Bluesmen A Tempo Determinato. Parte 1: Billy F. Gibbons – The Big Bad Blues

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Billy F. Gibbons – The Big Bad Blues – Concord CD

A parte gli esordi psichedelici con i Moving Sidewalks, il blues è un genere musicale che è sempre stato legato a doppio filo alla figura di Billy Gibbons (la F. sta per Frederick), e la musica del gruppo di cui è leader da quasi cinquant’anni, gli ZZ Top, è sempre stata infarcita di blues fino al midollo. Però un vero disco tutto di blues gli ZZ Top non lo hanno mai fatto, neppure i loro primi tre album (i migliori) lo erano, in quanto il blues era mirabilmente mescolato con forti dosi di rock e boogie (esiste però un’ottima antologia a tema del gruppo, One Foot In The Blues, che raggruppa alcuni brani del trio imparentati con la musica del diavolo). Nel 2015 Billy ha esordito come solista con l’album Perfectamundo, ed era lecito pensare finalmente ad un disco di blues, anche se poi il risultato finale era tutt’altro, un deludente pastrocchio di ispirazione afro-cubana che aveva scontentato gran parte dei suoi fans. Oggi Gibbons ci riprova, e già dal titolo, The Big Bad Blues, ci fa capire che questa volta ci siamo: infatti l’album è la cosa migliore fatta dal nostro da moltissimi anni a questa parte, ZZ Top compresi (l’ultimo lavoro dei quali, La Futura, era comunque un bel disco), un disco di vero blues, suonato e cantato con grande forza e feeling, con lo stile tipico del nostro.

Sono infatti presenti nelle undici canzoni del CD massicce dosi di rock, un po’ di boogie, e se amate i suoni ruspanti e “grassi” di chitarra qui troverete pane per i vostri denti. L’album, prodotto da Billy insieme a Tom Hardy, ha un suono spettacolare, decisamente vigoroso, e la band che accompagna il nostro è assolutamente in palla: James Harman, grande armonicista, è uno dei protagonisti del disco, poi abbiamo lo stesso Hardy al basso, Elwood Francis alla seconda chitarra, Mike Flanigin (già nella band di Jimmie Vaughan) alle tastiere, e ben due batteristi, Greg Morrow ed il tonante Matt Sorum, ex Guns’n’Roses, Motorhead, The Cult e Velvet Revolver ed attualmente con gli Hollywood Vampires. The Big Bad Blues ha una prevalenza di brani originali, ma non mancano i tributi a musicisti che hanno influenzato Billy, principalmente Muddy Waters e Bo Diddley, presenti con due pezzi a testa. Di Waters abbiamo una magistrale Standing Around Crying, un blues lento, sudato ed appiccicaticcio, con un’ottima armonica ed un feeling da far tremare i muri, e la nota Rollin’ And Tumblin’, lanciata come un treno in corsa, una splendida chitarra ed una sezione ritmica da paura. Diddley è omaggiato con Bring It To Jerome, possente, annerita, quasi minacciosa ma piena di fascino, e con una deliziosa Crackin’ Up, che assume quasi toni solari e caraibici, alla Taj Mahal.

Delle restanti sette canzoni, sei sono opera di Billy ed una della moglie Gilly Stillwater, che poi è l’opening track e primo singolo Missin’ Yo Kissin’, un pezzo dall’introduzione potente, chitarra dal suono ruspante, basso e batteria formato macigno e voce catramosa, un boogie travolgente che potrebbe entrare tranquillamente nel repertorio degli ZZ Top: la parte cantata è relativamente breve, quasi un pretesto per far volare gli strumenti, con la sei corde del leader in testa. Ancora ritmo e potenza per My Baby She Rocks, un bluesaccio cadenzato e decisamente gustoso, con un’armonica tagliente ed i soliti strali chitarristici; molto bella Second Line, un rock-blues forte e grintoso, con assoli altamente goduriosi e suonati con un feeling enorme, mentre la saltellante Let The Left Hand Know ci porta idealmente in un fumoso localaccio della periferia di Chicago: ancora un duello tra la chitarra di Billy e l’armonica di Harman, e con la sezione ritmica che tanto per cambiare pesta di brutto. La torrida That’s What She Said vede il nostro lavorare di slide, ben supportato dalla seconda chitarra di Francis, Mo’ Slower Blues è ancora vigorosa e con il pianoforte in evidenza, ma musicalmente è un po’ ripetitiva, mentre Hollywood 151 è un eccellente rock-blues, roccioso e diretto come un pugno in faccia, e che mantiene altissima la temperatura.

A quasi settant’anni Billy F. Gibbons ha fatto finalmente il disco che aspettavamo da una vita: di sicuro tra gli album di blues più belli di questo 2018.

Marco Verdi

Il Calore Del Deserto Non Smorza Il Poderoso Rock-Blues Chitarristico Di Langford E Soci. Too Slim & The Taildraggers – High Desert Heat

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Too Slim & The Taildraggers – High Desert Heat – VizzTone Label Group/Underworld Records            

Business As Usual per Tim Langford e I suoi Taildraggers: lo stile non cambia, piccole variazioni qui e là, ma se amate il genere, il menu è sempre un robusto blues-rock chitarristico, come da oltre 30 anni a questa parte è loro usanza https://discoclub.myblog.it/2016/05/05/30-anni-sempre-smilzo-molto-tosto-too-slim-and-the-taildraggers-bad-moon/ . Diciamo che le novità questa volta le cerchiamo nel contorno: nuova etichetta, la VizzTone (che distribuisce la Underworld Records), nuovo bassista Zach Kasik, che affianca l’ineffabile batterista Jeff “Shakey” Fowlkes, che “resiste” da ben due dischi ai vorticosi cambi di formazione che Langford impone alla sua band. L’altra novità è la presenza come ospite aggiunto dell’armonicista Sheldon” Bent Reed” Ziro che non può sottrarsi neppure lui alla regola del nomignolo per i musicisti del gruppo, e la cui presenza accentua parzialmente, ma solo in un brano, la quota blues di questo High Desert Heat, forse anche per la reputazione della nuova etichetta di distribuzione nelle 12 battute, benché il disco sia stato registrato, come al solito, in quel di Nashville.

