Un Nuovo Cofanetto “A Puntate” Per David Bowie. Volume 4: Look At The Moon!

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David Bowie – Look At The Moon! – Parlophone/Warner 2CD – 3LP

E siamo arrivati al giro di boa anche per il box dal vivo di David Bowie Brilliant Live Adventures, che si occupa di riunire concerti che il Duca Bianco tenne negli anni novanta e che in qualche caso erano usciti solo in streaming: è stato infatti pubblicato da poco (ed andato esaurito quasi subito) il quarto volume Look At The Moon!, il primo della serie in doppio CD (o triplo LP). Completamente inedito fino ad oggi, questo album documenta l’intero show di Bowie al Phoenix Festival il 20 luglio 1997, dove Phoenix è inteso come Fenice e non la città dell’Arizona, dal momento che la location è il villaggio di Long Marston in Inghilterra https://www.youtube.com/watch?v=5334YGBvuHI . Diciamo subito che Look At The Moon! è superiore al precedente LiveAndWell.com, che a mio parere era troppo sbilanciato verso le canzoni degli ultimi due album di David all’epoca, Outside e Earthling, due dei lavori più ostici dell’artista britannico con largo uso di elettronica e sonorità tecnologiche (ma i brani erano presi da varie date).

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Qui abbiamo una setlist più equilibrata con più di uno sguardo al passato ed anche un paio di sorprese nel finale, anche se va detto che delle hits bowiane che conoscono tutti (Space Oddity, Starman, Changes, Life On Mars) non ce n’è mezza. La performance del nostro è comunque una delle più valide tra quelle ascoltate finora in questo “box in progress”, merito di un eccellente stato di forma e della solida band che lo accompagna: Reeves Gabriels alle chitarre, Gail Ann Dorsey al basso e voce, Zachary Alford alla batteria e Mike Garson alle tastiere. Forse sei canzoni tratte da Earthling sono ancora troppe, ma se I’m Afraid Of Americans, Battle For Britain (The Letter), Looking For Satellites e Little Wonder non incontrano i miei gusti, Seven Years In Tibet è un pezzo abbastanza riuscito nonostante la veste sonora ultra-moderna, ed anche la pulsante Dead Man Walking risulta abbastanza piacevole (e presenta una notevole performance chitarristica da parte di Gabriels). Da Outside le scelte sono soltanto due, e se Hallo Spaceboy è uno dei brani più orecchiabili degli anni novanta bowiani, anche la cupa The Hearts Filthy Lesson a forza di sentirla riesco quasi a digerirla.

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Tra i classici in scaletta effettivamente qualche successo c’è, a partire da una coinvolgente rilettura della saltellante The Jean Genie, proposta in un inedito arrangiamento boogie-blues (ed infatti è in medley con lo standard di Charles Brown Driftin’ Blues), e proseguendo con il duetto con la Dorsey su Under Pressure (ma Freddie Mercury era su un altro pianeta) e con il funkettone Fame, che non mi ha mai fatto impazzire ma in mezzo alle canzoni di Earthling fa un figurone. Poi abbiamo le title tracks di due album del periodo classico di David, ovvero una The Man Who Sold The World rifatta con i dettami sonori di Earthling ed una spedita e coinvolgente Scary Monsters (And Super Creeps), album dal quale viene tratta anche la danzereccia Fashion https://www.youtube.com/watch?v=BiB356hH0L0 ; ho tenuto per ultima (bis a parte) la canzone di apertura dello show, cioè una splendida rivisitazione della rock ballad Quicksand, un classico minore proveniente da Hunky Dory che viene suonata in maniera “normale” e che rappresenta uno dei momenti migliori della serata.

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Il finale mette in fila una rockeggiante versione della nota White Light/White Heat dei Velvet Underground, che Bowie era solito eseguire anche nei seventies, un’inattesa O Superman, unica hit della carriera di Laurie Anderson (quindi in pochi minuti abbiamo un pezzo di Lou Reed ed uno della sua futura consorte), cantata dalla Dorsey, e la meno nota Stay, brano di Station To Station che si adatta benissimo alle sonorità anni novanta del nostro. Al momento di scrivere queste righe non è ancora noto il contenuto del quinto e penultimo volume della serie, ma voci di corridoio parlano del concerto di Parigi del 1999.

Marco Verdi

 

Un Affettuoso Tributo Al Figlio Scomparso, Nonché Un Bellissimo Disco. Steve Earle & The Dukes – J.T. Esce In CD Il 19 Marzo

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Steve Earle & The Dukes – J.T. – New West Download – CD/LP 19/03/21

Quando la scorsa estate, nel mese di agosto, il giorno 21 si è diffusa la notizia della morte di Justin Townes Earle, non si può dire che siamo rimasti molto sorpresi, purtroppo: il figlio di Steve Earle aveva avuto una lunghissima storia con la dipendenza da droghe, già iniziata quando aveva dodici anni e continuata per moltissimi anni, come lui stesso aveva dichiarato, “Avevo scoperto presto che il mio modo di approcciarmi alle cose della vita mi avrebbe messo nei guai, ma ho continuato a farlo, perché ho continuato per lungo tempo a credere nel mito che per creare grande arte dovevo distruggere me stesso”. E con perversa pervicacia ha continuato a farlo, nonostante ben nove ricoveri in cliniche di riabilitazione ogni volta ci ricascava, a brevi periodi di sobrietà ne seguivano altri dove i suoi fantasmi riprendevano a perseguitarlo; neppure la nascita della figlia Etta St. James Earle nel 2017 è riuscita a salvarlo. Proprio ad un trust destinato a raccogliere fondi per permettere alla figlia di raggiungere un futuro più sereno saranno destinati i proventi di questo J.T., il disco che Steve Earle ha voluto registrare in memoria del figlio e delle sue canzoni.

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E’ sempre devastante e triste quanto un padre sopravvive al figlio, specie se proprio lui è stato il “modello” con il quale Justin Townes ha dovuto misurare la propria vita: e non deve essere stato facile registrare un terzo album dedicato alle canzoni di un musicista che non c’è più, dopo Townes del 2009, dedicato a Townes Van Zandt e Guy, uscito nel 2017, ed incentrato sulle canzoni di Guy Clark, ecco J.T., altro titolo breve ed affettuoso che rivisita il repertorio del figlio attraverso alcune delle sue canzoni. Con la sola eccezione della canzone Last Words, scritta dalla stesso Earle, una canzone dalla bellezza dolorosa, quasi devastante, non dissimile da tante altre del suo repertorio, ma che in questo contesto assume una forza ancora maggiore, grazie anche alla maestria dei Dukes che lo hanno accompagnato in questo disco, e in questo brano in particolare il dobro di Ricky Ray Jackson che sottolinea lo scarno accompagnamento di una chitarra acustica e del violino della bravissima Eleanor Whitmore, che insieme a Chris Masterson, chitarre e mandolino e Jeff Hill, basso e contrabbaso, e Brad Pemberton, batteria, sono sublimi in tutto il disco https://www.youtube.com/watch?v=RR2XPOYqSZI , Steve la canta con voce scarna e ruvida, ancora più dolente del solito e che nel verso finale “I Love you too” è ancora più struggente.

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Justin Townes Earle forse, anzi sicuramente, non ha mai raggiunto i vertici del padre, ma nel corso dei suoi album ha scritto parecchie belle canzoni che Steve rivisita con orgoglio e classe nel suo stile: dall’honky-tonk dai profumi bluegrass della spensierata I Don’t Care, con la seconda voce della Whitmore https://www.youtube.com/watch?v=PzFAztmFYXQ , al country-blues con uso di pedal steel di Ain’t Glad I’m Leaving che rimanda ai suoi migliori dischi, passando per il country-rock ruspante ed elettrico della vibrante Maria.. E ancora la delicata e splendida ballata Far Way In Another Town, con la Whitmore che passa all’organo e Jackson alla pedal steel, oltre a Masterson alla solista, creano una superba atmosfera sudista, mentre They Killed John Henry è uno di quei brani narrativi dal sapore folk in cui Earle (già ma quale?) eccelle https://www.youtube.com/watch?v=1TGssyFJAuk . La quasi profetica Turn Out My Lights è un’altra ballata costruita sulla acustica arpeggiata, la solita steel e il violino straziante della Whitmore; la rabbiosa Lone Pine Hill si dibatte tra echi dylaniani grazie al guizzante violino e ritmi più incalzanti da perfetto outlaw country https://www.youtube.com/watch?v=fRsPjoIC8lI , in parte ribaditi anche nella scandita Champagne Corolla, che però vira verso atmosfere più bluesate, grazie alla elettrica pungente di Masterson e alla ritmica più scandita e cattiva https://www.youtube.com/watch?v=JLYKGOeTSWo .

