Speravo Che L’Aria Di Montagna Facesse Più Effetto! Neil Young & Crazy Horse – Colorado

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Neil Young & Crazy Horse – Colorado – Reprise/Warner CD – 2LP/45rpm

L’ultimo scorcio della carriera di Neil Young è stato discograficamente parlando molto intenso (come peraltro anche in passato), ma non sempre di qualità: il suo album migliore degli ultimi sette anni è stato senza dubbio il primo registrato con i Promise Of The Real, The Monsanto Years, un disco buono ma non eccezionale https://discoclub.myblog.it/2015/06/24/ogm-grande-musica-neil-young-promise-of-the-real-the-monsanto-years/ , mentre A Letter Home era un esercizio fine a sé stesso (ed inciso con una qualità sonora da denuncia penale), Storytone mi era piaciuto molto ma a quanto pare ero uno dei pochi https://discoclub.myblog.it/2014/11/16/il-bisonte-sbaglia-due-volte-fila-neil-young-storytone/ , Peace Trail era un mezzo disastro e The Visitor solo leggermente meglio ma sempre insufficiente (e poi ci sarebbe anche la colonna sonora del film Paradox, da mettere nella categoria “stranezze younghiane”). L’ultimo grande lavoro del Bisonte è quindi indubbiamente lo splendido Psychedelic Pill, album del 2012 registrato con i Crazy Horse e che poteva stare senza problemi a fianco dei suoi dischi migliori https://discoclub.myblog.it/2012/11/16/giu-il-cappello-davanti-al-bisonte-neil-young-psychedelic-pi/ .

Ed è proprio con il suo gruppo “storico” che Neil ha inciso questo nuovo lavoro, Colorado: si pensava che la storia del Cavallo Pazzo fosse finita all’indomani del ritiro a vita privata del chitarrista Frank “Poncho” Sampedro nel 2014, ma Neil ha avuto il colpo di genio di rimpiazzarlo con Nils Lofgren (in pausa momentanea dalla E Street Band), che aveva già fatto parte del gruppo all’inizio degli anni settanta pur non avendo mai registrato un disco intero con Young (era però nella line-up ufficiale del gruppo nel loro esordio omonimo del 1971). Colorado deve il nome allo stato in cui è stato registrato, per l’esattezza nella città di Telluride dove Neil ha una casa con l’attuale moglie, l’attrice Daryl Hannah: Neil ha invitato per qualche giorno lo scorso mese di Aprile Lofgren, il bassista Billy Talbot ed il batterista Ralph Molina con le rispettive famiglie nella cittadina, dove hanno registrato il disco nel giro di poco tempo nello studio privato di Young, in un’atmosfera intima e conviviale (tra l’altro la stagione sciistica era finita e Telluride si era praticamente svuotata) e con le bombole d’ossigeno pronte all’occorrenza dato che la cittadina sorge ad un’altitudine di 2.667 metri. Colorado, prodotto da Young con John Hanlon, è un album che a detta di Lofgren è stato terapeutico per Neil, che aveva perso di recente la casa per un incendio e soprattutto era triste per la scomparsa dell’ex moglie Pegi, compagna di una vita (ed in giugno il nostro patirà anche la morte dello storico manager Elliot Roberts, al quale Colorado è dedicato), e presenta il classico suono dei dischi incisi con i Crazy Horse.

Un suono forte, potente, chitarristico, magari non troppo rifinito ma intenso e con una buona dose di feeling. C’è però un problema, e non da poco: le canzoni. Infatti in questo album mancano i brani epici che ci si aspetta di trovare quando Neil si mette con i CH, non ci sono né inni né pezzi che hanno le stimmate del futuro classico: le canzoni sono spesso di difficile fruibilità, a volte interiori ed altre volte prive di una linea melodica ben definita, ed inoltre la registrazione in presa diretta non aiuta certo l’ascolto, dato che in più di un momento le parti vocali sono traballanti e perfino stonate (lo erano anche in Tonight’s The Night ma in misura minore, e poi nel mitico album del 1975 il livello delle canzoni era ben altro). Non è un brutto disco, ma neppure bello, e sinceramente non credo che sarà meritevole di ascolti ripetuti. L’album (che esce anche in doppio vinile con allegato un 45 giri contenente l’inedita Truth Kills ed una versione dal vivo di Rainbow Of Colors) inizia sorprendentemente in maniera delicata con Think Of Me, una limpida folk ballad con Neil alla chitarra acustica ed armonica e Nils al pianoforte, ed un suono che sembra più figlio di Harvest che di un qualsiasi album con i Crazy Horse. Il rock entra subito dopo con She Showed Me Love, una cavalcata di quasi 14 minuti dominata dalle chitarre sporche del duo Neil & Nils, una canzone potente ma cupa e priva di una melodia vera e propria, dove non mancano gli assoli a profusione ed un finale quasi ipnotico, ma alla fine il brano non è di facile assimilazione, ed è molto lontano dalle atmosfere “crowd-pleasing” di pezzi come Like A Hurricane, Hey Hey, My My o Powderfinger (ed è anche tirato un po’ per le lunghe).

La cadenzata Olden Days è più canzone, ha una parte di chitarra più lirica ed un motivo accattivante, anche se la traccia vocale di Neil poteva essere migliore. Help Me Lose My Mind è dura e potente, ma Neil parla invece di cantare e la fluidità del brano ne risente, anche se le parti strumentali sono esenti da pecche; Green Is Blue è invece un’oasi pianistica, con un’atmosfera sognante e caratterizzata dalla voce fragile del canadese, mentre Shut It Down è di nuovo dura, rocciosa, ancora con Neil che più che cantare declama, ed il pezzo fa fatica ad emergere. Milky Way, sempre elettrica, è un lento sullo stile di Cortez The Killer, ma qui c’è una parte vocale approssimativa ed uno script che fa un po’ acqua, Eternity non presenta neppure una chitarra, in quanto Young suona il piano e Lofgren…balla il tip-tap (però il brano ha un suo fascino perverso). Finale con la roccata e corale Rainbow Of Colors, che finalmente offre una melodia epica degna del suo autore (il brano migliore, nonostante qualche stonatura vocale), e con la tenue, ed un po’ soporifera, I Do, cantata quasi sottovoce da Neil e con Nils all’organo a pompa. Un discreto ritorno quindi, un lavoro certamente migliore sia di Peace Trail che di The Visitor, ma non il grande disco che mi sarei aspettato, al punto che quando ho finito di ascoltarlo ho voglia di inserire nel lettore Psychedelic Pill o Ragged Glory. E questo vorrà pur dire qualcosa.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Un Boss “Diverso”, Ma Non Privo Di Sorprese! Bruce Springsteen – Bridge School 1986

