Di Nuovo Questa Splendida Settantenne Che Non Ha Ancora Finito Di Stupire! Marianne Faithfull – Negative Capability

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Marianne Faithfull – Negative Capability – Panta Rei/BMG CD

Quando tutti pensavamo che Marianne Faithfull avesse toccato uno dei vertici della sua carriera con il bellissimo Give My Love To London del 2014 https://discoclub.myblog.it/2014/10/07/tante-vite-vissute-50-anni-carriera-marianne-faithfull-give-my-love-to-london/ , non avremmo mai immaginato che la bionda chanteuse britannica, ex musa di Mick Jagger e Keith Richards, avesse nelle corde un album ancora più bello: Negative Capability, il nuovissimo lavoro della Faithfull, è infatti un disco strepitoso, uno dei migliori della sua lunga carriera, e potrebbe addirittura gareggiare per prendersi il gradino più alto del podio. Marianne ha avuto una vita intensa, e più volte è risorta dagli inferi nei quali l’avevano portata esperienze di droga e alcool che ne avevano fatta quasi una “signora maledetta” del panorama rock. Dopo il pop-rock degli anni sessanta, la Faithfull è artisticamente rinata una prima volta con il famoso Broken English del 1979, e definitivamente con lo splendido Strange Weather del 1987 (bissato tre anni dopo dal grande live album Blazing Away).

Da Vagabond Ways (1999) in poi, Marianne non ha più sbagliato un colpo, producendo lavori bellissimi e collaborando spesso con artisti di molti decenni più giovani di lei, celebrando infine i cinquanta anni di carriera nel 2016 con il CD e DVD dal vivo No Exit https://discoclub.myblog.it/2016/10/06/unaltra-splendida-quasi-settantenne-marianne-faithfull-exit/ , in cui la nostra dimostrava, nonostante gli acciacchi fisici (da tempo si muove con l’aiuto di un bastone), di avere ancora una forza interpretativa da paura. Ora, alla vigilia dei 72 anni, Marianne ci consegna quello che può essere definito senza mezze misure un mezzo capolavoro: Negative Capability è infatti un album straordinario, pieno di ballate cupe, dense e profonde, cantate con una voce che più passano gli anni e più mette i brividi, e prodotto in maniera moderna (ma con sonorità classiche) da un trio formato da Head, Rob Ellis (entrambi conosciuti per le loro collaborazioni con PJ Harvey) ed il braccio destro di Nick Cave nei Bad Seeds, Warren Ellis (nessuna parentela con Rob). Ed i due Ellis sono coinvolti anche come musicisti ed autori di alcuni brani, insieme allo stesso Cave, al cantautore Ed Harcourt ed al chitarrista Rob McVey, ex leader della indie band britannica Longview. Poche note del brano di apertura, Misunderstanding, ed abbiamo già un assaggio di cosa ci aspetta, un pezzo struggente, reso ancora più emozionante dalla viola di Ellis (Warren) e dalla voce fragile, quasi spezzata, di Marianne, una voce che non si preoccupa di dimostrare tutti gli anni che ha.

The Gypsy Faerie Queen (scritta con Cave) è un brano di un’intensità incredibile, lentissimo, guidato da piano e viola e con un’apertura melodica strepitosa nel ritornello, in cui Nick si unisce vocalmente alla Faithfull: una canzone magnifica, tra le più belle ascoltate quest’anno. As Tears Go By era stata scritta dai Rolling Stones proprio per Marianne, che nel corso degli anni l’ha ripresa più volte, ma è sempre un piacere immenso ascoltarla, anzi forse questa versione con violino, un toccante pianoforte ed una leggera percussione è quella definitiva. In My Own Particular Way è più strumentata (anche se sempre lenta), ma ha un incedere maestoso ed un motivo di quelli che se non vi emozionate avete qualche problema: splendida anche questa; Born To Live è basata su un piano cantilenante e sulla voce nuda e cruda della Faithfull, atmosfera tesa appena stemperata da un flauto (sempre l’Ellis australiano), mentre Witches Song è più cadenzata anche se mantiene una certa cupezza di fondo (inevitabile con il timbro di voce della bionda cantante di Londra), e ricorda vagamente il mood del precedente album, Give My Love To London. Nei bonus video del live No Exit c’era una rilettura del classico di Bob Dylan It’s All Over Now, Baby Blue, e qui viene pubblicata in una nuova versione di studio: versione splendida, rallentata rispetto all’originale di Bob, cantata con voce più forte del solito ed un arrangiamento elettroacustico che profuma di anni sessanta.

They Come At Night, scritta insieme a Mark Lanegan, è la più mossa finora, ma ha anche un’atmosfera vagamente minacciosa ed un arrangiamento moderno comunque perfetto per lo stile “mitteleuropeo” di Marianne (ed il testo agghiacciante va di pari passo con la musica); si torna ad un clima più tranquillo con la pianistica Don’t Go, altro brano di notevole intensità e cantato con un trasporto ed una sincerità disarmanti. Il CD si chiude con No Moon In Paris, tra le più belle del lavoro, una stupenda ballata dal tono ancora struggente ed un accompagnamento scarno ma perfetto, a base di piano, viola e due reperti quasi archeologici come harmonium e glockenspiel. Esiste anche una edizione deluxe con tre brani in più (ed una bella confezione a guisa di libro con copertina dura), il primo dei quali è la terza ed ultima cover del lavoro, cioè Loneliest Person dei Pretty Things, bella canzone e rilettura tanto per cambiare di straordinario impatto emotivo, cantata con voce meno fragile del solito ed Ellis strepitoso al violino. Chiudono definitivamente una No Moon In Paris più corta della precedente ed una versione alternata di They Come At Night, più rock di quella sentita poc’anzi ma sullo stesso egregio livello qualitativo.

Un album dunque davvero magnifico questo Negative Capability, in grado di scombussolare le classifiche dei migliori dischi dell’anno.

Marco Verdi

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 4. Un Album Leggendario…Minuto Per Minuto! Bob Dylan – More Blood, More Tracks – Parte 2: Il Box.

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Ecco quindi la seconda parte del mio post dedicato al quattordicesimo episodio delle Bootleg Series di Bob Dylan, box che riassume le sessions complete di New York (dal 16 al 19 Settembre 1974) e quel poco che è rimasto di quelle di Minneapolis (27 e 30 Dicembre), riguardanti il capolavoro Blood On The Tracks (ebbene sì, un disco di questa portata è stato inciso in appena sei giorni!).

CD1: undici brani con il solo Dylan presente, voce, chitarra ed armonica, come se si trattasse di una serie di demo. Si parte con due versioni della struggente If You See Her, Say Hello (la Girl From The North Country di Sara?), entrambe già splendide seppur diverse nella tonalità vocale, con Bob che canta con un’intensità da brividi; seguono tre takes di You’re A Big Girl Now, tutte estremamente rilassate e con il nostro che sillaba le parole con grande chiarezza (splendida la prima, al punto che alla fine sentiamo Ramone esclamare “Great song!”). Poi abbiamo due prime versioni di Simple Twist Of Fate, già bellissima e superbamente eseguita, e due prove di Up To Me (una delle quali appena accennata), un brano che non verrà messo sul disco originale in favore della musicalmente simile Shelter From The Storm. La chicca del primo CD sono però le due performances che lo chiudono, cioè le uniche due letture incise a New York di Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts, un pezzo da sempre legato alle sessions di Minneapolis con la band, ma che anche in solitaria è di una bellezza radiosa (specie la seconda versione, completa e con un verso in più rispetto a quella nota): una vera sorpresa.

