessee-un-bravissimo-rock-troubadour-americano-will-hoge-anchors/ , si intitola Tiny Little Movies, ed è un lavoro particolare e diverso da tutto ciò che il nostro ha pubblicato in precedenza. Se infatti i dischi incisi in passato da Will, pur avendo un sound robusto e molto poco nashvilliano, erano comunque chiaramente di matrice country, con Tiny Little Movies Hoge ha voluto fare un vero e proprio rock’n’roll record. Il nostro infatti ha affittato per quattro giorni una sala prove a East Nashville e si è portato una band ristretta ma tostissima, composta dal chitarrista Thom Donovan e dalla sezione ritmica formata da Christopher Griffiths al basso e dal batterista Allen Jones, ed insieme hanno messo su nastro le undici canzoni che compongono il disco, undici brani di puro rock’n’roll chitarristico suonato in presa diretta e senza troppi fronzoli, dando poi da mixare il tutto a Matt Ross-Spang, noto per aver collaborato con Jason Isbell e Margo Price.

Due chitarre, basso, batteria e null’altro (se non per qualche sovrincisione di piano ed organo), un album rock al 100% in cui il nostro dimentica momentaneamente l’influenza di Buck Owens per palesare il suo amore per Rolling Stones e Bob Seger. Ma solo la grinta ed il suono non basterebbero se non ci fossero anche le canzoni, ed in Tiny Little Movies ce ne sono di notevoli, anche se la cosa non mi stupisce più di tanto perché Hoge è sempre stato un valido songwriter, tuttalpiù non me lo aspettavo così a suo agio nei panni del rocker. L’iniziale Midway Motel è un po’ il manifesto del suono dell’album, una rock’n’roll song bella e limpida, con le chitarre in primo piano, la sezione ritmica che picchia duro e Will che intona con voce arrochita un motivo di quelli che ti prendono subito, concedendosi anche un breve assolo di armonica: gran bella canzone, miglior avvio non ci poteva essere. The Overthrow vede il ritmo pompare di brutto per un pezzo decisamente aggressivo ed elettrico, oserei dire quasi punk, ma con l’approccio da vera rock’n’roll band per un pezzo trascinante e godurioso dal punto di vista chitarristico; Maybe This Is Ok è più tranquilla, con un inizio attendista quasi per sola voce e batteria, poi entrano di soppiatto gli altri strumenti e la temperatura sale di brutto nel refrain con le chitarre che si prendono il centro della scena.

La pessimistica Even The River Runs Out Of This Town abbassa i toni e vede il nostro nelle vesti del songwriter per un brano dallo sviluppo melodico toccante e dal sound in gran parte acustico, anche se non manca il solito intermezzo elettrico; in My Worst spunta un piano wurlitzer a dare un sapore sudista al pezzo, una sontuosa rock ballad dal ritmo cadenzato e splendide chitarre, nobilitata da un coro femminile che ci porta ancora di più all’interno dei Muscle Shoals Studios, almeno idealmente: grande canzone. La potente That’s How You Lose Her è ancora puro rock’n’roll, chitarre al vento ed ennesimo motivo vincente, Con Man Blues è persino più adrenalinica e dura come suono ma meno incisiva dal punto di vista dello script (e qui Will, non sto scherzando, canta che sembra Ozzy Osbourne https://www.youtube.com/watch?v=iWGJMuFyEVY ), ma con Is This All That You Wanted Me For l’album torna dalla parte giusta, con un’altra ballata dal suono caldo e con organo, piano e chitarre a dare un mood tipico da rock band anni settanta. Il CD, una piacevole sorpresa, si chiude con la lenta The Likes Of You, intensa e crepuscolare, la bella The Curse, altra rock song tersa e solare che sembra uscita dalla penna di Tom Petty, e lo slow All The Pretty Horses, un brano ricco di pathos che vede spuntare dal nulla ma abbastanza chiaramente l’influenza di The Band.

Sono tempi difficili, e scariche elettriche come quelle che ci può dare un disco come Tiny Little Movies non saranno utili a risolvere i problemi ma possono indubbiamente contribuire a farci stare un po’ meglio.

Marco Verdi

 

 

Un Country-Rocker Coi Baffi (E Barba)! Jack Grelle – If Not Forever

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Jack Grelle – If Not Forever – Jack Grelle Music CD

Anche se la lunga barba da hipster e la presenza fisica potrebbero far pensare ad un musicista rock alternativo, Jack Grelle è in realtà un convinto esponente del genere Americana, con in più un tocco sudista dato che viene da St. Louis nel Missouri. Grelle non è un esordiente, ma ha all’attivo già tre album, l’ultimo dei quali (Got Dressed Up To Be Let Down) risale a ben quattro anni fa: If Not Forever in realtà era già pronto nel 2018, ma Jack non si sentiva sicuro di pubblicarlo allora e ha voluto tornarci sopra per apportare alcune modifiche, ed ora finalmente possiamo ascoltare il risultato finale, una godibile e stimolante miscela di country, folk e rock’n’roll suonata in maniera diretta e coinvolgente (purtroppo non sono in possesso dei nomi dei musicisti coinvolti), e prodotto in maniera asciutta dall’amico e conterraneo Cooper Crain, leader della band psichedelica Cave. If Not Forever è davvero un bel disco di country-rock fatto alla maniera sudista, con il nostro che dichiara influenze che vanno dai Creedence Clearwater Revival a Doug Sahm, ma che a mio giudizio comprendono anche gli Outlaw Country texani ed i Rolling Stones.

L’album era annunciato come il lavoro più introspettivo tra quelli pubblicati finora da Grelle, ma forse ci si riferiva ai testi dato che dal punto di vista musicale pur non mancando le ballate stiamo decisamente dalla parte del country più elettrico e ruspante, spesso ai confini con il rock’n’roll e con un alone di southern soul che aleggia in tutto il lavoro. Loss Of Repetition fa iniziare l’album in maniera deliziosa, con un incantevole country song elettrica e chitarristica dal ritmo sostenuto (la batteria picchia che è un piacere), nobilitata da un motivo di quelli che ti prendono subito: davvero un ottimo avvio. I Apologize abbassa i toni, in quanto si tratta di una folk song costruita intorno alla voce e chitarra acustica, con l’aggiunta di una sezione fiati usata in maniera decisamente originale (all’inizio mi sembrava una steel guitar), e la canzone è bella anche se breve; Mess Of Love è una irresistibile fusione tra country e rock, con un background sonoro che rivela in modo abbastanza palese l’influenza dei Creedence, con chitarre in primo piano e tempo cadenzato, mentre It Ain’t Workin’ è un altro acquarello acustico, puro folk suonato e cantato in maniera intima ma con un feeling innegabile ed un quartetto d’archi ad accrescere il pathos.

