Le Sue Annate Migliori Come Solista. Doug Sahm – Texas Radio & The Big Beat Live

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Doug Sahm – Texas Radio & The Big Beat – 2 CD Floating World/Ird

Douglas Wayne Sahm, in arte Doug Sahm, ma anche Wayne Douglas o Doug Saldana, a seconda di come si svegliava la mattina, nativo di San Antonio, è scomparso nel 1999 per un attacco di cuore, a 58 anni appena compiuti, ma prima aveva avuto una carriera lunghissima, durata quasi cinquanta anni, visto che aveva esordito in radio a  5 anni: a 11 anni nel 1952 era già sul palco per l’ultimo concerto di Hank Williams, quello originale, e dalla sua città se ne è andato tra gli anni ’60 e ’70 a San Francisco con il Sir Douglas Quintet, poi anche con i Texas Tornados e i Los Super Seven, di cui è stato il leader. Nel 1972, tornato ad Austin,  era stato messo contratto dalla Warner, per un disco solista a nome Doug Sahm And Band, uscito ad inizio 1973, un gruppo che per l’album omonimo, nelle sue fila, oltre al fido Augie Meyers, vedeva una sfilza di ospiti, da Bob Dylan a Dr. John, passando per Flaco Jimenez, David “Fathead” Newman e David Bromberg, per un disco che conteneva Wallflower, scritta da Dylan, ma da sempre uno dei suoi inni immortali, come pure Is Anybody Goin’ To San Antonio, il tutto in un frullato di generi che andava dal country al blues, al rock, qualche accenno di Tex Mex, Honk Tonk e molte altre influenze, visto che Doug Sahm nella sua carriera ha suonato proprio di tutto, se vogliamo escludere punk e new wave.

Nemmeno dopo un mese dall’uscita del disco, il 21 febbraio 1973, è sul palco del Bijou Café di Philadelphia per un broadcast live (già immortalato nel CD Outlaws And Inlaws uscito nel 2013), mandato però in onda dal Texas, e destinato a promuovere l’album, accompagnato da una band dove suonano sicuramente Augie Meyes, all’organo e seconda voce, David “Fathead Newman al sax e George Rains alla batteria, gli altri non è dato sapere. Il concerto pesca anche nel repertorio del Sir Douglas Quintet e trai classici del blues, del R&R e del country. Come usava all’epoca, e anche oggi, ci sono solo due brani estratti dal disco appena uscito, ma Sahm e soci divertono subito il pubblico presente con una gagliarda Oh Pretty Woman, che tutti ricordiamo nella versione di Roy Orbison, qui ripresa tra blues e R&B fiatistico, con la solista pungente di Doug in bella evidenza, per poi passare alla romantica e sentita I’m Glad for Your Sake (But I’m Sorry for Mine), canzone che era tra i cavalli di battaglia di Ray Charles, altro pezzo di chiara derivazione R&B, assolo di sax annesso. La registrazione è ottima, la musica pure, e si prosegue con la divertente She’s About A Mover del Sir Douglas Quintet, a riprova della varietà del repertorio proposto, con l’organo Farfisa di Meyers e la chitarra di Sahm ad imperversare, subito seguita da un altro classico del SDQ come Are Inlaws Really Outlaws, altro funky soul con fiati sincopati, molto alla James Brown.

Talk To Me è sorta di ballatona romantica alla Sam Cooke, brano che il nostro poi avrebbe inciso in un CD intitolato Juke Box Music, che ben inquadra lo stile musicale universale del nostro, in un attimo poi si passa al super classico (Is Anybody Going To) San Antone, tra country e pop raffinato, con Doug al violino e Augie all’organetto; anche Wolverton Mountain e Jambalaya sono country songs divertenti e di pura marca Doug Sahm, sempre con violino indiavolato al seguito. Right Or Wrong, molto swingata e con uso fiati, rimarrà nel repertorio anche dei Texas Tornados, prima di tuffarsi nel blues con una sapida Stormy Monday e di nuovo nel garage rock targato Sir Douglas Quintet di The Rains Came e di Mendocino, inframmezzate dalla lunga Papa Ain’t Salty, l’altro brano tratto dal disco del 1973, un  blues tiratissimo di T-Bone Walker. Nel secondo CD c’è un concerto più breve, 8 brani per 33 minuti, inciso nell’agosto del 1974 alla Liberty Hall di Houston, sempre di buona qualità, con cinque tracce Texas Tornado, Rain Rain, At The Crossroads (un brano splendido che suonavano anche i Mott The Hoople), Georgia On My Mind e Wasted Days And Wasted Nights non presenti nel concerto dell’anno prima e Doug Sahm e il suo gruppo, questa volta la Tex Mex Band, sempre in gran forma. Visto che il doppio CD costa come un singolo e il musicista texano era in uno dei suoi periodi migliori direi che va consigliato caldamente sia ai neofiti che ai fans, con l’avvertenza citata all’inizio, considerando che pure le informazioni in copertina non aiutano molto.

Bruno Conti

Siamo Arrivati A Quel Periodo Dell’Anno! Il Meglio Del 2018 In Musica Secondo Disco Club, Parte IV

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Ed ecco l’ultimo pensatore del nostro team di cervelli in azione, con la sua classifica relativa alle cose migliori che ci ha riservato questo anno che si avvia alla conclusione e qualche auspicio per l’anno a venire.

I BEST DEL 2018 di Marco Verdi

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Disco Dell’Anno: Ekoostik Hookah – Halcyon

https://discoclub.myblog.it/2018/03/16/nostalgia-californiana-anni-70-ekoostik-hookah-halcyon/ Anche se il Post non è suo!

marianne faithfull negative capability

Piazza D’Onore: Marianne Faithfull – Negative Capability

https://discoclub.myblog.it/2018/11/09/di-nuovo-questa-splendida-settantenne-che-non-ha-ancora-finito-di-stupire-marianne-faithfull-negative-capability/

Gli Altri 8 Della Top 10:

old crow medicine show volunteer

Old Crow Medicine Show – Volunteer

https://discoclub.myblog.it/2018/05/14/straordinaricome-sempre-old-crow-medicine-show-volunteer/

jayhawks back roads and abandoned motels                                          

The Jayhawks – Back Roads And Abandoned Motels

https://discoclub.myblog.it/2018/05/14/straordinaricome-sempre-old-crow-medicine-show-volunteer/

janiva magness love is an army                                          

Janiva Magness – Love Is An Army

                                          

rosanne cash she remembers everything

Rosanne Cash – She Remembers Everything Come già detto album che rientrerà sicuramente nei “recuperi” stagionali.

chip taylor fix your words

Chip Taylor – Fix Your Words

https://discoclub.myblog.it/2018/04/25/uno-dei-lavori-piu-belli-del-signor-james-wesley-voight-chip-taylor-fix-your-words/                                           

elvis costello look now

Elvis Costello – Look Now

  https://discoclub.myblog.it/2018/10/26/laltro-elvis-un-ritorno-alla-forma-migliore-per-mr-mcmanus-il-disco-pop-dellanno-elvis-costello-the-imposters-look-now/                                        

tommy emmanuel accomplice one

Tommy Emmanuel – Accomplice One

   https://discoclub.myblog.it/2018/07/16/ripassi-estivi-3-in-poche-parole-un-disco-semplicemente-fantastico-tommy-emmanuel-accomplice-one/                                       

brandi carlile by the way

Brandi Carlile – By The Way, I Forgive You Altro album molto bello che per vari motivi è sfuggito alle nostre recensioni, anche questo da recuperare.

