Se Fosse Uscito Nel 1970 Sarebbe Stato Un Gran Disco, Ma Pure Oggi Non Scherza! Jimi Hendrix – Both Sides Of The Sky

jimi hendrix both sides of the sky

Jimi Hendrix – Both Sides Of The Sky – Experience/Sony Legacy

Poco meno di due mesi fa, nella rubrica delle anticipazioni discografiche, avevo pubblicato un Post http://discoclub.myblog.it/2018/01/26/uscite-prossime-venture-2-un-altro-hendrix-nuovo-esce-il-9-marzo-jimi-hendrix-both-end-of-the-sky/  dedicato a questo ennesimo “nuovo” album di Jimi Hendrix Both Sides Of The Sky. Devo dire che di tutto il materiale e dei dischi postumi, anche box, che si sono succeduti nel corso degli anni dedicati al mancino di Seattle, e ne sono usciti alcuni veramente belli, questo ultimo è uno dei più interessanti in assoluto, curato come al solito da Eddie Kramer.

Per cui riprendo quanto scritto all’epoca e lo rielaboro alla luce dell’ascolto che ho potuto fare del materiale contenuto nel CD. Vediamo, brano per brano le tredici canzoni, 65 minuti di musica in tutto:

:1. Mannish Boy La prima registrazione in assoluto in studio del trio Hendrix, Buddy Miles Billy Cox, prima ancora di chiamarsi Band Of Gypsys, alle prese con uno dei grandi brani di Muddy Waters.  Uno dei classici blues psichedelici di Jimi: nel corso dei suoi concerti eseguiva periodicamente anche (I’m Your) Hoochie Coochie Man, in effetti lo troviamo nelle BBC Sessions. Il brano, registrato ai Record Plant Studios di New York il 22 Aprile 1969, ha il classico sound delle prime registrazioni con gli Experience, anche se è suonato con una diversa sezione ritmica, classico suono hendrixiano con scat voce-chitarra tipico del suo solismo ma senza particolari acrobazie sonore, si fa per dire, visto che si parla di Hendrix, comunque un brano solido e completamente rifinito.

2. Lover Man Altro pezzo di studio, registrato due settimane prima degli storici concerti di Capodanno al Fillmore East di New York. Il brano, pubblicato anche in un singolo in vinile a tiratura limitata, uscito sempre in questi giorni. Si trova in vari dischi postumi, da quello all’Isola di Wight a Hendrix In The West, come anche nel box quadruplo, quello in vellutino del 2000 per intenderci, versione non molto diversa da questa, anche se c’è Mitch Mitchell alla batteria, mentre in questa ci sono le velocissime scariche percussive di Buddy Miles. Altra classica canzone del songbook del mancino di Seattle, con i suoi inconfondibili riff e quelle accelerazioni chitarristiche che hanno influenzato generazioni di musicisti. Bella versione comunque, molto funky-rock.

 3. Hear My Train A Comin’  Questo è uno dei pezzi più famosi di Hendrix tra quelli non “ufficiali”, registrato in varie versioni, ma mai apparso in nessun disco ufficiale di studio, solo in dischi postumi dal vivo: la colonna sonora di Jimi Hendrix, Rainbow Bridge, Jimi Hendrix Concerts, il solito “vellutino”, ma anche l’altro box West Coast Seattle Boy. La versione presente in Both Sides Of The Sky è una delle ultime registrazioni in studio dei Jimi Hendrix Experience con Noel Redding Mitch Mitchell, 9 aprile 1969. Versione spettacolare che non ha nulla da invidiare a quelle dal vivo, con Hendrix in grande forma e la sua chitarra che rilascia una serie di assoli lancinanti con il wah-wah a manetta innestato, come solo il nostro amico sapeva fare nei momenti più ispirati, cioè quasi sempre, detto per inciso, grande anche il lavoro della sezione ritmica, come nei brani migliori di Electric Ladyland, forse la vetta assoluta della sua purtroppo troppo breve carriera.

4. Stepping Stone Anche questo pezzo venne eseguito dal vivo nei concerti al Fillmore della Band Of Gypsysqui presentato in una “rara” versione, diversa da quella che fu anche brevemente pubblicata come singolo all’epoca, prima di essere subito ritirata. Classico pezzo rock molto tirato, anche se non una delle vette dell’opera del nostro amico, comunque un’altra gradita aggiunta alla sua opera ominia

5. $20 Fine Si tratta di un brano scritto da Stephen Stills, che suona l’organo e canta in questa canzone, con Jimi Hendrix che sovraincise diverse parti di chitarra, mentre alla batteria c’era Mitch Mitchell e al piano  era presente anche Duane Hitchings dei Buddy Miles Express. Il tutto fu registrato nel settembre del 1969 e fa parte delle diverse collaborazioni che i due musicisti ebbero in quegli anni. Il pezzo è cantato da Stills e ricorda molto quelli che poi sarebbero usciti sul suo primo disco solo: classico brano rock del musicista di CSN&Y impreziosito dalle trame soliste di Hendrix e con lo stesso  Stephen Stills che fa molto lo Steve Winwood della situazione,

6. Power Of Soul è una studio session del brano registrata nel gennaio 1970, tre settimane dopo i concerti del Fillmore, un pezzo che venne completato in studio da Hendrix e Eddie Kramer agli Electric Lady Studios il 22 Agosto del 1970. Un altro dei brani che facevano parte dei concerti al Fillmore East della Band Of Gypsys, in questa versione estesa ci sono decine di chitarre sovraincise, come era tipico delle tracce in lavorazione all’epoca, con Jimi che sfruttava fino in fondo le possibilità degli studi di registrazione e lo stile che risente del suono funky/R&B usato nel periodo con Cox e Miles.

7. Jungle Altra rarità,:si tratta di una variazione sul tema del Villanova Junction Blues incluso nella colonna sonora di Woodstock: uscita in svariati bootleg, questa è una delle versioni più compiute pubblicate. Un pezzo strumentale, solo Jimi e Buddy Miles, di cui prima dell’uscita di Both Sides Of The Sky si diceva che ci fossero forti influenze dello stile di Curtis Mayfield,  cosa che peraltro non mi sembra di avere percepito. Forse uno dei brani meno interessanti del CD, non brutto, perché non c’è nulla di brutto nell’album, ma non esiziale.

8. Things I Used To Do Una rilettura del celebre pezzo di Guitar Slim è l’occasione per ascoltare una delle varie collaborazioni che si vocifera esistano tra Hendrix e Johnny Winter, qui presente alla slide, con Billy Cox al basso e Dallas Taylor, della band di CSN & Y, alla batteria. Anche questa traccia nel corso degli anni è apparsa in vari bootleg e illustra ancora una volta il grande amore di Hendrix per il blues classico, con un Jimi stranamente misurato alla chitarra e Winter che imperversa con la sua solita verve alla slide, molto bello.

