Magari E’ Un Casinista, Ma Se Parliamo Di Musica Ha Pochi Eguali! Neil Young – Archives Vol. II: 1972-1976

neil young archives vol. 2

Neil Young – Archives Vol II: 1972-1976 – Reprise/Warner 10 CD Box Set

E finalmente è arrivato il momento: ho infatti tra le mani da pochi giorni il pluri-rimandato secondo box degli archivi di Neil Young a ben undici anni dal primo volume (che a sua volta aveva subito numerosi rinvii), una pubblicazione che ormai era diventata talmente aleatoria da attirare su di sé le ironie degli addetti ai lavori. In realtà le polemiche sono continuate anche a causa delle modalità di commercializzazione, inizialmente prevista solo sul sito dell’artista in quantità limitata a tremila copie e ad un costo molto alto (circa 250 dollari più spese di spedizione). In pratica il 16 ottobre scorso, giorno scelto per la messa in vendita online, il box ha continuato ad apparire e sparire dal sito, fino al momento in cui è stato dichiarato esaurito per la “gioia” delle migliaia di fans rimasti con un palmo di naso (ritengo quasi miracoloso il fatto che io sia riuscito ad accaparrarmene una copia, ma praticamente ho passato la serata su internet dalle 18 a mezzanotte, interrompendomi solo per la cena…).

Dopo aver dato la colpa alla Reprise, Neil ha incasinato ancora di più le cose, prima lasciando intendere che non ci sarebbero state ristampe, poi annunciando che nel 2021 sarebbe uscita una versione “povera” solo con i CD ma senza libro (che comunque costerà 150 dollari, quindi povera un par di ciufoli) e che l’edizione diciamo “super deluxe” non sarebbe stata ristampata per rispetto ai tremila che sono riusciti a prenderla, mentre pochi giorni dopo il nostro ha fatto una giravolta degna di un democristiano della Prima Repubblica annunciando una seconda uscita anche del box “a parallelepipedo”, sempre a 250 testoni e con l’unica differenza che la scritta “II” sarà in rosso anziché in nero (entrambe le versioni sono previste per il 5 marzo 2021). A parte ogni giudizio di carattere morale, il cofanetto è comunque una goduria: dieci CD (non ci sono questa volta edizioni in DVD o Blu-Ray) che vanno dal 1972 al 1976, ricoprendo quindi un lasso di tempo molto più breve rispetto al primo volume, cosa comprensibile dato che stiamo parlando di un periodo tra i più fertili artisticamente per Young. Il libro è uno spettacolo (ancora meglio del primo), 252 pagine ricche di foto mai viste, cronologia delle sessions del periodo interessato e crediti brano per brano, ma ancora più imperdibile ovviamente è la parte musicale, con ben 131 canzoni di cui circa la metà inedite tra versioni dal vivo, alternate e brani mai sentiti prima, ed un titolo diverso per ogni singolo CD.

Come nel primo volume ci sono parecchi pezzi nella loro versione originale che danno al progetto una valenza semi-antologica, ma purtroppo Neil ha confermato l’antipatica scelta di inserire nel box anche album già usciti in precedenza, con il risultato che uno si trova a possedere due dischi uguali: in questo caso abbiamo due live (Tuscaloosa https://discoclub.myblog.it/2019/06/18/ecco-il-disco-dal-vivo-che-aspettavamo-da-46-anni-neil-young-stray-gators-tuscaloosa/  e Roxy: Tonight’s The Night Live https://discoclub.myblog.it/2018/04/26/nessun-paradosso-solo-grande-musica-neil-young-roxy-tonights-the-night-live/ , che però ha come bonus track un’ottima rilettura di The Losing End, uno dei pezzi meno conosciuti di Everybody Knows This Is Nowhere) ed il mitico Homegrown, che a questo punto mi chiedo perché Neil abbia pubblicato non più tardi di cinque mesi fa https://discoclub.myblog.it/2020/06/20/non-avrei-mai-pensato-che-un-giorno-lo-avrei-recensito-neil-young-homegrown/ . E poi capisco che non si possano inserire tutti gli inediti (ci vorrebbero venti volumi), ma forse un paio di dischetti in più sì. Polemiche a parte, ecco una disamina disco per disco, nella quale mi limiterò agli inediti: non troverete citati i CD n. 2, 4 e 7, che sono le tre ripetizioni citate poc’anzi, e per le quali vi rimando alle mie recensioni originali.

CD1: Everybody’s Alone (1972-1973). Il primo dischetto inizia dove finiva il precedente box, e cioè da dopo le sessions di Harvest. A parte Yonder Stands The Sinner tratta da Time Fades Away ed una rarissima Last Trip To Tulsa dal vivo proveniente da una b-side, tutto il resto è inedito, tra pezzi in studio con Neil da solo o con gli Stray Gators (nell’abortito seguito di Harvest) e dal vivo durante il tour da cui è stato tratto Time Fades Away. Tra le canzoni inedite abbiamo la delicata ballata Letter From ‘Nam (che negli anni 80 ritroveremo sull’album Life con il titolo di Long Walk Home), Come Along And Say You Will, bella country song in stile Harvest, l’elettroacustica e leggermente blues Goodbye Christians On The Shore e Sweet Joni, registrata dal vivo a Bakersfield e dedicata ovviamente alla Mitchell, in una performance molto intima al pianoforte. Le versioni alternate vedono un abbozzo dell’intensa Monday Morning, che si evolverà in Last Dance, e finalmente le due takes di studio di The Bridge (pianistica e struggente, davvero splendida) ed una Time Fades Away elettrica e decisamente trascinante, quasi country-punk. Gli altri pezzi dal vivo sono la classica The Loner, con il piano di Jack Nitzsche in evidenza, ed una L.A. diversa da quella apparsa sul live del 1973, Per finire una delle chicche del box, cioè una bella prima versione acustica di Human Highway insieme a CSN, per quello che sarebbe dovuto essere il seguito di Deja Vu (ci riproveranno come vedremo nel 1976 con lo stesso risultato).

CD3: Tonight’s The Night (1973). Le sessions con i Santa Monica Flyers per il famoso album del titolo, che uscirà però due anni dopo. L’album originale è presente con nove pezzi su dodici, anche perché gli altri tre erano uno dal vivo nel 1970, uno era una outtake di Harvest ed il terzo sarebbe stato inciso insieme al materiale di On The Beach. Gli inediti qui sono solo tre: una interessante jam improvvisata dai toni blues basata su Speakin’ Out, la bella Everybody’s Alone, canzone elettrica e vibrante dalla melodia solare che contrasta con il mood del resto delle sessions (ed infatti rimarrà fuori dal disco), e soprattutto una fantastica rock’n’roll version di Raised On Robbery di Joni Mitchell, proprio con la bionda cantautrice canadese alla voce solista e Neil che si limita alle armonie ed a suonare l’elettrica. Uno dei brani di punta del box.

CD5: Walk On (1973-1974). Le sessions di On The Beach, che è presente con sette brani, mentre Borrowed Tune finirà su Tonight’s The Night e Winterlong su Decade (ma che bella che è). Questo è il CD più avaro di inediti, solo tre per un totale complessivo di appena sei minuti: le prime versioni acustiche del traditional Greensleeves e di Traces (ripresa poi dal vivo da CSN&Y, è anche sul box CSN&Y 1974), ed una rilettura elettrica con i Crazy Horse della bellissima Bad Fog Of Loneliness, qui nella sua prima versione ufficiale in studio.

CD6: The Old Homestead (1974). Questo invece è il dischetto più lungo e più ricco di inediti: le uniche canzoni già note sono la title track, che finirà nel 1980 su Hawks & Doves, e Deep Forbidden Lake che andrà su Decade. Il resto si divide tra pezzi acustici ed elettrici, con alcune chicche strepitose come brani mai sentiti prima ed altri suonati solo dal vivo, tra cui ben tre versioni dell’honky-tonk Love/Art Blues, una acustica e due con la band alle spalle (l’ultima è la migliore). Poi c’è la take originale di Through My Sails, solo Neil voce e chitarra e senza le sovraincisioni di CSN, le prime versioni di Pardon My Heart, Vacancy (che verrà rifatta per Homegrown) e Give Me Strength, oltre ad inediti assoluti come Homefires, LA Girls And Ocean Boys e Frozen Man, tutte acustiche, la deliziosa country ballad Daughters, con Levon Helm alla batteria e Nicolette Larson alla seconda voce, la prima take di Changing Highways coi Crazy Horse (verrà reincisa addirittura nel 1996 per Broken Arrow) e Bad News Comes To Town che invece sarà ripresa dal vivo nel 1988 con i Bluenotes. Come ciliegina finale ci sono due imperdibili brani dal vivo a Chicago con CSN, ovvero la fluida Push It Over The End ed una On The Beach semplicemente grandiosa, entrambe ben al di sopra dei sette minuti ciascuna.

CD8: Dume (1975). Ed ecco le sessions con i Crazy Horse per Zuma, che infatti viene incluso nella sua interezza (a parte Through My Sails che come abbiamo visto è dell’anno prima). Ci sono comunque otto inediti, a partire dalle prime versioni di brani che poi finiranno su Rust Never Sleeps ma già bellissimi (Ride My Llama, una Powderfinger più lenta ed una strepitosa Pocahontas elettrica). Poi troviamo un rifacimento sempre elettrico di Kansas, che era stata provata in veste acustica per Homegrown, le rare Hawaii e No One Seems To Know, la splendida Too Far Gone (che non vedrà la luce fino al 1989 quando verrà reincisa per Freedom) e, come inedito assoluto, Born To Run (il Boss non c’entra), brano rock potente ma non particolarmente originale.

