Non Solo Per Appassionati. Wynton Marsalis Septet – United We Swing:Best Of Jazz At The Lincoln Center Galas

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Wynton Marsalis Septet – United We Swing: Best Of The Jazz At Lincoln Center Galas – Blue Engine CD

Questo blog non si è mai occupato molto di jazz, genere musicale nobilissimo anche se non dico elitario, ma sicuramente rivolto ad un pubblico di estimatori (io stesso ne sono un fruitore occasionale, e non mi ritengo certo un esperto in materia). Il CD di cui mi accingo a parlare secondo me è una storia leggermente diversa, primo perché tratta di un tipo di jazz assolutamente piacevole e fruibile, e poi perché presenta una serie di ospiti di altissimo profilo che nobilitano le varie performance. Wynton Marsalis, compositore e trombettista, è uno dei più stimati artisti jazz contemporanei: fratello del grande sassofonista Branford Marsalis ed appartenente ad una vera e propria famiglia di musicisti, da anni Wynton è anche il direttore musicale di Jazz At Lincoln Center, una sala da concerto situata nei pressi del Columbus Circle a New York (forse il luogo preferito della Grande Mela per chi scrive, nel quale la zona dello shopping si fonde con l’inizio di Central Park). United We Swing è una selezione di brani dal vivo suonati dal 2003 al 2007 in quella venue (ma anche all’Apollo Theatre) dal Wynton Marsalis Septet, un combo formidabile che ha come punti di forza, oltre alla tromba del leader, il sassofono di Wess Anderson, il clarinetto di Victor Goines, il trombone di Ronald Westray (rimpiazzato poi da Wycliffe Gordon), lo splendido piano di Richard Johnson e la sezione ritmica formata da Reginald Veal e Herlin Riley, tutti musicisti di grande bravura ed indubbia classe, in grado con la loro tecnica di accompagnare chiunque, oltre che di agire come band a sé stante.

E poi ci sono gli ospiti, che rendono questo United We Swing un album da avere anche se il jazz non è il vostro genere preferito (non dimentichiamo che Wynton aveva già inciso due live interi con Willie Nelson ed uno con Eric Clapton, ed è quindi abituato alle contaminazioni con il rock). Inizio, dopo un breve intro strumentale, con i Blind Boys Of Alabama che ci deliziano con il gospel-blues tradizionale The Last Time, grandi voci e gruppo che segue con discrezione, quasi in punta di piedi. Trovare Bob Dylan sui dischi di qualcun altro è ormai una rarità, ma non solo il Premio Nobel c’è (la serata in questione è del 2004), ma è anche in gran forma sia come cantante che come armonicista, e la sua It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry brilla particolarmente in questo arrangiamento jazz-blues, con il clarinetto che duetta alla grande con la sua armonica; parlando di grandissimi ecco Ray Charles in una delle sue ultime esibizioni: I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town è uno slow blues di gran classe, cantato in maniera eccelsa e con la band che asseconda The Genius in maniera perfetta (splendida la tromba del leader). E’ la volta a seguire proprio di Eric Clapton con una godibilissima I’m Not Rough (di Louis Armstrong), suonata in puro stile dixieland e nobilitata dalla chitarra (acustica) di Manolenta, un pezzo tra i più immediati e piacevoli; la soffusa e raffinatissima Creole Love Call è perfetta per i gorgheggi di Audra McDonald, mentre Willie Nelson non sbaglia un colpo, e ci delizia con una strepitosa Milk Cow Blues, gran voce e band in palla (con il sax protagonista), per uno slow blues di grande effetto.

Non sono un fan di John Mayer, ma devo dire che la sua I’m Gonna Find Another You ha un senso, ed il gruppo lo segue senza fronzoli, in maniera classica, dando al brano un sapore d’altri tempi, mentre Lyle Lovett è un fuoriclasse, e con gli arrangiamenti jazzati ci è sempre andato a nozze, e così è anche qui con una swingatissima My Baby Don’t Tolerate. Natalie Merchant è un’altra cantante che fa rima con “classe”, la sua The Worst Thing è molto sofisticata, forse anche troppo, anche se il gruppo suona come al solito da Dio, mentre John Legend, un altro sopravvalutato, fa il bravo e ci regala una Please Baby Don’t vivace e pimpante. James Taylor non cambierebbe stile neanche con una band heavy metal alle spalle, e così la sua Mean Old Man suona come un rassicurante ed elegante dejà vu (e l’accompagnamento è superlativo, con il sax sopra tutti); una delle maggiori sorprese del CD è certamente Lenny Kravitz, che rifà la sua Are You Gonna Go My Way rallentandola e dandole un sapore blues che in origine non aveva, migliorandola alquanto grazie anche al formidabile apporto di Wynton e compagni, con uno spettacolare cambio di ritmo a metà canzone. Jimmy Buffett è uno che ha nelle corde questo tipo di sonorità, ed in Fool’s Paradise (del bluesman Johnny Fuller) si trascina dietro anche Mac McAnally alla chitarra e Robert Greenidge alle steel drums, portando così un tocco di Caraibi a New York. Molto brava anche Carrie Smith con Empty Bed Blues, appunto un blues diretto e cantato alla grande, con una versione ridotta del gruppo a soli tre elementi (e con Marsalis al pianoforte). Il CD termina con la coppia Susan Tedeschi e Derek Trucks che impreziosisce con voce e chitarra (rispettivamente) la già notevole I Wish I Knew How It Would Feel To Be Free (un classico di Nina Simone), dando una performance di altissimo livello, e con la fluida e bluesata What Have You Done, con solo il settetto senza partecipazioni esterne e Wynton che si cimenta anche alla voce solista.

Grande band, grandi ospiti e grande musica, non solo per “jazzofili”.

Marco Verdi

Dal Vivo E Dal Texas! 1: Robert Earl Keen – Robert Earl Keen – Live Dinner Reunion

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Robert Earl Keen – Live Dinner Reunion – Dualtone 2CD

Robert Earl Keen, texano doc, è uno dei migliori countrymen venuti fuori dal Lone Star State (e non solo) negli ultimi trent’anni. Diretto discendente della scuola cantautorale di Townes Van Zandt e di Guy Clark, Robert ha sempre affiancato alle sue ballate tipicamente texane brani dal piglio più elettrico, diventando in breve tempo un autore tra i più considerati e più coverizzati: le sue canzoni sono state infatti interpretate negli anni da un largo range di artisti di primo piano, come Joe Ely, The Highwaymen, Dixie Chicks, Lyle Lovett, George Strait e Nanci Griffith. Keen è sempre stato uno che ha pensato a lungo i propri album, ed infatti ne ha pubblicati soltanto 12 in 32 anni di carriera, ma con risultati qualitativi sempre ottimi, dall’esordio di No Kinda Dancer, allo splendido A Bigger Piece Of Sky (ancora oggi il mio preferito), passando per i notevoli Gringo Honeymoon, Picnic, Gravitational Forces ed arrivando ai più recenti The Rose Hotel e Ready For Confetti. Ad una discografia di studio numericamente parsimoniosa Robert ha sempre affiancato un’attività live molto densa, ed il numero di dischi dal vivo pubblicati negli anni, ben sei escluso quello di cui sto per scrivere, è sintomatico.