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Bruce Springsteen – Bridge School, October 13th 1986 – live.brucespringsteen.net/nugs.net CD – Download

Per la penultima uscita della serie di concerti d’archivio di Bruce Springsteen la scelta è caduta su uno show molto particolare, una performance rara e poco conosciuta anche dai collezionisti di bootleg del Boss. Sto parlando della partecipazione del nostro al primo Bridge School Benefit in assoluto, tenutosi nell’Ottobre del 1986 allo Shoreline Amphitheatre di Mountain View in California, serata organizzata da Neil Young con l’allora moglie Pegi per supportare la Bridge School, istituto che si occupa di aiutare i bambini disabili (ricordo che Neil ha due figli affetti da problemi cerebrali), una manifestazione che da allora si è ripetuta per quasi tutti gli anni fino al 2016 e che ha ospitato alcuni tra i migliori artisti del panorama internazionale in performance perlopiù acustiche. Inutile dire che Springsteen era uno degli artisti di punta della serata, ed il nostro ha ripagato il pubblico con una prestazione breve ma intensa (dieci canzoni per un totale di 58 minuti, finora l’unica uscita su singolo CD dell’intera serie dei Live Archives di Bruce), che tra l’altro era il suo primo show dopo la trionfale tournée di Born In The U.S.A., ed il suo primo set acustico degli anni ottanta.

L’inizio del breve concerto è abbastanza strano, con una You Can Look (But You Better Not Touch) cantata a cappella, non il primo brano di Bruce che mi verrebbe in mente per una esecuzione per sola voce (ed infatti il risultato non mi convince molto, anche se il pubblico apprezza). Born In The U.S.A. è in una irriconoscibile versione folk-blues, che se nei futuri tour acustici diventerà familiare, in questa serata del 1986 era alla prima performance in assoluto con questo arrangiamento. Al terzo brano la prima sorpresa, in quanto salgono sul palco Danny Federici alla fisarmonica e Nils Lofgren alla chitarra e seconda voce, e rimarranno fino alla fine: Seeds è più tranquilla rispetto alle versioni elettriche con la E Street Band ma sempre coinvolgente, Dartlington County è vivace anche in questa veste stripped-down, e Mansion On The Hill è come al solito davvero intensa e toccante. Fire è il consueto divertissement, con Bruce che stimola le reazioni del pubblico alternando ad arte stacchi e ripartenze, mentre sia Dancing In The Dark che Glory Days, spogliate dalle sonorità “ruspanti” di Born In The U.S.A., sembrano quasi due canzoni nuove (e la seconda è trascinante anche in questa versione “ridotta”).

Dopo una godibilissima Follow That Dream in chiave folk (brano di Elvis Presley tra i preferiti del nostro), gran finale con il Boss che viene raggiunto nientemeno che da Crosby, Stills, Nash & Young alle voci (Stills e Young anche alle chitarre) per una corale e splendida Hungry Heart, rilettura decisamente emozionante con l’accordion di Federici grande protagonista, degna conclusione di un set breve ma intrigante, le cui vendite frutteranno la cifra di due dollari a copia (o download) da destinare alla Bridge School. Squilli di tromba e rulli di tamburo per la prossima uscita della serie, che si occuperà di quella che è forse la performance più leggendaria di sempre del Boss. Un indizio? Trattasi di un vero “cavallo di battaglia”…

Marco Verdi

Pop Californiano Dalla Louisiana? Si Può! Dylan LeBlanc – Renegade

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Dylan LeBlanc – Renegade – ATO CD

Dylan LeBlanc, originario della Louisiana, è un interessante songwriter attivo dal 2010, che ha già pubblicato tre album nella presente decade. Figlio di James LeBlanc, musicista in proprio a sua volta e sessionman di stanza ai mitici Muscle Shoals Studios (e non di Lenny LeBlanc, cantante degli anni settanta che, insieme a Pete Carr, ebbe un moderato successo con la canzone Falling), Dylan ha però poco da spartire con la musica tipica della sua terra, e con il Sud in generale https://discoclub.myblog.it/2010/08/24/giovani-virgulti-crescono-1-dylan-leblanc-paupers-field/ . Infatti la sua proposta è più vicina a certo pop-rock californiano degli anni settanta (in certi momenti mi fa pensare ai Fleetwood Mac), con melodie orecchiabili ma non banali ed un suono comunque basato sulle chitarre e su ritmi pimpanti e coinvolgenti. Renegade è il titolo del suo quarto album, che conferma il percorso sonoro del nostro ma con qualche passo in avanti sia a livello di composizioni, che sono tutte estremamente gradevoli e riuscite, che di sound, essendosi affidato alle sapienti mani di Dave Cobb. E Cobb, nonostante per una volta non abbia a che fare con sonorità roots (ma vorrei ricordare che in anni recenti ha prodotto anche gruppi come Europe e Rival Sons) se la cava comunque egregiamente, riuscendo a dare ai brani di LeBlanc un deciso feeling anni settanta, avvicinandosi quasi allo stile delle ultime produzioni di Dan Auerbach.

Oltre a Dylan e Dave, che suonano quasi tutte le chitarre e Cobb anche il mellotron, in Renegade troviamo un gruppo ristretto ma capace di musicisti, che comprende James Burgess IV alla chitarra elettrica, Spencer Duncan al basso, Jon Davis alla batteria e Clint Chandler alle tastiere. L’album parte molto bene con la title track, una rock song di ampio respiro, ritmata, elettrica, con una accattivante melodia di presa immediata ed un chiaro sapore seventies: in un mondo perfetto potrebbe addirittura essere un singolo vincente. Born Again è un delizioso pop-rock dal motivo diretto, belle chitarre jingle-jangle ed un altro refrain di quelli che piacciono al primo ascolto: Dylan ha una voce molto melodiosa, quasi femminile, che si sposa molto bene con questo tipo di arrangiamenti. Bang Bang Bang ha un ritmo pulsante ed è piacevole e orecchiabile, decisamente pop nonostante un uso pronunciato delle chitarre (è in pezzi come questo che penso all’ex gruppo di Lindsey Buckingham), Domino è quasi un blue-eyed soul dallo sviluppo sempre diretto, reso più sudista dall’uso del piano elettrico, mentre I See It In Your Eyes è un altro squisito pezzo di quelli dal motivo limpido che piace dopo pochi secondi, con una strumentazione che evoca un certo rock radiofonico del passato (quando in radio non passavano le ciofeche di oggi).