La vibrante Space And Time ha un attacco stonesiano ed un prosieguo elettrico e grintoso, un brano che dimostra l’assoluta disinvoltura del nostro nel passare dal puro cantautorato alla rock’n’roll song più trascinante: gli ultimi due minuti di canzone offrono una coda strumentale imperdibile, con ben tre chitarre a scambiarsi i licks. Good Enough For Now è sempre introdotta dalla chitarra elettrica, ma è una classica slow song di sapore country con elementi sudisti ed una melodia molto lineare e distesa, Out Where The Buses Don’t Run ha un attacco degno di John Fogerty ed uno sviluppo in puro stile country-boogie con tanto di armonica bluesy, To Be That Someone riporta il CD su lidi folk cantautorali per un brano puro e limpido. L’album termina con Same Mistakes, altra rock’n’roll song coinvolgente e sanguigna che vi farà battere mani, piedi e quant’altro, e con No Time, No Storm, chiusura intimista per voce, chitarra (elettrica) ed un french horn che fa molto The Band (cioè il più sudista tra i gruppi canadesi del passato).

Spero vivamente che If Not Forever apra qualche nuova porta al bravo Jack Grelle: per esempio mi piacerebbe un giorno vederlo prodotto da Dave Cobb o Dan Auerbach.

Marco Verdi

 

Proseguiamo Con I Dischi Fantasma, In Questo Caso Solo Vinile E Download: Anche Senza Tartarughe Che Lo Calpestano…Un Signor Musicista! Dave Simonett – Red Tail

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Dave Simonett – Red Tail – Dancing Eagle/Thirty Tigers LP e Download

Dave Simonett, come saprete, è il leader dei Trampled By Turtles, gruppo country-folk-grass-americana di Duluth, Minnesota (ho già sentito questa città…), una delle band più popolari del genere insieme a Old Crow Medicine Show ed Avett Brothers. Ma Dave è anche l’uomo dietro al moniker Dead Man Winter, che lui stesso ha definito “il mio progetto rock’n’roll” e titolare di due album il secondo dei quali, Furnace, è del 2017. Invece i TBT sono fermi al 2018, cioè all’ottimo Life Is Good On The Open Road, e così Simonett ha pensato che i tempi erano maturi per dare alle stampe il suo primo lavoro da solista. In realtà Red Tail, questo il titolo del LP, è nato un po’ per caso, in quanto Dave si è ritrovato in uno studio insieme a pochi fidati musicisti (non conosco i nomi essendo in possesso di un advance CD *NDB Che però come formato fisico non esiste, c’è solo il vinile) per registrare delle canzoni da lui scritte senza avere in testa un progetto in particolare: dopo aver ultimato otto pezzi, Dave ha considerato che lo stile intimista e cantautorale che li contraddistingueva non era adatto né ai TBT e neppure ai DMW, e solo in quel momento ha deciso di uscire con il suo nome in copertina.

Red Tail è dunque un bellissimo album in cui il nostro ci consegna una manciata di pezzi perlopiù lenti, una serie di ballate classiche sfiorate dal country e dal folk, decisamente adatte ad un ascolto autunnale, dove non c’è spazio per improvvisazioni dal vivo in torride jam come succede nei concerti dei Turtles. Poi però, essendo Simonett il principale songwriter in entrambe le configurazioni, è chiaro che qualche elemento in comune qua e là si sente, anche se qui c’è una maggiore attenzione alla profondità delle melodie e meno alle performance strumentali. L’album si apre in maniera splendida ed evocativa: Revoked è infatti una ballatona sognante ed eterea ma con un motivo ben definito ed un’atmosfera western (l’attacco strumentale può ricordare alla lontana Knockin’ On Heaven’s Door) con ottimo uso di steel e pianoforte, un brano coi fiocchi che fa sì che Red Tail inizi nel migliore dei modi. Pisces, Queen Of Hearts ha un ottimo intro strumentale per chitarra acustica e steel, poi arriva Dave ad intonare una deliziosa e toccante melodia di stampo country che ricorda da vicino le cose migliori di John Prine, ed è seguita dalla breve Silhouette, irresistibile country song di stampo classico, anni settanta https://www.youtube.com/watch?v=fdCNN8xfEd8 , e motivo davvero coinvolgente (chi ha detto Gene Clark?).

By The Light Of The Moon è un piccolo e squisito bozzetto elettroacustico, caratterizzato ancora da un motivo semplice e diretto, che precede la lunga In The Western Wind And The Sunrise, superba ballatona pianistica dal mood autunnale ma con un’intensità da brividi per tutti i suoi sei minuti. It Comes And Goes, pura, cristallina e con un sapore da western song alla Glen Campbell (merito di una leggera orchestrazione), precede le conclusive You Belong Right Here, eccellente ballata country-rock ancora con Prine in mente (la più elettrica del disco), e la pianistica e corale There’s A Lifeline Deep In The Night Sky, altro splendido brano che coniuga la lezione di The Band con una notevole sensibilità gospel https://www.youtube.com/watch?v=ne7IbfHvjAM . Un piccolo grande “dischetto” questo Red Tail (appena 33 minuti, ma decisamente intensi): in qualunque veste si presenti a noi, Dave Simonett si conferma un musicista di primo piano.

Marco Verdi

Non Occorre Essere Americani Per Fare (Ottima) Musica Americana! The Blue Highways – Long Way To The Ground

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The Blue Highways – Long Way To The Ground – The Blue Highways CD

Nel panorama musicale mondiale ci sono casi di gruppi che, pur non essendo americani, suonano al 100% come se provenissero dagli Stati Uniti: in Italia per esempio abbiamo i casi di Cheap Wine, Lowlands e Mandolin Brothers, tanto per citare tre nomi vicini ai gusti di questo blog. Ovviamente una delle nazioni che guarda di più all’America è la Gran Bretagna, e tra le ultime proposte in tal senso mi ha colpito molto l’album di debutto dei Blue Highways, giovane rock band londinese (da non confondersi con i quasi omonimi Blue Highway, gruppo bluegrass quello sì americano, attivo dagli anni novanta). I BH sono una rock’n’roll band molto classica, due chitarre-basso-batteria, con influenze che vanno da Bruce Springsteen a Tom Petty, ma con un occhio di riguardo anche per un certo tipo di soul-rock sudista; il gruppo è composto da tre fratelli: Callum Lury, voce solista e chitarra ritmica (ma anche pianoforte, e suonato molto bene), Jack Lury, chitarra solista, e Theo Lury alla batteria, e sono completati dal bassista Pete Dixon.