Live Dinner Reunion, il suo nuovo doppio CD (che, come dicevo, è il settimo registrato on stage), è però un album particolare, in quanto è il seguito, esattamente vent’anni dopo, di N. 2 Live Dinner, il suo lavoro live più famoso e di successo, una sorta di greatest hits dal vivo dell’epoca: questo nuovo lavoro è la versione 2.0 di quell’album, e come allora è stato registrato al mitico Floore’s, un country store & restaurant aperto da ben 70 anni nel piccolo centro di Helotes, appena fuori San Antonio, e dal quale sono passate tutte le massime leggende della musica texana. Live Dinner Reunion è il disco dal vivo definitivo per Keen, vuoi per il fatto che prende in esame i pezzi più noti di tutta la sua carriera, vuoi per il fatto che è inciso e prodotto con tutti i crismi (da Lloyd Maines, il miglior produttore texano in circolazione), ma anche per il nutrito numero di ospiti di prestigio presenti per duettare con Robert. E poi, naturalmente, c’è proprio Keen, a suo agio come non mai sul palco (ed il pubblico è caldissimo e conosce tutti i brani a menadito), intrattiene alla grande durante tutte le 17 canzoni presenti (le tracce indicate sulla confezione del CD sono 26, ma nove sono dialoghi e presentazioni), accompagnato da una solidissima band di sei elementi guidata dal chitarrista Rich Brotherton, con la steel guitar ed il dobro di Marty Muse, il mandolino di Kym Warner, il violino indiavolato di Brian Beken, e l’ottima sezione ritmica formata da Bill Whitbeck al basso e Tom Van Schaik alla batteria.

Non mancano le tipiche ballate polverose ed arse dal sole del nostro, come la fluida e distesa Feelin’ Good Again, che apre la serata, la western oriented I Gotta Go e l’honky-tonk Merry Christmas From The Fam-O-Lee, amatissima dal pubblico; è rappresentato molto bene anche il lato rockin’ country di Keen, con l’epica Gringo Honeymoon, texana al 100%, il divertente rock-grass Hot Corn, Cold Corn, la strepitosa Shade Of Gray, un racconto western dal pathos enorme, ed una sfavillante versione tutta ritmo della splendida Amarillo Highway, uno dei classici di Terry Allen (che avrei voluto vedere sul palco con lui, ma non si può avere tutto). E poi ci sono gli ospiti, nomi che danno lustro alla serata ed al songbook di Keen, a partire dal grande Lyle Lovett con la languida This Old Porch (scritta proprio con Robert) e con il classico di Jimmie Rodgers T For Texas, proposta in una deliziosa versione elettroacustica, seguito dal bravo Cory Morrow con l’intensa I’ll Go On Downtown, una delle più belle ballate dello show, e da Bruce Robison con la splendida No Kinda Dancer, una delle più conosciute del nostro. Tre ospiti nel primo CD e tre anche nel secondo: Cody Braun (Reckless Kelly) nella saltellante Wild Wind, puro country, Cody Canada nella lunga Lonely Feelin’, un brano folkeggiante di grande impatto, con una parte centrale chitarristica da urlo, ma soprattutto il grande Joe Ely nello splendido finale di serata, con la formidabile The Road Goes On Forever, la signature song di Keen, valorizzata dalla carismatica voce di Joe che non ha perso un’oncia della sua bellezza (e non è un duetto, canta solo Ely).

Non c’era bisogno di questo Live Dinner Reunion per confermare che Robert Earl Keen è uno dei più validi songwriters texani in circolazione, ma se amate il genere il suo acquisto diventa quasi d’obbligo.

Marco Verdi

Un Bel Concerto Dalle Plurime Edizioni Per Un “Gentiluomo” Che Non C’è Più! Jesse Winchester – Defying Gravity Studio Six Montreal, 1976

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Jesse Winchester – Defying Gravity Studi Six Montreal 1976 – CD Echoes

*NDB Prima di addentrarci nella recensione una breve precisazione sul titolo del Post: lo stesso concerto, identico, ma con un altro titolo, Seems Like Only Yesterday è uscito anche negli States a “livello ufficiale”, per la Real Gone Music. prendete quello che trovate!

James Rideout “Jesse” Winchester è stato veramente un gentiluomo di altri tempi, un cantautore che avrebbe potuto avere un grande successo nell’era dorata di quel tipo di musica, ma che per le sue idee politiche in piena epoca della guerra in Vietnam si era rifugiato in Canada per sfuggire alla chiamata alle armi. Canada dove Winchester rimase in esilio fino al 1977, quando l’amnistia di Jimmy Carter per i renitenti alla leva gli consentì di rientrare negli Stati Uniti. Ma in quegli anni fervidi, tra il 1970 e il 1976, Winchester realizzò una serie di album splendidi per la Bearsville, l’etichetta fondata da Albert Grossman, il manager di Dylan e della Band, nel primo omonimo dei quali erano presenti sia Robbie Robertson che Levon Helm, il chitarrista della Band anche co-autore di un brano e produttore del disco, con Todd Rundgren ingegnere del suono. Quel disco, sentito ancora oggi è un mezzo capolavoro (a tratti sembra di sentire i Little Feat prima del loro tempo https://www.youtube.com/watch?v=hNGrSREm4YU e comprende la canzone più celebre del suo repertorio, Brand New Tennesse Waltz, con un verso stupendo che recita “I’ve a sadness too sad to be true”, su una musica magnifica. Ma il nostro ha scritto tantissime altre canzoni memorabili nella sua carriera, conclusa con un album ottimo, A Reasonable Amount of Trouble, pubblicato postumo nel 2014, pochi mesi dopo la sua morte avvenuta in aprile, per un cancro all’esofago che lo aveva tormentato negli ultimi anni della sua esistenza.

Ricordo ancora la sua splendida esibizione nello Spectacle di Elvis Costello, una serata magica dove erano presenti Ron Sexsmith, Sheryl Crow e Neko Case, con l’immagine stupenda di quest’ultima con delle lacrime silenziose che le scorrono sul viso, mentre Jesse Winchester esegue una struggente  “Sham-A-Ling-Dong-Ding”, e anche Costello e il resto del pubblico non erano meno emozionati, se non la conoscete andate a vedervi il video su YouTube, oppure guardate qui sopra e non potrete evitare di commuovervi.

Ma questo Live del 1976, perché di concerto radiofonico si tratta, lo ritrae nel pieno del suo fulgore artistico, una serata che è una primizia, Jesse è ancora in Canada, a Montreal, ma lo show viene trasmesso in contemporanea anche negli Stati Uniti, la prima volta nella storia, con una presentazione bilingue, anche in francese, e una esibizione notevole (e ben registrata), dove Winchester, accompagnato da un quartetto, dove la stella è il suonatore di pedal steel, Ron Dann, presente anche nell’album di quell’anno Let The Rough Side Drag, come pure in dischi di altri grandi canadesi come David Wiffen, Ian Tyson e Murray McLauchlan, ma anche l’altro chitarrista, Bob Cohen, era un ottimo musicista. Jesse Winchester era molto legato al Canada (dove aveva vissuto per lunghi periodi della sua vita, prima di tornare negli USA, in Virginia nel 2002) e quindi inizia la serata con un omaggio alla sua terra di adozione con una versione in francese di Let The Good Times Roll, per l’occasione Laisse Les Bons Temps Rouler, che sembra un pezzo di Zachary Richard prima del suo tempo.

Silly Heart, un’altra delle sue bellissime e malinconiche ballate, viene da Third Down, 110 To Go, il suo secondo eccellente album con un titolo mutuato dal football americano https://www.youtube.com/watch?v=K6djDoCx0TE , la voce di Winchester, calda ed avvolgente, è al top della sua espressività, pensate ad un Lyle Lovett ante litteram, partecipe delle storie dei personaggi delle sue canzoni. Tell Me Why You Like Roosevelt è un vecchio spiritual tradizionale, con delicati intrecci vocali e strumentali dell’ottima band che accompagna Winchester. Bowling Green è un brano del ’67 degli Everly Brothers, deliziosa (l’ha incisa anche, toh, Neko Case), con una pedal steel avvolgente, seguita da una versione assai mossa di Midnight Bus e dalla bluesata Everybody Knows But Me, sull’album del 1976, prima di lanciarsi nel più bel pezzo country scritto da un autore che country non era, anche se aveva vissuto a lungo a Memphis, pur essendo nato in Louisiana, stiamo parlando di The Brand New Tennessee Waltz, e qui la pedal steel è perfetta.

