Grandissimo Disco, Ma Questa Edizione Super Deluxe Più Che Essere Inutile Sfiora La Truffa! The Band – Music From Big Pink In Uscita Il 31 Agosto

band music from big pink

The Band – Music From Big Pink – Capitol – CD – Blu-ray Audio – 2 LP – 45 giri – libro e foto varie – 31/08/2018

Continuano a susseguirsi gli anniversari di gruppi e dischi importanti che hanno fatto la storia della musica rock, e considerando che si tratta di avvenimenti avvenuti nel 1968, che è stato uno degli anni più fecondi nella storia della nostra musica si tenderebbe a sperare in ristampe si “importanti”, ma anche ricche di materiale raro o inedito, e se fosse possibile magari anche a prezzi abbordabili. Il recente doppio CD di Graham Nash Over The Years ne è un buon esempio, mentre questo cofanetto di Music From Big Pink è l’esatto opposto: confezione molto bella, ma ad un prezzo assurdo (negli USA 125 dollari, in Europa indicativamente costerà tra i 90 e i 100 euro), 1 CD, 1 Blu-ray Audio, 2 vinili, un 45 giri per collezionisti con The Weight b/w I Shall Be Released e un bel librone). Però a parte il CD e il doppio vinile non è possibile acquistarli separatamente, per avere il tutto bisogna comprare il box.

band music from big pink cd singolo

Perché nel titolo dico che si sfiora la truffa, o la circonvenzione di incapaci? Pensate ad un album che a mio modesto parere (insieme con il successivo The Band, forse ancora più bello), rientra di diritto diciamo tra i 20 migliori dischi di sempre (oltre a contenere, insieme ad altre, una delle più belle canzoni di sempre come The Weight), e quindi non è la prima volta che viene ristampato. Però l’edizione rimasterizzata a 24 bit uscita nel 2000 è tuttora in catalogo, ad un prezzo al pubblico nettamente inferiore ai 10 euro, con un totale di 20 brani contenuti nel CD, gli undici del disco originale del 1968 e nove tracce inedite. Per la nuova edizione, che vedete qui sopra, avranno almeno mantenuto lo stesso contenuto o addirittura lo avranno migliorato? Ma manco per niente: in effetti è stata aggiunta una versione alternata A Cappella di I Shall Be Released e quello che viene definito “studio chatter”, ovvero i componenti della Band che chiacchierano in studio, però i brani totali sono diventati 17, quindi rispetto al CD del 2000 ne mancano quattro. Dei veri geni! Però c’è un nuovo stereo mix del 2018 curato da Bob Clearmountain: ah beh allora.

Comunque per chi dovesse essere interessato (e temo si tratti solo di collezionisti compulsivi facoltosi, o audiofili incalliti), qui sotto trovate la tracklist completa dei vari formati:

[CD: 2018 stereo mix]
1. Tears Of Rage
2. To Kingdom Come
3. In A Station
4. Caledonia Mission
5. The Weight
6. We Can Talk
7. Long Black Veil
8. Chest Fever
9. Lonesome Suzie
10. This Wheel’s On Fire
11. I Shall Be Released
Bonus Tracks:
12. Yazoo Street Scandal (Outtake)
13. Tears Of Rage (Alternate Take)
14. Long Distance Operator (Outtake)
15. Lonesome Suzie (Alternate Take)
16. Key To The Highway (Outtake)
17. I Shall Be Released (A Cappella)

[Blu-ray Audio]
Tracklist above in new 5.1 surround mix + 96kHz/24bit high resolution stereo (exclusive to the box set)

[LP1: 2018 stereo mix]
1. Tears Of Rage
2. To Kingdom Come
3. In A Station
4. Caledonia Mission
5. The Weight

[LP2: 2018 stereo mix]
1. We Can Talk
2. Long Black Veil
3. Chest Fever
4. Lonesome Suzie
5. This Wheel’s On Fire
6. The Weight

[7″ Single]
1. The Weight
2. I Shall Be Released

Appurato che le case discografiche (e spesso anche i musicisti, perché pare che dietro questa operazione ci sia Robbie Robertson, o forse il suo management) non finiscono mai di stupirci, se per caso questo capolavoro manca comunque dalla vostra discoteca fateci un pensierino, magari anche nella versione “normale”. Copertina di Bob Dylan.

Bruno Conti

Nella Vecchia Fattoria…! Over The Rhine – Live From The Edge Of The World

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Over The Rhine – Live From The Edge Of The World – Great Speckled Bird – 2 CD Limited Edition

Fin dalla prima volta che li ho visti dal vivo, e precisamente a Chiari (BS), se non ricordo male nel lontano 2001, ho subito pensato che c’era più di una ragione che accomunava gli Over The Rhine ai Cowboy Junkies: ballate lente, malinconiche, costruite su un gioco di coppia complice e silenzioso che, oggi come ieri, sono unicamente nelle corde di due personaggi dalle chiarissime idee musicali, come la brava cantante Karin Bergquist e il bravissimo polistrumentista Linford Detweiler (coppia in arte come pure nella vita), con la differenza che il suono dei primi è fondato sulla voce di Karin e le tastiere di Linford, (più folk), mentre quello dei secondi gira attorno ai fratelli Timmins, la bella Margo e Michael, rispettivamente voce e chitarre (più blues). Gli Over The Rhine sono attivi dall’inizio del ’91, e fino ai giorni nostri hanno prodotto qualcosa come 22 album, di cui sei dal vivo e tre raccolte, tutti lavori che a livello artistico hanno tracciato una parabola in costante ascesa (con una menzione particolare per il doppio Ohio (03), fino ad arrivare ai più recenti The Long Surrender (11) e Meet Me At The Edge Of The World (13), recensiti puntualmente su queste pagine dall’amico Bruno http://discoclub.myblog.it/2013/08/29/a-prescindere-dal-genere-gran-disco-over-the-rhine-meet-me-a/ . Per festeggiare i venticinque anni del loro sodalizio, la bionda Karin e il marito Linford hanno radunato nella loro fattoria dell’Ohio un gruppo di musicisti, definiti The Band Of Sweethearts, composto da Jay Bellerose alla batteria e percussioni, Jennifer Condos al basso, Eric Heywood alla chitarra elettrica e pedal steel e Bradley Meinerding alle chitarre elettriche e acustiche e mandolino, per registrare due esibizioni fatte nel corso di un week-end e tenute nel fienile di famiglia il 24 e 26 Maggio del 2015, dando così vita ad un concerto straordinario che tende vieppiù a caratterizzare le sonorità elettroacustiche della band e la voce della bionda Karin.

Idealmente diviso in due parti, il concerto parte con un set prevalentemente più “rootsy,” con brani tratti prevalentemente dall’ultimo album in studio Meet Me At The Edge Of The World, a partire dalla title track, una magnifica ballata country-folk d’atmosfera, seguita dall’ispirata melodia di Sacred Ground, con il mandolino di Bradley ad accompagnare la voce di Karin, il breve folk acido dello strumentale Cuyahoga, il ritmo sincopato di Gonna Let My Soul Catch My Body, rifatta in una bella versione unplugged, e una Suitcase (recuperata dal capolavoro Ohio), con un arrangiamento ridotto all’osso. Con la strepitosa ballata soul Called Home si alza decisamente il livello del concerto, seguita ancora dalla dolce I’d Want You, dove ritornano le atmosfere “agresti”, per poi andare a rivisitare brani datati e poco eseguiti in concerto, come la travolgente All I Need Is Everything (da Good Dog, Bad Dog), farci sempre commuovere con la melodia vincente di una ballata come Born (la potete trovare su Drunkard’s Prayer), introdotta dalle note del pianoforte di Linford, e cantata con la straordinaria voce di Karin, e rispolverare, sempre da un grande album come il citato Good Dog, Bad Dog, una delicata Poughkeepsie che viene eseguita come una sorta di “ninna nanna” country.

