Già Le Canzoni Sono “Belline”, Ma Lei E’ Bravissima! Emma Swift – Blonde On The Tracks

emma swift blonde on the tracks

Emma Swift – Blonde On The Tracks – Tiny Ghost CD

Se non avete mai sentito nominare Emma Swift non dovete preoccuparvi, in quanto stiamo parlando di una singer-songwriter australiana (ma che da anni vive a Nashville) che è discograficamente ferma all’EP d’esordio omonimo del 2014, al quale hanno fatto seguito solo un paio di singoli incisi con la collaborazione del noto musicista britannico Robyn Hitchcock, che tra parentesi è legato ad Emma anche dal lato sentimentale, visto che vivono insieme a Nashville (e bravo Robyn: oltre al fatto che è molto più giovane, la Swift è pure carina). Dopo ben sei anni Emma si fa dunque viva con il suo primo vero album, e come il titolo Blonde On The Tracks può far intuire si tratta di un disco composto interamente da canzoni di Bob Dylan, grande passione sia di Emma che di Robyn (il quale aveva dedicato al Vate un intero live uscito nel 2002, Robyn Sings), un lavoro al quale la bionda cantautrice aveva iniziato a pensare nel 2017 ma che si è decisa a mettere a punto solo qualche mese fa “approfittando” del lockdown.

Io sono uno che appena sento odore di Dylan rizzo le antenne, ma una volta ultimato l’ascolto di questo album non posso che esprimere la mia positiva sorpresa: Blonde On The Tracks è infatti un disco davvero molto bello, con otto canzoni una più bella dell’altra (e fin qui niente di nuovo), ma quello che più mi stupisce è la bravura di Emma (che, ripeto, non conoscevo) nell’interpretarle, grazie ad una bella voce limpida, espressiva ma anche seducente e ad un background strumentale molto classico basato sulle chitarre (lo stesso Hitchcock e Pat Sansone, membro dei Wilco e produttore dell’album), steel guitar (Thayer Serrano), piano ed organo (ancora Sansone) e la sezione ritmica di Jon Estes al basso e Jon Radford alla batteria. La bravura di Emma è stata anche quella di non aver stravolto le canzoni proposte, ma nello stesso tempo aver dato un tocco personale pur rispettando le melodie originali, con il risultato finale di aver realizzato un disco che mi sento di consigliare senza remore ad ogni fan del grande Bob (copertina a parte, che sembra realizzata da un bambino dell’asilo alle prese con un programma di Photoshop taroccato).

L’inizio del CD con Queen Jane Approximately (molti dei brani scelti sono rivolti al sesso femminile, ma Emma non si fa molti problemi e le ripropone con il testo identico) è splendido, ed anche in maniera decisa: l’arrangiamento è byrdsiano al 100%, con quel suono di chitarra 12 corde che sembra appartenere proprio a Roger McGuinn, e la Swift mostra di avere una voce davvero bellissima. La canzone è già grande di suo, ma questa interpretazione è pressoché perfetta. Emma con questo album vince anche un immaginario premio per essere stata la prima a proporre un pezzo tratto dall’ultimo capolavoro dylaniano Rough And Rowdy Ways: I Contain Multitudes è il brano che apre quel disco straordinario, ed Emma ne rispetta l’atmosfera intima performandolo per sola voce e chitarra acustica, con gli altri strumenti che entrano con discrezione solo nei due bridge. Eppure la canzone emerge alla grande, e buona parte del merito va alla prestazione vocale da brividi.

Si torna nei sixties con One Of Us Must Know (da Blonde On Blonde, del quale, molti non lo sanno, era il primo singolo), che inizia ancora con la voce circondata dal minimo indispensabile, con una steel che miagola sullo sfondo ed un pianoforte che segue con sicurezza la melodia, fino allo splendido ritornello full band. Visto il titolo del CD non poteva mancare almeno un brano da Blood On The Tracks (in realtà ce ne sono due), e Simple Twist Of Fate è uno dei tanti capolavori di quel disco: Emma la rilegge in maniera classica, voce, due chitarre e poco altro, con la bellezza della canzone che fa il resto. Dicevo dei brani rivolti alle donne: Sad Eyed Lady Of The Lowlands è uno dei casi più leggendari in tal senso in quanto Dylan l’aveva dedicata alla moglie Sara, e la versione della Swift rispetta la durata fiume di quasi dodici minuti dell’originale ma non annoia, grazie al suo arrangiamento da sontuosa ballata folk-rock cantata al solito in maniera sopraffina.

Un’altra canzone “al maschile” è The Man In Me, un pezzo quasi pop per gli standard di Dylan (era su New Morning), e la rilettura è decisamente piacevole ed orecchiabile, merito anche di una veste sonora molto anni settanta con chitarre, piano ed organo sugli scudi. Chiudono l’album Going Going Gone, altra versione splendida e toccante di un pezzo non molto noto di Bob, ma che in questa rilettura fluida brilla particolarmente rivelandosi come una delle più riuscite, e lo stesso vale per You’re A Big Girl Now, per la verità abbastanza simile all’originale nell’arrangiamento (e quindi molto valida anche questa). Blonde On The Tracks non è quindi “solo” un album di cover dylaniane, ma un disco bellissimo in cui finalmente scopriamo il talento di Emma Swift come cantante ed interprete, nella speranza di poter finalmente apprezzare al più presto anche il suo lato cantautorale.

Marco Verdi

Un Folksinger Di Stampo Classico…Dopo Un Viaggio Al Sud! John Craigie – Asterisk The Universe

john craigie asterisk the universe

John Craigie – Asterisk The Universe – ZPR/Thirty Tigers CD

Non fatevi sviare dalla foto di copertina di questo disco, in cui una donna dalle forme generose vi osserva con sguardo languido: John Craigie è un musicista originario di Los Angeles, definito da molti una sorta di moderno troubadour dal momento che le sue influenze primarie vanno cercate tra i padri della folk music contemporanea, vale a dire Woody Guthrie, Ramblin’ Jack Elliott e Pete Seeger. Devo confessare che il nome di Craigie mi giungeva del tutto nuovo, al punto che quando ho avuto per le mani il suo nuovo CD Asterisk The Universe ho pensato che fosse il suo album d’esordio. Indagando un po’ ho però scoperto che John è uno dei tanti segreti nascosti della musica americana, dato che ha alle spalle già sei album pubblicati tra il 2009 ed il 2018, oltre a due live e due dischi di cover (uno di canzoni rock alternative ed uno di brani dei Led Zeppelin). La seconda sorpresa l’ho avuta al momento dell’ascolto, in quanto pensavo di trovarmi di fronte al classico folksinger voce, chitarra e poco altro, ma invece mi sono ritrovato in mezzo a sonorità degne di un qualsiasi studio di registrazione del profondo sud, una miscela stimolante di rock, soul e gospel che si fonde mirabilmente con le canzoni (e la voce) di stampo folk del nostro.

