Appendere La Chitarra Al Chiodo? Magari Tra Dieci Anni! Loretta Lynn – Wouldn’t It Be Great

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Loretta Lynn – Wouldn’t It Be Great – Legacy/Sony CD

Loretta Lynn, regina incontrastata della musica country, ha ripreso ad incidere con regolarità nel nuovo millennio, dopo che negli anni novanta aveva fatto sentire raramente la sua voce, e tutti pensavamo si stesse godendo una meritata pensione. La vera svolta è avvenuta con l’album Van Lear Rose del 2004, prodotto da Jack White, che aveva fornito un approccio più moderno allo stile della cantautrice del Kentucky, riportando il suo nome agli onori della cronaca. Da allora Loretta ha iniziato una collaborazione con John Carter Cash, figlio del grande Johnny, che le ha prodotto lo splendido Full Circle del 2016 https://discoclub.myblog.it/2016/03/11/nuova-promettente-artista-talento-loretta-lynn-full-circle/  e l’ottimo album natalizio White Christmas Blue dello stesso anno. Ora la Lynn (nata Webb) torna di nuovo fra noi con questo Wouldn’t It Be Great, un disco avrebbe dovuto uscire lo scorso anno ma è stato rimandato a causa di una caduta della country singer con conseguente rottura dell’anca. E Wouldn’t It Be Great prosegue sulla stessa falsariga dei dischi precedenti, un lavoro davvero molto bello in cui Loretta non solo dimostra che, alla tenera età di 86 anni, ha ancora una gran voglia di fare musica, ma è tuttora in possesso di una voce straordinaria, pura e cristallina come se a cantare fosse una quarantenne.

E non solo: c’è anche il fatto non trascurabile che Loretta è ancora in grado di scrivere nuove canzoni, e non si affida unicamente a classici del passato: in questo nuovo lavoro su tredici brani totali, solo sei facevano già parte del suo repertorio, mentre i restanti sette sono stati composti ex novo insieme, a turno, alla figlia Patsy Lynn Russell (che produce anche il disco, insieme a Cash Jr.) ed al noto songwriter Shawn Camp. Un altro bellissimo disco dunque, country classico suonato alla grande da un manipolo di sessionmen di ottimo lignaggio (tra i quali troviamo Paul Franklin alla steel, lo stesso Camp alla chitarra acustica, Pat McLaughlin al mandolino e chitarra, Bryan Sutton al banjo, Dennis Crouch al basso, Tony Harrell al piano, Ronnie McCoury al mandolino), una produzione scintillante e, ripeto, una voce ancora formidabile. Non possiamo certo pensare che a quasi novant’anni Loretta possa cambiare stile (aveva già osato abbastanza nel disco con White), e d’altronde se è diventata la regina assoluta di questo genere un motivo ci sarà. La title track è una canzone tenue e struggente, con una chitarra arpeggiata, sezione ritmica discreta ed un bel dobro, ma soprattutto la grande voce di Loretta al centro, ancora forte ed espressiva. Ruby’s Stool è una vivace country song dal ritmo irresistibile ed ottimi interventi di piano, steel e violino, con la Lynn che mostra di divertirsi ancora, e noi con lei; I’m Dying For Someone To Live For è un valzer lento dalla squisita melodia, specie nel ritornello, ed il gruppo ricama con indubbia classe, mentre Another Bridge To Burn vede Loretta alle prese con il più classico degli honky-tonk: ne avrà cantati a centinaia di pezzi così, ma ogni volta è una goduria, anche perché un carisma come il suo lo hanno in poche.

Dopo un intro quasi a cappella parte Ain’t No Time To Go, un delizioso bluegrass dal sapore tradizionale con accompagnamento a base di chitarra, violino, banjo e contrabbasso, God Makes No Mistakes è splendida, una country ballad pura e distesa, con un cantato da pelle d’oca ed il solito accompagnamento sopraffino (bellissimo l’assolo di pianoforte, e spunta anche una chitarra elettrica), These Ole Blues è una sorta di cowboy (anzi, cowgirl) tune dal sapore anni cinquanta, ma con la pulizia dei suoni odierna. My Angel Mother vede solo la voce di Loretta e la chitarra di Sutton, ma i brividi non si contano, Don’t Come Home A-Drinkin’ è un pimpante brano di puro country, molto bello sia nella melodia che nella struttura musicale (uno dei più riusciti del disco), mentre The Big Man è un altro scintillante honky-tonk con tutti gli strumenti a posto, con steel e violino che la fanno da padroni. Il CD si chiude con un’intensa rilettura del traditional Lulie Vars, voce, due chitarre e basso, la mossa ed orecchiabile Darkest Day (sentite che voce) e la classica Coal Miner’s Daughter, il più noto tra i pezzi del passato, che oltre ad essere una bellissima canzone è anche uno dei soprannomi della cantante. Loretta Lynn è per il country al femminile l’equivalente di Willie Nelson per quello maschile: ha superato già da tempo gli ottanta ma è ancora la numero uno.