Dopo una breve pausa che viene usata, si presume, per gustare la produzione della fattoria (pane, salumi e uova con del buon vino e birra), si riparte con una deliziosa Making Pictures cantata a due voci da Karin e Linford, per poi rivoltare come un calzino Baby If This Is Nowhere, che viene rifatta in una versione country-blues, nonché riproporre uno dei brani più belli della coppia, I Want You To Be My Love (cercatela sempre su Drunkard’s Prayer), una ballata sorretta dalla scansione ritmica di una chitarra acustica, con la voce suadente della cantante ad intonare una melodia profonda ed emozionante, mentre la seguente Trouble (da The Trumpet Child) è una briosa divagazione in chiave jazz, e passare alle atmosfere sospese fra lounge e jazz della lunga e bellissima All My Favorite People (da The Long Surrender), dove si manifesta ancora una volta la bravura al piano di Detweiler. Nella parte finale del concerto vengono proposte un paio di “cover”, a cominciare dalla notissima It Makes No Difference (di Robbie Robertson della Band), riproposta in versione delicata e notturna, mentre la seguente  The Laught Of Recognition, viene ripescata dall’ottimo The Long Surrender, una meravigliosa ballata folk come The Laugh Of Recognition, con la pedal-steel di Eric Heywood in evidenza, prendere ancora dai solchi di Ohio una nuovamente notturna e “jazzata” Cruel And Pretty, con un piano che suona come ce si trovasse a New Orleans, omaggiare alla grandissima il Neil Young dei primi tempi con una grintosa Everybody Knows This Is Nowhere, e andare a chiudere il concerto, come era iniziato, con una versione solenne e struggente di una ballata stratosferica come Wait, (che era anche il brano di chiusura del citato Meet Me At The Edge Of The World), dove la voce della Bergquist raggiunge vette emotive di grande pathos.

Commozione e applausi nel fienile della fattoria Over The Rhine. Inutile dire che la carta vincente del gruppo è Karen Bergquist che possiede una voce tra le più duttili ed importanti del cantautorato americano (anche se pure Detweiler è un musicista di vaglia), e che riesce ad interpretare con grande classe liriche intense e musica profonda, entrambe costruite su temi melodici e drammatici, malinconici ed evocativi. Come in questo ultimo lavoro live, ma anche di fronte ad ogni disco degli Over The Rhine, viene da chiedersi perché questa band continua ad essere poco considerata e con CD tanto difficilmente reperibili ( in questo caso ancora più degli altri), un disco da non perdere assolutamente, sia per chi già li segue e li conosce, sia per chi non ha ancora avuto questa fortuna:  un approccio ed uno stile per chi ama la musica soffusa e intensa, quindi, come detto poc’anzi, per chi ama il suono onirico alla Cowboy Junkies, una musica per palati ed orecchie fini, ma anche per gli amanti delle atmosfere notturne dalle melodie intense, magari da gustare un po’ alla volta e con ascolti ripetuti, meglio se a notte fonda e in dolce compagnia. Un altro regalo dall’America e dalla fattoria targata  Over The Rhine dove la musica, anzi, per la precisione, la buona musica, è ancora un patrimonio culturale.

Tino Montanari

Supplemento Della Domenica: Forse Il Tour Più Importante Di Sempre, E Per Una Volta A Prezzo Contenuto! Bob Dylan – The Complete 1966 Live Recordings

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Bob Dylan – The Complete 1966 Live Recordings – Sony 36CD Box Set

Direi che c’è abbastanza unanimità sul fatto che la tournée del 1966 di Bob Dylan, durante la quale si concretizzò il passaggio tra il folksinger dei primi anni ed il rocker del resto della carriera, sia stata una delle più importanti di tutti i tempi, se non la più importante. Per celebrare i 50 anni di quella serie di concerti, la Sony ha pubblicato questo sontuoso box di ben 36 CD, con all’interno tutte le registrazioni disponibili da quel tour (con alcune serate incomplete, ed in alcuni casi anche alcune canzoni): l’uscita non fa parte delle Bootleg Series dylaniane, ma resta un episodio a sé stante, con un occhio forse anche alla salvaguardia dei diritti d’autore sulle registrazioni, che scadono appunto dopo 50 anni: questa volta il box è anche offerto ad un prezzo accessibile, intorno ai cento/centoventi euro per 36 dischetti, forse anche per la confezione abbastanza spartana (c’è comunque un bel librettino con note del noto biografo Clinton Heylin – il quale ha appena pubblicato anche un libro a tema proprio su questo tour – ma niente a che vedere con i contenuti della Super Deluxe Edition di The Cutting Edge dello scorso anno, che però costava seicento dollari) o per il fatto che le scalette dei vari concerti sono (quasi) sempre le stesse.

In quel tour, Dylan usava presentarsi da solo con chitarra acustica ed armonica per la prima parte (sette canzoni), per poi essere raggiunto nella seconda metà (altri otto brani) da una band elettrica, che poi altri non erano che The Hawks, cioè la futura Band senza però Levon Helm (sostituito da Mickey Jones), quindi Robbie Robertson, Rick Danko, Richard Manuel e Garth Hudson. Ed il tour è passato alla storia anche per le contestazioni che Dylan era costretto a subire spesso quando passava al set elettrico, da parte di un manipolo di fans che non gli perdonavano la transizione da artista folk a rockstar, accusandolo in poche parole di essersi venduto (contestazioni che seguivano di un anno quella ormai leggendaria avvenuta al Festival di Newport, quando Bob salì sul palco con membri della Paul Butterfield Blues Band, tra cui Mike Bloomfiled, ed Al Kooper, scandalizzando i puristi): il culmine della protesta si ebbe nella famosa serata alla Free Trade Hall di Manchester (già pubblicata a parte come Bootleg Series Vol. 4, e presente comunque in questo box, con però come bonus una Just Like Tom Thumb’s Blues eseguita nel soundcheck), con il battibecco tra Dylan e tale Keith Butler, che gli urlò “Giuda!”, e Bob in risposta gli diede del bugiardo per poi ordinare alla band di suonare Like A Rolling Stone “fottutamente forte”. Tra l’altro, Bob aveva già all’attivo due dischi elettrici (la prima facciata di Bringing It All Back Home e tutto Highway 61 Revisited), e si era già esibito con una band in alcuni concerti americani dell’anno prima, quindi non si capisce del tutto l’astio di una parte del pubblico verso questo tipo di cambiamento.

bob dylan 1966live box

I dischi presenti nel box hanno tre diverse fonti di registrazione: la maggior parte proviene direttamente dal soundboard (cioè il mixer), ed è ottima anche se in mono, poi ci sono i concerti registrati dalla CBS in maniera professionale, in stereo (quello già citato di Manchester, i due di Londra alla Royal Albert Hall, e quello di Sheffield, ma di quest’ultimo stranamente solo la parte acustica, quella elettrica è soundboard), ed infine cinque CD di audience tapes, cioè registrati dal pubblico, messi alla fine del cofanetto e con una qualità da bootleg, presenti più che altro per il loro valore storico.

(NDM: per chi non vuole comunque sobbarcarsi la spesa dell’intero cofanetto, il 2 Dicembre uscirà in doppio CD – o doppio LP – The Real Royal Albert Hall Concert, che documenta la prima delle due serate a Londra, quella del 26 Maggio).

Dicevamo delle contestazioni, ma ascoltando attentamente il box si nota come Dylan non fosse criticato ovunque, ma soltanto in alcune date britanniche (anche se va detto che i concerti nel Regno Unito sono la grande maggioranza): i primi quattro CD, registrati a Sydney, Melbourne e Copenhagen, vedono infatti un Dylan accolto ottimamente dal pubblico (a parte un piccolo gruppetto, probabilmente organizzato, che a Sydney continua a chiedere  Hard Rain), e la performance di conseguenza ne esce più rilassata, con anche momenti ironici come l’introduzione parlata a Just Like Tom Thumb’s Blues (tra l’altro a Sydney troviamo una chicca assoluta, una rara versione dal vivo, nella parte elettrica, della splendida Positively 4th Street, un brano che non verrà più ripreso fino al tour con Tom Petty del 1986). Anche nei primi concerti in UK e Irlanda  la gente non è per nulla ostile, anzi applaude convinta anche la parte elettrica, come nel caso di Dublino, che comunque presenta uno dei migliori segmenti acustici di tutto il tour, con una Visions Of Johanna da antologia (suonata in anteprima come tutte le canzoni tratte da Blonde On Blonde, che uscirà nel pieno della tournée, il 16 Maggio, giorno dello show di Sheffield). Ad ogni modo Dylan mantiene sempre due atteggiamenti diversi a seconda del momento all’interno del concerto: rilassato, fluido e rigoroso nel canto durante la metà acustica, maggiormente teso e nervoso durante la parte rock, con le performance quasi sempre urlate nel microfono, e con una tensione crescente a seconda della risposta del pubblico, come se le contestazioni lo spingessero ad osare ancora di più (e sicuramente era così).

