Un’Autocelebrazione Di Grande Classe. Rodney Crowell – Acoustic Classics

rodney crowell acoustic classics

Rodney Crowell – Acoustic Classics – RC1 CD

Rodney Crowell è dagli anni settanta uno dei songwriters più apprezzati sia dal pubblico che dalla critica, ma anche dai colleghi, che negli anni hanno “approfittato” più volte delle sue canzoni, e non sto parlando solo di gente che bazzica in territori country (due nomi su tutti: Bob Seger e Van Morrison). Ma Crowell ha anche una bella e prolifica carriera in proprio, e negli anni ottanta ha potuto assaporare perfino un certo successo ma senza mai scendere a compromessi con la qualità. Se negli ultimi anni le sue proposte non sono certo state campioni di vendite, il livello si è comunque mantenuto decisamente alto: Tarpaper Sky è stato per il sottoscritto uno dei migliori album del 2014, ed anche Close Ties dello scorso anno era un signor disco (in mezzo, due ottimi lavori di classico country-rock anni settanta con Emmylou Harris, Old Yellow Moon e The Traveling Kind). Ora Rodney decide di autocelebrarsi, ma alla sua maniera, e cioè staccando la spina: Acoustic Classics riprende infatti dieci brani del passato del nostro (più uno nuovo) dandone una rilettura decisamente fresca, creativa ed accattivante, e proseguendo il discorso sonoro intrapreso con Close Ties che era già in gran parte acustico https://discoclub.myblog.it/2017/04/22/un-disco-piu-da-cantautore-classico-ma-sempre-grande-musica-rodney-crowell-close-ties/ .

Ma Rodney non ha fatto come Richard Thompson che si è presentato da solo per i suoi tre dischi di rivisitazioni “unplugged”, bensì ha deciso di farsi accompagnare da una piccola band di quattro elementi (ai quali ha aggiunto tre voci femminili ai cori), formata da Jedd Hughes, Joe Robinson, Eamon McLoughlin e Rory Hoffman, i quali si sono cimentati con una bella serie di strumenti a corda (chitarre, violino, mandolino e cello), aggiungendo anche qua e là una fisarmonica ed una leggera percussione. Un suono quindi molto ricco, al quale hanno dato un contributo anche le tante voci, al punto che quasi non ci si accorge dell’assenza di una vera sezione ritmica. E poi naturalmente ci sono le canzoni del nostro, undici acquarelli di pura country music d’autore, alcune delle quali più note di altre, e che non sempre sono state rese note da Rodney medesimo. Earthbound introduce alla perfezione il mood del disco, una rilettura decisamente vitale e con intrecci di prim’ordine tra chitarre e mandolino, mentre Leaving Louisiana In The Broad Daylight, un successo per gli Oak Ridge Boys (ma l’ha fatta anche Emmylou) assume un delizioso sapore cajun grazie alla fisa di Hoffman ed è, manco a dirlo, splendida. Ma le canzoni sono tutte belle, e ne ha anche lasciate fuori tante (mancano ad esempio ‘Til I Gain Control Again, Stars On The Water, An American Dream), e questa veste spoglia e pura le valorizza oltremodo.

Anything But Tame (dalla country opera Kin, un disco che avevo quasi dimenticato) vede Crowell quasi in perfetta solitudine, ma il brano rimane bello, intenso e ricco di feeling, la toccante Making Memories Of Us era stata incisa sia da Tracy Byrd che da Keith Urban, ma Rodney è obiettivamente su un altro pianeta, mentre la vibrante Lovin’ All Night riesce ad essere trascinante anche senza basso e batteria. I due pezzi più famosi presenti nel CD sono senza dubbio Shame On The Moon (resa popolare da Bob Seger), riscritta nel testo ma con intatto il sapore honky-tonk che aveva in origine, e I Ain’t Livin’ Long Like This, che non ha bisogno di presentazioni, in quanto è uno dei classici assoluti del grande Waylon Jennings: rilettura strepitosa e trascinante, con un arrangiamento che si potrebbe definire “acoustic rock’n’roll”, ed il nostro che ci ricorda di essere anche un ottimo chitarrista. Ci sono poi ben tre pezzi da Diamonds & Dirt, il suo disco più famoso: la scintillante I Couldn’t Leave You If I Tried, puro country con violino, mandolini e quant’altro, il delizioso western swing di She’s Crazy For Leavin’ e la ballata After All This Time, intensa e struggente. Come già accennato, c’è anche un brano nuovo di zecca, una profonda folk song eseguita da solo ed intitolata Tennessee Wedding, scritta per il matrimonio della figlia più giovane.

Se la classe non è acqua, allora Rodney Crowell è un deserto. Texano, naturalmente.

Marco Verdi

Ripassi Estivi 3. In Poche Parole, Un Disco Semplicemente Fantastico! Tommy Emmanuel – Accomplice One

tommy emmanuel accomplice one

Tommy Emmanuel – Accomplice One – CGP Sounds/ Mascot Music/Thirty Tigers

Tommy Emmanuel, chitarrista australiano di 63 anni, non è molto popolare dalle nostre parti, ma è giustamente considerato uno dei massimi esponenti mondiali dello strumento. Eletto più volte miglior chitarrista acustico del mondo, Emmanuel è un maestro della tecnica del fingerpicking, e nella sua carriera (iniziata alla fine degli anni settanta) ha suonato di tutto, passando dal jazz al country, al folk, al bluegrass ed anche al rock; amico del grande Chet Atkins, è stato insignito del prestigioso titolo di CGP (Certified Guitar Player), una riconoscenza che negli anni è stata riservata solo ad altri quattro musicisti (tra cui lo stesso Atkins), e che Tommy esibisce orgogliosamente anche sulle copertine dei suoi album, accanto al suo nome. Negli ultimi anni il nostro si è avvicinato ulteriormente alle atmosfere country e folk tradizionali, ed il suo nuovo lavoro Accomplice One può essere tranquillamente definito come uno dei più importanti della sua corposa discografia. Accomplice One è un album formidabile, lungo (sedici canzoni, più di un’ora di musica), in cui il nostro mescola in maniera straordinaria brani originali e cover, aiutato da una serie impressionante di ospiti, più o meno famosi. Ma il disco è bellissimo non solo per i nomi coinvolti, ma perché è suonato in maniera sublime e coinvolgente, pur essendo il materiale al 90% acustico, e con la sezione ritmica (suonata tra l’altro da Tommy stesso) il più delle volte assente.

Un disco magnifico quindi, spesso solo strumentale, a volte cantato (anche da Emmanuel) e per di più con una purezza di suono spettacolare: se avete dei parenti o conoscenti che stanno cercando di imparare a strimpellare la chitarra, non fategli ascoltare questo album, potrebbero scoraggiarsi ad un punto tale da riporre lo strumento in soffitta. Deep River Blues, noto brano di Doc Watson, vede Tommy duettare con Jason Isbell: melodia pura, d’altri tempi, ed il nostro che inizia a scaldare i motori con una prova chitarristica eccellente (la prima, come vedremo, di molte). Song And Dance Man, del songwriter australiano Mike McClellan, è già splendida, una country song cristallina e dal motivo coinvolgente, eseguita da Tommy con Ricky Scaggs; Saturday Night Shuffle, di Merle Travis, vede la partecipazione di Jorma Kaukonen (e di Pat Bergeson all’armonica), ed è un magistrale country-blues nel quale Tommy si cimenta anche con basso e batteria, e gli assoli strepitosi si sprecano (Jorma è uno sparring partner di tutto rispetto), Wheelin’ And Dealin’ è un brano originale (da qui in poi dove non dico nulla vuol dire che l’autore è Emmanuel stesso) ed è il primo di due pezzi con l’emergente e bravo J.D. Simo, il quale si presenta con la chitarra elettrica, che si combina alla grande con l’acustica di Tommy per un bluegrass-rock (c’è anche Charlie Cushman al banjo) davvero irresistibile, tra i più belli del disco.

