In Attesa Del Bellissimo Box Di Richard Thompson Ecco Un Ennesimo Concerto Degno Di Menzione. Richard Thompson – Live At Rock City, Nottingham November 86

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Richard Thompson – Live At Rock City, Nottingham November 86 – 2CD Angel Air

All’incirca un anno fa, più o meno in questo periodo, usciva un fantastico doppio CD dal vivo Across A Crowded Room Live At Barrymore’s 1985, pubblicato dalla Real Gone Music (e del quale purtroppo, per un disguido, non fu pubblicata la recensione sul Buscadero) https://discoclub.myblog.it/2019/08/21/il-recupero-di-un-raro-ma-bellissimo-disco-dal-vivo-dal-passato-richard-thompson-across-a-crowded-room-live-at-barrymores-1985/ : si trattava del tour di Richard Thompson immediatamente antecedente a quello contenuto nel doppio CD di cui andiamo ad occuparci, in origine negli anni ‘80 uscito solo su Laser Disc, mentre questo Live At Rock City proviene da un broadcast radiofonico (ma mancano quattro brani del concerto), per il quale la qualità sonora è diciamo molto buona, anche se non al livello della serata canadese al Barrymore.

La formazione è la stessa del concerto del 1985, Clive Gregson e Christine Collister, voci di supporto, acustiche e organo, Rory McFarlane al basso, Gerry Conway alla batteria, con una aggiunta significativa, il grande John Kirkpatrick alla fisarmonica, o button accordion se preferite il termine inglese (che nelle note, per un refuso, diventa accordian): quindi è una rara, se non rarissima, occasione per ascoltare Richard Thompson e Kirkpatrick dividere il palco. Il tour era per promuovere l’album “americano” Daring Adventures, prodotto da Mitchell Froom, ma come d’abitudine si pescavano brani da tutta la sua immensa discografia: si parte subito forte con Man In Need, tratto da Shoot Out The Light, brano accolto da un boato del pubblico, che coniuga come d’abitudine il suo approccio Folk (i tocchi fisa di Kirkapatrick) alla assoluta maestria alla chitarra elettrica con un suo tipico assolo, mentre Collister e Gregson aggiungono le loro celestiali armonie vocali. When The Spell Is Broken viene da Across A Crowded Room, una delle sue splendide, uniche, inconsuete ed intense ballate, con lavoro sublime alla solista e grande esecuzione della band.

Two Left Feet da Hand Of Kindness è uno dei pezzi più mossi e brillanti, una moderna giga con ampio spazio per Kirkpatrick, la poco conosciuta Jennie viene da Daring Adventures ed è comunque una delle sue tipiche malinconiche elegie all’amore tormentato, con la Collister ispirata al controcanto ed un altro assolo da urlo, seguita da A Bone Through Her Nose, altro pezzo nuovo per l’epoca, titolo meraviglioso, brano di impianto rock, quasi funky, al quale Thompson fa seguire Calvary Cross, uno dei miei brani preferiti in assoluto, molto amato anche dal pubblico inglese, che Richard ripaga con una esibizione superba e assolo lancinante in crescendo che raggiunge il Paradiso (dei chitarristi). Al Bowlly’s In Heaven, all’epoca nuova, sarebbe diventata negli anni una delle sue canzoni più belle (peccato per i problemi tecnici), e come rarità per la serata il medley folk strumentale Whitefriar’s Hornpipe/Shreds and Patches con Kirkpatrick al centro del palco.

Il secondo CD parte con You Don’t Say, sempre dall’album del 1985, con Thompson, Collister e Gregson impegnati in armonizzazioni vocali di grande pregio: cosa dire di Wall Of Death? Basta ascoltare, uno dei suoi capolavori assoluti, versione come sempre superba, con il plus della fisa di Kirkpatrick e la Collister che fa la Linda Thompson della situazione, ottima anche la vorticosa Fire In The Engine Room con solista in overdrive e la rarissima The Life And Loves Of A She Devil, che all’epoca era il tema di una serie TV, con Thompson che va di pedali e vibrato con la chitarra, mentre Christine Collister la canta divinamente, anche The Angels Took My Racehorse Away è una sorpresa assoluta, un brano da Henry The Human Fly del 1972 che non ricordavo affatto, ma che definire stupenda è quasi farle un torto, diciamo un’altra piccola meraviglia di Richard Thompson, ma quanto è bravo questo uomo? Che poi cala un altro asso con Shoot Out The Lights, in una versione intensa, avvolgente, buia e perigliosa, con chitarra e voce minacciose che quasi travolgono l’ascoltatore, che non fa in tempo a riprendersi perché arriva una altrettanto magistrale, ma esuberante e gioiosa Nearly In Love, con un ritornello quasi cantabile e con un altro assolo intricatissimo della solista.

A chiudere la serata una galoppante Tear Stained Letter, dove lui e Kirkpatrick si sbizzarriscono a rivedere le regole non scritte della musica folk. Un ennesimo (mezzo) capolavoro dal vivo, ma c’erano dei dubbi? Nel prossimo fine settimana vi aspetto per l’articolo in due parti sul superbo cofanetto Hard Luck Stories, in uscita l’11 settembre.

Bruno Conti

Continua Il Filotto Di Ottimi Dischi Per L’Omone Di Ocean City, New Jersey. Walter Trout – Ordinary Madness

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Walter Trout – Ordinary Madness – Mascot Provogue CD Limited Edition – 2 LP Vinile Colorato

Ormai anche Walter Trout si avvia a toccare, il prossimo anno a marzo, il traguardo dei 70 anni: e da come si era messa la sua vita quando nel giugno del 2013 gli fu diagnosticata una grave forma di cirrosi epatica, le sue possibilità di sopravvivenza sembravano veramente poche, senza un trapianto del fegato. Cosa per fortuna puntualmente avvenuta nel maggio dell’anno successivo, tanto che già ad ottobre del 2015 usciva il suo album Battle Scars, che documentava la sua battaglia vinta con la malattia. Nel pieno della malattia aveva pubblicato un sorprendente (per qualità) disco come The Blues Came Fallin’, e negli anni successivi ha confermato una vena compositiva mai perduta, prima con Alive In Amsterdan, poi con l’ottimo album di duetti, con ospiti a go-go, We’re All In This Together, e ancora lo scorso anno l’eccellente Survivor Blues, un album con una serie di cover di brani non notissimi, alcuni addirittura oscuri https://discoclub.myblog.it/2019/01/26/non-solo-sopravvive-ma-prospera-ogni-disco-e-piu-bello-del-precedente-walter-trout-survivor-blues/ .

Per completare il filotto il musicista del New Jersey (che ha ribadito in una recente video intervista con il suo amico Joe Bonamassa, un aneddoto divertente e poco conosciuto dei suoi primi anni sui palchi di Ocean City, quando le rispettive band suonavano una di fianco all’altra su palchi adiacenti, e la chitarra solista degli Still Mill era un certo Bruce Springsteen, di cui Walter non rimase molto impressionato all’epoca dalla abilità come chitarrista, consigliandolo di migliorarla, cosa che poi parrebbe essere successa (!?!?), e ha pure scritto anche qualche “bella canzoncina”) pubblica ora un nuovo album Ordinary Madness, che non fa riferimento alla “pazzia” fuori dal comune causata dalla pandemia, ma alle debolezze e alle fragilità insite in ciascuno di noi. In effetti l’album è stato completato poco prima dello stop per il virus, negli Horse Latitudes, gli studios di proprietà dell’amico Robby Krieger dei Doors, in quel di LA, California, non lontano da Huntington Beach, dove Trout vive da anni con la famiglia. Solito produttore, una garanzia, Eric Corne, dal 2006 al suo fianco, Johnny Griparic al basso, Michael Leasure alla batteria, un altro fedelissimo, e Teddy Andreadis alle tastiere.