CD2: per certi versi il dischetto più interessante del box, dato che viene documentata la sfortunata session di Bob con i Deliverance, che ci fa intuire come avrebbe potuto essere il disco se solo si fosse accesa la scintilla. Si inizia con tre diverse Simple Twist Of Fate, ed almeno la prima è davvero splendida, una grande ballata vista da una prospettiva inedita, con un delizioso interplay tra chitarre ed organo, ed una sezione ritmica discreta ma impeccabile: tra gli highlights assoluti del box (mentre le due che seguono non hanno la stessa intensità). Poi troviamo due versioni di Call Letter Blues (tra cui quella finita sul primo Bootleg Series) ed una di Meet Me In The Morning (la take finita sul disco originale, ma qui più lunga e con un verso in più), in pratica lo stesso blues con parole diverse, entrambi ispirati da 32-20 Blues di Robert Johnson, ma soprattutto cinque takes consecutive, solo Dylan con Brown al basso, della straordinaria Idiot Wind, uno dei testi più caustici di Bob e forse il brano più bello di queste sessions: sinceramente non saprei quale versione scegliere, il pathos si tocca quasi con mano, pur essendo il nostro più rilassato e meno “arrabbiato” che nella rilettura di Minneapolis. Alla fine del CD abbiamo ben nove takes di You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, affrontate da Dylan e band con spirito country-rock: ci sono prove, interruzioni e versioni finite, ma la sensazione chiara e lampante è quella di un gruppo che fatica ad adattarsi all’approccio informale del leader, ed infatti saranno le ultime incisioni full band di New York.

CD3: Weissberg ed i suoi se ne sono andati, e questo dischetto vede presenti solo chitarra, basso, piano, organo e talvolta la steel. Fanno qui il loro esordio due dei brani più popolari di Blood On The Tracks, cioè Tangled Up In Blue e Shelter From The Storm, con quattro versioni a testa: la take 1 di Tangled, molto più lenta di quella conosciuta, è bellissima e struggente, quasi una folk ballad, mentre le varie Shelter sono tutte magnifiche (e fra di esse ci sono quella originale e quella finita nel film Jerry MaGuire, ma qui con piano e basso in più). Detto di un paio di prime versioni di Buckets Of Rain, di un ottimo remake di You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, di una ripresa non troppo convinta di Call Letter Blues e di due eccellenti You’re A Big Girl Now (compresa quella finita su Biograph, meglio a mio giudizio di quella scelta per il disco uscito nel 1975, grazie anche alla languida steel di Cage), la sorpresa del CD è una rilettura del traditional Spanish Is The Loving Tongue per voce, chitarra, basso e pianoforte. Bob doveva amare particolarmente questa canzone, dato che nel periodo dal 1967 al 1975 l’aveva incisa almeno quattro volte: questa è forse la migliore di tutte, ma capisco che c’entrasse poco con il resto del disco e quindi è stata lasciata fuori a ragion veduta.

CD4: qui la parte del leone la fa Buckets Of Rain, con ben dieci tracce su venti totali (di cui quattro con il solo Bob, le uniche takes del 18/9), un brano considerato minore ma comunque diretto e godibile, e con Dylan ottimo anche alla chitarra: le performances migliori sono la seconda da solo, calda ed appassionata, e la quarta con Brown al basso, che poi è quella finita sull’album definitivo. Da segnalare una You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go più lenta ma non meno bella, la If You See Her, Say Hello del test pressing, davvero splendida (tra le più belle del cofanetto), due Meet Me In The Morning molto spontanee e con Bob che suona con piglio da vero bluesman, e cinque diverse Up To Me, una canzone che più la sento e più penso che doveva essere pubblicata. CD5: questo dischetto offre una panoramica abbastanza varia con sei diversi brani, tra cui il “ritorno” di Idiot Wind e Simple Twist Of Fate. Non ci sono molte takes complete, e quelle presenti sono in gran parte già note (la take 4 di Idiot Wind, già sul primo Bootleg Series, è presente due volte, con e senza overdub di organo), ma quella che da sola vale il CD è una Simple Twist Of Fate intima e quasi sussurrata, appena prima di quella definitiva. Ci sono anche due curiosità interessanti: una Tangled Up In Blue interrotta perché Dylan sbaglia le parole e se la prende con sé stesso, e soprattutto un momento in cui sentiamo dalla consolle la voce di Mick Jagger (che era passato a salutare Bob dallo studio attiguo) che consiglia al nostro di suonare Meet Me In The Morning con la slide acustica, ottenendo prima un cortese ma secco rifiuto (“No, I don’t play slide”) e poi fornendo una breve dimostrazione di una tecnica non proprio impeccabile, che costringe Jagger a dare ragione a Dylan.

CD6: il dischetto più breve, solo otto canzoni. Le prime tre sono anche le ultime registrate a New York, ma c’è comunque il tempo per quella che è forse la migliore Tangled Up In Blue di tutte, mentre, come ho già detto, vengono riproposte le cinque takes incise a Minneapolis e finite poi sul disco ufficiale, ma completamente remixate e leggermente rallentate (all’epoca era infatti pratica comune accelerare di poco il nastro), con il risultato di avere un suono più profondo e nitido (cosa evidente in particolare con Idiot Wind). E’ incredibile notare inoltre la differenza di approccio di Bob rispetto ad appena tre mesi prima: se a New York era rilassato, pacato e quasi malinconico, qui il nostro affronta i brani con un piglio fiero ed appassionato, molto simile a quello poi adottato nella tournée con la Rolling Thunder Revue e sull’album Desire. Quindi un altro capitolo delle Bootleg Series imperdibile da parte di Bob Dylan (ma ce ne sono di “perdibili”?), che ci porta veramente all’interno del suo disco più intimo e personale: se Bruno, al momento dell’annuncio su questo blog aveva avuto qualche dubbio, mi sento in tutta serenità di fugarlo.

Marco Verdi

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 4. Un Album Leggendario…Minuto Per Minuto! Bob Dylan – More Blood, More Tracks – Parte 1: La Storia Del Disco Originale.

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Bob Dylan – More Blood, More Tracks: The Bootleg Series Vol. 15 – Legacy/Sony CD – 2LP – Deluxe 6CD Box Set

A quasi un anno esatto dallo splendido Trouble No More https://discoclub.myblog.it/2017/12/02/supplemento-del-sabato-lapoteosi-del-dylan-performer-bob-dylan-trouble-no-more-the-bootleg-series-vol-131979-1981-parte-i/ , che prendeva in esame il periodo “mistico” dal 1979 al 1981 https://discoclub.myblog.it/2017/12/03/supplemento-della-domenica-lapoteosi-del-dylan-performer-bob-dylan-trouble-no-more-the-bootleg-series-vol-131979-1981-parte-ii/ , ecco il quindicesimo volume delle Bootleg Series di Bob Dylan, il cui titolo, More Blood, More Tracks, ci fa capire di essere incentrato sulle sessions di uno dei suoi album per il quale la parola “leggendario” non è usata a sproposito, cioè appunto Blood On The Tracks (inizialmente sembrava dovesse essere l’undicesimo episodio della serie, poi è stato accantonato per, nell’ordine, i Basement Tapes, il bienno 1965-1966 ed appunto il box religioso dello scorso anno). Blood On The Tracks è all’unanimità considerato uno dei migliori dischi di sempre di Dylan, per alcuni il più bello in assoluto, e comunque quasi mai fuori dalle Top Three dei lavori del nostro, un album che a distanza di quasi 44 anni dalla pubblicazione (è uscito infatti nel Gennaio del 1975) non ha perso un’oncia della sua bellezza, e suona ancora attuale come se fosse stato inciso da poco tempo. Un disco pieno di canzoni amare, dolorose, in certi momenti drammatiche, ispirate a Bob tra le altre cose dal progressivo disfacimento del suo matrimonio con Sara Nozinsky (più conosciuta come Sara Lownds, che però era il cognome del primo marito).

