Semplicemente Il Loro Miglior Disco Dagli Anni Settanta In Poi! Outlaws – Dixie Highway

outlaws dixie highway

 Outlaws – Dixie Highway – Steamhammer/SPVCD

Il nuovo millennio non si è rivelato molto ricco di novità discografiche per quanto riguarda i gruppi storici del filone southern rock, in parte anche per l’età avanzata dei loro componenti. Gli Allman si sono sciolti nel 2014 (e comunque il loro ultimo album con materiale nuovo risaliva al 2003), la Marshall Tucker Band si esibisce solo più dal vivo, i Lynyrd Skynyrd ogni tanto incidono ma sono ormai fermi dal 2012, gli Atlanta Rhythm Section sono spariti (e comunque non azzeccavano un disco dagli anni settanta), Charlie Daniels ha una bella età e poi è da tempo un artista country, mentre i Black Oak Arkansas hanno tentato il rientro lo scorso anno ma il loro Underdog Heroes era orrendo: gli unici ancora abbastanza attivi sono i Molly Hatchet, ma i loro lavori seppur non disprezzabili sfociano spesso in un hard rock di grana grossa.

Questa introduzione per dire che non è che io abbia sentito chissà quali vibrazioni quando ho saputo che gli Outlaws, band originaria di Tampa ed attiva dal 1975, erano in uscita con un nuovo disco, anche perché li ho sempre considerati un gruppo minore anche nel loro periodo di massima fama, con nessuno dei loro album nella Top Ten (l’esordio omonimo si fermò alla tredicesima posizione), qualche successo minore come singolo con There Goes Another Love Song e la cover di (Ghost) Riders In The Sky ed almeno un classico assoluto con Green Grass And High Tides, da sempre punto centrale dei loro concerti (e dal vivo sono ancora validissimi, basti ascoltare l’album del 2016 Legacy Live https://discoclub.myblog.it/2017/02/28/una-eredita-per-nulla-smarrita-molto-viva-outlaws-legacy-live/ ). Dixie Highway, questo il titolo del nuovo CD dei Fuorilegge (che arriva ad otto anni dal discreto It’s About Pride), mi ha però fatto ricredere sin dal primo ascolto lasciandomi addirittura a bocca aperta in più di un momento: i nostri non hanno mai perso l’abilità nel suonare, la loro musica si conferma perfetta per chi ama il rock-boogie chitarristico più ruspante, ma in Dixie Highway c’è anche una qualità compositiva che non credevo più possibile a questo punto della loro carriera, che unita a massicce dosi di feeling fanno sì che l’album si possa addirittura considerare il loro migliore dagli anni settanta in poi.

Non è un capolavoro assoluto, ma un disco ben scritto, cantato in maniera adeguata e suonato alla grande, e credo che i fan del gruppo e della musica southern in generale non possano chiedere di più. Gli unici due membri fondatori ancora nella band sono il chitarrista e cantante Henry Paul ed il drummer Monte Yoho, e completano il settetto gli altri chitarristi Steve Grisham e Dave Oliver, il bassista Randy Threet, il tastierista Dave Robbins e l’altro batterista Jaran Sorenson (c’è anche un quarto chitarrista ospite, Billy Crain, quindi è garantito un bel muro del suono). Southern Rock Will Never Die (ottimo titolo) fa partire il disco nel modo migliore, una rock song potente, solida e trascinante con un ritornello corale irresistibile (nel quale vengono elencate solo per nome alcune leggende scomparse come Steve Gaines, Ronnie Van Zant, Gregg e Duane Allman, Berry Oakley, Toy e Tommy Caldwell nonché The Flame, che era il soprannome dell’ex compagno di avventura Hughie Thomasson) ed una serie di assoli strepitosi: inizio eccellente. Heavenly Blues è una rock ballad vivace e solare, con un altro refrain perfetto ed una chitarra decisamente melodiosa, alla Dickey Betts, a differenza della title track che è puro rock’n’roll sotto steroidi, con le chitarre che guizzano da tute le parti ed un tono epico: tre canzoni e sono già pronto a mettere Dixie Highway tra i migliori album degli Outlaws.

La deliziosa Over Night From Athens è più sul versante country-rock, ma sempre in puro stile southern come era solita fare la Marshall Tucker Band, Endless Ride è una ballatona elettrica tesa come una lama e con una melodia decisamente evocativa e ricca di pathos, mentre Dark Horse Run inizia acustica e si sviluppa fluida e sinuosa, con il ritmo sempre sostenuto e l’ennesimo refrain corale che prende all’istante. Rattlesnake Road è un boogie roboante e diretto come un pugno nello stomaco, ancora con un gran lavoro delle chitarre e tanto sudore (ricorda gli ZZ Top quando sono in forma), Lonesome Boy From Dixie è puro southern rock anni settanta, con chitarre pulite e scintillanti ed un train sonoro coinvolgente. Lo strumentale allmaniano Showdown, puro guitar power, prelude al gran finale di Windy City’s Blue, rock song perfetta per gli spazi aperti e con una fantastica accelerazione elettrica circa a metà canzone, e di Macon Memories, brano più lento e nostalgico ma che non rinuncia alla grinta, finale ad hoc per un disco bellissimo e sorprendente che tiene ben alto il vessillo (invero un po’ sciupato) del southern rock.

Marco Verdi

Un “Nuovo” Cantautore Dal Grande Spirito Umanitario. Paul Sage – Retreat

paul sage retreat

Paul Sage – Retreat – Paul Sage/CD Baby

Confesso che non avevo mai sentito parlare di Paul Sage, cantautore canadese non di primissimo pelo (a giudicare dall’aspetto fisico), e la scarsità di informazioni su internet non mi ha aiutato più di tanto. La cosa più importante che ho appreso, a parte appunto la sua terra d’origine, non è strettamente di carattere musicale, ma umanitario: Paul è infatti il fondatore insieme all’amico musicista David Rourke del progetto Hugs & Hope, un’associazione no profit che si prefigge come scopo l’alleviamento delle pene a persone di vario genere, età ed estrazione sociale, che hanno in comune gravi problemi di carattere mentale e psicologico (depressione, paura della solitudine, ecc.), attraverso terapie personalizzate all’interno delle quali il potere della musica ha un’importanza centrale. Un progetto complesso e meritorio quindi, con lo staff addetto alle terapie che è anche disposto a visitare i pazienti a domicilio pur di donare loro sollievo e speranza.

Non so se Retreat, album che Sage ha da poco pubblicato, faccia parte delle terapie (non è neanche chiaro se sia il suo lavoro d’esordio, ma penso di sì in quanto non ho trovato menzione di precedenti): quello che però è certo è che è un gran bel disco, decisamente coinvolgente ed anche sorprendente, in quanto mi aspettavo il tipico album da cantautore canadese classico ed invece mi sono trovato tra le mani una collezione di brani di puro rock’n’roll di matrice southern, con grande spazio lasciato alle chitarre (ben tre: Paul, Rourke e la solista di Dan Diggins), una sezione ritmica potente (Gary Mallory al basso e Paul DeRocco alla batteria) ed un coro femminile usato in più momenti, che dona al disco un sapore di rock classico alla Lynyrd Skynyrd. Non mancano le ballate, ma anche queste sono suonate con un approccio deciso e vigoroso, da rock band; Sage è anche in possesso di una bella voce forte ed arrochita che qualcuno ha paragonato a quella di Rod Stewart, anche se a mio parere la somiglianza più vicina è con Bob Seger.

Un valido esempio di com’è Retreat è l’opening track Humble Bumble, un brano decisamente trascinante che inizia per sola voce e chitarra acustica, ma dopo non molto entra la band in maniera prepotente e nel refrain si unisce il già citato coro, con la ciliegina di un ispirato assolo di Diggins. Waiting In The Wings è una splendida ballata, un brano elettrico e cadenzato dalla melodia di notevole impatto, ancora con un ottimo intervento della solista: per citare ancora gli Skynyrd, è da una vita che la band di Jacksonville non pubblica un brano di questa portata. Couldn’t Help It è introdotta da un riff assassino, ma il brano ha ancora una linea melodica notevole ed un bel ritornello corale, in pratica una rock song con i controcazzi (scusate se parlo francese, ma ci stava), con Paul che si sta dimostrando brano dopo brano un songwriter di valore. As You Wish è un bel lento elettroacustico dalla strumentazione comunque potente, un pezzo che sembra uscire dal songbook di una qualsiasi band dell’Alabama (e dintorni), così come Let Go, che in più è dotata di un delizioso motivo che in un mondo parallelo al nostro potrebbe aprire al nostro le porte della programmazione radiofonica, mentre Blind Faith è un gustoso e limpido country-rock che non lascia da parte lo spirito sudista, diciamo che siamo dalle parti di Zac Brown per dare un’idea.