 

I “Dischi Caldi”:

graham parker cloud symbols 21-9

Graham Parker – Cloud Symbols

                             

sheepdogs changing colours

The Sheepdogs – Changing Colours

 john prine the tree of forgiveness                            

John Prine – The Tree Of Forgiveness

https://discoclub.myblog.it/2018/04/23/diamo-il-bentornato-ad-uno-degli-ultimi-grandi-cantautori-john-prine-the-tree-of-forgiveness/

cody jinks lifers                             

Cody Jinks – Lifers

thom chacon blood in the usa                             

Thom Chacon – Blood In The USA

 american folk joe purdy amber rubarth                             

Joe Purdy & Amber Rubarth – American Folk Soundtrack

 tom rush voices                            

Tom Rush – Voices

https://discoclub.myblog.it/2018/06/10/torna-il-vecchio-folksinger-e-fa-quasi-un-capolavoro-tom-rush-voices/

willie nelson last man standing                             

Willie Nelson – Last Man Standing

mark knopler down the road wherever                             

Mark Knopfler – Down The Road Wherever

joan baez whistle down the wind                             

Joan Baez – Whistle Down The Wind

https://discoclub.myblog.it/2018/03/12/uno-splendido-commiato-per-una-grandissima-artista-joan-baez-whistle-down-the-wind/

colter wall songs of the plains                             

Colter Wall – Songs Of The Plains

dana fuchs loves live on                             

Dana Fuchs – Love Lives On

https://discoclub.myblog.it/2018/07/09/strepitosa-trasferta-soul-a-memphis-per-una-delle-piu-belle-voci-del-rock-americano-dana-fuchs-love-lives-on/

jimi hendrix both sides of the sky                             

Jimi Hendrix – Both Sides Of The Sky

https://discoclub.myblog.it/2018/03/19/se-fosse-uscito-nel-1970-sarebbe-stato-un-gran-disco-ma-pure-oggi-jimi-hendrix-both-sides-of-the-sky/

Ristampe:

bob dylan more blood more tracks 1 cd

Bob Dylan – More Blood, More Tracks

https://discoclub.myblog.it/2018/11/05/recensioni-cofanetti-autunno-inverno-4-un-album-leggendariominuto-per-minuto-bob-dylan-more-blood-more-tracks-parte-2-il-box/

beatles white album                  

The Beatles – White Album 50th Anniversary

tom petty an american treasure box                  

Tom Petty – An American Treasure

https://discoclub.myblog.it/2018/10/14/recensioni-cofanetti-autunno-inverno-2-un-box-strepitoso-che-dona-gioia-e-tristezza-nello-stesso-tempo-tom-petty-an-american-treasure/

wings red rose speedwaywings wild life                   

Paul McCartney/Wings – Wild Life – Red Rose Speedway Anche di queste due ristampe sta per arrivare la recensione.

 

Album Dal Vivo:

little steven soulfire live 31-8

Little Steven – Soulfire Live!

 joe bonamassa british blues explosion live                            

Joe Bonamassa – British Blues Explosion Live

https://discoclub.myblog.it/2018/05/13/uno-strepitoso-omaggio-ai-tre-re-inglesi-della-chitarra-joe-bonamassa-british-blues-explosion-live/

beth hart live at the royal albert hall                             

Beth Hart – Live At The Royal Albert Hall

fairport convention what we did on our saturday                             

Fairport Convention – What We Did On Our Saturday

https://discoclub.myblog.it/2018/07/15/i-migliori-dischi-dellanno-2-fairport-convention-what-we-did-on-our-saturday/

Tribute Album:

strange angels in flight with elmore james

VV.AA. – Strange Angels: In Flight With Elmore James

DVD/BluRay:

van morrison in concert

Van Morrison – In Concert

Canzone:

Marianne Faithfull – The Gypsy Faerie Queen

La Delusione:

decemberists i'll be you girl

The Decemberists – I’ll Be Your Girl E anche il nuovo EP Traveling On appena uscito non è che sia il massimo

Piacere Proibito:

Bohemian Rhapsody (film e colonna sonora)

“Sola” Dell’Anno: The Band – Music From Big Pink 50th Anniversary (ovvero un cofanetto che inaugura una nuova tendenza: offrire MENO delle precedenti ristampe, ma ad un prezzo più alto!)

band music from big pink

Evento Dell’Anno: di questi tempi, il fatto che “The Reaper” abbia fatto solo vittime “collaterali” (a parte Aretha Franklin, Charles Aznavour e Marty Balin) è già di per sé una notizia.

 

Album attesi/sognati per il 2019:

 

Studio: un nuovo Bob Dylan finalmente con canzoni inedite (il seguito di Tempest) – un nuovo John Fogerty

 

Album Live: un doppio CD tratto dal tour di Roger McGuinn e Chris Hillman

 

Ristampe: Bruce SpringsteenBorn In The U.S.A. 35th Anniversary Box Set

Tom Petty – The Complete Wildflowers Sessions

                  Neil YoungArchives vol. 2

Una serie di cofanetti che celebrano i 50 anni di: Abbey Road – Liege And Lief – Live/Dead – Happy Trails (non ho citato il secondo omonimo di The Band o Let It Bleed dei Rolling Stones perché so già che, se escono, saranno deludenti

Marco Verdi

Siamo Arrivati A Quel Periodo Dell’Anno! Il Meglio Del 2018 In Musica Secondo Disco Club, Parte I

meglio del 2017 2meglio del 2017

Anche quest’anno (forse in ritardo di qualche giorno) siamo arrivati alle fatidiche liste con i migliori dischi usciti nel corso del 2018, sia novità che ristampe, secondo l’insindacabile giudizio dei collaboratori del Blog che, come vedete dai due pensatori ritratti qui sopra, sono sempre gli stessi. Ovviamente la scelta riflette i gusti di chi scrive sul Blog, e quindi se lo leggete abitualmente sapete più o meno cosa aspettarvi, ma queste liste, oltre ad essere un piccolo divertissement per chi le scrive, vogliono anche essere una sorta di riassunto dei dischi più interessanti di questa annata, per stimolarvi magari ad andare ad approfondire qualcuno degli album che forse vi era sfuggito nei mesi scorsi, ma che sicuramente meriterebbe di essere conosciuto. Le prime liste sono dei collaboratori “aggiunti” del Blog, Marco Frosi e Tino Montanari, che, come avranno notato i lettori più attenti, per motivi personali vari negli ultimi mesi hanno diradato i loro contributi, ma hanno voluto comunque essere presenti al riepilogo di fine anno. Per cui iniziamo con Marco Frosi, e a seguire domani quella di Tino Montanari, poi troverete le scelte del titolare, ovvero il sottoscritto, e di Marco Verdi, sempre molto ampie e possibilmente argomentate. Considerando che come è tradizione del Blog sono tutte lunghette anziché no, quest’anno ci sarà un Post per ciascuno, anche in virtù del fatto che parecchi nomi si ripetono nelle liste di ognuno, per cui le diluisco in quattro diverse parti per non annoiarvi.

Bruno Conti

BEST of 2018 secondo Marco Frosi

 ry cooder the prodigal son

Ry Cooder – The Prodigal Son  Un ritorno ai fasti del passato, per me è il disco dell’anno!

https://discoclub.myblog.it/2018/05/28/chitarristi-slide-e-non-solo-di-tutto-il-mondo-esultate-e-tornato-il-maestro-ry-cooder-prodigal-son/

mary gauthier rifles & rosary beads

Mary Gauthier – Rifles & Rosary Beds  Splendida e struggente elegia del dolore.(*NDB Questo disco, per motivi vari, pur essendo splendido, non è mai stato recensito sul Blog: della serie lo faccio io, lo fai tu, alla fine non lo ha fatto nessuno, ma anche in virtù della recente candidatura alla cinquina dei Grammy, nella categoria Miglior Album Folk, contiamo di inserirlo nei consueti recuperi di fine anno, inizio anno nuovo, nella’attesa delle nuove uscite 2019).

glen hansard between two shores

Glen Hansard – Between Two Shores  Soul ballads di qualità sopraffina

https://discoclub.myblog.it/2018/01/31/da-dublino-lultimo-romantico-glen-hansard-between-two-shores/

Ben Harper & Charlie Musselwhite – No Mercy In This Land  All’anima del blues!

ben harper and charlie mussselwhite no mercy in this land

https://discoclub.myblog.it/2018/05/09/la-strana-coppia-ci-riprovae-fa-centro-ben-harper-charlie-musselwhite-no-mercy-in-this-land/

jonathan wilson rare birds

Jonathan Wilson – Rare Birds  Dal vivo ha confermato il valore e la godibilità di queste canzoni

sheepdogs changing colours

The Sheepdogs – Changing Colours  Eccitante tuffo nel rock sound dei seventies

https://discoclub.myblog.it/2018/03/04/canadesi-dal-cuore-e-dal-suono-sudista-the-sheepdogs-changing-colours/

old crow medicine show volunteer

Old Crow Medicine Show – Volunteer  Tradizione, cuore ed energia: rigenerante!

