Un’Ora Di Divertimento Assicurato! Webb Wilder & The Beatnecks – Powerful Stuff!

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Webb Wilder & The Beatnecks – Powerful Stuff! – Landslide CD

Webb Wilder, nato John McMurry 64 anni fa in Mississippi, è un musicista (ed attore a tempo perso) che non ha mai assaporato neppure per un attimo alcunché di lontanamente paragonabile al successo, e nemmeno ha conseguito una grande notorietà. Eppure è sulle scene da oltre trent’anni, e la sua miscela di rock’n’roll, country, pop, blues e rockabilly avrebbe meritato maggior fortuna. Una decina di album in totale, quasi tutti prodotti da R.S. Field, songwriter e produttore molto noto a Nashville, ma nessuno di essi è mai entrato in nessun tipo di classifica. Ma giustamente Webb se ne è sempre fregato, ed è andato avanti a proporre il suo mix a tutta adrenalina, un tipo di musica che nell’approccio non può non ricordare quella di Commander Cody & His Lost Planet Airmen, anche se il Comandante negli anni d’oro era diversi livelli più in alto, oltre che dal suono molto più country. Ma Wilder non è uno che si tira indietro, è un valido cantante e buon chitarrista, e ha un senso del ritmo notevole, ma anche feeling, idee e creatività.

Powerful Stuff! non è un disco nuovo, e neppure un’antologia, ma una collezione di brani inediti registrati tra il 1985 ed il 1993, comunque in definitiva suona fresco e stimolante come se le canzoni in esso contenute avessero poche settimane di vita. Merito va sicuramente anche alla band che lo accompagnava, The Beatnecks, un trio composto da Donny Roberts alla chitarra, Denny Blakely al basso e Jimmy Lester alla batteria, un combo tutta potenza e feeling, che rende l’ascolto dei sedici brani contenuti in questo CD (alcuni dei quali dal vivo) estremamente piacevole; come ciliegina, abbiamo anche diversi ospiti di gran nome, tra cui il noto bassista Willie Weeks, il grande axeman David Grissom e soprattutto il leggendario Al Kooper all’organo in un pezzo. Inizio a bomba con Make That Move, un rock’n’roll dal ritmo pulsante ed un’atmosfera da garage band anni sessanta, subito seguita dall’elettrica New Day, rock song con tanto di chitarra distorta, ma comunque immediata e con un retrogusto pop. Anche No Great Shakes prosegue sulla stessa linea, puro rock’n’roll con chitarre in primo piano, suono ruspante e gran ritmo, mentre la cadenzata Lost In The Shuffle è un gustosissimo errebi con tanto di fiati ed organo (Kooper è riconoscibilissimo), un brano che dimostra che Wilder non è affatto monotematico.

Powerful Stuff è in linea con il titolo, chitarre, ritmo, grinta e feeling, Ain’t That A Lot Of Love è un soul-rock vibrante e solido, mentre I’m Wild About You Baby è puro boogie, che sarebbe irresistibile se non fosse penalizzato da una registrazione quasi amatoriale (ma è un caso isolato). Non mancano le cover: Nutbush City Limits, versione al fulmicotone del classico di Ike & Tina Turner, suonata con foga da punk band, Catbird Seat di Steve Forbert, oltremodo accelerata ed elettrificata, l’irresistibile rockabilly Hey Mae, un vecchio brano country di Rusty & Doug Kershaw rivoltato come un calzino (sembrano i Blasters) ed una scatenatissima Lucille di Little Richard. Altri highlights sono il gradevole power pop di Animal Lover, decisamente chitarristico, i vibranti rock’n’roll High Rollin’ e Revenoor Man (e qui le similitudini con il gruppo del Comandante George Frayne sono molte), la deliziosa e tersa country ballad Is This All There Is?, davvero bella, e l’incalzante Dead And Starting To Cool. Un ottimo dischetto di rinfrancante rock’n’roll, perfetto se di Webb Wilder non avete nulla, ma anche se siete fra i pochi che lo conoscevano già.

Marco Verdi

Il Vero Inventore Del Folk-Rock? Dion – Kickin’ Child: 1965 Columbia Sessions

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Dion – Kickin’ Child: 1965 Columbia Sessions – Norton CD

Tutti i libri e siti che trattano di storia della musica contemporanea sono soliti far coincidere la nascita del folk-rock, genere popolarissimo nella seconda metà degli anni sessanta, con il 1965, ed in particolare intorno a tre eventi principali: l’uscita dell’album Bringing It All Back Home di Bob Dylan, nel quale il grande cantautore per la prima volta elettrificava le sue canzoni (in realtà lo aveva già fatto nel 1962 con il singolo Mixed-Up Confusion, ma non siamo troppo pignoli), la sua partecipazione al Festival di Newport accompagnato dalla band di Paul Butterfield, che scandalizzò i puristi del folk, e l’esordio dei Byrds, gruppo inventore e leader del jingle-jangle sound, con Mr. Tambourine Man (album e singolo). Sempre nello stesso anno ci furono altri eventi minori sempre legati alla nascita del folk-rock, come l’uscita del singolo The Sound Of Silence di Simon & Garfunkel (evento che a ben vedere tanto minore non è, dato che stiamo parlando di una canzone che è nella mia Top 3 di sempre), con l’aggiunta arbitraria da parte del produttore Tom Wilson di strumenti elettrici e sezione ritmica, brano che di fatto rilanciò la carriera del duo, oppure l’esordio di altri gruppi dal suono che rimandava al nuovo genere musicale, come Turtles e Sonny & Cher, o ancora la pubblicazione del disco più famoso (e più bello) di Barry McGuire, quell’Eve Of Destruction la cui title track è tra i capolavori assoluti del folk-rock.

