Più Rock Che Blues Nonostante Il Titolo, Comunque Sempre Una Garanzia, Anche In Quarantena. Mike Zito – Quarantine Blues

mike zito quarantine blues

Mike Zito – Quarantine Blues – Gulf Coast Records

Quando qualche mese fa, durante il viaggio aereo di ritorno dal tour europeo annullato per le note vicende del virus, Mike Zito si è trovato a pensare cosa fare durante il lungo periodo di pausa, ha deciso all’impronta di registrare un nuovo album da “regalare” ai suoi fans, con l’avvertenza che chi voleva poteva fare anche una donazione per aiutare a livello economico sia i membri della band, come lo stesso Mike, e anche i loro familiari. La campagna come ho visto sul sito è andata bene, ha raggiunto gli obiettivi prefissati e ha permesso anche di finanziare i costi della registrazione dell’album. Per quanto Zito abbia uno studio di registrazione casalingo ed anche una etichetta personale, la Gulf Coast Records, per la quale di recente ha rilasciato l’eccellente CD dal vivo di Albert Castiglia https://discoclub.myblog.it/2020/05/09/un-album-dal-vivo-veramente-selvaggio-albert-castiglia-wild-and-free/ . Per la serie una ne pensa e cento ne fa (come Joe Bonamassa), il nostro amico ha prodotto anche il nuovo album di Tyler Morris https://discoclub.myblog.it/2020/05/03/un-irruento-fulmine-di-guerra-della-chitarra-anche-troppo-tyler-morris-living-in-the-shadows/ , senza dimenticare quello dei Proven Ones https://discoclub.myblog.it/2020/06/16/una-nuova-band-strepitosa-tra-le-migliori-attualmente-in-circolazione-the-proven-ones-you-aint-done/ , e con i nuovi della Mark May Band e dei Lousiana’s Le Roux annunciati in uscita a breve.

Anche se Zito, come si evince da quanto detto finora, è uno che di solito comunque pianifica con precisione il suo lavoro, per Quarantine Blues ha fatto una eccezione, della serie del disco “cotto e mangiato”, o meglio registrato e pubblicato immediatamente. Ne parliamo sia perché merita, ma anche perché alla fine è stato deciso di pubblicare anche il CD fisico (a pagamento questa volta) e quindi chi non lo aveva scaricato gratuitamente, e non so se lo si trova ancora in questa modalità, e per chi è comunque un fan dei prodotti “fisici”, pur con le difficoltà di reperibilità e i costi di spedizione non a buon mercato per chi non abita negli States, può andarne alla ricerca.

Nonostante il titolo lasci presagire un disco blues, Mike Zito e i membri della sua band abituale, Matt Johnson, Doug Byrkit e il tastierista Lewis Stephens, hanno deciso di optare per un sound più rock, diciamo decisamente ruspante, al limite del “tamarro” a tratti: in effetti è stato coinvolto anche Tracii Guns, degli L.A. Guns , una band che diciamo non ha mai brillato per raffinatezza, e Don’t Touch Me, il duetto con lui, ricorda molto l’hair metal anni ‘80, con chitarre a manetta e ritmi granitici. Per fortuna il resto del disco è decisamente meglio, l’iniziale Don’t Let The World Get You Down, oltre ad essere una dichiarazione di intenti, è un gagliardo pezzo rock, dove si gusta la voce sempre inconfondibile e vissuta di Mike, mentre Stephens va di organo con grande libidine e i riff e gli assoli di chitarra si sprecano in un pezzo dal sapore rootsy.

Looking Out This Window, anche con uso di chitarre acustiche, al di là di un ritmo marziale rimanda alle solite influenze del nostro, gli amati John Fogerty e Bob Seger, mentre comunque almeno nella title track non può mancare ovviamente un turbolento blues dove Zito va di slide con grande impeto e anche Walking The Street è un ulteriore ottimo esempio del rock sudista del musicista di Saint Louis, che in questo ambito è sempre uno dei migliori in circolazione, con chitarre ruggenti e grande grinta https://www.youtube.com/watch?v=ssuqep-YXUw . Grinta e sonorità poderose che non mancano neppure in Dark Raven dove le influenze del suono dei Led Zeppelin sono evidenti, dalla scansione ritmica che fa molto John Bonham, alle folate di chitarra che si ispirano molto a quelle di Dazed And Confused, con un assolo, anche con chitarre raddoppiate, veramente vibrante; pure Dust Up ha un riff immediato e una struttura sonora che profuma di rock and roll d’altri tempi, con continui rilanci della solista https://www.youtube.com/watch?v=xvuSQ0WyhWM .

E se rock deve essere anche Call Of The Wild non prende prigionieri, con Zito e soci che ci danno dentro di brutto, e pure After The Storm ricorda il miglior hard rock targato anni ‘70, quello di Free e Bad Company per intenderci, potenza ma anche classe e “raffinatezza” nel lavoro della chitarra. Hurts My Heart non molla la presa, se amavate il Bob Seger rocker dei suoi anni d’oro qui c’è trippa per gatti, lasciando alla conclusiva What It Used To Be il compito di illustrare il lato più intimista del nostro texano adottivo preferito, una bellissima ballata acustica, solo voce e chitarra, con rimandi al folk, al country, persino al flamenco https://www.youtube.com/watch?v=3xApY4MLtLA . Mike Zito insomma è sempre una garanzia, anche in quarantena.

Bruno Conti

Replay: Anche Uno Dei Nostri Texani Preferiti Ha Deciso Di Alleviarci La Quarantena, Ora Anche In CD. Joe Ely – Love In The Midst Of Mayhem

joe ely love in the midst of mayhem

*NDB Ne avevamo parlato a fine aprile in piena pandemia quando l’abum era disponibile solo per il download, ora, da ieri 3 luglio, è stato stampato anche in CD, sia pure non di facilissima reperibilità, in quanto è distribuito sul sito dell’etichetta personale del musicista texano, per cui vi ripropongo la recensione di allora.

