Un Weekend Con Il Boss 1: Comincio A Pensare Che A Leeds Tiri Una Buona Aria! Bruce Springsteen & The E Street Band – Leeds July 24 2013

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Leeds July 24 2013 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Il titolo del post sottintende un ideale rimando a Live At Leeds, album dal vivo del 1970 degli Who che per molti è uno dei migliori live della storia (ancora di più nelle successive edizioni espanse), nonché uno dei più devastanti dal punto di vista della foga rocknrollistica. Dopo aver ascoltato questo Leeds July 24 2013, ultimo episodio dei “bootleg ufficiali” tratti dagli archivi live di Bruce Springsteen, ho subito pensato che nella cittadina inglese tirasse una particolare aria che faceva bene alla musica rock. Inizialmente quando avevo visto che il nuovo volume era dedicato ad una serata presa dalla tournée di Wrecking Ball (la seconda dopo quella all’Ippodromo delle Capannelle di Roma), e quindi non ad uno dei concerti “storici”, avevo alzato leggermente un sopracciglio, pronto comunque a godermi una bella serata all’insegna del rock’n’roll: quando poi ho letto dai commenti che questo concerto (tenutosi alla First Direct Arena) è uno dei preferiti dai fans tra quelli degli ultimi anni, la mia curiosità è aumentata, e dopo averlo ascoltato non posso che confermare la sua bontà, aggiungendo anzi che ci troviamo davanti ad uno dei migliori episodi della serie.

Il concerto, inciso tra l’altro in maniera spettacolare, ci consente di ascoltare un Bruce in forma strepitosa, seguito passo passo da una E Street Band in stato di grazia, una serata senza il minimo cedimento e che per di più è contraddistinta da una scaletta con diverse sorprese. Perfino uno come il Boss solitamente ha bisogno di due-tre canzoni per scaldarsi, ma in quella serata è già bello carico sin dall’inizio: lo show infatti si apre con la rara Roulette, suonata con una forza ed un vigore sorprendenti anche per chi è abituato al nostro, e capiamo fin da subito che la serata sarà di quelle da ricordare. E Roulette non è certo l’unico brano raro della setlist: troviamo infatti subito dopo una scintillante My Love Will Not Let You Down, coinvolgente come non mai e con uno strepitoso Roy Bittan (ma anche Max Weinberg picchia come un fabbro sui tamburi), oltre alla bella e sottovalutata Local Hero (era su Lucky Town), trasformata in un southern country-rock, due outtakes degli anni settanta poi pubblicate rispettivamente su The Promise e Tracks (Gotta Get That Feeling ed una sorprendente Thundercrack di undici minuti), la soffusa Secret Garden, che non mi ha mai fatto impazzire, ed una inattesa ma imperdibile rilettura di Bad Moon Rising dei Creedence Clearwater Revival, puro rock’n’roll.

E non dimenticherei la struggente rock ballad Something In The Night, che non è una rarità ma comunque rimane uno dei pezzi meno suonati di Darkness On The Edge Of Town, soprattutto in anni recenti. Chiaramente le hits ed i classici non mancano: oltre alle immancabili The Promised Land, Hungry Heart, Badlands e Born To Run, troviamo una eccellente No Surrender, la solita monumentale Because The Night (con Nils Lofgren spaziale alla solista), la ruspante Darlington County, l’epica The Rising ed una Atlantic City elettrica e più rock che mai. Da Wrecking Ball non ne vengono suonate poi molte, solo quattro: oltre alla title track, le trascinanti Death To My Hometown e Shackled And Drawn e la ballata dai toni “rumoristici” This Depression. Tra i bis, dopo due toniche Dancing In The Dark e Tenth Avenue Freeze-Out (insolitamente contenuta nella durata), il Boss stende tutti con una esplosiva Shout degli Isley Brothers, e mi domando se il nostro possieda un paio di polmoni di riserva. Non è finita, in quanto Bruce torna sul palco da solo con la sua chitarra per due toccanti If I Should Fall Behind e Thunder Road, emozione pura. Una performance impeccabile, senza la minima sbavatura, direi strepitosa: da non perdere.

Ci ritroviamo domani ancora con Bruce Springsteen per una serata questa volta “teatrale”, mentre per quanto riguarda gli archivi l’appuntamento è a Gennaio, con una mitica serata del 1975 al Roxy.

Marco Verdi

Correva L’Anno 1968 3. Elvis Presley – ’68 Comeback Special: 50th Anniversary Edition

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Elvis Presley – ’68 Comeback Special: 50th Anniversary Edition – RCA/Sony 5CD/2Blu-ray Box Set – 2LP “The King In The Ring”

Ennesima riedizione, si spera quella definitiva, per il famoso ’68 Comeback Special di Elvis Presley, uno dei più clamorosi casi di rilancio della carriera di un artista nella storia della musica. I “favolosi” anni sessanta non erano stati così favolosi per i pionieri del rock’n’roll dei fifties, soppiantati da artisti appartenenti a generi via via più in voga come il Folk Revival, la British Invasion, la psichedelia e la Summer Of Love: Elvis però ci aveva messo del suo, disperdendo il suo talento durante tutta la decade per partecipare a filmetti di terza categoria (e relative insulse colonne sonore) e riducendosi a parodia di sé stesso, molto più che nel successivo periodo “Elvis grasso” a Las Vegas negli anni settanta, in cui almeno la sua abilità di performer era ai massimi livelli. Gran parte della colpa di questo era da attribuire al famigerato manager di Elvis, il “Colonnello” Tom Parker, che aveva ridotto il nostro ad una sorta di burattino nelle sue mani, privilegiando una visione dollarocentrica della sua carriera, e lasciando la musica in secondo piano (emblematica una scena del bel serial tv Vinyl, passato lo scorso anno su Sky, nel quale il protagonista del film, un discografico indipendente di grandi visioni, si trova a colloquio negli anni settanta con uno stanco e demotivato Elvis all’interno della “Jungle Room”, e riesce a riattivare la scintilla nei suoi occhi spenti convincendolo a fare un disco di crudo rock’n’roll come all’inizio della carriera: Parker, sentita la cosa, arriva a minacciare fisicamente il protagonista con l’intento di fargli abbandonare l’idea. E’ finzione, certo, ma il personaggio era quello).

Nel 1968 però si era arrivati ad un punto di non ritorno, e così Parker approcciò il produttore televisivo Bob Finkel con l’idea di uno special natalizio nell’ambito della serie di trasmissioni Singer Presents (sponsorizzata dalla celebre azienda produttrice di macchine per cucire). Inizialmente sembrava che Elvis dovesse cantare solo canzoni natalizie, cosa che non gli interessava fare, ma poi Finkel ed il regista del programma Steve Binder ebbero l’idea di rendere la trasmissione un vero e proprio ritorno dell’artista alla performance dal vivo con lo spirito rock’n’roll dei primi giorni. Elvis accettò con entusiasmo, e per una volta non diede ascolto a Parker che tentennava…ed il resto è storia. Lo special televisivo ebbe infatti un grandissimo successo, e così il disco che ne venne tratto, Elvis (NBC TV Special) e riportò in auge il nome del nostro, che da lì in poi la smise di recitare in film di serie C e riprese in mano la sua carriera musicale, e ricominciò anche a fare concerti. Il programma mostrò un Elvis in strepitosa forma fisica, tirato a lucido in un completo di pelle nera, ed autore di una solida performance nella quale riprese in mano anche i vecchi successi degli anni cinquanta, dando finalmente una sensazione di spontaneità (vennero anche richiamati i suoi musicisti dell’epoca, il chitarrista Scotty Moore ed il batterista D.J. Fontana).

Lo spettacolo era però tutt’altro che improvvisato, ed era una sorta di taglia e cuci di varie performance che comprendevano due show da seduto con strumentazione parca ed intima, due in piedi con orchestrazioni più complesse, coreografie, cori gospel, eccetera (e diverse basi musicali erano in playback), ma il risultato finale era quello di un artista finalmente a suo agio e che faceva ciò che gli riusciva meglio: cantare. Negli anni sono uscite, in album postumi o sparse in varie antologie e cofanetti, praticamente tutte le performance legate a questo speciale, ed oggi la Sony pubblica per il cinquantenario quello che dovrebbe essere il box definitivo, cinque CD e due BluRay in cui troviamo tutto ciò che è successo in quel mese di Giugno del 1968 (c’è anche un doppio vinile intitolato The King In The Ring, che si limita ai due concerti “sit-down”, che deve il titolo alla disposizione a cerchio dei musicisti). Il cofanetto, realizzato in formato LP pur non contenendo vinili (e con all’interno uno splendido libro pieno di note, testimonianze e strepitose foto ad alta definizione, un vero incentivo all’acquisto), potrebbe sembrare l’ennesima operazione inutile dell’industria discografica dato che non c’è nemmeno l’ombra di un inedito, ma è così se siete in possesso della discografia completa di Elvis prima e dopo la morte, cosa abbastanza complicata. Certo, se nel 2008 vi siete accaparrati l’edizione in quattro CD per il quarantennale, e anche e soprattutto il triplo DVD edito nel 2004, che contiene la parte video uguale a quella dei 2 Blu-ray, potete anche bypassare, ma se non è così (come nel caso del sottoscritto che ha solo il disco originale ed il postumo Tiger Man), questo box è assolutamente da avere.