Ovviamente ci dobbiamo aspettare un ennesimo album di blues elettrico corposo, influenzato dalle 12 battute, ma innervato da una base rock assai presente e dove la chitarra solista di Walter Trout è la dominatrice assoluta del suono: insomma anche se Walter non ha dimenticato gli anni trascorsi con il suo mentore John Mayall il suo approccio è quello tipico del “guitar hero”, quindi ottime melodie quando servono, belle ballate terse, ma poi quando interviene la Fender di Trout non ce n’è per nessuno o per pochi. Anche se lo scorso anno si è fratturato il mignolo della mano sinistra (quella degli accordi per intenderci) ben tre volte, la title track, un lento sinuoso, languido e ipnotico conferma la grande tecnica e il feeling dei suoi assoli, un brano che potrebbe rimandare a quegli slow blues à la Robin Trower dove la chitarra quasi galleggia, liquida ed affascinante, mentre lascia dipanare lentamente la sua improvvisazione, stabilendo anche quale sarà il concetto sonoro dell’album, ribadito in Wanna Dance dove i ritmi si fanno più incalzanti, le sonorità più lavorate, con le tastiere a sostenere la solista, tra Van Halen e Neil Young (?!? lo ha dichiarato lui) che continua comunque a rilasciare assoli sempre vibranti e di grande consistenza, per poi placarsi nella bellissima ballata My Foolish Pride, quasi di impianto country e cantata benissimo del nostro, in una atmosfera che trasuda serenità, mentre piano e organo, quelli che furono di Ray Manzarek, lavorano di fino e tirano la volata per il lirico assolo di chitarra.

Poi nella pastorale Heartland utilizza la vecchia Telecaster di James Burton, “casualmente” anche quella negli studi di Krieger e fa capolino pure una fisa. All Out Of Tears scritta insieme a Teeny Tucker, e dedicata al defunto figlio di quest’ultima, è uno slow blues duro e puro, ad alto contenuto emotivo, con Trout che distilla dalle corde della sua chitarra un assolo lancinante, che avrebbe reso orgoglioso il suo amato Mike Bloomfield, da sempre citato come suo modello di ispirazione. Final Curtain Call è più dura e tirata, con dei tocchi orientaleggianti che rimandano agli Zeppelin, compreso assolo alla Page, ma con l’armonica suonata dallo stesso Walter che alza la quota blues, Heaven In Your Eyes è una ballata che illustra il suo lato più melodico, con The Sun Is Going Down che rivaleggia con i mid-tempo più ispirati di Clapton, grazie anche al lavoro delle tastiere e finale in crescendo galoppante con la solista in grande spolvero.

Chitarra impiegata in modalità gilmouriana, nel senso di David, con grande assolo, per la sognante Up Above My Sky che ricorda i Pink Floyd mid-seventies, la stonesiana e danzante Make It Right ilustra il lato più ludico e divertente della musica di Trout, un rock-blues di quelli robusti con solista prima accarezzata e poi strapazzata, e ancora più corposa e robusta è la conclusiva Boomer, scritta con la moglie Marie, dove i due parlano delle future generazioni in un brano dove le chitarre ruggiscono, anche la Gibson SG di Krieger di nuovo casualmente nello studio e impiegata insieme alle tastiere di Manzarek, in un brano che è il più duro e tirato, ma forse anche il meno soddisfacente, in un disco che globalmente comunque conferma l’ottimo livello della produzione di Trout. Forse l’unico appunto che si può fare è il fatto che il CD esce solo in quella confezione “Deluxe”, con plettri, sottobicchieri, stickers e cartoline, niente bonus tracks, il tutto francamente inutile e fa solo aumentare il prezzo, se volete potete consolarvi con la versione in doppio vinile colorato.

Bruno Conti

Una Edizione Riveduta E Corretta Del Suo Primo Album! Joe Bonamassa – A New Day Now 20th Anniversary Edition

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Joe Bonamassa – A New Day Now 20th Anniversary Edition – JR Adventures/Mascot Provogue

Nuovo ma vecchio, o se preferite vecchio ma nuovo: di solito invertendo i fattori il risultato non cambia, in questo caso non saprei. Come è noto Joe Bonamassa appartiene alla categoria “una ne pensa e cento ne fa”. In questi mesi di pandemia se ne è stato stranamente tranquillo nel suo quartier generale di Nerdville e da lì ha imperversato con video, interviste a colleghi e altri modi per passare il tempo; ovviamente non è stato con le mani in mano, ha pubblicato il primo album della sua band collaterale Sleep Eazys, lo strumentale Easy To Buy https://discoclub.myblog.it/2020/04/20/e-sempre-il-buon-vecchio-joe-bonamassa-ma-diverso-e-in-incognito-sleep-eazys-easy-to-buy-hard-to-sell/ , e ha prodotto l’eccellente album collettivo di Dion Blues With Friends https://discoclub.myblog.it/2020/06/17/un-altro-giovanotto-pubblica-uno-dei-suoi-migliori-album-di-sempre-dion-blues-with-friends/ . Già che c’era ha iniziato anche a registrare agli Abbey Road Studios Royal Tea il suo nuovo album di studio, che dovrebbe essere pronto, uscita il 23 ottobre, sto già preprando la recensione; ma nel 2020 ricorre anche il 20° Anniversario dalla pubblicazione dei suo primo album solista A New Day Yesterday, quello che ha trasformato un giovane e promettente chitarrista che divideva il palco con B.B. King a 12 anni, e nel 1994 a 17 anni pubblicava il suo primo non memorabile disco con i Bloodline, nella “Next Big Thing” della chitarra, tanto che a produrre quel disco venne chiamato Tom Dowd (Cream, Eric Clapton, Derek & The Dominos, Allman Brothers, Aretha Franklin possono bastare?).

Il risultato non fu per nulla disprezzabile, anzi, ma oggi Bonamassa, nel suo continuo desiderio di migliorarsi, ha deciso di riprendere in mano quei nastri, affidarli al suo attuale produttore Kevin Shirley e come dice il lancio del nuovo CD, presentare un prodotto “ri-cantato, rimixato, rimasterizzato e con l’aggiunta di tre bonus”. A voler essere pignoli, il disco uscito in origine per la Okeh Records nel 2000, era già stato “ri-pubblicato” nel 2005 e nel 2010, ma questa volta, come appena accennato, Bonamassa ha voluto rifare ex novo tutte le parti vocali, con la sua maturata voce di 43enne cantante di grande esperienza: ovviamente il “bravo recensore”, come direbbe Frassica, cioè il sottoscritto, si è andato a risentire anche il disco vecchio, e devo dire che in effetti Joe già allora non cantava poi così male, il suono del disco curato da un maestro come Dowd era brillante, e il repertorio, con 6 cover e 6 brani originali era ben bilanciato, quindi a voi l’ardua sentenza se ricomprarvelo. Il disco, se già non lo avete, comunque merita, nella nuova versione ancora di più: oltre alla sezione ritmica dell’epoca Creamo Liss al basso e Tony Cintron alla batteria, prevedeva anche la partecipazione di alcuni ospiti di pregio.

Il trittico iniziale di cover, Cradle Rock di Rory Gallagher, a tutto riff e con un assatanato Joe alla slide, Walk In My Shadow dei Free e A New Day Yesterday dei Jethro Tull, è veramente strepitoso, e la voce di oggi di Bonamassa gli rende ulteriore giustizia, quindi forse, a voler ben guardare non è una operazione del tutto peregrina; si diceva degli ospiti, Rick Derringer, seconda voce e chitarra aggiunta in una versione potente di Nuthin’ I Wouldn’t Do (For a Woman Like You) di Al Kooper, che ricorda moltissimo il sound dei Johnny Winter And dei quali Derringer era elemento decisivo, con sventagliate di chitarra wah-wah a piè sospinto. Come ha detto lo stesso Joe in una recente conversazione sul suo sito con Walter Trout, riferendosi alle critiche di alcuni loro detrattori puristi, “Too Many Notes Played Way Too Loud”, se lo sono pure stampati sul retro di una t-shirt e via senza problemi, sentire una vigorosa Colour And Shape e non godere come ricci è un vero delitto.