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The Saint Of Lost Causes (bellissimo titolo) è giustamente considerata una delle canzoni più belle di Justin Townes, una versione dall’alto tasso di intensità che mi ha ricordato certe ballate feroci di Lucinda Williams, con atmosfere sospese e minacciose, sferzate dalle chitarre e dal violino e un cantato quasi febbrile e “incazzato” di Steve https://www.youtube.com/watch?v=xeqGCbo6pFo . E infine Harlem River Blues, tra country e folk con echi fortissimi della musica texana di Guy Clark, Jerry Jeff Walker e soci, ma anche l’amore per il folk-rock dello Steve Earle più ispirato https://www.youtube.com/watch?v=YaK9ZLqqHRI . Veramente un disco bellissimo e un tributo affettuoso a questo figlio scomparso.

Bruno Conti

Un Nuovo Cofanetto “A Puntate” Per David Bowie. Volume 3: LiveAndWell.com

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David Bowie – LiveAndWell.com – Parlophone/Warner CD – 2LP

(Premessa: continuo con le recensioni di questa serie di pubblicazioni del Duca Bianco per puro dovere di cronaca, dal momento che ogni uscita è in edizione davvero limitata ed al momento esaurita. Compreso il già annunciato quarto volume, polverizzato solo con i pre-ordini).

Terzo appuntamento con il cofanetto “virtuale” (nel senso che il box per contenere sia i CD che gli LP è andato esaurito praticamente subito) Brilliant Live Adventures, che raccoglie sei album dal vivo registrati da David Bowie negli anni novanta e mai pubblicati fino ad ora in versione fisica, quando non completamente inediti. Dopo i primi due volumi Ouvrez Le Chien e No Trendy Rechauffé, che documentavano due show del 1995 tratti dal tour di Outside, con questa terza uscita ci spostiamo in avanti di due anni: infatti LiveAndWell.com è inerente alla tournée del 1997 seguita alla pubblicazione di Earthling, e se il titolo non vi suona nuovo avete ragione, in quanto era già stato realizzato una prima volta nel 1999 solo come download, e rimesso fuori lo scorso anno ma sempre in formato “liquido”.

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A differenza dei primi due volumi che riguardavano ciascuno un unico concerto, LiveAndWell.com contiene brani presi da diverse location (il Paradiso di Amsterdam, il Radio City Music Hall di New York, il Phoenix Festival ed il Metropolitan di Rio de Janeiro) e, se pensavate che sia Ouvrez Le Chien che No Trendy Rechauffé fossero troppo sbilanciati verso le canzoni nuove, qui abbiamo praticamente solo brani tratti da Outside e Earthling, due album tra i più sperimentali del nostro con sonorità art-rock, techno e drum’n’bass che all’epoca spiazzarono non poco i fans del Bowie più classico. Rispetto alla versione del 1999 però c’è l’aggiunta alla fine di due canzoni prese da dischi precedenti di David, anche se non esattamente due hits. La band che accompagna Ziggy è la stessa del tour di Outside ma senza Carlos Alomar, e cioè Reeves Gabriels alle chitarre, Gail Ann Dorsey al basso e voce, Zach Alford alla batteria e Mike Garson al piano, tastiere e synth. Nonostante non sia più la tournée di Outside il CD presenta ben cinque brani su dodici totali dal disco del 1995: i più ”orecchiabili” (termine in questo caso da prendere con le molle) sono la lenta e atmosferica The Motel e la pulsante Hallo Spaceboy, mentre sia l’ossessiva The Hearts Filthy Lesson che la cupa I’m Deranged https://www.youtube.com/watch?v=Kc-Cox7L2O4 e The Voyeur Of Utter Distruction (As Beauty) https://www.youtube.com/watch?v=ZjbBJ_51TnQ , che invece mette ansia (anche se alla fine c’è un notevole guitar solo), hanno sonorità stranianti ed a volte quasi dissonanti.

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I cinque pezzi presi da Eathling spostano ancora di più il suono verso un’ottica modernista in cui l’elettronica la fa da padrona, a partire da I’m Afraid Of Americans in cui l’unica cosa che ha una parvenza di classicità è la parte cantata. Telling Lies è piuttosto caotica ed alienante, Battle For Britain (The Letter) è un techno-rock discreto nella melodia ma strumentalmente discutibile, mentre la cadenzata Seven Years In Tibet non è affatto male https://www.youtube.com/watch?v=4_OLXd-a65Q (sorvolerei invece sulla brutta Little Wonder, che all’epoca uscì addirittura come primo singolo – ricordo un Bowie dai capelli arancioni proporla al Festival di Sanremo di fronte alle facce perplesse degli occupanti delle prime file). I due brani finali, entrambi strumentali, appartengono uno al passato prossimo di Bowie e solo l’ultimo agli anni settanta, mantenendo però sonorità in linea con le canzoni precedenti: Pallas Athena (da Black Tie White Noise, 1993) è pura dance music da club per fighetti, e V-2 Schneider è una delle pagine più oscure di Heroes, un brano influenzato dai Kraftwerk e quindi vi lascio immaginare dove andiamo a parare. LiveAndWell.com è quindi un live album che mi sento di consigliare solo ai “die-hard fans” di David Bowie: il già citato quarto volume della collana, Look At The Moon!, farà ancora parte del tour del 1997 ma presenterà anche canzoni meno ostiche essendo la riproposizione di uno show completo.

Marco Verdi

Parte “Rockumentario” E Parte Fiction, Ma Nell’Insieme Una Vera Goduria! Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story

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Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story – The Criterion Collection Blu-Ray – DVD

E’ finalmente disponibile da pochi giorni su Blu-Ray o DVD la versione fisica di Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story (peccato che costi un botto), splendido lungometraggio diretto da Martin Scorsese uscito nel 2019 per la piattaforma Netflix, che documenta appunto la prima parte del leggendario tour di Bob Dylan con la Rolling Thunder Revue, un gigantesco carrozzone di musicisti, poeti ed artisti di vario genere che girò l’America nel biennio 1975-1976: in particolare il film si concentra sul ’75, quando la tournée girava perlopiù nei piccoli teatri con concerti che spesso venivano organizzati senza molto preavviso, prendendo spunto un po’ dai “Medicine Show” di fine ottocento ed un po’ dalla Commedia Dell’Arte italiana (mentre nel ’76 Dylan, anche per rientrare dalle perdite dell’anno prima – la troupe la doveva comunque pagare – si esibì in arene più convenzionali per un concerto rock degli anni 70) https://www.youtube.com/watch?v=RulpXOLn6BI .

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Non è la prima volta che Scorsese si cimenta con film a sfondo musicale: a parte il mitico The Last Waltz vorrei ricordare il film-concerto Shine A Light dei Rolling Stones o la splendida biografia di George Harrison Living In The Material World, e, con Dylan stesso come protagonista, il capolavoro No Direction Home, probabilmente uno dei migliori “rockumentari” di sempre se non il migliore. Rolling Thunder Revue non raggiunge quei livelli ma non ci va neanche troppo lontano, ed in due ore e venti minuti che scorrono in un baleno ci delizia con uno strepitoso mix di scene inedite girate all’epoca, altre prese dal famoso film Renaldo And Clara ed alcune interviste recenti ai protagonisti, oltre ovviamente a diverse performance musicali https://www.youtube.com/watch?v=uDikcwqQDr8 . Tra gli intervistati la parte principale è ovviamente quella dello stesso Dylan (non era scontata la sua presenza visto il personaggio), che come spesso capita tende a commentare con ironia le varie fasi del tour cercando di togliergli quella patina di leggenda, affermando tra il serio ed il faceto di non ricordare quasi nulla di ciò che avvenne, e sentenziando alla fine che a distanza di 40 anni della Rolling Thunder Revue non è rimasto niente, “solo cenere”.

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Altre interviste, a parte alcune “particolari” che vedremo tra poco, riguardano Joan Baez, che si ricongiungeva in tour con Bob a distanza di dieci anni, il giornalista Larry “Ratso” Sloman, incaricato da Rolling Stone di seguire il carrozzone, il poeta Allen Ginsberg (in immagini di repertorio essendo morto nel 1997), anch’egli tra i protagonisti della tournée, alcuni musicisti ed ospiti dei vari concerti (Roger McGuinn, Ramblin’ Jack Elliot, Ronee Blakely, David Mansfield, uno spettacolare Ronnie Hawkins uguale a Babbo Natale), l’attore, scrittore e drammaturgo Sam Shepard, ingaggiato da Dylan per lo script di Renaldo And Clara, ed l’ex pugile Rubin “Hurricane” Carter, protagonista all’epoca di un celebre caso di malagiustizia cantato da Bob nella nota Hurricane. Il film inizia con le immagini dei rehearsals per il tour, in cui un Dylan rilassato e sorridente improvvisa varie canzoni in studio tra le quali Rita May, Love Minus Zero/No Limit ed il classico di Merle Travis Dark As A Dungeon. Poi ci si sposta al Gerde’s Folk City di New York, famoso locale del Village in cui un giovane Dylan mosse i primi passi e nel quale all’inizio del 1975 ci fu una rimpatriata sotto gli occhi estasiati del proprietario Mike Porco: le immagini mostrano Bob che si esibisce con la Baez ed altri musicisti che entreranno a far parte della RTR (si intravedono Bob Neuwirth e David Blue), e poi lo inquadrano tra il pubblico (seduto vicino a Bette Midler) assistere ad una performance di Archer Song da parte di Patti Smith accompagnata alla chitarra da Eric Andersen.

patti smith rtrIl film si dipana poi in veri momenti di vita on the road (con Dylan che spesso è alla guida del tour bus): non vi racconto le varie scene per filo e per segno, ma vorrei segnalare un paio di momenti divertenti che riguardano Ginsberg, che prima legge il suo Kaddish ad una platea di arzille pensionate in una sala bingo e poi, visto che man mano che il tour proseguiva il suo spazio on stage era sempre più ridotto, per rendersi utile dà una mano alla troupe con i bagagli (questa scena era presente sulla versione di Netflix ma sul Blu-Ray viene solo accennata) https://www.youtube.com/watch?v=iUD5snx-XOo . Ci sono anche due momenti notevoli dal punto di vista musicale, il primo toccante con Dylan che suona The Ballad Of Ira Hayes di Peter LaFarge di fronte ad una platea di Indiani d’America, ed il secondo straordinario con una versione superba di Coyote di Joni Mitchell cantata dalla stessa cantautrice canadese accompagnata da Dylan e McGuinn alle chitarre, il tutto a casa di Gordon Lightfoot che, in canottiera, osserva i tre sullo sfondo https://www.youtube.com/watch?v=zeaO5UZ5OcI .