Joe Ely – Love In The Midst Of Mayhem – Rack’em Records Download e CD

Joe Ely, grandissimo singer-songwriter-rocker di Amarillo, Texas, ha parecchio diradato la pubblicazione di nuova musica nelle ultime decadi: il buon Panhandle Rambler è ormai di cinque anni or sono https://discoclub.myblog.it/2015/10/09/il-ritorno-dei-grandi-texani-joe-ely-panhandle-rambler/ , ed il precedente Satisfied At Last (per chi scrive il suo miglior lavoro del nuovo millennio) è datato 2011 https://discoclub.myblog.it/2011/06/26/alla-fine-soddisfatti-joe-ely-satisfied-at-last/ . Joe però è sempre stato un artista molto sensibile, e ha quindi pensato (con ragione) di far cosa gradita ai suoi fans pubblicando a sorpresa un nuovo album per cercare di alleviare questo lungo periodo di lockdown. Ma se, per esempio, nel caso di Phish, Laura Marling, Dream Syndicate e X (nonché il nuovo singolo dei Rolling Stones) sono usciti per lo streaming lavori che hanno anticipato future uscite “fisiche” già programmate (sicure nei casi di Syndicate e X, auspicabile in quello dei Phish), Love In The Midst Of Mayhem è un vero e proprio “instant record” che Joe ha inciso e pubblicato in brevissimo tempo, sfruttando dieci brani scritti in passato ma che per una ragione o per l’altra non avevano mai trovato una collocazione nei suoi dischi (NDM: in questo caso il CD dovrebbe comunque uscire, pare a fine Maggio, poi rivelatosi inizio luglio).

Il titolo del lavoro d’altronde dice tutto, “Amore Nel Mezzo Del Caos”, dove la parola chiave, evidenziata anche in copertina, è proprio “amore”: Ely ha infatti scelto i brani seguendo proprio il tema del sentimento più nobile ma non limitandosi al solo amore uomo-donna, bensì includendo anche quello per il prossimo, che comprende anche compassione e carità, e per le piccole cose della nostra quotidianità. Quando ho letto dell’esistenza di questo album registrato in quattro e quattr’otto ho inizialmente pensato ad un lavoro acustico voce e chitarra, ma invece Joe mi ha stupito in quanto Love In The Midst Of Mayhem è inciso con l’ausilio di ben tre chitarristi (Mitch Watkins, Rob Gjersoe e Bradley Kopp), quattro bassisti (Roscoe Beck, Gary Herman, Jimmy Pettit ed il vecchio pard Glen Fukunaga), due tastieristi (Bill Ginn ed il fuoriclasse Reese Wynans), quattro batteristi (Davis McClarty, Pat Manske, Steve Meador e lo stesso Joe), per finire con la splendida fisarmonica di Joel Guzman, grande protagonista in almeno metà dei brani.

L’album si rivela intenso e riuscito già dal primo ascolto, con un Joe Ely molto più cantautore e balladeer che rocker, ed un dosaggio molto parco dei pur numerosi musicisti: canzoni profonde, forti ed appassionate nonostante il mood interiore, che tutte insieme non sembrano affatto degli “scarti” ma brani di prima scelta, anche se, devo essere sincero, un paio di sventagliate elettriche in più le avrei oltremodo gradite. L’album inizia con il messaggio di speranza di Soon All Your Sorrows Be Gone, una ballata acustica con la voce del nostro che non ha perso nulla in bellezza ed espressività nonostante gli ormai 73 anni d’età: solo Joe e la sua chitarra per un minuto e mezzo, poi entra una seconda voce e la splendida fisa di Guzman ed il brano si anima all’improvviso spostandosi idealmente al confine col Messico. Garden Of Manhattan è sempre un lento ma questa volta elettrico e full band, con Ely che declama una melodia decisamente bella e toccante tipica delle sue, ed il gruppo che inizialmente lo segue con passo felpato fino al refrain, nel quale chitarre e sezione ritmica alzano i toni.

A Man And His Dog è una deliziosa folk song di stampo bucolico e dal motivo subito coinvolgente, ancora con la fisarmonica a ricamare sullo sfondo ed un accompagnamento in punta di dita: Joe ha scritto decine di canzoni come questa, ma ogni volta è sempre un piacere nuovo; There’s Never Been è uno slow pianistico intenso e profondo, con un background elettrico ed un crescendo melodico di sicuro impatto al quale partecipa nuovamente anche il buon Guzman: uno dei pezzi più riusciti del disco (pardon, download). Il pianoforte è protagonista anche nella toccante Your Eyes, un brano che conferma l’approccio introspettivo di Joe, meno rock’n’roller e più songwriter: eppure anche qui il pathos è a livelli alti, e riuscirci con l’uso esclusivo di voce, piano ed un paio di chitarre e prerogativa dei grandi; la breve All You Are Love è un altro delicato “pastiche” acustico.

Cry una rock ballad nella quale la backing band al completo fornisce un tappeto sonoro solido e compatto (con uno dei rari assoli chitarristici del lavoro), mentre Don’t Worry About It è un lento avvolgente ad ampio respiro, dalla musicalità molto fluida e perfetto da ascoltare in una bella giornata all’aperto (magari quando ricominceremo ad uscire con regolarità). L’album si chiude con You Can Rely On Me, soave ballata elettroacustica dal leggero sapore country, e con gli intensi cinque minuti della suggestiva Glare Of Glory, ottima ballata rock con tanto di organo farfisa, chitarre in bella evidenza ed una lunga coda strumentale di notevole impatto. Probabilmente i posteri indicheranno Love In The Midst Of Mayhem come un lavoro minore nella discografia di Joe Ely (e di certo uno di quelli in cui la parola “rock” c’entra meno), ma in questo momento difficile è esattamente quello che ci serve.

Marco Verdi

Vent’Anni E Non Sentirli: Torna Un Album Classico, Più Bello Che Mai! B.B. King & Eric Clapton – Riding With The King (20th Anniversary Edition Expanded & Remastered)

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B.B. King & Eric Clapton – Riding With The King (20th Anniversary Edition Expanded & Remastered) – Reprise/Warner

Quando Riley “Blues Boy” King e Eric “Slowhand” Clapton si sono incontrati per la prima volta su un palco era il 1967, al Cafe Au Go Go di NYC, l’attrazione era B.B. King e Clapton suonava ancora con i Cream. Poi Eric, che era comunque un ammiratore di B.B. King, ha rivolto le sue attenzioni più verso gli altri King, Albert e soprattutto Freddie. In ogni caso i due non avevano mai inciso nulla insieme, almeno fino al 1997 per il disco di duetti di B.B. King Deuces Wild, nel quale avevano incrociato le chitarre in una gagliarda Rock Me Baby. I due da allora sono rimasti in contatto e Manolenta avrebbe poi più volte invitato King ai suoi Crossroads Guitar Festival, nel 2004, 2007 e 2010. Ma nel frattempo, nel 1999, i due erano riusciti a far coincidere i loro impegni per incidere un album assieme: doveva essere un album di Eric Clapton, con B.B. King come ospite, ma poi il musicista inglese, accompagnato dalla propria band, e con l’aiuto del suo produttore abituale Simon Climie, ha deciso di mettere fortemente al centro dell’attenzione la voce e la chitarra solista del musicista di Indianola, per cui la coppia si divise equamente i compiti, spesso all’interno dello stesso brano, a parte in due canzoni cantate dal solo B.B., Ten Long Years, il classico lentone firmato Taub/King, dove Eric è alla slide, e in When My Heart Beats Like a Hammer, sempre della stessa accoppiata, altro slow micidiale, con King sempre in forma Deluxe, come peraltro in tutto l’album.