Il quartetto lo scorso anno ha pubblicato un EP di quattro brani, che viene riproposto ora con l’aggiunta di sei canzoni nuove di zecca in questo ottimo e sorprendente album d’esordio intitolato Long Way To The Ground, un disco che, pur essendo autoprodotto, ha un suono pulito e professionale, e mostra un gruppo con le idee chiarissime: puro rock’n’roll, tante chitarre ma anche una serie di ballate elettriche e profonde, con un songwriting di alto livello che uno non si aspetterebbe di trovare in un’opera prima da parte di un combo di giovanotti. Pur avendo ben chiare e presenti le influenze citate poc’anzi l’album non suona per nulla derivativo ed il suono, già forte e nitido di suo, è ulteriormente arricchito qua e là dall’uso di una sezione fiati o di una steel guitar: dieci canzoni per meno di 37 minuti di musica, la durata perfetta per un disco come questo. Il CD si apre con il brano più lungo: Teardrops In A Storm è una suggestiva ballata pianistica con la steel in sottofondo ed il gruppo che entra in maniera potente dopo un minuto circa (ed i fiati sono usati in un modo che mi ricorda The Band), avvolgendo in maniera solida la voce arrochita ed espressiva di Callum (che qualcuno ha paragonato a Joe Cocker, anche se il cantante di Sheffield aveva un “growl” più pronunciato).

Una chitarra ruspante introduce la bella Blood Off Your Hands, un brano cadenzato che sembra quasi provenire dal songbook di una band del sud degli Stati Uniti, con un motivo diretto, un suono spettacolare e la voce del leader che dona un sapore soul. Thin Air è decisamente influenzata dal Boss, una ballata tersa e chitarristica che si apre a poco a poco fino a diventare una rock’n’roll song pulita ed immediata, tra le più coinvolgenti del CD: altro che Londra, qui sembra di essere su una lunga autostrada americana, di quelle ad orizzonti perduti https://www.youtube.com/watch?v=lnEGsABCWZo . Decisamente trascinante anche He Worked, un rock-got-soul dal ritmo sostenuto e con le chitarre che riffano alla grande insieme ai fiati, il tutto condito da un refrain irresistibile (e qui vedo tracce di Little Steven & The Disciples Of Soul); la title track ha il passo lento e quasi marziale, ma le chitarre non fanno mancare il loro apporto e nel ritornello si uniscono ancora pianoforte e fiati, con Callum che intona un motivo di notevole forza espressiva con la sua voce stentorea. Cover Me non è quella di Bruce ma bensì uno slow guidato dal piano e da una linea melodica intensa, con la solista che si fa largo gradualmente e la sezione ritmica che dalla seconda strofa entra prepotentemente portando il brano fino alla fine in deciso crescendo.

Matter Of Love è ancora puro rock’n’roll chitarristico e travolgente, con un refrain vincente ed il piano che “roybittaneggia”. Berwick Street vede ancora i nostri spostarsi idealmente al sud (ma non dell’Inghilterra), per una potente ballata elettroacustica dalla strumentazione coinvolgente e con un ottimo assolo di Jack; il CD si chiude con Borderline, un vivace pezzo che introduce elementi country nel suono (diventando una sorta di bluegrass elettrico, ancora con piano e chitarra a fare la differenza), e con Have You Seen My Baby (Randy Newman non c’entra), una vera e propria country ballad con tanto di steel che miagola languida sullo sfondo e l’ennesimo motivo orecchiabile.

Davvero un bell’esordio questo Long Way To The Ground: i Blue Highways sono indubbiamente il gruppo inglese più “americano” da me ascoltato negli ultimi mesi.

Marco Verdi

*NDB Come al solito il grosso problema è la reperibilità: il CD viene venduto sul loro sito, ma pare venga spedito solo nel Regno Unito e in USA (aggiornamento del 17/4/2020, si può acquistare anche dall’Italia e dalla Spagna).

 

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Non E’ Un Brutto Disco, Ma Nemmeno Bello! Robbie Robertson – Sinematic

robbie robertson sinematic

Robbie Robertson – Sinematic – Universal CD

Robbie Robertson, ex leader e principale compositore di The Band (ma che ve lo dico a fa?), ha sempre avuto una passione per le colonne sonore, e da quando ha messo in pensione il suo vecchio gruppo è sempre stato più impegnato a produrre soundtracks che album di canzoni come solista. Eppure da lui sarebbe stato lecito aspettarsi ben altro, dato che stiamo parlando di uno (almeno per il sottoscritto) dei più grandi songwriters di tutti i tempi, titolo guadagnato durante i dieci anni di storia discografica della Band: ma da quando i cinque si sono detti addio all’indomani del mitico concerto The Last Waltz, pare che Robbie abbia voluto in maniera insistita prendere le distanze da loro, e non solo per i cattivi rapporti con Levon Helm. Se era prevedibile il non partecipare alle successive reunion del gruppo, era un po’ meno scontato non riprenderne più il caratteristico sound negli album pubblicati da solista: Robbie Robertson, seppur ottimo, sembrava un disco degli U2 (presenti tra l’altro in session, e poi il produttore era Daniel Lanois), il raffinato Storyville era molto influenzato dal suono di New Orleans, mentre i seguenti Music For The Native Americans e Contact From The Underworld Of Redboy (bello il primo, poco riuscito il secondo) erano due dischi che trattavano il tema appunto dei Nativi Americani (Robbie lo è da parte di madre) con sonorità abbastanza moderne e, nel secondo caso, spiazzanti.