Damned ha una linea melodica che ricorda in parte certe cose di Neil Young, anche se l’accompagnamento è puro power pop, con le chitarre che mordono e la sezione ritmica che non si tira certo indietro; Sand And Stone è uno slow elettroacustico che abbassa un po’ la temperatura, ma Lone Rider è una delle più belle, una ballatona tersa e molto californiana, con piano e chitarre in evidenza ed un retrogusto malinconico. Chiusura con l’intrigante Magenta, altro limpido pop-rock stavolta con un piede negli anni sessanta, e con l’intima Honor Among Thieves, solo voce, chitarra e poco altro, ma con un quartetto d’archi che aggiunge pathos al tutto.  Non lasciatevi trarre in inganno dalle sue origini: Dylan LeBlanc è più californiano di tanti songwriters nati a Los Angeles e dintorni.

Marco Verdi

Una Bellissima Sorpresa Direttamente Dal Midwest. Frankie Lee – Stillwater

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Frankie Lee – Stillwater – Loose/River Valley CD

Frankie Lee (da non confondersi con l’omonimo blues & soul singer scomparso nel 2015) è un giovane cantautore proveniente dal Minnesota che ha esordito nel 2013 con l’EP Middle West, al quale nel 2016 ha fatto seguire il suo primo album, American Dreamer, che ha ricevuto critiche positive un po’ ovunque. Lee (il cui cognome è Peterson) è un songwriter di stampo classico che si ispira alla musica degli anni settanta, californiana e non solo, e sa costruire melodie all’apparenza semplici ma di grande impatto. Stillwater (dal nome della sua città natale, omonima di quella più famosa in Oklahoma) è il titolo del suo secondo lavoro, un disco che già dal primo ascolto mi ha letteralmente fulminato. Non conosco American Dreamer, ma quello che so è che Stillwater è un lavoro davvero splendido, un album pieno di canzoni una più bella dell’altra, suonate e cantate con un feeling da pelle d’oca (sono in possesso di una copia promozionale ma ecco i nomi dei musicisti: Jacob Hanson, chitarra e basso, nonché produttore, Jeremy Hanson, batteria, Nelson Deveraux, flauto e sax, Charlie Smith, piano e synth, Brent Sigmeth, steel guitar, più lo stesso Lee a chitarre, piano, tastiere, batteria, basso, armonica).

Frankie ha una voce molto particolare, limpida e melodiosa, e si fa accompagnare da una strumentazione molto classica dove si evidenziano pianoforte, chitarre acustiche e spesso anche una steel, mentre le chitarre elettriche non si prendono quasi mai il centro della scena ma si limitano a cucire fra loro i vari momenti strumentali. E, dulcis in fundo, Lee è uno che sa scrivere grandi canzoni, una dote che non è esattamente da tutti: Stillwater è quindi un album di livello notevole, intenso, creativo ma nello stesso tempo diretto e godibile, e nel corso delle sue nove canzoni non c’è un solo momento di stanca. Prodotto dallo stesso Lee con Jacob Hanson, il CD inizia con Speakeasy, una splendida ballata dalla struttura classica: introduzione per chitarra arpeggiata, piano e steel sullo sfondo, sezione ritmica discreta ma ben presente ed un’atmosfera sognante e crepuscolare tipica di certe ballate californiane dei seventies (bello anche l’intervento di flauto nel finale). Canzone di alto livello che dimostra da subito che il nostro non scherza. Only She Knows è più elettrica, ha un bel riff iniziale ed un motivo decisamente riuscito ed orecchiabile specie nel delizioso ritornello (ed il background sonoro, basato sulle chitarre ed un bellissimo pianoforte, è perfetto); la cadenzata Downtown Lights (dedicata all’attrice Jessica Lange che da bambina visse a lungo a Stillwater) ha un approccio alla Neil Young ed è punteggiata da un chitarrone twang, oltre a possedere un gusto melodico sopraffino.

Tre canzoni, una meglio dell’altra. In The Blue è un lento pianistico di grande intensità, con una leggera orchestrazione alle spalle (creata probabilmente da un synth), un brano struggente ed assolutamente adulto nella scrittura; la tenue (I Don’t Wanna Know) John si regge su una chitarra pizzicata con delicatezza e sulla consueta voce gentile di Frankie, mentre sullo sfondo la steel riempie gli spazi, mentre Blinds è più mossa ma ancora guidata dal piano, e l’attacco strumentale ricorda molto certe ariose ballate di Bob Seger: indubbiamente tra le più belle del CD. Ancora il piano (grande protagonista del suono del disco) introduce la limpida One Wild Bird, altra ballad di ampio respiro servita da un motivo di prima scelta, intonato dal nostro con la solita finezza; l’album si chiude con Broken Arrow, ennesima canzone dal motivo squisito che avvicina Lee al Tom Petty più melodico, e con Ventura, uno slow toccante e di notevole pathos per voce, piano e niente altro. Stillwater è un disco sorprendente, a mio parere tra i più riusciti degli ultimi mesi.

Marco Verdi

Una (Parziale) Colonna Sonora Di Un’Epoca Irripetibile. Jakob Dylan & Friends – Echo In The Canyon

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Jakob Dylan & Friends – Echo In The Canyon – Clean Slate/BMG Rights Management CD

Laurel Canyon è un quartiere di Los Angeles che sorge dalle parti di Hollywood, una zona che a cavallo tra gli anni sessanta ed i settanta diventò  il vero e proprio centro pulsante della musica californiana in un ideale passaggio di testimone con la Summer Of Love di San Francisco. Molti artisti in voga all’epoca infatti abitavano o frequentavano quel luogo, e parecchi dischi furono ispirati da esso al punto da dover coniare il termine “Laurel Canyon Sound”: stiamo parlando di gruppi come The Byrds, Love, Beach Boys, The Doors, Buffalo Springfield prima e CSN (&Y) dopo, The Mamas & The Papas, The Monkees e solisti come Frank Zappa, Joni Mitchell e Carole King. Un elenco che potrebbe andare avanti ancora, un periodo eccezionale in cui la California era davvero al centro del mondo, ed un suono che ancora oggi influenza decine di musicisti: provate per esempio ad immaginare le carriere di artisti come Fleet Foxes, Edward Sharpe & The Magnetic Zeros, Jonathan Wilson e Father John Misty se non fosse esistito il Laurel Canyon Sound.