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Ma il film ha fatto parlare di sé anche per quattro interviste a personaggi inventati o che narrano storie non vere, una cosa molto “da Dylan” alla quale lo stesso Bob si è prestato volentieri. La prima riguarda il fantomatico Stefan Van Dorp, che in teoria dovrebbe essere il regista originale delle immagini del 1975 ma in realtà non è mai esistito e nelle interviste viene interpretato dall’attore Martin Von Haselberg, marito tra l’altro della Midler. Poi ci sono le testimonianze di Jim Gianopulos, che è un vero discografico (ed attuale presidente della Paramount) e qui viene presentato come il promoter del tour ma in realtà non ebbe mai nulla a che vedere con esso, e del senatore Jack Tanner che non esiste, essendo l’attore Michael Murphy che riprende un suo personaggio di una serie TV degli anni 80 diretta da Robert Altman. E poi, dulcis in fundo, abbiamo il “fake” più succoso di tutti, in cui una stupenda Sharon Stone (è incredibile come stia invecchiando splendidamente senza l’aiuto apparente della chirurgia estetica) racconta di quando appena diciannovenne andò ad un concerto del tour con sua madre indossando una maglietta dei Kiss e fu notata nel backstage da Dylan che scambiò con lei qualche battuta, ed incontrandola di nuovo qualche settimana dopo la convinse ad unirsi al tour come aiuto-costumista, lasciando intendere che tra i due ci sia stato anche un breve flirt.

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La cosa pare essere totalmente inventata, anche perché la Stone all’epoca di anni ne aveva 17 e quindi una relazione con Dylan avrebbe potuto creare qualche imbarazzo, però è raccontata dai due in maniera decisamente credibile: inoltre qui si apre un altro mini-fake, e cioè che Bob aveva avuto l’idea di dipingersi la faccia prima dei concerti con la RTR dopo aver assistito ad uno show proprio dei Kiss, al quale era stata portato dalla violinista Scarlet Rivera che all’epoca usciva con Gene Simmons (è falso che il trucco facciale dei membri della band sia stato influenzato dalla hard rock band di New York, ma stranamente il fatto che Simmons e la Rivera si vedessero sembra vero). Last but not least, i vari momenti musicali presenti sono davvero di altissimo profilo in quanto Dylan all’epoca era all’apice come performer ed anche disponibile verso i fans (divertente il siparietto quando qualcuno dal pubblico urla “Bob Dylan for President!” ed il nostro risponde ridendo “President of what?”) https://www.youtube.com/watch?v=9wKi3_W6sQo .

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Le canzoni presenti, in parte o complete (e che comunque si trovano tutte sul cofanetto The 1975 Live Recordings del 2019) https://www.youtube.com/watch?v=HCAiAf21K20 sono Mr. Tambourine Man, When I Paint My Masterpiece, una strepitosa A Hard Rain’s A-Gonna Fall in versione rock-blues, I Shall Be Released e Blowin’ In The Wind in duetto con la Baez, Hurricane, The Lonesome Death Of Hattie Carroll (splendida anche questa), Isis, Oh Sister, Simple Twist Of Fate, One More Cup Of Coffee https://www.youtube.com/watch?v=4viQhTmhDX8  ed una Knockin’ On Heaven’s Door in cui Bob divide il microfono con McGuinn https://www.youtube.com/watch?v=4viQhTmhDX8 . Il dischetto, oltre a contenere un bellissimo libretto con foto inedite e scritti di Shepard e Ginsberg, è masterizzato digitalmente con la tecnologia 4K e tra gli extra contiene una esauriente intervista a Scorsese e tre performance aggiuntive (e complete)  https://www.youtube.com/watch?v=SqmTfkf7GRg di Tonight I’ll Be Staying Here With You, Romance In Durango e Tangled Up In Blue; l’unica pecca per chi non fosse troppo padrone della lingua straniera è il fatto che i sottotitoli siano solo in inglese per i non udenti (ma non escludo come già successo per il film su Harrison una versione italiana fra qualche mese. Un film quindi che non esito a definire impedibile: siamo solo a febbraio ma potremmo già avere per le mani il DVD/Blu-Ray dell’anno.

Marco Verdi

Un Bel Disco Dal Vivo, Ma Attenti Alla Fregatura! Strawbs – Live In Concert

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Strawbs – Live In Concert – Mooncrest 2CD/DVD

Gli Strawbs sono uno dei gruppi inglesi più longevi al mondo: fondati nel 1964 come bluegrass band (ma hanno debuttato su disco solo nel ’69), sono unanimemente considerati tra i paladini del folk britannico, con tendenze al progressive sviluppate specialmente negli anni settanta. Guidati da Dave Cousins, unico membro fondatore ancora nel gruppo (ma nel tempo hanno militato al suo interno anche una giovane Sandy Denny, prima di entrare nei Fairport Convention, ed il tastierista Rick Wakeman un attimo prima di diventare una star con gli Yes), gli Strawbs hanno all’attivo circa 25 album in cinquanta anni, e non hanno ancora finito in quanto hanno da poco annunciato un nuovo lavoro, Settlement, in uscita il prossimo 26 febbraio.

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Oggi però vi parlo di un doppio CD dal vivo con accluso DVD intitolato semplicemente Live In Concert, che documenta uno show del marzo 2006 nella cittadina inglese di Bilston: attenzione però alla fregatura, dal momento che questo concerto era già stato pubblicato nel 2008 con il titolo Lay Down With The Strawbs ma tenendo separate le parti audio e video, e con la medesima tracklist di oggi. Se però non avete l’edizione di dodici anni fa, questo Live In Concert è un album da non sottovalutare anche se siete dei neofiti per quanto riguarda la band londinese, dal momento che siamo di fronte ad un concerto bello, elettrico e coinvolgente, con all’interno parecchi classici dei gruppo e più di un momento epico: oltre a Cousins, voce, chitarra e banjo, la lineup comprende Dave Lambert anch’egli voce e chitarra elettrica, John Hawken alle tastiere, Chas Cronk al basso e Rod Coombes alla batteria, oltre alla partecipazione speciale dell’ex membro John Ford in una manciata di pezzi.

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Lo show inizia e finisce con i due brani più famosi della band, le splendide e trascinanti Lay Down https://www.youtube.com/watch?v=umzenPU9M0g  e Part Of The Union, entrambe eseguite in maniera decisamente rockeggiante https://www.youtube.com/watch?v=69O8xmIeenU . In mezzo, sedici canzoni prese dal loro vasto songbook, con ottimi esempi di folk-rock come la limpida e tersa I Only Want My Love To Grow In You, la fulgida ballata corale Shine On Silver Sun, altro loro brano tra i più popolari, gli otto minuti della complessa ed affascinante Ghosts, con le tastiere prog che incontrano la melodia folk  https://www.youtube.com/watch?v=z5REqemQ0o0, la lenta e nostalgica Remembering/You And I When We Were Young, e la vibrante fusione tra rock e folk di Cold Steel, anche se l’assolo di synth al quarto minuto me lo sarei risparmiato.

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Altri momenti salienti del concerto sono la epica e coinvolgente The Auction, il gradevole acquarello elettroacustico Out In The Cold, la roccata Just Love, dal ritmo sostenuto, ed il suggestivo medley Autumn Suite. Come bonus finale abbiamo cinque brani presi dal set acustico dello show, che inizia con la lunga e distesa The Man Who Called Himself Jesus e si snoda attraverso l’intensa Tears, la gustosa folk song dal sapore tradizionale Pavan (con ottima prestazione chitarristica), la struggente e bellissima Kissed By The Sun e la vivace Heavy Disguise, dallo stile non dissimile da quello dei Jethro Tull più folkeggianti. Bel concerto quindi, anche se trattasi di ristampa “travestita” da disco nuovo.