L’unica cover è una poderosa ripresa del classico dei Chambers Brothers, Time Has Come Today, una canzone che era il cavallo di battaglia di una delle prime band all-black, che già nel 1968, quindi prima della hendrixiana Band Of Gypsys, fondeva in modo innovativo soul, gospel, R&B a rock e musica psichedelica: un brano di una potenza inaudita ancora oggi, anche nella versione “breve” del 45 giri, circa 5 minuti, contro la versione lunga dell’album dell’epoca che durava undici minuti, comunque grande canzone, riff gagliardo e grande lavoro alla solista di Langford, ben spalleggiato dalla sezione ritmica che tira di brutto, peccato finisca troppo presto, avrei gradito la long version. Il boogie blues di Trouble è l’unico a presentare l’armonica di Ziro (che mi ricorda il timbro sonoro di John Popper dei Blues Traveler) che regala al brano un’aura quasi alla Canned Heat, con qualche retrogusto dell’amato Hendrix, sempre presente nella musica di Too Slim che inizia a scaldare la solista https://www.youtube.com/watch?v=zFus8xdFWHM ; Broken White Line accentua invece l’elemento sudista comunque presente nella musica del gruppo, un mid-tempo avvolgente dove il groove del trio è più rallentato ma sempre incisivo, fino all’immancabile intervento della chitarra di Langford che per la prima volta innesta un voluttuoso wah-wah.

Un tocco funky non guasta nel rock sinuoso di Stories To Tell, con One Step At A Time, uno dei brani più lunghi del CD, che ci riporta al blues-rock classico della formazione, tra Free e ZZ Top, con le giuste quote rock sempre presenti grazie alla solista incisiva del nostro, sound che viene ribadito anche nella successiva What You Said, dove agli ZZ Top immancabili si aggiunge anche qualche reminiscenza à la Robin Trower, prima della lunga ed ipnotica Run Away dove il suono è più “spazioso” ed angolare, con le improvvise aperture della solista in wah-wah che stanno addirittura tra Hendrix e il Peter Green di End Of The Game. La cadenzata Little More True è un ulteriore ottimo esempio del rock-blues vigoroso dei Too Slim & the Taildraggers, immerso appunto nel  power trio rock più classico che ci si possa aspettare, con l’immancabile break chitarristico ad animarne la parte centrale; e se chitarra deve essere anche la paludosa e sospesa Lay Down Your Gun ne alza la quota con un’altra spazzata di wah-wah. Chiude questo High Desert Heat il blues spaziale e desertico della title track, un brano dove la slide in cui Langford è maestro, fa finalmente la sua unica ed insinuante apparizione, in un brano strumentale dal fascino misterioso.

Bruno Conti

Southern Rock Anomalo Per La Collocazione Geografica Ma Non Per L’Ottimo Stile! Hogjaw – Way Down Yonder

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Hogjaw – Way Down Yonder – Snakefarm Records/Caroline/Universal

Come filone musicale, inserito nel più ampio panorama del rock americano, il “southern” nasceva  all’incirca una quarantina di anni  fa grazie all’opera dei due fratelli Allman, Duane e Gregg, che grazie alla loro fusione di rock, blues e country, unite ad una propensione per l’uso della jam strumentale, mutuata dal jazz, “inventavano” un genere che poi si sarebbe imposto nel corso degli anni e tuttora  vanta formazioni vecchie e nuove che si succedono anche se la scomparsa lo scorso anno proprio di Gregg Allman è stata un colpo e una ferita non facile da assorbire. Tra le formazioni diciamo emergenti ci sono gli Hogjaw, una band originaria dell’Arizona, zona che se geograficamente fa indubbiamente parte degli Stati del Sud, a livello musicale di solito non si inserisce nel filone southern rock: molte belle canzoni hanno citato l’Arizona e le sue città, da Take It Easy di Jackson Browne/Eagles a Get Back dei Beatles, passando per By The Time I Get To Phoenix, il brano di Jimmy Webb, reso celebre da Glenn Campbell. Anche gli Hogjaw vengono da laggiù, un quartetto dalle facce truci e anche un po’ trucide a giudicare dalle foto, che con questo Way Down Yonder arrivano al sesto album pubblicato in dieci anni di attività.

La band è formata da Jonboat Jones voce e chitarra, Jimmy Rose chitarra solista, Elvis DD basso e Kwall batteria, già fin dai nomi calati a fondo nelle coordinate del genere, poi rafforzate dalla loro ammirazione espressa sia a livello verbale come nell’atto pratico, con un debito a livello sonoro ed una devozione per band come  Marshall Tucker Band, Allman Brothers Band, Charlie Daniels, ZZ Top e  Lynyrd Skynyrd, ma anche i primi Outlaws e i Blackfoot, spesso citati tra le influenze. Aiutati dalla formula classica della doppia chitarra solista, da un cantante con la voce potente ma anche forgiata da bourbon e whiskey, con  una sezione ritmica rocciosa a suo agio anche nell’ambito hard-rock gli Hogjaw sono una ottima band.  Undici brani firmati dai componenti del gruppo con i loro veri nomi  – Damon Deluca / Jason Kowalski / Jimmy Rose / Jason Wyatt, uno corrisponde a quelli sopra –  che spaziano in tutti gli stili del perfetto “sudista”, dall’iniziale raffinata ma incalzante Back Home Today, che sembra un brano della Marshall Tucker Band circa 1973/74, con le twin guitars e la voce di Jonboat subito sul pezzo, veramente una apertura deliziosa. E’ un attimo e ci tuffiamo subito nel boogie-rock più “riffato” di To Hell With Rock, che pare una canzone dei Lynyrd Skynyrd o dei Blackfoot, ma anche gli ZZ Top approverebbero, la solista di Rose è veramente potente ma anche pulita e ricca di tecnica.

