Cofanetti Autunno-Inverno 10. Rinviato Più Volte Ecco Finalmente Questo Eccellente Box “Inedito”, Anche Se… Fleetwood Mac – Before The Beginning

fleetwood mac before the beginning front

Fleetwood Mac – Before The Beginning 1968 -1970 Rare Live & Demo Sessions – 3 CD Sony Music

Vi avevo annunciato l’uscita di questo box alla fine di maggio, in quanto in un primo tempo sarebbe dovuto uscire all’inizio di giugno, poi rinviato al 18 ottobre, ed infine pubblicato il 15 novembre. Chi mi legge su queste pagine virtuali (e anche su quelle del Buscadero) sa che sono un grande estimatore di Peter Green, che secondo il sottoscritto, e non è solo il mio parere, nel periodo che va dal 1966 (anno dell’esordio con i Bluesbreakers di John Mayall) fino al 1971, forse ancora al 1972 quando partecipò a B.B: King In London, è stato nella Top 10 dei più grandi chitarristi rock(blues) in circolazione, e nel 1970 in particolare, anno da cui proviene parte del materiale di questo triplo, era forse il migliore in assoluto. Poi i noti problemi con l’LSD hanno iniziato ad erodere le sinapsi del suo cervello e anche se nel corso degli anni successivi è riuscito parzialmente a recuperare qualcosa del suo grande talento, non più riuscito a tornare quello di un tempo. Ma questa è un’altra storia, raccontata più volte, e che se volete, potete trovare qui https://discoclub.myblog.it/2019/06/28/in-attesa-del-cofanetto-inedito-atteso-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-i/ e qui https://discoclub.myblog.it/2019/06/29/in-attesa-del-cofanetto-inedito-previsto-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-ii/.

Prima di addentrarci nel contenuto di Before The Beginning vi spiego il perché di quel “Anche se…” del titolo: fa riferimento alla parola inedito, perché appunto, anche se, persino nel libretto, vogliono farci intendere che si tratta di registrazioni, ritrovate di recente negli Stati Uniti, senza etichette esplicative, in qualche non meglio specificato magazzino, e poi autenticate dagli esperti ed approvate per la pubblicazione ufficiale dagli stessi Fleetwood Mac: in effetti la fonte dei concerti è ben nota, al di là delle pie balle che ci raccontano, in quanto il materiale del 1968 è estratto da alcune serate del giugno 1968 al Carousel Ballroom di San Francisco, una serie di tre serate trasmesse alla radio in cui si erano alternati con Jefferson Airplane e Grateful Dead, mentre il secondo, quello del 1970, risale ad un paio di concerti, il 30 e 31 maggio, alla Warehouse di New Orleans, sempre con i Grateful Dead, e registrati dal loro tecnico del suono Owsley Stanley, e quindi note come Bear Tapes. Ovviamente come bootleg, anche radiofonici “ufficiali”, hanno circolato in diverse versioni, e pure i quattro cosiddetti demo sono in effetti delle registrazioni BBC del febbraio e luglio 1968. Dato a Cesare quel che è di Cesare, e detto che la qualità delle registrazioni, che era già decisamente alla fonte, è stata ulteriormente migliorata con la rimasterizzazione effettuata per questo box, quello che ci interessa è il contenuto musicale che ci presenta una band, prima in quartetto e poi in quintetto, che era, come detto, una delle migliori in concerto sull’orbe terracqueo all’epoca.

Quindi, per tutti quelli che comunque non possiedono le varie uscite “piratate”, ma sono giustamente interessati, veniamo al contenuto, di cui vi ripropongo prima la tracklist completa, e poi vediamo quali sono le parti salienti dei contenuti, quasi tutti in pratica.:

CD1

1. Madison Blues  (Version 1) (Live) (Remastered) 1968 recording
2. Something Inside of Me (Live) (Remastered) 1968 recording
3. The Woman That I Love (Live) (Remastered) 1968 recording
4. Worried Dream (Live) (Remastered) 1968 recording
5. Dust My Blues (Live) (Remastered) 1968 recording
6. Got To Move (Live) (Remastered) 1968 recording
7. Trying So Hard To Forget (Live) (Remastered) 1968 recording
8. Instrumental (Live) (Remastered) 1968 recording
9. Have You Ever Loved A Woman (Live) (Remastered) 1968 recording
10. Lazy Poker Blues (Live) (Remastered) 1968 recording
11. Stop Messing Around (Live) (Remastered) 1968 recording
12. I Loved Another Woman (Live) (Remastered) 1968 recording
13. I Believe My Time Ain’t Long (Version 1) (Live)  (Remastered) 1968 recording
14. Sun Is Shining (Live)  (Remastered) 1968 recording

CD2

1. Long Tall Sally (Live)  (Remastered) 1968 recording
2. Willie and the Hand Jive (Live)  (Remastered) 1968 recording
3. I Need Your Love So Bad (Live)  (Remastered) 1968 recording
4. I Believe My Time Ain’t Long (Version 2) (Live)  (Remastered) 1968 recording
5. Shake Your Money Maker (Live)  (Remastered) 1968 recording
6. Before the Beginning (Live)  (Remastered) 1970 recording
7. Only You (Live)  (Remastered) 1970 recording
8. Madison Blues (Version 2) (Live)  (Remastered) 1970 recording
9. Can’t Stop Lovin’ (Live)  (Remastered) 1970 recording
10. The Green Manalishi (With The Two Prong Crown) (Live)  (Remastered) 1970 recording
11. Albatross (Live)  (Remastered) 1970 recording
12. World In Harmony (Version 1) (Live)  (Remastered) 1970 recording
13. Sandy Mary (Live)  (Remastered) 1970 recording
14. Only You (Live)  (Remastered) 1970 recording
15. World In Harmony (Version 2) (Live)  (Remastered) 1970 recording

CD 3

1. I Can’t Hold Out (Live)  (Remastered) 1970 recording
2. Oh Well (Part 1) (Live)  (Remastered) 1970 recording
3. Rattlesnake Shake (Live)  (Remastered) 1970 recording
4. Underway (Live)  (Remastered) 1970 recording
5. Coming Your Way (Live)  (Remastered) 1970 recording
6. Homework  (Live) (Remastered) 1970 recording
7. My Baby’s Sweet (Live)  (Remastered) 1970 recording
8. My Baby’s Gone (Live)  (Remastered) 1970 recording
9. You Need Love (Demo) (Remastered)
10. Talk With (Demo) (Remastered)
11. If It Ain’t Me (GK Edit) (Demo) (Remastered)
12. Mean Old World (Demo) (Remastered)

L’iniziale scandita e travolgente Madison Blues è uno dei classici esempi dell’impetuoso stile alla slide di Jeremy Spencer, uno dei massimi esperti ed epigoni di Elmore James, che anticipa sia le sarabande sonore di Johnny Winter che quelle successive di George Thorogood, altri due che hanno sempre amato il grande bluesman nero, con in più il fatto che nei Fleetwood Mac agiva anche la sezione ritmica di Mick Fleetwood John McVie, una delle più tecniche e potenti in circolazione, e la seconda chitarra di Peter Green, sentire per credere anche il successivo “lentone” intensissimo Something Inside Of Me e più avanti nel concerto del 1968 Dust My Blues e Got To Move, più Elmore di James, e ancora The Sun Is Shining, con Green pure all’armonica. Nel secondo CD, nei brani a guida Spencer c’è anche una forsennata Long Tall Sally a tutto R&R, altra grande passione di Jeremy, che canta pure una sinuosa Willie And The Hand Jive di Johnny Otis, futuro cavallo di battaglia di Eric Clapton, nonché due diverse versioni di I Believe My Time Ain’t Long di Robert Johnson, la prima di qualità sonora all’inizio leggermente inferiore, sempre con Green all’armonica. Green che guida il gruppo, prima in una sontuosa The Woman That I Love di B.B. King, che lo considerava il miglior chitarrista bianco che suonava il blues, come dimostra subito con il suo tocco unico, “spaziale” e lancinante, e anche la lunga Worried Dream, sempre di Mr. B:B. ha un assolo che è un capolavoro di equilibri sonori, con Peter che dalla sua Les Paul Standard del 1959 estrae delle sonorità quasi magiche. Fantastica anche una lunga Jam strumentale senza nome dove Green, McVie e Fleetwood tirano come delle “cippe lippe” (vedi Amici Miei), prima di lanciarsi nel classico slow blues di Have You Ever Loved A Woman che rivaleggia con le tante versioni ascoltate da Slowhand nel corso degli anni, un distillato delle 12 battute vicino alla perfezione, come ribadito nei ritmi latineggianti e sognanti di una I Loved Another Woman che non fa rimpiangere l’assenza del cavallo di battaglia della band Black Magic Woman.