Dylan proverà senza troppa convinzione a smentire queste illazioni, sostenendo che i testi erano stati ispirati dai racconti di Cechov, ma verrà clamorosamente sbugiardato in seguito dal figlio Jakob (proprio il leader dei Wallflowers), che dirà di non riuscire ad ascoltare questo disco, in quanto ogni volta gli sembra di sentire i suoi genitori che litigano. E d’altronde c’è poco da smentire: canzoni come You’re A Big Girl Now, Idiot Wind, If You See Her, Say Hello, Simple Twist Of Fate, pur prestandosi a diverse chiavi di lettura come molti brani di Dylan, hanno dei riferimenti chiaramente autobiografici (così come You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, che però parrebbe dedicata ad Ellen Bernstein, una executive della Columbia che in quel periodo si vocifera avesse una relazione con Bob). Anche la genesi dell’album ha una storia piuttosto tribolata: Dylan inizialmente aveva pensato ad un disco più rock, ed aveva chiamato Mike Bloomfield per suonargli le canzoni e proporgli la collaborazione, ma il grande chitarrista non aveva trovato spazi dove avrebbe potuto dire la sua musicalmente parlando, ed aveva quindi declinato l’offerta. A questo punto Bob ripiegherà su un sound più acustico, entrando in studio a New York nel Settembre del 1974 insieme al noto tecnico del suono e produttore Phil Ramone, e con il chitarrista e banjoista Eric Weissberg (reduce dal grande successo di Dueling Banjos, dalla colonna sonora del film Deliverance, cioè Un Tranquillo Weekend Di Paura) e la sua band, appunto i Deliverance.

Ma anche qui l’alchimia con Bob non scatterà, e dopo un solo giorno di prove Weissberg e i suoi lasceranno lo studio (solo un brano finirà sul disco originale, Meet Me In The Morning), ma Dylan richiamerà dal gruppo il bassista Tony Brown, che suonerà praticamente durante tutte le sessions, e lo steel guitarist Buddy Cage, ai quali si aggiungerà l’organista Paul Griffin (già con Bob sia in Bringing It All Back Home che in Highway 61 Revisited), ed il quartetto porterà al termine le incisioni dando quindi all’album un sapore decisamente più intimista rispetto alle intenzioni originarie. La Columbia a questo punto preparò un test pressing del disco da mandare alle radio in tempo per la pubblicazione entro Natale, che Bob fece ascoltare al fratello David Zimmerman (unico momento in cui questo personaggio comparirà nella biografia dylaniana), il quale lo convinse a rimetterci le mani, dato che a suo parere il suono era troppo monocorde e cupo, e così com’era il disco avrebbe generato vendite troppo basse. Bob accettò il consiglio (e questo la dice lunga sulle incertezze e sullo scarso spirito critico che il nostro ha sempre avuto nei confronti del proprio materiale, basti vedere cosa accadrà nel 1983 con Infidels, un bel disco che però, con i brani che sono stati lasciati fuori, poteva diventare un altro capolavoro, ed anche in parte con Oh, Mercy), ed in Dicembre entrò negli studi Sound 80 di Minneapolis, in Minnesota, con un gruppo di musicisti sconosciuti reclutati dal fratello David (!), e con i quali incise ex novo cinque brani del disco, che a questo punto uscì a Gennaio dell’anno seguente in versione “ibrida”, metà registrato a New York e metà a Minneapolis.

Nel corso degli anni qualche inedito delle sessions della Grande Mela è stato pubblicato ufficialmente, prima sul cofanetto Biograph (You’re A Big Girl Now e l’inedito Up To Me), sul primo volume delle Bootleg Series (Tangled Up In Blue, Idiot Wind, If You See Her, Say Hello e l’inedito Call Letter Blues), una versione alternata ma praticamente identica all’originale di Shelter From The Storm sulla colonna sonora di Jerry MaGuire, ed un’altra take di Meet Me In The Morning come lato B del singolo Duquesne Whistle del 2012. Ora le sessions complete di New York (con in aggiunta le cinque canzoni di Minneapolis che finiranno sul Blood On The Tracks originale, purtroppo sembra che non sia sopravvissuto altro dalle incisioni in Minnesota) entrano a far parte, in ordine rigorosamente cronologico, di questo splendido box di 6CD, che ha avuto quindi lo stesso criterio di compilazione di The Cutting Edge (che però era basato su tre album distinti), cioè documentare ogni nota registrata per un album considerato giustamente epocale, non solo composto da grandi canzoni, ma con un Dylan in stato di grazia anche dal punto di vista delle interpretazioni, eseguite con una voce forte e senza sbavature ed un feeling da pelle d’oca.

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Alcuni fans non approvano questo modo di rivisitare i dischi storici, in quanto sostengono che pubblicare tutto quello che è stato documentato tolga quella patina di mistero e di immortalità, ma la maggior parte degli estimatori del nostro (me compreso) andranno in brodo di giuggiole. Il box esce nel solito elegante formato utilizzato ultimamente per questa serie, con due splendidi libri in cartone duro ricchi di foto inedite, un saggio scritto dal noto giornalista Jeff Slate e, fiore all’occhiello dell’operazione dal punto di vista grafico, la riproduzione del notebook originale di 57 pagine con i testi e le annotazioni scritti da Bob di suo pugno (al cui interno trovano spazio testi di canzoni che, per quanto ne sappiamo, non sono mai state messe in musica, come Don’t Want No Married Woman, There Ain’t Gonna Be Any Next Time, It’s Breakin’ Me Up e Where Do You Turn). Esiste anche una versione su CD singolo, o doppio LP (primo caso nella storia delle Bootleg Series, di solito l’edizione “povera” è doppia), con i dieci brani del disco originale in versione inedita, più una take alternata di Up To Me. Ma a noi chiaramente interessa il box sestuplo, e nella seconda parte di questo post analizzerò i brani salienti, che non sono pochi.

Marco Verdi

Sono Passati Più Di 30 Anni Ma Non Ha(nno) Dimenticato Come Si Fa Buona Musica. Textones – Old Stone Gang

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Textones – Old Stone Gang – Blue Elan Records

Le reunion non sono una cosa infrequente nel mondo del rock, anzi è vero il contrario, però il caso dei Textones mi pare decisamente diverso: più di 30 anni dall’ultimo album Cedar Creek non sono un lasso di tempo indifferente. Risolti i problemi finanziari, logistici, famigliari del passato, dopo i primi incontri del 2012, comunque poi ci sono voluti sei anni per arrivare a Old Stone Gang, il nuovo album che esce per la Blue Elan. Nuovo disco dei Textones che diciamolo subito è bello. Non un capolavoro, ma un solido lavoro di Americana, di cui il gruppo californiano è stato tra i precursori, power pop elegante ed energico, country e roots rock, favorito anche dal fatto di avere una cantante che ha una delle più belle voci del rock americano, assolutamente non toccata dallo scorrere del tempo, calda, espressiva, una sorta di incrocio tra Chrissie Hynde, la Carly Simon della maturità e Sheryl Crow, che secondo me tanto le deve. Carla Olson in effetti negli ultimi anni è stata più impegnata come produttrice, per esempio nel recente Barry Goldberg (che ai tempi aveva prodotto, nel 1984, il primo disco dei TextonesMidnight Mission https://www.youtube.com/watch?v=zBmHgDhgWqo ), che con dischi propri.

Si diceva che il disco è molto piacevole, la chimica tra i vari membri funziona ancora, in effetti non si erano lasciati per dissapori tra loro. Manca  Phil Seymour, uno dei fondatori della band, morto nel 1993, di cui è stato recuperato anche un vecchio brano sotto forma di demo, completato da Carla Olson e George Callins, il chitarrista e co-leader del gruppo, si tratta di One Half Rock ed illustra bene lo stile gagliardo ed esuberante dei Textones, un pezzo che parte da un riff a metà strada tra Chuck Berry e Stones, su cui si innestano il sax di Tom Morgan Jr., il basso di Joe Read, che nel disco suona pure dulcimer, slide, mandolino e fisarmonica, e la batteria di Rick Hemmert, oltre al piano dell’ospite Barry Goldberg e la voce aggiunta di Todd Wolfe. Rock vecchia scuola anche nell’iniziale Downhearted Town dove il  sound classico vibra con una classe senza tempo, energia pura, belle melodie, armonie vocali essenziali, una pulizia di suono unita ad una grinta invidiabile, e che voce; ripeto, nulla di nuovo, ma come lo fanno bene, con il sax di Morgan che ricorda molto Clarence Clemons, ancor di più nella ballata springsteeniana 20 Miles South Of Wrong, dove troviamo anche Allan Clarke degli Hollies all’armonica, e la pedal steel sognante di Rusty Young che aggiunge un sapore vagamente country alle procedure. Anche la title track Old Stone Gang rocca e rolla di gusto a tutto riff, con Callins particolarmente ispirato e  ben sostenuto dal sax di Morgan, mentre Bared My Soul è una di quelle ballate mid-tempo arrangiate con gran gusto, sempre con la calda e vissuta voce di Carla che evidenzia quel timbro vocale maturo che tanto mi ha ricordato Carly Simon https://www.youtube.com/watch?v=eTnL5PE-HgI .