CD9: Look Out For My Love (1975-1976). Dopo i primi tre pezzi, comunque già editi (Like A Hurricane, Lotta Love e Look Out For My Love), il fulcro del CD sono le sessions per il poco fortunato Long May You Run della Stills/Young Band, che come non tutti forse sanno sarebbe dovuto essere il nuovo album di CSN&Y, ma a causa dei dissapori con Crosby e Nash Young cancellerà le parti vocali dei due. Ebbene, la sorpresa di questo dischetto sono proprio i tre brani finali, Ocean Girl, Midnight On The Bay ed un’altra Human Highway, nei quali sono state “ripristinate” le voci di David e Graham diventando a tutti gli effetti tre canzoni inedite del quartetto (che quindi assumono subito un altro fascino). Dalle stesse sessions abbiamo una versione alternata di Let It Shine e due ottime takes mai sentite di Traces (ancora) e di Separate Ways, che era già stata registrata per Homegrown. Completano il quadro tre unreleased songs dal vivo con Neil da solo sul palco: Mellow My Mind, Midnight On The Bay e la rara Stringman, canzone che non vedrà la luce fino al 1993 quando Young deciderà di includerla nella setlist del suo Unplugged.

CD10: Odeon Budokan (1976). Il cofanetto si conclude con un live album strepitoso, dieci canzoni equamente divise tra performance acustiche ed elettriche (coi Crazy Horse) registrate nel marzo 1976. La metà acustica vede Neil esibirsi all’Hammersmith Odeon di Londra, e comprende classici del calibro di The Old Laughing Lady, After The Gold Rush e Old Man, oltre alla poc’anzi citata Stringman ed alla bellissima Too Far Gone. La parte elettrica, proveniente dal mitico Nippon Budokan di Tokyo, propone superbe riletture di Don’t Cry No Tears, Cowgirl In The Sand (più corta del solito ma sempre splendida), Lotta Love, Drive Back e Cortez The Killer.

In conclusione, a parte le continue contraddizioni tipiche del personaggio Neil Young, questo Archives Vol. II: 1972-1976 conferma, se ce ne fosse stato bisogno, che come musicista è uno dei più grandi di tutti i tempi. Ed ora speriamo solo di non dover attendere il terzo volume per altri undici anni.

Marco Verdi

Una Grande Folksinger Muove I Primi Passi, Ecco La Recensione Del Box. Joni Mitchell – Archives Volume 1: The Early Years 1963-1967

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Joni Mitchell – Archives Volume 1: The Early Years 1963-1967 – 5CD Box Set Rhino

Se volete andare a rileggervi quanto detto in sede di presentazione del cofanetto, che ovviamente rimane valido, lo trovate a questo link https://discoclub.myblog.it/2020/09/24/apre-gli-archivi-anche-laltra-grande-icona-della-musica-canadese-joni-mitchell-archives-volume-1-the-early-years-1963-1967/ , dove ho scritto le mie considerazioni generali mentre oggi ci occupiamo, come promesso, in modo approfondito dei contenuti del box, che ho avuto modo di ascoltare con attenzione dal giorno della sua pubblicazione avvenuta il 30 ottobre.

Il contenuto è stato, giustamente, pubblicato in base alla sequenza cronologica delle registrazioni, anche su suggerimento di Neil Young alla Mitchell, quindi partiamo con il primo dischetto.

CD1]
Radio Station CFQC AM, Saskatoon, Saskatchewan, Canada (ca. 1963), nove brani provenienti da quella che si ritiene la più vecchia registrazione esistente negli archivi, quando si esibiva ancora come Joan Anderson,  nella città dove abitava allora con la sua famiglia, in un repertorio prettamente tradizionale, a parte due pezzi, come testimoniano le canzoni di questa sorta di provino per una radio locale: la voce a venti anni è già cristallina e formata, con un bellissimo vibrato mutuato dalle grande voci della musica folklorica anglo-scoto-irlandese e dalle sue derivazioni americane, che però poi in seguito non avrebbe amato molto, e dalle quali non fu a sua volta molto amata, ed ecco così scorrere House Of The Rising Sun, John Hardy, il classico di MerleTravis Dark As A Dungeon, la sognanteTell Old Bill, la mossa Nancy Whiskey, Anathea con alcune ardite vocalizzazioni che anticipano le future svolte della sua carriera, per quanto sempre tenute in un ambito rigorosamente tradizionale, accompagnata solo da un ukulele a quattro corde, il suo primo strumento, a parte il pianoforte della gioventù, ad aun certo punto abbandonato, come ricorda nella amabile conversazione con il giornalista e regista Cameron Crowe, contenuta nel libretto che correda il box.

Tornando a quella prima apparizione pubblica troviamo anche, a completare questa registrazione miracolosamente ritrovata di recente, Copper Kettle di Albert Frederick Beddoe, e altri due standard del folk come Fare Thee Well (Dink’s Song) e Molly Malone. Verso la fine del 1964, poco prima di scoprire di essere incinta, Joni si esibisce nel primo importante concerto lontano da casa di fronte ad un pubblico, del quale troviamo sempre nel primo CD i due set completi, che vertono ancora su un repertorio tradizionale, anche se ci sono un paio di brani di Woody Guthrie e uno di Sydney Carter, mentre la Mitchell, come racconta sempre lei stessa, inizia ad inserire nel contesto delle sue esibizioni alcune presentazioni che fanno da raccordo alla sequenza delle canzoni e che seguono anche una ideale traccia logica tra l’una e l’altra e non sono solo pezzi eseguiti senza nessun nesso logico.

Live at the Half Beat: Yorkville, Toronto, Canada (October 21, 1964)
Lei è ancora Joni Anderson, ma appare sempre più sicura della sua vocalità, la registrazione cattura anche i rumori di fondo del piccolo locale, rumori di piatti e bicchieri, ma la qualità sonora è di nuovo eccellente:una brillante Nancy Whiskey, che il pubblico apprezza,  precede The Crow On The Cradle, una canzone contro la guerra che Joni presenta come un brano del repertorio di Ewan MacColl, ma che nel libretto viene attribuita giustamente a Carter e che comunque è sempre quella di cui esiste anche una memorabile versione di Jackson Browne.

Pastures Of Plenty è proprio quella di Woody Guthrie che Joni presenta come uno dei suoi autori preferiti, e che illustra una sempre maggiore destrezza strumentale, anche se nella registrazione appare un leggero fastidioso rumore di fondo, eccellente anche la lunga e solenne Every Night When The Sun Goes In, preceduta da una breve introduzione arriva anche Sail Away, un altro traditional che al suo interno ha anche elementi caraibici di calypso e nel quale la nostra amica timidamente incita il pubblico a cantare con lei nel ritornello, mi pare con poco successo.

Nel secondo set del concerto troviamo di nuovo una brillante John Hardy e Dark As A Dungeon, seguite dal traditional Maids When You’re Young Never Wed An Old Man, preceduta da una breve ed ironica esortazione di Joni alle giovani fanciulle; altro brano della tradizione è The Dowie Dens Of Yarrow, un brano scozzese cantato a cappella, mentre in chiusura la Mitchell esegue un altro brano di Woody Guthrie, la splendida Deportee (Plane Crash At Los Gatos), esecuzione impeccabile di una canzone poi entrata nel repertorio di tantissimi cantanti e gruppi.

Gli ultimi tre brani del primo CD provengono da una registrazione casalinga nell’abitazione dei genitori, a Saskatoon nel Saskatchewan, nel febbraio del 1965, a pochi giorni dalla nascita della figlia Kelly Dale Anderson, che fu data in adozione, visto che il padre se ne lavo le mani. Le tre canzoni sono The Long Black Rifle, Ten Thousand Miles e Seven Daffodils, tutte affascinanti e che testimoniamo la costante crescita artistica della nostra amica.

CD2)

Sempre nel 1965, ad aprile, incontra Charles Scott “Chuck” Mitchell, un nativo di New York che diventerà il suo primo marito e che la incoraggia ad intraprendere la carriera musicale suonando nelle coffee houses, e alla fine del mese, i due si avviano per gli Stati Uniti, il primo viaggio negli USA per Joni, che nel frattempo comincia a scrivere le sue canzoni, sempre spronata da Chuck che vede le sue potenzialità. Le prime tre registrazioni del secondo CD vengono da un’altra registrazione privata per il compleanno della mamma, messe su nastro a Detroit, Michigan.

Myrtle Anderson Birthday Tape: Detroit, MI (1965)

Ed ecco la prima apparizione di Urge For Going, poi apparsa come lato B di un singolo e nella compilation Hits. A seguire la deliziosa I Was Born To Take The Highway e la leggiadra Here Today Gone Tomorrow, rimaste inedite finora. Nel giugno del 1965 si sposa con Chuck, ma nel frattempo incontra il collega Eric Andersen, che le insegna quella particolare accordatura in open G tuning (sol maggiore) che rimarrà un suo marchio di fabbrica negli anni, in quanto poi Joni la farà propria in modo unico. Con questa nuova tecnica registra un demo da presentare a Jac Holzman, il boss della Elektra, che però non la mette sotto contratto. Oggi possiamo ascoltare anche noi quei cinque brani…

Jac Holzman Demo: Detroit, MI (August 24, 1965)

Tra i quali spicca secondo Cameron Crowe la bellissima Day After Day, ma anche le altre quattro sono interessanti ed inedite a livello ufficiale: What Will You Give Me, l’intricata Let It Be Me, la danzante The Student Song, e la sospesa Like The Lonely Swallow, che già indicano la strada che verrà intrapresa negli album a venire. Ancora come Joan Anderson partecipa il 4 ottobre del 1965, sempre con due canzoni nuove, alla trasmissione televisiva Let’s Sing Out della emittente CTV Winnipeg, registrata alla University Of Manitoba: si tratta di Favorite Colour e di Me And My Uncle, dove appare anche un bassista sconosciuto, molto interessanti entrambe.

Sempre registrato a Detroit in un demo casalingo di inizio ’66, ecco Sad Winds Blowin’, altro interessante brano che non avrebbe sfigurato nei suoi primi album. Al 24 ottobre del 1966 partecipa di nuovo alla trasmissione Let’s Sing Out, come Joni Mitchell questa volta, da London, Ontario: Just Like Me e Night In The City, di cui esistono anche le immagini e, come ricorda il presentatore, oltre che già molto brava, appare anche bellissima.