Nel 2° CD, sempre dal concerto del 1968 c’è un altro dei brani migliori del primo Green, I Need Your Love So Bad che purtroppo però dura solo 1:30, ampiamente compensata dalla conclusiva vorticosa Shake Your Moneymaker, dagli espliciti riferimenti sessuali, un altro festival del bottleneck a guida Jeremy Spencer. Che nel concerto a New Orleans del 1970 è decisamente meno utilizzato, anche per l’ingresso nel gruppo di un altro grande chitarrista come Danny Kirwan, che sposta l’asse del sound verso un rock-blues aggressivo e di grande spessore tecnico con le twin guitars dei due ad anticipare i duelli di Duane Allman e Dickey Betts, o quelli più rarefatti dei Wishbone Ash, tra le formazioni dove agivano due chitarre soliste. Before The Beginning è il primo estratto dal capolavoro Then Play On, con la chitarra di Green che fluttua sulle scariche alla grancassa di Fleetwood, prima di lasciare spazio a Only You un brano gagliardo di Kirwan dove le due soliste si fronteggiano in modo superbo (perché anche il buon Danny non scherzava), presente in due differenti versioni. A questo punto c’è la breve sezione dedicata a Spencer, con la versione n°2 di Madison Blues Can’t Stop Lovin’ , sempre di Elmore James. Poi le cose si fanno serie: prima con una versione pantagruelica, oltre dodici minuti, e potentissima di The Green Manalishi (With the Two Prong Crown), che rivaleggia con quella del Live In Boston, con chitarre impazzite e ruggenti ovunque, seguita da una celestiale ed inarrivabile dello splendido strumentale Albatross e sempre a proposito di twin guitars suonate all’unisono da Kirwan e Green, anche la deliziosa cavalcata di World In Harmony presente in due differenti versioni, inframmezzate dal poco noto ma gagliardo rock di Sandy Mary.

All’inizio del 3° CD torna Jeremy Spencer per un’altra perla di Elmore James come I Can’t Hold Out, poi arriva una breve ma strepitosa e selvaggia Oh Well Part I, sempre con il famoso riff in overdrive delle chitarre e assolo da sballo di Kirwan, e ancora, sempre da Then Play On, un trittico incredibile, con la “solita” ferocissima Rattlenake Shake, tredici minuti di chitarre e sezione ritmica impazzite, in continua accelerazione e in assoluta libertà, seguita dalla estatica e sognante psichedelia di una quasi mistica Underway. Ma è un attimo e arriva di nuovo il turbinio rock di Coming Your Way dall’inizio con le chitarre dei due leader prima di nuovo all’unisono a dividersi il proscenio, in continua competizione con Mick Fleetwood che imperversa da par suo alla batteria, per poi lasciare spazio di nuovo alle due chitarre feroci: la qualità sonora forse non è sempre eccelsa ma è comunque un gran bel sentire. Homework, dal repertorio di Otis Rush, uno dei preferiti di Green, non molla comunque la presa, sempre con l’intera band scatenata a tutto blues and roll. My Baby’s Sweet My Baby’s Gone, di nuovo di James, con Jeremy Spencer sempre a voce e bottleneck non sembrano provenire dal concerto del 1970, come riportato, ma forse sono prese da qualche altra fonte sonora del 1968, come le quattro tracce finali riportate nelle note come demos, ma provenienti da BBC Sessions varie, una rara You Need Love di Willie Dixon con un Green abbastanza arrapato, Talk With You di Danny Kirwan, che come Homework viene dal periodo di Blues Jam At Chess, e If It Ain’t me, un boogie blues con piano e armonica, ma una qualità sonora rivedibile e infine una ottima Mean Old World con il buon Peter Green in modalità blues completano il triplo CD. Forse non un capolavoro assoluto, ma l’ennesima dimostrazione che la band di Peter Green e soci è stata in quegli anni una delle grandi realtà di una epoca storica che li ha visti spesso grandi protagonisti.

Bruno Conti

Cofanetti Autunno-Inverno 9. Un Album Che Col Passare Degli Anni E’ Persino Migliorato! R.E.M. – Monster 25th Anniversary

r.e.m. monster box

R.E.M. – Monster 25th Anniversary – Concord/Universal 5CD/BluRay Box Set

In campo musicale non è mai facile dare seguito ad un disco che è considerato all’unanimità il tuo capolavoro, ed è ancora più complicato se lo stesso disco arrivava dopo il tuo album più venduto di sempre. Questo è esattamente ciò che capitò ai R.E.M. nel 1994, quando si erano trovati nell’imbarazzo di dover pubblicare un nuovo lavoro che seguisse il loro masterpiece indiscusso Automatic For The People, che a sua volta era arrivato un anno dopo Out Of Time, il loro best seller assoluto. Il quartetto di Athens fece allora una scelta che a mente fredda era la più logica, ma sul momento spiazzò non poco fans e critici: pubblicare un album dal suono completamente diverso, pigiando l’acceleratore sul rock senza avere paura di distorcere le chitarre, citando palesemente il grunge così di moda in quel periodo ed il glam anni settanta come influenze principali. Il risultato fu Monster, il disco più rock mai realizzato fino a quel momento dal gruppo guidato da Michael Stipe (come sempre insieme a Peter Buck, Mike Mills e Bill Berry), un lavoro che, seppur “annacquato” dalle melodie pop e orecchiabili tipiche dei nostri, diede un bello scossone a chi si aspettava un clone di Automatic For The People https://discoclub.myblog.it/2017/12/19/25-anni-dopo-e-ancora-un-capolavoro-r-e-m-automatic-for-the-people-25th-anniversary/ . Il suono era rock al 100%, con il livello delle chitarre spesso ad un volume molto più alto della voce di Stipe, al punto che qualcuno disse che i R.E.M. erano tornati quelli di inizio carriera quando nelle loro canzoni non si capivano le parole: il disco ebbe comunque un ottimo successo, grazie anche alla decisione dei nostri di portarlo in tour (cosa che non avveniva dall’album Green, 1989).

Oggi Monster beneficia della campagna di ristampe per i 25 anni dei dischi della band georgiana, e l’operazione è quella più dettagliata e ricca tra quelle uscite finora, anche più di Automatic For The People: ben cinque dischetti audio ed un BluRay, in una pratica confezione formato CD con copertina dura tipo libro, che però creerà non pochi problemi ai collezionisti dato che è la quarta veste grafica differente finora (gli album degli anni ottanta erano tutti in formato “clamshell”, Out Of Time in stile libro/DVD size – tipo le ristampe dei Jethro Tull – ed Automatic For The People in dimensione simil-LP). Sul primo dischetto troviamo l’album originale completamente rimasterizzato, un disco che risentito oggi appare molto migliore di quanto era sembrato all’epoca (anch’io nel 1994 ero rimasto inizialmente disorientato dal suono) e che ha superato l’esame del tempo molto meglio, ad esempio, di Up del 1998. Detto dei soliti testi di difficile interpretazione e pieni di nonsense e riferimenti oscuri, il CD parte con il singolo What’s The Frequency, Kenneth?, una deliziosa pop song dalla solida veste rock, con un accattivante contrasto tra la chitarra quasi distorta di Buck e la melodia decisamente orecchiabile. Crush With Eyeliner vede Thurston Moore dei Sonic Youth alla seconda chitarra ed è una delle mie preferite: una rock song potente e cadenzata che ricorda molto Lou Reed sia per il suono tra rock’n’roll e glam sia per il modo di cantare di Stipe, con le chitarre che alternano riff taglienti all’uso del vibrato. King Of Comedy è un funk-rock con una parte di basso molto accentuata, e se consideriamo anche la chitarra in evidenza come sempre la voce di Stipe è quasi nelle retrovie; l’attendista I Don’t Sleep, I Dream è sempre rock ma più vicina alle atmosfere tipiche dei nostri.

Star 69 è testosterone puro, più un esercizio di forza rocknrollistica che una vera e propria canzone, mentre Strange Currencies è una splendida ballata elettrica ricca di pathos che non avrebbe sfigurato su Automatic For The People, forse il capolavoro del disco. Tongue è completamente diversa dal resto dell’album, essendo uno squisito blue-eyed soul dal sapore anni sessanta con Stipe che canta in falsetto ed un organo sullo sfondo, ma con la bella Bang And Blame (che ha somiglianze nella melodia con Losing My Religion) torniamo alle atmosfere rock, per un altro dei pezzi più riusciti del CD; la trascinante I Took Your Name è ancora puro rock’n’roll chitarristico, con Stipe che sembra cantare dalla stanza accanto, Let Me In è caratterizzata dal contrasto tra la traccia di chitarra decisamente aggressiva e la voce pacata di Michael, Circus Envy è distorta, cupa e “cattiva”, mentre You chiude l’album su una nota quasi ipnotica. Il secondo dischetto presenta quindici demo presi dalle sessions di Monster, ma stranamente senza alcuna canzone che poi finirà sull’album: infatti ci troviamo in presenza di vari brani strumentali che sono in realtà prove, bozzetti ed ipotesi di canzoni che poi verranno in gran parte lasciate in un cassetto, con titoli provvisori come Uptempo Ricky, AM Boo, Sputnik 1 Remix, Rocker With Vocal e Experiment 4-28 No Vocal. Gli unici brani cantati sono Revolution 4-21, che in un’altra versione e con il semplice titolo di Revolution finirà sulla colonna sonora di Batman & Robin, e la già citata Rocker With Vocal che però vede Mills al microfono. In un paio di casi le tracce verranno riprese in seguito, come per l’intrigante western tune Harlan County With Whistling che diventerà Final Straw sull’album Around The Sun e Black Sky 4-14 che attenderà addirittura 14 anni prima di finire su Accelerate con il titolo di Until The Day Is Done. Alcuni pezzi sono quasi finiti e mancherebbe solo la voce, come il gradevole pop-rock chitarristico Pete’s Hit, il rock’n’roll Uptempo Mo Distortion o la suggestiva ballata acustica Mike’s Gtr. Un dischetto forse non indispensabile ma piacevole.