Solo nell’ultimo How To Become Clairvoyant (2011) c’era qualche pezzo che ravvivava la vecchia fiamma della Band https://discoclub.myblog.it/2011/04/07/purtroppo-no-robbie-robertson-how-to-become-clairvoyant/ , ed il disco infatti mi era piaciuto anche più di Music For The Native Americans che aveva ricevuto critiche migliori: quando ho letto che a distanza di ben otto anni da Clairvoyant Robertson stava per pubblicare finalmente un nuovo disco, ho avuto un moto di soddisfazione, che purtroppo non ha avuto seguito una volta ultimato l’ascolto. Con Sinematic (ispirato da due colonne sonore alle quali ha lavorato di recente: il documentario sulla Band Once Were Brothers, in cui finalmente fa pace col suo passato, e l’ultimo film di Martin Scorsese The Irishman) Robbie ha infatti nuovamente evitato di dare al pubblico quello che si aspettava, mettendo insieme una serie di canzoni dal suono decisamente moderno e con soluzioni sonore che mi hanno fatto storcere il naso più di una volta. Va bene che il nostro non si è mai adagiato sugli allori e si è sempre messo in discussione, ma a questo punto mi vengono dei dubbi sul fatto di essere di fronte allo stesso cantautore che cinquant’anni fa faceva vibrare il mondo con canzoni del calibro di The Weight, Up On Cripple Creek e The Night They Drove Old Dixie Down.

In Sinematic ci sono anche delle ottime cose, alternate però a canzoni secondo me non degne del lignaggio musicale di Robertson, e con l’aggravante del fatto che viene spesso premuto l’acceleratore su sonorità troppo moderne, che spersonalizzano un po’ troppo i brani. Manca anche all’interno del lavoro uno stile ben preciso, con alcuni momenti anche parecchio cupi, e poi la voce di Robbie non aiuta di certo le canzoni a risollevarsi ma al contrario rischia di affossarle ancora di più (se nella Band non cantava praticamente mai un motivo ci sarà stato). All’interno del disco ci sono dei musicisti di ottimo pedigree (Glen Hansard, Derek Trucks, Doyle Bramhall II, Jim Keltner, Pino Palladino), ma anche nomi che non vorrei leggere su un album di Robbie, primo tra tutti il produttore hip-hop Howie B, che collabora con il nostro in diverse tracce. L’album (che esce in una bella confezione in digipak con immagini di dipinti dello stesso Robertson) parte comunque alla grande con I Hear You Paint Houses, un soul-errebi bello ed orecchiabile, dal suono moderatamente moderno ed in cui Robbie mostra di essere ancora un eccellente chitarrista, canzone impreziosita ulteriormente dalla partecipazione in duetto del grande Van Morrison (tra i due c’è sempre stata grande stima), anche se il confronto delle due voci è impietoso. Anche meglio Once Were Brothers, una fluida ballata che è anche il tema principale del documentario su The Band, ed è appunto il pezzo che più si avvicina allo stile del suo ex gruppo (immaginatela cantata da Richard Manuel): qui le sonorità moderne sono usate con intelligenza e poi la melodia è molto bella.

Dead End Kid, che vede Hansard alle armonie vocali, è una rock song piuttosto scura ma comunque dotata di un motivo diretto e di un buon tiro chitarristico, e non mi dispiace neppure Hardwired, che pur non essendo un capolavoro è suonata con grinta e si mantiene in ambito rock, anche se il sound è un filo troppo “attuale”. Walk In Beauty Way è una suadente ballata d’atmosfera cantata in duetto con la voce seducente di Laura Satterfield, un brano forse buono da mettere come sottofondo ad una serata alla “50 sfumature (il colore mettetelo voi)”, ma che in un disco di Robertson ci sta come i cavoli a merenda https://www.youtube.com/watch?v=CefxAi1lqAQ . Let Love Reign è un discreto pop-rock dal ritmo sostenuto e con un ritornello accattivante, anche se forse servirebbe un altro cantante, Shanghai Blues non è per niente blues bensì trattasi di un altro lento mellifluo e cupo, più parlato che cantato, mentre Wandering Souls è uno strumentale soffuso che vede Robbie esibirsi in trio chitarra-basso-batteria, con esiti tutto sommato discreti anche se il brano in sé non è nulla di trascendentale. Street Serenade è un lento un po’ banale, ed è strano che uno del livello di Robertson scriva canzoni banali (e l’arrangiamento da pop ballad radiofonica non lo aiuta https://www.youtube.com/watch?v=EYgSXnssjNA ): sembra Eric Clapton quando non azzeccava un disco neanche per sbaglio, periodo PilgrimReptileBack Home. The Shadow è semplicemente brutta, e con un suono orribilmente tecnologico (perché, Robbie?) https://www.youtube.com/watch?v=m3weRjSlEWs , ed anche la tetra Beautiful Madness non fa molto per migliorare le cose. Il CD (58 minuti, forse troppo lungo) si chiude per fortuna in crescendo con la cadenzata Praying For Rain, una buona soul ballad moderna dal motivo fluido e con i suoni finalmente “giusti”, e con Remembrance, un lungo strumentale ancora d’atmosfera ma di ottimo livello, tutto giocato sugli incroci di chitarra tra Robertson, Trucks e Bramhall.

Da alcuni commenti letti in rete temevo che Sinematic fosse persino peggio, ma da uno con il passato di Robbie Robertson sarebbe d’uopo aspettarsi molto di più, specie dopo otto anni di silenzio.

Marco Verdi

Una Splendida Full Immersion Nella Leggenda, 3 Giorni Di Pace E Musica! Woodstock – Back To The Garden: The Definitive 50th Anniversary Archive. Giorno 3

woodstock_deluxebox_productshot_1VV:AA: Woodstock – Back To The Garden: The Definitive 50th Anniversary Archive – Rhino/Warner 38CD/BluRay Box Set

Terza ed ultima parte.

Day 3/CD 24-37. 

CD24/25 – Jefferson Airplane. Il terzo giorno inizia col botto, ovvero con il gruppo che forse incarna più di tutti la Summer Of Love. A distanza di 50 anni il sestetto Slick-Kantner-Balin-Kaukonen-Casady-Dryden (e con la non trascurabile presenza di Nicky Hopkins alle tastiere) suona però datatissimo, ma è una cosa che pensavo anche negli anni ottanta. Restano comunque una  band coi controfiocchi, che esegue un set solido con molte grandi canzoni suonate come Dio comanda (Somebody To Love, White Rabbit, Volunteers, Wooden Ships, ma anche The Ballad Of You & Me & Pooneil e la cover di The Other Side Of Life di Fred Neil si difendono): peccato che il tempo non sia stato galantuomo con queste sonorità. Discorso a parte per i due pezzi a carattere rock-blues nei quali Kaukonen assume il ruolo di leader (Uncle Sam Blues, bluesaccio elettrico e cadenzato, e la splendida e potente Come Back Baby), anticipando in un certo senso l’avventura degli Hot Tuna.