Il primo CD vede la riproposizione del disco originale, con Elvis accompagnato dalla Wrecking Crew, ovvero lo strepitoso ensemble di sessionmen di Los Angeles presente su una miriade di album di quel periodo (tra cui lo straordinario bassista e pianista Larry Knetchel, il batterista Hal Blaine ed i chitarristi Tommy Tedesco, Mike Deasy e Al Casey) e da una lunga serie di backing vocalists (compresa Darlene Love): sette tracce, perlopiù lunghi medley tra canzoni e dialoghi, provenienti anche da sessions diverse. Dopo il celeberrimo inizio di Trouble/Guitar Man, abbiamo versioni scintillanti di brani di punta del repertorio del nostro, un mix formidabile di rock’n’roll e ballate con titoli come Lawdy, Miss Clawdy, Heartbreak Hotel, Hound Dog, All Shook Up, Can’t Help Falling In Love, Love Me Tender, Jailhouse Rock. C’è anche un bel trittico di brani gospel (Where Could I Go But To The Lord/Up Above My Head/Saved) e due pezzi lenti incisi in studio, i singoli Memories e If I Can Dream. In più, quattro tracce bonus, tra le quali It Hurts Me e Let Yourself Go non presenti nel programma originale. Il secondo e terzo CD (in mono, così come il quarto, mentre il quinto è in stereo ed il primo un mix di entrambe le cose) ripropongono per intero sia i due “sit-down” shows che i due “stand-up”: in particolare sono strepitosi i due spettacoli da seduto, che senza volerlo anticiperanno di molto l’approccio unplugged che poi diventerà moda con MTV (anche se la chitarra di Moore è elettrica). Qui rivediamo finalmente l’Elvis musicista a tutto tondo (ed anche chitarrista), rilassato, informale, scherzoso e perfettamente a suo agio, ma tremendamente serio quando snocciola performance da urlo di pezzi come That’s All Right (che nel 1956 diede inizio a tutto), Heartbreak Hotel, Blue Suede Shoes, One Night, Are You Lonesome Tonight, Baby What You Want Me To Do (suonata per ben cinque volte complessivamente) e Tiger Man: due concerti da cinque stelle.

Non che i due show “in piedi” siano di molto inferiori, anche qua Elvis è in pieno controllo e forse perfino più convinto nella prestazione vocale, solo il suono è più lavorato ed orchestrato e le due scalette sono sovrapponibili (a differenza di quelle dei due “sit-down shows”, che avevano delle varianti), ma comunque la seconda esibizione è semplicemente fantastica, con il King in pura trance agonistica. E le grandi canzoni si sprecano: oltre a quelle suonate nei due spettacoli da seduto, troviamo anche trascinanti riproposizioni di All Shook Up, Don’t Be Cruel, Jailhouse Rock, Trouble e Guitar Man, oltre alla splendida Can’t Help Falling In Love che per me è in assoluto la più bella ballata di Elvis. Il quarto dischetto ci offre le prove in camerino prima di andare in scena, con Elvis che cazzeggia alla grande con i membri della band, ma poi si cimenta anche in brani che non troveranno spazio nello show, come I Got A Woman di Ray Charles, Blue Moon, Danny Boy e Blue Moon Of Kentucky, ed il gruppo riprende anche il famoso Peter Gunn Theme di Henry Mancini. Ottimo per capire come il nostro si preparava prima di uno spettacolo, peccato che la qualità sonora non sia delle migliori. Il quinto ed ultimo CD, molto interessante, ci fa sentire le prove insieme alla Wrecking Crew, con una serie di canzoni che, eccetto Trouble e Guitar Man (ed anche Memories ed If I Can Dream, che però erano cantati dal vivo su base pre-registrata), Elvis non suonerà nei quattro show di cui sopra, ma che finiranno in forma ridotta a far parte dello show. E ci sono diverse cose decisamente intriganti, come la solida Nothingville, un tentativo poi abortito di fare Guitar Man ad un tempo molto più veloce, una versione piena di ritmo del classico di Jimmy Reed Big Boss Man (peccato sia troppo breve), la deliziosa ballad It Hurts Me ed una strepitosa Saved (due takes), tra gospel e rock’n’roll, cantata in maniera inarrivabile. Infine i due BluRay (che al momento non ho visto) contengono, oltre allo special andato in onda in origine e le quattro performance seduto ed in piedi, tutta una serie di prove, outtakes, scene tagliate e chicche varie, praticamente ogni minuto del dietro le quinte (alcuni di questi filmati erano già finiti sul recente documentario The Searcher.

Ribadisco, se di queste sessions avete poco o niente, un cofanetto da non perdere, anche se non costa poco: per sentire e vedere il Re del rock’n’roll nel suo ambiente naturale.

Marco Verdi

Una Splendida Serata, Finalmente Disponibile: Give The People What They Want! David Bowie – Glastonbury 2000

david bowie glastonbury 2000

David Bowie – Glastonbury 2000 – Parlophone/Warner 2CD – 2CD/DVD – 3LP

Negli ultimi anni non sono mancati album live d’archivio accreditati a David Bowie, ma limitatamente a concerti degli anni settanta (Cracked Actor e Welcome To The Blackout) o inseriti all’interno dei cofanetti riepilogativi della carriera che escono annualmente dal 2015. Questa volta però il discorso è diverso, in quanto Glastonbury 2000 documenta (come da titolo) uno show del Duca Bianco del nuovo millennio (l’unico finora era il bellissimo A Reality Tour, registrato nel 2003 ma pubblicato nel 2010), e non un concerto normale, bensì la storica apparizione del nostro come headliner della serata del 25 Giugno 2000 del famoso festival rock inglese. Lo spettacolo, che esce sia in formato audio che video, girava da anni su bootleg di alterna qualità, ed era stato mostrato in televisione una volta sola, ma esclusivamente la prima mezz’ora: con questo doppio CD (e DVD) possiamo finalmente godere dello show completo, e devo dire che ne valeva assolutamente la pena.

Già il fatto di avere Bowie sul palco in quel periodo era una notizia, in quanto nel 2000 tenne solo quattro concerti (compreso questo), ma se aggiungiamo che Mr. Ziggy mancava dal palco di Glastonbury dal 1971 e che quella sera estiva del 2000 si trovò di fronte a 120.000 persone, capirete perché stiamo parlando di un vero e proprio evento (e fa impressione pensare che, a soli 53 anni, questo sarà uno dei suoi ultimi show, almeno di fronte a così tanto pubblico: il nostro intraprenderà infatti solo più due tour in seguito, nel 2002 e nel 2003/2004, e poi più nulla fino all’inattesa morte avvenuta all’inizio del 2016). E David ripaga il numeroso pubblico con una performance da ricordare, una serata in cui il nostro non prende più di tanto in considerazione le sperimentazioni degli anni novanta, ma regala una scaletta che è il sogno di ogni fan; in aggiunta, Bowie è in forma fisica e vocale strepitosa, e guida una band che è tra le migliori da lui mai avute, formata da Mark Plati ed Earl Slick alle chitarre, Gail Ann Dorsey al basso e voce, Sterling Campbell alla batteria, Mike Garson alle tastiere e con i cori di Emm Gryner e Holly Palmer. Grande musica quindi, versioni dei vari brani spesso allungate e con molto spazio per la band, che dona al concerto un’impronta decisamente rock e, come dicevo, una setlist che è il classico caso di “give the people what they want”.

