Un’Edizione Deluxe Che Non Poteva Mancare! Hootie & The Blowfish – Cracked Rear View 25th Anniversary

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Hootie & The Blowfish – Cracked Rear View 25th Anniversary – Rhino/Warner 2CD – 3CD/DVD Box Set

Mi sembrava strano che Cracked Rear View, album di debutto del quartetto della Carolina del Sud Hootie & The Blowish (uscito nel 1994), non avesse ancora beneficiato di una edizione commemorativa. Stiamo infatti parlando del nono album di tutti i tempi per copie vendute, con la cifra esorbitante di 21 milioni di unità (copie fisiche, niente download all’epoca), un numero impressionante e da un certo punto di vista perfino incomprensibile anche dopo 25 anni. Intendiamoci, Cracked Rear View (titolo preso dal testo della canzone Learinng How To Love You di John Hiatt) è un ottimo disco di puro rock americano classico, basato sul suono delle chitarre e su una serie di canzoni piacevoli e dirette con elementi roots, ma non lo giudicherei certo uno dei capolavori degli anni novanta, né uno dei dischi da portarsi sulla proverbiale isola deserta. Gli Hooties erano semplicemente il gruppo giusto al posto giusto nel momento giusto: dopo una lunga gavetta che li aveva portati a pubblicare due cassette autogestite ed un EP (Kootchypop), i nostri furono notati da un talent scout della Atlantic che li fece firmare per la storica etichetta, vedendo in loro un gruppo dall’immagine fresca e rassicurante e con un suono diretto e figlio di band come i R.E.M., in decisa contrapposizione con il movimento grunge all’epoca imperante.

Il resto è storia: un bel disco dal suono rock e radiofonico allo stesso tempo, apparizioni mirate in TV ed un tour di successo, insieme ad una campagna di marketing ben fatta, hanno fatto diventare in poco tempo i quattro ragazzi delle superstar, anche se in seguito non sarebbero più riusciti a ripetere l’exploit. Oggi la Rhino ristampa Cracked Rear View in due edizioni, una doppia con un secondo CD di inediti e rarità, ed un bel box set (dalla confezione simile ad un digipak per DVD) con in aggiunta un terzo dischetto audio contenente un concerto inedito del 1995 ed un DVD con l’album originale in due diverse configurazioni sonore, cinque inediti del secondo CD ed altrettanti videoclip. Gli Hootie erano (o dovrei dire sono, dato che si sono riformati proprio quest’anno per un tour americano e, pare, un nuovo album da pubblicare in autunno) un quartetto classico, due chitarre e sezione ritmica, formato da Darius Rucker (voce solista e chitarra acustica), Marc Bryan (chitarra solista), Dean Felber (basso) e Jim Sonefeld (batteria), che in questo album di debutto vengono supportati da John Nau, organo e pianoforte, e Lili Haydn, violino in un paio di pezzi: il tutto sotto la produzione molto “rock” da parte di Don Gehman, famoso per aver dato un suono a John Mellencamp ma anche alla consolle in Lifes Rich Pageant dei R.E.M.

Il primo CD presenta quindi il disco originale rimasterizzato, che si apre in maniera scintillante con la splendida Hannah Jane, una rock song chitarristica diretta e dotata di un motivo irresistibile: si sente la mano di Gehman, l’approccio è rock, il suono potente e fluido e la bella voce di Rucker è messa in primo piano. Hold My Hand è il pezzo più noto dell’album, il singolo spacca classifiche, una rock ballad dal sound vigoroso e pieno, con una melodia corale decisamente bella e figlia dei R.E.M., con in più la ciliegina della presenza di David Crosby ai cori. Let Her Cry è uno slow chitarristico dalle sonorità ruspanti ed un motivo di grande impatto, Only Wanna Be With You è un folk-rock elettrificato vibrante e con un altro refrain di quelli che restano appiccicati in testa, mentre Running From An Angel è un pop-rock sempre con le chitarre in evidenza ed il violino che dona un tocco roots. I’m Goin’ Home è una ballata distesa e discorsiva, ancora contraddistinta da un bel ritornello e con il solito suono potente, Drowning ha un intro degno addirittura di una southern band, Time è un lucido brano di chiara influenza “remmiana” ma con una sua personalità, Look Away è meno appariscente ma dal refrain comunque degno di nota. Finale con  la rilassata Not Even The Trees (ma il suono è sempre rock), la toccante ballata pianistica Goodbye e, come ghost track, una breve versione a cappella del traditional Motherless Child.

Il secondo dischetto, 20 canzoni, parte con l’outtake inedita All That I Believe, un pop-rock gagliardo ed orecchiabile che non solo non si spiega come mai sia stato lasciato fuori dall’album, ma secondo me poteva ben figurare anche come singolo. Poi abbiamo quattro rari lati B, un brano originale (Where Were You) e tre cover (le saltellanti I Go Blind della band canadese 54-40 e Almost Home dei Reivers – molto bella questa – ed una splendida rilettura di Fine Line di Radney Foster, puro rockin’ country), oltre ad una versione decisamente “rootsy” di Hey Hey What Can I Do dei Led Zeppelin, tratta da un raro tributo del 1995 al gruppo inglese. Si prosegue con i cinque pezzi dell’EP del 1993 Kootchypop, con versioni già belle di Hold My Hand e Only Wanna Be With You (i nostri erano già pronti per il grande salto) e tre canzoni non riprese su Cracked Rear View, ma che avrebbero fatto la loro figura (The Old Man And Me, che verrà poi ripresa sul loro secondo lavoro Faiweather Johnson, If You’re Going My Way e Sorry’s Not Enough): il suono era già tosto ed elettrico al punto giusto. Ecco poi le quattro rarissime canzoni della cassetta Time del 1991 (quattro pezzi che poi finiranno in altra veste nel debut album, tra cui Let Her Cry che era già bellissima) e cinque da quella del 1990 intitolata semplicemente Hootie & The Blowfish, le note Look Away e Hold My Hand e le inedite I Don’t Understand, Little Girl e Let My People Go: il suono è meno esplosivo ma la capacità dei nostri nel songwriting c’era già.

E poi c’è il terzo CD, altri 20 pezzi (17 dei quali inediti e gli altri tre finiti su vari singoli, e comunque rari) registrati a Pittsburgh, Pennsylvania, il 3 Febbraio del 1995. Sono presenti tutte e undici le canzoni di Cracked Rear View (ed anche la traccia nascosta Motherless Child), tutte in versioni più essenziali e dirette di quelle in studio in quanto sul palco non ci sono sessionmen e quindi mancano strumenti presenti sul disco come organo, piano, violino, ecc. Ci sono anche i tre inediti di Kootchypop e pure due dei lati B presenti sul secondo dischetto (I Go Blind e Fine Line); completano il quadro altre tre cover: una solida Use Me  di Bill Withers, una irresistibile The Ballad Of John And Yoko (The Beatles, of course) ed una deliziosa, ma breve, versione del classico di Stephen Stills Love The One You’re With, che chiude il concerto. Rucker e compagni non riusciranno più a ripetere in seguito l’exploit di questo esordio (anche se il già citato Fairweather Johnson venderà la comunque rispettabile cifra di tre milioni di copie), ma direi che si possono accontentare in ogni caso di avere consegnato con Cracked Rear View il loro nome alla storia della nostra musica.