L’ultima parte del 2° CD è dedicata ai 6 brani, più alcune introduzioni, estratti dalla esibizione

Live at the 2nd Fret: Philadelphia, PA (November 1966)
apparsa già in diversi bootleg, ecco la lista completa

“Brandy Eyes”
Intro to “Urge For Going”
“Urge For Going”
Intro to “What’s The Story Mr. Blue”
“What’s The Story Mr. Blue”
“Eastern Rain”
Intro to “The Circle Game”
“The Circle Game”
Intro to “Night In The City”
“Night In The City”

Questa, non nascondiamocelo, è già Joni Mitchell, fatta e finita, eccellente esibizione dal vivo.

CD3)

Che pochi mesi dopo, il 12 marzo del 1967, sempre a Flladelfia appare al

Folklore Radio Broadcast,

cantando due delle canzoni che diverranno a breve dei capolavori assoluti: Both Sides Now, su Clouds del 1969, e The Circle Game su Ladies Of The Canyon del 1970, due brani di uno splendori assoluto, anche in queste registrazioni inedite, entrambe con brevi interviste e presentazioni radiofoniche.

Nel frattempo, nei primi mesi del 1967, Joni divorzia da Chuck Mtchell, del quale comunque manterrà sempre il cognome, ma prima di trasferirsi a New York registra una seconda apparizione al Second Fret di Philadelphia il 17 marzo e pochi giorni dopo, il 19, tiene anche un secondo breve set nel Folklore Radio Broadcast, sempre da Filadelfia. in entrambe le occasioni, oltre ad eseguire anteprime di altri brani che più avanti appariranno negli album ufficiali, presenta altre canzoni che poi rimarranno a lungo inedite.

Ed ecco quindi scorrere la deliziosa Morning Morgantown, poi su Ladies Of The Canyon, Born To Take The Highway, già apparsa nel nastro per il compleanno della mamma, oltre a Song To A Seagull, la title track del primo album del 1968, Winter Lady, una intima love song che poi rimarrà inedita, la prima versione live di Both Sides Now, dal 2° e 3° set registrati al Second Fret, il primo non appare nel CD. Mentre dal broadcast arrivano le inedite Eastern Rain, con elementi orientaleggianti e blues e un complesso lavoro della chitarra acustica, di cui è sempre più padrona, già presentata a novembre, ma qui più compiuta, e anche Blue On Blue, inframmezzate da dialoghi con Gene Shay, il conduttore della trasmissione, con il quale ha un ottimo rapporto.

Per completare il terzo CD troviamo

“A Record Of My Changes” – Michael’s Birthday Tapes un altro nastro casalingo, registrato a maggio del 1967 nel North Carolina, un nastro dove fanno il loro debutto altri 5 brani, più una improvvisazione di Joni: qualità delle canzoni sempre eccellente, quella sonora un po’ meno, nastro frusciato, ma comunque decisamente buono, troviamo la malinconica Gemini Twin, Strawflower Me dove la Mitchell tenta una vocalità più profonda e ricercata, l’armoniosa A Melody In Your Name, in entrambe la canzoni mi sembra di cogliere delle affinità con il primo Tim Buckley folk, e ancora Tin Angel oscura e brumosa, e la fluida I Dont Know Where I Stand, con un bel fingerpicking e una melodia sognante, seguita da una breve improvvisazione per voce e chitarra, senza testo. L’ultimo brano del CD viene dalla apparizione finale al Folklore Radio Broadcast del 28 maggio 1967, una delle rarissime cover, ovvero una versione di un brano del collega canadese Neil Young, di cui esegue Sugar Mountain, che presenta come una grande canzone: siamo d’accordo.

CD4)

Ad aprire il CD troviamo un altro demo, questa volta registrato a New York nel giugno del 1967, dove Joni presenta alcune canzoni che poi entreranno nel suo repertorio, e altre ancora inedite: I Had A King dal primo album, la bellissima Free Darling, che rimarrà inedita, ma ha tutti crismi delle tipiche scansioni delle migliori composizioni della Mitchell, stesso discorso per la lunga Conversation, con la voce che sale e scende nel suo tipico stile vocale, Morning Morgantown, la “strana” Dr. Junk, sottotitolo The Dentist Man, che però anticipa alcune soluzioni sonore che poi verranno riprese negli anni ’70, Gift Of The Magi, che nella conversazione tra Cameron Crowe e Joni viene indicato come uno dei brani che avrebbe meritato di essere recuperato in qualcuno degli album ufficiali, cosa invece avvenuta per l’euforica Chelsea Morning poi apparsa nel 1969 su Clouds e per la leggiadra e fiabesca Michael From Mountains poi pubblicata su Song To A Seagull, ma non per un altro brano delizioso come Cara’s Castle, che avrebbe meritato una miglior fine, mentre la conclusiva Jeremy rimarrà solo un frammento incompleto, per quanto intrigante.

Da qui in avanti troviamo i tre set completi registrati il 27 ottobre del 1967 alla

Canterbury House Ann Arbor, Michigan

dove una Joni Mitchell ormai divenuta una perfetta performer delizia il pubblico con le sue canzoni e anche con presentazioni sempre illuminanti, a tratti timide, sulla sua personalità. Nel quarto CD il primo set, con il pubblico che ascolta rapito una splendida Conversation, poi in una sequenza di brani noti ed inediti troviamo Come To The Sunshine, Chelsea Morning, Gift Of The Magi, la rara Play Little David, il traditional accapella The Dowie Dens Of Yarrow, I Had A King, Free Darling, Cactus Tree, poi inserita nel primo album.

CD5)

Prosegue il concerto con il secondo set, ancora ricco di brani rari come Little Green, bellissima, Marcie, ispirata dal suo primo viaggio a Londra, la soave e spensierata Ballerina Valerie, The Circle Game, una delle sue canzoni più belle, che però ad Ann Arbor ancora non conoscono, anche se lei prova a farli cantare, Michael From Mountains, Go Tell The Drummer Man, sconosciuta ovunque, ma un altro brano che avrebbe meritato maggior fortuna e a chiudere il secondo set I Don’t Know Where I Stand, una canzone dedicata al padre, con relativa lunga introduzione.

Nel terzo set A Melody In Your Name, altra piccola meraviglia della cantante canadese, cantata con voce stentorea, come pure Carnival In Kenora, un altro dei brani che Cameron Crowe indica tra i suoi preferiti tra quelli inediti contenuti nel box, in effetti splendida, e molto bella pure Songs To Aging Children Come, poi troviamo Dr. Junk, dedicata al suo amico dentista, con citazione del riff di Hey Bo Diddley, la dolcissima Morning Morgantown, la eccellente Night In The City e gran finale con Both Sides Now Urge For Going, una più bella dell’altra. Come dice lei stessa, ridendo, alla fine della conversazione con Crowe, I Was A Folksinger”! E non aveva ancora pubblicato nulla, ma qui troviamo tutto.

Grande cofanetto da avere assolutamente: attendiamo con ansia i prossimi della serie.

Bruno Conti

Apre Gli Archivi Anche L’Altra Grande Icona Della Musica Canadese. Joni Mitchell – Archives Volume 1: The Early Years 1963-1967

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Joni Mitchell – Archives Volume 1: The Early Years 1963-1967 – 5CD Box Set Rhino – 30-10-2010

Mentre prosegue faticosamente l’iter della pubblicazione degli Archivi di Neil Young, che dopo una infinita serie di annunci e a “soli” 11 anni dall’uscita del primo volume sta per pubblicare il 20 novembre il secondo cofanetto (ma non si sa ancora il prezzo, il formato effettivo della confezione, solo il contenuto, che non è poi detto sia esatto), anche Joni Mitchell, altra grande icona della musica canadese, e probabilmente la più grande cantatutrice di tutti i tempi (anzi togliamo il probabilmente), inizia a pubblicare, sotto l’egida della Rhino, ma con la sua fattiva collaborazione, il primo volume di una serie di cofanetti che illustreranno tutta (anche il periodo Geffen, Nonesuch e Hear Music? Vedremo) la sua fantastica discografia. Il primo annuncio parlava di “alcuni” volumi in uscita nei prossimi anni, ora si parla di “parecchi”, lo sapremo solo vivendo, perciò non sarà una cosa breve, speriamo solo più rapida di quella di Young, e senza troppi doppioni e ripetizioni.

Però il primo cofanetto è previsto per il 30 ottobre, prezzo indicativo non troppo modico, oscillante tra i 70 e gli 80 euro a seconda dei paesi (meno che in Nord America dove dovrebbe costare circa 15 euro in meno, ma poi, per noi europei, ti massacrano con spese di spedizione, dogana e IVA, a meno che non conosciate qualche residente locale): nella confezione c’è anche un bel libretto di 40 pagine che intravedete qui sotto, con una lunga conversazione della stessa Joni Mitchell con il giornalista e regista Cameron Crowe e molte foto mai viste, prese dalla sua collezione personale.

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E stiamo parlando solo del periodo 1963-1967, quindi prima della uscita del primo album ufficiale e alcune quando si presentava ancora come Joni Anderson, già bellissima, come si vede nel video sopra: come si diceva la Mitchell ha dato la sua piena collaborazione, non solo, ha anche corretto alcune sue dichiarazioni del passato, la più famosa quella che diceva “Non sono una folk singer”, mentre ora Joni, dopo avere ascoltato tutto questo vecchio materiale dichiara “Era bellissimo, mi ha fatto perdonare i miei inizi, Ed ho avuto questa realizzazione…In realtà ero una cantante Folk”. Anche il sottoscritto, che la considera, come detto poc’anzi, la più grande (con Sandy Denny, buona seconda, parere personale ovviamente), dopo avere letto e visto i contenuti (e i prezzi) era un po’scettico, ma poi ho dato una veloce ascoltata a quello che si può sentire e devo dire che la qualità, anche sonora, dei contenuti, mi pare eccellente, anche se mi riservo di valutare il tutto bene dopo l’uscita.

Intendiamoci, come sanno i fans, e anche gli appassionati praticanti di buona musica, come chi scrive, molto di questo materiale è già uscito su bootleg, e soprattutto in vari broadcast radiofonici di CD più o meno legittimi: la Rhino dichiara che tutto il materiale consta di “six hours of unreleased recordings”, registrazioni casalinghe, dal vivo e radiofoniche, tra le quali 29 composizioni originali mai ascoltate prima con la sua voce, ovvero, qualcuna ha già circolato, ma non cantata da lei. Tra le cover, che sono parecchie, oltre ad alcuni traditionals, citiamo, per rimanere in argomento Sugar Mountain di Neil Young. Per ora il primo brano che è stato rilasciato su video, è proprio una versione del brano tradizionale House Of The Rising Sun registrato per la CFQC AM Radio Station di  Saskatoon, Saskatchewan, Canada nel 1963.