Il CD non cala di tono neanche per un attimo: My Little Boy è un’altra ballata splendida, finora la più “segeriana” sia per il timbro vocale che per lo sviluppo musicale, un pezzo che parte piano e poi cresce gradualmente anche in pathos, con le chitarre ed una languida armonica a circondare la voce del leader, per quella che è probabilmente la canzone migliore dell’album. Anche Simplicity è un brano dal tempo lento, ma l’accompagnamento è rock e poi Paul è talmente bravo a differenziare lo script dei vari pezzi che la noia non affiora mai (anzi); OK Today inizia come una canzone da songwriter folk, poi all’improvviso entra in maniera dura la chitarra e quindi tutto si sposta ancora su territori southern https://www.youtube.com/watch?v=GftA-gqyVJw ; l’album termina con la solare Doo Doo Song, una rock’n’roll song diretta e coinvolgente https://www.youtube.com/watch?v=A40Q2C1PJNU , un momento di puro divertimento che ci porta alla tenue We’ll Be Around, la quale chiude il disco con un messaggio di speranza guidato da una melodia bellissima e toccante.

Retreat non è un CD facilissimo da trovare ma, credetemi, vale la pena darsi da fare per cercarlo.

*NDB Da quando ho “commissionato! all’amico Marco la recensione di questo album, il 31 marzo purtroppo CD Baby, che era l’unico distributore del dischetto fisico, ha momentanemente, si spera, chiuso il music store, per cui il “disco” al momento è disponibile solo per il download oppure su YouTube.

Marco Verdi

Dopo Gli Allman, Altre Due Leggende Del Sud! The Marshall Tucker Band – New Year’s In New Orleans/Lynyrd Skynyrd – Last Of The Street Survivors Lyve!

marshall tucker band new year's in new orleans lynyrd skynyrd last of the street survivors tour lyve

The Marshall Tucker Band – New Year’s In New Orleans – MT Industries 2CD

Lynyrd Skynyrd – Last Of The Street Survivors Lyve! – Curtis Loew 2CD/DVD

Dopo essermi occupato nel dettaglio dello splendido cofanetto della Allman Brothers Band Trouble No More https://discoclub.myblog.it/2020/03/12/il-tipico-cofanetto-da-isola-deserta-the-allman-brothers-band-trouble-no-more/ , oggi vi parlo di due uscite quasi contemporanee che hanno come titolari gli altri due vertici della sacra triade del southern rock (anche se gli Allman erano un gradino superiori a tutti), cioè la Marshall Tucker Band ed i Lynyrd Skynyrd, entrambi con “nuovi” album dal vivo (le virgolette sono per la MTB, il cui disco era già uscito in vinile per lo scorso Record Store Day, ma ora è stato pubblicato anche in doppio CD e su scala più larga). La Marshall Tucker Band è ancora attiva solo per concerti, ma quando decidono di pubblicare qualcosa si rivolgono quasi sempre a serate inedite del loro periodo migliore, gli anni settanta, quando i fratelli Toy e Tommy Caldwell erano saldamente alla guida del gruppo, ed anche gli altri membri fondatori erano ancora tutti in sella: il secondo chitarrista George McCorkle, il batterista Paul Riddle, il flautista e sassofonista Jerry Eubanks e naturalmente il lead vocalist Doug Gray, unico punto di contatto tra la formazione dell’epoca e quella odierna.

Come suggerisce il titolo di questo doppio CD New Year’s In New Orleans siamo nella capitale della Louisiana, al Warehouse Theatre, e la serata è quella del 31 dicembre 1978: un concerto di Capodanno quindi, e come spesso (se non sempre) capitava alla MTB in quegli anni la serata è splendida, con i nostri in forma eccellente ed un pubblico caldo e partecipe. Personalmente non ho mai amato molto Gray come cantante, ma il resto della band è un vero treno in corsa, con Toy che arricchisce le sue splendide canzoni con la sua magica chitarra, la sezione ritmica che non perde un colpo ed Eubanks che riempie gli spazi con flauto e sax. A partire dall’apertura affidata alla fluida Fly Like An Eagle possiamo ascoltare con estremo piacere un’ora e mezza abbondante di grande southern rock, con classici assoluti del repertorio dei nostri come Long Hard Ride, scintillante strumentale tra rock e western con Toy che inizia a fare i numeri, la countreggiante ed irresistibile Fire On The Mountain, la frenetica Ramblin’ e la limpida This Ol’ Cowboy.

Non manca la splendida Heard It In A Love Song, il più grande successo del gruppo, e neanche la mitica Can’t You See, la signature song di Toy Caldwell (che la canta pure), posta insolitamente in mezzo al concerto anziché alla fine. Altri highlights sono la pimpante Blue Ridge Mountain Skies, con Toy che improvvisa alla grande trascinando la band in un maestoso finale in crescendo, la scatenata Hillbilly Band e soprattutto una favolosa 24 Hours At A Time, 13 minuti in cui i nostri jammano che è una delizia. Dopo il prevedibile countdown di fine anno ed una tradizionale Auld Lang Syne (riletta però a tutto swing), il concerto termina con I’ll Be Loving You, la magnifica Searchin’ For A Rainbow ed un finale atipico ma strepitoso e coinvolgente con una imperdibile versione di otto minuti del classico della Carter Family Will The Circle Be Unbroken, suonata in puro MTB style.

Last Of The Street Survivors Lyve! è invece il titolo del nuovo doppio CD dei Lynyrd Skynyrd (con DVD annesso), che a differenza di quello della MTB si occupa di un concerto recente, cioè quello tenutosi il 2 settembre 2018 nella loro città di origine, Jacksonville in Florida, nell’ambito del lunghissimo Farewell Tour che è proseguito l’anno scorso ed è già calendarizzato anche per tutto il 2020 (con un appuntamento anche al Lucca Summer Festival, coronavirus permettendo). Come saprete l’unico membro originale della band è rimasto il chitarrista Gary Rossington, ma ormai anche il cantante Johnny Van Zant (fratello di Ronnie, scomparso nel tragico incidente aereo del 1977 con Steve e Cassie Gaines) è un veterano, così come l’ex Blackfoot Rickey Medlocke alla seconda chitarra ed il drummer Michael Cartellone che è con i nostri dal 1999: completano il quadro i “nuovi” Mark Matejka alla terza chitarra, il tastierista Peter Keys (nomen omen) ed il bassista Keith Christopher, oltre ai backing vocals delle “Honkettes” Dale Krantz Rossington, moglie di Gary, e Carol Chase, ed infine c’è anche una sezione fiati di tre elementi guidata dal noto sassofonista Jim Horn (nomen omen 2).I  CD dal vivo degli Skynyrd sul mercato non sono pochi, e nonostante le setlist non cambino spesso è sempre un piacere immenso sentirli all’opera, un po’ per il repertorio che poche band al mondo possono permettersi, ma anche per la grinta che i nostri mettono nelle varie performance.

Grande musica rock, con chitarre sempre in tiro (talvolta con tonalità hard) e sezione ritmica granitica: aggiungete un’energia ed un feeling che hanno pochi eguali ed una serie di canzoni leggendarie e capirete perché Last Of The Street Survivors Lyve! è un disco da avere, e da suonare a volume preferibilmente alto. La setlist è incentrata al 90% sugli anni settanta, con solo due brani più recenti (guarda caso i più deboli), cioè il rock-blues con anabolizzanti Skynyrd Nation, non tra le più riuscite, e la patriottica ed un po’ stucchevole Red White & Blue. Il resto è un tripudio di rock’n’roll con brani travolgenti come What’s Your Name, Don’t Ask Me No Questions e Gimme Three Steps, o di potenti boogie del calibro di Workin’ For MCA, che apre il concerto in maniera vigorosa, l’irresistibile I Know A Little e la consueta cover di J.J. Cale Call Me The Breeze, da sempre uno degli highlights dei concerti del gruppo. Non mancano le epiche rock ballads tipiche dei nostri (la sontuosa Tuesday’s Gone, The Ballad Of Curtis Loew e Simple Man) o rocciosi uptempo come la splendida That Smell (però quel synth…) la possente Travelin’ Man, con Johnny che duetta virtualmente col fratello Ronnie, la vibrante Saturday Night Special o la meno nota The Needle And The Spoon. Il finale è ormai lo stesso da sempre (ma non si è mai stanchi di ascoltarlo), con le due signature songs della band Sweet Home Alabama e Free Bird a chiudere in maniera potente ed emozionante un concerto che definire trascinante è dir poco.