Non può mancare in un album così David Grisman (che aveva già inciso un CD intero con Emmanuel), il quale porta il suo inseparabile mandolino per una stupenda versione tra folk e jazz di C-Jam Blues di Duke Ellington, con i due che si alternano agli assoli provocando nell’ascoltatore un senso di goduria difficile da descrivere. Ancora Simo affianca il nostro in una bellissima rilettura acustica (ma con sezione ritmica) di (Sittin’ On) The Dock Of The Bay, proprio il classico di Otis Redding, esecuzione superba anche se nessuno dei due ha la voce di Otis; dopo Isbell, ecco sua moglie Amanda Shires, nella cover più sorprendente del CD: si tratta di Borderline, un vecchio pezzo di Madonna (ed il cui autore, Reginald Grant Lucas, collaboratore storico di Lady Ciccone, è scomparso appena due mesi fa), che diventa un’intensa country ballad con Tommy sia all’acustica che all’elettrica ed Amanda al violino. Arriva anche Mark Knopfler, che doppia Tommy sia alla voce che alla chitarra acustica (entrambe suonate alla grande, ça va sans dire…straits!) in You Don’t Want To Get You One Of Those, canzone scritta da Mark per l’occasione; ancora due chitarre da sole, ma stavolta la seconda è di Clive Carroll, per Keepin’ It Reel, un fantasmagorico medley strumentale di brani tradizionali, sembra quasi impossibile che siano solo in due, e poi suonano ad una velocità tale che sembra che qualcuno abbia accelerato il nastro. La coinvolgente Looking Forward To The Past, di e con Rodney Crowell, tra country e rock, è il brano più strumentato ed elettrico del disco, ma è anche una gran bella canzone.

L’inimitabile dobro di Jerry Douglas raggiunge Tommy per una versione sensazionale di Purple Haze, proprio il classico di Jimi Hendrix, rivoltata come un calzino ma in maniera fantastica, con Emmanuel che fornisce la prestazione più incredibile del CD, non mi capacito davvero di come si possa suonare così. Un’oasi di tranquillità ci vuole a questo punto, e ci pensa a fornirla Jake Shimabukuro con il suo ukulele, dando a Rachel’s Lullaby un sapore hawaiano, mentre Djangology è, come da titolo, un raffinatissimo omaggio al grande Django Reinhardt, insieme alle chitarre di Frank Vignola e Vinny Raniolo, che non sono due personaggi usciti dai Sopranos ma due provetti musicisti di stampo jazz. Ancora Grisman con la cristallina Watson Blues (di Bill Monroe), tra folk e country, seguito dalla bluesata Tittle Tattle, un pezzo da applausi suonato insieme a Jack Pearson, chitarrista che in passato ha militato anche nella Allman Brothers Band, e dalla struggente ballata The Duke’s Message, cantata benissimo da Suzy Bogguss, ed in cui spunta anche un pianoforte. Accomplice One è un disco che definire imperdibile è poco, e che ci ritroveremo sicuramente “tra i piedi” fra qualche mese in sede di classifiche di fine anno.

Marco Verdi

Un Tributo Splendido Anche Se Tardivo! Strange Angels: In Flight With Elmore James

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Strange Angels: In Flight With Elmore James – Sylvan Songs/AMPED CD

Trovo abbastanza scandaloso che non fosse mai uscito prima d’ora un tributo fatto con tutti i crismi alla figura del grande Elmore James, uno dei bluesmen più leggendari della storia, uno che ha suonato con Robert Johnson e Sonny Boy Williamson, e che ha praticamente inventato la tecnica slide nel suonare la chitarra, influenzando generazioni di musicisti a venire (tra i quali gente del calibro di Eric Clapton, Peter Green, Brian Jones, Duane Allman, Stevie Ray Vaughan, Johnny Winter e Sonny Landreth). Ci ha dovuto pensare la piccola Sylvan Songs (?) a riparare al torto, mettendo a punto questo splendido Strange Angels: In Flight With Elmore James, un omaggio fatto in grande stile, con una serie di ospiti di alto profilo, che si sono mossi tra l’altro a titolo gratuito, in quanto il ricavato delle vendite andrà a finanziare MusiCares e la Edible Schoolyard NYC, un progetto grazie al quale a giovani studenti viene insegnato a coltivare la terra ed a prendersi cura di giardini situati nei cortili delle scuole, avvicinandoli così al mondo della natura. Strange Angels, come ho già detto, è un album strepitoso, nel quale tutti i partecipanti si sono esibiti al meglio delle loro possibilità, fornendo diverse prestazioni da antologia, ben coadiuvati da una house band da sogno, formata da una serie di musicisti dal pedigree eccezionale.

Troviamo infatti in studio, tra i tanti (i partecipanti si alternano nei vari brani), G.E. Smith, storico chitarrista del Saturday Night Live ed in seguito nelle touring bands di Bob Dylan e Roger Waters, Doug Lancio, per anni nella band di John Hiatt e recentemente con Patty Griffin e Tom Jones, Viktor Krauss, fratello di Alison e membro della sua band, Rick Holmstrom, attuale bandleader di Mavis Staples, Rudy Copeland, pianista di Solomon Burke e Johnny “Guitar” Watson, John Leventhal, stimato musicista e produttore nonché marito di Rosanne Cash, Charlie Giordano, tastierista della E Street Band, Jay Bellerose, il batterista preferito da Joe Henry, Larry Taylor, ex bassista dei Canned Heat e più di recente con Tom Waits, e Marco Giovino, ex membro dei Band Of Joy di Robert Plant, nonché produttore del tributo. E non li ho neanche citati tutti. L’album parte con Can’t Stop Loving You, che inizia subito con una slide lancinante (Lancio, quindi lancio-nante…), un ritmo vivace e la gran voce di Elayna Boynton, una giovane e brava soul singer: pochi secondi e siamo subito “dentro” al disco (peccato che il brano duri poco più di due minuti) La grandissima Bettye LaVette (che ha in uscita un disco di covers di Bob Dylan, non vedo l’ora) aggredisce subito Person To Person con la sua vocalità strepitosa, una potenza seconda forse solo a Mavis Staples, ed il gruppo la segue con un suono “grasso” e coinvolgente. Rodney Crowell non è mai stato associato al blues, ma ha una classe che gli permette di adattarsi al meglio anche in questa veste: Shake Your Money Maker è uno dei classici assoluti di James, e Rodney ne fornisce un’interpretazione fresca e saltellante, quasi rockabilly, doppiato alla grande dalla slide di Lancio, che si conferma uno dei protagonisti del CD.

Tom Jones è tornato tra noi, in termini di qualità musicale, da diversi anni, e la sua rilettura di Done Somebody Wrong è poderosa e piena di feeling, con la sua formidabile voce al servizio di un suono sporco al punto giusto: qui Lancio non c’è, ma Holmstrom e Taylor (che oltre ad essere bassista suona anche la slide) coprono benissimo la sua assenza. Sapevo che Mean Mistreatin’ Mama sarebbe stato un highlight assoluto già quando ho letto che era stata affidata a Warren Haynes e Billy Gibbons, ma non pensavo ad un tale grado di splendore: sia Warren che Billy si cimentano alla slide (Haynes è anche voce solista), ed il duello finisce in parità, ma non con uno 0-0 con poche emozioni, ma bensì un 3-3 spettacolare, con pali, traverse ed occasioni salvate sulla linea; la goduria è completata da Mickey Raphael, la cui armonica abbandona il tono country che ha di solito con Willie Nelson e si avvicina allo stile di Charlie Musslewhite. Dust My Broom è forse il brano più celebre di James (ne ricordo una versione indimenticabile negli anni novanta fatta da Willy DeVille, con Fabio Treves all’armonica, al vecchio City Square di Milano), e qui è affidato a Deborah Bonham, sorella di John (e quindi zia di Jason): forse non ha la stessa potenza vocale di quella che aveva il fratello ai tamburi, ma è comunque davvero brava (e vogliamo parlare di come suona la band?); It Hurts Me Too è un altro superclassico, ed alla slide troviamo ancora l’immenso Warren Haynes, che però stavolta cede il microfono a Jamey Johnson, e la coppia funziona eccome, ed in più abbiamo una incredibile jam finale, che rende la canzone tra le più riuscite del disco.