Il terzo CD presenta Monster remixato ex novo dal produttore originale Scott Litt: normalmente considero questi “nuovi” remix un pretesto per allungare il brodo e far salire il prezzo del prodotto finale, ma in questo caso l’operazione ha senso, dato che Litt non era mai stato soddisfatto del suono originale del 1994 in quanto in aperto disaccordo con le idee del gruppo. Ora ha finalmente avuto la possibilità di rimetterci le mani sopra e di confezionare un album più coerente con il suo pensiero, ed in alcuni casi le differenze si sentono eccome. La voce di Stipe è adesso ben al centro e più pulita (Strange Currencies è esemplare in questo senso), Let Me In ha una parte di organo in meno, You non ha la batteria all’inizio e What’s The Frequency, Kenneth? ha una parte di chitarra diversa, così come in King Of Comedy. Ma le differenze più marcate si notano nella già citata Strange Currencies e Crush With Eyeliner, per le quali Litt ha addirittura utilizzato delle tracce vocali alternate. Non saltate quindi a piè pari questo terzo CD, vale la pena ascoltarlo per avere una visione di Monster abbastanza diversa. I restanti due supporti audio contengono un concerto completo, ovviamente inedito, registrato a Chicago il 3 Giugno del 1995 durante il tour promozionale seguito alla pubblicazione di Monster, una serie di concerti che causò diversi problemi ai membri del gruppo ed in particolare a Berry che soffrì di un aneurisma cerebrale in Svizzera, che lo costringerà a lasciare i compagni due anni dopo.

Dati i presupposti creati da Monster, il concerto è molto rock, con il nuovo album rappresentato da ben nove pezzi tra i quali spiccano What’s The Frequency, Kenneth?, Crush With Eyeliner, Strange Currencies (accolta con un boato dal pubblico) e Tongue. Automatic For The People è presente solo con tre brani, e per fortuna due sono le splendide Man On The Moon e Everybody Hurts (la terza è Monty Got A Raw Deal, ma avrei preferito Drive). Chiaramente non mancano i classici del gruppo, Losing My Religion in testa, ma pure Country Feedback, Orange Crush, So. Central Rain (I’m Sorry), e c’è anche Revolution in anticipo di due anni sulla pubblicazione (non un grande brano comunque), oltre a due inediti assoluti, Undertow e Departure, che nel 1996 finiranno su New Adventures In Hi-Fi. Finale con altre due canzoni molto note, Pop Song 89 e la frenetica It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine). Il BluRay contiene Monster in due configurazioni audio alternative (surround ed alta risoluzione), sei video tratti dall’album e la riproposizione del film-concerto Road Movie, uscito all’epoca solo in VHS e DVD.

A livello di ristampe dei R.E.M. questa riedizione di Monster è quindi quella che offre più materiale interessante, e sono fin da ora in curiosa attesa per il 2021, quando ricorreranno i 25 anni di New Adventures In Hi-Fi, che personalmente giudico il miglior lavoro della band di Athens da Automatic For The People in poi.

Marco Verdi

L’Ennesimo Live Album…Ma Avercene! John Fogerty – 50 Year Trip: Live At Red Rocks

john fogerty 50 year trip live at red rocks

John Fogerty – 50 Year Trip: Live At Red Rocks – BMG CD

Da quando nel 1972 Johh Fogerty sciolse i Creedence Clearwater Revival, la sua carriera solista è sempre stata all’insegna della discontinuità temporale. Solo due dischi negli anni settanta (anzi tre, ma Hoodoo venne rifiutato dalla Asylum, l’etichetta dell’epoca di John, e non venne mai pubblicato ufficialmente), altri due negli anni ottanta dopo dieci anni di silenzio (con in mezzo la battaglia legale con la Fantasy ed il suo ex boss Saul Zaentz), uno solo nei novanta, lo splendido Blue Moon Swamp, e “ben” quattro nel nuovo millennio, anche se l’ultimo composto da canzoni nuove risale ormai a 12 anni fa (Revival). Da quando ha ricominciato a pubblicare dischi con continuità (si fa per dire, appunto), Fogerty ci ha anche gratificato di più di un album dal vivo: Premonition nel 1998, The Long Road Home In Concert nel 2006 ed il DVD Comin’ Down The Road nel 2009. Qualcuno in questi anni ha accusato John di cucinare con gli avanzi riciclando sempre le stesse canzoni (ricorderei anche l’antologia Long Road Home e l’album di vecchi successi rifatti in duetto con vari artisti Wrote A Song For Everyone https://discoclub.myblog.it/2013/06/06/sempre-le-stesse-canzoni-ma-che-belle-john-fogerty-wrote-a-s/ ), ma quando si parla del songbook del rocker californiano sono comunque avanzi che parecchi suoi colleghi non “assaggeranno” mai, neanche come portata principale in una cena di gala.

Fogerty è infatti uno degli autori più importanti di sempre, i cui brani sono per la maggior parte diventati degli standard della musica mondiale, uno che può stare tranquillamente nello stesso club di Bob Dylan, Van Morrison, Neil Young, Paul Simon ed anche il Robbie Robertson di quando era ancora il leader di The Band. Quest’anno John ha celebrato in giro per l’America non i 50 anni di carriera, ma le cinque decadi da quell’irripetibile 1969 in cui diede alle stampe ben tre dei quattro album più leggendari dei Creedence: Bayou Country, Green River e Willie And The Poor Boys (il quarto, Cosmo’s Factory, uscirà nel 1970), ed ora ha deciso di celebrare l’evento con la pubblicazione di 50 Year Trip: Live At Red Rocks, registrato nella famosa location di Morrison in Colorado lo scorso 20 Giugno, e disponibile per il momento solo in USA (in Europa uscirà il 24 Gennaio, ma spendendo qualche euro in più potete accaparrarvi anche adesso senza grossi problemi la versione americana. * NDB Comunque stranamente poi, in Italia, di tutti i paesi del mondo, Il CD è stato pubblicato, e pure a un prezzo molto più basso). Un altro live di Fogerty quindi? Sì, ma ci si poteva anche aspettare che questo tour fosse festeggiato con un’uscita discografica ad hoc, e poi comunque vorrei riallacciarmi al discorso imbastito prima affermando che, pur essendo le scalette dei suoi concerti sempre simili fra loro, Fogerty dal vivo è sempre una goduria assoluta, sia per il livello insuperabile dei brani sia per le performance infuocate che John a 74 anni suonati è ancora in grado di garantire, sia dal punto di vista strumentale che soprattutto vocale.

Il CD è singolo (non c’è stranamente il DVD), in quanto il nostro ha scelto di privilegiare solo i pezzi del suo repertorio e ha purtroppo escluso le cover non riconducibili né ai Creedence né al suo periodo solista eseguite quella sera, e sto parlando di brani di John Lennon (Give Peace A Chance), Beatles (With A Little Help From My Friends), The Who (My Generation) e Sly & The Family Stone (Everyday People e Dance To The Music). Ma quello che c’è basta ed avanza, ed è suonato in maniera strepitosa dal nostro e dalla sua eccellente band, che comprende i figli Shane (chitarra e voce) e Tyler Fogerty (voce), il formidabile batterista Kenny Aronoff (una macchina da guerra), il tastierista Bob Malone, il bassista James Lomenzo, due backing vocalist femminili ed una sezione fiati di tre elementi. E’ inutile recensire il concerto in maniera classica con l’esegesi brano per brano, dato che i titoli si commentano da soli: Born On The Bayou, Green River, Lookin’ Out My Back Door, Who’ll Stop The Rain, Hey Tonight, Up Around The Bend, Long As I Can See The Light (e se qui non vi scende una lacrimuccia siete senza cuore), Run Through The Jungle, Suzie Q, Have You Ever Seen The Rain (altro momento altamente emozionale), Down On The Corner, Fortunate Son, due esplosioni di puro rock chitarristico (ed anche Shane non è affatto male alla sei corde) del calibro di I Heard It Through The Grapevine (otto minuti straordinari, con uno splendido intermezzo pianistico di Malone) ed una Keep On Chooglin’ da stendere un toro, fino ai classici bis di Bad Moon Rising e Proud Mary, qui nettamente accelerata nel ritmo e con i fiati, quasi a voler omaggiare la versione di Ike & Tina Turner https://www.youtube.com/watch?v=xI3ZtOEBXVk .