https://discoclub.myblog.it/2018/05/14/straordinaricome-sempre-old-crow-medicine-show-volunteer/

record company all of this life

The Record Company – All Of This Life  Spumeggianti come la buona birra artigianale

https://discoclub.myblog.it/2018/07/06/un-moderno-power-trio-di-ottimo-livello-ma-non-solo-the-record-company-all-of-this-life/

john mellencamp plain spoken

John Mellencamp – Plain Spoken From Chicago Theatre  Dal vivo è sempre uno spettacolo!

https://discoclub.myblog.it/2018/05/24/il-primo-vero-live-ufficiale-del-puma-john-mellencamp-plain-spoken-from-the-chicago-theatre/

jimmy lafave peace town

Jimmy Lafave – Peace Town  Stupendo commiato di un grande interprete e songwriter

https://discoclub.myblog.it/2018/08/30/una-commovente-e-bellissima-testimonianza-postuma-di-un-grande-outsider-jimmy-lafave-peace-town/

levi parham it's all good

Levi Parham – It’s All Good  Rock sanguigno nella grande tradizione sudista

fairport convention what we did on our saturday

Fairport Convention What We Did On Our Saturday  Un live eccellente per una band immortale

little steven soulfire live 31-8

Little Steven & The Disciples Of Soul – Soulfire Live! Il concerto più godibile dell’anno!

willie nile children of paradise

Willie Nile – Children Of Paradise  Willie è una garanzia, rocker di razza purissima!

https://discoclub.myblog.it/2018/08/01/per-chi-avesse-voglia-di-un-po-di-sano-rocknroll-willie-nile-children-of-paradise/

jeffrey foucault

Jeffrey Foucault – Blood Brothers  Un cesellatore di suoni ad alto tasso emotivo

tom petty an american treasure box

Tom Petty – An American Treasure  Uno scrigno colmo di tesori per mitigare un vuoto inestimabile

marcus king band carolina confessions

The Marcus King Band – Carolina Confessions  A parer mio, il miglior talento emergente, dal vivo una forza della natura!

rosanne cash she remembers everything

Rosanne Cash – She Remembers Everything  Degna figlia di cotanto padre, migliora con gli anni, come il buon vino

beth hart live at the royal albert hall

Beth Hart – Live At The Royal Albert Hall  L’apice della carriera di una vocalist straordinaria

marianne faithfull negative capability

Marianne Faithfull – Negative Capability Un nuovo gioiello nella bacheca di questa intramontabile artista

bob dylan more blood more tracks 1 cd

Bob Dylan – More Blood, More Tracks  Semplicemente la ristampa dell’anno!

The Shape Of Water (La Forma Dell’Acqua) di Guillermo Del Toro

Il mio film dell’anno, una fiaba moderna di sublime poesia!

guerra guerra guerra

Guerra Guerra Guerra di Fausto Biloslavo e Gian Micalessin

Il mio libro dell’anno: i peggiori conflitti degli ultimi trent’anni raccontati da due straordinari reporter che li hanno vissuti, prima che fotografati e descritti, un vero pugno allo stomaco!

(*NDB 2. Oltre a Mary Gauthier, nella lista papabili di recupero di recensioni ci sono anche i dischi di Rosanne Cash, Jeffrey Foucault e della Marcus King Band, che speriamo di proporvi nelle prossime settimane, un paio erano già nelle intenzioni del sottoscritto: vediamo di trovare il tempo).

Marco Frosi

 

Prosegue La Storia Infinita Della Band Di Joe Camilleri, Sempre Una Garanzia. Black Sorrows – Citizen John

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Black Sorrows – Citizen John – Blue Rose Records/Ird

Album n° 21 per la band di Joe Camilleri, si chiama Citizen John e segue il valido album dello scorso anno Faithful Satellitehttps://discoclub.myblog.it/2017/02/01/l-ennesimo-capitolo-di-una-band-storica-australiana-black-sorrows-faithful-satellite/  : un ennesimo capitolo della saga dei Black Sorrows, iniziata all’incirca 35 anni fa con l’album Sonola. Ma per Camilleri, nelle sue varie incarnazioni, anche come Jo Jo Zep And The Falcons, The Revelators,  e sotto altri svariati pseudonimi, ci viene detto, e mi fido, che questo è il 49° album di una sterminata discografia. Il buon Joe, nato 70 anni fa a Malta, è diventato una delle leggende del rock australiano, in possesso di una voce che a tratti ricorda un riuscito incrocio tra quelle di Van Morrison, Elvis Costello e Graham Parker, e anche musicalmente viaggia su questa lunghezza d’onda, magari inserendo su una base rock pure elementi blues, soul e R&B, senza dimenticare una sorta di unità di intenti con Willy DeVille che è sempre stato un punto di riferimento per lo stile di Camilleri. Il nuovo album, co-prodotto da Joe con il fido John McCall, che è anche il tastierista della band, comprende una decina di nuove composizioni di Camilleri e Nick Smith, il suo paroliere abituale, e tre cover che dimostrano l’eclettismo della band australiana.

Partiamo proprio da queste ultime: abbiamo una bella rilettura della canzone di Nina Simone Do I Move You, un brano dall’album N.S. Sings The Blues, e quindi un classico slow della grande cantante nera, interpretato con grinta dai Black Sorrows che pongono l’accento su armonica, chitarra e piano, in questa versione solida ed elettrica. La scelta di un brano di Bob Dylan cade su una canzone tra le sue meno note, Silvio, ma Camilleri e soci rendono la canzone di Down In The Groove una vivace e galoppante roots song, con in evidenza la slide di Claude Carranza, voci di supporto pimpanti, tra cui quella di Sandy Keenan, e un impianto elettroacustico al quale organo ed acustiche donano un aura divertita e “paesana”. Sitting On Top On The World di solito viene accostata a Howlin’ Wolf, ma in effetti viene dalla tradizione più antica di inizio ‘900 del blues e la versione della band  si rifà a questo canone sonoro, intensa e suggestiva, ma anche intima e gentile, con la bella e profonda voce di Camilleri in primo piano e un flauto che fa le veci dell’armonica. Tra le canzoni originali l’iniziale Wedsneday’s Child  è la tipica composizione alla Camilleri, dal chiaro substrato blues, con chitarre e tastiere, nonché le voci di supporto, guidate dalla Keenan, che si confrontano con la scura voce del leader in uno stile che rimanda appunto al DeVille più bluesy https://www.youtube.com/watch?v=n7oVa72_OTU ; non può certo mancare una delle classiche ed accorate ballate di impianto soul tanto care a Camilleri, e Lover I Surrender ne conferma la classe https://www.youtube.com/watch?v=X5APygIwD_Q .

Messiah ha echi gospel, che al tipico afflato tra soul e blues delle sue canzoni più potenti, affianca un eccellente lavoro di Carranza alla solista. Storm The Bastille, con il violino struggente di Xani Kolac e il mandolino di Kerryn Tolhurst che affiancano la slide di Carranza è un altro ottimo esempio del canzoniere del bravo Joe, che poi fa ricorso all’uso dei fiati per un’altra bella ballata come Way Below The Heavens, dove una tromba struggente affianca il violino, mentre un coro sontuoso avvolge con dolcezza lo spirito quasi celtic rock e morrisoniano di questa  canzone https://www.youtube.com/watch?v=yOZZnCe5uUg . Citizen John è uno swamp blues con uso fiati, tra Chris Rea e Tony Joe White, con il call and response di Camilleri e la Keenan ad insaporire il menu, dove spiccano un liquido piano elettrico e un bel assolo del sax di Wilbur Wilde. Una diversa sezione fiati, The Horns Of Leroy, fa la sua apparizione per un tuffo nel divertente jazz anni ’30 sbucato da qualche fumoso locale di New Orleans dell’era della Depressione, per la deliziosa Brother Moses Sister Mae, con la notturna e soffusa Nothin’ But The Blues, che in modo felpato ci fa apprezzare il lato più intimo del nostro, che poi va di latin rock molto alla DeVille nella mossa e coinvolgente Month Of Sundays  e poi nel rock più classico della brillante Worlds Away, sempre con quel retrogusto blues chitarristico che non manca mai nella sua canzoni migliori, e in questo disco ce ne sono parecchie. Una garanzia.

