“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 6. Prima Di Essere Gli Hot Tuna Erano Già Formidabili: Jorma Kaukonen & Jack Casady – Bear’s Sonic Journals: Before We Were Them Live June 28 1969

Jorma Kaukonen & Jack Casady - Bear’s Sonic Journals Before We Were Them

Jorma Kaukonen & Jack Casady – Bear’s Sonic Journals: Before We Were Them Live 28-6-1969 – Owsley Stanley Records Foundation

Prima della nascita “ufficiale” degli Hot Tuna, sancita dalla settimana di concerti alla New Orleans House di Berkeley, nel settembre del 1969, da cui sarebbe stato estratto il primo omonimo album della band, Jorma Kaukonen e Jack Casady, avevano già fatto alcuni concerti in tarda primavera, nel periodo in cui i Jefferson Airplane erano fermi a causa della operazione per rimuovere i noduli alla gola subita da Grace Slick. Quindi, prima di riprendere l’attività concertistica, anche per promuovere il futuro album Volunteers, in uscita a novembre, ma già registrato, e pure la partecipazione al Festival di Woodstock, alcuni membri del gruppo, oltre a Kaukonen e Casady, anche Kantner, e ogni tanto Marty Balin, e con l’aiuto di Joey Covington, che aveva partecipato come percussionista alle registrazioni di Volunteers, ma non faceva ancora parte in pianta stabile dei Jefferson (dove c’era Spencer Dryden come batterista), si esibirono, come detto, in alcune serate speciali tra cui quella del 28 giugno del 1969 al Veterans Memorial Building di Santa Rosa, California, per un evento che venne registrato da Owsley Stanley, il leggendario soundman dei Grateful Dead, e che ora diventa il terzo capitolo in questa serie di pubblicazioni dai suoi archivi, dopo quelli dedicati agli Allman Brothers, Fillmore East 1970 (CD singolo e box triplo) https://discoclub.myblog.it/2018/08/11/le-loro-prime-registrazioni-dal-vivo-di-nuovo-disponibili-allman-brothers-band-fillmore-east-february-1970/ , e il cofanetto da 7 CD  di Doc & Merle Watson.

Anche questa volta la qualità sonora è sorprendente, grazie al lavoro di masterizzazione effettuato da Jeffrey Norman, attuale addetto alle “restaurazioni soniche” degli archivi dei Dead. E pure la qualità musicale è notevole: il suono è elettrico e vibrante, un power trio che rivaleggia con Cream e Jimi Hendrix Experience come potenza di fuoco, senza dimenticare che in fondo, a ben vedere, anche i Jefferson Airplane erano un trio rock-blues con elementi psych e acid rock, sia pure con due grandi cantanti e un autore visionario, a guidarli. A mio parere si tratta di un gran disco Live, probabilmente superiore a tutti quelli ufficiali della band, orientato verso lo spirito più improvvisativo e jam degli Hot Tuna, solo sette brani, tutti piuttosto lunghi, di cui quattro mai ascoltati prima e quindi inediti sotto questa forma. Quindi anche se era “prima che fossero loro”, erano già Loro, con Joey Covington perfettamente integrato nella formazione, che poi come abbiamo visto, avrebbe preso altre strade. L’interscambio tra i tre è fantastico, soprattutto Kaukonen e Casady sono formidabili nelle loro evoluzioni sonore, ma anche il batterista si dimostra uno strumentista di tutto rispetto; come è palese sin dalla partenza con il classico blues Rock Me Baby, suonato con un impeto, una grinta, una capacità tecnica che lasciano quasi senza fiato, Jorma è un chitarrista formidabile, in grado di improvvisare assoli su assoli all’impronta, il suono è muscolare e da jam band ante litteram, con continui rilanci e le parti vocali (quando ci sono), molto brevi, i paragoni con Cream ed Hendrix non sono per nulla azzardati, anzi: il pedale del wah-wah è spesso pigiato a manetta, il “rigore” del bluesman Kaukonen è accantonato a favore di un edonismo sonoro dove il rock segna sovrano.

Come conferma il lungo strumentale Turnaround, oltre dieci minuti, dove il trio imperversa in pieno trip free form, partendo da un giro rock che ricorda molto i contemporanei Allman Brothers, peraltro ancora ben lungi dall’avere acquisito la loro reputazione, le mani di Casady volano sul suo basso, Covington costruisce un muro di suoni sul quale la chitarra improvvisa con una fluidità magnifica, alla ricerca di sempre diverse soluzioni sonore. Anche Star Track, il pezzo tratto dal repertorio dei Jefferson Airplane (era su Crown Of Creation), è solo un pretesto per le continue divagazioni dei tre che qui ricordano parecchio qualcosa della psichedelia dei Quicksilver Messenger Service, con qualche deriva hendrixiana; Through The Golden Gate, con i suoi oltre tredici minuti, prima attendista e suadente, poi in continuo crescendo. ci permette di apprezzare ulteriormente un Jorma Kaukonen in serata di grazia, con la sua chitarra fluente ed acidissima in grado di aggredire i confini del rock dell’epoca, come e più di altri solisti magari più celebrati di lui.

Il futuro cavallo di battaglia Come Back Baby in questa veste sonora elettrica ha di nuovo quell’afflato allmaniano, con il drive rock innestato con ferocia su un brano blues con grande maestria, anche qui in una lettura che supera i dieci minuti, poi reiterata negli oltre undici della “inedita” Through The Grove, che parte lentamente ma  poi entra subito nuovamente nelle spire della improvvisazione strumentale pura da parte di Kaukonen e soci. L’ultimo brano, un altro inedito, Inspirations In The Hall Of Arrivals, è di nuovo uno strumentale acido che rivaleggia con le improvvisazioni sonore psichedeliche più estreme dei Quicksilver, con Jorma Kaukonen che distilla nuovamente dalla sua chitarra una serie di sonorità che profumano appunto della California più acida e “sballata” della fine anni ’60 https://www.youtube.com/watch?v=mrGJtM-JE0o , con gran finale ferocissimo dove il gruppo va quasi in overdrive. Una domanda sorge spontanea: ma dove li avevano tenuti nascosti questi nastri per così tanto tempo?

Bruno Conti

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 4. Mike Bloomfield – Late At Night: McCabe’s January 1, 1977

mike bloomfield late at night mccabe's 1977

Mike Bloomfield – Late At Night: McCabe’s January 1, 1977 – RockBeat CD

A parte lo splendido cofanetto retrospettivo del 2014 From His Head To His Heart To His Hands, negli ultimi anni sono usciti numerosi concerti postumi del grande Mike Bloomfield, quasi tutti di ottima qualità anche se molti di essi dalla legalità dubbia, l’ultimo dei quali è questo Late At Night: McCabe’s January 1, 1977, pubblicato circa tre mesi fa. Se il nome del luogo vi suona familiare, è perché nel 2017 era uscito Live At McCabe’s Guitar Shop, January 1, 1977, che prendeva in esame un concerto pomeridiano che il grande chitarrista di Chicago aveva tenuto nel famoso negozio di strumenti musicali di Santa Monica (un sobborgo di Los Angeles), mentre quello di cui mi accingo a parlare documenta lo show serale (una volta era pratica comune per gli artisti suonare due spettacoli al giorno). C’è da dire che i due set non sono sovrapponibili, in quanto Bloomfield aveva suonato due scalette completamente diverse, e lo show pomeridiano era perlopiù elettrico, mentre questo Late At Night ha una prima parte acustica.

mike bloomfield i'm with you always

C’è però una magagna, e neanche tanto piccola: i musicofili più attenti, o i fans di Mike, avranno già sentito puzza di bruciato, e ciò è dovuto al fatto che questo spettacolo serale era già uscito ufficialmente alcuni anni fa con il titolo di I’m With You Always, stesse canzoni ma poste in ordine diverso, e la RockBeat (etichetta che spesso si muove ai confini della legalità, un po’ come la label preferita da Bruno, la Cleopatra) non ha fatto altro che ripubblicarlo cambiando il titolo, ma guardandosi bene da specificarlo nelle note del CD (*NDB Edizioni in CD della Demon o della americana Benchmark, ancora disponibile, per chi vuole l’originale). Per me non è un problema, dato che non possiedo I’m With You Always, ma per chi ce l’ha questo Late At Night è un acquisto perfettamente inutile, anche se sul retro di copertina viene annunciato in pompa magna che i nastri sono stati restaurati digitalmente (ho qualche dubbio, anche se il suono è comunque ottimo). Dal punto di vista artistico, il CD è comunque di quelli da non perdere (se non avete già I’m With You Always, ripeto), in quanto siamo di fronte ad uno dei migliori chitarristi di sempre, uno che suonava davvero con l’anima, e lo ha sempre fatto in tutte le sue configurazioni (The Paul Butterfield Blues Band, The Electric Flag, nelle collaborazioni con Al Kooper, Barry Goldberg ed altri, da solista e come sessionman), fino alla tragica scomparsa per overdose nel 1981 a soli 38 anni.

E tutto ciò viene confermato da questo breve concerto (tre quarti d’ora circa), nel quale Mike dimostra di non essere solo un grande della chitarra elettrica, ma anche abilissimo con l’acustica: la prima parte infatti vede Bloomfield da solo sul palco che fa vedere la sua maestria anche con la spina staccata, sette brani di stampo più folk che blues, con il pubblico che ascolta rapito ed in religioso silenzio. Basta sentire il brano d’apertura per rendersene conto: Hymn Tune (tradizionale come tutte le canzoni di questa parte “unplugged”, tranne una) è uno strumentale dal delizioso sapore folk, in cui Mike si mette sullo stesso piano di grandissimi della chitarra acustica come John Fahey e Leo Kottke, pura poesia musicale. La famosa Frankie And Johnny, un brano che hanno fatto in mille, è resa in maniera vivace anche se in “splendid isolation”, e Mike mostra di non essere male neanche come cantante (ma sentite le sue dita), I’m With You Always è un altro splendido pezzo tra folk e blues, sembra Mississippi John Hurt, mentre Some Of These Days ha il sentore di una canzone presa da un vecchio padellone degli anni trenta, con il nostro che sembra avere sei mani.