All That Wasted Time, nuovamente gagliarda e springsteeniana, con Goldberg che fa Bittan e Morgan nei panni di Clemons sarà pure derivativa ma è sempre tanto piacevole. Midnight Roundabout di Joe Read, è una sorta di ballata blues notturna e malinconica, mentre Ghost On A River pigia di nuovo il pedale del rock sano e portatore di buoni principi, con Come Stay The Night che ricorda certo jingle-jangle power pop che era tanto caro a Seymour https://www.youtube.com/watch?v=Y_KrZOQDHAEFor Carly Jo nelle intenzioni di Carla doveva essere una specie di brano Appalachiano con dulcimer, fisarmonica ed acustica, poi l’aggiunta della chitarra backwards alla Yardbirds di Callins le ha dato uno spirito leggermente psichedelico, e in Walkin’ And Talkin’ torna pure una delle primissime incarnazioni dei Textones, con Kathy Valentine delle Go-Go’s alla chitarra, David Provost dei Dream Syndicate al basso, Markus Cuff alla batteria e Richard D-Andrea al sax, oltre alla pedal steel di Young,  il tutto suona stranamente dylaniano, ma forse non troppo visti i trascorsi della Olson con il vecchio Bob Dylan, che le aveva regalato un brano, Clean Cut Kid, in virtù della sua partecipazione al video di Sweetheart Like You https://www.youtube.com/watch?v=A2mE80miKdk. In conclusione troviamo Ride On , un’altra composizione di Joe Read, che per l’occasione se la canta, altro gradevole esempio dell’Americana sound senza tempo di ottima qualità che contraddistingue tutto l’album.

Bruno Conti

Bravo Come “Gregario”, Chiedere A Clapton Ed Altri, Meno Come Solista In Proprio. Doyle Bramhall II – Shades

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Doyle Bramhall II  – Shades – Mascot/Provogue

Concludevo la recensione del suo precedente album  Rich Man, uscito nel 2016 https://discoclub.myblog.it/2016/11/16/promosso-qualche-riserva-lamico-eric-doyle-bramhall-ii-rich-man/ , così: “Visti i suoi ritmi, ci risentiamo tra 15 anni per il prossimo”.! E invece mi sbagliavo, a soli due anni di distanza esce questo nuovo Shades: nuova etichetta, la Mascot/Provogue, ma a grandi linee stessi musicisti impiegati, Adam Minkoff polistrumentista,  impegnato anche con gli arrangiamenti degli archi, Chris Bruce al basso, e Abe Rounds e Carla Azar, alla batteria, che apparivano nello scorso CD , stessi ospiti, Eric Clapton, Tedeschi Trucks Band e Norah Jones, oltre ai compatrioti texani, i Greyhounds. E pure lo stile del disco è molto simile a quello che lo ha preceduto, in quanto Doyle Bramhall II ha questa passione insita per la musica nera, soul, R&B e funky, oltre agli immancabili blues e rock, non sempre coniugata con risultati eclatanti ed eccitanti, almeno a mio parere, spesso annacquata da arrangiamenti di tanto in tanto blandi, ballate melliflue e derive commerciali che rimandano allo stile di Prince e Lenny Kravitz. Anche se la chitarra del mancino texano ogni tanto ci ricorda perché il suo amico Clapton lo considera un eccellente chitarrista, si intuisce perché il nostro non ha mai sfondato come solista, vista la sua tendenza ad essere più un gregario, magari uno molto ricercato dai colleghi (sentire l’eccellente lavoro fatto nel disco di Amy Helm https://discoclub.myblog.it/2018/10/01/unaltra-rampolla-di-gran-classe-sempre-piu-degna-figlia-di-tanto-padre-amy-helm-this-too-shall-light/ ), a scapito della possibilità di avere nei propri dischi una musica più definita e meno sfuggente, che complessivamente anche in questo Shades, a parte qualche guizzo di classe, manca di una direzione sonora chiara.

Ovviamente siamo ben lungi dal dire che il disco sia brutto, anzi, si ascolta più che volentieri, chi ama il rock e il blues meticciati con la musica nera troverà motivo per apprezzarlo. Insomma soliti pregi e difetti che seguono Bramhall nella sua strada verso la musica mainstream, come l’amico Eric, che però ha ben altra consistenza, per cui accontentiamoci di quello che passa il convento. Shades spazia dal funky-rock atmosferico della iniziale Love And Pain, dove prevale il suono “lavorato” che Bramhall predilige, sia pure con inserti chitarristici sempre pungenti, ad una Hammer Ring più incalzante nei suoi  complessi ritmi rock, passando per la collaborazione con Eric Clapton in Everything You Need (nel cui video il nostro non si vede anche se aleggia la sua presenza), una morbida ballata dove si apprezza il lavoro delle due soliste, ma meno l’arrangiamento troppo appesantito da zuccherini strati di armonie vocali che spingono verso un soul radiofonico contemporaneo. London To Tokyo rimane su queste coordinate sonore, ma con arrangiamenti stratificati di archi fin troppo carichi e che quasi coprono anche le evoluzioni della solista.

Il duetto con Norah Jones, Searching For Love, come da copione, è una elegante e raffinata ballata pop, molto più vicina allo stile della cantante di New York che a quello di Bramhall, che comunque lavora di fino con la sua solista, quasi claptoniana per l’occasione. Decisamente più rock e vibrante la collaborazione con i Greyhounds in Live Forever,  brano dove tutti ci danno dentro di gusto e ci sono anche vaghi elementi psych che ricordano gli Spirit degli anni d’oro https://www.youtube.com/watch?v=QXFU6kgAHZM , mentre Break Apart To Mend è una intensa e sognante ballata pianistica di ottima fattura, quasi da cantautore classico, nobilitata da un lirico assolo di chitarra nella parte centrale.  Non male anche la blues ballad She’ll Come Aound e discreto il morbido soul proposto in The Night; non manca il consueto omaggio alla sua passione per la musica orientale con Parvanah, che però miscela questo sound con il solito morbido soul con risultati non memorabili, a parte gli spunti della solista.

Consciousness introduce  qualche elemento country-folk con risultati più apprezzabili, lasciando la conclusione a Going Going Gone, il pezzo forte dell’album, ripresa anche da Gregg Allman sull’ultimo Southern Blood https://discoclub.myblog.it/2017/09/07/il-vero-sudista-quasi-un-capolavoro-finale-gregg-allman-southern-blood/ . Si tratta proprio di una cover del sognante brano di Bob Dylan tratto da Planet Waves, in una bellissima versione suonata e cantata splendidamente con la Tedeschi Trucks Band, in un tripudio di fiati, voci e chitarre, tra la slide di Trucks e la solista di Bramhall, magari fosse stato così tutto l’album .

Bruno Conti

I Primi (Neanche Tanto Timidi) Passi Del Leone Di Detroit. Bob Seger & The Last Heard – Heavy Music

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Bob Seger & The Last Heard – Heavy Music: The Complete Cameo Recordings 1966-1967 – ABKCO CD

Proprio nei giorni in cui il grande Bob Seger annuncia che nel 2019 terrà il suo tour d’addio alle scene (ed ultimamente quando qualcuno dei nostri eroi fa certe affermazioni, data l’età, bisogna purtroppo cominciare a credergli) la ABKCO immette sul mercato questo Heavy Music, un CD che, come recita il sottotitolo, raduna tutti i brani incisi dal nostro in gioventù per la Cameo-Parkway, quando era il leader di un quartetto denominato The Last Heard. In quegli anni Seger era parecchio attivo nella scena musicale di Detroit, ma questa fu la prima band con la quale incise del materiale ufficiale, per la precisione cinque singoli (e nessun album), i quali ebbero qualche riscontro locale ma ben poca esposizione a livello nazionale. Questo CD raduna per la prima vota i lati A e B di quei 45 giri, ed anche se non ci sono inediti vorrei sfidare chiunque ad ammettere che possiede i dischi originali. Ma che Bob Seger abbiamo in queste incisioni?

