E’ Proprio Il Caso Di Dire: Comoradh Sona! Clannad – In A Lifetime

clannad in a lifetime 2 cd

Clannad – In A Lifetime – BMG 2CD – 2LP – Super Deluxe 4CD/3LP/7” Box Set

Mi sembrava appropriato intitolare il post odierno con una frase che in gaelico significa “buon anniversario” per introdurre questa antologia che celebra i cinquanta anni di attività dei Clannad, storica band irlandese che è stata la prima a portare negli anni settanta il gaelico nelle case di milioni di ascoltatori, prima nel paese natale e dagli anni ottanta in poi anche al di fuori dei patri confini. I Clannad sono il caso più unico che raro di un gruppo che non ha mai cambiato formazione nel corso di cinque decadi, ma al massimo ha subito qualche “aggiustamento”: i nostri sono infatti una family band originaria del Donegal (in gaelico “clann” significa appunto famiglia) guidati dalla voce cristallina di Maire “Moya” Brennan coadiuvata dai fratelli Pol e Ciaran e dagli zii Noel e Padraig Duggan; gli unici cambiamenti della line-up sono avvenuti dal 1980 al 1982 quando a loro si è unita Eithne Brennan, sorella di Moya, Pol e Ciaran (che con il nomignolo di Enya otterrà un grande successo nella seconda metà degli anni ottanta con una musica però più new age che folk), quando Pol ha lasciato la band nel 1995 (rientrando però nel 2011), e soprattutto quando nel 2016 sono diventati un quartetto a causa della morte prematura di Padraig.

I Clannad sono uno dei gruppi irlandesi più popolari al mondo, e nel corso della loro carriera sono passati dal puro folk di stampo tradizionale degli inizi ad una musica aperta a varie contaminazioni che li ha portati ad unire al loro suono elementi rock, pop, new age, jazz e world music: la caratteristica delle loro canzoni (nel 95% dei casi autografe, tranne nei primi anni quando si rivolgevano spesso a brani della tradizione) è di essere profondamente evocative e d’atmosfera, perfette per essere usate, cosa che è puntualmente avvenuta, come colonna sonora di film, serie tv e perfino documentari e cartoni animati. Quest’anno la band festeggia come ho già detto i cinquanta anni di attività (*NDM: non per fare sempre il pignolo, ma in realtà, al solito, il loro esordio discografico risale al 1973, e poi si sono presi circa dieci anni di pausa da dischi e tour tra la fine dei novanta ed il 2008) e quale occasione migliore per immettere sul mercato una bella antologia (oltre ad un tour celebrativo, ma in tempi di coronavirus tutto è in discussione)? Di “greatest hits” del gruppo infatti ne esistono già una marea (molto più dei loro album ufficiali, “appena” sedici in studio e quattro dal vivo), ma questo In A Lifetime merita senz’altro un’attenzione particolare pur essendo un prodotto più adatto ai neofiti che ai fans a causa della presenza di appena due inediti, incisi apposta per il progetto.

L’edizione più diffusa è quella in doppio CD con 37 canzoni, poi c’è anche un doppio LP con appena 20 brani, ed infine quella di cui mi occupo oggi, cioè un lussuoso box set di quattro CD, tre LP ed un 45 giri (esiste anche una versione del cofanetto in vendita solo sul sito della band e con un CD in più intitolato Rarities, ma costa veramente tanto). Il box è molto elegante, con un bel libro interno ricco di foto rare e testimonianze dei membri del gruppo (ma le note riguardo ai brani contenuti sono abbastanza scarne, ed omettono anche da che album provengono, cosa che quando avviene mi fa abbastanza arrabbiare): la parte musicale è formata come dicevo da quattro CD che presentano canzoni prese da ogni disco della band, il doppio LP in vendita anche separatamente (inclusione abbastanza inutile, avrei preferito magari un DVD dal vivo, dato che il 99% del box è in studio), un altro vinile rimasterizzato con l’album del 1985 Macalla (che è quello che ha dato ai nostri la popolarità internazionale) ed un 45 giri con il primo singolo in assoluto uscito nel 1974. Il primo CD va dagli esordi al 1980: il viaggio inizia con la toccante Thios Cois Na Tra Domh, caratterizzata dalla splendida voce di Moya, da un coro ricco di pathos e da una strumentazione elettroacustica di notevole forza emotiva, tutte peculiarità tipiche del suono dei nostri.

Altri highlights sono Siubhan Ni Dhuibhir, con il bel contrasto tra la parte vocale di stampo tradizionale e l’accompagnamento folk-rock, lo strumentale Eleanor Plunkett, dominata da un bel flauto, la drammatica ma bellissima Coinleach Ghlas An Fhomhair, la splendida Teidhir Abhaile Riù, pura irish music, la limpida Two Sisters, primo brano del box cantato in inglese, e la squisita Cruiscin Lan. Di questo periodo fa parte anche il 45 giri allegato Dhéanainn Sugradh (curiosamente non inserita nel CD), un coinvolgente brano corale che più tradizionale non si può. Il secondo dischetto contiene i due più grandi successi del gruppo, ovvero la corale e quasi ecclesiastica Theme From Harry’s Game ed il duetto con Bono nella raffinata In A Lifetime, entrambe canzoni che però non rientrano tra le mie preferite. Meglio secondo me le acustiche ed intense The Last Rose Of Summer e Crann Ull, la saltellante Na Buachaillì Alainn, il raffinato strumentale Ni La Na Gaoithe La Na Scoilb?, con continui cambi di ritmo e melodia, la discreta I See Red (unica cover del box a parte i traditionals, essendo un brano di Gerry Rafferty), l’orecchiabile e pop-oriented Closer To Your Heart. Alcune cose ricordano però lo stile simil-new age che di lì a poco farà la fortuna di Enya, come Newgrange, Tower Hill ed in parte anche i brani tratti da Legend (colonna sonora di una serie tv su Robin Hood), tranne l’irish tune Together We e l’emozionante e cinematografica Lady Marian.

Il terzo CD va dal 1985 al 1994, il periodo di maggior popolarità del gruppo, il quale si era aperto anche a collaborazioni esterne (Bruce Hornsby, J.D. Souther, il cantante dei Journey Steve Perry, il sassofonista ex King Crimson Mel Collins ed il noto batterista Russ Kunkel): i migliori episodi sono la potente ballata Almost Seems (Too Late To Turn), bella nonostante le sonorità anni ottanta, la deliziosa Journey’s End, tra le più immediate del box, la rockeggiante Second Nature, lo slow Many Roads, l’incalzante In Fortune’s Hand, che non ha niente di folk ma è piacevole, mentre l’ottima Poison Glen rimanda al suono dei primi anni. Non mancano i brani più commerciali e dal suono impersonale, come Why Worry? (non è quella dei Dire Straits) che sembra più vicina a certe cose di Sting. L’ultimo CD inizia con la corale I Will Find You, dalla colonna sonora de L’Ultimo Dei Moicani, e termina con i due brani nuovi: la scintillante ed evocativa folk song A Celtic Dream e la non eccelsa Who Knows (Where The Time Goes), che non è purtroppo il classico di Sandy Denny ma un brano originale.

In mezzo troviamo diverse belle canzoni come la tenue ballata Sunset Dreams, il pop-rock solare e gradevole Seanchas, l’avvolgente A Bridge (That Carries Us Over), le belle Fadò e The Bridge Of Tears, entrambe di notevole impatto emotivo. C’è anche l’unico brano dal vivo di tutto il box (registrato alla Christ Church Cathedral), cioè una splendida e commovente Down By The Sally Gardens per voci, chitarra e flauto, mentre gli ultimi quattro pezzi prima dei due nuovi sono tratti da Nadur (l’unico album di studio di Moya e compagni nel presente millennio), e risultano tutti piacevoli e riusciti. Due parole per l’album Macalla, presente come ho detto sotto forma di LP: metà di esso lo abbiamo già ascoltato nei CD (Caislean Oir, Closer To Your Heart, In A Lifetime, Almost Seems e Journey’s End), mentre tra i restanti brani spiccano la tersa The Wild Cry, perfetto esempio di folk song moderna, l’acustica e profonda Buachaill On Eirne e Northern Skyline, malinconica ma decisamente bella.

Una bella retrospettiva dunque, perfetta se dei Clannad avete poco o nulla: meglio comunque il box del doppio CD (che comunque costa poco èiù di un singolo), se non altro per avere un po’ di ottima compagnia musicale in questo periodo di quarantena forzata.