Nella cover di un brano di Warren Haynes If Heartaches Were Nickels, uno slow blues libidinoso, Bonamassa unisce le forze con Leslie West e Gregg Allman, per sei minuti di pura magia sonora, anche se nella nuova versione sono spariti i contributi vocali degli ospiti ed un paio di minuti del brano, e questo non va bene. L’ultima cover è Burn That Bridge, dal repertorio di Albert King, un altro rock blues tiratissimo con pedale wah-wah inserito a manetta , con il babbo di Bonamassa Len, alla chitarra aggiunta. Gli altri brani originali firmati da Joe, con molti richiami a Clapton e Stevie Ray Vaughan, illustrano il lato più duro e tirato del nostro amico. Diciamo più che buoni ma non eccelsi. Eliminata l’altra bonus, la versione lunga di Miss You, Hate You, presente nella versione “radio”, sono stati aggiunti tre brani con Stevie Van Zandt (Little Steven), uno dei primi a credere nel talento del nostro amico, demos registrati nel 1997 quando Bonamassa non aveva ancora un contratto discografico, Hey Mona, I Want You e Line On Denial sono tre brani di classico rock americano, il secondo, una cover irriconoscobile e durissima di I Want You di Dylan, il terzo con vaghi riff e rimandi zeppeliniani e un sound piuttosto robusto e corposo, ma forse niente per cui strapparsi le vesti. Come avrebbe detto Gene Wilder “Si-può-fare”!

Bruno Conti

Riprende La Campagna Di Ristampe Deluxe Di Sir Paul, Con Uno Dei Suoi Dischi Migliori Di Sempre. Paul McCartney – Flaming Pie

paul mccartney flaming pie

Paul McCartney – Flaming Pie – Capitol/Universal 2CD Deluxe – 2LP – 3LP – Super Deluxe 5CD/2DVD Box Set – Uber Deluxe 5CD/2DVD/3LP/45rpm Box Set

A poco più di un anno e mezzo dalla doppia uscita Wild Life/Red Rose Speedway ecco il tredicesimo capitolo delle ristampe potenziate del catalogo di Paul McCartney, in assoluto una delle serie più amate (ma anche più discusse) dai fans: se molti pronostici, incluso il mio, indicavano un’altra doppia pubblicazione che avrebbe chiuso gli anni settanta, cioè London Town e Back To The Egg (album quest’ultimo verso il quale ho sempre avuto un debole, e che andrebbe assolutamente rivalutato), Macca ha spiazzato tutti scegliendo quello che a tutti gli effetti è il lavoro più recente tra quelli presi in esame finora in questa serie, vale a dire Flaming Pie del 1997. Una scelta che comunque ha suscitato reazioni positive (anche nel sottoscritto, per quanto può valere), dato che stiamo parlando di uno degli album migliori dell’ex Beatle, anzi forse il suo ultimo vero grande disco, nonostante in seguito abbia ancora pubblicato lavori più che positivi come Chaos And Creation In The Backyard ed il recente Egypt Station: personalmente lo metto nella mia Top Three degli album di Paul, ultimo di un’ideale trilogia che comprende anche Band On The Run e Tug Of War.

Flaming Pie (che prende il titolo dal famoso sogno nel quale un giovane John Lennon vide un uomo uscire da una “pie” fiammeggiante – dove per “pie” si intende il tipico pasticcio di carne della cucina inglese – pronunciando la celebre frase “Voi sarete i Beatles con la A!”) è infatti un disco splendido, ispirato e pieno di grandi canzoni, un lavoro di un McCartney tirato a lucido ed in forma come non mai, con alcuni dei suoi brani migliori degli ultimi 30-40 anni. Il fatto che otto brani su quattordici siano prodotti dal mio “amico” Jeff Lynne (gli altri sei vedono alla consolle lo stesso Paul, quattro da solo e due con lo storico produttore dei Fab Four George Martin) non influenza il giudizio, al massimo è la classica ciliegina sulla torta. Lynne all’epoca era reduce dal progetto The Beatles Anthology per la quale aveva supervisionato i due brani nuovi Free As A Bird e Real Love, e sembrò a tutti una cosa naturale che alla fine l’ex ELO finisse per collaborare direttamente con Paul. Flaming Pie è anche l’ultimo album in cui compare l’amata moglie di Paul, Linda, già colpita dal tumore che la porterà via con sé nel 1998; oltre a McCartney, Linda e Lynne non è che il disco contenga molti altri musicisti: Paul e Jeff si occupano di gran parte degli strumenti, mentre in alcune canzoni alla batteria troviamo il vecchio compagno Ringo Starr ed alla chitarra solista in tre pezzi addirittura Steve Miller, amico di Paul da una vita (e nel brano Heaven On A Sunday l’assolo di chitarra è dell’allora diciannovenne figlio di Macca, James McCartney).

La ristampa di Flaming Pie esce nella solita varietà di formati, ed il top di gamma “umano” (sì perché c’è anche una versione mastodontica venduta solo sul sito di Paul a quasi seicento euro, e che incredibilmente non aggiunge neanche un minuto di musica rispetto al cofanetto “normale”) è il classico box Super Deluxe ricchissimo di contenuti visivi, con un libro davvero magnifico che raccoglie una lunga serie di bellissime foto di Paul in studio ed in famiglia (ed anche alcuni scatti insieme a George e Ringo per l’Anthology), una riproduzione del songbook originale ed un libretto di ricette di Linda con sei tipi diversi di pasticci di carne. Ma, memore delle critiche feroci piovutegli addosso per la ristampa di Flower In The Dirt, anche il contenuto musicale è più ricco che mai, e prosegue la nuova tendenza inaugurata con Wild Life e Red Rose Speedway: nonostante ciò, i circa 250 euro chiesti per questa edizione sono davvero esagerati. Il primo CD contiene ovviamente la versione rimasterizzata del disco originale, un lavoro ribadisco splendido.

Le tipiche ballate di Paul sono il frutto di un artista veramente ispiratissimo, deliziosi bozzetti come The Song We Were Singing, Calico Skies (un brano che ricorda Blackbird, ancora oggi nelle setlist dal vivo), Little Willow, Great Day (che invece rimanda curiosamente al piccolo frammento del White Album prima di Revolution # 9), e soprattutto le straordinarie Somedays, piccolo gioiello acustico con la raffinata orchestrazione di Martin ed una melodia da brividi, e la pianistica Beautiful Night, dotata anch’essa di un motivo di prima qualità ed un finale corale travolgente con il vocione di Ringo in evidenza (la canzone ha origini antiche, in quanto era stata incisa già nel 1986 ma inspiegabilmente lasciata in un cassetto). La produzione di Lynne qui è meno caratterizzante del solito, se si eccettuano il trascinante rock’n’roll della title track ed il coinvolgente pop-rock della bella The World Tonight, che sembra una outtake dei Traveling Wilburys.

E poi c’è Steve Miller che fa sentire la sua chitarra nella rockeggiante If You Wanna, nella jam session cruda e bluesata Used To Be Bad, nella quale duetta con Paul anche vocalmente, e soprattutto nella squisita Young Boy, una di quelle pop songs irresistibili che solo Paul è in grado di scrivere e che all’epoca uscì come primo singolo. Chiudono il cerchio la raffinata Heaven On A Sunday, dal tocco jazzato, il godibile errebi bianco di Souvenir e Really Love You, collaborazione più unica che rara a livello di scrittura tra Paul e Ringo e musicalmente una pura improvvisazione sullo stile di Why Don’t We Do It In The Road?

Il secondo dischetto del box è riservato agli Home Recordings di 11 dei 14 brani del disco, incisi da Paul tra il 1993 ed il 1995, voce, chitarra acustica e piano; se i pezzi di stampo acustico sono simili a quelli conosciuti, le sorprese riguardano The World Tonight, If You Wanna, Young Boy (qui ancora intitolata Poor Boy) e Flaming Pie, estremamente gradevoli anche in questa veste “stripped-down” (per la serie: se una canzone è bella, è bella sempre). Con il terzo CD ci spostiamo in studio (The Mill Studios nel Sussex, di proprietà di Paul, dove è stato inciso il disco): qui possiamo ascoltare i demo acustici, solo Paul e Linda, di Great Day, Calico Skies e If You Wanna, un work in progess di Beautiful Night con Paul e Ringo, una lunga versione alternata e non troppo rifinita di Heaven On A Sunday, un breve accenno di poco più di un minuto di C’mon Down C’mon Baby, brano mai più ripreso in seguito (ed a sensazione non ci siamo persi molto), e quattro “rough mix” di tre pezzi che finiranno sull’album ed uno, Whole Life (un discreto funk-rock inciso con Dave Stewart), che verrà usato sulla compilation a scopo benefico One Year On.

