Un Riuscito Omaggio Alle Sue Radici, Anche Attraverso Una Serie Di Duetti. Rodney Crowell – Texas

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Rodney Crowell – Texas – RC1 Rodney Crowell Records

Il nostro amico viene dal Texas, come recita il titolo di uno dei suoi dischi degli anni 2000 The Houston Kid, ma si è trasferito a Nashville, Tennessee nel lontano 1972, dove dapprima è stato uno dei più apprezzati autori country per altri cantanti e poi nel 1978 ha iniziato la sua carriera solista con l’ottimo Ain’t Living Long Like This. Nel corso degli anni il suo stile, comunque country-rock, come testimonia la sua militanza nella Hot Band, il gruppo che ha accompagnato a lungo Emmylou Harris, si è progressivamente allargato con l’inserimento di elementi, folk, roots, Americana ed in generale cantautorali, anche grazie al sodalizio con Rosanne Cash, sposata nel 1979, e con cui ha collaborato a lungo anche a livello musicale, sia come produttore che come autore di canzoni. Quando la loro unione ha iniziato a sfaldarsi, ed in seguito dopo il divorzio, i due (un po’ come Richard e Linda Thompson) hanno tratto ispirazione dalle loro amare vicissitudini amorose e personali per realizzare alcuni dei dischi migliori delle rispettive carriere, anche se poi, appianate le divergenze, i due col passare del tempo sono rimasti amici e collaborano saltuariamente a livello musicale.

Tra l’altro Crowell, che ha comunque una discografia cospicua, con una ventina di album di studio pubblicati, questo Texas dovrebbe essere il n° 21, nell’ultima decade ha incrementato la sua produzione, e degli ultimi tre dischi si era occupato l’amico Marco, incluso uno natalizio https://discoclub.myblog.it/2018/11/11/per-un-natale-texano-diverso-rodney-crowell-christmas-everywhere/ , dove all’interno della recensione trovate il link per risalire ai precedenti e leggere quanto scritto su di lui nel Blog. Per cui non mi dilungo ulteriormente e passo a parlarvi del nuovo album: come ricorda il titolo del disco, oltre ad essere un omaggio al suo stato di origine questo Texas è un album quasi totalmente di duetti, prodotto dallo stesso Crowell con Ray Kennedy, e oltre agli ospiti che vediamo subito brano per brano, nel CD suona una pletora di musicisti veramente formidabile, decine di strumentisti che si alternano nelle varie canzoni. Alle chitarre tra gli altri troviamo Audley Freed, Jack Pearson, Jedd Hughes, John Jorgenson, Steuart Smith, al basso Dennis Crouch, Lex Price Michael Rhodes, alla batteria Fred Eltringham Greg Morrow, oltre a Ringo Starr, alle tastiere Jim Cox, oltre a violinisti, mandolinisti e suonatori di fisarmonica assortiti. Le canzoni, che formano una sorta di ciclo dedicato ai vari aspetti del Lone Star State, portano tutte la firma di Crowell, che per certi versi le ha anche adattate alle caratteristiche dei vari musicisti che partecipano all’album: l’iniziale Flatland Hillbillies è addirittura in trio, con Randy Rogers a rappresentare il “nuovo” movimento Red Dirt, ma anche il country-rock ed il southern, mentre Lee Ann Womack è l’unica (bella) voce femminile, ricorrente, visto che appare in due brani, e si tratta di un pezzo grintoso, bluesato, con il testo divertito e ricco di humor, le chitarre sudiste e vibranti sono quelle di Freed e Jorgenson.

Caw Caw Blues come da titolo è un altro brano di quelli tosti e tirati, con Vince Gill voce duettante che doppia quella di Crowell e soprattutto Jack Pearson alla solista, che amplifica il suono southern ripreso dalla sua militanza negli Allman Brothers, e addirittura il rock sudista tocca il suo apice in una poderosa 56 Fury, dove Billy F. Gibbons scatena il suo boogie-rock  in un pezzo che non ha nulla da invidiare alle migliori cavalcate degli ZZ Top, pure con Rodney Crowell intrippato alla grande. Deep In The Heart Of Uncertain Texas vede financo la presenza di tre vocalist ospiti nella stessa canzone, Willie Nelson, Lee Ann Womack Ronnie Dunnin un delizioso valzerone, dove si apprezzano la fisarmonica di Rory Hoffman, la Resonator guitar di Hughes, mandolino e violino, per una splendida canzone che profuma di Texas e country classico; Ringo Starr offre l’inconfondibile drive della sua batteria in una divertente e mossa, beatlesiana persino a tratti You’re Only Happy When You’re Miserable, con la tipica ironia delle canzoni di Crowell, mentre la band, di nuovo con uno scatenato Jorgenson alla chitarra e l’ottimo Cox al piano, tira di brutto. I’ll Show You non prevede ospiti, c’è ancora Pearson alla solista, il sound è sempre bluesy ed elettrico, sembra quasi un brano alla David Bromberg, laconico e rilassato, quasi in talking con l’ottimo Cox al piano e Tim Lauer all’organo e una atmosfera da saloon fumoso, What You Gonna Do Now, con l’amico Lyle Lovett, è un altro vivacissimo rock-blues con i due che si “lanciano” versi l’un l’altro con una grinta ed un divertimento veramente palpabili, mentre Steuart Smith rilascia un assolo breve ma incisivo, se musica texana deve essere, questo ne è uno dei migliori esempi.