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Le sorelle Allison Moorer e Shelby Lynne dopo il bel disco in duo dell’anno scorso ci hanno preso gusto http://discoclub.myblog.it/2017/08/12/un-ottimo-esordio-per-due-promettenti-ragazze-shelby-lynne-allison-moorer-not-dark-yet/ , anche se all’apparenza le loro voci non si adattano a brani blues di questa forza: infatti la loro Strange Angels è arrangiata in maniera più leggera, quasi jazzata, anche se l’esito finale è sì discreto, ma meno convincente del resto. La cura Taj Mahal ha fatto bene a Keb Mo’, che si destreggia splendidamente con Look On Yonder Wall, suonata in maniera elettroacustica, con l’aggiunta di una fisarmonica che dona più colore al suono, proprio come avrebbe fatto il vecchio Taj. Mollie Marriott, figlia di Steve (Small Faces e Humble Pie), non la conoscevo http://discoclub.myblog.it/2017/12/15/una-figlia-darte-un-po-tardiva-mollie-marriott-truth-is-a-wolf/ , ma è molto brava e con un timbro vocale vicino a quello di Bonnie Raitt (una che in questo disco ci sarebbe stata alla grande), e la sua My Bleeding Heart è decisamente godibile; Chuck E. Weiss è un fuori di testa, ma quando canta è serissimo, anche se la sua presenza in Hawaiian Boogie, in cui si limita a borbottare qualche “Oh Yeah!” e “Boogie!” ed a grattare sulla washboard, è impalpabile, ma il pezzo è comunque trascinante. Addi McDaniel è una attrice ed anche cantante, e la sua Dark And Dreary è una vera sorpresa, un folk-blues-jazz molto raffinato, con tanto di violino, fisa e banjo: grande classe. Chiude l’album lo strumentale Bobby’s Rock, con la house band protagonista, per l’occasione autoribattezzatasi Elmore’s Latest Broomdusters Broomdusters era il nome dato alla backing band di James), un rock-blues solido e vibrante, con Lancio e Holmstrom sugli scudi. Un tributo dunque imperdibile, che sicuramente figurerà tra i dischi blues dell’anno.

Marco Verdi

Così Brave Ce Ne Sono Poche In Giro! Shannon McNally – Black Irish

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Shannon McNally  – Black Irish – Compass Records

Francamente non si capisce (o almeno chi scrive non lo capisce) perché Shannon McNally non sia una delle stelle più brillanti del circuito roots/Americana, quello stile dove confluiscono blues, rock, country, folk, swamp (soprattutto nei dischi della McNally che ha vissuto anche a New Orleans, e il cui ultimo album, prodotto da Dr. John, Small Town Talk, era un tributo alle canzoni di Bobby Charles http://discoclub.myblog.it/2013/04/20/un-tributo-di-gran-classe-shannon-mcnally-small-town-talk/ ).. Insomma catalogate sotto “buona musica” e non vi sbagliate. La nostra amica è del 1973, quindi non più giovanissima, diciamo nel pieno della maturità, anagrafica, compositiva, vocale, con otto album, compreso questo Black Irish, nel suo carnet. Non ha una discografia immane la brava Shannon, però pubblica dischi con costanza e regolarità, una media all’incirca di un album ogni due anni, dall’esordio con l’ottimo Jukebox Sparrows, uscito per la Capitol nel 2002,  dove suonava gente come Greg Leisz, Rami Jaffee, Matt Rollings, Jim Keltner, Bill Payne e via discorrendo, disco che la aveva inserita nel filone di gente come Shelby Lynne, Sheryl Crow, Lucinda Williams, Patty Griffin, e anche qualche tocco classico alla Bonnie Raitt. Poi negli anni a seguire ha alternato dischi propri ad altri di cover (Run For Cover e quello citato prima), alcuni molto belli, come Geronimo, Coldwater, l’ultima produzione di Jim Dickinson prima di lasciarci http://discoclub.myblog.it/2010/02/21/shannon-mcnally-coldwater/ , e anche Western Ballad, scritto e prodotto insieme a Mark Bingham.

Ma tutti album comunque decisamente sopra la media, compreso il tributo a Bobby Charles, dopo il quale si è presa una lunga pausa, per mille problemi, un divorzio, la malattia terminale della madre che poi è morta nel 2015, il fatto di dovere crescere una figlia, che comunque non hanno diminuito la sua passione per la musica: anzi, trovato un nuovo contratto con la Compass, Shannon McNally pubblica un album che è forse il suo migliore in assoluto.. Alla produzione c’è Rodney Crowell, uno abituato a lavorare con le voci femminili: dalla ex moglie Rosanne Cash a Emmylou Harris, per citarne due “minori”! Crowell si è portato due ottimi chitarristi come Audley Freed e Colin Linden, e in ordine sparso una sfilza di vocalist, presenti anche come autrici, da Beth Nielsen Chapman, Elizabeth Cook, Emmylou Harris, oltre a Cody Dickinson, Jim Hoke, Byron House, Michael Rhodes, ed altri musicisti pescati nel bacino della Nashville “buona”. Shannon questa volta scrive poco, ma la scelta dei brani è eccellente e l’esecuzione veramente brillante, vogliamo chiamarle, cover, versioni, riletture, o come dicono quelli che parlano bene “parafrasi”, il risultato è sempre notevole: dall’ottima apertura con la bluesy dal tiro rock, You Made Me Feel For You, scritta da Crowell, e dove si apprezza subito la voce leggermente roca e potente della McNally, vissuta e minacciosa, passando per la poca nota ma splendida I Ain’t Gonna Stand For It di Stevie Wonder (era su Hotter Than July), che diventa un country got soul eccitante, con strali di pedal steel e coriste in calore (penso Wendy Moten e Tanya Hancheroff); e ancora una splendida Banshee Moan, scritta con Crowell, una ballata con tocchi celtici, dove Shannon canta con un pathos disarmante, convogliando nella sua voce tutte le grandi cantanti citate fino ad ora.

Molto bella anche I Went To The Well, scritta con Cary Hudson dei Blue Mountain, dove sembra che ad accompagnarla ci siano Booker T & The Mg’s, per un brano gospel-soul di gran classe, sempre cantato con assoluta nonchalance; Roll Away The Stone, scritta con Garry Burnside della famosa famiglia, sembra Gimme Shelter degli Stones in trasferta sulle rive del Mississippi, con Jim Hoke impegnato in un assolo di sax che avrebbe incontrato l’approvazione di Bobby Keys. Altro grande brano, in origine e pure in questa versione, una Black Haired Boy scritta da Guy e Susanna Clark, cantata con tenerezza ed amore, con le armonie vocali splendide, affidate a Emmylou Harris ed Elizabeth Cook, che ti fanno rizzare i peli sulla nuca. Low Rider è un brano oscuro ma di grande valore di JJ Cale, blues-swamp-rock come non se ne fa più, cantato con voce calda e sensuale; Isn’t That Love è un pezzo nuovo, scritto da Crowell e Beth Nielsen Chapman, anche alla seconda voce,  una ballata country-soul dal refrain irresistibile, dove si apprezza vieppiù la voce magnifica della McNally. The Stuff You Gotta Watch è un pezzo di Muddy Waters, trasformato in un R&R/Doo-wop blues dal ritmo galoppante, assolo di armonica di Hoke incluso; Prayer In Open D di Emmylou Harris era su Cowgirl’s Prayer, un country-folk intimo cantato (quasi) meglio di Emmylou, comunque è una bella lotta. E la cover di It Makes No Difference della Band è pure meglio, forse il brano migliore del disco, cantata e suonata da Dio (quel giorno aveva tempo), quindi perfetta. E per chiudere in gloria una versione di Let’s Go Home di Pops Staples, uno dei brani più belli degli Staples Singers, country-soul di nuovo “divino”, anche visto l’argomento. Io ho scritto quello che pensavo, ora tocca a voi. Per me, fino ad ora, in ambito femminile, uno dischi migliori del 2017.