E non è finita, per gli amanti della cantautrice canadese, e del vinile, oltre che con un portafoglio ben rifornito, usciranno anche due vinili, piuttosto costosi, con brani estratti dal box, uno triplo e uno singolo, rispettivamente Live at Canterbury House – 1967 Early Joni – 1963. Comunque ecco come al solito la lista completa dei contenuti.

[CD1]
Radio Station CFQC AM, Saskatoon, Saskatchewan, Canada (ca. 1963)

“House Of The Rising Sun”
“John Hardy”
“Dark As A Dungeon”
“Tell Old Bill”
“Nancy Whiskey”
“Anathea”
“Copper Kettle”
“Fare Thee Well (Dink’s Song)”
“Molly Malone”

Live at the Half Beat: Yorkville, Toronto, Canada (October 21, 1964)
First Set

Introduction
“Nancy Whiskey”
Intro to “The Crow On The Cradle”
“The Crow On The Cradle”
“Pastures Of Plenty”
“Every Night When The Sun Goes In”
Intro to “Sail Away”
“Sail Away”

Second Set

“John Hardy”
“Dark As A Dungeon”
Intro to “Maids When You’re Young Never Wed An Old Man”
“Maids When You’re Young Never Wed An Old Man”
“The Dowie Dens Of Yarrow”
“Deportee (Plane Crash At Los Gatos)”
Joni’s Parents’ House: Saskatoon, Saskatchewan, Canada (February 1965)
“The Long Black Rifle”
“Ten Thousand Miles”
“Seven Daffodils”

[CD2]
Myrtle Anderson Birthday Tape: Detroit, MI (1965)

“Urge For Going”
“Born To Take The Highway”
“Here Today And Gone Tomorrow”

Jac Holzman Demo: Detroit, MI (August 24, 1965)

“What Will You Give Me”
“Let It Be Me”
“The Student Song”
“Day After Day”
“Like The Lonely Swallow”

Let’s Sing Out, CBC TV: University of Manitoba, Winnipeg, MB, Canada (October 4, 1965)

“Favorite Colour”
“Me And My Uncle”

Home Demo: Detroit, MI (ca. 1966)

“Sad Winds Blowin’”

Let’s Sing Out, CBC TV: Laurentian University, London, ON, Canada (October 24, 1966)

“Just Like Me”
“Night In The City”

Live at the 2nd Fret: Philadelphia, PA (November 1966)

“Brandy Eyes”
Intro to “Urge For Going”
“Urge For Going”
Intro to “What’s The Story Mr. Blue”
“What’s The Story Mr. Blue”
“Eastern Rain”
Intro to “The Circle Game”
“The Circle Game”
Intro to “Night In The City”
“Night In The City”

[CD3]
Folklore, WHAT FM: Philadelphia, PA, (March 12, 1967)

Intro to “Both Sides Now”
“Both Sides Now”
Intro to “The Circle Game”
“The Circle Game”

Live at the 2nd Fret: Philadelphia, PA (March 17, 1967)
Second Set

“Morning Morgantown”
“Born To Take The Highway”
Intro to “Song To A Seagull”
“Song To A Seagull”

Third Set

“Winter Lady”
Intro to “Both Sides Now”
“Both Sides Now”

Folklore, WHAT FM: Philadelphia, PA (March 19, 1967)

Intro to “Eastern Rain”
“Eastern Rain”
Intro to “Blue On Blue”
“Blue On Blue”

“A Record Of My Changes” – Michael’s Birthday Tape: North Carolina (May 1967)

“Gemini Twin”
“Strawflower Me”
“A Melody In Your Name”
“Tin Angel”
“I Don’t Know Where I Stand”
Joni improvising

Folklore, WHAT FM: Philadelphia, PA (May 28, 1967)

Intro to “Sugar Mountain”
“Sugar Mountain”

[CD4]
Home Demo: New York City, NY (ca. June 1967)

“I Had A King”
“Free Darling”
“Conversation”
“Morning Morgantown”
“Dr. Junk”
“Gift Of The Magi”
“Chelsea Morning”
“Michael From Mountains”
“Cara’s Castle”
“Jeremy” (Incomplete)

Live at Canterbury House: Ann Arbor, MI (October 27, 1967)
First Set

“Conversation”
Intro to “Come To The Sunshine”
“Come To The Sunshine”
Intro to “Chelsea Morning”
“Chelsea Morning”
Intro to “Gift Of The Magi”
“Gift Of The Magi”
“Play Little David”
Intro to “The Dowie Dens Of Yarrow”
“The Dowie Dens Of Yarrow”
“I Had A King”
Intro to “Free Darling”
“Free Darling”
Intro to “Cactus Tree”
“Cactus Tree”

[CD5]
Live at Canterbury House: Ann Arbor, MI (October 27, 1967)
Second Set

“Little Green”
Intro to “Marcie”
“Marcie”
Intro to “Ballerina Valerie”
“Ballerina Valerie”
“The Circle Game”
Intro to “Michael From Mountains”
“Michael From Mountains”
“Go Tell The Drummer Man”
Intro to “I Don’t Know Where I Stand”
“I Don’t Know Where I Stand”

Third Set

“A Melody In Your Name”
Intro to “Carnival In Kenora”
“Carnival In Kenora”
“Songs To Aging Children Come”
Intro to “Dr. Junk”
“Dr. Junk”
“Morning Morgantown”
Intro to “Night In The City”
“Night In The City”
“Both Sides Now”
“Urge For Going”

Quindi non ci resta che aspettare l’uscita e poi ne riparliamo diffusamente.

Bruno Conti

Un Annuncio Atteso Da Anni (Ed Un Piccolo Disco Per Ingannare L’Attesa)! Neil Young – Archives Vol. II/The Times

neil young archives vol. 2

Neil Young – Archives Vol. II – Reprise/Warner 10CD Box Set 20/11/2020

Neil Young – The Times – Reprise/Warner EP CD

Quando qualche mese fa Neil Young aveva annunciato una lunga serie di progetti da pubblicare tutti entro il 2020 mi ero fatto una grassa risata, abituato ormai alla volubilità del musicista canadese, che una ne fa e cento ne pensa. Ricapitolando, la lista delle uscite in programma era: il mitico album inedito Homegrown, poi effettivamente pubblicato a giugno, il live con i Crazy Horse Return To Greendale inciso nel 2003 (che ad oggi sembra seriamente candidato ad uscire veramente, pare il 6 novembre), un altro disco dal vivo con il Cavallo Pazzo registrato nel 1990 (Way Down In The Rust Bucket), un concerto acustico del 1971 intitolato Young Shakespeare, la ristampa del mini CD El Dorado ed un’edizione speciale di After The Gold Rush per il cinquantesimo anniversario. Come se non bastasse, la settimana scorsa Young ha annunciato un nuovo doppio live con i Promise Of The Real, Noise And Flowers, che però più ragionevolmente potrebbe vedere la luce nel 2021.

Ho lasciato per ultima la pubblicazione che rappresenta il fiore all’occhiello di questa valanga di materiale, e cioè il pluri-annunciato e pluri-rimandato secondo volume degli archivi di Neil, a ben undici anni dal primo “tomo”. Ebbene, che ci crediate o no, Young ha appena confermato l’uscita di Archives Vol. II, con tanto di foto del cofanetto postata sul suo sito ed addirittura la tracklist: la data di uscita è ora il 20 novembre, e pare che il box sarà disponibile in esclusiva proprio sul website del Bisonte, con i pre-ordini che scatteranno dal 16 ottobre (a che prezzo ancora non si sa). Voci non confermate dicono però che una versione più “povera” dal punto di vista del manufatto verrà comunque messa in commercio attraverso i canali tradizionali. Ecco comunque di seguito la tracklist dei dieci CD: come vedete il periodo di tempo coperto, 1972-1976, è molto più breve di quello del primo volume (che andava dal 1963 al 1972), ma bisogna dire che in quegli anni Young era posseduto da un fermento artistico incredibile; così come nel box precedente, i brani sono un mix tra canzoni inedite, versioni alternate e brani già conosciuti, e ci sono ancora quelle antipatiche ripetizioni di album già usciti separatamente (e che quindi tutti hanno già comprato), come per esempio il già citato Homegrown o i live Tuscaloosa e Roxy: Tonight’s The Night Live.

Archives Volume II: 1972-1976 track listing:
* = previously unreleased song
# = new unreleased version

Disc 1 (1972-1973)
Everybody’s Alone

Letter From ‘Nam *
Monday Morning #
The Bridge #
Time Fades Away #
Come Along and Say You Will *
Goodbye Christmas on the Shore *
Last Trip to Tulsa
The Loner #
Sweet Joni *
Yonder Stands the Sinner
L.A. (Story)
L.A. #
Human Highway &#035

Disc 2 (1973)
Tuscaloosa

Here We Go in the Years
After the Gold Rush
Out on the Weekend
Harvest
Old Man
Heart of Gold
Time Fades Away
Lookout Joe
New Mama
Alabama
Don’t Be Denied

Disc 3 (1973)
Tonight’s the Night

Speakin’ Out Jam #
Everybody’s Alone #
Tired Eyes
Tonight’s the Night
Mellow My Mind
World on a String
Speakin’ Out
Raised on Robbery (Joni Mitchell song) *
Roll Another Number
New Mama
Albuquerque
Tonight’s the Night Part II

Disc 4 (1973)
Roxy: Tonight’s the Night Live

Tonight’s the Night
Mellow My Mind
World on a String
Speakin’ Out
Albuquerque
New Mama
Roll Another Number
Tired Eyes
Tonight’s the Night Part II
Walk On
The Losing End #

Disc 5 (1974)
Walk On

Winterlong
Walk On
Bad Fog of Loneliness #
Borrowed Tune
Traces #
For the Turnstiles
Ambulance Blues
Motion Pictures
On the Beach
Revolution Blues
Vampire Blues
Greensleeves *