CD26/27 – Joe Cocker. Così come Santana anche il cantante di Sheffield era relativamente sconosciuto (aveva da poco pubblicato il primo album), e nello stesso modo la sua performance entrò nel mito, indirizzando nel verso giusto la sua carriera futura: gran parte del merito va sicuramente al pezzo che chiude lo show, una cover totalmente stravolta ma legggendaria della beatlesiana With A Little Help From My Friends, con Joe letteralmente posseduto, quasi trasfigurato. Ma anche prima il nostro ha intrattenuto la platea da consumato soul-rocker, accompagnato al meglio dalla Grease Band (che prima dell’ingresso di Cocker ha riscaldato l’ambiente con due brani strumentali): Joe propone una serie di standard (non è mai stato un songwriter, anche se le qui presenti Something’s Coming On e Something To Say portano la sua firma) eseguiti in maniera sanguigna e diretta, ed un accompagnamento perfetto da parte della Grease Band. Ben tre brani di Dylan (Dear Landlord, bellissima, Just Like A Woman e I Shall Be Released), due di Ray Charles (Let’s Go Get Stoned ed una monumentale I Don’t Need No Doctor) ed una notevole Feelin’ Alright dei Traffic, con un grande  Chris Stainton al piano elettrico.

CD28 – Country Joe & The Fish. Torna Country Joe McDonald in compagnia del chitarrista Barry “The Fish” Melton ed altri tre elementi per un set elettrico molto diverso da quello acustico del primo giorno. Sonorità principlamente tra rock e psichedelia (anche qui forse un po’ datate), come si evince dall’apertura di Rock & Soul Music, le potenti Love e Not So Sweet Martha Lorraine, in cui dominano chitarra ed organo (Mark Kapner) ed un suono molto simile a quello dei Doors. Lo show, piuttosto lungo, si segnala anche per lo sconfinamento in altri stili, come la gradevole pop song Sing Sing Sing, il folk-rock sotto steroidi Summer Dresses, la lenta e fluida Maria o la magnifica Crystal Blues, un bluesaccio elettrico degno dei grandi del genere, fino alla ripresa full band finale di I-Feel-Like-I’m-Fixin’-To-Die Rag.

CD29 – Ten Years After. Non poteva mancare il gruppo guidato da Alvin Lee, tra le band più popolari dell’epoca. Un concerto molto blues, con eccellenti riletture di brani di Willie Dixon (Spoonful), Sonny Boy Williamson (Good Morning Little Schoolgirl, con due false partenze dovute a problemi con gli strumenti, ed una straordinaria Help Me), o la suadente I Can’t Keep From Crying Sometimes, intrigante remake di un brano scritto da Al Kooper (con accenno a Sunshine Of Your Love dei Cream). Gli unici due pezzi originali sono Hobbit, scritta dal batterista Ric Lee (in pratica un lungo drum solo) e la sempre strepitosa I’m Going Home, in cui Alvin si conferma il “chitarrista più veloce del West”.

CD30 – The Band. A mio parere la chicca assoluta del box, dato che per 50 anni non era mai uscita neppure una canzone dal set del gruppo canadese. Ed il quintetto di Robbie Robertson non delude le aspettative, producendo un concerto in cui fa uscire al meglio il suo tipico sound da rock band pastorale del profondo Sud; solo tre brani originali (l’iniziale Chest Fever, la meno nota We Can Talk ed il capolavoro The Weight), un paio di pezzi di derivazione soul (Don’t Do It e Loving You Is Sweeter Than Ever), altrettanti standard (Long Black Veil e Ain’t No More Cane, entrambe splendide) e ben quattro canzoni di Dylan (Tears Of Rage, emozionante, This Wheel’s On Fire, Don’t Ya Tell Henry e I Shall Be Released, che diventa quindi l’unico brano ripreso nei tre giorni da tre acts diversi). Gran concerto, e d’altronde i nostri, oltre ad essere di casa a Woodstock, erano nel loro miglior periodo di sempre.

CD31 – Johnny Winter. Il texano albino si presenta alla testa di un power trio ed infiamma la platea con una performance ad altissimo tasso elettrico: subito in palla con due rock-blues tonici e vigorosi del calibro di Mama, Talk To Your Daughter e Leland Mississippi Blues (che servono come riscaldamento), il nostro poi piazza due prestazioni mostruose con il boogie Mean Town Blues e You Done Lost Your Good Thing Now (quest’ultima di B.B. King) di 10 e 15 minuti rispettivamente, due brani in cui dire che fa i numeri con la chitarra è persino riduttivo. Nelle seguenti tre canzoni, tra le quali spicca una dirompente Tobacco Road (John D. Loudermilk), Johnny è raggiunto sul palco dal fratello tastierista Edgar; chiusura con una formidabile e potentissima Johnny B. Goode di Chuck Berry, rock’n’roll come se non ci fosse domani.

CD32 – Blood, Sweat & Tears. Pur senza Al Kooper, che aveva già lasciato i compagni, il gruppo qua guidato da David Clayton-Thomas e Steve Katz suona un set potente, caldo e colorato, un vero esempio di rock band con fiati in leggero anticipo sui Chicago. Pochi i brani originali (I Love You More Than You’ll Ever Know, dal periodo con Kooper, Spinning Wheel e Sometimes In Winter), e soprattutto cover dalla provenienza disparata ma col marchio di fabbrica dei nostri: ottima la ballad di Randy Newman Just One Smile, e di pari livello sono le riletture di Smiling Phases (Traffic), God Bless The Child (Billie Holiday, molto intensa) e And When I Die (Laura Nyro). Un set creativo e stimolante, tra rock, jazz, swing, soul ed errebi.