Marco Verdi

clannad in a lifetime box

 

Il Ritorno Di Un’Artista Decisamente Trasformata. Maria McKee – La Vita Nuova

maria mckee la vita nuova

Maria McKee – La Vita Nuova – Fire Records/Afar CD/Book

Era da diversi anni che non sentivo parlare di Maria McKee, per l’esattezza dal 2007 quando la cantante losangelena aveva dato alle stampe il discreto Late December. Dopo lo scioglimento dei Lone Justice, una delle più fresche e migliori rock’n’roll bands degli anni ottanta, Maria sembrava destinata ad una luminosa carriera solista, impressione confermata dal suo splendido secondo album You Gotta Sin To Get Saved, un’accattivante miscela di rock, pop, Americana ed errebi che fu uno dei dischi più riusciti del 1993 (nonché il suo lavoro più venduto). Life Is Sweet del 2006 non era malaccio, ma negli anni seguenti Maria si era persa un po’, con pochi album pubblicati e nessuno di essi che si elevasse da un grigio anonimato. In questi tredici anni di silenzio di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, e La Vita Nuova (titolo ispirato dall’omonima opera di Dante) ci restituisce una McKee completamente trasformata rispetto a quella che avevamo lasciato nel 2007. In questo tempo Maria si è spostata a Londra, ha letto molto, soprattutto i classici (non solo Dante ma anche poeti anglosassoni come W.B. Yeats e William Blake), ma principalmente è stata la sua vita privata ad essere sconvolta, dato che ha scoperto ben dopo la cinquantina di essere attratta in misura maggiore dalle persone del suo stesso sesso, cosa che le ha fatto cambiare radicalmente il modo di rapportarsi col prossimo e, non ultimo, l’ha portata a separarsi dal marito Jim Akin (ma non artisticamente, dato che l’ex consorte è indicato come produttore del nuovo lavoro).

La Vita Nuova è quindi il lavoro più personale di Maria dal punto di vista dei testi, con canzoni di chiara ispirazione letteraria che trattano dell’amore nelle sue varie sfaccettature, ma è per quanto riguarda la musica che il cambiamento è più radicale: siamo infatti alle prese con un disco di ballate molto discorsive (qualche detrattore potrebbe definirle verbose), canzoni dalla vena intimista e profonda ma con melodie decisamente poco immediate, lontanissime dalle atmosfere dei primi lavori da solista e soprattutto da quelle rock’n’roll del periodo Lone Justice. La McKee è un’artista nuova (ed il titolo del disco è perfettamente in tema), che più che da Tom Petty è influenzata dalle ballate classiche di Joni Mitchell e dalle atmosfere eteree di Kate Bush, ed i brani riflettono questa nuova visione musicale: pochi strumenti (suonati in gran parte da Maria stessa, più Akin al basso e Tom Dunne alla batteria), spesso coadiuvati da un’orchestra di 19 elementi che aggiunge pathos alle composizioni. Un album bello ma non facile, che se approcciato con la dovuta attenzione non mancherà di emozionare l’ascoltatore. L’iniziale Effigy Of Salt è una ballata morbida e molto discorsiva, cantata con voce squillante e con un sottofondo musicale che contrappone una base rock ad interventi orchestrali non invasivi. Page Of Cups si stacca un po’ dal resto del lavoro, in quanto è un folk-rock elettrico con un’aria vagamente sixties, un pezzo chiaramente influenzato dal fratello di Maria, Bryan MacLean, chitarrista, membro fondatore ed anche co-autore dei Love (proprio la leggendaria band guidata da Arthur Lee), scomparso negli anni novanta a soli 52 anni: la melodia è abbastanza complessa e poco memorizzabile, ma rimane comunque scorrevole.

Bella la pianistica Let Me Forget, una rock ballad dal motivo intenso e diretto, una strumentazione fluida ed il solito background a base di archi: un gran bel pezzo. I Should Have Looked Away è costruita esclusivamente intorno al pianoforte ed alla voce avvolgente di Maria, un brano a cui non manca il feeling nonostante la strumentazione ridotta all’osso, mentre Right Down To The Heart Of London inizia con la medesima struttura ma il suono si arricchisce subito con l’arrivo dell’orchestra per quasi sette minuti in crescendo, un pezzo che denota una notevole maturità compositiva. La title track è una ballata full band ancora con un motivo molto articolato, cantata alla grande e con un arrangiamento reso maestoso dagli archi; Little Beast è un intenso bozzetto per voce e piano, ed è seguito dalla lunga (più di sette minuti) Courage, una rock ballad che parte piano (voce, chitarra acustica, pianoforte ed un riff elettrico nelle retrovie) e a poco a poco si arricchisce di suoni ed anche il ritmo si fa cadenzato: indubbiamente uno dei pezzi centrali del CD. Ceann Brò è più sul versante folk che rock, con la linea melodica che ricorda certe cose della Mitchell, The Last Boy e I Never Asked sono ancora pianistiche e profonde (meglio la seconda, con un motivo migliore e meno ripetitivo), l’espressiva Just Want To Know If You’re Alright è invece a metà tra le atmosfere tipiche del disco e l’ispirazione che deriva ancora dal suono dei Love. L’album termina con la struggente Weatherspace, in cui vedo ancora tracce della bionda Joni, e con la lenta ed acustica However Worn, decisamente interiore.

La Vita Nuova è quindi un lavoro di alto spessore artistico, che ci fa scoprire il lato più profondo della personalità di Maria McKee: un disco bello ma non per tutti, e specialmente non per quelli che hanno ancora in testa il periodo Lone Justice e quello appena seguente.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Una Serata “Normale” Per Il Boss…Quindi Eccellente! Bruce Springsteen & The E Street Band – Nassau Coliseum 05.04.09

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Nassau Coliseum 05.04.09 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Spesso le pubblicazioni dei concerti del passato tratti dagli archivi di Bruce Springsteen (che sono da tempo diventati una piacevole abitudine mensile) si sono occupate di serate storiche: penso soprattutto a certi show degli anni settanta come quelli all’Agora Ballroom di Cleveland o al Capitol Theatre di Passaic, ma anche degli eighties come il fantastico live del 1985 a Los Angeles, fino al nuovo millennio con gli ultimi spettacoli con Danny Federici e Clarence Clemons all’interno della E Street Band prima che lasciassero questa valle di lacrime. La penultima uscita prende invece in esame una serata “normale”, nel senso che non presenta particolari connotati storici, e cioè lo show del quattro maggio 2009 al Nassau Coliseum, che non è alle Bahamas ma a Uniondale nello stato di New York (già teatro di due concerti ben più leggendari a fine dicembre 1980, entrambi documentati in uscite precedenti) nell’ambito del tour seguito all’album Working On A Dream, invero uno dei dischi più deboli del Boss.

Il nostro forse all’epoca si era reso conto che il livello di quel lavoro era sotto i suoi standard abituali (avrebbe fatto anche peggio anni dopo con High Hopes), e non insisteva più di tanto a riprenderne i brani nella setlist, e quindi gli show erano una sorta di retrospettiva sulla sua carriera. Ed il tour (che va ricordato è l’ultimo con Clemons) vide alcune performance davvero eccellenti da parte del Boss e dei suoi compagni, dato che anche una serata normale per loro è inarrivabile per il 90% degli acts mondiali: io ho visto Bruce dal vivo dieci volte nella mia vita, ma lo show allo Stadio Olimpico di Torino il 21 luglio di quell’anno lo ricorderò sempre come uno dei più belli, a partire dal saluto iniziale del Boss in dialetto piemontese…Anche la prestazione dei nostri in questo triplo CD (o download se preferite) è davvero notevole, a partire dall’avvio subito trascinante con le splendide Badlands e No Surrender, seguite da due estratti da Working On A Dream (inframezzati da una solida She’s The One), cioè l’epica cavalcata di Outlaw Pete, un brano che dal vivo funziona alla grande (e che risentito oggi sembra una anticipazione dello stile di Western Stars), e la title track che invece giudico una canzonetta piuttosto debole. Dopo un uno-due a tutto rock’n’roll con la rara Seeds ed una travolgente Johnny 99 è la volta della magnifica The Ghost Of Tom Joad, sempre una grande canzone anche in questa veste elettrica con Nils Lofgren protagonista alla chitarra; si prosegue con le richieste, il momento in cui Bruce raccoglie i cartelli fra il pubblico mentre il gruppo suona Raise Your Hand.