La parte acustica si chiude con l’antica Stagger Lee, rilettura pura, cristallina e dal feeling formidabile, il country-blues Darktown Strutter’s Ball e la divertente I’m Glad I’m Jewish, un brano autoironico scritto da Mike e accolto con risate e applausi. Nella seconda parte dello show Bloomfield viene raggiunto dal grande Mark Naftalin al pianoforte, da Buell Neidlinger (Frank Zappa, Gil Evans e Tony Bennett) al basso e Buddy Helm (Tim Buckley) alla batteria: quattro pezzi in totale, che iniziano con un medley tra Jockey Blues e Old Folks Boogie, solo Mike e Mark, chitarra elettrica in tiro e Naftalin che spolvera la tastiera del piano con classe sopraffina. La sezione rimica si unisce ai due a partire dalla nota Eyesight To The Blind (di Sonny Boy Williamson ma resa popolare dagli Who che l’avevano inclusa in Tommy), versione strepitosa, grandissimo blues con chitarra e piano ancora protagonisti indiscussi, una goduria. Il finale è appannaggio della gradevole Don’t You Lie To Me, blues di gran classe e dal mood quasi jazzato, con i quattro che suonano in scioltezza, e di una solida resa di A-Flat Boogaloo, puro Chicago blues elettrico ancora con un sontuoso Naftalin.

Nonostante la “furbata” della RockBeat di cui vi dicevo prima, Late At Night è un live imperdibile: ma controllate comunque di non possederlo già con un altro titolo.

Marco Verdi

Un Buon Tributo, Nonostante I Pochi Grandi Nomi Presenti. VV.AA. – Imagine: John Lennon 75th Birthday Concert

john lennon 75th birthday concert

VV.AA. – Imagine: John Lennon 75th Birthday Concert – Blackbird 2CD – 2CD/DVD

Il 5 Dicembre del 2015 si è tenuto al Madison Square Garden di New York, non nell’arena principale ma nel più raccolto “The Theatre”, un concerto in cui un gruppo eterogeneo di artisti ha festeggiato quello che sarebbe stato il settantacinquesimo compleanno di John Lennon (che in realtà era nato il 9 Ottobre), anche se va detto che solo tre giorni dopo sarebbe caduto un anniversario ben più triste, cioè il trentacinquesimo anno dal suo assurdo assassinio per mano di Mark David Chapman. Con più di tre anni di ritardo la Blackbird (già responsabile dei recenti tributi live a Kris Kristofferson e Charlie Daniels) pubblica Imagine: John Lennon 75th Birthday Concert, resoconto completo di quella serata, venti canzoni equamente divise su due CD (è c’è anche una versione con il DVD accluso). Ed il concerto è bello, in molti tratti emozionante, grazie soprattutto ad alcuni ospiti di vaglia e ad una house band strepitosa (che comprende Lee Sklar al basso, Kenny Aronoff alla batteria, Greg Phillinganes alle tastiere, Sid McGinnis, ex chitarrista della band di Paul Shaffer al David Letterman Show, e Michey Raphael all’armonica), anche se rimane viva la sensazione che, data la statura del personaggio celebrato, si sarebbe potuto fare di più.

Infatti, a parte le assenze di entrambi i figli di John, Sean e Julian (ma dal punto di vista musicale non abbiamo perso molto), non mi spiego perché non siano stati presenti alcuni artisti che sarebbe stato logico vedere: penso naturalmente a Paul e Ringo, ma anche ad Elton John che, proprio al Garden, duettò con Lennon in una delle rarissime apparizioni live dell’ex Beatle negli anni settanta. Quelli che ci sono fanno comunque di tutto per omaggiare al meglio il grande artista di Liverpool, scegliendo diversi classici dal suo ampio songbook (Beatles compresi) e proponendo pure qualche brano non scontato, anche se nessuno ha avuto il “coraggio” di rifare la magnifica A Day In The Life, forse il brano più bello mai scritto da John (Neil Young, per esempio, l’ha suonata diverse volte negli ultimi anni, ed anche lo stesso McCartney). L’inizio della serata è rockeggiante, con uno Steven Tyler dal look più luciferino che mai alle prese con la mitica Come Together (già incisa in passato con gli Aerosmith), esecuzione potente e Steven meno sguaiato del solito. Brandon Flowers, leader dei Killers, è uno che sa cantare, e lo dimostra prima con una scintillante versione della splendida Instant Karma, e poi in trio con Chris Stapleton e Sheryl Crow con una fluida e suadente Don’t Let Me Down, grinta e classe unite insieme.

Pat Monahan non è certo un fuoriclasse, ma Jealous Guy è talmente bella che gli basta cantarla senza strafare, e poi il finale in crescendo soul-gospel è decisamente intrigante, mentre la Crow, stavolta da sola, rocca da par suo con una godibilissima A Hard Day’s Night. Il primo ospite d’onore è il grande John Fogerty (che somiglia sempre più a Mal dei Primitives) con la deliziosa In My Life, un brano che l’ex Creedence introduce come il suo preferito anche se l’esecuzione è stranamente di basso profilo, con John che sembra quasi intimidito; per contro, il soul singer Aloe Blacc stupisce ed emoziona con una fulgida Watching The Wheels, accompagnato solo dal pianoforte e cantata con una voce mica male. Non conoscevo il cantante colombiano Juanes, ma la sua Woman è riuscita e piacevole nonostante un arrangiamento molto pop (ma era così anche l’originale), mentre la Texas band Spoon affronta con grinta e buona sicurezza Hey Bulldog, non certo uno dei brani più noti dei Fab Four. Il primo CD si chiude in maniera strepitosa con la strana coppia formata da Kris Kristofferson e Tom Morello che rifanno Working Class Hero: canzone perfetta per Kris, che si conferma un interprete carismatico con una performance da brividi, tra le migliori della serata (ma anche Tom fa la sua figura). Il secondo dischetto inizia con un altro trio formato dalla Crow, Blacc e Peter Frampton (la cui zazzera degli anni settanta è ormai un ricordo), alle prese con un’intensa e coinvolgente rilettura del classico stagionale Happy Christmas (War Is Over), perfettamente in tema dato che il concerto si teneva a Dicembre.

Torna anche Fogerty e questa volta non delude, rilasciando una interpretazione grintosa e piena di anima della nota Give Peace A Chance, mentre ho tremato quando ho visto che Mother, forse la canzone più drammatica di tutto il songbook lennoniano, era stata affidata al gruppo hip-hop The Roots: l’introduzione in puro stile rap non faceva presagire bene, ma fortunatamente dopo appena un minuto è iniziata la canzone vera e propria ed i nostri se la sono cavata più che dignitosamente. Eric Church non manca quasi mai in questi tributi, e la sua Mind Games ne esce abbastanza bene (più per la bellezza del brano stesso che per la bravura di Eric); Aloe Blacc torna per la terza volta con una Steel And Glass ricca di pathos (e ripeto, che voce), mentre Frampton affronta con classe la deliziosa Norwegian Wood in veste acustica. E’ la volta di due Outlaws originali, Willie Nelson ed ancora Kristofferson, insieme ad uno di nuova generazione, Chris Stapleton, con una You’ve Got To Hide Your Love Away davvero intensa, altro magic moment dello show (Chris è la voce solista, mentre Willie e Kris si limitano ai controcanti); Power To The People non è mai stato tra i miei pezzi preferiti di Lennon, e Tom Morello la tira un po’ troppo per le lunghe, anche se come chitarrista bisogna lasciarlo stare. Willie Nelson aveva rifatto Yesterday in maniera straordinaria nel bellissimo The Art Of McCartney, e in quella serata non poteva che toccargli Imagine, eseguita anch’essa con un feeling da pelle d’oca, rilettura tutta giocata su piano, armonica, Trigger, sezione ritmica e la voce incredibile del texano, in grado davvero di far sua qualsiasi melodia. Gran finale con la prevedibile All You Need Is Love, tutti insieme sul palco (sale anche Yoko Ono) per una versione corale decisamente toccante.

Un buon tributo quindi, anche se, ripeto, uno come John Lennon avrebbe come minimo meritato la presenza dei suoi ex compagni di gioventù.

Marco Verdi

Un Live “Riparatore” Di Ottimo Livello! Needtobreathe – Acoustic Live Vol. 1

needtobreathe acoustic live vol. 1

Needtobreathe – Acoustic Live Vol. 1 – Atlantic/Warner CD

L’ultimo album dei Needtobreathe, Hard Love, uscito un paio di anni fa  https://discoclub.myblog.it/2016/11/08/invece-veramente-brutto-needtobreathe-hard-love/ , era stato un fulmine a ciel sereno, ma in senso negativo. Infatti, dopo che la band del South Carolina guidata dai fratelli Bear e Bo Rinehart (insieme a Seth Bolt, Josh Lovelace e Randall Harris) si era costruita passo dopo passo una promettente carriera come uno dei gruppi di punta nel panorama americano, soprattutto con album come The Outsiders e The Reckoning (ma anche con https://discoclub.myblog.it/2015/06/16/doppi-dal-vivo-classici-needtobreathe-live-from-the-woods-at-fontanel/), aveva rovinato tutto con un lavoro che definire brutto è fargli un complimento, un’accozzaglia di suoni senza né capo né coda tra becero pop da classifica, rock sintetico e ritmi quasi dance. Una china che purtroppo negli ultimi anni è stata presa da più di un gruppo, come i Mumford & Sons, i Low Anthem, gli Arcade Fire e con l’ultimo disco anche dai Decemberists, nel tentativo di riuscire ad aumentare le vendite ma con il rischio di perdere tutti i vecchi fans senza necessariamente trovarne di nuovi.

Ora pero i Needtobreathe riparano in parte alla nefandezza di Hard Love pubblicando questo Acoustic Live Vol. 1, uno splendido resoconto della breve tournée acustica tenuta tra Novembre e Dicembre del 2017, il loro primo in assoluto senza strumenti elettrici. Ed il disco, un’ora di musica, funziona alla grande, in quanto ci permette di riascoltare la band che avevamo amato nei primi cinque album, senza filtri e con la possibilità di lasciare libera la loro tecnica strumentale e vocale, entrambe sopraffine. Musica folk, country e rock, suonata con indubbio feeling e grande energia, nonostante la strumentazione a spina staccata, con bellissimi intrecci vocali ed una spiccata creatività: anche i pezzi tratti da Hard Love suonano completamente diversi, dimostrando che il problema di quel disco non erano le canzoni ma bensì le sonorità. Si inizia alla grande proprio con un brano dall’ultimo album, Let’s Stay Home Tonight, che si rivela una magnifica country ballad, pura come l’acqua di montagna, con una melodia eccellente ed uno splendido pianoforte (Lovelace, grande protagonista del disco).