CD 33 – Crosby, Stills & Nash (& Young). Altro dischetto tra i più attesi, si apre con la performance acustica del trio, che come dice Stephen Stills è appena alla sua seconda apparizione pubblica e quindi un po’ teso. Sette brani che mettono in evidenza le splendide armonie vocali dei tre, con menzioni speciali per Suite: Judy Blue Eyes, Helplessly Hoping e Marrakesh Express, mentre David Crosby ci delizia con la tenue Guinnevere. Poi arriva Neil Young che prosegue la parte “unplugged” con due ottime Mr. Soul e I’m Wonderin’, seguito ancora da Stills con You Don’t Have To Cry. Poi i quattro chiamano sul palco Greg Reeves al basso e Dallas Taylor alla batteria e ci danno dentro con cinque canzoni elettriche e decisamente rock, che anticipano di due anni le magnifiche evoluzioni di Four Way Street. Dopo l’orecchiabile Pre-Road Downs di Graham Nash abbiamo le celebri Long Time Gone e Wooden Ships di Crosby (due esecuzioni superbe), la meno nota Bluebird Revisited di Stills e Sea Of Madness, un inedito assoluto di Young che il canadese non riprenderà mai come solista (particolare importante: la Sea Of Madness apparsa all’epoca sul triplo album originale di Woodstock era stata registrata più avanti al Fillmore East, mentre in questo box appare per la prima volta quella del Festival). Finale ancora acustico con una brevissima Find The Cost Of Freedom e ritorno all’elettrico per la guizzante 49 Bye-Byes.

CD34 – The Butterfield Blues Band. Pur senza Mike Bloomfield (ma con Howard “Buzzy” Feiten che si destreggia comunque abilmente alla sei corde) la BBB regala al pubblico un robusto set di blues al 100%, con Paul Butterfield in buona forma sia alla voce che soprattutto all’armonica, ed un gruppo notevole alle spalle (oltre a Feiten, segnalerei il bassista Rod Hicks, le tastiere di Ted Harris ed il sax della futura star David Sanborn). Belle versioni di classici come una sulfurea Born Under A Bad Sign di Albert King, una lenta e raffinata Driftin’ And Driftin’ di John Lee Hooker, quasi afterhours, fino al finale con una Everything’s Gonna Be Alright di Little Walter decisamente tonica e grintosa. Ma ci sono anche ottimi brani originali come la vigorosa No Amount Of Loving e la fiatistica Morning Sunrise, tra blues e jazz.

CD35 – Sha Na Na. La presenza a Woodstock di questo gruppo che portava avanti una sorta di revival del rock’n’roll e doo-wop degli anni cinquanta è sempre stata un mistero. Non perché non fossero bravi (anche se sparirono presto dalla circolazione), ma perché secondo me erano fuori posto in una manifestazione simile, ed ancora più incomprensibile la scelta di metterli appena prima del momento forse più atteso. Il loro breve set, che recupera brani anche poco noti della golden age del rock’n’roll (di gruppi come The Silhouettes, The Dell Vikings, The Monotones o Danny & The Juniors, anche se c’è spazio anche per una divertita (Marie’s The Name) Of His Latest Flame, portata al successo sia da Del Shannon che da Elvis) è comunque piacevole, divertente ed in alcuni momenti persino trascinante, ma, ripeto, abbastanza fuori contesto.

CD36/37 – Jimi Hendrix. Ed ecco il gran finale del Festival, che verrà ricordato per uno di quei momenti che hanno scritto la storia del rock, cioè quando all’alba del quarto giorno, davanti ad un pubblico stravolto, il mancino di Seattle ha tirato fuori dalla sua chitarra una versione allucinata, potente, psichedelica e distorta dell’inno americano The Star-Spangled Banner. Il resto dell’esibizione di Jimi (qui a capo di un sestetto battezzato per l’occasione The Gypsy Sun And Rainbows, che comprende comunque i fedeli Billy Cox e Mitch Mitchell) è sempre stata giudicata ottima ma forse non all’altezza di altre leggendarie (tipo quella a Monterey). Io la giudico eccellente, a partire da una strepitosa Voodoo Child di 13 minuti ed a seguire con bellissime versioni di Spanish Castle Magic, Foxy Lady e Purple Haze, una Fire sanguigna e diretta ed una delle migliori rese di sempre della bluesata Red House. Finale con due strepitose improvvisazioni strumentali con Jimi che fa cose non umane alla chitarra (Woodstock Improvisation e Villanova Junction) e con la sempre spettacolare Hey Joe.

CD38 – Appendix. Dischetto per completisti, che comprende tutti gli “stage announcements” pre e post concerto, oltre a tutto ciò di non musicale che è avvenuto durante i tre giorni. Dubito che qualcuno lo ascolterà mai.

Spero di non avervi tediato, ma secondo me valeva la pena rivivere quei tre giorni di Agosto 1969 che, volenti o nolenti, hanno rivoluzionato il mondo della musica contemporanea e hanno in un certo senso chiuso la stagione della Summer Of Love, preparando l’ingresso negli anni settanta nei quali il rock diventerà sempre di più un business perdendo la sua innocenza. So che quest’anno sono già uscite importanti riedizioni (il box della Rolling Thunder Revue) ed altre sono in arrivo (Abbey Road), ma credo che nessuno si offenderà se eleggo fin d’ora questo mastodontico cofanetto “ristampa del 2019”.

Marco Verdi

Sceneggiatore E Autore Per Cinema E TV, Ma Anche Ottimo Musicista. John Fusco And The X-Road Riders

john fusco and the x-road riders

John Fusco And The X-Road Riders – John Fusco And The X-Road Riders – Checkerboard Lounge Records

Il nome di John Fusco come musicista sicuramente dice poco ai più, ed in effetti questo album con gli X-Road Riders è il suo esordio. Ma se scaviamo più in profondità scopriamo che questo signore è colui che ha scritto il soggetto originale di Crossroads (in Italia Mississippi Adventure), l’ottimo film del 1986 di Walter Hill, che proponeva una versione romanzata del famoso patto siglato al crocevia tra Robert Johnson e il Diavolo, con la colonna sonora di Ry Cooder e Steve Vai nella parte di quel “diavolo” di un chitarrista che duella con Ralph Macchio. Fusco ha comunque scritto anche i soggetti di Young Guns I e iI, Hidalgo, Spirit, l’imminente Highwaymen di Kevin Costner, la serie televisiva Marco Polo per la Netflix, quindi non è il primo pirla che passa per strada, e comunque ha anche questa “passionaccia” per la musica, il blues(rock) nello specifico e per il suo esordio discografico si fa aiutare da Cody Dickinson dei North Mississippi Allstars, che nel CD suona chitarra, dobro, piano, basso e batteria, lasciando le tastiere a Fusco, che si rivela essere anche un notevole cantante, in possesso di una voce profonda, vissuta e risonante, ben sostenuta dalle gagliarde armonie vocali di Risse Norman, una vocalist di colore dal timbro intriso di soul e gospel, come dimostrano tutti insieme nella potente Rolling Thunder che apre l’album e dove la slide tangenziale di Dickinson è protagonista assoluta del sound.