The Border, con John Jorgenson alla gut string guitar è proprio una atmosferica e bellissima ballata di frontiera, con Cox al piano, Hoffman alla fisa, elementi messicani e rimandi ai migliori Joe Ely o Tom Russell, Siobhan Kennedy alle armonie vocali aggiunge un tocco di classe; niente ospiti nella successiva Treetop Slim And Billy Lowgrass, una ondeggiante, swingante e vivace outlaw song, con Eamon McLoughlin a violino e mandolino, mentre in Brown And Root, Brown And Root, oltre che il mandolino, Steve Earle, chi altri, porta anche il suo vocione per una sorta di lezione di storia sul Texas dall’era della depressione alla guerra del Vietnam, nel brano più politicizzato, ma anche tra i più belli del disco, una sorta di folk song intensa e palpitante, dove si apprezzano anche la fisa e l’armonica di Rory Hoffman. In chiusura un altro brano senza ospiti Texas Drought Part 1, dove Crowell rende nuovamente omaggio al sound dei Beatles, quello dell’epoca di Let It Be O Abbey Road, belle armonie vocali (ancora Siobhan Kennedy) e una bella melodia che unisce il pop classico dei Beatles con la migliore musica americana.

Eccellente chiusura per un ennesimo ottimo album che conferma la classe immensa di questo grande cantautore.

Bruno Conti

Puro Rockin’ Country Texano…Che Volete Di Più? Randy Rogers Band – Hellbent

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Randy Rogers Band – Hellbent – Tommy Jackson Records/Thirty Tigers CD

Attivo discograficamente dal 2002, Randy Rogers è ormai un musicista sul quale contare a scatola chiusa, e da tempo non solo all’interno dei confini del natio Texas ma in tutta l’America. Originario di San Marcos (un sobborgo di Austin) Rogers rappresenta un piccolo miracolo nel panorama country a stelle e strisce, in quanto negli anni ha piazzato diversi album nella Top Ten (e non solo country, anche in quella generalista) senza smettere di fare musica di qualità. Infatti Randy pur incidendo a Nashville è rimasto un texano tutto d’un pezzo, e le sue canzoni sono quanto di meglio il Lone Star State possa proporre, con chitarre in primo piano, gran ritmo, feeling in dosi massicce ed una serie di brani semplici ma diretti ed immediati; il fatto di avere da anni la stessa band (Geoffrey Hill, chitarra solista, Johnny Chops, basso, Brady Black, violino, Les Lawless, batteria, Todd Stewart, vari strumenti) è poi un ulteriore punto a favore, in quanto ormai si è venuta a creare una amalgama ed una compattezza nei suoni che si ha solo quando ci si conosce a memoria.

Dulcis in fundo, Randy negli anni si è sempre affidato a grandi produttori, gente esperta che risponde al nome di Radney Foster, Jay Joyce, Lloyd Maines e, nell’ultimo Nothing Shines Like Neon di tre anni fa, Buddy Cannon https://discoclub.myblog.it/2016/03/21/ormai-si-va-sul-sicuro-randy-rogers-band-nothing-shines-like-neon/ : anche per questo nuovissimo Hellbent il nostro ha chiamato un nome che va per la maggiore, e cioè Dave Cobb, da anni ormai il miglior produttore “roots” in circolazione. Ma la RRB in questo disco non ha cambiato una virgola del proprio suono, una miscela stimolante e creativa di country e rock alla maniera texana, e Cobb si è limitato (si fa per dire) a portare la sua esperienza in sala di incisione dosando e calibrando i suoni con la consueta maestria. Drinking Money fa partire ottimamente il disco, un limpido ed arioso brano di puro country-rock, melodia scintillante e sonorità di stampo quasi californiano, con le chitarre in primo piano e puntuali riff di violino https://www.youtube.com/watch?v=qlYt-ReTiHQ . Con I’ll Never Get Over You torniamo in Texas, per un guizzante pezzo dal gran ritmo ed un ruspante suono chitarristico, una classica drinking song diretta e coinvolgente https://www.youtube.com/watch?v=qJ98QCvKYdw ; Anchors Away è uno slow di ottimo livello e dal pathos indiscutibile, senza orpelli di sorta ma con un arrangiamento essenziale che va al cuore della canzone.

Di tutt’altro genere Comal County Line, un autentico e vibrante rock’n’roll ancora con le chitarre protagoniste, trascinante è dir poco, mentre Hell Bent On A Heartache è una country ballad distesa e gradevole, suonata con piglio sicuro e ben strutturata dal punto di vista compositivo; con You, Me And A Bottle abbiamo ancora un lento (ma il suono è sempre elettrico), ma We Never Made It To Mexico è una delle più belle, un valzerone dal delizioso sapore di confine e con una melodia cantata in stile “spanglish”, decisamente evocativa. Crazy People è puro country-rock, pulsante, vigoroso e dal motivo vincente https://www.youtube.com/watch?v=SRGz82scX1A , Fire In The Hole una strepitosa western song, ritmo sostenuto ed attitudine da vero rockin’ cowboy, un pezzo che evoca praterie sferzate dal vento; chiudono la tenue Wine In A Coffee Cup, altra ballata di buon valore, e la saltellante e coinvolgente Good One Coming On, puro Texas country al 100%, che mette il sigillo ad un album pienamente soddisfacente, tra i più riusciti della carriera di Randy Rogers.

