Tra Country-Rock E Psichedelia, Un Brillante E Creativo Tuffo Nel Passato! Rose City Band – Summerlong

rose city band summerlong

Rose City Band – Summerlong – Thrill Jockey

Rinviato nella sua versione fisica per le note problematiche legate al Covid, ma disponibile da qualche tempo nella versione download, ecco Summerlong il nuovo album, il secondo in meno di un anno, per la Rose City Band. Se il nome non vi dice nulla si tratta del side project, del progetto parallelo se preferite, di Ripley Johnson, leader dei Wooden Shjips, con cinque album all’attivo, una delle band contemporanee più importanti nell’ambito neo psichedelico della Bay Area, anche se magari più orientati a tratti verso un suono sperimentale che fonde per certi versi Grateful Dead, Doors e soci, a Velvet Underground, Kraut Rock e gruppi più sperimentali: Johnson ha anche un’altra band, il Moon Duo, che a sua volta ha già pubblicato ben sette lavori, quindi sicuramente non è un personaggio poco prolifico o soggetto a blocchi creativi.

La Rose City Band si rivolge comunque quasi con devozione sempre al suono dei Grateful Dead, magari però quelli più languidi e con forti componenti country, folk e West Coast di Workingman’s Dead, come anche ai New Riders Of The Purple Sage e altri viaggiatori cosmici, con pedal steel guizzanti, mandolini e chitarre acustiche, nonché cori celestiali e deliziosi, come nella bellissima e malinconica, pur se mossa e brillante, iniziale Only Lonely, una piccola perla country-rock. Johnson suona tutti gli strumenti, a parte la batteria affidata a John Jeffrey, socio di Ripley anche nei Moon Duo. Empty Bottles rallenta i ritmi ma rimane sempre in questi territori dove i suoni del Laurel Canyon rimangono la stella polare di Johnson, con acustiche ed elettriche che si muovono felpate, quasi narcolettiche nel loro dipanarsi, a parte nel finale strumentale dove le elettriche anche in modalità wah-wah inscenano una breve e brillante jam.

Modalità improvvisativa che rimane anche nella successiva Real Long Gone, un altro brano spedito tra country e rock and roll, dove Johnson si sdoppia alle chitarre per un pezzo ancora assai godibile e che ricorda il country cosmico dei primi anni ‘70. Floating Out è una solenne ballata dove si apprezza anche il gusto per la melodia del buon Ripley, in grado di maneggiare perfettamente pure questa materia senza dimenticare le derive psych sempre presenti nei suoi album, mentre la breve Morning Light ricorda appunto i Dead di Workingman’s Dead o i New Riders, tra incroci sublimi di pedal steel e chitarre elettriche. Reno Shuflle viceversa è uno dei pezzi più vicini allo stile dei Wooden Shjips, dopo un inizio sempre in territori country, nella parte successiva si torna alle lunghe jam chitarristiche da sempre marchio di fabbrica della band, e anche Wee Hours mantiene questo spirito alla Grateful Dead con le chitarre libere di galleggiare in pieno trip psichedelico, tra profumi di patchouli, barbe e capelli lunghi, quelli di Ripley Johnson, che sembra veramente un figlio illegittimo di Jerry Garcia, anche sul lato artistico, parliamo di un brano veramente splendido, che senza soluzione di continuità poi si riversa nelle volute ancora più intricate dell’altrettanto intrigante Wildflowers.

Tanta “nostalgia” quindi tra i solchi virtuali di questo Summerlong, ma anche tanta buona musica. Esce domani 17 luglio.

Bruno Conti

Buono, Anche Se La “Nuova Svolta” Non Convince Del Tutto. Jayhawks – XOXO

jayhhawks XOXO

Jayhawks – XOXO – Sham/Thirty Tigers CD Deluxe

Prosegue il filotto di uscite dei Jayhawks diciamo Mark III: terzo album del post Marc Olson https://discoclub.myblog.it/2018/07/30/la-cura-ray-davies-ha-fatto-loro-molto-bene-the-jayhawks-back-roads-and-abandoned-motels/  e undicesimo disco di studio complessivo. Come annunciato, promesso e “minacciato”, Gary Louris per l’occasione di questo XOXO manda “Baci e abbracci” ai fans, e come ricorda lui stesso in alcune interviste, dove scherzando dice anche “XOXO è Elliott Smith, parte seconda!, visto che il compianto cantautore americano aveva pubblicato un CD intitolato XO. Non so molto dei dettagli del CD, visto che lo sto recensendo parecchio prima dell’uscita prevista intorno a metà luglio (e non ho fatto ritocchi al Post, in occasione dell’uscita avvenuta il 10 luglio), se non che oltre a Marc Perlman sono della partita anche Karen Grotberg e Tim O’Reagan che dovrebbero firmare l’album collettivamente con Louris, oltre ad essere anche spesso e volentieri le voci soliste del CD, in quanto lo stesso Gary in questo periodo è stato impegnato anche nella preparazione e stesura di un prossimo disco solo. Il nuovo album ha avuto una lunga fase di preparazione lo scorso anno, con Louris che andava e veniva dal North Carolina dove vive, per sessioni di scrittura e jam preparative, poi il disco è stato registrato a novembre del 2019 ai Pachyderm Studios di Cannon Falls e completato ai Flowers Studios sempre nel Minnesota.

Di solito il 90% del vecchio materiale era cantato dal nostro amico https://discoclub.myblog.it/2016/04/26/anche-senza-marc-olson-sempre-quasi-paging-mr-proust/  che questa volta lascia spazio ai suoi pard, devo dire con risultati, alterni, in quanto il nuovo CD è ondivago: se This Forgotten Town è puro e classico Jayhawks sound, con le loro inconfondibili armonie vocali corali e Louris e O’Reagan che si alternano come voce guida, pedal steel celestiali e grande assolo di chitarra, ben sostenuto dal piano e dall’organo dello Rotberg, la riffata Dogtown Days, scritta da O’Reagan alza subito la quota rock, contraddistinta da una spinta più power pop grazie alla solista riverberata di Louris, mentre Living On A Bubble, firmata dal solo Gary, ha il classico imprinting beatlesiano, con pianino saltellante della Grotberg e sonorità dei tardi Beatles, Abbey Road o giù di lì, con tutti i Jayhawks che la cantano.