Brown Water rimane negli stessi territori, sezione ritmica potente, chitarre gemelle sparate a tutto volume e la voce vissuta di Jones ben evidenziata. Ma c’è spazio anche per il desert rock sinuoso di North Carolina Way con la band comunque subito pronta a rilanciare le soliste in continui rimandi al southern più classico, anche con qualche retrogusto che rimanda agli Outlaws più ingrifati e chitarristici, cioè quelli di sempre; la title track Way Down Yonder non alza il pedale dall’acceleratore, gli assoli sono sempre caldi e frementi e Jonboat Jones guida gli Hogway con il suo vocione potente, anche se il brano è più scontato, mentre in Dark Horse il suono si sposta verso  un hard rock ‘70’s più di maniera per quanto ben suonato e con le chitarre sempre pronte a scatenarsi. Poteva mancare il classico lentone alla Lynyrd Skynyrd? Certo che no e quindi vai con la power ballad, una potente Redemption che rinverdisce i fasti del miglior rock sudista, con l’immancabile crescendo chitarristico nel finale. Molto buone anche le gagliarde I Got A Pencil e Never Surrender, ancora con le soliste che non fanno prigionieri, e pure Beast Of Burden non molla la presa. Solo per la conclusiva Talk About Fishin’ imbracciano chitarre acustiche, dobro, banjo e mandolini per una pausa acustica. Niente di nuovo sotto il sole, che in Arizona è comunque caldo e scalda il cuore. L’album è uscito da qualche mese negli Stati Uniti, ma proprio in questi giorni ha avuto anche una distribuzione europea ( e italiana).

Bruno Conti

George, Se Puoi, Perdonalo Da Lassù! Randy Bachman – By George-By Bachman: Songs Of George Harrison

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Randy Bachman – By George-By Bachman: Songs Of George Harrison – 12 Hit Wonder/Universal CD

George Harrison, il “Beatle Tranquillo” come lo chiamavano gli addetti ai lavori ed i fans, ha avuto molti più riconoscimenti ed apprezzamenti dopo la morte avvenuta nel 2001 che in vita: il fatto di essere oscurato dalle carismatiche ma ingombranti presenze di John Lennon e Paul McCartney ha spesso fatto passare sotto silenzio che, tra i Beatles, il musicista tecnicamente più preparato fosse proprio lui, chitarrista dallo stile raffinato e sopraffino, ed anche notevole songwriter, pur se poco prolifico (ed io l’avevo eletto da sempre a mio Beatle preferito, già in tempi non sospetti). Tra gli estimatori di George figura anche Randy Bachman, singer, songwriter e chitarrista canadese oggi quasi dimenticato, ma che negli anni sessanta e settanta ebbe il suo periodo di successo prima con i Guess Who e poi con i Bachman Turner Overdrive, titolari di un godibile rock basato su riff di chitarra diretti e melodie orecchiabili, con canzoni come These Eyes, American Woman, Taking Care Of Business e You Ain’t Seen Nothin’ Yet. Bachman negli ultimi anni è stato poco attivo (il suo ultimo lavoro è del 2015, Heavy Blues, un disco appena discreto nonostante i grandi ospiti coinvolti) http://discoclub.myblog.it/2015/05/02/vecchie-glorie-canadesi-amici-randy-bachman-heavy-blues/ .

Quindi ho salutato con piacere questa sua nuova fatica, By George By Bachman, dedicata appunto alle canzoni di Harrison, con la particolarità di prendere in esame quasi esclusivamente i pezzi scritti per i Beatles e con appena due canzoni tratte dal suo periodo solista. Randy non è mai stato un fuoriclasse, ma uno che nel periodo di massima popolarità ha cavalcato abbastanza bene l’onda di quello che oggi viene chiamato “classic rock”, ma ero comunque convinto che, alle prese con un songbook di tutto rispetto come quello del musicista di Liverpool, potesse creare un disco piacevole e riuscito. Ebbene, niente di più sbagliato: Randy ha avuto la malaugurata idea, per non dire la supponenza, di cambiare radicalmente quasi tutti gli arrangiamenti dei pezzi scelti, con risultati il più delle volte da mani nei capelli: non sto qui a dire che io amo le cover-fotocopia degli originali, ma se vuoi stravolgere completamente una canzone o sei Jimi Hendrix, o comunque hai classe e personalità adatte per farlo, oppure lascia perdere. Le parti di chitarra andrebbero anche bene, ma è il resto che non funziona: arrangiamenti a parte, Bachman non è mai stato un cantante espressivo, il suo timbro è sempre stato piuttosto qualunque e poco personale, e qui infatti si fa aiutare parecchio dagli altri membri della band (Brent Knudsen, chitarra, Mick Dalla, basso e tastiere, Marc LaFrance, batteria), creando però un fastidioso effetto karaoke collettivo: neppure Harrison era un vocalist potentissimo, ma aveva un suo stile ed un suo particolare carisma.

L’iniziale Between Two Mountains non è di George, ma un brano nuovo di Randy eseguito però nello stile dell’ex Beatle: avvio con sitar e tabla indiani, poi entra una strumentazione rock guidata da una bella slide, per una discreta canzone dal ritmo sostenuto e con un buon ritornello doppiato dal riff chitarristico (ed il testo non manca di parlare di amore universale e spirituale tra un “Hallelujah” ed un “Hare Krishna”). If I Needed Someone è quasi irriconoscibile, dato che Bachman le riserva uno strano arrangiamento tra pop e funky, non molto riuscito a mio parere, anzi quasi irritante. You Like Me Too Much, uno dei brani meno noti dei Beatles (era su Help!), diventa una pop song solare dal ritmo quasi da bossa nova, abbastanza gradevole e ben suonata, anche se il cantato della band all’unisono viene un po’ a noia; While My Guitar Gently Weeps è materia pericolosa, probabilmente il miglior brano rock mai scritto da George, che nella versione originale dei Beatles aveva il marchio indelebile di Eric Clapton: Randy accelera notevolmente il ritmo e ne aumenta ancora la potenza chitarristica, facendosi aiutare da Walter Trout, ma l’esito è piuttosto sconfortante, come rovinare un pezzo leggendario premendo solo sull’acceleratore ma senza un minimo di finezza (anche se le chitarre fanno indubbiamente il loro porco lavoro). Handle With Care è il brano che diede il via alla meravigliosa avventura dei Traveling Wilburys, altra grande canzone che qui non sarebbe neanche male, in quanto il nostro mantiene intatto l’approccio melodico originale, peccato per la sua voce piatta e senza spessore che finisce per ammosciare il tutto.