Riguardo alla scaletta, la parte acustica offre highlights assoluti come la già citata Visions Of Johanna e la lunga Desolation Row, ma anche una splendida It’s All Over Now, Baby Blue, oltre a pezzi “minori” ma impeccabili come She Belongs To Me e, in anteprima da Blonde Of Blonde (almeno fino a metà Maggio), la fluida 4th Time Around ed il futuro classico Just Like A Woman (forse l’unica che soffre leggermente l’assenza della band), per terminare con la sempre applauditissima Mr. Tambourine Man. La seconda parte, quella elettrica, rompe il ghiaccio con la roccata Tell Me, Momma, un brano inedito suonato solo in questo tour (non esiste neppure una versione di studio), una vera scossa per chi è abituato ad ascoltare il Dylan-menestrello, seguita da due arrangiamenti completamente stravolti delle originariamente acustiche I Don’t Believe You e Baby, Let Me Follow You Down, quest’ultima in una veste quasi rock’n’roll che suona fresca ancora oggi; dopo una solitamente rilassata Just Like Tom Thumb’s Blues, abbiamo il rock-blues chitarristico e trascinante di Leopard-Skin Pill-Box Hat e, dal periodo folk, la splendida One Too Many Mornings, bellissima anche in questa veste elettrica, con Danko alla seconda voce nel ritornello. Il finale è, in tutti i concerti del box, la parte saliente, con una grandissima Ballad Of A Thin Man, drammatica, intensa, pianistica, con Dylan che canta con grande forza, e la conclusiva Like A Rolling Stone, un pezzo che non ha bisogno di presentazioni, suonato sempre in maniera potente, con il muro del suono degli Hawks capace ogni volta di zittire anche i fischi.

La qualità delle performance è varia, ma non scende mai sotto il livello di guardia, al massimo ci sono serate in cui Bob sembra annoiato, quasi assonnato, anche se solo nella parte acustica (per esempio nei concerti di Belfast e Parigi, unica data nell’Europa “latina”, tra l’altro il giorno del suo 25° compleanno, il 24 Maggio), mentre ogni volta che attacca la spina sembra trasfigurarsi, forse spronato anche dalla presenza della band. Nelle serate di piena forma, invece, il concerto è un godimento dalla prima all’ultima canzone, cosa che già avevamo intuito nel 1998 con il live di Manchester (che rimane comunque uno dei migliori del tour), e giustifica in pieno la scelta di chi vuole accaparrarsi il cofanetto completo: Bob è infatti famoso da sempre per non suonare mai un brano due volte nello stesso modo, ed anche in questa tournée è bello notare le diverse sfumature nelle varie serate, e, ripeto, l’aumentare dell’intensità a seconda della forza della contestazione. Ma quindi, a parte Manchester, quali sono i concerti migliori? Sicuramente i due di Londra, con il secondo non di certo inferiore a quello pubblicato a parte (e dove la tensione tra Dylan ed il pubblico raggiunge livelli altissimi), ma anche Newcastle e Sheffield (che forse presenta la migliore parte acustica in assoluto del tour, eseguita con una precisione millimetrica): performance incendiarie, quasi feroci, con Dylan che riversa sul pubblico tutta la rabbia che ha in corpo e la band si dimostra già quel grande gruppo che da lì a due anni si farà conoscere con Music From Big Pink, con Robertson in particolare stato di grazia.

Ottima anche la serata di Cardiff, di cui è presente solo la parte elettrica, il primo concerto britannico con qualche contestazione, anche se tiepida (solo la sera prima, a Bristol, era filato tutto liscio, con la gente ben disposta e che rideva anche di gusto alle battute di Dylan, e tra l’altro in questo concerto c’è una Ballad Of A Thin Man da urlo); Glasgow è invece il punto più alto per quanto riguarda le proteste dei fans, subito seguita in questo da Liverpool (entrambi i concerti sono su un solo CD ciascuno, mancando tutti e due dei primi tre brani acustici), ma anche in questi due casi Dylan risponde con una prova splendida, di grande intensità emotiva. E poi c’è Parigi, all’Olympia, un concerto a lungo mitizzato, con Bob che ha grossi problemi nella prima parte ad accordare la chitarra (cosa che lo infastidisce parecchio), ma è assolutamente inarrivabile nella seconda, con il pubblico francese che, forse un po’ a sorpresa, applaude convinto dalla prima all’ultima canzone senza tracce di protesta. Infine abbiamo gli ultimi cinque CD, quelli con gli audience recordings, che si riferiscono a tre concerti americani di warm-up tenutisi a Febbraio (White Plains, Pittsburgh e Hampstead), più frammenti della prima serata a Melbourne e di quella a Stoccolma: la qualità è, per usare un eufemismo, non eccelsa, ed è un peccato perché le performance sono di buon livello, e nella parte acustica delle serate americane troviamo due splendide canzoni come Love Minus Zero/No Limit e To Ramona, in seguito eliminate dalla setlist.

Forse il box completo è un po’ troppo per il “non dylaniano”, ma c’è da tener presente che, come già successo un anno fa con The Cutting Edge, siamo catapultati nel bel mezzo della storia della musica contemporanea in una sorta di Ritorno Al Futuro rock: se il box dello scorso anno lo avevo paragonato a Leonardo Da Vinci che dipingeva la Gioconda, qui è come assistere ad una rappresentazione teatrale di William Shakespeare con i suoi Chamberlain’s Men.

Marco Verdi

Un Bel Concerto Dalle Plurime Edizioni Per Un “Gentiluomo” Che Non C’è Più! Jesse Winchester – Defying Gravity Studio Six Montreal, 1976

jesse winchester defying gravity studio 6 montreal, 1976jesse winchester seems like only yesterday

Jesse Winchester – Defying Gravity Studi Six Montreal 1976 – CD Echoes

*NDB Prima di addentrarci nella recensione una breve precisazione sul titolo del Post: lo stesso concerto, identico, ma con un altro titolo, Seems Like Only Yesterday è uscito anche negli States a “livello ufficiale”, per la Real Gone Music. prendete quello che trovate!

James Rideout “Jesse” Winchester è stato veramente un gentiluomo di altri tempi, un cantautore che avrebbe potuto avere un grande successo nell’era dorata di quel tipo di musica, ma che per le sue idee politiche in piena epoca della guerra in Vietnam si era rifugiato in Canada per sfuggire alla chiamata alle armi. Canada dove Winchester rimase in esilio fino al 1977, quando l’amnistia di Jimmy Carter per i renitenti alla leva gli consentì di rientrare negli Stati Uniti. Ma in quegli anni fervidi, tra il 1970 e il 1976, Winchester realizzò una serie di album splendidi per la Bearsville, l’etichetta fondata da Albert Grossman, il manager di Dylan e della Band, nel primo omonimo dei quali erano presenti sia Robbie Robertson che Levon Helm, il chitarrista della Band anche co-autore di un brano e produttore del disco, con Todd Rundgren ingegnere del suono. Quel disco, sentito ancora oggi è un mezzo capolavoro (a tratti sembra di sentire i Little Feat prima del loro tempo https://www.youtube.com/watch?v=hNGrSREm4YU e comprende la canzone più celebre del suo repertorio, Brand New Tennesse Waltz, con un verso stupendo che recita “I’ve a sadness too sad to be true”, su una musica magnifica. Ma il nostro ha scritto tantissime altre canzoni memorabili nella sua carriera, conclusa con un album ottimo, A Reasonable Amount of Trouble, pubblicato postumo nel 2014, pochi mesi dopo la sua morte avvenuta in aprile, per un cancro all’esofago che lo aveva tormentato negli ultimi anni della sua esistenza.