In quella serata abbiamo una chicca assoluta, cioè l’unica volta in cui i nostri hanno suonato Expressway To Your Heart, un errebi che è stato una hit minore per i Soul Survivors nei sixties (scelta che dimostra la preparazione infinita dei nostri), seguito dalla cristallina For You e dall’irresistibile Rendezvous, per chiudere il mini-set delle richieste con la splendida Night. La seconda parte dello show alterna classici del passato (The Promised Land, Born To Run) con altri più recenti, veri crowd-pleasers come Waitin’ On A Sunny Day, Lonesome Day e le trascinanti The Rising e Radio Nowhere; in mezzo, la migliore canzone di Working On A Dream (The Wrestler, una ballata da brividi) seguita da Kingdom Of Days, discreta ma nulla più. I bis inizano con un altro highlight, una stupenda versione full band elettrica del noto traditional Hard Times (Come Again No More) subito doppiato dall’eccezionale Jungleland, uno dei pezzi che senza Roy Bittan non avrebbe senso suonare. Dopo Land Of Hope And Dreams (che non ho mai amato molto), finale da “tutti in piedi” con una delle migliori American Land mai sentite e due classici come Dancing In The Dark e Rosalita.

Alla prossima uscita, che per la quarta volta da quando è iniziata questa serie si occuperà di un concerto del tour di Tunnel Of Love.

Marco Verdi

Un Dave Alvin “Diverso” Ma Sempre Notevole. The Third Mind

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The Third Mind – The Third Mind – Yep Roc CD

Penso che non ci siano dubbi sul fatto che Dave Alvin sia uno dei campioni mondiali del genere roots rock/Americana, e che appartenga alla ristretta cerchia di musicisti che non hanno mai sbagliato un disco, sia come leader dei Blasters insieme al fratello Phil che come solista. Questa volta però il rocker californiano ha voluto fare qualcosa di diverso, andando a ricreare le atmosfere psichedeliche del periodo 1967-69: il risultato è The Third Mind, che oltre ad essere il titolo dell’album è anche il nome del supergruppo dietro il quale Dave ha deciso di “nascondersi” (nome ispirato da un libro scritto da William S. Burroughs, famoso artista della Beat Generation, insieme a Brion Gysin), un quartetto in cui l’ex Blasters è coadiuvato dall’altro chitarrista David Immergluck, noto per i suoi trascorsi con Camper Van Beethoven, Counting Crows e John Hiatt Band (e più di recente con James Maddock), dal bassista Victor Krummenacher, anch’egli dei Camper Van Beethoven, e dal batterista Michael Jerome (Richard Thompson, John Cale, Blind Boys Of Alabama).

I quattro si sono dati appuntamento in uno studio in Connecticut e hanno registrato sei brani (cinque cover ed un originale) usando un approccio, a detta di Alvin, alla Miles Davis (nel periodo in cui sperimentava con il suo produttore Teo Macero), cioè scegliendo una tonalità di partenza e suonando in presa diretta e senza seguire alcun spartito o vincolo musicale. Il risultato è un eccellente disco che ci riporta idealmente indietro di cinquanta anni, quando San Francisco era la capitale mondiale della musica rock e gli acid test a base di LSD e quant’altro erano all’ordine del giorno, e l’elenco dei musicisti ai quali l’album è dedicato è emblematico: Gary Duncan, John Cipollina, Roky Erickson e Mike Bloomfield. Grande musica, con le chitarre dei due leader che si scambiano licks e assoli come se piovesse e la sezione ritmica che li asseconda in maniera solida e potente: un suono che non ti aspetti da uno come Alvin (ma anche Immergluck si muove solitamente in territori “roots”), ma il disco risulta comunque riuscito, coinvolgente e per nulla ostico. L’iniziale Journey In Satchidananda (brano strumentale del 1970 di Alice Coltrane, musicista di estrazione jazz moglie del grande John Coltrane e scomparsa nel 2007) parte piano, con i nostri che sembrano accordare gli strumenti e lanciano vibrazioni psichedeliche alla Grateful Dead, poi il brano prende corpo a poco a poco ma sempre in modo soffuso: basso e batteria procedono con fare attendista, ma i due chitarristi iniziano a fendere l’aria con svisate elettriche notevoli, con Dave che si produce in un lungo e lirico assolo subito doppiato da uno acidissimo di Immergluck.

The Dolphins (Fred Neil) è nettamente più distesa e rilassata, con Alvin che ci fa sentire la sua ugola baritonale: il brano, splendido, mantiene l’anima folk originale con l’aggiunta però della chitarra dell’ex Blasters, che ci regala momenti formidabili di pura psichedelia. La breve, meno di tre minuti, Claudia Cardinale è l’unico pezzo originale, una canzone dedicata ad un’icona della bellezza degli anni sessanta (Bob Dylan fece inserire addirittura una sua foto nella copertina interna di Blonde On Blonde) che è uno strumentale per chitarra dall’andamento ipnotico ma nello stesso tempo profondamente melodioso e godibile, con un finale in deciso crescendo. Il CD arriva alla sua parte cruciale con i nove minuti della nota Morning Dew, folk song di Bonnie Dobson ma resa famosa dai Grateful Dead, dal testo post-apocalittico che mette i brividi ancora oggi: la versione dei nostri è strepitosa (la voce femminile è di Jesse Sykes, ospite speciale solo in questo brano), con la base che rimane folk, il tempo lento e Dave che fornisce la parte rock con la sua magica chitarra, ed un crescendo strumentale fantastico ed emozionante https://www.youtube.com/watch?v=sOzHXb-u92s . Niente psichedelia, solo grande musica rock.

Ma ecco il centerpiece del disco, cioè una sensazionale rilettura di sedici minuti del capolavoro della Butterfield Blues Band East-West (l’originale durava tre minuti di meno), un tour de force incredibile in cui ascoltiamo un’esplosione di rock, psichedelia, blues e musica orientale in un tripudio di chitarre (c’è anche un’armonica, suonata da Jack Rudy) e con la sezione ritmica che pare un treno in corsa: una jam fluidissima nella quale i nostri mostrano di poter suonare qualsiasi cosa riuscendo sempre a farci godere come ricci. Il CD si chiude con una versione potente, roccata e coinvolgente di Reverberation, un classico dei 13th Floor Elevators di Roky Erickson, forse il brano più diretto ed immediato dell’album. Questo per quanto riguarda il disco “normale”, ma la prima tiratura (che credo si trovi ancora) presenta due bonus tracks, ovvero due versioni alternate di East-West: la prima è un remix ad opera del noto produttore Tchad Blake, mentre la seconda è una take differente e forse ancora più roccata e trascinante. Un gran bell’esordio questo dei Third Mind, un album da consigliare non solo ai fan di Dave Alvin: c’è solo da sperare che non si tratti di un evento estemporaneo.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 21. L’Uomo Che Inventò Il Soul. Parte Seconda: Gli Anni D’Oro. Sam Cooke – The RCA Albums Collection

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Sam Cooke – The RCA Albums Collection – Music On CD/Sony 8CD Box Set

Dopo essermi occupato del periodo alla Keen Records, eccomi di nuovo qui a parlare del grande Sam Cooke, dato che quasi in contemporanea con l’uscita del box dedicato ai suoi primi passi, la Music On CD ha ristampato un cofanetto uscito originariamente nel 2011, The RCA Albums Collection, che andava a coprire gli anni durante i quali il nostro è diventato “Mr. Soul”. All’inizio del 1960 Cooke iniziò a guardarsi intorno, dato che le capacità finanziarie e di marketing della Keen erano piuttosto limitate, e dopo aver avuto contatti sia con la Atlantic che con la Capitol conobbe il famoso duo di produttori, songwriters e manager Hugo Peretti e Luigi Creatore, che gli fecero firmare un vantaggioso contratto con la RCA Victor…ed il resto è storia! Questo box, che contiene otto album usciti dal 1960 al 1963 (più un live postumo) rimasterizzati a dovere e con un esauriente libretto, ha però due gravi difetti, ai quali l’odierna ristampa avrebbe potuto rimediare ma non ha fatto lasciando tutto come nel 2011: il primo è l’assenza di bonus tracks o di un dischetto aggiuntivo in cui raccogliere tutti i singoli del periodo (è noto che in quell’epoca le discografie dei 45 giri per molti artisti erano indipendenti da quelle degli LP), e sto parlando di canzoni fondamentali come Cupid, Having A Party, Bring It On Home To Me, Feel It, Frankie And Johnny, Shake.