Taxman non mi è mai piaciuta molto neanche nella versione dei Fab Four, e Bachman non ha certo le capacità per farmi cambiare idea, anche se apprezzo il tentativo di farla diventare un boogie alla ZZ Top, I Need You è un brano minore del gruppo di Liverpool, ma l’originale aveva un sapore byrdsiano che qua sparisce a scapito di un arrangiamento roccioso ma abbastanza campato per aria (ed il feeling è totalmente assente), mentre Something fa letteralmente pena, per non dire di peggio, ritmo più sostenuto, un mood da pop song di basso livello, da sottofondo per ascensori (sembra il peggior Santana), con la magia della ballad originale totalmente sparita. Faccio persino fatica a proseguire nell’ascolto (ed inizio a rimpiangere i soldi buttati): Think For Yourself stranamente non è male, è decisamente più rock, con le chitarre in palla ed il motivo del brano che ben si adatta a questa veste, ma con la splendida (in origine) Here Comes The Sun si ripiomba negli inferi del buon gusto, in quanto viene trasformata in un reggae sconclusionato e bislacco: già il genere a me non piace, ma qui si sconfina nel ridicolo, complice un assurdo finale simil-flamenco degno dei Gipsy Kings. Don’t Bother Me è la prima canzone che George scrisse per i Beatles, che già in origine non era un capolavoro, ma qui ha un bel tiro rock e forse, caso unico, migliora, anche se poi Randy rimette tutto a posto (in negativo) con una Give Me Love (Give Me Peace On Earth) che sembra pensata da un bambino di dieci anni, prima di concludere il tutto con una breve e tutto sommato inutile ripresa di Between Two Mountains.

Credo di aver parlato anche troppo di questo disco, per il sottoscritto finora il più brutto tra quelli ascoltati nel 2018 (ben più di quello dei Decemberists): se volete delle cover di George Harrison fatte come Dio comanda, andate a risentirvi (o rivedervi) lo strepitoso Concert For George, uno dei più bei tributi di sempre, tra l’altro appena ristampato (anche in BluRay) per chi se lo fosse perso all’epoca.

Marco Verdi

Forever Young: Un Chitarrista Per Tutte Le Stagioni, Basta Trovare I Suoi Dischi! Eric Steckel – Polyphonic Prayer

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Eric Steckel – Polyphonic Prayer – Eric Steckel Music

Passano gli anni ma Eric Steckel rimane sempre giovane: il musicista della Florida è nato nel 1990, ma il suo esordio discografico risale al 2002 quando aveva solo 11 anni. Da allora ha già pubblicato una dozzina di album, comprese alcune rielaborazioni di vecchi dischi, sempre fedele alle sue origini di chitarrista blues e rock, scevro dalle moderne tecnologie e legato ad un suono che rimane volutamente tradizionale nelle sonorità. Solo le sue chitarre, di cui è un virtuoso assoluto, l’uso dell’organo, del quale nel corso degli anni è diventato un buon praticante, ma se la cava anche al piano, e un batterista a cui affida la parte ritmica dei brani, tenendo per sé anche le parti di basso (anche se dal vivo usa una band). L’album precedente Black Gold, uscito circa tre anni fa http://discoclub.myblog.it/2016/09/08/amanti-dei-bravi-chitarristi-ex-ragazzo-prodigio-eric-steckel-black-gold/ , optava per un suono più duro rispetto alle radici blues del “ragazzo” (in fondo ha solo 27 anni), mentre in questo nuovo Polyphonic Prayer c’è a tratti un certo ritorno alle 12 battute classiche, anche se la quota rock e virtuosistica rimane intatta: però brani come She’s 19 Years Old o It’s My Own Fault illustrano chiaramente le sue radici, il sound è quello dei classici dischi rock-blues degli anni ’70, quindi Zeppelin, Bad Company, Humble Pie, aggiungete nomi a piacere, ma anche Bonamassa o Kenny Wayne Shepherd, senza dimenticare Hendrix e Stevie Ray Vaughan, tutti nomi “giusti”.

Prendete She’s 19 Years Old che viaggia sull’onda di un bel lavoro di raccordo dell’organo, quando entra la chitarra in modalità slide di Steckel è un florilegio di note inarrestabile, con tutta la tecnica ma anche il feeling di questo ex ragazzo prodigio in mostra, come pure nel super slow It’s My Own Fault dove Eric si raddoppia sia al piano che all’organo, mettendo in mostra anche la sua eccellente attitudine di vocalist, non lontana da quella di un Robben Ford, mentre la chitarra è guizzante, fluida e ricca di tono, come pochi altri chitarristi attuali possono vantare. Waitin’ For The Bus è dura e tirata come l’originale degli ZZ Top, southern rock potente e cattivo, forse fin troppo “esagerato” nelle sue sonorità, ma le chitarre viaggiano che è un piacere; We’re Still Friends parte con un eccellente introduzione pianistica di grande pathos e poi diventa una piacevole ballata atmosferica, con gli strumenti che si aggiungono mano a mano, fino all’ingresso della voce e alla quasi inevitabile esplosione della chitarra che rilascia un vero e proprio fiume di note nel lungo e lancinante solo nella seconda parte del brano, dove Eric mette in mostra nuovamente tutta la sua grande perizia tecnica.

Can’t Go Back, come altri brani già presente nel suo repertorio Live da anni, ha un suono più duro e scontato, anche se temperato dall’uso dell’organo che gli conferisce una patina molto seventies e le consuete acrobazie sonore della chitarra, mentre Unforgettable ha qualche velleità radiofonica grazie ad un ritornello orecchiabile, ma il brano in sé non è memorabile, un po’ banale, anche se la solista lavora sempre di fino. Tennessee è un poderoso rock-blues che ricorda certe cose di Ted Nugent o delle frange più hard del southern-rock, tipo Molly Hatchet o Blackfoot, sound già presente anche nel precedente Black Gold, con Picture Frame che concede di nuovo ad un suono più commerciale e radiofonico, pur se sempre nobilitato dall’irrisoria facilità con cui Steckel estrae dal suo strumento assolo dopo assolo. Through Your Eyes è un’altra ballata pianistica, melodica ed intensa, forse poco legata al suono d’insieme del disco, ma sicuramente di buona fattura e la conclusiva Make It Rain ritorna alla modalità più blues e raffinata dei migliori brani dell’album, quelli dove si percepisce una sorta di affinità di intenti con lo stile raffinato e di grande valenza del miglior Robben Ford (ma anche l’assolo di organo in questo brano è da applausi), insomma il nostro amico è veramente bravo, e chi ama il suono puro della chitarra elettrica troverà in questo Polyphonic Prayer più di un motivo di interesse, ammesso che si riesca a rintracciare Il CD sempre di difficile rperibilità.

