Cofanetti Autunno-Inverno 12. Quando Robbie Robertson Scriveva Grandi Canzoni…E Le Faceva Cantare Agli Altri! The Band – The Band 50th Anniversary

The Band The Band 50th anniversary edition

The Band – The Band 50th Anniversary – Capitol/Universal Deluxe 2CD – Super Deluxe 2CD/2LP/BluRay/45rpm Box Set

Il titolo del post odierno è volutamente riferito alla carriera solista di Robbie Robertson ed in particolare al suo recente album Sinematic, nel quale il songwriter canadese ha dimostrato di avere praticamente esaurito la sua vena artistica ed anche la poca voce che aveva https://discoclub.myblog.it/2019/10/01/non-e-un-brutto-disco-ma-nemmeno-bello-robbie-robertson-sinematic/ . Ma c’è stato un tempo, tra il 1968 ed il 1970, in cui Robbie era probabilmente il miglior autore di canzoni al mondo e non aveva bisogno di usare la sua non imperdibile voce per farle ascoltare in quanto era a capo di quel meraviglioso gruppo denominato The Band. Già noti nell’ambiente per aver suonato prima con Ronnie Hawkins e soprattutto con Bob Dylan nel famoso tour del 1966 quando ancora si chiamavano The Hawks, i nostri avevano esordito nel 1968 con il celeberrimo Music From Big Pink, un capolavoro in tutto e per tutto ed uno degli album più influenti negli anni a venire https://discoclub.myblog.it/2018/07/04/grandissimo-disco-ma-questa-edizione-super-deluxe-piu-che-essere-inutile-sfiora-la-truffa-the-band-music-from-big-pink-in-uscita-il-31-agosto/ , capace di colpire a tal punto un giovane Eric Clapton da convincerlo a mettere da parte il tanto amato rock-blues, lasciare i Cream ed iniziare la carriera solista. Dare seguito ad un capolavoro non è mai semplice, ma la Band con l’omonimo The Band del 1969 (detto anche The Brown Album per il colore della copertina) riuscì a fare addirittura meglio, mettendo a punto un lavoro che oggi è giustamente considerato come una pietra miliare del rock mondiale ed uno dei classici dischi da isola deserta.

Ai giorni nostri è quasi un’abitudine avere a che fare con album del genere cosiddetto Americana con all’interno brani che mescolano stili diversi, ma dobbiamo pensare che a fine anni sessanta un certo tipo di sonorità in pratica non esisteva, e la Band fu tra le prime e più importanti realtà a fondere con la massima naturalezza rock, country, folk, blues, errebi, soul, ragtime, bluegrass, gospel e chi più ne ha più ne metta, creando un suono “ibrido” che ancora oggi viene citato come ispirazione fondamentale da intere generazioni di musicisti. Anche i testi delle canzoni erano in aperto contrasto con quanto andava di moda allora (non dimentichiamo che eravamo nel pieno della Summer Of Love), trattando di argomenti poco “cool” come storie di frontiera, la guerra di secessione, i grandi luoghi geografici degli Stati Uniti, o anche della vita rurale di tutti i giorni nelle piccole realtà di provincia da parte di comunità con forti valori religiosi: lo stesso look del gruppo ricordava una piccola congrega di Amish dei primi del novecento. E poi ovviamente c’erano i membri del quintetto, tutti quanti musicisti di primissimo piano: Robertson oltre ad un grande autore era (è) anche un chitarrista coi fiocchi, i tre cantanti Levon Helm, Richard Manuel e Rick Danko, oltre ad essere capaci di splendide armonie erano anche validissimi polistrumentisti, mentre Garth Hudson è sempre stato una sorta di direttore musicale e leader silenzioso, abile com’era nel suonare qualsiasi cosa gli passasse davanti.

The Band (registrato a Los Angeles e co-prodotto da John Simon, quasi un sesto membro del gruppo) è quindi un album in cui si sfiora la perfezione come raramente è successo altrove, ed è anche il primo lavoro dei nostri con solo materiale originale: se Music From Big Pink aveva come brano portante un capolavoro come The Weight, qui troviamo altri due classici che non sono certo da meno, ovvero le straordinarie The Night They Drove Old Dixie Down e Up On Cripple Creek (entrambe cantate da Helm), due canzoni che la maggior parte degli artisti non scrive in un’intera carriera. Ma il disco è anche (molto) altro, come la saltellante apertura con il notevole errebi Across The Great Divide, il trascinante cajun-rock Rag Mama Rag, la ballata rurale in odore di ragtime When You Awake, la toccante soul ballad Whispering Pines, caratterizzata dalla voce vellutata di Manuel, il rock’n’roll da festa campestre Jemima Surrender. E ancora la folk song modello Grande Depressione Rockin’ Chair, il boogie alla Professor Longhair Look Out Cleveland, il rock-got-country-got soul Jawbone, la lenta e pianistica The Unfaithful Servant, un piccolo capolavoro di equilibrio tra roots e dixieland, e l’elettrica e funkeggiante King Harvest (Has Surely Come). Per il cinquantesimo anniversario di questo album fondamentale la Capitol lo ha ripubblicato con un nuovo mix di Bob Clearmountain ed il remastering a cura di Bob Ludwig, arricchendo il tutto con diverse bonus tracks interessanti.