Ricordo ancora la sua splendida esibizione nello Spectacle di Elvis Costello, una serata magica dove erano presenti Ron Sexsmith, Sheryl Crow e Neko Case, con l’immagine stupenda di quest’ultima con delle lacrime silenziose che le scorrono sul viso, mentre Jesse Winchester esegue una struggente  “Sham-A-Ling-Dong-Ding”, e anche Costello e il resto del pubblico non erano meno emozionati, se non la conoscete andate a vedervi il video su YouTube, oppure guardate qui sopra e non potrete evitare di commuovervi.

Ma questo Live del 1976, perché di concerto radiofonico si tratta, lo ritrae nel pieno del suo fulgore artistico, una serata che è una primizia, Jesse è ancora in Canada, a Montreal, ma lo show viene trasmesso in contemporanea anche negli Stati Uniti, la prima volta nella storia, con una presentazione bilingue, anche in francese, e una esibizione notevole (e ben registrata), dove Winchester, accompagnato da un quartetto, dove la stella è il suonatore di pedal steel, Ron Dann, presente anche nell’album di quell’anno Let The Rough Side Drag, come pure in dischi di altri grandi canadesi come David Wiffen, Ian Tyson e Murray McLauchlan, ma anche l’altro chitarrista, Bob Cohen, era un ottimo musicista. Jesse Winchester era molto legato al Canada (dove aveva vissuto per lunghi periodi della sua vita, prima di tornare negli USA, in Virginia nel 2002) e quindi inizia la serata con un omaggio alla sua terra di adozione con una versione in francese di Let The Good Times Roll, per l’occasione Laisse Les Bons Temps Rouler, che sembra un pezzo di Zachary Richard prima del suo tempo.

Silly Heart, un’altra delle sue bellissime e malinconiche ballate, viene da Third Down, 110 To Go, il suo secondo eccellente album con un titolo mutuato dal football americano https://www.youtube.com/watch?v=K6djDoCx0TE , la voce di Winchester, calda ed avvolgente, è al top della sua espressività, pensate ad un Lyle Lovett ante litteram, partecipe delle storie dei personaggi delle sue canzoni. Tell Me Why You Like Roosevelt è un vecchio spiritual tradizionale, con delicati intrecci vocali e strumentali dell’ottima band che accompagna Winchester. Bowling Green è un brano del ’67 degli Everly Brothers, deliziosa (l’ha incisa anche, toh, Neko Case), con una pedal steel avvolgente, seguita da una versione assai mossa di Midnight Bus e dalla bluesata Everybody Knows But Me, sull’album del 1976, prima di lanciarsi nel più bel pezzo country scritto da un autore che country non era, anche se aveva vissuto a lungo a Memphis, pur essendo nato in Louisiana, stiamo parlando di The Brand New Tennessee Waltz, e qui la pedal steel è perfetta.

Ancora quasi country per Let The Rough Side Drag, con Winchester al piano e poi una ballata splendida come Defying Gravity, e pure All Of Your Stories, altro brano pianistico, in quanto a fascino non scherza. Seems Like Only Yesterday è un brillante country-rock, mentre si ritorna alle ballate acustiche malinconiche con Mississippi You’re On My Mind e ad un brano di grande atmosfera come Black Dog, poi lo swing-blues à la Bromberg di Twigs And Seeds. Ancora blues elettrico per Isn’t That So, che precede la bellissima Yankee Lady dal primo album, prima di avviarsi alla conclusione con You Can’t Stand Up Alone, a cappella. Il bis è una delicata e quasi jazzata Blow On Chilly Wind, altro brano che conferma la classe di questo splendido autore ed interprete.

Bruno Conti

Dopo Un Divorzio Si Cambiano Vita E Musica? Shawn Mullins – My Stupid Heart

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Shawn Mullins – My Stupid Heart – Sugar Hill / Rounder Records

Fra un divorzio e l’altro, Shawn Mullins (con una dozzina d’album all’attivo in studio) è ormai considerato un veterano della scena folk-rock cantautorale americana. Il buon Shawn era già un giovane e affermato musicista di Decatur, Georgia, quando nel lontano ’98 ha cominciato a raccogliere i frutti di una carriera comunque abbastanza lunga con l’album Soul’s Core, ma Mullins in precedenza aveva esordito con Better Days (92), quindi due anni dopo aveva pubblicato Big Blue Sky (94), poi due lavori incisi con Matthew Kahler Jeff’s Last Dance Vol. 1 e 2 (credo che a parte il sottoscritto siamo in pochi ad averli, e ormai siano introvabili), e nel ’96 ha visto la luce il successivo Eggheels. Dopo l’interlocutorio Beneath The Velvet Sun (00), anni di silenzio non compromettono la sua buona vena compositiva, a partire da 9th Ward Pickin Parlor (06), Honeydew (08), il primo disco dal vivo Live At The Variety Playhouse  dello stesso anno, fino all’ultimo lavoro in studio, l’ottimo Light You Up (10).

Prodotto dalla cantante country nativa della Florida Lari White, (impegnata anche alle armonie vocali con Shondra Bennett e Max Gomez) e registrato al The Holler di Nashville, My Stupid Heart vanta altri musicisti di valore come il marito della White, Chuck Cannon (cantautore e autore di alcuni brani scritti con Mullins) all’acustica e seconda voce, Dan Dugmore alla steel, Jerry McPherson alla chitarra elettrica, Gerry Hansen alla batteria e percussioni, Michael Rhodes al basso, Guthrie Trapp al mandolino e bouzouki, e i bravissimi Radoslav Lorkovic (Jimmy LaFave) alla fisarmonica e Fender Rhodes e Matt Rollings (Lyle Lovett) al pianoforte, e naturalmente lo stesso Shawn che suona diversi strumenti, il tutto per una raccolta di dieci canzoni, che toccano temi anche profondamente personali.

My Stupid Heart apre con la magia di una classica ballata alla Mullins, The Great Unknown, per poi passare alla recitativa It All Comes Down To Love, che potrebbe sembrare uscita dai solchi di Too Long In The Wasteland di James McMurtry https://www.youtube.com/watch?v=bTCq0MccLro , seguite dall’incantevole Ferguson che inizia lentamente per poi crescere nello sviluppo del brano https://www.youtube.com/watch?v=qr3MwKKjSpc , fatto che si ripete pure nella title track, anche questa  parte acustica con pochi accordi di chitarra, poi la voce di Shawn, gli strumenti e i cori danno spessore alla ballata, mentre Roll On By si avvale di un buon ritmo e della fisarmonica di Radoslav Lorkorvic. Il lavoro prosegue con Go And Fall una canzone di sofferenza, cantata con grande intensità, poi troviamo una magnifica love song come Gambler’s Heart (scritta con il cuore in mano) evidenziata dal piano di Matt Rollings, e ancora la pianistica Never Gonna Let Her Go (un brano alla Robbie Robertson e Band, magari cantato da Levon Helm) https://www.youtube.com/watch?v=ZjK6TdtceNs , una delicata e melodica Sunshine, e a chiudere  il moderno blues di Pre-Apocalyptic Blues, dove si rincorrono il trombone di Roy Agee, la fisarmonica di Lorkovic, e il superbo pianoforte di Rollings.

Con questo My Stupid Heart, la carriera artistica di Shawn Mullins sembra segnare un ulteriore livello di crescita, musicale e narrativa, con canzoni che si dividono tra americana, rock, folk e blues, cantate da una voce che rimane pur sempre una delle più belle e intense del panorama musicale americano. Non so come sia messo attualmente con i “rapporti sentimentali” il buon Shawn, ma se dopo ogni divorzio ci ritroviamo un Mullins più maturo e ispirato, e pienamente consapevole del suo potenziale, forse, ma dico forse, è augurabile tra qualche anno saperlo nuovamente divorziato!