Disc 6 (1974)
The Old Homestead

Love/Art Blues #
Through My Sails #
Homefires *
Pardon My Heart #
Hawaiian Sunrise #
LA Girls and Ocean Boys *
Pushed It Over the End #
On the Beach #
Vacancy #
One More Sign #
Frozen Man *
Give Me Strength #
Bad News Comes to Town #
Changing Highways #
Love/Art Blues #
The Old Homestead
Daughters *
Deep Forbidden Lake
Love/Art Blues #

Disc 7 (1974)
Homegrown

Separate Ways
Try
Mexico
Love Is a Rose
Homegrown
Florida
Kansas
We Don’t Smoke It No More
White Line
Vacancy
Little Wing
Star of Bethlehem

Disc 8 (1975)
Dume

Ride My Llama #
Cortez the Killer
Don’t Cry No Tears
Born to Run *
Barstool Blues
Danger Bird
Stupid Girl
Kansas #
Powderfinger #
Hawaii #
Drive Back
Lookin’ for a Love
Pardon My Heart
Too Far Gone #
Pocahontas #
No One Seems to Know #

Disc 9 (1976)
Look Out for My Love
Like a Hurricane
Lotta Love
Lookin’ for a Love
Separate Ways #
Let It Shine #
Long May You Run
Fontainebleau
Traces #
Mellow My Mind #
Midnight on the Bay #
Stringman #
Mediterranean *
Ocean Girl #
Midnight on the Bay #
Human Highway #

Disc 10 (1976)
Odeon Budokan Live

The Old Laughing Lady #
After the Gold Rush #
Too Far Gone #
Old Man #
Stringman #
Don’t Cry No Tears #
Cowgirl in the Sand #
Lotta Love #
Drive Back #
Cortez the Killer #

neil young the times

Sembra quindi la volta buona (e di materiale interessante pare essercene a bizzeffe)…ma siccome a Neil non piace stare con le mani in mano, da pochi giorni è uscito The Times, un EP di sette canzoni registrato durante le Fireside Sessions (una serie di concerti acustici trasmessi via web che il nostro ha tenuto durante il lockdown e anche dopo) che contiene sei brani del passato reincisi per sola voce e chitarra più una cover, tutte con il comune denominatore del carattere “politico” dei testi (tranne un’eccezione), allo scopo di cercare di contrastare la possibile rielezione di Donald Trump. Il dischetto, 26 minuti, è stato inciso in presa diretta in puro stile “buona la prima”, ed il fascino risiede proprio nella voce sempre più fragile del nostro e nelle imperfezioni tecniche, che sono però compensate dal feeling che i fans del nostro conoscono bene (e che mancava nell’analogo A Letter Home di qualche anno fa). Neil non si preoccupa di rilasciare la versione definitiva delle canzoni presenti, ma riesce comunque ad emozionare con una performance intensa e di grande forza emotiva. E poi ci sono tre capolavori assoluti (Alabama, Ohio e Southern Man), una grande canzone poco conosciuta (Campaigner), la cover di un brano leggendario (The Times They Are A-Changin’ di Bob Dylan, forse la più traballante del lotto), un pezzo discreto ma eseguito in maniera molto intima (Little Wing, l’unica non di “protesta”) e la riedizione con un nuovo testo attualizzato di Lookin’ For A Leader, originariamente scritta “contro” la presidenza di George W. Bush.

Un dischetto da ascoltare tutto d’un fiato, in attesa del piatto forte in arrivo a novembre…sperando che sia davvero la volta buona.

Marco Verdi

Lou Reed, Cofanetto New York In Uscita il 25 Settembre: “Peccato” Sia Un Bundle CD/DVD/LP!

lou reed new york

Lou Reed – New York – Box 3 CD + DVD + 2 LP Sire Rhino – 25-09-2020

Non c’entra, ma proprio in questi giorni Neil Young per l’ennesima volta annuncia l’uscita dell’atteso Archives Vol. 2: 1972-1976, cofanetto da 10 CD che in un primo tempo (si fa per dire, visto che siamo in ballo da 10 anni), diciamo per il 2020, avrebbe dovuto essere pubblicato proprio in questi giorni di agosto, ora viene spostato al 6 novembre, e già che ci siamo si parla pure di un non meglio identificato Return To Greendale, sempre per lo stesso giorno. Ma qualcuno ci crede ancora? L’unica cosa certa è che il vecchio Neil ha postato una nuova canzone Lookin’ For A Leader 2020 https://www.youtube.com/watch?v=c0cOUDwKl9kche il nostro amico invita Trump ad utilizzare pure durante la campagna elettorale, vedremo.

Veniamo al cofanetto di New York di Lou Reed, considerando che c’entra sempre la Rhino. Iniziativa lodevole: in effetti i dischi di Reed del periodo Sire, pur essendo stato pubblicato nel 2015 un bel cofanetto da 10 CD, anche a prezzo speciale, The Sire Years: Complete Albums Box,non erano mai stati rimasterizzati, a differenza di quelli del periodo antecedente contenuti in RCA & Arista Album Collection del 2015. Nel titolo dico “peccato” riferendomi a questo vezzo della Rhino di unire insieme le versioni in CD (e DVD) con quelle in vinile: penso ad esempio alle ristampe dei Doors. Ovviamente il costo dei manufatti cresce e comunque si tratta di due tipi di pubblico differenti, gli amanti del LP e quelli delle versioni digitali: basterebbe, come si fa spesso e volentieri, tenerle divise.

Comunque l’annuncio è stato fatto, il box è previsto in uscita per il 25 settembre (salvo ripensamenti dell’ultima ora, non impossibili, dato questo periodo di continui e snervanti rinvii) e conterrà in CD l’album originale (probabilmente, insieme a quello dell’anno successivo con John Cale, uno degli album grandi album di Reed) con remaster 2020, un secondo dischetto con 14 brani dal vivo registrati nel corso del tour mondiale del 1989, anno di pubblicazione del disco originale, un terzo dischetto con 14 altre 14 tracce, versioni da 45 giri, qualche demo e versione alternativa o acustica, un pezzo non utilizzato nel CD originale e altre due canzoni dal vivo. I pezzi in studio del disco del 1989, escono anche in un doppio vinile, mentre nel DVD ci sono altri brani Live, ovvero l’esibizione completa del Theatre St. Denis – Montreal, Canada – August 13, 1989, pubblicata ai tempi solo in VHS e su Laser Disc, una intervista con Lou Reed e di nuovo le 14 canzoni in versioni ad alta definizione per audiofili, e un libro rilegato 12×12, con nuovi saggi, articoli e foto. Alla preparazione del tutto hanno collaborato la sua compagna Laurie Anderson, Don Fleming, Bill Ingot, Jason Stern, e Hal Willner.

Il prezzo annunciato, con la presenza dei vinili, indicativamente sarà sui 70 euro.

Al solito ecco la lista dettagliata dei contenuti. Se volete farvi del male, sul sito della Rhino è disponibile anche una edizione esclusiva con (musi)cassetta aggiunta.

Tracklist
[CD1: Original Album 2020 Remaster]
01 Romeo Had Juliette
02 Halloween Parade
03 Dirty Blvd.
04 Endless Cycle
05 There Is No Time
06 Last Great American Whale
07 Beginning of a Great Adventure
08 Busload of Faith
09 Sick of You
10 Hold On
11 Good Evening Mr. Waldeheim
12 Xmas in February
13 Strawman
14 Dime Store Mystery

[CD2: Live Performance Tracks]
01 Romeo Had Juliette (Warner Theater, Washington, DC, 3/14/1989)
02 Halloween Parade (Joseph Meyerhoff Symphony Hall, Baltimore, MD, 3/16/1989)
03 Dirty Blvd. (Wembley Arena, London, UK, 7/14/1989)
04 Endless Cycle (Warner Theater, Washington, DC, 3/14/1989)
05 There Is No Time (The Mosque, Richmond, VA, 8/8/1989)
06 Last Great American Whale (The Mosque, Richmond, VA, 8/8/1989)
07 Beginning of a Great Adventure (Wembley Arena, London, UK, 7/4/1989)
08 Busload of Faith (Falconer Theater, Copenhagen, Denmark, 6/9/1989 )
09 Sick of You (Tower Theater, Upper Darby, PA, 3/17/1989)
10 Hold On (The Mosque, Richmond, VA, 8/8/1989)
11 Good Evening Mr. Waldheim (Joseph Meyerhoff Symphony Hall, Baltimore, MD, 3/16/1989)
12 Xmas in February (Joseph Meyerhoff Symphony Hall, Baltimore, MD, 3/16/1989)
13 Strawman (Wembley Arena, London, UK, 7/4/1989)
14 Dime Store Mystery (The Mosque, Richmond, VA, 8/8/1989)

[CD3: Bonus Tracks]
01 Romeo Had Juliette (7 “Version)
02 Dirty Blvd. (Work Tape)
03 Dirty Blvd. (Rough Mix)
04 Endless Cycle (Work Tape)
05 Last Great American Whale (Work Tape)
06 Beginning of a Great Adventure (Rough Mix)
07 Busload of Faith (Acoustic Version)
08 Sick of You (Work Tape)
09 Sick of You ( Rough Mix)
10 Hold On (Rough Mix)
11 Strawman (Rough Mix)
12 The Room (Non-Album Track)
13 Sweet Jane (Live Encore at The Mosque, Richmond, VA, 8/8/1989)
14 Walk on the Wild Side (Live Encore at The Mosque, Richmond, VA, 8/8/1989)

[LP1/LP2: Original Album 2020 Remaster]
(see tracklist for CD1)

[DVD]
Live at Theatre St. Denis – Montreal, Canada – August 13, 1989
01 Romeo Had Juliette
02 Halloween Parade
03 Dirty Blvd.
04 Endless Cycle
05 There Is No Time
06 Last Great American Whale
07 Beginning Of A Great Adventure
08 Busload Of Faith
09 Sick Of You
10 Hold On
11 Good Evening Mr. Waldheim
12 Xmas In February
13 Strawman
14 Dime Store Mystery
Feature
15 A Conversation With Lou Reed [25:34]
Original Album 96kHz/24-bit PCM Stereo
16 Romeo Had Juliette
17 Halloween Parade
18 Dirty Blvd.
19 Endless Cycle
20 There Is No Time
21 Last Great American Whale
22 Beginning of a Great Adventure
23 Busload of Faith
24 Sick of You
25 Hold On
26 Good Evening Mr. Waldeheim
27 Xmas in February
28 Strawman
29 Dime Store Mystery

Per il 9 ottobre la Warner/Rhino, sempre in queste edizioni miste CD/LP, annuncia anche la ristampa di Pleased To Meet Me dei Replacements, ne parliamo nei prossimi giorni.