Marco Verdi

Una Band Durata Troppo Poco, Ma Che Varrebbe La Pena Riscoprire. Trees – Trees

trees box 4 cd 50th anniversary edition

Trees – Trees – Earth 4CD Box Set

(NDM: questa recensione è dedicata a Celia Humphris, bravissima e bellissima cantante del gruppo scomparsa lo scorso 11 gennaio). https://www.youtube.com/watch?v=h6apTudTFLc&feature=emb_logo 

A parte Fairport Convention e Pentangle (e Steeleye Span, Strawbs, Lindisfarne ed altri gruppi che hanno goduto di una certa popolarità), il sottobosco del folk inglese a cavallo tra gli anni 60 e 70 ha prodotto una lunga serie di band che, pur essendo musicalmente più che valide, non sono mai andate oltre un dignitoso status di culto. Tra di esse ci sono i Trees, quintetto londinese formatosi a Londra nel 1969 e scioltosi nel 1973 dopo due soli album e diverse esibizioni dal vivo, che negli anni seguenti è diventato una mezza leggenda in quanto i suoi ex componenti non si sono certo distinti per luminose carriere nel mondo della musica, e quindi intorno al gruppo è sempre rimasto un certo alone di mistero. I leader erano il chitarrista acustico David Costa ed il bassista/tastierista Bias Boshell (che era anche il principale compositore), completati dalla chitarra solista di Barry Clarke, dalla batteria di Unwin Brown e dalla splendida voce angelica della Humphris, che oltretutto era dotata di una presenza scenica incantevole. I cinque, dopo aver firmato per la CBS, diedero alle stampe due album abbastanza ravvicinati tra loro, The Garden Of Jane Delawney (aprile 1970) e On The Shore (gennaio 1971), due lavori di ottimo livello in cui i nostri mischiavano abilmente brani originali e pezzi della tradizione folk rivisitati con un piglio rock a volte quasi psichedelico.

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Nonostante le critiche positive e gli apprezzati concerti dal vivo i due album non ebbero successo, forse anche a causa dei continui paragoni con i Fairport che non aiutarono di certo Costa e compagni, e di fatto il nucleo originale si sciolse nel corso del 1971. Una seconda incarnazione dei Trees con la Humphris, Clarke e tre rimpiazzi continuò ad esibirsi fino al 1973, ma l’indifferenza pressoché generale che li circondava costrinse anche loro a dire basta. Da lì in poi il più attivo in campo musicale fu Boshell, che collaborò con Kiki Dee, Barclay James Harvest ed i Moody Blues per poi riunirsi a Costa nel 2018 come On The Shore Band per riproporre dal vivo le canzoni dei Trees; Urwin intraprese la carriera di insegnante fino alla sua morte prematura avvenuta nel 2008, Clarke entrò nel business della gioielleria e la Humphris si ritirò praticamente a vita privata prestando molto saltuariamente la sua voce come ospite su dischi di altri artisti (fra i quali Judy Dyble) e, piccola curiosità, registrando la frase “mind the gap” che si sente ancora oggi sulle linee Northern e Jubilee della metropolitana di Londra. (NDM2: a dire il vero un tentativo di reunion ci fu nel 2007 nell’occasione dei remix dei due album originali, ma non si andò oltre un paio di brani nuovi, anche a causa dello stato di salute già compromesso di Urwin).

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Per ricordare i Trees sul finire dello scorso anno la Earth, etichetta responsabile tra le altre cose dei recenti cofanetti retrospettivi di Bert Jansch, ha dato alle stampe Trees, un bellissimo box quadruplo che ripercorre la carriera del quintetto affiancando ai due album di studio opportunamente rimasterizzati una serie di demo, mix alternativi, outtakes e rarità dal vivo, che lo rendono un acquisto praticamente obbligato per gli amanti del folk-rock britannico dell’epoca classica, sia per la ricchezza della proposta che per la bontà dei contenuti musicali (a meno che non possediate le già citate ristampe del 2007, rispetto alle quali il cofanetto propone solo sei inediti). Prodotto come il suo successore da Tony Cox, che si era fatto già un nome in cabina di regia con i Caravan, The Garden Of Jane Delawney è ancora oggi un disco bellissimo, un vero tesoro nascosto del folk-rock britannico dell’epoca, tra brani originali e traditionals reinventati. L’iniziale Nothing Special è un pezzo elettrico, vibrante e decisamente rock, dominato dalla chitarra di Clarke che giganteggia per tutta la durata, e Celia dà un assaggio della sua voce sognante https://www.youtube.com/watch?v=QRh68muODfY  ; segue la bella The Great Silkie, cristallina rilettura di un brano tradizionale che in questo caso caso avvicina abbastanza i nostri ai Fairport, almeno nei primi tre minuti in quanto dopo la canzone prende un’altra direzione e diventa un rock psichedelico con la giusta punta di acidità, in cui i cinque (anzi quattro, visto che Celia non suona) jammano che è un piacere https://www.youtube.com/watch?v=nIerYC_JURU .

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L’album prosegue in maniera decisamente creativa con la bucolica title track, delicata, emozionante e con la voce della Humphris accompagnata da una strumentazione acustica con aggiunta di clavicembalo e flauto, a cui seguono tre traditionals consecutivi https://www.youtube.com/watch?v=hF2GHHCLFTM : i sette minuti di Lady Margaret, puro acid folk con godurioso assolo di Clarke https://www.youtube.com/watch?v=RAJOcq9is3Q , la saltellante Glasgerion, suonata alla grande, ed una tesa e drammatica versione della classica She Moved Thro’ The Fair, altri otto minuti molto intensi in cui si invade quasi il territorio dei Led Zeppelin. Chiusura con la spedita e rockeggiante Road, con un duetto vocale tra Celia e Boshell, la suggestiva Epitaph, stavolta puro folk, e la bella e limpida Snail’s Lament https://www.youtube.com/watch?v=I-sdufQjoTM . On The Shore è forse un gradino sotto il suo predecessore ma sempre validissimo, e si apre con Soldiers Three, gradevole folk-rock quasi sotto forma di filastrocca, per proseguire con la folk ballad Murdoch, complessa ma coinvolgente https://www.youtube.com/watch?v=6-lUwcjXqgA , e con i due pezzi centrali del lavoro: i sette minuti e mezzo di Streets Of Derry, in cui il suono tagliente contrasta con la voce eterea della Humphris https://www.youtube.com/watch?v=vSKF1Dg6yCQ , ed i dieci minuti di Sally Free And Easy, che dopo una bella introduzione pianistica si apre a poco a poco con sonorità ipnotiche ed un notevole crescendo https://www.youtube.com/watch?v=kr6_EWt9cTA  .

Trees On_the_shore

Altri momenti salienti cono due splendide riletture del noto traditional scozzese Geordie (che da noi ha inciso anche De André) https://www.youtube.com/watch?v=V69A96sMDCI  e di Polly On The Shore, che invece i Fairport rileggeranno nel 1973 sull’album Nine https://www.youtube.com/watch?v=_-BbyyLmrNw , oltre allo psych-folk Fool, quasi californiana, ed una vivace ripresa del folk tune Little Sadie, che Bob Dylan aveva rifatto l’anno prima sul bistrattato Self Portrait. Il terzo CD presenta sei remix del 2007 di brani di On The Shore a cura di Costa e Boshell (gli stessi pubblicati nell’edizione deluxe dello stesso anno), in cui i due ex membri hanno tolto la patina di antico che gli originali potevano avere risuonando anche alcuni passaggi strumentali (cosa abbastanza evidente in Murdoch); in aggiunta due demo inediti del 1970 di Polly On The Shore e Streets Of Derry, entrambe non perfettamente rifinite ma già molto interessanti. Il quarto dischetto presenta brani di varia provenienza anche diversi da quelli poi finiti sui due LP originali, a partire da tre demo del 1969 con una She Moved Thro’ The Fair più corta ma ugualmente bella, e due outtakes: il traditional piuttosto noto Pretty Polly, che inizia con un arrangiamento da folk tune appalachiano con banjo in evidenza per poi trasformarsi in una rock song degna della Summer Of Love https://www.youtube.com/watch?v=24SsipdFLJA , e la breve ballata pianistica Little Black Cloud.

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Poi abbiamo tre BBC sessions del 1970 (di cui due inedite): una cupa The Great Silkie, sette minuti di pura psichedelia in cui gli unici elementi folk sono la melodia e la voce (sentite il finale chitarristico) https://www.youtube.com/watch?v=IN2usssvsqI , una guizzante Soldiers Three e Forest Fire, sontuosa rock ballad eseguita in maniera superba che avrei visto bene su uno dei due album dell’epoca. Tra le chicche del box ci sono poi due ottime e riuscitissime riletture, ovviamente inedite, di She Moved Thro’ The Fair e Murdoch registrate nel 2018 al Café Oto di Londra da parte della On The Shore Band, con Costa e Boshell circondati da una corposa band che comprende quattro chitarristi, la sezione ritmica, violino, fisarmonica, flauto e due voci femminili https://www.youtube.com/watch?v=8vNrySgIq9s . Infine, i due inediti della mancata reunion del 2007, con la bella e sognante Black Widow (la voce di Celia era ancora bellissima) https://www.youtube.com/watch?v=e1kXvm_Mf0k  ed il discreto strumentale Little Black Cloud Suite. Trees è un cofanetto di cui non si è parlato molto in quanto celebra una band di cui oggi si ricordano in pochi, ma che visto il livello del suo contenuto musicale sarebbe colpevole ignorare (*NDB Purtroppo però sembra che il Box non sia più disponibile, Out Of Stock o il più netto Sold Out, con l’eccezione, forse, degli USA dove però risulta soggetto a ulteriori tasse e diritti doganali).

