Per Rivalutare (In Parte) Un Gruppo Spesso Bistrattato. Molly Hatchet – Fall Of The Peacemakers 1980-1985

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Molly Hatchet – Fall Of The Peacemakers – Cherry Red/Sony 4CD Box Set

Nel panorama dei gruppi southern rock degli anni settanta, a parte la sacra triade formata da Allman Brothers Band, Lynyrd Skynyrd e Marshall Tucker Band, una delle band più popolari, ma negli anni più maltrattate dalla critica sono stati (esistono ancora, seppur senza membri originali al suo interno) i Molly Hatchet, provenienti da Jacksonville, Florida, la vera culla del southern, e fondati nel 1971 dai chitarristi Dave Hlubek (scomparso nel 2017) e Steve Holland, ai quali si sono aggiunti negli anni seguenti (il loro esordio discografico avverrà solo nel 1978) il terzo chitarrista Duane Roland, il cantante solista Danny Joe Brown e la sezione ritmica formata da Banner Thomas e Bruce Crump. Considerati da sempre fautori di un southern rock grezzo e destinato a palati non proprio raffinatissimi, con sconfinamenti anche nell’hard rock, i MH nella seconda metà dei seventies hanno invece pubblicato tre album di buona fattura, di certo inferiori a quelli dei tre gruppi da me citati all’inizio, ma con una loro logica all’interno del calderone southern: Molly Hatchet (1978), Flirtin’ With Disaster (1979, il loro migliore per il sottoscritto, contiene la strepitosa Boogie No More) e Beatin’ The Odds (1980, con Jimmy Farrar alla voce al posto di Brown) sono tre album che non sfigurerebbero nella collezione di qualsiasi amante della buona musica, ed ebbero anche un buon successo di vendite, forse grazie anche alle iconiche copertine in stile medievale-fantasy ad opera di Frank Frazetta.

In genere si pensa che da lì in poi i MH abbiano indurito il loro sound, adattandolo ai gusti dell’epoca ed allontanandosi dunque dai territori southern, e se questo può essere condivisibile quando parliamo del periodo che va dalla seconda metà degli anni ottanta fino più o meno ad oggi, l’inizio degli eighties non è poi così disastroso, e questo boxettino di quattro CD, intitolato Fall Of The Peacemakers 1980-1985 (il titolo secondo me è fuorviante, in quanto Beatin’ The Odds non c’è ed il primo album contenuto è del 1981), appena uscito, è qui per ricordarcelo. Quattro CD, tre in studio più uno dal vivo, che dimostrano che i nostri erano ancora in grado di fare musica coinvolgente e sanguigna, una miscela molto tonica di rock, southern e boogie, e solo nel terzo dischetto si nota qualche cedimento verso un genere più “levigato”. La confezione non è spartana come altre di questo tipo, ma contiene un bel libretto di più di trenta pagine con note e crediti, ed i dischetti hanno anche delle bonus tracks (tranne quello dal vivo). Take No Prisoners (1981), ancora con Farrar alla voce solista (e come cantante lo preferisco a Brown) è un ottimo dischetto di energico southern rock, forse con i primi accenni di toni più hard, ma comunque piacevole, a partire dalla trascinante Bloody Reunion, un rock’n’roll chitarristico di grande presa, potenziato dalla sezione fiati dei Tower Of Power (presente anche nell’accattivante Lady Luck, un perfetto esempio di rock sudista radiofonico ma con un suono non ancora compromesso).

Altri brani degni di nota sono lo scatenato boogie Respect Me In The Morning, con la gran voce di Joyce Kennedy dei Mother’s Finest in duetto con Farrar, una granitica versione di Long Tall Sally di Little Richard (notevole la performance chitarristica), l’ottima Power Play, potente rock song alla Skynyrd, ricca di feeling e suonata alla grande, l’orecchiabile Don’t Leave Me Lonely ed il coinvolgente boogie Dead Giveaway. Ma anche i pezzi più normali, come Loss Of Control e All Mine, hanno delle parti di chitarra di livello egregio. Questo primo dischetto è anche quello con le bonus tracks più interessanti: a parte un paio di single versions, abbiamo una grintosa ancorché breve Mississippi Queen dei Mountain, suonata dal vivo con Ted Nugent, e, per la prima volta su CD, un raro promo EP live uscito sempre nell’81, sei canzoni, tra cui due scintillanti riletture di Few And Far Between e Dead And Gone ed una cover tostissima di Penthouse Pauper dei Creedence. No Guts, No Glory (1983) vede il ritorno di Brown alla voce ed il cambio della sezione ritmica, con l’arrivo di Riff West al basso e Barry Borden alla batteria, ed è l’unico album in studio della loro discografia ad avere in copertina una foto del gruppo invece dei famosi disegni. Lo stile però non cambia: si inizia con la possente What Does It Matter?, tra hard e southern, e si prosegue con il rock’n’roll sotto steroidi di Ain’t Even Close ed il travolgente boogie Sweet Dixie. Ma il centerpiece del disco è la straordinaria Fall Of The Peacemakers, un tour de force epico che è considerata una delle loro signature songs, la loro Freebird, una lunga ed evocativa ballata che si trasforma in un infuocato inno rock di quelli che non vorresti finissero mai, otto minuti di grande musica.

Una breve menzione anche per la diretta What’s It Gonna Take?, dal ritornello vincente, la squisita Kinda Like Love, singolo portante del disco e brano quasi country, e Both Sides, gustoso strumentale dall’approccio molto Skynyrd (il riff somiglia parecchio a quello di Sweet Home Alabama). Come bonus, solo due “radio edit” di brani dell’album. The Deed Is Done (1984) vede l’ingresso nella band di John Galvin alle tastiere (in sella ancora oggi) e soprattutto il cambio di produttore: da Tom Werman, presente in tutti i dischi fino a quel momento, si passa a Terry Manning, che garantisce una svolta più radiofonica nel suono con elementi quasi AOR (era l’uomo dietro Eliminator degli ZZ Top, ed è per questo che gli Hatchet lo hanno ingaggiato), un suono che però con i MH non c’entra una mazza. E proprio una outtake degli ZZ Top di quel periodo sembra Satisfied Man (così come Good Smoke And Whiskey): chitarre dure, synth, big drum sound tipico degli anni ottanta e refrain corale, un abisso rispetto agli Hatchet conosciuti fino a questo punto. Backstabber sembra opera di uno dei mille gruppi “hair metal” di scena a Los Angeles all’epoca, She Does She Does ricorda il Glenn Frey di The Heat Is On, Stone In Your Heart non sarebbe male ma è piena zeppa di sintetizzatori, Man On The Run è brutta e basta. Si salvano Heartbreak Radio, una cover di Frankie Miller che mantiene lo spirito rock’n’roll dei primi dischi (ma Roy Orbison la rifarà in modo migliore), e lo strumentale acustico Song For The Children. Nei bonus i soliti due singoli e due canzoni dal vivo (Walk On The Wild Side Of Angels e Walk With You) tratte da Double Trouble Live ma omesse dalla prima stampa in CD per motivi di durata.