Bruno Conti

Quando Gli “Scarti” Sono Meglio Dei Brani Originali! Lukas Nelson & Promise Of The Real – Naked Garden

lukas nelson naked garden

Lukas Nelson & Promise Of The Real – Naked Garden – Fantasy/Concord CD

Non credo sia un caso che il miglior disco della carriera di Lukas Nelson e dei suoi Promise Of The Real (Tato Melgar, Anthony LoGerfo, Corey McCormick e Logan Metz) sia il loro album omonimo uscito nel 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/09/19/con-babbo-fratello-zia-e-cugine-acquisite-al-seguito-non-male-lukas-nelson-and-promise-of-the-real/ , quarto in totale e primo per la Fantasy, e cioè il lavoro uscito al termine della loro esperienza sia live che in studio come backing band di Neil Young: Lukas ha indubbiamente imparato moltissimo dalla collaborazione con il Bisonte, e la sua maturazione era palese in quel disco che, pur non essendo un capolavoro, era un ottimo esempio di rock americano al 100%, con diverse canzoni di livello egregio. E non dimentichiamo che essere figlio di Willie Nelson se hai un minimo di talento e sai assorbire gli insegnamenti nel modo giusto può essere un enorme vantaggio, anche se è successo più volte che avere come padre una leggenda è stato come il “bacio della morte” per decine di giovani musicisti.

Lo scorso anno Lukas e i POTR hanno pubblicato Turn Off The News (Build A Garden), un lavoro che avrebbe dovuto confermare quanto di buono fatto nel disco del 2017, ma che in realtà si è rivelato una parziale delusione, in quanto sembrava di avere a che fare con un album di pop-rock californiano, che non sarebbe di per sé un difetto, ma l’approccio alle canzoni era troppo rilassato e piuttosto molle, e la sensazione era che i brani stessi non fossero di prima scelta. Ho avuto la fortuna di vedere i POTR dal vivo con Young, e mi sono reso conto di avere di fronte una rock band con le contropalle, perfetta tra l’altro per accompagnare il vecchio Neil (sono una specie di Crazy Horse meno rozzi e più tecnici), ma nel disco di un anno fa non ho ritrovato lo stesso gruppo bensì una band qualunque, senza grinta e mordente. Immaginatevi quindi il mio entusiasmo quando ho appreso che, a distanza di meno di un anno, i nostri sarebbero usciti con un nuovo lavoro che già dal titolo, Naked Garden, si riallacciava all’album del 2019, e nel quale avrebbero inserito outtakes di quelle sessions e versioni alternate di pezzi di Turn Off The News, il tutto con un suono meno lavorato e più crudo.

Temevo quindi il peggio, dato che già il CD di un anno fa non mi aveva entusiasmato e non avevo grandi aspettative per una collezione di brani scartati da quelle registrazioni, ma con mia grande sorpresa devo ammettere che Naked Garden si è rivelato fin dal primo ascolto come un signor disco, un lavoro diretto e piacevole che ci ha restituito il gruppo che aveva fatto ben sperare negli anni precedenti. Sarà il suono più grezzo e rock, con le chitarre di nuovo in primo piano, sarà l’approccio differente verso le versioni alternate dei brani già noti, ma questo disco è un piacere dalla prima all’ultima nota, ed una volta terminato l’ascolto mi viene anche il dubbio che l’anno scorso Lukas non sia stato proprio lungimirante nello scegliere i brani da inserire in Turn Off The News. Quindici pezzi in tutto, di cui sette già conosciuti (Speak The Truth i nostri la suonano dal vivo già da qualche anno, anche se in studio non era ancora stata pubblicata) e otto inediti: le canzoni nuove iniziano con Entirely Different Stars, avvio deciso e potente per un brano dal sapore sudista ed un giro chitarristico di stampo blues, con i primi due minuti acustici seguiti da un’entrata vigorosa della band che dona al pezzo tonalità addirittura psichedeliche. La saltellante Back When I Cared è quasi country e presenta un motivo decisamente orecchiabile ed un arrangiamento “rurale”; Movie In My Mind è una rock ballad tersa, rilassata e molto piacevole, con la strumentazione usata in maniera fluida, mentre Focus On The Music è una country ballad pianistica suonata in modo elegante che risente dell’influenza di papà Willie.

My Own Wave è un brano particolare, una ballata con elementi sia rock che funky che country, il tutto molto godibile e con un refrain immediato, Fade To Black mi ricorda invece certi midtempo cadenzati di Tom Petty, con in più un retrogusto blue-eyed soul. I brani inediti terminano con la solida Couldn’t Break Your Heart, bella rock’n’roll song dai toni crepuscolari, e con la sorprendente The Way You Say Goodbye, un valzerone d’altri tempi in cui Lukas sembra quasi Roy Orbison (voce a parte). E veniamo ai pezzi già noti: detto della già citata Speak The Truth (un gradevole brano funkeggiante ed annerito), ci sono due versioni alternate di Civilized Hell, una elettrica molto più diretta di quella dell’anno scorso, con un drumming possente ed una slide appiccicosa, ed una intensa e rallentata rilettura acustica (anche se il mio orecchio percepisce anche qui una chitarra elettrica). La solare Out In L.A. era già tra le più piacevoli di Turn Off The News, e questa versione extended non mi fa cambiare idea, così come la splendida rilettura alternata della bella Bad Case, decisamente trascinante e tra i migliori momenti del CD. Chiudono Naked Garden due missaggi differenti e più spontanei di Stars Made Of You e Where Does Love Go, quest’ultima bellissima, coinvolgente e con agganci alle produzioni di Jeff Lynne per Tom Petty e Traveling Wilburys.

Una bella sorpresa dunque questo Naked Garden, ed ennesima dimostrazione che a volte quello che viene lasciato fuori dai dischi è meglio di ciò che viene pubblicato.

Marco Verdi

A Volte, Fortunatamente, Ritornano Come Un Tempo! Ray LaMontagne – Monovision

ray lamontagne monovision

Ray Lamontagne – Monovision – Rca Records

I primi quattro album di Ray LaMontagne, da Trouble del 2004 a God Willin’ & The Creek Don’t Rise del 2010, mi erano piaciuti moltissimo, e non solo a me, perché erano dischi veramente bellissimi e furono anche di grande successo, perché complessivamente avevano venduto quasi 2 milioni di copie solo negli Usa, gli ultimi due arrivando fino al 3° posto delle classifiche, tanto che Ray (dopo una vita in cui aveva girovagato dal nativo New Hampshire, poi nello Utah e nel Maine) si era potuto permettere di comprare una fattoria di 103 acri a Ashfield, Massachusetts, per oltre un milione di dollari, dove vive tuttora e ci ha costruito anche uno studio di registrazione casalingo. Brani in serie televisive, colonne sonore, VH1 Storytellers, un duetto con Lisa Hannigan nel disco Passenger del 2011, Insomma lo volevano tutti: poi nel 2014 esce il disco Supernova, prodotto da Dan Auerbach, un disco dove il suono a tratti vira verso la psichedelia, un suono molto più “lavorato” e con derive pop barocche, non brutto nell’insieme, tanto che molte critiche sono ancora eccellenti e il disco arriva nuovamente al terzo posto delle classifiche di Billboard, alcuni brani ricordano il suo suono classico, ma nel complesso è “diverso”. Nel 2016 ingaggia Jim James dei My Morning Jacket per Ouroboros dove il pedale viene schacciato ulteriormente verso una psichedelia ancora più spinta, chitarre elettriche distorte, rimandi al suono dei Pink Floyd in lunghi brani con improvvisazoni strumentali, voce filtrata o utilizzata in un ardito falsetto, per chi scrive anche un po’ irritante, benché ci siano dei passaggi quasi bucolici e sereni che si lasciano apprezzare, sempre se non avesse fatto i primi quattro album.

Il disco va ancora abbastanza bene, per cui si ritira per la prima volta nel suo studio The Big Room e decide di proseguire con la sua svolta “cosmica” pubblicando nel 2018 Part Of The Light, che però cerca di coniugare lo spirito rock dei dischi precedenti ad altri momenti più intimi e ricercati che rimandano al folk astrale dei primi album, un ritorno alle sonorità più amate della prima decade. Che giungono a compimento in questo nuovo Monovision dove, come ricordo nel titolo, LaMontagne ritorna, per citare altre frasi celebri e modi di dire, sulla diritta via e lo fa tutto da solo (d’altronde “chi fa da sé fa per tre”) suonando tutti gli strumenti, chitarre, tastiere, sezione ritmica e componendo una serie di brani ispirati a sonorità più morbide, rustiche e “campagnole”, l’amato Van Morrison e il suo celtic soul, il primo Cat Stevens, mai passato di moda, la West Coast californiana e il Neil Young degli inizi, il tutto ovviamente rivisto nell’ottica di Ray che prende ispirazione da tutto quanto citato ma poi, quando l’ispirazione lo sorregge, come in questo disco, è in grado di emozionare l’ascoltatore anche con la sua voce particolare ed evocativa.

Prendiamo l’iniziale Roll Me Mama, Roll Me, una chitarra acustica arpeggiata, la voce sussurata che diventa roca e granulosa, un giro di basso palpitante che contrasta con l’atmosfera più intima ed improvvise aperture bluesy, che qualcuno ha voluto accostare, non sbagliando, ai Led Zeppelin più rustici e fok de terzo album. I Was Born To Love You è una di quelle ballate meravigliose in cui il nostro amico eccelle, un incipit acustico alla Cat Stevens che si trasforma all’impronta in una lirica melodia westcoastiana, con fraseggi deliziosi dell’elettrica e il cantato solenne di un ispirato LaMontagne che fa una serenata alla sua amata. Strong Enough è la canzone più mossa e ottimista del disco, un ritmo che prende spunto dalla soul music miscelato con il groove del rock classico dei Creedence, la voce di Ray che si fa “nera”, sfruttando al massimo la sua potenza di emissione.