Marco Verdi

Il Tipico Cofanetto Da Isola Deserta! The Allman Brothers Band – Trouble No More

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The Allman Brothers Band – Trouble No More. 50th Anniversary Collection – Mercury/Universal 5CD – 10LP Box Set

Eccomi finalmente a parlare dell’atteso cofanetto che celebra i 50 anni di carriera della leggendaria Allman Brothers Band, uno dei più grandi gruppi di sempre ed inventore del genere southern rock, una miscela irresistibile di rock, blues, jazz e soul che ha avuto centinaia di seguaci ma nessuno a quel livello (in realtà gli anni sarebbero 51, perché la ABB si è formata nel 1969, o 45 dato che si sono ufficialmente sciolti nel 2014, ma non è il caso di essere troppo pignoli). Gruppo fantastico in ognuna delle sue molte configurazioni, gli ABB oltre ad avere dato origine ad una lunga serie di grandissime canzoni sono stati uno degli acts dal vivo più memorabili (non per niente il loro mitico Live At Fillmore East del 1971 è probabilmente il miglior album live di sempre in assoluto), ma hanno avuto nella loro storia anche diverse tragedie, in particolare la drammatica scomparsa del fenomenale chitarrista e fondatore Duane Allman, uno che avrebbe potuto diventare il più grande axeman di sempre, seguita un anno dopo dall’ugualmente scioccante dipartita del bassista Berry Oakley in circostanze quasi identiche (un incidente di moto a pochi isolati di distanza uno dall’altro).

Non è però il caso che vi racconti qua la storia del gruppo (se siete abituali frequenatatori di questo blog li conoscete alla perfezione), ma voglio parlarvi nel dettaglio di questo splendido cofanetto intitolato Trouble No More, che attraverso cinque CD (o dieci LP, ma il box in vinile ha un costo davvero improponibile) ripercorre il meglio della loro storia dal primo demo inciso in studio fino all’ultima canzone suonata dal vivo, in una confezione elegante con un bellissimo libretto ricco di foto ed un lungo saggio scritto da John P. Lynskey, e con la produzione a cura del noto archivista Bill Levenson, specialista in questo genere di operazioni. Il box è una goduria dall’inizio alla fine, in quanto troviamo al suo interno quasi sette ore di grandissima musica: gli inediti non sono tantissimi, solo sette (ma uno meglio dell’altro), ma non mancano diverse chicche e rarità e poi diciamocelo, non ci sono tanti gruppi al mondo a potersi permettere una collezione di cinque CD a questo livello (ed il box funziona anche se possedete già Dreams, l’altro cofanetto degli Allman uscito nel 1989, un po’ perché là mancava ovviamente tutto il materiale dal 1990 in poi, ed anche perché si prendevano in esame anche cose dei vari gruppi pre-ABB e materiale solista di Gregg Allman e Dickey Betts, mentre Trouble No More si occupa esclusivamente della vita della band “madre”). Ma vediamo nel dettaglio il contenuto dei cinque dischetti.

CD1: The Capricorn Years 1969-1979 Part I. Si inizia subito col primo inedito, che è anche il primo demo in assoluto registrato dal gruppo nell’Aprile del 1969 (strano che non sia stato pubblicato prima), e cioè il brano di Muddy Waters che intitola il box, che non sembra affatto una prova ma vede i nostri già belli in tiro, con Duane e Dickey che si scambiano licks e assoli e la sezione ritmica di Oakley, Jaimoe e Butch Trucks che è già un macigno. Poi abbiamo quattro classici dal primo album omonimo e cinque da Idlewild South (con capolavori come It’s Not My Cross To Bear, Dreams, Whipping Post, Midnight Rider, Revival e Don’t Keep Me Wonderin’) inframezzati da una formidabile I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town di nove minuti dal famoso Live At Ludlow Garage. Il CD di chiude con tre brani dal leggendario Fillmore East (Statesboro Blues, Stormy Monday e la magnifica In Memory Of Elizabeth Reed), un lavoro dal quale il box non attinge più di tanto essendo già stato soggetto di un cofanetto sestuplo nel 2014.

CD2: The Capricorn Years 1969-1979 Part II. Unico dischetto senza inediti, ma non per questo privo di interesse : dopo la One Way Out ancora al Fillmore East abbiamo due pezzi tratti dal Live From A&R Studios 1971 (pubblicato nel 2016), una Hot’Lanta di “soli” sei minuti ed un monumentale medley You Don’t Love Me/Soul Serenade che di minuti ne dura quasi venti, uno degli highlights del box pur non essendo inedito. Da Eat A Peach abbiamo tre classici assoluti (Stand Back, Melissa e Blue Sky), per poi approdare ad una rara e bellissima Ain’t Wastin’ Time No More registrata dal vivo nel 1972 al Mar Y Sol Festival a Puerto Rico (tratta dal box Dreams), con Duane che ci aveva già lasciato ma Oakley ancora nel gruppo. I restanti cinque pezzi provengono da Brothers And Sisters, splendido album del 1973 che vedeva Betts ritagliarsi sempre di più il ruolo di co-leader insieme a Gregg, con capolavori come il roccioso rock-blues Southbound, la countreggiante Ramblin’ Man (il loro più grande successo a 45 giri) e la magnifica Jessica, mentre la conclusiva Early Morning Blues, con un grande Chuck Leavell al piano, è una outtake presa dalla deluxe edition di Brothers And Sisters del 2013.

CD3: The Capricorn Years 1969-1979 Part III/The Arista Years 1980-1981. Questo CD copre il periodo meno celebrato del gruppo, ma contiene anche l’inedito più interessante del box, cioè una straordinaria Mountain Jam registata al famoso Watkins Glen Festival del 1973, dodici minuti di goduria assoluta durante i quali i nostri condividono il palco con Jerry Garcia, Bob Weir e Robbie Robertson per una jam stratosferica (la chitarra di Jerry si riconoscerebbe su un milione, anzi in alcuni punti sembra che debba partire da un momento all’altro Sugar Magnolia). Anche Come And Go Blues è presa dal concerto a Watkins Glen, ma è tratta dal live Wipe The Windows, Check The Oil, Dollar Gas; a seguire troviamo tre brani presi da Win, Lose Or Draw, ultimo album dei nostri prima della temporanea separazione ed anche il meno fortunato fino a quel momento, anche se i pezzi qui presenti fanno la loro bella figura (Can’t Lose What You Never Had, ancora di Muddy Waters, la title track e soprattutto il quarto d’ora infuocato di High Falls di Betts). La reunion a cavallo tra i settanta e gli ottanta non fu molto proficua: tre album discreti ma lontani dai fasti di inizio decade (Enlightened Rogues, Reach For The Sky e Brothers Of The Road) in cui si tentava di dare al gruppo un suono più radiofonico, ma tra i brani scelti per questo box alcuni non sono affatto male, come il boogie Crazy Love, il godurioso strumentale Pegasus, la coinvolgente e soulful Hell & High Water e la grintosa Leavin’; chiude una fulgida Just Ain’t Easy dal vivo nel 1979, ancora dal box Dreams.

CD4: The Epic Years 1990-2000. Ecco la “vera” reunion, con Allman, Trucks, Betts e Jaimoe raggiunti da Warren Haynes ed Allen Woody (entrambi futuri Gov’t Mule) alla seconda chitarra e basso e dal tastierista Johnny Neel, per quella che a mio parere è la migliore formazione del gruppo dopo quella “mitica” dei primi anni. Con la guida del loro storico produttore Tom Dowd la nuova ABB pubblica due eccellenti album in meno di un anno, Seven Turns e Shades Of Two Worlds (quest’ultimo senza Neel ma con Marc Quinones alle percussioni), con brani del calibro di Good Clean Fun, trascinante boogie, Seven Turns (grandissima canzone), lo slow blues Gambler’s Roll, la solida End Of The Line e gli undici minuti strepitosi di Nobody Knows: tutti brani scelti per il cofanetto. Dopo una ruspante Low Down Dirty Mean dal vivo al Beacon e tratta dal doppio Play All Night abbiamo una delle chicche del box, ovvero una splendida versione acustica di Come On Into My Kitchen di Robert Johnson, tre chitarre (Gregg, Dickey e Warren) ed il basso di Woody, presa da un raro promo del 1992 diviso a metà con le Indigo Girls. Chiusura con quattro pezzi dall’ottimo Where It All Begins del 1994, tra cui le bellissime Back Where It All Begins e Soulshine (la signature song di Haynes), e con un’inedita I’m Not Crying live nel 1999, scritta e cantata da Jack Pearson che aveva sostituito proprio Haynes due anni prima.