Drive All Night è contraddistinta da un gran ritmo, un brano rock coinvolgente e con un ritornello perfetto per il singalong: dopo un po’ non ci si accorge nemmeno che gli strumenti sono acustici; No Excuses era uno dei pezzi meno disastrosi di Hard Love, ed è inutile dire che in questa veste migliora ulteriormente, diventando una limpida ballata dal vago sapore soul, cantata decisamente bene (le voci fanno la differenza in questo CD) e con un organo che riscalda ulteriormente il suono: verso la fine della canzone, poi, i nostri piazzano una inattesa e vibrante cover del classico The House Of The Rising Sun, da brividi. Uno squillante mandolino introduce la mossa e solare State I’m In, che ha ancora nelle armonie vocali il suo punto di forza, oltre ad un refrain diretto e molto orecchiabile; Washed By The Water, introdotta dall’inno religioso I’m Free, è una magnifica gospel song pianistica, in cui Bear si supera come cantante, mentre Testify è una rock ballad cristallina, suonata con grande forza nonostante il suono stripped-down, terzo ed ultimo pezzo da Hard Love e terza trasformazione a 360 gradi.

Oh, Carolina è un travolgente rock’n’roll, e qui i nostri non si trattengono in quanto spunta anche una chitarra elettrica: brano altamente coinvolgente, ulteriormente impreziosito dall’inserimento al suo interno di un accenno a Squeeze Box degli Who, e dal solito formidabile pianoforte. C’è anche una cover “solitaria”, non in medley, e cioè la leggendaria Stand By Me di Ben E. King, in un limpido arrangiamento folk molto diverso dall’originale, ma ricco di pathos e decisamente emozionante. La toccante Stones Under Rushing Water vede la gradita partecipazione dei coniugi Drew ed Ellie Holcomb (e che voce lei), White Fences è puro folk-rock, dal suono solido e melodia di notevole impatto. La conclusione del CD è affidata a Cages, di nuovo pianistica e decisamente intensa (ed un limpido motivo di ispirazione vagamente irlandese), e con Brother, chiusura corale per un brano dall’accompagnamento ridotto all’osso.

Non so se i Needtobreathe siano rinsaviti  del tutto dopo il brutto passo falso di Hard Love: quello che è certo è che Acoustic Live, Vol. 1 è uno dei dischi dal vivo migliori del 2018.

Marco Verdi

Correva L’Anno 1968 7. Una Rara Occasione In Cui La “Ristampa” Forse Supera L’Originale. Big Brother & The Holding Co. – Sex Dope & Cheap Thrills

Big Brother And The Holding Company Sex Dope And Cheap Thrills

Big Brother & The Holding Co. – Sex, Dope & Cheap Thrills – 2 CD Columbia Legacy

Dei tanti dischi che hanno festeggiato il 50° Anniversario dalla loro uscita nel 1968, forse Cheap Thrills, almeno sulla carta, era uno dei meno attesi. Ma il disco all’epoca, oltre a confermare l’inarrestabile ascesa di Janis Joplin con i suoi Big Brother, che era iniziata l’anno prima con la splendida esibizione al Monterey Pop Festival, fu anche uno dei dischi di maggior successo di quell’anno: otto settimane consecutive al numero 1 delle classifiche di Billboard ed oltre due milioni di copie vendute. Non male per un album che allora fu accolto in maniera controversa, con parecchi critici che lo recensirono tiepidamente, e anche nel 2003 nella lista dei 500 Più Grandi Album di Tutti I Tempi della rivista Rolling Stone, il disco fu inserito solo al 338° posto! Ma devo dire che mi sembra uno di quelli che sono invecchiati meglio: forse è molto legato al periodo e alla scena musicale che rappresenta, la controcultura hippy, pacifica e psichedelica (sia per l’uso delle sostanze che per la musica) della California  di Haight-Ashbury, San Francisco, ma il fascino della voce di Janis Joplin e anche la bravura degli altri quattro musicisti, sono assolutamente da rivalutare.

Molti hanno spesso negato che esistesse un filone musicale univoco di gruppi musicali californiani dell’epoca, dai Grateful Dead ai Jefferson Airplane, dai Quicksilver appunto a  Big Brother & The Holding Co. (per ricordarne solo alcuni) erano effettivamente molto diversi tra loro, comunque legati dalle esibizioni comuni dal vivo in quelli che erano i “templi” della musica di San Francisco come Avalon Ballroom, Winterland e Carousel Ballroom (il futuro Fillmore West). In effetti i Big Brother furono gli unici ad avere successo (insieme ai Jefferson Airplane, già prima di loro) con un disco per certi versi “strano”: solo sette canzoni, di cui una lunghissima, Ball And Chain, l’unica registrata veramente dal vivo, mentre alle altre il produttore John Simon (con cui Janis non si prese molto bene), d’accordo con la casa discografica, aggiunse degli applausi posticci per dare l’idea di un concerto, mentre le canzoni furono tutte registrate in studio, tra marzo ed aprile del 1968 ai Columbia Recording Studios di New York, dove la band era giunta a febbraio per dei concerti all’Anderson Theatre e poi per l’inaugurazione del Fillmore East di Bill Graham. Il gruppo, reduce dal parziale insuccesso dell’omonimo e deludente album dell’anno precedente, pubblicato dalla piccola etichetta Mainstream, ora aveva come manager Albert Grossman, lo stesso di Dylan, e un contratto con la potente Columbia.

Big Brother And The Holding Company Sex Dope And Cheap Thrills cover

Dell’album “vero” non ne parliamo, perché la Columbia Legacy, per una volta ha avuto una brillante idea per festeggiare quel disco: un doppio CD che raccoglie il work in progress che portò a quell’album, attraverso trenta registrazioni, di cui 25 inedite, almeno come versioni se non come brani in sé, la ripresa del titolo originale Sex, Dope & Cheap Thrills che all’epoca fu censurato e qui viene restaurato (ma non la foto originale, per quella forse dovremo aspettare qualche altra ristampa futura). Ok, sono sempre le solite canzoni, le abbiamo sentite mille volte, anche in pubblicazioni illegali, ma pure in cofanetti, ristampe varie, antologie, però raccolte insieme hanno un loro fascino innegabile, non solo legato all’interesse dei fans, ma anche per i contenuti, spesso di assoluto interesse. L’apertura è affidata alla take 3 di Combination Of The Two, un pezzo di Sam Andrew, questo registrato in California, un arrangiamento vagamente latineggiante a livello percussivo, ma con la chitarra distorta e free form di Andrew in evidenza, e la Joplin in grande forma vocale, ben sostenuta dallo stesso Sam in un call and response vigoroso, anche I Need A Man To Love, un classico blues accorato di Janis, viene proposto in una versione decisamente più lunga ed improvvisata, sempre con la voce roca e potente a librarsi sull’accompagnamento del brano, dove spicca anche un piano e le due chitarre in libertà, il tutto con un suono perfetto e limpido grazie alla nuova masterizzazione effettuata per questo doppio.

La take 2 di Summertime è strepitosa, il famoso giro di chitarra mutuato da Bach introduce il classico brano di Gershwin, intenso e sofferto come sempre, uno dei capolavori assoluti dell’opera della cantante texana, con tutta la band che smentisce qualsiasi dubbio sia stato sollevato sulla loro capacità strumentale, con un arrangiamento raffinato dove le due chitarre e la sezione ritmica si intrecciano con una prestazione vocale fantastica: e pure la take 4 di Piece Of My Heart (scritta in origine da Bert Berns e Jerry Ragovoy per Erma, la sorella di Aretha Franklin) se la batte con l’originale conosciuto, in una versione superba, con il gruppo e soprattutto la sua cantante concentrati e precisi, a confermare l’impegno assoluto in studio che la band ebbe nell’approccio verso questo album epocale. Harry è uno strano pezzo e si capisce, pur nella sua brevità, perché non venne usato nel LP originale,Turtle Blues, dopo varie false partenze, si rivela per un blues duro e puro, in cui la Joplin rende omaggio alle voci del passato che l’hanno influenzata nei suoi anni formativi, la voce, in grande spolvero, non  ancora rovinata dagli stravizi imminenti, imperfetta ma unica, nobilita un brano che di per sé non è straordinario. Sul versante psichedelico Oh, Sweet Mary, cantata a più voci, è uno dei brani più vicini al sound dei Jefferson Airplane (la cui cantante Grace Slick firma, insieme al batterista Dave Getz, le interessanti ed esaustive note del libretto allegato al CD); a concludere la sequenza dell’album originale(con l’aggiunta di Harry), manca giusto una strepitosa e differente rilettura, sempre dal vivo, del brano “rubato” a Big Mama Thornton, ovvero Ball And Chain, dove la Joplin urla, strepita, si emoziona, come se la vita dipendesse dalla sua prestazione, e i Big Brother la sostengono egregiamente in una versione dove ancora una volta non si può non rimanere a bocca aperta per la carica emotiva dirompente che questo scricciolo sapeva infondere nelle sue esibizioni straordinarie.