 9. Georgia Blues Altra chicca, uno slow blues di quelli magnetici e magnifici, che segna una sorta di reunion con Lonnie Youngblood, qui alla voce, che era il cantante di Curtis Knight & The Squires, già nel periodo pre-Jimi Hendrix Experience. Youngblood suona anche il sax in un lungo solo durante la parte strumentale e John Winfield appare all’organo, assieme a Jimmy Mayes alla batteria e Hank Anderson al basso, registrazione del marzo 1969.. Quasi otto minuti di pura magia sonora con Hendrix che lavora di fino alla solista come solo lui sapeva fare, unico ed inimitabile. Anche questo brano è parente stretto dei brani più jam apparsi nelle facciate centrali del vinile di Electric Ladyland

10. Sweet Angel Una deliziosa versione strumentale di Angel, registrata durante le sessioni per Electric Ladyland nel gennaio 1968 agli Olympic Studios di Londra, con Jimi alla chitarra, al basso e al vibrafono e Mitch Mitchell alla batteria, la melodia del brano è presente in modo completo, ma l’arrangiamento è più complesso senza stravolgerlo troppo rispetto alle “edizioni” già conosciute, diciamo una alternative version affascinante per i fan più accaniti.

11. Woodstock E’ proprio la canzone di Joni Mitchell, che Stephen Stills, qui sempre all’organo, portò alle jam sessions che stava avendo con Hendrix in quel periodo, 30 settembre 1969. Questa versione venne registrata prima di quella con Crosty, Stills, Nash & Young: Buddy Miles sedeva alla batteria e la canzone ricorda moltissimo quella poi incisa da C.S.N. & .Y con Jimi al basso: comunque il pezzo è molto bello e valeva la pena di sentirlo. Pare che esista molto altro materiale registrato dai due, vedremo se uscirà mai in versione ufficiale

.12. Send My Love To Linda  Altro pezzo inedito registrato con Billy Cox Buddy Miles per l’ipotetico album di studio dei Band Of Gypsys, mai completato e neppure questa volta mi pare, visto che si tratta di vari segmenti di diverse takes, registrate nel gennaio 1970, unite assieme non dico a caso, ma quasi. Oltre a tutto inizia solo voce e chitarra e poi nella parte finale, quella strumentale, arrivano anche il basso e la batteria e qui il brano si fa veramente interessante con notevoli improvvisazioni della solista che ne giustificano la presenza in questo CD.

13. Cherokee Mist  Altra improvvisazione chitarristica, quasi otto minuti, con Mitchell alla batteria e Hendrix che suona anche il sitar guitar ed imperversa con il suo feedback avvolgente in tutto il brano. Se non ricordo male già apparsa nel quadruplo box Jimi Hendrix Experience, quello con il “vellutino” http://discoclub.myblog.it/2013/08/02/per-la-seconda-volta-ma-sempre-un-classico-rimane-jimi-hendr/ ! Anche se la versione qui presente, del maggio 1968 ai Record Plant. oltre ad essere una delle tracce più interessanti della raccolta, pura psichedelia sonora come solo Jimi Hendrix sapeva fare, è anche uno dei brani più indicativi di quella che sarebbe potuta divenire la musica del mancino di Seattle nell’immediato futuro, ma non lo sapremo mai.

Come al solito qualcuno potrà obiettare che stiamo scavando sempre più a fondo nel barile della musica di Hendrix, ed è vero, ma fin che i risultati sono questi apprezziamo e consigliamo: come detto nel titolo del Post, se fosse uscito nel 1970 sarebbe stato un bel disco, ma pure oggi fa la sua porca figura, non solo per fan accaniti.

Bruno Conti

Ancora A Proposito Di Chitarristi. Michael Landau – Rock Bottom

michael landau rock bottom

Michael Landau – Rock Bottom – Mascot/Provogue

Michael Landau è il classico “chitarrista dei chitarristi”, un musicista molto stimato dai colleghi, poco conosciuto direttamente dal grande pubblico, anche se il suo nome appare nei credits di almeno 800 album (forse anche di più!) dalla metà degli anni ’70 a oggi: quando qualcuno ha bisogno di un musicista nell’area di Los Angeles e dintorni, ma anche nel resto del mondo, il nome di Landau è uno dei più ricorrenti. Ha iniziato come chitarrista nella band di Boz Scaggs e poi si è subito tuffato nel remunerativo mondo dei sessionmen, negli anni ’80 e ’90 (insieme a Steve Lukather, Michael Thompson e Dan Huff) :era raro che ci fossero dischi di rock in quegli anni, soprattutto registrati in California, dove non suonasse il nostro amico. Non sempre, anzi raramente, in dischi che ci appartengono a livello di gusto (e tuttora alterna partecipazioni agli album di Ramazzotti e Tiziano Ferro, con quelle alla Steve Gadd Band,oppure  con James Taylor o Beth Hart), in passato però ha suonato anche con Joni Mitchell, Miles Davis, Pink Floyd, ma pure in una valanga di “tavanate galattiche” che vi risparmio. Il chitarrista però è uno di quelli bravi, come dimostrano i suoi rari album solisti, gli ultimi un Live del 2006 e un Organic Instrumentals del 2012, dove può indulgere anche alla sua passione per un jazz (rock) alla Allan Holdsworth e simili, oppure nei Renegade Creation, con Robben Ford, in cui viene praticato un rock-blues muscolare, comunque di eccellente fattura tecnica http://discoclub.myblog.it/2010/12/27/posso-solo-confermare-michael-landau-robben-ford-jimmy-hasli/ .

Tra i vari gruppi, poco noti, in cui aveva militato Landau in passato, c’erano stati ad inizio anni ’90 i Burning Water, autori di quattro album, band in cui c’erano anche il fratello Teddy Landau al basso, il cantante David Frazee, entrambi li ritroviamo ora in questo Rock Bottom, insieme al nuovo batterista Alan Hertz. Il disco è in uscita oggi 23 febbraio, ed è il classico album che unisce le varie passioni di Michael: c’è molto rock, ma anche brani dove spicca l’acrobatico stile jazzato di Landau, che in passato è stato definito una sorta di Jimi Hendrix per il 21° secolo, in quanto secondo qualche critico “estroso e visionario” potrebbe suonare la musica che il mancino di Seattle stava per intraprendere al tempo della sua scomparsa, una fusione di jazz e rock. Potrebbe essere, perché di “nuovi Jimi Hendrix” ce ne sono stati quanti i nuovi Dylan, ma l’originale era uno solo. Comunque il nuovo CD complessivamente è decisamente buono, con parecchi brani sopra la media, e altri meno eccitanti: l’iniziale Squirrels, dove si apprezza anche l’eccellente apporto dell’organo di Larry Goldings, che è il tastierista aggiunto in tutto l’album, ha quasi venature leggermente psichedeliche e sognanti, con l’ottima voce di Frazee in primo piano e le evoluzioni della solista di Landau, che subito si accompagnano all’eccellente lavoro ritmico del gruppo, dove spicca il basso del fratello Teddy Landau, partenza molto interessante.