CD5: The Peach Years 2000-2014. A parte High Cost Of Low Living e Old Before My Time, due tra i brani migliori di Hittin’ The Note del 2003 (ultimo album di studio dei nostri), questo CD è quello con più inediti e rarità. Si inizia con una rilettura strepitosa e mai sentita di Loan Me A Dime (live nel 2000), classico di Boz Scaggs che in realtà è un omaggio a Duane che suonò nella versione originale, con una grandissima prestazione dei due nuovi chitarristi della ABB Derek Trucks e Jimmy Herring. Segue un altro inedito, una favolosa Desdemona sempre dal vivo ma nel 2001, con Haynes che era rientrato definitivamente nel gruppo a fianco di Trucks: 13 minuti sensazionali. Le ultime due “unreleased songs” del box sono altrettante live versions stavolta del 2005, cioè un’insolita Blue Sky con Gregg alla voce solista ed un toccante omaggio a Duane con una breve Little Martha suonata da Derek e Warren con le chitarre acustiche. Gran finale con tre brani che non sono considerati inediti in quanto erano usciti come instant live, ma sono abbastanza rari: sto parlando dei tre pezzi conclusivi dell’ultimo concerto dei nostri nell’ottobre del 2014 al Beacon Theatre, cioè due magistrali Black Hearted Woman e The Sky Is Crying (classico di Elmore James) e, dopo i commossi discorsi d’addio, una tonica Trouble No More che chiude in un sol colpo carriera del gruppo e cofanetto così come si erano aperti.

Un box che, più di altre volte, si può riassumere con una sola parola: imperdibile.

Marco Verdi

Molto Meglio Di Quanto Ci Si Potesse Aspettare, Un Ottimo Live. Molly Hatchet – Battleground

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Molly Hatchet – Battleground – 2 CD SPV/Steamhammer

Li avevamo lasciati nel 2012 con il loro ultimo album in studio Regrinding The Axes : (nel frattempo è uscito anche un bel cofanetto https://discoclub.myblog.it/2018/09/01/per-rivalutare-in-parte-un-gruppo-spesso-bistrattato-molly-hatchet-fall-of-the-peacemakers-1980-1985/ ), a causa della ulteriore morte di altri due componenti della band, praticamente dei vecchi Molly Hatchet è rimasto solo il nome, e le canzoni, visto che questo Battleground è un doppio CD dal vivo che ancora una volta rivisita il repertorio classico del gruppo, attraverso un ripasso delle canzoni più celebri del loro passato più o meno remoto e qualcosa di più recente. Dei musicisti che suonavano nella formazione migliore, quella dal 1978 al 1984 (più l’appendice del doppio Double Trouble Live), praticamente non c’è più nessuno, a parte il tastierista John Galvin, arrivato nel 1984, e l’altro membro “storico” è il chitarrista Bobby Ingram, presente dal 1986. Questo per la cronaca: anzi aggiungiamo che il nuovo vocalist Jimmy Elkins è con loro solo dal 2019, in sostituzione di Jimmy Farrar, scomparso nel 2018, e per completare lo stato di famiglia disastrato, nel 2019 è morto anche uno dei vecchi cantanti Phil McCormack.

Tutto ciò fa sì che per la prima volta da tempo immemorabile i Molly Hatchet hanno una sola chitarra solista, rispetto alle due o tre dei loro tempi d’oro, e quindi il loro southern rock, che comunque era stato sempre nella fascia più “duretta” delle band sudiste vira ulteriormente verso l’hard rock, un po’ come è successo per i Blackfoot, ma con risultati decisamente migliori. Quindi gli irriducibili del genere troveranno di che gioire, a tratti anche per chi ama il southern più raffinato e vario del passato, in quanto non mancano, come detto, le canzoni più celebri e una cover di pregio. I brani sono stati registrati nel tour americano per il 40° Anniversario e in due date europee  in Svizzera e Germania, dove sono sempre molto popolari: Bounty Hunter è una buona partenza, il classico sound della band in evidenza, le soliste sembrano più di una grazie ad un device elettronico chiamato eventide harmonizer che raddoppia il suono della chitarra, Jimmy Elkins  devo ammettere che è un vocalist di buona caratura, non a livello di Danny Joe Brown, ma se la cava egregiamente, Galvin è un buon tastierista e la sezione ritmica fa il proprio dovere; Whiskey Man è un altro dei cavalli di battaglia del primo periodo, ritmo galoppante, e come recitava un vecchio album non si “prendono prigionieri”, Elkins all’armonica e Galvin al piano aggiungono tocchi interessanti al suono.

Why Won’t You Take Me Home fa parte del repertorio anni 2000, ma sembra un pezzo (buono) dei Lynyrd Skynyrd, Son Of the South del 2005, è un po’ più legnosa e scontata, come pure la successiva American Pride. Ovviamente le parti migliori del concerto coincidono con le riprese delle canzoni più celebri: la bella hard ballad Fall Of the Peacemakers da No Guts…No Glory , sempre molto à la Lynyrd,  Edge Of Sundown dal vecchio Double Trouble Live, altra ballata epica, One Man’s Pleasure dove Ingram va di slide alla grande, la solida The Creeper, dal primo omonimo album, nuovamente puro southern .E ancora, nel secondo CD, tra i pezzi più recenti, una lunga ed atmosferica Justice, sempre con un ottimo lavoro della slide e il vocione minaccioso di Elkins, un altro super classico come Beatin’ The Odds, l’unica cover, da sempre presente nel repertorio live dei Molly Hatchet , è una robusta versione di Dreams I’ll Never See degli Allman Brothers, e per concludere in bellezza una straripante Flirtin’ With Disaster. Sarà per l’atmosfera live, e nonostante qualche critica contrastante, ma in definitiva questo Battleground  alla fine non dispiace per nulla.

Bruno Conti

Dickey Betts: L’Altro Grande Chitarrista Degli Allman Brothers, Parte II

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Seconda parte.

Per il successivo disco di studio dovremo aspettare dieci anni, quando uscirà

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Dickey Betts Band – Pattern Disruptive – Epic 1988 ***

Curiosamente anche in questo album ci sono due futuri componenti della allora imminente nuova edizione degli Allman, quella 1989-1990, ovvero Warren Haynes alla seconda solista e Johnny Neel alle tastiere, con Butch Trucks e Matt Abts alla batteria. Formazione della Madonna, le canzoni un po’ meno, anche se le prime quattro portano la firma Betts/Haynes/Neel, che in tutto firma come co-autore ben 8 dei 10 brani: però a livello strumentale il suono è solidissimo anche se un po’ pompato e commerciale a tratti (Heartbreak Line è quasi AOR rock), ma sentite come suonano nell’iniziale Rock Bottom, in Time To Roll e in Blues Ain’t Nothin.

Bello pure il tributo strumentale al vecchio amico in Duane’s Tune, ma forse complessivamente ci si poteva aspettare di più, anche se probabilmente anni di eccessi con droghe e alcol fanno sentire il proprio effetto, e mentre Gregg Allman provvederà a disintossicarsi, all’inizio degli anni ’00 gli altri della band lo metteranno (non tanto) gentilmente alla porta. A questo punto il nostro amico rimette subito in azione il suo altro gruppo, con nuovi elementi e fa uscire

dickey betts band let's get together

Dickey Betts Band – Let’s Get Together – 2001 Free Falls Entertainment – ***1/2

La band è composta da  Mark Greenberg e Frank Lombardi alle batterie, Kris Jensen, sax e flauto, Dave Stoltz al basso, Mark May alla seconda chitarra, e Matt Zeiner alle tastiere, più qualche ospite, e all’interno del libretto c’è una foto di gruppo con mogli e figli che vorrebbe ricordare gli anni felici della “comune” Allman Brothers. Il disco è piuttosto buono nell’insieme: Rave On è un grintoso blues shuffle strumentale dove l’uso di sax e fiati aggiunge profondità e l’interscambio tra un ispirato Betts, che come chitarrista non si discute certo, e May, entrambi impegnati a scambiarsi fendenti alle rispettive Les Paul, è eccellente, sembrano quasi gli Allman.

La title-track con Donna Bonelli alle armonie vocali è uno spiritato errebì con il riff “ispirato” dal vecchio brano di Wilbert Harrison, rimanda al suono dei migliori ABB, twin guitars a go-go e anche l’impiego di un inconsueto wah-wah aiutano; Immortal  e il lento Call Me Anytime, entrambe cantate con voce vissuta da Zeiner hanno chiari retrogusti soul. Ma i due pezzi forti del CD sono le lunghe, oltre i dieci minuti, One Stop Be-Bop, dove Il nostro rivisita con classe e grande perizia strumentale tutto lo scibile musicale, dal jazz in tutte le forme, be-bop, swing e fusion, al southern rock,  con un corposo aiuto dal sax di Jensen e dalla seconda chitarra di May, e anche i 12 minuti di Dona Maria riservano qualche sorpresa, con uno stile latin rock molto santaneggiante, suonato con grande souplesse e tecnica sopraffina.