Joe Sample al piano è fenomenale, ed eccellente la sezione ritmica con Nathan East al basso e Jim Keltner alla batteria, Doyle Bramhall II e Andy Fairwather Low sono spesso e volentieri la terza e la quarta chitarra, le sorelle Melvoin, Wendy e Susannah, sono le coriste in sei brani, mentre Tim Carmon è il bravissimo organista in tutto l’album e Jimmie Vaughan aggiunge la sua solista in Help The Poor, un brano firmato da Charles Singleton, spesso autore per il King, ma che rimarrà negli annali della musica soprattutto per avere scritto il testo di Strangers In The Night per Frank Sinatra, fine della digressione. Ma se avete già l’album, come immagino sia il caso (se no rimediate subito), quello che risalta è la qualità sopraffina delle esecuzioni, il suono magnifico, ancora migliorato dalla rimasterizzazione per la nuova edizione del ventennale, e l’intesa quasi telepatica tra i due grandi musicisti: i brani si susseguono splendidamente, dalla travolgente Riding With The King, un brano di John Hiatt, che sull’album del 1983 in cui era contenuto sembrava un brano solo normale, ma che nel testo rielaborato da Hiatt per l’occasione, e nella nuova versione della accoppiata Clapton/King diventa perfetto, con i due che si scambiano versi e licks di chitarra in modo fantastico, con le coriste e tutta la band in grande spolvero.

Le canzoni dovreste conoscerle a memoria, sempre se possedete l’album, ma ricordiamole ancora una volta: le due di King le ho appena citate, poi troviamo una acustica, ma con sezione ritmica, Key To The Highway di Big Bill Broonzy, rigorosa ma calda e vibrante. La funky, benché ben strutturata, Marry You, un pezzo R&B nuovo scritto per l’occasione da Bramhall II, Susannah Melvoin e Craig Ross, con un wah-wah che incombe sullo sfondo e un bel assolo di Eric, Three O’Clock Blues di Lowell Fulson è stato uno dei primi successi di King a inizio anni ‘50, il brano più lungo del disco, con i due che “soffrono”, come si conviene nelle 12 battute, in un altro lento di grande intensità dove gli assoli volano altissimi, tra le cose migliori di un disco che comunque si ascolta tutto di un fiato. I Wanna Be di Bramhall e Charlie Sexton, è un altro dei brani scritti appositamente per l’occasione, un sano errebì dove si gusta la sempre potente voce di King, che all’epoca era ancora in pieno controllo delle sue capacità straordinarie di cantante, e anche come chitarrista non scherzava, mentre Worried Life Blues di Big Maceo Merriweather è uno dei cavalli di battaglia di entrambi, se poi li mettiamo assieme si gode ancora di più, pur se in una versione intima e di nuovo rigorosa, ragazzi in fondo parliamo di Blues.

Days Of Old è un’altra canzone della premiata ditta King/Taub, un brano del 1958, quando il blues di B.B. King andava ancora alla grande di swing e Riley e Eric ci danno dentro di brutto anche in questa versione, prima di tuffarsi a capofitto in uno dei capisaldi del suono Stax, la celeberrima Hold On I’m Coming di Sam & Dave, rallentata ad arte per l’occasione, in una versione scandita, che però si anima in un crescendo fantasmagorico, prima di esplodere in una serie finale di assoli devastanti delle due chitarre. In chiusura troviamo Come Rain Or Come Shine uno dei classici assoluti degli standard della canzone americana, a firma Arlen e Mercer, un pezzo raffinatissimo dove, per quanti progressi abbia fatto Clapton come cantante, B.B. King se lo mangia con una prestazione sontuosa, prima di accarezzare Lucille e non so se la chitarra di Eric abbia un nome, ma anche lui la accarezza, Arif Mardin arrangia la parte orchestrale.

Se già non siete convinti, non avendo ancora il CD, nella nuova versione targata 2020 sono state aggiunte due bonus tracks per tentare anche chi il disco lo aveva già comprato all’epoca: una delicata e ricercata versione di Rollin’ And Tumblin’, sempre sulla falsariga degli altri brani elettroacustici presenti in Riding With The King, brano di cui Clapton ha postato un video sul proprio canale YouTube, e una versione impetuosa di uno dei classici assoluti del blues, quella Let Me Love You scritta da Willie Dixon che fa parte del repertorio dei più grandi bluesmen della storia, soprattutto chitarrist e la versione di Mr. B.B. King francamente non poteva mancare, oltre a tutto con Eric Clapton che lo spalleggia alla grande. Il disco vinse anche il Grammy nel 2001, arrivando al 3° posto nelle classifiche Usa e vendendo circa 5 milioni di copie in tutto il mondo.

Ristampa Blues dell’anno? Mi sa tanto di sì!

Bruno Conti

Una Splendida Celebrazione Di Un Grande Cantautore. Eric Andersen – Woodstock Under The Stars

eric andersen woodstock under the stars

Eric Andersen – Woodstock Under The Stars – Y&T 3CD

La storia della letteratura è piena di opere che narrano storie di personaggi il cui obiettivo ultimo è il ritorno a casa, dall’Odissea di Omero al Fu Mattia Pascal di Pirandello; anche un filosofo del calibro di Georg Friedrich von Hardenberg, più conosciuto come Novalis, scrisse una volta che “la filosofia è propriamente nostalgia, un impulso ad essere a casa propria ovunque”, citando non a caso la parola “nostalgia” che deriva dalle parole greche “nostos”, ritorno a casa, e “algos”, dolore. L’album di cui mi occupo oggi nasce in parte anche da questa nostalgia di casa e dall’obiettivo, più o meno inconscio, del farvi ritorno. Durante la sua lunga carriera iniziata negli anni sessanta Eric Andersen ha girovagato parecchio, arrivando per un certo periodo a vivere anche in Olanda, e solo in tempi recenti è tornato ad abitare a Woodstock, un posto da lui giudicato magico e fonte di continua ispirazione, con un’atmosfera capace di favorire la palingenesi artistica di chiunque, nonostante la scena musicale odierna della cittadina che sorge nello stato di New York non sia ceramente paragonabile a quella della seconda metà dei sixties.