Il cofanetto comprende due CD, due LP, un 45 giri con Rag Mama Rag e The Unfaithful Servant, un BluRay audio con le configurazioni in surround 5.1 ed in alta risoluzione del disco originale oltre al solito bel libro con un saggio del noto giornalista rock Anthony DeCurtis (niente parentela con il nostro Totò) e varie foto rare. Un’edizione molto migliore di quella dello scorso anno riferita a Music From Big Pink, che offriva ancora meno a livello di bonus della ristampa del 2000: mi sento però di affermare che è sufficiente la versione in doppio CD, dato che per un costo decisamente inferiore (è anche a prezzo speciale) avete esattamente gli stessi contenuti musicali del box. Nel primo dischetto oltre ovviamente alle dodici canzoni originali abbiamo sei bonus tracks inedite: si inizia con una prima versione di Up On Cripple Creek non molto diversa da quella pubblicata, due takes alternate di Rag Mama Rag, più lenta e countreggiante e col piano grande protagonista, e di The Unfaithful Servant, meno rifinita ma già bellissima. Seguono due interessanti mix strumentali di Look Out Cleveland ed ancora Up On Cripple Creek ed una eccellente Rockin’ Chair acustica con le voci all’unisono. Il secondo CD ripropone le sette tracce aggiunte nell’edizione del 2000, cioè l’ottima rock song Get Up Jake, una outtake che aveva tutti i requisiti per finire sull’album, due mix alternativi di Rag Mama Rag e The Night They Drove Old Dixie Down (il primo dei quali con una traccia vocale diversa), e quattro versioni differenti di Up On Cripple Creek, Whispering Pines, Jemima Surrender (questa anche più coinvolgente di quella pubblicata nel 1969) e King Harvest (Has Surely Come).

Ma la chicca del secondo CD è l’esibizione completa del quintetto durante il terzo giorno del Festival di Woodstock nell’Agosto dello stesso anno, uno show che non presentava alcun riferimento al loro secondo album che sarebbe uscito poco più di un mese dopo. Un vero must, anche perché in tutti questi anni non era mai trapelato nulla di ufficiale da questa performance, a meno che come il sottoscritto non possediate una delle 1969 copie del cofanetto di 38 CD Back To The Garden. A tal proposito, invece di ri-recensire il concerto della Band, ripropongo qui di seguito quanto scritto lo scorso Settembre nel mio post a puntate sul megabox: The Band. A mio parere la chicca assoluta del box, dato che per 50 anni non era mai uscita neppure una canzone dal set del gruppo canadese. Ed il quintetto di Robbie Robertson non delude le aspettative, producendo un concerto in cui fa uscire al meglio il suo tipico sound da rock band pastorale del profondo Sud; solo tre brani originali (l’iniziale Chest Fever, la meno nota We Can Talk ed il capolavoro The Weight), un paio di pezzi di derivazione soul (Don’t Do It e Loving You Is Sweeter Than Ever), altrettanti standard (Long Black Veil e Ain’t No More Cane, entrambe splendide) e ben quattro canzoni di Dylan (Tears Of Rage, emozionante, This Wheel’s On Fire, Don’t Ya Tell Henry e I Shall Be Released, che diventa quindi l’unico brano ripreso nei tre giorni da tre acts diversi). Gran concerto, e d’altronde i nostri, oltre ad essere di casa a Woodstock, erano nel loro miglior periodo di sempre.

Una ristampa quindi imperdibile di un album già leggendario di suo (e, come ho già scritto, potete accontentarvi del doppio CD): se dovessi stilare una Top 10 dei migliori dischi di tutti i tempi, i prescelti per tale classifica potrebbero variare nel tempo a seconda del mio stato d’animo o di altri fattori, ma credo che uno spazio per The Band lo troverei sempre.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 27. The Band: Quest’Anno Una Ristampa Più Interessante E Sostanziosa Per Il 50° Anniversario Del Secondo Album, Esce il 15 Novembre

The Band The Band 50th anniversary edition

The Band – The Band – 50th Anniversary Super Deluxe Edition) 2xCD/1xBD/2xLP/1×7″ box set – 2 CD – 2 LP Capitol/universal – 15-11-2019

Lo scorso anno era uscita la ristampa del primo album della Band Music From Big Pink, un disco splendido,  ma come potete leggere qui https://discoclub.myblog.it/2018/07/04/grandissimo-disco-ma-questa-edizione-super-deluxe-piu-che-essere-inutile-sfiora-la-truffa-the-band-music-from-big-pink-in-uscita-il-31-agosto/ , si era trattato, per usare un eufemismo, di un cofanetto poco interessante e molto costoso. Quest’anno tocca al secondo album del gruppo di Robbie Robertson Levon Helm (e di Rick Danko, Richard Manuel Garth Hudson), un disco forse ancora più bello del precedente, e anche se non mancherà il solito cofanetto Super Deluxe, che vedete qui sopra, con 2 CD, 2 Vinili, Blu-Ray Audio con versioni Dolby 5.1 surround, un 45 giri, un libro rilegato e alcune stampe, ovviamente molto costoso, incredibilmente, per l’occasione, uscirà anche una versione in 2 CD che raccoglie tutto il materiale audio, che contrariamente allo scorso anno è ricco di materiale inedito.