Ma il vero problema del cofanetto è la mancanza di due album importantissimi del nostro, Ain’t That Good News ed il famoso Live At The Copa, un errore a mio giudizio imperdonabile in quanto i due dischi in questione erano usciti quando Sam era ancora in vita, e la loro assenza rende il cofanetto monco (la ragione legale c’è, dato che i due lavori sono di proprietà della ABKCO, fondata dal famigerato manager Allen Klein con il quale Cooke si associò nel 1963, ma io ne facevo una questione di completezza…e poi non è impossibile trovare accordi con la ABKCO, basti vedere il caso di alcune compilation multilabels dei Rolling Stones). Ecco comunque una disamina di ciò che nel cofanetto c’è, e sto parlando comunque di grandissima musica. Cooke’s Tour (1960). Nonostante il titolo questo non è un live, ma un disco registrato in studio che simula un ideale giro del mondo con canzoni che hanno attinenza con varie nazioni (la Francia con Under Paris Skies, il Giappone con The Japanese Farewell Song, l’Inghilterra con London By Night, e c’è perfino una bizzarra traduzione di Arrivederci Roma, che oggi definiremmo trash). Un disco pop, con arrangiamenti orchestrali di Glen Ossner a volte un po’ ridondanti (Far Away Places, Under Paris Skies, Bali Ha’I, The House I Live In), ma la voce di Cooke fa la differenza e poi non mancano le zampate come una deliziosa South Of The Border, la solare The Coffee Song e buone riletture di classici come Jamaica Farewell e Galway Bay. Diciamo che il sodalizio con la RCA avrebbe potuto iniziare meglio.

Hits Of The 50’s (1960). Sam prosegue con gli album di sole cover (per il momento i brani autografi li riservava ai singoli), e qui si occupa di successi della decade precedente: niente rock’n’roll però, bensì qualche pop song e brani tratti da musical o film. Certo che se hai un cantante come Cooke e canzoni come The Great Pretender, Unchained Melody, The Wayward Wind e Venus è difficile non centrare il bersaglio, ma il nostro brilla anche in raffinate interpretazioni di Hey There, Too Young, The Song From Moulin Rouge e Cry, con l’orchestra usata con più misura che su Cooke’s Tour. Swing Low (1961). Splendido album in stile soul-gospel, con eccellenti versioni di Swing Low, Sweet Chariot, I’m Just A Country Boy, Pray, Grandfather’s Clock (un soul-swing strepitoso) e l’allegra e contagiosa Long, Long Ago. Troviamo anche tre originali di Sam: l’hit single Chain Gang, uno dei suoi brani più popolari, e le squisite If I Had You e You Belong To Me. My Kind Of Blues (1961). Altro grande disco, dodici classici blues e non solo di autori del calibro di Duke Ellington, Ivory Joe Hunter, Jimmy Cox, George Gershwin, il duo Rodgers-Hart, Irving Berlin. Cooke è in forma smagliante e regala una prestazione vocale formidabile riuscendo a far suoi pezzi come Don’t Get Around Much Anymore, Little Girl Blue, Nobody Knows You When You’re Down And Out, But Not For Me, I’m Just A Lucky So And So, Since I Met You Baby, Trouble In Mind e You’re Always On My Mind, con arrangiamenti d’alta classe tra soul, jazz e swing.

Twistin’ The Night Away (1962). L’album con più brani scritti da Sam (7 su 12) ed altro lavoro splendido, con gli arrangiamenti di René Hall, collaboratore del nostro già nel periodo Keen. Cooke scopre il twist e lo sviscera ampiamente in canzoni coinvolgenti dai titoli inequivocabili come Twistin’ In The Kitchen With Dinah, The Twist, Twistin’ In The Old Town Tonight, Camptown Twist ed ovviamente la title track, uno dei suoi pezzi più noti e trascinanti. Ma nel disco troviamo anche tanto soul di gran lusso: Soothe Me, altro classico assodato del nostro, la gioiosa e corale Sugar Dumpling, la cadenzata Movin’ And A-Groovin’ (scritta con Lou Rawls) e la nota Somebody Have Mercy. Uno degli album più diretti e divertenti di Sam. Mr. Soul (1963). Ormai il nostro ha stabilito uno standard elevatissimo per quanto riguarda la qualità dei suoi album, ed anche questo non è certo inferiore, a partire dalla favolosa ballata pianistica I Wish You Love posta in apertura. Mr. Soul è di nuovo un disco di cover (ad eccezione dell’intenso e toccante slow Nothing Can Change This Love), con riletture da manuale di evergreen dello stampo di All The Way, Cry Me A River, Driftin’ Blues, For Sentimental Reasons, una bellissima ripresa del blues di Big Joe Turner Chains Of Love con un grande Ernie Freeman al piano, ed una fluida ripresa di Send Me Some Lovin’ di Little Richard.

Night Beat (1963). E venne il capolavoro. Registrato in varie sessions notturne con un ristretto combo di musicisti (tra cui Clifton White e Barney Kessel alle chitarre, Hal Blaine alla batteria, Ray Johnson al piano ed un giovane Billy Preston all’organo), Night Beat vede Cooke al massimo della sua ispirazione e forza espressiva, per dodici brani sensazionali tra soul (poco), tanto blues afterhours ed un tocco di jazz. Difficile non citare anche solo un brano, dale tre canzoni originali (Mean Old World, Laughin’ And Clownin’, You Gotta Move) a rivisitazioni superlative di Nobody Knows The Trouble I’ve Seen, Lost And Lookin’ (da brividi lungo la schiena), Please Don’t Drive Me Away, I Lost Everything, Trouble Blues e Fool’s Paradise, fino ad una incredibile versione del classico di Willie Dixon Little Red Rooster, con un grande Preston, ed una irresistibile e contagiosa ripresa di Shake, Rattle And Roll, un modo splendido di chiudere un disco per il quale cinque stelle sono il minimo. One Night Stand! Live At The Harlem Square Club (1985). Portentoso live album registrato nel 1963 all’Harlem Square Club di Miami e pubblicato postumo a metà anni ottanta. Un disco assolutamente imperdibile che documenta una performance infuocata del nostro a capo di una band di sette elementi (due chitarre, basso, batteria, pianoforte e due sassofoni): a parte l’introduttiva Soul Twist e for Sentimental Reasons (unita in medley a It’s All Right) tutti i brani sono scritti da Cooke, per una sorta di sontuoso greatest hits che presenta versioni spettacolari e coinvolgenti di Feel It, Cupid, Chain Gang, Somebody Have Mercy e Nothing Can Change This Love, oltre a due scatenate Twistin’ The Night Away e Having A Party che non fanno prigionieri. Ho volutamente lasciato per ultima la straordinaria Bring It On Home To Me, una delle più belle soul ballad mai scritte proposta in una versione da pelle d’oca.

Altro box imperdibile quindi, soprattutto se di Sam Cooke avete poco o nulla (e tra l’altro costa ancora meno di quello del periodo Keen), nonostante le due pesanti mancanze di cui parlavo prima, che ho però intenzione di “recuperare” con un breve post d’appendice, se non altro per rendere piena giustizia ad uno dei più grandi cantanti di sempre.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 19. Un Box Con Tante Luci E Qualche Ombra…Ma Le Luci Sono Abbaglianti! Little Steven – Rock’n’Roll Rebel: The Early Work

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Little Steven – Rock’n’Roll Rebel: The Early Work – Wicked Cool/Universal 7LP/4CD Box Set

L’ottimo successo di pubblico e critica degli ultimi due album di Little Steven Soulfire e Summer Of Sorcery (unito al fatto che erano due dischi splendidi) ha convinto il rocker di origine italiana a rinfrescare la sua discografia passata, ma nel farlo il nostro ha deciso di regalare ai fans (si fa per dire, visto il costo del box) una cospicua serie di brani inediti. Rock’n’Roll Rebel: The Early Work ha però una struttura molto particolare: se infatti la maggior parte dei cofanetti che comprende sia CD che LP si limita a ripetere sul vinile quello che c’è sui supporti digitali, qui è stato scelto di includere i cinque album pubblicati da Van Zandt tra il 1982 ed il 1999 (più un “intruso”, come vedremo) solo in LP rimasterizzati e presentati in splendidi vinili colorati dal look “marmoreo”, e di lasciare le bonus tracks a parte in ben quattro CD. Un box spettacolare dal punto di vista visivo, che come vedremo ha qualche pecca dal lato musicale, attribuibile più che altro alle scelte artistiche del nostro negli anni ottanta, pecche che vengono però ampiamente bilanciate dal contenuto inedito dei CD, che per circa metà arriva a sfiorare le cinque stelle (specialmente nel primo). Ma bando alle ciance e vediamo nel dettaglio cosa contiene il box (NDM: la versione “fisica” del cofanetto, acquistabile solo online, è purtroppo già esaurita, comunque provate qui https://shop.udiscovermusic.com/products/rock-n-roll-rebel-the-early-work-box-set ma se volete è disponibile il download dei singoli album, con le bonus tracks divise per ognuno di essi e non a parte come nel cofanetto, anche se con qualche importante mancanza).

