L’Ideale Completamento Dell’Ultimo Bootleg Series…Per Pochi Eletti! Bob Dylan – 50th Anniversary Collection: 1969

bob dylan 50th anniversary collection 1969

bob dylan 50th anniversary collection 1969 back

Bob Dylan – 50th Anniversary Collection: 1969 – Sony 2CD

Nel Dicembre del 2012 la Sony mise in vendita senza alcun battage pubblicitario, e solo in pochi selezionati negozi inglesi, The 50th Anniversary Collection, un quadruplo CD intestato a Bob Dylan che comprendeva tutte le sessions inedite del grande cantautore avvenute nel 1962, una mossa più legale che commerciale atta ad estendere il copyright di quelle incisioni che in Europa scade dopo appunto 50 anni. La collezione era disponibile in sole 100 copie che quindi andarono esaurite molto presto con disappunto della maggioranza dei fans dylaniani (e chiaramente le versioni pirata proliferarono), e la Sony ripetè l’operazione nel 2013 (per il 1963, ancora 100 copie stavolta in sei LP) e per il 2014 (riguardante il 1964, con un box di nove vinili) aggiungendo anche le registrazioni live del periodo presenti nei suoi archivi. Il biennio 1965-66 venne sistemato stavolta su scala un po’ più larga con la versione “Big Blue” del dodicesimo episodio delle Bootleg Series, The Cutting Edge (ed i concerti dal vivo del 1965 vennero regalati dalla Sony sotto forma di files audio a tutti gli acquirenti del costoso cofanetto) e con il box uscito nel 2016 inerente alla tournée del 1966. Niente nel 2017 (ma le sessions di John Wesley Harding non erano mai circolate neppure a livello di bootleg, e comunque sono state sistemate lo scorso Novembre con il Bootleg Series numero 15, Travelin’ Thruhttps://discoclub.myblog.it/2019/11/06/cofanetti-autunno-inverno-6-cerano-una-volta-un-menestrello-ed-un-uomo-vestito-di-nerobob-dylan-feat-johnny-cash-travelin-thru-bootleg-series-vol-15/ e nel 2018 (anche perché i Basement Tapes completi erano già usciti nel 2014), ma nel Dicembre appena passato la Sony ha colpito ancora, vendendo un doppio CD risalente al 1969 solo sul sito badlands.co.uk (e pare solo in 50 copie!), con il risultato di esaurire la proposta in un minuto circa.

Si sapeva che Travelin’ Thru, incentrato in gran parte sulle sessions di Dylan con Johnny Cash, non conteneva tutto il materiale inciso nel ’69 (così come non era completo il decimo Bootleg Series Another Self Portait, che si occupava del periodo 1969-71), ma sinceramente non avrei pensato che la casa discografica di Bob avrebbe agito in questo modo poco più di un mese dopo l’uscita del triplo cofanetto. 50th Anniversary Collection: 1969 contiene quindi tutto ciò che giaceva ancora negli archivi della Columbia riguardo all’anno in questione e, giusto per mettermi al sicuro da rabbia ed invidia di dylaniani che, a ragione, non vogliono spendere cifre folli per accaparrarsene una copia su Ebay, devo ammettere che questo doppio CD pur essendo decisamente interessante non aggiunge granché al materiale di Travelin’ Thru, essendo incentrato in gran parte su versioni inferiori dei brani pubblicati a Novembre (alcune takes durano meno di un minuto), a parte un unico inedito assoluto che vedremo tra poco. Il primo CD si apre con 16 brani tratti dalle sessions di Nashville Skyline, a cominciare da cinque takes consecutive di To Be Alone With You, tutte con il piano in evidenza e con Bob che prova anche soluzioni ritmiche diverse; dopo un paio di versioni di One More Night (la prima di appena 31 secondi, la seconda molto simile a quella pubblicata) abbiamo ben sei takes della splendida Lay, Lady, Lay, cinque delle quali con l’organo di Bob Wilson a sostituire la steel di Pete Drake, che compare nell’ultima versione (e poi anche in quella finita sul disco originale). In mezzo, una brevissima Peggy Day e due Tell Me That It Isn’t True, la prima delle quali dal tempo molto più veloce di quella conosciuta.

Le sessions con Cash (e la sua band, compreso Carl Perkins alla solista) iniziano con quattro diverse One Too Many Mornings (la prima è un rehearsal di quasi otto minuti, non imperdibile), seguito da ben sei I Still Miss Someone (due prove più quattro takes, l’ultima delle quali molto bella) e da un brave accenno al medley Don’t Think Twice, It’s All Right/Understand Your Man. Il secondo dischetto parte con le ultime sessions inedite con l’Uomo In Nero: a parte un’altra One Too Many Mornings e due ulteriori I Still Miss Someone troviamo quasi solo brani di Cash (Big River, I Walk The Line, Ring Of Fire e tre takes di I Guess Things Happen That Way), un frammento di Waiting For A Train di Jimmie Rodgers e due coinvolgenti riletture di Matchbox di Perkins, la seconda delle quali non inferiore a quella pubblicata su Travelin’ Thru. I restanti pezzi, che riguardano le prime sessions di Self Portrait, iniziano con la vera chicca del doppio album, cioè Running, una canzone originale di Dylan mai pubblicata prima ufficialmente, un saltellante brano a metà tra country e blues che forse non è niente di innovativo ma su Self Portrait ci poteva stare eccome. Chiusura con una take alternativa di Take A Message To Mary, due riprese non esaltanti dell’evergreen Blue Moon ed un’altra Ring Of Fire (senza Cash), con la melodia completamente riarrangiata alla maniera del nostro.

Quindi con questo vero e proprio oggetto per collezionisti il 1969 di Bob Dylan dovrebbe essere a posto, ma mi aspetto che quest’anno la Sony ripeta l’operazione per il 1970, che riserva ancora diversi inediti tra Self Portrait e New Morning, ma soprattutto le sessions complete con George Harrison.

Marco Verdi

Anche Quest’Anno Ci Siamo: Il Meglio Del 2019 Secondo Disco Club, Parte IV

numero uno alan ford

Ogni tanto mi rituffo nelle mie vesti virtuali di “Numero Uno” (anche del Blog), in questo caso per la mia classifica di fine anno, molto ampia ed articolata, e vi annuncio sin d’ora che ci sarà anche una appendice corposa, che mi riservo in qualità di Boss, ma soprattutto perché scorrendo le uscite del 2019 mi sono accorto che sarebbero rimasti fuori dalla lista molti titoli meritevoli, già individuati, che però avrebbero reso questo Post quasi un romanzo. Per cui andiamo con il Best Of in versione “normale”, il resto a seguire. Non sono in stretto ordine di preferenza, esclusi i primi sette o otto.

Bruno Conti Il Meglio Del 2019

Top 15

van morrison three chords & the truth

Van Morrison – Three Chords & The Truth

janiva magness sings john fogerty

Janiva Magness – Sings John Fogerty Change In The Weather

christy moore magic nights

Christy Moore – Magic Nights

mavis staples we get by

Mavis Staples – We Get By

gov't mule bring on the music 2 cd

Gov’t Mule – Bring On The Night Live At Capitol Theatre

marc cohn blind boys of alabama work to do

Marc Cohn And Blind Boys Of Alabama – Work To Do

mike zito a tribute to chuck berry

Mike Zito & Friends – Rock ‘n’ Roll – A Tribute To Chuck Berry

reese wynans sweet release

Reese Wynans And Friends – Sweet Release

john mayall nobody told me

John Mayall – Nobdoy Told Me

jack ingram ridin' high...again

Jack Ingram – Ridin’ High Again

chris kinght almost daylight

Chris Knight – Almost Daylight

over the rhine love and revelation

Over The Rhine – Love And Revelation

allison moorer blood

Allison Moorer – Blood

delbert mcclinton tall dark and handsome

Delbert McClinton – Tall, Dark & Handsome

bruce springsteen western starsbruce springsteen western stars songs form the film

Insieme e alla pari, alla faccia di chi ne ha parlato male!