Marco Verdi

Un Disco Bellissimo E “Misterioso”! Stryker Brothers – Burn Band

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Stryker Brothers – Burn Band – Scriptorium Rex/Thirty Tigers CD

Questo CD nasce sotto un alone di assoluto mistero: nessuna foto, né informazioni sui musicisti coinvolti, né tantomeno cenni sugli autori delle canzoni, ma solo una storia piuttosto lacunosa che parla di un ritrovamento di un nastro inciso negli anni settanta da due fratelli, Coal e Flynt Stryker, miracolosamente uscito intatto dal rogo che rase al suolo una prigione texana nella quale i due erano rinchiusi. Il ritrovamento è attribuito a tale Mary Lambau, il cui ranch sorge nel luogo in cui c’era prima la prigione, e si dice sia avvenuto per caso quando la padrona di casa stava radunando le sue cose per portarle via, in quanto era stata costretta a vendere la sua proprietà a causa della crisi economica; in un secondo momento Mary avrebbe dato i nastri a Lloyd Maines, che conosceva personalmente, per vedere se riusciva a ricavarne qualcosa di pubblicabile. Una storia affascinante, corroborata anche da brevi testimonianze fornite da personaggi famosi, perlopiù musicisti, (le trovate su YouTube qui https://www.youtube.com/channel/UCanL2W2zhYlEn2cXDxtpxQw ) a Mary stessa, tra i quali Todd Snider, Shooter Jennings, lo stesso Lloyd Maines, Bruce Robison, Cody Canada, Radney Foster e l’ex astronauta Charles Duke, il decimo uomo ad aver camminato sulla Luna e grande appassionato di musica country.

Una trentina d’anni fa la storia dei fratelli misteriosi avrebbe retto, ma si sa che nell’era di internet ogni segreto dura al massimo lo spazio di qualche giorno, e quindi è emerso presto che i due fratelli Stryker sono in realtà Robert Earl Keen (la cui voce comunque è inconfondibile) e Randy Rogers, cioè una mezza leggenda ed un suo validissimo discepolo, che hanno unito le forze per perpetrare questa burla. Uno scherzo solo per quanto riguarda la storia però, dato che dal punto di vista musicale i due hanno fatto le cose maledettamente sul serio, e Burn Band si rivela un grande disco di purissimo country-rock texano, suonato e cantato alla grande, e con i due in stato di grazia anche per quanto riguarda la scrittura dei pezzi. Alcuni brani sono duetti, mentre altri vengono affrontati separatamente dai due artisti, ma l’affiatamento e tale da sembrare solo l’ultimo episodio di una collaborazione che va avanti da anni; purtroppo non ci sono cenni ai vari sessionmen (se no addio mistero), ma sono abbastanza sicuro che il già citato Maines è il produttore di queste sessions, ed anche la splendida steel che si ascolta spesso nel disco credo proprio sia la sua.

Tredici brani e non uno da buttare: l’inizio è strepitoso con l’irresistibile Charlie Duke Took Country Music To The Moon, una pimpante country song alla Johnny Cash con tanto di boom-chicka-boom, ritornello diretto e chitarre ruspanti. Wrong Time è una fulgida campfire ballad, una languida steel in sottofondo ed una melodia toccante resa ancora migliore dal timbro di voce arrochito dei due; Rocking Chair è un country-rock decisamente potente e con più di un elemento southern, una splendida slide ed un’atmosfera coinvolgente, in poche parole una grande canzone, mentre Quiet Town è uno slow disteso e rilassato, ancora con una magnifica steel guitar ed un mood d’altri tempi. La bellissima Balmorhea, puro Keen, ha un arrangiamento basato sulle chitarre acustiche e con interventi di fisarmonica che la spostano verso il confine col Messico, a differenza di Throwing Shade che è un guizzante country tune ricco di swing, texano al 100% e godibilissimo. Con Blue Today Baby abbiamo un’altra ballata cristallina davvero splendida, con un motivo che migliora man mano che la canzone procede, ed il consueto accompagnamento perfetto a base di steel, chitarre e violino: una delle più belle del CD.

Non c’è un attimo di tregua, in quanto Robert e Randy ci assalgono piacevolmente con la tonica Ain’t Gonna Rain No More, un country-blues dal ritmo sostenuto e decisamente trascinante, altro prezioso tassello di un mosaico musicale splendente; Ft. Worth Was A Fabulous Waste Of Time è puro country, una cowboy ballad tersa, solare ed immediata https://www.youtube.com/watch?v=ioMsvggHulk , What Have You Got To Win è lenta, tenue e suonata con estrema finezza, mentre con The Bottle siamo in pieno honky-tonk mood, altro pezzo dall’incedere rilassato e malinconico, ma con il solito pathos ben presente. Il CD termina con l’elettrica Sinner Man, nuovamente tra country e southern e le chitarre in primo piano, e con la ripresa dell’avvincente  Charlie Duke Took Country Music To The Moon, che chiude degnamente il cerchio. Visto che il segreto sull’identità degli Stryker Brothers ormai non è più tale, non so se Burn Band avrà un seguito, ma visto il risultato finale se ciò non dovesse accadere sarebbe un vero peccato.

Marco Verdi

Canzoni Amare, Ma Suono Texano Al 100%! Josh Abbott Band – Until My Voice Goes Out

josh abbott band until my voice goes out

Josh Abbott Band – Until My Voice Goes Out – Pretty Damn Tough CD

Ormai la Josh Abbott Band è una realtà consolidata, e non solo in Texas (sono di Lubbock), ma in tutti gli States, dato che i loro ultimi due lavori sono entrati entrambi nella Top Ten country. Gruppo numeroso, sono in sette (oltre ad Abbott, voce e chitarra acustica, abbiamo Austin Davis, banjo, Preston Wait, violino, steel e chitarra elettrica, Eddie Villanueva, batteria, Caleb Keeter, chitarra solista, James Hertless, basso, e David Fralin, tastiere varie), la JAB è attiva dal 2008 e fino ad oggi ha pubblicato dischi con una regolarità invidiabile: uno ogni due anni, con l’eccezione del precedente, Front Row Seat, che era uscito nel 2015 http://discoclub.myblog.it/2015/12/17/concept-autobiografico-forse-si-pur-sempre-ottimo-country-rock-texano-josh-abbott-band-front-row-seat/  a tre anni di distanza da Small Town Family Dream. Ma questa quantità nel numero di album non ha mai messo in discussione la qualità, in quanto i nostri hanno continuato a proporre vero country-rock texano, elettrico e chitarristico, ricco dal punto di vista strumentale (non sono in sette per pettinare le bambole) e, cosa che li distingue da molti altri, profondo dal punto di vista dei testi. Abbott infatti è uno che nelle sue canzoni parla spesso di esperienze private e di vita vissuta in prima persona.

