Excuse Me While I Kiss The Sky! Jimi Hendrix 27-11-1942 18-09-1970

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*NDB Lo avevo scritto per il 40° dalla morte, ma rimane valido anche per il 50° Anniversario e quindi ve lo ripropongo, in versione riveduta e corretta, anche sui video proposti, alcuni non più disponibili.

Esattamente 50 anni fa oggi moriva James Marshall Hendrix, in arte Jimi Hendrix, il più grande chitarrista di tutti i tempi e uno dei cinque musicisti più importanti nella storia della musica rock. Era nato a Seattle il 27 novembre del 1942 e morì in circostanze mai del tutto chiarite a Londra il 18 settembre del 1970. Non aveva quindi ancora compiuto 28 anni, quindi anche lui nel Club dei 27,

Per ricordarlo questi sono 5 momenti salienti della sua carriera.

1) Jimi Hendrix il compositore.

Little Wing, per me, forse, la più bella canzone che sia mai stata scritta. In particolare emozionante in questa versione registrata dal vivo al Winterland di San Francisco nel 1968 . La versione è magnifica e raggiunge la sua apoteosi nella parte finale quando Jimi innesta il wah-wah e fa “parlare” la sua chitarra. Sublime!

2) Jimi Hendrix il Bluesman.

Red House, la versione registrata a Santa Clara nel 1969. Questa versione è assolutamente superlativa, quando la chitarra entra in overdrive raggiunge vette veramente spaziali, peccato per la qualità della parte vocale. Il Blues (rock) secondo Hendrix!

3) Jimi Hendrix il Chitarrista.

Voodoo Child (Slight return). Ve la presento nella versione che verrà pubblicata il 20 novembre p.v. nella nuova uscita Live In Maui 2CD+Blu-Ray :il distillato della chitarra rock, più volte imitato e mai eguagliato!

4) Jimi Hendrix l’interprete.

All Along The Watchtower. Tratta da Electric Ladyland. Perfino Bob Dylan ha adottato la versione di Hendrix nel suo repertorio. L’intreccio di chitarre acustiche ed elettriche e l’interpretazione di Jimi la rendono insuperabile.

5) Jimi Hendrix il performer.

The Star Spangled Banner. Hendrix interpreta l’inno nazionale americano al Festival di Woodstock e scrive una pagina di storia.

Queste, tra decine di brani fantastici di Jimi, sono le mie scelte per un piccolo omaggio. A proposito di omaggi: mi chiedevo proprio in questi giorni, ma possibile che la Sony music e soprattutto la Experience Hendrix Lcc (ovvero la famiglia, la sorella Janie in particolare) non ci “regalino” qualcosa per celebrare il 50° anniversario della morte di Jimi Hendrix, la risposta è poche righe sopra, e anche qui sotto.

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Era quasi inevitabile, poi nei prossimi giorni ne parliamo più diffusamente.

Bruno Conti

Classico Rock-Blues Di Stampo Sudista. Mark May Band – Deep Dark Demon

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Mark May Band – Deep Dark Demon – Gulf Coast Records

Nativo dell’Ohio, ma trasferitosi quasi subito in Texas per svolgere la sua attività musicale, Mark May, un tipico esponente della scena locale di Houston, si è poco alla volta creato una notevole reputazione per essere uno dei migliori tra le nuove leve del southern rock, tanto che gli Allman Brothers, anche grazie al suo disco di debutto del 1995 Call Of The Blues, dove Mark già evidenziava le influenze di alcuni suoi preferiti come Albert Collins e Jimi Hendrix, lo vollero come gruppo di spalla nel loro tour del 1997/98, dove si conquistò il rispetto di Dicket Betts che poi lo prese come secondo chitarrista dei Great Southern in una successiva edizione della sua band, dove May ha perfezionato il suo stile con twin lead guitars, anche armonizzanti tra loro, mutuato dallo stile degli Allman. Con questo Deep Dark Demon, il settimo della serie, la Mark May Band approda alla Gulf Coast Records, l’etichetta di Mike Zito, che ultimamente grazie al suo occhio lungo per musicisti suoi spiriti affini in un blues-rock sanguigno e corposo, lo ha messo sotto contratto insieme, tra i tanti, a Albert Castiglia, autore di un eccellente Live https://discoclub.myblog.it/2020/05/09/un-album-dal-vivo-veramente-selvaggio-albert-castiglia-wild-and-free/ , e al quintetto poderoso dei Proven Ones https://discoclub.myblog.it/2020/06/16/una-nuova-band-strepitosa-tra-le-migliori-attualmente-in-circolazione-the-proven-ones-you-aint-done/ , ai link trovate le mie recensioni sul blog.

Sono con Mark May, voce e chitarra solista, rude e vissuta la prima, composita ed eclettica nelle proprie derive la seconda, il bassista Darrell Lacy, Brandon Jackson e Geronimo Calderon alla batteria, e il secondo chitarrista Billy Wells, altro manico notevole, perfetto contrappunto alle divagazioni soliste del nostro (senza dimenticare Zito che se serve dà una mano). Betts indica tra le influenze che intravede nel suo protetto, oltre a quelle citate poc’anzi, anche Stevie Ray Vaughan, Carlos Santana e sé stesso, tutte cose vere e verificabili all’ascolto del CD, dove contribuisce alla riuscita dell’album anche l’uso costante delle tastiere, organo in prevalenza, suonate dall’ottimo Shawn Allen. Undici brani in tutto, spesso tra i sei e i sette minuti di durata, in modo da consentire alla band consistenti divagazioni strumentali senza comunque entrare nel superfluo o nel virtuosismo fine a sé stesso, quindi sempre a a favore di un sound che tiene avvinto l’ascoltatore.

Si parte con una gagliarda e potente Harvey Dirty’s Side, allmaniana e superba nel suo dipanarsi, con costanti citazioni anche a Jimi Hendrix grazie all’uso prolungato del wah-wah, in una canzone che racconta le vicende legate all’uragano Harvey (e non a Weinstein come si poteva supporre), che devastò Houston nel 2017, e che le atmosfere ricche di pathos ben individuano, con un riff di apertura che è puro southern rock vecchia maniera con una slide malandrina, poi declamato in un rock-blues robusto, che immette anche elementi alla Led Zeppelin o soprattutto Gov’t Mule, con l’organo che inziga le chitarre di Mark May e del suo socio Billy Wells, in un call and response corposo, prima che venga innestato il pedale wah-wah a manetta e, come nelle buone tradizioni del genere, non si fanno prigionieri.

Non tutto l’album è ai livelli di questa apertura incendiaria, ma BBQ And Blues è un ondeggiante shuflle tra boogie-rock e 12 battute classiche, più leggero e scanzonato, comunque sempre di buona fattura, le armonizzazioni delle due soliste sono più contenute ma godibili, poi in Back si scatena una festa latina, senza Carlos, ma con lo spirito di Santana evocato dalle fluide linee soliste, spesso all’unisono, delle chitarre, e percussioni (Al Pagliuso) e tastiere a ricordare il sound del baffuto californiano; la title track è un tipico slow blues di quelli duri, puri e tosti, tra SRV e vecchio British Blues, sempre con soliste molto impegnate, mentre l’incalzante Sweet Music rimanda di nuovo ai duelli Allman/Betts o Haynes/Trucks con May che sfodera anche una interpretazione vocale degna di Gregg, altro brano di qualità sopraffina. Qualità che non scema neppure nella sinuosa Rolling Me Down, di nuovo con le chitarre “gemelle”, slide e tradizionale, in bella evidenza, sostenute da un pianino malandrino, prima di ribadire ulteriormente il migliore spirito southern della vecchia ABB nella lunga e superba My Last Ride, ritmo incalzante, grandi giri armonici e raffinato lavoro delle soliste, altro pezzo sopra la media.