Marco Verdi

Prosegue La Serie Di Ristampe…Proiettata Molto Nel Futuro! Grateful Dead – Aoxomoxoa 50th Anniversary

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Grateful Dead – Aoxomoxoa 50th Anniversary – Rhino/Warner Deluxe 2CD

Terzo episodio delle riedizioni per i cinquantennali degli album sia in studio che dal vivo dei Grateful Dead, un’iniziativa che come ho già avuto modo di dire ha ottenuto parecchie critiche, dato che quando sarà il turno dell’ultimo album pubblicato dalla storica band californiana durante il periodo di attività, il live Without A Net, sarà il 2040 e molti fans della prima ora (ed anche della seconda) non saranno più tra noi, per non parlare della possibile sparizione del CD come supporto prima di quella data. Ma per ora direi di non pensare al futuro, e quindi eccomi ad occuparmi dell’edizione deluxe del terzo album del Morto Riconoscente, che risponde al misterioso titolo palindromo di Aoxomoxoa (titolo mai spiegato, tra l’altro), disco che tra l’altro presenta quella che è la più bella copertina in assoluto dei nostri, ed una delle massime espressioni grafiche del grande Rick Griffin. Aoxomoxoa è un lavoro che ha sempre diviso la critica e i fans: chi lo considera il capolavoro del gruppo per quanto riguarda il periodo psichedelico, chi invece lo vede come un album di transizione. A mio parere hanno un po’ di ragione entrambe le fazioni, dato che da una parte c’è ancora molta psichedelia nelle canzoni contenute nel disco, che è quindi il naturale seguito di Anthem Of The Sun, ma in alcuni brani si cominciano ad intravedere i germogli del suono roots che poi si paleserà nei due lavori seguenti, Workingman’s Dead e American Beauty.

In Aoxomoxoa i Dead sono in sette, con la seconda ed ultima apparizione di Tom Constanten all’interno del gruppo, e c’è anche la partecipazione come ospiti di John Dawson e David Nelson, che un paio di anni dopo formeranno i New Riders Of The Purple Sage proprio con Jerry Garcia. Questo doppio CD presenta nel primo dischetto l’album originale in due missaggi diversi (quello originale del 1969 ed il remix del 1971, con i brani leggermente più corti), mentre come da consuetudine in queste ristampe il secondo supporto contiene una performance inedita dal vivo. Aoxomoxoa (che è anche l’unico episodio della discografia dei Dead con tutti i brani a firma Garcia-Hunter, con l’aggiunta di Phil Lesh in St. Stephen) contiene due classici assoluti del gruppo come appunto St. Stephen, che diventerà uno dei brani più apprezzati dal vivo con versioni anche chilometriche (mentre qui è più sintetica, quattro minuti e mezzo più rock e meno psichedelici) e la vibrante China Cat Sunflower, spesso usata come apertura dei concerti (video delizioso che vedete sopra). Altri pezzi conosciuti e proposti più volte on stage sono l’elettroacustica e diretta Dupree’s Diamond Blues, a metà tra rock e musica old-time, Doin’ That Rag, vivace rock song elettrica con gran lavoro di organo da parte di Ron “Pigpen” McKernan, ed il puro psychedelic pop di Mountains On The Moon. Meno noti sono la breve Rosemary, un pezzo acustico cantato con una strana voce filtrata e la lunga ed allucinata What’s Become Of The Baby, otto minuti di delirio psichedelico per voce ed effetti sonori di difficile digestione.

Finale con la countreggiante Cosmic Charile con Garcia alla steel, brano che in un certo senso anticiperà le atmosfere di Workingman’s Dead. Il secondo CD presenta nove brani selezionati da due serate del Gennaio 1969 all’Avalon Ballroom di San Francisco, due concerti ancora molto acidi e psichedelici: Aoxomoxoa è rappresentato da due ottime rese di Dupree’s Diamond Blues e Doin’ That Rag, abbastanza simili alle versioni di studio anche come durata (rispettivamente poco meno di cinque e sei minuti). Anthem Of The Sun è presente per tre quinti: una liquidissima New Potato Caboose di 14 minuti con Jerry subito in tiro (e cantata purtroppo da Lesh che è tutto tranne che un cantante), una potente Alligator di nove minuti, con annesso assolo della doppia batteria ed un grande Garcia, brano che si fonde con la spedita e tonica Caution (Do Not Stop On Tracks). Il finale è notevole (a parte la consueta traccia Feedback che come al solito “skippo” col telecomando): dopo il breve siparietto a cappella di And We Bid You Goonight troviamo una delle ultime versioni di Clementine, che dopo il 1969 non verrà mai più suonata, ed una favolosa versione di Death Don’t Have No Mercy (Rev. Gary Davis), dieci minuti di puro “acid blues” con Pigpen e Garcia protagonisti indiscussi.

A Novembre toccherà ai 50 anni di Live/Dead, uno dei dischi dal vivo più importanti di tutti i tempi: visto anche il periodo pre-natalizio non mi dispiacerebbe un bel cofanetto.

Marco Verdi

Ecco Il Disco Dal Vivo Che Aspettavamo Da 46 Anni! Neil Young & Stray Gators – Tuscaloosa

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Neil Young & Stray Gators – Tuscaloosa – Reprise/Warner CD

Mentre scrivo queste righe mancano pochissimi giorni all’inizio dell’estate, e come volevasi dimostrare anche questa volta il secondo volume degli archivi di Neil Young non si è visto (se vi ricordate, lo scorso anno il musicista canadese aveva ipotizzato una pubblicazione primaverile). In compenso però il “Bisonte” non manca mai di far filtrare comunque qualcosa dalla sterminata quantità di registrazioni inedite del suo passato: questa volta è il turno di Tuscaloosa, un CD dal vivo che documenta parte di un concerto di Neil con gli Stray Gators durante la tournée di Harvest, inciso nel 1973 al Memorial Auditorium della località del titolo, in Alabama. A quell’epoca la popolarità di Young era ai massimi livelli, in quanto Harvest, uscito nel 1972, era fino a quel momento il suo album più famoso e più venduto in assoluto (e lo è ancora oggi), e quindi c’era parecchia trepidazione alla notizia che l’anno seguente l’ex Buffalo Springfield avrebbe pubblicato il suo primo live album ufficiale tratto dal tour promozionale seguente.

In quegli anni purtroppo non era ancora nota una delle caratteristiche principali del nostro, cioè la sua tendenza a non dare (quasi) mai al pubblico quello che vuole, e così il disco che era uscito, Time Fades Away, non era risultato per nulla rappresentativo del rassicurante suono country-rock di Harvest: non solo non conteneva nessun pezzo da quel disco, ma neppure da quelli precedenti. Infatti Time Fades Away era composto esclusivamente da brani inediti (cosa inaudita per l’epoca), ed in più caratterizzati da un suono duro e spigoloso, per nulla adatto ai passaggi radiofonici: nessuno allora sapeva che quell’album sarebbe stato il primo tassello della cosiddetta “trilogia del dolore”, un anno prima di On The Beach e due prima di Tonight’s The Night (Neil forse si pentì di quella mossa, ed in un certo senso la rinnegò dato che Time Fades Away vedrà solo nel 2017 la sua prima edizione in CD). Ora, dopo 46 anni, Neil rimette le cose a posto con Tuscaloosa, un live album strepitoso con un Bisonte in forma smagliante, che esegue alla perfezione una scaletta stavolta perfettamente equilibrata tra brani oscuri e pezzi famosi, ma con una performance rilassata e ricca di feeling, e non nervosa e scorbutica come nel disco del 1973.

Ad accompagnarlo sono i già citati Stray Gators, un gruppo formidabile che non ha il suono roboante dei Crazy Horse ma una maggiore duttilità e disponibilità ad adattare lo stile anche a brani più roots: Ben Keith alla steel guitar, Jack Nitzsche al piano e la sezione ritmica formata da Tim Drummond al basso e Kenny Buttrey alla batteria. Undici canzoni per 52 minuti di musica (avrei anche accettato qualcosa in più, non mi offendevo di certo), con tutti i dischi pubblicati fino ad allora da Neil gratificati da almeno una canzone, con l’eccezione di Everybody Knows This Is Nowhere. La serata si apre con un brano tratto dal primo album di Young, una versione intima e molto intensa di Here We Are In The Years, eseguita da Neil in perfetta solitudine con la chitarra acustica; After The Gold Rush è rappresentata proprio dalla title track, suonata come al solito al pianoforte: rilettura strepitosa, tra le più belle mai sentite, resa ancora più toccante dalla voce fragile del nostro che pare sul punto di spezzarsi in un paio di passaggi. Ecco salire sul palco gli Stray Gators, ed ovviamente viene dato grande spazio a Harvest (a differenza di quanto accadde su Time Fades Away), a partire da una vibrante Out On The Weekend, praticamente perfetta e forse ancora più convinta che in studio, per proseguire con due splendide versioni della title track e del super classico Heart Of Gold (e la reazione del pubblico fa venire giù il teatro).