Marco Verdi

Crisi Del Settimo Album Brillantemente Superata! Kim Richey – Edgeland

kim richey edgeland

Kim Richey – Edgeland – Yep Roc Records

Cinque anni sono trascorsi dal suo precedente lavoro Thorn In My Heart https://discoclub.myblog.it/2013/07/19/due-signorine-da-sposare-musicalmente-kim-richey-thorn-in-my/ , ma finalmente ora possiamo goderci il ritorno di Kim Richey, una delle cantautrici che meglio esprimono quel sound che tanto amiamo denominato Americana. La bionda Kim, nata in una cittadina dell’Ohio sessantuno primavere fa (ooops, non si dovrebbe rivelare l’età di una signora!) ha girovagato parecchio prima di prender casa a Nashville, collaborando con una vasta schiera di colleghi in qualità di vocalist (Jason Isbell, Ryan Adams, Shawn Colvin, Rodney Crowell, Gretchen Peters, di cui proprio in questi giorni sta aprendo i concerti inglesi, oltre a fare parte del progetto Orphan Brigade ed apparire anche nel nuovo album di Ben Glover) e scrivendo ottime canzoni che altri hanno fatto diventate hit in odore di Grammy, come Believe Me Baby (I Lied) cantata da Trisha Yearwood o Nobody Wins ceduta a Radney Foster. Anche per questo nuovo album, Edgeland, l’ottavo in studio, Kim si è circondata di un folto gruppo di validissimi collaboratori che suonano e partecipano alla composizione dei brani, gente del calibro di Chuck Prophet, Pat Mc Laughlin, Robin Hitchcock, Pat Sansone dei Wilco e lo stesso Brad Jones che si occupa della produzione.

Il risultato è davvero ottimo, dodici canzoni godibili dalla prima all’ultima nota, guidate dalla limpida voce della protagonista e realizzate con suoni ed arrangiamenti brillanti, mai eccessivi o inadeguati. Si parte a tutto ritmo con la solare The Red Line, intima riflessione sulla vita che scorre nell’attesa di un treno che tarda ad arrivare. Chuck Prophet e Doug Lancio conducono la danza con le chitarre, supportati dall’energico violino di Chris Carmichael. Pat Mc Laughlin (le cui lodi non smetterò mai di decantare e che non ha mai avuto i riconoscimenti che merita) offre il suo bel contributo come musicista alla splendida Chase Wild Horses (scritta con Mike Henderson), suonandoci mandolino e bouzouki. Inoltre duetta con Kim nella successiva Leaving Song, caratterizzata da un mid-tempo molto bluesy, arricchita dal banjo elettrico di Dan Cohen e dalla turgida resonator guitar di Pat Sansone. L’atmosfera si fa tesa e drammatica non appena si diffondono le prime note di Pin A Rose, scritta a quattro mani con Prophet, che racconta una triste storia di abusi domestici. Azzeccatissima ancora una volta la strumentazione in cui troviamo slide (pregevole lo stacco nel finale), bouzouki, banjo e pure un sitar elettrico a sottolineare la frase portante del ritornello. Piacevole e rigenerante come un sorso di acqua fresca scorre la folk ballad High Time, che vede la partecipazione ai cori e alla chitarra di Gareth Dunlop e reclama con malinconica consapevolezza la necessità di dare un calcio al passato superando le piccole e grandi tragedie personali. Il romantico duetto vocale con il co-autore Mando Saenz, intitolato The Get Together,  rappresenta il singolo perfetto per scalare le country charts, facendosi apprezzare per la fluida melodia ed l’apporto sullo sfondo della pedal steel di Dan Dugmore che si sovrappone al tappeto orchestrale.