Ora quel periodo magnifico è rievocato in Echo In The Canyon, un docu-film diretto da Andrew Slater che ripercorre quegli anni formidabili grazie alla narrazione di alcuni dei protagonisti dell’epoca (Roger McGuinn, Brian Wilson, Stephen Stills, Graham Nash, Jackson Browne, John Sebastian, Michelle Phillips, Eric Clapton e Ringo Starr, oltre al celebre produttore Lou Adler), ed altri più vicini ai giorni nostri ma che sono stati in qualche modo influenzati da quel periodo (Jakob Dylan, Fiona Apple, Beck, Norah Jones); la pellicola vede anche la presenza di Tom Petty in una delle ultime interviste prima dell’inattesa scomparsa avvenuta due anni fa, e solo il rivederlo nel trailer è estremamente toccante. Il film, che in America è già uscito nelle sale, ha ottenuto diversi commenti positivi ma anche non poche critiche, in primis perché ha totalmente ignorato alcune figure di grande importanza: se infatti può essere un peccato veniale non aver citato John Mayall (che all’epoca aveva casa proprio in quel luogo, e nel 1968 pubblicò Blues From Laurel Canyon che è uno dei suoi album migliori di sempre), più grave è non aver considerato neppure Jim Morrison, ed addirittura imperdonabile aver dimenticato anche la Mitchell, che forse insieme a David Crosby è l’artista più legata al suono che nacque su quelle colline.

Oggi però non mi occupo del film (che uscirà in DVD a Settembre), ma della sua colonna sonora, che riprende brani dell’epoca non nella loro versione originale bensì rivisitati in primis dal già citato Jakob Dylan insieme a diversi colleghi e colleghe che duettano con lui: in effetti Echo In The Canyon si può benissimo considerare un album solista, seppur collaborativo, dell’ex leader dei Wallflowers (che anche nel film è molto presente, fungendo quasi da maestro di cerimonie), il quale rivede con bravura e rispetto tredici canzoni di quel periodo magico, scegliendo non le hit più note ma alcuni brani meno conosciuti, tranne poche eccezioni. Il suono è decisamente vintage, anche se prodotto con le tecniche moderne, ed il disco risulta parecchio piacevole e ben fatto pur non avendo la pretesa di superare le versioni originali: buona parte del merito va alla house band, che vede all’opera Fernando Perdomo e Geoff Pearlman alle chitarre, Jordan Summers alle tastiere ed organo, Dan Rothchild al basso e Matt Tecu alla batteria, e con la partecipazione dello straordinario chitarrista Greg Leisz e del noto percussionista Lenny Castro. (NDM: il recensore rompiscatole che è in me a questo punto vorrebbe far notare che alcuni gruppi sono stati omaggiati con due canzoni, ed i Byrds addirittura con quattro, ma niente è stato riservato non dico alla Mitchell ed ai Doors che sono stati proprio saltati a piè pari, ma neppure a CSN&Y dato che Stills e Young sono presenti come autori ma in quota Buffalo Springfield e Crosby con un pezzo proprio dei Byrds…ed il povero Nash?).

Il CD inizia con la deliziosa Go Where You Wanna Go dei Mamas & Papas, scintillante, ricca nei suoni e con pieno rispetto del gusto pop dei sixties, ed un bel contrasto tra la voce di Jakob (il cui timbro negli anni somiglia più a quello di Petty che di papà Bob) e quella limpida e potente di Jade Castrinos, ex voce femminile della band di Edward Sharpe. Un ottimo avvio. Dylan Jr. ed il leader dei Queens Of The Stone Age Josh Homme sono una strana coppia ma funzionano decisamente bene nella rilettura di She dei Monkees, puro pop anni sessanta gradevole ed immediato, mentre Never My Love, unico successo del gruppo The Association ed in cui il nostro si accompagna con la brava Norah Jones, è una pop song lenta ed orecchiabile con un arrangiamento quasi byrdsiano ed ottimi coretti, un pezzo raffinato e diretto al tempo stesso; No Matter What You Do dei Love è un altro brano molto bello e scorrevole, pop-rock di gran classe con ottimo lavoro delle chitarre e la seconda voce di Regina Spektor. E veniamo alle quattro canzoni dei Byrds, che partono con la famosa The Bells Of Rhymney in cui viene rispettato alla perfezione il classico jingle-jangle sound, versione riveduta e non corretta (ma rinfrescata nel suono), con un Beck meno svaporato del solito a duettare con Jakob; la poco nota e suadente You Showed Me è perfettamente nelle corde del nostro, qui ben assistito da Cat Power e da un arrangiamento molto pettyano, l’altrettanto oscura It Won’t Be Wrong, con Fiona Apple, è più rock e dotata di un ottimo refrain corale, mentre la vibrante What’s Happening, scritta da Crosby, è l’unico episodio del disco con il solo Jakob a cantare, anche se la chitarra solista è di Neil Young (e si sente).

Ha attinenze coi Byrds anche Goin’ Back, scritta dalla celebre coppia Goffin/King ma incisa anche dal gruppo di McGuinn: rilettura molto bella, splendida melodia ed eccellente accompagnamento chitarristico, una delle più riuscite del lavoro (e visto che anche qui il duetto è con Beck si poteva re-intitolare…Goin’ Beck! Hahaha…). Ecco poi i due pezzi dei Buffalo Springfield, cioè una rilettura molto bella e piena di energia di Question, in cui Jakob Dylan duetta alla grande con Eric Clapton che ovviamente si esibisce anche alla chitarra, affiancato anche dall’autore del brano Stephen Stills, ed un’intensa Expecting To Fly ancora con la Spektor, servita da un sontuoso muro del suono formato da chitarre varie, steel, piano, vibrafono ed un quartetto d’archi. Infine troviamo due classici dei Beach Boys: una squisita e sognante In My Room di nuovo con Fiona Apple, versione perfettamente coerente con lo spirito del CD (cioè rivedere brani del passato senza stravolgerli), ed una gentile ed elegante I Just Wasn’t Made For These Times (tratta dal capolavoro Pet Sounds), acustica e con una leggera orchestrazione, ed ulteriormente impreziosita dagli interventi vocali di Neil Young.

Quando uscirà la versione video di Echo In The Canyon un’occhiata gliela darò di sicuro, ma per ora mi godo la colonna sonora che fa comunque la sua bella figura.

Marco Verdi

Il Secondo Cofanetto Della Serie Archives O Magari Il Nuovo Album Con I Crazy Horse? Ma Quando Mai: Per Il 7 Giugno Neil Young Annuncia Un “Nuovo” Live Del 1973 Con Gli Stray Gators Tuscaloosa.