Bruno Conti

Un Disco Più Da “Cantautore Classico”, Ma Sempre Grande Musica! Rodney Crowell – Close Ties

rodney crowell close ties

Rodney Crowell – Close Ties – New West CD

Rodney Crowell è giustamente uno dei più apprezzati songwriters americani, fin dagli esordi nella seconda metà degli anni settanta con i suoi primi tre dischi, album di ottimo Texas country nei quali trovavano spazio le due canzoni per le quali è più conosciuto, Ain’t Living Long Like This (anche il titolo del suo debutto del 1977) e ‘Til I Gain Control Again, ma anche altri brani resi popolari da altri, come An American Dream (Nitty Gritty Dirt Band), Shame On The Moon (Bob Seger) e Stars On The Water (Jimmy Buffett). Crowell è uno di quegli artisti che difficilmente sbaglia un disco, in quanto anche negli anni ottanta, decade di maggior popolarità per lui soprattutto con l’album Diamonds & Dirt, non ha mai perso di vista la qualità; dopo che gli anni novanta lo hanno visto piuttosto nelle retrovie, con il nuovo millennio Rodney ha ricominciato a fare musica con regolarità ed ottimi risultati, grazie a dischi come The Houston Kid, Fate’s Right Hand e The Outsider. L’ultimo suo lavoro da solista (in mezzo ci sono infatti i due bellissimi album con Emmylou Harris, della cui band il nostro è stato in passato chitarrista) è Tarpaper Sky (2014), a mio parere il suo album migliore tra quelli pubblicati negli ultimi quindici anni, un disco ispiratissimo e con alcune tra le sue canzoni migliori come le splendide The Long Journey Home ed il toccante omaggio a John Denver Oh What A Beautiful World; a tre anni di distanza Rodney ci consegna un CD nuovo di zecca, Close Ties, un lavoro molto diverso dal suo predecessore.

Se infatti Tarpaper Sky era contraddistinto da sonorità decisamente countryeggianti e da brani diretti ed orecchiabili, Close Ties è una collezione di canzoni dall’approccio molto più intimo, pacato, chiaramente cantautorale, con una strumentazione in gran parte acustica e la sezione ritmica neppure presente in tutti i dieci brani. L’influenza principale del disco è sicuramente Guy Clark, sia per il tipo di sonorità sia per il fatto che la sua figura è protagonista anche a livello di testi in due dei brani chiave del disco, non nel senso che ne è co-autore ma proprio perché viene nominato: Guy in passato è stato fondamentale per l’inizio della carriera di Crowell, lo ha aiutato a muovere i primi passi (insieme all’amico Townes Van Zandt), e questo Rodney non lo ha certamente dimenticato: Close Ties si può quindi considerare come un sincero omaggio a Clark (ed anche a sua moglie, come vedremo) ad un anno circa dalla sua scomparsa. Tra i pochi sessionmen presenti, vorrei citare almeno Steuart Smith, Tommy Emmanuel, Audley Freed e Richard Bennett, quattro ottimi chitarristi che hanno contribuito in maniera fondamentale alla riuscita del disco (e ci sono anche due duetti vocali che vedremo tra breve). Apre l’album l’autobiografica East Houston Blues, un country-blues acustico dal sapore rurale, caratterizzato da un ottimo intreccio chitarristico tra Rodney ed Emmanuel ed una leggerissima percussione; anche Reckless ha un arrangiamento stripped-down, ma il suono è ricco, con ben tre chitarristi ed un organo a pompa, ed un motivo di ispirazione western piuttosto cupo, ma dal grande pathos, mentre Life Without Susanna, dedicato proprio alla moglie di Clark, ha un ritmo più sostenuto ed un suono corposo, merito anche di un pianoforte e della sezione ritmica: gran bella canzone, comunque.

Niente affatto male neppure It Ain’t Over Yet, una country song discorsiva nel tipico stile del nostro, impreziosita degli interventi vocali di John Paul White e dall’ex moglie di Rodney Rosanne Cash, con una strumentazione parca ma decisamente fluida; I Don’t Care Anymore prosegue con il mood intimista, altra ballata dal passo cantautorale  con un leggero feeling blues ed un crescendo progressivo di sicuro impatto, mentre I’m Tied To Ya è un duetto con Sheryl Crow, un altro slow dal passo malinconico e con i soliti ottimi passaggi strumentali (tra cui uno dei rari assoli elettrici del disco): la bella voce di Sheryl, dal canto suo, aggiunge profondità al pezzo. La pianistica Forgive Me Annabelle è splendida, con una melodia toccante e profonda, cantata con grande sentimento da Crowell, probabilmente il miglior brano del CD, una vera zampata d’autore; ottima anche Forty Miles From Nowhere, limpida e solare e contraddistinta dalla solita classe (e superbo l’accompagnamento di piano e chitarra), mentre Storm Warning è il pezzo più rock del disco, e dimostra che Rodney non ha affatto perso la grinta, ma l’ha solo momentaneamente messa da parte in favore dei sentimenti. Il CD si chiude con Nashville 1972, dal bel testo che rievoca gli inizi del nostro (e nel quale cita Willie Nelson, Townes Van Zandt, Steve Earle, Richard Dobson, Bob McDill e Tom T. Hall, oltre ancora Guy Clark), un’altra bellissima canzone costruita intorno a due chitarre ed un organo, che sarebbe piaciuta molto proprio a Clark: degno finale dell’ennesimo bel disco da parte di Rodney Crowell.

Marco Verdi

Passano Gli Anni, E Dopo Le Regine Questa Volta Tocca Ai “Re”, Ed E’ Sempre Grande Musica! Blackie And The Rodeo Kings – Kings And Kings

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Blackie And The Rodeo Kings – Kings And Kings – File Under Music Label

Passano gli anni, e la scena musicale canadese conferma la sua vitalità con gruppi ormai storici come I Blue Rodeo o i Cowboy Junkies, mentre Great Big Sea e Crash Test Dummies tacciono, i City And Colour non li conosce quasi nessuno, gli Arcade Fire hanno preso una piega che non ci piace, i New Pornographers sono abbastanza discontinui, come pure i Tragically Hip, peraltro molto popolari in patria, tra i più recenti ricordiamo i No Sinner; non mancano i componenti della famiglia Wainwright, e si potrebbe andare avanti per ore. Per esempio citando anche Lee Harvey Osmond che è la “band” sotto cui si nasconde Tom Wilson, uno dei tre componenti dei Blackie And The Rodeo Kings, gruppo nato per rendere omaggio alle canzoni di Willie P. Bennett, e che negli anni ha prodotto una serie di album spesso di assoluta eccellenza. Insieme a Wilson, ci sono Stephen Fearing (anche cantautore in proprio, con un album recentissimo, Every Soul’s A Sailor, appena uscito e autore pure di pregevoli dischi in coppia con Andy White) e Colin Linden, anche lui con una carriera solista interessante, forse più orientata verso il blues, oltre ad essere uno dei produttori più bravi e ricercati in circolazione (Lindi Ortega, il grande amico Cockburn, Colin James), direttore musicale della serie televisiva Nashville (dove vive).

I tre amici, sei anni fa, nel 2011 ebbero una idea “geniale”: un disco di duetti con una serie di voci femminili (cosa mai avvenuta prima, l’ironia è voluta), dove molte volte però è l’esecuzione e la scelta dei partecipanti che delineano il risultato, in questo caso, manco a dirlo, eccellente http://discoclub.myblog.it/2011/07/20/blackie-and-the-rodeo-kings-re-e-regine/, infatti in quel disco apparivano cantanti come Lucinda Williams, Amy Helm delle Olabelle, Cassandra Wilson, Patti Scialfa, Julie Miller (col marito Buddy al seguito, presente anche in questo nuovo capitolo), Janiva Magness, Emmylou Harris, Mary Margaret O’Hara, Holly Cole e svariate altre, di cui potete leggere al link qui sopra. Per la serie, forse i nomi non saranno tutto, ma sono comunque molto importanti, vi ricordo anche i nomi dei musicisti impiegati in questo nuovo Kings And Kings (si tratta forse di una serie di duetti con voci maschili e gruppi? Indovinato!) oltre ai tre leaders del gruppo, Gary Craig, alla batteria, Johnny Dymond al basso, John Whynot piano e organo, Kenneth Pearson anche lui tastiere (che sarebbe il Ken Pearson che suonava in Pearl di Janis Joplin), Bryan Owings, anche lui alla batteria e infine Kevin McKendree, che pure lui si alterna alle tastiere, con Colin Linden che suona tutto il resto che serve.