Tino Montanari

Da Qui In Poi Il Mondo Del Rock Non E’ Stato Più Lo Stesso! Bob Dylan – The Bootleg Series Vol. 12 – 1965/1966: The Cutting Edge Parte II

bob dylan the cutting edge bootleg series vol.12bob dylan the cutting edge bootleg series vol.12 18 cd

Bob Dylan – The Bootleg Series Vol. 12 – 1965/1966: The Cutting Edge Columbia/Sony 2CD – 3LP – Deluxe 6CD – Super Deluxe 18CD + 9 45rpm

Parte II

CD 3-8 – Highway 61 Revisited: il miglior disco di Dylan (ma Blonde On Blonde lo segue di un’attaccatura) è anche quello che regala più sorprese tra le outtakes: è incredibile notare come a distanza di pochi mesi anche lo stile di scrittura del nostro sia cambiato, molto più rock e blues che nel disco precedente, dove era ancora legato a stilemi folk. Intanto abbiamo quattro takes complete di If You Gotta Go, Go Now (la migliore è la prima), e non capisco come all’epoca sia stata pubblicata solo come lato B di un singolo uscito soltanto in Benelux (e nel 1967), ma poi ci sono diverse versioni di It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry, tutte più veloci di quella quasi honky-tonk apparsa sull’album, anche se con arrangiamenti diversi tra loro (splendida la take 6, rock’n’roll allo stato puro, anche se purtroppo si interrompe, e niente male anche la 8, più bluesata https://www.youtube.com/watch?v=sp0AESxrPyk ). Anche la poco nota Sitting On A Barbed-Wire Fence fa la sua bella figura, specie la seconda take, con uno strepitoso Mike Bloomfield alla solista; uno dei momenti più piacevoli è la parte dedicata al singolo Positively 4th Street, dove la primissima take era già secondo me perfetta, più rilassata della versione pubblicata, mentre l’altra canzone uscita nel periodo su 45 giri, cioè Can You Please Crawl Out Your Window?, ha avuto come preferenza una delle versioni incise in seguito durante Blonde On Blonde con The Band, ma non ho problemi ad affermare che preferisco quella uscita da queste sessioni (ed una di queste takes all’epoca era stata messa per sbaglio sul lato B di alcune copie di 4th Street), più cantata e melodica, quasi un’altra canzone. Anche From A Buick 6 ha avuto una versione più veloce e roccata messa per errore sulla prima edizione di Highway 61 (ed io ne possiedo orgogliosamente una copia), e qui la troviamo; la sirena sulla title track originale non mi aveva mai convinto, molto meglio a mio parere la take 3, a tempo di boogie e con un Bloomfield spettacolare. Ma l’highlight lo troviamo sull’ottavo CD: a parte due takes incomplete di Medicine Sunday, un brano rimasto negli archivi, spicca la take 4 della grandissima Desolation Row in versione full band, una strepitosa versione mai sentita prima, una canzone indimenticabile in una veste completamente diversa (ce ne sarebbe un’altra altrettanto bella solo voce e piano, ma dura lo spazio di due minuti). Ho volutamente lasciato per ultimo il quarto CD, cioè quello interamente dedicato a Like A Rolling Stone (inserito anche nella versione sestupla), perché paradossalmente è la parte meno interessante del cofanetto, in quanto, dopo alcune prove iniziali (anche a tempo di valzer https://www.youtube.com/watch?v=fWn5fpr_IwA ) dove Dylan e la band “cercano” la melodia giusta e gli accordi adatti, abbiamo quasi subito la take 4 che è poi quella che tutti conosciamo; ebbene, secondo me si erano accorti anche loro di avere appena fatto la storia, in quanto dopo abbiamo altri nove tentativi suonati senza troppa convinzione e quasi per dovere istituzionale, ma avevano capito che la magia se n’era andata con quell’unica, magnifica take. (NDM: impagabile sentire Tom Wilson, poco prima della versione “giusta”, rivolgersi ad Al Kooper con un divertito “What are you doing out there?”, in quanto il musicista newyorkese, scritturato come chitarrista ritmico, si era seduto all’organo per provare il leggendario riff che contrassegnerà per sempre la canzone in questione e darà di fatto il via anche alla sua carriera di organista).

CD 9-17 – Blonde On Blonde: in realtà il nono dischetto prende in esame una session “spuria” di Dylan con The Band (allora ancora The Hawks e senza Levon Helm), dove vengono suonate diverse takes di I Wanna Be Your Lover, che si pensava di pubblicare come singolo ma poi è rimasta inedita fino a Biograph (non era comunque un grande brano, anche se il riff spaccava), oltre ad una interessante jam strumentale senza titolo e, soprattutto, una prima versione della splendida Visions Of Johanna (ma quella finita sul disco appartiene ad una sessione successiva incisa a Nashville con musicisti locali più Robbie Robertson), con un ritmo decisamente più sostenuto ed indubbiamente intrigante, certamente una delle perle del box (la take 5 è da urlo). Per quanto riguarda Blonde On Blonde, l’album in cui Dylan trovò quello che definì il “sottile e selvaggio sound al mercurio”, voglio limitarmi ai brani imperdibili (cosa che peraltro ho fatto finora, ma il materiale è talmente vasto), tra i quali vi è certamente una She’s Your Lover Now per voce e piano, magari formalmente imperfetta ma con un feeling da brividi: meritava assolutamente di finire sul disco, magari al posto di Pledgin’ My Time o Most Likely You Go Your Way. Poi abbiamo la costruzione passo dopo passo, frammento dopo frammento, della cristallina One Of Us Must Know, un brano letteralmente creato in studio, un’unica take dell’inedita Lunatic Princess, uno spigliato rock-blues dominato dal piano elettrico che meritava di essere approfondito, ed una deliziosa versione strumentale di I’ll Keep It With Mine senza Dylan ma con i Nashville Cats (nello specifico Charlie McCoy, Wayne Moss, Joe South e Kenny Buttrey).  Interessante poi vedere come Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again sia diventata quella che conosciamo, e per la quale personalmente non ho mai sbavato, solo alla fine, in quanto per tutte le takes è stata suonata con un ritmo più lento ed un arrangiamento blue-eyed soul secondo me più stimolante (e addirittura nella primissima prova come country ballad nashvilliana). Il tour de force (ma un tour de force di puro godimento), si chiude con la splendida I Want You, cioè quello che più assomigliava al tentativo di Bob di scrivere un singolo pop, la cui take 1 è abbastanza diversa da quella pubblicata ma quasi altrettanto bella https://www.youtube.com/watch?v=m_5q-uqNeE4 .

CD 18: ecco la chicca assoluta del box (presente solo in questa edizione), cioè una serie di brani acustici registrati dal nostro in camere d’albergo da solo o in compagnia in tre differenti momenti: otto brani al Savoy Hotel di Londra nel 1965 con Bob Neuwirth e Joan Baez (alcuni frammenti di questa particolare session sono immortalati nel famoso documentario Don’t Look Back https://www.youtube.com/watch?v=5VvHyCy5kDs ), sei al North British Station Hotel di Glasgow nel 1966 con Robbie Robertson e, nello stesso anno, altre sette canzoni in un non meglio specificato hotel di Denver, Colorado, alla presenza del noto giornalista Robert Shelton: tutto è informale al massimo, non si pensava certo ad una pubblicazione, ed anche la qualità del suono varia. I brani del Savoy sono solo cover, e sia sound che performance sono eccellenti: Dylan qui anticipa inconsciamente i Basement Tapes, con punte come la bellissima More And More (Webb Pierce), o il medley di tre classici di Hank Williams (Weary Blues From Waitin’, un’ispirata Lost Highway ed una I’m So Lonesome I Could Cry appena accennata), ma soprattutto il traditional Wild Mountain Thyme, in cui Bob e Joan armonizzano alla grande, facendo pensare che l’avessero provata prima a nastro spento. I brani di Glasgow e Denver sono ancora più interessanti, in quanto troviamo tutte canzoni inedite che Bob non riprenderà mai più: Glasgow è più una songwriting session che altro, con Dylan e Robertson che tentano di trovare la melodia e gli accordi giusti, a volte procedendo per tentativi, e sinceramente dispiace che questi pezzi verranno poi dimenticati, in quanto in almeno due casi (la romantica I Can’t Leave Her Behind e la folkeggiante If I Was A King) c’erano i germogli della grande canzone. A Denver, oltre a due performance in solitario di Just Like A Woman e Sad-Eyed Lady Of The Lowlands e altri due inediti minori (Don’t Tell Him, Tell Me e If You Want My Love) troviamo tre takes della misteriosa Positively Van Gogh, per decenni oggetto del desiderio dei collezionisti più incalliti. Peccato però che qui la qualità di registrazione non sia proprio il massimo, per usare un eufemismo.