Ruby conferma il talento di interprete ed autrice di Karen che sempre più si rivela pure ottima cantante, specie quando è alle prese con queste ballate struggenti, dove la sua voce viene anche filtrata a tratti. Homecoming ha sempre il tocco tipico della band, ma con un’aura di psichedelia gentile aggiunta e quel dono di saper incorporare il pop più raffinato nelle loro canzoni, con Louris, di nuovo autore unico, che aggiunge il solito assolo di chitarra, anche se forse il risultato finale è fin troppo lavorato.

Meglio la più immediata Society Pages, anche se finora si sente la mancanza della componente più rootsy della band, a favore di un sound che ricorda certe sonorità alla Jeff Lynne, qui rappresentate dall’autore O’Reagan. Le chitarre acustiche e il piano di Illuminate rimangono comunque ancora in queste coordinate sonore di pop molto ricercato, ribadite nelle complesse volute sonore della corale Bitter Pill. La Grotberg canta anche in Across My Field, calda ballata pianistica che potrebbe ricordare lo stile di Aimee Mann, un’altra che sa coniugare pop raffinato e canzone d’autore. Little Victories, con un giro di basso trascinante e una chitarra grintosa, ben sostenuta dall’organo, è ancora cantata coralmente da tutta la band, formula ripresa anche in Down To The Farm, più vicina ad un folk pastorale ed acustico, rappresentato dall’autore Marc Perlman. Looking Up Your Number solo voce, presumo O’Reagan, e chitarre acustiche arpeggiate, chiude la versione standard dell’album su una nota gentile.

Nelle tre bonus della versione Deluxe Jewel Of The Trimbelle è una ulteriore ballata pianistica cantata dalla Grotberg, con abbellimenti vocali e strumentali del resto della band, Then You Walked Away di Louris ricorda certo prog elegante anni ‘70, Caravan o primi Genesis, piacevole ed affascinante e Hypocryte’s Lament, dell’accoppiata Louris/Perlman, ma cantata a due voci dalla Grotberg, anche al piano e da Gary, che per l’occasione suona l’armonica, è un ulteriore gioiellino acustico dell’album, che in effetti però si discosta fin troppo dal suono della band, buono complessivamente, ma non entusiasma, mi aspettavo di più.

A breve, nei prossimi giorni, per rimembrare il passato, articolo retrospettivo in due parti sulla carriera discografica dei Jayhawks, anche con breve spazio sulle carriere soliste di Olson e Louris.

Bruno Conti

Signore E Signori: Il Disco Dell’Estate 2020! Jimmy Buffett – Life On The Flip Side

jimmy buffett life on the flipside

Jimmy Buffett – Life On The Flip Side – Mailboat CD

Jimmy Buffett è un personaggio abbastanza unico nel panorama musicale americano: originario dell’Alabama (ma nato in Mississippi), cantautore di stampo classico dichiaratamente ispirato a James Taylor, ha sviluppato fin dai primi anni una passione per i suoni ed i ritmi delle isole caraibiche, creando un sound gioioso e solare in cui le steel drums hanno una parte determinante e perfezionando una lunga serie di album perfetti da ascoltare durante i mesi estivi, con canzoni dai testi spesso ironici ispirati al dolce far niente ed alla fuga dalla dura realtà quotidiana. Il suo songbook è ricco di classici del calibro di Margaritaville, Volcano, One Particular Harbour, Cheeseburger In Paradise, Fins, Come Monday, Changes In Latitudes, Changes In Attitudes e molti altri, ed anche le sue esibizioni dal vivo sono famose, con decine di migliaia di fans presenti ad ogni concerto (noti come “Parrotheads”): tutto ciò ha reso il nostro molto più popolare in America che dalle nostre parti, ed infatti in Europa (Parigi a parte) non viene praticamente mai. Negli ultimi anni Buffett ha parecchio diradato la sua produzione discografica, con un solo album pubblicato nella decade appena trascorsa (a parte il natalizio ‘Tis The SeaSon del 2016 https://discoclub.myblog.it/2016/11/30/caraibi-tradizione-due-modi-diversi-celebrare-il-natale-jimmy-buffett-tis-the-seasonloretta-lynn-white-christmas-blue/ ), l’ottimo Songs From St. Somewhere che era il seguito dell’altrettanto valido Buffet Hotel del 2009.

Life On The Flip Side segna quindi il più che gradito ritorno di Jimmy, e fin dalla confezione esterna (un elegante slipcase che contiene il CD in digipak ed un libretto di ben 62 pagine con foto, testi ed esaurienti note brano per brano) si capisce che il nostro ha fatto le cose in grande. Il layout mi ricorda parecchio quello di Fruitcakes, disco del 1994 che non a caso è per il sottoscritto il suo migliore in assoluto (insieme a Last Mango In Paris del 1985 e License To Chill del 2004), e la cosa di cui però mi compiaccio maggiormente è che, una volta ascoltato l’album, posso affermare di avere tra le mani uno dei lavori più belli di Buffett, e di certo il suo migliore dallo stesso License To Chill in poi. Jimmy è accompagnato come sempre dalla Coral Reefer Band, un formidabile ensemble di ben 12 tra musicisti e coristi (tra i quali spiccano i chitarristi e songwriters per conto proprio Mac McAnally e Will Kimbrough, il tastierista e direttore musicale Michael Utley, lo steel drummer Robert Greenidge e la fantastica sezione ritmica formata da Jim Mayer al basso, Roger Guth alla batteria ed Eric Darken alle percussioni), ma quello che rende Life On The Flip Side un gradino sopra altri lavori di Buffett è proprio l’eccellente qualità delle 14 canzoni, con il nostro responsabile da solo o con altri (soprattutto Kimbrough e McAnally) di un buon 80% del totale; come ulteriore ciliegina abbiamo il coinvolgimento di Lukas Nelson in un pezzo e, in ben tre canzoni, del noto cantautore irlandese Paul Brady, il quale mostra un’insolita vena gioiosa e “vacanziera”.

Inizio splendido proprio con uno dei brani che vede Brady collaborare sia alla scrittura che ai cori: Down At The Lah De Dah è un irresistibile pezzo country caraibico e solare tra i più belli e diretti mai pubblicati da Jimmy, una vera gioia per le orecchie con uno di quei motivi che non escono più dalla testa. Avvio strepitoso, sentire per credere. Who Gets To Live Like This vede la partecipazione di Nelson alla stesura del pezzo (ed ai cori), per una gradevole canzone di stampo reggae e con una linea melodica rilassata e godibile tipica di Jimmy (non manca l’assolo di steel drums); con The Devil I Know “sconfiniamo” in una ballroom texana, per un country’n’roll tutto ritmo e godimento sonoro, con il leader che mostra di divertirsi non poco (e noi con lui), mentre The Slow Lane è un’ariosa ballata con la slide che dona un sapore southern anche se l’elemento reggae non tarda a manifestarsi, un cocktail da gustare tutto d’un fiato. Cussin’ Island non cambia registro, siamo sempre in spiaggia con un margarita in mano ed una palma a farci ombra, Oceans Of Time (secondo brano di Brady, già noto nella versione del suo autore) è invece una splendida ballata lenta di stampo country, suono pieno e melodia avvolgente, tra le più belle del CD. La cadenzata Hey, That’s My Wave, caratterizzata da un ottimo refrain corale, fa tornare la voglia di prendere un volo per le Bahamas (la canzone è dedicata alla memoria di Dick Dale, e non manca un assolo chitarristico di stampo surf).