Bruce Springsteen – Western Stars + Western Stars: Songs From The Film

 

Le Migliori Ristampe Nel senso più ampio del termine.

jimi hendrix songs for groovy children front

Jimi Hendrix – Songs For Groovy Children The Fillmore East Concerts

bob dylan rolling thunder revue

Bob Dylan The Rolling Thunder Revue – The 1975 Live Recordings

fleetwood mac before the beginning front

Fleetwood Mac – Before The Beginning

rory gallagher blues

Rory Gallagher – Blues

allman brothers band fillmore west '71 box

Allman Brothers Band – Fillmore West ’71

van morrison the healing game

Van Morrison – The Healing Game 3 CD

the band the band 2 CD

The Band – The Band 50th Anniversary Edition 2 CD

richard thompson across a crowded room live

Richard Thompson – Across A Crowded Room Live At Barrymore’s 1985

steve miller band welcome to the vault

Steve Miller Band – Welcome To The Vault

rolling stones bridges to buenos aires

Rolling Stones – Bridges To Buenos Aires

Jorma Kaukonen & Jack Casady - Bear’s Sonic Journals Before We Were Them

Jorma Kaukonen & Jack Casady – Before We Were Them

E’ uscito all’inizio dell’anno e molti se lo sono dimenticato, ma merita.

bob dylan travelin' thru bootle series vol.15

Bob Dylan – Travelin’ Thru The Bootleg Series Vol. 15 1967-1969

L’altro cofanetto di quest’anno di Bob Dylan (e Johnny Cash).

gregg allman laid back deluxe

Gregg Allman – Laid Back

carole king live at montreux 1973 cd+dvd

Carole King – Live At Montreux 1973 CD/DVD

marvin gaye what's going on live

Marvin Gaye – What’s Going On Live

pretty things the final bow

Pretty Things – The Final Bow CD/DVD/10″

Recensione nei prossimi giorni: ospiti nel concerto Van Morrison David Gilmour.

 

mandolin' brothers 6

Miglior Disco Italiano

Mandolin’ Brothers – 6

 

Il Meglio Del Resto (Una Prima Selezione)

mary black orchestrated

Mary Black – Orchestrated

runrig the last dance

Runrig – The Last Dance

patty griffin patty griffin

tom russell october in the railraod earth

Tom Russell – October In The Railroad Earth

tedeschi trucks band signs

Tedeschi Trucks Band – Signs

drew holcomb neighbors

Drew Holcomb & The Neighbors – Dragons

rodney_crowell-Texas_cover

Rodney Crowell – Texas

https://discoclub.myblog.it/2019/08/22/un-riuscito-omaggio-alle-sue-radici-anche-attraverso-una-serie-di-duetti-rodney-crowell-texas/

robert randolph brighter days

Robert Randolph & The Family Band – Brighter Days

peter frampton band all blues

Peter Frampton Band – All Blues

echo in the canyon soundtrack

Jakob Dylan & Friends – Echo In The Canyon

nick cave ghosteen

Nick Cave & The Bad Seeds – Ghosteen

michael mcdermott orphans

Michael McDermott – Orphans

joe henry the gospel according to water

Joe Henry – The Gospel According To Water

session americana north east

Session Americana – North East

doobie brothers live from the beacon theatre

Doobie Brothers – Live From The Beacon Theatre

leonard cohen thanks for the dance

Leonard Cohen – Thanks For The Dance

 

Delusione Dell’Anno 

sturgill simpson sound & fury

Sturgill Simpson – Sound And Fury Ovvero, il disco più brutto dell’anno! Intendiamoci, ce ne sono a decine, a centinaia, di più brutti, ma da “uno dei nostri” non me lo aspettavo.

Per ora è tutto, ma nei prossimi giorni, come promesso all’inizio del Post, una corposa appendice con il Resto Del Meglio.

Bruno Conti

Anche Quest’Anno Ci Siamo: Il Meglio Del 2019 Secondo Disco Club, Parte I

homer-dubbioso

Siamo arrivati a quel periodo dell’anno in cui si fanno i bilanci e le scelte sulle cose migliori successe nel 2019 in ambito musicale. Come vedete è stato aggiunto un pensatore al nostro trust di cervelli rispetto agli anni passati, ma visto che sta ancora decidendo, per sveltire le procedure vi propongo cosa hanno scelto i collaboratori del Blog, e partiamo, non in ordine di importanza, ma semplicemente in base a chi ha mandato prima le proprie classifiche. Ovviamente queste liste vogliono essere anche un promemoria per chi magari si è perso qualche disco, cofanetto o ristampa nel corso dell’anno. Partiamo con uno dei due Marchi, Marco Frosi. Non so dirvi se sono in stretto ordine di preferenza oppure alla rinfusa, come di solito faccio io. Comunque buona lettura.

Bruno Conti

Marco Frosi Best Of 2019

shawn mullins soul's core revival

SHAWN MULLINS: Soul’s Core Revival

*NDB Anche se è una doppia ristampa rivisitata di un disco del 1998, ed è pure uscita nel 2018! Ma visto che è bello…

michael mcdermott orphans

MICHAEL MC DERMOTT: Orphans

Di questo non abbiamo parlato nel Blog, andrebbe recuperato.

little steven summer of sorcery

LITTLE STEVEN & THE DISCIPLES OF SOUL: Summer Of Sorcery

https://discoclub.myblog.it/2019/05/10/direi-che-ci-ha-preso-gustoe-noi-con-lui-little-steven-the-disciples-of-soul-summer-of-sorcery/

dervish great irish songbook

DERVISH: The Great Irish Songbook

https://discoclub.myblog.it/2019/04/26/quando-si-hanno-a-disposizione-canzoni-cosi-perche-scriverne-di-nuove-dervish-the-great-irish-songbook/

dream syndicate these times

THE DREAM SYNDICATE: These Times

https://discoclub.myblog.it/2019/04/26/quando-si-hanno-a-disposizione-canzoni-cosi-perche-scriverne-di-nuove-dervish-the-great-irish-songbook/

mavis staples we get by

MAVIS STAPLES: We Get By

https://discoclub.myblog.it/2019/05/25/non-finisce-mai-di-stupire-un-altro-disco-splendido-mavis-staples-we-get-by/

rickie lee jones kicks

RICKIE LEE JONES: Kicks

bruce springsteen western stars songs form the film

BRUCE SPRINGSTEEN: Western Stars – Songs From The Film

https://discoclub.myblog.it/2019/11/10/lo-springsteen-della-domenica-tanto-per-ribadire-la-sua-fiducia-nel-progetto-bruce-springsteen-western-stars-songs-from-the-film/

marc cohn blind boys of alabama work to do

MARC COHN & THE BLIND BOYS OF ALABAMA: Work To Do

https://discoclub.myblog.it/2019/08/28/e-il-lavoro-e-stato-fatto-molto-bene-nonostante-la-strana-ma-riuscitissima-accoppiata-marc-cohn-blind-boys-of-alabama-work-to-do/

chris kinght almost daylight

CHRIS KNIGHT: Almost Daylight

https://discoclub.myblog.it/2019/10/24/dopo-un-lungo-silenzio-e-tornato-ancora-ad-ottimi-livelli-chris-knight-almost-daylight/

drew holcomb neighbors

DREW HOLCOMB & THE NEIGHBORS: Dragons

https://discoclub.myblog.it/2019/09/28/ecco-un-altro-che-migliora-disco-dopo-disco-drew-holcomb-the-neighbors-dragons/

van morrison three chords & the truth

VAN MORRISON: Three Chords And The Truth

https://discoclub.myblog.it/2019/10/28/dopo-una-serie-di-ottimi-album-tra-jazz-e-blues-van-the-man-torna-allamato-celtic-soul-e-colpisce-ancora-van-morrison-three-chords-the-truth/

joe henry the gospel according to water

JOE HENRY: The Gospel According To Water

https://discoclub.myblog.it/2019/11/20/il-suo-lavoro-piu-intimo-e-profondo-joe-henry-the-gospel-according-to-water/

davide van de sfroos quanti nocc

DAVIDE VAN DE SFROOS: Quanti Nocc

nick cave ghosteen

NICK CAVE AND THE BAD SEEDS: Ghosteen

https://discoclub.myblog.it/2019/11/21/un-disco-che-e-pura-sofferenza-messa-in-musica-nick-cave-the-bad-seeds-ghosteen-un-breve-saluto-a-paul-barrere/