Il disco al sottoscritto piace parecchio, fin dalla iniziale Live By The Song una rara canzone firmata da tutti e tre insieme, che è una sorta di autobiografia in musica del loro gruppo, con l’ospite Rodney Crowell del tutto a suo agio nel roots-country’n’roll di questo bellissimo brano che rievoca le atmosfere care alla Band, con chitarre e tastiere spiegate in uno sfolgorio di pura Americana music di grande fascino, splendida apertura; Bury My Heart, scritta da Linden e che vede la presenza del countryman dall’anima rock Eric Church è un’altra notevole ballata mid-tempo, dalla melodia avvolgente e con quel suono caldo e raffinato che è caratteristica tipica dei Blackie And The Rodeo Kings, sempre con la chitarra di Linden pronta a scattare verso la meta. Beautiful Scars, scritta da Tom Wilson (o se preferite Lee Harvey Osmond), vede la presenza di Dallas Green (anche in questo caso si dovrebbe parlare di City & Colour, la magnifica band di Green, con una copiosa discografia da investigare), un’altra canzone dalla costruzione complessa ed affascinante, cantata con grande pathos e passione, perché questa signori è musica rock di qualità superiore, e per High Wire Colin Fearing si inventa un pezzo degno del songbook di Roy Orbison, per sfruttare al meglio la splendida voce di Raul Malo dei Mavericks.

Fino ad ora una canzone più bella dell’altra, nessun segno di stanchezza o ripetizioni, altro cambio di genere per il country-rock-blues della mossa Playing My Heart che vede la presenza di Buddy Miller, che coniuga con il resto della band un mood quasi sudista, dove le chitarre si prendono i loro spazi. E il più avventuroso Wilson chiama alla collaborazione anche i Fantastic Negrito di tale Xavier Dphrepaulezz  (che lo ammetto, non conoscevo, ma investigherò) per un soul-funky blues futuribile di fascino indefinito e sostanza come Biiter And Low; e per Secret Of A Long Lasting Love, scritta da Fearing con Andy White, i tre chiamano a collaborare uno dei maestri del “pure pop & rock” britannico come Nick Lowe, altro limpido esempio del grande talento che è stato schierato per questo eclettico album, una composizione folk-rock dall’animo gentile, cantata in solitaria da Lowe,  impreziosita da melodie che si assimilano subito nella loro raffinata semplicità (non è un ossimoro)! E poi arriva uno dei miei preferiti di sempre, uno dei più grandi cantautori mai prodotti dal Canada, Bruce Cockburn, uno che negli anni ’70 ha realizzato una serie di dischi di straordinaria qualità (rivaleggiando con l’altro Bruce), ma poi ha continuato a fare musica sempre di elevata qualità, spesso prodotta dal suo amico Colin Linden, che probabilmente ha scritto A Woman Gets More Beautiful con in mente proprio Cockburn, una ballata delicata e sognante, cantata in inglese e francese, che è uno dei momenti migliori in un album splendido, dove i “Re” della musica spesso si superano, con Bruce e Colin impegnati in un delizioso interplay vocale e chitarristico.

Land Of The Living (Hamilton Ontario 2016) è un’altra magnifica ballata a due voci che vede alla guida del brano l’accoppiata Tom Wilson/Jason Isbell, con l’ex Drive-by Truckers che si conferma una volta di più come uno dei migliori nuovi musicisti in ambito roots music. Non posso che ribadire, veramente una canzone più bella dell’altra, e anche Long Walk To Freedom, dove l’ospite è il cantante e chitarrista Keb’ Mo’, si colloca nell’ambito ballate, stile dove Blackie And The Rodeo Kings veramente eccellono, questa volta tocca a Fearing affiancare la voce maschia di Kevin Moore, ottimo anche alla slide, in questo brano che ha anche accenti blues e gospel, con uno squisito lavoro dell’organo che adorna da par suo il tessuto del brano. Un disco dei BARK non si può definire tale se non c’è almeno una cover dall’opera dello scomparso Willie P. Bennett: per l’occasione viene ripescata This Lonesome Feeling, una sorta di lamento di un cowboy, che vede il supporto vocale e strumentale di una delle leggende del lato giusto di Nashville, ovvero Vince Gill, un brano folky quasi “tormentato” e minimale, lontano mille miglia dal country più bieco della Music City. Che viene ulteriormente rivisitata anche nella conclusiva e mossa Where The River Rolls, scritta da Colin Linden, che per interpretarla ha chiamato i cosiddetti The Men Of Nashville, che poi sarebbero alcuni degli interpreti della serie televisiva Nashville della ABC, citata all’inizio e curata proprio da Linden, che nel brano ci regala un piccolo saggio della sua perizia alla chitarra, anche se il brano, una country song piacevole con piccoli tocchi gospel, non raggiunge forse i livelli qualitativi del resto del disco, veramente di grande spessore, uno dei migliori usciti in questo scorcio di inizio 2017!

Bruno Conti

Un’Altra Grande Serata Per Una Grande Cantante! VV.AA. – The Life And Songs Of Emmylou Harris

life and songs of emmylou harris

 VV.AA. – The Life And Songs Of Emmylou Harris – Rounder CD – CD/DVD

Se Loretta Lynn è giustamente considerata la regina del country classico (ed il fatto che sia ancora tra noi ed attiva è una piacevolissima combinazione), è altrettanto vero che Emmylou Harris può aspirare allo stesso titolo per quanto riguarda il country contemporaneo. Nel corso di una carriera ormai più che quarantennale, la cantante dai capelli d’argento (adesso, una volta erano nerissimi) non ha mai sbagliato un solo disco, sostenuta sempre da una voce formidabile, una classe immensa, un gusto raro per la scelta delle canzoni da interpretare (solo ultimamente si è messa a scrivere di suo pugno con una certa continuità) e dei musicisti e produttori con i quali lavorare. Con l’età ha poi ampliato lo spettro interpretativo, e, più o meno a partire dal magnifico Wrecking Ball (1995), è diventata una musicista a 360 gradi, non necessariamente solo country, anche se il country è comunque sempre la base di partenza. Era dunque d’uopo omaggiare la Harris in maniera consona, e questo The Life And Songs Of Emmylou Harris è la testimonianza di una splendida serata a lei dedicata, un concerto ricco di ospiti tenutosi il 10 Gennaio del 2015, più o meno a quarant’anni dal suo esordio su major Pieces Of The Sky, evento tenuto alla Dar Constitution Hall di Washington.

Un CD, 19 canzoni (qualcunaa in più nel DVD, ma la versione audio è più che sufficiente *NDB Non sono d’accordo, visto che il DVD ha ben otto brani in più, vedi sotto e tutti piuttosto interessanti, tra cui una versione bellissima di Pancho & Lefty, con Steve Earle, Lee Ann Womack e Herb Pedersen) che testimonia uno show decisamente bello ed emozionante, nel quale un parterre di ospiti eccezionale ha omaggiato Emmylou attraverso canzoni sue o comunque da lei cantate nel corso degli anni, con la partecipazione qua e là della stessa Harris (a mio parere forse un tantino troppo centellinata) ed una house band davvero da sogno: Buddy Miller ed Audrey Freed alle chitarre, Don Was (più attivo che mai ultimamente) al basso e direzione musicale, Sam Bush al mandolino e banjo, Sara Watkins al violino e voce, l’ottimo Matt Rollings al pianoforte, Fred Eltringham alla batteria e, dulcis in fundo, il formidabile steel guitarist Greg Leisz, uno dei grandi protagonisti della serata.Il concerto ha inizio con Buddy Miller che interpreta al meglio One Of These Days: voce perfettamente country, bel suono pieno e fluido per una bella canzone che apre la serata nel modo migliore; poi è subito tempo di superclassici con la signature song della Carter Family, Will The Circle Be Unbroken, riletta molto bene da Mavis Staples, voce tonante e grande forza interpretativa, in una versione più blues che gospel. Chris Hillman e Herb Pedersen si cimentano con Wheels (Flying Burrito Brothers), due grandi voci ed una grande canzone, il risultato non può che essere eccellente (anche perché la house band suona da Dio, con una nota di merito per la steel di Leisz).

