Non “Solo” Una Ristampa, Un Piccolo Tesoro Ritrovato E Potenziato. Roy Buchanan – Live At Town Hall

roy buchanan live at town hall

Roy Buchanan – Live At Town Hall – 2 CD Real Gone Music

Come chi legge questo blog avrà sicuramente notato, leggendo i vari Post dedicati ad alcuni album, più o meno ufficiali, pubblicati negli ultimi anni, https://discoclub.myblog.it/2016/01/02/dal-vivo-raro-formidabile-roy-buchanan-lonely-nights-my-fathers-place-1977/ e https://discoclub.myblog.it/2017/04/02/sempre-piu-raro-formidabile-e-sconosciuto-anche-a-quasi-30-anni-dalla-morte-roy-buchanan-telemaster-live-in-75/, il sottoscritto considera Roy Buchanan uno dei più grandi chitarristi che abbiano mai graziato l’orbe terracqueo e i suoi palchi e studi di registrazione, sin dalla nascita del R&R (infatti le sue prime registrazioni risalgono addirittura al 1957), meritandosi gli appellativi, entrambi meritati per diversi ragioni, di “Master Of The Telecaster” e di essere “il più grande chitarrista sconosciuto del mondo”. Se volete approfondire andate a rileggervi le varie recensioni che gli ho dedicato e quindi entriamo direttamente nei contenuti di questo splendido Live A Town Hall, non prima comunque di una breve premessa. La carriera solista di Buchanan, dopo una lunghissima carriera di sideman, tracciata, almeno negli anni iniziali in https://discoclub.myblog.it/2016/08/24/completare-la-storia-roy-buchanan-the-genius-of-the-guitar-his-early-recordings/ e da varie frequentazioni, anche con Jimi Hendrix, che condurranno ad inizio anni ’70 ad un contratto con la Polydor ed a essere tra i papabili ad entrare negli Stones a sostituire Mick Taylor: i primi quattro album di studio, soprattutto il secondo e il terzo, entrambi pubblicati nel 1973, cementano la sua reputazione e molti colleghi lo citano come un influenza, Jeff Beck, Gary Moore, Danny Gatton, Arlen Roth, Jerry Garcia e svariati altri, ed è proprio con l’album che doveva concludere il suo contratto con la Polydor, Live Stock, che Roy Buchanan realizza il suo miglior disco e anche quello di maggior successo.

Registrato nel novembre del 1974 alla Town Hall e pubblicato l’anno dopo, il disco avrebbe dovuto essere un doppio dal vivo, ma l’etichetta preferì pubblicare un singolo album, comunque formidabile, con soli sei brani tratti da quella serata, più uno registrato all’Amazingrace Coffeehouse, di  Evanston (IL), invece dei due set completi che contavano su ben 21 brani. A distanza di oltre 40 anni da quell’evento la Real Gone Music ha affidato la produzione di questa ristampa a Bill Levenson, uno dei maggiori specialisti nel lavoro di recupero e rimasterizzazione di album classici (tra gli artisti che hanno usufruito del suo lavoro Cream, Eric Clapton, Allman Brothers, B.B. King, giusto per citarne alcuni) che ha fatto un lavoro splendido nel restaurare le due differenti esibizioni di quel fatidico 27 novembre del 1974 a New York. Nella ottima band che accompagna Buchanan, oltre a Malcolm Lukens alle tastiere, John Harrison al basso e Ronnie “Byrd” Foster alla batteria, spicca un giovane Billy Price ala voce solista, di cui di recente vi ho magnificato l’ultimo album in studiohttps://discoclub.myblog.it/2018/07/24/cantanti-cosi-non-ne-fanno-piu-billy-price-reckoning/ .

Il primo CD si apre con un poderoso R&R firmato dallo stesso Roy, una scintillante Done Your Daddy Dirty, un brano strumentale dove Buchanan comincia a scaldare la sua Telecaster a furia di riff e brevi assoli, con quello stile unico e impossibile da imitare con la chitarra che inizia a seguire quelle sue traiettorie sonore ai limiti dell’umano, segue Reelin’& Rockin, swingata e brillante, cantata in modo brillante da Price, un altro strumentale delizioso come la sinuosa Hot Cha, tra rock e soul, e poi ancora la sua versione eccellente di Further On Up The Road, un classico di Clapton, ma sentite come la fa il nostro amico. A questo punto del  concerto arriva uno dei suoi cavalli di battaglia assoluti Roy’s Bluz, che come i tre precedenti era nel Live Stock originale, nella stessa sequenza, un blues lento eccezionale, preceduto da un breve cantato di Buchanan, che, diciamolo, era un cantante francamente scarso, ma sentite come suona la sua solista, quasi posseduto da un’altra entità, con scale musicali impossibili, sonorità lancinanti, miagolii, strepiti e fragori chitarristici che fanno rizzare i peli sulla nuca (degli altri colleghi) e un crescendo sonoro fenomenale, otto minuti di pura magia, sentire per credere. E anche la successiva Can I Change My Mind, per usare un eufemismo, non è niente male, un glorioso R&B cantato splendidamente da Price, prima di arrivare alla sua versione di Hey Joe di Jimi Hendrix, che non era nell’album originale, una rilettura colossale, Buchanan è stato uno dei pochissimi, forse l’unico che poteva suonare i brani di Jimi. (quasi) meglio dell’originale, anche perché era arrivato alle stesse soluzione sonore, in particolare l’uso forsennato del wah-wah, quasi contemporaneamente al mancino di Seattle, che peraltro ammirava e rispettava.

Un attimo per riprenderci con la leggera Too Many Drivers e poi si riprende alla grande con un’altra rilettura quasi criminale e illegale nella sua bellezza, Down By The River di Neil Young, un fiume di note in un crescendo inarrestabile e dolcissimo che probabilmente, forse, supera pure  l’originale del canadese, anche per il cantato veramente ispirato di Price, altri nove minuti memorabili. E che dire di I’m A Ram, presente nel Live Stock originale, altro blues-rock lancinante dal repertorio di Al Green, la suadente In the Beginning, un altro strumentale, quasi alla Santo & Johnny, quasi, e per concludere il primo dischetto un altro lentone veramente splendido e raffinato come Driftin’ & Driftin’, sempre costruito intorno ai crescendo strumentali quasi preternaturali della sua chitarra. Il secondo concerto si apre con un altro blues di quelli folgoranti come I’m Evil, altro brano dove la sua Telecaster viene strapazzata e portata ancora una volta ai limiti delle capacità tecniche del 99% dei chitarristi viventi e vissuti. Poi troviamo altre differenti, ma sempre ottime,  versioni di Too Many Drivers, Done Your Daddy Dirty, Roy’s Bluz, ancora più indemoniata del precedente set, Furthre On Up The Road, Hey Joe, Can I Change My Mind, In The Beginning e per concludere in gloria il tutto, in omaggio a B.B. King, una sontuosa All Over Again (I’ve Got A Mind to Give Up Living), un altro lunghissimo  slow blues di nuovo cantato con passione da Billy Price e con Roy Buchanan che inchioda un’altra performance da sballo alla solista, fluida, ricca di inventiva, dal timbro unico, e con una tecnica e un misto di  feeling e finezza veramente sopraffini, per quello che è stato, devo ribadirlo, uno dei più grandi chitarristi della storia del rock, conosciuti e sconosciuti, qui ai suoi vertici assoluti. Mi tocca, ma ci sta: ristampa imperdibile!

Bruno Conti

Un Onesto Album Rock Dalla Lunga Gestazione Per Il Popolare Gruppo Americano: Direttamente Al 1° Posto Delle Classifiche. Dave Matthews Band – Come Tomorrow

dave matthews band come tomorrow

Dave Matthews Band – Come Tomorrow – Rca Records

Come Tomorrow è il nono album di studio della Dave Matthews Band, arriva a circa sei anni di distanza dal precedente Away From The World, e a differenza appunto dei precedenti ha avuto una lunga gestazione. Nove dei quattordici brani contenuti fanno già parte del repertorio da tempo live della band, che come sappiamo è immane (esistono quasi una cinquantina di album dal vivo al loro attivo): due pezzi vedono ancora la presenza in studio di LeRoi Moore, il vecchio sassofonista scomparso nel 2009 e in uno appare Boyd Tinsley, il violinista che è stato licenziato dal gruppo per problemi legati a presunte molestie sessuali. Il CD è stato registrato con quattro diversi produttori,  John Alagia, Mark Batson, Rob Cavallo e Rob Evans, tra Seattle, Los Angeles e Charlottesville (che è la citta elettiva del sudafricano Matthews),  il suono è quello solito della DBM, che benché  spesso inserita nel filone jam band, in effetti oscilla tra rock classico, pop, funk, alternative, insomma pensate un genere e lo trovate nello stile e nel DNA di Matthews e soci, soprattutto dal vivo.