E veniamo al quarto dischetto, che inizia con un brano molto particolare: si tratta della nota collaborazione tra Paul ed Allen Ginsberg in The Ballad Of The Skeletons, una poesia del grande artista americano messa in musica proprio da Macca ed incisa con una superband che vede al suo interno oltre allo stesso Paul Lenny Kaye, Philip Glass, David Mansfield e Marc Ribot. Il brano, per chi non lo conoscesse, è una bella sorpresa: Ginsberg recita in maniera molto musicale, l’accompagnamento è elettrico al punto giusto (sembra quasi un pezzo di Lou Reed) e l’insieme risulta addirittura trascinante. Il CD prosegue con quattro b-sides, le prime due rispettivamente ancora con Lynne e Miller, ma se la funkeggiante Looking For You non è il massimo, il blues elettroacustico Broomstick non è affattto male; le altre due, Love Come Tumbling Down e la sofisticata Same Love (con il grande Nicky Hopkins al piano), risalgono addirittura al biennio 1987-88, ed avrebbero potuto occupare tranquillamente entrambe due lati A.

La parte finale del dischetto è appannaggio di sei diversi capitoli della saga di Oobu Joobu, una trasmissione radio curata da Paul in cui l’ex Beatle parlava, scherzava e cazzeggiava, ma mandava in onda anche canzoni inedite: qui possiamo ascoltare una serie di brani registrati nel 1986 (alcuni con la produzione di Phil Ramone), tra cui la versione originale di Beautiful Night incisa con la band di Billy Joel, le orecchiabili Don’t Break The Promise e Love Mix e le meno riuscite I Love This House, Atlantic Ocean e Squid, tutte rovinate da orribili sonorità sintetizzate tipiche degli anni ottanta. Il quinto CD, intitolato Flaming Pie At The Mill, è uno spoken word di un’ora circa in cui Paul ci illustra il suo studio e parla del disco (di difficile ascolto se non siete di madre lingua), mentre gli episodi salienti dei due DVD sono i vari videoclip promozionali ed il documentario In The World Tonight (che ricordo all’epoca aveva trasmesso anche la RAI).

Un cofanetto quindi decisamente esauriente (ma, ripeto, costosissimo), che ci fa riassaporare in profondità uno dei più bei lavori di sempre di Sir Paul McCartney: non credo che con la prossima uscita ci si spingerà ancora più avanti come periodo, e quindi punto fin da ora sull’accoppiata di cui vi parlavo prima London Town/Back To The Egg (a meno che Paul non decida di rischiare e sorprenderci di nuovo con i criticatissimi Give My Regards To Broad Street e Press To Play).

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Una Delle Migliori Serate Del “Reunion Tour”. Bruce Springsteen & The E Street Band – Philadelphia 1999

bruce springsteen philadelphia 1999

Bruce Springsteen & The E Street Band – First Union Center, Philadelphia September 25, 1999 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Dopo essersi meritatamente conquistato la reputazione di formidabile performer dal vivo, Bruce Springsteen aveva deciso alla fine del tour del 1988 di sciogliere l’amata E Street Band, prendendosi una lunga pausa e gettando i fans nello sconforto. Era tornato nel 1992 con i due discussi album Human Touch e Lucky Town, e soprattutto per supportarli aveva deciso di usare un gruppo eterogeneo di musicisti che nulla aveva a che fare con il suo passato (a parte Roy Bittan), con il risultato di offrire prestazioni ben lontane da quelle leggendarie insieme ai suoi vecchi compagni. Il Greatest Hits uscito a inizio 1995, con gli E Streeters riuniti per i quattro brani nuovi, aveva ridato qualche speranza ai fans, ma il suo album successivo pubblicato alla fine dello stesso anno, The Ghost Of Tom Joad, vedeva di nuovo musicisti estranei al suo gruppo storico, e addirittura il Boss decise di promoverlo con una tournée acustica in completa solitudine.

Ci si cominciava dunque a chiedere se Bruce avesse ancora voglia (o fosse ancora in grado) di imbarcarsi in lunghi tour da rocker come una volta e con il gruppo “giusto”, e la risposta a queste domande arrivò nel 1999 quando finalmente il Boss riunì i suoi ex compagni (mettendo insieme per la prima volta sia Little Steven che il suo sostituto negli anni ottanta Nils Lofgren) per intraprendere una tournée di due anni che iniziò in Europa per proseguire tra fine anno e tutto il 2000 negli Stati Uniti, durante la quale il nostro dimostrò che i dubbi sulla sua capacità di entusiasmare ancora le folle erano assolutamente malriposti. Il live di cui mi occupo oggi, registrato il 25 settembre del 1999 a Philadelphia (l’ultimo di sei consecutivi al First Union Center), è considerato a ragione uno dei concerti migliori del periodo, con Springsteen in forma strepitosa sia dal punto di vista vocale che da quello della resa sul palco, e con la band in tiro come non si sentiva dal tour di Born In The U.S.A. Che la serata è di quelle giuste lo si capisce fin dal brano d’apertura, una formidabile, potente ed ispirata versione di Incident On The 57th Street, una canzone “antica” che Bruce non suonava dal vivo addirittura dal 1980 (ed anche all’epoca fu eseguita una sola volta in tutto il The River Tour), un pezzo che manda subito i fans in visibilio.

Non avendo un disco nuovo da promuovere i nostri spaziano poi tra i classici del songbook springsteeniano, con riletture da manuale di brani del calibro di The Ties That Bind (grande versione di una delle canzoni più coinvolgenti del Boss), Prove It All Night, Two Hearts, Atlantic City rigorosamente elettrica (da non perdere il boato del pubblico, vista la location, nel sentire i primi versi “They blew up the chicken man in Philly last night”), Badlands, Out In The Street, una Tenth Avenue Freeze-Out di ben 19 minuti nella quale Bruce assume il ruolo di predicatore rock, una Sherry Darling più gioiosa che mai; particolarmente belle e toccanti due rese della splendida Factory in versione molto più country che su disco (e se non vi commuovete all’ascolto, per dirla con Gigi Buffon, avete un bidone dell’immondizia al posto del cuore https://www.youtube.com/watch?v=GKiQ8QkF1dQ ) e della drammatica Point Blank. Sono presenti anche pezzi all’epoca recenti come l’elettrica e coinvolgente Murder Incorporated, una Youngstown trasformata in un selvaggio rock-blues e, visto il luogo del concerto, una bella resa della struggente Streets Of Philadelphia, che nei tour seguenti verrà ripresa pochissime volte; la prima parte della serata si conclude come era iniziata, e cioè con una monumentale rivisitazione di un pezzo appartenente agli esordi del Boss, nella fattispecie l’epica New York City Serenade.

Dopo la potentissima Light Of Day (che non ho mai amato più di tanto) e la sempre splendida Jungleland, lo show, finora da cinque stelle, cala un po’ nei bis. Intendiamoci, il gruppo è in serata di grazia e renderebbe imperdibile anche un brano di Tiziano Ferro, ma è la scelta delle canzoni che forse lascia in bocca un sapore un po’ di incompletezza: se Born To Run e Thunder Road è normale che ci siano, e la versione corale di If I Should Fall Behind è tipica di questo tour, forse il finale con l’allora nuova Land Of Hope And Dreams (non una grande canzone, ed anche troppo lunga) ed una seppur pimpante Raise Your Hand di Eddie Floyd https://www.youtube.com/watch?v=ZhIcXjmMLnU  (che da lì ad una decina d’anni verrà “retrocessa” a base strumentale quando Bruce a metà concerto scenderà tra il pubblico a raccogliere i cartelli con le richieste) manca dell’esplosività tipica di altri spettacoli del nostro, quando sarebbe bastato un bel Detroit Medley per portare anche il terzo CD al livello dei primi due.

Ma sono (forse) quisquilie da fan: lo show è per almeno due terzi imperdibile, ed è una più che adeguata aggiunta ad una serie di pubblicazioni che spero vada avanti ancora a lungo.

