Una Colonna Sonora “Strana”, Ma Qualcuno Si Aspettava Il Contrario? Neil Young & Promise Of The Real – Paradox

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Neil Young & Promise Of The Real – Paradox – Reprise/Warner CD – 2LP

Quello tra Neil Young e le colonne sonore non è mai stato un rapporto normale, se escludiamo i film-concerto come Rust Never Sleeps e Year Of The Horse: il musicista canadese ha spesso scelto la strada più tortuosa anche per i suoi album “regolari”, figuriamoci per quelli di commento alle immagini. A partire dal “mitico” Journey Through The Past, passando per il quasi dimenticato Where The Buffalo Roam (nel cui soundtrack album erano però presenti diversi classici della musica americana), per finire con Dead Man di Jim Jarmush (per chi scrive il lavoro più pesante e noioso in assoluto di Neil), il Bisonte ha sempre seguito il credo del “famolo strano”: forse l’unico caso di disco fruibile separatamente dalla pellicola è quello di Greendale, album del 2003 con i Crazy Horse. Ed anche la colonna sonora di Paradox, film girato per Netflix dall’attrice Daryl Hannah (fidanzata di Young), non sfugge alla regola; non ho visto il film, che dovrebbe essere un bizzarro western futuristico/ambientalista interpretato dallo stesso Neil con i Promise Of The Real (cioè i figli di Willie Nelson, Lukas e Micah…e nel film c’è pure Willie), ma il disco con i brani tratti dal lungometraggio non è privo di stranezze, anche se tutto sommato non è indispensabile vedere il film per ascoltarlo. Neil è accompagnato da una versione un po’ spuria dei POTR (che con questo giungono quindi al quarto album con il Bisonte, dopo The Monsanto Years, The Visitor ed il live Earth), in quanto tra i musicisti presenti figurano anche il bassista Paul Bushnell ed il grande batterista Jim Keltner.

Paradox è quindi un disco strano, forse non indispensabile se non siete dei fan sfegatati di Neil, ma che contiene diverso materiale interessante ed almeno un capolavoro, oltre però a diverse bizzarrie (e vere e proprie canzoni nuove non ce ne sono). L’album si può dividere in tre sezioni: i pezzi incisi in studio, quelli dal vivo e le stranezze vere e proprie. I primi iniziano con Show Me, breve ripresa acustica (ma con la sezione ritmica) di un brano presente su Peace Trail, album del 2016 di Young, direi discreta ma nulla più; dallo stesso album è presente anche un rifacimento della title track, un brano tipico del nostro, dalla melodia scorrevole ed un buon ritornello, forse meglio dell’originale. Poi troviamo Hey, uno strano strumentale tra il distorto e l’allucinato, non particolarmente accattivante, una country song eseguita come se fossero tutti riuniti attorno ad un falò (Diggin’ In The Dirt), un altro strumentale, stavolta interessante, tra rock e blues (Running To The Silver Eagle), che sembra Bo Diddley sotto l’effetto di qualche sostanza proibita, ed una riuscita ripresa per voce, ukulele ed un accenno di orchestra di Tumbleweed (era su Storytone). Oltre a sei diversi brani strumentali intitolati Paradox Passage, quasi esclusivamente per chitarra elettrica solista (o, come nel caso del # 3, acustica), di difficile ascolto se separati dalle immagini. Il capitolo “stranezze” inizia con la breve introduzione parlata Many Moons Ago In The Future, con la voce narrante di Willie Nelson, il quale è solista anche nella sua Angels Flying Too Close To The Ground, uno dei suoi pezzi più noti, che però qui è eseguita in maniera fin troppo informale ed eccessivamente rilassata.

Lo stesso trattamento low-fi viene riservato al classico di Jimmy Reed Baby What You Want Me To Do?, cantata quasi sottovoce, ed a Happy Together dei Turtles, appena accennata e poi tutti giù a cazzeggiare. Offerings sembrava l’inizio di una bella folk song, ma si interrompe dopo appena cinquanta secondi, mentre il blues acustico How Long? è più un esercizio fine a sé stesso che una vera canzone. E veniamo ai brani dal vivo, che sono solo due ma fanno la differenza (registrati entrambi al Desert Trip di due anni fa): una suggestiva Pocahontas per voce ed organo a pompa, sempre bellissima anche in questa veste insolita, e soprattutto una strepitosa Cowgirl Jam, che altro non è che una rilettura solo strumentale di Cowgirl In The Sand, dieci minuti di puro rock infuocato alla maniera del nostro, con i POTR che sembrano i migliori Crazy Horse (ma con più tecnica), assoli a ripetizione ed un feeling mostruoso, il classico pezzo che da solo varrebbe l’acquisto https://www.youtube.com/watch?v=vQxfoRpbijM .(*NDB Anche se la canzone completa al Desert Trip era durata più di 21 minuti!) La versione in doppio vinile di Paradox è appena uscita, ma solo in America: nel nostro continente arriverà il 13 Aprile in LP ed una settimana dopo in CD: non è un disco indispensabile, ma la bellezza dei due brani dal vivo (soprattutto Cowgirl Jam) è tale che un pensierino ce lo potreste anche fare.

Marco Verdi

Uscite Prossime Venture 8: Eccolo Di Nuovo. Doppia Razione Di Neil Young Al 20 Aprile. Roxy Tonight’s The Night Live + Paradox (Original Music From The Film) With Promise Of The Real.

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Neil Young – Roxy Tonight’s The Night Live – Reprise/Rhino CD

Neil Young + Promise Of The Real – Paradox (Original Music From The Film) – Reprise

Erano già ben tre mesi (facciamo quattro per arrivare alla data di uscita, il prossimo 20 aprile), che uno dei due “Hardest Working Musicians In The Business”, almeno a livello di uscite discografiche, non si faceva sentire: ma ecco che Neil Young a breve pubblicherà non uno ma ben due “nuovi” album. Se siete curiosi di sapere chi è l’altro (a parte il defunto Jerry Garcia con i Grateful Dead, che è il più prolifico di di tutti), ovviamente parliamo di Joe Bonamassa (ma niente paura, anche per lui, dopo il disco con Beth Hart, al 18 maggio è prevista la pubblicazione di un doppio CD, doppio DVD, Blu-Ray British Blues Explosion – Live, relativa al breve tour inglese del 2016, ma ne parliamo più avanti, come pure del Live della Hart, anche lei in azione di nuovo, che uscirà ad Aprile). Torniamo però al soggetto del post odierno: il canadese ormai è sempre più “intrippato” in un inestricabile viluppo di uscite, sia di di materiale nuovo, come pure d’archivio (ma il seguito del box Archive, uscito nel lontano 2009, latita, visto che il buon Neil è impegnato anche con il proprio sito dove sta rendendo disponibili tonnellate di cose). Comunque cosa volete che sia per lui trovare il tempo di pubblicare non uno ma ben due dischi “nuovi”? E quindi, detto fatto ecco arrivare questi due CD singoli, ma anche in doppi vinili e download digitale.