Marco Verdi

Metallari Loro? Ma Per Piacere! Thin Lizzy – Rock Legends

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Thin Lizzy – Rock Legends – Universal 6CD/DVD Box Set

Nel mondo della musica internazionale una cosa che non ho mai potuto soffrire molto è la generalizzazione, specie in quel settore che oggi viene denominato per brevità “classic rock” ma che negli anni 70 e 80 era tutto “hard rock” o peggio ancora “heavy metal”, riunendo sotto lo stesso cappello band diverse come Black Sabbath, Blue Oyster Cult, Judas Priest e Iron Maiden, tanto per fare qualche nome. Un altro gruppo che ha sofferto di questo problema sono stati i Thin Lizzy, band originaria di Dublino che heavy metal non lo è mai stata, e pure sull’hard rock avrei qualcosa da ridire specie per la prima parte della carriera, mentre effettivamente negli anni dal 1976 al 1982 qualcosa di più duro nel loro sound c’era, specie nelle infuocate esibizioni dal vivo. Il loro carismatico leader, cantante e (grande) bassista Philip Lynott (già era raro avere una rock band dall’Irlanda all’epoca, più ancora con un frontman di colore) aveva infatti influenze disparate, tra le quali anche il compatriota Van Morrison (che però faceva parte dell’Irlanda “britannica”) per quanto riguardava lo stile compositivo, mentre il suono in seguito avrebbe affondato le sue radici addirittura nel rock americano di Bruce Springsteen e Bob Seger (anzi, per certi versi i Lizzy suonavano springsteeniani ancora prima del Boss) e nel funk-rock dei Little Feat.

thin lizzy rock legends box

Una grande band quindi, alla quale la generalizzazione di cui dicevo prima non ha fatto certo del bene, e che nelle sue varie configurazioni ha sempre avuto fior di chitarristi, come Gary Moore (già con Lynott negli Skid Row – non quelli americani di Sebastian Bach – e poi nei Lizzy in tre diversi momenti), il fondatore Eric Bell, già con gli ultimi Them con Morrison nella line-up, il futuro collaboratore dei Pink Floyd (ma non solo) Snowy White, John Sykes, nome che gli appassionati di hard rock anni 80 conoscono benissimo essendo poi entrato a far parte di Tygers Of Pan Tang e Whitesnake, ed anche per un breve periodo Midge Ure, che diventerà famoso negli eighties come leader del gruppo synth-pop degli Ultravox. I Thin Lizzy sono stati quindi una splendida realtà del panorama rock internazionale con album di notevole livello come Jailbreak, Johnny The Fox, Black Rose e lo strepitoso Live And Dangerous (registrato appunto dal vivo), fino a quando Lynott non ha sciolto la compagnia nel 1984 per dare il via ad una carriera solista che non è mai decollata a causa della sua prematura scomparsa avvenuta nel 1986 a seguito di complicazioni dovute all’uso prolungato di sostanze proibite: in anni recenti la vecchia sigla è stata riattivata dall’altro chitarrista storico del gruppo, Scott Gorham, solo per qualche tour, mentre i nuovi album in studio sono stati pubblicati con il nome di Black Star Riders, band che non ha molto da spartire con i Lizzy storici.

thin lizzy 1970

thin lizzt mid seventies

Per celebrare i 50 anni del gruppo di Dublino la Universal invece della solita antologia di cui il mercato è già saturo, ha da poco pubblicato uno splendido cofanetto dal titolo invero un po’ generico di Rock Legends, uno di quei rari casi in cui un box set può accontentare sia i neofiti che i fans. Infatti il manufatto (tra l’altro piuttosto oversize, con all’interno uno splendido libro che mette insieme tutti i tour programs del gruppo ed un altro con i crediti dei musicisti brano per brano) riunisce in sei CD ben 99 pezzi di cui 74 inediti assoluti, tra demo, versioni alternate e brani dal vivo, più un DVD invero abbastanza avaro (solo quattro canzoni registrate nello show televisivo di Rod Stewart A Night On The Town  https://www.youtube.com/watch?v=INiYaZKmeTo più un documentario di un’ora intitolato Bad Reputation, comunque non inedito). Dunque una collezione da leccarsi baffi e barba: peccato che il box, prodotto in quantità limitata, sia già praticamente introvabile, almeno a prezzo di listino (che comunque supera di slancio i cento euro), ma a breve, per chi se lo era perso, sarà disponibile una nuova tiratura limitata.

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Il primo CD è anche quello senza inediti in quanto è una sorta di greatest hits ma fatto esclusivamente con i singoli, nelle versioni appunto adattate per i 45 giri ed alcuni remixati, una chicca anche per i collezionisti. Un ripasso quindi di alcuni dei pezzi più noti del gruppo, come la strepitosa cover del traditional Whiskey In The Jar (il loro primo successo, ed anche quello salito più in alto in classifica https://www.youtube.com/watch?v=wyQ-tScuzwM ), The Rocker, le classiche The Boys Are Back In Town https://www.youtube.com/watch?v=hQo1HIcSVtg  e Jailbreak ed altri brani popolari del calibro di Don’t Believe A Word, Dancing In The Moonlight, Waiting For An Alibi https://www.youtube.com/watch?v=F9xT8p6L8Sc , Do Anything You Want To, Chinatown e Killer On The Loose. Ma anche canzoni come Randolph’s Tango (a proposito del primo Springsteen) https://www.youtube.com/watch?v=0Pwv0s7HHSk , il trascinante rock’n’roll con fiati Little Darling, la deliziosa Philomena, dedicata da Lynott a sua madre, la ruspante cover di Rosalie, uno dei pezzi meno noti di Bob Seger (presente in due versioni: quella del 1975 e dal vivo nel 1978 https://www.youtube.com/watch?v=cSo9CC2wKVI ), la splendida Wild One, altri due rock’n’roll di ottimo livello come Trouble Boys e Hollywood, fino al singolo finale del 1983 The Sun Goes Down.

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Il secondo dischetto, intitolato The Early Years, prende in esame appunto i primi passi di Philip e soci per la Decca dal 1970 (si erano formati l’anno prima) al gennaio del 1974, ed a parte il primissimo singolo The Farmer (ed il suo lato B I Need You, che però appare in CD per la prima volta) https://www.youtube.com/watch?v=3gTLni91vpc  è tutto materiale inedito. Oltre ad una manciata di missaggi alternativi il nucleo del dischetto è formato da due sessions radiofoniche alla RTE Radio Eireann (entrambe senza pubblico), rispettivamente del ’73 e ’74: come highlights abbiamo il roboante boogie 1969 Rock, con grandissimo lavoro di Bell alla solista https://www.youtube.com/watch?v=Jhcs2J75YVo , il tostissimo rock-blues Suicide, con lo stesso Bell che si sposta alla slide ma con medesimi risultati (all’epoca i nostri erano una sorta di power trio, non avevano ancora le “twin guitars”, ed è anche per questo che le dodici battute sono molto presenti in questo CD https://www.youtube.com/watch?v=UXG-xw3dOZU ), lo strepitoso blues afterhours Broken Dreams, di nuovo con Eric che offre una grande prestazione. Abbiamo anche il medley Eddie’s Blues/Blue Shadows, favolosa jam con ospite alla sei corde il grande bluesman Eddie Campbell https://www.youtube.com/watch?v=U7ADOyYuAfM , la sanguigna cover di Ghetto Woman di B.B. King, con Gary Moore protagonista https://www.youtube.com/watch?v=Q3QDdFLG84U . Il grande chitarrista dice la sua anche negli ultimi tre pezzi, la pulsante e rocknrollistica Things Ain’t Working Out Down At The Farm, una robusta rilettura del classico di Don Nix Going Down https://www.youtube.com/watch?v=2GIPDs6sLmU  e la formidabile Slow Blues, in cui il buon Gary offre una performance superba https://www.youtube.com/watch?v=FQ2uq2zo5sM .