E proprio Double Trouble Live (1985, registrato tra Jacksonville e Dallas con Crump che riprende il suo posto alla batteria) è il quarto dischetto di questo box, un album uscito fuori tempo massimo per essere inserito nella categoria “doppio dal vivo degli anni settanta”, tappa obbligatoria per qualsiasi gruppo di quella decade. Ma l’album funziona lo stesso, e mostra i nostri al massimo della loro potenza e feeling, ed anche i brani di The Deed Is Done (Stone In Your Heart, Satisfied Man) ne escono migliorati, nonostante Galvin non rinunci del tutto ad usare il synth. Non mancano i brani più noti dei primi tre album (Whiskey Man, Gator Country, Bounty Hunter, Beatin’ The Odds) ed anche un pezzo dall’unico disco solista di Brown (Edge Of Sundown), ma il meglio i nostri lo danno con le trascinanti Flirtin’ With Disaster e Bloody Reunion e soprattutto con le strepitose Boogie No More e Fall Of The Peacemakers, dimostrando che il palco è la dimensione naturale per canzoni come queste. Ci sono anche due cover di lusso come Freebird degli Skynyrd e Dreams I’ll Never See degli Allman (che poi sarebbe semplicemente Dreams), non al livello delle originali ma più che dignitose. Da questo momento in poi la carriera dei Molly Hatchet si arenerà decisamente, ed i nostri non riusciranno più a tornare sulla retta via, ma questo box set, se non possedete già i dischi al suo interno, è un acquisto che mi sento di consigliare sia per il costo contenuto, sia perché per almeno tre quarti è composto da musica di buon livello.

Marco Verdi

Le Loro Prime Registrazioni Dal Vivo, Di Nuovo Disponibili. Allman Brothers Band – Fillmore East, February 1970

allman brothers fillmore east february 1970

Allman Brothers Band – Fillmore East, February 1970 – Allman Brothers Band Recording Company

Il sottotitolo del CD recita “Bear’s Sonic Journals”, in quanto le registrazioni provengono dagli archivi della Owsley Stanley Foundation, dove vengono conservati soprattutto tutti i concerti che Owsley Stanley registrava per i Grateful Dead, in qualità di loro tecnico del suono ufficiale, ma anche di diversi altri gruppi che all’epoca avevano diviso i palchi con la band di Jerry Garcia. Sia per chi conosce il livello sonoro quasi “prodigioso” di molte di queste registrazioni d’epoca, sia in particolare per i fans degli Allman Brothers, questo Fillmore East, February 1970, non dico che rivesta la stessa importanza dei famosi concerti del marzo del 1971 ma è comunque un documento importante per tracciare lo sviluppo della band dei fratelli Allman, di Dickey Betts e di tutti i loro compagni di avventura, in quanto il sestetto sudista già in queste prime trasferte newyorchesi, sia pure nel “tempo limitato” come opening act di Love Grateful Dead, e benché l’album del momento Idlewild South non avesse venduto molto, comincia a farsi una grossa reputazione per i propri concerti e inizia ad inserire in repertorio alcuni brani che poi sarebbero divenuti futuri cavalli di battaglia assoluti delle esibizioni live, come ad esempio In Memory Of Elizabeth Reed, lo strumentale di Dickey Betts, che fa la sua prima apparizione discografica con questa registrazione.

Per i lettori più attenti ricordo che questo disco era già brevemente apparso negli anni ’90, con un altra copertina (che vedete più in basso), ma lo stesso contenuto, venduto direttamente dal merchandising degli ABB, e comunque non più disponibile da moltissimo tempo. Nella nuova versione il suono, già molto buono di per sé, è stato ulteriormente restaurato e masterizzato, nei limiti del possibile, dagli stessi tecnici che si occupano abitualmente dello smisurato archivio dei Dead. Si diceva di In Memory Of Elizabeth Reed che apre il CD, che contiene brani estrapolati da tre diverse esibizioni al Fillmore East dell’11,13 e 14 febbraio 1970. si tratta di una versione più “concisa”, solo 9 minuti e 22 secondi, tra le prime esecuzioni della canzone, e forse quella che si considera la prima in assoluto come data di registrazione: ebbene l’interplay tra le due soliste di Duane Allman Dickey Betts è già rodato da circa un anno di prove, concerti e lavori di studio, le due chitarre lavorano di fino, spesso all’unisono, con fare sinuoso e raffinato, supportate dall’organo di Gregg e dalla ritmica spettacolare, in questo splendido brano strumentale che rimane una delle vette supreme della loro arte, anche in questa versione più breve ma già perfettamente formata, dove l’arte dell’improvvisazione regna suprema.

allman brothers fillmore east february 1970 prima copertina

Anche il resto del concerto è molto buono, più “bluesato” e appena meno southern si potrebbe dire, con la voce di Gregg Allman che è più grezza e ruvida, anche aspra atratti, rispetto al timbro più rotondo che acquisirà già dai mesi successivi, ma forse è solo una mia impressione. Comunque nel complesso le versioni, che risultano magari più ruvide, meno rifinite, sono in ogni caso interessanti perché rapresentano la traiettoria dello sviluppo del loro sound, e lasciano intravedere che band spettacolare diventeranno, (ma già erano) gli Allman Brothers: il repertorio ha punti di contatto e differenze con il Live At Ludlow Garage registrato solo due mesi dopo in aprile. Hoochie Coochie Man è fiera e gagliarda, con Berry Oakley alla voce solista, per un blues dal repertorio di Muddy Waters solido e potente, mentre Statesboro Blues con il classico riff alla slide di Duane Allman è cantata comunque con impeto da Gregg, sia pure con questa voce che sembra più sforzata e meno ispirata, ma rimane un bel sentire. Trouble No More va di swingante groove e le chitarre si inseguono gagliarde e pungenti in questa composizione di McKinley Morganfield a.k.a. Muddy Waters.