Partiamo con Roxy:Tonight’s The Night, il dischetto dedicato ai concerti tenuti al Roxy di LA il 20-21-22 settembre del 1973., locale sul Sunset Strip all’epoca appena aperto, anzi fu inaugurato da loro con ben tre serate di doppi concerti, quindi sei in tutto, dove Neil Young con i  Santa Monica Flyers, come faceva chiamare la sua band a quel tempo, e che era composta da  Nils Lofgren (piano), Ben Keith (pedal steel guitar), Billy Talbot (basso) e Ralph Molina (batteria), presentava in anteprima il suo nuovo album Tonight’s The Night, appena registrato, disco che però poi non sarebbe uscito fino al 20 giugno del 1975. Ecco la lista completa dei brani contenuti nell’album dal vivo di prossima uscita:

1. Intro
2. Tonight’s the Night
3. Roll Out the Barrel
4. Mellow My Mind
5. World on a String
6. Band Intro
7. Speakin’ Out
8. Candy Bar Rap
9. Albuquerque
10. Perry Como Rap
11. New Mama
12. David Geffen Rap
13. Roll Another Number (For the Road)
14. Candy Bar 2 Rap
15. Tired Eyes
16. Tonight’s the Night (Pt. II)
17. Walk On
18. Outro

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Altro discorso per Paradox, che è la colonna sonora del film (documentario?) girato dalla compagna Daryl Hanna e previsto per la piattaforma Netflix. Presentato come una sorta di western contro gli ogm e il suono di internet, il film contiene materiale d’archivio molto più recente, registrato con i Promise Of The Real, ovvero i fratelli Lukas Nelson e Micah Nelson, sotto gli pseudonimi di “Jail Time”e “The Particle Kid”, oltre a Jim Keltner alla batteria e Paul Bushnell al basso. Il CD contiene pure del materiale dal vivo registrato al Desert Trip di due anni fa, e Neil Young live è sempre una forza della natura, a giudicare dalla versione strepitosa di Cowgirl In the Sand che qui diventa Cowgirl Jam. Ma come direbbe Marzullo, una domanda sommessa, non sarebbe stato meglio pubblicare quel concerto completo? Qui l’ho detto e qui lo nego, perché poi il vecchio Neil mi sgrida. Comunque nel CD della colonna sonora ci sono anche sei segmenti da Paradox Passage 1 Paradox Passage 6, come pure cover di
Angel Flying Too Close To The Ground di Willie Nelson (che appare nel film come Red), non memorabile, meglio Peace Trail, Show Me, Pocahontas, con Young all’organo a pedali, la versione di Tumbleweed da Storytone, suonata all’ukulele, e anche versioni acustiche di Baby What You Want Me To Do di Jimmy Reed How Long di Lead Belly, oltre a qualche brano strumentale, ma spesso sono versioni brevi o frammenti, tipo la cover di Happy Together dei Turtles, che dura 30 secondi e finisce con tutti che ridono come dei pirla, va bene il cinema verità, ma almeno nella colonna sonora si poteva fare meglio. In ogni caso l’album esce tra un mesetto e lascio a Marco Verdi il compito di parlarne all’uscita. Per il momento ecco la lista completa anche dei brani di Paradox, oltre al trailer del film:

1. Many Moons Ago In The Future
2. Show Me
3. Paradox Passage 1
4. Hey
5. Paradox Passage 2
6. Diggin’ In The Dirt (Chorus)
7. Paradox Passage 3
8. Peace Trail
9. Pocahontas
10. Cowgirl Jam
11. Angel Flying Too Close To The Ground
12. Paradox Passage 4
13. Diggin’ In The Dirt
14. Paradox Passage 5
15. Running To The Silver Eagle
16. Baby What You Want Me To Do?
17. Paradox Passage 6
18. Offerings
19. How Long?
20. Happy Together
21. Tumbleweed

 Nel suo sito, finché è gratuito, si può già ascoltare, e lì ho curiosato anch’io https://www.neilyoungarchives.com/#/album?id=A_102&_k=qffovl, non brutto comunque, devo dire.

Alla prossima.

Bruno Conti

Una Splendida Seconda Carriera “Contromano”. Grant-Lee Phillips – Widdershins

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Grant-Lee Phillips – Widdershins – Yep Roc Records

Da qualche anno a questa parte questo signore non sbaglia un colpo, a partire diciamo da Walking In The Green Corn (12) http://discoclub.myblog.it/2012/12/30/un-cantastorie-nativo-americano-grant-lee-phillips-walking-i/ , seguito dall’ottimo The Narrows (16) http://discoclub.myblog.it/2016/03/24/grande-narratore-della-tribu-creek-grant-lee-phillips-the-narrows/ , sino ad arrivare a questo nuovo album solista Widdershins (il nono se non ho sbagliato il conto), e chiunque abbia ascoltato negli anni il suono della sua prima band The Shiva Burlesque, come pure dei mai dimenticati Grant Lee Buffalo, deve convenire che il buon Grant Lee Phillips, è uno dei migliori talenti espressi della scena “alternative rock” americana. Widdershins è stato registrato in soli quattro giorni a Nashville presso gli studi Sound Emporium, con la stessa e fidata sezione ritmica utilizzata da Phillips nel precedente The Narrows, composta dal bassista Lex Price, e da Jerry Roe alla batteria e percussioni (praticamente un trio con Grant Lee alle chitarre e tastiere), con l’apporto del tecnico del suono Mike Stankiewicz e mixato dal bravo e professionale Tucker Martine (uno che ha lavorato, tra i tanti, con  My Morning Jacket e Decemberists), per un lavoro prodotto e scritto interamente dallo stesso Phillips, album dove trovano spazio una manciata di brani, che riflettono i temi dell’attuale società americana.