Poi ribadita nella rocciosa Bad Friend, in effetti hendrixiana e roccata, ma anche raffinata, una specie, più o meno, di Red Hot Chili Peppers meno proni alle derive commerciali degli ultimi album, con la chitarra di Michael Landau, anche in modalità wah-wah, veramente dappertutto; Gettin’ Old, con i suoi tocchi jazz e atmosferici può rimandare ai lavori di Holdsworth con i Tempest o di Ollie Halsall con i Patto, grande tecnica ma anche spirito rock. We All Feel The Same è un blues futuribile nello stile dell’amico Robben Ford, sospeso e felpato, con le tastiere che scivolano sullo sfondo, mentre la chitarra pennella note ad effetto in grande souplesse e Frazee canta in modo davvero brillante, We’re Alright vira nuovamente verso un rock robusto e anche accattivante, con i suoi riff ripetuti e un groove molto coinvolgente, sempre nobilitato dalle scariche micidiali della solista di Landau . One Tear Away è una sorta di doom rock con vaghi retrogusti sabbathiani, senza violenze metal, ma con il gusto per un’improvvisazione raffinata ed elegante che riscopre il miglior rock progressivo degli anni ’70 https://www.youtube.com/watch?v=YHEtbAe46m4 ; Poor Dear è un solido rock-blues tra Cream e Steve Miller Band, mentre Freedom è una ballata jazz crepuscolare, da suonarsi in qualche nightclub d’elite di New York ed Heaven In the Alley un’altra pigra e ciondolante ballad fuori dagli schemi e alquanto irrisolta, ma con il solito assolo prodigioso. Chiude l’album Speak Now, Make Your Peace uno “strano” blues notturno parlato, molto minimale ma poco coinvolgente, al di là dell’immancabile assolo strabiliante della chitarra, doppiata dell’organo, che lo risveglia nel finale. Per chi ama i chitarristi, ma non solo.

Bruno Conti

Uscite Prossime Venture 6. Un Grandissimo Disco, Ma Anche Un’Ennesima Ristampa Inutile. Love – Forever Changes 50th Anniversary

love forever changes

Love – Forever Changes 50th Anniversary – Elektra/Warner Super Deluxe 4CD/DVD/LP – 06-04-2018

Il 6 Aprile di quest’anno la Elektra pubblicherà quella che dovrebbe essere la versione definitiva di uno degli album più ristampati di sempre, cioè il leggendario Forever Changes dei Love, uno dei dischi più belli ed influenti degli anni sessanta (e non solo), il momento migliore di quel geniaccio che rispondeva al nome di Arthur Lee, uno che avrebbe potuto essere nell’olimpo dei grandissimi se solo avesse avuto più cura di sé stesso ed un carattere diverso, ma in quella fase (1967) era un musicista al quale perfino Jimi Hendrix guardava come fonte di ispirazione. Forever Changes ancora oggi è un capolavoro che mischia rock, folk e psichedelia in maniera mirabile, con una serie di canzoni strepitose ed atmosfere quasi oniriche, tipiche del periodo. Il problema però di questa ristampa per il cinquantesimo anniversario (gli anni sarebbero 51, ma ormai a queste ricorrenze decise “ad mentula canis” ci ho fatto l’abitudine) è che aggiunge ben poco a quella già ottima (e su singolo CD) del 2001. Infatti il box propone nel primo CD il disco originale (e fin qui ci siamo), nel secondo il missaggio mono dello stesso “per la prima volta in CD” (e qui ci siamo già di meno), nel terzo di nuovo il medesimo album con tutti missaggi alternati (e la presa per i fondelli comincia a prendere forma), mentre nel quarto ci sono single versions ed outtakes, anche se poi sono le stesse bonus tracks del 2001, con la presenza di “ben” due inediti assoluti, che poi non sono altro che le backing tracks di due pezzi del disco (in parole povere le basi senza le voci). Nel DVD ed LP, ovviamente, ancora l’album originale nudo e crudo: questo comunque l’elenco completo dei brani contenuti nel cofanetto.

[CD1: Original Album]

1. Alone Again Or
2. A House Is Not A Motel
3. Andmoreagain
4. The Daily Planet
5. Old Man
6. The Red Telephone
7. Maybe T People Would Be The Times Or Between Clark And Hilldale
8. Live And Let Live
9. The Good Humor Man He Sees Everything Like This
10. Bummer In The Summer
11. You Set The Scene

[CD2: Mono Mix]
1. Alone Again Or
2. A House Is Not A Motel
3. Andmoreagain
4. The Daily Planet
5. Old Man
6. The Red Telephone
7. Maybe T People Would Be The Times Or Between Clark And Hilldale
8. Live And Let Live
9. The Good Humor Man He Sees Everything Like This
10. Bummer In The Summer
11. You Set The Scene

[CD3: Alternate Mix]
1. Alone Again Or
2. A House Is Not A Motel
3. Andmoreagain
4. The Daily Planet
5. Old Man
6. The Red Telephone
7. Maybe The People Would Be The Times Or Between Clark And Hilldale
8. Live And Let Live
9. The Good Humor Man He Sees Everything Like This
10. Bummer In The Summer
11. You Set The Scene
12. Wonder People (I Do Wonder) (Outtake, Alternate Mix)

[CD4: Singles And Outtakes]
1. Wonder People (I Do Wonder)
2. Alone Again Or (Single Version)
3. A House Is Not A Motel (Single Version)
4. Hummingbirds (Demo)
5. A House Is Not A Motel (Backing Track)
6. Andmoreagain (Alternate Electric Backing Track)
7. The Red Telephone (Tracking Sessions Highlights)
8. Wooly Bully (Outtake)
9. Live And Let Live (Backing Track) *
10. Wonder People (I Do Wonder) (Outtake, Backing Track) *
11. Your Mind And We Belong Together (Tracking Sessions Highlights)
12. Your Mind And We Belong Together
13. Laughing Stock
14. Alone Again Or (Mono Single Remix)