Summer Clouds torna al suono di una solitaria acustica arpeggiata, alla quale il nostro amico aggiunge una tastiera che riproduce il suono degli archi, un cantato quieto ed avvolgente, uguale e diverso al contempo da quello malinconico di Nick Drake e dei folksingers britannici dei primi anni ’70, ma anche di un Don McLean; We’ll Make It Through, il brano più lungo con i suoi sei minuti, si avvale del suono dolcissimo di una armonica soffiata quasi con pudore, senza volere disturbare, un omaggio al soft rock delle ballate dolci e pacatamente malinconiche dei cantautori californiani dei primi anni ’70.

Misty Morning Rain ci riporta al suono dell’esordio Trouble, quando LaMontagne veniva giustamente presentato come un epigono del Van Morrison più mistico, con il suo celtic soul, dove la forza impetuosa del cantato solenne di Ray e la musica incalzante convergono in un tutt’uno assolutamente radioso ed affascinante, mentre Rocky Mountain Healin’ sembra uscire dai solchi di After The Gold Rush o di Harvest di Neil Young, LaMontagne armato di armonica, questa volta fa la serenata alle Montagne Rocciose, che anche il sottovalutato John Denver aveva cantato in una delle sue composizioni più belle e il nostro amico non è da meno in un altro brano di qualità eccellente. In Weeping Willow LaMontagne si sdoppia alla voce in una canzone che rende omaggio a gruppi vocali come Everly Brothers e Simon And Garfunkel in un adorabile quadretto sonoro demodé, ma ricco di affettuose sfumature. Delicata ed avvolgente anche la bucolica Morning Comes Wearing Diamonds è un piccolo gioiellino acustico di puro folk pastorale con Ray che ci regala ancora squisite armonie vocali di superba fattura. E nella conclusiva Highway To The Sun il buon Ray si avventura anche nelle languide atmosfere country-rock che avremo sentito mille volte ma quando sono suonate e cantate con questa passione e trasporto ti scaldano sempre il cuore. Semplicemente bentornato!

Bruno Conti

Non Avrei Mai Pensato Che Un Giorno Lo Avrei Recensito! Neil Young – Homegrown

neil young homegrown

Neil Young – Homegrown – Reprise/Warner CD

A volte il destino è strano: finalmente ti decidi a far uscire ufficialmente un disco che hai nei cassetti da 45 anni e che è forse il principale desiderio nascosto (ma neanche troppo) dei tuoi fans, e con tutte le date a disposizione vai a scegliere quella in cui Bob Dylan pubblica il suo primo album di canzoni nuove in otto anni, ed uno dei suoi migliori delle ultime due decadi. Ma, facezie a parte, un po’ ancora non ci credo che sono qui a parlarvi di Homegrown, album registrato da Neil Young tra il 1974 ed il 1975 che in origine doveva rappresentare una sorta di seguito di Harvest, ma che poi è stato lasciato da parte diventando uno dei maggiori oggetti del desiderio da parte degli estimatori del musicista canadese (nonché il più celebre dei suoi LP “unreleased”, un elenco che comprende titoli come Chrome Dreams, Island In The Sea, Oceanside/Countryside, la prima versione di Old Ways e Toast, mentre Hitchhiker come sapete è stato pubblicato nel 2017).

La storia è abbastanza nota: Homegrown, un disco elettroacustico tra rock, country e folk realizzato tenendo presenti le sonorità di Harvest, era bello che pronto per uscire (c’era anche la copertina, che poi è la stessa dell’edizione odierna), ma un Neil Young ancora scosso per la perdita degli amici Danny Whitten e Bruce Berry ebbe il colpo di grazia a causa del naufragare della sua relazione con l’attrice Carry Snodgress, con cui aveva una relazione dal 1971 dalla quale era nato il piccolo Zeke (affetto tra l’altro da paralisi cerebrale): la cosa fece cadere il nostro in una profonda depressione che lo convinse a cancellare l’uscita di Homegrown a favore del cupo Tonight’s The Night. Negli anni seguenti Neil ha poi pubblicato alcuni pezzi pensati per quel disco, alcuni potenziati, altri completamente rifatti, altri ancora lasciati così com’erano, ma di Homegrown più nessuna traccia nonostante la notizia di una pubblicazione imminente, poi puntualmente smentita, verrà data più volte nelle decadi a venire. Ora però è la volta buona (anche se un altro ritardo di due mesi c’è stato, ma stavolta per il coronavirus), e Homegrown è finalmente una realtà, ed esattamente con la tracklist pensata all’epoca: sono stati quindi lasciati nei cassetti diversi altri titoli, alcuni noti in quanto già presenti nella discografia younghiana (Pardon My Heart, Deep Forbidden Lake, The Old Homestead), altri più oscuri nonostante Neil negli anni li abbia occasionalmente suonati dal vivo (Love/Art Blues, Homefires, Mediterranean, Frozen Man, Daughters, Barefoot Floors).

Risentito oggi Homegrown non ha perso nulla delle sue qualità: è infatti un disco bello, intenso e tipico del Neil Young mid-seventies, con momenti di profonda malinconia alternati a potenti svisate elettriche. Non è forse il capolavoro che la leggenda narrava, in quanto sia Harvest che Zuma e forse anche On The Beach e Tonight’s The Night sono superiori, ma teniamo presente che lo standard qualitativo del Bisonte in quegli anni era incredibilmente alto. Tra i sessionmen presenti nelle varie canzoni ci sono vecchie conoscenze (Ben Keith alla steel, Tim Drummond al basso e Karl T. Himmel alla batteria) ma anche alcuni ospiti di vaglia, come il pianista Stan Szelest e soprattutto i “The Band Boys” Robbie Robertson e Levon Helm e la voce di Emmylou Harris. Tre dei dodici pezzi totali sono pubblicati nelle versioni già note (le splendide Love Is A Rose e Star Of Bethlehem, presenti sull’antologia Decade, e la discreta Little Wing che nel 1980 aprirà l’album Hawks And Doves), mentre due brani che in seguito verranno reincisi qui sono nella prima stesura: l’energica e roccata title track, bella versione con Keith alla slide e forse migliore di quella rifatta coi Crazy Horse per American Stars’n’Bars, e White Line (che Neil pubblicherà addirittura nel 1991 su Ragged Glory sempre con il Cavallo Pazzo), ottima anche in questa resa a due chitarre con Young e Robertson come soli musicisti presenti. I brani “nuovi” iniziano con Separate Ways (che comunque il nostro ha suonato diverse volte dal vivo), una notevole ballata country-rock elettroacustica caratterizzata dalla bella steel di Keith e dal tipico drumming di Helm: la parte vocale, anche se non particolarmente rifinita, è incisiva grazie anche alla solida melodia.

Try è una delicata country ballad (acustica, ma full band) sullo stile di Harvest, con pochi ma calibrati strumenti ed un bellissimo ritornello reso ancora più prezioso dalla steel e dall’intervento vocale della Harris; la malinconica Mexico vede Neil da solo al piano per un breve e tenue brano dalla musicalità quasi fragile, a differenza di Florida che non è una canzone ma una conversazione di Young con Keith e sottofondo di…bicchieri di vino (!): l’avrei lasciata volentieri in un cassetto. Bella la gentile ed intensa Kansas, solo voce, chitarra ed armonica, mentre We Don’t Smoke It No More è un blues cadenzato e pianistico con aggiunta di slide, un pezzo strepitoso e coinvolgente nonostante Neil non sia propriamente un bluesman: singolare poi che la voce entri solo dopo quasi due minuti e mezzo. L’ultimo dei brani inediti è anche uno dei migliori: Vacancy è infatti una notevole rock song elettrica e potente dal motivo diretto, un pezzo che è la quintessenza di Young e che non capisco come possa essere rimasto da parte fino ad oggi. Homegrown non sarà dunque quel masterpiece di cui si è a lungo favoleggiato, ma è di sicuro un disco che tende dal buono all’ottimo e che rappresenta alla perfezione il Neil Young della metà degli anni settanta.

E comunque dopo aver aspettato 45 anni il minimo che si possa fare è non farselo sfuggire.

Marco Verdi

Come Dylan Anche Neil Young Pubblicherà A Sorpresa Un “Nuovo” Disco Il 19 Giugno: Si Tratta Di Homegrown, Album Previsto In Origine Per Il 1975

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Neil Young – Homegrown – Reprise/Warner CD LP – 19-06-2020

Se ne parlava da quasi un anno, visto che lo stesso Neil Young aveva annunciato l’uscita di Homegrown per la primavera del 2020, il 18 aprile il giorno del RSD, poi è partita la pandemia e si pensava che, come è successo per oltre la metà delle recenti uscite discografiche, anche questa sarebbe stata rinviata a una lontana data, ancora da destinarsi. Invece, forse stimolato anche dalla uscita del nuovo Bob Dylan sempre per il 19 giugno, pure il canadese ha deciso di dare il via libera per la pubblicazione nella stessa data (ma potrebbe sempre ripensarci, visto che mancano ancora una ventina di giorni, anche se nei vari siti di vendita si può prenotare regolarmente). Già che c’era, più o meno in contemporanea, il vecchio Neil ha sancito per il 21/08/2020 anche l’uscita del 2° volume delle Archive Series: qui mi permetto di dubitare, considerando che il cofanetto viene annunciato e poi rimandato ormai dal lontano 2011. Nel frattempo Young ha rinunciato ai formati DVD e Blu-ray audio che sembravano il suo nuovo credo, tornando al buon vecchio CD, o al limite al download, ma visto che non ci sono ancora dati certi, se non che dovrebbe trattarsi di un Box da 10 CD che coprirà il periodo 1972 -1976, veniamo ad Homegrown che proprio da quell’epoca arriva e vediamone i contenuti annunciati, con dovizia di particolari, dallo stesso autore.