E poi una Old Man da brividi lungo la schiena (con Keith grande protagonista alla steel) e, nel finale, una grandissima Alabama (non poteva mancare vista la location), tra le ballate rock più belle del songbook del canadese, interpretazione lirica e piena di pathos. Infine abbiamo quattro brani all’epoca inediti, due che finiranno su Time Fades Away (la frenetica ed elettrica title track, eseguita con grinta ed un approccio quasi dylaniano e di gran lunga migliore di quella uscita nel 1973, e la conclusiva Don’t Be Denied, cadenzata e chitarristica ma anche fluida e rilassata, ed anche inspiegabilmente sfumata nel finale) e due che andranno addirittura su Tonight’s The Night due anni dopo, cioè il sanguigno country-rock Lookout Joe (che in realtà anche in origine era una outtake di Harvest, e quindi con gli Stray Gators al posto dei Crazy Horse) ed una roboante New Mama, rock song elettrica e spigolosa ma coinvolgente. Tuscaloosa è uno dei migliori live album di Neil Young, tra archivi ed uscite “normali”: peccato solo che non sia doppio.

Marco Verdi

Un Buon Produttore, Una Buona Band, Forse Non Tutto E’ Perfetto, Ma Molto Meglio Di Quanto Mi Aspettassi. Santana – Africa Speaks

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Santana – Africa Speaks – Concord/Universal

Dopo l’ottima parentesi della reunion della Santana Band, che registrò i primi tre epocali album tra il 1969 e il 1971 https://discoclub.myblog.it/2016/04/10/supplemento-della-domenica-anticipazione-unoperazione-marketing-anche-finalmente-gran-bel-disco-santana-santana-iv/ , il nostro amico Carlos torna alla carica con un nuovo album Africa Speaks, che vuole appunto esplorare i suoni e i ritmi del continente africano, miscelandoli con il classico latin rock del musicista messicano (anche se ormai californiano da decenni), a cui si aggiunge il solito pizzico abbondante di jazz e molti altri elementi buttati nel calderone. Prima di proseguire specifico subito onestamente che abitualmente non sono un particolare amante di questo tipo di sonorità (non quelle di Santana, ma la musica afro in generale) però credo di essere in grado di fornire un resoconto obiettivo dei contenuti di questo disco. Intanto alcuni fatti salienti: per produrre l’album è stato chiamato Rick Rubin, che neppure lui in precedenza aveva mai affrontato questo tipo di musica, ma non si è tirato indietro, aderendo anche alla richiesta specifica di Carlos di avere nel disco due vocalist femminili diciamo particolari.

La prima e più importante, perché a cantare nella quasi totalità delle canzoni è (Concha) Buika, cantante spagnola (di origini equatoguineane) candidata un paio di volte ai Grammy nella categoria Latina, e con una lunga carriera alle spalle, e l’altra Laura Mvula, ottima cantante inglese, le cui origini risalgono però anche per lei alle isole del Centro America. Rubin le ha contattate, hanno risposto positivamente entrambe e sono state imbarcate nel progetto, durante il quale, secondo le parole di Santana, in un periodo di dieci giorni negli Shangri La Studios di Malibu di proprietà di Rubin, sono state registrate 49 canzoni. 11 delle quali sono state utilizzate per l’album. Santana presenta Buika come un incrocio tra Nina Simone, Etta James, Tina Turner e Aretha: ora non voglio dire che il buon Carlos si sia bevuto il melone, ma mi sembra un tantino esagerato, anche se è legittimo che lo dica, probabilmente sbaglio io. Comunque nel disco suonano, tra gli altri, nei ruoli principali, anche la moglie Cindy Blackman alla batteria, l’ottimo bassista Benny Rietveld, l’organista e pianista David K. Mathews, nel ruolo che fu di Gregg Rolie, e il percussionista Karl Perazzo, quindi musicalmente ci siamo, il suono spesso è bello tosto e vibrante, sulle parti vocali di Buika, che ha scritto anche i testi dell’album su richiesta di Carlos, ho delle riserve (ovviamente personali), ma per dare subito un giudizio generale sul disco, direi che nell’insieme “l’esperimento” mi sembra più che riuscito, meno “pasticciato” che nelle recente produzioni, Santana IV escluso.

Poi vediamo i contenuti più nello specifico: l’iniziale Africa Speaks si apre su un florilegio di percussioni, una breve introduzione parlata di Santana, che inizia a lavorare subito con la sua chitarra, mentre la voce “declamatoria” e carica di Buika fa una breve apparizione insieme agli altri vocalist dell’album, ma è la solista la principale protagonista, nella improvvisazione che ci permette di gustare la chitarra feroce e scintillante, punteggiata dagli interventi vocali e dal lavoro del piano di Mathews, una buona partenza. Batonga, fin dal titolo, ricorda le incursioni latine del gruppo, una delle classiche jam veloci e brillanti tipicamente alla Santana, dove l’asse si sposta sulla musica africana, anche se è cantata tra spagnolo e inglese, ma l’interplay tra la chitarra con wah-wah, l’organo e il basso rotondo di Rietveld è eccellente; Oye Este Mi Canto, ancora fondata su un dancing bass molto funky, prevede un corposo cantato di Buika, sostenuta dagli altri vocalist della band, poi il buon Carletto parte al solito per la tangente con un’altra scarica chitarristica ad alto potenziale, che diventa raffinata, sinuosa e sognante nel finale. Yo Me Lo Merezco vira verso timbriche decisamente più rock, un pezzo solido e tirato, con un bel riff, un ottimo cantato di Buika (ebbene sì), per un crescendo che ci porta a circa tre minuti di formidabile tour de force della solista in modalità wah-wah, chitarra poi protagonista assoluta anche nella lunghissima Blues Skies, un pezzo jazz-rock, dove nella prima parte si apprezzano anche le raffinate evoluzioni vocali della brava Laura Mvula, ma soprattutto le volute di chitarra e tastiere in un brano veramente eccellente nella sua mistica complessità.

Si torna al funky per la ritmatissima Paraisos Quemados, con Santana e Rietveld a scambiarsi riff goduriosi che non avrebbero sfigurato su Caravanserai, anche se il cantato mi sembra sempre un  tantino troppo “drammatico”, notevole anche Breaking Down The Door, un pezzo dove appaiono anche la fisarmonica, i fiati e le tastiere di Salvador Santana, altro esempio del classico tex-mex-latin-rock del passato, con la chitarra di Carlos in grande spolvero. Altre fucilate wah-wah nel groove battente della mossa  ed accattivante Los Invisbles, un clima più danzereccio nella leggera e piacevole Luna Hechicera, con le percussioni in grande evidenza a contenere la solista esuberante, scansioni ritmiche poi ribadite anche nella nuovamente latineggiante Bembele, ma hey stiamo parlando dei Santana. Con un ritorno alle solite contaminazioni con il rock nella conclusiva vibrante Candombe Cumbele dove Carlos conferma il suo piacere di suonare la chitarra con libidine e ferocia, anche a quasi 72 anni, come è da sempre la sua caratteristica principale, Cindy Blackman e soci percuotono i loro tamburi in approvazione. Alla fine, dopo un ascolto attento e ponderato, devo dire meglio di quanto mi aspettassi, un album “importante”, forse è anche per l’effetto Rubin che pesca il meglio senza farsi troppo notare.