[DVD: 24/96 Stereo Mix]
1. Alone Again Or
2. A House Is Not A Motel
3. Andmoreagain
4. The Daily Planet
5. Old Man
6. The Red Telephone
7. Maybe The People Would Be The Times Or Between Clark And Hilldale
8. Live And Let Live
9. The Good Humor Man He Sees Everything Like This
10. Bummer In The Summer
11. You Set The Scene
12. Your Mind And We Belong Together (Video)

[LP: Original Album]
Side One
1. Alone Again Or
2. A House Is Not A Motel
3. Andmoreagain
4. The Daily Planet
5. Old Man
6. The Red Telephone

Side Two
1. Maybe The People Would Be The Times Or Between Clark And Hilldale
2. Live And Let Live
3. The Good Humor Man He Sees Everything Like This
4. Bummer In The Summer
5. You Set The Scene

* Previously Unreleased

Fortunatamente il costo non dovrebbe essere eccessivo (attorno ai 50/60 euro, comunque non poco per avere le stesse canzoni ripetute all’infinito): se non lo avete è un disco imperdibile, quasi da isola deserta, ma se fossi in voi prenderei l’edizione del 2001, che si trova ancora e pure a prezzi bassi, o meglio ancora quella doppia del 2008.

Marco Verdi

Il Meglio Degli Anni Del Blues, Fase Due, Raccolto In Un Box. Gary Moore – Blues And Beyond

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Gary Moore – Blues And Beyond – Santuary/BMG Rights Management 4CD/2 CD

Robert William Gary Moore, come altri giovani artisti nati in Irlanda (ma anche e soprattutto in Inghilterra) e vissuti a cavallo tra la fine anni ’60 e i primi ’70, ha vissuto le ultime propaggini dell’epopea del cosiddetto British Blues: Moore si presentava come un arrivo tardivo, visto che la sua carriera inizia intorno al 1968, quando entra negli Skid Row, band dove militava il suo futuro pard Phil Lynott, un gruppo ritagliato sulla falsariga dei Taste di Rory Gallagher, ma soprattutto dei Fleetwood Mac del suo idolo Peter Green, che durante un tour dove la band irlandese faceva da supporto proprio ai Mac lo presentò alla CBS/Columbia, che fece incidere un paio di dischi a Moore e soci. Poi, rimanendo sempre in un ambito blues-rock, pubblicherà un eccellente album solista nel 1973 Grinding Stone, prima di entrare nei Thin Lizzy in sostituzione di Eric Bell (che proprio in questi giorni ha pubblicato un album solo), ma rimanendo brevemente in formazione, per ritornare in pianta più stabile nel periodo di Black Rose, incidendo però con il gruppo la prima versione di Still In Love With You, il suo brano più celebre, per quanto accreditato a Phil Lynott, la cui carriera si intersecherà a più riprese con quella di Moore. Nel frattempo, dopo l’esperienza con i Colosseum II, Gary Moore prosegue la sua carriera solista che però approda ad un hard-rock, per il sottoscritto, abbastanza di maniera e non sempre brillante, per quanto la sua chitarra era sempre in grado di infiammare le platee, soprattutto dal vivo.

Nel 1990 il nostro amico (ri)approda al Blues con una serie di album veramente belli, Still Got The Blues, After The Hours e Blues For Greeny, uscito nel 1995 e dedicato al suo mentore Peter Green, che dopo l’abbandono dei Fleetwood Mac gli aveva affidato la sua Gibson Les Paul del 1959, strumento dal suono splendido. Però i brani contenuti in questo box antologico non vengono da quel periodo, ma dal “secondo ritorno” al blues, quello avvenuto tra il 1999 e il 2004, attraverso quattro album pubblicati per la Sanctuary e di cui, nei primi due CD di questo quadruplo, c’è una abbondante scelta, sempre orientata verso il lato più blues del chitarrista irlandese, per quanto meno limpidi e genuini del periodo Virgin anni ’90, comunque nobilitati da un eccellente scelta di brani Live aggiunti “inediti” inseriti nel CD 3 e 4 del cofanetto, che rivisitano classici delle 12 battute misti a molti dei brani migliori del suo repertorio. Nella bella confezione è anche contenuto un libro, I Can’t Wait, che è la sua biografia autorizzata. Nei primi due dischetti, che si possono acquistare anche a parte, come una buona doppia antologia di quel periodo, spiccano l’iniziale Enough Of The Blues, l’hendrixiana (altro pallino di Moore) Tell Woman, a tutto wah-wah, una lancinante versione di Stormy Monday dove la chitarra scivola maestosa e sicura, una sincera That’s Why I Play The Blues (molti pensano che la svolta blues di Gary fosse dovuta ad a una sorta di opportunismo, ma BB King, che ha suonato spesso con lui dal vivo, la pensava diversamente).

Troviamo ancora Power Of The Blues, tra Gallagher e i Thin Lizzy, una chilometrica Ball And Chain (non quella della Joplin e Big Mama Thornton), di nuovo molto ispirata dall’opera di Jimi Hendrix, la pimpante Looking Back di Johnny Guitar Watson, il lungo e sognante strumentale Surrender, molto alla Peter Green via Santana, la tirata Cold Black Night, un altro slow come There’s A Hole, Memory Pain di Curtis Mayfield, di nuovo molto hendrixiana, l’ottima The Prophet, l’omaggio a BB King nella fiatistica You Upset Me Baby e quello a Otis Rush (e ai Led Zeppelin) in una carnale I Can’t Quit You Baby, un’altra delle sue classiche e sognanti ballate come Drowning In Tears, una cattivissima Evil di Howlin’ Wolf, ma più o meno tutti i brani contenuti nel doppio antologico sono di eccellente fattura, fino alla versione Live di Parisienne Walways del Montreux Festival 2003.

Il doppio CD dal vivo inedito è ancora meglio: versioni fantastiche di Walking By Myself, Oh Pretty Woman veramente ottima, una splendida Need Your Love So Bad che forse neppure Green (forse) avrebbe saputo fare meglio, All Your Love brillantissima e una struggente Still Got The Blues, molto vicina a Santana, lo shuffle perfetto di Too Tired e una devastante versione di 13 minuti diThe Sky Is Crying, con una serie di assoli veramente magistrali, e poi ancora Further On Up The Road, una scatenata Fire di Jimi Hendrix, la trascinante The Blues Is Alright e le versioni dal vivo di Enough Of The Blues e dello strumentale The Prophet. Insomma Gary Moore era uno di quelli di bravi e questo cofanetto lo certifica una volta ancora.