E poi, ovviamente, c’è Bowie, un intrattenitore nato dalla classe sopraffina, che si presenta come al solito attentissimo anche al look, con una lunga e variopinta giacca rockdello stilista Alexander McQueen ed una folta chioma bionda in puro stile The Man Who Sold The World. L’inizio per la verità è quasi spiazzante, dato che Wild Is The Wind non è proprio uno dei brani più noti di David (era su Station To Station): una ballata molto ritmata, distesa e gradevole, in cui il nostro dimostra da subito di essere in forma eccellente, e con uno splendido lavoro al pianoforte di Garson. Station To Station sarà tra l’altro l’album di Bowie più omaggiato durante la serata, con altre tre tracce provenienti da esso: il funk-rock Stay, con ottima prestazione chitarristica, l’insinuante Golden Years e l’avvolgente title track. Con China Girl hanno inizio le hits, una versione decisamente più rock e meno pop di quella presente su Let’s Dance; a seguire abbiamo una serie incredibile di classici, suonati dal gruppo con rinnovato vigore: dalla famosissima Changes alla straordinaria ballata Life On Mars? (cantata decisamente bene), fino ad una strepitosa Absolute Beginners di otto minuti, uno dei brani più belli di Bowie.Un attimo di relax col la fluida Ashes To Ashes per poi essere piacevolmente assaliti dal rock’n’roll di Rebel Rebel https://www.youtube.com/watch?v=7CLTj-mDXVg , mentre Little Wonder, tratta dal controverso Earthling, non è esattamente il massimo, anche se qui suona più rock e meno drum’n’bass.

Il secondo CD si apre con la danzereccia Fame, anch’essa molto più elettrica in quella serata, e prosegue con una sontuosa versione di una delle più belle canzoni inglesi degli anni settanta, cioè All The Young Dudes, accolta da un prevedibile boato (e David canta splendidamente). Dopo una limpida The Man Who Sold The World elettroacustica, che non ricordavo così bella, e la già citata Station To Station, ecco Starman, uno dei brani di Bowie che preferisco, dotata di un ritornello memorabile e di una bellissima parte di chitarra https://www.youtube.com/watch?v=UwIlqtyxpnU . La poco nota Hallo Spaceboy, non un grande brano, precede una sequenza formidabile di hits che comprende la coinvolgente Under Pressure, successo planetario del nostro insieme ai Queen, la grande rock ballad Ziggy Stardust https://www.youtube.com/watch?v=_OZsiqiC2ME , il superclassico Heroes, sempre un piacere ascoltarla, e Let’s Dance, che inizia come un brano lento per poi assumere la veste conosciuta dopo la prima strofa; finale in tono minore, con la non eccelsa (ma dal suono potente) I’m Afraid Of Americans, che però non va ad inficiare una performance memorabile, che fa di Glastonbury 2000 uno dei migliori album dal vivo di David Bowie.

Marco Verdi

Un Neil Young Acustico Fa Sempre Bene Alla Salute! Neil Young – Songs For Judy

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Neil Young – Songs For Judy – Reprise/Warner CD – 2LP

Nuovo episodio delle Performance Series di Neil Young a pochi mesi di distanza da Roxy: Tonight’s The Night Live https://discoclub.myblog.it/2018/04/26/nessun-paradosso-solo-grande-musica-neil-young-roxy-tonights-the-night-live/ (ed entrambi i live probabilmente ce li ritroveremo anche sul prossimo volume degli Archivi, che a quanto dice il musicista canadese potrebbero uscire la prossima primavera, ma chissà perché non mi fido): Songs For Judy, si tratta di un live registrato nel novembre del 1976 durante una breve tournée che prevedeva una prima parte acustica prima di essere raggiunto sul palco dai Crazy Horse per concludere le esibizioni, ed è un disco che i fans del Bisonte favoleggiavano da anni, e che è anche noto come The Bernstein Tapes, in quanto molte delle canzoni presenti erano state incise su una cassetta di proprietà del celebre fotografo rock Joel Bernstein. Il 1976 era stato un anno molto impegnativo per Neil, che prima aveva pubblicato Zuma insieme ai Crazy Horse, uno dei suoi album migliori della decade, e poi aveva registrato l’acustico Hitchhiker, rimasto però nei cassetti fino al Settembre del 2017; Songs For Judy è come ho detto prima un album che vede il solo Young sul palco accompagnarsi con chitarra, armonica, pianoforte ed organo, non riferito ad un solo concerto ma bensì ad un collage del meglio di diverse date americane.

Ed il CD è notevole: Neil è in ottima forma, suona e canta con forza e partecipazione, senza le incertezze e le occasionali stonature presenti nei tour precedenti (ed anche all’interno del pur ottimo Roxy: Tonight’s The Night Live), e ci consegna un album lungo (quasi 80 minuti) ma che si ascolta tutto d’un fiato. Una performance dunque ricca di feeling e con più di un momento all’insegna della grande musica, nel quale il nostro ripercorre in 22 tracce la sua carriera fino a quel momento, inserendo anche diverse chicche e brani all’epoca inediti. Il titolo del CD non si riferisce a Judy Collins (che tra l’altro l’inciucio sentimentale lo aveva avuto con Stephen Stills), ma all’attrice Judy Garland, che oltre a comparire sull’immagine di copertina è anche la protagonista di un surreale e scherzoso racconto narrato da Neil ad inizio concerto. Le note del libretto interno sono a cura del già citato Bernstein, che era a seguito del tour, e del regista Cameron Crowe, che all’epoca scriveva come giornalista per la rivista Rolling Stone (ed appare anche nella foto interna del CD). Parlando del contenuto musicale, non mancano certo le hits ed i brani più noti del canadese, come Heart Of Gold, accolta da un prevedibile boato, la magnifica e sempre toccante After The Gold Rush, una Mr. Soul eseguita con grande forza (unico rimando al periodo Buffalo Springfield), la deliziosa Harvest, la drammatica The Needle And The Damage Done e la countreggiante Roll Another Number. C’è anche qualche classico minore: una applauditissima Tell Me Why, la maestosa A Man Needs A Maid, resa ancora più struggente dall’introduzione suonata con l’organo a pompa, Mellow My Mind, tra le più intense dell’album Tonight’s The Night, e Sugar Mountain posta in chiusura, che nonostante fosse in origine un lato B è molto popolare.

Chiaramente, dato che stiamo parlando di Neil Young, trovano spazio nella setlist anche canzoni più oscure, come The Laughing Lady e Here We Are In The Years dal suo primo album, Journey Through The Past, che non proviene dal film con lo stesso titolo ma dal live Time Fades Away, la fluida Give Me Strength, che non è inedita solo perché è stata pubblicata lo scorso anno su Hitchhiker, o The Losing End, che è uno dei pezzi meno conosciuti di quel capolavoro che è Everybody Knows This Is Nowhere; per la verità un inedito assoluto c’è, ed è una ballatona pianistica tipica del nostro intitolata No One Seems To Know, un brano discreto anche se non memorabile. E poi, dulcis in fundo, abbiamo un bel gruppetto di brani che all’epoca di questi concerti erano inediti, e che Neil renderà ufficiali solo in seguito, come il pezzo messo in apertura, Too Far Gone, una country song pura e bellissima che finirà su Freedom nel 1989, White Line, che in versione molto diversa e decisamente più rock andrà nel 1991 su Ragged Glory, la nota Human Highway, da anni già nel repertorio live di Neil, ma messa solo due anni dopo su Comes A Time, la già splendida Pocahontas, una delle migliori canzoni del lato acustico di Rust Never Sleeps (già presente anche su Hitchhiker), e due pezzi che di lì a pochi mesi Young inserirà tra gli inediti della compilation Decade, cioè la militaresca Campaigner e Love Is A Rose, che il pubblico mostra di conoscere in quanto l’anno prima era stata un successo per Linda Ronstadt.

Songs For Judy è il quinto live acustico pubblicato da Neil Young nell’ambito dei suoi concerti d’archivio e, sia per la scaletta che per la qualità della performance, può essere tranquillamente considerato uno dei migliori.

Marco Verdi

Che Voce! E Che Concerto Spettacolare, Uno Dei Migliori Del 2018. Beth Hart – Live At The Royal Albert Hall

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Beth Hart – Live At The Royal Albert Hall – Mascot Provogue 2CD – DVD – Blu-ray – 30-11/2018       

Se ci fosse una religione (almeno nel rock e nel blues), Beth Hart dovrebbe vincere un Grammy ogni anno come migliore cantante femminile, in assoluto, non solo in ambito blues, ma in effetti, a parte una nomination nel 2014 per l’album Seesaw con Joe Bonamassa, non ha mai vinto un premio. Un po’ meglio le è andata ai Blues Music Awards, dove dopo cinque anni consecutivi di nominations come miglior vocalist, finalmente ha vinto il premio proprio nel 2018. L’anno in corso è stato uno dei più prolifici della sua carriera: dopo l’uscita, ad inizio anno, dell’ottimo Black Coffee, il suo terzo album di studio con Bonamassa https://discoclub.myblog.it/2018/01/21/supplemento-della-domenica-di-nuovo-insieme-alla-grande-anteprima-nuovo-album-beth-hart-joe-bonamassa-black-coffee/ , senza dimenticare il formidabile Live In Amsterdam, a maggio è uscito anche Front And Center Live From New York, un concerto registrato all’Iridum Jazz Club per l’omonima trasmissione della PBS https://discoclub.myblog.it/2018/05/03/bello-forse-si-poteva-fare-di-piu-forse-beth-hart-front-and-center-live-from-new-york/ , una esibizione forse più intima e meno soddisfacente di un “vero” concerto di Beth, solo una dozzina di brani che hanno catturato principalmente, ma non solo, il suo lato diciamo da cantautrice e meno da performer.