Bruno Conti

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 8. La Prima Delle Due Carriere Di Una Grande Rock’n’Roll Band! Mott The Hoople – Mental Train: The Island Years 1969-1971

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Mott The Hoople – Mental Train: The Island Years 1969-1971 – Island/Universal 6CD Box Set

Pur trattandosi dello stesso gruppo, esistono due fasi distinte nella carriera dei Mott The Hoople, storica rock band inglese, e lo spartiacque tra queste due fasi si chiama All The Young Dudes. Infatti è grazie alla splendida canzone regalata loro da David Bowie, e all’album con lo stesso titolo, che il combo britannico nel 1972 ha spiccato il volo verso l’immortalità, diventando uno degli act di punta dell’allora imperante movimento glam (anche se i nostri non condividevano più di tanto questa appartenenza, essendo sempre rimasti coi piedi ben saldi nel rock’n’roll) e servendo in un secondo momento come trampolino di lancio per la carriera solista del leader Ian Hunter. Ma esistono anche i Mott degli inizi, una band dalle enormi potenzialità e titolare di quattro album di grande musica rock, nonché responsabile di esibizioni dal vivo al limite dell’infuocato: un gruppo che però non riuscì ad andare oltre al ruolo di “cult band”, e che rischiò di veder svanire i suoi sogni quando, all’indomani dell’album Brain Capers, era provata da forti tensioni interne e non aveva una direzione precisa da seguire. Eppure i nostri (oltre a Hunter, che sostituì il precedente vocalist Stan Tippins su iniziativa di Guy Stevens vulcanico e geniale – al limite dello schizofrenico – manager e produttore del gruppo, i componenti erano il chitarrista Mick Ralphs, secondo songwriter dopo Hunter, il bassista Pete Overend Watts, scomparso l’anno scorso, l’organista Verden Allen ed il batterista Dale Griffin) ci sapevano fare alla grande, sia nelle ballate che nei pezzi più elettrici e roccati, ed il loro suono è sempre stato visto come se Bob Dylan (grande ispirazione per Hunter, anche dal punto di vista vocale) avesse avuto i Rolling Stones come backing band.

Mott The Hoople Mental Train box

Ora i primi quattro lavori dei Mott vengono raccolti in questo bellissimo cofanetto, con diverse bonus tracks per ogni disco e due CD aggiuntivi, uno di rarità ed uno contenente materiale dal vivo: già nel 2003 questi album avevano beneficiato della ristampa (ad opera della Angel Air), ma allora i bonus per ogni disco erano al massimo un paio, mentre qui alla fine ci troviamo ad avere ben trenta brani inediti in totale, senza contare quelli rari (rispetto a quella serie di ristampe, manca l’antologia ricca di inediti Two Miles From Heaven del 1980, i cui brani sono però sparpagliati tra le bonus tracks di questo box). In più, è stato fatto un lavoro egregio di rimasterizzazione, al punto che sembra di avere per le mani dischi incisi da solo pochi mesi. Ecco dunque una disamina album per album, con in evidenza le (tante) canzoni salienti. CD1 – Mott The Hoople (1969): il gruppo esordisce subito con un disco di notevole valore, che inizia con una frustata, cioè una potentissima versione strumentale di You Really Got Me dei Kinks, suonata come se ci trovassimo di fronte ad una punk band ante litteram, con la chitarra di Ralphs a sostituire la linea vocale di Ray Davies. Non è l’unica cover, dato che abbiamo una sontuosa At The Crossroads (Sir Douglas Quintet), ancora meglio dell’originale e con una coda strumentale strepitosa, e soprattutto una stupenda Laugh At Me, scritta da Sonny Bono e più dylaniana che mai, quasi fosse tratta dalle sessions di Highway 61 Revisited (e poi anche l’ex marito di Cher era un dylaniano doc).

Tra i brani originali spiccano senz’altro la ballatona Backsliding Fearlessly, ancora puro Dylan (pensate a The Times They Are A- Changin’), la scatenata Rock And Roll Queen di Ralphs, e soprattutto Half Moon Bay, vibrante rock ballad di più di dieci minuti, che alterna momenti di tranquillità ad altri in cui la tensione si taglia con il coltello. Come bonus, oltre a varie single versions e mix alternativi, il centro della scena se lo prende indubbiamente la take completa di You Really Got Me, ben undici minuti di rock’n’roll ad altissimo tasso adrenalinico (e c’è spazio anche per una versione più breve della stessa canzone, questa volta cantata anche se da Stevens e non da Hunter o Ralphs). CD2 – Mad Shadows (1970): disco carico di tensione, nato in seguito a sessions dominate da comportamenti al limite della follia di Stevens (in pieno trip di droghe pesanti), e con una copertina a dir poco inquietante. Ma è anche il mio disco preferito della prima fase, un album bellissimo che si apre con la devastante Thunderbuck Ram, un pezzo di puro hard rock scritto e cantato da Ralphs. Ma è Hunter il grande protagonista (tra l’altro meno dylaniano che nel primo album), innanzitutto con la coinvolgente Walking With A Mountain, uno dei suoi classici futuri, ma in misura maggiore con le ballate, come la pianistica No Wheels To Ride, splendida ed emozionante, la potente You Are One Of Us, sempre uno slow ma dal suono rock, la maestosa I Can Feel, sette minuti di pura bellezza, con un coro a donare un sapore gospel, o ancora When My Mind’s Gone, tutta costruita intorno a voce e piano, intensa come poche.

Tra i brani aggiunti, il demo di No Wheels To Ride, già bello di suo, la take 9 di You Are One Of Us, che dura il doppio dell’originale ed è decisamente più rock, ed una fulminante versione di  studio mai sentita del classico di Little Richard Keep A-Knockin’. CD3 – Wildlife (1971): un album meno problematico del precedente, ma comunque di buon livello (e molto meno rock); il contributo di Hunter come autore si limita a tre canzoni: la tenue Angel Of Eighth Avenue, che riflette il clima bucolico della copertina, così come la countryeggiante The Original Mixed- Up Kid, mentre Waterlow è un mezzo capolavoro, una ballata da pelle d’oca, di un’intensità incredibile e tra le più belle di Ian. Anche Ralphs è in ottima forma, e lo dimostra con l’energica Whiskey Women, posta in apertura, la bella ed evocativa rock ballad Wrong Side Of The River, che inconsciamente anticipa un certo suono southern in voga di lì a breve in America, ed il puro country di It Must Be Love. Due le cover: una vigorosa rilettura pianistica e corale di Lay Down della folksinger Melanie, e soprattutto una fluiviale Keep A- Knockin’ dal vivo, dieci minuti di puro rock’n’roll.

Le bonus tracks annoverano tra le altre due singoli dell’epoca, la luccicante Midnight Lady (che per sbaglio è stata inserita in una versione strumentale!) e la più ruspante Downtown, cover di un pezzo scritto da Neil Young con Danny Whitten. Tra gli inediti assoluti spiccano la scatenata Growing Man Blues e The Ballad Of Billy Joe, che aveva delle potenzialità ma Hunter non si è preoccupato di finirla. Se Mad Shadows aveva venduto pochissimo, questo disco andrà anche peggio. CD3 – Brain Capers (1971): ultimo album prima del rilancio commerciale che avverrà pochi mesi dopo, ma con i nostri già pronti al grande salto. Brain Capers infatti contiene la straordinaria The Journey, una ballata fantastica, nove minuti di pura poesia ed uno dei vertici assoluti di Hunter. Ma il riccioluto (ed occhialuto) rocker si distingue anche per Death May Be Your Santa Claus, un rock’n’roll suonato con piglio da garage band, la mossa e coinvolgente (e dylaniana) Sweet Angeline, e con l’elettrica The Moon Upstairs, dal sound potentissimo dominato da chitarra ed organo, e con Griffin che sembra Keith Moon. Le cover sono due: una resa ancora molto Dylan (e con organo alla Al Kooper) di Your Own Backyard di Dion, ed una epica ed evocativa Darkness, Darkness (Jesse Colin Young) cantata da Ralphs.