I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town è un vecchio blues degli anni ’30, un bellissimo slow di William Weldon, ma la rilettura degli Allman, come dicono loro stessi nella breve presentazione, si rifà alla versione di Ray Charles, con tanto “soul” questa volta nella voce di Gregg, brano dalle atmosfere ricche ed avvolgenti e di grande fascino, prima di travolgerci nuovamente con il classico riff ascendente di Whipping Post, dove però la voce mi sembra nuovamente troppo gutturale e sforzata, per il resto nulla da dire sugli affascinanti intrecci tra chitarre e organo sempre poderosi ed incalzanti, anche se ovviamente la versione da 23 minuti presente sul At Fillmore East originale rimane inarrivabile, e una delle due chitarre si sente un po’ in lontananza nello spettro sonoro. Per concludere la esibizione rimane una lunga, 30:46, ma non lunghissima, rilettura di Mountain Jam, lontana da quella lunghissima di 44 minuti presente nel concerto al Ludlow Garage e con diversi punti di contatto con quella riportata su Eat A Peach, meno spazio ai lunghi assoli di batteria, peraltro presenti e più spazio alle interminabili ma godibilissime jam tra chitarre e organo, che prendono lo spunto dalla First There Is A Mountain di Donovan e ci spediscono nella stratosfera della migliore musica rock: all’inizio Gregg annuncia modestamente “a little jam”, poi in effetti ognuno si prende tutti i giusti spazi a partire dalle due splendide soliste di Allman e Betts. Semplicemente grande musica.

Bruno Conti

Non Posso Che Confermare: Gran Bel Disco! Levi Parham – It’s All Good

levi parham it's all good

*NDB Se vi risulta familiare non vi state sbagliando, ne abbiamo già parlato in anteprima, molto bene, all’incirca un mese fa https://discoclub.myblog.it/2018/06/03/lairone-delloklahoma-ha-spiccato-il-volo-con-un-grande-disco-levi-parham-its-all-good/ , ma visto che mi trovo tra le mani anche una seconda recensione, nel frattempo è uscita anche la versione americana, e il disco merita, ho deciso di pubblicare anche questa. Succede raramente, ma per questa volta facciamo una eccezione.

Levi Parham  – It’s All Good – Continental Song City/CRS CD/Horton Records

Levi Parham, musicista originario dell’Oklahoma, è sempre stato molto legato alla sua terra d’origine, fin dal suo esordio, l’autogestito (non di facile reperibilità. ma si trova) An Okie Opera. Il suo secondo lavoro, These American Blues (2016) è stato prodotto dal “late great” Jimmy LaFave, che era sì texano ma aveva vissuto per anni a Stillwater: ora Parham, nel suo nuovo album It’s All Good, ha deciso di giocare ancora più in casa, chiamando a raccolta musicisti solo della zona di Tulsa (ed infatti il CD è intitolato a Levi insieme ai Them Tulsa Boys And Girls), un gruppo di amici e conoscenti tra i quali spicca una nostra vecchia conoscenza, John Fullbright, ma anche altri musicisti titolari di discografie in proprio (Jesse e Dylan Aycock, il chitarrista Paul Benjaman, che è anche il band leader in questo disco). E It’s All Good è un gran bel disco di puro rock sudista, dieci canzoni lucide e coinvolgenti in cui il nostro mischia con grande abilità e feeling rock, blues, boogie ed un pizzico di funky e soul.

L’album è stato inciso a Sheffield, in Alabama, nei Portside Studios che altro non sono che gli ex Muscle Shoals Studios, un ambiente nel quale solo ad entrarci si respira grande musica. E di grande musica in questo CD non ne manca di certo: Parham è un vero uomo del sud, ha il ritmo nel sangue, ed in più è dotato di una voce mica male; le canzoni partono dalla lezione di gruppi storici come Little Feat, Allman Brothers Band, Delaney & Bonnie e Derek & The Dominos, nomi importanti certo, e di sicuro inarrivabili, ma Levi ha l’intelligenza e l’umiltà di andare per la sua strada, e mette a punto un disco di vero rock come si faceva negli anni settanta, con la slide spesso protagonista ma in genere con un suono piuttosto chitarristico, ben bilanciato da validi interventi di piano ed organo. Badass Bob è un brano elettrico e bluesato, dal ritmo strascicato e quasi pigro, con un mood decisamente annerito ed un intermezzo chitarristico notevole. Anche Borderline parte attendista, ma c’è una tensione elettrica che fa presagire un’esplosione imminente, che arriva dopo due minuti sotto forma di aumento di ritmo e ruspanti assoli di chitarra. Puro rock, suonato come Dio comanda. Turn Your Love Around è scura, lenta, quasi paludosa, tra rock e blues del Mississippi, eseguita con una padronanza degna di un veterano, e contrassegnata da acuti lancinanti a base di slide, mentre la vibrante My Finest Hour, dal ritmo spezzettato, è più solare pur mantenendosi saldamente in territori sudisti, con la voce “nera” del nostro che è quasi uno strumento aggiunto.

Boxmeer Blues è un rock’n’roll sanguigno e coinvolgente, che rammenta alcune cose dei Little Feat ma anche dei Subdudes: chitarre che dettano il ritmo ed ottimi interventi di organo e piano elettrico; la fluida Shade Me sembra il risultato del viaggio di un anno nel sud degli States da parte dei Beatles, specialmente Harrison e Lennon, mentre la trascinante Heavyweight è ancora influenzata dall’ex band di Lowell George sia nel suono, un rock-blues con elementi quasi funk, sia nell’uso sbarazzino della slide, ed anche la godibile Kiss Me In The Morning non si discosta molto da queste sonorità: slide sempre in primo piano, ottimo uso del pianoforte ed un motivo fresco e scorrevole, con un assolo di sax come ciliegina. Il CD termina con la title track, un gustosissimo boogie pianistico degno di Professor Longhair, e con la tenue All The Ways I Feel For You, finale stripped-down, voce e chitarra, ma cui non manca di certo l’intensità. Al terzo disco Levi Parham ha centrato il bersaglio: consigliato a chi ama il rock, quello vero, con implicazioni southern.

Marco Verdi

Il “Nuovo” Southern Rock Colpisce Ancora, Anche Da Nashville, Tennessee. Blackberry Smoke – Find A Light

blackberry smoke find a light

Blackberry Smoke – Find A Light – Three Legged Records/Thirty Tigers/Earache

La band di Atlanta, Georgia (ma operante in quel di Nashville, Tennesse) è ormai un nome assodato nell’ambito del “nuovo” southern rock, con all’attivo sei dischi di studio, compreso questo Find A Light, diversi EP e un triplo dal vivo che probabilmente, insieme a The Whippoorwill e all’ultimo Like An Arrow https://discoclub.myblog.it/2016/10/31/anche-i-nuovi-sudisti-tornano-colpire-blackberry-smoke-like-an-arrow/ , secondo molti, sono gli album migliori dei Blackberry Smoke. Il gruppo di Charlie Starr, voce e chitarra solista, autore di tutti i brani, con qualche aiuto qui e là, ha comunque sempre avuto elementi country nella propria musica, tanto che ogni tanto vengono catalogati come “contemporary country”, ma anche rock classico, ovviamente quello sudista, senza dimenticare blues, boogie, roots music, voi lo pensate loro lo fanno.