Bruno Conti

Uscite Prossime Venture 2. Un Altro Hendrix “Nuovo”? Esce Il 9 Marzo. Jimi Hendrix – Both Sides Of The Sky

jimi hendrix both sides of the sky

Jimi Hendrix – Both Sides Of The Sky – Experience/Sony Legacy – 09-03-2018

Terzo capitolo della serie delle ristampe di materiale “inedito” di studio di Hendrix dopo i recenti  Valleys Of Neptune e People, Hell & Angels (e mille altri dal vivo e in studio). Come al solito curato dal lato tecnico dallo storico ingegnere del suono Eddie Kramer, questo Both Sides Of The Sky mi sembra uno dei dischi postumi più interessanti di Hendrix da molti anni a questa parte, e a parte qualche disco Live, tra i migliori in assoluto. Vediamo i contenuti, brano per brano: 13 pezzi, di cui 10 mai pubblicati prima?

1. Mannish Boy La prima registrazione in assoluto in studio del trio Hendrix, Buddy Miles Billy Cox, prima ancora di chiamarsi Band Of Gypsys, alle prese con uno dei grandi classici di Muddy Waters.

2. Lover Man Altro pezzo di studio, registrato due settimane prima degli storici concerti di Capodanno al Fillmore East di New York

3. Hear My Train A Comin’ Questo è uno dei pezzi più famosi di Hendrix, registrato in varie versioni, ma mai apparso in nessun disco ufficiale di studio, se non in dischi postumi

4. Stepping Stone Anche questo pezzo venne eseguito dal vivo nei concerti di Band Of Gypsys, qui presentato in una “rara” versione.

5. $20 Fine Si tratta di un brano scritto da Stephen Stills, che suona l’organo e canta in questa canzone, con Jimi Hendrix che sovraincise diverse parti di chitarra, mentre alla batteria c’era Mitch Mitchell e alle tastiere era presente anche Duane Hitchings dei Buddy Miles Express. Il tutto fu registrato nel settembre del 1969

6. Power Of Soul è una studio session del brano registrata nel gennaio 1970, tre settimane dopo i concerti del Fillmore, un pezzo che venne completato in studio da Hendrix e Kramer agli Electric Lady Studios il 22 Agosto del 1970

7. Jungle Altra rarità:si tratta di una variazione sul tema del Villanova Junction Blues incluso nella colonna sonora di Woodstock. Si dice (non l’ho sentita in questa versione) che in questa canzone ci siano forti influenze dello stile di Curtis Mayfield

8. Things I Used To Do Una rilettura del celebre pezzo di Guitar Slim è l’occasione per ascoltare una delle varie collaborazioni che si vocifera esistano tra Hendrix e Johnny Winter, qui presente alla slide, con Billy Cox al basso (ma Eddie Kramer ha detto che c’era Noel Redding, vedremo) e Dallas Taylor, della band di CSN & Y, alla batteria

 9. Georgia Blues Altra chicca, che segna una sorta di reunion con Lonnie Youngblood, qui alla voce, che era il cantante di Curtis Knight & The Squires, nel periodo pre-Jimi Hendrix Experience

10. Sweet Angel Una versione strumentale di Angel, registrata durante le sessioni per Electric Ladyland, con Jimi alla chitarra, al basso e al vibrafono e Mitch Mitchell alla batteria

11. Woodstock E’ proprio la canzone di Joni Mitchell, che Stephen Stills portò alle jam sessions che stava avendo con Hendrix. Questa versione venne registrata prima di quella con Crosty, Nash & Young: Buddy Miles sedeva alla batteria. Esiste molto materiale registrato dai due, vedremo se uscirà mai in versione ufficiale

.12. Send My Love To Linda Altro pezzo inedito registrato con Billy Cox Buddy Miles per l’ipotetico album di studio dei Band Of Gypsys, mai completato

13. Cherokee Mist Altra improvvisazione chitarristica, con Mitchell alla batteria e Hendrix che suona anche il sitar. Se non ricordo male già apparsa nel quadruplo box Jimi Hendrix Experience, quello con il “vellutino” http://discoclub.myblog.it/2013/08/02/per-la-seconda-volta-ma-sempre-un-classico-rimane-jimi-hendr/ !

Che dire? Molto, molto interessante, questa volta. Esce il 9 marzo.

Bruno Conti

Classico Rock Americano. Big Head Todd And The Monsters – New World Arisin’

big head todd new world arisin'

Big Head Todd And The Monsters – New World Arisin’ – Big Records 

Torna la band del Colorado, a tre anni di distanza dal precedente Black Beehive, disco uscito per la Shout Factory, e che li vedeva affidati alle cure del produttore Steve Jordan, con la presenza come ospite del chitarrista Ronnie Baker Brooks. Per questo New World Arisin tornano a fare in proprio, sia come produzione, sia per il fatto che il CD è pubblicato dalla loro etichetta personale, la Big Records, a cui ritornano quando le etichette che saltuariamente pubblicano i loro dischi si defilano: così fanno sin dal primo album, Another Mayberry, uscito nel lontano 1989. Autori di un classico rock americano, con inserti pop ma anche di tanto in tanto blues (non per nulla nel 2011 come Big Head Blues Club avevano rilasciato un eccellente 100 Years of Robert Johnson, nel centenario della nascita del grande bluesman, e con la presenza di BB King, Hubert Sumlin, David “Honeyboy” Edwards, Charlie Musselwhite, Ruthie Foster): non a caso uno dei loro brani più famosi è la ripresa di Boom Boom di John Lee Hooker, con cui forse vi sarà capitato di incrociarvi ascoltandolo come sigla della serie televisiva NCIS: New Orleans. E questo vizio delle cover d’autore lo hanno sempre avuto, penso per esempio a Smokestack Lightning di Howlin’ Wolf e Beast Of Burden degli Stones che si trovavano in Rocksteady, l’album del 2010.

bighead todd

https://www.youtube.com/watch?v=ADw0Y8JGF-I

Per questo nuovo album si cimentano con una potente rilettura di Room Full Of Mirrors di Jimi Hendrix, dove si apprezza l’eccellente lavoro della solista di Todd Park Mohr, il leader della band, grande chitarrista sia in modalità slide che per l’uso del wah-wah, almeno in questo pezzo. Diciamo che l’utilizzo delle tastiere, anche in questo brano, ed in generale nel resto dell’album, conferisce questa aura un filo commerciale e pop al loro sound, peraltro una caratteristica che si portano dietro sin dagli inizi della carriera. Nulla di male perché il loro rock è comunque di buona qualità, disimpegnato e piacevole, non sempre raggiunge i vertici qualitativi che potenzialmente dimostrano di possedere in alcuni brani (per esempio le varie cover citate). Anche il nuovo disco non sfugge a questa regola: l’iniziale Glow ha un bel groove rock, ma forse perché era rimasta nei cassetti della band, pure un suono vagamente anni ’80, la ritmica Rob Squires, basso e Brian Nevin batteria  è gagliarda, le chitarre ruggiscono a tratti, però le melodie e gli arrangiamenti, con le tastiere di Jeremy Lawton in evidenza sono abbastanza radiofonici e pop, il cantato è mellifluo e trattenuto, insomma i loro soliti pregi e difetti, che non si riscontrano comunque nel boogie-rock tirato della potente title track e quando Park Mohr (di origini coreane) inizia ad andare di slide le cose si fanno serie, anche perché Lawson passa alla seconda chitarra.