Andersen ha dunque pensato di omaggiare il suo luogo di residenza pubblicando questo splendido triplo CD intitolato Woodstock Under The Stars, contenente una lunga serie di brani registrati perlopiù dal vivo nel periodo dal 2001 al 2011 in vari locali appunto di Woodstock, con l’aggiunta di due tracce risalenti al 1991 che sono anche le uniche che provengono da un’altra location. Un triplo album bellissimo, che oltre ad omaggiare la famosa cittadina del titolo è anche un regalo ai fans del grande cantautore di Pittsburgh (regalo si fa per dire, dato che il costo si aggira sui 40 euro), in quanto il 98% del materiale incluso è assolutamente inedito pur riguardando canzoni già note del songbook di Eric. Se aggiungiamo il fatto che l’incisione è praticamente perfetta, che le performance sono contraddistinte da un feeling molto alto e che tra i musicisti coinvolti abbiamo Garth Hudson e Rick Danko della Band, John Sebastian (ex leader dei Lovin’ Spoonful), i fratelli Happy ed Artie Traum e l’ex Hooters Eric Bazilian (oltre al fatto che le canzoni tendono dal bello allo splendido), l’acquisto di Woodstock Under The Stars è praticamente obbligatorio. Il primo CD comprende brani incisi live tra il 2001, 2003, 2004 e 2006, quindici canzoni tra le quali non mancano classici del grande folksinger (Wind And Sand, Violets Of Dawn, Blue River) uniti a pezzi magari meno noti ma di uguale bellezza, come la strepitosa Rain Falls Down In Amsterdam, la toccante Sudden Love, il puro folk della fulgida Lie With Me, la splendida Belgian Bar e la dylaniana Salt On Your Skin, ballata di notevole intensità. Ma potrei tranquillamente citarle tutte.

Ci sono anche due brani incisi in studio: una raffinata e limpida versione aggiornata di Liza Light The Candle, originariamente del 1975, ed una cover del classico di Fred Neil The Dolphins, uno dei soli tre pezzi già pubblicati ufficialmente essendo uscito nel 2018 all’interno di un album tributo allo stesso Neil; come bonus abbiamo le altre due canzoni già uscite in passato (nell’album One More Shot), e cioè due straordinarie riletture di Blue River e Come Runnin’ Like A Friend con Andersen insieme a Danko e Jonas Fjeld, registrate live in Norvegia nel 1991. Il secondo e terzo dischetto presentano 21 canzoni provenienti da un concerto (ovviamente ancora a Woodstock) del 2011 mandato in webcast, con Eric accompagnato da una band che comprende i già citati Happy Traum (chitarra e banjo) e John Sebastian (armonica), Joe Flood (violino e mandolino) e la moglie Inge Andersen alle armonie vocali. Ci sono tre pezzi in cui non è Eric a cantare, ma rispettivamente Traum (Buckets Of Rain, di Bob Dylan), Flood (Niagara) ed Inge (Betrayal, canzone decisamente bella scritta da lei), il resto è tutta farina del suo sacco: non mancano ovviamente brani che erano presenti anche nel primo CD (ma chiaramente in versione diversa dato che provengono da un altro concerto), specie nel finale, ma molte altre canzoni di grande bellezza come Dance Of Love And Death, Singin’ Man, Mary I’m Comin’ Back Home (uno splendore), Woman She Was Gentle e le trascinanti Before Everything Changed e Close The Door Lightly, per concludere con una struggente rilettura del superclassico Thirsty Boots.

Woodstock Under The Stars è quindi un’opera praticamente irrinunciabile per gli estimatori di Eric Andersen e nondimeno allettante per chiunque abbia a cuore qualunque espressione di songwriting di classe.

Marco Verdi

Non Avrei Mai Pensato Che Un Giorno Lo Avrei Recensito! Neil Young – Homegrown

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Neil Young – Homegrown – Reprise/Warner CD

A volte il destino è strano: finalmente ti decidi a far uscire ufficialmente un disco che hai nei cassetti da 45 anni e che è forse il principale desiderio nascosto (ma neanche troppo) dei tuoi fans, e con tutte le date a disposizione vai a scegliere quella in cui Bob Dylan pubblica il suo primo album di canzoni nuove in otto anni, ed uno dei suoi migliori delle ultime due decadi. Ma, facezie a parte, un po’ ancora non ci credo che sono qui a parlarvi di Homegrown, album registrato da Neil Young tra il 1974 ed il 1975 che in origine doveva rappresentare una sorta di seguito di Harvest, ma che poi è stato lasciato da parte diventando uno dei maggiori oggetti del desiderio da parte degli estimatori del musicista canadese (nonché il più celebre dei suoi LP “unreleased”, un elenco che comprende titoli come Chrome Dreams, Island In The Sea, Oceanside/Countryside, la prima versione di Old Ways e Toast, mentre Hitchhiker come sapete è stato pubblicato nel 2017).

La storia è abbastanza nota: Homegrown, un disco elettroacustico tra rock, country e folk realizzato tenendo presenti le sonorità di Harvest, era bello che pronto per uscire (c’era anche la copertina, che poi è la stessa dell’edizione odierna), ma un Neil Young ancora scosso per la perdita degli amici Danny Whitten e Bruce Berry ebbe il colpo di grazia a causa del naufragare della sua relazione con l’attrice Carry Snodgress, con cui aveva una relazione dal 1971 dalla quale era nato il piccolo Zeke (affetto tra l’altro da paralisi cerebrale): la cosa fece cadere il nostro in una profonda depressione che lo convinse a cancellare l’uscita di Homegrown a favore del cupo Tonight’s The Night. Negli anni seguenti Neil ha poi pubblicato alcuni pezzi pensati per quel disco, alcuni potenziati, altri completamente rifatti, altri ancora lasciati così com’erano, ma di Homegrown più nessuna traccia nonostante la notizia di una pubblicazione imminente, poi puntualmente smentita, verrà data più volte nelle decadi a venire. Ora però è la volta buona (anche se un altro ritardo di due mesi c’è stato, ma stavolta per il coronavirus), e Homegrown è finalmente una realtà, ed esattamente con la tracklist pensata all’epoca: sono stati quindi lasciati nei cassetti diversi altri titoli, alcuni noti in quanto già presenti nella discografia younghiana (Pardon My Heart, Deep Forbidden Lake, The Old Homestead), altri più oscuri nonostante Neil negli anni li abbia occasionalmente suonati dal vivo (Love/Art Blues, Homefires, Mediterranean, Frozen Man, Daughters, Barefoot Floors).