Bruno Conti

Un Sensazionale Cofanetto Per Uno Dei Tour Più Famosi (e Belli) Di Sempre. Bob Dylan – Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings

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Bob Dylan – Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings – Columbia/Sony 14CD Box Set

In questi giorni, per l’esattezza dal 12 Giugno in poi (e solo l’11 in poche sale cinematografiche mondiali, in Italia la città scelta è Bologna) uscirà sulla piattaforma Netflix l’attesissimo documentario curato da Martin Scorsese Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story, che come suggerisce il titolo narra le vicende del famoso tour del 1975 di Bob Dylan con la Rolling Thunder Revue, con immagini di repertorio, sia inedite che riprese dal noto film Renaldo And Clara, diverse performances dal vivo e le testimonianze odierne dei protagonisti di allora, Dylan incluso (spero in una prossima pubblicazione su DVD e BluRay, dato che non ho intenzione di abbonarmi a Netflix solo per vedere un singolo evento). La storia della RTR è abbastanza nota: nel 1975 Dylan era a livelli di popolarità simili a quelli del biennio 1965-66, dopo la trionfale tournée dell’anno prima con The Band, lo splendido album Blood on The Tracks e la pubblicazione del doppio LP The Basement Tapes. Bob non aveva dato seguito a Blood On The Tracks con un tour, ma verso fine anno gli venne appunto l’idea della Rolling Thunder Revue, che si rivelò essere un magnifico carrozzone di musicisti di varia estrazione che girò l’America esibendosi sia in arene già usate per concerti rock che in posti meno canonici, a volte perfino senza alcun battage pubblicitario.

bob dylan rolling thunder revue box

Una sorta di “anti-tour” quindi, ma che vide il nostro autore di alcune tra le migliori performance della sua carriera, coadiuvato da una super band che vedeva al suo interno chitarristi come T-Bone Burnett, Mick Ronson e Steven Soles, il polistrumentista David Mansfield, la bravissima violinista Scarlet Rivera (scoperta da Dylan stesso mentre suonava per strada) e la sezione ritmica di Rob Stoner al basso e Howie Wyeth alla batteria. Come ciliegina, giravano con Bob artisti del calibro di Joan Baez (che tornava quindi on stage con Dylan dopo dieci anni), Roger McGuinn, Ramblin’ Jack Elliott, Joni Mitchell, Bob Neuwirth, Allen Ginsberg e Ronee Blakley, che avevano tutti, chi più chi meno, dei momenti da solista durante gli spettacoli (Bob aveva invitato ad unirsi al tour anche Patti Smith e Bruce Springsteen, che però declinarono cordialmente in quanto avevano tutti e due una carriera in rampa di lancio).

Il tour ebbe due fasi, intramezzate dalla pubblicazione nel Gennaio del 1976 dell’album Desire (registrato con il nucleo della RTR, senza gli ospiti ma con Emmylou Harris alla seconda voce): l’autunno del 1975 e la primavera del 1976, che vedeva una versione più canonica e meno pittoresca del gruppo, e con meno super ospiti (questa seconda incarnazione è quella immortalata nel live album Hard Rain). Il tour divenne leggendario quindi per le serate del 1975, grazie anche alla forte campagna per la liberazione del pugile Rubin “Hurricane” Carter (incarcerato per triplice omicidio, ma innocente per gran parte dell’opinione pubblica), campagna della quale Dylan fu uno dei principali promotori, e non solo per il popolare singolo Hurricane. Finora questa prima parte del tour, a parte il già citato film Renaldo And Clara (comunque fallimentare) era stata documentata soltanto dal quinto episodio delle Bootleg Series dylaniane (che ora viene ristampato per la prima volta su triplo vinile), un doppio CD bellissimo che però adesso viene reso completamente inutile da questo monumentale cofanetto intitolato Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings, un’opera di immenso valore artistico che è anche in un certo senso il compendio audio del film di Scorsese.

Il box, 14 CD più un libretto di 56 pagine, non ha la pretesa di documentare l’intera tournée (com’era successo per l’altro box dylaniano “a cubo” con i concerti del 1966), ma inserisce “solo” le cinque serate migliori e meglio registrate (solo la parte di Bob, non quella in cui si esibiscono gli ospiti), ma con l’aggiunta di ben tre dischetti di prove di studio mai sentite prima neanche nei bootleg, ed un CD di rarità assortite. Il Bootleg Series del 2002 è presente nella sua interezza, e così anche le quattro canzoni del raro EP 4 Songs From Renaldo And Clara, uscito nel 1978, ma il resto è inedito, ed è di qualità manco a dirlo eccezionale. Certo, non mancano le ripetizioni (le scalette dei concerti erano piuttosto rigide), non è stata inclusa la famosa “Night Of The Hurricane” al Madison Square Garden, ma direi che non ci possiamo lamentare ed anzi dobbiamo godere di queste performances, che scivolano via talmente bene che il box si ascolta relativamente in poco tempo. Last but not least, nei dischetti delle prove sono presenti alcuni inediti dylaniani assoluti (anche se alcuni appena accennati), che non verranno mai più ripresi da Bob in seguito. Ma vediamo in dettaglio il contenuto dei 14 CD.

CD 1: S.I.R. Rehersals, New York Ottobre 1975. Registrato in mono come i CD numero 2, 3 e 14 (mentre i concerti sono in stereo) questo dischetto comprende diverse takes incomplete, tra cui una versione improvvisata del traditional Rake And Ramblin’ Boy, una rara I Want You (nel senso che non appariva nelle scalette dei concerti, ed è un peccato perché prometteva bene), una countryeggiante She Belongs To Me cantata con un’insolita voce carezzevole e l’inedita Hollywood Angel, un discreto pezzo di matrice blues. Tra i brani completi abbiamo la gioiosa Rita May, un breve accenno al gospel What Will You Do When Jesus Comes? (altro inedito dylaniano), una struggente Spanish Is The Loving Tongue (doveva proprio piacere a Bob, in quegli anni la ficcava ovunque) ed una ripresa del classico di Peter LaFarge The Ballad Of Ira HayesCD 2. Come il primo, anche questo CD si occupa delle prove ai S.I.R. Studios della Big Apple: come chicche abbiamo due strepitose She Belongs To Me e A Hard Rain’s A-Gonna Fall entrambe in versione blues, un medley fantastico tra This Wheel’s On Fire, Hurricane e All Along The Watchtower e due rarità come Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts (eseguita una sola volta durante il tour) e It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding). Ci sono altre due canzoni inedite scritte da Bob, la discreta ballata pianistica Gwenevere e la toccante Patty’s Gone To Laredo (molto bella, peccato sia poi sparita dai radar), senza dimenticare una splendida If You See Her, Say Hello in perfetto stile DesireCD 3: Seacrest Motel Rehersals, Falmouth, MA. Uno dei dischetti più belli del box, solo otto canzoni ma suonate con una professionalità tale che sembrano tratte da un concerto, con gemme come la stupenda Tears Of Rage (con Joan Baez), il traditional Easy And Slow, deliziosa e commovente, tra gli highlights assoluti del cofanetto, e la rara (in questo tour) Ballad Of A Thin Man.