Beh, se pensate di avere di fronte lo splendido musicista di album come Night Moves, Stranger In Town o Against The Wind è meglio che cambiate opinione: in Heavy Music il nostro è ancora piuttosto ingenuo, molto derivativo in alcuni momenti, ed indeciso su quale direzione prendere. Infatti queste dieci canzoni alternano rock’n’roll, rhythm’n’blues, soul, garage e perfino musica californiana alla Beach Boys, ma c’è da dire che la forza, la grinta e l’energia sono già quelle del rocker che impareremo a conoscere e ad amare in seguito: diciamo che se non avete nulla (o poco) del nostro non dovete cominciare da questa compilation, ma di sicuro se siete dei fans gli spunti interessanti non mancano di certo. Oltre a Seger, che suona chitarra, piano ed organo, i Last Heard sono formati da Carl Lagassa alla chitarra, Dan Honaker al basso e Pep Perrine alla batteria (tranne che sul primo singolo del 1966, dove il chitarrista era Doug Brown): va detto che la sezione ritmica di Honaker e Perrine è la stessa che Bob si porterà nei Bob Seger System. La title track è certamente il brano più popolare della raccolta, dato che Bob lo riproporrà saltuariamente anche con la Silver Bullet Band (era anche nel mitico Live Bullet), ed è un energico pezzo a metà tra rock ed errebi, molto influenzato dalle torride performance di Otis Redding: la voce già formata, unita ad un feeling massiccio e ad una grinta notevole nobilitano il pezzo.

East Side Story sembra invece una outtake dei Them (ha dei punti in comune con Gloria): ritmo sostenuto, organo tipicamente sixties ed una vocalità debordante; Chain Smokin’ è un pezzo cadenzato e decisamente annerito, con una chitarrina insinuante (ed anche qui Bob si scatena nel finale), mentre Persecution Smith è chiaramente dylaniana, ma con un’energia strumentale da garage band (ottima la chitarra): fa quasi tenerezza ascoltare Seger, cioè uno che in futuro diventerà un grande, tenere i piedi in così tante scarpe. L’orecchiabile Vagrant Winter ha una melodia pop ma è anch’essa suonata in maniera forsennata, quasi come se la backing band fossero i Sonics, Very Few è l’unica ballata del disco, un brano lento ed etereo guidato dal piano ma con Bob che non sembra esattamente a suo agio (nei settanta diventerà un signor balladeer, ma qui è quantomeno acerbo), mentre in Florida Time sembra di sentire i Beach Boys sotto steroidi (il motivo mi ricorda non poco quello di 409), un pezzo solare e gradevole, ancorché parecchio derivativo. Sock It To Me Santa è un singolo natalizio, con Bob che fa il verso a James Brown e rocca di brutto; chiudono il breve CD (25 minuti) la seconda parte di Heavy Music, non molto diversa dalla prima, ed una versione strumentale di East Side Story intitolata East Side Sound.

Nel biennio 1966-1967 Bob Seger aveva già dentro si sé i germogli del rocker che sarebbe diventato in seguito, ed Heavy Music, quantunque destinato prettamente ad un pubblico di estimatori e completisti, è un dischetto importante per comprendere appieno il suo personale percorso di crescita.

Marco Verdi

Prossime Uscite Autunnali 4. Bob Dylan – More Blood, More Tracks Bootleg Series Vol.14: Album Fantastico, Confezione Strepitosa, Il Contenuto Forse Un Po’ Meno. Esce Il 2 Novembre

bob dylan more blood more tracks

Bob Dylan – Bootleg Series Vol.14: More Blood, More Tracks – Columbia/Legacy Deluxe Edition 6 CD – 2 LP – 1 CD Standard – 02-11-2018

Si avvicina il Natale e si fa dunque quella stagione in cui viene annunciato il nuovo capitolo delle Bootleg Series di Bob Dylan. Siamo arrivati al volume 14 e il disco che viene trattato è uno di quelli epocali del nostro amico, Blood On The Tracks, l’album del 1975 che nel comune sentire rappresentava la fine tormentata della sua storia d’amore con Sara Lownds, attraverso una serie di dieci splendidi acquarelli. Ma essendo Bob anche Dylan, il nostro amico lo ha sempre smentito, anche nella sua autobiografia del 2004 Chronicles – Vol. 1, affermando che i testi dei brani erano stati ispirati dalla lettura dei racconti di Anton Cechov. Sarà, quello che è certo è che si tratta di uno dei dischi più belli in assoluto della sua discografia e quindi era molto atteso il trattamento Deluxe che sarebbe stato riservato a questo caposaldo assoluto della sua opera.

Devo dire che leggendo i contenuti sono rimasto un po’ deluso da come sono stati compilati i 6 CD che comporranno la Deluxe Edition: confezione splendida, come si vede sopra, con il solito mega libro rilegato con le foto dell’epoca e le note curate da Jeff Slate, più la riproduzione di uno dei leggendari taccuini dove Dylan annotava a mano tutti gli sviluppi cronologici dei testi delle sue canzoni. Ovviamente quello da 57 pagine contenuto nella confezione riguarda Blood On The Tracks. Però, visto il prezzo, che dalle prime notizie in arrivo dagli Usa dovrebbe superare i 150 dollari (poi magari scenderà, soprattutto nelle versioni europee quando saranno annunciate, anche se non sembra visto che si parla di “strictly limited edition”, ma per le uscite precedenti della serie è sempre successo), mi pare “deludente”, notasi il virgolettato: un totale di 87 pezzi, di cui 70 mai pubblicati prima, e fin qui ci siamo, ma leggendo bene la tracklist, che trovate subito sotto, non si può fare a meno di notare che, brani “rari” se ne trovano veramente pochi, direi due, per il resto sono decine di takes alternative delle stesse canzoni ripetute più e più volte, anche se il criterio utilizzato è quello di proporre i brani nella sequenza cronologica in cui vennero registrati nelle sessions di New York dal 16 al 19 settembre 1974, outtakes, false partenze e chiacchiere di studio incluse, mentre le ultime cinque canzoni del 6° CD sono quelle rimaste dalle sessions di Minneapolis, registrate tra il 27 e il 30 dicembre 1974 e poi uscite sul disco pubblicato nel 1975, naturalmente e opportunamente rimasterizzate utilizzando, ove disponibili i master originali dell’epoca. Ottimo ed affascinante, per quanto te lo facciano pagare non poco, quindi indicato per “dylaniani” e “dylaniati”, soprattutto facoltosi, oppure disposti al sacrificio finanziario in quanto collezionisti compulsivi, forse meno per gli altri, ma quando uscirà magari ascoltandolo potrei ammettere di essermi sbagliato: la missione come al solito sarà affidata all’amico Marco Verdi, che probabilmente sta leggendo questo Post e sa che gli tocca, anche in qualità di fan. Per il momento.