The World Is What You Make It è il terzo brano di Brady (risalente al 1995), con Paul stesso che duetta assieme a Jimmy e la Coral Reefer Band a fornire un background decisamente rock con le chitarre in primo piano, mentre la divertente Half Drunk ha un raffinato arrangiamento laidback dal sapore dixieland, un tipo di sound in cui il nostro si muove con classe ed eleganza. Mailbox Money è un country-rock elettrico e coinvolgente con un altro di quei ritornelli che non si staccano dalle orecchie, al contrario di Slack Tide che è una deliziosa ballad guidata dalla chitarra acustica e dal pianoforte, un brano che fa emergere il Buffett cantautore “serio”, non di certo inferiore a quello festaiolo. Il CD volge al termine, ma c’è ancora tempo per una doppia full immersion nei ritmi e colori delle isole del Mar dei Caraibi (la bellissima Live, Like It’s Your Last Day, vero riassunto in un titolo della filosofia di vita buffettiana, e la spassosa e trascinante 15 Cuban Minutes) e per il finale intimo e toccante di Book On The Shelf, intensa ballata nobilitata da una fisarmonica sullo sfondo nella quale il nostro dichiara di non avere ancora voglia di appendere la chitarra al chiodo. E questa è una gran bella notizia, perché soprattutto in questi momenti difficili c’è sempre più bisogno di dischi come Life On The Flip Side, in grado di farci trascorrere un’oretta di piacevole spensieratezza.

Marco Verdi

Tom Petty Avrebbe Approvato! Coffis Brothers – In The Cuts

coffis brothers in the cut

Coffis Brothers – In The Cuts – Blue Rose Music

Si pronuncia come “caffè” al plurale, ma si scrive Coffis Brothers, ovviamente sono fratelli, Jamie e Kellen, vengono dalle Santa Cruz Mountains, nord California, questo In The Cuts è il loro quarto album, incidono per la Blue Rose Music (da non confondere con la quasi omonima etichetta tedesca), la stessa che pubblica anche i dischi di https://discoclub.myblog.it/2020/05/25/altro-che-facile-compitino-portato-a-termine-questo-e-piuttosto-un-vero-atto-damore-steve-forbert-early-morning-rain/ , il CD non è di facile reperibilità, viene venduto direttamente da loro o sul sito della etichetta https://www.coffisbrothers.com/product-page/in-the-cuts e per chiosare direi che sono bravi, almeno a giudicare da quello che ho ascoltato. Sono stati prodotti da Tim Bluhm, storico leader dei Mother Hips e compagno di etichetta, niente di nuovo, ma ottimo roots rock con rimandi a Byrds, Tom Petty e Jayhawks e anche, in piccolo, ad altre band di fratelli, come gli Everly Brothers. Chitarre spiegate e belle armonie vocali sono le cose che si notano fin dal primo ascolto, ma pure l’uso dell’armonica e delle tastiere, affidate al cantante principale Jamie Coffis, mentre il fratello Kellen Coffis è uno dei due chitarristi, insieme all’ottimo Kyle Poppen, anche alla 12 corde, per quel jingle-jangle sound che ogni tanto affiora; completano la formazione Aidan Collins al basso e Sam Kellerman alla batteria. Sono stati scomodati anche gli Avett Brothers e il primo Neil Young, quindi direte voi, con tutti questi nomi che ballano, “sound derivativo”, ma se deriva bene in fondo che ce ne frega!

In ogni caso questo In The Cuts si apre con Beating Myself Up, riff stonesiano all’inizio, che poi si stempera in un potente brano rock classico, con chitarre e organo a ruotare intorno alle eccellenti armonie vocali dei due fratelli, la sezione ritmica in grande spolvero e continui rilanci della solista, mentre anche Makes No Difference, alla luce di quanto detto è decisamente pettyana, quello del primo periodo influenzato anche dal jingle jangle dei Byrds, con le chitarre riverberate a rincorrersi sui canali dello stereo, mentre tastiere ed armonica completano la coloritura sonora, In My Imagination è un mid-tempo piu gentile e rilassato, un omaggio anche testuale al sound ed alle atmosfere della California, con qualche richiamo nelle celestiali armonie vocali anche a Beatles e Beach Boys.Real Thing di nuovo con chiari riferimenti a Petty ed ai suoi Heartbreakers anche nelle inflessioni vocali (ma si è capito), è comunque più grintosa e tirata, sempre con chitarre e organo impegnati in continui fendenti reciproci, quota rock che si innalza vieppiù nel power pop travolgente e feroce di una potente Too Good To Let Go, dove la band tira di brutto e la solista rilascia un paio di sventagliate veramente “cattive” il giusto.

Take Me è un vivace pezzo country-rock, con una melodia incisiva che ricorda Jayhawks e Avett Brothers evocati poc’anzi, con i coretti caratteristici del gruppo comunque in bella evidenza, per poi tornare una volta di più in Other Side al sound del nostro amato biondo della Florida, sempre faro imprescindibile delle scelte stilistiche sonore del quintetto che peraltro armonizza costantemente come se non ci fosse un domani. Anche Do You Think About Me è sempre su queste coordinate sonore, tra power pop melodico e delicati influssi westcoastiani perfettamente inquadrati dalla produzione curatissima e ricca di dettagli di Bluhm, con tutti gli strumenti perfettamente delineati come pure l’uso squisito delle voci. Right Love ha un sound molto sixties, dolce e nostalgico, sempre con quei coretti immancabili e un assolo di chitarra assolutamente incantevole come la canzone, per poi scatenare la potenza di fuoco della band nell’incitazione didascalica di Play It Loud, che ci incita ad eseguire quanto richiesto a furor di chitarre.