CD 4-5: Worcester 19/11/75. Bellissimo concerto, che inizia con una bella versione, piena e rotonda, di When I Paint My Masterpiece, per poi proseguire con una scattante It Ain’t Me, Babe  ed una ispiratissima The Lonesome Death Of Hattie Carroll, davvero magnifica. Detto di sei lucide e vibranti proposte dall’imminente Desire (Romance In Durango, Isis, Hurricane, Oh Sister, One More Cup Of Coffee e Sara) e di un’eccellente Tangled Up In Blue con Bob da solo sul palco, troviamo anche un delizioso intermezzo elettroacustico con Dylan e la Baez che armonizzano come ai bei tempi con Blowin’ In The Wind, Mama, You Been On My Mind (in puro stile country-rock) ed il traditional Wild Mountain Thyme, e Joan che resta sul palco anche per una bella cover del classico di Merle Travis Dark As A Dungeon ed una fluida I Shall Be Released. Gran finale con Just Like A Woman, Knockin’ On Heaven’s Door (in cui Bob duetta con McGuinn) ed una rilettura quasi bluegrass dell’evergreen di Woody Guthrie This Land Is Your Land, dove anche la Baez, McGuinn, Elliott, Neuwirth e la Mitchell cantano una strofa. CD 6-7: Cambridge 20/11/75. Scaletta pressoché identica a quella dei due dischetti precedenti, con la sola eccezione di Tangled Up In Blue sostituita da una toccante Simple Twist Of Fate, cantata con passione e sentimento. Dylan è in formissima e molti brani sono anche meglio che a Worcester, come per esempio When I Paint My Masterpiece, Romance In Durango, Blowin’ In The Wind e Hurricane.

CD 8-9: Boston 21/11/75, Afternoon Show. Qualche cambiamento in scaletta, come una trascinante A Hard Rain’s A-Gonna Fall dal ritmo sostenuto ed arrangiamento rock-blues, una strepitosa Mr. Tambourine Man acustica (una delle più belle mai sentite) e, nella parte con la Baez, Blowin’ In The Wind e Wild Mountain Thyme sostituite rispettivamente da una splendida The Times They Are A-Changin’ e dalla squisita I Dreamed I Saw St. Augustine, mentre Dark As A Dungeon cede il posto ad una rilettura di Never Let Me Go di Johnny AceCD 10-11: Boston 21/11/75, Evening Show. Una delle migliori serate di tutto il tour, con il ritorno della scaletta “istituzionale”, compresa anche la vivace It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry al posto di Hard Rain. Non mancano comunque un paio di chicche, cioè un’intensa interpretazione del brano tradizionale The Water Is Wide (con Joan) ed una rara riproposizione di I Don’t Believe You (She Acts Like We Never Have Met) per voce, chitarra e armonica. CD 12-13: Montreal 04/12/75. Altro concerto strepitoso e scaletta più ricca del solito, 23 canzoni contro le consuete 19/20: abbiamo in aggiunta una fluida Tonight I’ll Be Staying Here With You ed un uno-due acustico da favola con le stupende It’s All Over Now, Baby Blue e Love Minus Zero/No Limit. In più, la migliore It Ain’t Me, Babe di tutte ed altrettante grandissime versioni di Hattie Carroll, Hard Rain, Just Like A Woman, una Sara di rara intensità ed una Blowin’ In The Wind con il ritornello cantato in francese.

CD14: Rarities. L’ultimo dischetto contiene una serie di brani suonati una sola volta durante il tour, o performances comunque particolari, ed inizia con una vera gemma, una toccante One Too Many Mornings a due voci (Bob e Joan), e con Eric Andersen alla chitarra, registrata al Gerde’s Folk City di New York, locale storico del Village in cui si esibì anche un giovane Dylan nel 1961. Si prosegue con una strana Simple Twist Of Fate per sola voce, piano ed una batteria insistita (versione bizzarra, ho sentito di meglio) e con una bella Isis che il violino della Rivera rende più simile a quella finita poi su Desire. Ed ecco un po’ di rarità assortite, una serie di canzoni che vedono Bob esibirsi in acustico e registrate amatorialmente, con una qualità da discreto bootleg anche se le performance sono comunque di grande valore artistico ed i titoli parlano da soli: With God On Our Side, It’s Alright Ma, The Ballad Of Ira Hayes, Your Cheatin’ Heart di Hank Williams (questa registrata un po’ meglio, ma sembra più un rehearsal che un brano live), The Tracks Of My Tears di Smokey Robinson ed una bella rilettura del traditional Jesse James. Chiusura con una tostissima It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry, incisa a New York durante il concerto “Night Of The Hurricane” e con Robbie Robertson alla chitarra solista. Un cofanetto imperdibile quindi, con un prezzo tutto sommato giusto per il contenuto (circa 70 Euro): alla fine dell’ascolto sarete talmente soddisfatti che 14 CD vi potranno sembrare anche pochi.

Marco Verdi

Una Dichiarazione Di Intenti Sin Dal Titolo: A “Sorpresa” Un Eccellente Disco! Peter Frampton Band – All Blues

peter frampton band all blues

Peter Frampton Band – All Blues – Universal Music Enterprises

Sono passati quasi 50 anni (anzi sono cinquanta proprio quest’anno) dall’uscita del primo album degli Humble Pie (celebrata recentemente anche su queste pagine https://discoclub.myblog.it/2019/03/25/humble-pie-la-quintessenza-del-rock-agli-inizi-e-poi-un-lungo-lento-declino-parte-i/ ), e per l’occasione Peter Frampton torna al blues, sempre condito da una forte componente rock, ma nell’occasione, visto che si tratta di un album incentrato quasi completamente su una selezione di famosi standard delle 12 battute, ancora più rigoroso, almeno nella scelta del materiale. L’album è attribuito alla Peter Frampton Band, ovvero Adam Lester (seconda chitarra/voce), Rob Arthur (tastiere/chitarra/voce) e Dan Wojciechowski (batteria), nomi direi non celeberrimi, ma…ci sono alcuni ospiti, per certi versi anche sorprendenti, come Kim Wilson, Larry Carlton, Steve Morse e Sonny Landreth, e il risultato mi sembra quello del miglior disco di Peter Frampton, da molto tempo a questa parte, magari con l’eccezione di qualche CD dal vivo celebrativo. Il nostro amico non ha più quei bei boccoli vaporosi che erano un suo tratto distintivo, ma non ha perso il tocco eccellente alla solista, tocco che ne aveva fatto uno dei chitarristi più gagliardi in ambito rock-blues, e pure con le migliori cifre di vendita, grazie all’ottimo Peter Frampton Comes Alive, multidisco di platino con oltre undici milioni di copie vendute, ma poi anche con una serie di altri buoni dischi, soprattutto negli anni ’70.

Ma bando alle nostalgie, anzi forza con la nostalgia, visto che questa volta è per una buona causa, il blues, che sembra essere uno dei generi che stranamente (e per fortuna) non passa mai di moda: I Just Want To Make Love To You era uno dei cavalli di battaglia di Muddy Waters e Etta James, ma l’hanno incisa decine di altri artisti, in ambito rock-blues per esempio i Foghat, e Frampton, nel presentare il disco, ha ricordato che la sua passione per i brani blues è stata rivitalizzata anche dal fatto di averne suonati una manciata a serata, nel recente tour insieme alla Steve Miller Band. La versione del brano appena ricordato si situa giusto al crocevia tra quella classica di Waters, grazie anche alla presenza di Kim Wilson all’armonica, e un suono più grintoso e vicino al rock, in ogni caso una versione sapida e potente, con la ritmica sul pezzo, le tastiere ben inserite, la voce di Peter che si è irrobustita con il passare degli anni e la chitarra che lavora di fino ma anche di forza su uno dei riff più celebrati del genere. She Caught The Katy è è uno standard scritto da Taj Mahal e Yank Rachell, che ricordiamo anche nella versione dei Blues Brothers, la parafrasi (mi è scappato) di Frampton, con la chitarra molto impegnata in continui soli e rilanci, mi ha ricordato, per strane associazioni di idee, un sound alla Jeff Healey, ma anche con rimandi a certo southern rock di qualità, mentre Georgia On My Mind non si può certo definire uno standard blues, o meglio uno standard lo è di certo, e giustamente non potendo misurarsi con la versione di Ray Charles, Frampton decide saggiamente di trasformarlo in una ballata strumentale suadente e struggente, con la sua chitarra che confeziona un assolo dove tecnica e feeling vanno a braccetto con gusto sopraffino, grande assolo.