Ora arriva questo Live At Royal Albert Hall che la consacra definitivamente come una della migliori voci femminili in circolazione oggi nell’ambito rock e blues, forse la migliore, in azione in uno dei templi della musica mondiale. Il concerto è fantastico, il trio che la accompagna, Jon Nichols (chitarra), Bob Marinelli (basso) & Bill Ransom (batteria), è eccellente, come posso testimoniare personalmente avendola vista dal vivo più di una volta, anche se non è paragonabile alla band di Bonamassa, ma è solo un piccolo appunto, visto che poi quello che conta è la sua voce, fantastica, sensuale, roca, potente e la sua presenza scenica e la capacità di attirare l’attenzione totale del pubblico donandosi in modo quasi commovente in una sorta di catarsi che al momento ha pochi eguali nell’ambito concertistico mainstream, dove la sua reputazione è in continua e costante crescita e l’uscita di questo Live prevista per il 30 novembre dovrebbe suggellarla definitivamente. Ma veniamo alla serata londinese, 4 maggio 2018, la band è già sul palco per un concerto sold-out, le luci sono ancora spente e la voce di Beth Hart arriva improvvisamente dal nulla, chiara e limpida, non accompagnata, uno spot la segue mentre appare in mezzo al pubblico, che la saluta calorosamente, contraccambiato dalla cantante che mentre si avvicina al palco tocca le mani protese degli spettatori mentre canta in modo appassionato e a cappella una emozionante As Long As I Have A Song, uno dei brani più belli di Better Than Home.

Poi appare subito un altro degli aspetti della personalità della Hart, la eterna ed esuberante ragazzona che non può credere di essere alla Royal Albert Hall, cerca la mamma che è in mezzo al pubblico, e poi fasciata in un abito da sera nero dà il via al suo gruppo per una poderosa For My Friend, un brano di Bill Withers che era uno degli highlights di Don’t Explain, il secondo album con Bonamassa, ed è subito rock-blues selvaggio da power trio con Nichols in grande evidenza, mentre Beth stimola il gruppo con le sue mosse e poi anche il pubblico, che già al terzo brano è invitato ad alzarsi in piedi a partecipare, ballare e cantare al ritmo contagioso di Lifts You Up che viene dal passato della Hart, un pezzo del 2003 che era anche sul Live At Paradiso del 2005, l’altro disco dal vivo della cantante californiana. A questo punto la nostra amica ha già in pugno, come le grandi entertainer, il pubblico, comincia a gigioneggiare con la sua voce splendida e dedica subito alla madre un’altra canzone splendida come Close To My Fire, felpata e jazzy, estratta da Seesaw, e che permette ancora di gustare il suo delizioso contralto e la carica sexy delle sue movenze fisiche e vocali; la trascinante Bang Bang Boom Boom è stata uno dei suoi maggiori successi commerciali e la nostra amica, seduta ad un piano circondato da una serie di lumini, dirige il pubblico e la band per una versione rallentata e quasi con elementi C&W. Sempre esplorando il suo passato arriva da 37 Days anche il vivace R&B di Good As It Gets, con Nichols che si conferma in serata di grazia, poi tocca a Spirit Of God, uno dei suoi brani più spirituali e che illustra il suo rapporto con la religione, attraverso un brano comunque mosso, da Rock and Roll Revue, prima di entrare nella parte più riflessiva dello show, dove la sua voce naturale è sempre in controllo, ma anche in grado di spingersi verso territori sconosciuti per la gran parte delle cantanti, sia a livello emozionale che di potenza vocale.

Prima di tutto arriva una canzone scritta per la mamma, ma anche in onore della grande Billie Holiday, Baddest Blues. solo voce e piano all’inizio, poi entra la band in modalità raffinat ea che segue le sue evoluzioni canore, potenti e raffinate al contempo, seguita da un altro brano ad alto contenuto emotivo come la autobiografica Sister Heroine, dedicato alla sorella scomparsa, altra bellissima ballata pianistica di grande pathos con notevole solo di chitarra di Nichols, che poi va di wah-wah nella tirata e sanguigna Baby Shot Down, il primo dei brani tratti da Fire On The Floor, “ruggiti” di Beth inclusi nel prezzo, che poi coinvolge il pubblico a vocalizzare con lei nella avvolgente Waterfalls, altra poderosa rock song con retrogusti zeppeliniani, con vocalizzi incredibili ed un crescendo inesorabile, tratta da 37 Days, e poi va a pescare da Don’t Explain un’altra piccola perla di raffinati equilibri sonori come la deliziosa e notturna Your Heart Is As Black As Night dal repertorio di Melody Gardot. Fine del primo CD e senza soluzioni di continuità sul DVD si passa a Saved, l’unico brano tratto dal recente Black Coffee, un travolgente pezzo R&B della grande LaVern Baker, dove Beth mette in campo ancora tutta la sua carica vocale e Nichols la sostiene da par suo; poi imbraccia una chitarra acustica e racconta un aneddoto del suo passato, quando era “drogata perduta” come dice lei stessa e viveva in The Ugliest House On The Block, un divertente brano di ispirazione giamaicana dove sdrammatizza in modo leggero e divertente la sua situazione del tempo, una specie di reggae acustico delizioso, fischiatina inclusa, e Spiders On My Bed va ancora più indietro nel tempo, ai tempi di Immortaldnel 1996, quando era una junkie e non riuscendo a dormire le capitava di stare sveglia per tre o quattro giorni di fila, un brano di stampo quasi rootsy dove la Hart dimostra di essere anche un brava bassista acustica.

In questo segmento unplugged and seated del concerto, poi di nuovo al pianoforte in solitaria per la bellissima Take It Easy On Me, altra struggente ed intensa ballata, che fa il paio con l’altrettanto bella Leave The Light On, nella cui presentazione Beth si commuove fino alle lacrime, prima di dedicare la canzone al suo manager e al marito, e per concludere il gruppo di brani più emozionali c’è anche quella dedicata una volta di più alla madre, cercata e trovata tra il pubblico, Mama This One’s For You  Prima di concludere il segmento acustico e con il pubblico quasi in tripudio la Hart ci regala un’altra delle sue canzoni più belle, l’appassionata e sognante My California, con il marito sul palco, In teoria il concerto finisce qui, ma i bis dove li mettiamo? Si parte con Trouble, un altro poderoso rock tratto da Better Than Home, Love Is Lie è un’altra vibrante dichiarazione di intenti cantata a pieni polmoni e con Nichols che torna a farsi sentire, e pure Picture In A Frame in quanto ad intensità non scherza, anche si tratta nuovamente di una ballata suadente, madlità di cui Beth è diventata maestra negli ultimi anni, d’altronde con quella voce sarebbe difficile il contrario. Quando si avvicinano le due ore il concerto si avvia alla conclusione, ma non prima di congedarci con un lungo blues a combustione lenta e in crescendo vocale incredibile, degno della migliore Janis Joplin, tra vallate sonore e picchi improvvisi, come Caught Out In The Rain. Se non volete leggere tutta la recensione, che in effetti mi è venuta un po’ “lunghina”, si potrebbe condensare in una parola: spettacolare!

Bruno Conti

Ed Anche Quest’Anno Si Conferma L’Equazione: Natale = Live Degli Stones! The Rolling Stones – Voodoo Lounge Uncut

rolling stones voodoo lounge uncut

The Rolling Stones – Voodoo Lounge Uncut – Eagle Rock/Universal DVD – BluRay – 2CD/DVD – 2CD/BluRay

Per i primi trent’anni della loro inimitabile carriera, non è che la discografia live dei Rolling Stones rispecchiasse fedelmente la loro bravura dal vivo: a parte il fondamentale Get Yer Ya Ya’s Out del 1970, per anni i nostri non erano stati in grado di regalare ai fans un album dal vivo come Dio comandava (Got Live If You Want It era una mezza presa in giro, Love You Live era bello ma avrebbe potuto essere molto meglio, e sia Still Life che Flashpoint erano piuttosto deludenti). Poi, dallo splendido Stripped del 1995 in avanti, le Pietre si sono messe a pubblicare dischi live con una regolarità impressionante, abbinando quantità a qualità, e molti di essi sono stati messi in commercio nel periodo tardo autunnale, in tempo per lo shopping natalizio, sia per quanto riguarda i concerti d’archivio (fuori e dentro la serie From The Vault https://discoclub.myblog.it/2018/05/26/dagli-archivi-senza-fine-a-luglio-un-nuovo-capitolo-della-saga-rolling-stones-from-the-vault-no-security-san-jose-99/ ), sia per quelli “contemporanei” (Sweet Summer Sun, Havana Moon). Non si sottrae alla regola questo Voodoo Lounge Uncut, che esce nelle solite varie configurazioni audio e video, e che come suggerisce il titolo proviene dal tour intrapreso in supporto all’album Voodoo Lounge del 1994, lo stesso giro di spettacoli che aveva dato vita a Stripped (ed al suo monumentale ed imperdibile seguito, Totally Strippedhttps://discoclub.myblog.it/2016/06/24/21-anni-fa-era-imperdibile-ora-indispensabile-the-rolling-stones-totally-stripped/ .