DISC 1

A & R Studios
New York
September 16, 1974

If You See Her, Say Hello (Take 1) – solo
If You See Her, Say Hello (Take 2) – solo – previously released on The Bootleg Series, Vols. 1-3: Rare and Unreleased, 1961-1991
You’re a Big Girl Now (Take 1) – solo
You’re a Big Girl Now (Take 2) – solo
Simple Twist of Fate (Take 1) – solo
Simple Twist of Fate (Take 2) – solo
You’re a Big Girl Now (Take 3) – solo
Up to Me (Rehearsal) – solo
Up to Me (Take 1) – solo
Lily, Rosemary and the Jack of Hearts (Take 1) – solo
Lily, Rosemary and the Jack of Hearts (Take 2) – solo – included on Blood on the Tracks test pressing

Bob Dylan – vocals, guitar, harmonica

DISC 2

A & R Studios
New York
September 16, 1974

Simple Twist of Fate (Take 1A) – with band
Simple Twist of Fate (Take 2A) – with band
Simple Twist of Fate (Take 3A) – with band
Call Letter Blues (Take 1) – with band
Meet Me in the Morning (Take 1) – with band – edited version included on Blood on the Tracks test pressing and previously released on Blood on the Tracks
Call Letter Blues (Take 2) – with band – previously released on The Bootleg Series, Vols. 1-3: Rare and Unreleased, 1961-1991
Idiot Wind (Take 1) – with bass
Idiot Wind (Take 1, Remake) – with bass
Idiot Wind (Take 3 with insert) – with bass
Idiot Wind (Take 5) – with bass
Idiot Wind (Take 6) – with bass
You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go (Rehearsal and Take 1) – with band
You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go (Take 2) – with band
You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go (Take 3) – with band
You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go (Take 4) – with bass
You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go (Take 5) – with band
You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go (Take 6) – with band
You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go (Take 6, Remake) – with band
You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go (Take 7) – with band
You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go (Take 8) – with band

Bob Dylan: vocals, guitar, harmonica
Eric Weissberg, Charles Brown III, Barry Kornfeld: guitars
Thomas McFaul: keyboards
Tony Brown: bass
Richard Crooks: drums
Buddy Cage: steel guitar (5-6)

DISC 3

A & R Studios
New York
September 16, 1974

Tangled Up in Blue (Take 1) – with bass

A & R Studios
New York
September 17, 1974

You’re a Big Girl Now (Take 1, Remake) – with bass and organ
You’re a Big Girl Now (Take 2, Remake) – with bass, organ, and steel guitar –included on Blood on the Tracks test pressing and previously released on Biograph
Tangled Up in Blue (Rehearsal) – with bass and organ
Tangled Up in Blue (Take 2, Remake) – with bass and organ
Spanish is the Loving Tongue (Take 1) – with bass and piano
Call Letter Blues (Rehearsal) – with bass and piano
You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go (Take 1, Remake) – with bass and piano
Shelter From The Storm (Take 1) – with bass and piano – previously released on the Jerry McGuire original soundtrack
Buckets of Rain (Take 1) – with bass
Tangled Up in Blue (Take 3, Remake) – with bass
Buckets of Rain (Take 2) – with bass
Shelter From The Storm (Take 2) – with bass
Shelter From The Storm (Take 3) – with bass
Shelter From The Storm (Take 4) – with bass – previously released on Blood on the Tracks

Bob Dylan: vocals, guitar, harmonica
Tony Brown: bass
Paul Griffin: keyboards (2-9)
Buddy Cage: steel guitar (3)

DISC 4

A & R Studios
New York
September 17, 1974

You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go (Take 1, Remake 2) – with bass
You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go (Take 2, Remake 2) – with bass – previously released on Blood on the Tracks

A & R Studios
New York
September 18, 1974

Buckets of Rain (Take 1, Remake) – solo
Buckets of Rain (Take 2, Remake) – solo
Buckets of Rain (Take 3, Remake) – solo
Buckets of Rain (Take 4, Remake) – solo

A & R Studios
New York
September 19, 1974

Up to Me (Take 1, Remake) – with bass
Up to Me (Take 2, Remake) – with bass
Buckets of Rain (Take 1, Remake 2) – with bass
Buckets of Rain (Take 2, Remake 2) – with bass
Buckets of Rain (Take 3, Remake 2) – with bass
Buckets of Rain (Take 4, Remake 2) – with bass – previously released on Blood on the Tracks
If You See Her, Say Hello (Take 1, Remake) – with bass – previously included on Blood on the Tracks test pressing
Up to Me (Take 1, Remake 2) – with bass
Up to Me (Take 2, Remake 2) – with bass
Up to Me (Take 3, Remake 2) – with bass
Buckets of Rain (Rehearsal) – with bass
Meet Me in the Morning (Take 1, Remake) – with bass – previously released on the “Duquesne Whistle” 7” single
Meet Me in the Morning (Take 2, Remake) – with bass
Buckets of Rain (Take 5, Remake 2) – with bass

Bob Dylan: vocals, guitar, harmonica
Tony Brown: bass (1-2, 7-20)

DISC 5

A & R Studios
New York
September 19, 1974

Tangled Up in Blue (Rehearsal and Take 1, Remake 2) – with bass
Tangled Up in Blue (Take 2, Remake 2) – with bass
Tangled Up in Blue (Take 3, Remake 2) – with bass – included on Blood on the Tracks test pressing and previously released on The Bootleg Series, Vols. 1-3: Rare and Unreleased, 1961-1991
Simple Twist of Fate (Take 2, Remake) – with bass
Simple Twist of Fate (Take 3, Remake) – with bass – previously released on Blood on the Tracks
Up to Me (Rehearsal and Take 1, Remake 3) – with bass
Up to Me (Take 2, Remake 3) – with bass – previously released on Biograph
Idiot Wind (Rehearsal and Takes 1-3, Remake) – with bass
Idiot Wind (Take 4, Remake) – with bass
Idiot Wind (Take 4, Remake) – with organ overdub – included on Blood on the Tracks test pressing and previously released on The Bootleg Series, Vols. 1-3: Rare and Unreleased, 1961-1991
You’re a Big Girl Now (Take 1, Remake 2) – with bass
Meet Me in the Morning (Take 1, Remake 2) – with bass
Meet Me in the Morning (Takes 2-3, Remake 2) – with bass

Bob Dylan: vocals, guitar, harmonica
Tony Brown: bass

DISC 6

A & R Studios
New York
September 19, 1974

You’re a Big Girl Now (Takes 3-6, Remake 2) – with bass
Tangled Up in Blue (Rehearsal and Takes 1-2, Remake 3) – with bass
Tangled Up in Blue (Take 3, Remake 3) – with bass

Sound 80 Studio
Minneapolis, MN
December 27, 1974

Idiot Wind – with band – previously released on Blood on the Tracks
You’re a Big Girl Now – with band – previously released on Blood on the Tracks

Sound 80 Studio
Minneapolis, MN
December 30, 1974

Tangled Up in Blue – with band – previously released on Blood on the Tracks
Lily, Rosemary and the Jack of Hearts – with band – previously released on Blood on the Tracks
If You See Her, Say Hello – with band – previously released on Blood on the Tracks

Bob Dylan: vocals, guitar, harmonica, organ (4-5), mandolin (8)
Tony Brown: bass (1-3)
Chris Weber: guitar (4-6, 8)
Kevin Odegard: guitar (6)
Peter Ostroushko: mandolin (8)
Gregg Inhofer: keyboards (4-8)
Billy Peterson: bass (4, 6-7)
Bill Berg: drums (4-8)

All songs written by Bob Dylan except Spanish is the Loving Tongue (traditional, arranged by Bob Dylan)

New York sessions originally engineered by Phil Ramone

Minneapolis sessions originally engineered by Paul Martinson

 

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Ci sarà anche la versione per “poveri”, ma questa volta non sarà il solito doppio CD, ma un misero disco singolo con 11 brani, le dieci canzoni dell’album più Up To Me

SINGLE DISC/ 2 LP
1. Tangled Up in Blue (Take 3, Remake 3)
2. Simple Twist of Fate (Take 1)
3. Shelter from the Storm (Take 2)
4. You’re a Big Girl Now (Take 2)
5. Buckets of Rain (Take 2, Remake)
6. If You See Her, Say Hello (Take 1 Edit)
7. Lily, Rosemary and the Jack of Hearts (Take 2)
8. Meet Me in the Morning (Take 1, Remake Edit)
9. Idiot Wind (Take 4, Remake Edit)
10. You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go (Take 1, Remake 2)
11. Up to Me (Take 2, Remake)

Una Commovente E Bellissima Testimonianza Postuma Di Un Grande Outsider. Jimmy LaFave – Peace Town

jimmy lafave peace town

Jimmy LaFave – Peace Town – Music Road 2CD

Il 2017 musicale, dal punto di vista dei necrologi, verrà ricordato come l’anno della scomparsa di due grandissimi, Gregg Allman e Tom Petty, ma non sarebbe giusto dimenticarsi di Jimmy LaFave, musicista texano ma con radici in Oklahoma, scomparso a soli 61 anni per un sarcoma incurabile https://discoclub.myblog.it/2017/05/23/la-tregua-e-finita-a-soli-61-anni-se-ne-e-andato-anche-jimmy-lafave/ . LaFave non era famoso, non era una star, ma era oggetto di un culto notevole in Texas ed anche fuori, dato che nella sua vita artistica raramente aveva sbagliato un disco, ed anche nei lavori meno brillanti c’era sempre qualche canzone che emergeva. Era anche un personaggio di una modestia ed umiltà notevole: anni fa andai a sentirlo a Sesto Calende, nella sala consiliare, ed il suo ingresso avvenne dal portone principale, lo stesso dal quale era entrato il pubblico, con il nostro e la sua band che man mano che avanzavano chiedevano permesso alla gente per poter raggiungere il palco! Il suo ultimo lavoro, The Night Tribe (2015) era splendido, uno dei migliori di una carriera quasi quarantennale (ma la visibilità su scala più larga è arrivata solo nei primi anni novanta), un disco di ballate notturne e pianistiche, eseguite con la consueta classe e cantate in maniera perfetta dal nostro, con la sua caratteristica voce dolce e roca allo stesso tempo (una voce che ricorda vagamente quella di Steve Forbert, ma in meglio) https://discoclub.myblog.it/2015/05/18/sempre-buona-musica-dalle-parti-austin-jimmy-lafave-the-night-tribe/ .