Can’t Judge A Book By The Cover in origine era stata scritta da Willie Dixon per Bo Diddley, poi negli anni, dai Cactus in giù, è diventato un must anche per i rockers, il nostro amico decide quindi di unire il riff e il drive alla Diddley con un sound più muscolare e tirato, con grande lavoro di slide che ricorda un poco i suoi trascorsi negli Humble Pie; Me And My Guitar, se la memoria non mi inganna era un pezzo di Freddie King, un altro brano ricco d vigore, con la chitarra di Frampton sempre in grande spolvero, a conferma che il tocco magico non si perde con il trascorrere degli anni, ragazzi se suona. E che dire di una ricercata e soave traccia strumentale come All Blues, tutta tecnica e tocco, un duetto jazzato dove Frampton rivaleggia con Larry Carlton a chi è più raffinato nel trattare questo classico di Miles Davis, entrambi ben spalleggiati dal piano di Arthur; eccellente anche la rilettura di The Thrill Is Gone, una fantastica versione di questa meraviglia di B.B. King, rispettosa il giusto, ma con Frampton (ottimo anche a livello vocale) e Sonny Landreth a scambiarsi licks e soli di chitarra con una fluidità quasi disarmante.

E in Going Down Slow, il duetto con Steve Morse, l’atmosfera si fa più rovente, sempre senza esagerare e trasformare il tutto in caciara, le chitarre ci danno dentro alla grande, ma il suono rimane chiaramente e decisamente ancorato al miglior blues elettrico, quasi rigoroso nel suo dipanarsi, con Peter e Chuck Ainlay, che hanno prodotto il disco negli studi Phoenix di Frampton a Nashville, optando per un tipo di suono molto caldo e ben delineato. Altro omaggio a Mastro Muddy in una vibrante I’m A King Bee, la quintessenza del Chicago Blues, anche se forse per l’occasione manca un poco di nerbo, ma è un parere personale e comunque il breve ritorno della chitarra in modalità talk box (giusto un assaggino in ricordo di Show Me The Way) giunge quasi a sorpresa, potremmo dire “Show Me The Waters  https://www.youtube.com/watch?v=NaeNQifZp5I . Gran finale con un altro super classico di Freddie King, la magnifica  ballatona Same Old Blues, suonata quasi alla Clapton https://www.youtube.com/watch?v=EuU1hwJkBRU , con la chitarra che viaggia fluida che è un piacere, ottimo finale per un album veramente bello ed inaspettato, e che mi sento di consigliarvi caldamente.

Bruno Conti

Un Altro Disco Che (Quasi) Non C’è: Un “Mitico” Locale Australiano Per Una “Grande” Band. Black Sorrows – Live At The Palms

black sorrows live at the palms

Black Sorrows – Live At The Palms – Blue Rose Records – CD  – Download

Il loro ultimo album Citizen John  (recensito puntualmente su queste pagine https://discoclub.myblog.it/2018/12/01/prosegue-la-storia-infinita-della-band-di-joe-camilleri-sempre-una-garanzia-black-sorrows-citizen-john/ ) è uno dei lavori più belli dello scorso anno (ma anche uno dei più difficili da rintracciare,vista la scarsa reperibilità sul mercato europeo), e questo concerto registrato nel mitico locale di Melbourne, non è altro che il CD abbinato alla edizione deluxe” del medesimo (per i pochi fortunati che ne sono entrati in possesso e considerando che comunque anche questa “nuova” edizione in CD singolo è venduta in esclusiva solo ai concerti europei della band e sul sito della Blue Rose). E così quando nell’Ottobre dello scorso anno, Joe Camilleri alla chitarra, sax e armonica, porta sul palco i suoi Black Sorrows ,con in evidenza le chitarre del bravo Claude Carranza, Tony Floyd alla batteria, Mark Gray al basso, James Black alle tastiere, con l’apporto di musicisti di talento come il gruppo jazz Horns Of Leroy e Sandi Keenan alle armonie vocali, per una manciata di brani che hanno il pregio di essere eseguiti con arrangiamenti diversi da quelli elaborati in studio, i tecnici sono pronti a registrare il tutto, per un “disco”dove come sempre la musica spazia tra bluegrass, blues, rockabilly, rock, soul, arrivando a cimentarsi anche con il reggae e gospel.

Il concerto inizia con le atmosfere “country-blues” di una accattivante Wednesday’s Child, a cui fanno seguito due cover d’autore, una seducente rilettura di Do I Move You, portata al successo dalla grande Nina Simone, uno slow d’annata da suonare nei locali blues di Chicago, con un lungo intermezzo “jazz” a cura dei componenti dei bravissimi Horns Of Leroy, e una semi dimenticata Silvio di Dylan, recuperata dai solchi polverosi di Down In The Groove (88), e che in questa occasione viene riproposta in una energica e ritmata versione, dove emerge la bravura alla slide di Carranza e i coretti in stile “Motown” guidati dalla Keenan. Dopo applausi doverosi e convinti del pubblico in sala, si riparte con Lover I Surrender, una di quelle ballate “blue-soul” dei lontani anni ’70 che hanno fatto la fortuna di Joe, dove giganteggia il “groove” del basso di Mark Gray su un tessuto armonico dell’hammond, bissata subito da un’altra stratosferica ballata Way Below The Heavens, dove oltre agli evidenti echi “morrisoniani” nell’interpretazione dell’autore, risveglia nel sottoscritto anche lo spirito di Bobby Womack.

Poi si cambia ritmo nel sincopato arrangiamento di una Down Home Girl, con i fiati in evidenza nella parte finale; dopo un’altra meritata ovazione da parte del pubblico, ci si avvia alla parte conclusiva del concerto con il tempo vagamente “ragtime” e di nuovo una strepitosa sezione fiati in una favolosa Brother Moses Sister Mae, che con la mente e il cuore ci trasporta nelle strade di New Orleans (quando si festeggia il Mardi Gras), seguita dal raffinato “swamp-blues” di Citizen John, che viene cantato in duetto (in una ipotetica gara di bravura) da Joe e Sandi Keenan, e in chiusura sorprendentemente, viene rispolverato un brano del suo primo gruppo i Jo Jo Zep & The Falcons (una oscura band in attività sul finire degli anni ’70, benché popolarissima in Australia), una saltellante The Honeydripper dove la varietà di stili e la bravura dei musicisti, riesce a sopperire all’unico brano forse deludente della serata. Ancora oggi per molti i Black Sorrows sono degli illustri sconosciuti, nonostante il fatto che dal lontano esordio con Sonola (84), e in un alternarsi di varie e innumerevoli formazioni, hanno sfoderato più di una ventina di lavori (con questo siamo al 22° per la precisione), sotto la guida costante del genialoide Joe Camilleri, vero leader carismatico della band (cantante, autore, sassofonista e produttore), un tipo che a 71 anni suonati dimostra con questo splendido Live At The Palms (un lavoro arrangiato e suonato in modo superbo), di possedere una rara intelligenza musicale nel sapere sempre creare grandi canzoni. In definitiva (per chi scrive), i Black Sorrows sono stati, e sono tuttora, una splendida realtà del panorama musicale odierno (australiano e non),  quindi da ascoltare obbligatoriamente!