A seguire sui 2 CD poi troviamo, oltre a differenti takes dei brani appena citati, diverse canzoni apparse, sotto altra forma, in vari album pubblicati nel corso degli anni: Roadblock, scritta con il bassista Peter Albin, uno dei pezzi già editi, sulla ristampa di Cheap Thrills, è una vivace psych-rock song di quelle corali e gagliarde, tipiche del gruppo, mentre Catch Me Daddy, che nella ristampa potenziata appariva dal vivo al Grand Ballroom, qui viene presentata in tre diverse takes, la n°1 soprattutto particolarmente tesa e vibrante, con Janis superba nella sua migliore versione da shouter rock’n’soul appassionata di scuola Stax, quella che più amiamo, una canzone che avrebbe fatto un figurone sul disco originale. It’s A Deal, era già uscita nel box Pearls, è un compatto garage-psych chitarristico cantato a più voci, in uno stile nuovamente vicino a quello dei Jefferson; dopo un breve conciliabolo per decidere il da farsi arriva anche la take 1 di Easy Once You Know How, un’altra “sassata” garage con qualche elemento pop à la Piece of My Heart, seguita da una How Many Times Blues Jam, che già dal titolo dice tutto, una jam spontanea improvvisata in studio dove i cinque + Simon al piano, si divertono su un tema blues-rock comunque vigoroso anche se incompiuto, e alla fine del 1° CD, le take n°7 di Farewell Song, una canzone di Andrew che dava il titolo ad una raccolta di inediti uscita nel 1982, dove appariva in formato live, un bel slow blues intenso dove la Joplin è ancora una volta risoluta e sicura di sé in una ennesima interpretazione da incorniciare.

Il 2° CD si apre con Flower In The Sun, altro brano presente come bonus sulla ristampa di Cheap Thrills, ulteriore pezzo di sapore rock, molto piacevole, ed è l’ultimo “sconosciuto”, a parte tre takes di Mysery’n, due insieme, la prima interrotta e ripresa, un ennesimo blues-rock elettrico di quelli torridi, cantata con il solito impegno da Janis, che in quei due mesi in studio a New York diede forse il meglio di sé. Comunque da non trascurare anche il trittico di Summertime, prima take splendida, peccato che nel finale si incartino, una superba Piece Of My Heart, incendiaria nella sua  energia quasi primeva, e una versione più lunga ed eccitante di Oh Sweet Mary, esuberante e tiratissima. E pure la versione n°7 di I Need A Man To Love è quasi struggente e dolorosa nel suo totale immedesimarsi nella protagonista della canzone, e con una parte strumentale da sballo. Per la verità oltre ad altre takes interessanti delle canzoni già apparse nei due CD, ci sarebbe ancora la cover di Magic Of Love del cantautore folk Mark Spoelstra, altro esempio della potenza devastante di Janis Joplin e dei suoi Big Brother. Una rara, ma non unica, occasione in cui la “ristampa” supera l’originale. Nei prossimi giorni troverete sul Blog anche un lungo Post in due parti dedicato agli anni del “Grande Fratello”.

Bruno Conti

Se Fosse Anche Nuovo Sarebbe Uno Dei Dischi Del 2018! John Mellencamp – Other People’s Stuff

john mellencamp other people's stuff

John Mellencamp – Other People’s Stuff – Republic/Universal CD

Ammetto di avere un problema con questo album, in quanto la qualità del materiale in esso contenuto sfiora le cinque stelle, ma l’operazione discografica ne meriterebbe due. Quando avevo letto l’annuncio in pompa magna dell’uscita di un nuovo album di John Mellencamp programmata per il 7 Dicembre scorso (anzi, inizialmente doveva essere a Novembre), ho gioito alquanto, non solo perché il rocker dell’Indiana è da sempre uno dei miei preferiti, ma anche per il fatto che il titolo del disco, Other People’s Stuff, faceva capire che si trattava di un album di cover, un genere nel quale il piccolo musicista dal carattere difficile non ha mai deluso. Quando poi ho letto i titoli dei brani ho iniziato a sentire puzza di bruciato, in quanto erano all’80% canzoni che John aveva già pubblicato in passato, ma ho comunque sperato che si trattasse di nuove registrazioni, dato che molti pezzi erano su dischi fuori catalogo da tempo.

Invece no, una volta ascoltato il CD ho scoperto che Other People’s Stuff è per la maggior parte un lavoro antologico, spacciato per nuovo da una discutibile strategia di comunicazione (e ho proprio dovuto ascoltarlo per capirlo, dato che anche la confezione del CD, spartana al limite del ridicolo – come nel caso dell’ultimo album di studio di Mellencamp, Sad Clowns & Hillbillies – non è che facesse molta chiarezza sull’argomento). Quindi ci troviamo di fronte ad un’antologia di brani altrui, dieci canzoni prese da vecchi (e non) album di John, che peraltro si trovano ancora abbastanza facilmente, e da compilation e tributi decisamente più ardui da reperire. Ci sarebbe anche un’altra magagna: se John ha deciso di costruire un album “nuovo” con canzoni già pubblicate (ma due inediti comunque ci sono), perché lo ha fatto durare solo 34 minuti? Non poteva aggiungere altro materiale inciso negli anni, che non mancava di certo? O sforzarsi un attimino ed incidere due-tre inediti in più? A parte tutte queste considerazioni, il disco preso così com’è è strepitoso, una collezione di canzoni splendide eseguite in maniera magistrale, che se non fosse antologico si posizionerebbe senz’altro nei primi posti di una classifica dei migliori album dell’anno appena trascorso.

Dieci pezzi che si ascoltano tutti d’un fiato, a partire dall’iniziale To The River, che in realtà non è neppure una cover, essendo un brano scritto da John insieme alla cantautrice Janis Ian, e che nel 1993 chiudeva il bellissimo Human Wheels: grande roots rock, potente e solido, con le chitarre elettriche che si affiancano al violino e la sezione ritmica che è una frustata, come è tipico nel sound di John (lo stile è simile a quello del suo capolavoro, The Lonesome Jubilee), un brano quasi dimenticato che l’ex Coguaro ha fatto bene a ripescare. Poi abbiamo una straordinaria rilettura di Gambling Bar Room Blues, preso dal bellissimo (ed ormai fuori catalogo) tributo a Jimmie Rodgers uscito nel 1997 per la Egyptian Records di Bob Dylan: il brano, che poi sarebbe il noto traditional St. James Infirmary con parole diverse, viene riletto da John in maniera decisamente rock, con ritmica pressante, la classica voce arrochita del nostro ed un violino teso come una chitarra elettrica. Teardrops Will Fall (un oscuro brano di Dickey Doo & The Don’ts preso dal cover album Trouble No More) è splendida, con Mellencamp che la fa sua al 100% con un scintillante arrangiamento in stile Americana, sulla falsariga di suoi classici come Pink Houses, e la bellezza della melodia fa il resto.

 

In My Time Of Dying è un vecchio blues di Blind Willie Johnson rifatto un po’ da tutti, da Dylan ai Led Zeppelin, e qui è proposta in una veste folk-blues elettroacustica e polverosa, dal ritmo acceso e con una slide sullo sfondo (era su Rough Harvest); Mobile Blue è storia recente, in quanto è il pezzo di Mickey Newbury che apriva Sad Clowns & Hillbillies, una bella canzone interpretata in maniera rilassata e con il solito approccio roots (e la voce di Carlene Carter nel background). Ed ecco le due canzoni “nuove”: Eyes On The Prize è un’antica folk song conosciuta anche come Gospel Plow, che John ha cantato nel 2010 alla Casa Bianca di fronte ad Obama, ma qui è incisa in studio e trasformata in un vero blues fangoso del Mississippi, solo voce (più roca che mai), un basso ed una slide acustica degna di Ry Cooder, una versione molto diversa da quella esplosiva e corale ad opera di Bruce Springsteen nelle Seeger Sessions; il secondo inedito, ascoltato finora solo all’interno di un documentario del National Geographic Channel trasmesso nel 2017 ma mai pubblicato prima su disco, è una fantastica rilettura del classico di Merle Travis Dark As A Dungeon, dallo splendido arrangiamento tra country e folk che mette in evidenza la fisarmonica, il violino ed il pianoforte, un pezzo che da solo vale l’acquisto del CD (la presenza in sottofondo dell’inconfondibile voce ancora di Carlene Carter mi fa pensare che sia una outtake di Sad Clowns & Hillbillies).

Stones In My Passway, ancora da Trouble No More, è il famoso blues di Robert Johnson, riletto in modo crudo e diretto, con una slide stavolta elettrica, mentre The Wreck Of The Old 97 è proprio il vecchio classico la cui versione più nota è quella di Johnny Cash: la rilettura di Mellencamp è stupenda, diversa da quella dell’Uomo in Nero, più folk ed in linea con i suoi ultimi album, ma sempre con le unghiate elettriche da vecchio puma (il pezzo era su una compilation di folk songs intitolata The Rose And The Briar, tra l’altro ristampata di recente). Chiude il dischetto I Don’t Know Why I Love You, tratta da un poco conosciuto tributo a Stevie Wonder, rifatta con uno stile abbastanza lontano da quello del noto musicista cieco, un arrangiamento rock elettrico tipico di John, con un risultato finale decisamente interessante. Quindi, a parte le critiche sulla reale utilità di una simile pubblicazione, Other People’s Stuff è un dischetto che si ascolta con immenso piacere dalla prima all’ultima canzone, ed in cui non c’è un momento che non sia meno che ottimo.

Marco Verdi

Correva L’Anno 1968 4. Tra Pop, Prog E Psichedelia, Ancora Oggi Un Gran Disco! Moody Blues – In Search Of The Lost Chord 50th Anniversary

moody blues in search of lost chord

Moody Blues – In Search Of The Lost Chord 50th Anniversary – Universal 3CD/2DVD Box Set

Proseguono le celebrazioni per i cinquant’anni degli album del periodo d’oro dei Moody Blues, una delle migliori band britanniche della seconda metà degli anni sessanta: nel 2017 era toccato a Days Of Future Passed, il loro secondo album uscito nel 1967 (che molti considerano il primo, dato che il gruppo che aveva esordito nel 1965 con The Magnificent Moodies, e fautore di una musica tra rock, beat ed errebi bianco, era molto diverso nello stile da ciò che sarebbe diventato in seguito), festeggiato con una ristampa in due CD più un DVD che a dire il vero non offriva grosse novità https://discoclub.myblog.it/2018/04/28/una-celebrazione-elegante-e-di-classe-moody-blues-days-of-future-passed-live/ , e poi con un bellissimo live album registrato oggi dalla formazione attuale della band, che rivisitava il disco canzone per canzone in maniera sontuosa. Quest’anno è la volta di In Search Of The Lost Chord compiere mezzo secolo, ed i nostri hanno fatto le cose decisamente più in grande, mettendo a punto un bel cofanetto di tre CD e due DVD, anche se bisogna dire che il materiale più interessante è riservato alla parte video, essendo quella audio basata in gran parte sulla precedente ristampa del 2006 e quindi priva di veri e propri inediti (a parte qualche missaggio alternativo, come vedremo a breve).