Nel nuovo album confluiscono tutte queste anime, grazie alla produzione autogestita (dopo l’esperimento non riuscito del tutto con Brendan O’Brien in Holding All The Roses) e quindi il disco ha la freschezza e la carica dei dischi migliori, grazie anche alla presenza di alcuni ospiti: da Amanda Shires, signora Isbell, seconda voce e violino (solo nel piacevole video promo), in uno dei pezzi più country (e più belli) dell’album, con l’amico  Benji Shanks al dobro, una Let Me Down Easy acustica e deliziosa, firmata con Keith Nelson, a Robert Randolph, co-autore di I’ll Keep Ramblin’, una traccia che fin dal titolo profuma di southern rock doc, tipo Lynyrd Skynyrd, con chitarre fumanti e una parte centrale dove Starr duetta in modalità gospel con le Black Bettys, Sherie e Sherita Murphy, come faceva Ronnie Van Zant con le Honkettes, poi gran finale e Randolph con la sua pedal steel a imperversare, mentre pure Brandon Still al piano ci mette del suo.  E ci sono anche i Wood Brothers nella conclusiva Mother Mountain, brano che grazie alle sue intricate armonie vocali rimanda ai migliori C.S.N.&Y acustici.

Ma anche il resto del CD è ottimo: dall’inziale Flesh And Bone, dove i Blackberry Smoke indulgono nella loro passione per i Led Zeppelin o per gli amici Black Crowes, con un poderoso R&R con uso slide, oppure nel perfetto southern Run Away From It All, un corposo mid-tempo dove le chitarre di Starr e di Paul Jackson si incrociano con gusto sopraffino, più duro e tirato nella grintosa The Crooked Kind, ma anche nell’omaggio agli Allman Brothers, con il suono elettroacustico della eccellente Medicate My Mind dove si rivive in parte il sound di Brothers And Sisters, con il dovuto rispetto per gli “originali” che erano inarrivabili, ma la band si disbriga sempre con classe e notevoli intrecci tra le chitarre e l’organo di Still. I’ve Got This Song è una della loro classiche ballate, dove risalta il violino dell’ospite Levi Lowrey, per una ennesima traccia che illustra il lato più rurale della band, e se avete a disposizione qualche highway (più probabile una superstrada, ma va bene lo stesso) vi potete sparare in macchina a tutto volume l’ottima Best Seat In House, american rock di buona grana.

Seems So Far vira di nuovo verso un country-rock classico con belle armonie vocali e melodie ariose e piacevoli, per quanto ovviamente già sentite; Lord Strike Me Dead ha un tiro che ricorda i migliori Black Crowes o i Beatles dei pezzi più rock dell’ultimo periodo e Nobody Gives A Damn, di nuovo votata al classico boogie-rock sudista con chitarre, piano e voci ad inseguirsi, è più o meno su quella lunghezza d’onda, con le soliste in bella evidenza. Till The Wheels Fall Out era un brano che Charlie Starr aveva dato ai Junkyard per il loro disco dello scorso anno High Water, ma poi ha deciso di inciderla anche con i Blackberry Smoke, mai regalare una buona canzone con leggerezza. E tra le tredici che compongono questo Find A Light ce ne sono parecchie.

Bruno Conti

E Pure Questi Sono “Duretti”, Sudisti E Picchiano, Ma Con Costrutto. Black Stone Cherry – Family Tree

black stone cherry family tree

Black Stone Cherry – Family Tree – Mascot Records

I Black Stone Cherry si formano ufficialmente nel giugno del 2001 a Edmonton, Kentucky dall’incontro tra il chitarrista e cantante Chris Robertson e il batterista John Fred Young, un musicista cresciuto a pane e (country) rock, visto che il padre e lo zio di Young, anche loro chitarrista e batterista, erano tra i membri fondatori dei Kentucky Headhunters, storica formazione southern rock statunitense. Occorre dire che prima di approdare all’omonimo esordio discografico, pubblicato solo nel 2006, i BSC hanno fatto la lunga classica gavetta fatta di lunghi tour, culminata con un contratto con la Roadrunner, etichetta specializzata soprattutto in hard-rock e heavy metal nelle sue varie guise, anche alternative ed elementi sudisti carpiti dai Kentucky. Insomma i nostri amici non ci sono mai andati giù molto leggeri con il loro rock, anche se alcune cover disseminate nei vari album indicano la tendenza a buoni ascolti: Shapes Of Things degli Yardbirds, Can’t You See della Marshall Tucker Band, ma anche War di Edwin Starr e Mississippi Queen dei Mountain https://www.youtube.com/watch?v=NXNnYKqxy9g , entrambe presenti su Kentucky, il loro debutto per la Mascot del 2016, segnalano che il gruppo vorrebbe aprire anche altri orizzonti sonori. Poi spesso tra il dire e il fare, come si usa dire, c’è di mezzo il mare, visto che anche questo Family Tree è “duretto” anziché no, e i quattro “ragazzi” nel loro studio Barrick Recording, in quel di Glasgow, Kentucky, amano sempre picchiare di gusto, ma con costrutto.

Ben Wells è un secondo chitarrista di buona sostanza, come pure John Lawhon un bassista solido e centrato, e l’unico ospite presente nel disco, Warren Haynes, indica che la band comincia a godere di una buona reputazione tra i colleghi. Dancin’ In The Rain in effetti sembra un brano di quelli più cattivi dei Gov’t Mule, con la voce maschia e potente di Robertson che duetta con quella di Haynes, mentre un muro di chitarre si eleva massiccio, tra slide, wah e wah e soliste ovunque, secondo i migliori dettami del southern rock più sanguigno. In definitiva i poster dei vari Cream, Led Zeppelin, Uriah Heep, Stones, Montrose e  Faces che Young e soci dicevano di vedere sulle pareti dello spazio prove dei Kentucky Headhunters, alla fine sono serviti a qualcosa. A ben vedere ci sarebbe anche un altro ospite nell’album, il figlio di 5 anni di Robertson, alle “armonie vocali” nella cattiva You Got The Blues, il rock è sempre hard ma ci sono pure sostanza e buone vibrazioni nella musica dei Black Stone Cherry. Come spesso capita sto ascoltando l’album parecchio tempo prima dell’uscita, quindi vado a sensazioni: la band tiene fede al proprio stile fatto di riff granitici, chitarre fumanti e ritmi molto tirati, dal funky-rock bruciante dell’iniziale Bad Habit che profuma di rock anni ’70, con un cambio di tempo a metà brano che rimanda ai Led Zeppelin più ingrifati, mentre le chitarre di Robertson e Wells imperversano con buoni risultati e pure nella successiva Burnin’ non si bada molto alle sottigliezze, non si fanno prigionieri, tra chitarre, chitarre e ancora chitarre, cosa andiamo ad ascoltare è piuttosto chiaro, però c’è anche della classe nell’intermezzo delle twin guitars, siamo di fronte a del sano R&R ben fatto.