Marco Verdi

E’ Finalmente Uscito Il Cofanetto Più Rimandato Della Storia! Cat Stevens – Back To Earth Super Deluxe Edition

cat stevens back to earth box

Cat Stevens – Back To Earth Super Deluxe Edition – BMG Rights Management/Warner 5CD/BluRay/2LP Box Set

Doveva uscire nel 2018 in una edizione finanziata con il crowfunding e gestita da Pledge Music: poi la piattaforma ha avuto vari problemi finanziari e alla fine ne è stato annunciato il fallimento, con grande scorno di tutti coloro che avevano pagato anticipatamente per avere il Box. Dopo qualche mese di incertezza è intervenuto direttamente il sito di Yusuf/Cat Stevens che ha annunciato, in accordo con la casa discografica, che il progetto sarebbe stato portato a termine e chi aveva ordinato il cofanetto avrebbe ricevuto la Superdeluxe Edition. A questo punto si era arrivati alla fine del 2019 e tutti coloro che avevano aderito hanno ricevuto una mail in cui veniva annunciato che al più presto possibile sarebbero stati evasi tutti gli ordini in sospeso. E a dimostrazione della buona volontà il 25 ottobre dello scorso anno è stata pubblicata la ristampa rimasterizzata di Back To Earth in versione singolo CD o LP. Poi, mentre veniva annunciata per il 10 aprile l’uscita del cofanetto, è scoppiata la pandemia e l’uscita del box era stata rinviata a data da destinarsi, verso la fine del 2020: però, a sorpresa, in quel periodo è stata spedita a tutti coloro che avevano effettuato il crowfunding l’edizione speciale per i sottoscrittori, che in più rispetto a quella che verrà rilasciata sul mercato aveva un T-Shirt speciale, un 45 giri e un certìficato di garanzia.

Per la serie “meglio tardi che mai” ecco finalmente tra le mie mani la pluririmandata edizione Super Deluxe di Back To Earth, album del 1978 di Cat Stevens, un cofanetto le cui peripezie sono state esposte con estrema chiarezza qua sopra da Bruno. Vorrei solo aggiungere una personale considerazione sulla bizzarria che, come primo album al quale riservare tale trattamento, non sia stato scelto uno dei due capolavori del 1971 Tea For The Tillerman (del quale a settembre uscirà la versione reincisa ex novo) o Teaser And The Firecat, entrambi fermi alla ristampa “solo” doppia del 2008, ma bensì quello che per ben 28 anni rimarrà l’ultimo disco di musica “occidentale” del musicista britannico di origine greca. Anzi, se fosse stato per Stevens probabilmente Back To Earth non sarebbe neppure uscito, dato che all’epoca il nostro si era già convertito alla religione musulmana assumendo il nome di Yusuf Islam (oggi abbreviato in Yusuf per chiare regioni di marketing) ma per contratto doveva ancora un album alla Island, sua etichetta di allora. Al momento dell’uscita il disco fu anche criticato, ma secondo me ingiustamente: pur non essendo un capolavoro infatti Back To Earth segnava fin dal titolo un ritorno di Cat alle atmosfere semi-acustiche di inizio decade, con una qualità media di canzoni superiore alle sue ultime pubbllicazioni, una boccata d’aria fresca dopo il pasticciato Isitzo dell’anno prima ma anche meglio sia di Buddha And The Chocolate Box e Numbers e forse anche dell’ambizioso Foreigner (in poche parole, il migliore da Catch Bull At Four del 1972).

Peccato che per sentire di nuovo la voce del songwriter inglese su un disco non a carattere islamico bisognerà poi aspettare fino al 2006. L’album segnava anche il ritorno alla produzione dopo quattro anni d’assenza di Paul Samwell-Smith, e vedeva Stevens a capo di una solida band guidata come sempre dal chitarrista Alun Davies, con nomi di spicco soprattutto tra i batteristi (Dave Mattacks, Gerry Conway e Steve Jordan) ed un uso più parco dei sintetizzatori rispetto alle ultime uscite. L’album presenta tre fra le migliori ballate del nostro, cioè la splendida Just Another Night e le toccanti Last Love Song e Never (due canzoni d’amore finito, interpretabili anche come un addio ai suoi fans), ma anche la pianistica Randy non è affatto male nonostante un lieve eccesso di zucchero. Non mancano brani più vivaci, come l’elettrica e roccata Bad Breaks e la pimpante ed orecchiabile New York Times; completano il quadro la tenue Daytime, la discreta funky ballad Father ed un paio di strumentali non imperdibili, The Artist e Nascimento. Il cofanetto appena uscito, molto ricco di contenuti (bellissimo il libro incluso, rilegato in velluto verde), presenta sul primo CD l’album originale con una nuova rimasterizzazione, mentre sul secondo troviamo lo stesso disco nel missaggio del 1978 (e, tanto per non ripetersi, anche il primo dei due vinili e la parte audio del BluRay presentano il medesimo lavoro).

Il terzo dischetto, intitolato Unearthed, è quello più interessante insieme al quinto, dal momento che presenta inediti ed altre chicche; l’apertura è riservata a due brani mai sentiti incisi all’epoca e poi lasciati da parte: Butterfly è una discreta ballata, leggermente mossa e caratterizzata da un’orchestrazione tipica di fine anni settanta, mentre è nettamente meglio Toy Heart, un folk-rock elettrificato nel classico stile gentile del nostro, con melodia ed accompagnamento decisamente belli (e mi chiedo perché non fosse finito sul disco originale). Ci sono poi due interessanti missaggi alternati di New York Times e Last Love Song, una godibile versione strumentale di Bad Brakes, una Nascimento diversa (non di molto) ed un bel demo di Just Another Night. Particolarmente gradita la presenza di quattro ottime ed ispirate riletture dal vivo di Daytime, Bad Brakes, Last Love Song e Just Another Night, tutte inedite e registrate in anni recenti, tra il 2009 ed il 2017. Il quarto CD presenta una selezione di brani da Alpha Omega (A Musical Revolution), un doppio album uscito nel 1979 ed accreditato al compositore ed arrangiatore David Gordon, che altri non è che il fratello di Cat (il quale produce il disco e compare come voce solista in un brano).

Un concept album di impianto teatrale, tipo musical, con alcune canzoni di buon livello ed altre meno riuscite, e diversi vocalist tra i quali, Cat a parte, l’unico un po’ famoso è David Essex. Lo stile in certi momenti può ricordare quello delle ballate dell’Alan Parsons Project, ed i pezzi migliori rispondono ai titoli di I Who Am I, I See That Face, Dreamer e World; discorso a parte per la splendida Child For A Day, una deliziosa ballata pianistica che è di gran lunga il brano migliore e che ovviamente è quella scelta da Stevens per sé stesso. E veniamo al quinto ed ultimo CD (il cui contenuto è replicato nel secondo LP e nella parte video del BluRay), che presenta la partecipazione di Stevens al concerto benefico per l’Unicef Year Of The Child tenutosi alla Wembley Arena di Londra il 22 novembre del 1979, una serata durante la quale Cat divideva il cartellone, tra gli altri, ancora con Essex, Gary Numan ed i Wishbone Ash.

Lo show è importante in quanto è l’ultimo che vede il nostro esibirsi come Cat Stevens, ed il suo ultimo concerto “rock” per quasi tre decadi. Otto canzoni splendide eseguite con accompagnamento elettroacustico ma senza batteria, che da sole valgono buona parte del prezzo richiesto per il cofanetto: Back To Earth è rappresentato solo dall’immancabile Just Another Night e da Daytime (quest’ultima in medley con la nota e bellissima Where Do The Children Play?), ma poi possiamo ascoltare eccellenti riprese di classici assoluti come The Wind, On The Road To Find Out e le mitiche Father And Son, Morning Has Broken e Peace Train; chiusura con una strepitosa rilettura di Child For A Day in compagnia di Essex e, soprattutto, Richard Thompson, che non faceva parte del cast della serata ma aveva voluto raggiungere lo stesso il nostro sul palco.

Un cofanetto che non posso definire imperdibile dal momento che celebra un disco che non fa parte degli album leggendari del passato (e poi non costa pochissimo), ma che offre una serie di contenuti aggiuntivi davvero interessanti e difficili da ignorare per i fans del “Gatto”.

Marco Verdi

Per Fare Un Bel Disco, Bastano Un Grande Pianista E Un Grande Cantautore! Paul Kelly & Paul Grabowsky – Please Leave Your Light On

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Paul Kelly & Paul Grabowsky – Please Leave Your Light On Cooking Vinyl – CD – LP

Gli ammiratori di lunga data di Paul Kelly (come il sottoscritto), incominciano a preoccuparsi della iperattività di questo grande artista australiano. Infatti negli ultimi cinque anni questo signore ha pubblicato Death’s Dateless Nights in coppia con Charlie Owen, e Seven Sonnets & A Song (16), Life Is Fine (17), Nature (18), seguìto dallo straordinario Live At Sidney Opera House (19), e ora arriva questo ultimo lavoro in coppia con il connazionale, “famoso” pianista jazz Paul Grabowsky: una iperattività dicevamo all’inizio, che si è già riscontrata anche negli ultimi anni di carriera di Leonard Cohen, e di Archie Roach, (altro importante artista australiano, a sua volta nostro abituale cliente sul blog), personaggi che in passato erano soliti prendersi tempi più lunghi fra un lavoro e l’altro (per quanto riguarda Kelly dai 3 ai 5 anni).

