Uno Dei Più Grandi Cantautori Di Tutti I Tempi: A 73 Anni Ci Ha Lasciato Anche John Prine! Ed Un Ricordo Di Hal Willner.

john prine

La notizia era nell’aria da quando la moglie/manager Fiona (*NDB e la foto qui sopra è quella che proprio lei ha scelto per il triste ringraziamento sul sito della Oh Boy) aveva diffuso la notizia del ricovero del marito a causa del maledetto coronavirus che non guarda in faccia a nessuno, ma quando stamattina ho letto la notizia della morte di John Prine, leggendario cantautore americano, ho avuto un moto di commozione nonostante fossi preparato alla notizia, in quanto le condizioni del settantatreenne musicista erano parse critiche fin da subito in conseguenza dell’indebolimento causato dai problemi di salute avuti negli ultimi vent’anni. Poco conosciuto dalle nostre parti, ma quasi leggendario negli Stati Uniti, Prine era un songwriter fantastico, uno dei migliori di sempre, che ci ha lasciato una serie impressionante di grandi canzoni e di album splendidi: uno della vecchia scuola, che componeva brani influenzati dalla musica folk e country dei pionieri riuscendo a creare uno stile proprio fatto di melodie splendide e di testi spesso infarciti di irresistibile ironia (alcuni suoi pezzi ancora oggi fanno scompisciare dalle risate, come per esempio Dear Abby, I Guess They Oughta Name A Drink After You, Come Back To Us Barbara Lewis Hare Krishna Beauregard, Grandpa Was A Carpenter, Jesus The Missing Years, ma potrei andare avanti fino a domani), ma anche capace di scrivere toccanti e poetiche canzoni su amori finiti (Far From Me), droga (Sam Stone) e sulla solitudine delle persone anziane (Hello In There), tanto colpite dalla malattia in questo periodo, il tutto con una leggerezza ed una classe uniche.

Ad inizio carriera Prine fu indicato dai critici come uno dei tanti “nuovi Dylan” in circolazione, ma presto riuscì ad affrancarsi dall’ingombrante paragone, e negli anni divenne lui uno dei più influenti cantautori in attività, con estimatori importanti tra i quali lo stesso Bob Dylan (suo fan della prima ora), Bruce Springsteen (che ha ricordato proprio che “insieme eravamo i nuovi Dylan ad inizio anni ‘70”), Bonnie Raitt, John Lennon, Roger Waters e soprattutto Kris Kristofferson, che fu determinante per l’inizio della sua carriera favorendo il suo esordio discografico. Prine nasce a Maywood (un sobborgo di Chicago) nel 1946, ed inizia a suonare la chitarra all’età di 14 anni per poi frequentare la Old Town School Of Folk Music e svolgere il servizio militare in Germania. La prima occupazione di John era quella di postino, ma nello stesso tempo riesce a sviluppare la sua passione per la musica folk e country iniziando ad esibirsi al Fifth Peg di Chicago, un locale che alla sera fa salire sul palco giovani talenti (fu lì che Prine conobbe Steve Goodman, con il quale rimarrà amico, fino alla sua morte negli anni ottanta per leucemia): John desta impressione quasi da subito per la sua capacità di stare sul palco e per la bellezza delle sue canzoni, alcune delle quali ritroveremo poi nei suoi dischi (nel 2011 è uscito The Singing Mailman Delivers, un doppio CD dal vivo con alcune registrazioni di quelle serate “open mic”, tratte da un nastro miracolosamente ritrovato da Prine stesso https://www.youtube.com/watch?v=aYHV7OgHTIU ).

Come dicevo prima, Kristofferson nota John e ne è impressionato al punto da chiedergli di aprire le sue serate, ed è proprio ad uno show al Bitter End di New York che il leggendario produttore Jerry Wexler si accorge del nostro e, da sgamato talent scout quale è, gli fa firmare un contratto con la Atlantic e gli fa incidere il suo primo album omonimo sotto la produzione del grande Arif Mardin. Pubblicato nel 1971, John Prine è un disco fantastico, un cinque stelle per intenderci, un lavoro che ha al suo interno talmente tanti classici da sembrare quasi un greatest hits: Illegal Smile, Sam Stone, Hello In There, Paradise (tra le più belle canzoni di sempre), Donald & Lydia, Far From Me, Angel From Montgomery e Spanish Pipedream…il tutto suonato con alcuni tra i migliori musicisti di Memphis (dove è stato inciso l’album), tra cui gente abituata a suonare con Elvis come Reggie Young, Bobby Emmons e Gene Chrisman.

L’album non ha un gran successo di vendita, e per il suo seguito John sceglie di rendere ancora più scarno il suono eliminando anche la batteria in una sorta di ritorno alle origini del folk e bluegrass: il risultato è Diamond In The Rough, disco tanto splendido quanto poco commerciale (ed infatti sarà un altro fallimento nelle charts), che contiene perle come Souvenirs, The Late John Garfield Blues, The Great Compromise ed Everybody e musicisti come Steve Goodman e David Bromberg.

Per Sweet Revenge (1973) John si trasferisce a Nashville continuando però a collaborare con Mardin e con un gruppo più nutrito di musicisti che dona al disco un suono più elettrico. Lo stesso Prine comincia ad essere più a suo agio a capo di una band, e ci regala altre grandi canzoni come la title track, Grandpa Was A Carpenter, la toccante Christmas In Prison, Mexican Home e la divertentissima Dear Abby (registrata dal vivo, col pubblico coricato per terra dal ridere). Per Common Sense del 1975 John si fa produrre da Steve Cropper, il quale dà al disco un suono più rock, grazie anche alla sua chitarra ed al basso del compagno negli Mg’s Donald “Duck” Dunn (mentre alle voci troviamo Jackson Browne, Bonnie Raitt e Glenn Frey), e l’album ottiene un moderato successo nonostante la promozione quasi inesistente da parte della Atlantic, arrivando fino alla 66a posizione. Il disco è ancora oggi uno dei miei preferiti di Prine, grazie ad un suono compatto ed a canzoni solide nonostante non ci siano veri e propri classici.

Qualche titolo: la title track, la già citata Come Back To Us Barbara Lewis Hare Krishna Beauregard, Saddle In The Rain, He Was In Heaven Before He Died ed una cover in puro stile rock’n’roll di You Never Can Tell di Chuck Berry. Stufo della poca considerazione da parte della Atlantic Prine firma un contratto di tre album con la Asylum, il primo dei quali Bruised Orange (1978) è prodotto dall’amico Steve Goodman e vede il nostro registrare per la prima volta a Chicago dopo un tentativo andato malissimo a Nashville con Cowboy Jack Clement (pare che i due avessero inciso un intero album ma che il risultato finale fosse stato giudicato insoddisfacente da entrambi). Bruised Orange è molto buono, con brani deliziosi come Fish And Whistle, If You Don’t Want My Love (scritta da John insieme a Phil Spector), Sabu Visits The Twin Cities Alone e That’s The Way The World Goes ‘Round.

Pink Cadillac del 1979 è un altro valido lavoro, registrato a Memphis negli Studios di proprietà del leggendario Sam Phillips, il quale produce due brani di questo disco tornando alla consolle dopo anni di inattività. Il disco è solido e piacevole, ma su dieci brani presenta ben quattro cover, rivelando che per la prima volta John è un po’ a corto di materiale. Per contro, Storm Windows del 1980 è secondo me il migliore dei tre dischi targati Asylum: con la produzione del grande Barry Beckett l’album contiene un capolavoro nella ballata che lo intitola, ed altri brani degni di nota come Shop Talk, One Red Rose e Sleepy Eyed Boy. Negli anni ottanta Prine sarà meno prolifico con due soli album, ma l’evento principale è la fondazione della Oh Boy Records, etichetta personale di John che così potrà avere un maggior controllo sulla sua musica. Aimless Love (1984) è un ottimo lavoro che contiene classici come People Puttin’ People Down, la splendida Unwed Fathers e la title track, ma ancora meglio è German Afternoons del 1986, un album dal suono decisamente country e con un capolavoro assoluto come la stupenda Speed The Sound Of Loneliness, che diventerà uno dei classici del nostro, ed un bel rifacimento di Souvenirs.