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https://www.youtube.com/watch?v=3D9njBV3iO8

Damaged One ha un piglio da rock song classica, da sentire su qualche highway a tutto volume, belle melodie, arrangiamento arioso, con piacevoli inserti di steel guitar, sempre Lawson. Il funky-rock di Trip, nonostante un bel giro di basso, piace meno, quelle tastierine fastidiose sono superflue e se si esclude il lavoro ficcante della solista di Todd il brano in sé non è particolarmente memorabile; in questa alternanza di alti e bassi, Mind pare più complessa e di elegante fattura, come pure una galoppante Detonator, dove la band gira nuovamente a pieno regime con il proprio rock energico e un gran finale chitarristico. Wipeout Turn è di nuovo in bilico tra pop e rock, ma questa la volta la penna di Mohr ed un eccellente arrangiamento (l’uso del pianoforte certo non guasta), la rendono una delle canzoni più godibili dell’album, mi ha ricordato certe cose di Graham Parker, veramente bella e anche l’assolo è da manuale. Di nuovo funky-rock a manetta per una poderosa Long Coal Train, con Lawson all’organo e la band che tira di brutto fino al lancinante assolo finale; quindi in definitiva più luci che ombre in questo album, del sano rock classico ben suonato, come conferma anche una ondeggiante e a tutto riff Under Your Wings, di nuovo graziata da una bella melodia, sentita forse mille volte, ma non per questo meno piacevole.

Bruno Conti  

Tra Streghe E Blues Non Si Invecchia Mai. Savoy Brown – Witchy Feelin’

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Savoy Brown – Witchy Feelin’ – Ruf Records         

Quest’anno a dicembre anche Kim Simmonds taglia il traguardo delle 70 candeline, ma già nel 2015 ha festeggiato i 50 anni di carriera, con il suo gruppo, nato nei dintorni di Londra come Savoy Brown Blues Band, nel lontano 1965, quando anche i Bluesbreakers di John Mayall iniziano a muovere i primi passi in quello che sarebbe stato definito da lì a poco British Blues, e avrebbe vantato anche gruppi come i Fleetwood Mac, i Chicken Shack, i Ten Years After, e poi i power trios come i Cream o i Taste, gli stessi Free, che erano un terzetto con cantante, più moltissime altre valide formazioni. Anche se Kim Simmonds forse vorrebbe farci credere diversamente (e forse in questo caso ha ragione), i migliori anni della sua band sono stati quelli che arrivano fino al 1970-1971, anche se il gruppo fu uno dei primi ad avere successo pure in America (a parte alcune delle megaband citate prima), dove poi, sul finire degli anni ’70 Simmonds si è trasferito a vivere. Non vi sto a fare ancora una volta la storia del gruppo, ma diciamo  che dopo una quasi innumerevole sequenza di dischi bolsi, i Savoy Brown hanno ripreso a fare buoni dischi dal 2011, quando sono stati messi sotto contratto dalla Ruf http://discoclub.myblog.it/2015/10/05/anche-questanno-50-kim-simmonds-and-savoy-brown-the-devil-to-pay/ . Spesso con titoli macabri che rievocano i temi classici del blues, il diavolo con i suoi segugi, le streghe, ma anche i feticci voodoo evocati nei titoli di ben tre brani di questo album, come fu nel passato, qualcuno ricorda Hellbound Train?

Con Simmonds sono rimasti i soliti Pat DeSalvo al basso e Garnett Grimm alla batteria, il nome del gruppo è tornato in primo piano, dopo due dischi come Kim Simmonds e Savoy Brown, il nostro insiste nel voler cantare, e devo dire che a quasi 70 anni conferma i suoi progressi come vocalist, dicendo che le sue fonti di ispirazione sono JJ Cale, Tony Joe White e Mark Knopfler (meno male che non si ispira a Robert Plant, Rod Stewart o Paul Rodgers, perché lì la vedrei dura), e c’è anche un brano Guitar Slinger, dedicato a Roy Buchanan,  che Simmonds racconta di avere visto nel lontano1969 in un piccolo country bar e che gli è rimasto nella mente fin da allora per la sua straordinaria bravura. Non a caso è uno dei brani più interessanti, brillante e con la solista in evidenza, ma tutto l’album funziona, riprendendo il classico sound degli anni migliori, il suono triangolare del blues-rock più ruspante di cui i Savoy Brown furono (e sono tuttora) tra i migliori praticanti. L’iniziale Why Did You Hoodoo Me in effetti ha più di qualche contatto con i classici swamp di Tony Joe White, con in più la chitarra svolazzante ed ispiratissima di Simmonds e una ritmica stantuffante veramente poderosa; Livin’ On The Bayou rimane dalle parti di New Orleans e dintorni, un misto tra il miglior JJ Cale e i Creedence, con la solista nuovamente in grande spolvero, lirica e pungente. I Can’t Stop The Blues ancora con un riff tangente, conferma la buona vena della band per un blues ad alta densità rock, ma non manca un classico lento d’atmosfera come la vibrante title track Witchy Feelin’, sospesa e minacciosa.