Risentito oggi Homegrown non ha perso nulla delle sue qualità: è infatti un disco bello, intenso e tipico del Neil Young mid-seventies, con momenti di profonda malinconia alternati a potenti svisate elettriche. Non è forse il capolavoro che la leggenda narrava, in quanto sia Harvest che Zuma e forse anche On The Beach e Tonight’s The Night sono superiori, ma teniamo presente che lo standard qualitativo del Bisonte in quegli anni era incredibilmente alto. Tra i sessionmen presenti nelle varie canzoni ci sono vecchie conoscenze (Ben Keith alla steel, Tim Drummond al basso e Karl T. Himmel alla batteria) ma anche alcuni ospiti di vaglia, come il pianista Stan Szelest e soprattutto i “The Band Boys” Robbie Robertson e Levon Helm e la voce di Emmylou Harris. Tre dei dodici pezzi totali sono pubblicati nelle versioni già note (le splendide Love Is A Rose e Star Of Bethlehem, presenti sull’antologia Decade, e la discreta Little Wing che nel 1980 aprirà l’album Hawks And Doves), mentre due brani che in seguito verranno reincisi qui sono nella prima stesura: l’energica e roccata title track, bella versione con Keith alla slide e forse migliore di quella rifatta coi Crazy Horse per American Stars’n’Bars, e White Line (che Neil pubblicherà addirittura nel 1991 su Ragged Glory sempre con il Cavallo Pazzo), ottima anche in questa resa a due chitarre con Young e Robertson come soli musicisti presenti. I brani “nuovi” iniziano con Separate Ways (che comunque il nostro ha suonato diverse volte dal vivo), una notevole ballata country-rock elettroacustica caratterizzata dalla bella steel di Keith e dal tipico drumming di Helm: la parte vocale, anche se non particolarmente rifinita, è incisiva grazie anche alla solida melodia.

Try è una delicata country ballad (acustica, ma full band) sullo stile di Harvest, con pochi ma calibrati strumenti ed un bellissimo ritornello reso ancora più prezioso dalla steel e dall’intervento vocale della Harris; la malinconica Mexico vede Neil da solo al piano per un breve e tenue brano dalla musicalità quasi fragile, a differenza di Florida che non è una canzone ma una conversazione di Young con Keith e sottofondo di…bicchieri di vino (!): l’avrei lasciata volentieri in un cassetto. Bella la gentile ed intensa Kansas, solo voce, chitarra ed armonica, mentre We Don’t Smoke It No More è un blues cadenzato e pianistico con aggiunta di slide, un pezzo strepitoso e coinvolgente nonostante Neil non sia propriamente un bluesman: singolare poi che la voce entri solo dopo quasi due minuti e mezzo. L’ultimo dei brani inediti è anche uno dei migliori: Vacancy è infatti una notevole rock song elettrica e potente dal motivo diretto, un pezzo che è la quintessenza di Young e che non capisco come possa essere rimasto da parte fino ad oggi. Homegrown non sarà dunque quel masterpiece di cui si è a lungo favoleggiato, ma è di sicuro un disco che tende dal buono all’ottimo e che rappresenta alla perfezione il Neil Young della metà degli anni settanta.

E comunque dopo aver aspettato 45 anni il minimo che si possa fare è non farselo sfuggire.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: L’Aria Di Casa Fa Sempre Bene! Bruce Springsteen & The E Street Band – Brendan Byrne Arena 1981

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Brendan Byrne Arena 1981 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Mi rendo conto che non è facile avere a che fare ogni mese con un album dal vivo di Bruce Springsteen e dover trovare nuovi aggettivi per descriverlo, dato che stiamo parlando del miglior performer di musica rock sulla faccia della terra e poi perché chi cura i suoi archivi live cerca sempre di scegliere per il meglio. A fianco quindi di concerti universalmente riconosciuti storici come Roxy 1975 oppure Agora Ballroom e Passaic 1978 spesso vediamo spuntare serate magari non così famose ma ugualmente spettacolari: è il caso per esempio della penultima uscita, Gothenburg 2012, show al quale nella recensione avevo attribuito un ipotetico punteggio di cinque stelle. Ebbene, a conferma che tutto è relativo, se al concerto in terra svedese di otto anni fa ho dato il massimo, per la performance di cui mi accingo a scrivere di stelle dovrei darne sei o sette.

Stiamo parlando infatti di una serata della tournée di The River del 1981 (il 9 luglio) alla Brendan Byrne Arena di East Rutherford in New Jersey, quindi il miglior tour di sempre del Boss (*NDB Confermo, io ero presente alla data all’Hallenstadion di Zurigo dell’11 aprile) assieme a quello del 1978, in una location “casalinga” nella quale il nostro è sempre stato portato a dare qualcosa di più. Il concerto, poco meno di tre ore, è quanto di più vicino ci sia alla perfezione, con il nostro e la sua E Street Band che riescono a mantenere la performance su livelli di assoluta eccellenza dalla prima all’ultima canzone ed una scaletta decisamente spostata sul lato rock’n’roll, anche se quando è il turno delle ballate i brividi e la pelle d’oca si sprecano. Già l’inizio, con una delle migliori Thunder Road mai sentite, è commovente (ci si può commuovere fin dalla prima canzone? In un concerto di Springsteen sì), ma poi abbiamo un uno-due al fulmicotone con Prove It All Night (grande assolo di chitarra) e The Ties That Bind, seguite dalla sempre splendida Darkness On The Edge Of Town. Dopo una versione quasi a cappella di Follow That Dream di Elvis ed una struggente Independence Day con tanto di dedica da parte di Bruce a suo padre, abbiamo due scintillanti Two Hearts e The Promised Land seguite da una folkeggiante e lenta ripresa dell’inno americano non ufficiale This Land Is Your Land, preceduto da un’invettiva del nostro verso un idiota del pubblico che ha fatto scoppiare un petardo (“Se lo individuate, buttatelo fuori a calci”) e dal capolavoro The River.

Dopo una maestosa Trapped di Jimmy Cliff ecco il momento più rock’n’roll della serata, con una sequenza da lasciare senza fiato che vede una dopo l’altra Out In The Street, Badlands, You Can Look (But You Better Not Touch), Cadillac Ranch e Sherry Darling. Dopo il consueto singalong di Hungry Heart Bruce dà il colpo di grazia al pubblico, invitando sul palco Gary U.S. Bonds e cantando con lui la travolgente Jole Blon e lasciandogli il microfono per una scoppiettante This Little Girl (brano scritto dal Boss). Ancora due toccanti ballate (l’inedita Johnny Bye-Bye e Racing In The Street) subito doppiate da due esplosive riletture di Ramrod e Rosalita; i bis, oltre ad una immancabile Born To Run, ci regalano due favolose versioni di Jersey Girl di Tom Waits (che il nostro non manca mai di eseguire quando si esibisce nel suo stato di nascita) e di Jungleland, che vede la solita prestazione strepitosa di Roy Bittan. Il finale, con un eccezionale Detroit Medley di un quarto d’ora, riesce a stendere i pochi spettatori ancora in piedi.

Altro concerto imperdibile quindi (cominciano ad essere tanti): il prossimo episodio dovrebbe farci tirare un po’ il fiato, in quanto vedrà Bruce sul palco come protagonista solitario in una serata svedese del 2005.