Ancora quasi country per Let The Rough Side Drag, con Winchester al piano e poi una ballata splendida come Defying Gravity, e pure All Of Your Stories, altro brano pianistico, in quanto a fascino non scherza. Seems Like Only Yesterday è un brillante country-rock, mentre si ritorna alle ballate acustiche malinconiche con Mississippi You’re On My Mind e ad un brano di grande atmosfera come Black Dog, poi lo swing-blues à la Bromberg di Twigs And Seeds. Ancora blues elettrico per Isn’t That So, che precede la bellissima Yankee Lady dal primo album, prima di avviarsi alla conclusione con You Can’t Stand Up Alone, a cappella. Il bis è una delicata e quasi jazzata Blow On Chilly Wind, altro brano che conferma la classe di questo splendido autore ed interprete.

Bruno Conti

Lo “Springsteen” Del Texas E’ Tornato! Pat Green – Home

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Pat Green – Home – Green Horse/Thirty Tigers CD

A ben sei anni dall’ultimo disco composto da brani originali, What I’m For (Song We Wish We’d Written II del 2012, seguito del primo volume in coppia con Cory Morrow, era composto esclusivamente da covers), torna con un album nuovo di zecca Pat Green, ovvero uno dei country acts più popolari della scorsa decade, autore di diversi CD di successo, tra i quali Wave On Wave e Cannonball sono senz’altro i più noti. Ora Pat torna con questo Home che, a dispetto del buon successo ottenuto da What I’m For, non esce per una major ma bensì per una etichetta indipendente (affiliata con la benemerita Thirty Tigers): sei anni d’altronde è un periodo molto lungo tra un disco e l’altro, e si sa che le major oggi non hanno pazienza, vogliono tutto e subito; Pat però ha avuto necessità di fermarsi, di riflettere, ha messo a punto un disco solo quando aveva le canzoni giuste, ed il risultato gli ha dato ragione, dato che Home è entrato di botto nella Top 5 Country di Billboard. Green, anche nei momenti di maggiore popolarità, non si è mai venduto, ma ha sempre mantenuto il suo suono degli esordi, un country decisamente imparentato col rock, molto chitarristico e con arrangiamenti ad ampio respiro, che, combinato con testi che narrano la vita quotidiana di persone normali, gli hanno fatto guadagnare il soprannome di “Bruce Springsteen del Texas”.  

Fortunatamente, anche il nuovo album non si discosta dallo standard medio-alto al quale il nostro ci ha abituati: prodotto da un trio formato da Jon Randall Stewart (fino al 2005 collega di Pat e poi dedicatosi soltanto a produzione e songwriting), Justin Pollard (il batterista del disco) e Gary Paczosa (Dolly Parton, Alison Krauss), Home presenta una bella serie di canzoni di sano e corroborante country-rock texano come Pat è solito regalarci, scritte in collaborazione con alcuni dei più bei nomi del settore e non (il nostro beniamino Chris Stapleton, presente anche come vocalist di supporto, Andrew Dorff, Walt Wilkins e Dierks Bentley), oltre ad ospitare ben quattro duetti con colleghi di gran nome, che scopriremo man mano. La title track apre il disco con il piede giusto, un rockin’ country dalla melodia coinvolgente e ritmo sostenuto, nella migliore tradizione (texana) del nostro, voce forte e piena, chitarre spiegate e grande feeling https://www.youtube.com/watch?v=bQiJ3WXtX1k ; Break It Back Down è più country, il violino si sente maggiormente, ma la sezione ritmica picchia lo stesso come un martello, anche se Pat canta in maniera più tranquilla https://www.youtube.com/watch?v=rQBO5WTZpl8 .Girls From Texas, che è anche il primo singolo, ospita la prima collaborazione di prestigio del CD: vediamo infatti a duettare con Pat il grande Lyle Lovett, in una ballata languida e rilassata, che potrebbe benissimo uscire da un disco del texano col ciuffo; le due voci si integrano alla perfezione, anche se è chiaro che quando Lyle si prende il microfono la temperatura sale.

Bet Yo Mama è dura, roccata, quasi sudista, con il blues nelle note ed una grinta non comune, mentre Right Now (il brano scritto con Stapleton) vede la partecipazione di Sheryl Crow, ultimamente reinventatasi come country girl: il pezzo, una ballata semiacustica dal notevole pathos, è decisamente ben eseguito, e Sheryl è più che credibile nelle vesti di partner vocale https://www.youtube.com/watch?v=aokv_q7zfXw .While I Was Away è un altro slow cantato con grande anima, che ha una delle migliori melodie del CD, mentre May The Good Times Never End ospita il grande Delbert McClinton alla voce (e armonica) e Lee Roy Parnell alla slide, ed il brano è esattamente come uno si potrebbe aspettare,  un soul-rock sudista tutto ritmo e divertimento, con le ugole dei due headliners che si integrano alla perfezione e Parnell che li accompagna da par suo https://www.youtube.com/watch?v=vIRfAxJ6Bvs . La bella Life Good As It Can Be è ariosa, limpida, tersa, e sembra quasi un brano di stampo californiano (il ritmo e l’intro di chitarra acustica ricordano vagamente Learning To Fly di Tom Petty) https://www.youtube.com/watch?v=9Ien9KnZ2jg , No One Here But Us è intima e meditata, anche se l’arrangiamento è comunque full band, mentre I’ll Take This House è roccata e solida, con un drumming potente ed un refrain da applausi: puro Texas rock’n’roll. L’album si chiude con la ballad elettrica I Go Back To You, ennesimo brano dallo script maturo e dal suono potente, la tenue e deliziosa Day One e l’irresistibile Good Night In New Orleans, cantata in collaborazione con il Lousiana Kid Marc Broussard, che inizia come un lento bayou-soul per poi tramutarsi in un coinvolgente cajun-rock dal ritmo forsennato https://www.youtube.com/watch?v=hdriYjjw_ow .

Non solo Pat Green non ha perso lo smalto, ma con Home ci regala uno dei suoi dischi più riusciti.

Marco Verdi

Una Delle “Glorie” Della Big Easy! Tommy Malone – Poor Boy

 

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Tommy Malone – Poor Boy – M.C. Records/Ird

New Orleans, alla rinfusa, è stata la culla del jazz, del Dixieland, del ragtime, di Louis Armstrong e di King Oliver, di Jerry Roll Morton e Sidney Bechet: la Big Easy ci ha dato, nel dopoguerra, anche i primi barlumi del R&B e del R&R con Fats Domino e Dave Bartholomew, passando per Professor Longhair, Huey Piano Smith, giù giù fino ad arrivare a Dr. John, Allen Toussaint, Meters e Neville Brothers, che si possono considerare gli inventori del funky di New Orleans. Ma nella City Of New Orleans, NOLA, c’è anche una forte componente di bianchi, circa un terzo della popolazione, e quindi ci sono alcuni “cani sciolti” che ibridano, meticciano molti di questi stili con il rock americano classico, la british invasion, il blues, i Little Feat. Due di loro, i fratelli Dave e Tommy Malone, si sono inventati dei gruppi straordinari come i Radiators (From New Orleans) e i Subdudes.

 

Nel passato di Tommy ci sono stati anche  Dustwoofie, Continental Drifters e Cartoons (se volete investigare, ma è roba più difficile da trovare del tesoro del Pirata Barbanera). I Subdudes sono in stand-by, ma possono risorgere da un momento all’altro https://www.youtube.com/watch?v=p1qckEX7Axw , e quindi Tommy Malone può regalarci un nuovo disco da solista, questo Poor Boy,a meno di un anno di distanza dall’ottimo Natural Born Days https://www.youtube.com/watch?v=K_zl1wAmZSM , di cui vi avevo parlato molto positivamente proprio lo scorso anno http://discoclub.myblog.it/2013/07/01/da-new-orleans-tommy-malone-natural-born-days/ . Quel disco, grazie anche alla produzione di John Porter, forse era superiore a questo, co-prodotto dallo stesso Malone con il vecchio pard nei Continental Drifters, Ray Ganucheau e con la fattiva collaborazione, come autore, di Jim Scheurich, compagno d’avventura nei Dustwoofie, che già aveva contribuito a parecchi brani del penultimo disco. Pur nella diversità degli stili, e con una produzione decisamente più spartana e cruda, la qualità delle canzoni è comunque sempre decisamente buona. Come ricorda lo stesso Dave, e come si percepisce ascoltando i brani del CD, sono riaffiorati quei vecchi ricordi di una serata del 1964, quando i tre fratelli Malone, nel tinello della loro casa, come milioni di altri americani, vedevano e sentivano per la prima volta i Beatles all’Ed Sullivan Show. E’ passato qualche annetto, ora il nostro amico di anni ne ha 57, ma evidentemente quella impronta è rimasta.