Meglio, per i miei gusti, la seguente Can’t Let You Go che pare un vero tributo al compianto Tom Petty, per il suono delle chitarre e la struttura melodica. Molto gradevole anche I Tried, che avvicina la Richey al bello stile delle composizioni di illustri colleghe come Rosanne Cash e Mary Chapin Carpenter. Oltre al delicato arpeggio della chitarra acustica, le tastiere (addirittura un mellotron) si ergono protagoniste dell’intensa e crepuscolare Black Trees, uno dei vertici dell’intero album, che evoca cieli traboccanti di stelle e profonde meditazioni esistenziali. Non è da meno Your Dear John, composta insieme alla collega Jenny Queen, che esalta la sua componente malinconica grazie all’uso assai efficace di un violoncello. Anche Not for Money Or Love mantiene questo pathos, raccontando del ritorno a casa di un reduce di guerra, con le chitarre e un mandolino che danzano al ritmo di uno struggente valzerone, irrobustito adeguatamente da violino e pedal steel. Come brano di chiusura troviamo un altro duetto, questa volta insieme al già citato Chuck Prophet, un limpido acquarello acustico dai colori tenui, intitolato Whistle On Occasion, ottimo suggello per un album che mantiene alto e costante il suo tasso emotivo, impeccabilmente realizzato da tutti i musicisti che hanno dato il loro personale contributo. Se già non vi faceva parte, non vi resta che aggiungere Kim Richey all’elenco delle migliori cantautrici americane, andando a ripescare, perché no, anche i suoi validissimi sette album precedenti, ne vale la pena.

 

 

Marco Frosi

Diamo Il Bentornato Ad Uno Degli Ultimi Grandi Cantautori! John Prine – The Tree Of Forgiveness

john prine the tree of forgiveness

John Prine – The Tree Of Forgiveness – Oh Boy/Thirty Tigers CD

John Prine è sempre stato uno dei miei cantautori preferiti, anzi arrivo a sostenere che negli anni settanta sopra di lui c’erano forse solo Bob Dylan e Paul Simon, ed è uno che in carriera ha avuto solo un centesimo dei riconoscimenti che avrebbe meritato. Dagli anni novanta in poi Prine ha diradato di molto la sua produzione, ed è addirittura dallo splendido Fair & Square del 2005 che non avevamo sue canzoni nuove: dischi sì, ma o erano di covers, come il CD con Mac Wiseman Standard Songs For Average People o quello di duetti con interpreti femminili For Better, Or Worse https://discoclub.myblog.it/2016/11/15/recuperi-fine-stagione-altro-album-duetti-molto-meglio-del-primo-john-prine-for-better-or-worse/ , o erano dal vivo, come In Person & On Stage ed il recente live d’archivio September 78 https://discoclub.myblog.it/2017/10/02/un-buon-live-anche-se-monco-john-prine-september-78/ , o collezioni di demo di inizio carriera (The Singing Mailman Delivers). In questi anni ha avuto anche problemi di salute che lo hanno minato nell’aspetto, rendendolo quasi irriconoscibile e comunque fatto invecchiare molto male, e quindi era lecito pensare che avesse appeso la penna al chiodo in maniera definitiva. Una parte di merito per il suo ritorno sulle scene credo ce l’abbia Dan Auerbach, che lo ha coinvolto nella scrittura di alcune canzoni per il suo splendido album solista dello scorso anno: insieme i due hanno composto addirittura una ventina di brani, anche se poi Dan ne ha usata una sola (Waiting On A Song, la title track del disco) ed un’altra l’ha data a Robert Finley, del quale ha anche prodotto il bel disco Goin’ Platinum.