Bruno Conti

Il Famoso “Secondo Difficile Album”. Tyler Bryant & The Shakedown – Tyler Bryant & The Shakedown

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Tyler Bryant & The Shakedown – Tyler Bryant & The Shakedown – Spinefarm Records

Dall’esordio Wild Child del 2013 sono passati quattro anni http://discoclub.myblog.it/2013/01/19/una-curiosa-coincidenza-tyler-bryant-the-shakedown-wild-chil/ , quindi i ragazzi texani (almeno il leader è nato laggiù) ma di stanza a Nashville, si sono presi tutto il tempo che occorreva per realizzare il famoso “secondo difficile album”, l’omonimo Tyler Bryant & The Shakedown. Tyler Bryant, chitarrista, cantante e autore dei brani (a rotazione con gli altri componenti della band, soprattutto il batterista Caleb Crosby), non è un più giovincello: l’ex ragazzo prodigio che divideva i palchi con Jeff Beck, Clapton, B.B King e Z.Z. Top, oggi ha 26 anni, ma dalla foto di copertina ne dimostra anche meno, e questo disco dovrebbe essere la conferma di quanto di buono (e meno buono) aveva messo in luce con il primo CD. Aiutato dal secondo chitarrista Graham Whitford (figlio di Brad, degli Aerosmith) e dal nuovo bassista Noah Denney (si sa i bassisti si cambiano spesso), Bryant propone il suo “solito” menu a base di rock-blues, hard rock e classic rock anni ’70 https://www.youtube.com/watch?v=oi1G1_j3hc8 , con risultati in parte apprezzabili per quanto non memorabili, la stoffa c’è, ma un occhio è fin troppo rivolto anche verso il mercato, pure in questi tempi dove la discografia annaspa si spera comunque di vendere, ed è umano. Le chitarre “riffano”, la sezione ritmica picchia, e Bryant e Whitford  si disbrigano con buona lena alle chitarre: i brani magari non sempre sono impeccabili, l’iniziale Heartland non è imparentata con il roots rock di Mellencamp, ma la successiva Don’t Mind The Blood sicuramente qualche spunto dai vecchi Yardbirds di Beck lo prende (e per osmosi dai loro seguaci Aerosmith), con accenti blues-rock e un groove sinuoso, mentre le chitarre iniziano a scaldare il motore.

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https://www.youtube.com/watch?v=menivpp5zzM

Jealous Me con voce filtrata e coretti fastidiosi si avvicina a quel rock misto a pop che ammorba le classifiche, omologato con altri mille brani simili che magari troveranno la loro strada in qualche futuro spot o colonna sonora, il sound della chitarra è interessante, ma basta? Con Backfire siamo dalle parti degli ZZ Top anni ’80, quelli più radiofonici e da MTV (entrambe in via di estinzione), meglio la bluesata Ramblin’ Bones dove Bryant imbraccia una acustica con bottleneck per un tuffo in un suono più roots, ma nulla per cui stracciarsi le vesti. Weak And Weepin’ è un bel rock and roll come usavano fare i vecchi Aerosmith, tutto ritmo e riff con le chitarre che imperversano, finalmente un po’ di vita sul pianeta Shakedown, Anche Manipulate Me più “atmosferica” e con qualche tocco glam, grazie alla voce particolare di Bryant, non è malaccio, con Easy Target che vira verso un rock-blues forse un po’ di maniera ma efficace nelle sue derive chitarristiche. Magnetic Field è la classica ballata che non può mancare in un disco come questo, forse un po’ irrisolta sia pure con il solito buon lavoro delle chitarre, che poi si scatenano nella dura Aftershock. Finale a sorpresa con le atmosfere sospese, leggermente psych, della conclusiva Into The Black. Mi sa che il secondo disco era “difficile” davvero, vedremo il prossimo: se siete proprio in astinenza da rock magari fateci un pensierino.

Bruno Conti

Il Leone Di Detroit Torna A Ruggire (Con Un Paio Di Stecche). Bob Seger – I Knew You When

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Bob Seger – I Knew You When (Deluxe Edition) – Capitol/Universal

Soltanto tre anni separano il nuovo album di Bob Seger dal precedente Ride Out, e questa è già una buona notizia per chi lo ha seguito con passione durante la sua lunga e gloriosa carriera, caratterizzata dagli esaltanti live shows (purtroppo solo in terra americana) in cui ha dato il meglio di sé, come testimoniano gli splendidi Nine Tonight del 1981 e, soprattutto, Live Bullet del ’76, considerato da molti uno dei più importanti live album della storia del rock a stelle e strisce. Da parecchio tempo ha diradato le sue uscite in studio, soltanto tre negli ultimi ventidue anni, fino a far temere un definitivo ritiro dalle scene. Che non se la passi benissimo fisicamente è comprovato dal fatto che abbia dovuto posticipare parecchie date dell’attuale Runaway Train Tour a causa di problemi alle vertebre, ma almeno la sua voce non ha perso un grammo della ruvida irruenza che l’ha sempre caratterizzata, come possiamo verificare in quest’ ultimo I Knew You When. Già nel pezzo d’apertura, Gracile, Bob ci fa intendere che non ha nessuna voglia di gettare la spugna dandoci dentro senza risparmiarsi in un rock blues dalla ritmica granitica che ricorda certi suoi anthems degli anni settanta. Ottima la scelta delle due covers presenti nell’album: Busload Of Faith,  tratta da New York, lo splendido affresco che Lou Reed  dedicò alla sua città nel 1989,e Democracy, ironica e visionaria traccia del talento poetico di Leonard Cohen, presente su The Future, del’92. Seger rivisita entrambe con passione e bravura, irrobustendo la prima con sezione fiati e cori femminili, oltre a due fulminanti assoli di chitarra (il primo del mago della slide Rick Vito), e la seconda con una ritmica più incisiva, da marcia militare, e un bel violino sullo sfondo a sostituire l’armonica dell’originale.