Please Leave Your Light On è un album di belle canzoni (solo piano e voce), che Kelly interpreta con l’accompagnamento al piano di Grabowsky, un disco che rimanda ad una deliberata evocazione dei più che nostalgici duetti fra Tony Bennett e Bill Evans, oppure quelli ancor più famosi tra Nelson Riddle (in questo caso orchestra)  e il grande Frank Sinatra, andando a pescare dall’immenso “songbook” di Kelly, che non è comunque certo un crooner, ad eccezione dell’unica scelta di Grabowsky, una Every Time We Say Goodbye di Cole Porter ( di cui vi consiglio di ascoltare la meravigliosa versione di Ella Fitzgerald).

Le versioni in chiave “jazz” partono con True To You, un brano mai inciso da Kelly, rimasto fuori dal magnifico The Merry Soul Sessions(14), a cui fanno seguito, quasi sempre rigorosamente piano e voce, una ballata avvolgente come Petrichor (da Life Is Fine (17), per poi entrare nell’anima e nella mente con la carezzevole bellezza di When A Woman Loves A Man (la trovate su Spring And Fall (12), e reinventare una Sonnet 138 dall’album dedicato alla memoria di William Shakespeare (Seven Sonnets & A Song (16), dove ancora una volta emerge la bravura di Paul Grabowsky. Da un album folk-rock come Spring And Fall (12), viene rivoltata come un calzino anche la suadente Time And Tide, per poi riproporre da Ways And Means (04) la recitativa Young Lovers (perfetta da suonare in un Jazz Club di Harlem), come pure la seguente già citata Every Time We Say Goodbye, un classico senza tempo di Cole Porter, dove i due Paul gareggiano in bravura, per poi recuperare da un album dimenticato come Stolen Apples (07), una magnifica e sofferta ballata come Please Leave Your Light On.

Più ci si avvia alla fine del viaggio, più il quoziente emotivo sale, che si manifesta nella delicata versione in punta di note di You Can Put Your Shoes Under My Bed, meritoriamente recuperata dall’album dal vivo con Neil Finn Goin’ Your Way (13), bissata da una struggente Winter Coat che viene ripescata da uno dei primi lavori di Kelly con i suoi Messengers Comedy (89), riproporre una versione intrigante di God’s Gradeur dall’album Nature (18), e andare a chiudere al meglio e commuovere con il brano finale If I Could Start Today Again (la trovate solo nella raccolta Songs From The South (97), dove le magnifiche note del pianoforte di Grabowsky, accompagnano l’armonica e il cantato di Kelly. Per chi scrive, ed è ovviamente un parere molto personale, ci sono pochi cantanti (di qualsiasi generazione) che possono portare a termine un lavoro del genere, una collaborazione con Paul Grabowsky che arriva ben tre decenni dopo il loro primo incontro, e in questi tempi estremamente impegnativi, è bello vedere che il miglior pianista jazz e il miglior (?) cantautore australiano, si sono uniti per dare alle stampe questo splendido set di gemme selezionate e adattate per pianoforte acustico e voce.

Please Leave Your Light On certamente non è un disco di facile ascolto, sicuramente un CD per orecchie e palati fini, ma per gli amanti del genere, credetemi, il risultato è sublime. Da ascoltare con luci soffuse e in dolce compagnia.

Tino Montanari

*NDT: Per dovere di informazione, a conferma di quanto scritto ad inizio recensione, nel frattempo il 10 giugno è uscito, solo per streaming, su Spotify oppure lo trovate anche qui https://www.nme.com/en_au/news/music/paul-kelly-releases-surprise-new-album-forty-days-2685021 e download, anche un album di Paul Kelly Forty Days, registrato a casa e poi condiviso, sotto forma di video, nelle varie piattaforme, proprio durante la quarantena (da cui il titolo, anche in italiano ‘quaranta giorni’ ), composto di brani pescati anche dal repertorio di musicisti scomparsi negli ultimi mesi (John Prine e Bill Withers), oltre che da poemi, qualche classico e dei brani dello stesso Kelly, nel qual caso, se volete, to be continued…!

Da Gruppo Leader Del Rock Psichedelico A Paladini Del Suono “Americana”. Grateful Dead – Workingman’s Dead 50th Anniversary

grateful dead workingman's dead 50th anniversary

Grateful Dead – Workingman’s Dead 50th Anniversary – Rhino/Warner 3CD Deluxe – Lp Picture Disc

Riprendono le celebrazioni dei cinquantesimi anniversari per quanto riguarda gli album dei Grateful Dead, dopo che lo scorso novembre il mitico Live/Dead è stato “saltato” (evidentemente i nostri hanno cambiato idea decidendo di premiare solo i dischi in studio, modificando il progetto originale che prevedeva anche i live. La cosa comunque ha senso dato che ad esempio per Europe ’72 non potrebbero proporre nulla di inedito visto che nel 2011 era uscito un megabox con i concerti completi). Il 1970 fu un anno fondamentale per i Dead, che abbandonarono il suono psichedelico che li aveva eletti come uno dei gruppi cardine della Bay Area e della Summer Of Love, reinventandosi come band che rispolverava le sonorità delle radici proponendo una miscela vincente di rock, country, folk e blues, un sound che oggi definiremmo Americana ma che allora era visto come una novità assoluta. La cosa all’epoca stupì un po’ i fans del gruppo (ma i Dead avevano già dentro di loro questo suono, basta pensare agli esordi folk e bluegrass di Jerry Garcia), benché di sicuro contribuì ad aumentare la base dei loro estimatori: infatti i due album pubblicati a pochi mesi di distanza uno dall’altro, Workingman’s Dead e American Beauty, furono all’epoca anche i più venduti fino a quel momento.

Il motivo del successo non riguardava solo il cambio di suono, ma soprattutto il fatto che ci trovavamo di fronte a due grandissimi dischi, anzi a posteriori i loro capolavori assoluti, con dentro talmente tanti futuri classici da sembrare quasi dei Greatest Hits, brani che costituiranno l’ossatura dei loro concerti da quel momento in poi. Oggi mi occupo nello specifico di Workingman’s Dead in occasione della ristampa deluxe uscita ai primi di luglio (American Beauty verrà festeggiato in autunno, al momento non si sa ancora con quali contenuti), che invece dei soliti doppi CD usciti finora nell’ambito di questa campagna di ristampe è proposto in versione tripla, sia in edizione “normale” in digipak, che in una speciale confezione “slipcase” che però la fa costare dieci euro in più senza aggiungere nulla a livello musicale (esiste anche una versione in vinile picture disc con solo l’album originale, chiaramente per collezionisti incalliti). Il primo dischetto presenta Workingman’s Dead rimasterizzato ex novo, un album ancora oggi straordinariamente attuale, con una serie di canzoni che sono tutte diventate dei classici ed un suono elettroacustico largamente influenzato dal country e dal folk, con il sestetto (oltre a Garcia, Bob Weir, Mickey Hart, Bill Kreutzmann, Phil Lesh e Ron “Pigpen” McKernan) in stato di grazia sia dal punto di vista strumentale che vocale.

Gli otto brani presenti non hanno bisogno di presentazioni: c’è quella che per me è la migliore canzone di sempre dei Dead, ovvero la strepitosa Uncle John’s Band, ma anche tre grandissimi pezzi come High Time, Casey Jones e la countreggiante Dire Wolf, in cui Garcia si cimenta alla pedal steel (sua passione di quegli anni), mentre i restanti quattro brani, New Speedway Boogie, Black Peter, Cumberland Blues e Easy Wind, sono comunque largamente superiori alla media. (NDM: stranamente Weir non compare come autore in nessuno dei pezzi, che sono tutti accreditati al binomio Garcia/Hunter tranne Easy Wind che è del solo Hunter). Il secondo e terzo CD riportano un concerto completo ed inedito che i nostri tennero il 21 febbraio 1971 al Capitol Theatre di Port Chester, NY (sarebbe stato più logico un live del ’70, ma pare che il materiale di quell’anno scarseggi): non che io mi lamenti del “solito” disco dal vivo, ma sinceramente avrei preferito almeno un CD di outtakes e versioni alternate, dato che non solo esistono ma sono state messe a disposizione nelle ultime settimane sotto il nome The Angel’s Share, sia pure esclusivamente come streaming.