John dal canto suo si è rimesso a scrivere, da solo o con altri, tirando anche fuori dai cassetti qualche vecchia canzone mai incisa (ed altre due di quelle con Auerbach), ed è riuscito finalmente a dare un seguito a Fair & Square: The Tree Of Forgiveness è un album altrettanto riuscito, con dieci canzoni di qualità eccelsa che ci fanno ritrovare il Prine classico, quello che sa essere divertente ed ironico ma anche profondo e toccante, con una voce che a differenza del fisico non ha risentito più di tanto del tempo trascorso, al punto che non sembra che siano passati tredici anni tra un disco e l’altro. Buona parte del merito va anche al produttore, cioè il ben noto Dave Cobb (ormai un maestro nel dosare i suoni in dischi di questo tipo), il quale ha circondato John di strumentazioni misurate, mai eccessive, in modo da far risaltare sempre e solo la canzone in sé stessa: i musicisti coinvolti sono un mix tra i “regulars” di Prine, come Jason Wilber e Pat McLaughlin e quelli di Cobb, come Mike Webb e Ken Blevins, oltre ad ospitare interventi sempre all’insegna della misura da parte di Brandi Carlile, di Jason Isbell e della consorte Amanda Shires. Poche note di Knocking On Your Screen Door e già ritroviamo il John Prine che più amiamo, una cristallina e cadenzata ballata di ispirazione country, con una melodia tipica del nostro ed un accompagnamento scintillante: miglior inizio non poteva esserci https://www.youtube.com/watch?v=vqb6qKRN8j4 . I Have Met My Love Today è un delizioso brano elettroacustico impreziosito dalla seconda voce della Carlile (che adora John Prine), dal motivo semplice e diretto ed il gruppo che accompagna con discrezione https://www.youtube.com/watch?v=FzKZXEIW4YQ , mentre Egg & Daughter Nite, Lincoln Nebraska 1967 (Crazy Bone), titolo mica male, è una di quelle canzoni per cui il nostro è famoso, una folk ballad con voce, chitarra e poco altro, humor a profusione ed un gusto melodico squisito.

Summer’s End è una tenue slow song nella tradizione di pezzi come Hello In There, dal ritornello splendido e toccante, Caravan Of Fools è più spoglia, due chitarre acustiche, basso e mellotron, ed un mood più drammatico e quasi western di grande intensità, mentre l’ironica Lonesome Friends Of Science è puro Prine, motivo folk, organo alle spalle e brano che si ascolta tutto d’un fiato. No Ordinary Blue è una di quelle filastrocche countryeggianti che John ha sempre scritto con grande facilità (con ben quattro chitarre, tra cui l’elettrica di Isbell), Boundless Love è splendida pur nella sua voluta semplicità, ma il nostro riesce sempre ad emozionare anche solo con la voce e poco altro, e qui è servito da una scrittura di prim’ordine e dalla bravura di Cobb nel calibrare i suoni. God Only Knows non è una cover del classico dei Beach Boys, bensì un pezzo che John aveva scritto negli anni settanta addirittura con Phil Spector e poi dimenticato, e direi che ha fatto molto bene a ripescarla in quanto si tratta di una grande canzone, che beneficia anche di una strumentazione più vigorosa del solito, con la ciliegina della presenza dei coniugi Isbell, Jason alla solista ed Amanda al violino e seconda voce: se non è la più bella del disco poco ci manca https://www.youtube.com/watch?v=4E39NOnCS1U . La scherzosa When I Get To Heaven, che alterna talkin’ ad un cantato pimpante, chiude in maniera positiva un lavoro davvero bellissimo https://www.youtube.com/watch?v=OaDGYFNmtyY , grazie al quale mi rendo conto di quanto mi mancasse uno come John Prine.

Marco Verdi

C’è, Ma Non Si Vede, Ancora Ottimo Gospel Rock Per Ashley Cleveland – Beauty In The Curve

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Ashley Cleveland – Beauty In The Curve – 204 Records CD/Download

Una premessa, questo disco non è recentissimo in quanto la prima apparizione seppur “teorica” nelle discografie risale al 2012, ma mi permette di avere l’opportunità di parlarvi di una bravissima cantante, non più giovanissima (è del 1957),  che raggiunse una prima volta gli onori della cronaca musicale con un folgorante esordio, Big Town, Pubblicato dalla Atlantic nel lontano ’91, sicuramente non un capolavoro ma una onesta prova di sano rock, dove si evidenziava la compattezza del gruppo (di allora), e la sua splendida e potente voce http://www.youtube.com/watch?v=zkXlCjuiRfg . Quindi direi che due notizie sulla signora per inquadrarne il personaggio sono d’uopo: originaria di Knoxville, Tennessee, Ashley Cleveland si è formata musicalmente come cantante ed autrice in California, e dopo aver lavorato nei locali della Bay-area e purtroppo non intravedendo prospettive per la sua carriera, si è stabilita in quel di Nashville, dove, pur non essendo una country singer, iniziò a lavorare nei club, nei locali e nel circuito dei “colleges”. Di questo talento emergente, capace di amalgamare nella sua musica il rock, il folk, il gospel e del southern-blues, esprimendoli attraverso una non comune personalità musicale (sentitevi questa Gimme Shelter  http://www.youtube.com/watch?v=JdGG6CC_NTY ), si accorgono ai tempi Craig Krampf e Niko Bolas (produttori in coppia dell’esordio di un’altra grande scoperta del cantautorato Usa, Melissa Etheridge, e il secondo, spesso collaboratore di Neil Young), facendola entrare nel giro delle coriste di Nashville, nobilitando con la sua voce lavori di artisti noti come John Hiatt (in Stolen Moments http://www.youtube.com/watch?v=fw5VCDRE0GQ, Emmylou Harris, James McMurtry, Patti Smith e altri, con la conseguenza che le sue canzoni vengono sempre più apprezzate da musicisti ed addetti ai lavori.