La partenza è affidata a Samurai Cop (Oh Joy Begin), un pezzo che potrebbe ricordare nella struttura certe canzoni degli ultimi U2 (insomma di quelle buone, senza essere memorabili), comunque decisamente rock e che ruota intorno al consueto eccellente lavoro della solista di Tim Reynolds; Can’t Stop è uno dei brani composti coralmente dal gruppo, viene dal passato e annovera tra gli autori anche Moore, presente al sax, e Tinsley, e ruota intorno al classico funky sound dei loro brani più influenzati dal R&B, dove si apprezza la voce calda e partecipe del nostro, oltre ad un lavoro di finezza complessivo della sezione ritmica, molto impegnata,  come pure i fiati https://www.youtube.com/watch?v=3c8uD6UeB9E . Here On Out è una delle classiche ballate di Matthews, con il sound che partendo dalla sua chitarra acustica arpeggiata, utilizza nella produzione un  grande impiego di archi e fiati, forse persino eccessivo nella sua opulenza orchestrale, non male comunque, con Dave che impiega saltuariamente anche il suo abituale falsetto, che poi viene spinto ai limiti nella successiva That Girl Is You, forse anche esagerandone l’uso in un funky-pop non memorabile. Meglio la successiva She, firmata con il produttore John Alagia, benché l’approccio decisamente rock con duri riff di chitarra sia inconsueto per la band, con coda strumentale finale che sicuramente verrà elaborata per lunghe improvvisazioni nelle esibizioni live https://www.youtube.com/watch?v=Nr1pwLhgf0A ; Idea Of You è l’altro brano con LeRoi Moore, e Boyd Tinsley al violino, con l’intro presa da un concerto, è uno di quei tipici brani sognanti che appartiene alla migliore tradizione della band, tra l’epico e l’intimista, con accelerazioni e rallentamenti improvvisi che evidenziano il suono corale della DMB.

Molto piacevole anche Virginia In The Rain, altra ballad mid-tempo dalle atmosfere sospese che girano attorno al suono di un piano elettrico e della solista di Reynolds, con la voce misurata di Matthews più intima e carezzevole, che poi in Again And Again sfodera un timbro vocale alla Sting (visto che il musicista inglese nel frattempo è impegnato a fare orrori musicali con Shaggy), per una pop song leggerina, tralasciamo il frammento funky Bkdkdkdd, che più che un brano è un codice fiscale. Decisamente più riuscita un’altra dolce e deliziosa ballata come Black And Blue Bird, dove Matthews mette a fuoco gli elementi più cantautorali della propria musica e anche Do You Remember ne illustra il lato più elettroacustico, prima di passare alla title track Come Tomorrow, semplicemente una bella canzone, con temi che vertono sul sociale e sul politico, e in cui Dave viene raggiunto da Brandi Carlile, che è ospite come seconda voce in questa deliziosa ode al futuro, dove l’arrangiamento orchestrale questa volta è perfetto per il mood trasognato del brano, forse fin troppo ottimista nel testo: “All the girls and boys will sing/Come tomorrow we fix everything/So as long as we survive today/come tomorrow we go and find a way”, ma d’altronde senza speranza cosa viviamo a fare? Chiude When I’m Weary, altra breve ode pianistica di buona fattura. Il disco è andato direttamente al 1° posto delle classifiche risultando il più venduto album rock degli ultimi quattro anni in una settimana e anche quello finora con le maggiori vendite nel 2018.

Bruno Conti

Uno Dei Dischi Cardine Della Psichedelia Californiana Degli Anni Sessanta. Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary

grateful dead anthem of the sun 50th anniversary

Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary – Rhino/Warner 2CD

Prosegue la ristampa della discografia ufficiale dei Grateful Dead in occasione dei cinquantenari dall’uscita degli album originali: dopo la ripubblicazione deluxe del loro esordio omonimo avvenuta lo scorso anno https://discoclub.myblog.it/2017/01/29/ci-mancavano-solo-le-ristampe-dei-cinquantesimi-grateful-dead-50th-anniversary-deluxe-edition/ , un’operazione che ha attirato diverse critiche in quanto dovrebbe terminare nel 2039 con la riedizione di Built To Last (il loro ultimo disco in studio), con il rischio concreto che molti fans della prima ora non possano completare l’opera per motivi anagrafici (ammesso e non concesso che tra 21 anni esisteranno ancora i CD). Anthem Of The Sun, uscito appunto nel 1968, è considerato da molti il primo vero album in cui i Dead introducono il loro suono, in quanto nel debutto di The Grateful Dead, pur essendo presenti diversi futuri classici delle loro esibizioni dal vivo, il gruppo di San Francisco aveva deciso di includere canzoni piuttosto brevi (con l’eccezione di Viola Lee Blues) e con arrangiamenti rock che non avevano ancora del tutto le caratteristiche del suono che li renderà famosi.

Per contro, Anthem Of The Sun è esattamente l’opposto, in quanto presenta soltanto cinque brani, di cui uno solo di breve durata: non solo, ma di tutta la discografia dei Dead è quello in assoluto che si avvicina di più al suono dei loro concerti, grazie soprattutto all’idea, decisamente innovativa per l’epoca, di mischiare incisioni in studio con spezzoni di vari live show, creando una sorta di ibrido. In seguito diventerà la prassi per molti artisti “aggiustare” i dischi dal vivo con incisioni in studio (e quasi mai dichiarandolo), ma il caso di Anthem Of The Sun, cioè un disco in studio viceversa aggiustato con frammenti live, è tuttora abbastanza unico. I cinque brani presenti in questo disco diventeranno tutti dei veri classici del gruppo, e sono ancora oggi considerati uno dei punti più alti della musica psichedelica dell’epoca, con una band in stato di grazia, guidata da un Jerry Garcia ai vertici della sua creatività: in questo album i Dead sono tra l’altro in una formazione a sette elementi che non durerà a lungo, con Tom Constanten che si aggiunge allo zoccolo duro formato da Garcia, Bob Weir, Ron “Pigpen” McKernan (il sui organo è un altro elemento indispensabile nell’economia del suono), Phil Lesh e la doppia batteria di Mickey Hart e Bill Kreutzmann. Questa ristampa deluxe, che esce con la copertina a cui è stato donato uno splendido effetto lenticolare in 3D, presenta nel primo CD l’album originale in due diversi missaggi, quello del 1968 ed il remix del 1971: le differenze sono minime, anche se il secondo sembra meno confuso ed “impastato”, oltre a prolungare la durata di alcuni brani.

I cinque pezzi del disco sono, come ho già detto, tutti molto noti tra i fans dei Dead, a partire dalla straordinaria That’s It For The Other One, una mini-suite in quattro movimenti che lascia ampio spazio alle scorribande dei nostri, con Garcia e Weir che si alternano alle parti vocali soliste: pura psichedelia, con tanto di finale rumoristico ad opera di Constanten. La lenta e sinuosa New Potato Caboose (di Lesh), che vede addirittura spuntare un clavicembalo, ha soluzioni melodiche e strumentali che la avvicinano al pop, anche se la parte centrale dà spazio ad una grande performance di Jerry, mentre Born Cross-Eyed mantiene le atmosfere lisergiche nonostante duri poco più di due minuti. Il disco termina con la rockeggiante Alligator, ancora di Lesh, che è un fluido brano tutto giocato su cambi di ritmo ed improvvisazioni varie, e con Caution (Do Not Stop On Tracks), un rock-blues allucinato che è anche il momento in cui Pigpen si prende il centro della scena (ma Garcia si fa largo a suon di assoli).

Il secondo CD propone un concerto, ovviamente inedito, registrato al Winterland di San Francisco nell’autunno del 1967 (anche la ristampa dello scorso anno prendeva in esame uno show dell’anno precedente). Un concerto bello, potente e lisergico quanto basta, con Garcia ovviamente sugli scudi ma anche il resto della band (ancora senza Constanten) che lo segue con sicurezza, con McKernan in testa. La serata inizia con una vibrante versione dell’apocalittica Morning Dew, molto bella, e prosegue tra momenti di pura psichedelia (New Potato Caboose, con Jerry strepitoso), cover di classici del blues (It Hurts Me Too di Elmore James) e brani dove emergono sia il lato roots della band (Cold Rain And Snow) che quello rock’n’roll (Beat It On Down The Line). Le due canzoni restanti sono anche gli highlights del concerto: una scintillante rilettura di Turn On Your Lovelight di Bobby “Blue” Bland, che diventerà un must dei loro show, ed una spettacolare That’s It For The Other One di 15 minuti, che chiude la serata in deciso crescendo.

Quindi all’anno prossimo, con la ristampa di uno dei lavori dei Dead che preferisco (Aoxomoxoa) e, se la campagna di riedizioni prevede anche i dischi dal vivo, di Live/Dead, uno degli album registrati on stage più importanti di sempre.