Come se Bob Dylan, facendo le debite proporzioni, invece di andare a muovere i primi passi nel Village a New York fosse andato ad incidere ai Fame Studios in Alabama. Un disco full band molto ricco dal punto di vista strumentale, ma con un suono diretto che mantiene intatta l’essenza folk delle canzoni; prodotto dallo stesso John, Asterisk The Universe vede la presenza di musicisti abbastanza sconosciuti ma in grado di donare un sound decisamente caldo ai vari pezzi: tra i vari membri della band segnalerei i chitarristi Nilo Daussis e Erin Chapin (quest’ultima impegnata alla slide), il tastierista Jamie Coffis (proprio quello dei Coffis Brothers, quindi il più “famoso” tra tutti https://discoclub.myblog.it/2020/06/09/tom-petty-avrebbe-approvato-coffis-brothers-in-the-cuts/ ), che si destreggia benissimo sia all’organo che al pianoforte, e la sezione ritmica formata da Ben Berry al basso e Matt Goff alla batteria.

Prendete l’iniziale Hustlin’: la partenza è tipicamente folk, con solo la voce protagonista ed un mandolino, ma poi entrano chitarre, basso, batteria ed un piano elettrico, il tutto in maniera decisamente leggera, quasi in punta di piedi. Don’t Ask è più movimentata, una ballata folk-rock classica dalla melodia orecchiabile ed un coro femminile a conferire un sapore southern soul, grazie anche al suono caldo dell’organo. Bella anche Son Of A Man, un pezzo nel quale l’anima folk del nostro si fonde a meraviglia con il suono sudista molto anni settanta della band, il tutto impreziosito da un altro motivo diretto e piacevole; il ritmo si fa più sostenuto anche se sempre con discrezione nella vibrante Part Wolf, nuovamente col piano in evidenza ed un refrain vincente: tra le più riuscite del CD.

Con Crazy Mama si rimane ben piantati al sud, per una scintillante ballata tra country e blues con una bella slide ed un leggero tocco swamp, un pezzo che sembra provenire da un’oscura session dei seventies prodotta da Jim Dickinson, mentre la cadenzata Climb Up ha addirittura elementi funky nel suono ed un background che rimanda a dischi come Dusty In Memphis. La breve e suggestiva Used It All Up per sola slide e voci femminili funge da incipit per la limpida Don’t Deny, brano folk-rock cristallino con elementi dylaniani e sonorità coinvolgenti ed in parte californiane, un’altra canzone che entra di diritto tra le più belle del lavoro; il disco si conclude con l’elettroacustica ed intensa Vallecito, dalle atmosfere vagamente western, e con la splendida Nomads, folk song di grande spessore con le chitarre acustiche e il pianoforte a fornire un alveo perfetto per la deliziosa melodia.

Non credo sia il caso di andare a recuperare tutta la discografia di John Craigie (ammesso che si trovi da qualche parte *NDB Si trovano sul suo sito https://john-craigie.myshopify.com/ , ma al solito quello che ti frega sono i costi di spedizione dagli Stati Uniti), ma Asterisk The Universe può essere un ottimo punto di partenza per conoscerlo.

Marco Verdi

Anche Da Solo Sul Palco (O Quasi) Era Un Grande. Jerry Garcia & John Kahn – Garcia Live Volume 14

jerry garcia garcialive 14

Jerry Garcia & John Kahn – Garcia Live Volume 14 – ATO CD – 2LP

Nel recensire di recente l’ultimo dei quattro live dei Blue Oyster Cult usciti quest’anno ho accennato appunto al fatto che la band americana ha deciso di inflazionare in maniera massiccia il mercato dal momento che ci sono state anche le ristampe di due album in studio ed in autunno sarà la volta del loro disco nuovo. Ebbene, non è che chi cura gli archivi del compianto Jerry Garcia se ne sia stato con le mani in mano, dato che il CD di cui mi accingo a parlare è il terzo in sette mesi dell’ormai nota serie Garcia Live, ed il quattordicesimo totale. Registrato al Ritz di New York il 27 gennaio del 1986, Garcia Live Volume 14 è però un episodio abbastanza unico: intanto è “solo” singolo, e poi vede Jerry in veste totalmente acustica, ma non con la Jerry Garcia Acoustic Band bensì proprio solo lui e la sua chitarra, coadiuvato solamente dal fido John Kahn che lo accompagna al basso (ed il CD è co-intestato ai due).

Nel 1986 Jerry non se la passava benissimo per quanto riguarda la salute (a luglio dello stesso anno cadrà in un coma diabetico che per poco non lo porterà all’altro mondo), ma in questa serata newyorkese è davvero in ottima forma, e nonostante la struttura scarna del suono riesce a fornire una performance da leccarsi i baffi, con qualche lieve imprecisione vocale ma con una prestazione chitarristica sublime, in cui il nostro riempie gli spazi al punto che in alcuni momenti non sembra che ci siano solo due persone sul palco (e Kahn si dimostra un partner perfetto, misurato e con un chiaro background jazz). Musica pura ed incontaminata, con le radici folk, country e bluegrass del nostro che fuoriescono prepotentemente anche in brani che originariamente hanno una struttura rock. Ovviamente non mancano pezzi con diverse decadi sulle spalle, siano essi traditionals o meno, veri e propri classici del folk-blues come l’opening track Deep Elem Blues, molto energica nonostante siano solo in due, una Little Sadie pregna di atmosfere western, una deliziosa Oh Babe, It Ain’t No Lie di Elizabeth Cotten caratterizzata dallo splendido pickin’ di Jerry ed una lucida Spike Driver Blues (Mississippi John Hurt).