Vintage Man su una persona che non cambia mentre diventa più vecchia (non so perché mi dice qualcosa), è il primo brano dove Simmonds si esibisce alla slide, e qui la voce mi ha ricordato il suo vecchio rivale Stan Webb dei Chicken Shack. Poi il bottleneck è assoluto protagonista nel Mississippi Blues della malinconica e splendida Standing On A Doorway dove Kim regala momenti di grande classe, con Memphis Blues, ancora a tutta slide, che ci trasporta idealmente a qualche centinaio di chilometri di distanza per un’altra eccellente razione delle 12 battute più classiche. Can’t Find Paradise è uno dei pezzi più rock e grintosi, vicini al suono “americano” degli anni ’70 con la solista sempre in primo piano, e in questo caso qualche aggancio con Knopfler ma anche con Clapton si percepisce, non sarà più un giovanotto, ma suona, caspita se suona! Thunder, Lighting And Rain è un altro brano portentoso, quasi otto minuti a tutto wah-wah, con Kim Simmonds che si (ri)scopre novello Jimi Hendrix, con cui aveva fatto delle jam nella Londra psichedelica degli anni ’60, qui riproposte in uno stile degno anche del miglior Buchanan. Per chiudere un album eccellente, il migliore dei Savoy Brown dell’ultimo trentennio (e oltre), manca ancora un raffinato strumentale notturno e jazzy come Close To Midnight, dove Simmonds lavora di fino sulla sua Gibson. Saranno “diversamente giovani” ma ci sanno fare.

Bruno Conti

Il Primo Disco Dal Vivo Di Steve Winwood? Ebbene Sì, Esce Il 1° Settembre. Steve Winwood – Greatest Hits Live

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Steve Winwood – Greatest Hits Live – 2 CD/4 LP Wincraft – 01-09-2017

Lo ribadisco, per quanto possa sembrare incredibile, questo è il primo disco dal vivo ufficiale di Steve Winwood, per essere onesti come solista: perché ovviamente, nel corso degli anni, sono usciti album Live praticamente di quasi tutte le formazioni in cui ha militato, Spencer Davis Group escluso. Sono state pubblicate registrazioni dei Blind Faith (per quanto solo in DVD), Traffic, Airforce (il supergruppo con Ginger Baker), dei Go di Stomu Yamash’ta, il Live At Madison Square Garden con Eric Clapton, ma mai a nome proprio. E quindi il buon Steve per colmare la lacuna ha deciso di pubblicare un bel doppio dal vivo con la propria etichetta personale, la Wincraft.

Le canzoni sono estratte dagli archivi personali dello stesso Winwood e registrate nel corso delle ultime tournée, anche se al momento non è dato sapere dove e quando: quindi non un unico concerto, ma una serie di brani scelti da Steve dal suo immenso songbook, e che toccano tutte le fasi della sua carriera, iniziata ben 54 anni fa nel 1963, quando il ragazzo prodigio Stevie Winwood esordiva a 15 anni nello Spencer Davis Group. Ecco la lista completa dei brani.

[CD1]
1. I’m A Man
2. Them Changes
3. Fly
4. Can’t Find My Way Home
5. Had To Cry Today
6. Low Spark of High Heeled Boys
7. Empty Pages
8. Back In The High Life Again
9. Higher Love
10. Dear Mr Fantasy
11. Gimme Some Lovin’

[CD2]
1. Rainmaker
2. Pearly Queen
3. Glad
4. Why Can’t We Live Together
5. 40,000 Headmen
6. Walking In The Wind
7. Medicated Goo
8. John Barleycorn
9. While You See A Chance
10. Arc Of A Diver
11. Freedom Overspill
12. Roll With It

Come vedete tra i brani eseguiti c’è anche Them Changes il brano di Buddy Miles che veniva suonato dalla Band Of Gypsys di Jimi Hendrix, oltre ai classici dei Blind Faith, Spencer Davis Group, Traffic e quelli tratti dei suoi dischi solisti.

Bruno Conti

Giovane, Ma Tosto Pure Questo. Tom Killner – Live

tom killner live

Tom Killner – Live – Cleopatra Records

Ultimamente i migliori nuovi chitarristi blues (e rock) vengono prodotti dalla scena musicale americana, anche per le dimensioni del bacino da cui pescare, ma ogni tanto pure dall’Inghilterra arriva qualche nome degno di nota: penso a Aynsley Lister, Oli Brown, Laurence Jones, tra le donne a Joanne Shaw Taylor, e tra quelli più affermati a Matt Schofield o Danny Bryant, tanto per ricordarne alcuni. Forse proprio a quest’ultimo si può avvicinare il giovane Tom Killner: ventuno anni, già con un album di studio pubblicato nel 2015, Killner è uno di quelli dal sound “tosto” e tirato, di scuola rock-blues, un repertorio che pesca nei classici (ma nel disco di studio c’erano anche sue composizioni), e infatti questo disco dal vivo, registrato alla Old School House di Barnsley, è composto solo di cover. Quando ho letto il nome dell’etichetta (la mitica Cleopatra!) ho temuto il peggio, ma questa volta devo dire tutto bene. Killner si presenta sul palco con il suo gruppo, un quintetto che prevede un secondo chitarrista e un tastierista: il suono è in effetti, almeno nei primi brani, piuttosto tirato anziché no. Si capisce che il giovane ha messo a frutto gli ascolti della collezione di dischi del babbo, dai Cream a Hendrix, ma anche i vecchi Fleetwood Mac e il southern rock, e per il modo di cantare e suonare, ruvido e grintoso, anche uno come Rory Gallagher (un po’ più “cicciotto”) viene citato dallo stile esuberante di Tom.

Questo almeno è il punto di partenza, ma poi gli ascolti e le influenze si sono ampliate per confluire in questo disco dal vivo: prendiamo la traccia di apertura, Like It This Way, un brano dei primi Fleetwood Mac, firmato da Danny Kirwan, e mai inciso dal gruppo di Peter Green, solo eseguito in concerto e poi uscito in un disco postumo, l’approccio di Killner e soci è quello ruspante e ispido che ci si potrebbe aspettare. Ritmica dura e cattiva, doppia chitarra solista (come i vecchi Fleetwood), voce sopra le righe, ma corposa per un 21enne, e via pedalare, l’organo lavora sullo sfondo e Killner comincia ad esplorare la sua solista con voluttà ; King Bee più che a Muddy Waters (debitamente citato) rimanda proprio al giovane Rory Gallagher, chitarra arrotata, un pianino saltellante e tanta grinta, manco fossero i giovani Taste. Ain’t No Rest For The Wicked non è qualche oscura perla del British Blues, ma un brano dei Cage The Elephant (già presente nel disco di studio), a dimostrazione che il buon Tom ascolta anche materiale contemporaneo, una bella hard ballad con umori southern di buona fattura, mentre Have You Ever Loved A Woman è il suo omaggio al grande blues, un lento legato quasi inestricabilmente a Eric Clapton, ma di cui Killner ci regala una versione calda e raffinata, con uno splendido lavoro in crescendo della sua chitarra che inanella assolo dopo assolo, ben coadiuvato dal secondo chitarrista Jack Allen e dal tastierista Wesley Brook.