Front Row Seat era addirittura un concept album, ispirato dal fallimento del suo matrimonio (il suo Blood On The Tracks, facendo le dovute proporzioni), mentre questo nuovo Until My Voice Goes Out, quinto lavoro della band, è influenzato dalla scomparsa del padre di Josh, Charles David Abbott, figura evidentemente di grande riferimento per lui, ed è un altro concept con tanto di preludio ed epilogo. In mezzo, però, la solita musica elettrica ben costruita dei nostri, che, così come in Front Row Seat, contrappongono un suono vigoroso a liriche spesso tristi. Il disco è prodotto da Dwight Baker, ed oltre alla solita strumentazione abbiamo in diversi pezzi la partecipazione di una sezione fiati, e addirittura di un quartetto d’archi, che è il primo ad entrare in scena con il breve strumentale che apre il CD, An Appreciation Of Life, un intro quasi cameristica. A seguire arriva la title track, una country song elettrica molto distesa, con chitarre e banjo a guidare la band ed un motivo non banale, che rivela la maturità di Josh nel songwriting. La vivace Heartbeatin’ inizia come un traditional bluegrass, poi entrano basso, batteria ed i fiati, creando un cocktail decisamente stimolante e creativo. Un piano elettrico introduce Texas Women, Tennessee Whiskey, un delizioso brano tra country, southern e swamp, con un motivo che rivela l’influenza di John Fogerty ed ancora i fiati a colorare il suono, mentre I’m Your Only Flaw inizia come una squisita ballad acustica e, con l’ingresso degli altri strumenti, diventa una country tune vibrante ed intensa, con una menzione per l’uso della steel.

Hope & Hesitance è un piccolo intermezzo per solo banjo, che confluisce in Girl Down In Texas, altra ballata elettrica toccante nella melodia ma energica nel suono; la mossa Whiskey Tango Foxtrot è molto texana e perfetta da suonare nei bar di Austin (o di dove volete voi), Kinda Missing You tiene alto il ritmo, un rockin’ country diretto e limpido, di nuovo con i fiati nel ruolo di piacevole incomodo, Heartbeat And A Melody è tersa, fluida, solare, tra le più immediate. Non male neanche The Night Is Ours, puro country’n’roll, con fiati e chitarre che creano un intrigante muro del suono, mentre Dance With You All Night Long, nonostante il titolo, è uno struggente lento per voce, chitarra e quartetto d’archi; il CD termina con Ain’t My Daddy’s Town, altro lento con Josh in compagnia solo della sua chitarra e del violino di Wait, toccante pezzo che narra della morte del padre, e con l’epilogo dal titolo eloquente di Farewell Father, di nuovo con gli archi che chiudono così come avevano cominciato. La Josh Abbott Band matura disco dopo disco, la qualità rimane alta e le vendite sembrano dare loro ragione: speriamo solo che lo spunto per il prossimo lavoro sia inerente ad un argomento più allegro degli ultimi due.

Marco Verdi

Il Diavolo Secondo Ray Wylie Hubbard – Tell The Devil I’m Gettin’ There As Fast As I Can

Ray Wylie Hubbard Tell the Devil

Ray Wylie Hubbard – Tell The Devil I’m Gettin’ There As Fast As I Can – Bordello Records/Thirty Tigers

Parafrasando un vecchio detto “non c’è due senza tre”, dopo The Grifter’s Himnal (12), e The Ruffian’s Misfortune (15) http://discoclub.myblog.it/2015/04/17/grande-vecchio-texano-doc-ray-wylie-hubbard-the-ruffians-misfortune/ , torno a parlarvi sul Blog di Ray Wylie Hubbard, un vero musicista di culto della scena musicale texana, in occasione dell’uscita di questo nuovo lavoro, dal titolo lunghissimo che per comodità abbreviamo in Tell The Devil…, il diciassettesimo della sua carriera (se non ho sbagliato i conti con il pallottoliere). Proseguendo nelle tematiche degli ultimi lavori e miscelando sempre più sacro e profano, Hubbard porta negli studi di registrazione The Zone a Dripping Springs, Texas, un manipolo di validi musicisti, a partire da suo figlio Lucas Hubbard (sempre più bravo) alle chitarre elettriche, Kyle Schneider e Joseph Mirasole  che si alternano alla batteria, l’ottimo Jeff Plankenhorn a dobro, lap steel guitar e mandolino (e ottimo cantautore anche in proprio), Pat Manske al basso, e il grande Bukka Allen (BoDeans, Joe Ely, Alejandro Escovedo e figlio di Terry Allen) all’Hammond B3, con l’aggiunta di validi “turnisti” locali tra i quali Edward Braillif, Billy Cassis, Jack O’Brien, Lisa Mednick Powell, Curtis Roush e con il produttore Mike Morgan, che è anche il proprietario degli studi di registrazione, i quali, tutti insieme a Ray Wylie (armonica, chitarra acustica e elettrica, e voce), danno vita ad undici brani “diabolici”, con la partecipazione non secondaria di ospiti vocali di grande valore come Lucinda Williams, Patty Griffin, Eric Church; canzoni intrise come al solito di rock, blues, e sonorità voodoo, con una spruzzata abbondante di country texano.