 

E quindi questa volta, tra le mille influenze del musicista di New Orleans, si affacciano pure Beatles, Big Star, Costello e Nick Lowe, il power pop e i Kinks. Prendete il brano d’apertura, You May Laugh, che se nel timbro vocale può ricordare Ray Davies, ma anche Costello,  nel ritornello cita volutamente il titolo di un brano dei Fab Four, e la musica è puro pop anni ’60 https://www.youtube.com/watch?v=VDeDuv3pk-U , rivisto con l’occhio di un artista che non si limita a copiare pedissequamente, ma, nel suo DNA, ha l’imprinting del musicista di gran qualità, quelli che sanno scrivere belle canzoni, e poi confezionarle in un tripudio di chitarre e armonie vocali, tamburelli e organo sullo sfondo. Ma Malone sa comporre anche brani come Pretty Pearls, che sembra un brano di Dylan (bellissimo lo stacco di armonica e gli interventi del piano) cantato da un giovane Roy Orbison meno melodrammatico (benché grandissimo), la doppia voce di Ganucheau è sempre deliziosa e il suono minimale ha comunque un fascino senza tempo. Mineral Girl è forse quella che più riprende le tematiche del suono blues, ma assai raccolto, dei Subdudes più roots. All Dressed Up, definita dallo stesso Malone “a party song for geriatrics” https://www.youtube.com/watch?v=FJu17-QI-bI , ha quell’aria rock’n’ roll mista a blues (sempre per via dell’armonica) dei Subdudes più tirati, con la slide di Tommy Malone che si divide gli spazi con l’organo di Sam Brady. We Both Lose ha un giro armonico beatlesiano innestato su un groove alla Rockpile o Big Star, ma sempre con quel tocco personale inconfondibile da artigiano del pop, chitarre acustiche ed elettriche a iosa.

 

Bumblebee, il pezzo firmato con l’amico Pat McLaughlin (grande cantautore!), potrebbe venire dal lato “giusto” di Nashville, pensate ad un brano di Nick Lowe scritto per i vecchi Brinsley Schwarz, con quella miscela di rock e country che tanti anni dopo si sarebbe chiamata Americana; peccato, come dicevo all’inizio, per il suono un po’ pasticciato della produzione che non sempre permette di godere appieno le delizie di questi piccoli piatti da gourmet del pop. Spesso sembra che la batteria sia suonata su qualche pezzo di cartone capitato per caso in studio e l’effetto di primitivo R&R alla Buddy Holly via George o Paul, come in Time To Move On, sia del tutto casuale (o forse è voluto e mi sbaglio io, può essere). Once In A Blue Moon è una ballatona acustica come potrebbe farla il miglior Lyle Lovett, se fosse stato anche lui davanti alla TV in quella lontana serata. Crazy Little John ha ancora quello spirito country-folk delizioso e nel finale Malone tira fuori il suo miglior accento soul di New Orleans https://www.youtube.com/watch?v=8xux3N6np7c , prima con una intensa Talk To Me, cantata alla grande e poi con una cover inattesa di Stevie Wonder, Big Brother, che si trovava su quel capolavoro chiamato Talking Book; per la prima volta in vita sua Dave usa una batteria elettronica, a lui piace, io mi devo abituare, comunque il risultato è molto piacevole e la voce si gusta appieno. Bello, ma forse da lui ci si aspetta qualcosa di più!

Bruno Conti

Ecco Il Doppio CD Del Tributo, Track By Track. Uno Dei Migliori Di Sempre! Looking Into You: A Tribute To Jackson Browne

jackson browne tribute

Looking Into You: A Tribute To Jackson Browne – 2CD Music Road/Ird

“Uno dei migliori di sempre” nel titolo del Post si riferisce sia alla qualità del tributo quanto al soggetto dello stesso, Mr. Jackson Browne: non occorre che sia io a dirvelo, comunque per metterlo nero su bianco, uno dei più grandi cantautori prodotti dalla scena musicale americana negli ultimi 50 anni. E, non a caso, al tributo partecipano solo artisti statunitensi (neppure canadesi, per non parlare di inglesi ed europei). Il progetto esce per la Music Road, l’etichetta di Jimmy LaFave, ma non è la tipica produzione indipendente, infatti partecipano molti dei maggiori artisti del mainstream americano, oltre ad una serie di outsiders e promesse. Manca qualcuno? Certo. Manca Warren Zevon, perché ci ha lasciati, manca la Nitty Gritty Dirt Band con cui Jackson ha iniziato la sua carriera nel lontano 1966, mancano gli amici di sempre Steve Noonan Greg Copeland (col quale aveva scritto Buy Me For The Rain, il primo successo della Nitty Gritty), insieme ai quali si è esibito recentemente per un concerto di raccolta fondi, manca Nico, alla quale aveva donato tre canzoni apparse su Chelsea Girl e tanti altri che sarebbe troppo lungo citare.Quello che resta è comunque molto bello. Quindi vediamolo, brano per brano, cogliendo l’occasione per parlare anche delle canzoni e dei musicisti coinvolti.

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Disco Uno

1. These Days – Don Henley w/ Blind Pilot

Una delle prime canzoni scritte da Jackson Browne, come ricorda Don Henley These Day venne scritta quando aveva solo 16 anni, e nelle parole dell’ex Eagles, “era un passo avanti a tutti noi”. Secondo il Wikipedia italiano, il brano sarebbe stato scritto per Tim Rush (sic, è Tom Rush!) nel 1968, ma se era già stato pubblicato su Chelsea Girl di Nico, uscito nel 1967, mi pare improbabile (questo per ricordarvi che Wikipedia non è la Bibbia, usare con cautela). Comunque Rush l’ha incisa, come la Nitty Gritty, Steve Noonan, Gregg Allman, che ne fece una stupenda versione sul suo disco d’esordio come solista, il bellissimo Laid Back del 1973, lo stesso anno in cui anche Browne la pubblicò sul suo secondo album For Everyman. Questa versione di Henley è molto bella, accompagnato dai Blind Pilot, band indie di Portland molto valida, che confeziona un bellissimo accompagnamento per questo brano, tutt’ora uno dei più belli in assoluto del songbook di Jackson, raffinatissima, con tromba, organo, dulcimer, vibrafono, le immancabili chitarre e armonie vocali, che se non sono quelle degli Eagles, poco ci manca http://www.youtube.com/watch?v=6TFOvsNAnIE .

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2. Everywhere I Go – Bonnie Raitt and David Lindley

E’ nota la passione dell’artista californiano per il reggae, la musica caraibica e la world music in genere, e chi scrive non impazzisce per il genere, comunque il brano, apparso in origine su I’m Alive del 1993, è cantato a tempo di reggae da Raitt e Lindley, che si dividono i compiti anche alla chitarra, ma francamente i due interventi di David a tempo di reggaethon se li poteva risparmiare. Neppure il breve assolo di slide di Bonnie nel finale riesce a risollevare del tutto le sorti della canzone, comunque piacevole, non vorrei dare una impressione di totale negatività.

3. Running On Empty – Bob Schneider

Bob Schneider, nativo del Michigan, cresciuto in Germania (il contrario di Browne, nato in Germania e cresciuto in California) e texano di adozione, è uno dei “nuovi” cantautori più interessanti. Si è preso una bella gatta da pelare, affrontando uno dei brani più belli e conosciuti della discografia di Jackson, Running On Empty comunque la metti è una canzone splendida e la bella voce di di Schneider, con l’ottimo controcanto di Brandon Kindner, interventi mirati di piano, chitarre elettriche ed acustiche, rende pienamente giustizia a questa stupenda ballata, una piacevole sorpresa.