Men Without Women (1982). Steve Van Zandt, fino ad allora chitarrista della E Street Band e produttore di Southside Johnny & The Asbury Jukes e del comeback album di Gary U.S.Bonds Dedicated, decide di intraprendere la carriera solista cambiando il suo nome in Little Steven un po’ per distinguersi dal gruppo di Bruce Springsteen ed un po’ come omaggio a Little Richard e Little Walter. Men Without Women è accreditato a Steven ed ai Disciples Of Soul, un gruppo di romantici straccioni che mette su disco una perfetta riproduzione del “Jersey Sound”, cioè una miscela ad alto tasso energico di rock’n’roll, soul, R&B e doo-wop con largo uso di fiati (la sezione di cinque elementi di Richie “LA Bamba” Rosenberg): il disco è splendido, a tutt’oggi il migliore di Steven fino a Soulfire del 2017, che infatti ne ricalca le sonorità ed è inciso con una formazione aggiornata dei DOS. Si inizia con la trascinante Lyin’ In A Bed Of Fire, dalla melodia irresistibile, e si prosegue senza cadute di tono con highlights come lo scintillante errebi bianco Inside Of Me, la calda soul ballad Until The Good Is Gone, puro Jersey Sound, la bellissima e quasi dylaniana title track, Save Me, saltellante e vigorosa ma con una melodia d’altri tempi, la splendida e toccante Princess Of Little Italy, in cui viene fuori il ruvido romanticismo di questa band di pirati, la coloratissima e coinvolgente Angel Eyes. E mi fermo qui per non citarle tutte.

Voice Of America (1984). Con questo album Steve inizia a produrre canzoni dai testi arrabbiati a sfondo politico e sociale (principalmente ispirati dalla politica estera di Reagan), un andazzo che proseguirà per il resto della decade. Ma soprattutto, e purtroppo, si cominciano a palesare sonorità in voga in quel periodo, fatte di suoni gonfi e sintetizzati che in questo album finiscono per spersonalizzare l’apporto dei Disciples Of Soul (dove sono i fiati?) a favore di un rock sound piuttosto qualunque. Ma il disco si mantiene a galla grazie alla bontà di alcune composizioni: il brano più noto è l’orecchiabile reggae I Am A Patriot (che Jackson Browne farà sua di lì a poco), e non male sono la stonesiana Justice, pur con il suo suono eighties, Out Of The Darkness, che sarebbe una grande rock song se al posto dei synth ci fossero i fiati, e Los Desaparecidos che ha un bel tiro nonostante il suono gonfio. Per contro, la title track è un brano rock potente e diretto ma non eccelso, Checkpoint Charlie una ballata piuttosto qualunque, mentre Fear è brutta e basta. Un album comunque ben al di sopra della sufficienza considerando cosa verrà dopo

Sun City (1985). L’inclusione di questo album nel box è un po’ una forzatura, dato che trattasi di una compilation intestata al supergruppo United Artists Against Apartheid (una moda dell’epoca, basti pensare agli USA For Africa e ai britannici Band Aid). Ma Steve è l’ideatore e regista dell’operazione, nonché autore della title track, un brano di feroce protesta contro la segregazione razziale in Sudafrica (Sun City era – ed è ancora – un resort di lusso che allora era aperto solo ai bianchi). L’iniziativa è quindi più che lodevole, ma il risultato finale non è il massimo in gran parte a causa della produzione pesantemente anni ottanta di Arthur Baker e ad una scelta di pezzi non proprio impeccabile. La stessa Sun City non è una grande canzone (ed infatti il successo fu deludente), ma è supportata da un suggestivo video girato da Jonathan Demme in cui vediamo interagire insieme, e non succede tutti i giorni, gente del calibro di Bob Dylan, Bruce Springsteen, Miles Davis, Lou Reed, Pete Townshend, Peter Gabriel, Bono, Joey Ramone, Jimmy Cliff, Hall & Oates, Jackson Browne, Bonnie Raitt, Bobby Womack e molti altri (e purtroppo anche diversi rappers).

Il resto dell’album è di dubbio livello, a partire da No More Apartheid, in cui un Peter Gabriel in ciabatte si limita a gorgheggiare su una base musicale da mani nei capelli, mentre Revolutionary Situation è un collage quasi inascoltabile di suoni, rumori e dichiarazioni estrapolate da discorsi di politici ed attivisti. Let Me See Your I.D. è puro rap (genere che odio), The Struggle Continues un discreto pezzo di jazz-rock dominato dalla tromba di Davis e dal piano di Herbie Hancock (e con la sezione ritmica dei grandi Ron Carter e Tony Williams); il brano migliore è Silver And Gold, una rock song diretta, cadenzata e con elementi blues scritta e cantata da Bono ed eseguita con l’aiuto di Keith Richards, Ronnie Wood e Steve Jordan. Album che era comunque fuori catalogo dai primi anni novanta.

Freedom-No Compromise (1987). Il disco più venduto di Steve grazie al successo del singolo Bitter Fruit, un pop-rock orecchiabile che all’epoca si sentiva ovunque (ricordo che il nostro lo presentò anche al Festivalbar e ci fu una versione itailana di Antonello Venditi ). L’elettronica ha ormai preso il sopravvento sul rock (ed il songwriting non è dei migliori), e del resto del disco salvo solo Trail Of Broken Treaties, che pur essendo infarcita di sonorità finte ha un ritornello corale piacevole, e la solare ballata reggae Native American, con la seconda voce di Springsteen. Pollice verso per il resto, in cui il nostro assomiglia al peggior Prince.

Revolution (1989). Se il precedente era un album largamente insufficiente, di fronte a questa schifezza è un mezzo capolavoro: qui le poche idee affogano in un marasma di suoni orrendi, e qualcuno all’epoca aveva pensato che il buon Van Zandt ce lo fossimo giocati definitivamente. Non c’è molto altro da dire, se non che l’unico momento in cui affiora una parvenza di musica è nel solito reggae di Leonard Peltier, dedicato al protagonista di uno dei più scottanti e controversi casi di cronanca nera dei seventies. Tutto il resto è quasi inascoltabile. Born Again Savage (1999). Dopo dieci anni di silenzio, un deciso ritorno alla musica, un disco ispirato alle band rock e hard rock come Cream, Who, Jeff Beck Group e Led Zeppelin: un suono essenziale da power trio chitarra-basso-batteria, con il nostro aiutato dal bassista degli U2 Adam Clayton e dai tamburi di Jason Bonham. Non un capolavoro, ma una boccata d’aria fresca con strumenti veri e brani diretti, potenti ed essenziali (e testi a sfondo religioso) come il rock’n’roll sotto steroidi Camouflage Of Righteousness, il roboante e riffato hard blues Guns, Drugs And Gasoline, l’ottima rock ballad zeppeliniana Face Of God, la lunga ed epica Saint Francis, la stonesiana Salvation, la ritmata e trascinante Flesheater e gli otto strepitosi minuti della conclusiva Tongues Of Angels. Prima stampa in assoluto in (doppio) LP per questo album.

Ed ecco una disamina degli inediti e rarità nei quattro CD, che sono divisi per periodi.

CD1 – Men And Women (And Before). Dopo l’inedita Rock’n’Roll Rebel, brano invero bruttino e pieno di synth del 1983, andiamo indietro nel tempo per ben nove pezzi (esclusivi per questo box, nel senso che non fanno parte dei downloads), a partire da una rarissima performance del 1973 del duo Southside Johnny & The Kid (un country-blues acustico intitolato Who Told You?), dove The Kid è proprio Steve, e seguiti da otto canzoni unreleased registrate fra il 1976 ed il 1977 da Southside Johnny & The Asbury Jukes ma con Steve alla voce solista, tra demos, rehearsals, brani live (That’s How It Feels allo Stone Pony) e versioni alternate di titoli come When You Dance, Little Darlin’, Ain’t No Lady, Love On The Wrong Side Of Town, Little Girl So Fine, Some Things Just Don’t Change e She Got Me Where She Wants Me: inutile dire che è tutto imperdibile, nonostante l’incisione non sempre impeccabile. Poi abbiamo quattro scintillanti versioni live in studio di brani di Men And Women per un film musicale “alla Purple Rain” poi abortito (Angel Eyes, Forever, Until The Good Is Gone e Save Me), una early take di I’ve Been Waiting, il lato B Caravan (classico di Duke Ellington che Steve trasforma in un omaggio a Beck’s Bolero) ed il bellissimo inedito assoluto Time, outtake di Voice Of America che è meglio di molto materiale finito sull’album.