Marco Verdi

Qualche Disco (Dal Vivo) Per L’Estate – Parte 1. The Rolling Stones – No Security: San Jose ‘99

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The Rolling Stones – No Security: San Jose ’99 – Eagle Rock/Universal 2CD/DVD – DVD – BluRay – 3LP

A distanza di circa dieci mesi dall’ultimo episodio (il concerto al Fonda Theater del 2015 nel quale veniva risuonato per intero Sticky Fingers https://discoclub.myblog.it/2017/10/13/un-altro-live-degli-stones-ebbene-si-e-anche-questo-e-imperdibile-the-rolling-stones-sticky-fingers-live-at-fonda-theatre-2015/ ), riprende la serie From The Vault, che si occupa di proporre concerti del passato dei Rolling Stones: questo nuovo volume (che esce come sempre in vari formati audio e video) si intitola No Security: San Jose ’99, e documenta uno show primaverile del tour americano della storica band inglese a supporto del loro live album da poco pubblicato, No Security appunto, che a sua volta era uscito a seguito del disco del 1997 Bridges To Babylon (un tour promozionale per un album dal vivo che a sua volta era tratto da un tour promozionale per un disco in studio, una ne fanno e cento ne pensano). Gli Stones degli anni novanta erano letteralmente risorti, dopo che nella decade precedente avevano mostrato la corda sia in studio che, e questa è una notizia, dal vivo, con esibizioni non sempre all’altezza della loro fama: nel 1994 l’album Voodoo Lounge li aveva quasi riportati agli antichi fasti, ed i nostri avevano ricominciato a fare grande musica anche in concerto, come testimoniava il live Stripped (e soprattutto la sua versione espansa, Totally Stripped, uscita due anni fa) https://discoclub.myblog.it/2016/06/24/21-anni-fa-era-imperdibile-ora-indispensabile-the-rolling-stones-totally-stripped/ .

Anche le tournée di fine millennio erano ai livelli della loro fama, e nella fattispecie questa serata registrata a San Jose, in California, nell’Aprile del 1999 non sfugge alla regola: grandissima musica, con i nostri in forma smagliante, e quasi due ore di rock’n’roll ad alto tasso adrenalinico. Gli Stones erano già da qualche anno ridotti a quartetto dopo l’abbandono di Bill Wyman, il cui posto era stato preso da Darryl Jones (ma non come membro ufficiale del gruppo), e la loro live band era formata dai “soliti noti”: Chuck Leavell alle tastiere, una sezione fiati di quattro elementi guidata dal fidato Bobby Keys, e tre coristi (Blondie Chaplin, Bernard Fowler e la sexy e grintosa Lisa Fisher). E poi ci sono loro, in forma splendida sia musicale che fisica (e non è che negli ultimi vent’anni siano cambiati più di tanto, appena qualche ruga in più sia per Mick Jagger che per Charlie Watts, qualche capello bianco per Keith Richards, mentre la zazzera di Ronnie Wood era già allora di un sospetto colore nerissimo). La serata, che si svolge in un’arena di “solo” 30.000 persone, inizia con il botto per merito di una spettacolare Jumpin’ Jack Flash, che ci fa immediatamente entrare nel vivo di uno show decisamente rock’n’roll, con a seguire una scatenata Bitch, che vede i fiati in gran spolvero, la dura e trascinante You Got Me Rocking, unica dall’ancora recente Voodoo Lounge, ed una Respectable suonata con un’energia incredibile, forse più di quando era uscita in origine (1978). Non mancano vari classici delle Pietre (anche se incredibilmente sono assenti sia Gimme Shelter che, soprattutto, Satisfaction), come Honky Tonk Women, con un grande Leavell, la minacciosa Paint It Black, ed il solito eccezionale tour de force chitarristico di Midnight Rambler.

Due i brani tratti da Bridges To Babylon, e se Saint Of Me è un pezzo “normale” per gli standard degli Stones, Out Of Control è straordinaria, una rock song sontuosa, potente e dotata di un crescendo travolgente. Ovviamente ci sono anche delle chicche, come una strepitosa I Got The Blues, uno dei pezzi di Sticky Fingers meno suonati negli anni, una soul ballad fantastica, cantata da Jagger in maniera formidabile; abbiamo poi una tesa e vibrante Some Girls, una rarità dal vivo nonostante sia la title track di uno degli album più famosi dei nostri, ed un doppio omaggio ai sixties con due versioni decisamente vitali di Route 66 e Get Off Of My Cloud. Detto del consueto intermezzo in cui è Richards ad assumere la leadership (con la bluesata You Got The Silver e la vivace Before They Make Me Run), il gran finale è di nuovo all’insegna del rock’n’roll più viscerale, con una micidiale sequenza formata da Tumbling Dice, It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It), Start Me Up e Brown Sugar (da sempre il momento clou per il sax di Keys). Come unico bis, invece della prevedibile Satisfaction, una luciferina e vigorosa rilettura di Sympathy For The Devil, a mio parere però poco adatta a chiudere un concerto (ed anche ad aprirlo, come era successo lo scorso anno a Lucca ed in generale nel tour europeo).

Un altro splendido live album dunque per i Rolling Stones: anche se le loro setlist sono piuttosto rigide da almeno 25 anni, non ci si stufa mai di ascoltarli.

Marco Verdi

I Migliori Dischi Dal Vivo Dell’Anno 1. Paul Rodgers – Free Spirit

paul rodgers free spirit

Paul Rodgers – Free Spirit – Quarto Valley Records CD/DVD – Blu-ray – 3 LP  

Paul Rodgers è una delle quattro/cinque più grandi voci mai espresse dal rock britannico, punto, punto e virgola, due punti: anzi, dirò di più, mi sembra che lui e Mick Jagger (e anche Van Morrison per la verità) siano quelli che nel corso degli anni hanno mantenuto inalterato timbro vocale, purezza, nel caso di Rodgers anche la potenza, oggi, come 50 anni fa, il cantante di Middlesborough è ancora una vera turbina inarrestabile e carismatica, e questo Free Spirit lo dimostra abbondantemente. Certo, la forza del repertorio aiuta parecchio: l’idea, a quasi 50 anni dalla nascita dei Free (visto che il concerto è stato registrato nel 2017 e i loro inizi si fanno risalire all’aprile 1968, anche se Paul Rodgers e Paul Kossoff si erano incontrati già nel 1967, ma sono quisquilie, per rimanere in ambito Totò) di fare un breve tour per riappropriarsi della grande eredità del quartetto britannico è stata quasi doverosa. Rodgers poi ha militato in un’altra grande rock band come i Bad Company, benché il resto della sua carriera non è stata così esaltante, i Firm e i Law non rimarranno di sicuro negli annali del rock, anche l’avventura con i Queen non era forse l’ideale per il suo approccio, quindi rimangono un paio di grandi album come Muddy Water Blues: A Tribute To Muddy Waters el’EP The Hendrix Set, come acuti nella discografia da solista, e ora Free Spirit, che è una grande e piacevole sorpresa, per quanto anche The Royal Sessions era un ottimo disco https://discoclub.myblog.it/2014/01/25/incontro-nobili-quel-memphis-paul-rodgers-the-royal-sessions/ in ambito soul, non per nulla il nostro amico è chiamato anche “The Voice”.

Poteva essere un azzardo cimentarsi con il repertorio di quattro baldi giovanotti, che tra il 1968, quando erano in pratica ancora dei teenager, e il 1973, ci hanno regalato diverse perle nell’ambito del blues-rock e in generale del rock britannico: Paul Kossoff, grande chitarrista, e Paul Rodgers, appaiono tuttora nelle classifiche dei migliori chitarristi e vocaliist all-time, Andy Fraser era uno dei bassisti più interessanti ed innovativi prodotti da quella scena, e Simon Kirke, un batterista solido e potente. Quindi il rischio era quello di non potere riproporre nella giusta maniera una eredità sonora veramente ingombrante: invece Rodgers per la breve tournée inglese del maggio 2017, una quindicina di date in tutto, ha saputo scegliere una pattuglia di musicisti che si sono rivelati veramente all’altezza delle aspettative, un gruppo che abitualmente è la touring band di Deborah Bonham (sorella di John “Bonzo” Bonham e zia di Jason), con Pete Bullick alla chitarra solista, Ian Rowley al basso, Gerard Louis “G” alle tastiere (una variazione nel sound della band originale che non ne prevedeva l’uso se non saltuariamente, ma riuscita), e parlando sempre di parenti, Rich Newman alla batteria, che è il figlio del grande Tony Newman, quello che era nel Jeff Beck Group e nella band di Bowie, tra i tanti. Ho sentito moltissime volte l’advance CD di questo Live e devo dire che più lo ascoltavo, più mi piaceva, suono solido, grande performance della band e di Paul Rodgers, eccellente scelta dei brani, con tutti i dischi dei Free ben rappresentati in questa serata registrata alla Royal Albert Hall il 28 maggio dello scorso anno, suono scintillante e persino un paio di canzoni che non erano mai state eseguite dal vivo.