Come vedete una setlist nettamente sbilanciata verso i brani dei Creedence, anche se gli unici pezzi del repertorio solista di John, le trascinanti Rock And Roll Girls, Centerfield e The Old Man Down The Road, non sfigurano affatto nemmeno vicino a canzoni così leggendarie. E mancano brani altrettanto mitici come Travelin’ Band, Wrote A Song For Everyone, Lodi, Rockin’ All Over The World, Almost Saturday Night e chi più ne ha più ne metta. Il disco dal vivo migliore di John Fogerty (insieme a The Long Road Home In Concert): ora però vorrei davvero un nuovo album di studio, che infatti sembrerebbe in dirittura d’arrivo per il 2020.

Marco Verdi

Il Testamento “Postumo” Di Leonard. Thanks For The Dance – Leonard Cohen

leonard cohen thanks for the dance

Leonard Cohen – Thanks For The Dance – Columbia/Legacy– LP – CD

Sono passati poco più di tre anni dalla scomparsa di Leonard Cohen, e anche da un mio “post” sul Blog, dove ripercorrevo la sua straordinaria discografia (disco per disco). Questo Thanks For The Dance (in uscita in questi giorni), è il primo disco di inediti (postumo) del cantautore canadese, e questo lo si deve solo grazie al figlio Adam Cohen, che sette mesi dopo la morte  del padre (su sua esplicita richiesta), ha recuperato degli appunti sparsi, bozzetti, e tracce musicali, finalizzando tutto il lavoro che era rimasto incompiuto del precedente e ultimo You Want It Darker.

Per fare le cose al meglio il buon Adam si è attaccato al telefono, e ha giustamente invitato alcuni amici e colleghi a contribuire anche con il loro talento alla buona riuscita del disco, a partire dal grande musicista spagnolo Javier Mas (elemento di spicco negli ultimi anni di tournée con Leonard), ammiratori e collaboratori di lunga data come Jennifer Warnes, Sharon Robinson (entrambe coriste storiche di Cohen),  Leslie Feist, Damien Rice, Beck,, il compositore Dustin O’Halloran al piano, Richard Reed Parry degli Arcade Fire) al basso, Bryce Dessner il chitarrista dei National, il tutto con il supporto del coro berlinese Cantus Domus e della Congregation Shaar Hashomayim  (già impiegata nel disco precedente), oltre ad altri amici di lunga data Patrick Watson alle tastiere, che ha curato gli arrangiamenti dei fiati e di Daniel Lanois chitarra e piano. Ma nel disco sono stati impiegati complessivamente più di quaranta musicisti. Data la particolarità del lavoro, mi è sembrato giusto sviluppare i brani “track by track”:

Happens To The Heart – Il brano iniziale, dopo qualche secondo come in un “fil-rouge”, riparte da dove era terminato l’ultimo meraviglioso You Want It Darker, con le note iniziali della chitarra flamenco di Mas, il piano vellutato di Lanois, e il solito canto meditativo di Cohen, che mette i brividi alla schiena di ogni ascoltatore.

Moving On – Questa canzone è l’ennesimo omaggio all’amata Marianne Ihlen, una tenue ballata declamata da Leonard e sussurrata come una preghiera, sostenuta solamente dalle note della chitarra di Javier, e dal suono lieve di uno scacciapensieri.

The Night Of Santiago – Meritevole recupero di un poema di Garcia Lorca, che era gia apparsa in Book Of Longing di Philip Glass, e che nella versione suddetta era cantata in forma corale e operistica, in questa nuova rilettura di Adam viene rivoltata come un calzino ed eseguita in una versione “spagnoleggiante”, che si dipana tra accordi di pianoforte che flirtano con il virtuosismo dell’artista spagnolo, accompagnando la voce baritonale del “maestro”.

Thanks For The Dance – Anche questo brano era stato già interpretato da Anjani Thomas in Blue Alert (06), uno dei suoi memorabili valzer che richiama immancabilmente il famoso Take This Waltz, un bellissimo commiato in musica impreziosito ai cori dalle voci sensuali di Jennifer Warnes e Leslie Feist.

It’s Torn – Un giro di basso accompagnato dal pianoforte di Lanois introduce It’s Torn, uno dei brani più oscuri del lavoro, una ballata “dark” che si avvale nella parte finale, della voce sinuosa e vellutata di una delle sue tante brave coriste, Sharon Robinson.

The Goal – Sempre dal libro di poesie e poemi Book Of Longing, viene recuperata questa brevissima lirica in musica, recitata in forma di monologo dal grande Leonard.

Puppets – Questo è certamente il brano più politico del disco (viene ricordato lo sterminio degli Ebrei vittime del genocidio nazista, conosciuto storicamente come Shoah), dove la voce quasi minacciosa dell’autore, viene accompagnata dalla chitarra di Michael Chaves, e dal coro solenne dei berlinesi Cactus Domus, e monastico dei Shaar Hashomayim Choir.

The Hills – Indubbiamente questo è il pezzo più in formato canzone dell’album, una piccola gemma che si sviluppa in modo crescente, con un arrangiamento ricco e vario dove spiccano le voci angeliche delle sconosciute (ma brave) Erika Angell, Molly Sveeney, Lilah Larson

Listen To The Hummingbird – Il testo di questo brano altro non sono che i versi recitati da Cohen nell’ultima conferenza stampa ai tempi di You Want It Darker, con il piano delicato di Larry Goldings che detta la scarna melodia, valorizzata dalle voci di Damien Rice e del figlio Adam.

Giunto alla fine dell’ascolto del CD di Leonard e Adam Cohen,(sono solo poco più di 28 minuti, ma molto intensi) ho la netta sensazione che il figlio d’arte abbia fatto un lavoro splendido e altamente meritevole, tenendo fede alla promessa fatta al padre prima di morire, confermando anche che sarà l’unico album postumo che uscirà a suo nome, perché deve essere chiaro che la discografia ufficiale di Cohen finisce con questo ultimo viaggio, senza le eventuali contaminazioni discografiche varie. La carriera di Leonard Norman Cohen è stata un lungo percorso di epitaffi, poemi e poesie , cantati e arrangiati con scrupolo,  con una voce (la cosa più bella di questo Thanks For The Dance) incredibilmente bassa, baritonale, che sembra parlare al cuore e all’anima di ognuno di noi. Purtroppo, non ci sarà una prossima volta (vedremo se sarò vero), ma grazie per l’ultimo ballo Mr. Cohen.

*NDT: Se non conoscete Adam Cohen (nonostante il fardello di essere figlio di cotanto padre), ha una dignitosa carriera alle spalle, composta da quattro uscite discografiche, di cui almeno due Like A Man (11) e We Go Home (14), altamente consigliate. Cercate gente, cercate.!

Tino Montanari

Cofanetti Autunno-Inverno 8. Il Loro Disco Più Discusso E’ Anche (Finora) La Ristampa Più Interessante! The Doors – The Soft Parade 50th Anniversary

doors soft parade

The Doors – The Soft Parade 50th Anniversary – Rhino/Warner 3CD/LP Box Set

Dal 2017 anche i Doors hanno iniziato una campagna di ristampe dell’intero catalogo per celebrare il cinquantesimo anniversario di tutti i loro album. Se la riedizione del loro mitico esordio omonimo del 1967 era stata una delusione (nessun vero inedito, ed una performance dal vivo al Matrix solo parziale rispetto ad un live pubblicato anni fa), Strange Days era stata una presa in giro, con soltanto le versioni stereo e mono del disco in un doppio CD (che quindi non si allinea neppure logisticamente sugli scaffali con i cofanetti pubblicati finora). L’uscita lo scorso anno del box di Waiting For The Sun aveva lasciato intravedere qualche inedito dal vivo, ma solo cinque brani tratti da un concerto a Copenhagen, mentre il resto era formato da semplici “rough mixes” di alcuni pezzi dell’album originale https://discoclub.myblog.it/2018/10/02/con-il-terzo-cinquantenario-arriva-anche-qualche-misero-inedito-the-doors-waiting-for-the-sun-50th-anniversary/ . Non avevo quindi grosse aspettative per la riedizione del quarto lavoro della band californiana The Soft Parade, ed invece devo dire che questa volta i nostri (John Densmore e Robby Krieger gli unici membri ancora in vita) hanno avuto il braccino meno corto e, a parte il solito “inutile” LP che serve solo a rendere più elegante la confezione ma anche a far salire il prezzo, ci hanno gratificato di ben due CD di brani quasi del tutto inediti, con addirittura delle parti strumentali ri-suonate ex novo e la pubblicazione per la prima volta nella sua interezza di un brano leggendario.

La cosa ironica è che finora la migliore tra le ristampe celebrative del quartetto di Venice Beach riguarda il loro album più discusso e meno amato di sempre, The Soft Parade appunto, un disco all’epoca molto criticato per la scelta del produttore Paul Rothchild di “manipolare” le canzoni dei nostri con arrangiamenti a base di archi e fiati per dare ai brani stessi una veste più pop. Se aggiungiamo a questo il fatto che per la prima volta le canzoni non erano frutto di una collaborazione di gruppo ma recavano in gran parte la firma di Krieger in quanto Jim Morrison in quel periodo era più interessato alle suo poesie che a registrare musica, capirete il perché The Soft Parade sia sempre stato guardato come il disco meno rappresentativo dello stile dei nostri. Tra l’altro nell’album l’unico pezzo che nel 1969 si fece un po’ valere in classifica fu il primo singolo Touch Me, che riuscì ad arrivare fino alla terza posizione. Risentito oggi il disco originale (che occupa il primo CD del box appena uscito, opportunamente rimasterizzato) non è affatto male, anche se posso capire la sorpresa di fans e critici all’epoca nel sentire sonorità non troppo familiari: detto della presenza al basso in diversi pezzi del grande Harvey Brooks (Bob Dylan, Electric Flag), dato che come saprete i nostri non avevano un vero bassista nella line-up, partiamo con una disamina dei contenuti del cofanetto.