Qualche mese prima di lasciarci, Jimmy è entrato in studio ad Austin con un selezionato gruppo di musicisti (tra i quali segnalerei il bravissimo pianista ed organista Stefano Intelisano, oltre alle chitarre di John Inmon e del figlio Jesse LaFave, del violino di Warren Hood e della sezione ritmica formata da Glenn Schuetz, basso, e Bobby Kallus, batteria), ed in soli tre giorni ha registrato addirittura un centinaio di canzoni, tra cover e brani originali, e Peace Town è il fulgido risultato di quella session, un doppio album davvero bello ed emozionante, in cui Jimmy, che probabilmente già sapeva di essere condannato, ha deciso di prendere commiato facendo quello che sapeva fare meglio: grande musica, suonata e cantata più che mai con il cuore in mano (un po’ come aveva fatto Warren Zevon una quindicina di anni fa) Peace Town è dunque uno dei lavori più riusciti di Jimmy, non inferiore a The Night Tribe, e che alterna in maniera disinvolta ballate e brani più mossi, un testamento musicale emozionante che potrebbe anche avere un seguito, data la grande mole di canzoni incise in quei tre giorni. I brani originali scritti da Jimmy non sono poi molti, solo quattro, a partire da Minstrel Boy Holwling At The Moon, una ballatona fluida e distesa, anzi direi rilassata, strumentata con classe, per proseguire con la lenta ed intensa A Thousand By My Side, uno strumentale evocativo con il violino che sostituisce la voce solista, il puro blues texano Ramblin’ Sky, non un genere abituale per Jimmy ma che viene affrontato con disinvoltura, e la potente Untitled, altro strumentale che è più una backing track, un brano che poteva diventare una grande rock song alla Tom Petty.

Ci sono anche tre collaborazioni molto particolari, cioè tre testi inediti di Woody Guthrie ai quali Jimmy ha aggiunto la musica (come fecero Billy Bragg coi Wilco): Peace Town, uno slow elettroacustico cadenzato e dallo spiccato gusto melodico, la bluesata Salvation Train (titolo molto alla Guthrie), elettrica, coinvolgente e con elementi southern, e Sideline Woman, grintoso folk-blues di grande presa, cantato come sempre in maniera impeccabile dal nostro. Il resto dell’album sono cover, un genere nel quale LaFave si è sempre distinto con brillantezza, a partire dall’iniziale e splendida Let My Love Open The Door (un pezzo del Pete Townshend solista), forse il capolavoro del disco, una canzone che nelle mani di Jimmy diventa una solare rock ballad di stampo californiano, che ci porta quasi nei territori occupati dai Fleetwood Mac: una vera delizia. Help Me Through The Day, di Leon Russell, è lentissima, pianistica e struggente, quasi jazzata (Madeline Peyroux potrebbe farla in questo modo), anche se poi entra anche la strumentazione “classica”, mentre la trascinante I May Be Used (But I Ain’t Used Up), di Bob McDill, è puro rock’n’roll texano; il primo CD si chiude con il country-rock travolgente di My Oklahoma Home, brano popolare inciso anche da Springsteen nelle Seeger Sessions, e con il folk cantautorale di Already Gone (Butch Hancock), più di sette minuti di puro Texas.

Le cover proseguono sul secondo dischetto con una sontuosa It Makes No Difference, una delle più belle canzoni di The Band, che Jimmy riesce a far sua con una interpretazione da manuale, la lenta e cupa Don’t Go To Strangers, che è di J.J. Cale ma qui sembra più un brano di Townes Van Zandt, la meno nota When The Thought Of You Catches Up With Me, un pezzo del countryman David Ball che però sembra uscito dalla penna di Jimmy, il famoso rock’n’roll di Chuck Berry Promised Land, che il nostro esegue in scioltezza, per chiudere con la toccante Goodbye Amsterdam di Tim Easton, che non può non far scendere una lacrima a chi ascolta, splendida anche questa. Ma in ogni disco di LaFave che si rispetti non possono mancare brani di Bob Dylan, e qui ne abbiamo tre: se What Good Am I e You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go sono due pezzi minori del songbook del grande Bob (ma sono comunque resi in maniera elegante, con una strumentazione parca), My Back Pages è uno dei capolavori assoluti del Premio Nobel, e Jimmy la rifà che è una meraviglia, rallentandola ad arte e mettendo la splendida melodia al centro di sonorità calde e piene d’anima, e trasformandola in una commovente ballata il cui testo, sapendo la fine alla quale il nostro stava andando incontro, dà i brividi.

Addio Jimmy, insegna pure agli angeli come canta un vero texano.

Marco Verdi

Un Gradito Ritorno…Ma Ci Vorrebbe Un Produttore! Roger McGuinn – Sweet Memories

roger mcguinn sweet memories

Roger McGuinn – Sweet Memories – April First/CD Baby CD

Un disco elettrico con materiale nuovo da parte di Roger McGuinn è da considerarsi un piccolo evento. Molto attivo come solista negli anni settanta, e con lavori di ottimo livello (Cardiff Rose e Thunderbyrd i preferiti dal sottoscritto, mentre invece gli album pubblicati con Chris Hillman e Gene Clark, o anche in duo con il solo Hillman, non sono mai stati il massimo), totalmente assente negli anni ottanta, l’ex leader dei Byrds aveva fatto un ritorno in grande stile nel 1991 con lo splendido Back From Rio, un bellissimo album che richiamava come non mai il suono del gruppo che lo aveva reso celebre, e con ospiti del calibro di Tom Petty con Heartbreakers a seguito, ancora Hillman con l’altro ex compagno David Crosby, ed Elvis Costello. Dopo un live acustico, ma con due nuove (e belle) canzoni elettriche incise in studio (Live From Mars, 1996), Roger si è praticamente ritirato dal mondo rock che conta, iniziando ad esplorare la tradizione ed ad incidere brani folk di dominio pubblico, rendendoli disponibili solo online sotto il nome di Folk Den Project, un’operazione che è durata più di dieci anni e che ha visto la pubblicazione anche di CD a tema, tutti rigorosamente acustici, ma che non mi ha mai fatto impazzire in quanto ho sempre giudicato le sue interpretazioni piuttosto scolastiche e poco ricche di feeling. Per avere un altro CD elettrico con canzoni nuove dobbiamo saltare al 2004, quando Roger pubblica in via indipendente Limited Edition, un lavoro discreto ma che manca di una reale produzione, mentre CCD del 2011 è un altro lavoro di matrice folk a tema marinaresco, praticamente un’appendice del Folk Den.