CD2 – Voice Of America. Tre splendidi brani dal vivo al Marquee di Londra nell’82 (This Time It’s For Real, Caravan ed una strepitosa I Don’t Want To Go Home), l’inedita It’s Possible, rock song dal sound bombastico ma coinvolgente, ma anche brutture come il singolo anti-Reagan Vote! (proposto in ben cinque versioni quando una bastava ed avanzava) o il remix danzereccio per il dodici pollici di Out Of The Darkness. Però abbiamo anche una rara performance solitaria per voce e piano (l’unica della carriera dal vivo di Steve) di Inside Of Me per una TV francese, e soprattutto il work in progress della canzone Alive For The First Time, una vera e propria writing session di dieci minuti, ancora con Steve al piano, in cui vediamo letteralmente nascere il brano a poco a poco.CD3 – Sun City. Sette lunghi brani, il dischetto meno interessante in quanto lo spazio è occupato da ben tre remix della pessima Let Me See Your I.D. e due della title track, in cui impazza l’arte, si fa per dire, di Baker. Molto interessante invece l’inedita Soweto Nights, una spettacolare e fluida jam tra Hancock, Carter e Williams nella miglior tradizione dei trii jazz (con Herbie fenomenale), mentre chiude il dischetto una The Struggle Continues “extended” in cui il solo intervento di Miles Davis supera i sei minuti.

CD4 – Freedom-No Compromise, Revolution (And Later). Anche qui gran parte del contenuto è dimenticabile, con tre remix dance di Bitter Fruit ed una versione in spagnolo della stessa canzone, più due altrettanto superflue No More Party’s (la prima più rock dell’originale e con la parte vocale ricantata); Vote Jesse In è un brano inedito scritto da Steve per la campagna presidenziale di Jesse Jackson ma non usato da quest’ultimo (e chiediamoci il perché), e poi ci sono altri due missaggi alternativi dell’orribile Revolution, entrambi con l’aggiunta del sax del grande Maceo Parker (che spreco!). Il finale per fortuna è in deciso crescendo con due deliziosi pezzi dal vivo acusitci in quartetto incisi nel 1995 per una trasmissione del noto DJ Vin Scelsa (I Wish It Would Rain dei Temptations ed una Princess Of Little Italy più struggente che mai), e l’evocativa ed intensa It’s Been A Long Time, incisa da Steve solo con la sua chitarra nel 2019 apposta per questo box.

Un cofanetto quindi dalla qualità altalenante specie per quanto riguarda gli LP degli anni ottanta (escluso il primo e parte del secondo), ma bilanciato dalla bellezza di molti inediti contenuti nei CD: se non verrà ristampato, potrebbe essere una delle rare volte in cui vi potete accontentare del download, anche perché così non siete costretti a prendervi tutto il blocco.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 18. L’Ultimo Ruggito Di Una Piccola Grande Band. The Pretty Things – The Final Bow

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The Pretty Things – The Final Bow – Madfish/Snapper 2CD/2DVD/10” LP Box Set

Ci sono gruppi che hanno attraversato la cosiddetta “golden age of rock’n’roll” da comprimari, conquistandosi al massimo una nota a pié di pagina nelle enciclopedie ed assaporando un successo inversamente proporzionale alla loro bravura: quelle che oggi vengono definite band di culto, per intenderci. Uno dei nomi oggi più dimenticati in tal senso è quello dei Pretty Things, gruppo inglese originario del Kent ,attivo dalla metà degli anni sessanta inizialmente con una miscela di rock ed errebì equiparabile ai primi Moody Blues, agli Animals ma anche ai Them (e soprattutto ai Rolling Stones, in quanto Dick Taylor, insieme a Jagger e Richards , fu il primo chitarrista di una band chiamata Little Boy Blue and the Blue Boys, che con l’ingresso di Brian Jones  sarebbero diventati appunto gli Stones, mentre Taylor insieme a Phil May avrebbe fondato i Pretty Things): PT che che poi inserirono nel loro suono elementi psichedelici ,senza tuttavia dimenticare l’amore originario per il blues (il nome è ispirato da una canzone di Bo Diddley, loro grande idolo); i nostri non ebbero mai un grande successo neppure nei sixties, con l’esordio del 1965 unico album ad entrare nella Top Ten (leggermente meglio, ma non troppo, con i singoli), e con il loro capolavoro S.F. Sorrows del 1968 (considerata la prima opera rock di sempre, in anticipo di un anno su Tommy degli Who) che non entrò neanche nella Top 100!

Ma i PT, scioltisi all’inizio degli anni ottanta (dopo avere inciso negli anni ’70 per la Swan Song, l’etichetta dei Led Zeppelin) scioltisi alla fine del vecchio millennio, hanno sempre continuato imperterriti a fare la loro musica, ed il 13 Dicembre del 2018 hanno deciso di dare l’addio alle scene in grande stile, con un magnifico concerto tenutosi al teatro 02 Indigo di Londra, serata documentata in questo splendido cofanetto intitolato The Final Bow che in due CD, altrettanti DVD ed un vinile da dieci pollici (esiste anche una versione in doppio LP, ma con il concerto incompleto) ci offre una eccellente panoramica sul meglio della loro storia. Gli unici due membri originari sono appunto il cantante Phil May ed il chitarrista Dick Taylor (coadiuvati dai più giovani Frank Holland, chitarra, George Woosey, basso e Jack Greenwood, batteria), i quali nonostante l’età e l’apparente fragilità fisica sul palco sono ancora in grado di dire la loro alla grande. The Final Bow è quindi un grande live album, in cui i Pretty Things si autocelebrano con stile ma anche tanta grinta, suonando con una foga degna di un gruppo di ragazzini, ed in più con diverse sorprese ad effetto durante tutto lo show. Tanto rock’n’roll, ma anche parecchio blues e qualche sconfinamento nella psichedelia, specie nel momento dello show dedicato a S.F. Sorrows.

Introdotti dal loro ex batterista ed ora maestro di cerimonie Mark St. John, i nostri iniziano con due energiche versioni dei due singoli più popolari, Honey, I Need e Don’t Bring Me Down, puro rock’n’roll perfetto per riscaldare da subito l’atmosfera (e Taylor fa vedere di essere un chitarrista notevole). La ritmata ed annerita Buzz The Jerk (caspita se suonano) precede il primo di vari omaggi a Diddley con una potente versione di Mama, Keep Your Big Mouth Shut, in uno stile giusto a metà tra errebi e rock. Lo show prosegue in maniera sicura e fluida con trascinanti riletture dell’orecchiabile Get The Picture?, pop song suonata con grinta da garage band, la goduriosa The Same Sun, i nove splendidi minuti del medley Alexander/Defecting Grey, rock-blues tostissimo dal tocco psichedelico e prestazione incredibile di Taylor, una robusta riproposizione del classico di Jimmy Reed Big Boss Man, una vitale Midnight To Six Man, che ha dei punti in comune con il suono dei Them, e la guizzante Mr. Evasion. La seconda parte dello spettacolo vede una selezione di brani proprio da S.F. Sorrows, con May e Taylor che vengono raggiunti sul palco dagli altri tre ex compagni presenti sull’album originale, cioè John Povey, Wally Waller e Skip Allan; ma le sorprese non finiscono qui, in quanto dopo la breve intro di Scene One ed una cristallina S.F. Sorrows Is Born i nostri chiamano sul palco David Gilmour: l’ex Pink Floyd sarà anche invecchiatissimo ma con la chitarra in mano è ancora un portento, e si inserisce alla perfezione all’interno della band per strepitose versioni, tra rock e psichedelia d’annata, di She Says Good Morning, Baron Saturday, Trust e I See You, per poi chiudere il secondo set con i sette minuti di Cries From The Midnight Circus (che però proviene dall’album Parachute del 1970), rock chitarristico della miglior specie.

La terza ed ultima parte inizia a tutto blues con due toniche Can’t Be Satisfied (Muddy Waters) e Come In My Kitchen (Robert Johnson), entrambe in riletture acustiche con Dick bravissimo anche alla slide, due pezzi che preparano all’altra grande sorpresa della serata, cioè l’arrivo di sua maestà Van Morrison, il quale presta la sua inimitabile voce in ben tre brani, il classico deiThem Baby, Please Don’t Go ed altri due omaggi a Bo Diddley con I Can Tell e You Can’t Judge A Book By Its Cover: tre canzoni che da sole valgono gran parte del prezzo richiesto per il box (che tra parentesi non è bassissimo). La serata volge al termine, il tempo per una diretta e roccata Come See Me e per due monumentali riletture di Mona (ancora Diddley) e del medley L.S.D./Old Man Going (di nuovo con Gilmour on stage), ben tredici minuti ciascuna, il modo migliore per i nostri di dire addio al loro pubblico. Ma non è finita, in quanto c’è tempo ancora per due brevi bis con Rosalyn, il loro primo singolo in assoluto, e con la bella e toccante Loneliest Person, che in origine chiudeva S.F. Sorrows e in quella serata invece chiude la carriera concertistica dei Pretty Things. I due DVD offrono la versione video del concerto sia “edited” che “uncut”, oltre che un documentario, mentre il vinile, molto interessante, presenta su un lato cinque brani dello show scelti dalla band e sull’altro gli stessi pezzi nella loro versione originale.