Il concerto è comunque strepitoso (nonché inciso benissimo), cosa che non mi sorprende dal momento che gli show del biennio 1971-72 sono unanimamente considerati i migliori di sempre per quanto riguarda i Dead. Il sestetto è davvero in stato di grazia, preciso e concentrato in ogni passaggio e molto presente anche dal punto di vista vocale (cosa non sempre scontata), con Garcia che è veramente un’iradiddio alla chitarra e ci regala una prestazione da urlo. Lo spettacolo è nettamente diverso da quelli della stagione psichedelica, con molti più brani in scaletta e durate ridotte anche se sempre “importanti”, oltre ad un suono decisamente più “roots”. Anche il repertorio è cambiato, con l’introduzione di una serie di cover di ispirazione country (Me And Bobby McGee, Me And My Uncle), rock’n’roll (Johnny B. Goode, Beat It On Down The Line, entrambe parecchio trascinanti), errebi (una Good Lovin’ di 17 minuti, la più lunga della serata) e blues (due strepitose Next Time You See Me di Junior Parker e I’m A King Bee di Slim Harpo, entrambe cantate da Pigpen e con Jerry formidabile alla sei corde).

E poi ovviamente ci sono i brani dei Dead, quattro dei quali da Workingman’s Dead (Easy Wind, Cumberland Blues, Casey Jones e Uncle John’s Band) e “solo” tre da American Beauty (ma forse i migliori: Sugar Magnolia, Truckin’ e la splendida Ripple, altro pezzo da Top Five di sempre dei Dead); inoltre non mancano altri classici che ormai è quasi normale per noi ascoltare su un live del gruppo, ma che all’epoca erano alle prime apparizioni, titoli come Playing In The Band, Loser, Bird Song, Wharf Rat, Bertha. E poi la sequenza finale formata da Truckin’, Casey Jones, Good Lovin’ e Uncle John’s Band vale da sola il prezzo richiesto. Fra pochi mesi vedremo cosa ci riserverà la ristampa di American Beauty: dato che un concerto del 1971 lo abbiamo già avuto qui, continuo a sperare in qualche outtake e rarità di studio.

Marco Verdi

Replay: Prima Del Previsto Ora Disponibile Anche In CD, Rimane Comunque Un “Album” Veramente Molto Bello! Laura Marling – Song For Our Daughter

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Laura Marling – Song For Our Daughter – Chrysalis Download – CD/LP dal 17-07

Ormai si è capito che se non puoi “combattere” il download, per certi versi ti devi alleare con il “nemico”. Giornalmente si moltiplicano le uscite discografiche, termine che potrebbe diventare in parte desueto, visto che non escono con un supporto fisico, CD o LP che sia, oppure vengono rimandate più in là le date di uscita di continuo, spesso anche di mesi: anche il nuovo album di Laura Marling Song For Our Daughter, sull’onda della situazione che stiamo vivendo, è stato addirittura anticipato, nella sua versione digitale, di circa cinque mesi rispetto alla data iniziale di uscita, che doveva essere per la tarda estate, a settembre, che rimane comunque valida, al momento, per i supporti tradizionali (*NDB Invece da metà luglio, diversamente da quanto annunciato, un po’ a macchia di leopardo e a seconda dei paesi, sta “già” uscendo la versione fisica). Quindi anche per chi, come in questo Blog, non ama troppo questo tipo di pubblicazioni virtuali, peraltro comunque a pagamento, se non ci si affida allo streaming sulle piattaforme atte all’uopo, si deve adattare alla nuova situazione che si va creando, in attesa di tempi migliori. Fine della concione e bando alla ciance, passiamo a parlare di questo album, il settimo della discografia della bionda cantante inglese.

Ancora una volta Laura colpisce nel segno con un “disco” (forse il suo migliore in assoluto) che la conferma come una delle migliori cantautrici attualmente in circolazione: all’inizio Song For Our Daughter doveva essere prodotto insieme a Blake Mills, che invece è rimasto solo come co-autore di una canzone The End Of The Affair, mentre alla fine la Marling è tornata ad affidarsi alle sapienti mani di Ethan Johns, che aveva prodotto il suo secondo, terzo e quarto album, mentre per il successivo Short Movie, dopo il trasferimento a Los Angeles tra il 2013 e 2014, prima di tornare a Londra, aveva optato per un suono più elettrico, “lavorato” e moderno, per quanto sempre affascinante, ma in modo diverso, tendenza poi confermata anche per il successivo Semper Femina, prodotto dal citato Blake Mills, anche lui orientato verso un tipo di sound più eclettico e complesso. Per il nuovo album la nostra amica ha deciso di registrare il materiale in parte nel suo nuovo studio casalingo londinese, e in parte al Monnow Valley Studio di Rockfield in Galles, dove si erano tenute molte sessions gloriose del rock e pop britannico (e non solo), spesso sotto l’egida di Dave Edmunds e soci. Come ci ricorda il titolo il disco si rivolge ad una sorta di figlia immaginaria, anche se in alcune recensioni, soprattutto italiane, si parla della figlia della Marling come destinataria di questi dispacci, peccato però, che se non è nata nel frattempo per intervento dello Spirito Santo, questa figlia non esiste.

Probabilmente alla complessità dei testi, che riguardano la crescita della consapevolezza, il ruolo degli affetti, della famiglia, dell’esempio consapevole, della nuova situazione di un mondo che sta cambiando, non per il meglio, ha contribuito anche la decisione di nuovi interessi come lo studio della psicanalisi, mentre un’altra ispirazione è stata il libro di Maya Angelou, Letter To My Daughter, dove la scrittrice americana si rivolge sempre ad una figlia immaginata, alla quale manda una serie di lettere, mentre Laura Marling invia delle missive musicali, delle canzoni, che sono il campo in cui eccelle. Come si diceva c’è un ritorno ad un suono più raccolto, più intimo, non scarno, ma che si inserisce nella grande onda della tradizione folk, con la presenza come stella polare, magari anche incosciamente, di Joni Mitchell, alla quale la musicista inglese è stata spesso, giustamente, accostata, sia per il tipo di vocalità, quanto per la capacità di costruire brani che nella loro semplicità raccolgono tanti spunti di assoluta eccellenza.

Alcuni hanno parlato del periodo di Hejira, ma forse ancora di più mi sembra di cogliere una vicinanza con il periodo californiano di Laurel Canyon, quello di Blue, ma anche di For The Roses Court And Spark, album più “gioiosi” a tratti. In questo senso il trittico di canzoni che aprono questo Letter To My Daughter è veramente splendido, una sequenza di brani da 5 stellette, con Ethan Johns e Laura che suonano quasi tutti gli strumenti, lasciando alla sezione ritmica di Nick Pini al basso e contrabbasso e Dan See alla batteria, discreti ma essenziali alla riuscita, alla pedal steel di Chris Hillman (omonimo?) e al piano di Anna Corcoran ulteriori coloriture, mentre la Marling canta in modo ispirato e “moltiplica” la sua voce per delle armonie vocali veramente deliziose, che nella iniziale Alexandra, ispirata da un brano di Leonard Cohen, raggiungono una preziosa e brillante leggiadria folk-rock.

Anche in Held Down il lavoro degli intrecci vocali è strepitoso, il cantato a tratti celestiale, il lavoro strumentale superbo, con chitarre acustiche ed elettriche, suonate dalla stessa Laura, e le tastiere di Johns, che si incrociano e si sovrappongono in modo perfetto, creando un substrato sonoro complesso ma godibilissimo. Strange Girl, probabilmente dedicata a questa figlia immaginaria, che in sede di presentazione dell’album aveva definito “The Girl”, anche una sorta di proiezione di sé stessa; è una canzone ancora più mossa e vivace, tra percussioni incombenti, il contrabbasso che detta i tempi, la voce cristallina ma “ombrosa” della ragazza, sempre moltiplicata, a sostenere le chitarre acustiche che caratterizzano questo brano. Only The Strong, nata in parte come colonna sonora di un’opera teatrale su Maria Stuarda, è giocata sul fingerpicking dell’acustica, mentre la voce è più profonda e ridondante, per quanto sempre arricchita da queste armonie vocali affascinanti, delle percussioni accennate e dal cello di Gabriela Cabezadas.