La partenza con la “pettyana” Walk In Circles è quanto di meglio posso ricordare dai primi dischi dei citati Grant-Lee Buffalo, con squillanti chitarre “byrdsiane”, a cui fanno seguito la grintosa Unruly Mobs, la gentile e delicata King Of Catastrophes, per poi passare ad una robusta ballata in stile anni ’60 come Something’s Gotta Give, con un ritornello martellante. Si riparte con il rock di una trascinante Scared Stiff, il folk saltellante di una vivace Miss Betsy, viene anche riproposta la spina dorsale chitarre e batteria nel rock gagliardo di The Wilderness, e omaggiato ancora il “pop” anni ’60, con il ritmo regolare che accompagna Another, Another, Then Boom. Sentori di George Harrison si manifestano nella melodia di Totally You Gunslinger, per poi emozionare l’ascoltatore con la sua bellissima voce in una ballata folk-rock di spessore come History Has Their Number (perfetta per Neil Young), ritornare al rock teso e sincopato di una intrigante Great Acceleration, e chiudere con il grido “liberatorio” di una infuocata e tonificante Liberation.

Molto spesso (si dice) il terzo disco è quello cruciale, il più difficile, la famosa prova della verità, e questo era già successo prima con i Grant-Lee Buffalo dopo lo splendido album d’esordio Fuzzy, un seguito meno entusiasmante ma comunque riuscito come Mighty Joe Moon, arrivando al disco della maturità con il terzo Copperopolis. La stessa procedura si può applicare, se mi concedete la licenza, per quest’ultima parte di carriera solista dell’artista californiano (ma nativo americano), che completa questa “trilogia” musicale, che si sta rafforzando vieppiù, dopo il precedente The Narrows, con Phillips e i suoi “partner che” in questo Widdershins suonano come un perfetto “power trio”, dove la musica che si sprigiona dalle canzoni è piena di forza sonora e emotiva. In conclusione, i nostalgici dei Grant Lee Buffalo continueranno a sognare un passato forse irripetibile, ma per tutti gli altri in questi ultimi dischi c’è abbastanza materiale per innamorarsi ancora una volta di Grant-Lee Phillips. Splendido e consigliatissimo!

Tino Montanari

Le Origini Di Un Genio Della Chitarra, Parte Prima. Bert Jansch – A Man I’d Rather Be (Part 1)

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Bert Jansch – A Man I’d Rather Be (Part 1) – Earth 4CD Box Set

Quando lo scorso anno la label londinese Earth ha raccolto in due box da quattro CD ciascuno (Living In The Shadows e On The Edge Of A Dream, oltre a Live In Australia pubblicato a parte http://discoclub.myblog.it/2017/07/18/gli-ultimi-bellissimi-episodi-di-una-carriera-luminosa-bert-jansch-on-the-edge-of-a-dream/ ) tutti gli album pubblicati negli anni novanta e duemila dal grande Bert Jansch, non pensavo che ci fosse in previsione anche il recupero del catalogo più antico del chitarrista scozzese. Invece oggi esce, con la medesima veste grafica degli altri due cofanetti, questo A Man I’d Rather Be, che raccoglie i primi tre album pubblicati da Bert negli anni sessanta  prima di unirsi ai Pentangle (Bert Jansch, It Don’t Bother Me e Jack Orion), oltre all’unico album accreditato a lui in duo con John Renbourn, Bert & John. Per chi possiede già questi dischi (la Sanctuary li ha ristampati non molti anni fa) l’acquisto del box non è per nulla essenziale, in quanto non c’è neppure mezzo inedito, mentre nei due pubblicati lo scorso anno il quarto CD era costituito esclusivamente da canzoni mai sentite prima: qua non ci sono nemmeno le bonus tracks incluse nelle ristampe della Sanctuary, e di certo qualcosina in più in tal senso si poteva/doveva fare (a breve, il 23 Febbraio, uscirà la seconda parte di questo box, con i seguenti quattro lavori di Bert come solista, ancora senza inediti però).

Per chi non possedeva queste incisioni, come il sottoscritto, il box è comunque essenziale, in quanto ci mostra i primi passi di un artista sublime, un chitarrista che, pur suonando acustico, ha influenzato gente del calibro di Jimmy Page, Neil Young, Nick Drake e Mike Oldfield. E dire che già all’epoca, quando Bert emigrò da Edimburgo a Londra, non riuscì a trovare una major che scommettesse su un giovane armato solo di chitarra che non scriveva canzoni adatte ad essere pubblicate su singolo, e così si accasò presso l’indipendente Transatlantic, che diede al nostro la possibilità di far sentire la sua musica. Il cofanetto (con le note scritte ex novo da Bill Leader, il produttore originale di questi album) inizia con un vero e proprio classico: Bert Jansch (1965) è stato infatti indicato dalla rivista NME come uno dei venti album di folk più importanti di tutti i tempi, un lavoro che ci mostra un artista in completa solitudine ma già padrone assoluto dello strumento, e già capace di scrivere brani che sembrano dei vecchi traditionals. Quaranta minuti che si ascoltano tutti d’un fiato, con canzoni cristalline sospese tra folk e blues (Strolling Down The Highway, I Have No Time, la bella Rambling’s Going To Be The End Of Me, la purissima Running From Home) e scintillanti strumentali (la strepitosa Smokey River, la complessa Alice’s Wonderland, influenzata da Charlie Mingus, la cover di Angie di Davy Graham, ripresa anche da Simon & Garfunkel col titolo di Anji). E’ anche il disco della celebre Needle Of Death, una drammatica canzone (ma melodicamente splendida) contro la droga, che Neil Young ha volutamente “plagiato” nella sua Ambulance Blues e molti anni dopo ha ripreso nel controverso A Letter Home.