Ormai è tardi per le classifiche dei migliori del 2019, ma questo The Final Bow è “senzadubbiamente” (per dirla con Antonio Albanese) uno dei live più belli dell’anno appena trascorso.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Un Doppio Boss, “Californiano” E Pre-Natalizio, Spettacolare! Bruce Springsteen & The E Street Band – Winterland 1978, December 15 & 16

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Winterland 12/15/78 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Bruce Springsteen & The E Street Band – Winterland 12/16/78 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Nel mese di gennaio da poco trascorso è mancata la solita uscita mensile dagli archivi live di Bruce Springsteen (pare per problemi tecnici), ma la media è stata comunque rispettata in quanto appena prima di Natale sono stati pubblicati ben due live in contemporanea, e non certo due serate qualsiasi. Ormai si sa che la tournée del 1978 è stata una delle più celebrate del Boss, con almeno due concerti che sono entrati di diritto tra le migliori esibizioni di sempre in assoluto e di chiunque (Agora Ballroom a Cleveland e Capitol Theatre a Passaic, entrambe già pubblicate in questa serie), ma lo show del 15 dicembre al Winterland di San Francisco se non è allo stesso livello di leggenda poco ci manca. Uno spettacolo straordinario e più volte “bootlegato”, che vede il Boss e la sua E Street Band rivoltare come un calzino l’ex palazzetto di pattinaggio sul ghiaccio riconvertito dal mitico impresario Bill Graham a luogo per concerti, e che negli anni ha visto esibirsi al suo interno la crema della musica mondiale e la pubblicazione di famosi album dal vivo in esso registrati, totalmente o in parte (Wheels Of Fire dei Cream, Live At Winterland sia di Jimi Hendrix che di Janis Joplin, vari live dei Grateful Dead, Frampton Comes Alive, On Stage di Loggins & Messina, fino al farewell show di The Band The Last Waltz).

La serata del 16 invece è molto meno famosa se non nell’ambito degli springsteeniani più ferventi, ma conoscendo un po’ il Boss è facile immaginare che il livello della performance non sia affatto inferiore: anzi, molto spesso il nostro quando ha due concerti di fila nella stessa location dà il meglio nella seconda serata. Non so se questo sia il caso anche degli show del Winterland, ma quello che posso dire è che, dopo averli ascoltati uno dopo l’altro, non è che abbia trovato chissà quali differenze a favore della serata del 15 (anzi, se proprio devo essere sincero il secondo concerto ha un inizio perfino più coinvolgente). Il primo dei due spettacoli inizia subito in maniera roboante con la prima parte, nella quale su dieci brani ben sette provengono da Darkness On The Edge Of Town (cioè quello che all’epoca era il nuovo album del Boss), con superbe versioni di Badlands (che apre alla grande lo show), Streets Of Fire, la title track, toccanti riletture di Factory e Racing In The Street e forse la migliore Prove It All Night mai sentita, con una lunga e strepitosa introduzione strumentale tipica di quel periodo.

Troviamo poi la sempre sanguigna Spirit In The Night, un’emozionante Thunder Road (non ancora nei bis) ed una straordinaria Jungleland, che vede la solita monumentale prestazione pianistica di Roy Bittan. La seconda parte offre diverse chicche, come la gioiosa Santa Claus Is Coming To Town (che Bruce suona ancora oggi nei concerti pre-natalizi), due anteprime da The River come una The Ties That Bind leggermente diversa da come diventerà ma comunque splendida ed una drammatica ed intensissima Point Blank; non sono da meno la sempre trascinante Because The Night, l’inedita (ma già amatissima dal pubblico) The Fever, raffinata e suonata con grande classe, ed un medley in cui la Mona di Bo Diddley e la She’s The One del Boss sono collegate dalla rarissima Preacher’s Daughter, una outtake di Darkness a tutt’oggi ancora “unreleased” (non un brano imperdibile comunque). Nella parte finale, oltre alle immancabili Rosalita, Born To Run e Tenth Avenue Freeze-Out, abbiamo una Backstreets da urlo, nuovamente con “Professor” Bittan sugli scudi, ed il solito irresistibile Detroit Medley; finale tra rock’n’roll ed errebi con due impetuose versioni di Raise Your Hand di Eddie Floyd e Quarter To Three di Gary U.S. Bonds.

La serata del 16 ha una scaletta abbastanza simile alla precedente, ma vede in apertura una scatenata cover di Good Rockin’ Tonight (Elvis) e, subito dopo Badlands, l’inedita e travolgente Rendezvous; ancora due pezzi in anteprima da The River, e se Point Blank rimane in setlist The Ties That Bind è rimpiazzata da una struggente e bellissima Independence Day. Il resto è praticamente uguale, anche se dai bis rispetto alla sera prima manca Raise Your Hand (ma il Detroit Medley del 16 è forse ancora più trascinante): l’unica differenza, e non da poco, è una fluida e lucida rilettura di It’s Hard To Be A Saint In The City, decisamente trasformata rispetto alla versione originale. Appuntamento alla prossima uscita, che prenderà in esame un concerto molto interessante e con una scaletta piena di sorprese, anche se proveniente da uno dei tour meno considerati del nostro: quello di Working On A Dream.

Marco Verdi

L’Ideale Completamento Dell’Ultimo Bootleg Series…Per Pochi Eletti! Bob Dylan – 50th Anniversary Collection: 1969

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Bob Dylan – 50th Anniversary Collection: 1969 – Sony 2CD

Nel Dicembre del 2012 la Sony mise in vendita senza alcun battage pubblicitario, e solo in pochi selezionati negozi inglesi, The 50th Anniversary Collection, un quadruplo CD intestato a Bob Dylan che comprendeva tutte le sessions inedite del grande cantautore avvenute nel 1962, una mossa più legale che commerciale atta ad estendere il copyright di quelle incisioni che in Europa scade dopo appunto 50 anni. La collezione era disponibile in sole 100 copie che quindi andarono esaurite molto presto con disappunto della maggioranza dei fans dylaniani (e chiaramente le versioni pirata proliferarono), e la Sony ripetè l’operazione nel 2013 (per il 1963, ancora 100 copie stavolta in sei LP) e per il 2014 (riguardante il 1964, con un box di nove vinili) aggiungendo anche le registrazioni live del periodo presenti nei suoi archivi. Il biennio 1965-66 venne sistemato stavolta su scala un po’ più larga con la versione “Big Blue” del dodicesimo episodio delle Bootleg Series, The Cutting Edge (ed i concerti dal vivo del 1965 vennero regalati dalla Sony sotto forma di files audio a tutti gli acquirenti del costoso cofanetto) e con il box uscito nel 2016 inerente alla tournée del 1966. Niente nel 2017 (ma le sessions di John Wesley Harding non erano mai circolate neppure a livello di bootleg, e comunque sono state sistemate lo scorso Novembre con il Bootleg Series numero 15, Travelin’ Thruhttps://discoclub.myblog.it/2019/11/06/cofanetti-autunno-inverno-6-cerano-una-volta-un-menestrello-ed-un-uomo-vestito-di-nerobob-dylan-feat-johnny-cash-travelin-thru-bootleg-series-vol-15/ e nel 2018 (anche perché i Basement Tapes completi erano già usciti nel 2014), ma nel Dicembre appena passato la Sony ha colpito ancora, vendendo un doppio CD risalente al 1969 solo sul sito badlands.co.uk (e pare solo in 50 copie!), con il risultato di esaurire la proposta in un minuto circa.