Four Your Love inserisce anche elementi R&B, in una ballata che evidenzia l’eclettismo imperante in questo album, con un sax insinuante, suonato da Erik Demmer, e tocchi più morbidi, forse fuori contesto, benché non disprezzabili, comunque la MMB si riprende subito con le volute blues-rock gagliarde della nuovamente allmaniana Walking Out The Door, dove le chitarre urlano e strepitano ancora alla grande, sempre con raffinate improvvisazioni armoniche di pregiata eleganza e potenza al contempo, con May che poi nel finale parte per la tangente. Something Good è un’altra bella ballata sudista, questa volta di stampo più consistente, organo di ordinanza, voce che emoziona mentre intona la bella melodia, uso lirico e carezzevole della slide, e per non farsi mancare nulla nella conclusiva super funky Invisible Man Mark May cosa ti va a “inventare”, l’uso di un talk box che non sentivo dai tempi di Frampton e Joe Walsh, che unito al groove coinvolgente del brano fa venire voglia di muovere mani e piedi per seguire il ritmo. Come si suol dire, niente di nuovo, ma fatto molto bene, prendere nota.

Bruno Conti

Il “Solito” Disco Di Ted Horowitz. Popa Chubby – It’s A Mighty Hard Road

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Popa Chubby – It’s A Mighty Hard Road – Popa Chubby Productions/Dixiefrog

Avevamo lasciato il nostro amico Ted Horowitz, alias Popa Chubby, alle prese con una antologia Prime Cuts: The Very Best Of The Beast From The East, che pescava dal meglio degli album della sua produzione precedente, quasi 30 anni tra alti e bassi, ma che aggiungeva anche un secondo CD di materiale inedito https://discoclub.myblog.it/2018/09/21/tutto-popa-e-niente-grasso-superfluo-si-fa-per-dire-popa-chubby-prime-cuts-the-very-best-of-the-beast-from-the-east/ . Quel disco per certi versi aveva anche sancito la fine della sua collaborazione con la earMusic, per quanto bisogna dire che comunque questo vale solo per il mercato europeo, negli Stati Uniti il tutto esce sempre per la propria etichetta PCP Popa Chubby Productions: così avviene anche per il nuovo It’s A Mighty Hard Road che in Europa verrà distribuito dalla Dixiefrog, un ritorno quindi all’etichetta che gli ha dato le migliori soddisfazioni e anche il titolo del Post è abbastanza simile ad un altro che avevo già usato nel recente passato https://discoclub.myblog.it/2016/11/19/il-solito-popa-chubby-the-catfish/.

A marzo Horowitz taglia il traguardo dei 60 anni e il veterano newyorchese festeggia l’evento con un buon album. Quindici canzoni dove il nostro, accompagnato come sempre dal fedele Dave Keyes a piano e organo, dal batterista Steve Halley nei primi quattro brani, che si alterna con Dan Castagna e con lo stesso Popa in parecchie tracce, che si occupa anche del basso quando non sono disponibili Brett Bass (?) e V.D. King. Tredici pezzi portano la firma di Horowitz, che aggiunge anche due cover finali, la classica I’d Rather Be Blind del terzetto Leon Russell/Don Nix/Donald Dunn, nonché una inconsueta Kiss di Prince. Come dicevo poc’anzi il disco, registrato quasi interamente ai Chubbyland Studios di New York, a parte le prime quattro tracce, presenta un Popa piuttosto motivato, come certifica subito l’iniziale The Flavor Is In The Fat, ovvero “Il Sapore E’ Nella Ciccia”, che è quasi una dichiarazione di intenti, uno dei suoi classici e robusti brani, dove Ted canta con vibrante impeto e la chitarra è pungente e subito libera di improvvisare con gusto, con le tastiere di Keyes e la ritmica a seguirlo come un sol uomo. Anche il rock-blues della potente title track ci presenta il vecchio Popa, quello dei giorni migliori; Buyer Beware, sui rischi di comprare una chitarra di seconda mano, è un divertente e movimentato shuffle che illustra ancora una volta l’approccio ruspante del nostro amico alle 12 battute, con tanto di citazione per l’amato Jimi Hendrix.

Ottima anche la flessuosa It Ain’t Nothin’ con un eccellente lavoro alla slide, molto piacevole anche la hard ballad Let Love Free The Way con una bella linea melodica e un lirico lavoro della solista, mentre la riffata If You’re Looking For Trouble illustra il suo lato più hard-rock, con risultati comunque apprezzabili e The Best Is Yet To Come è una deliziosa “soul ballad” che traccia, con una punta di ottimismo e speranza, la situazione sociale dell’America di Trump. Il titolo dell’album già esisteva, ma la canzone I’m The Beast From The East mancava all’appello, e quindi il buon Popa rimedia subito con un solido blues che coniuga lo stile “orientale” di NY con le classiche 12 battute di Chicago, in cui Chubby esprime il meglio del suo stile chitarristico. Non manca un rilassato brano strumentale Gordito, che ha profumi latini mescolati al blues del non dimenticato Peter Green, con Enough Is Enough che bacchetta ancora le tendenze “naziste” di Trump a tempo di funky-reggae e pedale wah-wah innestato a manetta, ma non soddisfa del tutto.

More Time Making Love è un classico brano di roots-rock di buona fattura e la divertente Why You Wanna Bite My Bones? viaggia sui binari di un piacevole boogie’n’roll, lasciando alla notturna ma irrisolta Lost Again l’ultimo posto libero per i brani originali. La citata I’d Rather Be Blind è vibrante e prevede una buona performance vocale del nostro, che poi improvvisa e cazzeggia nella cover di Kiss di Prince, con un uso sorprendente della armonica. Insomma, tirate le somme, il “solito” disco di Popa Chubby, più che positivo benché forse non eclatante.

Bruno Conti

Mike Zito: Un Texano Onorario Tra Rock E Blues, Parte I

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Sul finire dello scorso anno è uscito un bellissimo disco, attribuito a Mike Zito & Friends, intitolato Rock’n’Roll – A Tribute To Chuck Berry, nel quale il musicista di St. Louis (ma Texano onorario, visto che da parecchi anni vive a Nederland, una piccola cittadina nella contea di Jefferson, sulla Gulf Coast, vicino a Viterbo – giuro! – dove ha aperto degli studi di registrazione, Marz Studios, casalinghi, ma bene attrezzati, dove pianifica le sue mosse in ambito musicale, sia come cantante e chitarrista in proprio, che come produttore)  rendeva omaggio al suo illustre concittadino https://discoclub.myblog.it/2019/12/11/ventuno-anzi-ventidue-chitarristi-per-un-disco-fantastico-mike-zito-friends-rock-n-roll-a-tribute-to-chuck-berry/ . Anche lui, come altri bluesmen, ha avuto una lunga gavetta, e vari problemi con droghe e alcol nel corso degli anni, ma ora sembra avere trovato la sua strada e si sta sempre più affermando come una sorta di “Renaissance Man” in ambito rock e blues, ma nella sua musica, praticamente da sempre, sono comunque presenti elementi country e southern, soul e R&B, per uno stile che definire eclettico è fargli un torto.

Le origini e il periodo Eclecto Groove 1996-2011

Mike Zito, grande chitarrista, ma anche ottimo cantante, con una voce che potremmo avvicinare, per chi non lo conoscesse e per dare una idea, a quella del Bob Seger più rock: la sua progressione verso il successo e i giusti riconoscimenti è stata lunga e tortuosa, già in azione a livello locale da quando era poco più di un teenager (è del 1970) Zito ha poi in effetti iniziato a pubblicare album indipendenti e distribuiti in proprio da metà anni ’90, il primo Blue Room è del 1996 ed è stato ristampato dalla sua attuale etichetta, la Ruf, nel 2018.

mike zito blue room mike zito today

In seguito ne sono usciti altri due o tre negli anni 2000, ma andiamo sulla fiducia, perché non mi è mai capitato né di vederli, né tantomeno di sentirli, per cui diciamo che l’inizio della carriera ufficiale avviene con la pubblicazione di Today – Eclecto Groove 2008 *** che esce appunto per la piccola ma gloriosa Eclecto Groove, una propaggine della Delta Groove, che cerca di lanciarlo con tutti i crismi del caso: il suo stile è già quasi perfettamente formato, il disco è co-prodotto da Tony Braunagel, che suona anche la batteria, e da David Z, tra i musicisti coinvolti ci sono Benmont Tench alle tastiere, James “Hutch” Hutchinson al basso, Mitch Kashmar all’armonica, Joe Sublett e Darrell Leonard ai fiati, più Cece Bullard e la texana Teresa James alle armonie vocali. Le canzoni sono tutte firmate da Zito, meno la cover di Little Red Corvette di Prince, e l’album lascia intravedere il futuro potenziale di Mike.