In ogni concerto di Garcia che si rispetti ci sono poi dei brani di Bob Dylan, e qui ascoltiamo una limpida When I Paint My Masterpiece e soprattutto una commovente rilettura di Simple Twist Of Fate che la fragilità vocale del nostro rende ancora più poetica (e con Kahn che si produce in un intermezzo in puro stile jazz). Infine, rispetto agli abituali show solisti di Garcia in cui dominano le cover, i brani a firma Garcia-Hunter sono ben cinque, a partire da una discreta (ed applauditissima) Friend Of The Devil per proseguire con la mossa Run For The Roses, le splendide Dire Wolf e Ripple, tra le migliori composizioni di sempre del nostro, ed una strepitosa Bird Song di nove minuti che suona acida e psichedelica perfino con la chitarra acustica. Come unico bis abbiamo una rara performance da parte di Jerry del classico di Leadbelly Goodnight Irene, in una versione decisamente pimpante e vigorosa (NDM: le prime copie dell’album avevano un CD aggiunto che documentava la serata completa del 28 gennaio, con una scaletta simile ma la presenza della dylaniana It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry e dei traditionals I’ve Been All Around This World e Jack-A-Roe).

Quindi un altro capitolo importante dell’infinita saga live di Jerry Garcia, e qualcosa mi dice che non sarà l’ultimo episodio di questo 2020.

Marco Verdi

Ormai Non Sbaglia Più Un Colpo! Michael McDermott – What In The World…

michael mcdermott what in the world

Michael McDermott – What In The World… – Appaloosa Records

Capita che un lunedì di maggio, a Milano, in una banalissima pausa pranzo, vengo a sapere che presso la Feltrinelli di Viale Pasubio si esibirà gratuitamente un cantautore che considero uno dei più preziosi segreti della storia del rock, di quelli che negli anni ‘90 hanno riempito le mie serate musicali di adrenalina ed emozioni con le canzoni dei sui primi tre album, il capolavoro 620 W. Surf, Gethsemane e quello che porta semplicemente il suo nome. Mi precipito e me lo trovo davanti, Michael McDermott, in jeans e maglietta neri, chitarra acustica e armonica pronta all’uso, spalleggiato dal bravo Alex kid Gariazzo (Treves Blues Band) alla chitarra e mandolino, di fronte ad una platea distratta da cibo e chiacchiere, a regalare una performance di straordinaria intensità basata per lo più sui brani di Orphans, pubblicato qualche mese prima in Italia dalla benemerita Appaloosa Records. Questo accadeva nel 2019, quando ancora nessuno sapeva cosa significasse la funesta sigla Covid-19 e i concerti rock potevi andarli a sentire regolarmente, senza alcun problema di distanziamento o mascherine.

Nonostante il virus sia purtroppo diventato una triste realtà, da noi ma in misura anche maggiore negli States, McDermott ha deciso di pubblicare quest’anno un nuovo capitolo della sua discografia, sempre attraverso l’Appaloosa del compianto Franco Ratti, con tanto di traduzioni in italiano dei testi, lodevolissima iniziativa che permette di valutare appieno il contenuto delle canzoni del songwriter di Chicago, mentre negli States esce per la sua etichetta personale, la Pauper Sky Records. E devo dire che quest’ultimo What In The World… si rivela essere uno dei migliori lavori della sua carriera, a conferma della autentica rinascita umana ed artistica che Michael ha saputo portare avanti dopo essersi liberato dalla grave dipendenza dall’alcolismo. Fantasmi e demoni non hanno mai abbandonato i suoi racconti in musica, tra frustrazioni ed ossessioni dei personaggi che descrive (non sarà per caso che tra i suoi fans di vecchia data troviamo Stephen King) con occhio attento ai fatti di cronaca e agli aspetti più involuti dell’attuale società americana. La title track, posta volutamente in apertura (e in chiusura, come bonus, in versione acustica ugualmente efficace) si ispira in maniera evidente al Bob Dylan di Subterranean Homesick Blues, fra taglienti sventagliate chitarristiche e una ritmica serrata a sostenere un testo rabbioso che elenca orrori e assurdità che si stanno verificando negli USA dell’era Trump.

Ancor più evidente appare la citazione nel recente video che supporta la canzone, in cui Michael sfoglia cartelli contenenti le parole del testo, facendo il verso a maestro Bob. Ancora un evento tragico, il massacro commesso cinque anni fa da parte di un suprematista bianco nella chiesa di Charleston, nella Carolina del Sud, offre lo spunto per un altro brano potente, Mother Emmanuel, caratterizzato dal suono lancinante delle chitarre e da continui cambi di ritmo. Dalle tragedie collettive spesso si finisce a scavare nel personale come dimostra uno degli episodi migliori della raccolta, The Veils Of Veronica, dedicata alla nipote Erin, morta suicida poco dopo la scomparsa del fratello Ryan, ex militare e per lungo tempo sofferente di PTSD (disturbo da stress post traumatico). L’atmosfera del pezzo è perfetta nel descrivere il dramma interiore della protagonista con il lento crescendo delle chitarre sullo sfondo che ben supportano il tono intenso e dolente della voce di Michael.

Anche Die With Me descrive splendidamente il tentativo di superamento di un profondo trauma, come può essere un abuso sessuale subìto, altra notevole performance vocale del leader con la band alle spalle che lavora di fino. Il disco offre anche momenti più solari e disimpegnati nel gradevolissimo trittico formato da The Things You Want, No Matter What e Contender. La prima gode di un riff cadenzato e un po’ ruffiano che si memorizza subito e ti porta a canticchiarne il ritornello insieme al suo autore. La seconda è più acustica e ricorda certe gustose ballad uscite dalla magica penna di Tom Petty, con tanto di armonica a bocca a sottolinearne la linea melodica azzeccatissima, mentre la terza presenta un arrangiamento fiatistico bello quanto inatteso, con i sax suonati da Rich Parenti che danno vigore e spensieratezza alla vicenda del Contender del titolo, che cade al tappeto 99 volte per rialzarsi alla centesima. Tuttavia, sono le ballads il contesto in cui McDermott esprime il massimo delle sue potenzialità, come dimostra la trascinante New York, Texas… racconto efficace della fuga di una giovane coppia in attesa di un figlio verso una vita migliore.

Oppure la delicata descrizione di una barista in cerca di riscatto sociale in Blue Eyed Barmaid, impreziosita da un notevole arpeggio di chitarre acustiche. Rimangono la romantica Until I Found You manifestamente dedicata alla moglie Heather Lynne Horton, corista e violinista nonché membro dei Westies https://discoclub.myblog.it/2014/05/05/singer-songwriter-eccellenza-michael-mcdermott-and-the-westies-west-side-stories/ , il gruppo fondato da Michael insieme al chitarrista Joe Pisapia, al batterista Ian Fitchuk, al bassista Lex Price e al tastierista John Deaderick, gli ultimi due ancora presenti in quest’album che si chiude, prima della ripresa acustica di What In The World…, con un altro nostalgico gioiellino, atto d’amore nei confronti della Grande Mela in cui McDermott ha vissuto per parecchi e travagliati anni, intitolato Positively Central Park. Una splendida conclusione, che sembra uscire direttamente da uno dei locali del Village dove il suo autore si sarà esibito tante volte, a suggello di un album notevole che ci mostra il cinquantenne Michael McDermott in piana forma fisica e creativa.