Ancora cinque anni di silenzio e nel 1991 esce l’eccellente The Missing Years, uno dei lavori migliori di John (è il mio preferito dopo l’esordio), prodotto dall’Heartbreaker Howie Epstein che dona al disco un sound tra rock e radici perfetto per Prine; ma l’album contiene anche splendide canzoni come la rock ballad Picture Show (con Tom Petty alla seconda voce e nel videoclip promozionale), le countreggianti All The Best e You Got Gold, la cadenzata The Sins Of Memphisto, il trascinante rock’n’roll Take A Look At My Heart (scritta insieme a John Mellencamp e con Springsteen alle armonie vocali) e la divertente Jesus The Missing Years.

Dopo un gradevole album natalizio (A John Prine Christmas, 1994), nel 1995 John pubblica un altro lavoro prodotto da Epstein, ma Lost Dogs And Mixed Blessings seppur gradevole è un gradino inferiore a The Missing Years (ma contiene la straordinaria ballata Lake Marie, ispirata ad un fatto di cronaca nera https://www.youtube.com/watch?v=Mkz8TnVQSOQ ). Nel 1998 John subisce un intervento al collo e gola per un cancro della pelle, operazione che interesserà anche le corde vocali con il risultato che da questo momento la voce di Prine si abbasserà di almeno un paio di tonalità.

In questo periodo John smette praticamente di comporre, riempiendo il vuoto nel 1999 con un album di duetti con voci femminili composto solo di cover country (In Spite Of Ourselves, discreto ma un po’ scolastico) e nel 2000 con Souvenirs, splendido album in cui il nostro reincide alcuni dei suoi classici. Poi nel 2005 un po’ a sorpresa esce Fair & Square, altro bellissimo disco di brani originali con un suono decisamente roots, un brano da cinque stelle (Taking A Walk) ed altre 13 ottime canzoni. Nel 2007 incide un altro album a sorpresa, stavolta con il cantante bluegrass Mac Wiseman (Standard Songs For Average People), anche qui composto solo da cover country, così come nel seguito di In Spite Of Yourself , cioè For Better, Or Worse, molto meglio del predecessore ed ancora formato da duetti al femminile. In mezzo (nel 2013) John subisce un’altra operazione stavolta per un cancro ai polmoni, dalla quale si rimette brillantemente ma che lascerà scorie nel fisico già provato del nostro.

Il resto è storia recente: lo splendido ritorno The Tree Of Forgiveness di due anni or sono di cui allego recensione uscita all’epoca https://discoclub.myblog.it/2018/04/23/diamo-il-bentornato-ad-uno-degli-ultimi-grandi-cantautori-john-prine-the-tree-of-forgiveness/ , e la ripresa dei concerti in giro per l’America. Proprio la dimensione live era un’altra delle caratteristiche in cui Prine eccelleva, in quanto sul palco riusciva a dare libero spazio alla sua inimitabile ironia ma si circondava anche di musicisti provetti, rendendo i suoi concerti un’esperienza unica come testimoniano i tre live album usciti nel corso degli anni (l’acustico John Prine Live e gli elettrici Live On Tour e In Person & On Stage, ma ci sarebbe da aggiungere anche il raro September 78, pubblicato nel 2015 in edizione limitata). Anche il sottoscritto riuscì a vedere Prine & Band dal vivo, a Gallarate negli anni novanta, e fu un’esperienza alla quale ripenso ancora oggi con immenso piacere

Vorrei infine ricordare Prine con una canzone dal titolo purtroppo profetico, che chiudeva l’ultimo The Tree Of Forgiveness diventando quindi il suo testamento musicale, e nella quale il nostro affronta il tema della morte con la consueta inimitabile vena ironica.

Riposa in pace John: ora potrai finalmente cantare Jesus The Missing Years al diretto interessato.

Marco Verdi

hal willner

P.S: Vorrei ricordare brevemente anche la figura di Hal Willner, famoso produttore americano anch’egli scomparso ieri sempre a causa del coronavirus (ma a soli 64 anni), che aveva legato il suo nome a musicisti del calibro di Lou Reed, Marianne Faithfull (anche lei infettata dal virus), Bill Frisell, Gavin Friday e Lucinda Williams. Grande conoscitore di ogni tipo di musica e grandissimo appassionato di jazz, rock e musica classica, Willner era un produttore decisamente colto e preparato, ideatore di una lunga serie di progetti di nicchia ma di grande fascino ed interesse, tra cui anche collaborazioni a colonne sonore ed album “spoken word”.

Negli anni si era specializzato negli album-tributo, avendo realizzato lavori di grande prestigio come Amarcord Nino Rota, che vedeva musicisti di estrazione jazz (ma c’era anche Debbie Harry) reintepretare le musiche scritte dall’autore del titolo per i film di Fellini, ben due omaggi a Kurt Weill (Lost In The Stars e September Songs, entrambi anche con musicisti rock come Sting, Lou Reed e Nick Cave), gli splendidi Stay Awake (dedicato alle canzoni dei film di Walt Disney, con Sun Ra, Ringo Starr, Tom Waits e Michael Stipe) e Weird Nightmare (un omaggio al grande jazzista Charles Mingus, con Keith Richards, Elvis Costello, Leonard Cohen e Bill Frisell), senza dimenticare i due volumi di Rogue’s Gallery dedicati alle canzoni dei pirati, uno più bello dell’altro.

Non posso che associarmi a quanto detto, purtroppo non sarà più questo mondo.

Bruno Conti

Ci Voleva Il Virus Per Avere Una Sua Canzone Nuova? Bob Dylan – Murder Most Foul

Questa mattina è arrivato come un fulmine a ciel sereno un messaggio di Bob Dylan sui principali social networks, nel quale in sostanza il cantautore ringraziava i fans ed i followers per il supporto e la fiducia avuti in tutti questi anni, auspicando che con l’aiuto di Dio tutti usciranno in salute da questa situazione. Già questo sarebbe un piccolo evento per un soggetto così poco comunicativo come Dylan, ma la cosa ancora più interessante è che il nostro ha messo a disposizione sulle principali piattaforme un brano nuovo di zecca, il primo in otto anni (come saprete, gli ultimi tre album di Bob erano tutti costituiti da cover di standard interpretati da Frank Sinatra, e per avere un disco di brani originali bisogna appunto risalire allo splendido Tempest del 2012). Il pezzo in questione si intitola Murder Most Foul, e non è una canzonetta qualsiasi bensì un brano epico della durata di ben 17 minuti, in cui il nostro racconta con spirito da cronista l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy (un po’ come aveva fatto con Tempest, la canzone, dedicata all’affondamento del Titanic): dato che però Dylan è Dylan, il celebre fatto di cronaca nera del 1963 è una sorta di pretesto per estendere il testo ad una disamina degli anni sessanta e settanta, citando anche la guerra del Vietnam, i festival di Woodstock e Altamont ed una lunga serie di nomi appartenenti al mondo del cinema e soprattutto della musica, con anche parecchi titoli di canzoni celati nelle lunghissime liriche.

Bob DylanCREDIT: Gus Stewart/Getty Images

Dal punto di vista musicale il brano vede il nostro più nei panni del narratore che in quelli di cantante, con una voce molto rilassata e le parole scandite molto bene: il pensiero va ad un’altra canzone del passato di Bob dalla durata “importante”, cioè Brownsville Girl, anche se qui l’accompagnamento musicale è quasi impercettibile, con pianoforte e violino come unici strumenti a farsi largo mentre sia chitarre che sezione ritmica stanno piuttosto nelle retrovie. Un brano di non facile approccio, uno di quei pezzi che non possono prescindere dalla lettura del testo, e perciò penso di fare cosa gradita nell’includere qua sotto una trascrizione grossolana basata sull’ascolto: come vedrete le citazioni sono parecchie, e se molti nomi o titoli di canzoni non ci si stupisce di trovarli in un brano di Dylan, altri sono più sorprendenti (Eagles, Fleetwood Mac, Queen, il film Nightmare On Elm Street): ma ecco il testo di Murder Most Foul, penso con un buon 95% di aderenza a quello reale…magari divertitevi come ho fatto io a trovare tutte le citazioni.