Voodoo Lounge aveva segnato il ritorno alla forma ottimale per il gruppo di Mick Jagger, Keith Richards, Ronnie Wood e Charlie Watts (era infatti il primo lavoro senza il bassista Bill Wyman), un grande disco che vedeva all’opera una band ispirata e decisamente “sul pezzo” dopo una decade, gli anni ottanta, che aveva riservato a loro ed ai fans quasi solo delusioni (anche se Steel Wheels del 1989 mostrava qualche segnale di ripresa): un album quindi che si poteva tranquillamente definire come il loro migliore da Some Girls (Tattoo You, pur ottimo, era formato all’80% da outtakes rimaneggiate, alcune anche con dieci anni sulle spalle), e che si rivelerà più riuscito anche dei suoi due seguiti composti da materiale originale, Bridges To Babylon e A Bigger Bang. Anche la tournée seguente vedeva i nostri in forma eccellente, come se fossero ancora negli anni settanta, aiutati da una superband che li accompagnerà per molti anni, e che in molte individualità è con loro ancora oggi (Darryl Jones al basso, Chuck Leavell alle tastiere, la sezione fiati di quattro elementi guidata dall’ormai scomparso Bobby Keys, ed un trio di coristi formato da Lisa Fisher, Blondie Chaplin e Bernard Fowler): Voodoo Lounge Uncut ci presenta una splendida serata del 25 Novembre 1994 al Joe Robbie Stadium di Miami, che non è del tutto inedita in quanto all’epoca era uscita su VHS e su LaserDisc: qui però abbiamo per la prima volta il concerto anche in versione audio e, soprattutto, completo, dato che allora erano state “tagliate” ben dieci canzoni (da qui l’Uncut del titolo). E la serata è, manco a dirlo, strepitosa, con gli Stones in forma spettacolare e con una scaletta che riserva anche più di una sorpresa, non limitandosi soltanto a riproporre i loro successi (che comunque non mancano di certo).

Dopo un’introduzione da parte dell’attrice Whoopi Goldberg, il concerto inizia in maniera insolita, e cioè con la tambureggiante Not Fade Away, evergreen di Buddy Holly che i nostri incisero in gioventù. Poi però il rock’n’roll prende subito il sopravvento, con due classici da Exile On Main Street, la ruspante Tumbling Dice ed una Rocks Off più trascinante che mai, inframmezzate da uno dei brani all’epoca nuovi, cioè la potente You Got Me Rocking. A dire il vero i pezzi tratti da Voodoo Lounge non sono molti altri, solo la torrida I Go Wild, la graffiante Sparks Will Fly, puro rock’n’roll Stones-style, e la toccante The Worst, cantata da Richards con la consueta voce imperfetta ma piena di feeling (ed accoppiata alla guizzante Before They Make Me Run, sempre molto apprezzata). Come dicevo, le hits non mancano (Satisfaction, posta stranamente in settima posizione nella setlist, la ballatona Angie, Miss You, che fa ballare tutto lo stadio, Honky Tonk Women, Sympathy For The Devil), ma ci sono anche diverse chicche come lo splendido errebi Beast Of Burden (grande versione), la poco nota Doo Doo Doo Doo Doo (Heartbreaker) e, dagli anni sessanta, una scintillante It’s All Over Now e la quasi dimenticata Monkey Man. Ma il magic moment dello show, almeno secondo me, è un uno-due a tutto country-rock formato da Dead Flowers e Sweet Virginia, due canzoni meravigliose che in quella sera brillano ancor più di luce propria, una più bella dell’altra.

In una serata speciale non possono mancare gli ospiti, a partire dalla bella Sheryl Crow (all’epoca molto in auge), alle prese con la vintage Live With Me (performance per la verità un po’ tirata via), e soprattutto con un doppio momento blues, prima con Robert Cray che canta e suona da par suo sulle note di Stop Breaking Down Blues di Robert Johnson, e poi con il leggendario Bo Diddley e la sua chitarra rettangolare con una infuocata Who Do You Love?, versione formidabile, tra le migliori prestazioni della serata. Infine, solita chiusura micidiale con cinque classici rock’n’roll uno di fila all’altro, Street Fighting Man, Start Me Up, It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It), Brown Sugar e Jumpin’ Jack Flash, canzoni ascoltate mille volte ma che ogni sera i nostri suonano come se fossero ancora giovani ed affamati. Il DVD (o BluRay) offre anche cinque pezzi bonus, tratti da una serata al Giants Stadium in New Jersey, che però non ho ancora visto in quanto ho fatto questa recensione sulla parte audio (per la cronaca, i brani sono Shattered, Out Of Tears, All Down The Line, I Can’t Get Next To You dei Temptations e Happy).

Altro grande concerto ed altro documento prezioso quindi; l’anno prossimo i Rolling Stones porteranno il loro No Filter Tour negli Stati Uniti per tredici serate: scommettiamo che il prossimo live album sarà tratto da uno di questi concerti? Magari Chicago?

Marco Verdi

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 6. Una Sontuosa Riedizione Di Un Capolavoro “Minore”. The Kinks – Are The Village Green Preservation Society 50th Anniversary

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The Kinks – Are The Village Green Preservation Society 50th Anniversary – Sanctuary/BMG Deluxe 2CD – Super Deluxe 5CD/3LP/3x45rpm

In un anno in cui sono uscite tutte insieme le ristampe in formato Super Deluxe di album leggendari come The Beatles (meglio conosciuto come White Album), Blood On The Tracks, Electric Ladyland ed Imagine, l’edizione per il cinquantesimo anniversario di Are The Village Green Preservation Society, il primo di diversi concept albums dei Kinks e considerato tra i loro capolavori, rischia quasi di passare inosservato. Sarebbe un peccato, in quanto stiamo parlando di uno dei migliori dischi di pop-rock dell’epoca, un lavoro che vedeva il genio di Ray Davies al massimo della sua espressione, con una serie di bozzetti che erano una vera e propria dichiarazione di nostalgia verso un certo modo di vivere tipicamente inglese, molto legato alle tradizioni ed a certe abitudini, un senso di appartenenza che secondo il nostro in quel periodo (1968) si stava irrimediabilmente perdendo: il tutto affrontato con la consueta finezza ed ironia, e soprattutto con una serie di canzoni formidabili, tra le migliori di sempre del quartetto londinese (completato in quel periodo dal fratello di Ray, Dave Davies, alle chitarre, da Pete Quaife al basso e Mick Avory alla batteria, anche se gran parte del merito della riuscita sonora del disco originale andava anche alle inimitabili tastiere di Nicky Hopkins, il più grande pianista rock di ogni epoca).

kinks are the village green cofanetto

Per ricordare quell’album fondamentale, oggi la Sanctuary pubblica questo enorme (e costoso) cofanetto, il cui contenuto farà leccare i baffi a più di un fan del gruppo. Il disco originale (che all’inizio degli anni settanta ebbe anche due seguiti, Preservation Act 1 e 2, meno indispensabili) è stato ampliato a ben cinque CD, con l’aggiunta di versioni alternate, mix diversi, outtakes, brani dal vivo e parecchie sorprese non necessariamente risalenti al periodo in questione (non tutto è inedito, ma buona parte sì), ed in più è stato inserito il vinile originale ma in versione doppia, con il primo disco in stereo e l’altro in mono, più un terzo LP separato che riproduce l’album uscito all’epoca in Svezia (ed in altri paesi europei, come Francia, Norvegia ed anche Italia), con una tracklist differente: il tutto corredato da un bel libro pieno di foto e parti scritte (tra le quali una testimonianza nuova di zecca di Pete Townshend, che considera questo album tra i suoi tre preferiti di sempre in assoluto), oltre a diverse cartoline, spartiti e memorabilia varia (ma, e questa è una pecca, manca completamente la lista delle canzoni con i dettagli delle registrazioni, i titoli sono stampati solo sui cinque dischetti). Un’operazione monumentale quindi, non per tutte le tasche: infatti è stata approntata anche una versione più “povera”, un doppio CD che però offre meno dell’edizione tripla pubblicata nel 2004.