4. Fountain Of Sorrow – Indigo Girls

Le Indigo Girls, da sempre grandissime fans, rilasciano una versione eccellente di Fountain Of Sorrow, forse il pezzo più bello di Late For The Sky, un disco peraltro dove non c’era una canzone non dico brutta ma di qualità media, Amy Ray e Emily Saliers la cantano in modo eccellente, da sole ed armonizzando, come è da sempre loro caratteristica e con una presenza sontuosa dell’organo e del piano di Chuck Leavell, veramente magico per l’occasione.

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5. Doctor My Eyes – Paul Thorn

Paul Thorn, il cantautore-pugile, per chi non lo conosce, è uno dei migliori attualmente in circolazione, certamente da scoprire se non lo conoscete http://discoclub.myblog.it/tag/paul-thorn/. La sua versione di Doctor My Eyes è assolutamente da sentire, potente e coinvolgente, quasi a pari livello dell’originale (anche se quasi nessuno fa Jackson Browne meglio di Jackson Browne), con la slide di Bill Hinds a tagliare in due il brano e un organo malandrino a colorare il tutto.

6. For Everyman – Jimmy LaFave

Il padrone di casa, il texano LaFave, confeziona una versione stupenda di For Everyman, lunga, arrangiata in modo mirabile, con le chitarre e le tastiere che si integrano alla perfezione con il cantato pieno di passione di Jimmy, grandissima rilettura, con un finale in crescendo quando il violino di Todd Reynolds si impadronisce della melodia in modo imperioso!

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7. Barricades Of Heaven – Griffin House

Griffin House è considerato uno dei “cloni” di Jackson, voce molto simile, lo stile pure, però è bravo, scrive delle belle canzoni e qui interpreta in modo mirabile Barricades Of Heaven, un brano che viene da Looking East, il disco del 1996, ma che ha la statura dei migliori di Browne, quelli del periodo d’oro, melodie avvolgenti, melodie che ti rimangono nel cuore e nel testa, interscambi strumentali che sono la storia della canzone della West Coast, ottima versione. Qualcuno dirà, ma sono tutte molto simili a quelle originali! Meglio, gli esperimenti lasciamoli agli altri, se le canzoni sono belle, facciamole bene, come si conviene.

8. Our Lady Of The Well – Lyle Lovett

E Lyle Lovett che è uno degli “eredi” di Browne, cantautore meraviglioso in proprio, uno dei migliori in assoluto, qui realizza una versione splendida di Our Lady Of The Well, se non sapessimo che il brano era su For Everyman potremmo quasi pensare ad un brano di Lovett, con il grande Matt Rollings al piano, e la sezione ritmica di Lee Sklar e Russ Kunkel, che ho come l’impressione mi debba dire qualcosa, Sara Watkins delicata alle armonie vocali e Dean Parks alla chitarra. Cantata in modo perfetto, accorato e partecipe, come richiede la canzone.

9. Jamaica Say You Will – Ben Harper

Ultimamente Ben Harper non mi fa più impazzire, anche se il disco con Musselwhite non è per niente male, però la sua versione di Jamaica Say You Will è veramente bella, cantata con leggiadra nonchalance, su una base di piano, dove mano a mano si inseriscono prima la ritmica poi violino e cello e le armonie vocali quasi gospel, rende pienamente merito all’originale.

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10. Before The Deluge – Eliza Gilkyson

La Gilkyson, che ha recentemente pubblicato il suo nuovo disco, molto bello, The Nocturne Diaries, è una delle discendenti dirette della scuola delle grandi cantanti degli anni ’70, la prima Joni Mitchell su tutte, e la sua versione di Before The Deluge, altro brano splendido, la conferma interprete raffinata e di grande spessore, con una voce molto espressiva, ben servita per l’occasione da un arrangiamento dove ancora una volta il violino, Warren Hood, è lo strumento portante, ma chitarre, contrabbasso, dobro, elettrica e le immancabili armonie vocali sono elementi non secondari

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11. For A Dancer – Venice

I Venice, come ricordano loro stessi nelle note del libretto, hanno cantato e suonato varie volte nel corso degli ultimi anni con Jackson Browne, e non potendo avere gli originali, i quattro fratelli Lennon ci regalano una versione alla CSN, tutta voci e chitarre acustiche, di For A Dancer, musica Westcoastiana all’ennesima potenza, evocativa e ben congegnata.

12. Looking Into You – Kevin Welch

Kevin Welch è un altro dei tanti “unsung heroes” , californiano di nascita ma di recente adozione texana, che costellano la scena musicale americana, bravo e sfortunato a livello commerciale, persiste a volerci regalare la sua arte, in questo caso con una versione intima di Looking Into You, solo il piano di Radoslav Lorkovic e l’organo di Red Young, più le magnifiche voci gospel delle McCrary Sisters. Originale e con la bella voce di Welch in evidenza.

Disco Due

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1. Rock Me On The Water – Keb’ Mo’

Jackson Browne e Bonnie Raitt erano apparsi come ospiti nella bellissima title-track di Just Like You, uno dei dischi più belli del chitarrista e cantante afroamericano, ora Keb’ Mo’ rende il favore con una versione sontuosa di Rock Me On The Water, la voce calda e la slide in grande spolvero, oltre alle immancabili armonie vocali (una costante in moltissimi brani presenti in questo tributo).

2. The Pretender – Lucinda Williams

Qualcuno si è lamentato perché tra gli artisti presenti in questo tributo si notava la mancanza di Jonathan Wilson, uno degli epigoni migliori della musica californiana in cui Jackson Browne è maestro. Ma Wilson c’è, infatti sua è la produzione e molti degli strumenti presenti in questa ottima versione di The Pretender, eseguita peraltro magistralmente da una ispiratissima Lucinda Williams. Doug Pettibone ci aggiunge del suo con alcuni notevoli inserti chitarristici e il brano è uno dei migliori di questo tributo.

3. Rosie – Lyle Lovett

Lyle Lovett è l’unico artista presente con due brani e anche la versione di Rosie, uno dei brani “minori” (si fa per dire, ce n’erano?) di Running On Empty, è da manuale del perfetto “Browniano”, con le magnifiche armonie dei fratelli Watkins, Sara e Sean (stanno per tornare i Nickel Creek, a proposito) e di Peter Asher.

4. Something Fine – Karla Bonoff

A proposito di Peter Asher (il vecchio manager di Linda Ronstadt e James Taylor), anche i suoi due ex assistiti mancano all’appello, ma Karla Bonoff, che ha scritto molte delle canzoni più belle della California di quegli anni, viste da un punto di vista femminile, è una eccellente “sostituta”, in mancanza di termini migliori, con Nina Gerber alle chitarre acustiche e Wendy Waldman, altra mirabile interprete di quella musica, al piano, armonie vocali e produzione. Il risultato si potrebbe definire Something Fine.

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5. Too Many Angels – Marc Cohn feat. Joan As Police Woman

Pure Marc Cohn si può far risalire a quella scuola di cantautori che due o tre cose da Jackson Browne le hanno imparate, la melodia e la costruzione dei brani potrebbero venire da quella parrocchia. Per la sua versione di Too Many Angels Cohn si è affidato agli arrangiamenti e alla produzione di Glenn Patscha degli Olabelle che gli ha creato un raffinatissimo costrutto musicale, uno dei più originali del disco, con David Mansfield a chitarra, viola e mandolino e le armonie vocali di Joan Wasser a girare attorno alla voce di Marc.

6. Your Bright Baby Blues – Sean and Sara Watkins

I fratelli Watkins se la cavano egregiamente in una versione struggente di Your Bright Baby Blue, cantata magnificamente da Sara, con Sean perfetta spalla, per una ennesima ottima rilettura che appare in questo tributo.