Twas a dark day in Dallas, November ’63
A day that will live on in infamy
President Kennedy was a-ridin’ high
Good day to be livin’ and a good day to die
Being led to the slaughter like a sacrificial lamb
He said, “Wait a minute, boys, you know who I am?”
“Of course we do. We know who you are.”
Then they blew off his head while he was still in the car
Shot down like a dog in broad daylight
Was a matter of timing and the timing was right
You got unpaid debts; we’ve come to collect
We’re gonna kill you with hatred; without any respect
We’ll mock you and shock you and we’ll put it in your face
We’ve already got someone here to take your place

The day they blew out the brains of the king
Thousands were watching; no one saw a thing
It happened so quickly, so quick, by surprise
Right there in front of everyone’s eyes
Greatest magic trick ever under the sun
Perfectly executed, skillfully done
Wolfman, oh wolfman, oh wolfman howl

Rub-a-dub-dub, it’s a murder most foul

Hush, little children. You’ll understand
The Beatles are comin’; they’re gonna hold your hand
Slide down the banister, go get your coat
Ferry ‘cross the Mersey and go for the throat
There’s three bums comin’ all dressed in rags
Pick up the pieces and lower the flags
I’m going to Woodstock; it’s the Aquarian Age
Then I’ll go to Altamont and sit near the stage
Put your head out the window; let the good times roll
There’s a party going on behind the Grassy Knoll

Stack up the bricks, pour the cement
Don’t say Dallas don’t love you, Mr. President
Put your foot in the tank and step on the gas
Try to make it to the triple underpass
Blackface singer, whiteface clown
Better not show your faces after the sun goes down
Up in the red light district, they’ve got cop on the beat
Living in a nightmare on Elm Street

When you’re down in Deep Ellum, put your money in your shoe
Don’t ask what your country can do for you
Cash on the ballot, money to burn
Dealey Plaza, make left-hand turn
I’m going down to the crossroads; gonna flag a ride
The place where faith, hope, and charity died
Shoot him while he runs, boy. Shoot him while you can
See if you can shoot the invisible man
Goodbye, Charlie. Goodbye, Uncle Sam
Frankly, Miss Scarlett, I don’t give a damn

What is the truth, and where did it go?
Ask Oswald and Ruby; they oughta know
“Shut your mouth,” said the wise old owl
Business is business, and it’s a murder most foul

Tommy, can you hear me? I’m the Acid Queen
I’m riding in a long, black limousine
Riding in the backseat next to my wife
Heading straight on in to the afterlife
I’m leaning to the left; got my head in her lap
Hold on, I’ve been led into some kind of a trap
Where we ask no quarter, and no quarter do we give
We’re right down the street from the street where you live
They mutilated his body, and they took out his brain
What more could they do? They piled on the pain
But his soul’s not there where it was supposed to be at
For the last fifty years they’ve been searchin’ for that

Freedom, oh freedom. Freedom cover me
I hate to tell you, mister, but only dead men are free
Send me some lovin’; tell me no lies
Throw the gun in the gutter and walk on by
Wake up, little Susie; let’s go for a drive
Cross the Trinity River; let’s keep hope alive
Turn the radio on; don’t touch the dials
Parkland hospital, only six more miles

You got me dizzy, Miss Lizzy. You filled me with lead
That magic bullet of yours has gone to my head
I’m just a patsy like Patsy Cline
Never shot anyone from in front or behind
I’ve blood in my eye, got blood in my ear
I’m never gonna make it to the new frontier
Zapruder’s film I seen night before
Seen it 33 times, maybe more

It’s vile and deceitful. It’s cruel and it’s mean
Ugliest thing that you ever have seen
They killed him once and they killed him twice
Killed him like a human sacrifice

The day that they killed him, someone said to me, “Son
The age of the Antichrist has only begun.”
Air Force One coming in through the gate
Johnson sworn in at 2:38
Let me know when you decide to thrown in the towel
It is what it is, and it’s murder most foul

What’s new, pussycat? What’d I say?
I said the soul of a nation been torn away
And it’s beginning to go into a slow decay
And that it’s 36 hours past Judgment Day

Wolfman Jack, speaking in tongues
He’s going on and on at the top of his lungs
Play me a song, Mr. Wolfman Jack
Play it for me in my long Cadillac
Play me that “Only the Good Die Young”
Take me to the place Tom Dooley was hung
Play St. James Infirmary and the Court of King James
If you want to remember, you better write down the names
Play Etta James, too. Play “I’d Rather Go Blind”
Play it for the man with the telepathic mind
Play John Lee Hooker. Play “Scratch My Back.”
Play it for that strip club owner named Jack
Guitar Slim going down slow
Play it for me and for Marilyn Monroe

Play “Please Don’t Let Me Be Misunderstood”
Play it for the First Lady, she ain’t feeling any good
Play Don Henley, play Glenn Frey
Take it to the limit and let it go by
Play it for Karl Wirsum, too
Looking far, far away at Down Gallow Avenue
Play tragedy, play “Twilight Time”
Take me back to Tulsa to the scene of the crime
Play another one and “Another One Bites the Dust”
Play “The Old Rugged Cross” and “In God We Trust”
Ride the pink horse down the long, lonesome road
Stand there and wait for his head to explode
Play “Mystery Train” for Mr. Mystery
The man who fell down dead like a rootless tree
Play it for the Reverend; play it for the Pastor
Play it for the dog that got no master
Play Oscar Peterson. Play Stan Getz
Play “Blue Sky”; play Dickey Betts
Play Art Pepper, Thelonious Monk
Charlie Parker and all that junk
All that junk and “All That Jazz”
Play something for the Birdman of Alcatraz
Play Buster Keaton, play Harold Lloyd
Play Bugsy Siegel, play Pretty Boy Floyd
Play the numbers, play the odds
Play “Cry Me A River” for the Lord of the gods
Play Number 9, play Number 6
Play it for Lindsey and Stevie Nicks
Play Nat King Cole, play “Nature Boy”
Play “Down In The Boondocks” for Terry Malloy
Play “It Happened One Night” and “One Night of Sin”
There’s 12 Million souls that are listening in
Play “Merchant of Venice”, play “Merchants of Death”
Play “Stella by Starlight” for Lady Macbeth

Don’t worry, Mr. President. Help’s on the way
Your brothers are coming; there’ll be hell to pay
Brothers? What brothers? What’s this about hell?
Tell them, “We’re waiting. Keep coming.” We’ll get them as well

Love Field is where his plane touched down
But it never did get back up off the ground
Was a hard act to follow, second to none
They killed him on the altar of the rising sun
Play “Misty” for me and “That Old Devil Moon”
Play “Anything Goes” and “Memphis in June”
Play “Lonely At the Top” and “Lonely Are the Brave”
Play it for Houdini spinning around his grave
Play Jelly Roll Morton, play “Lucille”
Play “Deep In a Dream”, and play “Driving Wheel”
Play “Moonlight Sonata” in F-sharp
And “A Key to the Highway” for the king on the harp
Play “Marching Through Georgia” and “Dumbarton’s Drums”
Play darkness and death will come when it comes
Play “Love Me Or Leave Me” by the great Bud Powell
Play “The Blood-stained Banner”, play “Murder Most Foul”

Non si sa al momento se questo brano sia o meno l’anticipazione di un nuovo album di Bob, ma è chiaro che sperare non costa nulla.

Marco Verdi

Speriamo Che Abbia Portato Con Sé Il Banjo: Un Ricordo Di Eric Weissberg.