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Neil Young + Stray Gators – Tuscaloosa – Reprise/Rhino – 07-06-2019

Mesi fa Neil Young aveva annunciato per maggio l’uscita del secondo box della serie Archives, ma mancando tre giorni direi che a questo punto sembra alquanto improbabile l’uscita e a nessuno è dato sapere quando avremo il piacere di vederlo pubblicato. Ma poi il canadese un paio di settimane fa ha fatto sapere che erano pronte almeno 11 canzoni nuove e sarebbe entrato a giorni in studio con i Crazy Horse (tra l’altro nella nuova formazione con Nils Lofgren che ha sostituito il dimissionario Frank “Poncho” Sampedro che lascia il gruppo dopo quasi cinque decadi di onorata carriera). E quindi, direte voi, ecco che viene annunciata la data per il nuovo disco di studio, il primo dai tempi di Psychedelic Pills del 2012 con i Crazy Horse: ovviamente, se avete letto il titolo del Post, non è così, l’annuncio c’è stato, ma per la pubblicazione di un concerto inedito registrato il 5 Febbraio del 1973 all’Università di Tuscaloosa in Alabama, accompagnato dagli Stray Gators, ovvero Tim Drummond, Kenny Buttrey, Jack Nitzsche e Ben Keith. Il disco è stato prodotto dallo stesso Neil Young con Elliot Mazer.

Un concerto particolare e comunque di notevole interesse, dove Young esegue un brano tratto dal primo album, mentre il grosso delle canzoni viene da After The Gold Rush Harvest, ma c’è anche la title track di Times Fades Away che uscirà solo a fine 1973 e dei brani che poi verranno pubblicati su Tonight’s The Night solo nel 1975. Quindi esibizione particolarmente interessante di cui vi riporto la tracklist completa qui sotto:

1. Here We Are In The Years
2. After The Gold Rush
3. Out On The Weekend
4. Harvest
5. Old Man
6. Heart Of Gold
7. Time Fades Away
8. Lookout Joe
9. New Mama
10. Alabama
11. Don’t Be Denied

Anche per oggi è tutto: nei prossimi giorni, tra l’altro, anche altre notizie su varie ristampe di prossima uscita, tra cui il nuovo cofanetto di Bob Dylan Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings di cui è stata ufficializzata la data sempre per il 7 giugno, ma non è ancora definitiva la lista dei brani contenuti nei 14 CD e il prezzo indicativo che avrà il box.

Bruno Conti

Un Capolavoro Non Lo E’ Mai Stato, Ma Forse E’ Il Caso Di Rivalutarlo! Byrds – Byrds

byrds - the byrds

Byrds – Byrds – Esoteric/Cherry Red CD

Nel 1973 i Byrds erano di fatto una “dead band walking”, dato che dopo il loro ultimo album (il non disprezzabile Farther Along del 1971, che però vendette pochissimo) si stavano stancamente trascinando in una attività live senza particolari guizzi, e con il leader assoluto Roger McGuinn sempre più scontento della line-up del gruppo. La palla al balzo fu colta da David Geffen, allora boss dell’emergente Asylum, che presentò ai cinque membri fondatori della band californiana (oltre a McGuinn, David Crosby, Gene Clark, Chris Hillman e Michael Clarke) la classica offerta non rifiutabile per un reunion album. I cinque misero da parte per un attimo gli antichi dissapori (e le relative carriere soliste) per registrare quindi un disco formato da nuove canzoni: il lavoro che ne risultò, appropriatamente intitolato Byrds, fu però molto criticato perché palesemente inferiore alle aspettative che erano prevedibilmente altissime, ed anche il successo di pubblico non rispecchiò affatto le speranze dei nostri, Geffen incluso che poi era quello che ci rimetteva di più.

Il problema vero era che Byrds fu il frutto della classica fusione a freddo di un gruppo che tornava insieme solo per motivi finanziari e non per reali esigenze artistiche, con i vari membri che a turno “usavano” i compagni come backing band per le loro canzoni, e quindi senza una vera collaborazione creativa: se aggiungiamo che dopo un po’ riaffiorarono, anche se solo in parte, le vecchie tensioni, si capisce benissimo perché questo disco invece di segnare un nuovo inizio mise la parola fine alla storia di uno dei gruppi più influenti degli anni sessanta (e per un breve periodo si venne a creare la strana situazione di una band che in studio aveva una line-up e dal vivo un’altra completamente diversa, con il solo McGuinn come elemento comune). Diciamo che la reunion non nasceva sotto i migliori auspici, dato che McGuinn, solitamente leader abbastanza dispotico, in questo album rimase stranamente nelle retrovie, Hillman confessò in seguito che si era tenuto le canzoni migliori per il suo debutto solista (che avvenne comunque tre anni dopo, prima ci fu la Hillman-Souther-Furay Band, altro esperimento non molto riuscito), mentre Clarke non aveva mai rappresentato un valore aggiunto per il gruppo, ma “solo” il batterista.

Gli unici “animatori” della reunion furono Crosby, che produsse anche il disco e figurava al centro in tutte le foto promozionali, e soprattutto Clark, che era in gran forma ed ottenne il materiale migliore dell’album. Oggi la Esoteric ha immesso sul mercato la ristampa di questo famoso disco, che non è certo la prima riedizione (l’ultima, targata Raven, è del 2014), ma sicuramente quella con il booklet più esauriente (con le note del noto giornalista e scrittore rock Malcolm Dome) e soprattutto con la rimasterizzazione migliore, tale da far sembrare queste incisioni risalenti a pochi mesi fa, e non vecchie di ben 46 anni. Risentendo il disco (va detto, senza bonus tracks) vorrei rivedere un attimo i giudizi dell’epoca, dato che ci troviamo di fronte ad un’opera di sicuro non imperdibile, e nemmeno ad un lavoro da isola deserta, ma comunque un bell’album con canzoni che vanno dal discreto all’ottimo, e che probabilmente nel 1973 deluse in quanto in quel periodo di dischi a cinque stelle ne uscivano con cadenza quasi mensile. Dicevo di Gene Clark, che ha l’onore di avere i due brani migliori tra quelli nuovi, a cominciare dall’opening track Full Circle (che in un primo momento sembrava dovesse essere anche il titolo dell’album), una splendida country song sostenuta da una melodia deliziosa, con le armonie vocali che ben conosciamo e la strumentazione elettroacustica perfetta; di stampo country è anche Changing Heart, altra bella canzone dal ritmo spedito, un bell’intreccio chitarristico (si sente distintamente anche la mitica 12 corde di McGuinn) e le solite magistrali backing vocals.