Drink Takes The Man è anche meglio, con l’organo di Fusco e la chitarra di Cody a duettare, mentre John, con l’aiuto sempre della Norman, imbastisce un blues-rock quasi alla Allman Brothers, sapido e gustoso, sempre con le chitarre di Dickinson in grande spolvero. L’album è stato registrato ai Checkerboard Lounge Studios di Southaven, Mississippi, ed esce per l’etichetta dello stesso nome, al solito con reperibilità diciamo difficoltosa, ma vale la pena di sbattersi, perché il disco merita: in Poutine c’è anche una piccola sezione fiati guidata dalla tromba di Joshua Clinger, e il suono si fa più rotondo, con elementi soul sudisti, sempre caratterizzati dalla voce allmaniana di Fusco, dal suo organo scintillante, dalle chitarre di Dickinson e dalla calda vocalità della Risse. Hello Highway, con l’armonica dell’ospite Mark Lavoie in evidenza, più che un brano di Dylan (con cui ha comunque qualche grado di parentela) sembra un brano della Band, quando cantava Rick Danko, con il tocco geniale di un piano elettrico a rendere più intensa la resa sonora di questa bellissima canzone. E non è da meno anche A Stone’s Throw un’altra bella ballata gospel-rock che miscela il sound della Band e quello degli Allman, con la lirica solista di Dickinson a punteggiare splendidamente tutto il brano, mentre Fusco e la Norman si sostengono a vicenda con forza.

Non ci sono brani deboli in questo album, anche I Got Soul, quasi una dichiarazione di intenti, di nuovo con l’armonica di Lavoie e il sax solista di Bradley Jewett, ha ancora questo impeto del miglior blues sudista, con Fusco che rilascia un ottimo assolo di organo, senza dimenticare di lavorare di fino anche al pianoforte. Can’t Have Your Cake, sembra la sorella minore di Midnight Rider di Gregg Allman, un’altra southern ballad di grande fascino, cantata con impeto dal nostro amico, mentre la chitarra è sempre un valore aggiunto anche in questo brano https://www.youtube.com/watch?v=HAOlJvEL_lE ; Boogie On The Bayou, è un altro blues di quelli gagliardi, con piano elettrico, chitarra, ed organo a supportare con trasporto la voce vellutata e vibrante di Fusco. Anche Once I Pay This Truck Off non molla la presa sull’ascoltatore, questa volta sotto la forma di una ballata elettroacustica insinuante, sempre calda ed appassionata, grazie all’immancabile lavoro di grande finezza offerto da Cody Dickinson https://www.youtube.com/watch?v=roz27n9cTlU , che per il brano finale chiama a raccolta anche la solista del fratello Luther per una versione di grande forza emotiva del super classico di Robert Johnson Crossroad Blues, con la band che rocca e rolla di brutto sul famoso riff della versione dei Cream, e la slide che imperversa nel brano, grande anche la Norman, anche se forse avrei evitato il freestyle rap di Al Kapone che comunque non inficia troppo una grande versione https://www.youtube.com/watch?v=RgAWx9IhzU8 , all’interno di un album di notevole spessore complessivo.

Bruno Conti

Una (Bella) Via Di Mezzo Tra Country E Soul. Adam Hood – Somewhere In Between

adam hood somewhere in between

Adam Hood – Somewhere In Between – Southern Songs CD

Adam Hood è un musicista nativo dell’Alabama attivo dai primi anni del secolo, ed è uno che se l’è sempre presa comoda, uscendo con un nuovo disco solo quando si sentiva veramente pronto: solo quattro album (ed un paio di EP) dal 2002 al 2014. Da buon uomo del sud, Adam è uno che bada al sodo, non incide tanto per farlo, magari ci mette un po’ di più del normale ma non vuole lasciare nulla al caso: Welcome To The Big World aveva ottenuto critiche lusinghiere (ed anche al sottoscritto era piaciuto da subito), ma con Somewhere In Between, il suo nuovissimo lavoro, Hood sale ulteriormente di livello. La sua musica è classificata come country, ma il termine nel suo caso è quanto mai riduttivo, in quanto nel suo sound troviamo decise tracce di southern soul, sia per l’accompagnamento classico basato sul suono caldo di chitarre ed organo, sia per la sua voce ricca di sfumature. D’altronde venendo dall’Alabama ed amando la vera musica non si può fare a meno di venire influenzati dal suono di quella terra.

Prodotto da Oran Thornton, Somewhere In Between contiene undici scintillanti esempi di puro country-soul, musica americana in maniera totale, canzoni che evidenziano l’ottima capacità di scrittura del nostro, suonate con estrema finezza da un gruppo di sessionmen coi fiocchi, tra i quali spicca il noto chitarrista Pat McLaughlin, già titolare di una carriera in proprio come musicista e songwriter e collaboratore, tra i tanti, di Rosanne Cash, John Prine, Cowboy Jack Clement e Neil Diamond. Le canzoni sono arrangiate con semplicità, due o tre chitarre al massimo, la sezione ritmica sempre presente, e l’organo a tessere sullo sfondo: il resto lo fa Adam con la sua bravura interpretativa. L’album inizia splendidamente con Heart Of A Queen, una fulgida e rilassata ballata giusto a metà tra il country classico ed il suono bucolico di The Band (sicuramente il gruppo di Robbie Robertson è una delle influenze principali del nostro), con una melodia dal pathos notevole e la bella voce del leader in primo piano. She Don’t Love Me è più ritmata ed elettrica, ma il timbro vocale di Hood ha sempre un approccio molto soulful, e qui si alterna con il tono più nasale dell’ospite Brent Cobb, altra bella canzone che il contrasto tra le due ugole migliora ulteriormente; la limpida Alabama Moon è tutta giocata su un gustoso intreccio di chitarre elettriche ed acustiche, un organo caldo ed un deciso sapore country got soul anni settanta (qualcuno ha detto Johnny Rivers?).