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Rotto il ghiaccio con il sopracitato esordio, incide album di buona fattura come Bus Named Desire (93), Lesson Of Love (95), quando viene premiata con un primo Grammy nella categoria Best Rock Gospel, You Are There (98), ancora un Grammy, e dopo un periodo non fortunato, anche per problemi di alcolismo e droga, a seguito di gravidanze non pianificate, “sorella” Ashley si avvicina al cristianesimo, facendo seguire negli anni vari dischi con testi a sfondo religioso a partire da Second Skin (02), Men And Angels Say (05), Before The Daylight’s Shot (06),terzo Grammy e God Don’t Never Change (09) con cui riceve la quarta nomination ai Grammy, fino ad arrivare a questo ultimo Beauty In The Curve con la produzione e gli arrangiamenti curati dal compagno Kenny Greenberg. Recentemente ha anche partecipato alle sessions dell’ultimo album di Mary Gauthier, di cui potete leggere in altre pagine del Blog http://discoclub.myblog.it/2014/07/30/ripassi-le-vacanze-sempre-la-solita-mary-gauthier-trouble-and-love/.

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Tra i musicisti che accompagnano Ashley in questa “novena” musicale, oltre al marito Kenny che suona le chitarre, il basso e la pedal steel, troviamo Chad Cromwell alla batteria, Tim Lauer alle tastiere, Reese Wynans all’Hammond B3, Eric Darken alle percussioni e alla batteria, Michael Rhodes al basso, e come ospite il grande cantautore Pat McLaughlin, sia alla chitarra che alla voce, oltre al fondamentale apporto dei vocalist di supporto, Gayle Mayes-Stuart, Perry Coleman e Angela Primm. Si parte “duro” con l’iniziale chitarristica Heaven e la batteria sincopata di City On A Hill, passando per il gospel di Walk In Jerusalem e la ballata acustica Honey House, dove si risente con piacere la calda voce di Ashley. Con Beautiful Boy si viaggia verso sonorità più “bluesy”, mentre Born To Preach The Gospel è  chiara nelle sue intenzioni fin dal titolo; a seguire troviamo ancora le “atmosfere di fratellanza” di Jesus In The Sky e Thief At The Door http://www.youtube.com/watch?v=lOymaJpjc1M . La pedal-steel di Kenny è il supporto principale nella splendida title track Beauty In The Curve http://www.youtube.com/watch?v=671qyLLMs1E , seguita dalla accorata Little Black Sheep (che è anche il titolo del suo libro autobiografico, edito nel 2013), una dolce preghiera accompagnata solo dalla chitarra e la voce di Ashley http://www.youtube.com/watch?v=8zx452YD_mc , andando a chiudere questo “bel sermone” con uno spiritual dal titolo lunghissimo, Woke Up This Morning With My Mind On Jesus, dove si estrinseca di nuovo una bellezza celestiale che è pari alla bravura della Cleveland. Amen!

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Adesso questa signora vive in quel di Nashville con i tre figli (Rebecca, Henry, Lily), viaggia verso i sessanta, ma riascoltando in questi giorni il disco d’esordio Big Town  (91), posso affermare che non ha perso una briciola della grinta e le qualità di interprete e autrice, sostenute attraverso una non comune personalità musicale ed una voce unica per potenza (sentire che versione di You Gotta Move http://www.youtube.com/watch?v=gx1R5N4TRec ), difficile da riscontrare nelle cantanti dell’ultima generazione (con le eccezioni di Dana Fuchs e Bert Hart). Intendiamoci, la Cleveland non propone nulla di nuovo, fa solo la sua parte, e per chi scrive la fa dannatamente bene, quindi vi consiglio caldamente di andare alla ricerca dei suoi dischi (a parte questo, disponibile solo suo sito http://www.ashleycleveland.com/, alcuni altri si trovano a cifre interessanti on-line), male che vada avrete le preghiere di “sorella” Ashley.