Love Like This suona come un incrocio tra John Fogerty e Bob Seger, da sempre grandi punti di riferimento, con la voce da vero rocker del nostro, aspra e potente, mentre la chitarra è meno prominente rispetto ai dischi attuali, Superman è un funky non perfettamente formato e acerbo, mentre Holding Out For Love, tra jazz alla Wes Montgomery e smooth soul non convince e pure la cover di Prince non è eccelsa.Tra le canzoni migliori la lunga e potente Universe, altro brano dal piglio rock, dove Mike comincia a strapazzare la sua chitarra, il mid-tempo elettroacustico di Blinded, lo slow blues urticante di Slow It Down, il country-southern piacevole di Today, Big City che anticipa in modo embrionale il futuro sound dei Royal Southern Brotherhood e in finale l’eccellente ballata autobiografica Time To Go Home.

mike zito pearl river

L’anno successivo esce Pearl River- Eclecto Groove 2009 ***1/2, registrato tra Austin, New Orleans e Nashville, illustra le diverse anime della musica di Zito, ma soprattutto il blues, e presenta un ulteriore step positivo nello sviluppo della sua musica, Dirty Blonde è un eccitante shuffle texano alla Stevie Ray con Mike Zito che mulina la sua chitarra assistito da Reese Wynans all’organo, Pearl River è uno intenso blues lento scritto con Cyril Neville e cantato alla grande, ottima anche la bluesata Change My Ways, molto bella inoltre la collaborazione con Anders Osborne nella delicata One Step At A Time e la brillante versione di Eyesight To The Blind di Sonny Boy Williamson con Randy Chortkoff all’armonica e un ondeggiante pianino che fa tanto New Orleans.

Come ribadisce la deliziosa e scandita Dead Of Night con Jumpin’ Johnny Sansone alla fisarmonica, per un tuffo nel blues made in Louisiana, 39 Days è un blues-rock di quelli gagliardi e tirati con Susan Cowsill alle armonie vocali, che rimane anche a duettare nella stonesiana Shoes Blues, ma questa volta non c’è un brano scarso in tutto il disco, fantastica pure la cover di Sugar Sweet di Mel London, con un groove di basso libidinoso e Zito e Wynans che duettano alla grande, e in Natural Born Lover Mike sfodera il bottleneck per un altro blues di quelli tosti.

mike zito live from the top

Nel 2009 esce anche Real Strong Feeling, un disco dal vivo uscito per la sua etichetta personale di cui non vi so dire nulla, ma sono le prove generali per il disco Live From The Top – Mike Zito.Com 2010/Ruf Records 2019 ***1/2, ristampato dalla etichetta tedesca sul finire dello scorso anno, con il repertorio pescato a piene mani dall’album del 2009, più alcune cover di pregio e una sfilza di ospiti notevoli: intanto c’è Jimmy Carpenter, futuro sassofonista dei The Wheel, Ana Popovic alla solista per una robusta e super funky versione di Sugar Sweet, con la chitarrista serba in modalità wah-wah e Mike che ribatte colpo su colpo.

E ancora una bellissima versione elettrica di One Step At A Time di Osborne, che sembra una brano del miglior Seger anni ’70, e ancora una torrida 19 Years Old di Muddy Waters, con Nick Moss alla slide e Curtis Salgado all’armonica, e un gran finale con lo slow blues All Last Night di George Smith, una tiratissima Hey Joe di Mastro Hendrix a tutto wah-wah, che pare uscire dal disco con i Band Of Gypsys e Ice Cream Man un oscuro brano di John Brim, contemporaneo di Elmore James, brano ripreso anche dai Van Halen, dove Zito va di nuovo a meraviglia di slide.

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L’anno successivo, registrato ai Dockside Studios di Lafayette, Louisiana, con la produzione di Anders Osborne, che appare anche come secondo chitarrista, esce Greyhound – Eclecto Groove 2011 ***1/2, altro solido album dal suono più roots e swampy, vista la location, e la sezione ritmica di Brady Blade alla batteria e Carl Dufrene al basso, abituali collaboratori di Tab Benoit, e quindi già orientati verso quel tipo di sound: tutto materiale originale di Mike, con due collaborazioni con Osborne e Gary Nicholson, si passa dal solido groove rock di Roll On, ancora con la slide in evidenza, alla brillante title track che sembra un brano perduto dei Creedence di John Fogerty.

Passando per il blues acustico e malinconico di Bittersweet e Motel Blues, ben supportato sempre da Anders, passando ancora per il robusto sound della poderosa e chitarritistica The Southern Side, il riff & roll di una quasi hendrixiana Judgement Day, alle sferzate potenti della zeppeliniana The Hard Way, entrambe con i due solisti in modalità “cattiva”, con Stay che sembra uscire dalle paludi della Louisiana, sempre con le slide che imperano https://www.youtube.com/watch?v=fjdawkVl10A , per chiudere con l’intensa Please Please Please, una canzone d’amore quasi disperata.

Fine della prima parte.

Bruno Conti

Gary Moore, Il Rocker Innamorato Del Blues Parte II

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Seconda Parte.

1982-1989 Gli Heavy Metal Years

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Per chi ama il genere e ammetto che sono in tanti, il periodo “migliore” del musicista irlandese, ma come diciamo noi italo-britannici “it’s not my cup of tea”: finalmente arriva anche per Gary Moore l’agognato successo commerciale (a parte le parentesi con i Thin Lizzy), e anche se non amo particolarmente quel periodo, devo ammettere che qualche sprazzo di classe qui e là c’è, soprattutto in Corridors Of Power – Virgin 1982 ***, per esempio nella cover di Wishing Well dei Free, o nella collaborazione con Jack Bruce (che avrà un ottimo seguito nella decade successiva) nella “acrobatica” e potente End Of The World, cantata a due voci da Bruce e Moore e con un assolo di Gary che dà dei punti anche a Eddie Van Halen.

Nel dicembre del 1983 esce Victims Of The Future – Virgin 1983 *** la title track e Murder In the Skies sono due brani anche di impegno politico, con i musicisti della band che comunque in tutto l’album picchiano come dei fabbri ferrai, non male comunque la cover di Shapes Of Things degli Yardbirds dell’amato Jeff Beck: il suono è sempre durissimo, ma il disco arriva al 12° posto delle classifiche inglesi, in anni in cui l’heavy metal era molto popolare in UK.

Stessa posizione anche per Run For Cover- Virgin 1985 **1/2, disco nel quale al basso si alternano Glenn Hughes e Phil Lynott, e che comprende il singolo di successo (n°5 nelle charts) Out In The Fields, cantata insieme al suo autore Phil Lynott.. Stesso discorso per Wild Frontier – Virgin 1982**, ma con l’aggravante di una batteria elettronica mefitica che imperversa in tutte le canzoni, e “giustamente” il disco arriva all’8° posto.

1990-1995 Gli Anni Del Blues Parte I

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Quindi ritorna alla musica che lo aveva ispirato nei primi tempi a Belfast e lo fa in grande stile, con unanime successo di pubblico e critica: in Still Got The Blues – Virgin 1990 **** ½ tra i musicisti utilizzati nell’album Don Airey, Nicky Hopkins e Mick Weaver alle tastiere, Gary Walker e Brian Downey alla batteria, Andy Pyle e il fedele Bob Daisley al basso, oltre ad una piccola sezione fiati guidata da Frank Mead al sax. Spicca anche la presenza di due maestri del blues come Albert King e Albert Collins, e quella di George Harrison, che scrive That Kind Of Woman oltre a suonare la slide nel brano. Ma è tutto l’album che è splendido, un disco di electric blues con i fiocchi, i controfiocchi e il pappafico, suono perfetto come pure la scelta dei brani.

Un misto di brani originali di Moore, alcuni sublimi, come la lirica e melanconica ballata che dà il titolo all’album con lo squisito tono della chitarra, o l’omaggio a Stevie Ray Vaughan nella vorticosa Texas Strut, l’iniziale poderosa Moving On dove va di slide alla grande, e si ripete con il bottleneck nella fiatistica King Of The Blues, tributo ai Re delle 12 battute e pure la delicata e notturna Midnight Blues è una vera delizia.