It Don’t Bother Me (ancora 1965) forse non è bello come il suo predecessore, ma è comunque un signor disco di folk, con elementi blues forse più marcati (Ring-A-Ding Bird, Tinker’s Blues, Want My Daddy Now), e comunque con cose splendide come la suggestiva Anti Apartheid, la dylaniana A Man I’d Rather Be o la fluida 900 Miles, con Bert al banjo. Ci sono anche due pezzi dove Jansch è affiancato per la prima volta da John Renbourn, My Lover e Lucky Thirteen: sono in due ma sembrano in cinque. E questo ci porta a Jack Orion (1966), album che vede la partecipazione di Renbourn in tutti i brani, che qui sono al 90% tradizionali (a parte una breve ma incisiva versione strumentale di The First Time I Ever Saw Your Face di Ewan McColl). Il pezzo centrale è senza dubbio la strepitosa title track, quasi dieci minuti di goduria assoluta, una vera lezione su come si suona la chitarra acustica. Ma sono imperdibili anche l’iniziale The Waggoner’s Lad, con uno splendido duello chitarristico, la vibrante Nottamun Town, antica ballata che servì da base a Bob Dylan per scrivere Masters Of War, e che in seguito venne ripresa anche dai Fairport Convention, o la scintillante Pretty Polly. Gran disco. In Bert & John (1966), costituito perlopiù da brani strumentali (i pochi pezzi cantati vedono comunque Bert alla voce solista), i due futuri Pentangle fanno vedere di cosa sono capaci (East Wind è qualcosa di fantastico), solo 26 minuti ma di un’intensità incredibile, da ascoltare tutti d’un fiato, con altre punte di eccellenza nella superba Soho e nella swingata e strepitosa Red’s Favorite.  Un tesoro da riscoprire, come d’altronde, se non ne possedete già il contenuto, il resto del box.

Marco Verdi

Da Nashville, Con Orgoglio. Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound

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Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound – Southeastern Records

Jason Isbell, ormai giunto al sesto album da solista dopo la positiva parentesi come chitarrista e compositore nei Drive By Truckers dal 2001 al 2007, rivendica con forza e con le armi della buona musica la sua appartenenza ad una delle città musicali per eccellenza degli U.S.A., la celeberrima Nashville, da molti considerata il simbolo della musica country da classifica, banale e stereotipata, che spesso si mescola al pop. Jason sostiene che questa sia una falsa immagine, provocata dalle scelte di importanti case discografiche che investono su artisti fasulli mandandoli ad incidere nei rinomati studi nashvilliani, ma i musicisti veri, che a Nashville ci vivono e ci lavorano, come il grande veterano John Prine o l’emergente Chris Stapleton, sono fatti di altra pasta e producono musica di assoluto valore. Diventa allora pienamente giustificato, per il nostro songwriter originario della vicina Alabama, intitolare orgogliosamente la propria ultima fatica The Nashville Sound, pubblicato a metà dello scorso giugno e già premiato da critica e pubblico come uno dei migliori dischi di Americana dell’anno appena concluso (*NDB Di cui colpevolmente non avevamo recensito, per motivi misteriosi, neppure i due dischi precedenti e quindi rimediamo, nell’ambito della serie di recuperi “importanti” di album usciti nel 2017). Squadra che vince non si cambia, e così, per confermare i brillanti esiti dei due precedenti lavori, Southeastern del 2013 e Something More Than Free del 2015, Isbell ha rivoluto con sé in cabina di regia il richiestissimo Dave Cobb, produttore che sa plasmare il suono di un album con utili suggerimenti senza mai risultare troppo invadente.

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https://www.youtube.com/watch?v=w8mMXEUFWu0

Ad affiancare il protagonista, gli ormai fedeli e collaudati componenti della sua band, i 400 Unit (nome che deriva da un reparto psichiatrico dell’ospedale di Florence, in Alabama): la moglie Amanda Shires, al violino e ai cori, già autrice di cinque pregevoli dischi da solista più uno in coppia con Rod Picott, Sadler Vaden alle chitarre, già membro dei Drivin’ N’ Cryin’, Jimbo Hart al basso, Derry DeBorja tastierista co-fondatore dei Son Volt e Chad Gamble alla batteria. Come già accadeva nei due precedenti CDs, come brano di apertura viene scelta un’intensa e malinconica folk ballad: intitolata Last Of My Kind,  prende corpo lentamente fino al pregevole finale in cui ogni musicista dà il suo efficace contributo. Il suono si fa decisamente più duro ed elettrico nella successiva Cumberland Gap, che scorre veloce su territori che rimandano al grande ispiratore Neil Young, noto a tutti per le sue memorabili invettive chitarristiche. Nell’alternanza di ritmi ed atmosfere, si torna alla struttura della ballata con Tupelo (il richiamo nel titolo alla Tupelo Honey del maestro Van The Man non è, secondo me, per nulla casuale), un vero gioiello arrangiato in modo sopraffino, con una linea melodica che conquista al primo ascolto. Altra grande canzone è la drammatica White Man’s World, il cui testo denuncia il razzismo di cui ancora purtroppo sono permeati gli States, soprattutto i vasti territori agricoli del Sud. Notevole il duetto a metà del brano tra la slide di Vaden e il violino della Shires.

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https://www.youtube.com/watch?v=JV7c8V5XLk8

La delicata e acustica If We Were Vampires dà all’album un tocco di romanticismo che non guasta, Jason la canta con tono accorato ed il cuore in mano, doppiato nel ritornello dalla tenue voce della moglie. Anxiety è il pezzo più lungo e strutturato del disco, che ricorda certi epici episodi del mai troppo compianto Tom Petty. Si apre con un aggressivo attacco di chitarre per poi rallentare durante il cantato delle strofe, mantenendo comunque una bella tensione emotiva fino alla parte conclusiva che riesplode in un bel sovrapporsi di tastiera e sei corde acustiche ed elettriche. Molotov non lascia particolarmente il segno, è associabile ad una serie di canzoni elettro-acustiche che rimandano ad un altro illustre collega di Isbell, Ryan Adams. Meglio la graziosa e beatlesiana Chaos And Clothes, chitarra e voce, con qualche piacevole ricamo in sottofondo. Con Hope The High Road torniamo a correre, grazie ad una melodia vincente condotta dalle chitarre e dal limpido hammond sullo sfondo, una splendida song che esprime voglia di vivere e quella speranza a cui fa riferimento il titolo. Conclusione in chiave country-folk con la deliziosa Something To Love, altro fulgido esempio del notevole talento compositivo del suo autore che cresce disco dopo disco, confermandosi uno dei più validi protagonisti dell’attuale scena cantautorale americana. Orgogliosamente Made in Nashville!