– Ristampa dell’anno:

bob dylan rolling thunder revue

BOB DYLAN & THE ROLLING THUNDER REVUE: The 1975 Live Recordings

– Live Show dell’anno:

LEVI PARHAM/BOB MALONE 16 Marzo 2019 – Teatro Scuole Medie Toscanini – Chiari (BS)

– Film dell’anno:

JOKER di Todd Phillips

– Libro dell’anno:

il pianeta della musica

IL PIANETA DELLA MUSICA di Franco Mussida – Salani Editore

Altro Grandissimo Concerto, Con in Più Un Ospite Speciale “Abbastanza” Bravo! The Rolling Stones – Bridges To Buenos Aires

rolling stones bridges to buenos aires

The Rolling Stones – Bridges To Buenos Aires – Eagle Rock/Universal BluRay – DVD – 3LP – 2CD/DVD – 2CD/BluRay

Il colossale tour degli stadi che i Rolling Stones tennero nel biennio 1997-98 in supporto all’album Bridges To Babylon fu uno dei più riusciti della loro storia, ed anche tra quelli di maggiore successo. I nostri devono poi essere particolarmente affezionati a quella tournée dato che, giusto ad un anno di distanza dallo splendido Bridges To Bremen (che documentava uno show del Settembre 1998 in Germania https://discoclub.myblog.it/2019/07/03/due-giorni-con-gli-stones-parte-2-bridges-to-bremen/ ) hanno deciso di pubblicare questo Bridges To Buenos Aires (fantasia nei titoli al potere…), che si occupa della serata del 5 Aprile sempre del ’98 nella capitale argentina, una di cinque consecutive tutte esaurite al River Plate Stadium. Ed il concerto non perde certo il confronto con quello di Brema, in quanto vede le Pietre in forma strepitosa che intrattengono alla grande per oltre due ore il pubblico sudamericano, pescando a piene mani tra le hits del loro repertorio inimitabile ed aggiungendo più di una chicca.

Ma la cosa che forse eleva questo concerto ad un gradino superiore rispetto a quello tedesco pubblicato lo scorso anno è la presenza nientemeno che di Bob Dylan nella sua Like A Rolling Stone, un’apparizione a sorpresa e non annunciata che fa letteralmente impazzire i fans: e la performance è splendida, in quanto Dylan (che è la voce principale) appare in buona forma, rilassato e perfino sorridente, e vederlo fianco a fianco di Mick Jagger (con il quale ha anche una buona intesa vocale nonostante qualche frase fuori tempo – ma duettare con Bob non è cosa facile) è un evento che non capita certo tutti i giorni. Ma sarebbe sbagliato concentrarsi solo sulla presenza del leggendario cantautore americano, in quanto tutto il concerto è ad altissimi livelli, ed è reso ancora più godibile da una regia dinamica (sì, per una volta faccio la recensione basandomi sulla parte video) ed attenta ai dettagli. I quattro si presentano subito pimpanti: Jagger con una giacca lunga in velluto (della quale si libererà presto, ma tutti quanti cambieranno innumerevoli outfit durante lo show) e camicia gialla, Keith Richards con un “sobrio” cappotto tigrato, Ron Wood con sigaretta d’ordinanza e l’impassibile Charlie Watts con una semplice t-shirt. Il concerto comincia col botto con la classica (I Can’t Get No) Satisfaction, con Jagger che inizia a macinare chilometri sul gigantesco palco (e manterrà una incredibile pulizia vocale durante tutto lo show), Keith che riffa da par suo ed il resto della band che è già un treno.

La scaletta all’inizio ed alla fine della serata ricalca quella del concerto di Brema, e quindi si prosegue con una spettacolare Let’s Spend The Night Together, una tosta Flip The Switch ed una favolosa Gimme Shelter, “cattiva” più che mai e con la consueta sensuale performance da parte di Lisa Fischer. A questo punto Mick prende la chitarra acustica ed introduce uno dei momenti magici della serata, cioè una fantastica Sister Morphine tesa e tagliente come una lama, con la slide di Wood che rimpiazza quella della versione originale di Ry Cooder, e Chuck Leavell fa lo stesso con la parte di piano di Nicky Hopkins. La sempre trascinante It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It) precede il soul-rock dell’allora nuova Saint Of Me e la travolgente Out Of Control, uno dei brani migliori degli Stones negli ultimi trent’anni. Miss You quella sera è strepitosa, con Mick alla chitarra elettrica, Darryl Jones che si destreggia da grande bassista ed uno straordinario assolo di sax da parte di Bobby Keys; dopo la già citata Like A Rolling Stones Mick introduce i vari musicisti e lascia spazio a Richards, che propone nel suo classico stile informale e “scazzato” Thief In The Night e la poco nota Wanna Hold You. I nostri si spostano quindi sul b-stage, il piccolo palco sistemato in mezzo al pubblico, dove ci deliziano con tre brani a tutto rock’n’roll come Little Queenie di Chuck Berry, When The Whip Comes Down e You Got Me Rocking.

Tornati sul palco principale Jagger e compagni portano a termine la serata con una magnifica Sympathy For The Devil, in cui Keith si “prende” la canzone con un grande assolo, e con la solita raffica finale di rock’n’roll all’ennesima potenza, formata da Tumbling Dice, Honky Tonk Women, Start Me Up, Jumpin’ Jack Flash e Brown Sugar, un fuoco incrociato micidiale appena stemperato dalla splendida You Can’t Always Get What You Want.  Spero che i Rolling Stones non smettano di pubblicare live d’archivio nel periodo pre-natalizio, dato che i risultati sono sempre esaltanti: quest’anno poi abbiamo una ciliegina chiamata Bob Dylan, non esattamente l’ultimo arrivato.

Marco Verdi

Un Inatteso E Sorprendente Ritorno A Livelli Di Eccellenza. Ralph McTell – Hill Of Beans

ralph mctell hill of beans

Ralph McTell – Hill Of Beans – Leola Music

Toh, guarda chi si rivede e si risente! Ralph McTell, da Farmsborough, Kent, dove è nato quasi 75 anni fa, ma da sempre cittadino di Londra, anzi del sobborgo di Croydon, città alla quale ha dedicato il suo brano più celebre, Streets Of London, con 212 versioni cantate in giro per il mondo, non escluse ben sei (o forse sette) dello stesso Ralph, l’ultima delle quali, incisa nel 2017 insieme a Annie Lennox  per raccogliere fondi per una associazione che si occupa dei senzatetto, per la prima volta ha raggiunto il primo posto delle classifiche inglesi (prima non c’era mai riuscito, arrivando al massimo al n°2). Ma è stato anche uno dei migliori e più prolifici rappresentanti del filone del folk britannico, con oltre 50 album pubblicati, in una carriera iniziata nel lontano 1968 con un album Eight Frames A Second, prodotto da Gus Dudgeon e arrangiato da Tony Visconti (che torna a riunirsi proprio con McTell, producendo questo Hill Of Beans). Il nostro amico diciamo che pur essendo un eccellente chitarrista (solo nell’ultima decade ha rilasciato una serie di sei album dal vivo, Songs For Six Strings), è da ascrivere più al filone dei cantautori, fatte le dovute proporzioni e diverse attitudini, quello che ha prodotto Donovan, Cat Stevens, John Martyn, Nick Drake, i Fairport Convention, insieme ai quali ha spesso partecipato al loro leggendario Festival di Cropredy, ma pure Wizz Jones, altro importante musicista folk inglese col quale ha inciso diversi dischi, due anche di recente.