In Search Of The Lost Chord è sicuramente il disco più famoso del quintetto di Birmingham (Justin Hayward, John Lodge, Ray Thomas, Mike Pinder e Graeme Edge) e per molti è anche il più bello: probabilmente è vero, anche se il sottoscritto tende a mettere sullo stesso piano anche Days Of Future Passed, On The Threshold Of A Dream e A Question Of Balance. In questo lavoro il sound del gruppo, già emerso sul disco precedente, raggiunge i suoi massimi livelli, una miscela estremamente melodica di pop, prog ed un leggero tocco psichedelico, un suono contraddistinto dall’uso insistito del mellotron, doppiato spesso dal flauto, con splendide armonie vocali ed una strumentazione stratificata nella quale troviamo tappeti di chitarre, tastiere di ogni tipo (pianoforte, organo, clavicembalo e naturalmente il già citato mellotron) ed anche tablas e sitar, ma con davanti a tutto un particolare gusto per le melodie orecchiabili, sognanti ed immediate. Prodotto come al solito da Tony Clarke, collaboratore dei Moodies fino alla fine degli anni settanta, In Search Of The Lost Chord vede solo la band in studio (mentre nell’album dell’anno prima un sostanziale contributo era stato dato dalla London Festival Orchestra) e dal punto di vista dei testi si può considerare una sorta di concept “allargato”, con brani che trattano i temi della coscienza, dell’immaginazione, dei sentimenti, della filosofia, della religione ed anche dell’esplorazione spaziale.

I brani più noti dell’album sono Ride My See-Saw (che apre il disco dopo l’introduzione parlata di Departure), una fulgida e corale pop song che ancora oggi occupa un posto d’onore nelle setlist dei concerti dei nostri, essendo diventato uno dei loro classici assoluti, e la lunga Legend Of A Mind, dedicata alla controversa figura della scrittore Timothy Leary (all’epoca favorevole all’uso delle sostanze psichedeliche per “aprire” la mente umana), un grande brano pieno di sfaccettature che è un perfetto viatico per la creatività della band. Qualcuno potrebbe asserire che questo sound è datato, ma io dico che la musica quando è bella è sempre attuale, ed è quindi un piacere ancora oggi ascoltare l’orecchiabile Dr. Livingstone, I Presume, tra folk, prog e rock, la splendida House Of Four Doors, deliziosa pop song divisa in due parti e caratterizzata da un motivo immediato, eccellenti armonie vocali e geniali cambi di ritmo e melodia, e la tenue e limpida Voices In The Sky, scelta all’epoca come secondo singolo. Completano un album che non ha perso un grammo della sua bellezza la squisita e leggermente psichedelica The Best Way To Travel, la sognante Visions Of Paradise, dominata dal flauto ed in cui compare anche il sitar, l’elettroacustica The Actor, dal crescendo ricco di pathos e deliziosi intrecci strumentali, e la conclusiva Om, una sorta di mantra pop ispirato dalle filosofie orientali in voga in quel periodo. Il cofanetto appena uscito (che comprende un bel libretto con foto, testi dei brani, note, un dettagliato saggio e lo spartito di Ride My See-Saw) offre sul primo CD l’album con il missaggio stereo originale, mentre sul secondo uno preparato ex novo per questo box (solito materiale per audiofili quindi).

Come bonus, sul primo CD troviamo A Simple Game, una bella canzone uscita solo come lato B, e quattro single mix in mono, unici “inediti” della parte audio, mentre sul secondo ancora A Simple Game, ma in una versione alternata cantata da Hayward (nell’originale la voce solista era di Pinder). Il terzo dischetto inizia con cinque pezzi registrati per la BBC, quattro da Lost Chord (Dr. Livingstone, I Presume, Voices In The Sky, The Best Way To Travel e Ride My See-Saw) e la stupenda Tuesday Afternoon, una delle più belle canzoni dei Moodies: tutti i brani sono eseguiti in maniera molto più diretta che in studio, specie Ride My See-Saw, decisamente più rock. Poi abbiamo cinque mix alternativi, tra cui Visions Of Paradise solo strumentale e The Best Way To Travel con più voci, e tre outtakes di quelle sessions, già però apparse su precedenti ristampe: l’intensa King And Queen, che nel disco originale ci sarebbe stata benissimo, l’orecchiabile e gradevolissima Gimme A Little Somethin’, ancora con le superbe armonie vocali del gruppo, e la fluida What Am I Doing Here?

Detto che il primo DVD, solo audio, ripropone di nuovo Lost Chord in un 5.1 Surround Mix, la vera chicca è contenuta nel dischetto video, che oltre a sette brani dell’album, dal vivo nel programma BBC Colour Me Pop, già editi, propone un mini-concerto mai visto prima e registrato alla tv francese. E lo show, dieci canzoni, è strepitoso, con i nostri amici, in forma smagliante e con un approccio molto rock, che ci regalano bellissime versioni del loro repertorio, con un solo pezzo dal nuovo album (Legend Of A Mind), tre da Days Of Future Passed (Fly Me High, Peak Hour e la leggendaria Nights In White Satin, ripresa anche alla fine), l’allora inedita A Beautiful Dream, una cover molto energica del classico di Nina Simone (e degli Animals) Don’t Let Me Be Misunderstood, e addirittura due brani tratti da The Magnificent Moodies, cioè la pop song I’ve Got A Dream (della famosa coppia di songwriters Greenwich/Barry) ed una cover del classico blues di Sonny Boy Williamson Bye Bye Bird. Come ciliegina, in fondo al DVD troviamo altre due versioni live inedite sempre alla tv francese (ma nell’ambito di un altro programma) di Dr. Livingstone e Ride My See-Saw.

In conclusione, se avete già la ristampa Deram del 2006 potete anche bypassare questo cofanetto, ma c’è da dire che il contenuto del secondo DVD può rappresentare un succoso incentivo all’acquisto.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 11 & 12. Riprende Una Delle Migliori Serie Di Ristampe, E Non Più Solo Per La Bellezza Dei Manufatti! Paul McCartney – Wings Wild Life & Red Rose Speedway

wings wild lifewings red rose speedway

Wings – Wild Life – Capitol/Universal 2CD – 2LP – Deluxe 3CD/DVD Box Set

Paul McCartney & Wings – Red Rose Speedway – Capitol/Universal 2CD – 2LP with bonus tracks – 2LP with original double album – Deluxe 3CD/2DVD/BluRay Box Set

Paul McCartney & Wings – 1971-1973 Super Deluxe 7CD/3DVD/BluRay Box Set

Dopo una pausa più lunga del consueto, dovuta anche alla firma del contratto con la Capitol ed all’uscita del nuovo album Egypt Station, riprende la serie di ristampe d’archivio di Paul McCartney, una delle più celebrate per la bellezza delle sue edizioni Super Deluxe, manufatti curatissimi in ogni dettaglio e con dentro vere e proprie sciccherie per i fans (anche se va detto che non li regalano di certo). La critica più spesso rivolta a queste riedizioni è che all’impeccabilità della confezione si contrapponeva una scarsa quantità di bonus musicali, un appunto veritiero per molte delle ristampe già uscite fino ad oggi (tranne qualche eccezione, come ad esempio Ram), con la debacle finale di Flowers In The Dirt, che oltre a costare una cifra ben superiore ai cento euro, aveva diverse canzoni disponibili solo come download, una decisione che ha scatenato una specie di rivolta tra i fans di Paul. Ora, sarà che le critiche hanno colpito nel segno, sarà per un eterno duello con l’amico-rivale John Lennon (del quale è uscita una sontuosa edizione deluxe dell’album Imagine), ma le due nuove ristampe della serie, relative ai primi lavori dei Wings, Wild Life (1971) e Red Rose Speedway (1973), sono di gran lunga le migliori fino a questo momento.

wingsbox7173

Infatti, oltre alle solite edizioni “basiche” di due CD (o due LP), i cofanetti offrono tre CD ed un DVD per quanto riguarda Wild Life, e ben tre CD, due DVD ed un BluRay per Red Rose Speedway: come se non bastasse, era in vendita solo sul sito di Paul (nel senso che al momento è esaurito, ma non è esclusa una seconda stampa, anche se il sottoscritto è riuscito ad accaparrarselo) un megabox intitolato Paul McCartney & Wings: 1971-1973, che comprendeva i due cofanettoni ed aggiungeva un altro libro fotografico con accluso CD dal vivo inedito dal titolo di Wings Over Europe, che documentava per la prima volta in via ufficiale il tour del 1972/73, che Paul ed il suo gruppo tennero in piccoli club ed università, concerti molto poco pubblicizzati ed in alcuni casi addirittura a sorpresa. L’ironia della sorte è che le migliori ristampe degli archivi di Macca si riferiscono a due album che non sono certo considerati dei capolavori, soprattutto Wild Life, che fu anche un incubo per la casa discografica per vari motivi: il poco appeal radiofonico dei brani, pubblicati senza curare troppo la produzione, la mancanza di un pezzo da pubblicare su singolo, e soprattutto il “nascondersi” di Paul dietro il nome della nuova band (che comprendeva anche la moglie Linda, il chitarrista dei primi Moody Blues Denny Laine ed il batterista Denny Seiwell), con l’aggravante della copertina del disco, nella quale l’ex Beatle era semplicemente uno dei quattro, e riconoscibile solo dopo un’occhiata più attenta.