Marco Frosi

Si Potrebbero Fare Anche Meno Dischi, Ma Più Centrati! Neil Young & Promise Of The Real – The Visitor

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Neil Young & Promise Of The Real – The Visitor – Reprise/Warner CD

Negli ultimi anni Neil Young è più attivo che mai: esattamente un anno fa, a dicembre, aveva pubblicato il non eccelso Peace Trail (che avevo indicato come delusione del 2016) http://discoclub.myblog.it/2016/12/11/supplemento-della-domenica-disco-normale-neil-forse-anche-troppo-neil-young-peace-trail/ , mentre quest’anno fino a questo momento si era occupato di archivi, prima con l’inedito Hitchhiker (molto bello) http://discoclub.myblog.it/2017/09/01/anteprima-bis-una-gradita-sbirciatina-agli-archivi-neil-young-hitchhiker/ , poi con i due cofanettini contenenti i suoi album degli anni settanta http://discoclub.myblog.it/2017/08/27/uno-sguardo-al-passato-per-il-bisonte-parte-2-neil-young-original-release-series-discs-8-5-12/  , fino al primo di questo mese, quando ha messo online (e gratuitamente, per ora) sul proprio sito il suo intero archivio, una mossa senza precedenti che spero non precluda in futuro la pubblicazione dello stesso anche su supporti fisici. *NDB Se volete divertirvi, finché non si paga, perché dopo l’iscrizione vi arriverà una mail che vi avvisa di quanto segue: (And don’t worry; once your trial is up, you’ll be able to sign up for a subscription at a very modest cost.) Nel frattempo  https://www.neilyoungarchives.com/#/?_k=o9fnm8

Nella stessa data è uscito anche The Visitor, nuovissimo album registrato insieme ai Promise Of The Real, messo sul mercato un po’ a sorpresa anche se si sapeva della sua esistenza (ma con il Bisonte, fino a quando un disco non è nei negozi, non si sa mai). The Visitor è il terzo lavoro che Neil pubblica con il gruppo guidato da Lukas Nelson (figlio di Willie, e nel CD suona anche l’altro figlio Micah anche se non farebbe tecnicamente parte dei POTR) dopo The Monsanto Years ed il live Earth. The Monsanto Years era un buon disco, ma non un grande disco, comunque da classificare tra quelli riusciti del rocker canadese, mentre Earth, aldilà della bizzarria dei versi degli animali tra un brano e l’altro, secondo me non rendeva assolutamente la potenza di uno show di Young coi POTR (li ho visti lo scorso anno a Milano e, credetemi, ho goduto come un riccio).

Con The Visitor (prodotto da Neil con John Manlon) purtroppo ci risiamo, in quanto si tratta di un disco discontinuo e troppo variegato negli stili, ma anche con diverse canzoni che avrebbero fatto meglio a restare inedite: Young non è uno al quale va detto quello che deve fare, ha sempre fatto ciò che voleva anche da giovane figuriamoci adesso, ma il problema di The Visitor è che ci sono fin troppe idee, ma mescolate non nel modo migliore, ed i POTR, che sono ottimi musicisti (oltre ai due fratelli Nelson abbiamo Corey McCormick al basso, Anthony LoGerfo alla batteria e Tato Melgar alle percussioni), fanno comunque fatica a star dietro al vulcanico canadese. Dal punto di vista dei testi, se The Monsanto Years se la prendeva con le multinazionali produttrici di OGM, in maniera anche ironica, qui c’è invece un attacco frontale all’amministrazione Trump, ma con modalità un po’ banalotte e con slogan a mio parere un po’ stereotipati e poco efficaci (e poi parlar male dell’attuale presidente sta diventando lo sport nazionale americano, oggi non sei nessuno se non hai la tua bella canzone contro Trump). Ma il problema, lo ripeto, è la musica: ci sono troppi stili, si passa dal rock, al folk, al blues, alla ballata e perfino al rock latino ed al musical: l’album è comunque migliore di Peace Trail, se non altro per quelle due-tre canzoni che fanno la differenza. L’iniziale Already Great è fin dal titolo la risposta allo slogan elettorale di Trump (“Make America great again”, con Young che si professa innamorato degli USA nonostante sia canadese), e musicalmente è un buon avvio, una ballatona rock lenta ma potente (stile Cortez The Killer, ma non a quel livello), con anche il piano che si fa sentire con nitidezza, anche se il testo procede un po’ troppo per slogan.

La breve Fly By Night Deal ha un buon ritmo, ma non è una canzone, in quanto Neil si limita a parlare con tono declamatorio su un ritornello corale ripetuto all’infinito, mentre la tenue Almost Always ci riporta lo Young che conosciamo: una ballata acustica (ma full band) deliziosa, che sembra provenire dal periodo Harvest Moon: anzi, il riff iniziale di chitarra è identico a quello di Unknown Legend. Ottima Stand Tall, una rock ballad potente ed epica, molto Crazy Horse nella ritmica “sporca” e con un ritornello di quelli a cui il nostro ci ha abituato; splendida poi Change Of Heart, una canzone acustica ma dal ritmo spedito, con Neil che canta con una tonalità molto bassa ed atipica, ed uno sviluppo melodico decisamente intenso e toccante: forse il capolavoro del CD. Carnival è il già citato brano di rock latino, dal ritmo accelerato e melodia un po’ bizzarra, con un gioco di percussioni che ricorda non poco Carlos Santana: non posso dire che sia brutta, ma non è il tipo di canzone che associo a Neil (che tra l’altro gigioneggia oltremodo con la voce), ed è pure troppo lunga, più di otto minuti. Diggin’ A Hole è un altro brano con poco senso, un blues elettrico monotono e ripetitivo, che mi ricorda un po’ T-Bone da Re-Ac-Tor (e non è un complimento), quasi un’offesa al Neil Young songwriter.

Children Of Destiny è la cosa più strana del CD, un pezzo che sembra preso pari pari da un musical di Broadway, con un accompagnamento orchestrale tronfio ed un coro da varietà del sabato sera che non è da meno: Neil aveva già usato l’orchestra in Storytone con esiti ottimi, ma qui si sfiora il ridicolo (ed il testo è di una banalità sconcertante per uno come lui). L’album si chiude con il brano più corto e quello più lungo: When Bad Got Good, due minuti di rock dal ritmo spezzettato e senza il minimo accenno di melodia, e Forever, un’altra ballata acustica intensa e rassicurante, tra le più riuscite del lavoro (ma dieci minuti sono decisamente troppi). Diciamo che se Neil Young voleva cantarle a Trump adesso con The Visitor si è tolto il pensiero, ed auspico per il prossimo disco una maggior serietà nell’approccio musicale e, perché no, un impegno più profondo.