We Will Meet Again faceva già parte del repertorio del gruppo prima dell’apparire del virus, ma forse vuole essere comunque una esortazione alla speranza in questa ballatona avvolgente, prima della chiusura affidata alla vivace Bye Bye Susie, una canzone che ai tempi avrebbe fatto parte delle cosidette “answers song”, con continue citazioni degli amati Everlys, e con un delizioso uso della slide da parte di Kyle Poppen. Vi dovete fidare, perché di video dei brani recenti non se ne trovano, oppure potete ascoltare le canzoni dell’album seguendo questo link https://www.coffisbrothers.com/music.

Bruno Conti

Una Country-Rock Band Più Che Buona, Che Però Non Ha Nulla A Che Fare Con “Quelli Là”! The Burrito Brothers – The Notorious Burrito Brothers

burrito brothers the notorious

The Burrito Brothers – The Notorious Burrito Brothers – The Store For Music CD

Credo che i Flying Burrito Brothers, storico gruppo country-rock californiano nato da una costola dei Byrds (ovvero per mano di Gram Parsons e Chris Hillman, transfughi all’indomani del fondamentale Sweetheart Of The Rodeo), siano una delle band con la “timeline” più caotica per quanto riguarda i membri delle sue varie formazioni, detenendo infatti il record di non aver mai avuto la stessa lineup per due album consecutivi. A parte i loro primi due dischi, gli imperdibili The Gilded Palace Of Sin e Burrito Deluxe, direi che i nostri hanno mantenuto un profilo alto per almeno altri due-tre lavori (anzi, il terzo album, l’omonimo The Flying Burrito Brothers ed ultimo con Hillman in formazione, non è molto inferiore ai due precedenti), e comunque si sono difesi dignitosamente almeno fino a quando Rick Roberts ha fatto parte della squadra (NDM: per chi ancora non li conoscesse consiglio la strepitosa antologia del 2000 Hot Burritos! The Flying Burrito Brothers Anthology 1969-1972).

Man mano che passavano gli anni i FBB hanno visto avvicendarsi al loro interno una lunga serie di musicisti che poco o niente avevano da spartire con il nucleo originale, e verso la fine degli anni novanta hanno anche perso il suffisso “Flying”, che è diventato di proprietà di Hillman; dagli anni duemila in poi l’eredità del gruppo è stata portata avanti da onesti mestieranti sotto il moniker di Burrito Deluxe per tre dischi, The Burritos per uno e, dal 2018, The Burrito Brothers con il non disprezzabile Still Going Strong. Ora i Burritos ci riprovano, e fin dal titolo e dalla copertina (che richiamano entrambi The Notorious Byrd Brothers, famoso album dei Byrds – quello con l’asino al posto di David Crosby – che rappresentava la transizione della storica band tra il primo periodo folk-rock e psichedelico e la fase country-rock) cercano di appropriarsi di un passato che non gli appartiene, dato che il “veterano” del gruppo, il tastierista e cantante Chris James, è con loro appena dal 2010, mentre lo steel guitar player Tony Paoletta è arrivato nel 2013, il chitarrista e bassista Bob Hatter nel 2017 ed il batterista Peter Young è nuovo anche se qualche anno fa aveva già fatto brevemente parte della band.

Ma, a parte tutti i discorsi sull’opportunità dei quattro di chiamarsi così (e se è Hillman è d’accordo, chi sono io per contestare?), devo affermare che The Notorious Burrito Brothers è un bel dischetto di autentico country-rock di matrice californiana, che richiama volutamente le atmosfere della band alla quale i nostri si ispirano direttamente, ma che rimanda qua e là anche al suono di Poco e Eagles (due gruppi che comunque devono moltissimo agli originali FBB). Niente di nuovo sotto il sole, e nemmeno posso dire che questo album sia un mezzo capolavoro che aspirerà a diventare uno dei dischi dell’anno, ma sono certo che se lo farete vostro non rimpiangerete i soldi spesi (e di questi tempi è già molto). Tutti i brani sono originali, tranne le eccezioni che menzionerò durante la disamina: il CD si apre molto bene con Bring It, una limpida ed ariosa country-rock song dal motivo gradevole, ritmo spedito e chitarre ruspanti, che ricordano non poco gli Eagles con Joe Walsh alla voce solista (per la somiglianza del timbro di James). Sometimes You Just Can’t Win è un testo inedito scritto da Gram Parsons con Fred Neil e musicato dai nostri, altra tersa e solare ballata elettrica con piano e chitarre sempre in evidenza, un bell’omaggio alla memoria di Gram (e Fred) per uno dei pezzi più riusciti del CD. Love Is A River è il brano centrale del disco, una sorta di mini-suite di quasi dieci minuti nella quale i Burritos accennano almeno quattro diversi temi musicali passando da languide ballads a canzoni più mosse, con echi di Poco e FBB originali ed ottimo lavoro di steel (Paoletta è una piacevole sorpresa) e pianoforte.

Splendida la ripresa del classico di Dan Penn e Chips Moman Dark End Of The Street (che era anche su The Gilded Palace Of Sin), con la voce di James che qui ricorda abbastanza quella di Roger McGuinn, la steel protagonista e la nota melodia che scorre fluida e toccante; Do Right Man (ideale seguito della Do Right Woman sempre di Penn presente anch’essa sull’esordio dei FBB) vede come co-autore Ron Guilbeau, figlio di Gib Guilbeau che in passato fu a lungo membro dei Burritos, ed è un’altra cristallina ballata “alla Gram Parsons” che dona ulteriore lustro ad un disco che cresce brano dopo brano. Acrostic è un lento crepuscolare e delicato ma non particolarmente originale, mentre Gravity è uno spedito e delizioso pezzo elettroacustico a metà tra country-rock e bluegrass, che purtroppo finisce dopo neppure due minuti. Il CD termina con la bella Hearts Desire (che deriva da un testo inedito di Skip Spence, ex Moby Grape), altra country song elettrica e cadenzata dal motivo squisito e con le chitarre che tornano a farsi sentire, e con la tenue Wheels Of Fire, orecchiabile e squisita ballata dal forte profumo di California.

Quindi, anche se gli “Asinelli” non volano più, hanno dimostrato con The Notorious Burrito Brothers di saper fare musica piacevole e più che dignitosa.