In pratica tutte le canzoni, e anche le cover non scherzano: Oh Pretty Woman con Albert King alla seconda solista è devastante, anche grazie al lavoro dei fiati, ma soprattutto delle due fluentissime chitarre, Walking By Myself rivaleggia con le più belle versioni di questo pezzo di Jimmie Rodgers, da quella di Freddie King in giù, in Too Tired di Johnny Guitar Watson lui e Albert Collins si scambiano fendenti di chitarra come se ne dipendesse della loro vita e che dire dello splendido slow blues As The Years Go Passing By con Nicky Hopkins e Don Airey a piano e organo? Una vera meraviglia! E non è finita perché ci sono anche una versione da sballo di All Your Love che rivaleggia con quella di Clapton nel 1° album dei Bluesbreakes con la chitarra di Gary che dimostra una fluidità disarmante e anche a livello vocale Moore una prestazione di tutto rispetto nel corso dell’intero album.

Ovviamente non manca l’omaggio al proprio mentore Peter Green in una eccellente versione di Stop Messin’ Around: e nella versione rimasterizzata del CD uscita nel 2002 tra le cinque bonus, ci sono delle versioni monstre dello strumentale The Stumble, Freddie King via Peter Green, Further On Up The Road da Bobby Blue Bland a Clapton, fino a Bonamassa, e pure questa non scherza, e anche la lancinante The Sky Is Crying è da manuale.

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Un album praticamente perfetto, ma Moore si ripete con un altrettanto bello After Hours – Virgin 1992 ****1/2 che arriva fino al 4° posto delle classifiche inglesi ed ha un notevole successo in tutto il mondo, al solito Stati Uniti esclusi: tra i musicisti cambia il batterista con l’ottimo Anton Fig sullo sgabello, e alle tastiere arriva Tommy Eyre. Sei brani firmati da Moore e cinque cover (più altre due nella deluxe in CD del 2002), Albert Collins ospite in una vibrante The Blues Is Alright , e B.B. King a porre il suo imprimatur regale nella swingante e pimpante Since I Met You Baby cantata a due voci.

Key To Love di John Mayall sparata a tutta forza da Moore, la delicata ballata Jumpin’ At Shadows a completare i legami con i vecchi Fleetwood Mac e Woke Up This Morning ancora di BB King le migliori cover, mentre tra gli originali di Gary spiccano la fiatistica Cold Day In Hell, lo slow sempre con fiati Story Of The Blues, il vibrante rock-blues Only Fool In Town, la malinconica e notturna The Hurt Inside, e tra le bonus la versione lunga di un altro blues lento di grande intensità come All Time Low.

Ma come per il disco precedente è tutto l’insieme che funziona alla grande.

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L’anno successivo esce Blues Alive, ma ne parliamo brevemente nel capitolo dedicato a i dischi dal vivo.

I BBM, detti anche Cream parte 2, per la presenza di Jack Bruce e Ginger Baker, registrano un album Around The Next Dream – Capitol/Virgin 1994 ***1/2 in puro stile power trio, che arriva nella Top 10 delle classifiche ed è un solido disco di rock puro, dove spiccano l’iniziale Claptoniana Waiting In The Wings, a tutto wah-wah, la potente City Of Gold, la scandita High Cost Of Loving e la lunga blues ballad Why Does Love (Have to Go Wrong?) con il classico falsetto di Bruce che ci porta al gran finale strumentale in puro stile jam.

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Nel 1995 per completare la trilogia blues, esce il suo sentito omaggio a Peter Green, Blues For Greeny – Virgin 1995 ****, un disco interamente composto da canzoni del leader dei Fleetwood Mac, registrato utilizzando la stessa Les Paul Standard del 1959 impiegata da Green nei pezzi originali. Sembra quasi di ascoltare Blues Jam At Chess Parte II, con If You Be My Baby, Long Grey Mare, Merry Go Round, I Love Another Woman, la splendida Need Your Love So Bad, l’unico brano non firmato da Green, ma che era la sua signature song, il fantastico strumentale The Supernatural che come Same Way che la precede era su Hard Road di John Mayall, una più bella dell’altra, e pure la lunghissima Driftin’ e la magnetica Lookin’ For Somebody non scherzano.

2001-2006 Gli Anni Del Blues Parte II

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Vista la mala parata di Dark Days In Parade e il danzereccio A Different Beat due dischi bruttarelli e pure di scarso successo, Gary Moore decide di tornare al blues e anche se gli album non raggiungono le vette qualitative della decade precedente, sono comunque dei buoni dischi, spesso con un suono decisamente più blues-rock, come in Back To The Blues – Sanctuary 2001 -***, dove però non mancano i soliti brani con ampio uso di fiati come You Upset Me Baby, o il grande blues lento Stormy Monday, mentre tra le bonus c’è una gagliarda versione di Fire di Jimi Hendrix. Stesso discorso per Power Of The Blues – Sanctuary 2004 ***, siamo più in ambito rock-blues, ma le versioni di I Can’t Quit You Baby (Otis Rush/Led Zeppelin) e Evil di Howlin’ Wolf sono comunque gagliarde, come pure una Memory Pain di Percy Mayfield percorsa da un wah-wah insinuante e vigoroso.

Anche Old New Ballads Blues- Eagle 2006 ***1/2 è “duretto” a tratti, molto wah-wah nell’iniziale Done Somebody Wrong, anche con slide, ma poi mitigato da due ottime blues ballads, You Know My Love , la ripresa della sua stessa Midnight Blues, in origine su Still Got The Blues, come pure All Your Love e le melliflue ed eleganti Gonna Rain Today e No Reason To Cry, certificano una ritrovata vena, ribadita nel sognante strumentale conclusivo I’ll Play The Blues For You.

2007-2010 Gli Ultimi Fuochi.

Nell’ottobre del 2007 registra dal vivo al London Hippodrome Blues For Jimi – Eagle Records 2012 ***1/2,un ottimo tributo al mancino di Seattle che verrà pubblicato postumo cinque anni dopo, con la presenza negli ultimi tre brani di Billy Cox e Mitch Mitchell.

Lo stesso anno esce il buono Clase As You Get – Eagle 2007 ***1/2, dove si riunisce a Brian Downey, il vecchio batterista dei Thin Lizzy, e con Mark Feltham, l’armonicista dei Nine Blow Zero presente in due brani: il disco oscilla tra un rock-blues grintoso e tirato come in Eyesight To The Blind e Checking Up On My baby, e momenti più raccolti come gli slow Trouble At Home, I Had A Dream e la “mayalliana” Have You Heard o addirittura l’acustica Sundown di Son House dove Moore è impegnato al dobro.

L’anno successivo esce il suo ultimo album di studio Bad For You Baby – Castle 2008 ***1/2, ancora una prova positiva con ben due cover di Muddy Waters, una di JB Lenoir e la splendida slow ballad di Al Kooper Love You More Than You’ll Ever Know, con un assolo da urlo, oltre ad una serie di brani tra rock-blues e pezzi alla Led Zeppelin.

Nel 2010 partecipa per l’ennesima volta (credo la sesta) al Festival di Montreux, le cinque precedenti le trovate nel box Essential Montreux – Castle 2009 ****1/2, imprescindibile per chi vuole avere una idea della potenza che Gary Moore era in grado di scatenare nelle sue esibizioni Live: in questo senso ottimi anche il doppio (ma singolo CD) We Want Moore – Virgin1984 ***1/2, per il periodo hard rock, o l’eccellente Blues Alive – Virgin 1993 ***1/2, sempre con l’ospite Albert Collins, e non male pure l’appena ricordato Live At Montreux 2010 – Castle 2011, uscito postumo e che presentava tre brani inediti per un futuro progetto Celtic Rock che non si è mai materializzato a causa della morte avvenuta nel febbraio 2011.

Gary Moore, un grande chitarrista, spesso sottovalutato, e nell’’ultima parte di carriera anche un buon cantante. That’s all.