Ma veniamo alla disamina di questa ristampa nel dettaglio, sperando (più che altro per le nostre e vostre finanze), che non sia l’avvio di una serie di cofanetti dello stesso tipo, dato che nei prossimi anni compiranno cinquanta anni altri album fondamentali dei Kinks (due su tutti: Arthur e Muswell Hillbillies). CD1: ovviamente si parte con l’album originale (che, va ricordato, all’epoca ebbe incredibilmente un successo davvero scarso), rimasterizzato in maniera magnifica. Riascoltiamo dunque con enorme piacere grandissime canzoni come la title track, Picture Book, Animal Farm, Village Green e People Take Pictures Of Each Other (quest’ultima davvero attualissima nell’era dei social media), fulgidi esempi di perfezione pop-rock, che dimostrano la formidabile facilità di scrittura che Ray aveva in quel periodo. Ma anche le altre non è che siano di molto inferiori, dalla deliziosa Do You Remember Walter?, all’energica Johnny Thunder, alla vibrante Last Of The Steam-Powered Trains, in odore di rock-blues, passando per la squisita Sitting By The Riverside, in puro stile old-time, la saltellante Starstruck, la filastrocca pop di All Of My Friends Were There, fino alla quasi bossa nova di Monica. Come bonus abbiamo diversi altri brani dell’epoca, tra cui vari singoli: da segnalare almeno la strepitosa Days, una delle più belle pop songs di sempre (e non solo dei Kinks), il trascinante rock’n’roll di She’s Got Everything, la leggera Mr. Songbird, quasi beatlesiana, la divertente e solare Polly e la semplicemente bellissima Misty Water. 

CD2: dischetto meno interessante, non brutto (per carità), ma che ripete in gran parte le canzoni del primo CD in versione mono. Le uniche differenti sono la quasi cabarettistica Till Death Do Us Part, una delizia per le orecchie, una Village Green con traccia vocale alternata, lo scintillante pop Lavender Hill, gradevole è dir poco, e la vivace Pictures In The Sand. CD3: intitolato Village Green Sessions, questo dischetto è l’unico per il quale usare la parola “deludente” non è fuori luogo, in quanto non ci sono vere e proprie outtakes, ma in maggior parte mix differenti delle stesse versioni già conosciute. Quindi una ripetizione quasi superflua, buona solo per le orecchie dei maniaci audiofili: le uniche vere versioni alternate sono la take 17 di Animal Farm, praticamente identica a quella nota, e l’acetato originale di Village Green. Ci sono anche sette backing tracks senza le parti vocali, che però prese così non dicono molto. CD4: Village Green At The BBC. Dischetto che propone diverse tracce registrate in vari programmi trasmessi dalla storica emittente britannica (alcuni, ma non molti, erano già usciti sul box sestuplo del 2012 Kinks At The BBC) tra il 1968 e 1969. Non solo brani dell’album in questione comunque, dato che troviamo anche classici come Waterloo Sunset, Sunny Afternoon ed un medley che unisce Dedicated Follower Of Fashion con A Well Respected Man e Death Of A Clown. Poi ci sono splendide versioni di Days, The Village Green Preservation Society, Animal Farm e Picture Book, e non mancano chicche come la roccata Love Me Till The Sun Shines, cantata da Dave, l’intensa Two Sisters, con gran lavoro di clavicembalo, e la sarcastica When I Turn Off The Living Room Light.

CD5: l’ultimo dischetto è forse il più interessante, e comincia con un medley di demo acustici di vari pezzi dell’album, per proseguire con altre backing tracks ed una versione sempre acustica di Days, ovviamente splendida. Ma le sorprese iniziano dalla traccia numero dieci: Time Song è un inedito assoluto, una delicata slow ballad pianistica e dall’atmosfera bucolica, incisa nel 1973 e che avrebbe dovuto finire su Preservation Act 1. Sempre dagli anni settanta provengono tre riletture di pezzi dell’album originale (la title track, un medley tra Picture Book e People Taking Pictures Of Each Other, oltre ad una overture strumentale inedita), potenziate da cori e da una sezione fiati, ed incise ma non utilizzate per i due Preservation Act. Infine, e qui il contenuto vale gran parte del prezzo richiesto, abbiamo otto pezzi dal vivo nel 2010 a Copenhagen solo con Ray, la sua band ed il Danish Radio Symphony & Vocal Ensemble: una meraviglia, con versioni maestose ed emozionanti di Days, Do You Remember Walter?, Picture Book e The Village Green Preservation Society, il tutto concluso dalla rara ed intensa The Way Love Used To Be, tratta dalla colonna sonora di Percy.

I Kinks sono stati una delle più grandi band di sempre, di sicuro una delle più sottovalutate, e questo monumentale cofanetto lo conferma a gran voce: imperdibile, sempre che vi avanzino quei 110/130 euro euro, a seconda dei paesi.

Marco Verdi

Di Nuovo Questa Splendida Settantenne Che Non Ha Ancora Finito Di Stupire! Marianne Faithfull – Negative Capability

marianne faithfull negative capability

Marianne Faithfull – Negative Capability – Panta Rei/BMG CD

Quando tutti pensavamo che Marianne Faithfull avesse toccato uno dei vertici della sua carriera con il bellissimo Give My Love To London del 2014 https://discoclub.myblog.it/2014/10/07/tante-vite-vissute-50-anni-carriera-marianne-faithfull-give-my-love-to-london/ , non avremmo mai immaginato che la bionda chanteuse britannica, ex musa di Mick Jagger e Keith Richards, avesse nelle corde un album ancora più bello: Negative Capability, il nuovissimo lavoro della Faithfull, è infatti un disco strepitoso, uno dei migliori della sua lunga carriera, e potrebbe addirittura gareggiare per prendersi il gradino più alto del podio. Marianne ha avuto una vita intensa, e più volte è risorta dagli inferi nei quali l’avevano portata esperienze di droga e alcool che ne avevano fatta quasi una “signora maledetta” del panorama rock. Dopo il pop-rock degli anni sessanta, la Faithfull è artisticamente rinata una prima volta con il famoso Broken English del 1979, e definitivamente con lo splendido Strange Weather del 1987 (bissato tre anni dopo dal grande live album Blazing Away).

Da Vagabond Ways (1999) in poi, Marianne non ha più sbagliato un colpo, producendo lavori bellissimi e collaborando spesso con artisti di molti decenni più giovani di lei, celebrando infine i cinquanta anni di carriera nel 2016 con il CD e DVD dal vivo No Exit https://discoclub.myblog.it/2016/10/06/unaltra-splendida-quasi-settantenne-marianne-faithfull-exit/ , in cui la nostra dimostrava, nonostante gli acciacchi fisici (da tempo si muove con l’aiuto di un bastone), di avere ancora una forza interpretativa da paura. Ora, alla vigilia dei 72 anni, Marianne ci consegna quello che può essere definito senza mezze misure un mezzo capolavoro: Negative Capability è infatti un album straordinario, pieno di ballate cupe, dense e profonde, cantate con una voce che più passano gli anni e più mette i brividi, e prodotto in maniera moderna (ma con sonorità classiche) da un trio formato da Head, Rob Ellis (entrambi conosciuti per le loro collaborazioni con PJ Harvey) ed il braccio destro di Nick Cave nei Bad Seeds, Warren Ellis (nessuna parentela con Rob). Ed i due Ellis sono coinvolti anche come musicisti ed autori di alcuni brani, insieme allo stesso Cave, al cantautore Ed Harcourt ed al chitarrista Rob McVey, ex leader della indie band britannica Longview. Poche note del brano di apertura, Misunderstanding, ed abbiamo già un assaggio di cosa ci aspetta, un pezzo struggente, reso ancora più emozionante dalla viola di Ellis (Warren) e dalla voce fragile, quasi spezzata, di Marianne, una voce che non si preoccupa di dimostrare tutti gli anni che ha.

The Gypsy Faerie Queen (scritta con Cave) è un brano di un’intensità incredibile, lentissimo, guidato da piano e viola e con un’apertura melodica strepitosa nel ritornello, in cui Nick si unisce vocalmente alla Faithfull: una canzone magnifica, tra le più belle ascoltate quest’anno. As Tears Go By era stata scritta dai Rolling Stones proprio per Marianne, che nel corso degli anni l’ha ripresa più volte, ma è sempre un piacere immenso ascoltarla, anzi forse questa versione con violino, un toccante pianoforte ed una leggera percussione è quella definitiva. In My Own Particular Way è più strumentata (anche se sempre lenta), ma ha un incedere maestoso ed un motivo di quelli che se non vi emozionate avete qualche problema: splendida anche questa; Born To Live è basata su un piano cantilenante e sulla voce nuda e cruda della Faithfull, atmosfera tesa appena stemperata da un flauto (sempre l’Ellis australiano), mentre Witches Song è più cadenzata anche se mantiene una certa cupezza di fondo (inevitabile con il timbro di voce della bionda cantante di Londra), e ricorda vagamente il mood del precedente album, Give My Love To London. Nei bonus video del live No Exit c’era una rilettura del classico di Bob Dylan It’s All Over Now, Baby Blue, e qui viene pubblicata in una nuova versione di studio: versione splendida, rallentata rispetto all’originale di Bob, cantata con voce più forte del solito ed un arrangiamento elettroacustico che profuma di anni sessanta.