Anche la scaletta, si diceva, è stata studiata attentamente, non si parte subito col botto, il concerto ha un crescendo lento ma inesorabile, però si capisce fin dall’iniziale Little Bit Of Love, che era su Free At Last, a sorpresa uno dei dischi più saccheggiati, con ben quattro brani ripresi dall’album del 1972, che il gruppo è rodatissimo, Rodgers è in grande serata, comanda il pubblico con l’usuale carisma, e il power rock misto a blues della band risalta nel suo innegabile vigore, un misto di riff trascinanti, belle armonie porte dalla voce inconfondibile e passionale di Rodgers, la chitarra inizia a macinare assoli, la sezione ritmica picchia e pompa con costrutto, Ride On A Pony, con il basso rotondo di Rowley in evidenza è un altro grande brano, estratto da Highway, e Woman, che era sul secondo album, accentua anche il lato white soul-rock della band, con Bullick sempre perfetta spalla per Paul, come ribadisce la lunga hard ballad Be My Friend, con una sontuosa interpretazione vocale del nostro amico, che poi omaggia anche il lato più “pop” della loro musica, quello più vicino alla musica di Small Faces, Rod Stewart e altre colonne della musica britannica, con la piacevole My Brother Jake, preceduta da una breve intro di “G” Louis che cita Per Elisa di Beethoven! Love You So è un altro brano che illustra il lato più “ gentile” della loro musica, un’altra lunga ballata intensa, suonata per la prima volta dal vivo e cantata sempre alla grande, Travellin’ In Style, con Rodgers all’acustica, tra blues, country e folk, è una ulteriore perla del loro songbook, come pure la sinuosa Magic Ship, ancora da At Last, partenza attendista, e poi il consueto aumento di intensità tipico dei loro brani.

A questo punto, siamo a metà concerto, partono i fuochi d’artificio, verso la metà di Mr. Big quando il copione prevede il crescendo ascendente dell’assolo di basso con gli armonici impazziti di Ian Rowley, che duplica alla perfezione quello di Andy Fraser, la band innesta una marcia superiore, sembra che sul palco per magia siano ritornati i Free originali, la musica esplode, basso e batteria sono irrefrenabili, Bullick, nel classico brano “da faccine” alla chitarra, magnifico e Rodgers canta come un uomo posseduto da sé stesso, dal suo io più giovane, veramente strepitosa, versione da incorniciare, ma pure nelle successive The Stealer, una magmatica Fire And Water, la gagliarda The Hunter, il gruppo pare posseduto dallo spirito del rock e suona in modo incredibile, incantando un pubblico giustamente in delirio che canta assieme a Rodgers. E quando al momento dei bis parte il riff di All Right Now, uno dei quattro o cinque più conosciuti e trascinanti di sempre, il concerto, se possibile, si fa ancora più incandescente e il gruppo per un attimo non ha nulla da invidiare alla potenza di fuoco dei Free originali, Wishing Well è un’altra canzone portentosa, un pezzo rock formidabile, prima di addentrarsi nell’omaggio al loro lato più blues (rock) con Rodgers che sfodera l’armonica per un ritorno sentito alle radici per Walk In My Shadow, altro pezzo devastante. E per finire in gloria, l’altro inedito in versione live, una incalzante Catch A Train che conferma la serata di grazia di Rodgers e soci: scusate la profusione di aggettivi magniloquenti, ma  per una volta sono del tutto meritati, un disco dal vivo veramente superbo e da non mancare, tra i più belli di questo 2018!

Bruno Conti

Antologie Che Sembrano Dischi Nuovi: Parte 1. Runrig – The Ones That Got Away

runrig the ones that got away

Runrig – The Ones That Got Away – Ridge CD

I Runrig, una delle più popolari band folk-rock scozzesi di sempre, ha dato l’addio alle scene due anni or sono con lo splendido The Story https://discoclub.myblog.it/2016/02/09/il-canto-del-cigno-della-storica-band-folk-rock-scozzese-runrig-the-story/ , ponendo fine ad una gloriosa carriera quarantennale: questo per quanto riguarda gli album di studio, mentre dal vivo l’ultimo saluto lo daranno durante il prossimo mese di Agosto con due Farewell Concerts a Stirling, appunto in Scozia, nei quali probabilmente prenderanno parte anche gli ex membri (con cui i rapporti pare siano rimasti ottimi), a partire dall’ex cantante Donnie Munro, che lasciò la band nel 1997 a favore di Bruce Guthro. I nostri però hanno voluto fare un altro regalo ai fans, pubblicando questo The Ones That Got Away, una compilation atipica nella quale il sestetto (oltre a Guthro, i membri fondatori Rory e Calum Macdonald, rispettivamente a basso e percussioni, il chitarrista Malcolm Jones, il tastierista Brian Hurren ed il batterista Iain Bayne) ha messo insieme quattordici pezzi scegliendo tra alcune gemme meno note della loro discografia, diverse rarità ed anche un brano nuovo di zecca. Ed il CD che ne è risultato (uscito nella stessa elegante confezione “mini-book” di The Story) sembra in tutto e per tutto un disco nuovo, tanto è unitario e compatto: chi ama le particolari atmosfere della band scozzese e la loro capacità di creare melodie epiche ed emozionanti non rimarrà deluso da questo dischetto, che, ripeto, contiene diverse chicche anche per chi del gruppo possiede tutti gli album.

Ma ecco una disamina dettagliata: per i pezzi rari mi premurerò di citarne la provenienza, mentre dove non dico nulla è perché la canzone proviene semplicemente da un album, un cosiddetto “deep cut”. L’iniziale Somewhere è una rilettura nuovissima del brano che concludeva The Story, incisa con la cantante folk Julie Fowlis, migliore della già bella versione originale, una rock ballad di ampio respiro tipica dei nostri, potente e ricca di pathos, ma anche di una melodia in grado di toccare nel profondo. Ancora meglio Big Songs (Of Hope And Cheer), bonus track di un CD singolo di diversi anni fa, un uptempo elettrico e coinvolgente dotato di un motivo scintillante ed in grado, se suonata dal vivo, di far saltare tutto il pubblico, un pezzo quasi sprecato come lato B; The Greatest Flame (originariamente del 1993, ma qui in versione rifatta e pubblicata come singolo tre anni dopo) è una ballatona ariosa e d’atmosfera, un filo mainstream nei suoni ma è un peccato veniale, data la bellezza del ritornello, caratterizzato dal botta e risposta tra la voce di Munro ed un coro femminile, mentre The Wedding è una travolgente giga rock, dal gran ritmo e con fisarmonica e chitarre elettriche protagoniste alla pari. Splendida Life Is, uno slow inizialmente per voce e piano (ma dopo la prima strofa entra il resto della band), un motivo struggente e bellissimo ed ancora feeling a mille; The Ship è un tipo di folk-rock elettrico in cui i nostri sono dei maestri, con uno dei loro tipici refrain epici ed uno strepitoso finale dove si fondono mirabilmente strumenti tradizionali ad altri più puramente rock.

Cho Buidhe Is A Bha I Riabh (che in gaelico significa As Yellow As It Ever Was) è ancora folk-rock, ma di matrice più elettroacustica, ritmo saltellante e melodia cristallina: inutile dire che è splendida anche questa. Every River è un brano del 1989 qui in una rara versione live del 2010 registrata a Copenhagen con l’orchestra locale: epica è dir poco, esecuzione da pelle d’oca, tra le migliori del CD; Book Of Golden Stories è un’altra ballata di ottimo impatto, forse anche questa con un suono un po’ “lavorato” ma comunque riuscita, mentre In Search Of Angels è un’emozionante rilettura incisa nel 2010, inedita, di un pezzo di undici anni prima, con un suggestivo coro alle spalle del leader (che qui è Hurren). Rhythm Of My Heart, uscita nel 1996 solo su singolo, mi piaceva già nella versione originale del 1991 di Rod Stewart, ma questa interpretazione dei Runrig è decisamente più bella, in quanto lima le sonorità cromate tipiche del biondo rocker (anch’egli) scozzese per donargli un vestito più folk; This Is Not A Love Song era stato il singolo che nel 1999 aveva introdotto Guthro come nuovo cantante, un brano più pop ma di gran classe. Chiusura con This Time Of Year, raro singolo natalizio del 1994, e con And We’ll Sing, altra esclusiva single version del 2013, canzone autocelebrativa di nuovo in grado di regalare emozioni.

Se non fosse composto per la maggior parte da materiale già edito (per quanto in molti casi di difficile reperibilità), questo That Ones That Got Away potrebbe essere uno dei dischi dell’anno, senza dubbio.

Marco Verdi

runrig rarities

P.S: sempre in tema Runrig, è uscito da poco in Germania (ma reperibile facilmente *NDB Forse non più)) un interessantissimo cofanetto intitolato Rarities, formato da ben sei CD e tre DVD composti esclusivamente da materiale raro ed inedito del gruppo scozzese (ma il sesto CD non è altro che The Ones That Got Away), sia dal vivo che in studio. In alternativa c’è anche una versione di due CD intitolata Best Of Rarities: da farci un pensierino.