L’altro ieri è scomparso all’età di 80 anni (pare per complicazioni dovute al morbo di Alzheimer che lo affliggeva da anni) Eric Weissberg, un nome che forse al grande pubblico dice poco, ma che divenne celeberrimo nel biennio 1972/73 allorquando incise insieme a Steve Mandell lo strumentale Dueling Banjos per la colonna sonora del film di John Boorman Deliverance (in Italia Un Tranquillo Weekend Di Paura), famoso thriller “boscaiolo” con Burt Reynolds e Jon Voight, in cui una delle scene più famose fu proprio quella del duello banjo-chitarra con il brano in questione, dove però sullo schermo i contendenti erano Ronny Cox (uno dei quattro amici protagonisti) ed un bambino autistico. Fino a quel momento la carriera di Weissberg era simile a quella di molti altri sessionmen: originario di New York, Eric si laureò all’Università della Musica e Arte della Grande Mela ed entrò a far parte brevemente (inizialmente come bassista) dei Greenbriar Boys alla fine degli anni cinquanta, e soprattutto fu un membro dei Tarriers nei primi sixties, gruppo con il quale sviluppò una tecnica sopraffina nel suonare tutti gli strumenti a corda, con una particolare predilezione per il banjo, pubblicando anche un album nel 1963 insieme a Marshall Brickman ed al futuro Byrd Clarence White, New Dimensions In Banjo And Bluegrass. I Tarriers vennero ingaggiati da Judy Collins per un tour in Polonia e Russia e fu allora che Judy, impressionata dall’abilità strumentale di Eric, lo volle anche sul suo Fifth Album dando di fatto il via alla carriera di sessionman del musicista newyorkese.

Eric non era un songwriter ma “solo” un fuoriclasse dello strumento, ed era quindi ben lontano dall’essere considerato un pioniere del genere bluegrass come altri banjoisti famosi (Bill Monroe, Ralph Stanley, Earl Scruggs), e la sua carriera sarebbe quindi continuata come musicista per conto terzi se non fosse stato appunto per il suo coinvolgimento nel film di Boorman. Dueling Banjos andò al secondo posto nella classifica dei singoli sia in USA che in Canada diventando in breve tempo disco d’oro, ed Eric fu abile a capitalizzare il successo (a differenza di Mandell), pubblicando ben due album nel 1973: uno era una mezza truffa, nel senso che si trattava della ristampa del disco del 1963 con due pezzi in meno e con l’aggiunta appunto di Dueling Banjos (che fu anche il titolo dell’LP), l’altro era un nuovo lavoro vero e proprio e ad oggi l’unico “vero” album solista di Weissberg, intitolato Rural Free Delivery ed accreditato ad Eric insieme ai Deliverance (come il film che gli diede la celebrità), band creata per l’occasione e con la quale pubblicherà solo più un singolo nel 1975, una versione del classico Yakety Yak.

(NDM: Dueling Banjos fu anche oggetto di una causa legale da parte di Arthur “Guitar Boogie” Smith, autore del brano Feudin’ Banjos al quale Eric si ispirò per registrare il suo pezzo. La causa fu poi vinta da Smith che ottenne il diritto di inserire il suo nome tra gli autori del brano di Weissberg). Da lì in poi Eric divenne sempre più richiesto come sessionman, ed è famosa la sua partecipazione con tutti i Deliverance sul capolavoro di Bob Dylan Blood On The Tracks (anche se la collaborazione durò solo due giorni in quanto la band non si amalgamò con Dylan, e l’unico brano che venne pubblicato ufficialmente fu Meet Me In The Morning). Negli anni potremo trovare il nome di Weissberg negli album di Tom Paxton (con il quale andò anche in tour), Billy Joel (Piano Man), Richard Thompson, Nanci Griffith, Jim Croce, John Denver, Art Garfunkel, Doc Watson e perfino Frankie Valli ed i Talking Heads; l’ultimo lavoro in cui Eric compare con un brano a suo nome è Banjo Jamboree, una compilation del 1996 con dentro anche Roger McGuinn, Mike Seeger, David Lindley ed altri.

Spero che Weissberg salendo in cielo si sia ricordato di portarsi il banjo: Mandell lo sta aspettando da due anni per ricominciare a duellare.

Marco Verdi

Un “Falso” Ante Litteram, Però Anche Un Bel Disco. Jimmy Reed – At Carnegie Hall + Found Love

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Jimmy Reed – At Carnegie Hall + Found Love – Soul Jam Records

Questo disco (anzi questi dischi, perché nel CD ne sono contenuti due), può essere considerato un classico caso di “fake” ante litteram, quando si chiamavano ancora bufale o falsi se preferite: nel 1962 esce per la Vee Jay (la stessa etichetta che pubblicò il primo album americano dei Beatles, quel Introducing…The Beatles che poi scomparirà dalla discografia ufficiale del quartetto di Liverpool, ma anche una sorta di antenata della mia “amata” Cleopatra). La Vee Jay era una etichetta di Chicago, concorrente della Chess, specializzata nella pubblicazione di dischi di blues, di gruppi vocali, di jazz, rock e R&B, per esempio per l’etichetta incidevano Memphis Slim, John Lee Hooker e Jimmy Reed. In effetti già nel 1958 era uscito I’m Jimmy Reed, un LP che assemblava diversi singoli incisi tra il 1953 e il 1958 dal bluesman nativo di Dunleth, Mississippi, Found Love, l’altro disco che troviamo in questo CD, esce nel 1960, e nel 1961 viene pubblicato anche At Carnegie Hall che diventa un grande successo.

Anche quest’ultimo raccoglieva materiale registrato tra il 1955 e il 1961: e fin qui nulla di male, in quanto in quel periodo praticamente quasi tutti gli artisti facevano uscire LP che raccoglievano canzoni uscite in precedenza come 45 giri, ma quelli della Vee Jay si superarono presentando questo At Carnegie Hall come una ricreazione di un ipotetico concerto dal vivo (anche se in effetti, per la precisione, le parole Live o In Concert non vengono mai citate) alla famosa sala da concerto di New York, concepito realizzando una scaletta di fantasia, che però raccoglieva in pratica gran parte dei successi del bluesman americano. Da allora in poi tutte le edizioni in vinile, e poi in CD, riportano, nel retro ovviamente, la scritta which despite its title was actually recorded in the studio”, quindi consideriamolo una sorta di Greatest Hits dell’artista, anche di raccolte se ne esistono molte altre, considerando che però nella edizione della Soul Jam Records sono state aggiunte ulteriori 6 bonus, portando il totale dei brani a un rispettabile 29 canzoni.

Quindi chi compra questo CD di Jimmy Reed ha comunque una occasione unica per conoscere una delle grandi leggende delle 12 battute (e nel CD c’è un bel libretto che ne racconta le vicende con dovizia di particolari) che se nella storia del blues non riveste la stessa importanza, che so, di Robert Johnson, Muddy Waters, Howlin’ Wolf, John Lee Hooker, i tre King, B.B., Albert e Freddie, per citarne alcuni, con quel suo stile particolare che ruotava intorno alla sua voce pigra, diciamo laidback, lo stile ipnotico della chitarra, e gli sbuffi penetranti dell’armonica, che Reed suonava all’unisono con la chitarra, ha composto quella che viene considerata una lunga serie di standard del blues, in una carriera che si è conclusa alla sua morte nel 1976 a Oakland, Ca., a soli 50 anni. E quindi nel CD scorrono una serie di classici assoluti, dove Reed, accompagnato tra gli altri da Eddie Taylor e William “Lefty” Bates alle chitarre, Willie Dixon, Curtis Mayfield (!) e lo stesso Taylor al basso, e Earl Phillips alla batteria, oltre alla moglie Mary Reed alle armonie vocali.

Il CD ci regala brani come Bright Lights, Big City, Baby What You Want Me To Do, Big Boss Man, Shame, Shame, Shame, ma anche lo splendido blues lento I’m Mr. Luck, con eccellente lavoro della solista, l’intensa e cadenzata What’s Wrong Baby?, l’ipnotica Found Joy, dove il cantato ricorda il giovane Bob Dylan, lo shuffle vivace Kind Of Lonesome, potete anche cambiare i titoli, perché lo stile era alla fine intercambiabile, Reed aveva quei due o tre formati sonori su cui inseriva poche ma incisive variazioni, qualche assolo basico ma essenziale alla formula, qualche rara accelerazione come in I’m A Love You o rallentamento come nella narcotica Blue Blue Water, che conclude Carnegie Hall, o la brillante Found Love che dà il titolo al secondo disco, e tra le bonus la quasi scatenata Shame Shame Shame. Nel CD, che ha un suono decisamente buono nell’insieme, anche se magari non memorabile, qui e là troviamo pure dei brani strumentali . Un disco da 4 stellette, magari mezza stelletta in meno nel giudizio rispetto ai contenuti è per il “trucchetto” del finto concerto.