Niente male anche la ballatona country-southern Tombstone Eyes, a dimostrazione che questi brani non li sapeva scrivere solo Gregg, e Betts la canta pure con grande enfasi e trasporto. Un bel disco che viene seguito l’anno successivo dal ritorno dei Great Southern con quello che è, e temo rimarrà, l’ultimo strano album di studio del musicista della Florida.

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Dickey Betts & Great Southern – The Collectors #1 –  2002 Self Released  ***1/2

In effetti si  tratta di uno “strano” disco registrato con lo stesso personale di Let’s Get Together, principalmente materiale elettroacustico, proveniente dalle stesse sessioni, qualche jam, qualche versione alternativa, molto materiale strumentale, tanto che poi è uscito in Inghilterra in un doppio CD della Evangeline del 2009, ora Retroworld, in un twofer appunto con Let’s Get Together. Dickey Betts suona la chitarra acustica in tutti i brani: tra cui una piacevole ed inconsueta Beyond The Pale che è un brano di raffinato folk celtico, una brillante versione western swing di Georgia On A Fast Train di Billy Joe Shaver, la parte 2 di One Step Bebop, sempre in modalità tra jazz e old time swing, un raro omaggio a Bob Dylan, con una bella versione di I Shall Be Released.

Non manca il blues del Delta con una sentita versione di Steady Rollin’ Man, solo voce, chitarra acustica e armonica, una lunghissima, oltre 14 minuti, e splendida versione del blues lento Change My Way Of Living, che in origine era uscita su Where It All Begins degli Allman Brothers, come pure Seven Turns, la title track del disco del disco del 1990 e un altro strumentale western swing come The Preacher. Forse inconsueto ma è un dischetto che vale la pena di cercare.

Questo è tutto per i suoi album di studio, ora una piccola

Selezione di Album Live, ufficiali, Instant, radiofonici, eccetera.

Senza voler essere esaustivi, perché a livello dischi dal vivo Betts è stato molto prolifico vediamo di segnalarne alcuni tra i più interessanti, anche in base alla attuale reperibilità. E dal vivo il nostro amico, nonostante i suoi  annosi problemi vari di dipendenza, e la comunque cospicua produzione con la ABB, sapeva sempre come dispensare emozioni a piene mani. Citando a caso tra i migliori il box da 2 DVD/3 CD Live At The Rockpalast 1978 & 2008 ***1/2, con i concerti dei Great Southern, con tutti i classici come In Memory Of Elizabeth Reed, Jessica, High Falls (30 minuti), Ramblin’ Man, Statesboro Blues, One Way Out e anche una lunga jam di 17 minuti con gli Spirit  in If I Miss This Train/Rockpalast Jam, tratta dal concerto della band di Randy California.

Sempre dal vivo in Germania Live From The Metropolis, Germany 2006***1/2, ancora con i Great Southern dove milita anche il figlio Duane Betts alla seconda solista e Andy Aledort addirittura alla terza chitarra, formula adottata negli ultimi anni. Tra i “radiofonici” ottimo il Live At The Coffee Pot 1983 ***1/2, iscito sia in doppio CD che in DVD ed attribuito ad una sorta di supergruppo con Dickey Betts, Jimmy Hall dei Wet Willie, Chuck Leavell e Butch Trucks (BHLT), che vista la presenza di Hall come cantante, a tratti vira anche verso soul e R&B.

Come saprete lo scorso anno Betts ha avuto seri problemi di salute, prima un leggero ictus, poi un incidente domestico per una caduta che gli ha provocato la frattura del cranio, da cui pare si sia ripreso, ma che ne hanno notevolmente limitato la capacità di essere autosufficiente e non si sa se sarà ancora in grado di suonare dal vivo, comunque poco prima di questi grossi problemi aveva fatto in tempo ad incidere un nuovo disco dal vivo CD + Blu-ray,  Ramblin’ Man: Live At The St. George Theatre ****, molto bello, probabilmente il migliore in assoluto, e di cui leggete in altra parte del Blog https://discoclub.myblog.it/2019/08/18/prima-delle-disavventure-andava-ancora-come-un-treno-the-dickey-betts-band-ramblin-man-live-at-the-st-george-theatre/

Bruno Conti

Dickey Betts: L’Altro Grande Chitarrista Degli Allman Brothers, Parte I

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In fondo, anche se Forrest Richard “Dickey “ Betts è stato il chitarrista della Allman Brothers Band dal 1969 al 1976, poi dal 1978 al 1982, nel 1986, e ancora dal 1989 al 2000, per tutti, o per molti, è sempre stato “l’altro” chitarrista, la spalla di Duane Allman, col quale a ben vedere ha suonato solo per circa due anni o poco più, fino alla morte di quest’ultimo avvenuta il 29 ottobre del 1971. Ma tanto era bastato per forgiare una coppia di chitarristi formidabili che avevano costruito un interscambio tra loro quasi telepatico, con i due che si completavano a vicenda : anche se altre band avevano avuto, pure in precedenza, due chitarre soliste, per dirne un paio la Butterfield Blues Band di Mike Bloomfield e Elvin Bishop o i Fleetwood Mac di Peter Green e Danny Kirwan, per non parlare degli Stones. Ma nel caso di Allman e Betts, se mi perdonate la citazione colta, erano “primus inter pares”, benché, come ricordavo prima, poi quello passato alla storia è stato Duane Allman, che ad essere onesti comunque aveva qualcosa in più del suo compagno di avventura.

Ma quella è un’altra storia e per non privilegiare ancora una volta “l’altro”, questa volta raccontiamo la storia (a livello discografico) di Betts. In effetti Richard, nato a West Palm Beach, Florida, il 12 dicembre del 1943, era il “vero” sudista, in quanto già nel 1967 suonava nei Second Coming, con Berry Oakley, il fratello Dale, e Reese Wynans, un embrionale southern rock, che poi unito a quello degli Hour Glass dei fratelli Allman, avrebbe dato vita a quel rock sudista organico e libero da vincoli che rimane tuttora uno dei generi più amati , considerati e longevi, in terra americana. Dei Second Coming rimane solo un 45 giri pubblicati nel 1968, ma niente di più concreto, mentre la carriera solista di Dickey Betts è stata breve e frammentaria, anche se ha prodotto almeno un grande album.

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Richard Betts – Highway Call – Capricorn 1974 ****

Registrato nel 1974 ai Capricon Studios di Macon, Georgia, l’album è una specie di completamento e perfezionamento dello stile più country che Betts aveva impiegato per registrare Brothers And Sisters l’anno precedente: il principale collaboratore presente nel disco è il grande violinista Vassar Clements, maestro di country e bluegrass, che aveva partecipato in precedenza a dischi epocali come Aereo-Plain di John Hartford, Will The Circle Be Unbroken della Nitty Gritty Dirt Band e all’album degli Old & In The Way, con Garcia, Grisman e Rowan. Il disco di Betts partiva da quei presupposti, ma poi nel suo svolgimento era più elettrico, più country-rock, grazie alla presenza di una sezione ritmica, di Chuck Leavell al piano, di John Hughey alla steel guitar, di Jeff Hanna della Nitty Gritty e altri musicisti di complemento validi. Tutte le canzoni, a parte la conclusiva Kissimmee Kid di Clements, portano la firma di Dickey Betts, e il disco, prodotto da Johnny Sandlin, sorprendentemente arrivò fino al 19° posto delle classifiche.

La durata è di soli 35 minuti ma il disco conferma la “voce” trovata nel recente Brothers and Sisters e nei suoi poco più di 35 minuti è un disco vivo e vibrante: Long Time Gone ha quel delizioso suono alla Ramblin’ Man, tra country e rock, con la solista sinuosa e di gran classe e tecnica di Dickey, che si insinua tra pedal steel, piano e una sezione ritmica agile ma robusta, e il lavoro vocale delle Rambos aggiunge un pizzico di suoni del profondo Sud. Anche Rain è simile alla precedente, un altro squisito country-rock dove Hughey alla pedal steel fa il Duane della situazione in simbiosi con la solista di Betts. Ottima anche la title track, una malinconica ballata che potrebbe venire dal songbook di James Taylor, con Leavell superbo al piano e una bella melodia a sostenere la canzone; Let The Nature Sing, è un perfetto esempio di dolce pastorale Americana, con intrecci paradisiaci del dobro di Betts, del violino di Clements, della pedal steel di Hughes, del mandolino di Adams, e anche il lavoro vocale rilassato e corale di Dickey e delle coriste è incantevole e sognante.