L’album del 1969 parte con Tell All The People, una gradevole pop song dalla base pianistica, un motivo immediato e con l’accompagnamento dei fiati che ci sta anche bene, brano seguito dalla già citata Touch Me, vivace pezzo cantato da Jim in maniera fluida e rilassata, con un refrain delizioso nel quale sentiamo gli archi per la prima volta. A questo punto abbiamo un poker di brani senza orchestra, con i nostri che si esibiscono quindi nel loro ambiente sonoro naturale, come l’ottima Shaman’s Blues, un tipico pezzo in cui Morrison gioca con la voce in un crescendo emozionale mentre Ray Manzarek si fa largo tra organo e clavicembalo, Krieger ricama da par suo e Densmore tiene il ritmo col suo solito stile raffinato di influenza jazz. Do It ha un buon train sonoro rock anche se dal punto di vista dello script si può definire un brano minore, Easy Ride (unica a provenire dalle sessions del disco precedente, Waiting For The Sun) è un coinvolgente e pimpante rockabilly dominato dallo splendido organo di Ray e con Robbie che suona in stile quasi country, mentre  Wild Child è un rock-blues vibrante e diretto. Tornano i fiati nella saltellante Runnin’ Blue, tra jazz e rock ma con un ritornello (cantato da Krieger) quasi bluegrass e con tanto di violino e mandolino, e con la melodiosa Wishful Sinful, che forse sarebbe stata meglio senza archi. Finale con la lunga title track, quasi nove minuti di cambi di tempo e melodia: inizio ipnotico, poi si prosegue tra rock, funky e cabaret ed una parte centrale jammata e decisamente creativa; come bonus abbiamo Who Scared You, discreta rock song che era in origine sul lato B di Wishful SInful.

Il secondo CD vede un nuovo remix da parte dello storico tecnico del suono Bruce Botnick dei cinque pezzi con archi e fiati (compresa Who Scared You), riproposti qui nudi e crudi: infatti Botnick all’epoca non era d’accordo con Rothchild sulla direzione musicale del disco, ed oggi in un certo senso si prende la rivincita. I brani in questione sono ancora più diretti e piacevoli, specialmente Tell All The People e Touch Me, ed in Runnin’ Blue, Wishful Sinful e la stessa Touch Me vedono nuove parti di chitarra suonate quest’anno da Krieger (mentre alla fine del CD gli stessi tre pezzi sono riproposti con le tracce chitarristiche originali, ma sempre senza orchestrazioni). Una delle chicche del box sono però i tre brani eseguiti dai Doors come trio (Morrison era assente, pare, ingiustificato), con Manzarek che assume il ruolo di leader e cantante con lo pseudonimo di Screamin’ Ray Daniels: due blues di Muddy Waters (Don’t Go No Further, che verrà re-incisa con Jim alla voce per un lato B del 1971, e I’m Your Doctor), entrambi suonati alla grande, e soprattutto una prima e già trascinante versione del futuro classico Roadhouse Blues, che meno di un anno dopo aprirà Morrison Hotel (questi tre pezzi vedono anche nuove parti di basso incise nel 2019 da Robert DeLeo degli Stone Temple Pilots)

Il terzo CD, a parte un frammento di 40 secondi intitolato I Am Troubled, un’invettiva da predicatore di Morrison (Seminary School) che servirà da introduzione alla title track e la bizzarra Chaos, è tutto incentrato sulla leggendaria e monumentale Rock Is Dead, uno dei brani più mitizzati di quel periodo, una sorta di suite di 64 minuti in cui i nostri ripercorrono alla loro maniera la storia del rock con improvvisazioni a go-go, Morrison che gigioneggia alla grande, citazioni di brani famosi (Love Me Tender e Mystery Train di Elvis, Pipeline degli Chantays), ed un misto di rock, blues, jazz ed un pizzico di avant-garde: il brano è qui proposto nella sua interezza per la prima volta, dato che finora ne era uscita solo una parte in un’antologia del 1997. Un tour de force incredibile che da solo vale la spesa del box, e per una volta non è una frase fatta. Speriamo che questa bella ristampa abbia invertito il trend per quanto riguarda le riedizioni dei Doors: lo scopriremo il prossimo anno quando toccherà a Morrison Hotel.

Marco Verdi

Un Disco Che E’ Pura Sofferenza Messa In Musica. Nick Cave & The Bad Seeds – Ghosteen + Un Breve Saluto A Paul Barrere.

nick cave ghosteen

Nick Cave & The Bad Seeds – Ghosteen – Ghosteen/Awal 2CD – 2LP

Quando nel 2016 avevo recensito Skeleton Tree, l’allora nuovo album di Nick Cave ed i suoi Bad Seeds, era chiaro che avevo tra le mani il lavoro più drammatico e personale del cantautore australiano, un disco che era stato ispirato dalla tragica morte del figlio Arthur di 15 anni a causa di una caduta dalla scogliera di Ovingdean Gap vicino a Brighton https://discoclub.myblog.it/2016/09/30/rispetto-il-dolore-questuomo-nick-cave-and-the-bad-seeds-skeleton-tree/ . Un album che comprensibilmente rifletteva lo stato d’animo di un genitore distrutto dal dolore, formato da canzoni ancora più cupe del solito (Cave come saprete non è mai stato un tipo euforico e solare, e la morte ha sempre fatto parte delle tematiche trattate nei suoi brani) e contraddistinte da sonorità fredde e quasi di stampo ambient. Ma con questo nuovissimo doppio Ghosteen (uscito un po’ a sorpresa sulle piattaforme online circa un mese prima della versione “fisica”) Nick scava ancora più a fondo nel suo dolore, mettendosi a nudo come raramente un musicista ha fatto in passato:

Cave è indubbiamente portato per questo tipo di mood, ma un conto è ritagliarsi un ruolo di un certo tipo nell’ambito della canzone d’autore internazionale (recitando di fatto una parte), un altro è vivere in prima persona una tragedia terribile dalla quale è impossibile riprendersi fino in fondo. Ghosteen è quasi una seduta psicanalitica in cui Nick è il paziente e noi ascoltatori il dottore (anche se purtroppo non abbiamo nessun tipo di terapia da assegnargli), con una musica che spinge ancora di più sul pedale dell’elettronica, e la voce del nostro che si muove in mezzo a paesaggi sonori gelidi e molto poco accattivanti. Il risultato finale è un’opera di grande fascino pur essendo di non facile ascolto, con la voce del leader mai così fragile come in queste tracce: i Bad Seeds, poi, non sono mai stati così nelle retrovie, con Warren Ellis unico membro davvero impegnato tra synth, loops vari, flauto e violino, mentre gli altri (George Vjestica, chitarra, Jim Sclavunos, percussioni e vibrafono, Martyn Casey, basso e Thomas Wydler, batteria) sono presenti più che altro per onor di firma.

L’oscurità delle canzoni è in netta contrapposizione con la splendida copertina bucolica, una delle più belle tra quelle viste negli ultimi anni, e che potrebbe anche giustificare l’acquisto del doppio LP in luogo del CD, doppio anch’esso (un po’ inspiegabilmente, dato che la durata complessiva delle undici canzoni è di 68 minuti). L’elettronica domina fin dall’iniziale Spinning Song, introdotta da un raggelante tappeto di synth al quale si unisce quasi subito la voce rotta dal dolore di Cave, che più che cantare recita: il brano è volutamente una non-canzone, ma non posso comunque negare che il pathos è notevole: sul finale Nick inizia improvvisamente ad intonare una struggente preghiera con tanto di coro simil-ecclesiastico, da pelle d’oca. Bright Horses vede il nostro accompagnarsi al piano anche se il sintetizzatore non manca neppure qui, per una canzone toccante e splendida, ancora con la voce fragile che sembra sul punto di spezzarsi in più di un momento, e ad un certo punto entra anche una vera orchestra; ancora il piano introduce la cupa Waiting For You, con Cave che canta ancora con il cuore in mano intonando un ritornello splendido in cui invoca il ritorno del figlio, un momento di straordinaria commozione in grado di far capitolare anche l’animo più duro, mentre Night Raid è di nuovo un pezzo tutto costruito attorno alla voce grave di Nick e a pochi effetti sonori di fondo, un brano meno diretto del precedente ma intenso come pochi.