Molto bella anche Downturn, altra ballata dal passo lento, un country crepuscolare da ascoltare al tramonto, mentre con The Weekend il disco si sposta su territori decisamente rock-soul, un pezzo cadenzato ed annerito che il nostro conduce in porto con grande sicurezza, ed il suono è sudista al 100%; Bayou Girl è country come si farebbe in Louisiana, chitarra e dobro sugli scudi ed atmosfera decisamente laidback, in contrapposizione con la solare ed ariosa Easy Way, puro country-rock, che sarebbe già godibile di suo ma la voce soulful di Hood porta su un livello superiore. Locomotive è una pimpante rock’n’roll song, orecchiabile e diretta, che mostra la disarmante facilità di Adam nel proporre canzoni semplici ma di impatto immediato; Keeping Me Here aumenta il mood elettrico, l’attacco è quasi alla Tom Petty, ed il brano è ottimo da sentire sulle highways americane: tra i più riusciti del lotto. Il CD volge al termine, ma c’è ancora tempo per la tenue ed evocativa Real Small Town, senza dubbio la più country di tutte, e per la folkeggiante Confederate Rose, chiusura intima con accompagnamento della band decisamente sul versante rock.

Probabilmente Adam Hood non assaporerà mai il successo di pubblico, ma questo non gli impedirà di certo di continuare a fare musica con il cuore e con l’anima.

Marco Verdi

Tutto Popa E Niente “Grasso” Superfluo, Si Fa Per Dire. Popa Chubby – Prime Cuts: The Very Best Of The Beast From The East

popa chubby prime cuts

Popa Chubby – Prime Cuts: The Very Best Of The Beast From The East – 2 CD earMusic/Edel

Se avete già molti dei dischi di Ted Horowitz a.k.a. Popa Chubby, forse questo Prime Cuts: The Very Best Of The Beast From The East potrebbe essere considerato superfluo, una antologia che pesca da 28 anni di carriera passati al setaccio dal nostro amico, che poi ha scelto quelli che secondo lui sono i brani miglior dal proprio catalogo. Però la storia non finisce qui e nel secondo CD il buon Ted ha pensato bene di aggiungere altre undici tracce inedite, nove in studio e due dal vivo. Una compilation interessante sia per i fans come per i novizi, che possono ascoltare una scelta di canzoni di uno dei cantanti e chitarristi (rock)blues più eclettici delle ultime generazioni. La scaletta non segue (strettamente) un ordine cronologico, per cui si parte con la autobiografica e molto piacevole Life Is A Beatdown, dove una buona melodia e un groove accattivante si sposano con le evoluzioni della chitarra, il tutto tratto dall’album del 2004 Peace, Love And Respect https://www.youtube.com/watch?v=mFUMiH4yYt4 ; Angel On My Shoulder viene da Booty And The Beats, il primo e probabilmente migliore disco di studio di Popa del 1995, un gagliardo brano di rock classico, con profumi e rimandi hendrixiani https://www.youtube.com/watch?v=3BGkgHZ-t3g , che poi vengono ribaditi in una notevole e fedele rilettura del classico Hey Joe dell’amato Jimi, una versione dove si può apprezzare tutta la potenza e la classe del chitarrista newyorkese, che quando vuole è in grado di rilasciare brani dove gli assoli di chitarra sono spesso ricchi di feeling e tecnica di prima categoria.

Ottime anche Stoop Down Baby, sempre dal primo album, un funky-rock-blues con uso d’organo e sax di ottima fattura e Sweet Goddess Of Love And Beer, dai retrogusti soul classici e qualche tocco springsteeniano; dall’album del 1996 Hit The High Hard One, il suo primo live, viene la notevole blues ballad San Catri, un lungo brano strumentale ispirato ancora dal songbook di Hendrix, dove si apprezza nuovamente il suo solismo ispirato, da vero mago della 6 corde. Sempre dal live viene anche il divertente boogie Caffeine And Nicotine, mentre lo splendido e lancinante slow Grown Man Crying Blues https://www.youtube.com/watch?v=AbM1tSa0RrUviene da Deliveries After Dark del 2007  , come pure la sua velocissima versione strumentale del tema del Padrino; molto bella anche la cover di Hallelujah, più vicina all’originale di Leonard Cohen che alla rilettura di Jeff Buckley, con un lirico solo di chitarra aggiunto. Somebody Let The Devil Out viene da The Good, The Bad And The Chubby del 2002, un blues elettroacustico che illustra anche il lato più tradizionale di Horowitz, con slide ed armonica, e qualche vago accenno rap che in questo brano ci sta, e ancora dallo stesso album I Can’t See The Light Of Day, una bella ballata che ricorda certi brani della Band e quindi il lato più roots di Popa Chubby.

Sempre dal disco del 2002, uno dei suoi migliori, viene anche la robusta Dirty Lie con ampio uso di wah-wah. Daddy Played The Guitar( And Mama Was A Disco Queen) era su How’d a White Boy Get the Blues? del 2000, non uno dei dischi migliori, e pure il brano è alquanto pasticciato, A chiudere un ottimo Best arriva il raro singolo natalizio There On Christmas dalla classica atmosfera festosa e piacevole. Il secondo CD raccoglie, come detto, 11 inediti: Go Fuck Yourself illustra in modo brutale la sua filosofia di vita, mentre molto buone sono le due tracce dal vivo, If The Diesel Don t Get You Then The Jet Fuel Will, un poderoso rock’n’roll che ricorda le sue cose migliori https://www.youtube.com/watch?v=FPGWD6_mk60 e anche lo scatenato rockabilly Race From The Devil sprizza energia da tutti i solchi virtuali. Hey Girl è un altro omaggio a tutto wah-wah al maestro Hendrix, Sidewinder è un notevole strumentale di impronta jazz rivisto comunque nel suo stile ruspante e Walking Through The Fire un altro strumentale dove si apprezzano le sue virtù solistiche, Sorry Man vira momentaneamente verso il country in modo gradevole, Back To N.Y.C, in versione demo, rimane un altro buon brano hendrixiano, il resto è un riempitivo, comunque piacevole, ma  globalmente l’album rimane interessante, anche per i “completiisti” di Popa Chubby.

Bruno Conti