Hill Of Beans (che si può tradurre come montagna di fagioli, ma non ne ho mai viste, oppure come un fico secco o cosa di poco conto) è il primo album di canzoni originali di McTell dal 2010, anno in cui uscì Somewhere Down To Road, e come detto riunisce Ralph con il suo vecchio amico Tony Visconti, che già gli produsse Not Till Tomorrow del 1972: per l’occasione Visconti si porta dietro anche la ex moglie Mary Hopkin e la figlia Jessica Lee Morgan, oltre al grande contrabbassista Danny Thompson. Il CD contiene 11 canzoni, per la maggior parte scritte negli ultimi anni, ma anche una composta nel 1978 e una nel 1988, esce per la sua etichetta personale la Leola Music, e come è consuetudine dei dischi di McTell tratta dei temi più disparati, a conferma dello stile eclettico, ricco di spunti letterari, artistici e anche musicali, delle sue canzoni: la voce, nonostante lo scorrere del tempo, è ancora profonda e risonante, immediatamente riconoscibile, come certifica subito la bella Oxbow Lakes, una canzone dove le questioni amorose si intrecciano con metafore geografiche e il fingerpickinng di Ralph si immette su un arrangiamento semplice ma amabile realizzato da Visconti, che suona anche il recorder nel brano https://www.youtube.com/watch?v=FGti92mx2qs , Brighton Belle per certi versi è una affettuosa storia della propria famiglia durante la II guerra mondiale, raccontata attraverso un brano che ha l’afflato e la profondità delle più belle canzoni di Christy Moore, con il quale il nostro ha più di una affinità sia a livello di timbro vocale che per la facilità con cui sa costruire belle melodie di grande fascino, in questo caso solo con l’acustica di McTell e il contrabbasso di Thompson a scandirne i tempi.

Clear Water era già apparsa su Myths And Heroes il disco del 2015 dei Fairport Convention, qui in una versione più intima e raccolta, anche se gli archi e il coro celestiale aggiunti da Visconti gli conferiscono un livello quasi spirituale non lontano dai fasti del passato, Gertrude And Alice, è un accorato racconto che narra dell’amore tra Alice Toklas e Gertrude Stein nella Parigi degli anni ’20, attraverso un arrangiamento incentrato sul raffinato uso di fisarmonica, cello ed archi. Gammel Dansk ha una atmosfera tra cabaret mitteleuropeo, chansonnier francesi e tocchi klezmer, cantata quasi alla Leonard Cohen, molto bella, Shed Of Song è uno dei brani dalla melodia più “splendente”, tra cello, archi, piano e il solito recorder, suono molto avvolgente e classico. Close Shave è uno dei brani più tradizionali, tra blues e ragtime acustico, mentre When They Were Young,  una canzone sui fremiti del primo amore, evidenzia ancora una volta l’uso della fisarmonica e degli archi, con una melodia  incantevole e Sometimes I Wish I Could Pray, a tempo di valzer, è quasi una country song con uso di organo e steel guitar, ma con un coro gospel aggiunto, con la Hopkin e la figlia, https://www.youtube.com/watch?v=urdpp0_ViBo . In chiusura Hill Of Beans che prende in prestito le atmosfere romantiche del film Casablanca, incrociate con le esperienze parigine giovanili di McTell come busker, con tanto di citazione testuale finale “You played it for her, play it for me. Play it. Play it Sam.”. E per non farsi mancare nulla c’è anche un sentito omaggio finale al giovane Bob Dylan, quello dell’amore per Suze Rotolo, tra sbuffi di armonica e chitarra arpeggiata, West 4th Street And Jones registrata dal vivo, è un delizioso tuffo nel passato, che mette il sigillo ad un album sorprendentemente bello https://www.youtube.com/watch?v=C88NrWUENoE .

Bruno Conti

Puro Rock Chitarristico Californiano, Da Parte Di Uno Di Quelli Che Lo Hanno Inventato! Roger McGuinn’s Thunderbyrd – Live At Rockpalast 1977

roger mcguinn live rockpalast

Roger McGuinn’s Thunderbyrd – Live At Rockpalast 1977 – MIG/WDR CD/DVD

Nuova pubblicazione discografica a cura della benemerita serie Rockpalast, che dal 1974 si occupa di trasmettere sulla TV tedesca concerti tenutisi in terra teutonica da alcuni dei più importanti musicisti internazionali. Per la verità lo show di cui vado ad occuparmi oggi era già uscito nel 2010 solo in formato video, ma era da tempo fuori catalogo e poi questa nuova ristampa aggiunge opportunamente anche il CD. Sto parlando di Roger McGuinn, iconico musicista “californiano” (in effetti è nato a Chicago) fondatore ed ex leader dei Byrds, che negli anni settanta aveva avviato una carriera solista fatta di album di ottima qualità: nel 1977 Roger aveva pubblicato l’eccellente Thunderbyrd (nome nato dalla fusione della Rolling Thunder Revue di Bob Dylan, della cui prima versione il nostro aveva fatto parte, e del suo ex gruppo storico), il suo miglior disco della decade insieme a Roger McGuinn & Band, un album che sembrava consolidare il nome di McGuinn tra i maggiori acts americani ma che si rivelò essere il suo ultimo lavoro solista fino a Back From Rio del 1991, anche se in mezzo ci fu la poco fortunata parentesi con gli ex compagni Chris Hillman e Gene Clark, più due altri dischi oggi dimenticati con lo stesso Hillman.

Live At Rockpalast 1977 prende il meglio da due serate del mese di Luglio dell’anno in questione, registrate alla Grughalle di Essen durante appunto il tour promozionale di Thunderbyrd a nome di Roger McGuinn’s Thunderbyrd, un vero e proprio gruppo di quattro elementi che poi è lo stesso che suonava nell’album di studio: oltre a Roger, abbiamo l’eccellente Rick Vito (già nella band di John Mayall e futuro membro dei Fleetwood Mac) alla chitarra, Charlie Harrison al basso e Greg Thomas alla batteria. Una formazione essenziale, che garantisce un alto livello di rock’n’roll per tutta la durata dello show, con le due chitarre sempre in tiro ed una serie di canzoni coinvolgenti ed eseguite benissimo grazie anche all’ottimo stato di forma di McGuinn che non risparmia consistenti quantità di “jingle-jangle sound”. L’unico album solista di Roger presente nella setlist di quindici pezzi è proprio Thunderbird, rappresentato da cinque brani, due originali più tre cover: Dixie Highway è un coinvolgente e pimpante boogie che vede ospite alle percussioni Sam Clayton dei Little Feat (che avevano aperto la serata), seguito dalla fluida We Can Do It All Over Again, un rockin’ country elettrico dal motivo diretto e decisamente orecchiabile. Poi abbiamo la classica hit di George Jones Why Baby Why (attribuita sulla confezione a McGuinn, ma le note sono piene di errori, tra nomi sbagliati e canzoni famosissime che alla voce autore recano la scritta “unknown”), arrangiata in puro stile rock’n’roll e fusa in medley con la byrdsiana Tiffany Queen, un mix irresistibile e travolgente.I brani di Thunderbyrd si esauriscono con una cover della leggendaria American Girl di Tom Petty che già in origine era un tributo ai Byrds (e con questa bella rilettura leggermente rallentata nel ritmo Roger mostra di aver apprezzato l’omaggio) e con Golden Loom di Bob Dylan, un country-rock cadenzato e godibile che all’epoca era un inedito delle sessions di Desire.