Risentito oggi, Wild Life non è probabilmente il peggior lavoro di McCartney come si diceva all’epoca (secondo me “l’onore” spetta a Press To Play del 1986), ma non è certo un capolavoro, e mostra una preoccupante incertezza compositiva del nostro, dato che almeno due-tre brani potevano andare bene al massimo come lato B. Questa ristampa, che nel cofanetto si presenta al solito in maniera splendida (libro rilegato, foto inedite, note, testi, polaroid che sembrano vere e la riproduzione esatta di un quaderno di appunti di Linda), cerca di migliorare le cose anche dal punto di vista della musica, ed in parte ci riesce. Certo, brani come l’opening track Mumbo, potente rock song dal buon tiro ma caratterizzata dai vocalizzi incomprensibili di Paul (praticamente uno strumentale), o Bip Bop, che fa parte delle canzoncine “stupide” del nostro (pur essendo orecchiabile), restano nel campo delle bizzarrie; Love Is Strange, una delle rare cover di Macca (è infatti una hit minore del duo Mickey & Sylvia, ed è scritta con Bo Diddley), era inizialmente programmata come singolo portante, ma poi l’uscita è stata cancellata forse non a torto: il brano è anche gradevole, ha un mood quasi caraibico, ma è suonata come se fosse più un’improvvisazione in studio che una canzone fatta e finita. I Am Your Singer, in cui Paul duetta con Linda, è un riempitivo di poco conto, ma Wild Life è una rock ballad fluida ed intensa, suonata stavolta molto bene, ed era un potenziale classico minore (ma non è mai più stata ripresa negli anni a seguire).

Completano il disco originale la discreta Some People Never Know, una ballata elettroacustica dalla melodia limpida e tipica di Paul, la tenue Tomorrow, pop pianistico che è anche il pezzo con più agganci al passato del nostro (leggi Beatles), e l’intensa e drammatica Dear Friend, ancora eseguita al piano e leggermente orchestrata. Il secondo dischetto del box presenta gli stessi brani in versione “rough mix” (e con Love Is Strange solo strumentale), un’aggiunta tutto sommato non indispensabile dato che già i pezzi finiti sul disco non è che fossero curatissimi dal punto di vista tecnico. Il terzo CD contiene una manciata di home recordings di Paul e Linda inerenti a brani del disco e non (c’è anche una breve Good Rockin’ Tonight), registrazioni molto informali ed inoltre con una qualità sonora decisamente amatoriale (e ci sono anche le figlie della coppia che ridacchiano in sottofondo, specie durante Bip Bop). Ci sono fortunatamente anche brani incisi in studio, ed i più interessanti sono la soffusa When The Wind Is Blowing, uno slow con una melodia discreta ma privo di testo, il rock-blues sempre strumentale The Great Cock And Seagull Race, un brano dalle ottime potenzialità e guidato alla grande da piano e chitarra (doveva essere pubblicato, fu passato anche in radio ma poi non se ne fece niente), la versione “edit” di Love Is Strange che doveva uscire come singolo (ma come abbiamo visto non fu mai messa in commercio) e la “strana” e piuttosto caotica African Yeah Yeah. Infine, il singolo “politico” Give Ireland Back To The Irish, a causa del quale Paul venne criticato aspramente, sia per una presunta mancanza di spontaneità e per la banalità del testo (ma musicalmente il brano non era malaccio).

Red Rose Speedway fu invece visto all’epoca come un ritorno di Paul alla forma migliore, un giudizio forse anche influenzato dalle pesanti critiche riservate a Wild Life (ma anche Ram non fu inizialmente apprezzato, mentre oggi è giustamente considerato come uno dei più begli album “minori” di McCartney), dato che il disco è sì un deciso passo avanti, ma non ancora ai livelli abituali per l’ex Scarafaggio, livelli che verranno raggiunti comunque da lì a poco con lo splendido Band On The Run. Di sicuro gli executives della casa discografica dovevano essersi fatti sentire, dato che il disco stavolta è accreditato a Paul McCartney & Wings, il faccione di Paul è ben visibile in copertina, ma soprattutto il primo singolo estratto è ancora oggi una delle ballate più note di Paul: My Love, un pezzo che forse ha un arrangiamento un tantino melenso ma è dotato di una melodia indimenticabile e di sicuro impatto per le classifiche del 1973. Il disco in origine doveva essere un doppio, ma poi, forse su pressioni dell’etichetta, fu ridotto ad un più rassicurante LP singolo: oggi il box offre sia la versione originale (sul primo CD) che quella doppia (sul secondo), ed anche in vinile esce in due configurazioni diverse, entrambe doppie (una con il disco del 1973 più una selezione di bonus tracks presenti sul terzo CD, l’altra con il doppio album che sarebbe dovuto uscire: siete abbastanza confusi?). La versione ampliata presenta diciotto canzoni, contro le nove del disco dell’epoca; dei nove brani aggiunti, sei usciranno di lì a poco come lati B di vari singoli: la deliziosa e bucolica Country Dreamer, rara escursione di Paul appunto nel country, il reggae leggerino di Seaside Woman, cantato da Linda (il che non migliora la canzone), I Lie Around, gradevole e cadenzata rock song che non avrebbe sfigurato sull’LP originale, la vibrante e chitarristica The Mess, eseguita dal vivo (è giusto ricordare che qui i Wings sono in cinque, dato che si è aggiunto il chitarrista Henry McCullough, ex Grease Band), l’acustica e delicata Mama’s Little Girl ed il folk-rock di I Would Only Smile, scritta e cantata da Laine.

Tre brani sono inediti assoluti: Night Out, un rock’n’roll strumentale decisamente elettrico e grintoso, ma più una jam di due minuti che una vera canzone, l’eccellente rock-blues Best Friend, ancora dal vivo e che avrebbe meritato maggior fortuna, e la lenta Tragedy, tutto sommato non indispensabile. E poi ci sono i brani finiti sul disco del 1973: oltre alla già citata My Love i pezzi salienti sono la discreta Get On The Right Thing, dal ritornello accattivante, la solida rock ballad When The Night, il bel medley di undici minuti che comprende quattro mini-canzoni ed il delizioso country-pop di One More Kiss. Mentre le altre sono dignitose pop songs, ma che non troveremo mai su un Best Of di Paul (con una nota di biasimo particolare per l’ambizioso strumentale Loup (1st Indian On The Moon), dalle tentazioni prog ma senza né capo né coda). Il terzo dischetto inizia con due singoli del periodo (la filastrocca Mary Had A Little Lamb, scritta come risposta alle critiche per Give Ireland Back To The Irish, ed il trascinante rock’n’roll Hi Hi Hi, ancora oggi nei concerti di Paul) ed il loro lati B (la guizzante Little Woman Love ed il gradevole reggae C Moon). Detto della presenza della famosissima Live And Let Die, troviamo poi cinque missaggi differenti di brani ascoltati in precedenza, la stessa Live And Let Die in una diversa take (e senza orchestra), l’ottima versione di studio di The Mess, ed altri tre inediti assoluti: la pianistica 1882, proposta in ben tre letture (home recording, studio e live) e niente affatto male, la scanzonata e divertente Thank You Darling e la potente Jazz Street, uno strumentale che di jazz non ha nulla ma servirà come base di partenza per la futura 1985.

Per quanto riguarda entrambi i box, non ho ancora avuto tempo di vedere la parte video, ma se in Wild Life i contenuti si limitano a qualche rehearsal, un breve documentario di Paul e Linda in Scozia ed un filmato che mostra immagini dal party indetto per lanciare l’album, il primo DVD di Red Rose Speedway presenta vari videoclip di singoli dell’epoca, una Live And Let Die dal vivo a Liverpool ed uno special televisivo, mentre il secondo dischetto il raro The Bruce McMouse Show, uno strano cartone animato inframezzato da performance dal vivo dei Wings (ed il BluRay ha il medesimo contenuto). Ed eccoci all’interessantissimo dischetto live Wings Over Europe, come dicevo prima esclusivo del box 1971-1973, un documento di indubbio valore in quanto si occupa di un tour fino a questo momento mai preso in considerazione dalla discografia di Paul. Registrato in varie località del vecchio continente (ma la Gran Bretagna, così come l’Italia, erano state escluse), il CD ci fa vedere che i Wings erano già un’ottima live band (ad eccezione di Linda, che è sempre stata un elemento prettamente ornamentale), e ci presenta versioni di ottimo livello di highlights da Wild Life (Mumbo, Bip Bop, entrambe migliori che in studio, e la title track), Ram (gli scatenati rock’n’roll Smile Away e Eat At Home) ed un solo pezzo dal primo solo album di Paul, che però è la straordinaria Maybe I’m Amazed. Ci sono anche Big Barn Bed e My Love in anteprima da Red Rose Speedway, e purtroppo anche un doppio spazio per Linda con I Am Your Singer e Seaside Woman.

Non mancano versioni molto vitali dei singoli dell’epoca, soprattutto Give Ireland Back To The Irish e la coinvolgente Hi Hi Hi (mentre Mary Had A Little Lamb resta un brano minore), alcuni inediti già trovati nei due box recensiti poc’anzi (The Mess, 1882, Best Friend), una strepitosa cover di Blue Moon Of Kentucky, tra le migliori del CD, e la potente Soily, una vibrante rock song che vedrà la luce su un altro live del gruppo, Wings Over America, ma di cui ancora manca una versione in studio. E i Beatles? A quell’epoca purtroppo vigeva una sorta di embargo verso le canzoni dei Fab Four da parte di Macca (ed anche di John, che però non faceva tour), e la cosa più vicina a quel fantastico periodo è una tirata Long Tall Sally di Little Richard posta in chiusura, che il nostro aveva inciso anche con gli ex compagni di Liverpool. Una doppia (tripla, con il live) ristampa che ci offre quindi tantissimo materiale, forse non tutto di primissima qualità (soprattutto nel box di Wild Life), ma che ci fa sperare in un nuovo trend più “generoso” da parte di Paul per quel che riguarda le riedizioni future (con una speranza di chi scrive di vedere a breve una rivalutazione di Back To The Egg, da sempre uno dei miei preferiti).

Marco Verdi

P.S. Dal suo “amico” John e dal sottoscritto con tanti auguri di Buon Natale.