The Highway ha un bel passo, tipico di tante composizioni del rocker di Detroit perfette per l’ascolto in macchina. Un buon pezzo, nonostante la presenza di una tastiera un po’ invadente che ne appesantisce la melodia. Non possiamo procedere senza prima citare colui a cui Seger ha dedicato quest’intero lavoro, Glenn Frey, il leader degli Eagles deceduto nel gennaio 2016. Tra i due perdurava da mezzo secolo una profonda e sincera amicizia e Bob ha voluto celebrarla con due toccanti canzoni. La prima, dal titolo emblematico, Glenn Song, una delle tre bonus tracks della deluxe edition, è un malinconico ricordo dei tempi andati cantato con voce rotta dall’emozione. La seconda dà il titolo all’album ed è una di quelle stupende ballate che sono da sempre il vero marchio di fabbrica del rocker di Detroit. Melodia impeccabile, scandita dal pianoforte (presumo suonato dal grande Bill Payne) e ritornello che ti entra sottopelle per non uscirne più. Della stessa categoria, non sono niente male Something More con un bel solo centrale condiviso tra sax e chitarra elettrica, Marie, dall’incedere solenne e drammatico che rimanda allo stile del già citato Cohen, e I’ll Remember You, un lentaccio assassino con pregevoli cori femminili che avrebbe fatto la sua bella figura su qualunque disco delle aquile californiane.

Purtroppo troviamo anche un paio di episodi meno riusciti, che non intaccano il giudizio comunque positivo sull’album. The Sea Inside, dalla ritmica pesante e dalle chitarre roboanti che si mescolano ad una tastiera che sembra citare Kashmir dei Led Zeppelin, è un tentativo di fare hard rock in modo insipido ed anacronistico. Peggio ancora Runaway Train, che pare un pezzo rubato agli ZZ Top del  periodo più scarso, con batteria elettronica, coretti scontati e melodia anonima, malgrado il buon intervento del sax nel finale. Di ben altra levatura sono, per fortuna, le prime due tracce aggiunte nella deluxe edition: Forward Into The Past è un solido rock cantato a voce spiegata dal protagonista ben supportato come di consueto dalle coriste, con chitarre elettriche e piano che si alternano sapientemente. Ancora meglio si rivela Blue Ridge, che ti cattura subito con un’ accattivante struttura melodica scandita dal costante rullare della batteria e da un intrigante uso delle tastiere. Un brano che certamente farà la sua bella figura se inserito nelle scalette dei futuri concerti.

Diamo dunque il nostro bentornato a Bob Seger, nella speranza di poterlo ammirare un giorno anche dalle nostre parti. Intanto, godiamoci questo I Knew You When che ha in sé il giusto calore per contrastare le fredde giornate invernali che ci attendono.

Marco Frosi

Forse La Migliore Band Southern Dell’Ultima Decade, Veramente Bravi! Otis – Eyes Of The Sun

otis eyes of the sun

 Otis – Eyes Of The Sun – Purple Pyramid Records/Cleopatra

Ultimamente i “miei amici” della Cleopatra sembrano avere messo a segno qualche buon colpo: tra recuperi di vecchi gruppi metal imbolsiti, tributi un po’ raffazzonati, ristampe improbabili di dischi non memorabili di artisti del passato, nel loro catalogo spunta anche qualche gioiellino, tipo l’ultimo di Stills e della Collins (anche se l’etichetta è la Wildflower), quello dal vivo di Tom Killner, buon chitarrista inglese, e poco altro di interesse, almeno per il sottoscritto. Ma devo ammettere che questo nuovo album degli Otis (il loro secondo) è veramente buono: band “sudista” vecchio stampo, vengono dal Kentucky, il loro primo album Tough Times Tribute To John Brim, era un omaggio ad un oscuro bluesman, loro corregionale, noto per avere scritto Ice Cream Man, brano “coverizzato” da varie band hard, tra cui i Van Halen. Del gruppo è stato detto, sintetizzo: “Se c’è mai stata una nuova band che può ricoprire il gradino più alto nell’ambito Jam Blues Rock e il vuoto lasciato da gruppi come gli Allman Brothers, questi sono gli Otis!” Lusinghiero: ma chi lo ha detto? Paul  Nelson, vecchio pard di Johnny Winter, e curatore di tutte le recenti ristampe del texano. Come dite, è il produttore esecutivo di questo Eyes Of The Sun, e appare alla chitarra anche in un brano? Quindi il conflitto di interessi non lo abbiamo inventato noi.

Comunque il disco rimane molto buono e le parole sono veritiere: i quattro robusti giovanotti, a giudicare dalle foto almeno, che compongono la band sono veramente bravi, Boone Froggett, voce e chitarra solista, Steve Jewell, il secondo solista e John Seeley, basso e Andrew Gilpin, batteria, sono un quartetto solido e dalla buona tecnica, che pescano sia dalla tradizione blues, come dal southern degli Allman e anche dei Wet Willie, che aveva maggiori connotati anche errebì. Lo stile è energico e robusto, ma i nostri suonano veramente bene, mi sembrano persino superiori a Blackberry Smoke e Whiskey Myers, i paragoni con gli Allman Brothers non sono sparati a vuoto, l’iniziale Change, con le due soliste che lavorano di fino, una in modalità slide e l’altra normale, ha il piglio e il drive dei vecchi ABB, Froggett non avrà la voce di Gregg Allman o di Van Zant, ma è più che adeguata, il tocco delle due coriste Sandra Dye e Bianca Byrd, aggiunge altri profumi di profondo Sud al sound e il lavoro delle due chitarre è veramente lodevole.

Anche quando il suono si fa più “duretto”, alla Lynyrd Skynyrd per intenderci, ma quelli Doc, come nella successiva Blind Hawg, l’interplay tra le due chitarre è sempre godibilissimo, la ritmica picchia ma con costrutto, anche quello degli ZZ Top potrebbe essere un nome di riferimento, con Billy Gibbons che ha espresso i suoi riconoscimenti per il gruppo “ottime parti cantate, toni di chitarra deliziosi, nell’insieme un ascolto piacevolissimo”, sottoscrivo. Spesso le due chitarre lavorano anche all’unisono, ma il dualismo slide-solista è quello vincente: ribadito nella title track Eyes Of The Sun, che addirittura di slide ne presenta due, e alza la quota blues(rock) dell’insieme, sentito forse mille volte e “revivalista” quanto volete, ma quando è fatto così bene è veramente un piacere, southern rock della miglior grana. Ottima anche Home, tagliente e saltellante, con la slide sempre “piccante”, e poi quando entra anche l’organo Hammond dell’ospite Eddie Stone, il suono si fa ancora più “pieno” e corposo, anche con rimandi ai prima citati Whiskey Myers e Blackberry Smoke, ma comunque con le chitarre che ruggiscono sempre in modo inarrestabile nelle due lunghe Shake e Turn To Stone, la seconda una bella ballatona rock di quelle classiche sudiste, in crescendo, con Froggett che canta anche con impeto e classe.