Ci sono anche tre rarità, due delle quali affidate alla voce di Vito: una solida rilettura rock-blues del traditional Juice Head ed un delizioso pezzo in puro stile Doobie Brothers intitolato Midnight Dew; a completare il trittico di pezzi poco noti la roccata Shoot Him di McGuinn, introdotta dal suo autore come Victor’s Song. Dulcis in fundo, il pezzo forte del concerto sono naturalmente i brani dei Byrds, a partire dalla splendida Lover Of The Bayou, che apre lo show in maniera potente con Roger e Rick che fanno vedere subito di essere in palla grazie ad una prestazione chitarristica strepitosa che dilata la canzone fino a sette minuti. Mr. Spaceman è puro e trascinante country-rock in un tripudio di suono jingle-jangle, mentre Chestnut Mare è una delle ballate più intense mai scritte da McGuinn. Gran finale con quattro classici uno di fila all’altro: l’omaggio all’ex compagno Gene Clark con una scintillante Feel A Whole Lot Better, le immancabili Turn!Turn!Turn! e Mr. Tambourine Man, sempre una goduria, e conclusione con una roboante versione di Eight Miles High, tra rock e psichedelia con i due chitarristi che fanno a gara di bravura, finendo in parità ma non facendo prigionieri tra il pubblico. Un live che ogni appassionato non dovrebbe farsi sfuggire, soprattutto considerando il fatto che Roger McGuinn è attualmente una sorta di pensionato di lusso.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 6. C’Erano Una Volta Un Menestrello Ed Un Uomo Vestito Di Nero…Bob Dylan (Feat. Johnny Cash) – Travelin’ Thru: Bootleg Series Vol. 15

bob dylan travelin' thru bootle series vol.15

Bob Dylan (Feat. Johnny Cash) – Travelin’ Thru: The Bootleg Series Vol. 15 1967-1969 – Columbia/Sony 3CD Box Set

Ormai sembra che a Bob Dylan non interessi più pubblicare nuove canzoni (Tempest, l’ultimo album di materiale originale, risale al 2012, ed anche il filone “franksinatriano” si è esaurito dopo Triplicate), e così ci dobbiamo “accontentare” delle novità provenienti dai suoi smisurati archivi. Quest’anno abbiamo già potuto godere dello splendido box dal vivo relativo ai concerti del 1975 con la Rolling Thunder Revue https://discoclub.myblog.it/2019/06/11/un-sensazionale-cofanetto-per-uno-dei-tour-piu-famosi-e-belli-di-sempre-bob-dylan-rolling-thunder-revue-the-1975-live-recordings/ , ed ora la Sony si rifà viva con il quindicesimo episodio delle benemerite Bootleg Series, giusto ad un anno di distanza dal precedente volume dedicato a Blood On The Tracks. Travelin’ Thru, questo il titolo del nuovo box, si occupa di un periodo che per la verità è già stato esplorato da un paio di uscite passate, anche se evidentemente non nella sua interezza: sto parlando degli anni che vanno dal 1967 al 1969, che già erano stati interessati dal decimo volume Another Self Portrait e dall’undicesimo, che si occupava dei mitici Basement Tapes nella loro completezza. Travelin’ Thru invece è maggiormente incentrato sulle sessions di Nashville Skyline (che erano state solo sfiorate in Another Self Portrait), ma tocca anche quelle relative a John Wesley Harding e, soprattutto, comprende tutti i brani registrati nel 1969 con il grande Johnny Cash e la sua band dell’epoca, evento che viene messo in risalto fin dalla copertina di questo triplo CD (in una pratica confezione “slipcase” con solito bel libretto con foto e note, e per una volta non ci sono né versioni super deluxe né “povere”).

Tra Dylan e Cash c’era un’ammirazione reciproca che risaliva fino ai primi anni sessanta, quando i due si conobbero durante un Festival di Newport, e per Nashville Skyline Bob voleva incidere un duetto proprio con l’Uomo in Nero, che sarebbe stata la ciliegina del suo primo album a sfondo country (non il primo registrato a Nashville, dato che c’erano già stati Blonde On Blonde, che però era l’apoteosi del “sottile e selvaggio sound al mercurio”, e John Wesley Harding, pura musica folk con l’aggiunta di una sezione ritmica). Ebbene, le sessions tra Bob e Johnny andarono benissimo e nel più totale relax, molto oltre alle aspettative, ed i due incisero materiale sufficiente per più di un intero disco, anche se poi solo Girl From The North Country finirà su Nashville Skyline, ma qui finalmente possiamo sentire il prodotto totale di quei due giorni di Febbraio, il 18 e 19, con il secondo CD del box e parte del terzo “occupati” dalle canzoni registrate insieme dai due grandi musicisti. Il cofanetto inoltre prende i classici due piccioni con una fava, in quanto sistema anche eventuali problemi di copyright sulle canzoni, che scade dopo 50 anni, un po’ come era successo con la versione super deluxe del dodicesimo volume della serie, The Cutting Edge: in realtà mancherebbe ancora una pubblicazione ufficiale anche delle sessions di Bob con George Harrison, avvenute più o meno nello stesso periodo, ma qui forse la non appartenenza dell’ex Beatle al catalogo Sony è un ostacolo difficile da superare. Ma veniamo ad una disamina dettagliata dei tre dischetti che, è giusto ricordarlo, contengono musica inedita al 98%.

CD1. La presenza di Cash in questo cofanetto si è ovviamente presa i titoli principali negli articoli dedicati al cofanetto, e ciò rischia di far passare sotto silenzio che nel primo dischetto sono presenti sette rarissime versioni alternate di brani tratti dalle sessions di John Wesley Harding: una scoperta notevole, dato che negli ultimi 52 anni nulla era mai trapelato neppure a livello di bootleg, ed il mistero se ci fosse qualcosa di inedito era pertanto fittissimo. E non è che i sette pezzi inclusi qui siano copie carbone di quelli poi finiti sul disco (era lecito pensarlo, essendo il gruppo di musicisti formato solo da Bob alla chitarra acustica ed armonica, Charlie McCoy al basso e Kenneth Buttrey alla batteria, quindi un combo ridotto all’osso), in quanto forse solo I Dreamed I Saw St. Augustine è sovrapponibile all’originale. Ci sono infatti una Drifter’s Escape più lenta e forse anche migliore, una take accelerata della leggendaria All Along The Watchtower, ricca di tensione, una John Wesley Harding più vivace di quella nota ed una As I Went Out One Morning maggiormente intensa. Ma le due più diverse sono I Am A Lonesome Hobo, che qui sembra quasi un blues acustico, ed una I Pity The Poor Immigrant più ritmata dell’originale e con la melodia che differisce di parecchio, praticamente un’altra canzone (ed una delle sorprese del box). Più vicine alle versioni note le restanti otto canzoni del CD, che provengono dalle sedute di Nashville Skyline (soprattutto Peggy Day, One More Night, Country Pie la splendida I Threw It All Away), ma è sempre un piacere ri-ascoltare alcuni dei brani più piacevoli e diretti del songbook dylaniano. To Be Alone With You è comunque molto più rock’n’roll qui, Lay Lady Lay non ha la celebre parte di steel guitar (sostituita qua dell’organo), mentre Tell Me That It Isn’t True è decisamente diversa da quella conosciuta. E la chicca non manca neppure qui, cioè l’inedita outtake Western Road, un godibile country-blues cadenzato, forse già sentito ma suonato benissimo, con una menzione particolare per il dobro di Norman Blake ed il piano di Bob Wilson.