Un pianoforte solitario accarezzato introduce il tema di Blow By Blow, uno dei due brani ispirati da Paul McCartney, con questo brano suggestivo in cui la madre è “on the phone already talking to the press”, mentre gli archi arrangiati da Rob Moose (Bon Iver), sottolineano questa ballata più solenne e malinconica, una rarità nella sua discografia, omaggio a Paul, seguita dalla title track, influenzata dai suoi recenti studi sulla psicanalisi, che inaugura quella che sarebbe stata la seconda facciata di un vecchio disco (e magari lo sarà quando uscirà), una canzone solenne ed avvolgente, ancora con piano e sezione archi che ne accrescono la maestosità, in un lento ma inesorabile crescendo di una bellezza struggente, sempre con la voce comunque protagonista assoluta.

In Fortune, Alexandra, perché lei sembra essere sempre il personaggio ricorrente di tutte le canzoni, ruba dei soldi alla madre, quelli che erano i suoi risparmi, in un brano giocato su una solitaria chitarra acustica arpeggiata che forse rimanda anche al sontuoso folk orchestrale (che è di nuovo presente) del miglior Nick Drake, con la voce partecipe ma fuori scena della narratrice Laura; The End Of The Affair è il brano scritto con Blake Mills, con il moog di Ethan Johns che incombe sullo sfondo, mentre la Marling intona le pene d’amore di un amore che finisce con sempre delicati e preziosi arabeschi vocali, fragili ma comunque incantevoli, il tutto ispirato, pare, da un romanzo di Graham Greene. Salvo poi, in Hope We Meet Again, non chiudere alla speranza di un futuro incontro, ancora una volta in un brano intimista dove la chitarra acustica arpeggiata e gli archi sono i protagonisti assoluti, anche se la pedal steel sottolinea con precisione i passaggi salienti del brano, che poi si anima nel finale grazie all’intervento della sezione ritmica, in una ennesima bellissima canzone, cantata con aromi mitchelliani dalla Marling. Che ci congeda, dopo poco più di 36 intensi minuti, con For You, una canzone d’amore, ispirata nuovamente da Paul McCartney, dove lo spirito musicale e melodico dell’ex Beatles è evidente nel fraseggio della parte cantata e in alcuni accorgimenti sonori tipici del Macca, vedi le armonie vocali maschili a bocca chiusa, qualche delizioso falsetto di Laura, l’intervento di una chitarra elettrica e altri “piccoli” soavi particolari che lo ricordano.

In attesa dell’album fisico la cui uscita, come ricordato, è prevista per fine estate, inizio autunno, un altro ottimo album rilasciato in questo difficile periodo, comunque ricco di felici intuizioni di alcuni musicisti che ci alleviano durante questa  lunga pandemia.

Bruno Conti

Un Ritorno A Sorpresa Ma Molto Gradito, Anche Se Per Il CD Bisognerà Aspettare. Gillian Welch & David Rawlings – All The Good Times

gillian welch & david rawlings all the good times are past & gone

Gillian Welch & David Rawlings – All The Good Times – Acony Records Download

Lo scorso 10 luglio, pochi giorni fa, la bravissima folksinger Gillian Welch ha messo online senza alcun preavviso All The Good Times, un intero album registrato con il partner sia musicale che di vita David Rawlings (ed è la prima volta che un lavoro viene accreditato alla coppia) e per ora disponibile solo come download, anche se i pre-ordini per la versione in CD e vinile sono già aperti (mentre la data di pubblicazione è ancora incerta, si parla di fine settembre-inizio ottobre). Il fatto in sé è un piccolo evento in quanto Gillian mancava dal mercato discografico addirittura dal 2011, anno in cui uscì lo splendido The Harrow & The Harvest, ultimo lavoro con brani originali dato che Boots No. 1 del 2016 era una collezione di outtakes, demo ed inediti inerenti al suo disco di debutto Revival uscito vent’anni prima (benché comunque Gillian è una delle colonne portanti del gruppo del compagno, la David Rawlings Machine, più attiva in anni recenti https://discoclub.myblog.it/2017/08/22/altre-buone-notizie-da-nashville-david-rawlings-poor-davids-almanack/ ).

Il dubbio che la Welch soffrisse del più classico caso di blocco dello scrittore mi era venuto, e questo All The Good Times non contribuisce certo a chiarire le cose dato che si tratta di un album di cover, dieci canzoni prese sia dalla tradizione che dal songbook di alcuni grandi cantautori, oltre a qualche brano poco noto: a parte queste considerazioni sulla mancanza di pezzi nuovi scritti da Gillian, devo dire che questo nuovo album è davvero bello, in quanto i nostri affrontano i brani scelti non in maniera scolastica e didascalica ma con la profondità interpretativa ed il feeling che li ha sempre contraddistinti, e ci regalano una quarantina di minuti di folk nella più pura accezione del termine, con elementi country e bluegrass a rendere il piatto più appetitoso. D’altronde non è facile proporre un intero disco con il solo ausilio di voci e chitarre acustiche senza annoiare neanche per un attimo, ma Gillian e David riescono brillantemente nel compito riuscendo anche ad emozionare in più di un’occasione. Un cover album in cui sono coinvolti i due non può certo prescindere dai brani della tradizione, ed in questo lavoro ne troviamo tre: la deliziosa Fly Around My Pretty Little Miss (era nel repertorio di Bill Monroe), con Gillian che canta nel più classico stile bluegrass d’altri tempi ed i due che danno vita ad un eccellente guitar pickin’, l’antica murder ballad Poor Ellen Smith (Ralph Stanley, The Kingston Trio e più di recente Neko Case), tutta giocata sulle voci della coppia e con le chitarre suonate in punta di dita, e la nota All The Good Times Are Past And Gone, con i nostri che si spostano su territori country pur mantenendo l’impianto folk ed un’interpretazione che richiama il suono della mountain music più pura.

Non è un traditional nel vero senso della parola ma in fin dei conti è come se lo fosse il classico di Elizabeth Cotten Oh Babe It Ain’t No Lie (rifatta più volte da Jerry Garcia sia da solo che con i Grateful Dead), folk-blues al suo meglio con la Welch voce solista e Rawlings alle armonie, versione pura e cristallina sia nelle parti cantate che in quelle chitarristiche. Lo stile vocale di Rawling è stato più volte paragonato a quello di Bob Dylan, ed ecco che David omaggia il grande cantautore con ben due pezzi: una rilettura lenta e drammatica di Senor, una delle canzoni più belle di Bob, con i nostri che mantengono l’atmosfera misteriosa e quasi western dell’originale, pur con l’uso parco della strumentazione, e la non molto famosa ma bellissima Abandoned Love, che in origine era impreziosita dal violino di Scarlet Rivera ma anche qui si conferma una gemma nascosta del songbook dylaniano. Ginseng Sullivan è un pezzo poco noto di Norman Blake, una bella folk song che Gillian ripropone con voce limpida ed un’interpretazione profonda e ricca di pathos, mentre Jackson è molto diversa da quella di Johnny Cash e June Carter, meno country e più attendista ma non per questo meno interessante; l’album si chiude con Y’all Come, una country song scritta nel 1953 da Arlie Duff e caratterizzata dal botta e risposta vocale tra i due protagonisti, un pezzo coinvolgente nonostante la veste sonora ridotta all’osso.

Ho lasciato volutamente per ultima la traccia numero quattro del CD (anzi, download…almeno per ora) in quanto è forse il brano centrale del progetto, un toccante omaggio a John Prine con una struggente versione della splendida Hello In There, canzone scelta non a caso dato che parla della solitudine delle persone anziane, cioè le più colpite dalla recente pandemia (incluso lo stesso Prine).

Nell’attesa di un nuovo album di inediti di Gillian Welch, questo All The Good Times è dunque un antipasto graditissimo quanto inatteso, anche se per gustarmelo meglio attendo l’uscita del supporto fisico.

Marco Verdi