Bruno Conti

Il “Governatore” Dell’Isola Di Wight. Ashley Hutchings/Dylancentric – Official Bootleg

Ashley Hutchings Dylancentric

Dylancentric – Official Bootleg – Talking Elephant CD

Ashley Hutchings, una delle figure centrali del folk-rock inglese (e per questo soprannominato “The Guv’nor”, il Governatore), ha avuto una carriera piuttosto attiva tra band formate e poi lasciate, partecipazioni a dischi altrui e produzioni varie. Conosciuto principalmente per essere stato uno dei membri fondatori dei Fairport Convention, Hutchings ha poi formato altre band di una certa importanza come Steeleye Span e Albion Band (che è stato il gruppo nel quale ha prestato servizio più a lungo) e più di recente i Rainbow Chasers, ma è stato coinvolto in una miriade di altri progetti estemporanei (come il supergruppo The Bunch o il collettivo musicale Morris On), anche se curiosamente non ha mai pubblicato un vero e proprio disco da solista. Ashley tra le altre cose è sempre stato un grande fan di Bob Dylan, e lo scorso anno ha avuto l’idea di celebrare il cinquantesimo anniversario della partecipazione del cantautore americano all’Isle of Wight Festival proprio all’interno della medesima manifestazione che si è tenuta ad agosto nell’isola al largo della Manica, e per l’occasione ha formato un nuovo gruppo il cui nome non lascia spazio ad equivoci: Dylancentric.

Official Bootleg è il risultato di quel concerto, un sorprendente dischetto in cui Hutchings si fa accompagnare da musicisti amici anche di una certa notorietà (Ken Nicol, a lungo con lui nella Albion Band, Guy Fletcher, collaboratore storico di Mark Knopfler, Ruth Angell, componente dei Rainbow Chasers, il cantautore Blair Dunlop ed il sessionman e compositore di colonne sonore Jacob Stoney) ed offre una rivisitazione in puro stile folk-rock di alcune pagine del songbook dylaniano con arrangiamenti freschi e vitali ed una performance piena di feeling, privilegiando al 90% il repertorio degli anni sessanta. Un po’ come facevano gli ormai sciolti Dylan Project (sorta di spin-off dei Fairport con in più Steve Gibbons e PJ Wright), che però erano più sul versante rock-blues. Che non ci troviamo di fronte ad un gruppo di pensionati si capisce subito con l’iniziale Maggie’s Farm, proposta in una versione decisamente rock e per niente folk (a parte il violino alla fine), cantata con grinta da Hutchings e con un’ottima copertura da parte del sestetto, con menzione particolare per il piano di Stoney e la slide di Nicol: una rivisitazione nello stesso spirito dell’originale.

Deliziosa Girl From The North Country, riproposta in una veste di chiaro stampo folk per voce (Dunlop, ma in totale nel disco sono in quattro che cantano), chitarra acustica, mandolino e violino: toccante è dir poco; Wings non c’entra con Dylan essendo un classico della Albion Band, un folk-rock molto evocativo e coinvolgente contraddistinto da una performance energica ed un arrangiamento elettroacustico. Masters Of War è riletta in maniera essenziale (voce, chitarra acustica e violino, con un accenno di chitarra elettrica nel finale), e la cover mantiene il suo tono drammatico anche dovuto al fatto che, purtroppo, il testo è attuale oggi come lo era nel 1963. One Of Us Must Know (Sooner Or Later) è una scelta non scontata, e la cover è rilassata e fluida ma nello stesso tempo suonata con vigore e cantata da Dunlop con voce espressiva, un brano di grande qualità che ci mostra (ma ce n’era bisogno?) la bravura di Dylan anche come tessitore di melodie splendide.

Mr. Tambourine Man non è rock come l’avevano fatta i Byrds ma pura e cristallina, una voce (la Angell), un paio di chitarre ed un mandolino a ricamare sullo sfondo, versione intima ed emozionante con tanto di ritornello corale, mentre anche la countryeggiante (in origine) I’ll Be Your Baby Tonight subisce il trattamento folk di Hutchings e compagni e diventa una squisita ballata dall’atmosfera conviviale, con assoli da parte di ogni componente del gruppo. Ed ecco l’eccezione, cioè l’unico pezzo non dei sixties: Not Dark Yet è una delle migliori canzoni mai scritte sull’età che avanza, e questa rilettura lenta e malinconica (con uno splendido assolo chitarristico) è di grande effetto; una limpida e folkeggiante rilettura di Lay Down Your Weary Tune, già incisa in passato da Ashley coi Fairport, chiude un dischetto bello e piacevole quanto inatteso. File under: pure folk-rock.

Marco Verdi

L’Ideale Completamento Dell’Ultimo Bootleg Series…Per Pochi Eletti! Bob Dylan – 50th Anniversary Collection: 1969

bob dylan 50th anniversary collection 1969

bob dylan 50th anniversary collection 1969 back

Bob Dylan – 50th Anniversary Collection: 1969 – Sony 2CD

Nel Dicembre del 2012 la Sony mise in vendita senza alcun battage pubblicitario, e solo in pochi selezionati negozi inglesi, The 50th Anniversary Collection, un quadruplo CD intestato a Bob Dylan che comprendeva tutte le sessions inedite del grande cantautore avvenute nel 1962, una mossa più legale che commerciale atta ad estendere il copyright di quelle incisioni che in Europa scade dopo appunto 50 anni. La collezione era disponibile in sole 100 copie che quindi andarono esaurite molto presto con disappunto della maggioranza dei fans dylaniani (e chiaramente le versioni pirata proliferarono), e la Sony ripetè l’operazione nel 2013 (per il 1963, ancora 100 copie stavolta in sei LP) e per il 2014 (riguardante il 1964, con un box di nove vinili) aggiungendo anche le registrazioni live del periodo presenti nei suoi archivi. Il biennio 1965-66 venne sistemato stavolta su scala un po’ più larga con la versione “Big Blue” del dodicesimo episodio delle Bootleg Series, The Cutting Edge (ed i concerti dal vivo del 1965 vennero regalati dalla Sony sotto forma di files audio a tutti gli acquirenti del costoso cofanetto) e con il box uscito nel 2016 inerente alla tournée del 1966. Niente nel 2017 (ma le sessions di John Wesley Harding non erano mai circolate neppure a livello di bootleg, e comunque sono state sistemate lo scorso Novembre con il Bootleg Series numero 15, Travelin’ Thruhttps://discoclub.myblog.it/2019/11/06/cofanetti-autunno-inverno-6-cerano-una-volta-un-menestrello-ed-un-uomo-vestito-di-nerobob-dylan-feat-johnny-cash-travelin-thru-bootleg-series-vol-15/ e nel 2018 (anche perché i Basement Tapes completi erano già usciti nel 2014), ma nel Dicembre appena passato la Sony ha colpito ancora, vendendo un doppio CD risalente al 1969 solo sul sito badlands.co.uk (e pare solo in 50 copie!), con il risultato di esaurire la proposta in un minuto circa.

Si sapeva che Travelin’ Thru, incentrato in gran parte sulle sessions di Dylan con Johnny Cash, non conteneva tutto il materiale inciso nel ’69 (così come non era completo il decimo Bootleg Series Another Self Portait, che si occupava del periodo 1969-71), ma sinceramente non avrei pensato che la casa discografica di Bob avrebbe agito in questo modo poco più di un mese dopo l’uscita del triplo cofanetto. 50th Anniversary Collection: 1969 contiene quindi tutto ciò che giaceva ancora negli archivi della Columbia riguardo all’anno in questione e, giusto per mettermi al sicuro da rabbia ed invidia di dylaniani che, a ragione, non vogliono spendere cifre folli per accaparrarsene una copia su Ebay, devo ammettere che questo doppio CD pur essendo decisamente interessante non aggiunge granché al materiale di Travelin’ Thru, essendo incentrato in gran parte su versioni inferiori dei brani pubblicati a Novembre (alcune takes durano meno di un minuto), a parte un unico inedito assoluto che vedremo tra poco. Il primo CD si apre con 16 brani tratti dalle sessions di Nashville Skyline, a cominciare da cinque takes consecutive di To Be Alone With You, tutte con il piano in evidenza e con Bob che prova anche soluzioni ritmiche diverse; dopo un paio di versioni di One More Night (la prima di appena 31 secondi, la seconda molto simile a quella pubblicata) abbiamo ben sei takes della splendida Lay, Lady, Lay, cinque delle quali con l’organo di Bob Wilson a sostituire la steel di Pete Drake, che compare nell’ultima versione (e poi anche in quella finita sul disco originale). In mezzo, una brevissima Peggy Day e due Tell Me That It Isn’t True, la prima delle quali dal tempo molto più veloce di quella conosciuta.