Bruno Conti

Anche Quest’Anno Ci Siamo: Il Meglio Del 2019 Secondo Disco Club, Parte IV

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Ogni tanto mi rituffo nelle mie vesti virtuali di “Numero Uno” (anche del Blog), in questo caso per la mia classifica di fine anno, molto ampia ed articolata, e vi annuncio sin d’ora che ci sarà anche una appendice corposa, che mi riservo in qualità di Boss, ma soprattutto perché scorrendo le uscite del 2019 mi sono accorto che sarebbero rimasti fuori dalla lista molti titoli meritevoli, già individuati, che però avrebbero reso questo Post quasi un romanzo. Per cui andiamo con il Best Of in versione “normale”, il resto a seguire. Non sono in stretto ordine di preferenza, esclusi i primi sette o otto.

Bruno Conti Il Meglio Del 2019

Top 15

van morrison three chords & the truth

Van Morrison – Three Chords & The Truth

janiva magness sings john fogerty

Janiva Magness – Sings John Fogerty Change In The Weather

christy moore magic nights

Christy Moore – Magic Nights

mavis staples we get by

Mavis Staples – We Get By

gov't mule bring on the music 2 cd

Gov’t Mule – Bring On The Night Live At Capitol Theatre

marc cohn blind boys of alabama work to do

Marc Cohn And Blind Boys Of Alabama – Work To Do

mike zito a tribute to chuck berry

Mike Zito & Friends – Rock ‘n’ Roll – A Tribute To Chuck Berry

reese wynans sweet release

Reese Wynans And Friends – Sweet Release

john mayall nobody told me

John Mayall – Nobdoy Told Me

jack ingram ridin' high...again

Jack Ingram – Ridin’ High Again

chris kinght almost daylight

Chris Knight – Almost Daylight

over the rhine love and revelation

Over The Rhine – Love And Revelation

allison moorer blood

Allison Moorer – Blood

delbert mcclinton tall dark and handsome

Delbert McClinton – Tall, Dark & Handsome

bruce springsteen western starsbruce springsteen western stars songs form the film

Insieme e alla pari, alla faccia di chi ne ha parlato male!

Bruce Springsteen – Western Stars + Western Stars: Songs From The Film

 

Le Migliori Ristampe Nel senso più ampio del termine.

jimi hendrix songs for groovy children front

Jimi Hendrix – Songs For Groovy Children The Fillmore East Concerts

bob dylan rolling thunder revue

Bob Dylan The Rolling Thunder Revue – The 1975 Live Recordings

fleetwood mac before the beginning front

Fleetwood Mac – Before The Beginning

rory gallagher blues

Rory Gallagher – Blues

allman brothers band fillmore west '71 box

Allman Brothers Band – Fillmore West ’71

van morrison the healing game

Van Morrison – The Healing Game 3 CD

the band the band 2 CD

The Band – The Band 50th Anniversary Edition 2 CD

richard thompson across a crowded room live

Richard Thompson – Across A Crowded Room Live At Barrymore’s 1985

steve miller band welcome to the vault

Steve Miller Band – Welcome To The Vault

rolling stones bridges to buenos aires

Rolling Stones – Bridges To Buenos Aires

Jorma Kaukonen & Jack Casady - Bear’s Sonic Journals Before We Were Them

Jorma Kaukonen & Jack Casady – Before We Were Them

E’ uscito all’inizio dell’anno e molti se lo sono dimenticato, ma merita.

bob dylan travelin' thru bootle series vol.15

Bob Dylan – Travelin’ Thru The Bootleg Series Vol. 15 1967-1969

L’altro cofanetto di quest’anno di Bob Dylan (e Johnny Cash).

gregg allman laid back deluxe

Gregg Allman – Laid Back

carole king live at montreux 1973 cd+dvd

Carole King – Live At Montreux 1973 CD/DVD

marvin gaye what's going on live

Marvin Gaye – What’s Going On Live

pretty things the final bow

Pretty Things – The Final Bow CD/DVD/10″

Recensione nei prossimi giorni: ospiti nel concerto Van Morrison David Gilmour.

 

mandolin' brothers 6

Miglior Disco Italiano

Mandolin’ Brothers – 6

 

Il Meglio Del Resto (Una Prima Selezione)

mary black orchestrated

Mary Black – Orchestrated

runrig the last dance

Runrig – The Last Dance

patty griffin patty griffin

tom russell october in the railraod earth

Tom Russell – October In The Railroad Earth

tedeschi trucks band signs

Tedeschi Trucks Band – Signs

drew holcomb neighbors

Drew Holcomb & The Neighbors – Dragons

rodney_crowell-Texas_cover

Rodney Crowell – Texas

https://discoclub.myblog.it/2019/08/22/un-riuscito-omaggio-alle-sue-radici-anche-attraverso-una-serie-di-duetti-rodney-crowell-texas/

robert randolph brighter days

Robert Randolph & The Family Band – Brighter Days

peter frampton band all blues

Peter Frampton Band – All Blues

echo in the canyon soundtrack

Jakob Dylan & Friends – Echo In The Canyon

nick cave ghosteen

Nick Cave & The Bad Seeds – Ghosteen

michael mcdermott orphans

Michael McDermott – Orphans

joe henry the gospel according to water

Joe Henry – The Gospel According To Water

session americana north east

Session Americana – North East

doobie brothers live from the beacon theatre

Doobie Brothers – Live From The Beacon Theatre

leonard cohen thanks for the dance

Leonard Cohen – Thanks For The Dance

 

Delusione Dell’Anno 

sturgill simpson sound & fury

Sturgill Simpson – Sound And Fury Ovvero, il disco più brutto dell’anno! Intendiamoci, ce ne sono a decine, a centinaia, di più brutti, ma da “uno dei nostri” non me lo aspettavo.

Per ora è tutto, ma nei prossimi giorni, come promesso all’inizio del Post, una corposa appendice con il Resto Del Meglio.

Bruno Conti

Cofanetti Autunno-Inverno 11. Dopo Quasi 50 Anni Le Due Strepitose Serate Della “Banda Degli Zingari” Al Completo. Jimi Hendrix – Songs For Groovy Children The Fillmore East Concerts

jimi hendrix songs for groovy children front

Jimi Hendrix – Songs For Groovy Children The Fillmore East Concerts – 5 CD Sony Legacy Boxset

La storia di questi quattro concerti è una delle più travagliate del percorso musicale di Jimi Hendrix. I Band Of Gypsys sono in un certo senso la prosecuzione dei Gypsy Sun and Rainbows, la band che Jimi aveva assemblato per partecipare al Festival di Woodstock, dopo lo scioglimento degli Experience, reso effettivo nei primi mesi del 1969. Nel gruppo che suonò a Woodstock c’era il vecchio amico Billy Cox al basso: una amicizia nata durante il servizio militare e poi coltivata anche con saltuarie collaborazioni musicali, che approdano, dopo Woodstock, nell’idea di formare un nuovo ensemble, i Band Of Gypsys, che avrebbe permesso a Hendrix di coltivare anche la sua passione per la musica “nera” senza abbandonare l’idea di sperimentare, sempre presente nella sua visione della musica, e quindi viene approcciato Buddy Miles, già batterista degli Electric Flag e leader di un proprio gruppo Buddy Miles Express, che nel 1968 aveva pubblicato un disco Expressway To Your Skull, che nelle note di copertina riportava un breve poema di Jimi, che poi produsse il disco successivo Electric Church, in entrambi gli album Miles era anche il cantante.