Marco Verdi

Torna Il “Comandante” Steve Con Un Disco D’Altri Tempi. Steve Earle & The Dukes – Ghosts Of West Virginia

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Steve Earle & The Dukes – Ghosts Of West Virginia – New West CD

Gli Stati Uniti stanno attraversando una delle loro crisi più profonde della storia, in preda all’emergenza sanitaria ed economica causate dalla pandemia di Covid-19, con l’aggiunta dei tumulti conseguenti ai fatti avvenuti a Minneapolis (e con un presidente che giorno dopo giorno dà la sensazione di non sapere che pesci prendere). In tutto questo caos Steve Earle ha deciso stranamente di non “infierire”, pubblicando invece un nuovo album ispirato ad un evento di cronaca nera accaduto il 5 aprile del 2010 nella contea di Raleigh in Virginia, allorquando una terribile esplosione avvenuta nella miniera di Upper Big Branch uccise 29 operai su un totale di 39 che si trovavano al lavoro in quel momento. Ghosts Of West Virginia è quindi un sentito omaggio da parte di Earle alle vittime di quel tragico evento, ed è la parte finale di un progetto chiamato Coal Country nato qualche mese fa, una sorta di piece teatrale che sta girando per gli Stati Uniti (anche se penso che in questo periodo la tournée si sia interrotta a causa del virus) con le musiche composte appunto da Steve.

Fin dagli anni trenta ed anche prima la storia della musica è piena di canzoni ispirate al lavoro in miniera, dalla Carter Family (Coal Miner’s Blues) alle famosissime Dark As A Dungeon e Sixteen Tons di Merle Travis, passando per la Coal Miner’s Daughter di Loretta Lynn (che divenne anche il suo soprannome) fino a tempi più “recenti” con la Miner’s Prayer di Dwight Yoakam, senza dimenticare successi pop come la prima hit internazionale dei Bee Gees New York Mining Disaster 1941 o interi album come Blood, Sweat And Tears di Johnny Cash, che però era in maggior parte dedicato al lavoro in ferrovia: solo uno come Earle però poteva concepire un intero album ispirato ai minatori nel 2020 rendendo il progetto perfettamente credibile, e forse tutto sommato ha anche senso che in questi tempi travagliati il nostro abbia voluto “riportare tutto a casa” pubblicando un disco dedicato al lavoro duro per antonomasia, pericoloso non solo per i sempre possibili incidenti mortali ma anche per le esalazioni che a lungo andare possono portare al decesso per cancro ai polmoni. Dal punto di vista musicale Steve è coadiuvato dai fidi Dukes (Chris Masterson alle chitarre, Eleanor Whitmore a violino e voce, Ricky Jay Jackson a steel e dobro, Jeff Hill al basso e Brad Pemberton alla batteria) ed il suono mantiene quel mood country-rock inaugurato con il bellissimo So You Wannabe An Outlaw del 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/07/05/uno-splendido-omaggio-al-country-texano-anni-settanta-steve-earle-the-dukes-so-you-wannabe-an-outlaw/  e proseguito con l’omaggio alle canzoni di Guy Clark Guy https://discoclub.myblog.it/2019/04/08/dopo-quello-a-van-zandt-un-altro-toccante-omaggio-ad-un-grande-texano-steve-earle-the-dukes-guy/ .

Anche Ghosts Of West Virginia (prodotto da Steve e mixato dall’inseparabile Ray Kennedy) è quindi un lavoro di puro country elettrico alla maniera del nostro, che non è mai stato country nel vero senso del termine neppure negli esordi di Guitar Town ed Exit 0, ma ha sempre iniettato nel suo sound robuste dosi di rock. Le canzoni sono tutte di grande intensità ed Earle, nonostante un aspetto sempre più invecchiato ed una voce sempre più arrochita, ha ancora la grinta di un ragazzino: forse l’unico difetto del CD è l’esigua durata di appena mezz’ora. Heaven Ain’t Goin’ Nowhere fa iniziare l’album in modo atipico, con una sorta di gospel corale eseguito interamente a cappella: domina ovviamente la voce di Steve, forte e centrale, con il coro che ripete ad libitum la frase del titolo. Union, God And Country è una country song spedita e scorrevole, con una strumentazione tradizionale ed un approccio da bluegrass band, un brano splendido nobilitato da un motivo di impatto immediato; Devil Put The Coal In The Ground è più spigolosa pur mantenendo un accompagnamento perlopiù acustico, ma il mood è bluesato ed anche il lavoro di violino e banjo va in quella direzione, con Steve che canta in maniera tesa ed a metà canzone arriva anche un lancinante assolo di chitarra elettrica, mentre con John Henry Was A Steel Drivin’ Man torniamo su lidi country-folk, con una melodia di stampo tradizionale (che prende spunto proprio dalla famosa John Henry, che però parlava del lavoro in ferrovia) ed un background sonoro elettroacustico e coinvolgente.

Molto bella Time Is Never On Our Side, una folk song amara ed intensa cantata con il cuore in mano e con il solito commento musicale di gran classe da parte dei Duchi, tutto basato su un giro di chitarra tipico ed una sezione ritmica discreta. La potente It’s About Blood è nettamente più roccata ed elettrica pur mantenendo un impianto sonoro “roots”, con Steve che alterna cantato e talkin’ e sul finire elenca ad uno ad uno i nomi dei 29 minatori che persero la vita nella tragedia del 2010; di segno opposto è If I Could See Your Face Again, uno splendido acquarello acustico sfiorato dalla steel ed affidato totalmente alla bella voce della Whitmore: un pezzo estremamente toccante, tra i migliori del CD. Black Lung è un country-blues che ha il sapore delle canzoni risalenti al periodo della Grande Depressione, anche se dalla seconda strofa entra di prepotenza la sezione ritmica tingendo il brano di rock; chiusura con l’irresistibile country-boogie Fastest Man Alive, forse il momento più trascinante del lavoro, e con la delicata ed ancora splendida The Mine, con la voce di Steve più roca che mai ma feeling a dosi massicce.

Altro disco bello e fiero dunque per Steve Earle, che in un momento di confusione totale ed incertezza per il futuro (in America come nel resto del mondo) ha nobilmente scelto di ricordare un tragico fatto di cronaca ormai sepolto nella memoria.