Le sessions con Cash (e la sua band, compreso Carl Perkins alla solista) iniziano con quattro diverse One Too Many Mornings (la prima è un rehearsal di quasi otto minuti, non imperdibile), seguito da ben sei I Still Miss Someone (due prove più quattro takes, l’ultima delle quali molto bella) e da un brave accenno al medley Don’t Think Twice, It’s All Right/Understand Your Man. Il secondo dischetto parte con le ultime sessions inedite con l’Uomo In Nero: a parte un’altra One Too Many Mornings e due ulteriori I Still Miss Someone troviamo quasi solo brani di Cash (Big River, I Walk The Line, Ring Of Fire e tre takes di I Guess Things Happen That Way), un frammento di Waiting For A Train di Jimmie Rodgers e due coinvolgenti riletture di Matchbox di Perkins, la seconda delle quali non inferiore a quella pubblicata su Travelin’ Thru. I restanti pezzi, che riguardano le prime sessions di Self Portrait, iniziano con la vera chicca del doppio album, cioè Running, una canzone originale di Dylan mai pubblicata prima ufficialmente, un saltellante brano a metà tra country e blues che forse non è niente di innovativo ma su Self Portrait ci poteva stare eccome. Chiusura con una take alternativa di Take A Message To Mary, due riprese non esaltanti dell’evergreen Blue Moon ed un’altra Ring Of Fire (senza Cash), con la melodia completamente riarrangiata alla maniera del nostro.

Quindi con questo vero e proprio oggetto per collezionisti il 1969 di Bob Dylan dovrebbe essere a posto, ma mi aspetto che quest’anno la Sony ripeta l’operazione per il 1970, che riserva ancora diversi inediti tra Self Portrait e New Morning, ma soprattutto le sessions complete con George Harrison.

Marco Verdi

Anche Quest’Anno Ci Siamo: Il Meglio Del 2019 Secondo Disco Club, Parte IV

numero uno alan ford

Ogni tanto mi rituffo nelle mie vesti virtuali di “Numero Uno” (anche del Blog), in questo caso per la mia classifica di fine anno, molto ampia ed articolata, e vi annuncio sin d’ora che ci sarà anche una appendice corposa, che mi riservo in qualità di Boss, ma soprattutto perché scorrendo le uscite del 2019 mi sono accorto che sarebbero rimasti fuori dalla lista molti titoli meritevoli, già individuati, che però avrebbero reso questo Post quasi un romanzo. Per cui andiamo con il Best Of in versione “normale”, il resto a seguire. Non sono in stretto ordine di preferenza, esclusi i primi sette o otto.

Bruno Conti Il Meglio Del 2019

Top 15

van morrison three chords & the truth

Van Morrison – Three Chords & The Truth

janiva magness sings john fogerty

Janiva Magness – Sings John Fogerty Change In The Weather

christy moore magic nights

Christy Moore – Magic Nights

mavis staples we get by

Mavis Staples – We Get By

gov't mule bring on the music 2 cd

Gov’t Mule – Bring On The Night Live At Capitol Theatre

marc cohn blind boys of alabama work to do

Marc Cohn And Blind Boys Of Alabama – Work To Do

mike zito a tribute to chuck berry

Mike Zito & Friends – Rock ‘n’ Roll – A Tribute To Chuck Berry

reese wynans sweet release

Reese Wynans And Friends – Sweet Release

john mayall nobody told me

John Mayall – Nobdoy Told Me

jack ingram ridin' high...again

Jack Ingram – Ridin’ High Again

chris kinght almost daylight

Chris Knight – Almost Daylight

over the rhine love and revelation

Over The Rhine – Love And Revelation

allison moorer blood

Allison Moorer – Blood

delbert mcclinton tall dark and handsome

Delbert McClinton – Tall, Dark & Handsome

bruce springsteen western starsbruce springsteen western stars songs form the film

Insieme e alla pari, alla faccia di chi ne ha parlato male!

Bruce Springsteen – Western Stars + Western Stars: Songs From The Film

 

Le Migliori Ristampe Nel senso più ampio del termine.

jimi hendrix songs for groovy children front

Jimi Hendrix – Songs For Groovy Children The Fillmore East Concerts

bob dylan rolling thunder revue

Bob Dylan The Rolling Thunder Revue – The 1975 Live Recordings

fleetwood mac before the beginning front

Fleetwood Mac – Before The Beginning

rory gallagher blues

Rory Gallagher – Blues

allman brothers band fillmore west '71 box

Allman Brothers Band – Fillmore West ’71

van morrison the healing game

Van Morrison – The Healing Game 3 CD

the band the band 2 CD

The Band – The Band 50th Anniversary Edition 2 CD

richard thompson across a crowded room live

Richard Thompson – Across A Crowded Room Live At Barrymore’s 1985

steve miller band welcome to the vault

Steve Miller Band – Welcome To The Vault

rolling stones bridges to buenos aires

Rolling Stones – Bridges To Buenos Aires

Jorma Kaukonen & Jack Casady - Bear’s Sonic Journals Before We Were Them

Jorma Kaukonen & Jack Casady – Before We Were Them

E’ uscito all’inizio dell’anno e molti se lo sono dimenticato, ma merita.

bob dylan travelin' thru bootle series vol.15

Bob Dylan – Travelin’ Thru The Bootleg Series Vol. 15 1967-1969

L’altro cofanetto di quest’anno di Bob Dylan (e Johnny Cash).

gregg allman laid back deluxe

Gregg Allman – Laid Back

carole king live at montreux 1973 cd+dvd

Carole King – Live At Montreux 1973 CD/DVD

marvin gaye what's going on live

Marvin Gaye – What’s Going On Live

pretty things the final bow

Pretty Things – The Final Bow CD/DVD/10″

Recensione nei prossimi giorni: ospiti nel concerto Van Morrison David Gilmour.

 

mandolin' brothers 6

Miglior Disco Italiano

Mandolin’ Brothers – 6

 

Il Meglio Del Resto (Una Prima Selezione)

mary black orchestrated

Mary Black – Orchestrated

runrig the last dance

Runrig – The Last Dance

patty griffin patty griffin

tom russell october in the railraod earth

Tom Russell – October In The Railroad Earth

tedeschi trucks band signs

Tedeschi Trucks Band – Signs

drew holcomb neighbors

Drew Holcomb & The Neighbors – Dragons

rodney_crowell-Texas_cover

Rodney Crowell – Texas

https://discoclub.myblog.it/2019/08/22/un-riuscito-omaggio-alle-sue-radici-anche-attraverso-una-serie-di-duetti-rodney-crowell-texas/

robert randolph brighter days

Robert Randolph & The Family Band – Brighter Days

peter frampton band all blues

Peter Frampton Band – All Blues

echo in the canyon soundtrack

Jakob Dylan & Friends – Echo In The Canyon

nick cave ghosteen

Nick Cave & The Bad Seeds – Ghosteen

michael mcdermott orphans

Michael McDermott – Orphans

joe henry the gospel according to water

Joe Henry – The Gospel According To Water

session americana north east

Session Americana – North East

doobie brothers live from the beacon theatre

Doobie Brothers – Live From The Beacon Theatre

leonard cohen thanks for the dance

Leonard Cohen – Thanks For The Dance

 

Delusione Dell’Anno 

sturgill simpson sound & fury

Sturgill Simpson – Sound And Fury Ovvero, il disco più brutto dell’anno! Intendiamoci, ce ne sono a decine, a centinaia, di più brutti, ma da “uno dei nostri” non me lo aspettavo.