Sun Forest è gelida e tesa come una lama, con la voce che entra dopo più di due minuti di introduzione “sintetizzata” (ma il piano non manca), ancora con un’intonazione da preghiera, Galleon Ship vede nuovamente Cave cantare con alle spalle un tappeto elettronico ed un’atmosfera inquietante per uno dei pezzi più ostici del disco. Il primo CD si chiude con l’angosciosa Ghosteen Speaks, nella quale Nick quasi ci trasmette fisicamente la sua immane sofferenza (grazie anche ad un coro spettrale alle spalle), e con Leviathan, che per merito dell’uso di una tabla sembra quasi un canto tribale indiano, anche se l’atmosfera è sempre tetra. Il secondo dischetto è formato da sole tre canzoni, a partire dalla lunga title track (12 minuti), che ha un’introduzione strumentale potente e straniante al tempo stesso e con la voce di Cave che entra solo al quarto minuto aprendosi nel refrain in un raro momento di ampio respiro, quasi maestoso. La breve Fireflies è in realtà un brano recitato con un accompagnamento degno di un film horror, e precede la conclusiva Hollywood, che di minuti ne dura addirittura 14 ma senza cambiare il mood del disco, anzi forse accentuandone la componente drammatica.

Un lavoro dunque complicato, ostico e per nulla immediato questo Ghosteen, ma di una sincerità e profondità da far venire i brividi.

Marco Verdi

Paul-Barrere-of-Little-Feat

P.S: visto che siamo in clima funereo, volevo brevemente ricordare (con colpevole ritardo) la figura di Paul Barrere, deceduto lo scorso 26 Ottobre a causa di un cancro al fegato diagnosticatogli nel 2015. Chitarrista dalla tecnica sopraffina, Barrere ha legato il suo nome a doppio filo a quello dei leggendari Little Feat, gruppo del quale entrò a far parte nel 1972 affiancando l’unico chitarrista nonché leader della band Lowell George fino alla morte di quest’ultimo nel 1979 e conseguente scioglimento della band, e prendendone il posto nella line-up riformata nel 1988 per il comeback album Let It Roll fino ai giorni nostri, affiancato a sua volta da Fred Tackett (con il quale registrò anche un paio di album acustici in duo  ).

Barrere portò in dote nel gruppo le sue conoscenze in materia di musica rock, blues, cajun e funky ed era l’elemento giusto al momento giusto in quanto in grado di arricchire ulteriormente il suono del gruppo californiano. La sua bravura nella tecnica slide ne fece il naturale sostituto di George, che era un maestro del genere, anche se non riuscì mai ad avvicinarne le capacità come songwriter: i brani più noti scritti da Paul sono Skin It Back, Feats Don’t Fail Me Now, Time Loves A Hero e Down On The Farm.

Più che dignitosa comunque la sua carriera nell’ultima fase del gruppo, con alcuni lavori di ottima fattura (Representing The Mambo, Ain’t Had Enough Fun, Join The Band) che forse erano anche meglio di un paio di dischi dei Feat negli anni settanta come Time Loves A Hero e The Last Record Album. Di sicuro si è già ritrovato lassù a jammare come ai bei tempi proprio con i vecchi amici Lowell ed il batterista Richie Hayward.

Lo Springsteen Della Domenica: Tutti Insieme Di Nuovo Nel Nome Del Rock’n’Roll! Bruce Springsteen & The E Street Band – Los Angeles 1999

bruce springsteen staples center 1999

Bruce Springsteen & The E Street Band – Los Angeles, October 23 1999 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Uno degli eventi dal vivo più importante degli anni novanta è stato senza dubbio il Reunion Tour del 1999/2000 di Bruce Springsteen & The E Street Band, dopo ben undici anni di assenza dalle scene, periodo nei quali il Boss aveva girato soltanto con la famigerata “Other Band” nella tournée di supporto agli album Human Touch e Lucky Town ed in totale solitudine in seguito a The Ghost Of Tom Joad: in entrambi i casi i commenti erano stati contrastanti, ma c’era unanimità nel riconoscere che a Bruce mancava tantissimo la “sua” band. Un primo riavvicinamento c’era stato nel 1995 con i quattro pezzi nuovi incisi per il Greatest Hits, ma la molla decisiva pare sia stata la compilazione da parte del rocker di Freehold del box quadruplo Tracks, nel quale trovavano posto molte canzoni inedite registrate con i suoi ex compagni. La macchina si era rimessa quindi in moto nel 1999, con il gruppo tirato a lucido e per la prima volta con sia Little Steven che Nils Lofgren contemporaneamente sul palco (il secondo aveva infatti sostituito il primo a metà anni ottanta), e Bruce che ricominciava ad affrontare platee numerose con rinnovata grinta ed energia.

Non c’era un album da promuovere (fatto più unico che raro per il Boss), e così ogni serata diventava una celebrazione del passato dell’artista, con scalette che riproponevano pochi brani tra quelli recenti ma in maggior parte i classici che tutti volevano risentire suonati come Dio comanda. Il concerto di cui mi occupo oggi, penultima uscita all’interno degli archivi live di Springsteen, documenta la serata del 23 Ottobre 1999 allo Staples Center di Los Angeles, ed è considerato dai fans uno degli show più belli ed intensi di quella tournée lunga due anni (NDM: questo è il terzo spettacolo del Reunion Tour ad essere pubblicato nella serie, dopo New York 2000 e Chicago 1999). Inutile dire che Bruce è in forma strepitosa, ed il gruppo non è certo da meno e rilascia una performance tra le più solide che ho sentito all’interno di queste uscite mensili: le setlist in quel tour avevano delle parti fisse ed altre “intercambiabili”, con diverse chicche suonate ogni sera (particolare strano, in questo concerto californiano non viene eseguito nessun pezzo da Born In The U.S.A., fatto piuttosto inusuale dato che stiamo parlando di uno dei dischi più amati dai fans).

Dopo una partenza scintillante con la rara Take’em As They Come, una outtake di The River pubblicata su Tracks, i nostri si lanciano in una serie di brani che nella prima parte attingono esclusivamente da Darkness On The Edge Of Town (la title track, The Promised Land in una delle migliori versioni mai sentite, una splendida Factory, una Adam Raised A Cain dalla notevole foga chitarristica e la sempre trascinante Badlands) e da The River (The Ties That Bind, Two Hearts, la toccante Independence Day ed una super-coinvolgente Out In The Street), con le uniche eccezioni delle recenti Youngstown, molto più elettrica e tesa che in studio e con grande assolo finale di Lofgren, e della travolgente Murder Incorporated, con Bruce, Nils e Steve che incrociano le chitarre come se fossero spade. Una torrenziale Tenth Avenue Freeze-Out di venti minuti, durante i quali Bruce infila una lunghissima presentazione della band con toni da predicatore gospel, precede la fase più emozionale dell’intera serata, con il nostro che regala al pubblico una straordinaria e struggente Incident On 57th Street, un’inattesa e pimpante For You che precede l’intensa The Ghost Of Tom Joad.

Ma soprattutto un uno-due dal pathos incredibile che inizia con una fantastica The Promise che vede Bruce da solo al pianoforte (per la prima volta dal 1978) ed una Backstreets splendida come sempre, grazie anche al tocco magico di Roy Bittan. Si riprende a tutto rock’n’roll con una potentissima Light Of Day di undici minuti, seguita a ruota dall’irresistibile Ramrod e dai superclassici Born To Run e Thunder Road. C’è ancora spazio per una tenue If I Should Fall Behind, in cui ogni membro “cantante” della band ha a disposizione una strofa, e per l’allora nuova Land Of Hope And Dreams (che sinceramente non mi ha mai fatto vibrare più di tanto): finale a sorpresa con una rara esecuzione di Blinded By The Light, che in questa nuova rilettura brilla particolarmente e chiude degnamente un concerto davvero bellissimo. Nel prossimo episodio troveremo Bruce in una veste sonora completamente diversa, ed anche molto più vicino a casa.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 7. Un’Altra Bella Ristampa Per Un Piccolo Classico. The Kinks – Arthur Or The Decline And Fall Of The British Empire 50th Anniversary

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The Kinks – Arthur Or The Decline And Fall Of The British Empire 50th Anniversary – ABKCO/BMG 2CD Deluxe – Super Deluxe 4CD/4x45rpm Box Set

Una delle migliori ristampe uscite lo scorso anno è stato il box per il cinquantesimo anniversario di Village Green Preservation Society, uno degli album più belli della carriera dei Kinks https://discoclub.myblog.it/2018/11/20/recensioni-cofanetti-autunno-inverno-6-una-sontuosa-riedizione-di-un-capolavoro-minore-the-kinks-are-the-village-green-preservation-society-50th-anniversary/ , anche se non si capisce perché le edizioni commemorative delle cinque decadi sono iniziate dal sesto album, considerando anche che sia Face To Face che Something Else By The Kinks sono lavori di grandissimo livello (ma anche i Beatles sono partiti da Sgt.Pepper, e l’assenza di un box di Revolver grida ancora vendetta). Quest’anno la Sanctuary, etichetta affiliata alla ABKCO, ripete l’operazione con il disco del 1969 dei fratelli Ray e Dave Davies, cioè Arthur Or The Decline And Fall Of The British Empire (Arthur da qui in poi), gratificandolo di un box di formato più piccolo di quello di Village Green comprendente quattro CD, altrettanti 45 giri (riproduzioni di singoli dell’epoca), oltre ad un booklet con note e crediti, un altro libro con immagini rare e testimonianze dei protagonisti, poster, adesivi ed anche una spilletta.