Tino Montanari

Una Delle “Glorie” Della Big Easy! Tommy Malone – Poor Boy

 

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Tommy Malone – Poor Boy – M.C. Records/Ird

New Orleans, alla rinfusa, è stata la culla del jazz, del Dixieland, del ragtime, di Louis Armstrong e di King Oliver, di Jerry Roll Morton e Sidney Bechet: la Big Easy ci ha dato, nel dopoguerra, anche i primi barlumi del R&B e del R&R con Fats Domino e Dave Bartholomew, passando per Professor Longhair, Huey Piano Smith, giù giù fino ad arrivare a Dr. John, Allen Toussaint, Meters e Neville Brothers, che si possono considerare gli inventori del funky di New Orleans. Ma nella City Of New Orleans, NOLA, c’è anche una forte componente di bianchi, circa un terzo della popolazione, e quindi ci sono alcuni “cani sciolti” che ibridano, meticciano molti di questi stili con il rock americano classico, la british invasion, il blues, i Little Feat. Due di loro, i fratelli Dave e Tommy Malone, si sono inventati dei gruppi straordinari come i Radiators (From New Orleans) e i Subdudes.

 

Nel passato di Tommy ci sono stati anche  Dustwoofie, Continental Drifters e Cartoons (se volete investigare, ma è roba più difficile da trovare del tesoro del Pirata Barbanera). I Subdudes sono in stand-by, ma possono risorgere da un momento all’altro https://www.youtube.com/watch?v=p1qckEX7Axw , e quindi Tommy Malone può regalarci un nuovo disco da solista, questo Poor Boy,a meno di un anno di distanza dall’ottimo Natural Born Days https://www.youtube.com/watch?v=K_zl1wAmZSM , di cui vi avevo parlato molto positivamente proprio lo scorso anno http://discoclub.myblog.it/2013/07/01/da-new-orleans-tommy-malone-natural-born-days/ . Quel disco, grazie anche alla produzione di John Porter, forse era superiore a questo, co-prodotto dallo stesso Malone con il vecchio pard nei Continental Drifters, Ray Ganucheau e con la fattiva collaborazione, come autore, di Jim Scheurich, compagno d’avventura nei Dustwoofie, che già aveva contribuito a parecchi brani del penultimo disco. Pur nella diversità degli stili, e con una produzione decisamente più spartana e cruda, la qualità delle canzoni è comunque sempre decisamente buona. Come ricorda lo stesso Dave, e come si percepisce ascoltando i brani del CD, sono riaffiorati quei vecchi ricordi di una serata del 1964, quando i tre fratelli Malone, nel tinello della loro casa, come milioni di altri americani, vedevano e sentivano per la prima volta i Beatles all’Ed Sullivan Show. E’ passato qualche annetto, ora il nostro amico di anni ne ha 57, ma evidentemente quella impronta è rimasta.

 

E quindi questa volta, tra le mille influenze del musicista di New Orleans, si affacciano pure Beatles, Big Star, Costello e Nick Lowe, il power pop e i Kinks. Prendete il brano d’apertura, You May Laugh, che se nel timbro vocale può ricordare Ray Davies, ma anche Costello,  nel ritornello cita volutamente il titolo di un brano dei Fab Four, e la musica è puro pop anni ’60 https://www.youtube.com/watch?v=VDeDuv3pk-U , rivisto con l’occhio di un artista che non si limita a copiare pedissequamente, ma, nel suo DNA, ha l’imprinting del musicista di gran qualità, quelli che sanno scrivere belle canzoni, e poi confezionarle in un tripudio di chitarre e armonie vocali, tamburelli e organo sullo sfondo. Ma Malone sa comporre anche brani come Pretty Pearls, che sembra un brano di Dylan (bellissimo lo stacco di armonica e gli interventi del piano) cantato da un giovane Roy Orbison meno melodrammatico (benché grandissimo), la doppia voce di Ganucheau è sempre deliziosa e il suono minimale ha comunque un fascino senza tempo. Mineral Girl è forse quella che più riprende le tematiche del suono blues, ma assai raccolto, dei Subdudes più roots. All Dressed Up, definita dallo stesso Malone “a party song for geriatrics” https://www.youtube.com/watch?v=FJu17-QI-bI , ha quell’aria rock’n’ roll mista a blues (sempre per via dell’armonica) dei Subdudes più tirati, con la slide di Tommy Malone che si divide gli spazi con l’organo di Sam Brady. We Both Lose ha un giro armonico beatlesiano innestato su un groove alla Rockpile o Big Star, ma sempre con quel tocco personale inconfondibile da artigiano del pop, chitarre acustiche ed elettriche a iosa.