Hand Picked, è la controparte western swing, bluegrass e country dei migliori strumentali di Betts come Jessica, la più simile, High Falls o Pegasus, oltre 14 minuti di pura jam music dove tutti i solisti, da Betts a Clements, passando per Leavell e Hughey, improvvisano come non ci fosse futuro in modo superbo e in assoluta libertà. E La conclusiva Kissimee Kid è una replica più in breve della stessa formula. Grande disco, anche se di così belli non ne farà più, riservando le sue migliori risorse per gli ABB. Comunque tra il 1977 e il 1978 forma i Great Southern con cui incide due buoni dischi.

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Dickey Betts & Great Southern – Arista 1977 ***

Dickey Betts & Great Southern – Atlanta’s Burning Down – Arista 1978 ***1/2

Il primo omonimo, forse perché di musicisti particolarmente validi a parte Dan Toler alla chitarra (la formula della doppia solista non manca mai, un must del rock sudista), non ce ne sono altri, non è particolarmente memorabile: Out To Get Me è un buon blues-rock con l’armonica di Topper Price e la slide di Betts in bella evidenza, e qualche tocco di twin leads, non male anche Run Gypsy Run , un solido pezzo rock con rimandi a Ramblin’ Man ed ottimo lavoro delle due soliste, come pure la countryeggiante Sweet Viriginia, che non è quella degli Stones e neppure il brano di Guthrie Thomas, ma fa la sua ottima figura anche grazie ad una slide tangenxiale. Devo dire che riascoltando il disco per questo articolo mi viene da rivalutarlo, anche in virtù della bellissima ballata Bougainvillea posta in chiusura che rivaleggia con le migliori degli Allman Brothers, con la lunga parte strumentale dove si  apprezza il lavoro della doppia batteria e doppia solista.

Nel disco del 1978 rimane Topper Price che è comunque un buon armonicista, ma arrivano i futuri Allman Brothers, David Toler alla batteria, e David Goldflies al basso, che insieme a Dan Toler saranno nella formazione della ABB dal 1978 al 1982, ma trattasi di altra storia. In più in Atlanta’s Burning Down troviamo Reese Wynans, il vecchio amico dei Second Coming, alle tastiere, ed un terzetto di vocalist femminili di supporto da sballo, Bonnie Bramlett, Clydie King e Sherlie Matthews. Il risultato è eccellente, dall’iniziale carnale Good Time Feeling che rimanda agli Allman più in vena di boogie, ma con gli elementi soul portati dalle tre coriste, la title track scritta dal veterano Billie Ray Reynolds è una bellissima ballata sulla Guerra Civile, arricchita anche da una sezione archi e da un’ottima interpretazione vocale di Betts, che lavora anche di fino con la sua lirica solista, mentre le armonie vocali si lasciano gustare appieno.

Back On The Road Again va di nuovo di boogie alla Lynyrd Skynyrd, e anche Dealin’ With The Devil rocca e rolla alla grande; Shady Street è un’altra ballata che non avrebbe sfigurato nel repertorio degli Allman, magari cantata da Gregg, non male anche lo swingato errebì  You can have her, I don’t want her, con le tre ragazze in modalità call and response con Dickey, e la conclusiva malinconica ed intensa Mr. Bluesman cantata a due voci con Bonnie Bramlett.

Fine della prima parte, segue.

Bruno Conti

Ottimo Rock Sudista Con Forti Venature Country, In Europa Esce Il 18 Ottobre. Whiskey Myers – Whiskey Myers

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Whiskey Myers – Whiskey Myers – Wiggy Thump/Spinefarm/Universal

Sono in sei, a seconda delle biografie il nucleo iniziale della band, formato da Cody Cannon, Cody Tate e John Jeffers viene della piccola cittadina di Elkhart, Texas, ma secondo altre bio nascono a Palestine, prima si facevano chiamare Lucky Southern, nome presto cambiato in Whiskey Myers: barbe e capelli lunghi, ma non per tutti, idem per i cappelloni tipicamente sudisti, sono in pista con questa denominazione dal 2007, il primo album è del 2008, ma il successo e la “fama” sono arrivati con i tre successivi, gli ottimi Firewater, Early Morning Shales e Mud, gli ultimi due entrambi prodotti da Dave Cobb https://discoclub.myblog.it/2014/02/18/vero-southern-rock-whiskey-myers-early-morning-shakes/ . Per l’occasione di questo quinto omonimo disco hanno deciso di fare in proprio e si sono ritirati per una ventina di giorni al Sonic Ranch Studio di El Paso, dove autoproducendosi hanno registrato le 14 nuove canzoni , firmate da loro stessi, ma con aiuti qui e là, tra gli altri, da parte di Ray Wylie Hubbard, Adam Hood e Brent Cobb. Nel frattempo, nel 2018, hanno partecipato anche a quattro episodi della serie televisiva di Kevin Costner Yellowstone,cosa che ha fatto sì che tutti i loro quattro album siano arrivati nella Top 10 delle classifiche country di iTunes https://www.youtube.com/watch?v=fVKIe9hodr4 . Quindi, per chi non li conoscesse, fanno country?

Non proprio, o non solo, direi che sono tra i migliori rappresentanti del nuovo southern rock, insieme ai più “raffinati” (si fa per dire) Blackberry Smoke. Non a caso il loro brano più celebre, e forse migliore, si chiama Ballad Of A Southern Man https://www.youtube.com/watch?v=Gj7Zft8aiRc , un pezzo che ha più di un rimando a Simple Man dei Lynryrd Skynyrd, ma tra le altre influenze, citate più volte, a fianco di Hank Williams Jr. e Waylorn Jennings,  ci sono anche Led Zeppelin e Allman Brothers, e probabilmente Neil Young, visto che negli encore dei loro infuocati concerti spesso suonano una gagliarda Rockin’ In The Free World. La formula è quella classica: due chitarre, Jeffers, con maggiori tocchi blues e Tate, più duro, dal 2016 anche la doppia batteria, e un buon bassista come Jamey Gleaves, arrivato nel 2017. L’iniziale Die Rockin’, composta dal bravissimo cantante Cody Cannon, dalla voce roca e vissuta,  con l’aiuto di Hubbard, è un tipico esempio del loro stile, un brano rabbioso a tutto riff, dove le chitarre sono taglienti, il ritmo è incalzante, c’è anche qualche elemento gospel  con le voci delle McCrary Sisters, e nel finale le soliste portano a casa il risultato; Mona Lisa del solo Cannon è sempre gagliarda anziché no, molto boogie e poco country, sempre con la chitarra pronte a scattare, anche in modalità slide, insomma si, per ora si fanno pochi prigionieri.

Ma  se serve Jeffers passa alla lap steel, viene aggiunto qualche tocco di chitarra acustica, anche una armonica che porta ricordi dylaniani, e le influenze country della bellissima Rolling Stone, scritta con Adam Hood, sono servite https://www.youtube.com/watch?v=r3uD7OSJkgA , a seguire, di nuovo con bottleneck insinuante e ritmi feroci,  arriva la strana e cadenzata Bitch, scritta da Jeffers che imperversa con la sua chitarra. Gasoline, nuovamente del solo Cannon, ha ancora un suono decisamente duro e dai timbri quasi hard rock, anche se sembra più scontata, però l’assolo di wah-wah è cattivo il giusto, mentre, nella giusta alternanza, Bury My Bones, scritta da Jeffers con il countryman dell’Oklahoma  TJ McFarland è una bella e malinconica hard Ballad alla Lynyrd Skynyrd sul tema “Casa dolce casa”, con uso mandolino e steel https://www.youtube.com/watch?v=ZScyBxjpnzQ . Poi c’è la bluesata e distorta Glitter And Gold del ritmo scandito, Houston Country Boy che sembra un brano uscito da qualche album country-rock dell’era dorata anni ‘70, tutto pedal steel e belle armonie vocali.

Sempre nell’ambito dei brani più raffinati e rifiniti anche l’eccellente mid-tempo della deliziosa Little More Money, cantata con autorevolezza da Cannon, ben sostenuto dalle McCrary e dal lavoro di raccordo delle chitarre e molto bella anche California To Caroline, dall’incedere elegante, Kentucky Gold, più vibrante e tipicamente sudista, ancora con le McCray che ci mettono del loro. Running, scritta con Brent Cobb,  è un altro piccolo gioiellino elettroacustico, lasciando al blues-rock con armonica di Hammer ed alla dolce ed insinuante ballata Bad Weather, un pezzo quasi alla Eagles del primo periodo, avvolgente e squisita nel suo dipanarsi, con grande crescendo chitarristico finale, il compito di chiudere in gloria un album che si lascia soprattutto apprezzare per la varietà dei temi musicali affrontati.