Marco Verdi

Tre Album Da Riscoprire E Rivalutare. The Everly Brothers – Down In The Bottom: The Country Rock Sessions 1966-1968

everly brothers down in the Bottom

The Everly Brothers – Down In The Bottom: The Country Rock Sessions 1966-1968 – RPM/Cherry Red 3CD

Nel 1966 la popolarità degli Everly Brothers era in deciso calo, specie se rapportata ai fasti di fine anni cinquanta/primi sessanta, in cui i fratelli Don e Phil Everly erano stati giustamente indicati come uno degli acts più influenti della loro epoca (per dirne una, senza di loro forse Paul Simon avrebbe intapreso lo stesso la carriera di cantautore, ma probabilmente senza Art Garfunkel): infatti i due non portavano un singolo nella Top 40 da ben tre anni, e addirittura da cinque se si passava agli LP. Il loro ultimo disco, Two Yanks In England, era praticamente un album degli Hollies (che erano autori di gran parte delle canzoni e comparivano anche come backing band) cantato dagli Everly, e non ebbe successo come i precedenti: i nostri pensarono quindi di operare qualche piccolo cambiamento nel loro suono, ed i tre dischi interessati da tale rinnovamento (The Hit Sound Of The Everly Brothers, The Everly Brothers Sing e Roots) sono riuniti in questo triplo CD in digipak targato Cherry Red ed intitolato Down In The Bottom: The Country Rock Sessions 1966-1968, tutti quanti con una buona dose di bonus tracks in parte inedite.

In effetti il sottotitolo di questa ristampa è leggermente inesatto, in quanto solo Roots si può definire propriamente country-rock: diciamo che i due lavori precedenti, che pur presentano qualche sonorità countreggiante anche se mescolata alle consuete pop songs del duo e perfino a qualche accenno di psichdelia, sono da considerare come una graduale transizione verso Roots, che uscendo nel 1968 tenterà di inserirsi nel filone country-rock allora in voga e che aveva Byrds e Flying Burrito Brothers come esponenti di punta.

The Sound Of (1967, ma le sessions risalgono al ’66, da qui dunque il titolo dell’antologia) è formato da cover di brani più o meno noti, con la produzione di Dick Glasser e l’ausilio di diversi membri della famosa Wrecking Crew, tra cui Larry Knechtel, Hal Blaine, Terry Slater e Glen Campbell, già noto quest’ultimo come artista in proprio. L’album non vendette molto, ma vide i nostri proporre arrangiamenti raffinati e con le solite splendide armonie vocali di classici del rock’n’roll (Blueberry Hill, riletta in veste countreggiante, Oh, Boy! e Good Golly, Miss Molly), del country (I’m Movin’ On, Sea Of Heartbreak, che sembra scritta su misura per loro, e (I’d Be A) Legend In My Time), due brani associati a Ray Charles (Let’s Go Get Stoned e Sticks And Stones), un po’ di “British Invasion” (Trains And Boats And Plains, di Burt Bacharach ma portata al successo da Billy J. Kramer & The Dakotas, e The House Of The Rising Sun, incisa tenendo presente l’arrangiamento degli Animals ed indicando addirittura Alan Price come autore del pezzo). Poi ci sono brani scritti da autori esterni apposta per Don & Phil, come la beatlesiana Devil’s Child e la melodiosa She Never Smiles Anymore, opera di un giovane ed ancora sconosciuto Jimmy Webb. Tra le cinque bonus tracks del primo CD spiccano Even If I Hold It In My Hand, unico pezzo a firma Don Everly, un’altra canzone scritta da Webb (When Eddie Comes Home) ed il demo di Bowling Green, che sarà il brano di punta del disco successivo.

Proprio Bowling Green, uno splendido e scintillante folk-rock, apre il secondo dischetto nonché l’album Sing (1967), prodotto ancora da Glasser e con più o meno gli stessi musicisti del precedente (ma con in più il grande James Burton, all’epoca chitarrista di Elvis), ed un approccio più spostato verso il pop psichedelico, termine da prendere comunque con le molle in quanto stiamo pur sempre parlando degli Everly. Quasi metà dei pezzi sono scritti dal bassista Slater, i migliori dei quali sono la già citata Bowling Green, A Voice Within, il cui sound è influenzato dalle band britanniche, e le psichedeliche all’acqua di rose Talking To The Flowers e Mary Jane; ci sono poi un paio di originali di Don (l’orecchiabile I Don’t Want To Love You, scritta insieme a Phil, e l’eterea ballata It’s All Over, già incisa in passato dai due), un pezzo roccato e coinvolgente (Deliver Me, di Danny Moore) ed il rifacimento di Somebody Help Me, grande successo dello Spencer David Group di Steve Winwood,  pubblicata l’anno prima su Two Yanks In England. C’è anche la scelta bizzarra di includere una versione del superclassico dei Procol Harum A Whiter Shade Of Pale (non adattissima ai nostri), mentre è invece ottima Mercy, Mercy, Mercy, scritta dal non ancora leader dei Weather Report Joe Zawinul per il Cannonball Adderley Quintet. Le bonus tracks qui sono ben nove, tra cui sei sono brani usciti solo su singolo: da non perdere la bella rilettura della classica Love Of The Common People e la squisita Nothing But The Best di Rick Kemp.

E veniamo a Roots (1968), il migliore dei tre album presi in esame e quello che rappresenta la vera svolta nel suono dei fratelli, un disco che è anche una delle prime produzioni di un giovane Lenny Waronker, che nei seventies diventerà uno dei nomi più richiesti in cabina di regia, e che vede ancora i membri della Wrecking Crew con l’aggiunta delle tastiere di Van Dyke Parks. L’album vede dunque Don & Phil perfettamente calati nei panni di novelli cantanti country-rock, con cristalline versioni di classici come Mama Tried e Sing Me Back Home (le due canzoni più celebri di Merle Haggard), Less Of Me di Glen Campbell, T For Texas di Jimmie Rodgers e You Done Me Wrong di George Jones; un paio di pezzi sono scritti da Ron Elliott, leader dei Beau Brummels e collaboratore del disco (le folkeggianti Ventura Boulevard e Turn Around), mentre l’unico brano originale dei due fratelli, I Wonder If I Care As Much, è quasi psichedelico e non imperdibile (c’è anche una canzone, Living Too Close To The Ground, scritta dall’attrice Venetia Stevenson, all’epoca moglie di Don). Completano il quadro una pimpante rilettura del traditional Shady Grove in puro stile bluegrass ed un inedito del giovane Randy Newman, Illinois, brano già con l’impronta futura del pianista e cantante di Los Angeles. Sette le tracce bonus tratte dalle sessions, la maggior parte delle quali sono canzoni originali di Phil & Don (Omaha è la migliore), completata da due preziose cover di Mr. Soul (Neil Young) e In The Good Old Days (Dolly Parton) e da una bluesata e grintosa Down In The Bottom di Willie Dixon.

Con Roots, nonostante il perdurante insuccesso del disco, gli Everly Brothers sembravano lanciati verso una nuova carriera all’insegna del country-rock, e nessuno all’epoca poteva immaginare che come duo (quandi escluse le peraltro poche fatiche soliste) avrebbero pubblicato soltanto più cinque album durante il resto della carriera, due negli anni settanta e tre negli ottanta: un motivo in più per riscoprire le registrazioni incluse in questo triplo CD.