In definitiva un box che definire strepitoso è il minimo: facendo le debite proporzioni, è come tornare indietro di centinaia di anni ed assistere dal vivo a Leonardo Da Vinci che dipinge la Gioconda; ho però troppo rispetto per i portafogli altrui per consigliare l’acquisto di questa versione, ma almeno quella sestupla è obbligatoria.

Questa non è solo musica: è storia.

Marco Verdi

Secondo Me Approverebbe Anche Bob! Francesco De Gregori – Amore E Furto: De Gregori Canta Dylan

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Francesco De Gregori – Amore E Furto:  De Gregori Canta Dylan – Caravan/Sony CD

Per una grande maggioranza della stampa italiana che procede per stereotipi, e sempre gli stessi, Francesco De Gregori è il Bob Dylan italiano, come se ce ne fosse anche uno spagnolo, tedesco o cinese. Intendiamoci, il cantautore romano non ha mai nascosto il suo amore per il menestrello di Duluth (definizione da me usata in maniera volutamente ironica), ma da qui a farlo sembrare un apostolo del Bardo ce ne vuole: De Gregori ha infatti sempre avuto uno stile suo, anche se i riferimenti dylaniani nelle sue opere sono molteplici, ed anche lui secondo me qualche volta ci ha un po’ giocato, nel modo di cantare, nel riarrangiare le sue canzoni dal vivo, perfino nel modo di suonare l’armonica (nel live Il Bandito E Il Campione c’è un assolo, mi sembra in Rimmel, che ricalca pari pari quello di Bob in It Ain’t Me, Babe tratta da Real Live). A molti è parso quindi normale che, a questo punto della sua carriera, il nostro abbia deciso di pubblicare un album intero di sole cover dylaniane, arrivando anche a mutuarne il titolo, Amore E Furto, da un lavoro del leggendario cantautore americano (Love And Theft, appunto); De Gregori però ci ha tenuto a specificare, a mio parere giustamente, che il suo amore per Dylan è più assimilabile alla (sconfinata) ammirazione di un collega che all’adorazione di un fan, tanto più che, nell’ormai famosa serata dello scorso Luglio in cui lui e Bob hanno suonato sullo stesso palco a Lucca, Francesco ha volutamente evitato di incontrarlo, lasciando con un palmo di naso tutti quei giornalisti pronti a scrivere un articolo del tipo “L’allievo incontra il maestro”.

de gregori canta dylan

Amore E Furto è stato inciso nelle varie pause dell’ultimo tour di De Gregori, con la sua ormai abituale band (Guido Guglielminetti, che è anche il produttore, al basso, Paolo Giovenchi e Lucio Bardi alle chitarre, Alessandro Arianti all’organo e tastiere, Stefano Parenti alla batteria, Alessandro Valle alla steel, mandolino e banjo, Elena Cirillo al violino, oltre al consueto ensemble di cori femminili): in questo disco il Principe (uno dei soprannomi affibbiati dai fans al nostro) ha scelto undici canzoni, optando per alcuni episodi anche minori del repertorio dylaniano, ed evitando i superclassici del calibro di Like A Rolling Stone, Blowin’ In The Wind, Mr. Tambourine Man, ecc. Ebbene, De Gregori ha avuto un grande rispetto per Dylan, sia nella scelta degli arrangiamenti (in quasi tutti i casi tranne un paio assolutamente aderenti agli originali, in quanto non si è sentito in diritto, e questo dimostra umiltà, di stravolgere le canzoni del più grande songwriter di sempre), sia nelle traduzioni: un lavoro certosino con il quale il nostro è pienamente riuscito a mantenere il senso dei brani originali, pur con inevitabili adattamenti dovuti più che altro a problemi di metrica, rime e anche per la presenza di espressioni tipicamente americane ma che da noi non avrebbero significato nulla.

Intelligente infine l’idea di riportare sull’elegante libretto incluso nel CD anche i testi originali, in modo da offrire un confronto con la traduzione a fronte, comprendendo anche le parti non tradotte per ragioni di minutaggio e di impossibilità oggettiva (De Gregori ha ammesso di aver provato anche con altre canzoni, tra cui My Back Pages, ma di aver rinunciato proprio per la complessità dei versi in inglese). L’album si apre con Un Angioletto Come Te (uscita anche come singolo), versione tradotta da Sweetheart Like You, un brano preso da Infidels e di cui all’epoca era stato fatto anche un video ma che oggi è piuttosto dimenticato: Francesco lo ripropone con un suono solido, dove le chitarre si sentono chiaramente, mantenendo lo spirito dell’originale ma nello stesso tempo dandole quel tocco personale tale da farla sembrare quasi sua. Servire Qualcuno è il più celebre dei brani “a elencazione” di Dylan, cioè Gotta Serve Somebody (altri esempi in tal senso possono essere No Time To Think e Everything Is Broken), e quindi quello che dovrebbe aver dato a De Gregori la maggior libertà di movimento senza alterare il senso della canzone: particolarmente apprezzabili il verso autobiografico “You may call me Bobby, you may call me Zimmy” che diventa “Puoi chiamarmi Ciccio, puoi chiamarmi Generale” e l’intuizione di tradurre high-degree thief (ladro d’alto grado) con “senatore”. Non Dirle Che Non E’ Così (If You See Her, Say Hello) era già stata pubblicata dal nostro come bonus track di studio sul live La Valigia Dell’Attore (e scelta da Bob in persona per la colonna sonora del bizzarro Masked And Anonymous), ma per questo album è stata reincisa ex novo, ed ascoltarla è sempre un piacere, grazie anche alla voce carismatica del nostro, alla quale l’età ha conferito maggior calore. https://www.youtube.com/watch?v=D9AmQQo4jGU

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Ed ecco a mio parere l’highlight del disco: Via Della Povertà è la versione di Desolation Row, un brano che farebbe tremare le gambe a chiunque, eppure Francesco cambia totalmente l’arrangiamento con una disinvoltura disarmante, facendola diventare una ballata rock elettrica, vibrante ed appassionata, avendo avuto l’intelligenza di capire che ricreare l’atmosfera intima ed acustica dell’originale apparso su Highway 61 Revisited sarebbe stato impossibile, e dandoci una canzone praticamente rinnovata, un capolavoro che assume un aspetto inedito ma non per questo meno stimolante. (NDM: Francesco l’aveva già tradotta nel 1974, con il medesimo titolo, per l’album Canzoni di Fabrizio De André, anche se con parole completamente diverse e molto meno aderenti all’originale) https://www.youtube.com/watch?v=KaecBjAbqlA .

Anche Come Il Giorno, cioè I Shall Be Released, era già stata incisa una volta da De Gregori (per il semi-antologico Mix), e questo arrangiamento si rifà molto di più alla versione di The Band che a quella di Dylan (anche le armonie vocali ricalcano volutamente quelle del gruppo di Robbie Robertson), ma l’accompagnamento elettrico ed il cantato teso è più in linea con l’adattamento live di The Last Waltz che con quello in studio di Music From Big Pink. Mondo Politico e Non E’ Buio Ancora vengono dal Dylan prodotto da Daniel Lanois (Political World e Not Dark Yet), e De Gregori riesce a ricreare alla perfezione le atmosfere del musicista canadese e, mentre la prima è quasi un copia-incolla (voluto, si intende), ma non è tra i miei brani preferiti da Oh, Mercy, la seconda è uno dei più bei testi dylaniani sul tempo che passa e sulla vecchiaia che avanza, e l’interpretazione del musicista romano è semplicemente toccante.

Acido Seminterrato vede il nostro cimentarsi con Subterranean Homesick Blues, cioè uno dei pezzi di Dylan che credevo più intraducibili, ma De Gregori se la cava alla grande, riuscendo anche a riproporre il suono elettrico vintage degli anni sessanta, anche se il famoso verso “You don’t need the weatherman to know which way the wind blows” tradotto con “Non ti serve un calendario per sapere qual è il mese” perde a mio parere gran parte della sua forza. Sono molto contento della presenza di Una Serie Di Sogni, dato che Series Of Dreams è nella mia Top Three personale delle canzoni di Dylan (anche qui Franceco l’aveva già tradotta per l’album Il Futuro di Mimmo Locasciulli, ma di nuovo con qualche differenza): è sempre una goduria, ma forse lo sarebbe anche se fosse cantata in giapponese (però non credo…). Tweedle Dum & Tweedle Dee (titolo originale quasi uguale, con Dum e Dee invertiti) non mi è mai piaciuta molto, ma si vede che De Gregori la pensa diversamente (e poi doveva pur prenderne una da Love And Theft), mentre Dignità, che chiude il CD, è una delle grandi canzoni di Bob (Dignity, ovviamente), cantata e suonata benissimo da Francesco e band, senza le sovraincisioni superflue di Brendan O’Brian nella versione pubblicata per prima da Dylan, sul suo terzo Greatest Hits, ed altro brillante lavoro di traduzione per un testo assolutamente non facile.