They Come At Night, scritta insieme a Mark Lanegan, è la più mossa finora, ma ha anche un’atmosfera vagamente minacciosa ed un arrangiamento moderno comunque perfetto per lo stile “mitteleuropeo” di Marianne (ed il testo agghiacciante va di pari passo con la musica); si torna ad un clima più tranquillo con la pianistica Don’t Go, altro brano di notevole intensità e cantato con un trasporto ed una sincerità disarmanti. Il CD si chiude con No Moon In Paris, tra le più belle del lavoro, una stupenda ballata dal tono ancora struggente ed un accompagnamento scarno ma perfetto, a base di piano, viola e due reperti quasi archeologici come harmonium e glockenspiel. Esiste anche una edizione deluxe con tre brani in più (ed una bella confezione a guisa di libro con copertina dura), il primo dei quali è la terza ed ultima cover del lavoro, cioè Loneliest Person dei Pretty Things, bella canzone e rilettura tanto per cambiare di straordinario impatto emotivo, cantata con voce meno fragile del solito ed Ellis strepitoso al violino. Chiudono definitivamente una No Moon In Paris più corta della precedente ed una versione alternata di They Come At Night, più rock di quella sentita poc’anzi ma sullo stesso egregio livello qualitativo.

Un album dunque davvero magnifico questo Negative Capability, in grado di scombussolare le classifiche dei migliori dischi dell’anno.

Marco Verdi

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 4. Un Album Leggendario…Minuto Per Minuto! Bob Dylan – More Blood, More Tracks – Parte 2: Il Box.

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Ecco quindi la seconda parte del mio post dedicato al quattordicesimo episodio delle Bootleg Series di Bob Dylan, box che riassume le sessions complete di New York (dal 16 al 19 Settembre 1974) e quel poco che è rimasto di quelle di Minneapolis (27 e 30 Dicembre), riguardanti il capolavoro Blood On The Tracks (ebbene sì, un disco di questa portata è stato inciso in appena sei giorni!).

CD1: undici brani con il solo Dylan presente, voce, chitarra ed armonica, come se si trattasse di una serie di demo. Si parte con due versioni della struggente If You See Her, Say Hello (la Girl From The North Country di Sara?), entrambe già splendide seppur diverse nella tonalità vocale, con Bob che canta con un’intensità da brividi; seguono tre takes di You’re A Big Girl Now, tutte estremamente rilassate e con il nostro che sillaba le parole con grande chiarezza (splendida la prima, al punto che alla fine sentiamo Ramone esclamare “Great song!”). Poi abbiamo due prime versioni di Simple Twist Of Fate, già bellissima e superbamente eseguita, e due prove di Up To Me (una delle quali appena accennata), un brano che non verrà messo sul disco originale in favore della musicalmente simile Shelter From The Storm. La chicca del primo CD sono però le due performances che lo chiudono, cioè le uniche due letture incise a New York di Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts, un pezzo da sempre legato alle sessions di Minneapolis con la band, ma che anche in solitaria è di una bellezza radiosa (specie la seconda versione, completa e con un verso in più rispetto a quella nota): una vera sorpresa.

CD2: per certi versi il dischetto più interessante del box, dato che viene documentata la sfortunata session di Bob con i Deliverance, che ci fa intuire come avrebbe potuto essere il disco se solo si fosse accesa la scintilla. Si inizia con tre diverse Simple Twist Of Fate, ed almeno la prima è davvero splendida, una grande ballata vista da una prospettiva inedita, con un delizioso interplay tra chitarre ed organo, ed una sezione ritmica discreta ma impeccabile: tra gli highlights assoluti del box (mentre le due che seguono non hanno la stessa intensità). Poi troviamo due versioni di Call Letter Blues (tra cui quella finita sul primo Bootleg Series) ed una di Meet Me In The Morning (la take finita sul disco originale, ma qui più lunga e con un verso in più), in pratica lo stesso blues con parole diverse, entrambi ispirati da 32-20 Blues di Robert Johnson, ma soprattutto cinque takes consecutive, solo Dylan con Brown al basso, della straordinaria Idiot Wind, uno dei testi più caustici di Bob e forse il brano più bello di queste sessions: sinceramente non saprei quale versione scegliere, il pathos si tocca quasi con mano, pur essendo il nostro più rilassato e meno “arrabbiato” che nella rilettura di Minneapolis. Alla fine del CD abbiamo ben nove takes di You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, affrontate da Dylan e band con spirito country-rock: ci sono prove, interruzioni e versioni finite, ma la sensazione chiara e lampante è quella di un gruppo che fatica ad adattarsi all’approccio informale del leader, ed infatti saranno le ultime incisioni full band di New York.

CD3: Weissberg ed i suoi se ne sono andati, e questo dischetto vede presenti solo chitarra, basso, piano, organo e talvolta la steel. Fanno qui il loro esordio due dei brani più popolari di Blood On The Tracks, cioè Tangled Up In Blue e Shelter From The Storm, con quattro versioni a testa: la take 1 di Tangled, molto più lenta di quella conosciuta, è bellissima e struggente, quasi una folk ballad, mentre le varie Shelter sono tutte magnifiche (e fra di esse ci sono quella originale e quella finita nel film Jerry MaGuire, ma qui con piano e basso in più). Detto di un paio di prime versioni di Buckets Of Rain, di un ottimo remake di You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, di una ripresa non troppo convinta di Call Letter Blues e di due eccellenti You’re A Big Girl Now (compresa quella finita su Biograph, meglio a mio giudizio di quella scelta per il disco uscito nel 1975, grazie anche alla languida steel di Cage), la sorpresa del CD è una rilettura del traditional Spanish Is The Loving Tongue per voce, chitarra, basso e pianoforte. Bob doveva amare particolarmente questa canzone, dato che nel periodo dal 1967 al 1975 l’aveva incisa almeno quattro volte: questa è forse la migliore di tutte, ma capisco che c’entrasse poco con il resto del disco e quindi è stata lasciata fuori a ragion veduta.

CD4: qui la parte del leone la fa Buckets Of Rain, con ben dieci tracce su venti totali (di cui quattro con il solo Bob, le uniche takes del 18/9), un brano considerato minore ma comunque diretto e godibile, e con Dylan ottimo anche alla chitarra: le performances migliori sono la seconda da solo, calda ed appassionata, e la quarta con Brown al basso, che poi è quella finita sull’album definitivo. Da segnalare una You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go più lenta ma non meno bella, la If You See Her, Say Hello del test pressing, davvero splendida (tra le più belle del cofanetto), due Meet Me In The Morning molto spontanee e con Bob che suona con piglio da vero bluesman, e cinque diverse Up To Me, una canzone che più la sento e più penso che doveva essere pubblicata. CD5: questo dischetto offre una panoramica abbastanza varia con sei diversi brani, tra cui il “ritorno” di Idiot Wind e Simple Twist Of Fate. Non ci sono molte takes complete, e quelle presenti sono in gran parte già note (la take 4 di Idiot Wind, già sul primo Bootleg Series, è presente due volte, con e senza overdub di organo), ma quella che da sola vale il CD è una Simple Twist Of Fate intima e quasi sussurrata, appena prima di quella definitiva. Ci sono anche due curiosità interessanti: una Tangled Up In Blue interrotta perché Dylan sbaglia le parole e se la prende con sé stesso, e soprattutto un momento in cui sentiamo dalla consolle la voce di Mick Jagger (che era passato a salutare Bob dallo studio attiguo) che consiglia al nostro di suonare Meet Me In The Morning con la slide acustica, ottenendo prima un cortese ma secco rifiuto (“No, I don’t play slide”) e poi fornendo una breve dimostrazione di una tecnica non proprio impeccabile, che costringe Jagger a dare ragione a Dylan.