Tra i brani aggiunti troviamo due canzoni che in veste differente finiranno su All The Yound Dudes, cioè la nota One Of The Boys ed una prima versione di Momma’s Little Jewel intitolata Black Scorpio, oltre ad una embrionale The Moon Upstairs, devastante come quella pubblicata e dal titolo di Mental Train (mentre How Long? è forse anche meglio della sua controparte, cioè Death May Be Your Santa Claus). CD5 – The Ballads Of Mott The Hoople: dodici canzoni, gran parte delle quali inedite. Ci sono due ottime live versions di No Wheels To Ride e The Original Mixed-Up Kid, alternate takes di Angel Of Eighth Avenue e The Journey (sempre grandissima quest’ultima, con quella finita su Brain Capers è una bella lotta), e Blue Broken Tears che non è altro che Waterlow, quindi ancora brividi lungo la schiena. Ma il pezzo centrale è la maestosa Can You Sing The Song That I Sing, uno slow di straordinaria intensità che dura ben sedici minuti, e che dimostra che in nostri non erano un gruppo qualsiasi. Per finire, non dimenticherei la scintillante soul ballad Ill Wind Blowing, con uno splendido pianoforte. CD6 – It’s Live And Live Only: che dire di questo dischetto? Altri dodici pezzi che confermano che i Mott erano anche una grande live band, con superlative riletture di No Wheels To Ride in medley con Hey Jude (8 minuti), Keep A-Knockin’ (altri 8 minuti), You Really Got Me (quasi 10 minuti) e The Journey (9 minuti), oltre ad una lucida versione di Ohio di Neil Young.

Mental Train è un cofanetto che corre il rischio di passare inosservato a causa dell’invasione di box set importanti di questa fine 2018, e la cosa sarebbe ingiusta in quanto al suo interno c’è tantissima grande musica, il cui ascolto non fa altro che infittire il mistero sul come mai i Mott The Hoople in quel periodo fossero sull’orlo dello scioglimento.

Marco Verdi

Di Nuovo Questa Splendida Settantenne Che Non Ha Ancora Finito Di Stupire! Marianne Faithfull – Negative Capability

marianne faithfull negative capability

Marianne Faithfull – Negative Capability – Panta Rei/BMG CD

Quando tutti pensavamo che Marianne Faithfull avesse toccato uno dei vertici della sua carriera con il bellissimo Give My Love To London del 2014 https://discoclub.myblog.it/2014/10/07/tante-vite-vissute-50-anni-carriera-marianne-faithfull-give-my-love-to-london/ , non avremmo mai immaginato che la bionda chanteuse britannica, ex musa di Mick Jagger e Keith Richards, avesse nelle corde un album ancora più bello: Negative Capability, il nuovissimo lavoro della Faithfull, è infatti un disco strepitoso, uno dei migliori della sua lunga carriera, e potrebbe addirittura gareggiare per prendersi il gradino più alto del podio. Marianne ha avuto una vita intensa, e più volte è risorta dagli inferi nei quali l’avevano portata esperienze di droga e alcool che ne avevano fatta quasi una “signora maledetta” del panorama rock. Dopo il pop-rock degli anni sessanta, la Faithfull è artisticamente rinata una prima volta con il famoso Broken English del 1979, e definitivamente con lo splendido Strange Weather del 1987 (bissato tre anni dopo dal grande live album Blazing Away).

Da Vagabond Ways (1999) in poi, Marianne non ha più sbagliato un colpo, producendo lavori bellissimi e collaborando spesso con artisti di molti decenni più giovani di lei, celebrando infine i cinquanta anni di carriera nel 2016 con il CD e DVD dal vivo No Exit https://discoclub.myblog.it/2016/10/06/unaltra-splendida-quasi-settantenne-marianne-faithfull-exit/ , in cui la nostra dimostrava, nonostante gli acciacchi fisici (da tempo si muove con l’aiuto di un bastone), di avere ancora una forza interpretativa da paura. Ora, alla vigilia dei 72 anni, Marianne ci consegna quello che può essere definito senza mezze misure un mezzo capolavoro: Negative Capability è infatti un album straordinario, pieno di ballate cupe, dense e profonde, cantate con una voce che più passano gli anni e più mette i brividi, e prodotto in maniera moderna (ma con sonorità classiche) da un trio formato da Head, Rob Ellis (entrambi conosciuti per le loro collaborazioni con PJ Harvey) ed il braccio destro di Nick Cave nei Bad Seeds, Warren Ellis (nessuna parentela con Rob). Ed i due Ellis sono coinvolti anche come musicisti ed autori di alcuni brani, insieme allo stesso Cave, al cantautore Ed Harcourt ed al chitarrista Rob McVey, ex leader della indie band britannica Longview. Poche note del brano di apertura, Misunderstanding, ed abbiamo già un assaggio di cosa ci aspetta, un pezzo struggente, reso ancora più emozionante dalla viola di Ellis (Warren) e dalla voce fragile, quasi spezzata, di Marianne, una voce che non si preoccupa di dimostrare tutti gli anni che ha.

The Gypsy Faerie Queen (scritta con Cave) è un brano di un’intensità incredibile, lentissimo, guidato da piano e viola e con un’apertura melodica strepitosa nel ritornello, in cui Nick si unisce vocalmente alla Faithfull: una canzone magnifica, tra le più belle ascoltate quest’anno. As Tears Go By era stata scritta dai Rolling Stones proprio per Marianne, che nel corso degli anni l’ha ripresa più volte, ma è sempre un piacere immenso ascoltarla, anzi forse questa versione con violino, un toccante pianoforte ed una leggera percussione è quella definitiva. In My Own Particular Way è più strumentata (anche se sempre lenta), ma ha un incedere maestoso ed un motivo di quelli che se non vi emozionate avete qualche problema: splendida anche questa; Born To Live è basata su un piano cantilenante e sulla voce nuda e cruda della Faithfull, atmosfera tesa appena stemperata da un flauto (sempre l’Ellis australiano), mentre Witches Song è più cadenzata anche se mantiene una certa cupezza di fondo (inevitabile con il timbro di voce della bionda cantante di Londra), e ricorda vagamente il mood del precedente album, Give My Love To London. Nei bonus video del live No Exit c’era una rilettura del classico di Bob Dylan It’s All Over Now, Baby Blue, e qui viene pubblicata in una nuova versione di studio: versione splendida, rallentata rispetto all’originale di Bob, cantata con voce più forte del solito ed un arrangiamento elettroacustico che profuma di anni sessanta.

They Come At Night, scritta insieme a Mark Lanegan, è la più mossa finora, ma ha anche un’atmosfera vagamente minacciosa ed un arrangiamento moderno comunque perfetto per lo stile “mitteleuropeo” di Marianne (ed il testo agghiacciante va di pari passo con la musica); si torna ad un clima più tranquillo con la pianistica Don’t Go, altro brano di notevole intensità e cantato con un trasporto ed una sincerità disarmanti. Il CD si chiude con No Moon In Paris, tra le più belle del lavoro, una stupenda ballata dal tono ancora struggente ed un accompagnamento scarno ma perfetto, a base di piano, viola e due reperti quasi archeologici come harmonium e glockenspiel. Esiste anche una edizione deluxe con tre brani in più (ed una bella confezione a guisa di libro con copertina dura), il primo dei quali è la terza ed ultima cover del lavoro, cioè Loneliest Person dei Pretty Things, bella canzone e rilettura tanto per cambiare di straordinario impatto emotivo, cantata con voce meno fragile del solito ed Ellis strepitoso al violino. Chiudono definitivamente una No Moon In Paris più corta della precedente ed una versione alternata di They Come At Night, più rock di quella sentita poc’anzi ma sullo stesso egregio livello qualitativo.

Un album dunque davvero magnifico questo Negative Capability, in grado di scombussolare le classifiche dei migliori dischi dell’anno.

Marco Verdi

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 4. Un Album Leggendario…Minuto Per Minuto! Bob Dylan – More Blood, More Tracks – Parte 2: Il Box.

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Ecco quindi la seconda parte del mio post dedicato al quattordicesimo episodio delle Bootleg Series di Bob Dylan, box che riassume le sessions complete di New York (dal 16 al 19 Settembre 1974) e quel poco che è rimasto di quelle di Minneapolis (27 e 30 Dicembre), riguardanti il capolavoro Blood On The Tracks (ebbene sì, un disco di questa portata è stato inciso in appena sei giorni!).