Marco Verdi

Tra Country E Cantautorato Puro, Proprio Un Bel Dischetto! Elijah Ocean – Elijah Ocean

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Elijah Ocean – Elijah Ocean – New Wheel CD

Non avevo mai sentito parlare di Elijah Ocean, musicista originario del Maine, anche se poi ho scoperto che aveva già tre album alle spalle, l’ultimo dei quali, Bring It All In, risale al 2014. Sulla copertina del suo nuovo lavoro, l’omonimo Elijah Ocean, vediamo un giovane con un look molto anni settanta, quasi da chitarrista blues (stile Rory Gallagher per intenderci), ma la musica contenuta nel dischetto è tutt’altro che blues. I vari siti parlano di Ocean come di un countryman influenzato da gente come Neil Young e Gram Parsons, ma queste informazioni sono perfino riduttive (anche se tracce dell’ex Byrds ci sono): Elijah ha infatti un suo stile, non è country nel senso stretto del termine, ma un cantautore dallo stile molto classico, decisamente anni settanta (quindi non solo nel look), che però usa il country come veicolo espressivo: a me personalmente ha rammentato Lee Clayton, un bravissimo outsider di cui oggi non si ricorda più nessuno, sia nello stile diretto ed asciutto che per il tipo di canzoni, belle ed orecchiabili nello stesso tempo.

Elijah Ocean è infatti una vera sorpresa, un piccolo grande disco di puro songwriting country, con dieci canzoni una più bella dell’altra, suonate con stile classico da un manipolo di musicisti bravi ma sconosciuti, e prodotto in maniera asciutta, senza fronzoli. Chitarre, pianoforte, steel ed un violino ogni tanto, oltre alla voce espressiva del nostro, che dimostra in questi dieci pezzi di avere una penna mica da ridere, riuscendo a coinvolgere fin dal primo ascolto, con sonorità che profumano di West Coast (mentre, come abbiamo visto, lui arriva dal lato opposto degli States), un album che inizia nel migliore dei modi con la splendida Bad Dreams, rockin’ country di grande presa, suono molto seventies e ritmo e melodia vincenti. Niente male anche Chain Of Gold, una ballata cristallina e solare, ancora con un motivo limpido ed un approccio da cantautore classico, mentre Malibu Moon è una toccante ballata costruita intorno ad un splendido pianoforte, chitarra ed un violino malinconico, davvero bella anche questa (il ragazzo deve aver sicuramente ascoltato anche il leggendario primo album solista di John Phillips, John, The Wolfking Of L.A.): solo tre canzoni, e la mia attenzione è già catturata al 100%.

Highway riporta al centro il ritmo, un travolgente rock’n’roll dal sapore country, con una bella slide ed il solito refrain accattivante, Desert Rain è lenta ed intensa, sembra una ballad californiana scritta nel 1971 o 1972, con uno script solidissimo, a conferma che Elijah sa il fatto suo. La gentile Barricade profuma di country & western, Heavy Head è di nuovo tersa, diretta, godibile, una delle più riuscite del disco, mentre Still Where You Left Me è puro country, chitarrone twang e solito sviluppo vibrante. Chiudono la cadenzata e deliziosa Time Passes Slow, dal consueto ritornello eccellente, e Days Are Long, una squisita folk ballad che sembra uscita di botto da Harvest (sentire per credere). Elijah Ocean non è uno qualunque, dategli una chance e sono convinto che non ve ne pentirete.

Marco Verdi

Con Babbo, Fratello, Zia e Cugine “Acquisite” Al Seguito, Non Male. Lukas Nelson And Promise Of The Real

lukas nelson & promise of the real

Lukas Nelson & Promise Of The Real – Lukas Nelson & Promise Of The Real –Fantasy/Concord//Universal

Lukas Nelson, non ce lo possiamo nascondere, è il figlio di Willie Nelson, uno dei sette, insieme all fratello Micah, il più giovane della discendenza. Il suo primo disco, sempre omonimo, era uscito nel 2010, a livello indipendente, poi ne hanno fatti uno per la Warner e un altro indie, e questo quindi è il quarto album: in mezzo i Promise Of The Real sono diventati la band di Neil Young, prima per il discreto (per il sottoscritto, http://discoclub.myblog.it/2015/06/24/ogm-grande-musica-neil-young-promise-of-the-real-the-monsanto-years/ a Marco era piaciuto) The Monsanto Years e poi per lo “strano” Live Earth http://discoclub.myblog.it/2016/06/26/nuovo-tipo-musica-ambient-neil-young-promise-of-the-real-earth/ .Si parlava anche di un ennesimo disco in coppia con il canadese (e infatti era uscito il video per un brano nuovo Children Of Destiny,  ma per ora non se ne è fatto nulla https://www.youtube.com/watch?v=4RKBUG9VLFU ), ma a sorpresa esce questo nuovo CD,: il fratello Micah Nelson è stato retrocesso ad ospite, al piano e banjo in un brano, mentre il resto della famiglia è presente tutta, babbo Willie con chitarra Trigger al seguito in Just Outside Of Austin, dove appare anche al piano la zia Bobbie Nelson. Volendo, come ospiti, ci sarebbero anche le “cuginette” acquisite Lucius (sentite nel recente disco di Roger Waters), presenti in cinque brani, e la “lontana cugina italiana” Lady Gaga, in due brani, dove non fa disastri, in uno indistinguibile, potrebbe cantare chiunque, anche Janis Joplin risorta, nell’altro Find Yourself, uno dei pezzi migliori del disco, persino brava.