*NDB Imprescindibile, da avere assolutamente, è anche questo DVD fenomenale https://discoclub.myblog.it/2014/04/10/grande-festa-musicale-nelle-highlands-scozzesi-runrig-party-on-the-moor/

Visto Che In Questi Giorni Sarà Anche In Tour In Italia, Ecco La Nuova Bellissima Antologia! Graham Nash – Over The Years…

graham nash over the years...

Graham Nash – Over The Years… – 2 CD Atlantic/Rhino

Proprio in occasione del breve tour italiano di Graham Nash, ieri è uscita una doppia antologia Over The Years, a prezzo super speciale per una volta, che contiene nel primo CD estratti da tutta la sua carriera, dagli anni con Crosby, Stills, Nash (& Young), passando con il suo sodalizio con David Crosby, e anche dai suoi dischi come solista.

graham nash refelections

Non è una raccolta completa come il box triplo riportato qui sopra, Reflections, uscito per la Rhino nel 2009, ma ha la particolarità di avere uno dei due dischetti che lo compongono con materiale inedito e raro proveniente da demos registrati nell’arco di tempo che intercorre tra il 1968 e il 1980. Tra poco andiamo ad esaminarlo, prima volevo ricordarvi le date del tour italiano che parte proprio da oggi.

30 giugno – Val di Fassa (TN), “I suoni delle Dolomiti”
1 luglio – Recanati (MC), Piazza Leopardi
2 luglio – Roma, Casa del Jazz / Summer Time 2018
4 luglio – Pistoia, Pistoia Blues
5 luglio – Milano, Villa Arconati

Ad accompagnarlo saranno Shane Fontayne alla chitarra e Todd Caldwell alle tastiere. Ecco il contenuto del doppio CD.

[CD1]
1. Marrakesh Express – Crosby, Stills & Nash
2. Military Madness – Graham Nash
3. Immigration Man – Crosby/Nash
4. Just A Song Before I Go – Crosby, Stills & Nash
5. I Used To Be King – Graham Nash *
6. Better Days – Graham Nash *
7. Simple Man – Graham Nash
8. Teach Your Children – Crosby, Stills, Nash & Young
9. Lady Of The Island – Crosby, Stills & Nash
10. Wind On The Water – Crosby & Nash
11. Our House – Crosby, Stills, Nash & Young
12. Cathedral – Crosby, Stills & Nash
13. Wasted On The Way – Crosby, Stills & Nash
14. Chicago/We Can Change The World – Graham Nash
15. Myself At Last – Graham Nash

* Previously unreleased mixes

[CD2: The Demos]
1. Marrakesh Express – London, 1968
2. Horses Through A Rainstorm – London, 1968
3. Teach Your Children – Hollywood, 1969
4. Pre-Road Downs – Hollywood, 1969
5. Our House – San Francisco, 1969
6. Right Between The Eyes – San Francisco, 1969 *
7. Sleep Song – San Francisco, 1969 *
8. Chicago – Hollywood, 1970 *
9. Man In The Mirror – Hollywood, 1970
10. Simple Man – Hollywood, 1970
11. I Miss You – San Francisco, 1972
12. You’ll Never Be The Same – San Francisco, 1972
13. Wind On The Water – San Francisco, 1975
14. Just A Song Before I Go – San Francisco, 1976
15. Wasted On The Way – Oahu, 1980

Come si rileva dalla tracklist qui sopra, I Used To Be A King Better Days sono degli unreleased mix, che però erano giù apparsi in Reflections, mentre dei 15 demos del secondo CD, ben 12 sono inediti in assoluto. Quindi direi che siamo di fronte ad una antologia ideale, sia per chi vuole conoscere la musica di Graham Nash, sia per chi è alla ricerca di versioni mai ascoltate di alcune delle sue più belle canzoni.

Si parte con Marrakesh Express, tratta dal primo album di C S N, poi Military Madness da Songs For Beginners, il suo primo disco come solista del 1971, Immigration Man fu pubblicata come singolo nel marzo del 1972, e poi nel disco Crosby & Nash, e rimane molto attuale anche ai giorni nostri. Just A Song Before I Go uscì nel secondo album omonimo del trio, CSN del 1977, mentre I Used To Be A King è di nuovo da Songs For Beginners, come pure Better Days Simple Man. Fino ad ora una canzone più bella dell’altra, ed ecco arrivare nella sequenza dei brani, quella che è forse la canzone più conosciuta di Nash, Teach Your Children, attribuita come autori coralmente a Crosby, Stills, Nash & Young, dal loro capolavoro Déja Vu, ma da sempre legata alla personalità gentile e sognatrice di Graham.

Si ritorna al primo Crosby, Stills & Nash, per la splendida Lady Of The Island, dedicata alla sua amante dell’epoca Joni Mitchell; non manca Wind On The Water dall’omonimo album del 1975 della coppia David Crosby/Graham Nash, e poi in questo avanti e indietro nel tempo Our House, ancora da Déja Vu e nuovamente dal disco del trio, quello con la barca, come è conosciuto da tutti, la bellissima Cathedral, un altro dei suoi capolavori assoluti.

Da Daylight Again, il terzo album album di CSN del 1982, arriva Wasted On The Way, e con un altro balzo temporale nel passato, nuovamente da Songs For Beginners, troviamo un altro dei suoi inni multigenerazionali, il medley di Chicago/We Can Change The World. E per completare il primo CD, l’unico brano che viene dal recente passato (molto poco rappresentato nell’antologia), Myself At Last, tratta da This Path Tonight, il disco del 2016 che lo ha riportato ai suoi livelli migliori https://discoclub.myblog.it/2016/04/13/la-classe-invecchia-anteprima-graham-nash-this-path-tonight/

Veniamo al secondo CD, che è per la quasi totalità incentrato su una serie di demo, voce e chitarra acustica, alcuni registrati anche prima della nascita di Crosby, Stills, Nash, in particolare una deliziosa Marrakesh Express, leggermente più lenta di quella che poi sarebbe finita sul primo album del supergruppo, e rifiutata dagli Hollies, per cui era stata concepita, a dimostrazione della lungimiranza che ogni tanto viene a mancare anche in coloro che fanno buona musica (giù apparsa in altra forma sul disco Demos di CSN), oltre ad un’altra ottima canzone come Horses Through A Rainstorm, prevista per Déja Vu, e pubblicata per la prima volta solo sul cofanetto antologico Carry On del 1991, in versione elettrica. Entrambe le canzoni furono registrate a Londra nel 1968. Da Hollywood, 1969, vengono due brani che invece sarebbero finiti sui dischi ufficiali, una “primitiva” e delicata Teach Your Children, poi su Déja Vu https://www.youtube.com/watch?v=fOQBfC6_gww  Pre-Road Downs sul primo album.

Da un’altra session a San Francisco del 1969, provengono altri tre piccoli gioiellini: una interessante Our House, questa volta per voce e piano, con qualche incertezza nell’esecuzione ed ancora incompleta. la “rara” Right Between The Eyes, che poi sarebbe finita su Four Way Street, tra le più belle del Nash minore, e anche una prima stesura acustica di Sleep Song, che sarebbe uscita su Songs For The Beginners. Di nuovo a Hollywood, questa volta nel 1970, vengono registrati i tre demos di altri cavalli di battaglia di Nash, come Chicago, già completa in tutto il suo splendore, Man In The Mirror, in una versione spoglia ed intima, ma che già lascia intuire lo splendore del brano, nonché una delle prime versioni, solo voce e piano, di Simple Man. I Miss You, registrata a San Francisco, e You’ll Never Be The Same, a Hollywood, entrambe nel 1972, sarebbero poi apparse su Wild Tales, l’album del 1973, che per il resto non è rappresentato in questa doppia antologia, bellissima soprattutto la versione della seconda. Da una registrazione del 1975 a San Francisco proviene la versione “alternata” di Wind On The Water, di nuovo solo piano e voce. Stesso formato anche per Just A Song Before I Go, prevista per il CSN del 1977, ma qui registrata in quel di San Francisco nel 1976. con l’aggiunta di una breve parte di armonica nella seconda parte del brano. Infine dal 1980, registrata a Ohau, proviene una incantevole versione di Wasted On The Way, dove alle armonie vocali appare anche Stephen Stills, l’unico ospite presente nelle 15 tracce del secondo CD.

Per vari motivi, contenuto, inediti e prezzo, finalmente una antologia assolutamente da avere, un giusto riconoscimento per un artista spesso ingiustamente sottovalutato.