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7. Linda Paloma – Bruce Springsteen and Patti Scialfa

Poteva mancare l’amico Bruce? Certo che no, e con la moglie Patty Scialfa al seguito, che canta, co-produce, con Ron Aiello, ma senza E Street Band, solo Nils Lofgren, nell’inconsueta veste di fisarmonicista. Ok, c’è anche Soozie Tyrell al violino. Le arie messicane non sono le prime che ti vengano da accostare a Springsteen, ma uno che ha cantato di Rosalita non avrà certo problemi a cantare di Paloma. Piacevole, anche se forse a momenti un po’ sopra le righe.

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8. Call It A Loan – Shawn Colvin

Shawn Colvin, solo voce e chitarra acustica, presenta il lato più folk della musica di Jackson, un elemento spesso presente nella sua musica e che nei recenti album dal vivo Browne ha ripreso.

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9. I’m Alive – Bruce Hornsby

Per I’m Alive Hornsby sfodera dulcimer, mandolino e violino, la strumentazione dei suoi brani più vicini al country/bluegrass, con l’aggiunta della seconda voce di Ruth Moody (di recente anche con Mark Knopfler). Il risultato è affascinante, un brano dove l’inventiva dell’arrangiamento apporta ulteriore fascino alla canzone originale.

10. Late For The Sky – Joan Osborne

Molto bella ancha la versione pianistica di Late For The Sky, la voce calda e corposa di Joan Osborne si adatta perfettamente al mood “autunnale” della canzone. Un altro dei moltissimi brani di spessore che costellano questo Looking Into You.

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11. My Opening Farewell – JD Souther

La conclusione, “l’arrivederci”, è affidata ad un altro degli amici storici di Jackson Browne, quel John David Souther, vicino di casa del piano di sotto del nostro, con Glenn Frey, e co-autore di molti dei brani più belli degli Eagles, nonché autore di una manciata di bei dischi molto vicini alla poetica browniana, negli anni ’70 e ’80. My Opening Farewell, impreziosita da una tromba jazzata, conclude degnamente questo tributo dedicato al cantautore californiano.

Inutile dire che s’ha d’avere. Ora manca solo un bel cofanetto, magari ricco di inediti, dedicato all’opera omnia di Jackson Browne!

Bruno Conti

P.s. Video per il momento non ce n’è, a parte quello di Don Henley, magari aggiungo i link più avanti. In effetti la data di uscita ufficiale è il 1° aprile e fine aprile in Gran Bretagna.

Ricominciamo Pure, Con Un Gruppo Di Irlandesi “Malati” D’America! Bap Kennedy – Let’s Start Again

bap kennedy let's start again

Bap Kennedy – Let’s Start Again – Proper/Ird 2 CD Deluxe Edition

Come sembrerebbe suggerire il titolo, questo Let’s Start Again (sesto album di materiale originale, dicono quelli che parlano bene, ma se ne ha anche fatto uno, Hillbilly Shakespeare, che erano tutte cover di Hank Williams, a casa mia sono sette) potrebbe essere una ennesima ripartenza per la carriera di Bap Kennedy, con tutto che ultimamente, dopo una carriera di alti e bassi, le cose sembrano andare piuttosto bene per il musicista irlandese. L’ultimo album, The Sailor’s Revenge, prodotto da Mark Knopfler e di cui trovate la recensione sul Blog (http://discoclub.myblog.it/2012/02/14/dall-energia-del-frutteto-alla-vendetta-del-marinaio-bap-ken/), insieme alle note biografiche e ad un breve excursus sulla discografia (l’unica cosa che posso aggiungere, ad integrazione, è che il fratello è Brian Kennedy, altro bravo musicista, collaboratore in passato di Van Morrison, ma musicalmente abbastanza lontano dallo stile del nostro), aveva avuto ottime recensioni e un discreto riscontro di vendite, sempre nell’ambito di una piccola label di successo come è la Proper. Per questo nuovo album Bap ha preferito circondarsi dei musicisti della sua band, qualche ospite, ma nessuno dal nome eclatante, bravi però, ovviamente l’immancabile moglie Brenda Boyd Kennedy, che oltre a suonare il basso e occuparsi delle armonie vocali, ha anche realizzato la foto della copertina del CD. Il tutto è stato registrato in Irlanda del Nord, con il co-produttore abituale e vecchio pard, Mudd Wallace (quando non ci sono in ballo amici famosi!) e il risultato è, stranamente, il disco con il suono più americano, o se preferite “Americana”, della carriera di Kennedy, quasi nessuna traccia delle melodie celtiche e irlandesi che apparivano in Sailor’s Revenge , un sound comunque molto rootsy, per una decina di belle canzoni che confermano il talento dell’ex Energy Orchard.

https://www.youtube.com/watch?v=qEfSAYotVdQ

L’ho ascoltato parecchie volte, è un po’ di tempo che ci giro attorno come ascolti, e, parere personale, mi sembra un filo inferiore al suo predecessore, che forse era più malinconico e maestoso (ma secondo altri questo Let’s Start Again è invece migliore dell’album del 2012, punti di vista rispettabili): diciamo che il disco si riavvicina musicalmente agli esordi solisti di Domestic Blues, il disco prodotto da Steve Earle ( il nostro Martin ha sempre avuto delle ottime frequentazioni, anche con Van Morrison, col quale ha firmato un brano in passato, oltre ad essere entrambi di Belfast). Le prime due canzoni hanno un sound che per certi versi mi ha ricordato (rispettabili anche le mie impressioni?), chissà perché, tra i tanti, il Bob Dylan degli anni ’70, soprattutto la seconda, Revelation Blues, che con il suo violino insinuante (John Fitzpatrick), ricorda i ghirigori di Scarlet Rivera in Desire, anche se la voce di Bap è ovviamente diversa da quella di Bob, ma il ritmo incalzante, i tocchi di mandolino e pedal steel, possono ricordare lo Zimmy ai limiti del country tzigano  . E già nell’ottima iniziale Let’s Start Again, questo suono delle radici “americane” è molto marcato, pedal steel a manetta (o a pedale schiacciato a fondo, se preferite), un bell’organo, mandolino, chitarre acustiche, la brava Brenda Boyd che fa la Emmylou Harris della situazione, tutto molto bello e dylaniano.If Things Don’t Change è più Lovettiana, nel senso di Lyle, o comunque texana (aggiungere nomi a piacere), un western swing cantautorale, delicato e divertente, con i vocalisti di supporto che si divertono quasi in modalità doo-wop, la pedal steel che continua ad impazzare ed una levità di fondo deliziosa.

King Of Mexico, fin dal titolo, ci porta sulla mexican border, la linea di confine con il Messico, una fisarmonica sbarazzina, gli strumenti a corda in evidenza, un pianino delicato suonato da John McCullough che raddoppia la fisa canonica, coretti da baffuti messicani, il tutto dalla verde Irlanda, potrebbe essere un brano dei Los Lobos, La Bamba al rallentatore. Song Of Her Desire è una ballata quasi sussurrata, questa volta in punta di dobro, sempre con quel leggero train sonoro incalzante che dà l’impressione di una musica sempre in movimento, in ogni caso altra ottima canzone. Fine prima parte, la migliore!

Nei vecchi dischi ci sarebbe una pausa per cambiare la facciata del vinile, che volendo esiste e passare a Radio Waves, un bel valzerone country dallo spirito upbeat, con gli sha-la-la dei coristi che gli danno quell’aria demodè che andava sulle vecchie onde radio, mandolini, pedal steel e una chitarrona twangy intensificano lo spirito campagnolo del brano e tutto scorre molto piacevolmente, ma forse manca quello spirito malinconico del disco precedente. Che è successo? Sono andato a bere un bicchiere d’acqua, torno e qualcuno mi ha cambiato il CD e mi ha messo Lyle Lovett & His Large Band, scusate controllo. No, in effetti è sempre quello di Bap Kennedy, Heart Trouble il brano, ma l’effetto swing di violini, steel, mi pare anche un vibrafono, l’immancabile piano, coretti ancora doo-wop, ricorda il texano dalla strana pettinatura. Under My Wing introduce ritmi caraibici, direi calypso addirittura, ma suonato in qualche balera sul confine tra Messico e Texas, cantato con quella voce da irlandese triste che è nelle corde del nostro amico Bap, i soliti sha-la-la, un bel mix di generi . Strange Kid è nuovamente un country-swing-rock (si può dire? ma sì!), mandolini, chitarrine, violini, dobro e vocine delicate si sprecano in questa ulteriore piacevole rimpatriata nelle radici del suono americano. Ancora  country caraibico, più Buffett che Lovett per l’occasione, per una disincantata e divertente Fool’s Paradise. Si conclude con Let It Go, che per uno che ha fatto un intero disco di brani di Hank Williams era quasi inevitabile ed immancabile, con la moglie Brenda a fare la seconda voce, come dei novelli Gram e Emmylou, e vai con violino e pedal steel, maestro.