 

Bumblebee, il pezzo firmato con l’amico Pat McLaughlin (grande cantautore!), potrebbe venire dal lato “giusto” di Nashville, pensate ad un brano di Nick Lowe scritto per i vecchi Brinsley Schwarz, con quella miscela di rock e country che tanti anni dopo si sarebbe chiamata Americana; peccato, come dicevo all’inizio, per il suono un po’ pasticciato della produzione che non sempre permette di godere appieno le delizie di questi piccoli piatti da gourmet del pop. Spesso sembra che la batteria sia suonata su qualche pezzo di cartone capitato per caso in studio e l’effetto di primitivo R&R alla Buddy Holly via George o Paul, come in Time To Move On, sia del tutto casuale (o forse è voluto e mi sbaglio io, può essere). Once In A Blue Moon è una ballatona acustica come potrebbe farla il miglior Lyle Lovett, se fosse stato anche lui davanti alla TV in quella lontana serata. Crazy Little John ha ancora quello spirito country-folk delizioso e nel finale Malone tira fuori il suo miglior accento soul di New Orleans https://www.youtube.com/watch?v=8xux3N6np7c , prima con una intensa Talk To Me, cantata alla grande e poi con una cover inattesa di Stevie Wonder, Big Brother, che si trovava su quel capolavoro chiamato Talking Book; per la prima volta in vita sua Dave usa una batteria elettronica, a lui piace, io mi devo abituare, comunque il risultato è molto piacevole e la voce si gusta appieno. Bello, ma forse da lui ci si aspetta qualcosa di più!

Bruno Conti

Quasi Meglio Di Emmylou! Matraca Berg – Love’s Truck Stop

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Matraca Berg – Love’s Truck Stop – Proper Records

Anzi direi di più! Quasi meglio della “miglior” Emmylou (Harris). Matraca Berg è una bella signora di quasi 49 anni (a febbraio, lo so non si dovrebbe dire), portati benissimo, cantante e autrice country, una delle migliori della scena di Nashville, dove vive felicemente con il marito Jeff Hanna, uno dei membri fondatori della Nitty Gritty Dirt Band. E questo è importante sottolinearlo, perché se la nostra amica Matraca è diventata celebre (negli States) soprattutto come autrice per cantanti di country diciamo tradizionale, commerciale anche, come Randy Travis, Michelle Wright, Deanna Carter, Trisha Yearwood, come cantante e autrice il suo stile si avvicina molto a quello della citata Emmylou, ma anche di Mary Chapin Carpenter, Nanci Griffith, Iris DeMent, insomma quelle brave. Non per nulla le hanno fatto fare solo cinque album, di cui due antologie, negli anni ’90 (peraltro tutti molto belli, nel genere) e poi è scomparsa dalle scene, fino allo scorso anno quando è stata ripescata dalla Dualtone per un disco, The Dreaming Fields, tra i migliori nel cantautorato country di qualità. Quello di quest’anno, Love’s Truck Stop, è anche meglio, ai livelli di quegli album country “speciali” che Emmylou Harris pubblicava a getto continuo negli anni ’70 e ’80 – poi non è che abbia iniziato a fare dischi brutti, ha solo spostato il suo raggio di azione verso uno stile più raffinato ma meno immediato, ma vi annuncio che a fine febbraio uscirà il suo album in coppia con Rodney Crowell per la Nonesuch che probabilmente la riporterà alle vecchie sonorità della Hot Band – tornando a Matraca Berg, si diceva che questo CD è notevole, e infatti la rivista inglese Maverick, specialista nel genere folk, country, rooos le ha assegnato addirittura cinque stellette, forse esagerando, nella sua recensione pubblicata ad ottobre.

Perché in effetti l’album, come avevo annunciato nella rubrica delle novità, è uscito già da un paio di mesi, ma visto che in questi giorni, tra una montagna di dischi in arretrato, mi è capitato di risentirlo e ne ho vieppiù apprezzato le qualità, ho deciso di approfondire la questione.