Piccola considerazione personale: è chiaro che è dura scegliere una manciata di brani dall’immenso songbook dylaniano, ma non nascondo che avrei ascoltato volentieri una versione in italiano di Positively 4th Street, forse il pezzo più velenoso della carriera di Bob (a parte il verso finale di Masters Of War), dato che al Principe la vena polemica non manca di certo. Un gran bel disco dunque, che evita l’effetto karaoke (ma con De Gregori non c’era questo pericolo), e dimostra tutto il rispetto del cantautore nostrano per il “maestro” d’oltreoceano, il quale, se verrà in possesso di una copia di Amore E Furto, non potrà che apprezzare.

Marco Verdi

Un Disco Acustico “Elettrizzante”! Duke Robillard – The Acoustic Blues & Roots Of

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Duke Robillard – The Acoustic Blues & Roots Of – Dixiefrog/Stony Plain/Ird 

Duke Robillard, senza che ce lo stiamo a ricordare tutte le volte, ma giusto per rimarcare il fatto, è uno dei principali chitarristi blues americani, in pista da una cinquantina di anni, anche se l’esordio discografico con i Roomful Of Blues risale “solo” al 1978 e quello da solista al 1984. Da allora, abbastanza regolarmente, pubblica all’incirca un album all’anno, perlopiù Blues, ma ha anche provato strade più jazzate, swing, senza dimenticare tutte le altre sue passioni musicali, che come ci ricorda lui stesso nelle note di questo nuovo album sono molteplici: ragtime, Appalachian music, country, honky tonk, folk, soul, R&B, rock and roll, musica di New Orleans, tutti elementi che è possibile rilevare nei suoi album passati e ora anche in questo The Acoustic Blues & Roots Of, che come ci ricorda il titolo, per la prima volta esplora un suono più acustico e più raccolto. Però, essendo Robillard quello che è, non siamo di fronte al classico disco solo chitarra acustica e voce. Questi elementi sono ovviamente presenti e preminenti: sin dallo strumentale per sola chitarra acustica https://www.youtube.com/watch?v=xPUpSNVykUo , una versione della celebre My Old Kentucky Home di Stephen Foster, Robillard assume uno spirito (quasi) filologico alla Ry Cooder, quello che caratterizzava i dischi del grande Ryland negli anni ’70.

Big Bill Blues è proprio un blues anni ’20 di Big Bill Broonzy, con l’acustica di Duke affiancata dal piano di Matt McCabe, dal contrabbasso di Marty Ballou e dalla batteria di Mark Teixeira. Nella successiva I Miss My Baby In My Arms, che sembra sempre un brano di quell’epoca gloriosa, ma è un brano originale di Robillard, si aggiunge per una maggiore originalità anche il clarinetto di Billy Novick, ed il risultato è delizioso, molto old fashioned https://www.youtube.com/watch?v=1rllvlPBDqA . In Jimmie’s Texas Blues dalla sua variopinta collezione di strumenti estrae anche una vecchia chitarra dei primi del ‘900 e un dobro slide per interpretare un classico del grande Jimmie Rodgers, e per l’occasione si lancia anche in quello che assicura sarà l’unico tentativo di Yodel della sua carriera. Backyard Paradise, di nuovo con Novick al clarinetto vira verso un ragtime volutamente languido, mentre Evangeline, a parte i suoi, è l’unico brano che non ha almeno una cinquantina di anni, si tratta proprio del classico scritto da Robbie Robertson, famoso anche per la interpretazione di Emmylou Harris in Last Waltz, e quale migliore occasione per Duke, che si cimenta nuovamente a dobro e chitarra, con l’aggiunta di mandolino, basso e concertina, per (ri)proporci i talenti vocali della sua pupilla Sunny Crownover, molto efficace e calata nella parte della cantante country. Per Left Handed si torna al blues puro e al gruppo unplugged di Robillard si aggiunge l’armonica di Jerry Portnoy https://www.youtube.com/watch?v=ewoir8InkNA  e nella successiva I’d Rather Drink Muddy Water, altro blues anni ’30, il nostro suona tutti gli strumenti, con l’eccezione del contrabbasso con l’archetto che si produce in un assolo particolare.

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I’m Gonna Buy Me A Dog, di nuovo con Portnoy, viene da una registrazione Live effettuata per un DVD e nel sottotitolo ironico recita (To Take The Place Of You) https://www.youtube.com/watch?v=S4u10KpoZAc .Nashville Blues dei fratelli Delmore ci introduce ai talenti di Mary Flower, ottima interprete della lap steel e vocalist di pregio in un duetto delicato https://www.youtube.com/watch?v=mIKym2h1Ozc , Saint Louis Blues è proprio il celeberrimo brano di W.C. Handy che hanno fatto tutti, da Louis Armstrong in giù, quindi il buon Duke ha pensato, perché anche non io? Fa molto jazz, ma non guasta per nulla. Come la successiva What Is It That Tastes Like Gravy, un brano di Tampa Red, che profuma di blues pre-war e come le successive Someday Baby e Take A Little Walk With Me, era apparsa come bonus track nella versione europea dell’album Blues Mood, insieme ad altre quattro già citate, per un totale di sette tracce. In mezzo c’è Let’s Turn Back The Years, un brano di Hank Williams, che con il suo arrangiamento per mandolino, dobro ed acustica alza decisamente la quota country del’album  https://www.youtube.com/watch?v=Rs8fEc7GFXw . Che si avvia alla conclusione, con una divertente Santa Claus Baby, già apparsa in un CD natalizio, e cantata dalla bravissima Maria Muldaur, seguita da un omaggio al suono di Charlie Christian con una Profoundly Blues che è l’occasione per un duetto con il grande jazzista Jay McShann al piano e per concludere una brevissima Ukulele Swing, che ci conferma che Duke Robillard è un grande virtuoso a qualsiasi strumento a corda gli capiti tra le mani. Come sapete lo preferisco elettrico, ma questo dischetto è veramente piacevolissimo!

Bruno Conti

Finalmente, Dopo 20 Anni, Il Secondo Album Di “Cover”! Shawn Colvin – Uncovered

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Shawn Colvin – Uncovered – Fantasy/Universal

Ho sempre pensato che la “cover” per un musicista possa essere una sfida pericolosa e affascinante, in quanto si prende una canzone altrui, magari un brano con cui si avverte una qualche sintonia, si smonta il più delle volte l’arrangiamento per arrivare al cuore del brano e dell’autore, e il risultato in certi casi può essere sorprendente, quasi un’altra canzone, alla quale di volta in volta l’artista dà una nuova immagine e una nuova anima. Tutto questo preambolo per dire che questa “arte” Shawn Colvin è una che la conosce bene, in quanto è stata una “cover girl” per molto tempo, durante i lunghi anni del suo apprendistato nei locali del circuito folk americano. Ora dopo più di vent’anni, e dopo aver dimostrato al mondo di avere maturato un proprio stile raffinato, torna al suo antico amore, dando seguito al precedente lodato Cover Girl del lontano ’94 con questo nuovo Uncovered , ripescando 12 canzoni di artisti del calibro di Bruce Springsteen, Tom Waits, Paul Simon, John Fogerty, Stevie Wonder, Graham Nash, Robbie Robertson e altri meno noti, un lavoro a metà strada fra la sua antica e nuova identità. Sotto la produzione del duo Steuart Smith e Stewart Lerman, la Colvin voce e chitarra acustica chiama in studio “sessionmen” di lusso perfettamente compresi nella parte, tra i quali lo stesso Steuart Smith al basso e chitarre, David Boyle alle tastiere, Milo Deering alla pedal, lap steel e mandola, Glenn Fukunaga al basso, Mike Meadows alle percussioni, e come ospiti speciali David Crosby e Marc Cohn.