CD1: undici brani con il solo Dylan presente, voce, chitarra ed armonica, come se si trattasse di una serie di demo. Si parte con due versioni della struggente If You See Her, Say Hello (la Girl From The North Country di Sara?), entrambe già splendide seppur diverse nella tonalità vocale, con Bob che canta con un’intensità da brividi; seguono tre takes di You’re A Big Girl Now, tutte estremamente rilassate e con il nostro che sillaba le parole con grande chiarezza (splendida la prima, al punto che alla fine sentiamo Ramone esclamare “Great song!”). Poi abbiamo due prime versioni di Simple Twist Of Fate, già bellissima e superbamente eseguita, e due prove di Up To Me (una delle quali appena accennata), un brano che non verrà messo sul disco originale in favore della musicalmente simile Shelter From The Storm. La chicca del primo CD sono però le due performances che lo chiudono, cioè le uniche due letture incise a New York di Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts, un pezzo da sempre legato alle sessions di Minneapolis con la band, ma che anche in solitaria è di una bellezza radiosa (specie la seconda versione, completa e con un verso in più rispetto a quella nota): una vera sorpresa.

CD2: per certi versi il dischetto più interessante del box, dato che viene documentata la sfortunata session di Bob con i Deliverance, che ci fa intuire come avrebbe potuto essere il disco se solo si fosse accesa la scintilla. Si inizia con tre diverse Simple Twist Of Fate, ed almeno la prima è davvero splendida, una grande ballata vista da una prospettiva inedita, con un delizioso interplay tra chitarre ed organo, ed una sezione ritmica discreta ma impeccabile: tra gli highlights assoluti del box (mentre le due che seguono non hanno la stessa intensità). Poi troviamo due versioni di Call Letter Blues (tra cui quella finita sul primo Bootleg Series) ed una di Meet Me In The Morning (la take finita sul disco originale, ma qui più lunga e con un verso in più), in pratica lo stesso blues con parole diverse, entrambi ispirati da 32-20 Blues di Robert Johnson, ma soprattutto cinque takes consecutive, solo Dylan con Brown al basso, della straordinaria Idiot Wind, uno dei testi più caustici di Bob e forse il brano più bello di queste sessions: sinceramente non saprei quale versione scegliere, il pathos si tocca quasi con mano, pur essendo il nostro più rilassato e meno “arrabbiato” che nella rilettura di Minneapolis. Alla fine del CD abbiamo ben nove takes di You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, affrontate da Dylan e band con spirito country-rock: ci sono prove, interruzioni e versioni finite, ma la sensazione chiara e lampante è quella di un gruppo che fatica ad adattarsi all’approccio informale del leader, ed infatti saranno le ultime incisioni full band di New York.

CD3: Weissberg ed i suoi se ne sono andati, e questo dischetto vede presenti solo chitarra, basso, piano, organo e talvolta la steel. Fanno qui il loro esordio due dei brani più popolari di Blood On The Tracks, cioè Tangled Up In Blue e Shelter From The Storm, con quattro versioni a testa: la take 1 di Tangled, molto più lenta di quella conosciuta, è bellissima e struggente, quasi una folk ballad, mentre le varie Shelter sono tutte magnifiche (e fra di esse ci sono quella originale e quella finita nel film Jerry MaGuire, ma qui con piano e basso in più). Detto di un paio di prime versioni di Buckets Of Rain, di un ottimo remake di You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, di una ripresa non troppo convinta di Call Letter Blues e di due eccellenti You’re A Big Girl Now (compresa quella finita su Biograph, meglio a mio giudizio di quella scelta per il disco uscito nel 1975, grazie anche alla languida steel di Cage), la sorpresa del CD è una rilettura del traditional Spanish Is The Loving Tongue per voce, chitarra, basso e pianoforte. Bob doveva amare particolarmente questa canzone, dato che nel periodo dal 1967 al 1975 l’aveva incisa almeno quattro volte: questa è forse la migliore di tutte, ma capisco che c’entrasse poco con il resto del disco e quindi è stata lasciata fuori a ragion veduta.

CD4: qui la parte del leone la fa Buckets Of Rain, con ben dieci tracce su venti totali (di cui quattro con il solo Bob, le uniche takes del 18/9), un brano considerato minore ma comunque diretto e godibile, e con Dylan ottimo anche alla chitarra: le performances migliori sono la seconda da solo, calda ed appassionata, e la quarta con Brown al basso, che poi è quella finita sull’album definitivo. Da segnalare una You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go più lenta ma non meno bella, la If You See Her, Say Hello del test pressing, davvero splendida (tra le più belle del cofanetto), due Meet Me In The Morning molto spontanee e con Bob che suona con piglio da vero bluesman, e cinque diverse Up To Me, una canzone che più la sento e più penso che doveva essere pubblicata. CD5: questo dischetto offre una panoramica abbastanza varia con sei diversi brani, tra cui il “ritorno” di Idiot Wind e Simple Twist Of Fate. Non ci sono molte takes complete, e quelle presenti sono in gran parte già note (la take 4 di Idiot Wind, già sul primo Bootleg Series, è presente due volte, con e senza overdub di organo), ma quella che da sola vale il CD è una Simple Twist Of Fate intima e quasi sussurrata, appena prima di quella definitiva. Ci sono anche due curiosità interessanti: una Tangled Up In Blue interrotta perché Dylan sbaglia le parole e se la prende con sé stesso, e soprattutto un momento in cui sentiamo dalla consolle la voce di Mick Jagger (che era passato a salutare Bob dallo studio attiguo) che consiglia al nostro di suonare Meet Me In The Morning con la slide acustica, ottenendo prima un cortese ma secco rifiuto (“No, I don’t play slide”) e poi fornendo una breve dimostrazione di una tecnica non proprio impeccabile, che costringe Jagger a dare ragione a Dylan.

CD6: il dischetto più breve, solo otto canzoni. Le prime tre sono anche le ultime registrate a New York, ma c’è comunque il tempo per quella che è forse la migliore Tangled Up In Blue di tutte, mentre, come ho già detto, vengono riproposte le cinque takes incise a Minneapolis e finite poi sul disco ufficiale, ma completamente remixate e leggermente rallentate (all’epoca era infatti pratica comune accelerare di poco il nastro), con il risultato di avere un suono più profondo e nitido (cosa evidente in particolare con Idiot Wind). E’ incredibile notare inoltre la differenza di approccio di Bob rispetto ad appena tre mesi prima: se a New York era rilassato, pacato e quasi malinconico, qui il nostro affronta i brani con un piglio fiero ed appassionato, molto simile a quello poi adottato nella tournée con la Rolling Thunder Revue e sull’album Desire. Quindi un altro capitolo delle Bootleg Series imperdibile da parte di Bob Dylan (ma ce ne sono di “perdibili”?), che ci porta veramente all’interno del suo disco più intimo e personale: se Bruno, al momento dell’annuncio su questo blog aveva avuto qualche dubbio, mi sento in tutta serenità di fugarlo.

Marco Verdi

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 4. Un Album Leggendario…Minuto Per Minuto! Bob Dylan – More Blood, More Tracks – Parte 1: La Storia Del Disco Originale.

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Bob Dylan – More Blood, More Tracks: The Bootleg Series Vol. 15 – Legacy/Sony CD – 2LP – Deluxe 6CD Box Set

A quasi un anno esatto dallo splendido Trouble No More https://discoclub.myblog.it/2017/12/02/supplemento-del-sabato-lapoteosi-del-dylan-performer-bob-dylan-trouble-no-more-the-bootleg-series-vol-131979-1981-parte-i/ , che prendeva in esame il periodo “mistico” dal 1979 al 1981 https://discoclub.myblog.it/2017/12/03/supplemento-della-domenica-lapoteosi-del-dylan-performer-bob-dylan-trouble-no-more-the-bootleg-series-vol-131979-1981-parte-ii/ , ecco il quindicesimo volume delle Bootleg Series di Bob Dylan, il cui titolo, More Blood, More Tracks, ci fa capire di essere incentrato sulle sessions di uno dei suoi album per il quale la parola “leggendario” non è usata a sproposito, cioè appunto Blood On The Tracks (inizialmente sembrava dovesse essere l’undicesimo episodio della serie, poi è stato accantonato per, nell’ordine, i Basement Tapes, il bienno 1965-1966 ed appunto il box religioso dello scorso anno). Blood On The Tracks è all’unanimità considerato uno dei migliori dischi di sempre di Dylan, per alcuni il più bello in assoluto, e comunque quasi mai fuori dalle Top Three dei lavori del nostro, un album che a distanza di quasi 44 anni dalla pubblicazione (è uscito infatti nel Gennaio del 1975) non ha perso un’oncia della sua bellezza, e suona ancora attuale come se fosse stato inciso da poco tempo. Un disco pieno di canzoni amare, dolorose, in certi momenti drammatiche, ispirate a Bob tra le altre cose dal progressivo disfacimento del suo matrimonio con Sara Nozinsky (più conosciuta come Sara Lownds, che però era il cognome del primo marito).