Questo Love’s Truck Stop riprende il filo del discorso interrotto nel 1997 dopo Sunday Morning To Saturady Night e riallacciato lo scorso anno con il già citato e ottimo The Dreaming Fields. Sono piccole storie e tragedie della vita di tutti i giorni, spesso presentate come metafore, con le protagoniste che di volta in volta si chiamano Mary o Magadalene, con un suono volutamente scarno e intimo, ma con tutti gli elementi della migliore country music: lap steel, violino, banjo, chitarra, armonica, il piano, suonato da lei stessa, e tante voci, ce ne sono ben dieci, utilizzate per delle armonie vocali da sogno. Senza dimenticare la voce della protagonista, Matraca Berg, che non ha nulla da invidiare appunto alla migliore Emmylou, la voce perfetta per il genere, capace di molte sfumature, melodica e ben strutturata, partecipe e variegata: quando si incontra proprio con Emmylou per una stupenda Magdalene, la storia di una giovanissima prostituta da strada, l’intreccio delle due voci dà i brividi ed è difficile districarle e distinguerle, con il tessuto sonoro del brano, solo acustica e una lontana lap steel, perfetto per il brano.

Ma tutto il disco è di alta qualità: dall’iniziale Love’s Truck Stop, cantata con il supporto di Pat McLaughlin, la weeping lap steel di Jason Goforth e la baritone guitar di Jeff Hanna, un esercizio perfetto su come deve essere suonata una grande country song, firmata in questo caso con Holly Gleason. Tutti i brani sono firmati con altri autori e questo contribuisce alla varietà dei temi. Her Name Is Mary, di nuovo con la Gleason, si avvale delle armonie vocali di Kim Carnes, ed è un altro bozzetto della America meno glamour, la storia di una giovane cameriera di 20 anni che vive la sua difficile storia in una America minore ed in difficoltà, cantata con grande partecipazione ed umanità, come nella grande tradizione della migliore canzone popolare americana.

Black Ribbons, scritta e cantata con due delle migliori rappresentanti delle ultime generazioni della musica country americana, Gretchen Peters e Suzy Bogguss, è un’altra malinconica cavalcata negli stilemi del genere. Anche in Foolish Flower prevalgono i tempi lenti, con un’armonica, suonata dalla stessa Matraca, ad unirsi al suono di chitarre, banjo e al violino di David Henry che è anche il produttore dell’album, il brano è scritto da Angaleena Presley e le armonie vocali sono a cura di Ashley Monroe e Jessi Alexander, altre rappresentanti del nuovo country. In quasi tutto il disco, come nell’ultimo della Chapin Carpenter, le atmosfere sono lente e malinconiche, con il cello spesso in evidenza, come in We’re Already Gone, dove appare come autrice e seconda voce, Angel Snow, altra cantautrice emergente della scena roots americana (appuntatevi tutti questi nomi, se già non le conoscete, perché vale la pena di approfondire): inutile dire che lo stile oscilla sempre tra Emmylou, Nancy Griffith, la Chapin Carpenter, volete aggiungere qualche spruzzata delle sorelle Lynn e Moorer? Fatelo.

I Buried Your Love, con cello, steel e il piano della Berg che virano verso atmosfere quasi bluesate, ma sempre molto raccolte. Detto di Magdalene anche My Heart Will Never Break This Way Again, già dal titolo non suggerisce variazioni sui temi non positivi, ma realistici, dell’amore e della vita ai giorni nostri, soprattutto visti dal punto di vista delle donne, stando alla brava Matraca c’è poco da stare allegri, perfino la natura è triste come riportato nella bellissima Sad Magnolia, dove un banjo, la solita steel, di nuovo l’armonica e le armonie vocali di Jeff Hanna ci riportano ai fasti della vecchia Nitty Gritty. Molto bella anche Waiting On A Slow Train, scritta con Phil Madeira, recente collaboratore di Emmylou Harris, e se la seconda voce non è quella della stessa Berg, raddoppiata, potrebbe essere di nuovo quella della Harris, tanto si somigliano. Conclude la ballata pianistica Fistful Of Roses che avrebbe fatto la sua bella figura anche nell’ultimo album di Iris DeMent. Disco di genere, ma assolutamente meritevole, per appassionati del buon country, ma non solo.

Visto che siamo alla fine, Happy New Year, anche se il mondo è finito il 21 dicembre, ma non ce ne siamo accorti, per cui eventualmente ci vediamo l’anno prossimo.

Bruno Conti