Si sapeva che Travelin’ Thru, incentrato in gran parte sulle sessions di Dylan con Johnny Cash, non conteneva tutto il materiale inciso nel ’69 (così come non era completo il decimo Bootleg Series Another Self Portait, che si occupava del periodo 1969-71), ma sinceramente non avrei pensato che la casa discografica di Bob avrebbe agito in questo modo poco più di un mese dopo l’uscita del triplo cofanetto. 50th Anniversary Collection: 1969 contiene quindi tutto ciò che giaceva ancora negli archivi della Columbia riguardo all’anno in questione e, giusto per mettermi al sicuro da rabbia ed invidia di dylaniani che, a ragione, non vogliono spendere cifre folli per accaparrarsene una copia su Ebay, devo ammettere che questo doppio CD pur essendo decisamente interessante non aggiunge granché al materiale di Travelin’ Thru, essendo incentrato in gran parte su versioni inferiori dei brani pubblicati a Novembre (alcune takes durano meno di un minuto), a parte un unico inedito assoluto che vedremo tra poco. Il primo CD si apre con 16 brani tratti dalle sessions di Nashville Skyline, a cominciare da cinque takes consecutive di To Be Alone With You, tutte con il piano in evidenza e con Bob che prova anche soluzioni ritmiche diverse; dopo un paio di versioni di One More Night (la prima di appena 31 secondi, la seconda molto simile a quella pubblicata) abbiamo ben sei takes della splendida Lay, Lady, Lay, cinque delle quali con l’organo di Bob Wilson a sostituire la steel di Pete Drake, che compare nell’ultima versione (e poi anche in quella finita sul disco originale). In mezzo, una brevissima Peggy Day e due Tell Me That It Isn’t True, la prima delle quali dal tempo molto più veloce di quella conosciuta.

Le sessions con Cash (e la sua band, compreso Carl Perkins alla solista) iniziano con quattro diverse One Too Many Mornings (la prima è un rehearsal di quasi otto minuti, non imperdibile), seguito da ben sei I Still Miss Someone (due prove più quattro takes, l’ultima delle quali molto bella) e da un brave accenno al medley Don’t Think Twice, It’s All Right/Understand Your Man. Il secondo dischetto parte con le ultime sessions inedite con l’Uomo In Nero: a parte un’altra One Too Many Mornings e due ulteriori I Still Miss Someone troviamo quasi solo brani di Cash (Big River, I Walk The Line, Ring Of Fire e tre takes di I Guess Things Happen That Way), un frammento di Waiting For A Train di Jimmie Rodgers e due coinvolgenti riletture di Matchbox di Perkins, la seconda delle quali non inferiore a quella pubblicata su Travelin’ Thru. I restanti pezzi, che riguardano le prime sessions di Self Portrait, iniziano con la vera chicca del doppio album, cioè Running, una canzone originale di Dylan mai pubblicata prima ufficialmente, un saltellante brano a metà tra country e blues che forse non è niente di innovativo ma su Self Portrait ci poteva stare eccome. Chiusura con una take alternativa di Take A Message To Mary, due riprese non esaltanti dell’evergreen Blue Moon ed un’altra Ring Of Fire (senza Cash), con la melodia completamente riarrangiata alla maniera del nostro.

Quindi con questo vero e proprio oggetto per collezionisti il 1969 di Bob Dylan dovrebbe essere a posto, ma mi aspetto che quest’anno la Sony ripeta l’operazione per il 1970, che riserva ancora diversi inediti tra Self Portrait e New Morning, ma soprattutto le sessions complete con George Harrison.

Marco Verdi

Un Doveroso Recupero Per Uno Dei Migliori Album Del 2019. J.J. Cale – Stay Around

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J.J. Cale – Stay Around – Because Music/Universal CD

Quest’anno nella mia personale classifica dei dieci dischi migliori usciti nel corso degli ultimi dodici mesi ho inserito ben due album postumi, l’emozionante Thanks For The Dance di Leonard Cohen ed il lavoro di cui mi accingo a parlare: Stay Around di J.J. Cale (che all’epoca della sua uscita, fine Aprile, non è stato recensito sul blog come mi ha ricordato Bruno, probabilmente per un classico caso di “lo faccio io-lo fai tu-non lo fa nessuno”). A differenza però del disco finale di Cohen, che è stato creato dal figlio Adam partendo da tracce vocali del padre al quale sono state poi aggiunte musiche registrate per l’occasione, l’album di Cale si compone di brani incisi dal musicista dell’Oklahoma nel corso degli anni e da lui prodotti e mixati ma poi lasciati in un cassetto. Il periodo indicativo delle varie registrazioni di Stay Around va dalla fine degli anni ottanta all’inizio dell’attuale secolo, ed i 15 brani sono stati selezionati dalla moglie di Cale, Christine Lakeland (musicista a sua volta) e masterizzati dal grande Greg Calbi: la Lakeland non ha dovuto aggiungere nulla, le canzoni erano già belle che pronte, ma la selezione è stata fatta con tale cura ed amore che Stay Around non sembra per nulla una collezione di outtakes, ma un disco pensato per essere pubblicato così com’è.

Già avere un nuovo lavoro ascritto a Cale a dieci anni da Roll On è una bella notizia (dalla sua morte improvvisa nel 2013 per infarto non era ancora stato pubblicato nulla), ma che fosse possibile ascoltare un album di questa qualità era aldilà di ogni più ottimistica previsione, in quanto (almeno a mio parere) siamo di fronte ad un disco che si pone tranquillamente nella Top Five del barbuto songwriter e chitarrista (*NDB A questo link trovate la Top 8 che gli avevo dedicato poco prima dell’uscita dell’album sia sul Buscadero che sul Blog https://discoclub.myblog.it/2019/04/19/in-attesa-del-nuovo-album-stay-around-in-uscita-il-26-aprile-ecco-8-dischi-da-avere-se-amate-la-musica-di-jj-cale-parte-i/ e in una rarissima circostanza, nel banner pubblicitario della etichetta Because Music, a fianco di Mojo e Uncut, era stato citato appunto anche il Buscadero) . Stay Around vede infatti il nostro cimentarsi con una serie di canzoni di primissima scelta (tutte scritte da lui tranne My Baby Blues che è della Lakeland) nel suo tipico stile “laidback” tra rock, country e blues, un suono che Cale avrebbe potuto sostenere di avere praticamente inventato se non fosse stato una persona di una modestia rara.

In più, nel disco troviamo una serie di sessionmen formidabili, nomi di primissimo piano che chi legge queste pagine virtuali conosce alla perfezione: David Briggs, Kenny Buttrey, Bobby Emmons, Tim Drummond, Spooner Oldham, Jim Keltner e Reggie Young. Lights Down Low fa iniziare il CD in modo eccellente con un saltellante country-blues suonato in punta di dita, in cui il mix elettroacustico delle chitarre con il piano elettrico è goduria pura; Chasing You è una canzone mossa ed allegra, quasi rock’n’roll, con Cale che canta in modo diretto una melodia vincente (forse il nostro non aveva una voce straordinaria, ma era perfettamente adeguata al suo concetto di laidback music), ed è seguita da Winter Snow, blues elettroacustico di stampo rurale nel tipico stile di J.J. La title track è un mezzo capolavoro, una slow ballad che profuma di country, suonata in maniera fantastica e cantata in maniera quasi sussurrata (con la voce che doppia sé stessa): grandissima classe.

Tell You ‘Bout Her ha una ritmica insinuante ed uno sviluppo a metà tra rock e jazz (per non parlare della solita performance chitarristica di grande finezza, ma dovrei dirlo ad ogni brano), uno dei pezzi più immediati del CD; splendida la folkeggiante Oh My My, eseguita in totale solitudine da J.J., voce e chitarra acustica, ma con un feeling enorme ed una mastria unica nel far scorrere le dita sul manico, mentre My Baby Blues è un rock-blues elettrico e decisamente trascinante, anche se come al solito Cale non perde il suo aplomb. Girl Of Mine è un godurioso blues acustico che ci porta idealmente sulle rive del Mississippi, Go Downtown è una suggestiva ballatona d’atmosfera nella quale si capisce da dove ha preso spunto Mark Knopfler per dare un suono ai suoi Dire Straits, If We Try è ancora uno slow acustico che sa di country e blues, puro e cristallino. La jazzata e cadenzata Tell Daddy, in cui il pianoforte ha un ruolo importante, è un brano di classe sopraffina che precede la bucolica Wish You Were Here, dall’ennesimo magistrale lavoro chitarristico, e la ritmata e coinvolgente Long About Sundown, puro Cale (un pezzo che Eric Clapton potrebbe far suo senza problemi). Il CD si chiude con la melodia orecchiabile di Maria, dal sapore vagamente latineggiante, e con la rilassata e suadente Don’t Call Me Joe.

Stay Around è quindi il miglior testamento musicale possibile per l’esimio J.J. Cale, un lavoro ispiratissimo e di grande livello artistico: se ve lo siete perso non è mai troppo tardi per rimediare.

 Marco Verdi