Dylan proverà senza troppa convinzione a smentire queste illazioni, sostenendo che i testi erano stati ispirati dai racconti di Cechov, ma verrà clamorosamente sbugiardato in seguito dal figlio Jakob (proprio il leader dei Wallflowers), che dirà di non riuscire ad ascoltare questo disco, in quanto ogni volta gli sembra di sentire i suoi genitori che litigano. E d’altronde c’è poco da smentire: canzoni come You’re A Big Girl Now, Idiot Wind, If You See Her, Say Hello, Simple Twist Of Fate, pur prestandosi a diverse chiavi di lettura come molti brani di Dylan, hanno dei riferimenti chiaramente autobiografici (così come You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, che però parrebbe dedicata ad Ellen Bernstein, una executive della Columbia che in quel periodo si vocifera avesse una relazione con Bob). Anche la genesi dell’album ha una storia piuttosto tribolata: Dylan inizialmente aveva pensato ad un disco più rock, ed aveva chiamato Mike Bloomfield per suonargli le canzoni e proporgli la collaborazione, ma il grande chitarrista non aveva trovato spazi dove avrebbe potuto dire la sua musicalmente parlando, ed aveva quindi declinato l’offerta. A questo punto Bob ripiegherà su un sound più acustico, entrando in studio a New York nel Settembre del 1974 insieme al noto tecnico del suono e produttore Phil Ramone, e con il chitarrista e banjoista Eric Weissberg (reduce dal grande successo di Dueling Banjos, dalla colonna sonora del film Deliverance, cioè Un Tranquillo Weekend Di Paura) e la sua band, appunto i Deliverance.

Ma anche qui l’alchimia con Bob non scatterà, e dopo un solo giorno di prove Weissberg e i suoi lasceranno lo studio (solo un brano finirà sul disco originale, Meet Me In The Morning), ma Dylan richiamerà dal gruppo il bassista Tony Brown, che suonerà praticamente durante tutte le sessions, e lo steel guitarist Buddy Cage, ai quali si aggiungerà l’organista Paul Griffin (già con Bob sia in Bringing It All Back Home che in Highway 61 Revisited), ed il quartetto porterà al termine le incisioni dando quindi all’album un sapore decisamente più intimista rispetto alle intenzioni originarie. La Columbia a questo punto preparò un test pressing del disco da mandare alle radio in tempo per la pubblicazione entro Natale, che Bob fece ascoltare al fratello David Zimmerman (unico momento in cui questo personaggio comparirà nella biografia dylaniana), il quale lo convinse a rimetterci le mani, dato che a suo parere il suono era troppo monocorde e cupo, e così com’era il disco avrebbe generato vendite troppo basse. Bob accettò il consiglio (e questo la dice lunga sulle incertezze e sullo scarso spirito critico che il nostro ha sempre avuto nei confronti del proprio materiale, basti vedere cosa accadrà nel 1983 con Infidels, un bel disco che però, con i brani che sono stati lasciati fuori, poteva diventare un altro capolavoro, ed anche in parte con Oh, Mercy), ed in Dicembre entrò negli studi Sound 80 di Minneapolis, in Minnesota, con un gruppo di musicisti sconosciuti reclutati dal fratello David (!), e con i quali incise ex novo cinque brani del disco, che a questo punto uscì a Gennaio dell’anno seguente in versione “ibrida”, metà registrato a New York e metà a Minneapolis.

Nel corso degli anni qualche inedito delle sessions della Grande Mela è stato pubblicato ufficialmente, prima sul cofanetto Biograph (You’re A Big Girl Now e l’inedito Up To Me), sul primo volume delle Bootleg Series (Tangled Up In Blue, Idiot Wind, If You See Her, Say Hello e l’inedito Call Letter Blues), una versione alternata ma praticamente identica all’originale di Shelter From The Storm sulla colonna sonora di Jerry MaGuire, ed un’altra take di Meet Me In The Morning come lato B del singolo Duquesne Whistle del 2012. Ora le sessions complete di New York (con in aggiunta le cinque canzoni di Minneapolis che finiranno sul Blood On The Tracks originale, purtroppo sembra che non sia sopravvissuto altro dalle incisioni in Minnesota) entrano a far parte, in ordine rigorosamente cronologico, di questo splendido box di 6CD, che ha avuto quindi lo stesso criterio di compilazione di The Cutting Edge (che però era basato su tre album distinti), cioè documentare ogni nota registrata per un album considerato giustamente epocale, non solo composto da grandi canzoni, ma con un Dylan in stato di grazia anche dal punto di vista delle interpretazioni, eseguite con una voce forte e senza sbavature ed un feeling da pelle d’oca.

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Alcuni fans non approvano questo modo di rivisitare i dischi storici, in quanto sostengono che pubblicare tutto quello che è stato documentato tolga quella patina di mistero e di immortalità, ma la maggior parte degli estimatori del nostro (me compreso) andranno in brodo di giuggiole. Il box esce nel solito elegante formato utilizzato ultimamente per questa serie, con due splendidi libri in cartone duro ricchi di foto inedite, un saggio scritto dal noto giornalista Jeff Slate e, fiore all’occhiello dell’operazione dal punto di vista grafico, la riproduzione del notebook originale di 57 pagine con i testi e le annotazioni scritti da Bob di suo pugno (al cui interno trovano spazio testi di canzoni che, per quanto ne sappiamo, non sono mai state messe in musica, come Don’t Want No Married Woman, There Ain’t Gonna Be Any Next Time, It’s Breakin’ Me Up e Where Do You Turn). Esiste anche una versione su CD singolo, o doppio LP (primo caso nella storia delle Bootleg Series, di solito l’edizione “povera” è doppia), con i dieci brani del disco originale in versione inedita, più una take alternata di Up To Me. Ma a noi chiaramente interessa il box sestuplo, e nella seconda parte di questo post analizzerò i brani salienti, che non sono pochi.

Marco Verdi

Sono Passati Più Di 30 Anni Ma Non Ha(nno) Dimenticato Come Si Fa Buona Musica. Textones – Old Stone Gang

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Textones – Old Stone Gang – Blue Elan Records

Le reunion non sono una cosa infrequente nel mondo del rock, anzi è vero il contrario, però il caso dei Textones mi pare decisamente diverso: più di 30 anni dall’ultimo album Cedar Creek non sono un lasso di tempo indifferente. Risolti i problemi finanziari, logistici, famigliari del passato, dopo i primi incontri del 2012, comunque poi ci sono voluti sei anni per arrivare a Old Stone Gang, il nuovo album che esce per la Blue Elan. Nuovo disco dei Textones che diciamolo subito è bello. Non un capolavoro, ma un solido lavoro di Americana, di cui il gruppo californiano è stato tra i precursori, power pop elegante ed energico, country e roots rock, favorito anche dal fatto di avere una cantante che ha una delle più belle voci del rock americano, assolutamente non toccata dallo scorrere del tempo, calda, espressiva, una sorta di incrocio tra Chrissie Hynde, la Carly Simon della maturità e Sheryl Crow, che secondo me tanto le deve. Carla Olson in effetti negli ultimi anni è stata più impegnata come produttrice, per esempio nel recente Barry Goldberg (che ai tempi aveva prodotto, nel 1984, il primo disco dei TextonesMidnight Mission https://www.youtube.com/watch?v=zBmHgDhgWqo ), che con dischi propri.