Marco Verdi

Per La Gioia Degli Appassionati Della Chitarra, Se Riescono A Trovarlo. David Grissom – Trio Live 2020

david grissom trio live 2020

David Grissom – Trio Live 2020 – Wide Lode Signed CD/Download

Credo che il termine di “gregario di lusso” sia perfetto per David Grissom: nato a Louisville, Kentucky, ma dagli anni ‘80 texano di adozione, dove a Austin ha tuttora la sua base, il nostro amico è un chitarrista superbo che ha costruito la sua reputazione soprattutto per il fatto di avere militato nelle band di Joe Ely prima e da fine ‘80, inizio anni ‘90 con John Mellencamp, con il quale ha registrato i dischi da Big Daddy a Human Wheels, nel quale la sua prestazione è stata fantastica. Ma nel corso degli anni, in centinaia di collaborazioni, ha suonato con chiunque: James McMurtry, Lou Ann Barton (prima di Ely), Darden Smith, John Mayall, Robben Ford, Allman Brothers Band, Buddy Guy, le Dixie Chicks, potremmo andare avanti per ore e troveremmo molti dei nostri musicisti preferiti ai quali Grissom ha prestato la sua chitarra.

Negli anni ‘90 ha anche tentato la strada del suo gruppo personale, gli Storyville, insieme al cantante Malford Milligan e la sezione ritmica di SRV, Shannon e Layton. autori di due album che sulla carta promettevano moltissimo, ma si sono rivelati “solo” buoni; ne ha fatti anche quattro come solista negli anni 2000, forse nessuno all’altezza della sua fama, pubblicati dalla etichetta personale Wide Lode, con un misto di materiale in studio e dal vivo, e spesso con forte presenza di brani strumentali, visto che tra i suoi pregi pare non ci sia anche quello di essere un buon cantante. Anche questo Trio Live 2020, registrato in tre serate del martedì al Saxon Pub di Austin, prima della partenza della pandemia, è un disco strumentale (con l’eccezione di due pezzi), registrato con i collaboratori abituali Bryan Austin alla batteria, e Chris Maresh e Glenn Fukunaga che si alternano al basso.

Come forse molti sanno David gira anche il mondo come dimostratore del modello personale DGT delle chitarre PRS (Paul Reed Smith), che ci permettono di ascoltare uno dei virtuosi assoluti dello strumento anche a livello di timbri e tonalità: nel CD, che però è venduto solo direttamente solo sul suo sito, in versione autografata, non costa poco ed è comunque di difficile reperibilità, visto che non viene spedito fuori dagli States https://davidgrissom.com/ , oppure lo trovate in download, Grissom ci regala otto brani, quasi tutti abbastanza lunghi con la presenza di tre cover. Si parte con il timbro cristallino e “lavorato” di Lucy G dove David ricorda il sound di Robben Ford, un blues-rock cadenzato, raffinato e complesso da power trio, dove le evoluzioni della solista sono veramente mirabili e l’interscambio tra i tre musicisti è perfetto; Crosscut Saw, un brano di PD blues ma legato al repertorio di Albert King, contiene quasi 10 minuti di pura libidine, è una delle due tracce cantate, ma è giusto un intramuscolo adeguato, prima di partire per una improvvisazione spaziale dove i timbri e le soluzioni sonore virano anche verso il jazz con un assolo in crescendo di difficoltà abissale. Way José, più serrato e compatto, ha qualche rimando ad uno SRV (in fondo siamo in Texas) più cerebrale e sofisticato e qualche tocco hendrixiano.

Don’t Lose Your Cool, di Albert Collins, il primo dei brani con Fukunaga, è uno shuffle quasi classico, veloce e veemente, sempre con la chitarra dappertutto (diremmo all over the place) e assoli in cui rischi di dover recuperare la mascella che, mentre sei impegnato ad ammirare il lavoro del nostro, se ne è caduta sul pavimento. Never Came Easy To Me, è una sorta di blues ballad, dove la parte cantata è sempre un optional prima di un’altra jam, frutto di grande tecnica e gusto, In The Open è un breve e grintoso brano rock che trascina il pubblico, quasi “normale” nel suo dipanarsi felino, quasi, mentre Sqwawk, di nuovo con Fukunaga (ma non so chi è più bravo tra lui e Maresh) ha un incipit boogie quasi alla ZZ Top, e poi Grissom lavora ancora di tremolo con sequenze complesse, prima di partire di nuovo per l’iperspazio della chitarra. A chiudere l’ultima cover, Boots Likes To Boogie, un brano di Freddie King, un altro che se la cavava discretamente con la 6 corde, il pezzo più trascinante di questo breve set dove il “Maestro” David Grissom ancora una volta fa la gioia degli appassionati della chitarra, ai quali è comunque soprattutto consigliato questo Trio Live 2020.

Bruno Conti

Un Album Dal Vivo Splendido E “Miracoloso”. Fabrizio De André & PFM – Il Concerto Ritrovato

fabrizio de andrè + PFM Il Concerto ritrovato

Fabrizio De André & PFM – Il Concerto Ritrovato – Sony CD – 2LP

Esce finalmente in CD e doppio LP la versione audio de Il Concerto Ritrovato, film uscito nelle sale lo scorso febbraio (quindi prima del lockdown) che documenta lo show che Fabrizio De André e la Premiata Forneria Marconi tennero presso la Fiera di Genova il 3 gennaio 1979. Per anni si era creduto che le immagini di quella serata fossero andate perse per sempre, fino a quando un po’ di tempo fa è stata ritrovata una videocassetta che documentava proprio lo show in questione, anche se le condizioni del nastro sembravano compromesse sia dal punto di vista sonoro che visivo: c’è voluto un certosino lavoro di restauro da parte di Lorenzo Cazzaniga e Paolo Piccardo (descritto nei minimi dettagli nelle note riportate sul libretto accluso alla bella confezione del CD) per consentire anche alle nostre orecchie di godere dell’esito di quello spettacolo, e devo dire che i due hanno svolto un lavoro fantastico, ai limiti del miracoloso, in quanto il suono sembra il risultato di un concerto tenutosi appena qualche mese fa.

Non è la prima volta che il tour del cantautore genovese insieme al noto gruppo prog-rock viene documentato da un’uscita ufficiale, dato che già nel 1979 e 1980 vennero realizzati i due volumi (in seguito uniti insieme) di Fabrizio De André In Concerto – Arrangiamenti PFM, e nel 2012 un altro live inedito venne inserito nello splendido cofanetto I Concerti; anche se la setlist di questo nuovo live è sovrapponibile a quelle dei lavori citati poc’anzi, è sempre un piacere riascoltare alcune delle più belle canzoni italiane di sempre riarrangiate in chiave elettrica. All’epoca il connubio De André/PFM ottenne anche diverse critiche proprio per il fatto che un cantautore “puro” come il genovese si fosse in un certo senso venduto in nome del rock, ma le lamentele riguardarono più che altro i critici dato che il pubblico fortunatamente rispose con entusiasmo. De André in quel periodo era in grande forma ed aveva appena pubblicato uno dei suoi album migliori, Rimini, ed Il Concerto Ritrovato documenta splendidamente uno dei migliori momenti della carriera del nostro insieme al miglior gruppo che abbia mai avuto alle spalle, una band di grandi musicisti (Franco Mussida, Franz Di Cioccio, Patrick Djivas, Flavio Premoli, Lucio Fabbri e Roberto Colombo) in grado di donare alle composizioni di Fabrizio un sapore completamente nuovo pur rispettandone al 100% la struttura originaria.