Washed My Hands è nuovamente dura e tirata, a tutto riff, come degli ZZ Top con doppia chitarra solsita, mentre in Lovin’ Hand arriva anche Paul Nelson alla terza solista e qui due parole urgono, “Lynyrd Skynyrd”, e non si prendono ostaggi. Ma gli Otis sono capaci anche di un approccio più raffinato, con chitarre acustiche, un mandolino (Danny Williams), sonorità quasi orientali, per uno strumentale Relief In C dai profumi indiani, e non sono quelli dei pellirossa. Per le ultime due canzoni torna ancora l’organo di Stone e si prova anche la strada della hard ballad cadenzata, quasi alla Neil Young, con una eccellente Chasing The Sun dove le ennesime ed estese jam chitarristiche delle due soliste sono tutte da gustare. In chiusura con Let Your Love Shine Down sembra quasi di ascoltare la migliore Marshall Tucker Band, anche con piccoli elementi country e soul inseriti nel calderone sonoro, e sempre con quella slide insinuante che scalda i cuori, e occhio al finale. Veramente bravi!

Bruno Conti

Funky, Soul, Desert-Rock, Psichedelia E Tanto Blues-Rock. Tornano I SIMO Con Rise And Shine

simo rise and shine

SIMO – Rise And Shine – Provogue/Mascot

Il disco precedente http://discoclub.myblog.it/2016/01/29/ritmi-sudisti-blues-vecchie-chitarre-simo-let-love-show-the-way/ , uscito a gennaio 2016, era stato, non dico un fulmine a ciel sereno, ma una bellissima sorpresa: un album come quelli che si facevano una volta, tra blues, rock e southern, suonato alla grande, con il suo protagonista principale, il chitarrista JD Simo, in grado di utilizzare nelle registrazioni la vecchia Gibson Les Paul che fu di Duane Allman, custodita proprio nella Big House di Macon, Georgia, la vecchia magione degli Allman Brothers nel loro periodo più fertile, libero e selvaggio, dove incidevano e provavano. E lo spirito di quello strumento e di quelle sonorità era presente in modo massiccio nell’album Let Love Show The Way, un tipico disco da power trio vecchia maniera: irruente, ma anche ricco di finezza, e con l’aggiunta di una bella cover come Please Be With Me, Cowboy via Eric Clapton. Dopo quell’album i SIMO sono partiti per un tour mondiale durato tutto l’anno, 215 date in giro per il mondo (Italia compresa, grande concerto anche a Milano come opening act dei Blackberry Smoke): poi sono tornati alla loro base di Nashville, e da febbraio del 2017 sono entrati in studio di registrazione per incidere il nuovo album Rise And Shine, con l’aiuto dell’ingegnere del suono Don Bates, e producendosi da soli, oltre a JD Simo alla chitarra, Elad Shapiro al basso e Adam Abrashoff alla batteria.

Undici canzoni nuove, scritte dal gruppo, che per l’occasione, oltre ai generi citati, esplora anche altre forme sonore, secondo le loro stesse parole, Stax soul, funky, desert-rock e psichedelia, quindi andiamo a sentire. Come spesso accade sto ascoltando in streaming in anteprima l’album, parecchio prima dell’uscita e quello che sento mi sembra veramente più che valido: Return è un sinuoso, moderno, quasi futuribile, R&B degli anni duemila, con voce filtrata, ritmo quasi minimale e sospeso, con un corposo giro di basso ad ancorarlo, e una chitarrina sorniona che poi esplode in un assolo dalle timbriche inconsuete, con la solista che quasi se la “ride”. In effetti lo stesso JD Simo ha ricordato che nella sua collezioni di dischi, ai fianco dei nomi e degli stili citati, ci sono anche artisti contemporanei, tipo D’Angelo, Alabama Shakes, Prince e i Roots, solo che, a modesto parere di chi scrive, lui li rielabora molto meglio nella sua visione musicale. Meditation è un funky-rock che fonde Stax, Sly And Family Stone e un pizzico di Blaxploitation, con le scintille di una chitarra hendrixiana e la voce nera del musicista di Chicago, per una eccitante cavalcata a tutto ritmo nella musica rock del futuro o nel futuro della musica rock, come preferite. Shine, potrebbe rimandare a degli ZZ Top leggermente schizzati e psych, con una tastiera ad irrobustire il power rock del trio e ad un assolo di chitarra con wah-wah che rallenta improvvisamente in un blues acidissimo e poi riesplode a tutta velocità, mentre People Say insiste in questa carnale combinazione di blues-rock alla Cream, voci e chitarre impazzite e acrobazie sonore di basso e batteria che ne sostengono le divagazioni verso sonorità che ricordano Funkadelic o Parliament https://www.youtube.com/watch?v=fPqgQiItkEo .

I nostri amici, soprattutto Simo, mettono a fuoco suoni e grooves probabilmente studiati in centinaia di dischi di altri musicisti, ascoltati o perché ci hanno suonato, il melting pot ogni tanto funziona bene, altre volte è più pasticciato, ma ci sono comunque sempre interessanti situazioni musicali anche in un brano “strano” come Don’t Waste. In I Want Love il buon JD sfodera il suo miglior falsetto da soul crooner, per una ballata lenta ed avvolgente che ogni tanto viene percorsa da brevi e brusche sferzate di chitarra che cercano di turbarne la quiete; The Climb è quello che abbiamo definito desert-rock psichedelico, uno strumentale che deve qualcosa sia alle furiose schitarrate dell’Hendrix sperimentale, quanto, in parte, anche alle colonne sonore dei western all’italiana. Non poteva mancare ovviamente uno slow blues cattivissimo e malevolo come Light The Candle, dove la chitarra va in overdrive verso il blues-rock più heavy di stampo power trio anni ’70, con un assolo selvaggio ed incontenibile che conferma la reputazione di JD Simo come uno dei guitar heroes più fenomenali del nuovo millennio, anche senza la chitarra di Duane Allman.