Bruno Conti

Cofanetti Autunno-Inverno 10. La Lunga Carriera Di Un Professore Del Songwriting. Neil Diamond – 50th Anniversary Collector’s Edition

neil diamond 50th anniversary collector's edition

Neil Diamond – 50th Anniversary Collector’s Edition – Capitol/Universal 6CD Box Set

Non stiamo sicuramente parlando del mio preferito tra i musicisti (ed è probabile che non entri neanche nella mia Top 20) ma, come ho già scritto in una precedente recensione, se esistesse una facoltà universitaria che insegnasse l’arte del songwriting uno dei primi nomi a venirmi in mente per il ruolo di docente sarebbe quello di Neil Diamond. Stiamo parlando infatti di un autore che ha avuto una carriera davvero intensa e ricca di soddisfazioni, con all’attivo una serie impressionante di canzoni che sono entrate a fare parte del Great American Songbook, diventando quindi dei veri e propri standard. Originario di Brooklyn, Diamond ha sempre abbinato ad un grande successo di pubblico un rapporto controverso con la critica, che lo ha spesso accusato (in molti casi, bisogna dirlo, a ragione) di aver privilegiato il lato commerciale della sua musica, rivestendo i suoi brani di sonorità eccessivamente orchestrate e ridondanti, oltre a non perdonargli certi atteggiamenti da superstar ed un tono spesso declamatorio nelle interpretazioni. Ma Neil rimane un grande songwriter, oltretutto dotato di una voce splendida e di una presenza carismatica come poche: d’altronde scrivere capolavori pop come Solitary Man, Girl, You’ll Be A Woman Soon, I’m A Believer, Kentucky Woman, Glory Road e Sweet Caroline non è che capita a tanti.

Ma la lista dei successi del nostro non si ferma certo qui, dato che non ho citato evergreen come I Am, I Said, Cherry Cherry, America, Cracklin’ Rosie, Shilo, Red, Red Wine, Holly Holy, Song Sung Blue, Longfellow Serenade, Love On The Rocks, Hello Again, September Morn…e mi fermo qui. Tutti brani che ritroviamo in questo 50th Anniversary Collector’s Edition, splendido box di sei CD che è la versione espansa dell’antologia tripla uscita lo scorso anno (quindi gli anni sono ormai 51), che dovrebbe mettere la parola fine ai festeggiamenti del Diamond songwriter e performer, dato che purtroppo l’ultimo tour celebrativo è stato interrotto a causa del morbo di Parkinson che ha colpito il nostro https://discoclub.myblog.it/2018/09/07/che-vi-piaccia-o-no-stiamo-parlando-di-uno-dei-grandi-neil-diamond-hot-august-night-iii/ . Il cofanetto non è il primo dedicato a Neil, ma è indubbiamente il più completo: 115 canzoni di cui 15 inedite, una bellissima confezione formato libro con splendide foto ed un’interessante intervista nuova di zecca a Diamond stesso, che ripercorre disco per disco la sua carriera. Il cofanetto, che conta anche su una rimasterizzazione degna di nota, si occupa al 98% delle registrazioni di studio, dato che era già uscito nel 2003 un altro notevole box tutto dal vivo, Stages. Nel corso dei sei dischetti ripercorriamo dunque tutte queste cinque decadi di musica, entrando nel dettaglio con canzoni note e meno note: i brani citati poc’anzi ci sono ovviamente tutti (il primo dischetto è da cinque stelle), ma via via si trovano anche diverse perle dimenticate, oltre agli inediti che vedremo fra poco.

Per esempio l’album del 1976, Beautiful Noise, prodotto da Robbie Robertson e giustamente considerato tra i migliori di Diamond, è rappresentato quasi nella sua interezza, ben nove brani su undici, tra cui la splendida title track, le grintose Jungletime e Street Life, il caldo rock-soul di Surviving The Life, la cadenzata Stargazer, dall’antico sapore dixieland, e la deliziosa Dry Your Eyes, scritta a quattro mani con Robertson (e che Neil cantò anche durante il mitico concerto The Last Waltz). Altri pezzi degni di nota sono il potente gospel di Walk On Water, la vibrante Rosemary’s Wine, la splendida e struggente The Gift Of Song, la coinvolgente  Desirée, la ritmata I’m Alive, trascinante anche se con qualche synth di troppo, il duetto con Waylon Jennings One Good Love e la strepitosa country song Blue Highway, con la chitarra di Chet Atkins. E poi abbiamo l’ultimo periodo, quello dei due album prodotti da Rick Rubin in maniera spoglia ed essenziale, che hanno rilanciato la carriera di Diamond, arrivata nel nuovo millennio ad un punto morto (nello stesso modo con cui il barbuto produttore aveva rivitalizzato Johnny Cash): brani di grandissimo spessore come Delirious Love, We, Hell Yeah, Captain Of A Shipwreck, Pretty Amazing Grace ed Another Day (That Time Forgot), nella quale Neil duetta con Natalie Maines; non manca neppure un’ampia selezione, 7 canzoni, dall’ultimo album con pezzi originali, il più che valido Melody Road, con la title track e The Art Of Love come brani di punta. Ovviamente non manca il Diamond degli arrangiamenti magniloquenti, zuccherosi e sopra le righe, ma le canzoni scelte non inficiano il piacere dell’ascolto del cofanetto, anche se pezzi come Done Too Soon, Morningside, Be, Play Me, l’orripilante Headed For The Future (piena di suoni finti e drum machines), il mieloso duetto con Barbra Streisand You Don’t Bring Me Flowers e la già citata September Morn non saranno mai tra le mie preferite.

Ci sono tre inediti sparsi nei primi cinque CD (i due brevi demo originali di I Am, I Said e America, ed una versione dal vivo a Dublino della bellissima Baby Can I Hold You di Tracy Chapman, una delle rare cover proposte da Neil), ma la parte del leone la fanno gli altri dodici, che occupano interamente il sesto dischetto: non sono demo o versioni alternate di pezzi già noti, ma vere e proprie canzoni mai sentite, che in alcuni casi Diamond ha rinfrescato e completato con l’aggiunta di parti strumentali suonate apposta per questo box, quasi come se volesse darci un intero disco nuovo. L’apertura è affidata a Sunflower, che è anche l’unica già nota in quanto negli anni settanta è stata una hit per Glen Campbell, ed è una scintillante country song, vibrante e dalla melodia immediata (e che voce); C’Est La Vie, scritta insieme a Gilbert Becaud come September Morn, è una delicata ballata, strumentata con gusto e misura, che avrebbe potuto sicuramente diventare un successo, Girls Go Fishin’ è un gustoso bozzetto tra country ed old time music, un brano che non capisco come possa essere stato lasciato fuori dalla discografia ufficiale di Neil. La cadenzata Maybe, seppur gradevole, risulta già sentita (ma la classe non è acqua), ma Caribbean Cruise è un pezzo terso e solare, con tanto di steel drums, e potrebbe benissimo essere di Jimmy Buffett. You Are è una ballatona tipica del nostro, guidata da piano e chitarra e cantata con il consueto pathos, Easy (To Be In Love) è una outtake di Melody Road ma non sembra affatto uno scarto, mentre Before I Had A Dime è un’altra strepitosa country ballad, dal motivo splendido, e non credo di esagerare se dico che è al livello delle migliori composizioni di Diamond. Molto bella anche The Ballad Of Saving Silverman, dal mood coinvolgente, mentre It Don’t Seem Likely è un brano dall’accompagnamento vigoroso e con un sapore soul; il CD si chiude con la fluida Long Nights, Hold On, altro lento decisamente interessante (che risente un po’ di una produzione anni ottanta), e con Moonlight Rider, forse l’unica un po’ sopra le righe in tutto il dischetto.

Quindi un altro cofanetto di grande spessore in questa intensa (e dispendiosa) fine 2018, un regalo perfetto sia per il fan che per il neofita.

Marco Verdi

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 9. Un Box Lussuoso (E Costoso) Ma Fondamentalmente Inutile. A Meno Che… Eagles – Legacy

eagles legacy front

Eagles – Legacy – Warner 12CD/DVD/BluRay – 15LP Box Set

…a meno che del gruppo abbiate poco o niente, nel qual caso il cofanetto in questione diventa imperdibile, in quanto elegante, ben fatto e tutto sommato dal costo equo (se dividete il totale per il numero dei dischetti, a meno che non vogliate la versione in vinile, che però omette la parte video), ma soprattutto per il fatto che la musica in esso contenuta è di livello eccelso. Ma andiamo con ordine: penso che non servano tante parole per spiegare chi sono gli Eagles, band simbolo del rock californiano degli anni settanta ed uno dei gruppi cardine della decade, nonché tra i più popolari al mondo (Italia compresa): basti pensare che, nel lungo periodo di separazione tra il 1980 ed il 1994 la loro fama non è calata di un millimetro, nonostante nel frattempo le carriere soliste dei vari membri non fossero mai veramente decollate. Ma, come ho già avuto modo di dire in passato, il gruppo guidato da Don Henley e Glenn Frey (scomparso nel nefasto 2016, primo e finora unico membro presente e passato ad averci lasciato) ha sempre avuto il braccino parecchio corto nella gestione degli archivi, regalando negli anni ai fans davvero poco a livello di materiale inedito (in studio praticamente nulla, qualcosa in più dal vivo ma quasi sempre con concerti monchi), ed anche con questo cofanetto celebrativo, intitolato Legacy, pare abbiano badato più alla confezione che al contenuto.

Eagles Legacy

Il box è, come già accennato, davvero bello, con inseriti all’interno, tre libretti a copertina dura, uno comprendente tutti gli album di studio, uno i live (compreso un DVD ed un BluRay) ed il terzo le note disco per disco e parecchie foto, ma niente testi o nomi di chi suona cosa nei vari dischi (e qualcuno online ha criticato anche la scelta di ignorare le vesti grafiche originali dei vari album). Il tutto senza l’ombra di mezza bonus track: l’unica chicca, se così vogliamo chiamarla, è un CD di dieci pezzi che contiene lati A e B di singoli, esclusivo per questo box, ma anche lì vedremo con poche sorprese. Ma analizziamo nel dettaglio il contenuto del cofanetto, che è comunque strepitoso, specie per i neofiti o per i super fan.

CD1: Eagles (1972) Suona strano che il disco d’esordio della band californiana sia stato registrato a Londra (con la produzione del grande Glyn Johns). Ma Eagles è un debutto coi fiocchi per il gruppo di Henley e Frey (completato da Bernie Leadon e Randy Meisner), e sono già presenti classici come lo splendido country-rock Take It Easy (scritta da Jackson Browne insieme a Frey), la potente ed intrigante rock song Witchy Woman e la deliziosa e countreggiante Peaceful, Easy Feeling. Tra i restanti brani si segnalano la trascinante Chug All Night, il rockin’ country Nightingale, ancora di Browne, e lo squisito honky-tonk Train Leaves Here This Morning di Leadon, responsabile anche del bluegrass elettrico Earlybird.  CD2: Desperado (1973) L’album migliore del primo periodo delle Aquile, un disco quasi perfetto in cui spiccano la splendida title track, tra le più belle canzoni dei seventies, la soft ballad di classe Tequila Sunrise e la sontuosa Doolin-Dalton, così bella che viene ripresa due volte. Ma non sono da meno Twenty-One, altro scintillante bluegrass di Leadon, l’irresistibile rock’n’roll di Out Of Control e la fulgida Saturday Night, con le perfette armonie vocali tipiche del gruppo.