Orphan Girl è una splendida ballata di Gillian Welch, e vede la brava Holly Williams (nipote di Hank) interpretarla insieme a Chris Coleman con la giusta dose di feeling, mentre Steve Earle rilegge da par suo Sin City, altro grande successo dei Burritos (non dimentichiamo che la figura di Gram Parsons è stata fondamentale per Emmylou ad inizio carriera), puro country e grande suono, con Steve che ritorna allo stile dei suoi esordi. Hickory Wind è forse la più bella canzone che Parsons portò in dote ai Byrds per il capolavoro Sweetheart Of The Rodeo, e vorrei che quella sera non l’avessero affidata a Lucinda Williams, anzi avrei proprio voluto che la bionda cantautrice se ne fosse rimasta a casa sua (*NDB De gustibus), anche se obiettivamente qui fa meno danni del solito; meno male che c’è Rodney Crowell a rimettere le cose a posto, anche se stranamente non sceglie un brano suo ma uno di George Jones, You’re Still On My Mind, ma la classe non è acqua e la canzone, uno scintillante honky-tonk, è tra i più riusciti della serata. Born To Run non è il classico di Springsteen, bensì un brano scritto per Emmylou da Paul Kennerley, e la brava Lee Ann Womack la fa sua con piglio da vera country-rocker, mentre la toccante ballad degli O’Kanes When We’re Gone, Long Gone vede finalmente salire sul palco la festeggiata (insieme a John Starling dei Seldom Scene), e la temperatura sale di conseguenza, e di parecchio. Emmylou rimane e viene raggiunta da Daniel Lanois, che interpreta con lei Blackhawk, una sua composizione tratta da Wrecking Ball (da lui prodotto), un brano intensissimo e con la chiara impronta del musicista canadese (e che voce la Harris, ma questo non lo scopriamo certo oggi).

All The Roadrunning è una splendida canzone dal sapore irlandese scritta da Mark Knoplfler per l’omonimo album in duo che l’ex Dire Straits aveva registrato con Emmylou: Mary Chapin Carpenter e Vince Gill sono bravissimi, ma io avrei preferito nettamente avere i due interpreti originali (e secondo me Knopfler andava assolutamente coinvolto). Il vulcanico Conor Oberst, con le backing vocals di Shawn Colvin e Patty Griffin, propone la bella The Pearl, tratta da Red Dirt Girl, una bella canzone, densa e vibrante, che dimostra che anche la Harris songwriter sa il fatto suo, mentre Martina McBride ci delizia con una fresca rilettura di When I Stop Dreaming dei Louvin Brothers, e la Griffin fa lo stesso con Prayer In Open D, altro pezzo scritto da Emmylou, ripresa in una versione acustica e purissima. Torna Vince Gill per due brani, il classico honky-tonk di Buck Owens Together Again, ancora con un grande Leisz, e, insieme a Sheryl Crow, una trascinante e roccata Two More Bottles Of Wine di Delbert McClinton, davvero splendida. Kris Kristofferson è un’altra leggenda vivente, e come apre bocca fa venire giù il teatro, e poi Loving Her Was Easier è una delle sue ballate più belle; la serata sta per chiudersi, il tempo del pezzo più noto di Crowell, Till I Gain Control Again, interpretato alla grandissima dalla splendida Alison Krauss, in una versione per piano, voce e poco altro, veramente toccante, e per il gran finale con Emmylou Harris e tutti gli ospiti insieme per la più famosa tra le canzoni da lei composte, quella Boulder To Birmingham che da sempre occupa un posto speciale nei suoi concerti.

Una bellissima serata ed un CD imperdibile, anche se personalmente avrei preferito una presenza maggiore da parte della padrona di casa, un po’ come ha fatto Joan Baez nel suo recente concerto per i 75 anni.

Marco Verdi

*NDB

[CD]
1. One Of These Days (Buddy Miller)
2. Will The Circle Be Unbroken (Mavis Staples)
3. Wheels (Chris Hillman & Herb Pedersen)
4. Orphan Girl (Holly Williams & Chris Coleman)
5. Sin City (Steve Earle)
6. Hickory Wind (Lucinda Williams)
7. You’re Still On My Mind (Rodney Crowell)
8. Born To Run (Lee Ann Womack)
9. When We’re Gone, Long Gone (John Starling & Emmylou Harris)
10. Blackhawk (Daniel Lanois & Emmylou Harris)
11. All The Roadrunning (Mary Chapin Carpenter & Vince Gill)
12. The Pearl (Conor Oberst, Shawn Colvin & Patty Griffin)
13. When I Stop Dreaming (Martina McBride)
14. Prayer In Open D (Patty Griffin)
15. Together Again (Vince Gill)
16. Two More Bottles of Wine (Sheryl Crow & Vince Gill)
17. Loving Her Was Easier (Kris Kristofferson)
18. Till I Gain Control Again (Alison Krauss)
19. Boulder To Birmingham (Emmylou Harris)

[DVD/Blu-ray]
1. One Of These Days (Buddy Miller)
2. Will The Circle Be Unbroken (Mavis Staples)
3. The Darkest Hour Is Just Before Dawn (Sara Watkins)
4. Red Dirt Girl (Shawn Colvin)
5. Michelangelo (The Milk Carton Kids)
6. Wheels (Chris Hillman & Herb Pedersen)
7. Orphan Girl (Holly Williams & Chris Coleman)
8. Sin City (Steve Earle)
9. Bluebird Wine (Trampled By Turtles)
10. Hickory Wind (Lucinda Williams)
11. You’re Still On My Mind (Rodney Crowell)
12. Born To Run (Lee Ann Womack)
13. When We’re Gone, Long Gone (John Starling & Emmylou Harris)
14. Blackhawk (Daniel Lanois & Emmylou Harris)
15. Wrecking Ball (Iron & Wine & Daniel Lanois)
16. Leaving Louisiana In The Broad Daylight (Shovels & Rope)
17. All The Roadrunning (Mary Chapin Carpenter & Vince Gill)
18. The Pearl (Conor Oberst, Shawn Colvin & Patty Griffin)
19. When I Stop Dreaming (Martina McBride)
20. Prayer In Open D (Patty Griffin)
21. Pancho And Lefty (Steve Earle, Lee Ann Womack & Herb Pendersen)
22. Together Again (Vince Gill)
23. Two More Bottles of Wine (Sheryl Crow & Vince Gill)
24. Loving Her Was Easier (Kris Kristofferson)
25. Till I Gain Control Again (Alison Krauss)
26. Cash On The Barrelhead (Alison Krauss)
27. Boulder To Birmingham (Emmylou Harris)

Una Grande Serata Per Chiudere Il Cerchio! Nitty Gritty Dirt Band & Friends – Circlin’ Back

nitty gritty dirt band circlin' back

Nitty Gritty Dirt Band & Friends – Circlin’ Back: Celebrating 50 Years – NGDB/Warner CD – DVD

Oggi si parla molto poco della Nitty Gritty Dirt Band, e ci si dimentica spesso che nei primi anni settanta fu una delle band fondamentali del movimento country-rock californiano in voga all’epoca, che vedeva Byrds e Flying Burrito Brothers come esponenti di punta. Formatisi nel 1966 a Long Beach (e con un giovanissimo Jackson Browne nel gruppo, con il quale purtroppo non esistono testimonianze discografiche), la NGDB stentò parecchio durante i primi anni, trovando poi quasi per caso un inatteso successo con la loro versione del classico di Jerry Jeff Walker Mr. Bojangles (ancora oggi il loro brano più popolare), tratto dall’ottimo Uncle Charlie And His Dog Teddy. Ma, bei dischi a parte (All The Good Times ed il doppio Stars & Stripes Forever sono due eccellenti album del periodo), la loro leggenda iniziò quando nel 1972 uscì Will The Circle Be Unbroken, un triplo LP magnifico, nel quale il gruppo rivisitava brani della tradizione country con un suono più acustico che elettrico e come ospiti vere e proprie leggende come Mother Maybelle Carter, Merle Travis, Roy Acuff, Earl Scruggs, Jimmy Martin e Doc Watson, e che anticipava quella riscoperta della musica e delle sonorità dei pionieri che oggi è molto diffusa, ma all’epoca era quasi rivoluzionaria: un disco che, senza esagerare, potrebbe essere definito da isola deserta, e che negli anni ha avuto due seguiti (1989 e 2002), entrambi splendidi ed a mio giudizio imperdibili, ma che non ebbero l’impatto del primo volume.