 

Dicevo anche di un Roger McGuinn quasi defilato, ed infatti la sua voce si sente solo in due brani, entrambi autografi: Sweet Mary, una ballata acustica dal sapore irlandese che sembra quasi un’anteprima di ciò che Roger farà decadi dopo con il progetto Folk Den, e Born To Rock’n’Roll, che nonostante il titolo è una ballata (rock, certo, ma pur sempre ballata), con un’improvvisa accelerazione ritmica nel ritornello, una buona canzone anche se un pochino al di sotto del potenziale del nostro. David Crosby propone Laughing, canzone splendida che però era già stata pubblicata (in versione diversa ovviamente) due anni prima sul mitico If I Could Only Remember My Name, e che qui comunque si conferma in tutta la sua bellezza, e l’elettrica e nervosa Long Live The King, un pezzo rock sullo stile di Almost Cut My Hair e Long Time Gone, ma non allo stesso livello. I due brani di Chris Hillman non sono poi così male: la roccata Things Will Be Better è comunque all’altezza di quanto poi finirà sul suo debutto solista Slippin’ Away (ed è nobilitata dal classico jingle-jangle sound), mentre Borrowing Time è una pimpante country song dal motivo immediato.

In ogni disco dei Byrds che si rispetti ci sono delle cover, e qui ne troviamo tre, la prima delle quali è un’intensa rilettura della bellissima For Free di Joni Mitchell, affidata alla voce dell’amico Crosby: splendida melodia e sonorità più alla CSN che Byrds. E poi c’è Neil Young che come autore prende il posto che abitualmente nei dischi dei nostri era destinato a Bob Dylan, con ben due composizioni, entrambe cantate da Clark (che quindi aumenta ulteriormente il vantaggio qualitativo sui compagni): Cowgirl In The Sand grandissima canzone in una interpretazione elettroacustica davvero squisita, più country e meno rock di quella del Bisonte canadese, ed una intesa e struggente See The Sky About To Rain, che all’epoca era ancora inedita (Young la pubblicherà l’anno seguente in On The Beach). Se non avete già una delle precedenti ristampe in CD di Byrds, disco che rappresenta il canto del cigno di una delle più grandi band di sempre, questa è quella da avere: non contiene inediti ma dona una veste sonora decisamente migliore ad un lavoro per troppi anni bistrattato.

Marco Verdi

Un Disco Di Una Bellezza Rara! Brandi Carlile – By The Way, I Forgive You

brandi carlile by the way

Brandi Carlile – By The Way, I Forgive You – Elektra/Warner CD

Recensione tardiva di un disco uscito lo scorso mese di Febbraio (il classico caso di: lo fai tu – lo faccio io – non lo fa nessuno), ma talmente bello da meritarsi l’inclusione nella mia Top Ten di fine 2018. Brandi Carlile da quando ha iniziato a pubblicare dischi nel 2005 non ha mai sbagliato un appuntamento, ma fino ad oggi non aveva mai pareggiato la bellezza del suo secondo lavoro, The Story (2007), un album eccellente che contava su una serie di canzoni bellissime, a partire dalla magnifica title track, uno dei brani migliori in assoluto del nuovo millennio a mio parere. Give Up The Ghost (2009) era ottimo, ma non al livello di The Story, ed i seguenti Bear Creek (2012) e The Firewatcher’s Daughter (2015), pur validi, erano un gradino sotto (mentre l’unico disco dal vivo di Brandi, Live At Benaroya Hall With The Seattle Symphony, pur avendo ottenuto critiche contrastanti a me era piaciuto tantissimo). Lo scorso anno la songwriter originaria di Ravensdale (un sobborgo di Seattle) ci aveva regalato lo splendido Cover Stories, una sorta di auto-tributo per il decennale di The Story, in cui le canzoni del suo secondo album venivano rivisitate da una serie di artisti famosi, il tutto a scopo benefico. Quella esperienza deve aver fatto bene a Brandi, in quanto il suo nuovo album, By The Way, I Forgive You, è un disco davvero splendido, con dieci canzoni una più bella dell’altra, un lavoro ispiratissimo che personalmente colloco sullo stesso piano di The Story. L’album, che vede la nostra affrontare i brani con il consueto approccio folk-rock, vede alla produzione una “strana coppia” formata dall’onnipresente Dave Cobb e da Shooter Jennings, e proprio il suono è uno dei punti di forza del CD.

Infatti alcuni brani si differenziano dal classico stile di Cobb, fatto di suoni scarni e dosati al millimetro, quasi per sottrazione, in quanto ci troviamo spesso immersi in sonorità decisamente più ariose, anzi direi quasi grandiose, ma senza essere affatto ridondanti: un termine di paragone potrebbe essere il suono dei Fleet Foxes, folk elettrificato e potente dal forte sapore emozionale. E Brandi, forse spronata da questo tipo di sonorità, tira fuori alcune tra le sue performance vocali migliori di sempre, con un’estensione da paura; tra i musicisti, oltre ai due produttori (Cobb alla chitarra e Jennings curiosamente al piano ed organo, evidentemente deve aver imparato qualcosa anche da mamma Jessi Colter), troviamo i soliti collaboratori sia della Carlile (i gemelli Phil e Tim Hanseroth, co-autori anche di tutte le canzoni) che di Dave (il batterista Chris Powell), mentre ai cori partecipano Anderson East in un brano e le Secret Sisters in un altro, e due pezzi hanno un arrangiamento orchestrale ad opera del grande Paul Buckmaster (noto per le sue collaborazioni, tra gli altri, con Elton John, del quale Brandi è una nota fan), qui alla sua ultima collaborazione essendo scomparso nel Novembre del 2017. Il disco (a proposito, il bel ritratto di Brandi in copertina è stato eseguito da Scott Avett, proprio il leader degli Avett Brothers) inizia alla grande con Every Time I Hear That Song, una splendida ballata di ampio respiro, dall’incedere maestoso ed una melodia da pelle d’oca, con un arrangiamento semi-acustico e corale di sicuro impatto (il testo tra l’altro contiene la frase che intitola l’album).