CD3: On The Border (1974) Gli Eagles ringraziano Johns ed iniziano una lunga collaborazione con Bill Szymczyk, che dura fino ai giorni nostri. On The Border è un album di transizione, privo di vere hits, ma solido e di buon livello, a partire dal pimpante rock’n’roll d’apertura Already Gone, per proseguire con la bella cover di Tom Waits Ol’ 55 e con la 100% californiana The Best Of My Love. Brani minori ma comunque validi sono la squisita Midnight Flyer, ancora tra rock e bluegrass, la raffinata ballad My Man e la potente ed elettrica James Dean. In due brani fa la sua comparsa alla solista Don Felder, che da lì a breve entrerà a far parte stabile del gruppo. CD4: One Of These Nights (1975) La solita formula iniziava a mostrare la corda, e quindi i nostri aumentano le sonorità rock, pop ed anche errebi (come nel caso della famosa title track) entrando in disaccordo con Leadon che se ne andrà di lì a poco, non prima di aver lasciato in eredità l’ambizioso strumentale tra rock e musica western Journey Of The Sorcerer (per la verità tirato un po’ per le lunghe). Ci sono comunque un paio di omaggi al suono country-rock degli esordi con la tersa Lyin’ Eyes e la deliziosa e malinconica Hollywood Waltz. Ma il capolavoro del disco, e della carriera di Meisner, è la straordinaria ballata Take It To The Limit, tra le più belle in assoluto dei nostri. L’album è anche l’unico delle aquile a contenere un brano cantato da Felder, Visions, e dopo averlo ascoltato non è difficile capire perché non abbiano insistito.

CD5: Hotel California (1976) Il capolavoro degli Eagles, un disco quasi senza sbavature che deve gran parte della sua fama all’epica title track, una canzone magnifica dall’agghiacciante testo sul tema dell’autodistruzione e con uno dei più begli assoli di chitarra di sempre. Ma l’album contiene diverse altre perle, dal pop-rock quasi perfetto di New Kid In Town, alle roccate e coinvolgenti Life In The Fast Lane e Victim Of Love, fino alla buona slow ballad Wasted Time. Sul finale il disco cala leggermente, con il congedo di Meisner (che lascerà dopo l’uscita del disco) Try And Love Again, e l’esordio del nuovo chitarrista Joe Walsh (ex James Gang e subentrato al posto di Leadon), che con Pretty Maids All In A Row dimostra che le ballate non sono il suo pane. Ma c’è ancora tempo per un colpo di coda con la straordinaria The Last Resort, altra sontuosa ballad dalla melodia memorabile e con un crescendo emozionante. CD6: The Long Run (1979) Timothy B. Schmit, ex Poco, sostituisce Meisner giusto in tempo per partecipare a quello che per molti anni sarà l’ultimo album del gruppo, distrutto dai conflitti interni. The Long Run è un lavoro discontinuo, con tre pezzi ottimi (il gustoso errebi della title track, il rock’n’roll trascinante di Heartache Tonight, scritto con Bob Seger, e la malinconica The Sad Café), due buoni (la sofisticata I Can’t Tell You Why, perfetta per la voce angelica di Schmit, e la roccata In The City, con Walsh stavolta nel suo ambiente naturale) ed altri non proprio eccelsi, soprattutto le brutte The Disco Strangler e Those Shoes e la pessima Teenage Jail, forse la peggiore canzone in assoluto dei nostri. The Greeks Don’t Want No Freaks, che vede la presenza ai cori di Jimmy Buffett, è divertente nonostante sia un po’ stupidotta.

CD7/8: Long Road Out Of Eden (2007) un nuovo disco 28 anni dopo The Long Run, quasi un miracolo (anche se i nostri sono di nuovo insieme dal 1994 come live band), e la formazione è la stessa meno Felder, che ha “abbandonato” all’inizio del nuovo secolo per dissidi con Henley e Frey. Long Road Out Of Eden è formato da due CD, ed è il classico caso di un buon doppio album che avrebbe potuto essere un eccellente singolo, tenendo solo i brani migliori. Che sono concentrati in gran parte nel primo dischetto: la suggestiva apertura corale a cappella di No More Walks In The Wood, l’irresistibile country-rock How Long (scritta da J.D. Souther e suonata più volte dal vivo negli anni settanta dalle Aquile, ma mai incisa fino a quel momento), le belle Busy Being Fabulous, What Do I Do With My Heart e Waiting In The Weeds, la raffinata No More Cloudy Days e la delicata You Are Not Alone. Non male anche Guilty Of The Crime di Walsh, mentre gli highlights del secondo CD sono la grintosa Somebody e l’epica title track (10 minuti di durata), una signora canzone che però non è, come ha detto qualcuno, la nuova Hotel CaliforniaCD9: Eagles Live (1980) il primo disco dal vivo della band esce praticamente postumo, e contiene brani tratti dal tour del 1980 ma anche del 1976 (quindi ancora con Meisner in qualche brano). Ed è comunque un live splendido, con i nostri che forniscono scintillanti riletture delle pagine più belle del loro songbook (ma pare che i pezzi siano stati pesantemente ritoccati in studio), con l’aggiunta di due episodi del repertorio solista di Walsh (All Night Long e la trascinante Life’s Been Good, la signature song del biondo chitarrista) e della bellissima cover corale di Seven Bridges Road di Steve Young.

CD10: Hell Freezes Over (1994) la tanto attesa reunion avviene per un concerto negli studi della MTV a Burbank, al quale seguirà un tour di clamoroso successo. Il titolo si riferisce ad una frase di Henley dei primi anni ottanta, quando asserì che gli Eagles avrebbero suonato ancora assieme “quando l’inferno ghiaccerà”. I cinque (c’è anche Felder) sono in forma eccellente, e ci regalano versioni splendide di Take It Easy, Tequila Sunrise, I Can’t Tell You Why, The Last Resort e Desperado, e soprattutto una sontuosa Hotel California suonata interamente unplugged. Peccato scelgano di inserire anche le mediocri Pretty Maids All In A Row e New York Minute (di Henley solista quest’ultima). Ma la ciliegina sono quattro pezzi nuovi di zecca registrati in studio, tutti molto belli: il rock’n’roll quasi alla ZZ Top Get Over It, la romantica Love Will Keep Us Alive, scritta da Jim Capaldi e Paul Carrack ed affidata alla limpida voce di Schmit, la country ballad vecchio stile The Girl From Yesterday e l’intensa Learn To Be Still, slow song di Henley sulla falsariga di The End Of The InnocenceCD11: The Millenium Concert (2000) Uscito originariamente all’interno del cofanetto celebrativo Selected Works 1972-1999, in questo album si comincia a vedere il braccino corto dei nostri. Registrato il 31 Dicembre 1999 a Los Angeles, il CD (che è anche l’ultima apparizione su disco di Felder all’interno del gruppo) propone solo una parte del concerto, la miseria di dodici canzoni. Il suono e la performance sono impeccabili, e, a parte Hotel California e Peaceful, Easy Feeling, le Aquile propongono una scaletta “diversa”, con le raramente suonate Victim Of Love, Please Come Home For Christmas, Ol’ 55, The Best Of My Love ed una Take It To The Limit eseguita per la prima volta dal 1976 (la canta Frey). Però, porca pupazza, con solo 12 canzoni a disposizione, dovevamo per forza sorbirci le non eccezionali (eufemismo) Those Shoes, Dirty Laundy, All She Wants To Do Is Dance, Funky New Year e Funk # 49?

CD12: Singles And B-Sides (2018) Il CD “esclusivo” presenta, su dieci pezzi totali, sei versioni “single edit” di brani contenuti nei dischi precedenti; l’unica vera rarità, mai uscita prima in CD, è Get You In The Mood, un discreto rock-blues che era sul lato B di Take It Easy. Poi abbiamo le due facciate del singolo natalizio del 1978, Please Come Home For Christmas, decisamente bella (è un classico di Charles Brown), e Funky New Year, decisamente trascurabile. Chiude il dischetto la splendida Hole In The World, toccante canzone scritta all’indomani della tragedia dell’11 Settembre 2001, e caratterizzata dalle inimitabili armonie vocali del gruppo. DVD: Hell Freezes Over (1994) Trasposizione video del concerto già uscito in CD, con l’aggiunta di The Heart Of The Matter di Henley e Help Me Through The Night di Walsh e, come bonus audio, Seven Bridges Road, che però è un remaster della versione di Eagles Live (?!?). E, particolare non trascurabile, le quattro canzoni nuove che sul CD erano in studio qua sono dal vivo. BluRay: Farewell I Tour: Live From Melbourne (2005) Finalmente un concerto completo delle Aquile, e stavolta pure lungo, ma anche uno dei live in video più belli in circolazione, con i quattro in forma strepitosa, compreso Walsh (che nelle interviste degli extra sembra invece suonato come una campana). Inutile dire che i classici ci sono tutti, e sono suonati e cantati in maniera perfetta. Non mancano comunque le chicche, come alcuni ottimi episodi delle carriere soliste: The Boys Of Summer di Henley, You Belong To The City di Frey, Walk Away e Life’s Been Good di Walsh. Ci sono anche due brani all’epoca nuovi, No More Cloudy Days, che andrà su Long Road Out Of Eden, e One Day At A Time, che Walsh pubblicherà sul suo album solista Analog Man. Come ciliegina, la prima versione live ufficiale dell’emozionante Hole In The World, con armonie vocali da brivido.

A parte tutti i giudizi già espressi sull’avarizia discografica degli Eagles, Legacy è un cofanetto con dentro tantissima grande musica: diciamo che se conoscete qualcuno che a Natale vi vuol fare un bel regalo, questa potrebbe essere un’ottima opzione.

Marco Verdi