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Il periodo più famoso dei nostri, quello alla Mercury, è l’argomento dei tre CD successivi, con una full immersion nel loro catalogo con tutte versioni inedite in gran parte demo, ma suonate come se fossero canzoni fatte e finite ed in molti casi ancora più ruspanti e dirette delle originali: nei primi due dischetti il connubio chitarristico è tra Gorham e Brian Robertson, mentre il terzo inizia con Moore, prosegue con White e termina con Sykes (tutti al posto di Robertson, Gorham è sempre presente). 45 canzoni in tutto, e per non fare una recensione a puntate mi “limito” a citare le coinvolgenti versioni strumentali di Rock And Roll With You e Cadillac, l’ottima rock ballad Banshee, con la parte vocale ancora da perfezionare ma quella chitarristica già sublime, lo squisito funk-rock-blues dal sapore quasi southern Nightlife, le “americane” Freedom Song e Kings Vengeance, la sempre strepitosa Suicide (sentite le chitarre) e l’altrettanto bella Cowboy Song, dai marcati echi springsteeniani https://www.youtube.com/watch?v=wmQjkHLzkqU . Il demo di The Boys Are Back In Town è perfino più potente e diretto della versione originale (e forse pure meglio) https://www.youtube.com/watch?v=rQMui7wrMto . Running Back è un godurioso rock’n’roll, Romeo And The Lonely Girl ricorda ancora il primo Boss (anche nel titolo) https://www.youtube.com/watch?v=BBEePBySEC4 , Emerald è una rock song travolgente e con parti di chitarra strepitose.

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Un cenno va anche all’orecchiabile Fool’s Gold, la suggestiva ballata Borderline, davvero bella, l’irresistibile Johnny, con altro assolo torcibudella https://www.youtube.com/watch?v=cqxHPK7QLp8 , la dura ma godibile Killer Without A Cause, la pulsante Are You Ready, puro “hard’n’roll”, lo splendido medley di arie tradizionali irlandesi Roisin Dubh (grandissimo Moore) https://www.youtube.com/watch?v=Tx2Q8El13B0 , le ottime e rockeggianti We Will Be Strong e Sweetheart, il boogie alla ZZ Top I’m Gonna Leave This Town, il rockabilly sotto steroidi Kill ed il blues cadenzato In The Delta, con Huey Lewis all’armonica https://www.youtube.com/watch?v=Uv-3do9RI1k . Il sesto ed ultimo CD presenta quindici brani live, sempre inediti, registrati durante il Chinatown Tour del 1980, con selezioni provenienti da due serate all’Hammersmith Odeon di Londra ed a Tralee (località irlandese); la formazione dei Lizzy in questa tournée comprendeva, oltre a Lynott, Gorham e White, Darren Wharton alle tastiere e Brian Downey alla batteria. Ed il CD è semplicemente esaltante nonostante un uso per fortuna molto parco dei synth, con i nostri che forniscono una prestazione esplosiva con versioni al fulmicotone di Are You Ready, Waiting For An Alibi https://www.youtube.com/watch?v=MhyOgB4cdwI , Jailbreak, The Boys Are Back In Town ed una sempre fantastica Suicide https://www.youtube.com/watch?v=JO6V_VwjrEw , ma non sono da meno le coinvolgenti Do Anything You Want To Do, Dear Miss Lonely Hearts, Chinatown e l’elegante ballata Still In Love With You, corredata da un notevole assolo https://www.youtube.com/watch?v=3Iq9n2YDECQ .

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Gran finale con due potenti e superlative riletture di Rosalie e Whiskey In The Jar, quest’ultima con l’apparizione a sorpresa di Bell sul palco. Se non conoscete a fondo i Thin Lizzy, o se anche per voi erano un gruppo di metallari, questo Rock Legends potrà rappresentare una rivelazione…ammesso che riusciate ancora a trovarlo.

Marco Verdi

Un Altro Piccolo Cofanetto Godurioso Per Il “Re Del Folk Irlandese”! Christy Moore – The Early Years 1969-81

christy moore the early years 1969-81

Christy Moore – The Early Years 1969-1981 – Tara Music/Universal Music Ireland 2CD + DVD – 2 CD

Nel 2017 e 2019, nel periodo appena prima del Natale, Christy Moore ha pubblicato due bellissimi album doppi dal vivo, On The Road https://discoclub.myblog.it/2018/01/14/supplemento-della-domenica-forse-il-miglior-disco-ufficiale-dal-vivo-del-2017-christy-moore-on-the-road/  e Magic Nights https://discoclub.myblog.it/2020/01/14/un-altro-doppio-cd-dal-vivo-formidabile-per-il-musicista-irlandese-christy-moore-magic-nights/ , poi uniti in un box Magic Nights On The Road, sempre edito dalla Columbia Sony irlandese. Anche quest’anno ne esce uno della rivale Universal Ireland, attraverso la propria etichetta Tara Music, che gestisce il catalogo del musicista dal 1969 al 1981, mentre gli anni centrali sono appannaggio della Wea, anche se il cofanetto da 6 CD The Box Set 1969-2004, copriva tutti i periodi. Vediamo cosa contiene The Early Years 1969-1981 (ricordando che ne esiste anche un versione solo con i 2 CD) https://www.youtube.com/watch?v=wlEg9Rz7cD8 .

christy moore the early years 1969-81 2 cd

Partiamo dal DVD non lunghissimo, circa 73 minuti, ma con diverso prezioso materiale della RTE, la televisione irlandese e una breve session della BBC del 1979, il resto viene dal 1979-1980-1981, meno due brani registrati nel 1969. Una piccola miniera d’oro per gli appassionati del folk e di Christy Moore in particolare: i primi dieci brani, i più interessanti, sono due sessions alla Abbey Tavern di Dublino Nord del 1980, con Declan McNelis e il compianto Jimmy Faulkner che si alternano alle chitarre, materiale in gran parte tradizionale, ma ci sono un paio di brani scritti da Ewan MacColl, in tre pezzi Paul Brady è presente a piano, harmonium e chitarra acustica, in particolare in una versione bellissima a tre chitarre di The Ballad Of Tim Evans, con grande assolo di Brady https://www.youtube.com/watch?v=w6iPvBoUak4 , mentre in Dark Eyed Sailor l’angelica seconda voce è quella di una giovanissima Mary Black https://www.youtube.com/watch?v=b249xyB75j0 . In Saint Patrick Was A Gentleman ci sono gli Stockton Wings ad accompagnare un sudatissimo Christy, mentre tra i brani più belli anche The Raggle Taggle Gypsy dei Planxty, 1913 Massacre di Woody Guthrie https://www.youtube.com/watch?v=PvnazELFb5k , due brani antinucleari (erano gli anni) The Sun Is Burning e House Down In Carne (The Ballad Of Nuke Power).

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Negli altri segmenti del DVD spiccano una splendida Last Cold Kiss, il vecchio pezzo scritto da Gail Collins e Felix Pappalardi per i Mountain, una sontuosa Deportee (Plane Wreck At Los Gatos) di nuovo di Woody Guthrie https://www.youtube.com/watch?v=f-pdyXnv1wg , per la BBC, Wave Up In The Shore a cappella, scritta dal fratello Barry Moore, molto più noto a noi tutti come Luka Bloom, ma pure tutto il resto del contenuto è da godere. Io sarei già contento così, ma ci sono anche i due CD (che potete acquistare, come dettto, anche a parte), con ben 38 canzoni, delle quali 14 mai uscite in questo supporto, e tutte le altre comunque di difficile reperibilità, solo in Irlanda, peraltro su dischetti digitali. Sarebbe troppo lungo parlare dei contenuti completi comunque vediamo almeno una disamina delle cose più interessanti: come curiosità gli ultimi tre brani del secondo CD, che cronologicamente sono i più vecchi, tratti da Paddy On The Road del 1969, disponibile solo come CDR riversato da vinile sul suo sito, e dove Moore è accompagnato da un gruppo di vecchi jazzisti, che in comune con Christy avevano solo la passione per la birra, comunque piacevoli e la classe già si intravede, anche se sembra di ascoltare i Dubliners  . Tra gli “inediti”: da Whatever Tickles Your Fancy del 1975, l’intensa Home By Bearna che sembra una canzone dei Planxty, One Last Cold Kiss, in versione elettrica, con Jimmy Faulkner alla solista, che anticipa il sound dei Moving Hearts, grazie all’intreccio tra il violino di Kevin Burke della Bothy Band e la sezione ritmica più rock, con un sound che ricorda Fairport Convention e Steeleye Span https://www.youtube.com/watch?v=nvV0pUIRrtY , stesso discorso anche per The Ballad Of Tim Evans, il pezzo di MacColl e Peggy Seeger e la ballata What Put The Blood, peccato non ci sia dallo stesso album Van Diemen’s Land.

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Dal disco omonimo del 1976, registrato oltre che con Burke, con Andy Irvine e Donal Lunny, che segna un ritorno ad un suono più folk, molto belle Nancy Spain, la cover di Sacco & Vanzetti di nuovo di Woody Guthrie, i due brani tradzionali Boys Of Mullabawn e Galtee Mountain Boy, oltre a Dalesman’s Litany, dove c’è anche Jimmy Faulkner. Se dovessi fare un appunto, peccato che i brani non siano in ordine cronologico, ma assolutamente alla rinfusa: comunque ci sono anche ben cinque canzoni dal bellissimo Live In Dublin 1978, tra le quali una sublime Black Is The Colour Of My True Love’s Hair (anche nel repertorio del fratello Luka Bloom) https://www.youtube.com/watch?v=_BSayZKazMI , l’intensa Clyde’s Bonnie Banks e una intricata Bogey’s Bonnie Belle, con tre chitarre acustiche, altri cinque brani vengono da The Iron Behind The Velvet, la deliziosa musicalmente The Sun Is Burning, presente anche nel DVD https://www.youtube.com/watch?v=gg5UN8xoE00 , la sognante (visto il titolo) John O’Dreams, che non si trovava nel vinile originale, e il medley tra Trip To Jerusalem con Two Reels: The Mullingar Races; The Crooked Road, con una grande prestazione anche strumentale di Christy a chitarra e bouzouki, il fratello Barry alla chitarra, Andy Irvine al mandolino, Noel Hill alla concertina, Tony Linnane al violino, Gabriel McKeon alle uilieann pipes e Jimmy Faulkner alla chitarra, sentire per credere.