Ascoltiamo quindi scintillanti versioni di classici assoluti (La Canzone Di Marinella, Il Testamento Di Tito, l’esilarante Il Giudice, la struggente La Guerra Di Piero, Via Del Campo, Bocca Di Rosa), ma anche i primi frutti della collaborazione appena inagurata con Massimo Bubola (Andrea, Rimini, Sally, il coinvolgente bluegrass in lingua sarda Zirichiltaggia ed Avventura A Durango, bellissimo adattamento italiano della Romance In Durango di Bob Dylan). Non mancano brani meno noti del songbook di De André, come Maria Nella Bottega Del Falegname, la drammatica Giugno ’73 e la toccante Verranno A Chiederti Del Nostro Amore, mentre trova posto anche un piccolo capolavoro come la “coheniana” Amico Fragile, in una superba rilettura che supera gli otto minuti; chiusura con Volta La Carta e Il Pescatore, entrambe in una veste sonora assolutamente trascinante.

Un live imperdibile quindi questo Il Concerto Ritrovato, un modo unico di ricordare il più grande cantautore italiano di sempre in uno dei suoi momenti di massimo splendore artistico.

Marco Verdi

Ecco Cosa Mancava: Un Bel Live Dei Dead! Grateful Dead – June 1976

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Grateful Dead – June 1976 – Rhino/Warner/Grateful Dead Records 15CD Box Set

Quando conclusero il loro tour autunnale del 1974, i Grateful Dead sembravano una band sul punto di sciogliersi a causa di qualche frizione interna e all’apparente scelta dei due membri principali Jerry Garcia e Bob Weir di privilegiare le rispettive carriere soliste. L’ipotesi di una band in dismissione prese poi ulteriore corpo nel 1975, quando nonostante la pubblicazione dell’album Blues For Allah i nostri suonarono solo quattro concerti in tutto l’anno, cosa inaudita per un gruppo che aveva fatto della frequente attività live uno dei suoi punti di forza. Nel 1976 fortunatamente le divergenze si appianarono, ed i sette (oltre a Garcia e Weir, i coniugi Keith e Donna Jean Godchaux, il bassista Phil Lesh ed il batterista Bill Kreutzmann, ai quali si ricongiunse l’altro drummer Mickey Hart dopo cinque anni d’assenza) ripresero a girare l’America con una nuova tournée che prese il via nel mese di giugno, e che riconsegnò ai fans una band tirata a lucido ed in grande forma: il ’76 non è unanimamente considerato uno degli anni “top” per i Dead, e questo in parte è dovuto al live uscito quell’anno, Steal Your Face, un disco che ritraeva un gruppo stanco e svogliato e per di più con un suono ed un missaggio pessimi (tanto che i nostri quando pubblicarono nel 2004 il box riepilogativo Beyond Description lo ignorarono bellamente, in pratica rinnegandolo), ma non tutti sanno che i concerti dai quali era tratto quel doppio album erano quelli finali del 1974.

Oggi invece la parte iniziale di quel “reunion tour” è documentata in questo cofanetto nuovo di zecca intitolato semplicemente June 1976, che comprende cinque concerti completi in quindici dischetti complessivi (questa volta non c’è nessuna versione “ridotta” in tre CD come è successo per altri box del recente passato) e che, e questo la dice lunga sulle priorità degli ascoltatori americani in tempi di coronavirus, non è andato esaurito quasi subito come sempre ma è ancora disponibile sul sito del gruppo. Il box si presenta molto bene, con un elegante confezione delle dimensioni di un libro (diciamo di quelli spessi, di 700/800 pagine) con apertura a scrigno ed all’interno un bel booklet ed i cinque concerti separati tra loro in altrettanti digipak; le cose però più importanti sono la performance, che è davvero notevole ed in crescendo (infatti gli ultimi due concerti sono i migliori), e la qualità di registrazione che è perfetta, come capita d’altronde ogni volta che esce un prodotto dei Dead targato Rhino. Non siamo ai livelli del biennio 1971-1972, nei quali Garcia e soci diedero il loro meglio sul palco, ma non siamo neppure troppo lontani: ecco dunque qui di seguito una rapida disamina serata per serata.

CD 1-3: Boston Music Hall, Boston (10/6/76). Inizio a tutto rock’n’roll con Promised Land di Chuck Berry, che vede Garcia subito in partita (ma anche Godchaux, solitamente un po’ bistrattato dalla critica, mostra di essere in gran forma con un assolo strepitoso), poi i nostri esplorano alcune delle pagine migliori del loro songbook come le splendide Sugaree e Brown-Eyed Women, le ballate Row Jimmy e Looks Like Rain e la chicca Mission In The Rain, brano del repertorio solista di Jerry che diventerà un classico delle esibizioni future della Jerry Garcia Band ma che i Dead suoneranno solo in questa porzione di tour. L’highlight della seconda parte è lo streordinario medley che apriva Blues For Allah (Help On The Way/Slipknot/Franklin’s Tower), mentre il finale è appannaggio di una Playing In The Band di un quarto d’ora (con un intermezzo di pura psichedelia), una discreta Dancing In The Street di Martha & The Vandellas e ancora ottimo rock’n’roll con U.S. Blues.

CD 4-6: Boston Music Hall, Boston (11/6/76). Secondo show consecutivo a Boston, che parte con una pimpante Might As Well e che presenta altri classici come Tennessee Jed, Scarlet Begonias, le bellissime ballate It Must Have Been The Roses e Ship Of Fools, mentre Brown-Eyed Women è sempre un piacere ascoltarla. Weir è più in palla della sera prima, e lo dimostra soprattutto con due solide rese di Cassidy e Looks Like Rain, oltre che con una buona cover della hit di Merle Haggard Mama Tried. C’è anche una concessione ai sixties con la classica St. Stephen, ed una parte finale sontusa nella quale spiccano la trascinante Sugar Magnolia, i magistrali tredici minuti di Eyes Of The World, una canzone che dal vivo è sempre stata tra le mie preferite per quanto riguarda i Dead, ed il finale travolgente di Johnny B. Goode, con Jerry che dà spettacolo alla sei corde.