Marco Verdi

Una Sorpresa Nell’Uovo Di Pasqua! Cowboy Junkies – Ghosts

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Cowboy Junkies – Ghosts – Latent Recordings / Download + Streaming

Nell’ultimo periodo c’è stata una notevole uscita di dischi “fantasma” (nel senso che fisicamente non sono reperibili in CD, ma si possono scaricare o ascoltare nei vari siti di musica digitale), e noi sul sito ci siamo occupati dei lavori dell’ultimo Matthew Ryan, di Jeff Black, Natalie Merchant, con la speranza prossimamente di recensire anche Amidst The Alien Cane di William Topley (parlo per me), e per stare in tema non poteva certamente mancare anche questo inaspettato Ghosts dei Cowboy Junkies. A soli due anni di distanza dall’ottimo All That Reckoning (18), questo Ghosts non è altro che una raccolta di canzoni su cui i Cowboy Junkies avevano incominciato a lavorare mentre erano in giro in tournée per promuovere il citato ultimo lavoro in studio, e l’improvvisa morte della madre due mesi dopo, è stata la scintilla che ha portato i tre fratelli Timmins ad elaborare il lutto portando a termine questi otto brani, decidendo poi di farli ascoltare in “streaming” a chi era interessato, in attesa di un eventuale futura edizione in doppio vinile, allegandolo ad ATR.

Oggi come ieri la formazione della band è sempre la stessa: con Margo Timmins alla voce, i fratelli Michael alle chitarre e Peter alla batteria, con l’inserimento dell’amico Alan Anton al basso, per una buona mezzora di musica dove si respirano metaforicamente rabbia, rimorso e dolore. Dolore che si nota subito nella traccia di apertura Desire Lines, con la meravigliosa voce di Margo che declama il testo della canzone, seguita dalle affascinanti note della pianistica Breathing https://www.youtube.com/watch?v=hez9al5ny50 , e dal suono caldo e avvolgente di Grace Descends, che viene accompagnata dal basso di Alan Anton. Le emozioni ripartono con il suono cinematografico e leggermente “psichedelico” dell’intrigante (You Don’t Get To) Do It Again, per poi passare alla soave malinconia di una struggente e accorata The Possessed (il brano finale di All That Reckoning, lasciato fuori nella versione in vinile), mentre il fascino della voce di Margo si manifesta ancora una volta in Misery, con un accompagnamento in primo piano fluido e diretto. Ci si avvia alla fine dei ricordi e del dolore con una ballata romantica, notturna e rarefatta come This Dog Barks (marchio di fabbrica del gruppo), impreziosita dalle note di un violino “tzigano” impazzito https://www.youtube.com/watch?v=g6-rRG9tTJU , per terminare con un dolcissimo e sentito omaggio al sassofonista jazz Ornette Coleman, un giusto riconoscimento della famiglia Timmins ad uno dei “padri” della propria formazione musicale https://www.youtube.com/watch?v=QvBmZgF7_DY .

Stilisticamente questi otto brani rispecchiano il suono del precedente All That Reckoning, e per chi scrive, che ascolta i Cowboy Junkies da tempi di Trinity Session(88) non poteva essere altrimenti: un gruppo che nella sua lunga carriera ha saputo estrarre il meglio della tradizione americana, passando dalle radici blues ad un “country-rock” ovattato e moderatamente “roots”, facendo rivivere con le loro canzoni malinconiche atmosfere da sogno e paesaggi sonori che si stringono e prendono forma con la suggestiva voce di Margo Timmins che non si può non riconoscere. I CJ sono in pista ormai da più di trenta anni, e dopo 18 album in studio (compreso questo Ghosts) e 6 album Live, continuano a credere nella loro proposta, che non è certamente quella di una musica commerciale, quindi senza guardare in faccia a nessuno cercano comunque di proporre sempre musica di grande qualità, come anche in questo ultimo lavoro.

Tino Montanari

E Questi Da Dove Spuntano? Però Molto Bravi! Loose Koozies – Feel A Bit Free

loose koozies feel a bit free

Loose Koozies – Feel A Bit Free – Outer Limits Lounge LP/Download

Da anni il mercato discografico indipendente americano è diventato una giungla quasi infinita, con decine e decine di uscite mensili di vario genere e livello: è ovvio che non è umanamente possibile stare dietro ad ogni nuovo solista o band che si affaccia sul panorama musicale, ma a volte capita di imbattersi in dischi che rispondono pienamente ai nostri gusti, e che magari sono pure belli. Un valido esempio è certamente questo Feel A Bit Free, album d’esordio dei Loose Koozies (avevano pubblicato solo un singolo nel 2018) quintetto proveniente da Detroit ma con un suono che non ha nulla a che vedere con la Motor City. Infatti i nostri non fanno rock urbano né hard né alternativo, ma suonano un’accattivante miscela di rock’n’roll e country di stampo quasi rurale e con un innato senso del ritmo e della melodia. Pura American Music quindi: i cinque non seguono le orme né di Bob Seger né di Alice Cooper (per citare due icone rock della capitale del Michigan), ma il loro sound ricorda da vicino i primi Uncle Tupelo ed i Son Volt, anche per il timbro di voce del leader E.M. Allen molto simile a quello di Jay Farrar (completano il gruppo il lead guitarist Andrew Moran, Pete Ballard alla steel, Erin Davis al basso e Nick German alla batteria).

Feel A Bit Free è prodotto da Warren Defever (leader della band alternativa His Name Is Alive), il quale si occupa anche di suonare piano ed organo, ed è quindi un ottimo dischetto che farà la felicità di quanti amano il country-rock alternativo a quello di Nashville: rispetto alle due band citate poc’anzi (Tupelos e Son Volt), qui la componente country è leggermente maggiore se non altro per il notevole peso specifico della steel nel sound generale, ma i ragazzi non si tirano certo indietro quando si tratta di arrotare le chitarre; last but not least, le canzoni sono ben scritte e sono tutte dirette e piacevoli, e quindi nei quaranta minuti di durata del disco non c’è un solo momento di stanca. Il dischetto inizia in maniera splendida con Easy When You Know How, un country-rock limpido e solare dotato di una melodia scintillante ed un bel suono elettroacustico molto roots, il tutto completato da ottime parti di chitarra: un avvio brillante. Nella cadenzata Forget To Think spunta la steel guitar anche se il brano è molto più rock che country, anzi l’approccio mi ricorda quello di gruppi come Jason & The Scorchers o Old 97’s, un pezzo coinvolgente e suonato alla grande; Marita è più morbida e countreggiante, una ballata in cui però la parte rock non è affatto sopita, un po’ come quando i Rolling Stones fanno (facevano) un pezzo country (ed il refrain è vincente), mentre con la saltellante Rollin’ Heavy torniamo in territori più propriamente country, pur con il suono elettrico tipico dei nostri con chitarre e steel a creare una miscela perfetta, unita ad un motivo delizioso.