Bruno Conti

Rock And Roll Hall Of Fame In Concert. Le Ultime Annate, Grande Musica E Incontri Inconsueti: Il Resoconto

rock and roll hall of fame in concert

Rock & Roll Hall The Fame In Concert – Time Life 4 DVD o 2 Blu-ray Zona 1

All’incirca una decina di anni, tra il 2009 e il 2010, in occasione del 25° Anniversario della nascita della Rock And Roll Hall Of Fame, c’è stato un soprassalto di attività con la pubblicazione di un paio di cofanetti in DVD: uno quadruplo con il concerto tenuto al Madison Square Garden nell’ottobre 2009 appunto per il venticinquennale, quasi 6 ora di musica con concerto e discorsi completi, mentre nel 2010 è uscito un box da 9 DVD con il meglio dei 24 anni precedenti, circa 11 ore di filmati live, più 9 ore di materiale bonus extra. Poi è calato il silenzio: intendiamoci, la manifestazione si è comunque tenuta regolarmente ogni anno, o a Cleveland, dove c’è la sede della fondazione e il museo o al Barclays Center di Brooklyn, NY, solo che poi non è stato più pubblicato nulla. Ed ecco che ora appare questo Rock & Roll Hall The Fame In Concert, un cofanetto di 4 DVD o 2 Blu-ray, che contiene le quattro annate che vanno dal 2014 al 2017 (dal 2010 al 2013 nulla è dato sapere), più di undici ore di contenuti tra discorsi vari e 53 esibizioni dal vivo. In teoria è solo per il mercato americano ma visto che è molto bello, qualità audio/video strepitosa e alcune esibizioni memorabili, vediamo cosa contiene.

DVD 1 2014, siamo al Barclays Center di New York e il programma si apre con una potente Digging In The Dirt di Peter Gabriel (formazione della madonna con David Rhodes, Manu Katchè, Tony Levin e David Sancious) che viene indotto nella Hall Of Fame da Chris Martin dei Coldplay, che sale sul palco con Gabriel per una versione doppio pianoforte della bellissima Washing Ot The Water, tratta da Us, ma poi arriva tutta la band nel finale, mentre per una lunghissima In Your Eyes Peter invita sul palco Youssou N’Dour per duettare con lui, come nella versione originale che era su So. Secondo artista della serata Yusuf, che nel frattempo è tornato Cat Stevens: lo presenta Art Garfunkel, che poi lascia spazia all’artista inglese, accompagnato da Paul Shaffer e dalla Hall Of Fame Orchestra, che esegue alla grande un trittico spettacolare, Father And Son, Wild World e Peace Train, alla chitarra c’è uno che ha tutta l’aria di essere Waddy Wachtel. Linda Ronstadt è la terza artista ad essere “indotta”, ma non è presente a causa del Morbo di Parkinson che non lo permette di esibirsi dal 2011: la presentazione è del suo amico Glenn Frey, poi ascoltiamo Different Drum cantata (bene) da Carrie Underwood, una splendida Blue Bayou, con Emmylou Harris, Bonnie Raitt e ancora Carrie Underwood, le tre rimangono e vengono raggiunte da Sheryl Crow e Glenn Frey per una ottima You’re No Good, e ancora da Stevie Nicks che è la voce solista per It’s So Easy e tutti insieme per una commovente e celebrativa When Will I Be Loved. Sarebbe difficile fare meglio se a seguire non fosse il turno della E Street Band, che come “presentatore” ha Bruce Springsteen, “solo” una ventina di minuti di discorso suo e un’altra ventina degli altri della band, che poi scatena le danze per una portentosa The E Street Shuffle con Vini Lopez tornato alla batteria, solo nove minuti ma molto intensi. A seguire arriva Michael Stipe per presentare i Nirvana e Courtney Love viene fischiata dal pubblico: Dave Grohl e Krist Novoselic eseguono Smells Like Teen Spirit, Aneurysm, Lithium e All Apologies aiutati da Joan Jett, Pat Smear, Kim Gordon, Annie Clark e Lorde. E nel 2014, non presenti nel film, c’erano pure i Kiss e Hall & Oates. Comunque questo è il miglior DVD del lotto.

DVD 2 2015, siamo alla Public Hall di Cleveland.  Annata meno eccitante, con nell’ordine Joan Jett, ospiti Dave Grohl, Miley Cyrus e Tommy James, per una piacevole Crimson And Clover. Della Butterfield Blues Band non c’è quasi nessuno, li presenta Peter Wolf, ma la versione di Born In Chicago con Zac Brown alla voce, Tom Morello alla chitarra e Jason Ricci all’armonica non è per nulla male. E lo è anche la sezione in cui Stevie Wonder presenta una rarissima apparizione pubblica di Bill Withers, “ritirato” dal 1985: i due eseguono insieme Ain’t No Sunshine e poi sul palco per Lean On Me arriva John Legend, che non amo in modo particolare, ma a questi eventi fa sempre la sua porca figura. Green Day presentati da Fall Out Boy fanno tre brani.  Mentre Steve Ray Vaughan And Double Trouble indotti da John Mayer hanno diritto solo a un brano, ma la versione di Texas Flood, con il fratello Jimmie Vaughan, Gary Clark Jr., Doyle Bramhall e lo stesso Mayer è una vera perla. Pure di Lou Reed,  presentato da Patti Smith e il cui premio viene accettato da Laurie Anderson, viene presentata solo una canzone, una bella versione di Satellite Of Love, cantata da Beck. Poi, presentato da Sir Paul McCartney arriva sul palco l’ineffabile Ringo Starr, più rauco vocalmente del solito, ma con un piccolo aiuto dei suoi amici ce la fa: in Boys i Green Days se la cavano, son tre accordi, in It Don’t Come Easy c’è il cognato Joe Walsh alla chitarra, e nella conclusiva I Wanna Be Your Man sono in 700 sul palco, in pratica quasi tutti gli ospiti della serata , per una versione corale, gagliarda e chitarristica.

DVD 3 2016, di nuovo a New York City. Aprono I Deep Purple, senza Blackmore ma con la premiazione contemporanea di Ian Gillan, David Coverdale e Glenn Hughes, tre cantanti presenti per l’occasione, ma canta solo Gillan, Steve Morse alla chitarra, presentazione di Lars Ulrich dei Metallica,  e per gradire Highway Star e Smoke On The Water, due classici dell’hard-rock, quello buono. Di Bert Berns, un grande personaggio degli anni ’60,  solo un Lifetime Achievement presentato da Steve Van Zandt che legge una lista di canzoni veramente impressionante, ma niente musica e neppure, per fortuna, per i rappers N.W.A.. I Chicago sono presentati da Rob Thomas dei Matchbox Twenty, e poi eseguono tre dei loro classici in modo elegante, anche se manca in parte la verve rock-jazz degli inizi, Saturday In the Park e Does Anybody Really Know What Time Is It? sono delle belle canzoni e l’impianto vocale e strumentale è sempre buono, ma il gruppo si riabilita con una brillante e rockeggiante 25 Or 6 To 4, uno dei riff più famosi del rock di sempre. Non malvagi neppure i Cheap Trick presentati da Kid Rock (?!?), dal vivo sono sempre potenti e il loro rock and roll non manca di divertire, come ai tempi di At Budokan. Gran finale con tutti insieme appassionatamente ad intonare Ain’t That A Shame insieme ai Cheap Trick. Ma Steve Miller che fine ha fatto?

DVD 4 2017. Altra buona annata: si parte con gli ELO, Electric Light Orchestra, la loro versione con archi aggiunti di Roll Over Beethoven è anche un sentito omaggio a Chuck Berry, grazie ad un Jeff Lynne ispirato che poi rispolvera altri due classici come Evil Woman e la beatlesiana Mr. Blue Sky. Il discorso finale è di Dhani Harrison e ad accettare il premio c’è anche Roy Wood. Jackson Browne induce nella RRHOF Joan Baez, che esegue da sola Swing Low Sweet Chariot e poi chiama sul palco Mary Chapin Carpenter e le invecchiate (mi sembra più della Baez) Indigo Girls per le deliziose e delicate Deportee (Plane Wreck At Los Gatos) e The Night They Drove Old Night Dixie Down. Gli Yes, in formazione originale (quasi, manca Chris Squire) ricevono il premio da Geddy Lee (che rimane sul palco con il gruppo) e Alex Lifeson dei Rush: Roundabout è una ottima scelta (e Rick Wakeman è in gran forma, come pure Steve Howe),mentre Owner Of A Lonely Heart, per quanto piacevole, meno riuscita. Snoop Dogg induce Tupac Shakur, senza musica, anche perché non c’è, questa è cattiva lo so. I Journey sono stati una delle band migliori anni ’70-’80, nati da una costola dei Santana, poi con l’innesto di Steve Perry sono diventati più rock FM, ma l’attuale cantante filippino non si può vedere e sentire, anche se gli altri suonano. Per fortuna che nel finale di questo quarto DVD, il più lungo del lotto, arriva David Letterman, più barbuto che mai, ad introdurre i Pearl Jam, che poi ci regalano un trittico dei loro classici, Alive, Given To Fly e una splendida Better Man, cantata da tutto il pubblico.