Tino Montanari

Il Classico Disco Che Non Ti Aspetti, Veramente Una Bella Sorpresa! George Benson – Walking To New Orleans

george benson walking to new orleans

George Benson – Walking To New Orleans – Mascot/Provogue

George Benson ormai non è più un giovanotto, quest’anno a marzo anche lui ha compiuto 76 anni: agli inizi di una carriera che comprende quasi una quarantina di album, questo è il numero 45, e parte proprio con una serie di dischi di jazz negli anni ‘60, in principio prevalentemente strumentali, ma poi inserendo l’uso della voce, morbida e piacevole, anche usata in modalità scat, agli albori degli anni ’70 approda alla CTI, l’etichetta di Creed Taylor, per cui registra alcuni dischi di nuovo strumentali, prima della svolta di metà anni ’70, quando firma per la Warner Bros, con la quale pubblica alcuni album che avranno un successo clamoroso ed inaspettato, a partire da Breezin’ , prodotto da Tommy LiPuma, che approda nelle classifiche di Billboard, entrando nella Top 10 e vendendo più di 3 milioni di copie, con uno stile che mescola smooth jazz e soul, dischi piacevoli e molto raffinati dove si apprezza sia la sua voce, sempre morbida ed elegante, come lpuro ’uso delle chitarre, sia Ibanez che Gibson, in grado di improvvisare all’impronta nella rivisitazione di brani anche di provenienza pop e R&B, come ad esempio nel celeberrimo doppio disco dal vivo Weekend In L.A, dove compare una cover deliziosa e, forse,  definitiva di On Broadway., la canzone all’origine dei Drifters, che grazie allo scat tra chitarra e voce di Benson è diventata una sorta di standard senza tempo https://www.youtube.com/watch?v=dQdiEe7TkfI ; ma comunque tutto il disco è estremamente gradevole e suonato in modo impeccabile, tra brani mossi e ballate sinuose.

Negli anni successivi il sound si fa più “lavorato” e commerciale, almeno per me molto meno valido ed interessante, anche se il disco in coppia con Al Jarreau e Big Boss Man con la Count Basie Orchestra non erano male. L’ultimo disco, un tributo alle canzoni di Nat King Cole, uscito nel 2013, anche grazie alla scelta del repertorio è risultato molto elegante e ben riuscito. Ora, Benson, che approda anche lui alla Mascot/Provogue, ha deciso di incidere questo Walking To New Orleans, dove rivisita alcuni pezzi di Chuck Berry e Fats Domino, una sorta di tributo a due leggende, con un tipo di sound molto rootsy, grazie alla presenza dietro la console di Kevin Shirley, il produttore di Bonamassa e Hiatt, e l’utilizzo di un gruppo, anzi proprio di un quartetto di musicisti diciamo dei “nostri”: Greg Morrow, batteria Rob McNelley, seconda chitarra, Kevin McKendree, piano e Alison Prestwood al basso,  più una sezione fiati e alcune vocalist di supporto, quindi un omaggio agli eroi della sua gioventù, eseguito con grande classe e verve, quasi inaspettato ma non per questo meno gradito. La voce, a dispetto dell’età, è forte e chiara, come dimostra subito una ripresa a tutto R&B di Nadine (Is It You?), dove la band rolla alla grande, e Benson va subito anche in modalità scat e poi di chitarra, come ai giorni migliori. .

Ain’t That A Shame è anche meglio, con il pianino vorticoso di McKendree ad omaggiare Fats Domino, mentre coriste e fiati sostengono un George veramente ispirato, grande musica, se New Orleans deve essere tanto vale farlo bene; sempre dal “Fat Man” arriva una swingante e in pieno mood New Orleans (che sembra non passare mai di moda) Rockin’ Chair, brillante l’intervento della solista di Benson che duetta sempre con il piano di McKendree. Forse non potevamo aspettarci che You Cant’t Catch Me fosse fatta alla Stones o alla Thorogood (e se vi ricorda Come Together dei Beatles, non vi state sbagliando), ma ritmo e grinta non mancano di certo, e la band e il loro capo tirano alla grande, con fiati sincopati d’ordinanza aggiunti alle procedure e un McKendree sempre scatenato, manco fosse Johnnie Johnson https://www.youtube.com/watch?v=fn1x7LC-gFI , e anche Havana Moon, sempre di Berry, è suonata con eleganza e grande raffinatezza degli arrangiamenti, mentre la chitarra di Benson non manca un colpo https://www.youtube.com/watch?v=hyAyMg8Dl1s . I Hear You Knocking è praticamente perfetta, con l’errebì anni ’50 di Fats Domino reso nuovamente alla perfezione https://www.youtube.com/watch?v=JxmkhfV-vrA , prima di scatenarsi di nuovo collettivamente a tutto R&R con una esuberante ripresa di Memphis,Tennessee ed eccellente anche la vellutata ripresa, con tanto di archi, di una raffinata Walking To New Orleans, che ha i profumi  che dovevano uscire dagli studi di Cosimo Matassa nella Louisiana degli anni ’50, e, a proposito di super classici, cosa possiamo dire di una stupenda Blue Monday, se non meravigliarci per i suoni paradisiaci che escono dalle casse dell’impianto. Forse How You’ve Changed non è uno dei brani più conosciuti di Chuck Berry, una ballata notturna tra blues e jazz, ma la versione di Benson e soci è ancora una volta da manuale, come peraltro tutto l’album. Veramente una bella sorpresa.

Bruno Conti

E’ Proprio Il Caso Di Dire: Non Ci Posso Credere! Terza Edizione Di Egypt Station In Meno Di Un Anno, Questa Volta Per “Esploratori”.

paul mccartney egypt station explorer's edition

Paul McCartney – Egypt Station Explorer’s Edition – Capitol/Universal 2CD – 3LP

Che Paul McCartney ci stesse prendendo per il…naso lo avevamo intuito a Febbraio quando aveva annunciato la Traveller’s Edition del suo ultimo album, il peraltro ottimo Egypt Station: un vero e proprio facsimile di una valigetta da viaggio contenente una quantità esagerata di memorabilia e cosucce perlopiù inutili, ma decisamente avara dal punto di vista musicale (la miseria di sette bonus tracks rispetto alla versione normale, per di più solo in vinile) e ridicolmente costosa. Sinceramente pensavo che l’ex Beatle avesse finito qui, fino a quando non ho letto l’altro giorno l’anticipazione che a Maggio uscirà la “Explorer’s Edition”, un doppio CD (o triplo LP) con sul primo dischetto le sedici canzoni di Egypt Station che tutti conosciamo, e sul secondo altri dieci pezzi che altro non sono che le sette bonus tracks della “valigia” (tre in studio, quattro dal vivo), i due brani esclusivi della versione uscita per la catena americana Target (quindi a ben vedere le edizioni sono quattro) e la canzone Get Enough, che Macca aveva reso disponibile solo in streaming il primo Gennaio di quest’anno (non un grande brano tra parentesi). Immagino le manifestazioni di giubilo di quei pochi “fortunati” (sono ironico) che avevano investito mezzo stipendio nell’acquisto della Traveller’s Edition ed ora si ritrovano questo doppio CD che offre addirittura di più di quel manufatto assurdo.

Questa comunque la tracklist completa della Explorer’s Edition:

CD 1

1. Opening Station
2. I Don’t Know
3. Come On To Me
4. Happy With You
5. Who Cares
6. Fuh You
7. Confidante
8. People Want Peace
9. Hand In Hand
10. Dominoes
11. Back In Brazil
12. Do It Now
13. Caesar Rock
14. Despite Repeated Warnings
15. Station II
16. Hunt You Down/Naked/C-Link

CD 2
1. Get Started (Previously available on the 18-track Target deluxe)
2. Nothing For Free (Previously on the 18-track Target deluxe)
3. Frank Sinatra’s Party*
4. Sixty Second Street*
5. Who Cares (Full length version)*
6. Get Enough (previously digital only)
7. Come On To Me (Live At Abbey Road Studios)*
8. Fuh You (Live At The Cavern Club)*
9. Confidante (Live At LIPA)*
10. Who Cares (Live At Grand Central Station)*

*Previously unreleased

Poi Paul non si deve lamentare il giorno in cui incontra un fan che si era comprato il cofanettone, il quale invece di farsi una foto con lui gli vuole fracassare l’asta per i selfie sulla capoccia.