E il trio, non pago, dopo gli oltre sette minuti di questo tour de force, rilancia con altri sette di minuti di gran classe in Be With You, una lenta soul ballad che viene travolta da un’altra torrenziale cascata di note della solista del nostro che sale e scende nei volumi e nell’intensità in un altro assolo, formidabile per timbri, feeling e gusto squisito, e che nel crescendo finale ricorda With A Little Help From My Friends, il loro cavallo di battaglia delle loro esibizioni Live, mirabilmente registrata in una unica take notturna. Siamo quasi al finale, ma prima uno sketch acustico, The Light che è una sorta di folk blues intimo e intenso, solo voce e chitarra; a questo punto manca un solo brano, ma che brano, tredici minuti di “follia” sonora in modalità jam, per una I Pray, di nuovo tra derive psichedeliche alla Grateful Dead e rintocchi chitarristici tribali che rimandano al Peter Green esoterico di End Of The Game, in una orgia di wah-wah di rara potenza, ma anche passaggi jazzati di rara finezza e tocco. Se volevamo una conferma questo Rise And Shine ce la dà a pieno titolo: non solo per JD Simo, ma per tutta la band, un trio di musicisti veramente, si spera, dal luminoso futuro,  ma per ora anche dal presente brillante e stimolante!

Esce domani venerdì 15 settembre.

Bruno Conti  

Forse Il Nome Vi Dice Qualcosa, Anzi Il Cognome. Nick Schnebelen – Live In Kansas City

nick schnebelen live in kansas city

Nick Schnebelen – Live In Kansas City – VizzTone Label Group

Se il nome vi dice qualcosa, anzi il cognome, non vi state sbagliando: si tratta proprio di uno dei tre fratelli Schnebelen, che componevano quella eccellente band di blues(rock) che sono stati i Trampled Under Foot http://discoclub.myblog.it/2013/08/01/sempre-piu-bravi-trampled-und-5546876/ . Dopo lo scioglimento del gruppo, ufficialmente nel 2015, ma in pratica già nel 2014, quando il batterista Kris Schnebelen (apparso di recente nella band di Sean Chambers http://discoclub.myblog.it/2017/05/22/poderoso-rock-blues-di-stampo-southern-sean-chambers-trouble-whiskey/) aveva lasciato i fratelli, qualcosa aveva iniziato a non funzionare. Poi anche la sorella Danielle, scegliendo un meno complicato cognome d’arte di Danielle Nicole, ha avviato una carriera solista, che fino ad ora consta di un EP e di un album, e lei bassista, ma soprattutto cantante, è quella che pareva avere il miglior talento nella famiglia. Ma anche Nick Schnebelen, che nel trio originale aveva la funzione di chitarra solista, come pure seconda voce, conferma le sue ottime qualità con questo Live In Kansas City, uscito per la VizzTone, che già lo scorso anno aveva pubblicato un altro disco dal vivo, a nome Nick Schnebelen Band, dove accanto a Nick, c’era un’altra voce femminile (e chitarrista), Heather Newman, che però nel nuovo CD dal vivo, comunque registrato al Knuckleheads Saloon di Kansas City, non appare già più (deve essere uno sciupafemmine il buon Nick).

E anche il batterista è nuovo, solo il bassista Cliff Moore è lo stesso del disco precedente. Ho sentito solo velocemente il Live del 2016, che comunque mi pareva buono, ma nell’album che vado a presentarvi Nick Schnebelen si conferma uno dei “giovani! chitarristi blues (e dintorni) migliori e più eclettici attualmente su piazza, con uno stile che passa con disinvoltura dalle 12 battute più classiche ad un approccio più rock, anche con elementi boogie sudisti o texani, senza tralasciare puntate che sfiorano la psichedelia. E in più, come testimoniavano gli eccellenti dischi pubblicati con i Trampled Under Foot, è  in possesso di una ottima voce. In effetti ci sono parecchi brani che vengono dal repertorio di quel trio, alcuni firmati con i fratelli (e provenienti anche dai primi album, pubblicati a livello indipendente). L’apertura è affidata a una minacciosa The Fool, dove il mancino inizia subito a mulinare la sua solista su un classico Chicago groove, mentre la band lo asseconda con gusto per costruire subito una atmosfera infuocata; con la successiva Pain In Mind che conferma le sue eccellenti propensioni soliste, ribadite ancora in una cover di un brano poco noto di Muddy Waters come Herbert Harpers’ Free Press News, dove la chitarra è sempre dura e tirata a lucido, mentre lo stile mi ricorda certi passaggi quasi jazzati del primo Alvin Lee nei Ten Years After, e la voce è maschia e vibrante.

You Call That Love, una delle canzoni scritte con i fratelli, è un eccellente slow blues, dove Schnebelen conferma la sua notevole caratura chitarristica, rilasciando un assolo di grande fattura ed intensità; Bad Woman Blues, sempre firmata con Kris e Danielle, oltre che da Tony Braunagel, era uno dei brani migliori di Wrong Side of The Blues, l’album pubblicato per la VizzTone, il primo pezzo dove Nick mette in mostra la sua perizia anche alla slide, su un ritmo ondeggiante e quasi alla Bo Diddley. Ma è nell’omaggio a Johnny Winter, in una torrenziale Mean Town Blues, che il nostro  amico ci incanta con un vorticosa rilettura del classico dell’albino texano, a tutto blues; a conferma della sua versatilità anche l’altro vecchio brano dei TUF,  Jonny Cheat, viaggia tra un boogie alla ZZ Top (l’inizio sembra quasi La Grange) e un poderoso blues-rock alla Thorogood, anche a livello vocale, comunque uno dei momenti più coinvolgenti del concerto, che non cala di intensità neppure in un altro blues lento di quelli lancinanti e cattivi come Bad Disposition, dove Schnebelen distilla il meglio dalla sua solista. E anche nella oscura Schoolnight, un blues afterhours di tale Chris Schutz, non se la cava male, prima di chiudere con una fantastica Conformity Blues, uno strumentale che mi ha ricordato moltissimo i Quicksilver Messenger Service della jazzata Silver And Gold, che fondevano psichedelia  e Take Five di Dave Brubeck, anche Schnebelen ci riesce con classe e tecnica. Se amate i bravi chitarristi, eravate fans dei TUF e vi piace la buona musica, gustatevi questo Live In Kansas City.

Bruno Conti