I sermoni si aprono con la spettrale God Looked Around (ispirata dal Libro Della Genesi), con un bel giro di armonica che la caratterizza, a cui fanno seguito lo sporco blues di Dead Thumb King, le sonorità voodoo di una ossessiva Spider, Snaker And Little Sun, un tributo a “Spider” John Koerner, Dave “Snaker” Ray e Tony “Little Sun” Glover,  passando poi per lo sferzante groove di Lucifer And The Fallen Angels, un lungo viaggio letterale nell’inferno, che Hubbard dice essere stata ispirata da Turn the Page di Bob Seger. Con l’acustica Open G Hubbard dimostra di essere anche un chitarrista slide di prim’ordine, mentre la tagliente ballata House Of The White Rose Bouquet racconta la storia di un rapporto tra un giocatore e una “Lady”, preludio alla meravigliosa Tell The Devil I’m Gettin’ There As Fast As I Can, cantata in duetto con Eric Church e Lucinda Williams (una voce talmente personale che si riconosce anche in punto di morte), con uno splendido finale chitarristico, e che sempre secondo l’autore si rifà alle sonorità di Rod Stewart in Maggie May, con mandolino e organo in evidenza, per riscoprire pure le sonorità “psichedeliche” in The Rebellious Sons, suonata al meglio con i Bright Light Social Hour (una poco conosciuta rock band “psichedelica”di Austin). Ci si avvia alle “fiammate” finali con il blues ballabile di Old Wolf  (con tanto di ululato simulato), una sofferta melodia alla Townes Van Zandt come Prayer, e chiudere in gloria questa favola “rock-blues con la delicata In Times Of Cold cantata in duetto con la brava Patty Griffin, con solo accompagnamento di chitarra acustica e armonica.

Questo signore ha superato i settanta (e li dimostra tutti guardando la cover del CD), ma sono anche cinquant’anni che Ray Wylie Hubbard è in pista fra palchi e studi di registrazione, e questo nuovo Tell The Devil….prosegue nel solco degli ultimi due dischi citati ad inizio Post, disco che lo certifica ancora una volta come una figura di culto nell’ambito della scena musicale “texana”, con il suo cocktail affascinante composto da rock, blues e roots music, e per chi lo segue da sempre c’è la certezza che dalla sua penna usciranno comunque eroi e perdenti che non sono né buoni né cattivi, ma che lottano e si dibattono tra il bene e il male. Personaggio difficilmente “etichettabile”, Ray Wylie Hubbard per chi lo conosce ed ama sta diventando sempre più importante disco dopo disco,  ed al quale manca soltanto (e per chi scrive, fortunatamente) la celebrità, che non arriverà neppure dopo questo lavoro, da assaporare comunque con gusto fino all’ultima nota.

Tino Montanari

Un Ennesimo Bel Disco Di Country Texano…Con L’Aggiunta! Jeremy Steding & The Rebellion – Odessa

jeremy steding odessa

Jeremy Steding & The Rebellion – Odessa – Jeremy Steding CD

Nativo della Florida, ma ormai texano a tutti gli effetti, Jeremy Steding è un countryman verace e puro, che pur avendo già quattro dischi alle spalle è ancora praticamente sconosciuto ai più. Odessa è il suo nuovo lavoro, ed essendo autodistribuito come i precedenti ,forse non sarà quello che gli darà la popolarità, anche se le sue ballate sferzate dal vento ed arse dal sole meriterebbero di certo un’esposizione maggiore. Steding è uno dal pelo duro, sa scrivere buone canzoni e mette sempre le chitarre in primo piano, ma anche nei pezzi più lenti resiste alla tentazione di arrotondare il suono a favore delle radio di settore: il merito è anche del gruppo che lo accompagna, The Rebellion, nel quale spiccano la tosta sezione ritmica formata da Chris Gill, bassista che si occupa anche delle chitarre elettriche insieme a Chris Reeves, e dal batterista Gavin Shea, oltre al bravo steel guitarist Dillon Horton ed al violinista Casey Driscoll. Odessa è formato da otto brani nuovi di zecca, ma come vedremo più avanti c’è altra musica sul CD.

Inizio roboante con la title track, gran ritmo, violino ficcante, chitarre in tiro e voce adeguata alla bisogna, per un country-rock maschio e robusto. La steel introduce Feels So Good To Be Back Home, una ballata intensa e per nulla sdolcinata, ma dotata di un motivo che entra immediatamente in circolo ed una prestazione vocale comunque grintosa; ancora più intensa If It Takes A Lifetime, un altro slow con elementi western, un genere che a Nashville si sente poco: puro country texano, di quello giusto. La tosta e roccata All These Lights è decisamente coinvolgente, con una bella chitarra twang ed una sezione ritmica degna di una punk band, Late Night Love Song è ancora un ottimo country made in Texas, incontaminato e ruspante, I Need A Texas Song è un gustosissimo honky-tonk dal gran ritmo, ma suonato con attitudine quasi rock. Odessa termina con l’intensa Whiskey Intuition, dall’incedere quasi drammatico e con una slide lancinante sullo sfondo, una delle più belle del lavoro, e con la tenue e bucolica Get Me The Hell Off This Rig, favorita da una melodia davvero brillante.