Si diceva che il disco è molto piacevole, la chimica tra i vari membri funziona ancora, in effetti non si erano lasciati per dissapori tra loro. Manca  Phil Seymour, uno dei fondatori della band, morto nel 1993, di cui è stato recuperato anche un vecchio brano sotto forma di demo, completato da Carla Olson e George Callins, il chitarrista e co-leader del gruppo, si tratta di One Half Rock ed illustra bene lo stile gagliardo ed esuberante dei Textones, un pezzo che parte da un riff a metà strada tra Chuck Berry e Stones, su cui si innestano il sax di Tom Morgan Jr., il basso di Joe Read, che nel disco suona pure dulcimer, slide, mandolino e fisarmonica, e la batteria di Rick Hemmert, oltre al piano dell’ospite Barry Goldberg e la voce aggiunta di Todd Wolfe. Rock vecchia scuola anche nell’iniziale Downhearted Town dove il  sound classico vibra con una classe senza tempo, energia pura, belle melodie, armonie vocali essenziali, una pulizia di suono unita ad una grinta invidiabile, e che voce; ripeto, nulla di nuovo, ma come lo fanno bene, con il sax di Morgan che ricorda molto Clarence Clemons, ancor di più nella ballata springsteeniana 20 Miles South Of Wrong, dove troviamo anche Allan Clarke degli Hollies all’armonica, e la pedal steel sognante di Rusty Young che aggiunge un sapore vagamente country alle procedure. Anche la title track Old Stone Gang rocca e rolla di gusto a tutto riff, con Callins particolarmente ispirato e  ben sostenuto dal sax di Morgan, mentre Bared My Soul è una di quelle ballate mid-tempo arrangiate con gran gusto, sempre con la calda e vissuta voce di Carla che evidenzia quel timbro vocale maturo che tanto mi ha ricordato Carly Simon https://www.youtube.com/watch?v=eTnL5PE-HgI .

All That Wasted Time, nuovamente gagliarda e springsteeniana, con Goldberg che fa Bittan e Morgan nei panni di Clemons sarà pure derivativa ma è sempre tanto piacevole. Midnight Roundabout di Joe Read, è una sorta di ballata blues notturna e malinconica, mentre Ghost On A River pigia di nuovo il pedale del rock sano e portatore di buoni principi, con Come Stay The Night che ricorda certo jingle-jangle power pop che era tanto caro a Seymour https://www.youtube.com/watch?v=Y_KrZOQDHAEFor Carly Jo nelle intenzioni di Carla doveva essere una specie di brano Appalachiano con dulcimer, fisarmonica ed acustica, poi l’aggiunta della chitarra backwards alla Yardbirds di Callins le ha dato uno spirito leggermente psichedelico, e in Walkin’ And Talkin’ torna pure una delle primissime incarnazioni dei Textones, con Kathy Valentine delle Go-Go’s alla chitarra, David Provost dei Dream Syndicate al basso, Markus Cuff alla batteria e Richard D-Andrea al sax, oltre alla pedal steel di Young,  il tutto suona stranamente dylaniano, ma forse non troppo visti i trascorsi della Olson con il vecchio Bob Dylan, che le aveva regalato un brano, Clean Cut Kid, in virtù della sua partecipazione al video di Sweetheart Like You https://www.youtube.com/watch?v=A2mE80miKdk. In conclusione troviamo Ride On , un’altra composizione di Joe Read, che per l’occasione se la canta, altro gradevole esempio dell’Americana sound senza tempo di ottima qualità che contraddistingue tutto l’album.

Bruno Conti

Bravo Come “Gregario”, Chiedere A Clapton Ed Altri, Meno Come Solista In Proprio. Doyle Bramhall II – Shades

doyle bramhall II shades

Doyle Bramhall II  – Shades – Mascot/Provogue

Concludevo la recensione del suo precedente album  Rich Man, uscito nel 2016 https://discoclub.myblog.it/2016/11/16/promosso-qualche-riserva-lamico-eric-doyle-bramhall-ii-rich-man/ , così: “Visti i suoi ritmi, ci risentiamo tra 15 anni per il prossimo”.! E invece mi sbagliavo, a soli due anni di distanza esce questo nuovo Shades: nuova etichetta, la Mascot/Provogue, ma a grandi linee stessi musicisti impiegati, Adam Minkoff polistrumentista,  impegnato anche con gli arrangiamenti degli archi, Chris Bruce al basso, e Abe Rounds e Carla Azar, alla batteria, che apparivano nello scorso CD , stessi ospiti, Eric Clapton, Tedeschi Trucks Band e Norah Jones, oltre ai compatrioti texani, i Greyhounds. E pure lo stile del disco è molto simile a quello che lo ha preceduto, in quanto Doyle Bramhall II ha questa passione insita per la musica nera, soul, R&B e funky, oltre agli immancabili blues e rock, non sempre coniugata con risultati eclatanti ed eccitanti, almeno a mio parere, spesso annacquata da arrangiamenti di tanto in tanto blandi, ballate melliflue e derive commerciali che rimandano allo stile di Prince e Lenny Kravitz. Anche se la chitarra del mancino texano ogni tanto ci ricorda perché il suo amico Clapton lo considera un eccellente chitarrista, si intuisce perché il nostro non ha mai sfondato come solista, vista la sua tendenza ad essere più un gregario, magari uno molto ricercato dai colleghi (sentire l’eccellente lavoro fatto nel disco di Amy Helm https://discoclub.myblog.it/2018/10/01/unaltra-rampolla-di-gran-classe-sempre-piu-degna-figlia-di-tanto-padre-amy-helm-this-too-shall-light/ ), a scapito della possibilità di avere nei propri dischi una musica più definita e meno sfuggente, che complessivamente anche in questo Shades, a parte qualche guizzo di classe, manca di una direzione sonora chiara.

Ovviamente siamo ben lungi dal dire che il disco sia brutto, anzi, si ascolta più che volentieri, chi ama il rock e il blues meticciati con la musica nera troverà motivo per apprezzarlo. Insomma soliti pregi e difetti che seguono Bramhall nella sua strada verso la musica mainstream, come l’amico Eric, che però ha ben altra consistenza, per cui accontentiamoci di quello che passa il convento. Shades spazia dal funky-rock atmosferico della iniziale Love And Pain, dove prevale il suono “lavorato” che Bramhall predilige, sia pure con inserti chitarristici sempre pungenti, ad una Hammer Ring più incalzante nei suoi  complessi ritmi rock, passando per la collaborazione con Eric Clapton in Everything You Need (nel cui video il nostro non si vede anche se aleggia la sua presenza), una morbida ballata dove si apprezza il lavoro delle due soliste, ma meno l’arrangiamento troppo appesantito da zuccherini strati di armonie vocali che spingono verso un soul radiofonico contemporaneo. London To Tokyo rimane su queste coordinate sonore, ma con arrangiamenti stratificati di archi fin troppo carichi e che quasi coprono anche le evoluzioni della solista.

Il duetto con Norah Jones, Searching For Love, come da copione, è una elegante e raffinata ballata pop, molto più vicina allo stile della cantante di New York che a quello di Bramhall, che comunque lavora di fino con la sua solista, quasi claptoniana per l’occasione. Decisamente più rock e vibrante la collaborazione con i Greyhounds in Live Forever,  brano dove tutti ci danno dentro di gusto e ci sono anche vaghi elementi psych che ricordano gli Spirit degli anni d’oro https://www.youtube.com/watch?v=QXFU6kgAHZM , mentre Break Apart To Mend è una intensa e sognante ballata pianistica di ottima fattura, quasi da cantautore classico, nobilitata da un lirico assolo di chitarra nella parte centrale.  Non male anche la blues ballad She’ll Come Aound e discreto il morbido soul proposto in The Night; non manca il consueto omaggio alla sua passione per la musica orientale con Parvanah, che però miscela questo sound con il solito morbido soul con risultati non memorabili, a parte gli spunti della solista.

Consciousness introduce  qualche elemento country-folk con risultati più apprezzabili, lasciando la conclusione a Going Going Gone, il pezzo forte dell’album, ripresa anche da Gregg Allman sull’ultimo Southern Blood https://discoclub.myblog.it/2017/09/07/il-vero-sudista-quasi-un-capolavoro-finale-gregg-allman-southern-blood/ . Si tratta proprio di una cover del sognante brano di Bob Dylan tratto da Planet Waves, in una bellissima versione suonata e cantata splendidamente con la Tedeschi Trucks Band, in un tripudio di fiati, voci e chitarre, tra la slide di Trucks e la solista di Bramhall, magari fosse stato così tutto l’album .

Bruno Conti