Marco Frosi

Ancora Prima Di Esordire, Sapeva Già Stare Sul Palco. Steve Goodman – Live ’69

steve goodman live '69

Steve Goodman – Live ’69 – Omnivore CD

Continua da parte della Omnivore la meritoria opera di recupero della figura di Steve Goodman, talentuoso quanto sfortunato cantautore di Chicago grande amico di John Prine, scomparso nel 1984 a causa di una subdola forma di leucemia contro la quale combatteva da anni: dopo le ristampe dell’anno scorso che riguardavano gli ultimi due lavori pubblicati in vita da Steve (Affordable Art ed il live Artistic Hair) ed i primi due postumi (Santa Ana Winds e Unfinished Businesshttps://discoclub.myblog.it/2019/09/18/un-piccolo-grande-cantautore-e-quattro-ristampe-per-ricordarlo-steve-goodman-artistic-hairaffordable-artsanta-ana-windsunfinished-business/ , l’etichetta indipendente di Los Angeles mette sul mercato un album dal vivo inedito che, come suggerisce il titolo Live ’69, prende in esame un concerto che Goodman tenne due anni prima del suo esordio discografico. Nel 1969 Rich Warren (autore delle liner notes di questo CD) era un giovane studente della University of Illinois a Champaign ma anche un appassionato di musica folk, ed ebbe quindi l’idea di creare e condurre un programma radiofonico da mandare in onda sulle frequenze universitarie, il cui titolo era Changes e lo scopo quello di presentare giovani talenti locali in esibizioni dal vivo, ispirandosi alla leggendaria trasmissione degli anni cinquanta The Midnight Special.

Una sera, durante lo show della folksinger Bonnie Koloc, Warren ascoltò una canzone intitolata Song For David che gli piacque molto, ed alla domanda su chi l’avesse scritta la Koloc face il nome di un ventunenne songwriter chiamato Steve Goodman che purtroppo stava soccombendo alla leucemia. Dopo la pausa estiva, una sera Warren si trovava in un locale di Chicago famoso per ospitare musica folk dal vivo, The Earl Of Old Town, e sul palco c’era un piccolo artista che ad un certo punto intonò proprio Song For David: quando poi Rich apprese che la persona davanti a lui era proprio Goodman (che stava sperimentando con successo una nuova cura per la sua malattia), lo scritturò immediatamente per il suo show radiofonico, impressionato dalla capacità di Steve di stare sul palco e di tenere in pugno il pubblico nonostante una figura non proprio imponente e carismatica. Live ’69 documenta proprio la partecipazione di Goodman allo spettacolo di Warren, un’esibizione tenutasi il 10 novembre presso il campus dell’Università dell’Illinois che vede Steve alla chitarra acustica accompagnato solo da Bob Hoban al basso, violino ed occasionalmente seconda voce.

Il concerto (inciso molto bene) ha la particolarità di presentare soltanto cover: evidentemente Steve non era ancora sicuro del suo materiale e preferiva affidarsi a canzoni che la gente conosceva bene, anche se qua e là ci sono delle scelte decisamente personali. Ma quello che colpisce all’ascolto è la capacità e la padronanza del palcoscenico che il nostro aveva già due anni prima del suo debutto ufficiale, sia quando suonava e cantava sia quando intratteneva il pubblico con l’umorismo e l’ironia che in futuro sarebbero diventati due dei suoi punti di forza. Lo show si apre con la nota You Can’t Judge A Book By Its Cover di Willie Dixon, che Steve spoglia delle originarie caratteristiche blues e fa diventare una pimpante folk song; subito dopo abbiamo la splendida Ballad Of Spiro Agnew di Tom Paxton, purtroppo solo accennata, ed i nove minuti di Bullfrog Blues, brano che verrà poi ripreso anche da Rory Gallagher. A seguire abbiamo un trio di folk songs, a partire dall’evocativa Fast Freight (in questo caso la versione famosa è quella del Kingston Trio), suonata con molta forza e decisione, e continuando con i traditional Byker Bill e John Barleycorn, entrambi eseguiti a cappella.

Steve affronta anche autori affermati come Bob Dylan (Country Pie, scelta insolita), Merle Haggard (la classica Mama Tried), e Lennon/McCartney con Eleanor Rigby che fa parte di un torrenziale medley di ben 19 minuti nel quale il nostro mescola anche i Jefferson Airplane di Somebody To Love, il brano tradizionale Where Are You Going e la nota I’m A Drifter di Travis Edmonson, intrattenendo il pubblico con apprezzati intermezzi quasi cabarettistici. Da citare anche una coinvolgente rilettura del classico country Truck Drivin’ Man, la scherzosa Wonderful World Of Sex di Mike Smith (che rimarrà nelle sue setlist anche in futuro) ed una esuberante The Auctioneer di LeRoy Van Dyke, che chiude la serata. Se siete dei neofiti per quanto riguarda Steve Goodman forse questo Live ’69 non è l’album da cui cominciare (mi rivolgerei piuttosto, se non siete tipi da antologie, ai suoi due primi lavori o alle quattro ristampe dello scorso anno), ma rimane comunque un’interessante testimonianza del talento in erba di un artista che ci ha lasciato troppo presto.

Marco Verdi

Una Splendida Celebrazione Di Un Grande Cantautore. Eric Andersen – Woodstock Under The Stars

eric andersen woodstock under the stars

Eric Andersen – Woodstock Under The Stars – Y&T 3CD

La storia della letteratura è piena di opere che narrano storie di personaggi il cui obiettivo ultimo è il ritorno a casa, dall’Odissea di Omero al Fu Mattia Pascal di Pirandello; anche un filosofo del calibro di Georg Friedrich von Hardenberg, più conosciuto come Novalis, scrisse una volta che “la filosofia è propriamente nostalgia, un impulso ad essere a casa propria ovunque”, citando non a caso la parola “nostalgia” che deriva dalle parole greche “nostos”, ritorno a casa, e “algos”, dolore. L’album di cui mi occupo oggi nasce in parte anche da questa nostalgia di casa e dall’obiettivo, più o meno inconscio, del farvi ritorno. Durante la sua lunga carriera iniziata negli anni sessanta Eric Andersen ha girovagato parecchio, arrivando per un certo periodo a vivere anche in Olanda, e solo in tempi recenti è tornato ad abitare a Woodstock, un posto da lui giudicato magico e fonte di continua ispirazione, con un’atmosfera capace di favorire la palingenesi artistica di chiunque, nonostante la scena musicale odierna della cittadina che sorge nello stato di New York non sia ceramente paragonabile a quella della seconda metà dei sixties.