 

Con un pianino aggiunto nella saltellante New Kinda Feelin’, qualche tocco iniziale di percussione nell’”antemica” Carry Me On Down The Road, Robertson vocalmente mi ricorda un poco il giovane Jimmy Barnes, mentre la band tira alla grande con le chitarre che si intrecciano nei canali dello stereo; in My Last Breath fa capolino anche un piano elettrico e una slide tangenziale per una hard ballad di eccellente fattura, tra coretti e derive southern per nulla scontate. Southern Fried Friday Night, con un talk box minaccioso che non si sentiva da anni e una grassa atmosfera funky-groove, sa di Black Crowes, alle prese con la oro collezione di Stones, Faces e Zeppelin; Ain’t Nobody di nuovo con slide d’ordinanza in evidenza è ancora southern-rock misto hard, forse già sentito mille volte, ma questo non impedisce di lasciare andare il piedino con goduria https://www.youtube.com/watch?v=gi7nuWlxPwI . James Brown, niente soul nonostante il titolo, è un altro gagliardo esempio del poderoso rock dei BSC, a tutto riff e chitarre ed atmosfere ingrifate, e pure I Need A Woman non apporta molte variazioni al menu, se rock deve essere così sia, alzare il volume a 11 e procedere, come anche nella scandita Get Me Over You, altra ottima occasione per fare dell’air guitar davanti allo specchio, con pose alla Jimmy Page. Inutile dire che pure nella conclusiva Family Tree, con organo Hammond aggiunto, non c’è tregua, ancora rock duro come non ci fosse domani. Ma il disco esce oggi! E con questo concludiamo la giornata del rock.

Bruno Conti

Southern Rock Anomalo Per La Collocazione Geografica Ma Non Per L’Ottimo Stile! Hogjaw – Way Down Yonder

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Hogjaw – Way Down Yonder – Snakefarm Records/Caroline/Universal

Come filone musicale, inserito nel più ampio panorama del rock americano, il “southern” nasceva  all’incirca una quarantina di anni  fa grazie all’opera dei due fratelli Allman, Duane e Gregg, che grazie alla loro fusione di rock, blues e country, unite ad una propensione per l’uso della jam strumentale, mutuata dal jazz, “inventavano” un genere che poi si sarebbe imposto nel corso degli anni e tuttora  vanta formazioni vecchie e nuove che si succedono anche se la scomparsa lo scorso anno proprio di Gregg Allman è stata un colpo e una ferita non facile da assorbire. Tra le formazioni diciamo emergenti ci sono gli Hogjaw, una band originaria dell’Arizona, zona che se geograficamente fa indubbiamente parte degli Stati del Sud, a livello musicale di solito non si inserisce nel filone southern rock: molte belle canzoni hanno citato l’Arizona e le sue città, da Take It Easy di Jackson Browne/Eagles a Get Back dei Beatles, passando per By The Time I Get To Phoenix, il brano di Jimmy Webb, reso celebre da Glenn Campbell. Anche gli Hogjaw vengono da laggiù, un quartetto dalle facce truci e anche un po’ trucide a giudicare dalle foto, che con questo Way Down Yonder arrivano al sesto album pubblicato in dieci anni di attività.

La band è formata da Jonboat Jones voce e chitarra, Jimmy Rose chitarra solista, Elvis DD basso e Kwall batteria, già fin dai nomi calati a fondo nelle coordinate del genere, poi rafforzate dalla loro ammirazione espressa sia a livello verbale come nell’atto pratico, con un debito a livello sonoro ed una devozione per band come  Marshall Tucker Band, Allman Brothers Band, Charlie Daniels, ZZ Top e  Lynyrd Skynyrd, ma anche i primi Outlaws e i Blackfoot, spesso citati tra le influenze. Aiutati dalla formula classica della doppia chitarra solista, da un cantante con la voce potente ma anche forgiata da bourbon e whiskey, con  una sezione ritmica rocciosa a suo agio anche nell’ambito hard-rock gli Hogjaw sono una ottima band.  Undici brani firmati dai componenti del gruppo con i loro veri nomi  – Damon Deluca / Jason Kowalski / Jimmy Rose / Jason Wyatt, uno corrisponde a quelli sopra –  che spaziano in tutti gli stili del perfetto “sudista”, dall’iniziale raffinata ma incalzante Back Home Today, che sembra un brano della Marshall Tucker Band circa 1973/74, con le twin guitars e la voce di Jonboat subito sul pezzo, veramente una apertura deliziosa. E’ un attimo e ci tuffiamo subito nel boogie-rock più “riffato” di To Hell With Rock, che pare una canzone dei Lynyrd Skynyrd o dei Blackfoot, ma anche gli ZZ Top approverebbero, la solista di Rose è veramente potente ma anche pulita e ricca di tecnica.

Brown Water rimane negli stessi territori, sezione ritmica potente, chitarre gemelle sparate a tutto volume e la voce vissuta di Jones ben evidenziata. Ma c’è spazio anche per il desert rock sinuoso di North Carolina Way con la band comunque subito pronta a rilanciare le soliste in continui rimandi al southern più classico, anche con qualche retrogusto che rimanda agli Outlaws più ingrifati e chitarristici, cioè quelli di sempre; la title track Way Down Yonder non alza il pedale dall’acceleratore, gli assoli sono sempre caldi e frementi e Jonboat Jones guida gli Hogway con il suo vocione potente, anche se il brano è più scontato, mentre in Dark Horse il suono si sposta verso  un hard rock ‘70’s più di maniera per quanto ben suonato e con le chitarre sempre pronte a scatenarsi. Poteva mancare il classico lentone alla Lynyrd Skynyrd? Certo che no e quindi vai con la power ballad, una potente Redemption che rinverdisce i fasti del miglior rock sudista, con l’immancabile crescendo chitarristico nel finale. Molto buone anche le gagliarde I Got A Pencil e Never Surrender, ancora con le soliste che non fanno prigionieri, e pure Beast Of Burden non molla la presa. Solo per la conclusiva Talk About Fishin’ imbracciano chitarre acustiche, dobro, banjo e mandolini per una pausa acustica. Niente di nuovo sotto il sole, che in Arizona è comunque caldo e scalda il cuore. L’album è uscito da qualche mese negli Stati Uniti, ma proprio in questi giorni ha avuto anche una distribuzione europea ( e italiana).