Si inizia con le versioni ingentilite da arrangiamenti discreti di Tougher Than The Rest del Boss e di una dolcissima American Tune di Paul Simon https://www.youtube.com/watch?v=OA2pV_9EcTk , per poi passare alla storica Baker Street di Gerry Rafferty, dove si ascolta al controcanto la voce gentile di Crosby (ed è la prima volta che la sento senza il suono del sassofono), una Hold On di Waits (canzone scritta con la moglie Kathleen Brennan) giocata in punta di dita e cantata da Shawn alla Joni Mitchell, a cui fanno seguito una I Used To Be A King di un Graham Nash d’annata (la trovate sul bellissimo Songs For Beginners), e una sempre meravigliosa Private Universe di Neil Finn, pescata dal repertorio dei grandi Crowded House (era su Together Alone). Heaven Is Ten Zillion Light Years Away di Stevie Wonder diventa quasi irriconoscibile, tenue ma affascinante, suonata con pochi e sapienti tocchi strumentali, andando poi a rispolverare la deliziosa Gimme A Little Sign dagli anni ’60 (un pezzo soul portato al successo, anche in Italia, da Brenton Wood), con l’apporto sussurrato di Marc Cohn https://www.youtube.com/watch?v=W9qbeUwCKys , rendere omaggio al Robbie Robertson della Band con la bellissima Acadian Drifwood, dove prende forma il brano più folk del disco, cimentarsi con la celeberrima Lodi dei Creedence di John Fogerty e non sfigurare con le sue dolcezze country https://www.youtube.com/watch?v=H2CwQXxL69E , rispolverare la meravigliosa melodia di Not A Drop Of Rain di Robert Earl Keen,  per una delle letture più vicine all’originale (viene dall’album Gravitational Forces), e andare infine a chiudere con Till I Get It Right della icona country degli anni ’70 Tammy Wynette ( forse un pochino leziosa!).

Dalla prima all’ultima traccia, Uncovered è un emozionante viaggio musicale attraverso le nostre emozioni, ricordando che per questa signora che ormai viaggia verso i sessanta (peraltro portati benissimo) parlano i suoi dischi e la sua carriera, e quindi siamo di fronte ad un album per palati raffinati che, se ascoltato a lungo, vi riscalderà il cuore nel prossimo inverno!
Tino Montanari

Non Il Solito Disco Natalizio! Blue Rodeo – A Merrie Christmas To You

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Blue Rodeo – A Merrie Christmas To You – Warner Music Canada

In questo periodo dell’anno si rinnova quella simpatica usanza del disco Natalizio, anzi per le abitudini (nord)americane siamo addirittura in ritardo, spesso i cosiddetti “album stagionali” escono quando l’estate è ancora in corso, o come dicevano i Righeira (citazione colta) sta finendo. Diciamo che, mentre l’album natalizio classico è quasi sempre una raccolta di brani celebri, anche pescati dalla tradizione religiosa, quello stagionale si rivolge più a canzoni, magari originali, scritte per l’occasione, che trattano di argomenti relativi al periodo invernale e non solo alle feste, ma è un sottile distinguo. Il CD di cui stiamo per parlare, questo A Merrie Christmas To You dei Blue Rodeo, direi che, nonostante il titolo, si colloca più nel filone dei dischi stagionali: sono dieci brani, due originali, scritti dalla inossidabile coppia Jim Cuddy/Greg Keelor, un traditional come O Come All Ye The Faithful, un super classico come Have Yourself A Merry Little Christmas, e sei cover di brani intonati al periodo, ma che sono anche l’occasione per la band canadese di rivisitare il songbook di alcuni grandi autori, Alex Chilton, Merle Haggard, Joni Mitchell, Paul Simon, Gordon Lightfoot e Robbie Robertson.

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E anche se io sono di parte, perché considero il gruppo canadese uno dei migliori gruppi sulla faccia del pianeta terra http://discoclub.myblog.it/2013/11/14/festeggiano-25-anni-e-spiccioli-di-carriera-con-un-grande-di/ , mi sembra che la missione di fare un bel disco di Natale per il 2014 (e per gli anni a venire) sia perfettamente riuscita. I Blue Rodeo, per chi scrive, sono sempre stati il vero anello mancante, tra i Buffalo Springfield, la West Coast e il country-rock, e il cosiddetto insurgent o alt-country di Uncle Tupelo, poi dei primi Wilco e Son Volt, i Jayhawks, e altri gruppi che nell’ultima decade del secolo scorso hanno tenuto alta la bandiera di questo movimento. Cuddy, Keelor e soci, sono venuti prima, unendo quel meraviglioso gusto della melodia mista al rock del connazionale Neil Young, e degli americani Stephen Stills e Richie Furay, poi anche nei Poco, con la grande tradizione della Band, per l’uso delle tastiere, e gli intrecci vocali mozzafiato presi sia dal country, quanto dalla West Coast music, come dai dischi dei Beatles, soprattutto lato McCartney. Tutti elementi che sono presenti anche in A Merrie Christmas To You, magari l’uso dei cori è meno accentuato,ma sempre presente, soprattutto nelle prime canzoni, dove le voci di Jim Cuddy e Greg Keelor operano più da cantanti solisti, ma è un piccolo appunto che poi si appiana nella seconda parte del CD.

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L’apertura è affidata alla bellissima canzone di Alex Chilton,Jesus Christ was born today, Jesus Christ was born”, con chitarre tintinnanti e cristalline e la voce di Keelor in evidenza https://www.youtube.com/watch?v=ZmBSFBLebiE , che lascia posto a quella di Cuddy per una deliziosa rilettura, nel solco della più pura tradizione natalizia di Have Yourself A Merry Little Christmas, con pedal steel e tastiere in bella evidenza https://www.youtube.com/watch?v=NzbGCAYrn0k e il nostro Jim che la propone quasi fosse un devoto del Paul McCartney più melodico (quale credo sia) con tanto di classici wooo wooo beatlesiani, molto piacevoli. Ancora pedal steel e organo sugli studi, ma in ritmi di puro country per una bellissima versione di If We Make It Through December, dal repertorio di Merle Haggard, cantata in solitario da Greg Keelor. Poi è il turno di una delle canzoni più belle di tutti i tempi che parlano del periodo di Natale (e non solo), River di Joni Mitchell, cantata stupendamente da Jim Cuddy, con piano, organo, pedal steel e le chitarre che si amalgano alla perfezione in un tutt’uno veramente emozionante, grande versione, con alcuni falsetti da brivido. O Come All Ye The Faithful, il brano tradizionale, è fatto come se fosse una canzone dei Fairport Convention, con l’organo al posto del violino, ma la stessa grinta del miglior folk-rock della band britannica https://www.youtube.com/watch?v=Kf312WUMCrs .

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Getting Ready For Christmas Day non la ricordavo tra i brani di Paul Simon, ma in effetti si trova sull’ultimo So beautiful or so what, versione molto à la Graceland, pimpante e ritmata, con un piano elettrico a menare le danze (l’ottimo Michael Boguski, peraltro grande protagonista in tutto al disco alle tastiere) che ricorda molto anche il sound di Get Back https://www.youtube.com/watch?v=1BCkg5z2QPg , ben supportato da, chitarra elettrica organo e mandolino (Bob Egan, nel resto dell’album alla pedal steel) a seguire i due brani nuovi, Glad To Be Alive e Home To You This Christmas, https://www.youtube.com/watch?v=IVVo0YlvftA  classici esempi di Blue Rodeo sound, melodie avvolgenti, grandi armonie vocali, chitarre spiegate, le immancabili tastiere, bellissime entrambe, come pure la cover, molto raccolta, di un pezzo del grande Gordon Lightfoot, Song For A Winter’s Night e la conclusione, per chiudere il cerchio, con la trascinante Christmas Must Be Tonight, scritta da Robbie Robertson per Islands, l’ultimo album della Band Mark I, ed eseguito dai Blue Rodeo, che in Canada ne vengono considerati gli eredi, in modo eccellente https://www.youtube.com/watch?v=O3TBdry3btQ . Come tutto l’album d’altronde, non solo un bel album natalizio, ma anche, volendo!

Bruno Conti

P.s Il CD è solo di import canadese, quindi non si trova facilmente!