Andersen ha dunque pensato di omaggiare il suo luogo di residenza pubblicando questo splendido triplo CD intitolato Woodstock Under The Stars, contenente una lunga serie di brani registrati perlopiù dal vivo nel periodo dal 2001 al 2011 in vari locali appunto di Woodstock, con l’aggiunta di due tracce risalenti al 1991 che sono anche le uniche che provengono da un’altra location. Un triplo album bellissimo, che oltre ad omaggiare la famosa cittadina del titolo è anche un regalo ai fans del grande cantautore di Pittsburgh (regalo si fa per dire, dato che il costo si aggira sui 40 euro), in quanto il 98% del materiale incluso è assolutamente inedito pur riguardando canzoni già note del songbook di Eric. Se aggiungiamo il fatto che l’incisione è praticamente perfetta, che le performance sono contraddistinte da un feeling molto alto e che tra i musicisti coinvolti abbiamo Garth Hudson e Rick Danko della Band, John Sebastian (ex leader dei Lovin’ Spoonful), i fratelli Happy ed Artie Traum e l’ex Hooters Eric Bazilian (oltre al fatto che le canzoni tendono dal bello allo splendido), l’acquisto di Woodstock Under The Stars è praticamente obbligatorio. Il primo CD comprende brani incisi live tra il 2001, 2003, 2004 e 2006, quindici canzoni tra le quali non mancano classici del grande folksinger (Wind And Sand, Violets Of Dawn, Blue River) uniti a pezzi magari meno noti ma di uguale bellezza, come la strepitosa Rain Falls Down In Amsterdam, la toccante Sudden Love, il puro folk della fulgida Lie With Me, la splendida Belgian Bar e la dylaniana Salt On Your Skin, ballata di notevole intensità. Ma potrei tranquillamente citarle tutte.

Ci sono anche due brani incisi in studio: una raffinata e limpida versione aggiornata di Liza Light The Candle, originariamente del 1975, ed una cover del classico di Fred Neil The Dolphins, uno dei soli tre pezzi già pubblicati ufficialmente essendo uscito nel 2018 all’interno di un album tributo allo stesso Neil; come bonus abbiamo le altre due canzoni già uscite in passato (nell’album One More Shot), e cioè due straordinarie riletture di Blue River e Come Runnin’ Like A Friend con Andersen insieme a Danko e Jonas Fjeld, registrate live in Norvegia nel 1991. Il secondo e terzo dischetto presentano 21 canzoni provenienti da un concerto (ovviamente ancora a Woodstock) del 2011 mandato in webcast, con Eric accompagnato da una band che comprende i già citati Happy Traum (chitarra e banjo) e John Sebastian (armonica), Joe Flood (violino e mandolino) e la moglie Inge Andersen alle armonie vocali. Ci sono tre pezzi in cui non è Eric a cantare, ma rispettivamente Traum (Buckets Of Rain, di Bob Dylan), Flood (Niagara) ed Inge (Betrayal, canzone decisamente bella scritta da lei), il resto è tutta farina del suo sacco: non mancano ovviamente brani che erano presenti anche nel primo CD (ma chiaramente in versione diversa dato che provengono da un altro concerto), specie nel finale, ma molte altre canzoni di grande bellezza come Dance Of Love And Death, Singin’ Man, Mary I’m Comin’ Back Home (uno splendore), Woman She Was Gentle e le trascinanti Before Everything Changed e Close The Door Lightly, per concludere con una struggente rilettura del superclassico Thirsty Boots.

Woodstock Under The Stars è quindi un’opera praticamente irrinunciabile per gli estimatori di Eric Andersen e nondimeno allettante per chiunque abbia a cuore qualunque espressione di songwriting di classe.

Marco Verdi

Nel Caso Qualcuno Avesse Ancora Dei Dubbi, Siamo Su Un Altro Pianeta! Bob Dylan – Rough And Rowdy Ways

bob dylan rough and rowdy ways

Bob Dylan – Rough And Rowdy Ways – Columbia/Sony 2CD

Nonostante egli stesso avesse smentito ogni riferimento all’ultima opera di Shakespeare, stavo cominciando davvero a convincermi che Tempest, uscito nel 2012, potesse davvero essere il canto del cigno per quanto riguardava il Bob Dylan autore di canzoni, e che i tre album di cover di brani del “great american songbook” (ma con particolare attenzione a pezzi interpretati in passato da Frank Sinatra) fossero una gradita appendice. Poi, in pieno lockdown, lo scorso mese di aprile come un fulmine a ciel sereno Bob ha reso disponibile Murder Most Foul, una ballata epica di 17 minuti dalla misteriosa provenienza, seguita dopo poche settimane dalla più “stringata” I Contain Multitudes: i fans di tutto il mondo avevano cominciato a fantasticare su un possibile nuovo album di originali da parte del grande songwriter, cosa poi confermata con la rivelazione di un terzo brano, False Prophet, in contemporanea all’annuncio appunto di un long playing nuovo di zecca intitolato Rough And Rowdy Ways, mantenendo comunque il mistero sui titoli delle altre canzoni fino a poco più di una settimana fa. Nell’attesa, girando un po’ in rete, fans e critici erano poi dubbiosi sul fatto che Bob fosse ancora in grado (o avesse voglia) di scrivere grandi canzoni alla veneranda età di 79 anni, soprattutto con il popò di songbook che si ritrovava alle spalle.

bob dylan rough and rowdy ways 2 cd

Nell’ultima settimana si sono moltiplicate le recensioni in anteprima degli addetti ai lavori (cioè quando finalmente la Sony si è degnata di fornire loro il CD in anteprima), e lodi e peana si sono sprecati. Io però sono come San Tommaso (anche perché Dylan è entrato in quella ristretta fascia di artisti dei quali sembra sia vietato parlare male), e dopo un ascolto attento è meditato mi sono chiesto come avessi potuto dubitare anche solo per un attimo della capacità del nostro di confezionare un altro disco alla sua altezza. Sì, perché Rough And Rowdy Ways è l’ennesimo grande album di una carriera unica ed inimitabile, un lavoro profondamente diverso da Tempest, più riflessivo, pacato, a volte quasi sussurrato. Un disco di ballate (e qualche blues, come vedremo), in cui Dylan torna a livelli eccezionali per quanto riguarda i testi, mentre per ciò che concerne la veste sonora Bob si limita spesso all’essenziale, quasi come se volesse porre ancora di più l’accento sulle canzoni e su ciò che esse dicono: peccato che, come al solito, nella confezione del CD manchino i testi, in quanto a mio parere averli davanti è una parte fondamentale dell’esperienza. Non è un disco facile comunque, ma sono convinto al 100% che già dopo due o tre ascolti crescerà in maniera esponenziale fino a diventare difficile rinunciarvi.