Dalla seconda metà degli anni settanta la carriera del gruppo prese una china discendente (fino al 1982 si accorciarono pure il nome, ribattezzandosi The Dirt Band), per poi ridecollare nella seconda parte degli ottanta, in coincidenza con la rinascita del country, con ottimi album di successo come Hold On e Workin’ Band. Negli ultimi 25 anni la loro produzione si è alquanto diradata, anche se sempre contraddistinta da una qualità alta, portando però il gruppo a non essere più, per usare un eufemismo, sotto i riflettori: lo scorso anno però i nostri hanno deciso di riprendersi la scena festeggiando i 50 anni di carriera con un bellissimo concerto, il 14 Settembre, al mitico Ryman Auditorium (che sta a Nashville come la Royal Albert Hall sta a Londra), preludio ad una lunga tournée celebrativa in corso ancora oggi. Circlin’ Back è il risultato di tale concerto, un bellissimo CD dal vivo (esiste anche la versone con Dvd aggiunto) nel quale la NGDB riprende alcune tra le pagine più celebri della sua storia, con l’aiuto di una bella serie di amici e colleghi. I nostri avevano già celebrato i 25 anni nel 1991 con l’eccellente Live Two Five, che però vedeva sul palco solo i membri del gruppo, ma con questo nuovo CD siamo decisamente ad un livello superiore.

Il nucleo storico dalla band è rappresentato da Jeff Hanna e Jimmy Fadden, ed è completato da John McEuen, vera mente musicale del gruppo e comunque con loro dal 1967 al 1986 e poi di nuovo dal 2001 ad oggi, e da Bob Carpenter, membro fisso dai primi anni ottanta (mentre l’altro dei compagni “storici” Jimmy Ibbotson, fuori dal 2004, è presente in qualità di ospite), con nomi illustri a completare la house band quali Byron House al basso, Sam Bush al mandolino e violino e Jerry Douglas al dobro e steel, i quali contribuiscono a dare un suono decisamente “roots” alle canzoni. La serata si apre con una vivace versione di You Ain’t Goin’ Nowhere di Bob Dylan, più veloce sia di quella di Bob che dei Byrds, con assoli a ripetizione di mandolino, dobro, violino e quant’altro, una costante per tutta la serata: ottima partenza, band subito in palla e pubblico subito caldo. Il primo ospite, e che ospite, è John Prine, con la mossa e divertente Grandpa Was A Carpenter (era sul secondo volume di Will The Circle Be Unbroken) e la splendida Paradise, una delle sue più belle canzoni di sempre: John sarà anche invecchiato male, ma la voce c’è ancora (a dispetto di qualche scricchiolio) e la classe pure. My Walkin’ Shoes, un classico di Jimmy Martin, è il primo brano tratto dal Will The Circle del 1972, ed è uno scintillante bluegrass dal ritmo forsennato, un bell’assolo di armonica da parte di Fadden e McEuen strepitoso al banjo; sale poi sul palco Vince Gill, che ci allieta insieme ai “ragazzi” con la famosissima Tennessee Stud (Jimmy Driftwood), nella quale ci fa sentire la sua abilità chitarristica, dopo aver citato Doc Watson come fonte di ispirazione, e la fa seguire da Nine Pound Hammer, di Merle Travis, altro bluegrass nel quale duetta vocalmente con Bush, e tutti suonano con classe sopraffina, con il pubblico che inizia a divertirsi sul serio.

Buy For Me The Rain è una gentile e tersa country ballad tratta dal primo, omonimo album dei nostri, molto gradevole ed anche inattesa dato che come dice Hanna non la suonavano da 35 anni; è il momento giusto per l’arrivo di Jackson Browne, accolto da una vera e propria ovazione, il quale propone il suo classico These Days, in una versione decisamente intima e toccante, e poi si diverte con l’antica Truthful Parson Brown, un brano degli anni venti dal chiaro sapore old time tra country e jazz, davvero squisito. E’ la volta quindi della sempre bella e brava Alison Krauss, che ci delizia con una sublime e cristallina Keep On The Sunny Side, notissimo country-gospel della Carter Family, e con la bella Catfish John, scritta da Bob McDill (ed incisa da tanti, tra cui anche Jerry Garcia), country purissimo con ottima prestazione di Douglas al dobro; Alison rimane sul palco, raggiunta da Rodney Crowell, che esegue due suoi pezzi, la solare e godibilissima An American Dream, un brano che sembra scritto per Jimmy Buffett, e la bellissima ed intensa Long Hard Road.

Poteva forse mancare Mr. Bojangles? Assolutamente no, così come non poteva mancare il suo autore, Jerry Jeff Walker, che impreziosisce con la sua grande voce ed il suo carisma una canzone già splendida di suo: uno dei momenti più emotivamente alti della serata. Fishin’ In The Dark è stato uno dei maggiori successi della NGDB, che in questa rilettura torna ad essere un quintetto in quanto è raggiunta da Jimmy Ibbotson, e la canzone rimane bella e coinvolgente anche in questa veste meno radio-friendly di quella originale del 1987. Il vivace medley Bayou Jubilee/Sally Was A Goodun, dove il gruppo si lascia andare ad un suono più rock, prelude al gran finale di Jambalaya, il superclassico di Hank Williams (in una travolgente versione tutta ritmo) ed alla conclusiva, e non poteva che essere così, Will The Circle Be Unbroken, con tutti quanti sul palco a celebrare la carriera di uno dei più importanti gruppi country-rock di sempre, altri sei minuti di puro godimento sonoro.

Gran bel concerto, inciso tra l’altro benissimo: praticamente imperdibile.

Marco Verdi

Come Al Solito, Buona “Roba” Dall’Irlanda! Eleanor McEvoy – Stuff

EleanorMcEvoy Stuff

Eleanor McEvoy – Stuff – Moscodisc Recording

Dopo l’uscita dello scorso anno di If You Leave… (si era comunque parlato del precedente Alone su queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/2011/09/26/dall-irlanda-con-passione-eleanor-mcevoy-alone/ ), torna Eleanor McEvoy con una raccolta di rarità, b-sides, collaborazioni e nuove registrazioni, che copre un arco di carriera ventennale, ormai giunta al dodicesimo album (dieci, secondo l’intervista che potete ascoltare sotto). Questa bella musicista irlandese, nata a Dublino (città che penso di tornare a visitare entro l’anno), è una valida polistrumentista, suona di tutto (violino, chitarra, mandolino, ukulele, viola, pianoforte , clavicembalo e organo), e con la sua voce, immediatamente riconoscibile, ci presenta questa miscellanea di undici tracce, brani che parlano di amori non corrisposti, di perdite dolorose, dall’accompagnamento musicale molto variabile, sempre comunque in un ambito di suono elettroacustico.