Lotsa Roads è puro rock’n’roll, chitarre che riffano che è un piacere, gran ritmo e mood travolgente, in aperto contrasto con Sugar Notch, PA che è invece una turgida ballata elettroacustica dal sapore western-crepuscolare, con la chiara influenza di Gram Parsons, un’atmosfera evocativa ed un ispirato assolo da parte di Moran. Slow Down Time è il singolo di due anni fa, un rockin’ country diretto e gustoso ancora con le chitarre in evidenza ed uno squisito ritornello alla Tom Petty; una languida steel apre la strepitosa Hazel Park Race Track, altro pezzo trascinante che coniuga alla perfezione rock e country, in cui il canto “scazzato” di Allen si integra benissimo e ci porta alla bella Hills, una country ballad elettrica dal sapore quasi texano. Il disco termina con la lunga Something To Show, quasi sette minuti che si staccano decisamente dal resto del disco con i Koozies che ci propongono uno slow rarefatto ed etereo dai toni quasi psichedelici, per poi tornare subito coi piedi per terra con la conclusiva Last Year, puro country’n’roll a tutto ritmo, godibile ed avvincente.

Sentiremo ancora parlare dei Loose Koozies, sono pronto a metterci la firma.

Marco Verdi

*NDB Purtroppo non esiste la versione CD, solo LP o download digitale, come ultimamente, anche per la situazione globale, capita sempre più spesso.

In Una Sola Parola: Bentornati! Eric Brace & Last Train Home – Daytime Highs And Overnight Lows

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Eric Brace & Last Train Home – Daytime Highs And Overnight Lows – Red Beet CD

Chi di voi si ricorda dei Last Train Home? Bisogna tornare con la mente alla seconda metà degli anni novanta, quando il cosiddetto movimento alternative country/Americana era ai suoi massimi livelli ed i LTH, formatisi a Washington D.C. nel 1997, ne erano tra i più lucidi esponenti con ottimi album come il loro esordio omonimo del 1998 o anche True North e Travelogue. All’indomani dell’EP Six Songs del 2009 il leader dei LTH Eric Brace lasciò la band (che di fatto cessò di esistere) per intraprendere un’intensa carriera solista, con ben cinque album registrati insieme al songwriter Peter Cooper, l’ultimo dei quali (Riverland, con anche il musicista tedesco Thomm Jutz) uscito appena pochi mesi fa. Ora Brace però ha deciso di dare una svolta al suo cammino discografico tornando al passato e riformando il suo gruppo iniziale per un lavoro nuovo di zecca intitolato suggestivamente Daytime Highs And Overnight Lows: oltre ad Eric, i membri del gruppo (usati qui un po’ alla stregua di backing band di Brace, infatti il disco è accreditato ad Eric Brace & Last Train Home, ma anche Six Songs era così) sono ben sette: i chitarristi Scott McKnight e Jared Bartlett, la sezione ritmica di Jim Carson Gray ed Evan Pollack, lo steel guitarist Dave Van Allen ed i fiati di Chris Watling e Kevin Cordt.

La cosa che però conta di più e che, nonostante i dieci anni di lontananza, la scintilla tra Brace ed i suoi compagni non si è affatto spenta, e Daytime Highs And Overnight Lows è un disco bello e maturo, un lavoro intenso tra rock, country e Americana con la prevalenza di ballate sui brani mossi, ed un’atmosfera di fondo spesso malinconica e crepuscolare. Ma il disco non è affatto noioso e si lascia ascoltare con facilità nonostante duri quasi un’ora, grazie soprattutto alla bontà delle canzoni in esso contenute, che sono il frutto delle esperienze maturate dai nostri durante gli anni: Brace è l’autore principale, ma il fatto che anche i suoi compagni abbiano partecipato alla stesura dei brani smentisce in parte il fatto che i Last Train Home siano solo il suo gruppo d’accompagnamento. L’iniziale Sleepy Eyes è una rilassata ballata dal sapore folk e ritmo accelerato, un motivo piacevole e strumentazione corposa, con chitarre e fisarmonica a guidare il gruppo (il brano è una cover dei Frog Holler, una band della Pennsylvania, per usare un eufemismo, non molto nota). Caney Fork è puro country, una deliziosa canzone di stampo agreste, tersa e limpida e con bell’uso di slide, nonché un ottimo refrain; anche Distance And Time è un gran bel pezzo, sempre in bilico tra folk, country e musica d’autore, una melodia splendida e la fisa a ricamare leggera sullo sfondo.

Dear Lorraine è uno slow pianistico di ampio respiro che fa venire in mente immense praterie al tramonto, con la ciliegina di un azzeccato assolo di sax subito doppiato dalla steel, canzone seguita a ruota dalla saltellante Happy Is, tra country-rock (per l’uso del banjo) ed errebi (i fiati). Floodplains è una rock ballad elettrica e distesa, con le chitarre dietro la voce del leader, Hudson River (un pezzo dei Brindley Brothers) è un lento che non manca di pathos, e che dopo un avvio attendista e musicalmente spoglio (solo piano e chitarra) si sviluppa fluido ed in modalità full band, mentre What Am I Gonna Do With You è la classica cover che non ti aspetti, essendo proprio il classico di Barry White: i nostri mantengono lo spirito R&B dell’originale grazie ai fiati, ma spogliano il brano di ogni tentazione radiofonica e lo trasformano portandolo su territori a loro più consoni. L’album prosegue senza cadute di tono con la ballatona in odore di country Old Railroads, la bucolica e folkeggiante I Like You, pura e cristallina, la mossa ed orecchiabile B&O Man, di nuovo con l’ottima steel di Van Allen a caratterizzare il suono. Il CD volge al termine, ma c’è spazio ancora per Sailor, un country-swing suonato con finezza, la discreta ballata Taking Trains e Wake Up, We’re In Love, il brano più movimentato e che più si stacca dallo stile del lavoro, essendo una vivace pop song dominata da un organo farfisa tipicamente anni sessanta.

Un gradito ed inatteso ritorno questo dei Last Train Home, sperando che non si tratti di un evento estemporaneo.

Marco Verdi