Bruno Conti

Dopo 46 Anni E’ Ancora Un Gran Disco, Ed Ora E’ Pure Migliorato! Gregg Allman – Laid Back Deluxe Edition

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Gregg Allman – Laid Back Deluxe Edition – Mercury/Universal 2CD

Il 2019 si sta dimostrando un buon anno per i fan della Allman Brothers Band: prima i due live di Dickey Betts, quello d’archivio al Rockpalast e quello “attuale” al St. George Theatre, poi l’imperdibile quadruplo della ABB Fillmore West ’71 e, quasi in contemporanea, questa edizione doppia del disco solista più famoso di Gregg Allman, Laid Back. Correva l’anno 1973, e la ABB si era rimessa in pista alla grande dopo le tragiche perdite di Duane Allman e Berry Oakley con l’ottimo Brothers And Sisters, ma si cominciavano ad intravedere le prime crepe tra Gregg e Betts, che porteranno da lì a tre anni all’allontanamento del secondo. Nel corso del 1972 però Allman aveva già iniziato a pensare al suo primo disco solista, che portò avanti assieme al produttore Johnny Sandlin parallelamente ai lavori per Brothers And Sisters. E Laid Back risultò essere un grande disco, il migliore per molti anni nella discografia solista di Gregg, ed avvicinato solo dagli ultimi due, Low Country Blues https://discoclub.myblog.it/2011/01/12/il-notaio-conferma-grande-disco-gregg-allman-low-country-blu/  e soprattutto il suo magnifico testamento musicale Southern Blood https://discoclub.myblog.it/2017/09/07/il-vero-sudista-quasi-un-capolavoro-finale-gregg-allman-southern-blood/ .

In Laid Back il biondo tastierista (ma anche chitarrista) si stacca leggermente dallo stile del suo gruppo principale, e tra brani originali e cover cerca di presentarsi più come cantautore, anche se le influenze soul e blues non sono certo assenti anche per merito dei musicisti coinvolti nel progetto, tra i quali segnalerei senz’altro Chuck Leavell, grande protagonista al pianoforte (Gregg invece suona l’organo), Tommy Talton e Scott Boyer (entrambi della band Cowboy) alle doppie chitarre come da tradizione sudista, lo stesso Sandlin al basso, David “Fathead” Newman al sax, una lunga sfilza di backing vocalist femminili a dare un tocco gospel e, direttamente dalla ABB, Butch Trucks e Jaimoe a batteria e percussioni (e c’è posto anche per una sezione d’archi, usata però con molta misura). Oggi la Mercury ripubblica Laid Back in versione doppia deluxe (curata dal “mitico” Bill Levenson), rimasterizzando ad arte le otto tracce originali ed aggiungendo un bel numero di bonus tracks, la maggior parte delle quali inedite, rendendo quindi un ottimo servizio ad un album che è un vero piacere riscoprire, a partire dall’iniziale Midnight Rider, rifacimento più “roots” di un classico della ABB (uscito tre anni prima su Idlewild South) ma sempre canzone splendida, anzi oserei dire perfino meglio dell’originale, con la slide di Talton ed il piano di Leavell sugli scudi (e naturalmente la grande voce del leader).

Queen Of Hearts è un elegante e raffinato slow pianistico appena sfiorato dal blues, suonato splendidamente e con un intermezzo jazzato ad opera del sax di Newman, un pezzo che conferma la classe del nostro; la breve Please Call Home è una calda e vibrante soul ballad intrisa fino al midollo di umori sudisti, voce perfetta e pathos a mille, mentre Don’t Mess Up A Good Thing è un saltellante e vivace pezzo scritto dal sassofonista Oliver Sain, addosso al quale Gregg cuce un arrangiamento dal sapore gospel. These Days è proprio il futuro evergreen dell’allora giovane, ma già affermato, songwriter Jackson Browne, e la rilettura di Gregg è splendida, rispettosa della melodia originale ma con una veste “country got soul” che la eleva forse a brano migliore del disco; Multi-Colored Lady è il quarto ed ultimo pezzo scritto da Allman, una deliziosa slow song basata su piano e chitarra acustica, ed eseguita in maniera fluida e distesa. Finale con la bellissima All My Friends di Boyer, altra ballata pianistica di grande impatto emotivo e futuro classico delle esibizioni soliste di Gregg, e con una fulgida rilettura in puro soul style del celebre traditional Will The Circle Be Unbroken. Il primo CD presenta anche otto “early mixes” inediti dei pezzi appena citati, in pratica lo stesso disco ripetuto un’altra volta con versioni meno rifinite ma non troppo diverse.

Le chicche vere sono sul secondo dischetto (alcune prese dall’antologia di Gregg One More Try del 1997, ma la maggior parte inserite qui per la prima volta). Si parte con quattro demo full band, senza archi e cori, di brani che in tre casi finiranno poi su Laid Back (All My Friends, Please Call Home e Queen Of Hearts), ed uno, la squisita ballad Never Knew How Much, rimarrà in un cassetto fino a quando la ABB la ripescherà per Brothers On The Road del 1981. Molte altre tracce sono demo per sola voce e chitarra, ma comunque interessanti in quanto Gregg metteva feeling e anima anche in queste interpretazioni scarne: da segnalare God Rest His Soul, brano giovanile scritto durante il periodo Hourglass, il blues di Muddy Waters Rollin’ Stone (Catfish Blues), ed un altro omaggio a Browne con Shadow Dream Song, brano che finirà in una versione ben diversa nello sciagurato disco di Allman con Cher Two The Hard Way. Troviamo anche una solida “auto-cover” di Wasted Words (la versione ABB è su Brothers And Sisters) con Johnny Winter alla solista, una sempre bellissima These Days con steel guitar aggiunta e due ottime rehearsals con la Gregg Allman Band di God Rest His Soul e Midnight Rider incise durante le prove del tour seguente alla pubblicazione di Laid Back, tour da quale è tratto il pezzo finale, cioè una splendida e commossa Melissa registrata nel 1974 al Capitol Theatre di Passaic (vi dice qualcosa questa location?) e dedicata a Duane e Oakley.

Una ristampa eccellente quindi, per una volta senza cofanetti costosi ma con una serie di brani inediti che giustificano pienamente il ri-acquisto anche se possedete il disco originale.

Marco Verdi

Strano Non Averci Pensato Prima: Allman Brothers Band – Fillmore West ’71 Box 4 CD, La Recensione.

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Allman Brothers Band – Fillmore West ’71 – 4 CD Allman Brothers Band Recording Company – 06-09-2019

Quest’anno, tra le varie ricorrenze, si festeggiano anche i 50 anni dalla nascita degli Allman Brothers; la data si  fa cadere il 26 marzo del 1969, quando i musicisti originali (incluso Gregg Allman che li aveva raggiunti da Los Angeles), entrarono in uno studio prove di Jacksonville, Florida per fare una bella jam sul tema di Trouble No More di Muddy Waters, loro futuro cavallo di battaglia. Poi il gruppo il 1° maggio si trasferì a Macon, Georgia, dove Phil Walden, stava fondando la Capricorn Records, e il resto è la storia del southern rock. E’ innegabile che la loro fama sia legata ai leggendari concerti dal vivo, di cui la punta di diamante fu At Fillmore East, il doppio album (e poi le varie diverse configurazioni che sono uscite nel corso degli anni, tra cui imperdibili queste uscite nel 2014 https://discoclub.myblog.it/2014/06/22/speriamo-sia-lultima-definitiva-versione-allman-brothers-band-the-1971-fillmore-east-recordings/ ), ma nei mesi e negli anni precedenti ai concerti del marzo del 1971 a New York, la band aveva suonato incessantemente in giro per tutti gli Stati Uniti, tra cui anche nell’altro famoso locale di proprietà di Bill Graham, il Fillmore West di San Francisco.

allman brothers three nights at fillmore west

Mai pubblicate prima a livello ufficiale, di queste date di fine gennaio esisteva, di non facile reperibilità ovviamente, un bootleg intitolato 1971 Three Night At The Fillmore West,  che vedete effigiato qui sopra, con i concerti del 28 – 29 e 31 gennaio. Ora l’etichetta personale del gruppo, che già negli scorsi anni aveva pubblicato diverso materiale di ottima qualità, l’ultimo di quali questo eccellente https://discoclub.myblog.it/2018/08/11/le-loro-prime-registrazioni-dal-vivo-di-nuovo-disponibili-allman-brothers-band-fillmore-east-february-1970/ , ha fatto uscire un cofanetto quadruplo con le registrazioni complete di tre serate, di cui la prima, quella del 29 gennaio è sicuramente un soundboard, ovvero presa direttamente dalla console, mentre delle altre si sa che sono state per molti anni nei cassetti di alcuni vecchi compagni di avventura di Duane Allman, Gregg Allman, Dickey Betts, Jaimoe, Berry Oakley e Butch Trucks, e ora appositamente restaurate per l’occasione sono state messe in commercio il 6 settembre.