Arthur era nato inizialmente come la colonna sonora commissionata a Ray Davies dalla Granada Television per una serie televisiva che però fu poi cancellata: Davies decise di pubblicare lo stesso il risultato delle sessions per quella soundtrack, un concept album che, partendo dalla descrizione della vita di Arthur Morgan, un installatore di moquette fittizio ma ispirato a Ray dalla figura di suo cognato, finisce per diventare la consueta ed ironica disamina della società inglese di quel periodo. Il disco originale non ottenne un grande successo, ma risentito a distanza di 50 anni non ha perso un grammo della sua bellezza (alcune testate lo definirono il miglior album britannico del 1969, affermazione coraggiosa dato che nello stesso anno uscirono anche Abbey Road e Let It Bleed): personalmente io lo giudico un gradino sotto Village Green, ma se dovessi esprimere un giudizio in stellette non gliene darei comunque meno di quattro. Ma veniamo alla disamina dettagliata dei contenuti del box, che non contiene la quantità di inediti presenti nel cofanetto di un anno fa (e qualche bonus track serve solo ad allungare il brodo), ma le chicche non mancano di certo, compresi diversi pezzi registrati da Davies (Ray ovviamente) di recente, due dei quali apposta per questo progetto.

CD1. Il disco originale in stereo , completamente rimasterizzato, inizia con l’irresistibile Victoria, brano vivace dalla contagiosa melodia tra pop e rock’n’roll, uno dei pezzi più popolari e riusciti del songbook di Davies. L’ironica Yes Sir, No Sir è una pop song vibrante e diretta con i fiati che potenziano il background sonoro (con gran lavoro del resto della band, John Dalton, che aveva sostituito Pete Quaife, al basso e Mick Avory alla batteria) ed un delizioso twist melodico dopo due minuti; Some Mother’s Son è una ballata dal sapore leggermente barocco ma gradevolissima, Drivin’ una squisita e saltellante canzone in stile vaudeville, mentre Brainwashed è un vigoroso pezzo con chitarre e fiati sugli scudi, tra rock ed errebi. Australia è un altro ottimo brano di puro pop, con coretti impeccabili ed un finale strumentale quasi psichedelico con grande assolo chitarristico di Dave ben doppiato dal pianoforte suonato da Ray, Shangri-La è invece un’intensa ballata elettroacustica dal crescendo trascinante che precede Mr. Churchill Says, dall’iniziale retrogusto soul e finale a tutto rock’n’roll, e la delicata She’s Bought A Hat Like Princess Marina, dominata dal clavicembalo e con una seconda parte un po’ bizzarra. L’album originale termina con la tenue Young And Innocent Days, la pianistica Nothing To Say e Arthur, un brano corale, energico e godibile. Come bonus abbiamo Plastic Man, divertente e scanzonato pezzo uscito solo su singolo (e l’unico ad avere ancora Quaife al basso) e sei missaggi diversi di altrettanti brani dell’album: in teoria inediti, in pratica le differenze le sentono solo gli audiofili.

CD2. Il dischetto meno interessante, in quanto ripropone Arthur in mono ed altri sei mono mix alternati nei bonus. L’unica differenza con il CD precedente è King Kong, lato B di Plastic Man, un brano rock potente ma non indispensabile.

CD3. Sotto intitolato The Great Lost Dave Davies Album. Durante le sessions per Arthur i Kinks avevano inciso anche una dozzina di brani con Dave protagonista invece di Ray, con l’intenzione di pubblicarli come album solista del chitarrista anche se era a tutti gli effetti un lavoro dei Kinks scritto e cantato da Dave invece che dal più talentuoso fratello. Il disco non venne poi pubblicato, ed i vari brani uscirono uno come singolo (Hold My Hand), altri come lato B di 45 giri dei Kinks e la maggior parte in future ristampe e compilation del gruppo, come per esempio nella collezione di rarità Hidden Treasures. Quindi di veri e propri inediti non ce ne sono, ma questa è la prima volta che possiamo ascoltare l’album così come lo aveva pensato Dave. E’ chiaro che il minore dei due fratelli non ha nemmeno la metà del talento compositivo dell’altro, ma comunque questo disco rimane una gradevole collezione di canzoni, con alcune cose di poco conto (Are You Ready?, Creeping Jean e Groovy Movies, che ironia della sorte è scritta da Ray), ma anche ottimi pezzi come This Man He Weeps Tonight, accattivante, la galoppante Mindless Child Of Motherhood, la roccata I’m Crying e le belle Lincoln County e Mr. Shoemaker’s Daughter, forse le uniche all’altezza del fratello Ray. Come bonus abbiamo sei missaggi in mono di brani usciti all’epoca su singolo, tre stereo mix alternativi, una Lincoln County acustica (interessante) ed una versione alternata di Hold My Hand, incisa però abbastanza male.

CD4. A parte i due soliti mix “inediti” superflui (Australia e Shangri-La) questo è il dischetto con le cose più interessanti, ed è esclusivo per questo box dato che la versione doppia uscita in contemporanea comprende il primo ed il terzo CD. Dopo una strana introduzione dove in due minuti vengono riproposti tutti i brani del disco originale (Arthur’s Journey), abbiamo un medley di quasi otto minuti di home demos e prove di studio che comprendono frammenti ed abbozzi di sei canzoni che poi finiranno su Arthur. Il piatto forte inizia con tre pezzi mai sentiti eseguiti di recente da Ray con la compagnia teatrale The Come Dancing Workshop Ensemble: My Big Sister, un breve brano jazzato eseguito con classe che confluisce in Stevenage, in odore di musical di Broadway, mentre Space è una ballata pianistica in cui Ray duetta con una voce femminile prima e con un coro poi. A seguire troviamo le due già citate canzoni incise apposta per questa ristampa, che vedono Ray esibirsi a cappella con il gruppo vocale Arthur & The Emigrants per due deliziosi brani in stile doo-wop, l’inedito assoluto The Future ed una rilettura di Arthur. Si torna poi nel 1969 con le inedite The Virgin Soldiers March e Soldiers Coming Home, due strumentali di buon livello, e due versioni di King Kong ed ancora Arthur incise per la BBC. Gran finale con una splendida Victoria registrata dal vivo nel 2010 in Danimarca da Ray con la sua band ed i DR Symphony & Vocal Ensemble, decisamente trascinante.

Ancora una bella ristampa targata Kinks dunque: il prossimo anno, se non cambiano i piani, sarà la volta del popolarissimo Lola Vs. Powerman And The MoneyGoround, Part One, e fra due toccherà a quello che considero uno dei loro capolavori assoluti, Muswell Hillbillies.

Cominciate quindi a mettere i soldini da parte…

Marco Verdi

Dagli Archivi Della Motown Un Bellissimo Concerto “Ritrovato”, Per La Seconda Volta. Marvin Gaye – What’s Going On Live

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Marvin Gaye – What’s Going On Live  –Tamla Motown/UMG Recordings

Il 1° Maggio del 1972 un riluttante Marvin Gaye era stato convinto a partecipare ad una manifestazione in cui il sindaco della sua città, Washington, D.C., gli avrebbe consegnato le chiavi della città per i meriti speciali conseguiti come artista nella diffusione e nella salvaguardia della cultura nera, sia attraverso i suoi dischi che con il lavoro svolto con un associazione di auto-sostegno come Pride. Come ciliegina sulla torta Gaye avrebbe dovuto esibirsi in un concerto benefico da tenersi al Kennedy Center, da poco aperto nella capitale USA. Ma già il buon Marvin era affetto da quella che si definisce “stage fright”, paura del palcoscenico (acuita dopo il gravissimo ictus che aveva colpito la sua partner musicale, la cantante Tammi Terrell, nel corso di un concerto in comune dei due del 1967, episodio che poi la porterà alla morte nel 1970), e quindi non si esibiva dal vivo da oltre 4 anni, in più Gaye non era neppure molto entusiasta del trattamento ricevuto dalla sua città natale, ricordando che la sua  “vera casa” era Detroit, dove la sua carriera si era sviluppata.

Comunque alla fine venne convinto, considerando che si trattava anche di una occasione per fare promozione al suo capolavoro What’s Going On, uscito circa un anno prima, il primo album dove accanto ai temi amorosi aveva iniziato a sviluppare anche quelli sociali, ecologisti e razziali. Nell’occasione il disco venne eseguito integralmente, preceduto da un lungo Sixties Medley che raggruppava molti dei brani più celebri del primo periodo del nostro amico: il concerto era già stato pubblicato come bonus nel secondo CD della Deluxe Edition dell’album pubblicata nel  2001, ma è ormai fuori catalogo da molti anni: Ovviamente per l’occasione i nastri sono stati nuovamente ripuliti e mixati per la versione 2019, e il suono è stato migliorato e perfezionato (per quanto…), anche se il  brano Mercy Mercy Me (The Ecology) rimane assente, perché venne cancellato per errore proprio alla fonte, per un disguido tecnico durante la registrazione, ma il resto è più che sufficiente per godersi l’abilità di performer dell’artista nero che al di là dei problemi psicologici sul palco era un eccellente entertainer, e questo è probabilmente il miglior album dal vivo della sua carriera (perché alla fine comunque, nonostante la  morte prematura avvenuta nelle note tragiche circostanze a soli 44 anni, Gaye ci ha comunque lasciato altri 4 dischi dal vivo, compreso uno uscito postumo).