CD 7-9: Beacon Theatre, New York (14/6/76). La prima parte della scaletta è simile a quelle di Boston, con ottime rese dell’iniziale Cold Rain And Snow (versione splendida), Row Jimmy, Tennessee Jed ed una vigorosa cover di Big River di Johnny Cash. Nel prosieguo troviamo la bella The Wheel ed una notevole High Time di dieci minuti, subito seguita dall’altrettanto riuscita Crazy Fingers. Finale con il country-rock psichedelico di Cosmic Charlie, il medley di Blues For Allah ancora meglio di quello della prima serata e la solita trascinante conclusione con l’uno-due Around And Around (di nuovo Berry) e U.S. Blues.

CD 10-12: Beacon Theatre, New York (15/6/76). Nonostante i non particolari stravolgimenti nella setlist (a parte le “nuove” Let It Grow e Not Fade Away) e l’inclusione della soporifera Stella Blue (forse il brano più noioso del binomio Garcia-Hunter), questo show è il migliore del cofanetto, una di quelle serate magiche che hanno fatto dei Dead la band leggendaria che sono, e che supera di una leggera attaccatura il seguente per merito di una sequenza finale da urlo. Qui troviamo versioni magistrali di Promised Land, Sugaree, It Must Have Been The Roses, Tennessee Jed, St. Stephen e Friend Of The Devil, con un Garcia scatenato ottimamente seguito dai suoi compagni, Godchaux in testa (a differenza della moglie che, cosa che ho sempre pensato, si conferma un corpo estraneo al gruppo). Il finale come ho già detto è una goduria, con una sequenza micidiale formata da The Wheel, Sugar Magnolia, Scarlet Begonias, Sunshine Daydream e Johnny B. Goode.

CD 13-15: Capitol Theatre, Passaic (19/6/76). Altro concerto super, nel luogo che da lì a due anni vedrà Bruce Springsteen costruire parte della sua fama di straordinario performer dal vivo. Il medley Help On The Way/Slipknot/Franklin’s Tower stavolta è posto in apertura di serata, mentre gli altri highlights sono le “solite” Brown-Eyed Women, Tennessee Jed, la migliore Might As Well del box ed una superba Playing In The Band di diciannove minuti (con una parte centrale “acida” che ci riporta per un attimo ai tempi di Live/Dead). Nel finale troviamo due brani suonati solo in questo show (rispetto al resto del cofanetto, non del tour), e cioè il coinvolgente rock’n’roll di Weir One More Saturday Night ed una sontuosa Goin’ Down The Road Feeling Bad che rasenta la perfezione.

Un box quindi di livello eccelso questo June 1976, ed il fatto che alcune delle 12.000 copie totali siano ancora disponibili potrebbe rappresentare una ghiotta tentazione.

Marco Verdi

Proseguiamo Con I Dischi Fantasma, In Questo Caso Solo Vinile E Download: Anche Senza Tartarughe Che Lo Calpestano…Un Signor Musicista! Dave Simonett – Red Tail

dave simonett red tail

Dave Simonett – Red Tail – Dancing Eagle/Thirty Tigers LP e Download

Dave Simonett, come saprete, è il leader dei Trampled By Turtles, gruppo country-folk-grass-americana di Duluth, Minnesota (ho già sentito questa città…), una delle band più popolari del genere insieme a Old Crow Medicine Show ed Avett Brothers. Ma Dave è anche l’uomo dietro al moniker Dead Man Winter, che lui stesso ha definito “il mio progetto rock’n’roll” e titolare di due album il secondo dei quali, Furnace, è del 2017. Invece i TBT sono fermi al 2018, cioè all’ottimo Life Is Good On The Open Road, e così Simonett ha pensato che i tempi erano maturi per dare alle stampe il suo primo lavoro da solista. In realtà Red Tail, questo il titolo del LP, è nato un po’ per caso, in quanto Dave si è ritrovato in uno studio insieme a pochi fidati musicisti (non conosco i nomi essendo in possesso di un advance CD *NDB Che però come formato fisico non esiste, c’è solo il vinile) per registrare delle canzoni da lui scritte senza avere in testa un progetto in particolare: dopo aver ultimato otto pezzi, Dave ha considerato che lo stile intimista e cantautorale che li contraddistingueva non era adatto né ai TBT e neppure ai DMW, e solo in quel momento ha deciso di uscire con il suo nome in copertina.

Red Tail è dunque un bellissimo album in cui il nostro ci consegna una manciata di pezzi perlopiù lenti, una serie di ballate classiche sfiorate dal country e dal folk, decisamente adatte ad un ascolto autunnale, dove non c’è spazio per improvvisazioni dal vivo in torride jam come succede nei concerti dei Turtles. Poi però, essendo Simonett il principale songwriter in entrambe le configurazioni, è chiaro che qualche elemento in comune qua e là si sente, anche se qui c’è una maggiore attenzione alla profondità delle melodie e meno alle performance strumentali. L’album si apre in maniera splendida ed evocativa: Revoked è infatti una ballatona sognante ed eterea ma con un motivo ben definito ed un’atmosfera western (l’attacco strumentale può ricordare alla lontana Knockin’ On Heaven’s Door) con ottimo uso di steel e pianoforte, un brano coi fiocchi che fa sì che Red Tail inizi nel migliore dei modi. Pisces, Queen Of Hearts ha un ottimo intro strumentale per chitarra acustica e steel, poi arriva Dave ad intonare una deliziosa e toccante melodia di stampo country che ricorda da vicino le cose migliori di John Prine, ed è seguita dalla breve Silhouette, irresistibile country song di stampo classico, anni settanta https://www.youtube.com/watch?v=fdCNN8xfEd8 , e motivo davvero coinvolgente (chi ha detto Gene Clark?).

By The Light Of The Moon è un piccolo e squisito bozzetto elettroacustico, caratterizzato ancora da un motivo semplice e diretto, che precede la lunga In The Western Wind And The Sunrise, superba ballatona pianistica dal mood autunnale ma con un’intensità da brividi per tutti i suoi sei minuti. It Comes And Goes, pura, cristallina e con un sapore da western song alla Glen Campbell (merito di una leggera orchestrazione), precede le conclusive You Belong Right Here, eccellente ballata country-rock ancora con Prine in mente (la più elettrica del disco), e la pianistica e corale There’s A Lifeline Deep In The Night Sky, altro splendido brano che coniuga la lezione di The Band con una notevole sensibilità gospel https://www.youtube.com/watch?v=ne7IbfHvjAM . Un piccolo grande “dischetto” questo Red Tail (appena 33 minuti, ma decisamente intensi): in qualunque veste si presenti a noi, Dave Simonett si conferma un musicista di primo piano.

Marco Verdi