L’album è doppio, con un primo CD contenente nove pezzi per un totale di 53 minuti (da un minimo di quattro ad un massimo di nove), mentre il secondo dischetto è interamente riservato a Murder Most Foul. Il produttore non è indicato (ma è sicuramente Jack Frost, ovvero Bob stesso), ed il gruppo è formato come era prevedibile dall’attuale live band del cantautore di Duluth: quindi Dylan, Charlie Sexton e Bob Britt alle chitarre (e Bob stranamente non al piano), Tony Garnier al basso, Donnie Herron alla steel, violino e fisarmonica e Matt Chamberlain alla batteria; ci sono anche alcuni ospiti, ma sono semplicemente elencati con il nome senza riferimenti a cosa suonano e dove, cosa piuttosto fastidiosa a mio parere: ad ogni modo troviamo Fiona Apple (e questa è una sorpresa) insieme al suo abituale collaboratore Blake Mills, l’ex Heartbreaker Benmont Tench, l’altro tastierista Alan Pasqua (un grande ritorno, era con Bob nel gruppo di Street-Legal e susseguente tour che ha portato al live At Budokan) e l’almeno per me sconosciuto Tommy Rhodes. I Contain Multitudes non è il brano che uno si aspetta come apertura di un disco, dato che è una ballata molto lenta e discorsiva, con la voce di Bob quasi carezzevole su un accompagnamento che potrei definire appena accennato (chitarra acustica, steel, contrabbasso e poco altro): brano comunque ricco di fascino con Dylan che sillaba le parole in maniera chiara e comprensibile.

Non può esistere un disco di Bob Dylan senza almeno un blues, e False Prophet è un notevole esempio in tal senso: cadenzato e diretto, con il nostro che canta con grinta e le chitarre che commentano con un bel riff insistito ed un paio di misurati assoli. My Own Version Of You è un pezzo dall’andatura insinuante tra country e jazz, con la batteria spazzolata e la band che segue il leader con passo felpato, mentre Dylan parla e canta come solo lui sa fare. I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You è una deliziosa ballad d’altri tempi che vede Bob cantare in maniera toccante ed il gruppo che fornisce un raffinato background da slow degli anni sessanta (e c’è anche un coro a bocca chiusa, sarà la Apple con Mills?); Black Rider è un racconto western di grande fascino con un arrangiamento scarno al massimo, solo un paio di chitarre e la voce al centro, mentre Goodbye Jimmy Reed è un vigoroso omaggio al grande bluesman citato nel titolo, ed è un jump blues coinvolgente ed elettrico che immagino non mancherà nelle future scalette dal vivo, con Bob che ritorna anche a soffiare nell’armonica dopo non so quanto tempo (almeno su disco): se non fosse per la voce, sembrerebbe una outtake di Bringing It All Back Home.

Mother Of Muses è ancora lenta ed appena sfiorata dagli strumenti, ma Dylan canta in modo abbastanza rigoroso con una voce quasi fragile suscitando un moto di commozione a chi ascolta (cioè il sottoscritto). Ed ecco i due brani più lunghi del primo CD: Crossing The Rubicon è il terzo ed ultimo blues, un brano di sette minuti dalla sezione ritmica attendista e le chitarrine che fraseggiano in punta di dita, ma ogni tanto il suono si fa più massiccio per poi tornare alla “quiete apparente” iniziale, mentre Key West (Philosopher Pirate) è il capolavoro del primo dischetto, una magnifica ballata dedicata con parole affettuose alla famosa località nel sud della Florida, un brano per voce, fisarmonica, chitarra e ritmica in punta di piedi, oltre ad un suggestivo coro (e qui Fiona c’è sicuro). Nove minuti di pura poesia, struggente ed intensa come solo Dylan sa scrivere. Il secondo CD, come ho già detto, è ad esclusivo appannaggio di Murder Most Foul, un brano che è già nella storia, con un testo incredibile in cui Bob, partendo dall’omicidio di Kennedy, ripercorre più di cinquanta anni di politica, cronaca, cinema e musica: che piaccia o no, un altro masterpiece.

D’altronde, chi a parte Bob Dylan a quasi 80 anni è capace di chiudere un disco già ottimo di suo con due capolavori uno di fila all’altro?

The answer, my friend…

Marco Verdi

Altro Che Facile Compitino Portato A Termine, Questo E’ Piuttosto Un Vero Atto D’Amore! Steve Forbert – Early Morning Rain

steve forbert early morning rain

Steve Forbert – Early Morning Rain – Blue Rose Music

Dopo venti dischi realizzati in studio con materiale originale, il veterano Steve Forbert si è concesso una pausa per scrivere con la giusta calma nuove canzoni. Con L’amico produttore Steve Greenwell, ha però deciso nel frattempo di pubblicare una raccolta di covers, undici brani scelti tra quelli che più ha amato e degli autori che maggiormente lo hanno influenzato all’inizio e durante la sua ormai quarantennale carriera. Il lavoro è stato realizzato in più sessioni fino allo scorso gennaio, e ad accompagnare in studio il cantautore originario di Meridian, Mississippi, troviamo un gruppo di validi musicisti che suonano con lui da parecchio tempo come il chitarrista George Naha, il tastierista Rob Clores e la sezione ritmica formata da John Conte al basso (tranne in due brani dove suona Richard Hammond) e da Aaron Comess degli Spin Doctors alla batteria.