CD2. Ecco le attese sessions Dylan/Cash, con il gruppo di Johnny come backing band (compreso Carl Perkins alla solista). Ed i due mostrano di divertirsi un mondo (e noi con loro) a riprendere brani dei rispettivi repertori dividendosi le parti vocali: ascoltiamo quindi versioni uniche di classici come I Still Miss Someone, Don’t Think Twice It’s Alright in medley con Understand Your Man, One Too Many Mornings, Big River, Girl From The North Country, I Walk The Line, I Guess Things Happen That Way, Five Feet High And Rising ed anche la mitica Ring Of Fire. Ma i nostri si cimentano anche in irresistibili riletture di Matchbox di Perkins, di un doppio Elvis periodo Sun (That’s Alright Mama e Mystery Train) e deliziose versioni di classici folk come Mountain Dew, Careless Love (splendida, tra le più belle del triplo) e You Are My SunshineCD3. Le sedute del duo Bob & Johnny proseguono con uno degli highlights assoluti, cioè Wanted Man, grande country song che al tempo Dylan regalò a Cash senza inciderla per conto proprio, ma che qui è presente in una scintillante versione a due voci; le sessions si chiudono con due belle riletture di classici gospel, Amen e Just A Closer Walk With Thee, ed un doppio omaggio a Jimmie Rodgers con due medley che comprendono tra le altre frammenti di T For Texas, Waiting For A Train e Yodeling The Blues Away. Il dischetto continua con la famosa partecipazione di Bob al Johnny Cash Show (edita solo in parte in passato in DVD ma mai su CD), con due ottime versioni live di I Threw It All Away e Living The Blues con solo Bob e band, ed il classico duetto con Johnny in Girl From The North Country (questi tre pezzi sono stranamente registrati con una qualità da bootleg).

Ci sono anche due brani inediti dalle sessions di Self Portrait, ancora due omaggi a Cash (senza di lui però) con Ring Of Fire e Folsom Prison Blues, entrambe più che buone (curiosità: questi due pezzi, incisi il 3 Maggio 1969, rappresentano l’ultima session di Dylan a Nashville fino ai giorni nostri). Il box si chiude con un’altra sorpresa, cioè la seduta completa tenutasi a New York nel 1970 (ma allora perché il sottotitolo del cofanetto è 1967-1969?) insieme all’illustre banjoista Earl Scruggs ed ai suoi figli Randy e Gary per l’album Earl Scruggs Performing With His Family And Friends: se la strepitosa Nashville Skyline Rag era stata pubblicata su quel disco comunque rarissimo, East Virginia Blues della Carter Family, To Be Alone With You ed il traditional Honey, Just Allow Me One More Chance (già inciso in precedenza da Bob su Freewheelin’), tutte eseguite in puro stile bluegrass, non erano mai state ascoltate prima d’ora. Quindi siamo di fronte all’ennesimo capitolo imperdibile delle Bootleg Series dylaniane (ma ce ne sono di “perdibili”?), che questa volta sarà appetibile anche per i fans di Johnny Cash.

Marco Verdi

Una Ristampa Apprezzata Nonché “Riparatrice”. Ry Cooder – The Border Soundtrack

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Ry Cooder – The Border Soundtrack – BGO/Universal CD

Quando nel 2014 la Rhino fece uscire Soundtracks, un box di 7 CD che comprendeva altrettante colonne sonore tra le più famose ed ormai fuori catalogo ad opera di Ry Cooder (uno specialista del genere, oltre ad essere il grande musicista e ricercatore che conosciamo), avevo avuto un moto di disappunto per l’assenza di The Border, album di musiche a commento di un film del 1982 del regista britannico Tony Richardson con Jack Nicholson e Harvey Keitel (Frontiera nel nostro paese). Nel box erano comprese alcune tra le soundtracks più belle ed amate dell’artista californiano come The Long Riders, Paris Texas, Alamo Bay e Crossroads, ma anche un paio di episodi di difficile digeribilità come Johnny Handsome e soprattutto Trespass, due album con musiche strettamente connesse alle immagini dei rispettivi film e di non facile ascolto: a maggior ragione l’assenza di The Border gridava vendetta, in quanto stiamo parlando forse della miglior colonna sonora di Cooder, e quella più vicina in assoluto ad un suo normale album di canzoni (qualche anno fa era uscita su CD per la Raven australiana in coppia con Alamo Bay, ma anche questa è irreperibile da tempo).

Oggi la BGO ristampa finalmente The Border con tutti i crismi del caso, rimasterizzando il suono a dovere ed accludendo un corposo libretto con note scritte ex novo: e l’album si conferma splendido, tra le cose migliori della discografia di Cooder (meglio anche del suo album “rock” dello stesso anno, The Slide Area), sicuramente la sua soundtrack più bella insieme a Paris Texas, Alamo Bay e Crossroads. Un album dove, tra brani strumentali e cantati, il nostro mescola musica rock, folk, country e tex-mex con l’aiuto della sua inimitabile slide guitar (ma anche dell’acustica) e di una super band che comprende John Hiatt alla voce e chitarra ritmica (John all’epoca non era ancora popolare come sarebbe diventato da Bring The Family in poi), Jim Dickinson al piano, Flaco Jimenez naturalmente alla fisarmonica, Domingo Samudio (proprio il Sam “The Sham” di Wooly Bully) all’organo, Tim Drummond al basso, Jim Keltner alla batteria e Ras Baboo alle percussioni, oltre alle voci in background dei soliti noti Bobby King e Willie Green Jr., nonché dell’ex moglie di Samudio Brenda Patterson.

The Border è famoso innanzitutto per la presenza della straordinaria Across The Borderline, stupenda e toccante ballata in bilico tra Texas e Messico affidata alla voce vellutata di Freddy Fender, brano scritto da Cooder con Hiatt e Dickinson che è per il sottoscritto tra le più belle canzoni degli anni ottanta, e che perfino uno come Bob Dylan riprenderà più volte dal vivo negli anni a seguire. Altri due sono i brani scritti insieme dai tre musicisti, affidati entrambi alla voce di Hiatt: Too Late, una rock ballad intensa e melodicamente impeccabile con Ry e Jim che lavorano sullo sfondo con slide e piano (una sorta di anticipo di Bring The Family con Dickinson al posto di Nick Lowe, dato che c’è anche Keltner), e la potente Skin Game, un pezzo elettrico dalla ritmica nervosa ed uno stile vagamente blues, ancora con Ry che fa scorrere con maestria le dita sul manico della sua chitarra https://www.youtube.com/watch?v=mTx860Viz_E . C’è spazio anche per sentire la voce di Dickinson nella trascinante Texas Bop, un boogie dal ritmo acceso con grande senso dello swing ed un arrangiamento elettrico dominato ancora da chitarra e piano; Samudio si prende il centro della scena con due brani di alto livello: la bellissima Palomita, gioioso tex-mex dal gran ritmo e con la splendida fisa di Flaco in evidenza, e No Quiero, un limpido e struggente bolero che ci porta idealmente a Veracruz.