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In gran parte di questi brani appariva come ingegnere del suono e produttore Nicky Ryan, eminenza grigia della musica irlandese e futura “mente” dei Clannad e di Enya. Le ultime due chicche sono le versioni in studio di House Down In Carne, (con Faulkner alla slide e Basil Kendricks alla pedal steel) https://www.youtube.com/watch?v=b_uFP_rh2l8  e 90 Miles To Dublin, i due brani antinucleari che ai tempi uscirono come singolo. Che dire, se volete conoscere il “primo” Christy Moore, quello che era più un interprete (ma poi nelle decadi successive avrebbe rimediato) che un autore, anche se tutti i brani tradizionali venivano arrangiati in preziose scritture dal musicista irlandese, e anche se avete già quasi tutto, vale le pena, perché il DVD è totalmente inedito e le canzoni, sentite tutte insieme, sono veramente rappresentative dell’arte di questo grande musicista. Quindi come lo giriate, ancora una volta un indispensabile ascolto per chi ama la buona musica.

Nei prossimi giorni anche un bel articolo retrospettivo sul grande folksinger irlandese.

Bruno Conti

Quando Non E’ Impegnato A Molestare Le Donne, Si Ricorda Di Essere Anche Un Grande Songwriter. Ryan Adams – Wednesdays: In CD Dal 19 Marzo

ryan adams wednesdays

Ryan Adams – Wednesdays – PAX AM Download – CD 19-03-2021

C’è stato un momento, compreso tra gli ultimi due album dei Whiskeytown ed i primi tre della sua carriera solista, in cui Ryan Adams sembrava destinato a diventare il musicista migliore della sua generazione. Il suo debutto senza la sua prima band, Heartbreaker (2000), era un grande disco, ma Gold dell’anno successivo era senza mezzi termini un capolavoro, un album geniale e creativo di cantautorato rock senza sbavature, il classico disco che se non raggiunge le cinque stellette ci va molto vicino. Anche Demolition del 2002 era ottimo, ma poi Adams ha cominciato a produrre fin troppo materiale badando più alla quantità che alla qualità, alternando bei dischi (Cold Roses, Jacksonville City Nights, Easy Tiger e Ashes & Fire, lavoro targato 2011 che forse è il suo ultimo grande album) ad altri decisamente meno riusciti quando non velleitari (Rock’n’Roll, i due EP Love Is Hell poi riuniti insieme, il pessimo Orion e l’omonimo Ryan Adams del 2014), oltre ad operare scelte abbastanza discutibili come 1989, cover album pubblicato nel 2015 che ricalcava canzone per canzone il disco di Taylor Swift uscito l’anno prima con lo stesso titolo, o come quando nel 2006 ha fatto uscire ben undici album sotto diversi pseudonimi, tutte porcherie tra hardcore e hip-hop.

LOS ANGELES, CA - FEBRUARY 10: (EXCLUSIVE COVERAGE) Mandy Moore and Ryan Adams attend The 2012 MusiCares Person Of The Year Gala Honoring Paul McCartney at Los Angeles Convention Center on February 10, 2012 in Los Angeles, California. (Photo by Kevin Mazur/WireImage)

LOS ANGELES, CA – FEBRUARY 10: (EXCLUSIVE COVERAGE) Mandy Moore and Ryan Adams attend The 2012 MusiCares Person Of The Year Gala Honoring Paul McCartney at Los Angeles Convention Center on February 10, 2012 in Los Angeles, California. (Photo by Kevin Mazur/WireImage)

Quando si parla di Adams bisogna poi separare l’artista dalla persona, visto che il nostro non è certo tra i più simpatici in circolazione, essendo soggetto a comportamenti talvolta irascibili (anche nei confronti dei fans) e talvolta tipici di una rockstar viziata, anche se il peggio Ryan lo ha dato negli ultimi anni dal momento che è stato accusato di molestie sessuali dall’ex moglie Mandy Moore, dalla cantautrice Phoebe Bridgers e da altre cinque donne, fatti che hanno poi avuto un’implicita conferma dalle vaghe ed imbarazzate scuse pubbliche dello stesso Adams. Questa controversia ha rischiato anche di mandargli a pallino la carriera, dal momento che il suo progetto di pubblicare ben tre album nel 2019 è stato sospeso ed il primo CD della trilogia, Big Colors, cancellato all’ultimo momento. Lo scorso 11 dicembre però Ryan a sorpresa ha messo a disposizione sulle principali piattaforme Wednesdays, un nuovo album che doveva essere il secondo dei tre programmati due anni fa (con dentro un paio di brani in origine su Big Colors), una mossa che avrà un seguito il prossimo 19 marzo quando uscirà la versione “fisica”.

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Ebbene, mettendo da parte per un attimo le considerazioni sul personaggio Ryan Adams, la sua controparte artistica in Wednesdays ha davvero dato il meglio, consegnandoci un disco di cantautorato coi fiocchi che lo pone senza molti dubbi come il suo lavoro migliore da Ashes & Fire ad oggi. Prodotto da Ryan insieme a Don Was (che suona anche il basso) e Beatriz Artola, Wednesdays è un disco di ballate intime, profonde e meditate, in cui non troverete il lato rock di Adams ma bensì quello più intenso e melodico, ed una serie di canzoni di limpida bellezza che forse hanno come unica controindicazione il fatto di non essere consigliabili a chi soffre di depressione. Gli strumenti sono quasi tutti nelle mani del nostro con poche ma importanti eccezioni: infatti, oltre al già citato Was, troviamo Benmont Tench al piano (e si sente), Jason Isbell alla chitarra ed Emmylou Harris alle armonie vocali in un paio di brani. La prima volta che ho ascoltato l’iniziale I’m Sorry And I Love You ho pensato di avere scaricato per sbaglio un inedito di Neil Young, dal momento che sia il timbro di voce che lo stile ricordano nettamente le ballate pianistiche del grande canadese (ed anche qualcosa di John Lennon): bella canzone, classica nel suono e con una leggera spolverata d’archi (o forse è un synth, usato però nel modo corretto) https://www.youtube.com/watch?v=vTwRrP9Ovq4 . Who Is Going To Love Me Now, If Not You è un piccolo bozzetto per voce e chitarra, un brano intimista ed interiore con una slide in lontananza che si fa sentire ogni tanto, ed anche When You Cross Over prosegue con lo stesso mood introverso ed il medesimo impianto sonoro scarno, con l’aggiunta del pianoforte, della seconda voce di Emmylou e, circa a metà, della sezione ritmica che contribuisce ad aumentare il pathos https://www.youtube.com/watch?v=NjcnSTn6zqA .

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Walk In The Dark è ancora un lento molto intenso, a confermare che siamo di fronte ad un lavoro serio e profondo e non alla fanfaronata di un artista che molto spesso si è fatto prendere la mano https://www.youtube.com/watch?v=pmC3Fo02fM0 ; Poison & Pain è pura folk music, una slow song suonata in punta di dita (e qui mi viene in mente Paul Simon, quello classico di Hearts And Bones), così come la title track che ha uno sviluppo molto simile https://www.youtube.com/watch?v=COYioAybALw . Birmingham è splendida: intanto è full band dall’inizio (c’è anche l’organo), ed è servita da una melodia straordinaria e da un suono che più classico non si può, un brano che ci fa ritrovare il Ryan Adams dal pedigree immacolato di inizio carriera https://www.youtube.com/watch?v=3RPZs25D3Gk . Con So, Anyways tornano le atmosfere intime e rarefatte, e spunta anche un’armonica ad impreziosire un pezzo dal motivo delizioso, Mamma, sempre acustica, è un po’ meno immediata ma è eseguita in maniera toccante, mentre Lost In Time è di nuovo un folk tune cristallino, nobilitato da una steel che fende l’aria qua e là. Chiude l’album la bellissima Dreaming You Backwards, voce, piano, batteria e feeling in dosi massicce (ed uno dei pochi interventi di chitarra elettrica), che la pongono tra le più riuscite del lavoro https://www.youtube.com/watch?v=hcoRDsy77-M .

In definitiva, se Ryan Adams come personaggio mi stava sulle balle anche prima delle accuse di molestie, devo ammettere che il musicista che è in lui ha dimostrato con questo Wednesdays di essere ancora a pieno titolo tra noi.