Marco Verdi

Era Matto Come Un Cavallo, Ma Anche Un Grandissimo Musicista! Frank Zappa – Zappa In New York Deluxe Edition

frank zappa in new york deluxe

Frank Zappa – Zappa In New York Deluxe 40th Anniversary Edition – Zappa Records/UMG 3LP – 5CD Box Set

Ci risiamo: se si doveva commemorare il quarantennale dei famosi concerti di Frank Zappa al Palladium di New York nel Dicembre 1976 (quattro serate tra Natale e Capodanno) prendendo in esame la data di pubblicazione della prima versione poi ritirata (1977), questo box doveva uscire nel 2017, mentre se, come si è fatto, l’album di riferimento è il doppio LP uscito nel 1978, siamo comunque in ritardo di un anno sulla ricorrenza. Ma andiamo con ordine. Nel 1976 Frank Zappa era forse nel suo momento di maggior fama, dato che aveva da poco pubblicato tre tra i suoi album più popolari (Over-Nite Sensation, Apostrophe e Zoot Allures) oltre al famoso live Roxy & Elsewhere, ed i suoi quattro concerti newyorkesi post-natalizi erano stati registrati per un nuovo disco dal vivo. Zappa In New York fu però un album dalla gestazione molto travagliata, e che incrinò non di poco i rapporti tra il nostro e la Warner, che fece ritirare la prima versione del 1977 (uscita in poche copie solo in Inghilterra, copie che adesso valgono una fortuna), contravvenendo all’accordo tra le due parti che riconosceva a Zappa il totale controllo del suo materiale: la materia del contendere era soprattutto il brano Punky’s Whips, dedicato sarcasticamente a Punky Meadows, chitarrista degli Angel, la cui immagine eterea ed effeminata fu bersaglio dei lazzi di Frank con un testo obiettivamente un tantino “oltre” (anche se pare che Meadows stesso avesse preso la cosa con leggerezza ed ironia).

Nel 1978 uscì dunque la versione definitiva del live, ma anche qui ci furono problemi di censura per alcuni titoli come Titties & Beer e I Promise Not To Come In Your Mouth, e per le tematiche affrontate in pezzi come The Illinois Enema Bandit (che “celebrava” la figura realmente esistita di Michael Kenyon, un criminale che usava rapinare le donne e poi costringerle a subire dei clisteri d’acqua calda) e Honey, Don’t You Want A Man Like Me?, una love song dalle liriche piuttosto scurrili. Zappa riuscì finalmente a pubblicare una versione definitiva dell’album su doppio CD nel 1991, ma ora la label gestita dai suoi eredi ha fatto le cose in grande, pubblicando un’edizione deluxe (per usare un eufemismo, abbastanza costosa) con all’interno cinque CD ed un corposo libretto con foto inedite, note ed anche i testi dei brani, in una curiosa confezione tonda in latta che raffigura un tipico tombino di New York (ma alla fine sembra più una scatola di cioccolatini, e presenta pure qualche problema logistico di sistemazione sugli scaffali). Il primo CD contiene la versione originale del 1978, opportunamente rimasterizzata, mentre nei restanti dischetti vi è una selezione con il meglio delle quattro serate: non gli show completi, ma ogni canzone eseguita nella sua versione più riuscita (infatti nel 1978 erano stati scelti quasi totalmente brani all’epoca inediti, suonati per la prima volta in quegli spettacoli).

E l’ascolto del box si rivela una goduria, in quanto (ma non lo scopriamo oggi) Zappa era un grande intrattenitore, un grandissimo musicista ed un band leader carismatico, che mascherava dietro atteggiamenti e canzoni spesso demenziali una preparazione ed una tecnica mostruose. Zappa In New York è quindi un meraviglioso collage di musica rock, jazz, funky e fusion, con canzoni che sono una fucina di idee e di creatività, suonate da una delle migliori band mai avute dal rocker di Baltimore, un gruppo che comprendeva il chitarrista Ray White, il funambolico batterista Terry Bozzio, il bassista Patrick O’Hearn, Ruth Underwood, indispensabile con i suoi xilofono, marimba e moog, Eddie Jobson alle tastiere e violino ed una eccezionale sezione fiati di cinque elementi, vera colonna portante del suono del gruppo, con i fratelli Mike e Randy Brecker rispettivamente al sax e tromba, il jazzista Ronnie Cuber al sax e clarinetto e, dalla band del Saturday Night Live, Tom Malone e Lou Marini. CD 1: il disco originale, che inizia con la pimpante Titties & Beer, un pezzo tra rock e funky, con un bel suono “grasso”, un grande uso dei fiati (uno stile molto vicino a quello che in futuro avranno i Phish, gruppo senz’altro influenzato da Frank) ed un duetto vocale quasi cabarettistico tra Zappa e Bozzio; segue I Promise Not To Come In Your Mouth, che nonostante il titolo osceno è uno strumentale lento e piuttosto “free”, contraddistinto da un assolo di moog. La breve Big Leg Emma è un godibilissimo rock’n’roll decisamente swingato, musicalmente trascinante e dal testo idiota, Sofa è un altro strumentale dominato dal sax con un potente assolo finale di Frank alla chitarra, mentre Manx Needs Women è un divertissement un po’ folle di appena un minuto e mezzo.

Le due parti di The Black Page danno un’idea dello spirito di improvvisazione dei nostri, che non suonavano mai lo stesso brano due volte allo stesso modo: qui si parte da un lungo assolo di Bozzio (un classico degli anni settanta, l’assolo del batterista), per poi proseguire con gli altri strumenti in totale libertà, pur con un tema melodico ben preciso. Dopo una diretta e divertente Honey, Don’t You Want A Man Like Me?, una canzone quasi normale per gli standard di Zappa, l’album originale si chiude con i due brani più lunghi, e cioè The Illinois Enema Bandit, un rock-blues di 12 minuti cantato da White e suonato in maniera strepitosa, con un ispiratissimo assolo da parte di Frank, ed una monumentale The Purple Lagoon, 17 minuti di pura improvvisazione tra jazz e rock, grandissima musica. CD 2-3-4: il meglio delle quattro serate, tutto ovviamente inedito. Oltre a versioni alternate di tutti i pezzi del primo CD (e The Illinois Enema Bandit qui è ancora meglio), ovviamente non manca la famigerata Punky’s Whips, un brano dal testo divertentissimo cantato in maniera demenziale, mentre dal punto di vista musicale è un altro funk-rock-jazz molto godibile, con qualche somiglianza con lo stile dei Chicago (piccola curiosità: questa canzone fu eseguita in seguito solo nel 1977 e 1978, e poi tolta per sempre dalle scalette).

Da citare ancora la suadente The Torture Never Stops, lenta e quasi ipnotica, con un basso molto pronunciato, un uso creativo delle tastiere ed il solito assolo magistrale di Zappa, una swingatissima America Drinks, puro jazz d’alta classe, la vigorosa e gagliarda I’m The Slime, l’orecchiabile Find Her Finer, una grandiosa Cruisin’ For Burgers, con Frank semplicemente mostruoso alla chitarra, ed una interminabile Black Napkins, 28 minuti di musica totale. Non manca anche qualche classico di Frank, come una maestosa Peaches En Regalia, dominata dai fiati, la sempre impeccabile e contagiosa Montana (richiesta a gran voce dal pubblico) e l’acclamatissima Dinah-Moe Humm, in assoluto uno dei pezzi più immediati del nostro. CD 5: un CD particolare, altre 7 canzoni tratte dagli archivi di Frank, due registrate ai Record Plant di New York nel periodo dei concerti al Palladium (due brevi prove per solo piano di The Black Page) ed altre cinque che sono in realtà un collage tra versioni live e overdubs incisi in studio, una sorta di ibrido che però è rimasto inedito fino ad oggi (i brani in questione sono I Promise Not To Come In Your Mouth, Chrissy Puked Twice – che non è altro che Titties & BeerCruisin’ For Burgers, Black Napkins e Punky’s Whips).

Costo a parte, non spaventatevi per il fatto che Zappa In New York è diventato un cofanetto quintuplo (esiste anche una versione in tre LP, con però una selezione molto ridotta di inediti), in quanto quando arriverete alla fine vi potreste anche rammaricare di non poter inserire il sesto dischetto.

Marco Verdi