CD6: il dischetto più breve, solo otto canzoni. Le prime tre sono anche le ultime registrate a New York, ma c’è comunque il tempo per quella che è forse la migliore Tangled Up In Blue di tutte, mentre, come ho già detto, vengono riproposte le cinque takes incise a Minneapolis e finite poi sul disco ufficiale, ma completamente remixate e leggermente rallentate (all’epoca era infatti pratica comune accelerare di poco il nastro), con il risultato di avere un suono più profondo e nitido (cosa evidente in particolare con Idiot Wind). E’ incredibile notare inoltre la differenza di approccio di Bob rispetto ad appena tre mesi prima: se a New York era rilassato, pacato e quasi malinconico, qui il nostro affronta i brani con un piglio fiero ed appassionato, molto simile a quello poi adottato nella tournée con la Rolling Thunder Revue e sull’album Desire. Quindi un altro capitolo delle Bootleg Series imperdibile da parte di Bob Dylan (ma ce ne sono di “perdibili”?), che ci porta veramente all’interno del suo disco più intimo e personale: se Bruno, al momento dell’annuncio su questo blog aveva avuto qualche dubbio, mi sento in tutta serenità di fugarlo.

Marco Verdi

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 4. Un Album Leggendario…Minuto Per Minuto! Bob Dylan – More Blood, More Tracks – Parte 1: La Storia Del Disco Originale.

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Bob Dylan – More Blood, More Tracks: The Bootleg Series Vol. 15 – Legacy/Sony CD – 2LP – Deluxe 6CD Box Set

A quasi un anno esatto dallo splendido Trouble No More https://discoclub.myblog.it/2017/12/02/supplemento-del-sabato-lapoteosi-del-dylan-performer-bob-dylan-trouble-no-more-the-bootleg-series-vol-131979-1981-parte-i/ , che prendeva in esame il periodo “mistico” dal 1979 al 1981 https://discoclub.myblog.it/2017/12/03/supplemento-della-domenica-lapoteosi-del-dylan-performer-bob-dylan-trouble-no-more-the-bootleg-series-vol-131979-1981-parte-ii/ , ecco il quindicesimo volume delle Bootleg Series di Bob Dylan, il cui titolo, More Blood, More Tracks, ci fa capire di essere incentrato sulle sessions di uno dei suoi album per il quale la parola “leggendario” non è usata a sproposito, cioè appunto Blood On The Tracks (inizialmente sembrava dovesse essere l’undicesimo episodio della serie, poi è stato accantonato per, nell’ordine, i Basement Tapes, il bienno 1965-1966 ed appunto il box religioso dello scorso anno). Blood On The Tracks è all’unanimità considerato uno dei migliori dischi di sempre di Dylan, per alcuni il più bello in assoluto, e comunque quasi mai fuori dalle Top Three dei lavori del nostro, un album che a distanza di quasi 44 anni dalla pubblicazione (è uscito infatti nel Gennaio del 1975) non ha perso un’oncia della sua bellezza, e suona ancora attuale come se fosse stato inciso da poco tempo. Un disco pieno di canzoni amare, dolorose, in certi momenti drammatiche, ispirate a Bob tra le altre cose dal progressivo disfacimento del suo matrimonio con Sara Nozinsky (più conosciuta come Sara Lownds, che però era il cognome del primo marito).

Dylan proverà senza troppa convinzione a smentire queste illazioni, sostenendo che i testi erano stati ispirati dai racconti di Cechov, ma verrà clamorosamente sbugiardato in seguito dal figlio Jakob (proprio il leader dei Wallflowers), che dirà di non riuscire ad ascoltare questo disco, in quanto ogni volta gli sembra di sentire i suoi genitori che litigano. E d’altronde c’è poco da smentire: canzoni come You’re A Big Girl Now, Idiot Wind, If You See Her, Say Hello, Simple Twist Of Fate, pur prestandosi a diverse chiavi di lettura come molti brani di Dylan, hanno dei riferimenti chiaramente autobiografici (così come You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, che però parrebbe dedicata ad Ellen Bernstein, una executive della Columbia che in quel periodo si vocifera avesse una relazione con Bob). Anche la genesi dell’album ha una storia piuttosto tribolata: Dylan inizialmente aveva pensato ad un disco più rock, ed aveva chiamato Mike Bloomfield per suonargli le canzoni e proporgli la collaborazione, ma il grande chitarrista non aveva trovato spazi dove avrebbe potuto dire la sua musicalmente parlando, ed aveva quindi declinato l’offerta. A questo punto Bob ripiegherà su un sound più acustico, entrando in studio a New York nel Settembre del 1974 insieme al noto tecnico del suono e produttore Phil Ramone, e con il chitarrista e banjoista Eric Weissberg (reduce dal grande successo di Dueling Banjos, dalla colonna sonora del film Deliverance, cioè Un Tranquillo Weekend Di Paura) e la sua band, appunto i Deliverance.

Ma anche qui l’alchimia con Bob non scatterà, e dopo un solo giorno di prove Weissberg e i suoi lasceranno lo studio (solo un brano finirà sul disco originale, Meet Me In The Morning), ma Dylan richiamerà dal gruppo il bassista Tony Brown, che suonerà praticamente durante tutte le sessions, e lo steel guitarist Buddy Cage, ai quali si aggiungerà l’organista Paul Griffin (già con Bob sia in Bringing It All Back Home che in Highway 61 Revisited), ed il quartetto porterà al termine le incisioni dando quindi all’album un sapore decisamente più intimista rispetto alle intenzioni originarie. La Columbia a questo punto preparò un test pressing del disco da mandare alle radio in tempo per la pubblicazione entro Natale, che Bob fece ascoltare al fratello David Zimmerman (unico momento in cui questo personaggio comparirà nella biografia dylaniana), il quale lo convinse a rimetterci le mani, dato che a suo parere il suono era troppo monocorde e cupo, e così com’era il disco avrebbe generato vendite troppo basse. Bob accettò il consiglio (e questo la dice lunga sulle incertezze e sullo scarso spirito critico che il nostro ha sempre avuto nei confronti del proprio materiale, basti vedere cosa accadrà nel 1983 con Infidels, un bel disco che però, con i brani che sono stati lasciati fuori, poteva diventare un altro capolavoro, ed anche in parte con Oh, Mercy), ed in Dicembre entrò negli studi Sound 80 di Minneapolis, in Minnesota, con un gruppo di musicisti sconosciuti reclutati dal fratello David (!), e con i quali incise ex novo cinque brani del disco, che a questo punto uscì a Gennaio dell’anno seguente in versione “ibrida”, metà registrato a New York e metà a Minneapolis.

Nel corso degli anni qualche inedito delle sessions della Grande Mela è stato pubblicato ufficialmente, prima sul cofanetto Biograph (You’re A Big Girl Now e l’inedito Up To Me), sul primo volume delle Bootleg Series (Tangled Up In Blue, Idiot Wind, If You See Her, Say Hello e l’inedito Call Letter Blues), una versione alternata ma praticamente identica all’originale di Shelter From The Storm sulla colonna sonora di Jerry MaGuire, ed un’altra take di Meet Me In The Morning come lato B del singolo Duquesne Whistle del 2012. Ora le sessions complete di New York (con in aggiunta le cinque canzoni di Minneapolis che finiranno sul Blood On The Tracks originale, purtroppo sembra che non sia sopravvissuto altro dalle incisioni in Minnesota) entrano a far parte, in ordine rigorosamente cronologico, di questo splendido box di 6CD, che ha avuto quindi lo stesso criterio di compilazione di The Cutting Edge (che però era basato su tre album distinti), cioè documentare ogni nota registrata per un album considerato giustamente epocale, non solo composto da grandi canzoni, ma con un Dylan in stato di grazia anche dal punto di vista delle interpretazioni, eseguite con una voce forte e senza sbavature ed un feeling da pelle d’oca.

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Alcuni fans non approvano questo modo di rivisitare i dischi storici, in quanto sostengono che pubblicare tutto quello che è stato documentato tolga quella patina di mistero e di immortalità, ma la maggior parte degli estimatori del nostro (me compreso) andranno in brodo di giuggiole. Il box esce nel solito elegante formato utilizzato ultimamente per questa serie, con due splendidi libri in cartone duro ricchi di foto inedite, un saggio scritto dal noto giornalista Jeff Slate e, fiore all’occhiello dell’operazione dal punto di vista grafico, la riproduzione del notebook originale di 57 pagine con i testi e le annotazioni scritti da Bob di suo pugno (al cui interno trovano spazio testi di canzoni che, per quanto ne sappiamo, non sono mai state messe in musica, come Don’t Want No Married Woman, There Ain’t Gonna Be Any Next Time, It’s Breakin’ Me Up e Where Do You Turn). Esiste anche una versione su CD singolo, o doppio LP (primo caso nella storia delle Bootleg Series, di solito l’edizione “povera” è doppia), con i dieci brani del disco originale in versione inedita, più una take alternata di Up To Me. Ma a noi chiaramente interessa il box sestuplo, e nella seconda parte di questo post analizzerò i brani salienti, che non sono pochi.

Marco Verdi