Bruno Conti

Canadesi Dal Cuore (E Dal Suono) Sudista. The Sheepdogs – Changing Colours

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The Sheepdogs – Changing Colours – Dine Alone Records/Warner Music Canada

Avete voglia di rituffarvi nei suoni degli anni Settanta? Siete rimasti degli inguaribili fans del buon rock sudista consumando i vostri vinili degli Allman Brothers o dei Lynyrd Skynyrd? Il vostro cuore batte forte quando parte lo splendido coro di Suite Judy Blue Eyes di Crosby, Stills & Nash? Vi ritrovate ogni tanto a canticchiare l’irresistibile (e un po’ ruffiano) ritornello di The Joker della Steve Miller Band? Vi do un consiglio: procuratevi il nuovo CD dei canadesi Sheepdogs e placherete subito tutte le vostre crisi di astinenza. La band, originaria di Saskatoon, la più popolosa città della provincia del Saskatchewan, è attiva dal 2006 ed ha già alle spalle cinque albums e due EPs. Si è formata grazie all’incontro, avvenuto in ambito scolastico, tra il chitarrista e cantante Ewan Currie e il bassista Ryan Gullen, a cui si aggregò il batterista Sam Corbett. Il trio, abbinando al proprio materiale di matrice rock-blues alcune covers dei Black Keys e dei Kings Of Leon, cominciò ad esibirsi nei locali della zona riuscendo a pubblicare un EP a nome The Breaks. Reclutato Leot Hanson come secondo chitarrista, mutarono il proprio nome in Sheepdogs e registrarono, autoproducendosi, i primi due albums intitolati Trying To Grow e Big Stand. La svolta per la loro carriera arrivò nel 2011, quando vinsero un concorso indetto dalla rivista Rolling Stone riservato a gruppi rock ancora privi di contratto discografico. Tale vittoria valse la copertina del prestigioso mensile nell’agosto di quell’anno, un contratto con l’etichetta Atlantic che ristampò subito il loro terzo disco Learn & Burn , oltre ad un secondo EP intitolato Five Easy Pieces, e la partecipazione a programmi musicali di rilievo come Late Night with Jimmy Fallon e ad importanti festival come il Bonnaroo, con conseguente aumento di fama e di vendite.

L’album omonimo, pubblicato nel 2012, diede ulteriore spinta agli Sheepdogs vincendo importanti premi della critica e piazzandosi nei primi posti delle classifiche canadesi. Il successivo Future Nostalgia del 2015 vide un parziale mutamento nella line-up della band, con l’abbandono di Leot Hanson, sostituito alla seconda chitarra da Rusty Matyas, e l’ingresso in pianta stabile del fratello minore di Currie, Shamus, che già saltuariamente in passato aveva suonato tastiere ed alcuni strumenti a fiato. Alla fine di quell’anno Matyas fu a sua volta rimpiazzato dal chitarrista di chiara matrice blues Jimmy Bowskill (ottimo anche alla lap steel guitar), che ha dato un notevole contributo, anche compositivo, alle 17 tracce del nuovo disco Changing Colours. Pronti, via! Come si diffondono le prime note del giro armonico che apre Nobody, sentirete il vostro piedino partire da solo tenendo il ritmo, mentre il vortice di chitarre, lap steel, basso e batteria si fa sempre più coinvolgente fino al ritornello assassino che vi entra nel cervello https://www.youtube.com/watch?v=hlPIp8DJUEI . Il primo singolo, I’ve Got A Hole Where My Heart Should Be, ribadisce le influenze sudiste del gruppo ed anche una evidente capacità di costruire riff semplici ed accattivanti, presenti anche nella successiva Saturday Night che pare quasi un outtake di Fly Like An Eagle della Steve Miller Band. Con Let It Roll ci immergiamo nei panorami bucolici del Tennessee o dell’Alabama, tra chitarre acustiche e lap steel in primo piano. Cambio radicale di atmosfere per The Big Nowhere, in cui compaiono i fiati e gli Sheepdogs sembrano voler citare i Santana dei tempi d’oro.

Ancora la sezione fiati apre la suadente ballad I Ain’t Cool dagli echi piacevolmente beatlesiani con brillanti armonie vocali e un bell’assolo di trombone del più giovane Currie, bravo pure al piano e all’hammond. You Got To Be A Man è tosta ma non particolarmente significativa, molto meglio la notturna Cool Down, che strizza l’occhio alla psichedelia californiana con un raffinato lavoro di chitarre e piano elettrico protagonista. Il finale in crescendo si interrompe bruscamente per dare spazio allo splendido duetto chitarristico di Kiss The Brass Ring, in puro stile Allman Bros, chiara fonte d’ispirazione anche per la solare Cherries Jubilee. Il continuo cambiar pelle nella sequenza delle canzoni è una delle doti vincenti di quest’album, come dimostra anche la lunga ed intensa I’m Just Waiting For My Time, che parte lenta con la voce supportata dal suono di un flauto per prendere corpo man mano che si sviluppa su trame che ci riportano indietro agli amati anni settanta. In Born A Restless Man gli Sheepdogs si travestono da bluegrass band e dopo l’oasi strumentale di The Bailieboro Turnaround ci mostrano come si scrive una grande country ballad con la turgida Up In Canada. C’è ancora spazio per le velleità da jam band di Hms Buffalo ed Esprit Des Corps, in cui Currie & soci tralasciano il cantato per suonare a ruota libera lungo le polverose strade che conducono a Sud, dove stanno ben piantate le loro radici. La conclusione è affidata alla luminosa Run Baby Run dove cogliamo, nelle raffinate armonie vocali, un riferimento per nulla nascosto ai numi ispiratori Crosby, Stills & Nash. Recentemente, il leader Ewan Currie, chiamato a definire il suono della sua band, ha risposto: pure, simple good-time music. Come dargli torto?

Marco Frosi

Un Gruppo Minore, Ma Valido, Del Panorama Sudista Del Tempo Che Fu. The Winters Brothers Band – The Winters Brothers Band

winter brothers band winter brothers band

*NDB In questi giorni festivi, oltre ai Post abituali sulle ultime novità e alle liste mancanti dei migliori dischi del 2017, ne approfittiamo per recuperare anche qualche recensione che per svariati motivi non era ancora stata utilizzata: ieri era toccato al disco di Juanita Stein, oggi alla ristampa dei Winter Brothers, la parola a Marco.