Higher Ground di Stevie Wonder non è una scelta che ti aspetteresti, ma l’approccio funky ed hendrixiano, è brillante e riuscito. L’altro brano estratto dal disco di studio è una ripresa di Cocaine Blues, lenta ed atmosferica con un pregevole uso su toni e volumi. Poi tocca ad una esuberante ma rispettosa Crosstown Traffic di Mister Jimi Hendrix, suonata veramente bene. Segue un inatteso doppio omaggio al sound sudista e agli Allman Brothers, prima con una lirica ed intensa Soulshine di Warren Haynes, poi con una veemente e “riffata” Whipping Post, dove si apprezza l’ottimo lavoro di tutta la band, e anche se Killner non può competere con la voce di Gregg Allman, la parte strumentale è eccellente, come pure nella successiva The Weight, con il classico della Band ripreso con rispetto e il giusto approccio per questo capolavoro. Ancora Hendrix con una vorticosa e fumante Foxy Lady, che conferma le buone impressioni sollevate da questo giovane Tom Killner. La stoffa c’’è, come conferma anche la conclusione con una robusta versione di With A Little Help From My Friends di Joe Cocker (di cui sto guardando proprio in questi giorni il documentario relativo alla sua vita Mad With Soul, del quale a tempo debito vi riferirò sul sito) che se non raggiunge le vette di quella che fanno dal vivo i SIMO, ci si avvicina di parecchio. 70 minuti complessivi di rock e blues da gustare tutto d’un fiato, questa volta la Cleopatra non ha “ciccato”!

Bruno Conti

Dal Vivo Si Conferma Un Fenomeno. Gary Clark Jr. – Live North America 2016

gary clark jr. live north america 2016

Gary Clark Jr. – Live North America 2016 – Warner CD

L’ultimo album del texano Gary Clark Jr., The Story Of Sonny Boy Slim (2015), nonostante il titolo molto blues, era stata una delusione abbastanza cocente, un po’ perché veniva dopo l’infuocato Gary Clark Jr. Live, uno dei dischi dal vivo più belli degli ultimi anni, un po’ perché ci mostrava un artista incerto, a metà tra le strade del blues e tra quelle di un errebi/hip hop dozzinale e che mal si sposava con quello che aveva fatto fino ad ora, un disco nettamente inferiore al suo esordio su major Blak And Blu, che non era perfetto, ma all’80% più che soddisfacente. La dimensione ideale di Clark è però il palcoscenico, sul quale si sente libero di non scendere a compromessi e di dare libero sfogo alla sua incredibile abilità chitarristica, trasformando letteralmente alcune delle sue canzoni: il live album del 2014 evidenziava proprio questo, facendo quasi sembrare che esistessero due diversi Gary Clark Jr., uno più trattenuto che faceva i dischi di studio ed uno che dal vivo entusiasmava le folle, con un’attitudine da discepolo diretto del grande Jimi Hendrix. Ho quindi accolto con giubilo la notizia che il nostro avrebbe pubblicato un altro disco registrato on stage, Live North America 2016, ed ora che lo ho ascoltato posso affermare che siamo esattamente sugli stessi livelli del precedente, che continuo a preferire per il semplice motivo che era doppio mentre questo è singolo.

Qualche dubbio, quando ho visto che ben sette canzoni su dodici erano tratte da The Story Of Sonny Boy Slim, l’ho avuto (con l’altro live invece ci sono solo due brani in comune), ma sin dalle prime note del primo pezzo le mie incertezze sono state spazzate via: Gary dal vivo sembra quasi trasfigurarsi, come se fosse preso dal sacro fuoco del blues, e mostra, oltre al fatto di essere un ottimo cantante, di possedere una abilità chitarristica mostruosa, che gronda bravura ma anche feeling ad ogni nota, senza mai dare l’impressione di scadere nel tecnicismo fine a sé stesso, con la conseguenza di riuscire a migliorare anche canzoni di media qualità. L’album, registrato in diverse date non specificate, vede Gary a capo di un classico quartetto (King Zapata alla seconda chitarra, Johnny Bradley al basso e Johnny Radelat alla batteria), un combo essenziale, asciutto ma dalla grande potenza espressiva, un gruppo ideale per le scorribande del leader. L’inizio del CD è subito di grande potenza, con la rocciosa Grinder, chitarra dura e sezione ritmica granitica, un hard blues che Gary canta con voce leggermente arrochita e dopo poco più di un minuto è già lì che arrota alla grande, preannunciandoci cosa ci aspetta nel seguito del disco. The Healing è ancora puro rock blues, essenziale, tosto, sudato e caldo, con la sei corde del nostro che rilascia un assolo formidabile, non temendo paragoni altisonanti: forse i brani dell’ultimo album si confermano non dei capolavori dal punto di vista dello script, ma suonati così fanno la loro porca figura.

Con Our Love Gary molla un po’ la presa, e ci propone un delizioso errebi dal sapore classico, cantato alla grande e suonato splendidamente, senza rinunciare certamente a far parlare la chitarra: grandissima canzone; Cold Blooded prosegue nel mood rhythm’n’blues, con un tocco di funky che non guasta, meno bella della precedente ma comunque godibile (e poi il finale chitarristico è da applausi), mentre When My Train Pulls In è ancora rock blues all’ennesima potenza, fluido, vibrante e con i fantasmi di Hendrix e Stevie Ray Vaughan non molto distanti, per quasi dieci minuti di pura goduria elettrica. Down To Ride e You Saved Me sommano altri sedici minuti di musica, e se la prima è un soul di gran classe (e non è facile senza organo e fiati), la seconda è una rock song quasi sulfurea, forse non un grande brano ma con una chitarra al solito strepitosa che mette tutte le cose a posto. Shake vede Clark duettare con Leon Bridges (con Jeff Dazey al sax), un pezzo roccato, potente e spedito, un boogie classico davvero trascinante, mentre Church, con Gary anche all’armonica, è un brano cantautorale, una ballata riflessiva e quasi folk, anche se lo spirito rock non manca neppure qua. Verso la fine c’è spazio anche per due cover blues: Honest I Do (Jimmy Reed), in una rilettura di classe, squisita e rispettosa (è anche la più sintetica, poco più di tre minuti), e My Baby’s Gone di Elmore James, con il nostro che dimostra di saperci fare anche alla slide: bellissima, pur in assenza della sezione ritmica. Chiusura con la hendrixiana Numb, altro rock blues torcibudella, con Gary che ci stende definitivamente con alcuni degli assoli più belli della serata.

Non ho molto altro da aggiungere, se non consigliarvi caldamente l’acquisto di questo CD, esprimendo nel contempo il mio rammarico al pensiero che il prossimo album di Gary Clark Jr. sarà in studio.

Marco Verdi