Ma il CD non finisce qui, ci sono ben otto (!) bonus tracks, che altro non sono che una sorta di Best Of dei dischi precedenti (con la maggioranza dei brabi estratta dal più recente My Own American Dream), una scelta bizzarra pur se ampiamente gradita (è successo in passato di CD con unito un mini Greatest Hits come bonus, ma è una pratica abbastanza rara, e poi di solito veniva accluso un dischetto a parte, mi ricordo ad esempio di The Sailor’s Revenge di Bap Kennedy, che aveva nelle prime copie un CD aggiunto con una selezione dai lavori precedenti). Abbiamo quindi un’altra mezz’ora di buona Texas music, tra fluide ballate (Let The Boys Drink Whiskey, My Own American Dream, Walker County Fair, Auburn), cavalcate elettriche (Lyin’) e country-rock diretti ed orecchiabili (Four Hour Gig). Un ottimo modo per entrare ancora di più nel mondo di Jeremy Steding.

Marco Verdi

Due Grandissimi Insieme Sul Palco! Townes Van Zandt & Guy Clark – Live…Texas 1991

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Townes Van Zandt & Guy Clark – Live…Texas 1991 – Klondike CD

Se leggo le parole “Texas” e “songwriter” nella stessa frase, due sono i nomi che mi vengono immediatamente in mente: Townes Van Zandt e Guy Clark. Due maestri assoluti del cantautorato del Lone Star State, ma la cui grandezza ha sempre trasceso i confini del loro stato di appartenenza per rappresentare due delle influenze principali per molti musicisti a stelle e strisce. I due erano anche grandi amici, e, last but not least, due notevoli performers: è quindi con grande piacere che mi sono avvicinato (nonostante la mia proverbiale diffidenza verso i live non ufficiali tratti da broadcast radiofonici, ma qualche eccezione bisogna pur farla) a questo Live…Texas 1991, un bellissimo CD composto da dodici tracce (sarebbero tredici, ma una è un’introduzione parlata) tratto da un concerto tenutosi al famoso Cactus Café di Austin, il 16 Febbraio del 1991.

Sul palco ci sono solo Townes e Guy con le loro chitarre e le loro storie da raccontare, ma non serve di più, in quanto la serata scorre via che è un piacere, anche perché i due hanno un repertorio che pochi possono vantare; in più, quasi ogni canzone è intervallata da interventi scherzosi, che smentiscono la fama di personaggi ombrosi che si erano fatti. Come ulteriore ciliegina c’è la qualità dell’incisione, davvero eccellente. Già dall’apertura, con l’intensa No Lonesome Tune, unico brano cantato a due voci e con l’accompagnamento cristallino delle chitarre, si capisce che la serata è di quelle giuste. Con il secondo pezzo i due hanno già il pubblico in pugno: L.A. Freeway è infatti uno dei capolavori assoluti di Clark, ed è sempre una goduria risentirla (qui Townes si limita ad accompagnare, i riflettori sono tutti per Guy, che a metà canzone si mette addirittura a raccontare una storia autobiografica semiseria); Guy rende il favore lasciando spazio all’amico per la polverosa Mr. Mudd & Mr. Gold, una ballata texana al 100%, un western tune dalla melodia molto discorsiva, quasi parlata.

Townes bissa con Fraternity Blues, un vero talkin’ tra Guthrie e Dylan, che diverte il pubblico smentendo, ribadisco, in parte la fama di musone del nostro, mentre Guy piazza subito dopo un altro colpo da maestro con le splendide Old Friends e Texas 1947, inframezzate dalla spoglia e drammatica Marie di Van Zandt. La disimpegnata e divertente Homegrown Tomatoes e Let Him Roll, un altro talkin’ molto intenso stavolta appannaggio di Clark, preludono al gran finale in cui, a parte una vibrante Snowin’ On Raton, ascoltiamo le inimitabili Pancho & Lefty e Desperados Waiting For A Train, due delle più belle canzoni della loro epoca (e non solo texane), proposte in due versioni scintillanti e di grande intensità, che rendono questo CD difficile da ignorare.

Marco Verdi

La Quintessenza Del Country Texano! Dale Watson & Ray Benson – Dale & Ray

dale watson ray benson

Dale Watson & Ray Benson – Dale & Ray – Ameripolitan/Home CD

Dale Watson, texano doc, anche se è nato in Alabama, ormai viaggia al ritmo di due dischi all’anno. Lo avevamo lasciato nel 2016 prima a cantare dal vivo in mezzo alle galline (ed ai loro escrementi) nel bizzarro Chicken Shit Bingo e poi ad affrontare l’immancabile cover album che prima o poi tutti fanno (Under The Influence) http://discoclub.myblog.it/2016/11/25/ecco-altro-che-dischi-ne-fa-pochini-dale-watson-under-the-influence/ , che è già ora di rivederlo tra le nuove uscite. Ma questa volta Dale ha fatto le cose in grande, unendo le forze con Ray Benson, che in Texas è una vera e propria leggenda vivente, grazie alla sua leadership degli Asleep At The Wheel, grande gruppo country e western swing, veri eredi di Bob Wills & His Texas Playboys (ai quali hanno dedicato più di un tributo). I due in passato si erano sfiorati varie volte, ma un disco insieme non erano mai riusciti a farlo, almeno fino all’anno scorso, quando si sono presi il tempo necessario e si sono trovati in uno studio di Austin insieme ad un manipolo di musicisti con la “m” maiuscola, tra cui ben tre membri della band di Watson, i Lone Stars (Chris Crepps al basso, Mike Bernal alla batteria e l’ottimo Don Pawlak alla steel), più il figlio di Ray, Sam Seifert, alla chitarra elettrica (Seifert è il vero cognome di Benson), la nostra vecchia conoscenza Lloyd Maines sempre alla steel ed il bravissimo Dennis Ludiker al violino: Dale & Ray è il risultato di queste sessions, un ottimo disco di puro Texas country, ad opera di due musicisti in grande forma, un album che è anche la cosa migliore che hanno fatto da anni a questa parte.