Il gran finale del 2017 con Rockin’ In The Free World qui sotto, non c’è nel DVD, peccato.

Luci ed ombre, ma nel complesso molti di più i momenti da tesaurizzare. Le “inductions” si possono guardare a parte nel menu, ma le parti solo musicali no. Mistero.

Bruno Conti

Almeno Per I Primi Dieci Anni, Una Grandissima Band! Chicago – VI Decades Live (This Is What We Do)

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Chicago – VI Decades Live (This Is What We Do) – Rhino/Warner 4CD/DVD Box Set

I Chicago, uno dei più longevi gruppi americani (hanno esordito nel 1969 e ci sono ancora adesso), nell’immaginario collettivo sono una band di grande successo commerciale, fautrice di un soft-rock dalle grandi potenzialità radiofoniche ma con scarso interesse artistico. Se questa affermazione può essere condivisibile per il periodo dalla fine degli anni settanta in poi, bisogna però essere onesti ed ammettere che nella prima decade i nostri erano un grande gruppo, un combo decisamente originale e creativo autodefinitosi “rock’n’roll band coi fiati”, anche se il loro suono conteneva elementi jazz, funky, rhythm’n’blues e persino prog, e dal vivo erano una vera potenza. A rimettere le cose a posto arriva questo bellissimo cofanetto VI Decades Live (This Is What We Do), quattro CD più un DVD di performance inedite, che per quattro quinti è incentrato sul primo periodo e dunque decisamente interessante, ed in vari momenti addirittura entusiasmante. L’unica cosa che non capisco è il titolo, una chiara forzatura: ok che è presente almeno una canzone per ogni decade dagli anni sessanta ad oggi, ma se dobbiamo contare gli anni di carriera dall’esordio Chicago Transit Authority (il primo nome della band, poi accorciato per minacce di querela da parte dell’azienda municipale di trasporti della metropoli dell’Illinois), non sono ancora neppure cinquanta.

I Chicago sono dunque un gruppo che, ad una formazione tipicamente rock, ha sempre affiancato e dato largo spazio alla sezione fiati, creando un suono che all’epoca era veramente originale, e ha alimentato la sua fama grazie ad infuocate performances dal vivo: tra i membri fondatori, gli unici ancora nel gruppo sono il tastierista e cantante (ma le voci soliste sono più di una) Robert Lamm ed i fiati di James Pankow, Lee Loughnane e Walter Parazaider, benché tra i componenti storici è d’uopo ricordare almeno il bassista Peter Cetera, il batterista Danny Seraphine e soprattutto lo straordinario chitarrista Terry Kath, scomparso prematuramente nel 1978 in maniera assurda (una sorta di gara di roulette russa o un incidente, non si è mai capito). VI Decades Live comprende parecchi successi dei nostri (manca la comunque non indispensabile Hard To Say I’m Sorry), ma anche diverse canzoni mai apparse prima in live ufficiali del gruppo. I primi due CD contengono il concerto completo del 1970 all’Isola di Wight, uno show strepitoso con i CTA (acronimo del loro nome completo) davvero in stato di grazia, a partire dalla potente Introduction (che nonostante il titolo è una canzone vera e propria), tra rock, funky e jazz, con cambi di ritmo repentini, fiati subito protagonisti e strepitoso finale in crescendo, per poi proseguire con South California Purples, dieci minuti di grandissima musica tra southern, errebi e certe atmosfere free che non mancavano mai, con Kath già sublime alla chitarra.

Ottime anche la fluida e distesa Beginnings, che fa intravedere quel gusto pop che si manifesterà in misura maggiore negli anni a venire, ed il rock-soul annerito di In The Country, suonato in maniera davvero divina (ma anche Does Anybody Really Know What Time It Is, non fosse altro che per la magnifica intro strumentale). Ma il vero sballo è nel secondo CD, ovvero la parte finale del concerto: solo quattro brani, ma quasi cinquanta minuti di musica totali, con due straordinarie It Better End Soon e la mini-suite Ballet For A Girl In Buchannon, che solo loro arrivano a circa mezz’ora, un’esplosione di suoni, ritmo e melodie in libertà dalla forza prorompente (specialmente la seconda delle due, una vera goduria); seguono la nota 25 Or 6 To 4, con il suo famoso riff, ed una stupenda ed infuocata cover di I’m A Man dello Spencer Davis Group. Il terzo dischetto propone otto pezzi suonati tra il 1969 ed il 1977 in varie location, tra i quali due brani da sedici minuti ciascuno: una debordante Liberation (registrata a Parigi), con fiati scatenati ed il resto della band che si produce in assoli a profusione, una jam fantastica con intermezzi anche blues e psichedelici (ed un accenno anche alla Marsigliese), con Kath semplicemente formidabile, ed una straordinaria A Hit By Varèse, altro tour de force, un mezzo capolavoro di musica in libertà tra rock e jazz, suonata alla grandissima e che sarebbe stata degna anche di stare nel repertorio di un gigante come Miles Davis.

Da segnalare pure un’altra 25 Or 6 To 4, perfino meglio di quella a Wight, il jazz-rock caldo e vibrante di Goodbye e la celebre If You Leave Me Now, conosciutissima soft ballad che anticipa la fase più commerciale del gruppo (ed è anche il loro brano di maggior successo). Il quarto CD va dal 1978 fino al 2014, ed è praticamente un’altra band, più patinata e “da classifica”, ma non mancano i momenti di interesse come lo splendido medley (nonostante un synth nel finale) tra la loro Get Away, la solita I’m A Man ed i classici In The Midnight Hour di Wilson Pickett e Knock On Wood di Eddie Floyd, una vigorosa e personale rilettura di In The Mood di Glenn Miller, una Don’t Get Around Much Anymore (Duke Ellington) rifatta in chiave moderna, una versione elettroacustica di Look Away, altro loro grande successo, o ancora la ritmata e funkeggiante Hot Streets, title track di uno dei pochi album del gruppo non “numerati”. Il DVD presenta invece un concerto del 1977 ad Essen, in Germania, messo in onda all’epoca per la famosa serie Rockpalast (e come bonus una What’s This World Comin’ To del 1973), una serata più volte “bootleggata”, anche in versione video, e presentata per la prima volta ufficialmente. Un ottimo concerto, con il gruppo che si presenta in gran forma (e con sgargianti vestiti  tipici dell’epoca), nel quale, accanto a classici del calibro di Ballet For A Girl In Buchannon, A Hit By Varèse e If You Leave Me Now, troviamo pezzi meno esplorati come Anyway You Want, Skin Tight e Scrapbook, ed un finale di fuoco con le immancabili 25 Or 6 To 4, I’m A Man ed un’energica Got To Get You Into My Life dei Beatles.

Che dire ancora? Questo è il classico cofanetto da non perdere, sia che siate dei neofiti (perché c’è il meglio degli anni d’oro dei Chicago, e solo il quarto CD è di livello inferiore), sia per i fans, dato che il materiale è inedito al 100%. E, soprattutto, perché c’è tantissima grande musica.

Marco Verdi

Il Primo “Vero” Live Ufficiale Del Puma? John Mellencamp – Plain Spoken From The Chicago Theatre

john mellencamp plain spoken

John Mellencamp – Plain Spoken From The Chicago Theatre – CD/DVD – CD-Blu-Ray – Eagle Rock/Universal

Il perché del titolo è presto detto: fino ad ora, nella sua lunga carriera, John Mellencamp aveva pubblicato solo due dischi dal vivo, entrambi abbastanza interlocutori, Life, Death, Live And Freedom, un mini album del 2009 con otto brani che erano una sorta di antefatto, benché pubblicato dopo, dell’album Life, Death, Love And Freedom, ed un altro disco dal vivo Trouble No More Live At Town Hall, anche questo incentrato intorno al disco di covers del 2003 Trouble No More, concerto registrato nel 2003 anche se poi il CD è stato pubblicato solo nel 2014. Quindi, esaminando i contenuti dei due dischi dal vivo, risulta che del repertorio classico del cantante dell’Indiana, quello in cui era ancora John Cougar Mellencamp, ci sono solo due brani messi in coda all’album del 2014, Paper In Fire Pink Houses, oltre a Small Town, posta a trequarti del concerto a certificare il suo status di grande performer live. Non è mai stato pubblicato, a livello ufficiale, nulla del periodo d’oro degli anni ’80 (spesso giustamente vituperati, ma sono stati anche gli anni in cui oltre a Mellencamp, anche Bob Seger, Tom Petty. gli U2, in parte Springsteen, e molti altri, che non citiamo per brevità, hanno rilasciato il meglio della loro produzione rock): come gli altri appena ricordati,Springsteen con l’E Street Band, Seger con la Silver Bullet Band, Petty con gli Heartbreakers, anche John Cougar Mellencamp, dalla metà anni ’80 in avanti, aveva un gruppo formidabile, Larry Crane Mike Wanchic alle chitarre, Kenny “Pestaduro” Aronoff alla batteria, John Cascella alle tastiere e fisarmonica, a cui si era aggiunta Lisa Germano al violino, oltre al bassista Toby Myers e alle vocalist Crystal Taliefero Pat Peterson, in pratica la formazione che aveva inciso Lonesome Jubilee e due anni prima, senza voci femminili e la Germano Scarecrow, i due album seminali della carriera del nostro. 