Anche la Patterson ha un pezzo tutto per lei, cioè Building Fires una country ballad dal motivo diretto (scritta da Dickinson con Dan Penn) ed ancora Ry a ricamare con classe in sottofondo. Cooder non canta nel disco, ma i restanti pezzi (tutti strumentali quindi) hanno lui come protagonista assoluto: a parte l’inquietante Earthquake, che apre l’album con sonorità quasi ambient, abbiamo la struggente e folkie Maria, per chitarra acustica e fisa, l’elettrica Highway 23, con la slide che domina in mezzo ad un background di percussioni, la delicata Rio Grande, in cui Ry riprende il tema di Across The Borderline per sola chitarra acustica, il breve frammento rock di El Scorcho ed il finale con la tenue Nino, pura e cristallina e di nuovo con solo Cooder e Flaco. The Border si conferma anche a 37 anni di distanza un ottimo disco, adattissimo anche ad un ascolto “slegato” alle immagini del film corrispondente.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 2. L’Usignolo Dagli Occhi Azzurri: Prima Parte. Judy Collins – The Elektra Albums, Volume One (1961-1968)

judy collins the elektra albums volume one

Judy Collins – The Elektra Albums, Volume One (1961-1968) – Edsel/Demon 8CD Box Set

A Maggio di quest’anno Judith Marjorie Collins, detta Judy, ha compiuto 80 anni, e per celebrare l’evento la Edsel ha pubblicato ben due cofanetti con la sua discografia completa fino al 1984, cioè fino a quando la folksinger di Seattle ha inciso per la Elektra, leggendaria etichetta fondata negli anni cinquanta da Jac Holzman. La Collins è considerata giustamente una delle più grandi cantanti folk di tutti i tempi, e nonostante non abbia mai raggiunto la popolarità di Joan Baez, dal punto di vista vocale le due non erano molto distanti, anche se come statura artistica Joan è sempre stata uno o due passi avanti (ci sarebbe poi anche Carolyn Hester, che però ha avuto una carriera decisamente più di basso profilo). Nel corso degli anni Judy ha comunque pubblicato più di un disco di valore, scegliendo con grande perizia le canzoni (è sempre stata principalmente un’interprete, anche se con gli anni ha maturato una buona capacità di scrittura) ed eseguendole con estrema raffinatezza e con la sua splendida voce da soprano a dominare il tutto. *NDB Gli ultimi due, quello in coppia con Stills https://discoclub.myblog.it/2017/09/24/alla-fine-insieme-stephen-e-judy-blue-eyes-e-forse-valeva-la-pena-di-aspettare-stills-collins-everybody-knows/  e in precedenza il disco di duetti di cui mi sono occupato sul Blog https://discoclub.myblog.it/2015/09/23/76-anni-il-primo-album-duetti-judy-collins-strangers-again/ La Collins iniziò da ragazza gli studi musicali a Denver, in Colorado, dove si era spostata con la famiglia, ed inizialmente la sua formazione era quella di una pianista classica: in breve tempo, complice l’innamoramento per il cosiddetto “folk revival” (unito ad una propensione all’attivismo sociale), imbracciò la chitarra acustica e si spostò a New York, dove nel 1960 iniziò ad esibirsi nei locali del Greenwich Village, finché non fu notata appunto da uomini della Elektra e messa subito sotto contratto.

Oggi mi occupo del primo dei due cofanetti The Elektra Albums, che come recita il sottotitolo copre in otto CD il periodo degli anni sessanta nella quasi totalità: stiamo parlando dei dischi migliori di Judy (senza bonus tracks ma con un bel libretto ricco di foto e note ed una rimasterizzazione sonora adeguata), in cui vediamo album dopo album la sua crescita artistica da giovane e un po’ ingenua cantante ad artista completa che “invaderà” anche territori country e rock, spesso incidendo canzoni di altri autori in anticipo sulle versioni originali.

CD1: A Maid Of Constant Sorrow (1961). Un discreto esordio, in cui Judy si esibisce in trio con un’altra chitarra (Fred Hellerman) ed un banjo (Erik Darling). Il tono è perlopiù drammatico e certe interpretazioni sono leggermente enfatiche e declamatorie, e perciò forse si tratta del suo lavoro più datato. Tutti i brani tranne uno (la poco nota Tim Evans di Ewan MacColl) sono tradizionali, e Judy fornisce comunque limpide versioni della title track, The Prickilie Bush (quasi un bluegrass), Wild Mountain Thyme, Oh Daddy Be Gay e Pretty Saro.

CD2: Golden Apples Of The Sun (1962). Stessa struttura in trio del primo disco (ma stavolta due chitarre più basso, ed i compagni sono Walter Reim e Bill Lee), ma un’interpretazione più riuscita e meno sopra le righe, con ottime riletture di Bonnie Ship The Diamond, Little Brown Dog, Tell Me Who I’ll Marry, Fannerio (conosciuta anche come Pretty Peggy-O), oltre ad una trascinante versione folk-gospel del classico di Reverend Gary Davis Twelve Gates To The City.

CD3: Judy Collins # 3 (1963). Splendido album questo, ancora con la Collins accompagnata da due altri musicisti (a volte tre) e dove il chitarrista ed autore degli arrangiamenti è un giovane ed ancora sconosciuto Jim McGuinn, non ancora diventato Roger. I pezzi tradizionali sono presenti in misura molto minore, e cominciano ad esserci canzoni di autori contemporanei a partire da Bob Dylan, in quel tempo già punto di riferimento per ogni folksinger che si rispettasse (Farewell e la classica Masters Of War, pubblicata quasi in contemporanea con Bob). Ci sono anche due tra i primi brani scritti da Shel Silverstein (Hey, Nelly Nelly e In The Hills Of Shiloh), il noto canto pacifista Come Away Melinda (reso popolare prima da Harry Belafonte e poi dai Weavers), oltre alla splendida Deportee di Woody Guthrie. Ma la palma della migliore se la prende l’iniziale Anathea, una stupenda western ballad gratificata da un’interpretazione da pelle d’oca. E dulcis in fundo, due canzoni appartenenti al repertorio di Pete Seeger, The Bells Of Rhymney e Turn! Turn! Turn!, che McGuinn terrà a mente e riproporrà da lì a due anni con i Byrds.

CD4: The Judy Collins Concert (1964). Primo album dal vivo di Judy (sempre in trio), registrato alla Town Hall di New York. La particolarità è che, delle 14 canzoni incluse, solo Hey, Nelly Nelly è tratta dai dischi precedenti, mentre il resto è inedito, e si divide tra brani del cantautore di culto Billy Edd Wheeler (ben tre: Winter Sky, Red-Winged Blackbird e Coal Tattoo), altrettanti di Tom Paxton (My Ramblin’ Boy, Bottle Of Wine e la meravigliosa The Last Thing On My Mind), Fred Neil (Tear Down The Walls), l’allora sconosciuto John Phillps (una deliziosa Me And My Uncle), ed ancora Dylan con una struggente The Lonesome Death Of Hattie Carroll.

CD5: Judy Collins’ Fifth Album (1965). In questo lavoro Judy si affida a qualche musicista in più del solito, introducendo strumenti come dulcimer, piano, armonica e flauto, e con la partecipazione di John Sebastian, Eric Weissberg e del cognato della Baez Richard Farina. Dylan è ancora presente come autore, e con tre pezzi da novanta (Tomorrow Is A Long Time, Daddy, You’ve Been On My Mind e la mitica Mr. Tambourine Man, brano che quell’anno ebbe quindi diverse versioni), ma c’è anche il “rivale” di Bob Phil Ochs (In The Heat Of The Summer, molto bella), e tre classici assoluti del calibro di Pack Up Your Sorrows (proprio Farina), Early Morning Rain di Gordon Lightfoot e Thirsty Boots di Eric Andersen, in anticipo di un anno sul cantautore di Pittsburgh.

CD6: In My Life (1966). In questo album Judy fa una giravolta a 360 gradi: niente atmosfere folk ma un accompagnamento orchestrale a cura di Joshua Rifkin, che però tende a mio giudizio ad appesantire troppo le canzoni, che avrebbero beneficiato maggiormente di arrangiamenti basati su voce e chitarra. Il disco presenta le prime due canzoni mai apparse su album di un giovane poeta e scrittore canadese che farà “abbastanza” strada, tale Leonard Cohen, cioè Dress Rehersal Rag e Suzanne (che è anche l’unico pezzo dall’arrangiamento folk classico); c’è poi il solito Dylan (Just Like Tom Thumb’s Blues), ancora Farina (Hard Lovin’ Loser, un po’ pasticciata), gli “esordienti” su un disco della Collins Randy Newman e Donovan (rispettivamente con I Think It’s Going To Rain Today e Sunny Goodge Street), ed anche i Beatles con la classica title track. Ma, ripeto, la veste sonora delle canzoni non mi convince (il medley tratto dall’opera teatrale Marat/Sade di Peter Weiss è quasi cabarettistico), anche se le vendite daranno ragione a Judy.