In definitiva un bel dischetto. Potete, anzi dovete, comprare la Deluxe Edition doppia, visto che costa poco di più, anche se poi le chicche sono solo due versioni inedite acustiche di un paio di brani da The Sailor’s Revenge,Jimmy Sanchez e Please Return To Jesus, le altre nove sono una sorta di greatest songs dagli album precedenti. La mia preferenza l’ho già espressa all‘inizio, ribadisco, ma averne comunque di dischi così. Esce ufficialmente domani 4 febbraio.

Bruno Conti

Il Cantautore “Innamorato”! Darden Smith – Love Calling

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Darden Smith – Love Calling – Compass Records 2013

Pur non avendo mai avuto un successo commerciale enorme, Darden Smith ha trascorso la parte migliore della sua quasi trentennale carriera incidendo ogni due o tre anni un nuovo disco (questo Love Calling è il quattordicesimo), affermandosi come uno dei più coerenti cantautori texani. Nato e cresciuto in una fattoria di Brenham, Texas, Darden ha mostrato subito una buona attitudine per la musica, iniziando a scrivere canzoni fin da giovane, poi quando la famiglia si è spostata ad Houston, ha cominciato ad avere il primo vero impatto con la scena musicale di Austin, che, in quel periodo (alla fine degli anni settanta), era un via vai continuo di musicisti di ogni genere, che spaziavano dal country al rock, dal folk al blues, influenzando il giovane Smith con la musica principalmente degli Allman Brothers e Marshall Tucker Band, avendo come idolo in seguito un certo Bob Dylan. Quando comincia a diventare musicista a tempo pieno, il “nostro” suona nei locali, partecipa a vari concerti, suona con “mostri sacri” come Waylon Jennings e Willie Nelson, si fa le ossa a fare da supporto per gli Asleep At The Wheel (gruppo fra i più longevi e preparati della musica country), conosce Joe Ely e diventa grande amico di Lyle Lovett, diventando in breve tempo un nome della scena musicale texana.

Incide il suo primo album Native Soil (86) per la piccola Red Mix Record di Austin, seguito dal secondo omonimo Darden Smith (88) con musicisti di valore coinvolti tra i quali Sonny Landreth, David Halley, Nanci Griffith e Lyle Lovett. A sorpresa Darden se ne va in trasferta a Londra, e incide un disco a due con Boo Hewerdine (leader dei Bible) Evidence (89), un disco più che piacevole (non entrerà mai nella storia del rock), ma fatto con gusto, e la collaborazione inglese gli permette di acquisire quel “quid” che gli mancava per arrivare ad essere un autore nel puro senso del termine, e pubblicare al ritorno un capolavoro come Trouble No More (90), il suo lavoro più personale, intimo e riuscito (da recuperare assolutamente). Con Little Victories (94) e il seguente Deep Fantastic Blue (96), Smith si avvicina sempre di più ad un certo rock d’autore, e dopo la proposta particolare di Extra Extra (2000), una riedizione in chiave rinnovata di brani (che hanno segnato a suo giudizio la sua carriera artistica), si accasa alla Dualtone Music e sforna una triade di album a partire da Sunflower (2002), poi  Circo (2004) e Field Of Crows (2005), tutte prove convincenti, che confermano la costante vena creativa di un artista che non lascia nulla al caso. Puntualmente a distanza di due anni esce Ojo (2007) per la sua nuova etichetta Darden Music, a cui segue After All This Time (2009) una “compilation “ tratta dai suoi album precedenti, per poi arrivare a Marathon (2010), una sorta di concept album dedicato ad una cittadina del Texas, che si trova sul Rio Grande (un-secreto-ben-conservato-darden-smith-marathon.html).

Love Calling apre un nuovo capitolo nella carriera dell’artista, è il primo per la Compass Records e anche il primo registrato a Nashville, sotto la produzione di Jo Randall Stewart e Gary Paczosa, e scritto a quattro mani con importanti songwriters di Austin, Rodney Foster, Jack Ingram e i meno conosciuti (ma altrettanto bravi) Harley Allen, Gary Nicholson e Jay Clementi, e con la collaborazione di musicisti di “area” del calibro di Michael Rhodes e Byron House al basso, Pat Bergeson alle chitarre, Jon Jarvis alle tastiere, John Gardner alla batteria, Dan Dugmore alla pedal steel e alle armonie vocali Jessi Alexander e la grande Shawn Colvin ospite nella title-track.

Il madrigale parte con Angel Flight (che era apparsa anche nell’album Revival di Rodney Foster), mentre Seven Wonders è sorretta da una riuscita combinazione piano e organo, ed è seguita dalla attraente ballata Mine Till Morning con al controcanto Jessi Alexander. Better Now (scritta con Foster) è un brano vibrante, coinvolgente, dal piacevole ritornello, mentre Favorite Way (scritta con Foster e Gary Nicholson) intro strumentale con chitarra e spazzole della batteria richiama atmosfere più soffuse

Love Calling è un brano dall’aria vagamente pop, con la Colvin alle voci, Distracted mantiene un profilo prettamente acustico, mentre Reason To Live (scritta con Jack Ingram) è ricca di sfumature più complesse, con l’apporto della pedal steel di Dan Dugmore . I Smell Smoke (scritta con Jay Clementi) è un brano cantato con voce sussurrata, seguito da uno dei momenti più mossi Medicine Wheel, grazie all’azione delle chitarre e ad un piacevole refrain, per chiudere con Baltimore una ballata sontuosa, lenta e riflessiva, un po’ crepuscolare, interpretata con una voce dalla tonalità bassa, che affascina.

Le Bonus Tracks sono due brani ripresi dal vivo al SiriusXM Coffee House,  la celeberrima I Say A Little Prayer del duo Bacharach/David e la title track Love Calling in versione acustica, che vanno a chiudere superbamente un’altra prova di qualità.

Darden Smith, mi convinco sempre ad ogni nuovo disco, è il meno texano dei cantautori di questo stato, perché è un artista sublime, un’anima sensibile (in questo lavoro, sinceramente innamorato) e sempre attiva, ogni volta che deve realizzare un disco riesce facilmente a trovare la giusta alchimia, come accade puntualmente in questo Love Calling. Se vi capita tra le mani, non gettatelo via.

Tino Montanari

Questi Vanno Tenuti D’Occhio: Warren Hood Band!

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The Warren Hood Band -The Warren Hood Band – Red Parlor CD

Ecco un gruppo veramente bravo.

In realtà un trio, la Warren Hood Band proviene da Austin, Texas, ed è formata appunto da Warren Hood (violino, chitarra, mandolino e voce solista), Willie Pipkin (chitarra solista) ed Emily Gimble (piano ed organo, veramente brava, e d’altronde è la nipote del leggendario Johnny Gimble, violinista dei Texas Playboys di Bob Wills).

Anche Warren è nella musica da parecchi anni: suona il violino da quando ne ha nove, e, prima di formare un suo gruppo, ha collaborato con fior di artisti, come Emmylou Harris, Lyle Lovett, Little Feat, Elvis Costello e Gillian Welch, pure lui figlio d’arte, il babbo era Champ Hood, collaboratore a lungo di Lyle Lovett (anche nella Large Band) e Toni Price, nonché nella Uncle Walt’s Band  con Walter Haytt, tra i tanti, scomparso prematuramente nel 2001.