Quindi sia affinità elettive, tutti e tre erano neri, che musicali, l’amore per  il soul, il funky, ma anche il rock, come anche di amicizia: un altro fattore importante nella nascita di questa nuova formazione era anche il fatto che Jimi Hendrix doveva un disco alla Capitol per quel contratto incautamente firmato ad inizio carriera, e quindi decise di organizzare una serie di concerti al Fillmore East di New York, registrarli e poi estrarre dai risultati un disco dal vivo da presentare alla Capitol per soddisfare le clausole del contratto. Cosa che venne fatta, ma essendo Hendrix un grande perfezionista, il tutto venne organizzato in pompa magna, anche per presentare una serie di nuove canzoni che stava creando in quel periodo, oltre a tre canzoni previste per Buddy, e alcune cover e vecchi cavalli di battaglia rivisti nella nuova ottica black della formazione, il tutto venne forgiato in una lunga serie di prove che durarono dalle 12 alle 18 ore ogni giorno nella settimana che precedette i concerti.

jimi hendrix songs for groovy children box

Quindi il 31 dicembre 1969 e il 1° gennaio del 1970 si tennero quattro concerti al Fillmore East di New York, da cui venne estrapolato un LP singolo con 6 canzoni, pubblicato il 25 marzo del 1970, quando la band si era peraltro già sciolta, anche a seguito del concerto del 28 gennaio al Madison Square Garden, quando Hendrix litigò con una donna nel pubblico e il gruppo dopo due sole canzoni lasciò il palco. Comunque di  questi concerti nel corso degli anni sono uscite varie edizioni: il primo Band Of Gypsys aveva 6 canzoni (9 nella edizione in CD), Band Of Gypsys 2 altre sei, Live At the Fillmore East il doppio CD pubblicato nel 1999, un totale di 16 brani, e infine Machine Gun The Fillmore East First Show, uscito nel 2016, ne riportava 11. Questo nuovo cofanetto Songs For Groovy Children contiene un totale di 43 pezzi, nella sequenza originale dei 4 concerti, con 26 tracce “inedite”; alcune apparse nella versione video, altre eliminate da precedenti versioni, e rimixate per la nuova edizione da Eddie Kramer, l’ingegnere del suono del disco originale, altre ancora da cui erano state tolte nell’editing le presentazioni oppure versioni più lunghe e ancora altre già apparse in box e ristampe varie più recenti, e infine 7 brani mai pubblicati prima in nessun formato. Forse è la ristampa migliore delle tantissime uscite nel corso degli anni a cura della Famiglia Hendrix, e comunque la testimonianza di un artista ancora al culmine del suo periodo più ispirato, colto in uno degli aspetti che preferiva, quello dei concerti dal vivo. Vediamo il contenuto, ricordando che nella recensione del CD di Machine Gun del 2016 così scrivevo: “Però quel First Show nel titolo fa presupporre che nel tempo ci saranno sicuramente dei seguiti, prima che fra qualche anno esca un cofanetto The Complete Fillmore Shows che conterrà l’integrale delle due serate, garantito!” Meglio di Nostradamus o facile profeta?

Il primo CD riporta esattamente le 11 canzoni appunto del primo concerto del 31 dicembre: all’epoca  tutte mai pubblicate prima in nessuno disco di Jimi Hendrix: Power Of Soul è subito una esplosione di funky-rock-soul spaziale con Jimi impegnato ad estrarre dal  wah-wah le sue solite sonorità impossibili, mentre le parti vocali sono affidate alla accoppiata Hendrix e Buddy Miles, che ha anche un gran daffare alla batteria, mentre Cox con il suo stile impeccabile al basso tiene ancorato il ritmo, ottima anche la guizzante Lover Man, ancora con wah-wah a manetta, poi le cose si fanno serie con una lunga e potentissima Hear My Train A Comin’, ovvero il blues secondo Hendrix, inarrivabile ed inarrestabile con la sua chitarra sempre impegnata in traiettorie quasi impossibili per gli altri axemen dell’epoca: l’assolo, manco a dirlo è formidabile. Changes il primo brano di Buddy Miles, è la futura Them Changes (celebre anche nella versione dal vivo con Santana del 1972), introduce il funky-rock più carnale ed immediato del batterista vicino alla soul music, ma ovviamente con Hendrix in formazione che imperversa con la sua Fender tra un verso e l’altro e poi parte per la tangente, comunque mai scontato.

Izabella è uno dei brani di Hendrix contro la guerra, futuro singolo per la Reprise nell’aprile 1970, classico brano rock del canone hendrixiano, mentre Machine Gun, canzone che nasce come appendice delle improvvisazioni sullo Star Spangled Banner a Woodstock, diventa uno dei classici assoluti di Jimi, con la chitarra in modalità wah-wah che parte subito per l’iperspazio sostenuta dalle scariche ferine della batteria di Buddy Miles, anche questa con un testo di protesta contro la guerra del Vietnam, brano che veniva già eseguito dall’estate 1969, per la prima volta a Berkeley, presente in tutti i quattro set delle due giornate, con la canzone che si dipana in un crescendo inarrestabile, quasi lavico, della magica solista del mancino di Seattle.

Stop, scritta da Ragovoy e Shuman, era apparsa per la prima volta in un disco di Howard Tate (uno dei grandi “incompresi” della soul music) in un disco del 1967, veicolo ideale per l’accoppiata Buddy Miles e uno stranamente infervorato Hendrix che in un call and response vigoroso  la prendono di petto con una veemenza che l’originale di Tate non aveva, mentre Parliament/Funkadelic,Eddie Hazel, Isley Brothers futuri e molti altri prendono nota. Ezy Rider uscirà solo l’anno dopo nel postumo The Cry of Love, un altro brano dall’andatura vorticosa, con un eccellente lavoro anche di Miles alla batteria e la furiosa scarica di chitarra di un ispiratissimo Jimi, alla faccia di alcune critiche dell’epoca che non parlarono particolarmente bene del LP (uscito però solo con sei brani), anche se poi nel corso degli anni è stato giustamente considerato uno dei migliori concerti live all-time. Come ribadisce il primo slow blues della serata, una sinuosa e raffinatissima cover del brano di Elmore James Bleeding Heart, che Hendrix aveva già inciso nell’era pre-Experience con Curtis Knight, e poi eseguita nel concerto alla Royal Albert del febbraio 1969, e registrata in alcune versioni di studio pubblicate in diversi CD postumi; anche Earth Blues rimarrà inedita per moltissimi anni, prima di venire pubblicata negli anni 2000, un gagliardo brano tra R&B e rock psichedelico nella migliore tradizione delle canzoni di Hendrix, che chiude il primo set con Burning Desire, altro brano inedito che avrebbe dovuto forse apparire nel disco di studio mai completato dei Band Of Gypsys, Jimi saluta, ringrazia e augura Buon Anno al pubblico presente con questa ulteriore perla del suo songbook, quasi 10 minuti di un brano che ricorda molto il suono degli Experience dei primi due dischi, vibrante e sempre pronto a trasformarsi in jam furiose e ricche di continui cambi di tempo ed improvvisazioni  da lasciare senza fiato.

Per il secondo set, quello destinato a portarli nel nuovo anno, ci sono molte aggiunte al menu della serata: si parte con il conto alla rovescia del pubblico, e poi con una versione di Auld Lang Syne, il celebre brano che si eseguiva nelle festività, fatto ovviamente alla Jimi Hendrix, poi arriva subito Who Knows, un altro dei brani nuovi, forse il più tipizzante di quella fusione tra soul e rock, destinato ad aprire la prima facciata del vinile del 1970, con il tipico interscambio vocale tra i due e un ritmo scandito che lo rende quasi irresistibile nel suo dipanarsi, grazie al lavoro eccellente del basso di Cox che alza la quota funky alle stelle, mentre Hendrix maltratta la sua Telecaster come solo lui sapeva fare in un flusso solista di grande intensità, poi ribadito in una tiratissima Fire, uno dei riff più devastanti della storia del rock, e grande empatia tra Miles, Cox e Hendrix che timbra un altro assolo di quelli da sballo, segue Ezy Rider e poi una versione eccelsa di Machine Gun, se non sbaglio l’unico brano, insieme a Changes, presente in tutti i quattro set delle due serate, quasi 14 minuti devastanti che rendono ancora più acido e sperimentale il pezzo,  e che precede una versione colossale e pantagruelica di Stone Free, riconosciuta dal pubblico alla prima nota, parte forte subito e poi accelera in maniera quasi parossistica, prima di entrare nei regni della pura improvvisazione con una lunghissima sezione strumentale che prevede anche assoli di basso e batteria, forse appena prolissa a tratti, ma è sempre un bel sentire. Poi arriva una nuova versione di Them Changes, come la presenta Jimi, più lunga e con gli elementi soul più evidenti, anche se Hendrix si prende i giusti spazi da par suo; Message To Love è un altro dei brani nuovi che andrà sull’album in uscita a marzo, altro brano dal riff circolare molto marcato, non particolarmente memorabile, decisamente migliore la seconda versione di Stop, ancora più grintosa di quella del primo set e a chiudere la nottata una veemente ed impetuosa Foxey Lady, sempre uno dei brani più amati ed eseguiti dal mancino.