The Winters Brothers Band – The Winters Brothers Band – Wounded Bird/Warner CD

E’ noto che il periodo d’oro del southern rock siano stati gli anni settanta, decade nella quale non solo si sono create delle vere e proprie leggende (principalmente tre: The Allman Brothers Band, Lynyrd Skynyrd e la Marshall Tucker Band, ci sarebbe anche la Charlie Daniels Band ma io l’ho sempre visto come un gruppo a cavallo fra rock e country), ma nella quale hanno anche assaporato una buona popolarità gruppi che col tempo hanno perso appeal verso il pubblico, come gli Amazing Rhythm Aces, gli Outlaws, la Atlanta Rhythm Section, i Wet Willie ed i primi Molly Hatchet prima di virare verso un più remunerativo hard rock. Infine ci sono state anche tante band che non hanno raggiunto una grande fama neppure all’epoca, pur non demeritando affatto, e tra di esse di sicuro troviamo la Winters Brothers Band, quintetto proveniente da Nolensville, Tennessee, che nel suo primo periodo di attività, la seconda metà degli anni settanta, pubblicò appena due album, per poi farne uscire un terzo nel 1985 ed altri due, con una formazione prevedibilmente molto diversa, nel nuovo millennio (e la loro attività concertistica prosegue tutt’ora). Oggi la Wounded Bird, un’etichetta specializzata in ristampe di dischi poco noti e distribuita dalla Warner, ripubblica l’esordio del gruppo, l’omonimo The Winters Brothers Band del 1976, senza peraltro aggiungere alcunché come bonus.

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https://www.youtube.com/watch?v=Lmuro9vpQc8

La band, guidata dai fratelli Donnie e Dennis Winters, entrambi cantanti e chitarristi (e completata da Gene Watson, basso, Kent Harris, batteria ed il bravissimo David “Spig” Davis al pianoforte) ebbe probabilmente la sfortuna di esordire quando il rock sudista cominciava già a mostrare la corda, al punto che il loro secondo lavoro, Coast 2 Coast, uscì nel 1978 in piena era punk e venne semplicemente ignorato. C’è da dire che la WBB era anche un combo forse di livello inferiore rispetto ai maestri del genere, ma è giusto riconoscere che in questo esordio i cinque fecero del loro meglio, consegnando al mondo dieci canzoni di piacevolissimo rock chitarristico, con un buon gusto per la melodia ed armonie vocali degnissime, ed anche dal punto di vista compositivo The Winters Brothers Band risulta un album ben fatto, al quale questa ristampa opportunamente rimasterizzata non può che far bene, anche se forse si poteva creare un doppio CD a prezzo speciale con entrambi i dischi del primo periodo (e di sicuro allungare il primo con qualche inedito dal vivo). I WBB hanno un suono molto fluido, con le twin guitars dei due fratelli sempre protagoniste dei brani, ed il pianoforte di Davis subito pronto a raggiungerle, un sound che chiaramente dava il suo meglio dal vivo dove i pezzi potevano essere dilatati a piacere (ed i nostri erano spesso tra i partecipanti delle prime Volunteer Jams create da Daniels https://www.youtube.com/watch?v=r3bUsvoAu90 ).

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https://www.youtube.com/watch?v=DI0Ng_NxmsU

L’inizio è ottimo, con la scorrevole e tersa I Can’t Help It, una rock ballad chitarristica dalla melodia limpida e ritornello corale, vicina alle cose più immediate della MTB dell’altra coppia di fratelli, Toy e Tommy Caldwell. Shotgun Rider, uno dei loro brani più popolari, continua sulla stessa falsariga, southern sì, ma piacevole ed orecchiabile, qui con un maggior coinvolgimento del piano. Sung Her Love Songs è più meditata, inizia quasi come un pezzo di Crosby, Stills & Nash, poi il refrain si distende e prelude ad un bel assolo di piano, con un leggero sapore jazzato che pervade la canzone, che confluisce senza soluzione di continuità in Devil After My Soul, più potente, con la chitarra che si staglia liquida sopra una sezione ritmica tonica, fino ad un cambio di tempo che la trasforma in una jam nella quale anche il pianoforte non si tira indietro. Anche Misty Mountain Morning fa parte delle canzoni più conosciute della WBB, possiede il solito motivo orecchiabile ed ospita Charile Daniels al violino, mentre Old Stories aumenta il ritmo, ma la miscela voce-chitarre-piano resta invariata. Decisamente trascinante Smokey Mountain Log Cabin Blues, un boogie dal ritmo acceso, con la chitarra slide ed il solito pianoforte notevole (che per l’occasione è suonato da Taz Digregorio, tastierista della band di Daniels), ed anche Sweet Dream Lady è tra le migliori, con i ragazzi che suonano davvero che è un piacere. Il disco termina con la solare Dream Ride, di nuovo apprezzabile nel combinare immediatezza e tecnica, e con Laredo, che è invece una honky-tonk song pura e semplice, ancora con il fiddle del barbuto Charlie in evidenza.

Forse la Winters Brothers Band (anzi, sicuramente) non era all’altezza degli altri gruppi storici del suono del Sud, ma continuare a far finta che non siano mai esistiti sarebbe un errore, oltre che un peccato.

Marco Verdi

Peccato Solo Che (Forse) Non Ci Sarà Un Terzo Volume! Chris Stapleton – From A Room: Volume 2

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Chris Stapleton – From A Room: Volume 2 – Mercury/Universal CD

Come da lui promesso, ecco il secondo (e probabilmente ultimo) CD tratto dalle sessions che Chris Stapleton, uno dei migliori singer-songwriters di ultima generazione, ha tenuto al leggendario RCA Studio A di Nashville: il primo From A Room, uscito ai primi di Maggio, è stato almeno per me uno dei migliori dischi del 2017, e solo per un nonnulla ha mancato l’ingresso nella Top 10, e questo secondo volume non è da meno. Il mood è lo stesso: nove canzoni, addirittura stessa durata (32 minuti), e solita ottima miscela di rock, country, southern e musica cantautorale del nostro, gli stessi ingredienti che, uniti ad una grande voce, nel 2015 hanno fatto la fortuna di Traveller (ma anche questi due From A Room stanno godendo di un notevole successo, essendo arrivati entrambi al numero due di Billboard, e non nella sezione country, ma in quella generalista, dimostrando che per fortuna la musica di qualità ogni tanto vende ancora). Essendo le stesse sessions, sono coinvolte più o meno le medesime persone: alla produzione (e chitarra acustica) abbiamo l’ormai indispensabile Dave Cobb, al basso J.T. Cure, alla batteria Derek Mixon, alla seconda voce la moglie di Chris, Morgane Stapleton, e naturalmente il nostro che suona (bene) tutte le altre chitarre.