Presentando l’album sul suo sito http://steveforbert.com Steve si rivolge al proprio pubblico dando per scontato che queste canzoni siano sufficientemente note da non richiedere un grande sforzo da parte di chi le ascolta, almeno per i seguaci del genere folk/Americana. Vero è che la maggior parte di esse sono indiscutibilmente molto note, ma dietro ciò poteva celarsi il rischio di una resa piatta e scontata, cosa che non si è mai verificata grazie alla capacità di Forbert di entrare nei brani con passione e rispetto, a cominciare da Early Morning Rain, una tipica acoustic ballad di Gordon Lightfoot scritta a metà degli anni ’60. Rispetto all’originale del grande songwriter canadese, Steve ne rallenta l’andatura accentuandone il sapore malinconico con un sapiente uso del pianoforte e una bella pedal steel guitar sullo sfondo, suonata da Marc Muller. Se chiudete gli occhi, vi sembrerà di sentire il ticchettio della pioggia sui vetri, splendida versione. Non è da meno il trattamento riservato ad un classico dei Grateful Dead, Box Of Rain, che apriva l’album American Beauty. Forbert ripropone quella caratteristica, tipica delle Dead songs, di prendere corpo poco alla volta con l’intervento di piano e chitarre a ricamarne la melodia e, a 50 anni esatti dalla sua pubblicazione, riesce a mantenere intatto il suo inebriante profumo da Californian beatniks.

Il confronto con un monumento, quale Your Song di sir Elton John, poteva creare parecchi problemi, ma anche qui Steve ne esce vincitore grazie al principale dono che la natura gli ha fornito, la voce. Con un’interpretazione ricca di pathos eseguita con quella inconfondibile timbrica roca, densa di sfumature, garantisce la giusta intensità ad una delle più belle love songs di tutti i tempi. Comparate questa e quella che nel recente disco tributo Revamp: Reimagining The Songs Of Elton John & Bernie Taupin ha eseguito la popstar Lady Gaga, e vi renderete conto della differenza che passa tra una cover che possiede un’anima e un semplice buon esercizio stilistico. Sorprende un po’ la scelta di Supersonic Rocket Ship dei Kinks, non proprio un anthem nella vastissima produzione di Ray Davies & soci. Ascoltandola però, ci si rende conto di quanto le frizzanti canzoni ricche di humour della band inglese abbiano influenzato generazioni di cantautori al di là dell’oceano e Forbert lo conferma sentendosi totalmente a proprio agio in questa fresca rendition. Restiamo in terra d’Albione per un sentito omaggio ad un illustre coppia del folk rock britannico, Richard & Linda Thompson: l’accorata atmosfera di Withered And Died, presente in origine nell’album I Want To See The Bright Lights Tonight, è riprodotta qui in modo efficace, con la pedal steel di Muller ancora in gran spolvero e la suadente voce di Emily Grove a doppiare quella del protagonista.

Da una coppia all’altra, dal repertorio degli anni sessanta di Ian & Sylvia Tyson, giunge la piacevole Someday Soon, che viene rivisitata in modo fedele all’originale, conservando quella linea melodica che pare baciata dal sole californiano. Pick Me Up On Your Way fa parte del vasto canzoniere di uno dei padri della country music, Charlie Walker, e Steve ne accentua la cadenza swingante ed allegra prima di cimentarsi con un altro pezzo da novanta, Suzanne, del compianto maestro Leonard Cohen. Penso che lo Steve Forbert giovane adolescente degli anni sessanta abbia sognato più volte di scrivere una canzone di tale intensità emotiva, quindi, giunto alla soglia dei 65 anni si è almeno preso lo sfizio di inciderla, dandone una versione convincente, rilassata e passionale nello stesso tempo. Da un brano arcinoto a un traditional sconosciuto ai più, ma che vanta ben 256 registrazioni accreditate da parte di personaggi del calibro di Lead Belly, Sam Cooke, Pete Seeger, Taj Mahal, Johnny Cash, Van Morrison, tanto per citarne alcuni. Frankie And Johnny, questo è il titolo, parla di un tragico omicidio passionale, dunque il blues ne è la veste sonora più appropriata come anche il nostro protagonista ci dimostra, dandone una sua versione sapida e tecnicamente ineccepibile.

Dal campionario dello stimatissimo songwriter Danny O’Keefe sappiamo in quanti abbiano attinto per ricavarne dei successi, da Jackson Browne con The Road a Judy Collins con Angel Spread Your Wings, ma anche Willie Nelson, Alison Krauss, Jimmy Buffett, Ben Harper e molti altri lo hanno interpretato nel corso degli ultimi decenni. Steve opta per l’unico grande hit single della lunga carriera di Danny, Good Time Charlie’s Got The Blues, una folk ballad che viene qui riproposta in una versione di cristallina bellezza, non a caso scelta per il primo video promozionale dell’album. Il cerchio si chiude con l’inevitabile tributo al nume tutelare di ogni cantautore che si rispetti, Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, che ancora non ha smesso di stupire come è dimostrato dalle ultime due gemme pubblicate di recente sul web, la magniloquente Murder Most Foul e l’evocativa I Contain Multitudes.

Mr. Forbert, che fu proprio uno dei “New Dylan” (insieme a Springsteen, John Prine e Elliott Murphy) non va a pescare nella categoria dei super classici, ma sceglie di interpretare un brano, tra virgolette, minore degli anni ’90, Dignity. Il motivo è forse da ricercare nel testo pieno di acuti riferimenti alla vita sociale, che risultano ancora oggi drammaticamente attuali. La sua versione è vitale e coinvolgente col piano che scandisce il ritmo sovrapponendosi alla batteria e le chitarre che svolazzano libere nella ripetitività delle strofe. Sarà sicuramente un appuntamento fisso nelle sue future esibizioni dal vivo. Per ora godiamoci questo ennesimo riuscito tassello nella discografia di un songwriter di razza che dimostra sensibilità e capacità non comuni anche nel ruolo di interprete.

Marco Frosi

Un “Big Man” In Più Per Il Capitano Jerry! Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 13: September 16th, 1989

jerry garcia garcialive 13

Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 13: September 16th, 1989 – ATO 2CD

Con tutte le uscite d’archivio dei Grateful Dead (solitamente due all’anno, una in primavera ed una in autunno, ed in più ci sono anche i Dave’s Picks) diventa difficile seguire anche l’analoga operazione denominata Garcia Live, riguardante appunto i tour da solista del leader Jerry Garcia ed anch’essa rinnovata più o meno con cadenza semestrale (senza considerare che ogni tanto vengono pubblicati live album del grande chitarrista anche al di fuori della serie, come per esempio Electric On The Eel). Lo scorso dicembre per esempio avevo soprasseduto, un po’ perché le mie finanze erano già provate dalle spese natalizie, ma soprattutto perché il dodicesimo volume della serie riguardava per l’ennesima volta un concerto di Jerry con il tastierista Merl Saunders, un binomio a mio giudizio già ampiamente documentato in passato, dal famoso Live At Keystone in poi.