Nel terzo set, datato 1° gennaio 1970, dopo la presentazione dei protagonisti, si riparte con una eccellente Who Knows sempre scandita dal favoloso groove del basso di Billy Cox e poi lasciata all’estro di Jimi, sempre inesauribile nelle sue continue improvvisazioni alla chitarra, con wah-wah in grande spolvero e la band saldamente legata, come conferma un’altra versione formidabile di Machine Gun, che è un poco la Voodoo Chile della serata con la sua atmosfera tesa e quasi inquietante. Changes e Power Of Soul precedono Stepping Stone, un altro brano presentato per la prima volta nel corso del concerto e poi uscito come singolo ad aprile, un’altra delle tipiche canzoni ascendenti del canone hendrixiano, veloce e frenetica, benché non tra le sue migliori. Tornano anche Foxey Lady più psichedelica che mai, Stop, Earth Blues e Burning Desire, che chiude il terzo set. Per nel quarto e ultimo set, il più lungo con i suoi 13 brani, Jimi Hendrix regala al pubblico presente molti dei suoi cavalli di battaglia: si parte con Stone Free, più breve ma decisamente più fremente di quella del giorno prima, poi quasi tutte le canzoni vengono presentate in versioni più lunghe ed improvvisate, da una solidissima Power Of Soul a Changes che si allunga ad ogni nuova apparizione nei concerti, una Message To Love più convinta, stranamente la sola Machine Gun appare in una versione più breve, “appena” 11 minuti e 52 secondi, comunque sempre viscerali e quasi disperati nella loro efficacia. Anche Lover Man, dedicata al pubblico femminile presente, fa il suo debutto, altro brano breve e compatto, che precede Steal Away, altra canzone “inedita” del soulman Jimmy Hughes, affidata alla voce di Buddy Miles, si trasforma in un blues lento ed appassionato che precede Earth Blues, altra canzone molto eseguita nei quattro concerti:

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Poi partono i bis e qui iniziano i fuochi di artificio (ma nel corso dei concerti Jimi aveva anche inserito brevi citazioni di Third Stone From the Sun e The Wind Cries Mary, a voi scoprirle): in sequenza appaiono Voodoo Child (Slight Return) quella vera, presentata come il loro inno nazionale, una orgia di wah-wah impazziti, magnifica come al solito, We Gotta Live Together, è l’ultimo brano inedito affidato alla voce di Buddy Miles, che ne è anche l’autore e cerca il singalong del pubblico presente, in questo ulteriore esempio del psychedelic soul  che avrebbe dovuto essere la cifra stilistica della band, se avesse proseguito nella propria avventura. Altro riff memorabile, che ci riporta ai fasti dell’inizio di carriera di Hendrix a Monterey, è una poderosa Wild Thing, come non potevano neppure mancare il primo singolo Hey Joe, altra canzone epocale e per finire in gloria, una impetuosa Purple Haze, con il suo verso che illustra in poche parole una intera carriera “Excuse me while I kiss the sky”.

Cofanetto magnifico, una delle più belle ristampe in un anno ricco di uscite importanti.

Bruno Conti

Un Ritorno Ai “Fasti” Del Passato. Danny Bryant – Means Of Escape

danny bryant means of escape

Danny Bryant – Means Of Escape – Jazzhaus Records

E’ innegabile che I dischi migliori del chitarrista inglese siano stati quelli pubblicati a nome Danny Bryant’s RedeyeBand, per intenderci quelli della prima decade degli anni 2000, quando il padre Ken era il bassista della formazione: questo non è per dire che gli album successivi siano brutti, tutt’altro, però il nostro amico aveva un poco perso il bandolo del suono, come avevo detto in una recensione di qualche tempo fa era passato dal blues-rock degli inizi al rock-blues tendente all’hard rock degli anni ’10 https://discoclub.myblog.it/2014/11/24/robusto-spessore-chitarristico-i-sensi-danny-bryant-temperature-rising/ , più o meno in concomitanza dell’inizio della collaborazione con il produttore e tastierista Richard Hammerton, che spesso (non sempre) nelle canzoni aveva portato un suono più patinato, di maniera, con l’utilizzo massiccio delle tastiere, synth incluso.. Per l’occasione di questo Means Of Escape, disco n° 11, Bryant ha deciso di tornare a prodursi in proprio, si è cercato un bravo ingegnere del suono e poi ha spedito i nastri per il mixaggio a Eddie Spear (uno che ha lavorato con Brandi Carlile, Anderson East, Old Crow Medicine Show, Chris Stapleton), ed infine il tutto è stato masterizzato agli Abbey Road Studios di Londra.

L’album poi è stato registrato praticamente in presa diretta : il risultato è uno dei suoi migliori dischi in assoluto, e tra le migliori uscite dell’anno in ambito blues e dintorni. Un CD che ricorda molto le pubblicazioni recenti del suo amico e mentore Walter Trout: voce vissuta, grintosa e dolente a tratti, la sua fedele Fender Stratocaster spesso e volentieri in azione in modo splendido, ora roboante e potente come nell’iniziale Tired Of Trying, ispirata proprio dall’amico Walter, e dove ci sono chiari rimandi anche all’amato Jimi Hendrix, con fiumi di note che escono dalla solista e una sezione ritmica cadenzata e veemente che ben lo asseconda, ora lancinante e più “classica https://www.youtube.com/watch?v=S52T_tWqTN4 ”, come nello splendido slow blues con fiati e piano e organo di una intensa Too Far Gone, dove la chitarra si libra lirica grazie ad un timbro “grasso” e corposo.. La title track con un testo per certi versi autobiografico, per essere sinceri ricorda alquanto il celebre riff e la melodia di All Along The Watchtower, ma si poteva scegliere peggio, visto che poi il risultato è veramente coinvolgente e trascinante, con l’organo di Stevie Watts ancora a spalleggiare con classe la solista di Bryant che volteggia inarrestabile; Nine Lives è un altro brano energico, dalle parti del Texas blues di Stevie Ray Vaughan, con l’organo Hammond di Watts nella parte che fu di Reese Wynans https://www.youtube.com/watch?v=0wxp-88nMg0 .

Skin And Bone è un ricordo accorato e sentito della figura del padre, morto nel 2018 dopo una lunga malattia, “Pelle e ossa” descrive in modo crudo ma efficace la situazione che si trova ad affrontare chi deve assistere una persona cara che ci sta lasciando (e che personalmente comprendo), solo voce, chitarra acustica e alcuni “tocchi” laceranti della elettrica, ma tanta partecipazione emotiva; in Warning Signs (In Her Eyes) tornano i fiati per un’altra cavalcata nel blues elettrico che profuma e ricorda lo stile del Muddy Waters degli anni d’oro, non un brano specifico ma tanti rimandi alle riletture delle band del British Blues. Where The River Ends l’aveva già incisa per il suo secondo album del 2003 Shadows Passed, ma non era rimasto soddisfatto del risultato, la nuova versione di questa ballata in effetti centra il suo scopo che è quello di ricordare la scomparsa della figlia di un vecchio amico, con la chitarra che convoglia disperazione ed intense emozioni in un assolo di rara bellezza https://www.youtube.com/watch?v=A2bQt_4adGM  .Hurting Time ci presenta il suo debutto discografico alla slide, un altro blues fiatistico dove le 12 battute classiche sono protagoniste assolute, e per chiudere un album eccellente ecco Mya, un’ulteriore ballata, questa volta strumentale, incentrata sull’uso di piano elettrico e organo su cui si innesta una ennesima dimostrazione della tecnica e del feeling di questo superbo chitarrista che rilascia un lunghissimo e torrenziale assolo veramente “da urlo”.