La formazione è diventata un sestetto, aggiungendo un tastierista e un secondo chitarrista, alla steel: il genere? Bella domanda, direi che più che country, che è comunque presente, si potrebbe definire Americana, roots music, spesso con una propensione per il rock: se avete letto da qualche parte che ascoltando Lukas sembra di sentire il padre, non credeteci, per me è una balla colossale, sì, Lukas ha una voce piacevole, direi persino “adeguata”, ma non è un grande cantante come Willie. Ci sono almeno un paio di categorie di cantanti, quelli che hanno una bella voce e quelli con una voce “particolare”, come Bob Dylan o Lou Reed, ma questi scrivono canzoni sensazionali. Forse ce ne sarebbe anche una terza, quelli con voce normale e canzoni memorabili, direi che Lukas Nelson non rientra in nessuna delle tre: questo non vuol dire che non sia bravo o che l’album sia brutto, tutt’altro, il disco è buono e si ascolta con piacere, con qualche pezzo sopra la media. Citando alla rinfusa, la conclusiva If I Started Over, una sorta di valzerone country pianistico con uso di pedal steel, dove effettivamente all’inizio la voce di Lukas assomiglia in modo impressionante a quella del babbo, ma poi quando sale di tonalità la similitudine si spegne, anche se la canzone rimane bella e malinconica, come certe composizioni di Willie. L’aria di famiglia si respira anche nella citata Just Outside Of Austin, che parte come una sorta di Everybody’s Talkin’ Part II, o un pezzo della Nitty Gritty più dolce e melanconica, e poi nella seconda parte quando il ritmo si anima maggiormente, si respira aria di morbido country texano, ma anche di qualche perduto brano di Glen Campbell, con la chitarra di Willie a sostituire il vecchio amico.

L’iniziale Set Me Down On A Cloud è un cadenzato pezzo rock dove si apprezza l’ottimo lavoro della solista, e anche di tutta la band, con una nota di merito per le armonie quasi gospel delle Lucius, che danno un aria rock got soul alla canzone, provvista pure di una bella coda strumentale un po’ alla Young; Die Alone è un robusto ‘70’s rock, di nuovo con le Lucius in spolvero, organo e chitarra in vivaci call and response, ben cantato ed energico il giusto, mentre Fool Me Once è un ondeggiante honky-tonk, dalle parti di Jimmy Buffett, solare e molto piacevole, sempre con Jess Wolf e Holly Laessig (le Lucius) a spalleggiare la voce del leader, che si disbriga con classe anche alla solista. Carolina è uno dei due brani con Lady Gaga, che insieme alle Lucius canta le armonie vocali di questo leggero connubio tra honky-tonk e qualche deriva caraibica, piacevole ma niente di che; Runnin’ Shne è il pezzo dove appare il fratello Micah, una morbida ballata quasi alla James Taylor o alla John Denver nella parte iniziale, che poi si apre e si trasforma in una texan country song, con Find Yourself, l’altro pezzo con Lady Gaga, che è un potente blues-rock, cadenzato e chitarristico che ricorda nella sua andatura anche certi pezzi dei Pink Floyd quando la chitarra di David Gilmour è più presente, e l’intreccio di voce maschile e femminile è veramente trascinante, decisamente una bella canzone, con lunghi inserti strumentali, che si ripetono anche in Forget About Georgia, l’altro pezzo forte dell’album, un sontuoso mid-tempo, una sorta di “risposta” al Ray Charles di Georgia on My Mind (nel testo), serena ed avvolgente, di nuovo con le Lucius in bella evidenza, e dove appaiono ancora le influenze di Neil Young, soprattutto nella lunga coda strumentale. Non male anche Four Letter Word e High Times dove si vira verso un country-southern energico, quasi alla Billy Joe Shaver, tutto ritmo e chitarre, e quella specie di ninna-nanna  dolce e fischiettata Breath Of My Baby, dedicata alla prole, forse superflua ma gradevole.

Bruno Conti

Vibrante Rock’n’Roll Dalla Louisiana. Rod Melancon – Southern Gothic

rod melancon southern gotic

Rod Melancon – Southern Gothic – Blue Elan CD

Rod Melancon non è un esordiente, anche se il suo primo disco, Parish Lines (2014) è passato abbastanza inosservato: originario della Louisiana del Sud, Rod non fa però musica influenzata dalla sua terra, a parte i testi che invece raccontano storie di personaggi locali, tra il reale e l’inventato, e mettendoci dentro anche qualche mistero che fa tanto bayou. Il suono però non è swamp, né cajun, e neppure ha punti di contatto con quel meraviglioso calderone musicale che è New Orleans: Rod infatti predilige un approccio rock’n’roll classico, sul genere di gruppi cardine del suono Americana come i Drive By Truckers, un sound chitarristico e diretto, che contiene anche elementi country e perfino alcuni accenni psichedelici. Southern Gothic contiene dieci canzoni di vero rock americano, suonato con piglio deciso e con le chitarre sempre protagoniste, con la produzione lucida di Brian Whelan (che è anche musicista per conto suo), e vede tra i vari sessionmen diversi artisti appartenenti al panorama country, ma il country più robusto e meno nashvilliano, tra i quali spiccano il bassista Ted Russell Kamp (Shooter Jennings), il batterista Mitch Marine (da tempo con Dwight Yoakam) e lo steel guitarist Marty Rifkin, membro dei Dead Peasants di Chris Shiflett. L’inizio del disco è però spiazzante:

With The Devil è un brano lento e cadenzato, che potrebbe essere un blues paludoso se non fosse per l’accompagnamento che mischia rock e psichedelia, antico e moderno, con un risultato interessante anche se non eclatante (c’è comunque un bell’assolo chitarristico), e poi il synth se lo potevano anche risparmiare. Perry ha un ritmo incalzante, con il basso molto pronunciato, ed è una rock song classica, fluida e scorrevole, cantata da Rod con voce roca e con ottimi spunti di chitarra; Lights Of Carencro è cupa, roccata, dura, con la voce che parla e pure filtrata, non un grande brano, si fa quasi fatica ad ascoltarlo fino in fondo, mentre Dwayne And Me è diametralmente opposta, trattandosi di una struggente ballata tra folk e country, con una melodia decisamente bella e suonata in maniera classica. Promises ha un attacco degno dei Rolling Stones, ed è infatti una buona rock song, vibrante e diretta, una delle più convincenti del CD, ed anche Redhead non abbassa il ritmo né l’attitudine rocknrollistica, siamo quasi dalle parti del Texas: questo è il Melancon che preferisco, diretto e concreto.