La raccolta inizia con il robusto singolo The Thought Of You, a cui fanno seguito una bella versione rallentata di una canzone di Chuck Berry, Memphis Tennessee, riletta in chiave blues e un omaggio alla penna di Georges Moustaki e alla celeberrima Edith Piaf, con una Milord cantata in francese. Si prosegue con Please Heart You’re Killing Me scritta a quattro mani con Rodney Crowell, un brano dal suono vagamente “mariachi”, passando per l’atmosfera ancora bluesy di Don’t Blame The Tune, alla collaborazione con il sestetto polacco Banana Boat in una Take A Little Look, cantata a cappella e a una dolce rilettura acustica di Take You Home. Arriva il momento di un’altra cover, la pimpante e poco conosciuta Whistle For The Choir dei Fratellis (un gruppo indie-rock scozzese), mentre Deliver Me, una canzone sull’ipocrisia della chiesa ufficiale, viene riletta in formato gospel-blues, andando poi a chiudere con due splendidi brani scritti con David Rotheray, chitarrista ed autore nei Beautiful South, l’ironica (british humor) The Night May Still Be Young, But I Am Not,  sotto forma di un valzer cadenzato, e una Lovers Chapel  recuperata dal gruppo di Rotheray, gli Homespun.

Questa signora (o signorina?), Eleanor McEvoy, rimarrà per sempre legata al suo brano più celebre Only A Woman’s Heart (dal suo album d’esordio omonimo Eleanor McEvoy (92)  interpretato da molti artisti (su tutte scelgo personalmente la versione fatta da Mary Black), ma per chi eventualmente ancora non la conosce o vuole approfondire, questo lavoro raccoglie delle piccole gemme che meritano di essere conosciute, una sorta di promemoria costante che ci ricorda che la McEvoy occupa un posto di rilievo nell’universo delle cantanti al femminile della verde Irlanda, dove è molto amata.

Tino Montanari

Novità Di Aprile, Speciale Pasqua E Dintorni Parte II. Ian Anderson, Rodney Crowell, Ben Watt, Paolo Nutini, Afghan Whigs, Smoke Fairies + Linda Perhacs

ian anderson homo erraticus

Ian Anderson – Homo Erraticus – Calliandra/Kscope CD o CD+DVDA

Anche il leader dei Jethro Tull ormai è un distinto signore (sul distinto ho qualche dubbio!) di 67 anni, per l’occasione veste ancora una volta i panni di Gerald Bostock, il personaggio fittizio inventato per i due Thick As A Brick, ma in questo caso il nuovo album non esce a nome del gruppo (tradotto in soldoni vuol dire che non c’è Martin Barre che nel frattempo ha pubblicato un disco strumentale Away With Words) ma come Ian Anderson. Per il resto “business as usual” https://www.youtube.com/watch?v=6DB_x0dWWgw !

rodney crowell tarpaper sky

Rodney Crowell – Tarpaper Sky – New West

Pure Rodney Crowell viaggia per i 64 anni e dopo due album “collaborativi”, Kin e quello in coppia con Emmylou Harris pubblica questo nuovo album da solista, Tarpaper Sky, registrato con la sua band del 1988, che aveva suonato nell’ottimo Diamonds And Dirts, uno dei suoi migliori in assoluto, ossia Steuart Smith alle chitarre, Eddie Bayers alla batteria e Michael Rhodes al basso, più molti ospiti, a partire da Shannon McNally, che duetta in uno dei brani migliori del disco, Famous Last Words Of A Fool In Love https://www.youtube.com/watch?v=qf4r8do0h1Y . Alle armonie vocali è presente una “truppa” di artisti che regala ottimi momenti al CD: Pat Buchanan, Cory Chisel, John Cowan, Mike Ferris, Vince Gill, Will Kimbrough (anche alla chitarra), Chely Wright, e non li ho citati tutti. Suonano nei vari pezzi anche Jerry Douglas, Fats Kaplan, Jim Horn, Steve Fishell, eccetera e questa corposa presenza si sente, il disco suona veramente bene https://www.youtube.com/watch?v=NGK55BNCuFg .

ben watt hendra

Ben Watt – Hendra – Unmade Records (universal) Deluxe Edition

Ben Watt viceversa dischi da solista ne fa veramente pochi, questo Hendra è il secondo, il primo North Marine Drive risaliva al 1983. In mezzo ha pubblicato moltissimi album come Everything But The Girl, in coppia con la moglie Tracy Thorn, e molti CD come DJ. Questo disco riveste una certa importanza anche per gli amanti dei Pink Floyd, visto che David Gilmour suona la chitarra nel brano The Levels https://www.youtube.com/watch?v=WG2Xh523Dt0 . Il disco è prodotto da Ewan Pearson e Bernard Butler partecipa in qualità di chitarrista e non alla consolle. Questa volta niente dance ma un disco da cantautore tipicamente inglese, non per nulla sia Mojo che Uncut gli hanno dato 4 stellette e devo ammettere che anche per chi scrive il disco è stato una piacevole sorpresa, un ritorno alle atmosfere del suo primo solista ma più complesse e ricercate, senza dire eresie ricorda molto, per certi versi, il lavoro di John Martyn, non la voce purtroppo, ma quella era unica, comunque quella di Ben Watt è molto piacevole. Che dire, molto bello! Come leggete sopra poteva forse mancare una bella versione Deluxe, singola, ma con quattro brani in più, tre demo e un live? Certo che no e quindi c’è!

paolo nutini caustic love

Paolo Nutini – Caustic Love – Atlantic

Nel caso di Nutini gli anni di attesa sono stati “solo” cinque dal precedente Sunny Side Up. Nonostante il nome tutti sanno che il nostro amico è scozzese, ha una voce rauca, vagamente alla Rod Stewart o Steve Marriott (ma solo vagamente), poi il sound è decisamente più commerciale anche se non disprezzabile, alterna ottimi momenti come la bella ballata Better Man https://www.youtube.com/watch?v=uaWpaewDjlc  o il soul-blues futuribile di Iron Sky https://www.youtube.com/watch?v=ELKbtFljucQ  e Diana (è un altro fan di John Martyn, infatti ha partecipato al tributo Johnny Boy Would Love This…C’è anche Fashion, un duetto con Janelle Monae. Meglio di quanto si possa pensare.

afghan whigs do the beast

Afghan Whigs – Do The Beast – Sub Pop

Anche gli Afghan Whigs di Greg Dulli non pubblicavano album nuovi dal 1998, ma dopo la reunion del 2012 hanno deciso di riprovarci. Della formazione originale, in questo Do The Beats, oltre a Dulli, c’è solo il bassista e multistrumentista John Curley. Non l’ho sentito (a parte i due video, non male https://www.youtube.com/watch?v=ovhzeqIaggY e quindi non vi so dire, anche se ho letto giudizi contrastanti https://www.youtube.com/watch?v=JFi5cY9nrf8

smoke fairies smoke fairies

Smoke Fairies – Smoke Fairies – Full Time Hobby

Due tipe “strane” queste Smoke Fairies, Jessica Davies e Katherine Blamire, inglesi, fanno un folk-rock britannico molto piacevole, anche elettrico e vicino al pop https://www.youtube.com/watch?v=OZaHXiNWKGM , con interessanti intrecci vocali, che possono ricordare vagamente certe cose di Kate Bush oltre al pop citato. Mi sembrano brave, anche se “particolari”, questo CD omonimo è già il quarto, oltre ad una compilation di rarità https://www.youtube.com/watch?v=bLCdKKgYXoE . Sentitevi i due brani inseriti nel Post per farvi una idea. e anche questa cover di Tim Hardin https://www.youtube.com/watch?v=qouNHkY5d8c

linda perhaccs the soul

Linda Pehacs – The Soul Of All Natural Things – Asthmatic Kitty Records

Avremmo raggiunto la quota dei 6 CD anche per oggi, ma visto che questo disco è già uscito, nel silenzio generale, da oltre un mesetto, parliamone. A proposito di tipe strane, Parallelograms di Linda Perhacs è considerato uno dei dischi “culto” folk dei primi anni ’70, insieme a quello di Vashty Bunyan, ed ora, solo a 44 anni di distanza dal precedente, la Perhacs pubblica un nuovo album, per l’etichetta di Sufjan Stevens (che fine ha fatto?), questo The Soul Of All Natural Things, molto bello, la signora, a dispetto dei 70 anni passti, ha ancora una bellissima voce, quasi da ragazza ed il disco si ascolta con estremo piacere, sentite https://www.youtube.com/watch?v=hd53r7xNdYk e https://www.youtube.com/watch?v=u6wX8VPNeys

Per oggi è tutto.

Bruno Conti