Pochi però sanno che il primo destinatario dell’idea di elettrificare la musica folk è un “insospettabile”, cioè Dion Di Mucci, che con i suoi Belmonts aveva già assaporato il successo sul finire dei fifties, e che in quegli anni, dopo aver sciolto il suo gruppo originale e formato i Wanderers, era alla ricerca di qualcosa di nuovo dal punto di vista sonoro. Galeotto fu l’incontro, verso la fine del 1964, proprio con Tom Wilson, che non dimentichiamo in quel periodo era anche il produttore di Dylan (ed anche Bringing It All Back Home vedrà Tom in cabina di regia), il quale propose a Dion di prendere delle canzoni folk note e meno note e di rivestirle di sonorità elettriche: al musicista del Bronx l’idea piacque molto, dato che era anche un fan di Dylan (ammirazione tra l’altro ricambiata), e così nel 1965 i due entrarono negli studi della Columbia, all’epoca la casa discografica per la quale lavorava Dion, ed incisero quindici pezzi, tra cover (poche) e brani originali, di puro folk-rock, con l’aiuto dei Wanderers (Johnny Falbo alla chitarra solista, Pete Falsciglia al basso e Carlo Mastrangelo alla batteria) e delle tastiere di Al Kooper, altro musicista determinante per il 1965 dylaniano. Il risultato finale soddisfò sia il cantante italoamericano che Wilson, ma inspiegabilmente la Columbia si rifiutò di pubblicare il disco, limitandosi a fare uscire qualche canzone su singolo: scelta abbastanza inspiegabile, in quanto in quel periodo il folk-rock si stava affermando come il genere in assoluto più in voga, ed anche perché le incisioni che Dion aveva portato in dote erano di ottimo livello. Fatto sta che la cosa rovinò i rapporti tra il cantante e l’etichetta, che gli rescisse il contratto lasciandolo a piedi, cosa che dovette lasciare il nostro abbastanza sconcertato visto che il suo album successivo, Dion, uscì solo tre anni dopo.

Oggi finalmente la Norton ripara al torto subito da Di Mucci 52 anni fa pubblicando quelle quindici canzoni ed intitolando l’album Kickin’ Child: 1965 Columbia Sessions: da qualche parte è stato detto che questo disco è inedito, ma va detto che di inedito non c’è nulla, in quanto tutte le canzoni, oltre ai singoli dell’epoca, sono uscite in LP successivi o in antologie (quindi non è un’operazione analoga, per fare un esempio, ad Out Among The Stars di Johnny Cash), ma di sicuro è la prima volta che l’album esce così come era stato pensato in origine (e poi comunque voglio vedere in quanti già possiedano tutte queste canzoni). Che Dylan fosse un modello per queste registrazioni lo si capisce dalla title track, che sembra una outtake proprio da Bringing It All Back Home (anche se è l’unica, insieme ad altri due pezzi a non essere prodotta da Wilson, bensì da Bob Mersey, già collaboratore del cantante newyorkese), compreso il modo di cantare di Dion che ricalca quello di Bob. Come già detto le cover non sono poi molte, solo cinque su quindici: tanto Dylan, ovviamente (presente con ben tre brani, le all’epoca inedite Baby, I’m In The Mood For You e Farewell, quest’ultima molto bella, ed una scintillante ripresa di It’s All Over Now, Baby Blue), Tom Paxton, la cui Can’t Help But Wonder Where I’m Bound è suonata in puro Byrds-style, mentre All I Want To Do Is Live My Life, scritta da Mort Shuman, è anch’essa figlia del nuovo suono di Mr. Zimmerman. I brani originali sono tutti in perfetto stile folk-rock, con chitarre ed organo in primo piano, come le orecchiabili My Love e Wake Up Baby, alcune con l’influenza di His Bobness decisamente pronunciata (Tomorrow Won’t Bring The Rain e Two Ton Feather), qualcuna con un maggior gusto pop, sia beatlesiano (Now) che non (Time In My Heart For You, impreziosita dai cori e dall’inconfondibile organo di Kooper), altre belle e basta, come la limpida Knowing I Won’t Go Back There, dall’ottima melodia cantata benissimo (Dion è sempre stato un’ugola notevole) e la deliziosa You Move Me Babe, eseguita quasi nello stile doo-wop delle origini musicali del nostro.

Più di 50 anni per riparare ad un torto, in un tipico caso di sliding doors chissà che piega avrebbe preso la carriera di Dion se Kickin’ Child, come da progetto iniziale, fosse stato pubblicato nel 1965?

Marco Verdi