Bruno Conti

Tornano Le Ragazze Scatenate Del Blues Caravan 2019 – Katarina Pejak, Ina Forsman, Ally Venable

blues caravan 2019 Katarina Pejak, Ina Forsman, Ally Venable

Katarina Pejak, Ina Forsman, Ally Venable  – Blues Caravan 2019 – CD+DVD Ruf Records

La “carovana del blues” della Ruf è una tradizione annuale che si perpetua ormai dal lontano 2005: ogni anno l’etichetta tedesca raduna tre artisti diversi scelti dal proprio roster e li spedisce on the road in tour, per rinverdire e riproporre quelle che sul finire anni ’60, primi ’70 si chiamavano soul revue. Fatte le debite proporzioni, e su scala molto più ridotta, pensate al Joe Cocker di Mad Dog, Ike & Tina Turner, o le stesse sortite degli artisti Stax in Europa, giusto per dare una idea. Poi la Ruf sceglie una data della tournée, di solito in Germania (in questo caso siamo al Café Hahn di Coblenza il 15 febbraio del 2019) e la registra e la filma per pubblicare poi una confezione CD + DVD, che riporta quanto è avvenuto in quella specifica serata. Nelle edizioni  passate di solito non c’era molta differenza tra  audio e video, un paio di brani, ma questa volta il DVD ha ben otto tracce in più rispetto al CD. Per chi recensisce invece, avendo a disposizione la versione “povera” audio, ci si accontenta: le protagoniste del Blues Caravan 2019 sono tre giovani ed avvenenti donzelle, la cantante finlandese Ina Forsman, forse la più talentuosa del terzetto, in possesso di una voce notevole e con due eccellenti album per la Ruf, specie il primo omonimo del 2016, lo stesso anno in cui aveva già partecipato al Blues Caravan https://discoclub.myblog.it/2017/03/05/ancora-una-volta-lunione-fa-la-forza-ina-forsman-tasha-taylor-layla-zoe-blues-caravan-2016-blue-sisters-in-concert/ , la serba Katarina Pejak , che suona anche le tastiere oltre a cantare, e la texana Ally Venable, la più giovane con i suoi 20 anni, che è anche la chitarrista.

Completano la formazione il bassista Roger Inniss e il batterista della Venable Elijah Owings. Le varie musiciste si alternano alla guida e al canto con tre canzoni a testa (cinque nel DVD) e poi uniscono le forze in alcuni brani: il tutto, al solito, è molto piacevole e ben suonato. L’iniziale e corale They Say I’m Different mette subito in luce la voce potente della Forsman in un brano blues con ampie venature R&B e soui, con la chitarra della Venable che inchioda un assolo veramente pungente, e le altre due che “rispondono” ad Ina in un call and response di buona fattura ,con citazioni all’interno del branodi Muddy Waters, Nina Simone, Stevie Ray Vaughan, Aretha Franklin, Ray Charles e Jimi Hendrix; She’s Coming After You cantata dalla Pejak mette in mostra il suo stile più raffinato e jazzato, poi ribadito in Roads That Cross la dolce e ammiccante title track del suo debutto per la Ruf, brani che evidenziano anche il suo talento di pianista, unito a d una voce piacevole ma non dirompente come quella della Forsman. Turtle Blues è una cover pianistica del celebre brano di Janis Joplin, mentre con Texas Honey parte la sezione del concerto dedicata a Ally Venable, la più rockeggiante del trio nel proprio approccio, anche lei voce non memorabile ma ottimo talento chitarristico, come conferma in una serie di assoli fiammeggianti, anche nel boogie tiratissimo di Nowhere To Hide dove va di slide alla grande https://www.youtube.com/watch?v=ZIethtLDlxQ , oppure nella gagliarda Broken dove la Pejak offre un ottimo supporto all’organo.

Poi tocca alla Forsman con una sinuosa All Good, un brano errebì con qualche rimando anche a Amy Winehouse, e a seguire un intenso blues lento come Miss Mistreated, ancora con l’organo insinuante della Pejak che supporta la voce potente della cantante finlandese, che conclude la sua porzione con la mossa e brillante Genius. La parte corale prevede una bella versione di Love Me Like A Man, un bellissimo blues scritto da Chris Smither, ancora con la slide in evidenza https://www.youtube.com/watch?v=4QNPB87Nsks , I’m A Good Woman un gagliardo brano soul di Barbara Lynn, una divertente e coinvolgente Sixteen Tons di Merle Travis e una brillante versione di The House Is Rockin’ di Stevie Ray Vaughan, rallentata ad arte nella prima parte e poi con finale a tutta velocità con le tre ragazze scatenate.

Bruno Conti

Viene Dalla Louisiana, Ma Per L’Occasione Si Cimenta Con Dell’Ottimo Power Trio Rock-Blues. Jeff Chaz – No Paint

jeff chaz no paint

Jeff Chaz – No Paint – JCP Records

Jeff Chaz nasce una cinquantina di anni fa in quel di Lake Charles, Louisiana e poi vive i primi anni della sua vita nella piccola cittadina di Creole, dove leggenda metropolitana vuole (o forse è la verità) che  il padre che faceva il medico, per spostarsi  per visitare i suoi pazienti usasse una piroga e si facesse spesso pagare in natura, con anatre e altri prodotti commestibili. Già la provenienza da quella zona, ricca humus per la musica di qualità, ce lo fa apprezzare, se poi aggiungiamo che, passando anche per la California, la sua gavetta l’ha svolta a Memphis, tra Beale Street e le vie limitrofe, per poi tornare in Louisiana dove si è guadagnato l’appellativo di Bourbon Street Bluesman, lo apprezziamo ancora di più. Il nostro amico è un chitarrista, ma in passato si è adattato a suonare tromba e trombone pur di poter far parte della band di Albert King e ha collaborato anche con Jerry Lee Lewis e Cab Calloway,, creando le basi per la sua musica che partendo dal blues, si arricchisce di elementi soul e del cosiddetto New Orleans Gumbo, per poter infine approdare a quello stile in power trio elettrico che caratterizza il nuovo No Paint, pubblicato dalla JCP (che non sta per Jeff Chaz Production ma per Just Cleveland’s Past), la propria etichetta personale presso la quale erano già usciti sette album che avevano in passato incorporato anche soul fiatistico e piccole derive jazz.

Per l’occasione, come detto, si è dedicato al blues in trio, con l’aiuto di Augie Joachim al basso e Ric Jones alla batteria, che sotto la produzione dello stesso Jeff al Radionic Studio di Jefferson, sempre in Louisiana, hanno registrato le 10 tracce di questo No Paint. La voce ha alcuni elementi negroidi temprati nel sound della soul music scuola Stax, come dimostra subito l’iniziale Turn Back The Hands Of Time, una cover di un brano di Tyrone Davis, con un suono “strano”  e secco dove la chitarra pungente di Chaz è comunque molto presente https://www.youtube.com/watch?v=GnvwHIDzs1wThe Stars Are Out è il classico blues lento e tirato, dall’andatura cadenzata, con Jeff che tenta alcuni arditi falsetti prima di lasciare spazio ad un eccellente assolo dove dimostra tutta la sua perizia tecnica nel lavoro di vibrati e timbrica della solista, addirittura con qualche richiamo zappiano, mentre We Ain’t Shackin’ No More è un ritmato shuffle ancora tra blues e R&B, con la fluidissima chitarra sempre in evidenza. You Gotta Show Me  è un veloce e brillante Chicago blues dal ritmo incalzante sempre giocato sulle continue folate della solista; Lowdown Dirty Blues mette le cose in chiaro fin dal titolo, un lento intenso e tirato, con la solista in modalità libera, quasi alla Roy Buchanan, e la voce vibrante.

Life Is Like Coffee è un brano più mosso, un rock-blues con retrogusti sudisti di ottimo impatto, con Blues Buffet che sembra un Texas blues di quelli prediletti da Stevie Ray Vaughan, con la chitarra ancora in grado di impazzare alla grande. Little Sips è in chiara modalità power trio, un brano dove spunta anche qualche elemento hendrixiano e il nostro che è sempre impegnato a fondo a strapazzare la sua solista, in grado di proporre un lavoro di grande veemenza emozionale https://www.youtube.com/watch?v=R14fSzRu_Ao , prima di tornare al blues lento di una travolgente She’s The Sweeetest Thing, che come altri brani di questo CD dimostra che la lezione imparata nei lunghi anni con Albert King non è stata dimenticata dal chitarrista della Louisiana, al limite integrata appunto con sonorità tra Buchanan e SRV. In chiusura Deet Deet Deet, uno strumentale preso a velocità supersoniche che dimostra ancora una volta la grande perizia tecnica di questo musicista, che per l’occasione ha accantonato quasi del tutto le sonorità della sua Louisiana a favore di un suono più sanguigno e sporco. Molto bravo però.

Bruno Conti