E non è che i nostri si siano rivolti a songwriters esterni, in quanto, delle dieci canzoni totali, ben otto sono state scritte a quattro mani appositamente per questo progetto dai due texani (Benson è di Philadelphia, ma ormai è più texano di uno nato a Dallas) e solo due sono covers. Solo mezz’ora di musica, ma mezz’ora davvero intensa, all’insegna della miglior Texas music: gran ritmo, chitarre in tiro (Watson è un bravo chitarrista), honky-tonk scintillanti e grande uso di steel e violino. Niente di rivoluzionario, ma quello che c’è è fatto benissimo, con la ciliegina delle splendide voci baritonali dei due leader, entrambe profonde e carismatiche. Il classico disco just for fun, ma allo stesso tempo decisamente professionale e godibile dalla prima all’ultima nota. The Ballad Of Dale & Ray è perfetta per aprire il disco, uno scintillante honky-tonk elettrico con le due voci che si alternano con consumato mestiere, un brano divertente che è anche una dichiarazione d’intenti, con i due che elencano tutta una serie di cose che amano (dalla Lone Star Beer, al fumare erba, fino a Merle Haggard e Johnny Cash). Feelin’ Haggard è proprio un commosso omaggio al grande Hag, un brano che parla delle loro reazioni sconvolte alla notizia della morte del leggendario countryman avvenuta lo scorso anno, una languida ballata nel cui testo i due leader giocano ad inserire titoli di canzoni di Merle (e che voci); I Wish You Knew è un’energica cover di un antico brano dei Louvin Brothers, ritmo acceso con i due texani che si trovano nel loro ambiente naturale (e gran lavoro di steel e violino), mentre Bus’ Breakdown è un gioioso pezzo dal ritmo forsennato, con i nostri che mostrano di divertirsi non poco.

Write Your Own Songs, preceduta da un’introduzione parlata, è una strepitosa cover di un classico dell’amico Willie Nelson, una versione formidabile che rimanda più ai brani lenti degli anni settanta di Waylon che a quelli di Willie; Cryin’ To Cryin’ Time Again è invece un omaggio a Buck Owens (il brano è originale, ma Cryin’ Time era un classico di Buck), con i due che portano un pezzo di Texas a Bakersfield, un altro honky-tonk limpido e suonato con classe sopraffina, mentre Forget About Tomorrow Today è puro Lone Star country, ancora gran ritmo, voci perfette e notevoli assoli, ancora di steel e fiddle. A Hungover Ago è l’ennesimo brillante honky-tonk della carriera di Watson, un vero specialista in materia, con Benson che si adegua più che volentieri, e nella fattispecie uno dei pezzi più riusciti del CD; finale a tutto ritmo con la spedita e swingata Nobody’s Ever Down In Texas, nella quale la classe del duo fuoriesce alla grande (e questo è il brano più vicino allo stile degli Asleep At The Wheel), e con la deliziosa Sittin’ And Thinkin’ About You, una vera country song d’altri tempi. Dale Watson è una forza della natura (ma la qualità nei suoi dischi non manca mai), ed ora che ha coinvolto anche Ray Benson ci auguriamo che Dale & Ray non resti un episodio isolato.

Marco Verdi

Il Vero Erede Di Chris LeDoux? Aaron Watson – Vaquero

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Aaron Watson – Vaquero – Big Label Records/Thirty Tigers CD

Quella di Aaron Watson, countryman texano sulla scena da diversi anni, è una bella storia. Musicista vero, con le influenze giuste (Waylon Jennings, Willie Nelson ma anche Chris LeDoux per il suo approccio da singin’ cowboy), ha inciso dal 1999 al 2010 una decina di dischi di qualità, tra studio e live, creandosi un certo seguito, ma collezionando più complimenti che vendite vere e proprie. Real Good Time del 2012 è riuscito ad entrare nella Top Ten country, ma il botto vero Aaron lo ha fatto con The Underdog del 2015, che è arrivato dritto al numero uno ed addirittura nella Top 15 generale di Billboard, un successo in parte inatteso, anche perché per raggiungerlo il nostro non ha modificato una virgola del suo suono (un rockin’ country vigoroso, tipicamente texano) e soprattutto ce l’ha fatta senza il supporto di una major. Vaquero è il suo nuovissimo album, che conferma l’eccellente momento di Watson, in quanto è un disco di puro Texas country, in questo caso con molte canzoni ispirate dal confine con il Messico, quasi come se fosse un concept alla Tom Russell (e molti brani ricordano molto da vicino lo stile del cantautore californiano ma texano d’adozione, anche se Aaron è più country ed obiettivamente un gradino sotto come autore), suonato come sempre in maniera forte e senza fronzoli da un manipolo di ottimi musicisti (non ho i nomi in quanto sono in possesso di un pre-release CD, ma dovrebbero essere i musicisti della sua band, quindi nomi non noti, ma come detto di qualità) e cantato dal nostro con il consueto piglio fiero.