CD7: Wildflowers (1967). Questo album prosegue il discorso sonoro del precedente, anzi aumentando l’incidenza delle parti orchestrali, e diventa il disco più venduto nella carriera della cantante (arrivando al numero 5 in classifica), grazie soprattutto al suo unico singolo da Top Ten, cioè una bellissima versione del futuro classico di Joni Mitchell Both Sides Now, che però è anche l’unico pezzo ad avere un arrangiamento pop, con chitarra, basso, batteria e clavicembalo. La Mitchell come autrice è presente anche con l’iniziale Michael From Mountains, ma chi prende davvero piede è Cohen, che dona a Judy ben tre brani: Sisters Of Mercy (splendida nonostante l’orchestra), Priests e Hey, That’s No Way To Say Goodbye; troviamo addirittura una ballata del poeta del quattordicesimo secolo Francesco Landini intitolata Lasso! Di Donna, cantata in un improbabile italiano arcaico (Judy se la cava molto meglio col francese nella Chanson Des Vieux Amants di Jacques Brel). Il disco è comunque importante anche perché contiene le prime tre canzoni scritte dalla Collins (Since You Asked, Sky Fell e Albatross), anche se nessuna di esse si può definire indimenticabile.

CD8: Who Knows Where The Time Goes (1968). Judy lascia da parte le orchestrazioni e ci consegna un bellissimo disco che si divide tra folk, rock e country, con le prime chitarre elettriche ed una serie di sessionmen da urlo, come l’allora fidanzato Stephen Stills (che scriverà Suite: Judy Blue Eyes per lei), il mitico chitarrista di Elvis James Burton, Buddy Emmons alla steel, Chris Ethridge (di lì a breve nei Flying Burrito Brothers) al basso, Van Dyke Parks alle tastiere e Jim Gordon, futuro Delaney & Bonnie e Derek And The Dominos (e molti altri), alla batteria. Judy apre il disco con la rockeggiante Hello, Hooray di Rolf Kempf (che nel 1973 diventerà un classico nel repertorio di Alice Cooper), e poi si destreggia alla grande ancora con un doppio Cohen (una Story Of Isaac per sola voce, organo e clavicembalo, drammatica ed inquietante, ed una countreggiante e più leggera Bird On A Wire), una limpida rilettura del traditional Pretty Polly, un brano “minore” di Dylan (I Pity The Poor Immigrant), la splendida Someday Soon di Ian Tyson, puro country, e l’autografa My Father. Ma i due highlights sono la stupenda ballata di Sandy Denny che intitola il disco (tanto per cambiare di un anno in anticipo sui Fairport Convention), e la lunga (sette minuti e mezzo) First Boy I Loved, brano solido e complesso scritto da Robin Williamson, all’epoca membro di punta dell’Incredible String Band.

Prossimamente mi occuperò del secondo cofanetto, che raccoglierà gli album Elektra dal 1970 al 1984.

Marco Verdi

Che Lungo, Strano Viaggio E’ Stato: Un Ricordo Di Robert Hunter.

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La frase del titolo del post è presa dalla canzone Truckin’, ed è una delle più celebri uscite dalla penna di Robert Hunter, scrittore-poeta-liricista scomparso lo scorso 23 Settembre nella sua casa di San Rafael in California all’età di 78 anni, il cui nome sarà per sempre legato a quello dei Grateful Dead ed in particolare a Jerry Garcia. Nato Robert Burns nel piccolo centro californiano di San Luis Obispo, Hunter iniziò ad interessarsi alla musica tradizionale e bluegrass fin da ragazzo, e fu introdotto all’età di 19 anni a Garcia dall’allora fidanzata di Jerry: i due, anche se non legarono al primo impatto, condividevano le stesse passioni musicali, e fu così che iniziarono ad esibirsi in piccoli locali con il nome di Bob & Jerry (Hunter si dilettava al mandolino) ed in seguito come membri di Hart Valley Drifters, Wildwood Boys e Black Mountain Boys.

La svolta avvenne quando Hunter fu “assunto” come cavia per provare gli effetti delle all’epoca nuove droghe allucinogene, in particolare LSD e mescalina: diciamo che il giovane Robert andò leggermente “oltre” quanto richiesto dall’esperimento scientifico e divenne un convinto consumatore di tali sostanze, cosa che contribuì senz’altro alla creazione di poesie e scritti di carattere psichedelico e surreale. La cosa fu notata da Garcia (che nel frattempo aveva formato i Warlocks, i quali a breve cambieranno nome in Grateful Dead), al quale serviva un paroliere per le sue canzoni altrettanto influenzate dagli acidi: il resto è storia, e parla di un sodalizio tra i due continuato per trent’anni, cioè fino alla morte di Jerry avvenuta nel 1995, una unione che ha prodotto un’infinità di brani ormai diventati classici del rock mondiale, a partire dall’inno psichedelico Dark Star e continuando con capolavori del calibro di Uncle John’s Band, Friend Of The Devil, Casey Jones, China Cat Sunflower, Scarlet Begonias, RippleBertha, Brown-Eyed Women, Ripple, Tennessee Jed, Dire Wolf, Touch Of Grey e Black Muddy River (ma potrei andare avanti all’infinito).

La collaborazione tra Robert e Jerry si sviluppò anche negli album solisti di Garcia, e saltuariamente il nostro collaborò anche con altri membri dei Dead, come Bob Weir (Sugar Magnolia, anche se la controparte preferita da Weir era John Barlow), Phil Lesh (Box Of Rain) ed anche Ron “Pigpen” McKernan (Mr. Charlie). Ma Hunter, che venne sempre considerato una sorta di membro aggiunto dei Dead, scrisse anche diversi libri e soprattutto pubblicò anche un buon numero di album come solista, sia cantati che spoken word, anche se va detto che nessuno di essi può essere considerato indispensabile. Ma la carriera di paroliere di Hunter non si fermò solo ai Dead e Garcia, in quanto collaborò anche con artisti come New Riders Of The Purple Sage, Bruce Hornsby, Little Feat, Jim Lauderdale e soprattutto Bob Dylan (uno che non avrebbe certo bisogno di un co-autore, specie per i testi), con il quale compose due brani che finiranno sul non eccelso Down In The Groove del 1988 (Ugliest Girl In The World e Silvio, non proprio due capolavori), ma specialmente la quasi totalità delle canzoni contenute nell’ottimo Together Through Life del 2009 ed anche il brano Duquesne Whistle da Tempest del 2012.

Ora Robert è quindi tornato a fare compagnia a Jerry, e chissà se i due non comporranno qualche nuovo pezzo ad esclusivo beneficio degli angeli.

Marco Verdi

P.S: un breve accenno anche ad altri due artisti scomparsi nei giorni scorsi: Eddie Money, cantante e chitarrista americano di discreta fama negli anni settanta ed ottanta con brani in stile pop-rock come Baby Hold On, Two Tickets To Paradise, Take Me Home Tonight e Walk On Water

, e Ric Ocasek, popolarissimo leader dei Cars (uno dei gruppi cardine della new wave degli anni ottanta), che frequentò a lungo le classifiche dell’epoca con album come Candy-O, Panorama e Heartbeat City e singoli come Shake It Up, You Might Think, Drive e Tonight She Comes, uno degli artisti più di successo della decade nonostante il non proprio lusinghiero soprannome di “più brutta rockstar del mondo”.