The Joke è il primo singolo, ed è una scelta per nulla commerciale: si tratta infatti di un’intensa ballata pianistica, cantata dalla Carlile in maniera straordinaria, con un toccante motivo di pura bellezza, impreziosita da una leggera orchestrazione e da un crescendo strumentale emozionante. Hold On Your Hand è una folk song che inizia in modo quasi frenetico, con Brandi solo voce e chitarra, poi nel refrain entrano gli altri strumenti ed i cori, e ci ritroviamo di nuovo in mezzo a sonorità grandiose, atipiche per Brandi (e qui vedo parecchie somiglianze con i già citati Fleet Foxes), ma il ritornello è di quelli che colpiscono da subito, grazie anche al contributo essenziale dato da un coro di sette elementi (tra cui Brandi stessa, i due Hanseroth ed Anderson East). The Mother è dedicata dalla Carlile alla figlia Evangeline, avuta tramite inseminazione artificiale dalla sua compagna, e vede una strumentazione più raccolta, un folk cantautorale puro e cristallino, tutto giocato sulla voce, un accompagnamento molto classico ed un motivo anche stavolta splendido; la lenta Whatever You Do è dominata dalla voce e dalla chitarra di Brandi, poi a poco a poco entra il piano (Shooter si rivela un ottimo pianista), altre due chitarre e la sezione ritmica, ma il tutto assolutamente in punta di piedi, ed anche gli archi di Buckmaster accarezzano la canzone con estrema finezza.

Fulron County Jane Doe è più diretta e solare, ha perfino un feeling country (un genere poco esplorato da Brandi negli anni), e degli accordi di chitarra elettrica che curiosamente rimandano alla mitica For What It’s Worth dei Buffalo Springfield: la Carlile canta al solito in maniera impeccabile ed il brano risulta tra i più godibili. Sugartooth è l’ennesima fulgida ballata di un disco quasi perfetto, un lento dall’approccio rock, con uno scintillante arrangiamento basato su piano e chitarre ed il consueto refrain dal pathos incredibile; stupenda anche Most Of All, un altro pezzo dalla struttura folk e con una linea melodica fantastica, il tutto eseguito con un’intensità da brividi: anche questa la metto tra le mie preferite. Il CD, una vera meraviglia, si chiude con la spedita Harder To Forgive, altro pezzo folkeggiante, cantato alla grande ed arrangiato ancora in maniera corale ed ariosa (ancora similitudini con lo stile del gruppo di Robin Pecknold), e con Party Of One, un finale pianistico ed intenso, che ha dei punti di contatto con le ballate analoghe di Neil Young.

A quasi un anno di distanza dalla sua uscita By The Way, I Forgive You rimane un disco splendido, e fa parte di quei lavori che continuano a crescere ascolto dopo ascolto.

Marco Verdi

pegi young

P.S: a proposito di voci femminili (e di Neil Young), vorrei ricordare brevemente Pegi Young, scomparsa il primo Gennaio all’età di 66 anni dopo una battaglia di un anno contro il cancro. Nata Margaret Morton, la figura di Pegi è sempre stata legata a doppio filo a quella del grande musicista canadese, al quale è stata sposata per quasi quaranta anni prima che il Bisonte prendesse la classica sbandata della terza età per l’attrice Daryl Hannah.

Dal punto di vista musicale Pegi, che è stata in diverse occasioni in tour con il marito come corista, non ci lascia certo delle pietre miliari, ma una serie di onesti lavori di soft rock californiano https://discoclub.myblog.it/2014/12/08/laltra-meta-della-famiglia-o-piu-pegi-young-the-survivors-lonely-crowded-room/ : l’ultimo, il discreto Raw, è del 2017. Nel 1986 Pegi è stata anche la fondatrice con il famoso consorte della Bridge School, un istituto per la cura dei bambini con gravi tare fisiche e mentali (la coppia ha avuto due figli, entrambi con seri problemi: Ben è affetto da paralisi cerebrale, Amber da epilessia) https://discoclub.myblog.it/2011/10/04/25-anni-di-buone-azioni-e-di-belle-canzoni-the-bridge-school/ .

Vorrei ricordare Pegi con la bellissima Unknown Legend del marito Neil, brano che apriva l’album Harvest Moon nel 1993 e che era a lei ispirato: infatti quando i due si conobbero nel lontano 1974 lei lavorava come cameriera in un diner vicino al ranch di Young.

Un Neil Young Acustico Fa Sempre Bene Alla Salute! Neil Young – Songs For Judy

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Neil Young – Songs For Judy – Reprise/Warner CD – 2LP

Nuovo episodio delle Performance Series di Neil Young a pochi mesi di distanza da Roxy: Tonight’s The Night Live https://discoclub.myblog.it/2018/04/26/nessun-paradosso-solo-grande-musica-neil-young-roxy-tonights-the-night-live/ (ed entrambi i live probabilmente ce li ritroveremo anche sul prossimo volume degli Archivi, che a quanto dice il musicista canadese potrebbero uscire la prossima primavera, ma chissà perché non mi fido): Songs For Judy, si tratta di un live registrato nel novembre del 1976 durante una breve tournée che prevedeva una prima parte acustica prima di essere raggiunto sul palco dai Crazy Horse per concludere le esibizioni, ed è un disco che i fans del Bisonte favoleggiavano da anni, e che è anche noto come The Bernstein Tapes, in quanto molte delle canzoni presenti erano state incise su una cassetta di proprietà del celebre fotografo rock Joel Bernstein. Il 1976 era stato un anno molto impegnativo per Neil, che prima aveva pubblicato Zuma insieme ai Crazy Horse, uno dei suoi album migliori della decade, e poi aveva registrato l’acustico Hitchhiker, rimasto però nei cassetti fino al Settembre del 2017; Songs For Judy è come ho detto prima un album che vede il solo Young sul palco accompagnarsi con chitarra, armonica, pianoforte ed organo, non riferito ad un solo concerto ma bensì ad un collage del meglio di diverse date americane.