A soli quattro mesi da quel triplo CD ecco però arrivare l’episodio numero tredici, e qui è stato molto più difficile resistere: innanzitutto stiamo parlando di un concerto del 1989 (per la precisione il 16 settembre al Poplar Creek Music Theatre di Hoffman Estates, un sobborgo di Chicago), cioè il primo anno di quello che per me è il miglior triennio di sempre della Jerry Garcia Band in termini di performance, e poi perché come ospite speciale in aggiunta ai soliti noti di quel periodo (oltre a Garcia, Melvin Seals alle tastiere, John Kahn al basso, David Kemper alla batteria e le backing vocalists Jaclyn LaBranch e Gloria Jones) abbiamo un sassofonista “abbastanza” conosciuto: Clarence Clemons, in quel periodo non troppo impegnato come d’altronde tutti i membri della E Street Band, che Bruce Springsteen aveva sciolto all’indomani del tour di Tunnel Of Love. Ma la presenza del “Big Man” non è la classica ospitata in cui il nostro si limita a soffiare nel suo strumento in un paio di pezzi, in quanto Jerry aveva chiesto a Clemons di entrare a far parte del suo gruppo per cinque concerti interi del tour. Ed il binomio funziona alla meraviglia, in quanto Clarence non è per nulla un corpo estraneo alla JGB ma anzi è integrato alla perfezione al suo interno, ed i suoi interventi portano un tocco di “Jersey Sound” in canzoni che in origine stavano da tutt’altra parte. Se aggiungiamo che lo stato di forma del resto del gruppo è a livelli eccellenti (soprattutto Seals, strepitoso all’organo), che Jerry canta per tutto lo show quasi senza sbavature (mentre la sua performance chitarristica è stellare come sempre) e che il suono del doppio CD lascia a bocca aperta, mi sento di affermare che questo Volume 13 è uno degli episodi migliori di tutta la serie.

Il concerto, 14 pezzi in tutto, inizia con gli unici due brani a firma Garcia-Hunter, una solidissima Cats Under The Stars, con Jerry che mostra da subito il suo stato di forma eccellente (e Clarence che dona alla canzone un tocco soul), e They Love Each Other, una bella ballata che è anche un classico negli show dei Dead, leggermente spruzzata di reggae, con un ottimo refrain ed una notevole performance strumentale collettiva (e Seals che fa i numeri all’organo). Negli spettacoli solisti di Garcia non mancano mai dei pezzi di Bob Dylan, ed in quella serata Jerry ne suona tre: due lunghe e rilassate versioni di I Shall Be Released e Knockin’ On Heaven’s Door (splendida la prima, con organo e sax che portano idealmente il sound ben al di sotto della Mason-Dixon Line), ed il finale con una pimpante Tangled Up In Blue, dove forse l’unica cosa superflua è il coro femminile. C’è anche un match tra Beatles e Rolling Stones (che si chiude in parità), con una solida e riuscita interpretazione di Dear Prudence, ancora ricca di umori sudisti estranei all’originale dei Fab Four (ed il suono è davvero uno spettacolo), mentre le Pietre Rotolanti sono omaggiate con una grintosa e coinvolgente Let’s Spend The Night Together, dall’arrangiamento funkeggiante ed i cori che danno un tono gospel.

I nostri poi pagano il giusto tributo al rock’n’roll (una strepitosa Let It Rock di Chuck Berry, nove minuti che Clemons tinge ancora di umori soul), all’R&B (una saltellante How Sweet It Is di Marvin Gaye, qui più che mai godibile e riuscita) ed al blues (una sinuosa ed elegante resa di Someday Baby di Lightnin’ Hopkins, davvero eccelsa, ed una ripresa quasi rigorosa di Think di Jimmy McCracklin, con un gran lavoro da parte di Seals e Jerry che si cala alla perfezione nei panni del bluesman con una prova chitarristica sontuosa). Infine, non mancano tre omaggi alla canzone d’autore, con una scintillante Waiting For A Miracle di Bruce Cockburn, tra le più belle versioni mai suonate da Garcia di questo brano, e le altrettanto imperdibili Evangeline dei Los Lobos (rilettura irresistibile e trascinante) e The Night They Drove Old Dixie Down, superclassico di The Band cantato piuttosto bene da Jerry e non massacrato come altre volte, a conferma che la serata di fine estate del 1989 è tra quelle in cui tutto funziona a meraviglia. In definitiva Garcia Live Volume 13 è un live da accaparrarsi senza troppe esitazioni, nonostante l’infinito ed inarrestabile fiume di pubblicazioni inerenti ai Grateful Dead e dintorni.

Marco Verdi

E Nel Giorno Dei Beatles Chi Ti Va Ad Annunciare Un Nuovo Album? Bob Dylan – Rough And Rowdy Ways

Come accennato da Bruno alla fine del suo post che ricordava che oggi è il cinquantesimo anniversario dell’uscita di Let It Be, ultimo album dei Beatles, nello stesso giorno quel burlone di Bob Dylan annuncia la pubblicazione di un nuovo disco, non si sa se per coincidenza o per mettere amichevolmente i bastoni tra le ruote agli ex colleghi. Rough And Rowdy Ways, questo il titolo del lavoro, è il primo album di brani originali da parte del nostro da Tempest del 2012 (in mezzo, come saprete, i tre dischi di cover di Frank Sinatra), ed uscirà il 19 giugno in doppio CD (e doppio LP), anche se vista la durata complessiva di 70 minuti circa si poteva prevedere anche un dischetto solo (ma per fortuna il prezzo sarà quello di un album singolo). Al momento la tracklist non è stata ancora comunicata, così come i dettagli su musicisti e produttore: l’unica cosa certa è che tra i dieci brani totali saranno presenti i singoli pubblicati recentemente come download I Contain Multitudes e Murder Most Foul (quest’ultima dovrebbe occupare il secondo dischetto da sola), più un terzo brano che è stato rilasciato in contemporanea all’annuncio dell’album, un ottimo rock-blues in odore di Rolling Stones intitolato False Prophet.

Ovviamente ci torneremo al momento dell’uscita, ma è chiaro che siamo di fronte ad uno degli eventi musicali dell’anno.

Marco Verdi