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Oggi, un po’ a sorpresa, Roger fa uscire (sempre autoproducendosi) questo Sweet Memories, un CD con canzoni originali che mischia nuovo ed antico, in quanto vengono ripresi anche tre pezzi dei Byrds. Roger ha fatto di nuovo tutto da solo, dalla produzione alla strumentazione (c’è solo Marty Stuart alla chitarra in un pezzo), e questo è un po’ il limite del disco, in quanto McGuinn non è certo famoso per essere un polistrumentista: alla chitarra è come al solito validissimo, così come con tutti gli strumenti a corda in genere, ed in Sweet Memories il nostro si concentra quindi su questo tipo di suono in particolare, limitando al massimo l’uso di basso e batteria, e non prendendo neppure in considerazione piano ed organo. Il risultato è un album discreto, ma che avrebbe potuto essere molto meglio con qualche sessionmen in più, un suono più profondo ed una produzione più professionale e meno “piatta” (Stuart sarebbe andato benissimo, dato che è passato dallo studio). Anche i tre brani dei Byrds risentono del confronto con gli originali: se Mr. Tambourine Man è praticamente identica e suonata in maniera corretta, Turn, Turn, Turn per sola voce, basso e Rickenbaker suona un po’ stanca, e So You Want To Be A Rock’n’Roll Star è totalmente priva di pathos (e la canzone in sé non mi ha mai fatto impazzire). C’è anche una cover molto particolare: si tratta di Friday, un brano-parodia che Roger ha trovato su YouTube, un video nel quale un tale Nate Herman, fingendosi un serio musicologo, parla di questo fantomatico e rarissimo brano scritto da Bob Dylan ed inciso dai Byrds in gran segreto, mentre in realtà è tutta una presa in giro; Roger però pare si sia divertito a tal punto che ha voluto incidere la canzone (per sola voce e chitarra elettrica), che in effetti ha un motivo molto byrdsiano, anche se il testo è chiaramente parodistico.

I restanti otto brani sono tutti originali, scritti da McGuinn con la moglie Camilla, ma non sono tutti nuovi, in quanto alcuni di essi sono stati tirati fuori dal proverbiale cassetto (la title track risale addirittura ai primi anni ottanta), cosa che dimostra che Roger da anni non è più un autore prolifico. Chestnut Mare Christmas è il seguito di un’altra famosa canzone dei Byrds, Chestnut Mare appunto, ed è una country ballad bella e profonda, che mantiene la stessa struttura dell’originale (alternanza tra talkin’ e cantato), e ci regala un ottimo ritornello, con Stuart che ricama sullo sfondo: è anche il brano, tra quelli nuovi, più ricco dal punto di vista strumentale. Grapes Of Wrath è puro folk dal sapore irish, che richiama le atmosfere di Cardiff Rose (ma anche del Folk Den), con Roger che gioca con le voci e vari strumenti a corda; Sweet Memories è un tenue slow cantautorale, tutto incentrato sulla voce e su un paio di chitarre arpeggiate (ma in carriera il nostro ha scritto di meglio), mentre Catching Rainbows, pur mantenendo un’atmosfera languida ed un sound spoglio, è decisamente più riuscita, anche se il livello raggiunto in passato dall’ex Byrd resta lontano. Nella breve 5:18 spunta anche un banjo, ed è ancora puro folk, The Tears (scritta dalla sola Camilla) è un’altra ballatona dal passo lento e dalla suggestiva melodia di stampo western, una delle migliori del CD; restano ancora la toccante At The Edge Of The Water, con Roger che canta stratificando varie sue tracce vocali, e la deliziosa Light Up The Darkness, country-folk solare e diretto.

E’ sempre un piacere recensire un nuovo disco di Roger McGuinn, dato che stiamo parlando di uno dei “totem” della nostra musica, anche se sarebbe auspicabile l’affidamento delle mansioni sonore ad un vero produttore e la partecipazione di qualche musicista esterno, un po’ come ha fatto lo scorso anno il suo vecchio compare Chris Hillman (come nel recente tour per i 50 anni di Sweeetheart Of The Rodeo, e si vede nel video qui sopra).

Marco Verdi

*NDB Se poi aggiungiamo che il CD non è proprio di facile reperibilità e costa pure abbastanza caro, mi sembra il classico prodotto destinato solo ai maniaci di Roger McGuinn, come peraltro gli altri CD degli anni 2000

Grandissimo Disco, Ma Questa Edizione Super Deluxe Più Che Essere Inutile Sfiora La Truffa! The Band – Music From Big Pink In Uscita Il 31 Agosto

band music from big pink

The Band – Music From Big Pink – Capitol – CD – Blu-ray Audio – 2 LP – 45 giri – libro e foto varie – 31/08/2018

Continuano a susseguirsi gli anniversari di gruppi e dischi importanti che hanno fatto la storia della musica rock, e considerando che si tratta di avvenimenti avvenuti nel 1968, che è stato uno degli anni più fecondi nella storia della nostra musica si tenderebbe a sperare in ristampe si “importanti”, ma anche ricche di materiale raro o inedito, e se fosse possibile magari anche a prezzi abbordabili. Il recente doppio CD di Graham Nash Over The Years ne è un buon esempio, mentre questo cofanetto di Music From Big Pink è l’esatto opposto: confezione molto bella, ma ad un prezzo assurdo (negli USA 125 dollari, in Europa indicativamente costerà tra i 90 e i 100 euro), 1 CD, 1 Blu-ray Audio, 2 vinili, un 45 giri per collezionisti con The Weight b/w I Shall Be Released e un bel librone). Però a parte il CD e il doppio vinile non è possibile acquistarli separatamente, per avere il tutto bisogna comprare il box.

band music from big pink cd singolo

Perché nel titolo dico che si sfiora la truffa, o la circonvenzione di incapaci? Pensate ad un album che a mio modesto parere (insieme con il successivo The Band, forse ancora più bello), rientra di diritto diciamo tra i 20 migliori dischi di sempre (oltre a contenere, insieme ad altre, una delle più belle canzoni di sempre come The Weight), e quindi non è la prima volta che viene ristampato. Però l’edizione rimasterizzata a 24 bit uscita nel 2000 è tuttora in catalogo, ad un prezzo al pubblico nettamente inferiore ai 10 euro, con un totale di 20 brani contenuti nel CD, gli undici del disco originale del 1968 e nove tracce inedite. Per la nuova edizione, che vedete qui sopra, avranno almeno mantenuto lo stesso contenuto o addirittura lo avranno migliorato? Ma manco per niente: in effetti è stata aggiunta una versione alternata A Cappella di I Shall Be Released e quello che viene definito “studio chatter”, ovvero i componenti della Band che chiacchierano in studio, però i brani totali sono diventati 17, quindi rispetto al CD del 2000 ne mancano quattro. Dei veri geni! Però c’è un nuovo stereo mix del 2018 curato da Bob Clearmountain: ah beh allora.

Comunque per chi dovesse essere interessato (e temo si tratti solo di collezionisti compulsivi facoltosi, o audiofili incalliti), qui sotto trovate la tracklist completa dei vari formati:

[CD: 2018 stereo mix]
1. Tears Of Rage
2. To Kingdom Come
3. In A Station
4. Caledonia Mission
5. The Weight
6. We Can Talk
7. Long Black Veil
8. Chest Fever
9. Lonesome Suzie
10. This Wheel’s On Fire
11. I Shall Be Released
Bonus Tracks:
12. Yazoo Street Scandal (Outtake)
13. Tears Of Rage (Alternate Take)
14. Long Distance Operator (Outtake)
15. Lonesome Suzie (Alternate Take)
16. Key To The Highway (Outtake)
17. I Shall Be Released (A Cappella)

[Blu-ray Audio]
Tracklist above in new 5.1 surround mix + 96kHz/24bit high resolution stereo (exclusive to the box set)

[LP1: 2018 stereo mix]
1. Tears Of Rage
2. To Kingdom Come
3. In A Station
4. Caledonia Mission
5. The Weight

[LP2: 2018 stereo mix]
1. We Can Talk
2. Long Black Veil
3. Chest Fever
4. Lonesome Suzie
5. This Wheel’s On Fire
6. The Weight

[7″ Single]
1. The Weight
2. I Shall Be Released

Appurato che le case discografiche (e spesso anche i musicisti, perché pare che dietro questa operazione ci sia Robbie Robertson, o forse il suo management) non finiscono mai di stupirci, se per caso questo capolavoro manca comunque dalla vostra discoteca fateci un pensierino, magari anche nella versione “normale”. Copertina di Bob Dylan.

Bruno Conti