Per ora è tutto, ma nei prossimi giorni, come promesso all’inizio del Post, una corposa appendice con il Resto Del Meglio.

Bruno Conti

Anche Quest’Anno Ci Siamo: Il Meglio Del 2019 Secondo Disco Club, Parte I

homer-dubbioso

Siamo arrivati a quel periodo dell’anno in cui si fanno i bilanci e le scelte sulle cose migliori successe nel 2019 in ambito musicale. Come vedete è stato aggiunto un pensatore al nostro trust di cervelli rispetto agli anni passati, ma visto che sta ancora decidendo, per sveltire le procedure vi propongo cosa hanno scelto i collaboratori del Blog, e partiamo, non in ordine di importanza, ma semplicemente in base a chi ha mandato prima le proprie classifiche. Ovviamente queste liste vogliono essere anche un promemoria per chi magari si è perso qualche disco, cofanetto o ristampa nel corso dell’anno. Partiamo con uno dei due Marchi, Marco Frosi. Non so dirvi se sono in stretto ordine di preferenza oppure alla rinfusa, come di solito faccio io. Comunque buona lettura.

Bruno Conti

Marco Frosi Best Of 2019

shawn mullins soul's core revival

SHAWN MULLINS: Soul’s Core Revival

*NDB Anche se è una doppia ristampa rivisitata di un disco del 1998, ed è pure uscita nel 2018! Ma visto che è bello…

michael mcdermott orphans

MICHAEL MC DERMOTT: Orphans

Di questo non abbiamo parlato nel Blog, andrebbe recuperato.

little steven summer of sorcery

LITTLE STEVEN & THE DISCIPLES OF SOUL: Summer Of Sorcery

https://discoclub.myblog.it/2019/05/10/direi-che-ci-ha-preso-gustoe-noi-con-lui-little-steven-the-disciples-of-soul-summer-of-sorcery/

dervish great irish songbook

DERVISH: The Great Irish Songbook

https://discoclub.myblog.it/2019/04/26/quando-si-hanno-a-disposizione-canzoni-cosi-perche-scriverne-di-nuove-dervish-the-great-irish-songbook/

dream syndicate these times

THE DREAM SYNDICATE: These Times

https://discoclub.myblog.it/2019/04/26/quando-si-hanno-a-disposizione-canzoni-cosi-perche-scriverne-di-nuove-dervish-the-great-irish-songbook/

mavis staples we get by

MAVIS STAPLES: We Get By

https://discoclub.myblog.it/2019/05/25/non-finisce-mai-di-stupire-un-altro-disco-splendido-mavis-staples-we-get-by/

rickie lee jones kicks

RICKIE LEE JONES: Kicks

bruce springsteen western stars songs form the film

BRUCE SPRINGSTEEN: Western Stars – Songs From The Film

https://discoclub.myblog.it/2019/11/10/lo-springsteen-della-domenica-tanto-per-ribadire-la-sua-fiducia-nel-progetto-bruce-springsteen-western-stars-songs-from-the-film/

marc cohn blind boys of alabama work to do

MARC COHN & THE BLIND BOYS OF ALABAMA: Work To Do

https://discoclub.myblog.it/2019/08/28/e-il-lavoro-e-stato-fatto-molto-bene-nonostante-la-strana-ma-riuscitissima-accoppiata-marc-cohn-blind-boys-of-alabama-work-to-do/

chris kinght almost daylight

CHRIS KNIGHT: Almost Daylight

https://discoclub.myblog.it/2019/10/24/dopo-un-lungo-silenzio-e-tornato-ancora-ad-ottimi-livelli-chris-knight-almost-daylight/

drew holcomb neighbors

DREW HOLCOMB & THE NEIGHBORS: Dragons

https://discoclub.myblog.it/2019/09/28/ecco-un-altro-che-migliora-disco-dopo-disco-drew-holcomb-the-neighbors-dragons/

van morrison three chords & the truth

VAN MORRISON: Three Chords And The Truth

https://discoclub.myblog.it/2019/10/28/dopo-una-serie-di-ottimi-album-tra-jazz-e-blues-van-the-man-torna-allamato-celtic-soul-e-colpisce-ancora-van-morrison-three-chords-the-truth/

joe henry the gospel according to water

JOE HENRY: The Gospel According To Water

https://discoclub.myblog.it/2019/11/20/il-suo-lavoro-piu-intimo-e-profondo-joe-henry-the-gospel-according-to-water/

davide van de sfroos quanti nocc

DAVIDE VAN DE SFROOS: Quanti Nocc

nick cave ghosteen

NICK CAVE AND THE BAD SEEDS: Ghosteen

https://discoclub.myblog.it/2019/11/21/un-disco-che-e-pura-sofferenza-messa-in-musica-nick-cave-the-bad-seeds-ghosteen-un-breve-saluto-a-paul-barrere/

– Ristampa dell’anno:

bob dylan rolling thunder revue

BOB DYLAN & THE ROLLING THUNDER REVUE: The 1975 Live Recordings

– Live Show dell’anno:

LEVI PARHAM/BOB MALONE 16 Marzo 2019 – Teatro Scuole Medie Toscanini – Chiari (BS)

– Film dell’anno:

JOKER di Todd Phillips

– Libro dell’anno:

il pianeta della musica

IL PIANETA DELLA MUSICA di Franco Mussida – Salani Editore

Altro Grandissimo Concerto, Con in Più Un Ospite Speciale “Abbastanza” Bravo! The Rolling Stones – Bridges To Buenos Aires

rolling stones bridges to buenos aires

The Rolling Stones – Bridges To Buenos Aires – Eagle Rock/Universal BluRay – DVD – 3LP – 2CD/DVD – 2CD/BluRay

Il colossale tour degli stadi che i Rolling Stones tennero nel biennio 1997-98 in supporto all’album Bridges To Babylon fu uno dei più riusciti della loro storia, ed anche tra quelli di maggiore successo. I nostri devono poi essere particolarmente affezionati a quella tournée dato che, giusto ad un anno di distanza dallo splendido Bridges To Bremen (che documentava uno show del Settembre 1998 in Germania https://discoclub.myblog.it/2019/07/03/due-giorni-con-gli-stones-parte-2-bridges-to-bremen/ ) hanno deciso di pubblicare questo Bridges To Buenos Aires (fantasia nei titoli al potere…), che si occupa della serata del 5 Aprile sempre del ’98 nella capitale argentina, una di cinque consecutive tutte esaurite al River Plate Stadium. Ed il concerto non perde certo il confronto con quello di Brema, in quanto vede le Pietre in forma strepitosa che intrattengono alla grande per oltre due ore il pubblico sudamericano, pescando a piene mani tra le hits del loro repertorio inimitabile ed aggiungendo più di una chicca.

Ma la cosa che forse eleva questo concerto ad un gradino superiore rispetto a quello tedesco pubblicato lo scorso anno è la presenza nientemeno che di Bob Dylan nella sua Like A Rolling Stone, un’apparizione a sorpresa e non annunciata che fa letteralmente impazzire i fans: e la performance è splendida, in quanto Dylan (che è la voce principale) appare in buona forma, rilassato e perfino sorridente, e vederlo fianco a fianco di Mick Jagger (con il quale ha anche una buona intesa vocale nonostante qualche frase fuori tempo – ma duettare con Bob non è cosa facile) è un evento che non capita certo tutti i giorni. Ma sarebbe sbagliato concentrarsi solo sulla presenza del leggendario cantautore americano, in quanto tutto il concerto è ad altissimi livelli, ed è reso ancora più godibile da una regia dinamica (sì, per una volta faccio la recensione basandomi sulla parte video) ed attenta ai dettagli. I quattro si presentano subito pimpanti: Jagger con una giacca lunga in velluto (della quale si libererà presto, ma tutti quanti cambieranno innumerevoli outfit durante lo show) e camicia gialla, Keith Richards con un “sobrio” cappotto tigrato, Ron Wood con sigaretta d’ordinanza e l’impassibile Charlie Watts con una semplice t-shirt. Il concerto comincia col botto con la classica (I Can’t Get No) Satisfaction, con Jagger che inizia a macinare chilometri sul gigantesco palco (e manterrà una incredibile pulizia vocale durante tutto lo show), Keith che riffa da par suo ed il resto della band che è già un treno.