Esperienze importanti, direi decisive per maturare un background musicale di tutto rispetto, che viene rivelato in questo album di debutto, intitolato semplicemente The Warren Hood Band, che vede, tra i vari musicisti di supporto, il grande Lloyd Maines, e per produrre il quale si è scomodato addirittura Charlie Sexton, uno che negli ultimi anni ha spesso suonato la lead guitar on the road per Bob Dylan (nuovamente dal 2009, in sostituzione di Danny Freeman) oltre che essere un bravissimo musicista di suo.

Non male per un disco di debutto.

E Warren (già con i Waybacks) che scrive nove delle undici canzoni dell’album, dimostra di avere non poco talento: possiamo dire di trovarci di fronte ad un texano atipico, in quanto non fa semplicemente del country-rock diretto ed elettrico come molti suoi colleghi, ma fonde nel suono elementi sudisti, country, folk, pop, soul, cantautorali e bluegrass, riuscendo a non risultare caotico, ma bensì fornendoci una manciata di brani davvero intriganti. I suoi compagni, Pipkin e la Gimble, sono molto bravi ad accompagnarlo (soprattutto lei), e quindi il disco che ne risulta non può che essere uno dei debutti più positivi degli ultimi tempi.

Apre Alright, che è anche il primo singolo e forse la più texana del lotto, un rock’n’roll frizzante, tra roots e country ma con un tocco di pop, ed una bella slide ad occuparsi delle parti soliste.

You’ve Got It Easy continua con il mix tra rock e pop, strumenti al posto giusto, melodia solare ed una bella personalità (ottimo anche il lavoro di Sexton alla consolle, ma questo non lo scopriamo oggi). Pear Blossom Highway, con la Gimble voce solista (il primo di tre brani con lei come lead vocalist), è una ballata d’altri tempi, sfiorata dal country e nobilitata da ottimi assoli di violino (Hood) e steel (Maines); la mossa Where Have You Gone ha un gradevole sapore white soul, come se fosse stata scritta da Dan Penn.

La corale The More I See You è puro country, semplice e vivace, con violino e piano protagonisti ed una melodia decisamente buona; Songbird è praticamente un brano folk, sempre sostenuto da un motivo di prim’ordine, mentre Take Me By The Hand è più rarefatta e forse meno immediata, ma musicalmente molto interessante, sembra quasi che nell’arrangiamento ci abbia messo le mani Van Morrison. Motor City Man, sostenuta dal piano, ha per contro un motivo molto diretto, Last One To Know è quasi una bluegrass tune, suonata in maniera volutamente sghemba.

L’album si chiude con la lenta e soulful This River, quasi una ballata alla Delaney & Bonnie, e con What Everybody Wants, saltellante e gioiosa, sempre con la Gimble sugli scudi.

Warren Hood ed i suoi compagni possiedono un sicuro talento: speriamo non lo disperdano strada facendo.

Bel disco.

Marco Verdi

Un “Oscuro” Storyteller Americano Da Scoprire! Mark Lucas – Uncle Bones

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Mark Lucas – Uncle Bones – Skillet Dog Records

Nativo del Kentucky (da non confondere con l’omonimo australiano), tra Sud e Midwest, confinante con Missouri e Tennessee, uno non penserebbe che la musica di questo signore, dall’età indefinita ma apparentemente sulla quarantina, possa essere influenzata dalla musica degli Appalachi, dalle string bands e da bluegrass e country, oltre ad un pizzico di blues, anche se Nashville è a due passi, ma questo è quello che si ricava dall’ascolto di Uncle Bones, secondo capitolo (dopo Dust) della saga musicale di uno “storyteller” che risponde al nome di Mark Lucas. Non sono tra coloro che vorrebbero tenere stretti per sé nomi nuovi che, di volta in volta, si affacciano sulla scena americana, anzi più si sparge la buona novella meglio è, se ne vale la pena naturalmente, senza tanti diritti di primogenitura o jus primae noctis, tipo questo l’ho scoperto io prima di te! E nel caso di Lucas vale la pena.

Paragonato a Ray Wylie Hubbard o a Malcolm Holcombe per il tipo di voce vissuta, ma forse più vicino a Guy Clark o al primo Lyle Lovett (con cui condivide un suonatore di dobro e pedal steel sopraffino come Tom “Bleu” Mortensen), Mark Lucas sembra uno di quei tipici “raccontatori di storie” che ogni tanto appaiono come dal nulla nel panorama musicale americano. E oltre allo stile musicale, in questo Uncle Bones, sono molto importanti i testi (che purtroppo non sono inclusi nella confezione del CD ma si trovano integralmente sul suo sito brothermarkmusic.com): anzi direi fondamentali. Dall’iniziale Uncle Bones una sorta di storia di Orfeo ed Euridice rivisitata nella campagna americana, con “Dicey” che muore per il morso di un serpente e viene cercata fino agli inferi dal suo “Orphie”, disposto a suonare laggiù con il suo violino per Uncle Bones in cambio del ritorno della sua amata, ma anche lui commette l’errore di guardarsi indietro e lì suonerà il suo fiddle per l’eternità (in questo caso la bravissima Jeneé Fleenor si limita a fare guizzare il suo violino per i 3:36 della canzone, ben coadiuvata dal dobro di Mortensen, che ha suonato anche con Mickey Newbury, un altro che di belle canzoni se ne intendeva), il banjo di Wanda Vick e la chitarra dello stesso Lucas aggiungono spessore “rurale” a questa bella favola.

La delicata e deliziosa Take Me Back, Water, cantata con dolcezza e partecipazione genuina dal bravo Mark, racconta la storia della ragazza che “piangeva perle”, su un tappeto di violino e dobro si dipana questa piccola delizia sonora. Dragon Reel con delle piccole percussioni aggiunte e il solito violino indiavolato della Fleenor (che abitualmente suona con Martina McBride) è un’altra storia peculiare a tempo di giga country-irish, quella di un assassino che “parlava” per enigmi, mentre Every Day I Have The Greens potrebbe essere uno di quei brani acustici ed ironici che ci deliziavano nei primi dischi di Lyle Lovett (ma anche Guy Clark, potrebbe essere un riferimento) e anche la voce è impostata in modo simile. Altro giro, altro racconto, Carrying Fire narra di un padre che porta le braci di un fuoco fino alla “fine del mondo”, questa volta sono il mandolino della Vick e il solito violino della Fleenor, unite al dobro di Mortensen, ad accompagnarci in questo viaggio epico, con il ritmo sottolineato dal contrabbasso di Matt McKenzie. Grits And Redeye Gravy con il basso elettrico di Lucas a segnare il tempo, se esiste questo formato musicale, è una sorta di boogie-bluegrass-country.

Hezekiah è il classico valzerone country, sempre uguale ma sempre diverso, se ben suonato, e come al solito violino, dobro e chitarra acustica dominano. Improvvisamente in Big Bad Love le sonorità diventano più elettriche, basso, una batteria sintetica, chitarre elettriche e un suono bluesato che ci porta dalle parti di Hubbard e Holcombe, un’altra faccia della musica di Lucas che introduce anche il suono di quella che potrebbe una chitarra con il wah-wah ma probabilmente è il violino elettrificato della Fleenor, proprio brava la ragazza. Per sottrazione, nella successiva The Price, l’ottimo Mark si presenta in solitaria solo voce e acustica, per un brano che potrebbe essere anche dello Springsteen più intimista, tanto è bella. Pick Up è un altro blues elettrico mid-tempo caratterizzato dalle svisate della pedal steel di Blue Mortensen e con un’altra storia surreale inventata dalla mente geniale di Lucas, una vedova che manda un messaggio al cellulare nella bara del marito infedele! Trouble è un country-blues,ancora con il violino che guida le danze, anche se in tono minore rispetto ad altri episodi del disco. Per dirla in due parole, anzi tre: uno bravo, consigliato!

Bruno Conti