Ed il CD è notevole: Neil è in ottima forma, suona e canta con forza e partecipazione, senza le incertezze e le occasionali stonature presenti nei tour precedenti (ed anche all’interno del pur ottimo Roxy: Tonight’s The Night Live), e ci consegna un album lungo (quasi 80 minuti) ma che si ascolta tutto d’un fiato. Una performance dunque ricca di feeling e con più di un momento all’insegna della grande musica, nel quale il nostro ripercorre in 22 tracce la sua carriera fino a quel momento, inserendo anche diverse chicche e brani all’epoca inediti. Il titolo del CD non si riferisce a Judy Collins (che tra l’altro l’inciucio sentimentale lo aveva avuto con Stephen Stills), ma all’attrice Judy Garland, che oltre a comparire sull’immagine di copertina è anche la protagonista di un surreale e scherzoso racconto narrato da Neil ad inizio concerto. Le note del libretto interno sono a cura del già citato Bernstein, che era a seguito del tour, e del regista Cameron Crowe, che all’epoca scriveva come giornalista per la rivista Rolling Stone (ed appare anche nella foto interna del CD). Parlando del contenuto musicale, non mancano certo le hits ed i brani più noti del canadese, come Heart Of Gold, accolta da un prevedibile boato, la magnifica e sempre toccante After The Gold Rush, una Mr. Soul eseguita con grande forza (unico rimando al periodo Buffalo Springfield), la deliziosa Harvest, la drammatica The Needle And The Damage Done e la countreggiante Roll Another Number. C’è anche qualche classico minore: una applauditissima Tell Me Why, la maestosa A Man Needs A Maid, resa ancora più struggente dall’introduzione suonata con l’organo a pompa, Mellow My Mind, tra le più intense dell’album Tonight’s The Night, e Sugar Mountain posta in chiusura, che nonostante fosse in origine un lato B è molto popolare.

Chiaramente, dato che stiamo parlando di Neil Young, trovano spazio nella setlist anche canzoni più oscure, come The Laughing Lady e Here We Are In The Years dal suo primo album, Journey Through The Past, che non proviene dal film con lo stesso titolo ma dal live Time Fades Away, la fluida Give Me Strength, che non è inedita solo perché è stata pubblicata lo scorso anno su Hitchhiker, o The Losing End, che è uno dei pezzi meno conosciuti di quel capolavoro che è Everybody Knows This Is Nowhere; per la verità un inedito assoluto c’è, ed è una ballatona pianistica tipica del nostro intitolata No One Seems To Know, un brano discreto anche se non memorabile. E poi, dulcis in fundo, abbiamo un bel gruppetto di brani che all’epoca di questi concerti erano inediti, e che Neil renderà ufficiali solo in seguito, come il pezzo messo in apertura, Too Far Gone, una country song pura e bellissima che finirà su Freedom nel 1989, White Line, che in versione molto diversa e decisamente più rock andrà nel 1991 su Ragged Glory, la nota Human Highway, da anni già nel repertorio live di Neil, ma messa solo due anni dopo su Comes A Time, la già splendida Pocahontas, una delle migliori canzoni del lato acustico di Rust Never Sleeps (già presente anche su Hitchhiker), e due pezzi che di lì a pochi mesi Young inserirà tra gli inediti della compilation Decade, cioè la militaresca Campaigner e Love Is A Rose, che il pubblico mostra di conoscere in quanto l’anno prima era stata un successo per Linda Ronstadt.

Songs For Judy è il quinto live acustico pubblicato da Neil Young nell’ambito dei suoi concerti d’archivio e, sia per la scaletta che per la qualità della performance, può essere tranquillamente considerato uno dei migliori.

Marco Verdi

Neil Young – Songs For Judy. Che Natale Sarebbe Senza Un “Nuovo” Disco Del Canadese?

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Neil Young – Songs For Judy – Reprise/Rhino – 30-11-2018

Era ben dal mese di aprile che Neil Young non ci allietava con qualche nuova uscita discografica, l’ultima era stata https://discoclub.myblog.it/2018/04/26/nessun-paradosso-solo-grande-musica-neil-young-roxy-tonights-the-night-live/  , guarda caso un disco dal vivo, che seguiva di poco la colonna sonora del film Paradox. Poi il canadese era stato stranamente silente durante il resto dell’anno, ma con l’avvicinarsi delle festività, ecco arrivare puntualmente un “nuovo” disco estratto dai suoi sterminati archivi (*NDB A proposito è stato annunciato ufficialmente sul suo sito, in una risposta ad una richiesta di un fan, che il tanto atteso cofanetto volume 2 delle Archive Series dovrebbe uscire nel mese di maggio del 2019, dieci anni dopo l’uscita del primo box e sarà pubblicato questa volta solo in versione CD, niente DVD o Blu-ray, che secondo Neil sono diventati formati obsoleti per pubblicare musica).

Ma torniamo a Songs For Judy, che è il volume 7 delle Performance Series (A Proposito 2. Ma tutti i dischi della serie Archive che sono usciti in questi anni li troveremo poi di nuovo nel 2° cofanetto, come era stato per quelli usciti nel primo volume?). Si tratta comunque di materiale registrato durante il tour del novembre 1976, durante il quale nei concerti Neil Young divideva lo spettacolo in una prima parte acustica, prima di tornare sul palco con i Crazy Horse per la parte elettrica dello show. Il fotografo Joel Bernstein all’epoca ha registrato il tutto su un registratore a cassette con l’idea di farsi un proprio archivio personale relativo a quella tournée. Cameron Crowe, il noto regista e giornalista, che era on the road con il canadese all’epoca ha curato insieme a Neil la scelta ed il “restauro” dei nastri e scritto delle note per l’occasione. Sono 23 brani in tutto, selezionati come detto scegliendo tra quelli eseguiti da Young ogni sera: quindi non uno show specifico ma quelle che sono state considerate le migliori versioni dei pezzi eseguiti nell’occasione. C’è anche una rarità assoluta come No One Seems To Know, e dalle informazioni rilasciate ci viene detto che le canzoni sono suonate con l’accompagnamento di chitarra acustica, piano, banjo e l’occasionale uso di uno Sringman Synthesizer ( e secondo Bernstein alcuni brani sono stati suonati anche negli atrii e nei camerini delle locations dove avvenivano le esibizioni.

La qualità sonora comunque sembra buona (da quel poco che al momento è dato sentire, un brano sul sito di Neil, Campaigner, e il video su Youtube della stessa canzone, che potete ascoltare sopra) e la scelta del repertorio interessante, come potete verificare qui sotto.

1. Songs For Judy Intro
2. Too Far Gone
3. No One Seems To Know
4. Heart Of Gold
5. White Line
6. Love Is A Rose
7. After The Gold Rush
8. Human Highway
9. Tell Me Why
10. Mr. Soul
11. Mellow My Mind
12. Give Me Strength
13. Man Needs A Maid
14. Roll Another Number
15. Journey Through The Past
16. Harvest
17. Campaigner
18. Old Laughing Lady
19. The Losing End
20. Here We Are In The Years
21. The Needle And The Damage Done
22. Pocahontas
23. Sugar Mountain

Il tutto uscirà su CD il 30 novembre, e un paio di settimane dopo è previsto anche un doppio vinile.

Bruno Conti