Marco Verdi

A Parte Il Costo Alto E Le Molte Ripetizioni, Due Cofanetti Eccellenti. Cat Stevens – Mona Bone Jakon/Tea For The Tillerman Super Deluxe Editions

cat stevens mona bone jakon box

Cat Stevens – Mona Bone Jakon – Island/Universal Deluxe 2CD – Super Deluxe 4CD/BluRay/LP/12” EP Box Set

Cat Stevens – Tea For The Tillerman – Island/Universal Deluxe 2CD – Super Deluxe 5CD/BluRay/LP/12” EP Box Set

Durante l’appena concluso 2020 ci siamo occupati spesso di Yusuf, cantautore inglese che tutto il mondo conosce come Cat Stevens: in agosto ho recensito il box dedicato a Back To Earth, suo ultimo album del 1978 prima di dedicarsi anima e corpo alla religione islamica https://discoclub.myblog.it/2020/08/08/e-finalmente-uscito-il-cofanetto-piu-rimandato-della-storia-cat-stevens-back-to-earth-super-deluxe-edition/ , poi a settembre Bruno ha parlato di Tea For The Tillerman 2, versione reincisa ex novo del suo capolavoro del 1970 https://discoclub.myblog.it/2020/10/19/anche-questo-disco-compie-50-anni-facciamolo-di-nuovo-cat-stevensyusuf-tea-for-the-tillerman2/ , aggiungendo poi una esauriente retrospettiva sull’artista in due puntate https://discoclub.myblog.it/2020/10/26/da-cat-stevens-a-yusuf-e-ritorno-parte-i/ . Evidentemente però Cat/Yusuf ha deciso di battere ogni record di pubblicazioni in un anno, in quanto ha appena immesso sul mercato due monumentali (e parecchio costosi, circa 140/150 euro l’uno) cofanetti che celebrano i cinquanta anni dei suoi due album usciti nel 1970, Mona Bone Jakon e appunto Tea For The Tillerman, con la stessa veste del box di Back To Earth (lasciando quindi presumere che l’operazione continuerà nei prossimi anni con il resto della sua discografia “classica”, saltando quindi i primi due album usciti per la Deram)  https://www.youtube.com/watch?v=TaYrqG0tpPM&feature=emb_logo.

cat stevens mona bone jakon 2 cd

Detto che entrambi i cofanetti sono davvero eleganti e contengono uno splendido libro pieno di foto inedite e con molto materiale da leggere, mi soffermerò soltanto sui contenuti inediti dal momento che i due album originali sono stati già esaminati con dovizia di particolari da Bruno pochi mesi fa. Una cosa devo però dirla, e cioè che purtroppo tutti e due i box sono pieni di ripetizioni che servono solo a far lievitare il prezzo: nell’ordine abbiamo i primi due CD di ciascun cofanetto con il disco originale una volta rimasterizzato e l’altra remixato per l’occasione (con una fedeltà sonora devo dire spettacolare), poi lo stesso album è presente anche in vinile (nella versione remix) e nella parte audio del Blu-Ray in diverse configurazioni sonore, mentre le canzoni contenute nei due EP da dodici pollici sono presenti anche nella parte live dei CD. In più, il box di Tea For The Tillerman ha un CD in più che però non è altro che la nuova versione uscita a settembre, che tutti i fan del “Gatto” avevano già comprato ed ora è quindi praticamente inutile. Ma veniamo ai contenuti.

Cat Stevens Wearing Leather Jacket (Photo by © Shepard Sherbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)

Cat Stevens Wearing Leather Jacket (Photo by © Shepard Sherbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)

Il terzo CD del box di Mona Bone Jakon presenta nove demo acustici (e inediti), canzoni già molto belle in questa veste anche perché non è che le versioni finali fossero così tanto strumentate, con una menzione particolare per Maybe You’re Right, I Think I See The Light, Trouble e Katmandu https://www.youtube.com/watch?v=-QGaMRxwP3E . C’è anche un inedito assoluto: I Want Some Sun, una folk song allegra e solare che forse non è tra le canzoni migliore mai scritte dal nostro ma ci regala ottimi intrecci chitarristici tra Cat e Alun Davies ed un tamburello a scandire il ritmo, al punto che non sembra neanche un demo https://www.youtube.com/watch?v=MsaU6qBzZXQ . Il quarto CD presenta una selezione di brani dal vivo dell’epoca, anche qui inediti, alcuni con Stevens da solo con Davies ed altri con la band alle spalle. Ci sono pezzi presi da trasmissioni televisive come BBC Live In Concert https://www.youtube.com/watch?v=-oDCddzjju0 , Beat Club in Germania https://www.youtube.com/watch?v=upDra9zWqgg  e Pop Deux in Francia, e veri e propri concerti come i sei brani suonati al Plumpton Jazz & Blues Festival (che si ripetono nell’EP in vinile), che purtroppo sono l’unico caso dei due box di registrazione tipo bootleg, e pure di bassa qualità, al punto che mi chiedo se non ci fosse un altro show inciso meglio https://www.youtube.com/watch?v=sNn2q_E54GU .

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I brani sono tutti abbastanza simili all’arrangiamento originale ma sempre piacevoli, e non mancano diverse ripetizioni: abbiamo infatti ben quattro Lady D’Arbanville, tre Maybe You’re Right, due Katmandu e così via. Infine troviamo anche due pezzi in anteprima da Tea For The Tillerman (i futuri classici Where Do The Children Play e Father And Son) ed anche Changes IV da Teaser And The Firecat, anche se tutte e tre purtroppo provengono dal concerto di Plumpton.

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Passiamo al cofanetto di Tea For The Tillerman (a proposito, ascoltando uno in fila all’altro la versione originale del 1970 e quella rifatta del 2020 si notano ancora di più le differenze qualitative a favore della prima), che ha nel CD dedicato ai demo e takes alternate molte più canzoni rispetto a quello di Mona Bone Jakon, anche se gli inediti sono solo quattro: i demo di Don’t Be Shy e If You Want To Sing Out, Sing Out https://www.youtube.com/watch?v=43926A8jOM8 , due belle canzoni finite all’epoca nella colonna sonora del film Harold & Maude (e presenti anche nelle versioni originali) e soprattutto due brani mai sentiti prima, l’ottima ed orecchiabile folk song Can This Be Love?, eseguita con forza e pathos, e It’s So Good che invece è piuttosto nella media. Completano il tutto alcuni brani già apparsi nell’edizione doppia dell’album uscita nel 2008 e nello splendido box del 2001 dedicato alla carriera di Cat https://www.youtube.com/watch?v=WdF-Z9aRJHI : i demo di Wild World e Miles From Nowhere, pezzi rimasti fuori dall’album originale come The Joke, I’ve Got A Thing About Seeing My Grandson Grow Old e Love Lives In The Sky (che rispunterà nel 1975 con il titolo di Land O’ Freelove And Goodbye, forse l’unica bella canzone dell’album Numbers), la take alternata di But I Might Die Tonight usata nel film Deep End ed il grazioso duetto con Elton John in Honey Man https://www.youtube.com/watch?v=OgrNdWHC6xE .

Cat stevens Concert71b

Il quinto CD contiene una lunga serie di brani dal vivo registrati tra il 1970 e 1971, e rispetto al box precedente questi provengono solo dal disco che viene celebrato (l’annuncio ufficiale del cofanetto riportava in scaletta anche Changes IV, Moonshadow e Peace Train, ma in realtà non ci sono): sono presenti quindi tutte le canzoni di Tea For The Tillerman con l’eccezione di But I Might Die Tonight e, purtroppo, Sad Lisa (che è una delle mie preferite in assoluto del Gatto), mentre di Wild World ne compaiono ben cinque versioni. Tutti i brani sono inediti tranne due dei sette registrati al Troubadour di Los Angeles https://www.youtube.com/watch?v=C4tW42ZylO4  (che compaiono anche nell’EP a 12 pollici) che aprono il CD https://www.youtube.com/watch?v=Eo5xguHjo4M ; si prosegue poi con sei pezzi i KCET Studios sempre a L.A https://www.youtube.com/watch?v=Iz_x9WrSdOM ., tre alla BBC https://www.youtube.com/watch?v=xBjlKMGdjjA , due al Beat Club tedesco https://www.youtube.com/watch?v=8KZF9Yeu9GU , uno in Francia ed una fluida ed applauditissima Father And Son al Fillmore East https://www.youtube.com/watch?v=csiP8e-bc58 .

cat stevens tea for the tillerman 2 cd

Sono già in fremente attesa per il box dedicato a Teaser And The Firecat (album che forse preferisco leggermente anche a Tea For The Tillerman), che presumibilmente uscirà nel 2021, ma sono proprio curioso di sapere cosa si inventerà Cat Stevens nei prossimi anni per rendere interessanti dischi come Numbers o Izitso. Quindi, concludendo, lasciamo a Cat Stevens la paternità nel 2020 dell’Year Of The Cat, anche perché nel 2021 il vero detentore del titolo, Al Stewart, pubblicherà l’album omonimo sotto forma di cofanetto, per l’uscita nel 45° Anniversario del disco.

Marco Verdi