Bella anche Praying For Light (il disco sta crescendo canzone dopo canzone), una ballata elettrica dal suono ruspante e con un motivo fruibile, mentre la vivace Mary Lou ha un attacco che ricorda molto la dylaniana I Want You, ed anche come suono siamo lì, un delizioso brano di sapore sixties, leggermente country, insomma una bella sorpresa. Ottima anche Different Man, una sontuosa rock ballad, arrochita ed elettrica, con un feeling alla Neil Young neanche troppo nascosto; l’album si chiude con Outskirts Of You, puro country, uno slow languido con tanto di steel, che conferma la capacità del nostro di variare lo stile pur restando fedele al suo suono. Mi sento quindi di promuovere Rod Melancon, questo Southern Gothic ha un paio di brani sottotono, ma il resto è più che buono, ed in certi momenti addirittura ottimo.

Marco Verdi

Anteprima Bis: Una Gradita Sbirciatina Agli Archivi? Neil Young – Hitchhiker

neil young hitchhiker

Neil Young – Hitchhiker – Reprise/Warner CD

*NDB Dopo l’anticipazione, a puntate http://discoclub.myblog.it/2017/06/26/ma-sara-vero-o-ci-ripensa-neil-young-hitchhiker-in-uscita-il-14-luglio/ , sull’uscita del disco, ecco la recensione in anteprima, esce fra una settimana, l’8 settembre. Per il momento è disponibile per lo streaming qui http://www.npr.org/2017/08/31/547036559/first-listen-neil-young-hitchhiker

Quest’anno Neil Young non dovrebbe avere altri dischi “nuovi” in uscita (ma il condizionale con il canadese è d’obbligo, lo scorso anno Peace Trail è stato annunciato poco tempo prima di essere pubblicato e si parla di un disco con i Promise Of The Real), e quindi il nostro ha pensato di gratificare i fans, oltre che con i due box che riepilogavano i suoi album degli anni settanta, con questa piccola perla presa direttamente dagli archivi, che quindi continuano ad uscire con il contagocce (ed ormai l’ultimo CD dal vivo delle Performance Series, cioè Bluenote Café, risale a due anni fa). Tra l’altro Neil, che è uno strano, come forse vi eravate accorti, non è che ha fatto uscire uno dei suoi dischi unreleased più famosi (Homegrown, Chrome Dreams, abbiamo il II, ma non il primo, o Island In The Sun), ma ha pensato di riesumare una oscura session notturna del 1976 e pubblicarla sotto il titolo di Hitchhiker. Si tratta di dieci pezzi con il solo Neil, voce, chitarra e armonica, registrati l’11 Agosto di quell’anno negli Indigo Studios di Malibu, alla presenza del fidato David Briggs alla consolle, una sorta di collezione di demos che, in otto casi, finiranno in album successivi ed in forma differente, mentre due di essi resteranno inediti assoluti fino ad oggi https://www.facebook.com/NeilYoung/videos/10159212915430317/ .

Hitchhiker non era stato pensato all’epoca per essere pubblicato, Neil era in un periodo in cui non si faceva mancare niente in tema di sostanze “proibite”, anche se ciò non si riflette fortunatamente nella performance che, tranne un paio di casi, è eccellente. I brani poi sono decisamente belli, alcuni di essi diventeranno famosi in veste elettrica, ed il disco, 33 minuti di durata, è godibilissimo, a dimostrazione che quando ci sono le canzoni non servono grandi orpelli. Si inizia con una scintillante Pocahontas, non molto diversa da quella uscita tre anni dopo sul lato acustico di Rust Never Sleeps, mentre Powderfinger con la spina staccata è una vera chicca: preferisco sempre quella con i Crazy Horse, ma la bellezza del brano è tale che fa la sua figura anche in questa versione spoglia. Dopo un’intensa Captain Kennedy (non è molto nota, verrà ripresa su Hawks & Doves), un folk-blues dal sapore decisamente tradizionale, abbiamo i due pezzi inediti: Hawaii è una ballata molto discorsiva, forse non tra le più riuscite di Young, mentre Give Me Strength, una canzone vibrante e con tutti i crismi di un classico younghiano (cantata con voce fragile, forse qui Neil era un po’ più “fatto”), avrebbe forse meritato maggior fortuna.

Ride My Llama era già pronta per Rust Never Sleeps, mentre Hitchhiker, che in versione ufficiale (e molto diversa) finirà addirittura 34 anni dopo su Le Noise, è qui una splendida folk song, eseguita in maniera superba, quasi un delitto lasciarla nei cassetti (ma il ritornello, stessa melodia ma parole cambiate, verrà riproposto su Like An Inca, il brano migliore del controverso Trans). Il dischetto si chiude con la rara Campaigner (finirà in versione elettrica l’anno successivo sulla compilation Decade), anch’essa davvero bella ed intensa, la famosa Human Highway, perfetta anche acustica, e la malinconica The Old Country Waltz, che l’anno dopo aprirà American Stars’n’Bars, unica questa suonata al pianoforte. Un ottimo antipasto in attesa del secondo volume degli Archivi (?!?), attesa che, conoscendo Neil Young, potrebbe però durare un’era geologica.

Marco Verdi

P.s Nei due Post dedicati ai cofanetti di Young delle Original Release Series: qui vedi per il box n.°2 http://discoclub.myblog.it/2017/08/26/uno-sguardo-al-passato-per-il-bisonte-parte-1-neil-young-official-release-series-discs-5-8/  e nel box n°3 c’erano un paio di imprecisioni, di cui facciamo errata corrige. Ovvero: The Loner non fa parte ovviamente del repertorio dei Buffalo Springfield, in quanto era sul primo album del canadese e non è neppure nella sezione acustica di Live Rust, in quanto Neil Young in questo brano è accompagnato dai Crazy Horse. Inoltre, e questa è una cosa molto interessante per gli appassionati, sempre nel CD di Live Rust vengono ripristinate le versioni complete di Cortez The Killer, che da 7:25 era stata abbreviata a 6:19, e di Hey Hey, My My (Into the Black), che da 5:08 era stata ridotta a 4:37, nel CD che circolava fino a oggi infatti erano entrambe modificate. Ora anche nel Post è tutto indicato esattamente http://discoclub.myblog.it/2017/08/27/uno-sguardo-al-passato-per-il-bisonte-parte-2-neil-young-original-release-series-discs-8-5-12/

Bruno Conti