Partiamo dalla tracklist:

Homegrown:

01 Separate Ways
02 Try
03 Mexico
04 Love Is a Rose
05 Homegrown
06 Florida
07 Kansas
08 We Don’t Smoke It No More
09 White Line
10 Vacancy
11 Little Wing
12 Star of Bethlehem

Ed ecco i molti dettagli svelati da Young in persona su suo sito a fine aprile: le dodici canzoni, tutte firmate dallo stesso Neil, e registrate tra giugno 1974 e gennaio 1975, avrebbero dovuto uscire appunto nel 1975 con il titolo di Homegrown, ma poi alla fine l’uscita del disco fu cancellata. Cinque dei brani, alcuni usciti in seguito anche in differenti versioni, mentre qui sono nelle prime takes, sono poi apparsi su altri dischi: “Love Is A Rose ” è stata pubblicata su Decade nel 1977,  “Homegrown” ri-registrata con i Crazy Horse e pubblicata su American Stars ‘N Bars nel 1977,  “White Line” addirittura due volte. ancora con i Crazy Horse per Chrome Dreams, album del 1975, rimasto inedito e anche per Ragged Glory del 1990, mentre la versione che appare nel CD è quella registrata con Robbie Robertson della Band, entrambi alla chitarra acustica,  “Little Wing” è uscita su Hawks And Doves nel 1980, infine “Star Of Bethlehem” di nuovo su American Stars ‘Bars.

Le sette mai pubblicate prima sono Separate Ways, che prevede la presenza di Ben Keith alle chitarre e Levon Helm della Band alla batteria. Try, dedicata a Carrie Snodgrass, prima compagna di Neil e mamma di Zeke, con le armonie vocali di Emmylou Harris e Ben Keith alla pedal steel, mentre Mexico è un brano in solitaria (come altri nel CD) solo Young, voce, armonica e chitarra, come pure Kansas e anche Florida dovrebbero appartenere alla categoria, il brano in questione con introduzione parlata. La “confessionale” We Don’t Smoke It More è un blues alla Neil Young tipico di quel periodo turbolento, alla Tonight’s The Night; infine Vacancy è un altro pezzo con Neil contemporaneamente a chitarra e armonica. Ovviamente per l’album vennero registrati parecchi altri brani dai nomi suggestivi tipo “Mediterranean”, “Hawaii”, “Homefires”, ”The Old Homestead”, “Barefoot Floors”, “Hawaiian Sunrise” (aka “Maui Mama”), “Bad News Has Come To Town”, “Frozen Man”, “Daughters”, “Deep Forbidden Lake”, “Give Me Strength”, “Love/Art Blues” and “Pardon My Heart, che verranno buoni magari per altri futuri progetti, forse per il famigerato Archives II. Nel “nuovo” CD oltre ai musicisti citati appaiono anche Tim Drummond al basso, Karl T. Himmel alla batteria, Mazzeo (?) ai backing vocals e Stan Szelest al piano e Wurlitzer.

La produzione è affidata allo stesso Young con Elliot Mazer (forse il fantomatico Mazzeo?) a parte due brani co-prodotti con Ben Keith.

Nel frattempo Neil Young in piena pandemia ha pubblicato anche un nuovo video e relativa canzone shut It Down con i Crazy Horse.

Ora non ci resta che aspettare, forse, per l’uscita del 19 giugno, in seguito alla quale il buon Marco Verdi, a cui lascio l’onere e l’onore vi delizierà con il suo parere sul disco. Per ora è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

P.S. Se oggi vi è capitato di entrare sul Blog forse avrete assistito ad una sorta di Work In Progress del Post, in quanto il Blog aveva assunto una vita propria, per certi versi come un disco di Neil Young, ma questa è la versione definitiva.

Speravo Che L’Aria Di Montagna Facesse Più Effetto! Neil Young & Crazy Horse – Colorado

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Neil Young & Crazy Horse – Colorado – Reprise/Warner CD – 2LP/45rpm

L’ultimo scorcio della carriera di Neil Young è stato discograficamente parlando molto intenso (come peraltro anche in passato), ma non sempre di qualità: il suo album migliore degli ultimi sette anni è stato senza dubbio il primo registrato con i Promise Of The Real, The Monsanto Years, un disco buono ma non eccezionale https://discoclub.myblog.it/2015/06/24/ogm-grande-musica-neil-young-promise-of-the-real-the-monsanto-years/ , mentre A Letter Home era un esercizio fine a sé stesso (ed inciso con una qualità sonora da denuncia penale), Storytone mi era piaciuto molto ma a quanto pare ero uno dei pochi https://discoclub.myblog.it/2014/11/16/il-bisonte-sbaglia-due-volte-fila-neil-young-storytone/ , Peace Trail era un mezzo disastro e The Visitor solo leggermente meglio ma sempre insufficiente (e poi ci sarebbe anche la colonna sonora del film Paradox, da mettere nella categoria “stranezze younghiane”). L’ultimo grande lavoro del Bisonte è quindi indubbiamente lo splendido Psychedelic Pill, album del 2012 registrato con i Crazy Horse e che poteva stare senza problemi a fianco dei suoi dischi migliori https://discoclub.myblog.it/2012/11/16/giu-il-cappello-davanti-al-bisonte-neil-young-psychedelic-pi/ .

Ed è proprio con il suo gruppo “storico” che Neil ha inciso questo nuovo lavoro, Colorado: si pensava che la storia del Cavallo Pazzo fosse finita all’indomani del ritiro a vita privata del chitarrista Frank “Poncho” Sampedro nel 2014, ma Neil ha avuto il colpo di genio di rimpiazzarlo con Nils Lofgren (in pausa momentanea dalla E Street Band), che aveva già fatto parte del gruppo all’inizio degli anni settanta pur non avendo mai registrato un disco intero con Young (era però nella line-up ufficiale del gruppo nel loro esordio omonimo del 1971). Colorado deve il nome allo stato in cui è stato registrato, per l’esattezza nella città di Telluride dove Neil ha una casa con l’attuale moglie, l’attrice Daryl Hannah: Neil ha invitato per qualche giorno lo scorso mese di Aprile Lofgren, il bassista Billy Talbot ed il batterista Ralph Molina con le rispettive famiglie nella cittadina, dove hanno registrato il disco nel giro di poco tempo nello studio privato di Young, in un’atmosfera intima e conviviale (tra l’altro la stagione sciistica era finita e Telluride si era praticamente svuotata) e con le bombole d’ossigeno pronte all’occorrenza dato che la cittadina sorge ad un’altitudine di 2.667 metri. Colorado, prodotto da Young con John Hanlon, è un album che a detta di Lofgren è stato terapeutico per Neil, che aveva perso di recente la casa per un incendio e soprattutto era triste per la scomparsa dell’ex moglie Pegi, compagna di una vita (ed in giugno il nostro patirà anche la morte dello storico manager Elliot Roberts, al quale Colorado è dedicato), e presenta il classico suono dei dischi incisi con i Crazy Horse.

Un suono forte, potente, chitarristico, magari non troppo rifinito ma intenso e con una buona dose di feeling. C’è però un problema, e non da poco: le canzoni. Infatti in questo album mancano i brani epici che ci si aspetta di trovare quando Neil si mette con i CH, non ci sono né inni né pezzi che hanno le stimmate del futuro classico: le canzoni sono spesso di difficile fruibilità, a volte interiori ed altre volte prive di una linea melodica ben definita, ed inoltre la registrazione in presa diretta non aiuta certo l’ascolto, dato che in più di un momento le parti vocali sono traballanti e perfino stonate (lo erano anche in Tonight’s The Night ma in misura minore, e poi nel mitico album del 1975 il livello delle canzoni era ben altro). Non è un brutto disco, ma neppure bello, e sinceramente non credo che sarà meritevole di ascolti ripetuti. L’album (che esce anche in doppio vinile con allegato un 45 giri contenente l’inedita Truth Kills ed una versione dal vivo di Rainbow Of Colors) inizia sorprendentemente in maniera delicata con Think Of Me, una limpida folk ballad con Neil alla chitarra acustica ed armonica e Nils al pianoforte, ed un suono che sembra più figlio di Harvest che di un qualsiasi album con i Crazy Horse. Il rock entra subito dopo con She Showed Me Love, una cavalcata di quasi 14 minuti dominata dalle chitarre sporche del duo Neil & Nils, una canzone potente ma cupa e priva di una melodia vera e propria, dove non mancano gli assoli a profusione ed un finale quasi ipnotico, ma alla fine il brano non è di facile assimilazione, ed è molto lontano dalle atmosfere “crowd-pleasing” di pezzi come Like A Hurricane, Hey Hey, My My o Powderfinger (ed è anche tirato un po’ per le lunghe).

La cadenzata Olden Days è più canzone, ha una parte di chitarra più lirica ed un motivo accattivante, anche se la traccia vocale di Neil poteva essere migliore. Help Me Lose My Mind è dura e potente, ma Neil parla invece di cantare e la fluidità del brano ne risente, anche se le parti strumentali sono esenti da pecche; Green Is Blue è invece un’oasi pianistica, con un’atmosfera sognante e caratterizzata dalla voce fragile del canadese, mentre Shut It Down è di nuovo dura, rocciosa, ancora con Neil che più che cantare declama, ed il pezzo fa fatica ad emergere. Milky Way, sempre elettrica, è un lento sullo stile di Cortez The Killer, ma qui c’è una parte vocale approssimativa ed uno script che fa un po’ acqua, Eternity non presenta neppure una chitarra, in quanto Young suona il piano e Lofgren…balla il tip-tap (però il brano ha un suo fascino perverso). Finale con la roccata e corale Rainbow Of Colors, che finalmente offre una melodia epica degna del suo autore (il brano migliore, nonostante qualche stonatura vocale), e con la tenue, ed un po’ soporifera, I Do, cantata quasi sottovoce da Neil e con Nils all’organo a pompa. Un discreto ritorno quindi, un lavoro certamente migliore sia di Peace Trail che di The Visitor, ma non il grande disco che mi sarei aspettato, al punto che quando ho finito di ascoltarlo ho voglia di inserire nel lettore Psychedelic Pill o Ragged Glory. E questo vorrà pur dire qualcosa.

Marco Verdi