L’ironia della sorte volle che a festeggiare Marvin mentre riceveva le chiavi della città, insieme alla amata mamma Alberta, ci fosse anche il padre Marvin Gay Sr., quello che poi gli sparerà  nel corso di una lite il 1° aprile del 1984. Marvin Gaye per l’occasione è accompagnato da una band di sei elementi, in cui spiccano il chitarrista Robert White, il grandissimo bassista Motown James Jamerson (“l’inventore” del cosiddetto dancing bass, quello tanto amato anche da Paul McCartney), il batterista Uriel Jones,  tutti dei Funk Brothers, oltre al gruppo vocale femminile The Andantes e una orchestra di archi e fiati. Marvin Gaye è stato uno dei geni assoluti della soul music e in quel 1972 era al culmine del suo estro creativo ed esecutivo e quindi è quasi inevitabile che questo concerto sia un documento splendido della sua arte: dal Medley iniziale che in poco più di 13 minuti condensa una serie di perle del soul anni ’60 That’s the Way Love Is, You, I Heard It Through the Grapevine, Little Darling (I Need You), You’re All I Need to Get By, Ain’t Nothing Like the Real Thing, Your Precious Love, Pride e Joy”/”Stubborn Kind of Fellow, accolto da un vero boato della folla entusiasta e che poi, seduto al piano, procede ad eseguirle con classe inimitabile con quella sua voce vellutata. La sequenza dei brani successiva non è uguale a quella dell’album di studio, ma chi se ne frega: si parte con la deliziosa Right On, calda ed avvolgente, per passare alla delicata ballata Wholy Holy, seguita dal primo capolavoro della serata Inner City Blues (Make Me Wanna Holler) che perde alcune delle nuances raffinate della versione di studio a favore di una rilettura che si dilata oltre i nove minuti con il celebre falsetto di Gaye che galleggia sull’arrangiamento orchestrale di Maurice White, mentre la band imbastisce il classico groove ad libitum di marca Motown.

Subito seguita dalle note immortali della title track What’s Going On, con il testo ispirato dalle brutalità della polizia di Cleveland verso Renaldo Obie Benson, amico e co-autore di Gaye, il tutto declinato a livello musicale con il classico call and response di radice gospel  e l’incrociarsi della voce di Marvin Gaye, anche in modalità scat, con quelle della Andantes. Il concerto non è molto lungo, un’oretta circa, anche considerando l’assenza di Mercy Mercy Me, ma comunque estremamente godibile come testimoniano anche la sinuosa What’s Happening Brother, dedicata al fratello e con un groove molto simile a quello del pezzo precedente e un cantato che ricorda Stevie Wonder, Flyin’ High (In the Friendly Sky) di nuovo con falsetto in azione e Gaye che ammonisce la band a non “suonare troppo forte”, e poi confluisce senza soluzione di continuità nella dolce Save The Children che sposta l’attenzione dell’autore anche verso l’amore per i bambini, e poi alle divinità superiori con l’urgente God Is Love. Dopo un breve dialogo con il pubblico vengono riproposte due differenti riprese sia di Inner City Blues che di What’s Going On. Forse non un capolavoro assoluto, ma certamente un disco dal vivo comunque da avere (se già non possedete la precedente edizione).

Bruno Conti

Il Disco Country Dell’Anno? Anche Qualcosa In Più! The Highwomen

the highwomen

The Highwomen – The Highwomen – Elektra/Warner CD

Quando qualche mese fa ho visto che tra le pubblicazioni in arrivo c’era l’esordio di un supergruppo country al femminile che fin dal nome, The Highwomen, era un diretto omaggio agli Highwaymen di Willie, Waylon, Cash e Kristofferson ho inizialmente pensato che si stesse scherzando col fuoco, ma quando ho ascoltato il disco sono rimasto letteralmente fulminato. L’idea iniziale di formare una band del genere è venuta ad Amanda Shires un giorno che, durante un lungo viaggio, ha constatato che nelle radio country americane passavano molte più canzoni di artisti maschili che femminili; Amanda ne ha parlato col produttore Dave Cobb, che le ha suggerito di contattare Brandi Carlile (non il primo nome che mi sarebbe venuto in mente, non perché non sia brava, anzi la considero una delle migliori giovani songwriters in circolazione, ma perché non è prettamente country), che ha accettato all’istante con entusiasmo. Le due hanno poi chiamato Maren Morris, stellina del country in rapida ascesa, e Natalie Hemby che è la meno popolare delle quattro in quanto più nota nell’ambiente di Nashville come autrice per conto terzi.

Le quattro hanno trovato subito l’intesa e hanno cominciato a scrivere canzoni con estrema facilità, ed il risultato finale è a mio parere uno dei più bei dischi del 2019, e non solo in ambito country (tra l’altro il successo è stato immediato, dato che in America è balzato subito al numero uno in classifica). Un album intenso e godibile, con almeno cinque grandi canzoni ed una cover spettacolare, con la Carlile che è indubbiamente leader ed anima del progetto (al punto da sembrare una country artist in tutto e per tutto): non è il primo supergruppo country al femminile (penso alle Pistol Annies, o andando ancora più indietro al Trio Harris-Parton-Ronstadt), ma questo CD sprigiona una magia rara. La produzione è ovviamente nelle mani di Cobb, che compare come al solito anche come chitarrista, mentre Brandi ha portato con sé i gemelli Phil e Tim Hanseroth, suoi abituali collaboratori, ed Amanda ha fatto lo stesso con il marito Jason Isbell (completano il quadro il tastierista Peter Levin ed il batterista Chris Powell, un habitué di Cobb). Per rendere ancora più saporito il piatto, troviamo alla voce in un paio di pezzi Sheryl Crow e la bravissima cantante country-soul inglese Yola, che ha esordito pochi mesi fa con l’ottimo Walk Through Fire, prodotto da Dan Auerbach.

Il disco parte alla grandissima con Highwomen, che non è altro che Highwayman di Jimmy Webb con il testo cambiato al femminile da Brandi e Amanda (chiaramente col permesso dell’autore), in cui le protagoniste sono rispettivamente un’immigrata dall’Honduras, una guaritrice impalata a Salem come strega, una combattente per la libertà degli afroamericani nei sixties (ed infatti in questa strofa la voce solista è di Yola) ed una predicatrice. E la cover è semplicemente formidabile, eseguita con pathos enorme e cantata in maniera sontuosa: non arrivo a dire che questa versione è superiore a quella degli Highwaymen, ma non è di certo così distante. Redisigning Women è il primo singolo, un brano scritto dalla Hemby in cui le quattro si alternano al canto, ed è una splendida country song cadenzata e dalla melodia scintillante, di quelle che dopo mezzo ascolto non ti escono più dalla testa. E’ il turno della Morris con la deliziosa Loose Change, altro pezzo dal ritmo pulsante e con un ritornello vincente ed evocativo, impreziosito da un bel lavoro di steel ed organo, mentre Crowded Table, che vede ancora tutte e quattro alle lead vocals, è una toccante ballata corale con il suono che ha più di un rimando agli anni settanta ed un altro refrain strepitoso: quattro canzoni una più bella dell’altra, un grande inizio.

Le ragazze non danno tregua: My Name Can’t Be Mama è un trascinante honky-tonk che potrebbe benissimo provenire dal Texas, gran ritmo e voci superbe. If She Ever Leaves Me è un lento intenso che affronta con molta delicatezza il tema dell’amore tra donne, ed infatti il brano (che è scritto dalla Shires insieme al marito) è affidato alla Carlile, omosessuale dichiarata e paladina per i diritti femminili; Old Soul, di e con Maren voce solista, è una country ballad dal ritmo sostenuto e sviluppo disteso, e precede l’elettrica e chitarristica Don’t Call Me (Shires + Carlile), che sembra quasi una versione al femminile di Johnny Cash, boom-chicka-boom compreso. My Only Child è un languido slow con la Hemby protagonista ed il solito ritornello di notevole impatto emotivo, mentre Heaven Is A Honky Tonk (scritta insieme a Ray LaMontagne) è un altro strepitoso country-rock coinvolgente al massimo e con una strofa cantata dalla Crow: una delle più belle del disco. Finale con la tenue Cocktail And A Song, dedicata dalla Shires al padre, e con la maestosa Wheels Of Laredo, splendida ballatona di Brandi che ha lo stile epico di certe cose di Kristofferson.

Album bellissimo e sorprendente, che come dicevo prima va oltre il concetto di country, e che sono sicuro ci farà compagnia a lungo nei prossimi mesi.

Marco Verdi