Il CD, prodotto con mano sicura da Marshall Altman (Brad Paisley, Frankie Ballard) è anche abbastanza lungo, sedici canzoni per più di un’ora di durata, anche se gli episodi leggermente sottotono non sono più di due-tre. Texas Lullaby fa partire il disco con il piede giusto, una bella ballata da vero cowboy, con un refrain decisamente accattivante, subito seguita dalla spedita Take You Home Tonight, puro country suonato con gli strumenti giusti e con un ottimo senso del ritmo, e poi Aaron ha anche una bella voce. These Old Boots Have Roots è un rockin’ country con il ritmo che quasi simula una galoppata in prateria, un pezzo trascinante e suonato alla grande (splendido assolo di violino, molto Charlie Daniels), la lenta Be My Girl calma un po’ le acque, senza l’utilizzo di zucchero in eccesso, mentre They Don’t Make ‘Em Like They Used To è una western ballad classica e nostalgica, con strumentazione acustica e ritmo veloce ma leggero. La deliziosa title track è una tex-mex ballad decisamente russelliana (non mi sarei stupito di trovare il nome di Tom tra gli autori), fluida e limpida, precede Outta Style, primo singolo e gran bel pezzo country-rock, mosso ed orecchiabile, anche se un filino più rotondo nei suoni (ma non più di tanto).

Run Wild Horses è più pop ed è anche la meno interessante finora, ma è un peccato veniale, anche perché il disco si riprende subito con la suggestiva Mariano’s Dream, ancora tra Texas e Messico, uno struggente slow strumentale costruito intorno ad una chitarra flamenco, un brano che poi confluisce nella notevole Clear Isabel, country & western texano al 100%, suonato come Dio comanda e con pathos da vendere, tra le più belle del CD. Già così ci sarebbe di che accontentarsi, ma ci sono ancora sei canzoni, tra le quali meritano senz’altro una segnalazione lo splendido honky-tonk One Two Step At A Time, con un arrangiamento deliziosamente retrò, la potente e ritmata Amen Amigo, la roccata Rolling Stone (d’altronde, con quel titolo…), un ottimo potenziale secondo singolo, e la conclusiva Diamonds & Daughters, tenue e bucolica. Non sappiamo se Vaquero bisserà il successo di The Underdog: se così fosse, avremmo la conferma inaspettata che nelle classifiche USA c’è spazio anche per il country di qualità. Esce oggi 24 febbraio.

Marco Verdi

Tra Country E Letteratura, Alla Maniera Texana! Zane Williams

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Zane Williams – Bringin’ Country Back – Texas Like That CD

Nel mondo della musica country, texana e non, solitamente i testi non hanno un’importanza determinante: il più delle volte le canzoni girano intorno agli stessi argomenti, che siano cowboys, donne, macchine, bevute in compagnia o da soli, cuori infranti e, nei casi più estremi, bad boys. Per questo un artista come Zane Williams, texano di Abilene, è visto come un’anomalia, in quanto coniuga ad una musica molto diretta ed elettrica, al 100% riconducibile al Lone Star State, una serie di testi poetici, letterari, spesso introspettivi e proprio per questo decisamente contrastanti con il tipo di suono proposto. Zane non incide per una major, è nato e probabilmente morirà indipendente, troppo vera e ruspante la sua musica e troppo poco omologati i suoi testi per poter interessare il dorato, ma anche vuoto, mondo di Nashville: ma al nostro va bene così, ha sempre inciso con regolarità dal 2006 in poi ed è sempre riuscito a pubblicare i suoi lavori, oltre ad ottenere ingaggi per poter suonare dal vivo.

Bringin’ Country Back è il suo sesto album, un anno dopo Texas Like That (in mezzo anche un’antologia, intitolata Snapshot, con un brano nuovo) e, se possibile, preme ancor di più l’acceleratore su un tipo di musica molto texana, un country rock intenso, ritmato, maschio e vibrante, con un ristretto gruppo di musicisti non famosi ma che badano al sodo, e la produzione asciutta di Erik Hearst (Josh Abbott Band, Eli Young Band). Piccola curiosità: il titolo del CD, Bringin’ Country Back, gli è venuto in mente dopo aver assistito ad un concerto di Cody Jinks, altro countryman con le palle ed autore di un disco tra i più belli dell’anno nel suo genere, I’m Not The Devil. Il disco si apre proprio con la title track, una country song decisamente texana, figlia di Waylon e con un accompagnamento robusto ed elettrico (anche violino e steel suonano guizzanti e per nulla languidi), e Zane ha la voce giusta. La saltellante Honkytonk Situation ha nel titolo quello che potete aspettarvi, con la memoria del miglior George Jones (che, non dimentichiamo, era texano pure lui), mentre Slow Roller è limpida e distesa, con il canto più rilassato del nostro ed un buon refrain.

Hello World, ancora mossa, è puro country rock, sapido e godibile, la ritmatissima Church Of Country Music è un gustoso swing elettrico, una modernizzazione con un pizzico di rock della lezione di Bob Wills; That’s Just Me ha un leggero retrogusto southern, sia per l’uso del piano elettrico che per il sapore errebi, I Don’t Have The Heart è invece una ballata dai toni comunque non smorzati, anzi nel ritornello il ritmo è sempre alto, mentre la bella You Beat All I’ve Ever Seen è uno slow di stampo western e condito dalla solita melodia diretta. Keep On Keepin’ On, caratterizzata da un bel uso del violino, è grintosa quanto basta, Goodbye Love è il pezzo più lento del CD, non è male ma io preferisco quando Zane fa il texano dal pelo duro, come nella conclusiva Willie’s Road, uno dei pezzi più riusciti, vibrante, cadenzata e coinvolgente come è giusto che sia un brano dedicato al grande Willie Nelson. Gli americani, in quanto di madre lingua, avranno magari anche la possibilità di godere delle capacità letterarie di Zane Williams, a noi comunque basta la sua musica.

Marco Verdi