Il punto interrogativo del titolo nasconde in verità un altro quesito: ma dopo tutti questi anni la montagna ha alla fine partorito un topolino? Ovvero, è questo il disco dal vivo che veramente ci aspettavamo? Già il formato è bizzarro; o meglio la sua realizzazione::un CD + DVD, dove la parte video prevede il concerto, ripetuto due volte, in una versione con la “voce narrante” dello stesso Mellencamp posta sopra le immagini del concerto e nell’altra libera, ma entrambe non molto più lunghe della parte audio, che dura “solo” 72 minuti, in pratica nel DVD o Blu-ray in più ci sono i sei-sette minuti del lungo monologo introduttivo posto prima della bellissima Longest Days, proposta in versione acustica e solitaria, in cui il nostro amico ricorda in un aneddoto, in modo tenero e anche divertito, la vecchia nonna, morta a 97 anni nel 2002, e che aveva l’abitudine di non chiamarlo mai John solo Buddy, quella della Grandma’s Theme su Scarecrow. Per rispondere al mio quesito sono comunque andato a vedermi le setlist dei concerti e devo ammettere che ultimamente nei tour del 2016 e 2017 comunque Mellencamp esegue sempre sedici-diciassette brani, ma ogni tanto in passato, come testimoniamo filmati in rete e album non ufficiali, in occasioni speciali, per esempio i concerti in Indiana (penso al Live By Request del 2004, trasmesso in TV o ad un favoloso concerto del tour 1986 a Bloomington con 27 brani in scaletta, tutti e e due oltre le due ore). Forse visto che il concerto di Chicago del 25 ottobre 2016 doveva essere registrato ed inciso, si poteva pensare ad un evento speciale, ma comunque “accontentiamoci” anche se mancano alcuni brani famosi, tipo Jack And Diane, R.O.C.K. In The Usa, Jackie Brown o Crumblin’ Down, ma le altre questa volta, più o meno, ci sono tutte.

Come detto, siamo al Chicago Theatre, è il 25 ottobre del 2016, tour per la promozione di Plain Spoken, ma nel frattempo John Mellencamp ha già preparato anche il nuovo album Sad Clowns & Hillbillies che uscirà poi il 28 aprile del 2017 (e dove, per un poco di sano gossip, appare ai backing vocals la fidanzata dell’epoca, la modella Christie Brinley, ma nel frattempo il nostro, per la serie si lasciano e si ripigliano, parrebbe tornato con Meg Ryan con cui vorrebbe sposarsi se la figlia sarà d’accordo): oltre alle donne, l’altra grande passione del nostro sono le sigarette che, nonostante l’attacco di cuore dei primi anni ’90 e i consigli dei medici, non ha mai abbandonato, in quanto sostiene lo aiutino a creare e mantenere quella voce roca e vissuta tipica dei grandi cantanti di blues e di soul che sono sempre stati i suoi modelli. Ed infatti quando parte il concerto, la prima ripresa lo becca volutamente dietro le quinte mentre si sta fumando l’ennesima sigaretti prima di salire sul palco, dove la band ha già attaccato con vigore l’introduzione di Lawless Time, uno dei brani di Plain Spoken, che ha l’aria spavalda, a cavallo tra blues, country e rock, di alcune canzoni di Dylan da Blonde On Blonde, tipo Rainy Day Women per intenderci, con la sua aria campagnola da festa di paese: nel caso del pezzo di Mellencamp, violino e fisarmonica, ovvero Miriam SturmTroye Kinnett (pure alle tastiere), entrambi molto eleganti, gli uomini tutti con giacca, a parte il batterista Dane Clark, poi entra il Puma, anche lui con giacca, gilet, maglietta bianca e pochette, Fender a tracolla, mentre i due chitarristi, il fedele Mike Wanchic (l’unico della prima ora) e Andy York, entrambi vanno di Gibson, l’importante è che il suono sia solido e vibrante, e anche il bassista John Gunnell (che suona anche il contrabbasso all’occorrenza), così li abbiamo nominati tutti, pompa di gusto sullo strumento. Ottima partenza confermata subito con l’altro brano dall’album del 2014, l’eccellente Troubled Man, che segnala il ritorno alle sonorità di Lonesome Jubilee, con il guizzante violino della Sturm grande protagonista: poi partono subito i classici con un uno-due da sballo, Minutes To Memories Small Town, entrambe da Scarecrow, versioni ricche, avvolgenti e coinvolgenti, come nella migliore tradizione della musica di Cougar, che appare motivato e ben centrato.

Piccola digressione a questo punto: come sapete John Mellencamp è venuto una sola volta in Italia, a Vigevano nel 2011. Se, come me, eravate presenti a quel concerto, dimenticatevelo: per vari motivi era stato una mezza delusione, l’antefatto un filmato in bianco e nero di più di un’ora, visto in piedi nella calca, la scelta del repertorio non felicissima, lui stesso non motivatissimo, hanno fatto sì che non sia stata una serata da ricordare. Anche se, come dimostra questo concerto, poi a ben vedere la durata dei suoi concerti quella è, circa una ora e venti, quindici-sedici-brani, come nel concerto a Chicago, quello che cambia è l’intensità delle esecuzioni, che qui sicuramente non manca, oltre a messe in opera impeccabili, sound eccellente e belle riprese, spesso con primi piani sui protagonisti e stacchi sul pubblico entusiasta. Notevole la versione di Small Town (bello il tocco dell’armonica a bocca e l’immancabile finto finale con ripresa), una delle sue canzoni più importanti e significative, e tra le più eseguite negli anni, come potete andare a verificare qui https://www.setlist.fm/setlists/john-mellencamp-53d6bb81.html , dove trovate tutte le scalette dei suoi concerti, dalle origini ai giorni nostri. A questo punto John Mellencamp si presenta, ce ne fosse bisogno, e prospetta al pubblico quello che si dovranno aspettare nella serata, prima di lanciarsi in una gagliarda versione a tutta slide di Stones In My Passway, il brano di Robert Johnson tratto da Trouble No More, il disco di cover del 2003, pezzo dove John esplica tutta la sua negritudine, con una vocalità sporca e cattiva (di recente ha rivelato che tra i suoi antenati scorreva anche sangue nero). Pop Singer da Big Daddy e Check It Out da Lonesome Jubilee sono altre due perle tratte dal suo songbook, sempre sorrette da quel sound tra rock e radici che ha fatto definire il suo genere blue collar rock, grandi versioni entrambe. Poi c’è l’intermezzo citato prima e l’esecuzione in acustica di Longest Days da Life, Death, Love and Freedom, molto intensa e che precede una inconsueta The Full Catastrophe, solo voce e piano, tratta da Mr. Happy Go Lucky, non certo uno dei dischi più celebri, comunque versione intensa e notturna, tra Randy Newman e Tom Waits, poi Mellencamp (ri)chiama sul palco Carlene Carter, che era stata l’opening act del concerto, ed insieme presentano My Soul’s Got Wings, un brano all’epoca non ancora uscito, tratto da Sad Clowns And Hillbillies, un brano country molto bello, cantato a due voci all’unisono.

E siamo arrivati alla parte finale del concerto, arrivano i pezzi da novanta del repertorio,  quelli del periodo in cui si faceva chiamare John Cougar Mellencamp, tutti in serie, uno più bello dell’altro, si susseguono una potente Rain On The Scarecrow, preceduta da una Overture strumentale, solo per violino e fisarmonica, mentre poi il brano esplode in tutta la sua carica rock, canzone ed album che segnarono anche l’inizio del suo impegno con Farm Aid, batteria pestata di gusto, chitarre a manetta e un brano che non risente dell’usura del tempo e rimane fenomenale; fantastica anche una bluesata Paper In Fire, con chitarre fiammeggianti e trascinante e combattiva come sempre Authority Song, con un riff e un ritornello indimenticabili. E a proposito di riff e ritornelli, con chitarre e batteria di nuovo impazzite, un altro brano che non scherza è Pink Houses, un vero inno rock che fa cantare e ballare tutto il pubblico presente, grazie ad una frase musicale da cantare coralmente, che è una delle più riuscite dell’intera opera del cantante dell’Indiana e della storia del rock americano. Che saluta infine il pubblico con un altro dei suoi cavalli di battaglia Cherry Bomb, altro brano da manuale del rock e in cui Mellencamp lascia un verso anche al vecchio amico Mike Wanchic. Una mezz’oretta in più e sarebbe stato un disco dal vivo da antologia, ma comunque pure così, ottimo ed abbondante, uno dei migliori dischi rock dal vivo dell’anno

Bruno Conti