Questo per quanto riguarda le buone notizie: purtroppo però il box è uscito solo per il mercato americano con un prezzo di circa 43 dollari, a cui sono da aggiungere le spese di spedizione dagli States, e per noi europei anche i costi doganali e le tasse per i dischi importati dal Nord America, con un esborso che alla fine non sarà indifferente (circa 60 euro). Comunque ecco la lista completa dei contenuti. Come potete vedere nel quarto CD, come bonus, c’è anche una versione di Mountain Jam, registrata alla Warehouse di New Orleans il 13 marzo del 1970, che supera i 45 minuti di durata!!! E vi propongo anche una recensione “veloce” brano per brano, anche se, come vedete, il repertorio subisce poche variazioni nelle diverse serate.

[CD1: 1/29/1971]
1. Statesboro Blues E’ il brano che apre tutte le tre serate, stellare lavoro di Duane Allman alla slide con Dickey Betts che inizia ad interagire con lui alla seconda solista, Gregg Allman molto impegnato all’organo, ben evidenziato nel mixaggio, così come la sua voce espressiva, profonda e risonante, alle prese con questo classico di Blind Willie McTell. Ottimo il lavoro della sezione ritmica, con il basso di Berry Oakley spesso impiegato quasi in versione di solista aggiunto, come già facevano altri musicisti come Jack Bruce, Jack Casady Phil Lesh, per citarne alcuni, e anche la doppia batteria di Jaimoe Butch Trucks conferisce il classico drive potente e raffinato, con la classica miscela di blues, rock, improvvisazioni di impronta jazzistica, che sarebbe stata definita soutjern rock.
2. Trouble No More Anche questo pezzo, un omaggio al repertorio di Muddy Waters, vede l’eccellente lavoro di Duane alla slide, e anche se la chitarra di Betts è un po’ nascosta nel missaggio, è comunque sempre un bel sentire, con la band che tira come non ci fosse futuro, che invece da lì a poco sarebbe arrivato con il seminale Live At Fillmore East, album che li avrebbe fatti conoscere e rimane tuttora uno dei dischi dal vivo più importanti della storia del rock, e pazienza se in fondo questo Fillmore West in fondo ne duplica il repertorio. Sarà anche per maniaci degli Allman Brothers, ma si possono avere peggiori manie.
3. Don’t Keep Me Wonderin’ Da Idlewild South arriva questa canzone, la prima composizione originale firmata da Gregg Allman, un brano mosso e vivace dove l’organo è molto presente nell’economia del brano
4. In Memory Of Elizabeth Reed Poi arriva una eccellente versione della signature song di Dickey Betts, il lungo e pulsante strumentale dove l’improvvisazione e l’interscambio regnano sovrani, ma che ve lo dico a fare, se conoscete gli Allman questo era uno dei momenti topici dei concerti: 14 minuti e 28 secondi di pure delizie sonore, con le chitarre prima blandite ed accarezzate in perfetto unisono, poi libere di librarsi nelle praterie del rock in un crescendo inarrestabile, magnetico ed inarrivabile, l’arte della improvvisazione vicina alla perfezione con i due chitarristi pronti a sfidarsi ed ad integrarsi in modo magnifico, per poi lasciare spazio ad un lungo assolo di Gregg alla’organo ed al finale ferocissimo.. D’altronde il loro produttore dell’epoca Tom Dowd, era lo stesso che aveva lavorato nei dischi dei Cream e di John Coltrane, per non dire anche di Layla il disco di Derek & The Dominos, registrato pochi mesi prima.

5. Midnight Rider Sempre da Idlewild South arriva una delle più belle ballate rock mai scritte da Gregory Lanier Allman, la tipica canzone passionale ricca degli umori del profondo Sud ed impregnata dagli umori della musica soul, quanto del country. Peccato che in questo brano la qualità sonora ha un drastico calo qualitativo, non tragico, ma comunque decisamente avvertibile.
6. Dreams Per fortuna il suono torna subito decisamente a migliorare e possiamo gustarci uno dei loro massimi cavalli di battaglia in una versione “sognante” (scusate, ma mi è scappato), con la slide eterea ma pungente di Duane a punteggiarla ancora una volta, soprattutto nella lunghissima parte centrale strumentale dove anche il basso di Oakley è libero di improvvisare in piena libertà.

7. You Don’t Love Me Poi arrivano i due lunghi tour de force conclusivi del concerto, prima il brano di Willie Cobbs, con un insistito riff iniziale che è rimasto nella storia del rock e poi il classico southern rock-blues del sestetto al massimo della sua potenza in una versione di oltre 16 minuti che illustra la grande maestria della band nel padroneggiare la materia, con ripetute e continue serie di assoli, sempre diversi tra loro, grazie anche all’intricato lavoro dei due batteristi che imbastiscono continue sequenze percussive per sottolineare il duello ardente e feroce delle due chitarre nella parte centrale.
8. Whipping Post Anche questo pezzo scritto da Gregg quanto a riff non scherza, ancora potenza e classe dispensate dalla band che oltre a lavorare di fino ha anche un approccio quasi di pura violenza sonora, con continue scariche di note che si abbattono sull’ascoltatore per quasi 19 minuti di grandissima musica, che sfociano a tratti quasi nel free jazz puro.

[CD2: 1/30/1971]
1. Statesboro Blues La serata successiva, che è la terza della loro residenza al Fillmore di San Francisco, come detto ripropone in linea di massima lo stesso repertorio dei precedenti concerti, e quindi vediamo i brani esclusivi eseguiti per l’occasione (per la verità uno solo nella scaletta del 30 gennaio), detto che comunque i brani non sono identici e si possono comunque ascoltare sfumature diverse nelle improvvisazioni della band, magari non ascoltateli in sequenza,
2. Trouble No More
3. Don’t Keep Me Wonderin’
4. In Memory Of Elizabeth Reed
5. Stormy Monday Il classico slow blues di T-Bone Walker riceve un trattamento sontuoso, con Gregg che la canta con vibrante passione, mentre Duane e Dickey rilasciano una serie di notevoli interventi chitarristici, prima dell’assolo jazzato dell’organo.
6. You Don’t Love Me
7. Whipping Post

[CD3: 1/31/1971 Part I]
1. Statesboro Blues L’ultimo concerto riserva qualche sorpresa, viene ripristinata Midnight Rider con qualità sonora eccellente e un arrangiamento sbarazzino e complesso dove anche le percussioni rivestono una parte importante nell’insieme.
2. Trouble No More
3. Don’t Keep Me Wonderin’
4. In Memory Of Elizabeth Reed
5. Midnight Rider
6. Hoochie Coochie Man Versione veramente “cattiva” di questo classico di Muddy Waters con Berry Oakley al microfono per una eccellente prestazione sottolineata da un gruppo veramente infervorato per l’occasione, peccato di nuovo per una delle chitarre con un segnale più debole in uno dei canali dello stereo, ma è un peccato veniale, compensato comunque dall’altra..
7. Dreams
8. You Don’t Love Me

[CD4: 1/31/1971 Part II]
1. Hot ‘Lanta Il concerto decisamente più lungo, si protrae anche nel quarto CD con una versione breve, ma magmatica ed intensissima di questo brano strumentale firmato in modo collettivo dalla band, ancora in feroce modalità improvvisativa, anche con brevi assoli di batteria di Jaimoe e Butch Trucks.

2. Whipping Post E per concludere la serata una versione monstre di quasi 21 minuti del pezzo che all’epoca concludeva quasi sempre i loro concerti, la più bella di quelle presente nel quadruplo CD, ascoltare per credere.
Bonus Track:
3. Mountain Jam Live At The Warehouse, New Orleans, LA 3/13/1970 (first release of this version).Come bonus i compilatori di questo cofanetto hanno aggiunto la loro celeberrima e libera variazione sul tema di First There Is A Mountain di Donovan, che per l’occasione del concerto alla Warehouse di New Orleans (quella del Live degli Hot Tuna) raggiunge la durata record di 45 minuti e 43 secondi (!!!). Il suono è leggermente più “rustico” ma la qualità complessiva della esecuzione ne giustifica assolutamente l’inclusione con la band che sprigiona già il magnetismo sonoro che poi avrebbero perfezionato nell’anno a seguire.

Forse avete già molti dei Live, ufficiali e non, che sono usciti in questi anni, comprese le innumerevoli versioni dei concerti del Fillmore East, ma forse questo piccolo box varrebbe la pena del “piccolo” sacrificio economico. Eventualmente, buona ricerca.

Bruno Conti