Il CD inizia e finisce con le uniche due cover: apre l’album la bella Millionaire, un brano del 2002 di Kevin Welch che intitolava anche un suo album, una canzone originariamente di cantautorato puro che qui si trasforma in una ballata rock elettrica coi fiocchi, cantata all’unisono da Chris e Morgane; il pezzo finale invece è Friendship, un brano di Homer Banks (cantante di colore degli anni sessanta targato Stax), che diventa un classico rock di stampo southern, anche se gli elementi soul dell’originale rimangono. Il resto è farina del sacco di Chris, a partire dalla potente Hard Livin’, un rockin’ country chitarristico in puro outlaw style (se non fosse per la voce sembra quasi di sentire Waylon Jennings redivivo); Scarecrow In The Garden è una squisita e tersa ballata country-rock elettroacustica, davvero splendida, sembrano i migliori Eagles e forse non rendo pienamente l’idea, mentre Nobody’s Lonely Tonight è un lentaccio sudista d’atmosfera, tutto costruito intorno alla voce strepitosa di Chris e ad un arpeggio di chitarra elettrica. Tryin’ To Untangle My Mind è un midtempo rock molto anni settanta (decisamente la decade di riferimento per la musica del nostro), in cui Chris si dimostra anche un eccellente chitarrista.

A Simple Song è un delicato pezzo acustico e cantautorale come da titolo, puro e toccante; restano ancora da citare Midnight Train To Memphis, decisamente la più rock del disco, un concentrato di elettricità e potenza, forse leggermente risaputa per quanto riguarda il songwriting ma dal gran tiro chitarristico, mentre con Drunkard’s Prayer siamo dalle parti della ballata acustica, voce e chitarra, con una marcata influenza melodica da parte di Willie Nelson. Non so se le sessions di From A Room abbiano prodotto altri brani oltre ai diciotto contenuti nei due volumi: certo è che un terzo episodio non sarebbe proprio sgradito.

Marco Verdi

Forse La Migliore Band Southern Dell’Ultima Decade, Veramente Bravi! Otis – Eyes Of The Sun

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 Otis – Eyes Of The Sun – Purple Pyramid Records/Cleopatra

Ultimamente i “miei amici” della Cleopatra sembrano avere messo a segno qualche buon colpo: tra recuperi di vecchi gruppi metal imbolsiti, tributi un po’ raffazzonati, ristampe improbabili di dischi non memorabili di artisti del passato, nel loro catalogo spunta anche qualche gioiellino, tipo l’ultimo di Stills e della Collins (anche se l’etichetta è la Wildflower), quello dal vivo di Tom Killner, buon chitarrista inglese, e poco altro di interesse, almeno per il sottoscritto. Ma devo ammettere che questo nuovo album degli Otis (il loro secondo) è veramente buono: band “sudista” vecchio stampo, vengono dal Kentucky, il loro primo album Tough Times Tribute To John Brim, era un omaggio ad un oscuro bluesman, loro corregionale, noto per avere scritto Ice Cream Man, brano “coverizzato” da varie band hard, tra cui i Van Halen. Del gruppo è stato detto, sintetizzo: “Se c’è mai stata una nuova band che può ricoprire il gradino più alto nell’ambito Jam Blues Rock e il vuoto lasciato da gruppi come gli Allman Brothers, questi sono gli Otis!” Lusinghiero: ma chi lo ha detto? Paul  Nelson, vecchio pard di Johnny Winter, e curatore di tutte le recenti ristampe del texano. Come dite, è il produttore esecutivo di questo Eyes Of The Sun, e appare alla chitarra anche in un brano? Quindi il conflitto di interessi non lo abbiamo inventato noi.

Comunque il disco rimane molto buono e le parole sono veritiere: i quattro robusti giovanotti, a giudicare dalle foto almeno, che compongono la band sono veramente bravi, Boone Froggett, voce e chitarra solista, Steve Jewell, il secondo solista e John Seeley, basso e Andrew Gilpin, batteria, sono un quartetto solido e dalla buona tecnica, che pescano sia dalla tradizione blues, come dal southern degli Allman e anche dei Wet Willie, che aveva maggiori connotati anche errebì. Lo stile è energico e robusto, ma i nostri suonano veramente bene, mi sembrano persino superiori a Blackberry Smoke e Whiskey Myers, i paragoni con gli Allman Brothers non sono sparati a vuoto, l’iniziale Change, con le due soliste che lavorano di fino, una in modalità slide e l’altra normale, ha il piglio e il drive dei vecchi ABB, Froggett non avrà la voce di Gregg Allman o di Van Zant, ma è più che adeguata, il tocco delle due coriste Sandra Dye e Bianca Byrd, aggiunge altri profumi di profondo Sud al sound e il lavoro delle due chitarre è veramente lodevole.

Anche quando il suono si fa più “duretto”, alla Lynyrd Skynyrd per intenderci, ma quelli Doc, come nella successiva Blind Hawg, l’interplay tra le due chitarre è sempre godibilissimo, la ritmica picchia ma con costrutto, anche quello degli ZZ Top potrebbe essere un nome di riferimento, con Billy Gibbons che ha espresso i suoi riconoscimenti per il gruppo “ottime parti cantate, toni di chitarra deliziosi, nell’insieme un ascolto piacevolissimo”, sottoscrivo. Spesso le due chitarre lavorano anche all’unisono, ma il dualismo slide-solista è quello vincente: ribadito nella title track Eyes Of The Sun, che addirittura di slide ne presenta due, e alza la quota blues(rock) dell’insieme, sentito forse mille volte e “revivalista” quanto volete, ma quando è fatto così bene è veramente un piacere, southern rock della miglior grana. Ottima anche Home, tagliente e saltellante, con la slide sempre “piccante”, e poi quando entra anche l’organo Hammond dell’ospite Eddie Stone, il suono si fa ancora più “pieno” e corposo, anche con rimandi ai prima citati Whiskey Myers e Blackberry Smoke, ma comunque con le chitarre che ruggiscono sempre in modo inarrestabile nelle due lunghe Shake e Turn To Stone, la seconda una bella ballatona rock di quelle classiche sudiste, in crescendo, con Froggett che canta anche con impeto e classe.

Washed My Hands è nuovamente dura e tirata, a tutto riff, come degli ZZ Top con doppia chitarra solsita, mentre in Lovin’ Hand arriva anche Paul Nelson alla terza solista e qui due parole urgono, “Lynyrd Skynyrd”, e non si prendono ostaggi. Ma gli Otis sono capaci anche di un approccio più raffinato, con chitarre acustiche, un mandolino (Danny Williams), sonorità quasi orientali, per uno strumentale Relief In C dai profumi indiani, e non sono quelli dei pellirossa. Per le ultime due canzoni torna ancora l’organo di Stone e si prova anche la strada della hard ballad cadenzata, quasi alla Neil Young, con una eccellente Chasing The Sun dove le ennesime ed estese jam chitarristiche delle due soliste sono tutte da gustare. In chiusura con Let Your Love Shine Down sembra quasi di ascoltare la migliore Marshall Tucker Band, anche con piccoli elementi country e soul inseriti nel calderone sonoro, e sempre con quella slide insinuante che scalda i cuori, e occhio al finale. Veramente bravi!

Bruno Conti