La scaletta all’inizio ed alla fine della serata ricalca quella del concerto di Brema, e quindi si prosegue con una spettacolare Let’s Spend The Night Together, una tosta Flip The Switch ed una favolosa Gimme Shelter, “cattiva” più che mai e con la consueta sensuale performance da parte di Lisa Fischer. A questo punto Mick prende la chitarra acustica ed introduce uno dei momenti magici della serata, cioè una fantastica Sister Morphine tesa e tagliente come una lama, con la slide di Wood che rimpiazza quella della versione originale di Ry Cooder, e Chuck Leavell fa lo stesso con la parte di piano di Nicky Hopkins. La sempre trascinante It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It) precede il soul-rock dell’allora nuova Saint Of Me e la travolgente Out Of Control, uno dei brani migliori degli Stones negli ultimi trent’anni. Miss You quella sera è strepitosa, con Mick alla chitarra elettrica, Darryl Jones che si destreggia da grande bassista ed uno straordinario assolo di sax da parte di Bobby Keys; dopo la già citata Like A Rolling Stones Mick introduce i vari musicisti e lascia spazio a Richards, che propone nel suo classico stile informale e “scazzato” Thief In The Night e la poco nota Wanna Hold You. I nostri si spostano quindi sul b-stage, il piccolo palco sistemato in mezzo al pubblico, dove ci deliziano con tre brani a tutto rock’n’roll come Little Queenie di Chuck Berry, When The Whip Comes Down e You Got Me Rocking.

Tornati sul palco principale Jagger e compagni portano a termine la serata con una magnifica Sympathy For The Devil, in cui Keith si “prende” la canzone con un grande assolo, e con la solita raffica finale di rock’n’roll all’ennesima potenza, formata da Tumbling Dice, Honky Tonk Women, Start Me Up, Jumpin’ Jack Flash e Brown Sugar, un fuoco incrociato micidiale appena stemperato dalla splendida You Can’t Always Get What You Want.  Spero che i Rolling Stones non smettano di pubblicare live d’archivio nel periodo pre-natalizio, dato che i risultati sono sempre esaltanti: quest’anno poi abbiamo una ciliegina chiamata Bob Dylan, non esattamente l’ultimo arrivato.

Marco Verdi

Un Inatteso E Sorprendente Ritorno A Livelli Di Eccellenza. Ralph McTell – Hill Of Beans

ralph mctell hill of beans

Ralph McTell – Hill Of Beans – Leola Music

Toh, guarda chi si rivede e si risente! Ralph McTell, da Farmsborough, Kent, dove è nato quasi 75 anni fa, ma da sempre cittadino di Londra, anzi del sobborgo di Croydon, città alla quale ha dedicato il suo brano più celebre, Streets Of London, con 212 versioni cantate in giro per il mondo, non escluse ben sei (o forse sette) dello stesso Ralph, l’ultima delle quali, incisa nel 2017 insieme a Annie Lennox  per raccogliere fondi per una associazione che si occupa dei senzatetto, per la prima volta ha raggiunto il primo posto delle classifiche inglesi (prima non c’era mai riuscito, arrivando al massimo al n°2). Ma è stato anche uno dei migliori e più prolifici rappresentanti del filone del folk britannico, con oltre 50 album pubblicati, in una carriera iniziata nel lontano 1968 con un album Eight Frames A Second, prodotto da Gus Dudgeon e arrangiato da Tony Visconti (che torna a riunirsi proprio con McTell, producendo questo Hill Of Beans). Il nostro amico diciamo che pur essendo un eccellente chitarrista (solo nell’ultima decade ha rilasciato una serie di sei album dal vivo, Songs For Six Strings), è da ascrivere più al filone dei cantautori, fatte le dovute proporzioni e diverse attitudini, quello che ha prodotto Donovan, Cat Stevens, John Martyn, Nick Drake, i Fairport Convention, insieme ai quali ha spesso partecipato al loro leggendario Festival di Cropredy, ma pure Wizz Jones, altro importante musicista folk inglese col quale ha inciso diversi dischi, due anche di recente.

Hill Of Beans (che si può tradurre come montagna di fagioli, ma non ne ho mai viste, oppure come un fico secco o cosa di poco conto) è il primo album di canzoni originali di McTell dal 2010, anno in cui uscì Somewhere Down To Road, e come detto riunisce Ralph con il suo vecchio amico Tony Visconti, che già gli produsse Not Till Tomorrow del 1972: per l’occasione Visconti si porta dietro anche la ex moglie Mary Hopkin e la figlia Jessica Lee Morgan, oltre al grande contrabbassista Danny Thompson. Il CD contiene 11 canzoni, per la maggior parte scritte negli ultimi anni, ma anche una composta nel 1978 e una nel 1988, esce per la sua etichetta personale la Leola Music, e come è consuetudine dei dischi di McTell tratta dei temi più disparati, a conferma dello stile eclettico, ricco di spunti letterari, artistici e anche musicali, delle sue canzoni: la voce, nonostante lo scorrere del tempo, è ancora profonda e risonante, immediatamente riconoscibile, come certifica subito la bella Oxbow Lakes, una canzone dove le questioni amorose si intrecciano con metafore geografiche e il fingerpickinng di Ralph si immette su un arrangiamento semplice ma amabile realizzato da Visconti, che suona anche il recorder nel brano https://www.youtube.com/watch?v=FGti92mx2qs , Brighton Belle per certi versi è una affettuosa storia della propria famiglia durante la II guerra mondiale, raccontata attraverso un brano che ha l’afflato e la profondità delle più belle canzoni di Christy Moore, con il quale il nostro ha più di una affinità sia a livello di timbro vocale che per la facilità con cui sa costruire belle melodie di grande fascino, in questo caso solo con l’acustica di McTell e il contrabbasso di Thompson a scandirne i tempi.

Clear Water era già apparsa su Myths And Heroes il disco del 2015 dei Fairport Convention, qui in una versione più intima e raccolta, anche se gli archi e il coro celestiale aggiunti da Visconti gli conferiscono un livello quasi spirituale non lontano dai fasti del passato, Gertrude And Alice, è un accorato racconto che narra dell’amore tra Alice Toklas e Gertrude Stein nella Parigi degli anni ’20, attraverso un arrangiamento incentrato sul raffinato uso di fisarmonica, cello ed archi. Gammel Dansk ha una atmosfera tra cabaret mitteleuropeo, chansonnier francesi e tocchi klezmer, cantata quasi alla Leonard Cohen, molto bella, Shed Of Song è uno dei brani dalla melodia più “splendente”, tra cello, archi, piano e il solito recorder, suono molto avvolgente e classico. Close Shave è uno dei brani più tradizionali, tra blues e ragtime acustico, mentre When They Were Young,  una canzone sui fremiti del primo amore, evidenzia ancora una volta l’uso della fisarmonica e degli archi, con una melodia  incantevole e Sometimes I Wish I Could Pray, a tempo di valzer, è quasi una country song con uso di organo e steel guitar, ma con un coro gospel aggiunto, con la Hopkin e la figlia, https://www.youtube.com/watch?v=urdpp0_ViBo . In chiusura Hill Of Beans che prende in prestito le atmosfere romantiche del film Casablanca, incrociate con le esperienze parigine giovanili di McTell come busker, con tanto di citazione testuale finale “You played it for her, play it for me. Play it. Play it Sam.”. E per non farsi mancare nulla c’è anche un sentito omaggio finale al giovane Bob Dylan, quello dell’amore per Suze Rotolo, tra sbuffi di armonica e chitarra arpeggiata, West 4th Street And Jones registrata dal vivo, è un delizioso tuffo nel passato, che mette il sigillo ad un album sorprendentemente bello https://www.youtube.com/watch?v=C88NrWUENoE .

Bruno Conti