the band the band 2 CD

Intanto nel primo CD ( o nel doppio vinile) c’è un nuovo mix 2019 dell’album originale, curato da Bob Clearmountain, uno dei grandi specialisti del settore, poi ci sono 6 bonus tracks extra, diverse da quelle della edizione del 2000, che comunque sono riportate tutte otto alla fine del secondo CD, insieme alla esibizione completa della Band al Festival di Woodstock, che se non avete acquistato una delle 1969 copie del recente https://discoclub.myblog.it/2019/09/04/una-splendida-full-immersion-nella-leggenda-3-giorni-di-pace-e-musica-woodstock-back-to-the-garden-the-definitive-50th-anniversary-archive-giorno-3/ , non è disponibile in altro modo. La versione doppia costerà indicativamente intorno ai 20 euro, mentre per il cofanetto credo che ci vorranno un centinaio di euro.In ogni caso ecco il contenuto completo dettagliato delle varie edizioni.

Disc 1 (CD)

The Band new stereo mix

1. Across The Great Divide
2. Rag Mama Rag
3. The Night They Drove Old Dixie Down
4. When You Awake
5. Up On Cripple Creek
6. Whispering Pines
7. Jemima Surrender
8. Rockin’ Chair
9. Look Out Cleveland
10. Jawbone
11. The Unfaithful Servant
12. King Harvest (Has Surely Come)

Bonus tracks

13. Up On Cripple Creek (Earlier Take) *
14. Rag Mama Rag (Alternate Version) *
15. The Unfaithful Servant (Alternate Version) *
16. Look Out Cleveland (Instrumental Mix) *
17. Rockin’ Chair (A Cappella / Stripped Down) *
18. Up On Cripple Creek (Instrumental Mix) *

Disc 2 (CD)

Live At Woodstock (1969)

1. Chest Fever
2. Tears Of Rage
3. We Can Talk
4. Don’t Ya Tell Henry
5. Baby Don’t You Do It
6. Ain’t No More Cane On The Brazos
7. Long Black Veil
8. This Wheel’s On Fire
9. I Shall Be Released
10. The Weight
11. Loving You Is Sweeter Than Ever

Studio Bonus Tracks (from 2000 reissue)

12. Get Up Jake (Outtake – Stereo Mix)
13. Rag Mama Rag (Alternate Vocal Take – Rough Mix)
14. The Night They Drove Old Dixie Down (Alternate Mix)
15. Up On Cripple Creek (Alternate Take)
16. Whispering Pines (Alternate Take)
17. Jemima Surrender (Alternate Take)
18. King Harvest (Has Surely Come) (Alternate Performance)

Disc 3 (Blu-ray audio)

1. Across The Great Divide (Stereo and 5.1 Surround)
2. Rag Mama Rag (Stereo and 5.1 Surround)
3. The Night They Drove Old Dixie Down (Stereo and 5.1 Surround)
4. When You Awake (Stereo and 5.1 Surround)
5. Up On Cripple Creek (Stereo and 5.1 Surround)
6. Whispering Pines (Stereo and 5.1 Surround)
7. Jemima Surrender (Stereo and 5.1 Surround)
8. Rockin’ Chair (Stereo and 5.1 Surround)
9. Look Out Cleveland (Stereo and 5.1 Surround)
10. Jawbone (Stereo and 5.1 Surround)
11. The Unfaithful Servant (Stereo and 5.1 Surround)
12. King Harvest (Has Surely Come) (Stereo and 5.1 Surround)

Bonus Tracks

13. Up On Cripple Creek (Earlier Version) (Stereo and 5.1 Surround)
14. Rag Mama Rag (Alternate Version) (Stereo and 5.1 Surround)
15. The Unfaithful Servant Alternate Version) (Stereo and 5.1 Surround)
16. Look Out Cleveland (Instrumental Mix) (Stereo and 5.1 Surround)
17. Rockin’ Chair (A Cappella / Stripped Down) (Stereo and 5.1 Surround)
18. Up On Cripple Creek (Instrumental Mix) (Stereo and 5.1 Surround)

Disc 4 (The Band vinyl LP) The Band new stereo mix

Side A
1. Across The Great Divide
2. Rag Mama Rag
3. The Night They Drove Old Dixie Down

Side B
4. When You Awake
5. Up On Cripple Creek
6. Whispering Pines

Disc 5 (The Band vinyl LP) The Band new stereo mix

Side A

1. Jemima Surrender
2. Rockin’ Chair
3. Look Out Cleveland [Side A]

Side B

4. Jawbone
5. The Unfaithful Servant
6. King Harvest (Has Surely Come)

Disc: 6 (seven-inch single)

1. Rag Mama Rag (Side A, Original 1969 7″ Capitol Single)
2. The Unfaithful Servant (Side B, Original 1969 7″ Capitol Single)

Assolutamente da non mancare, magari la versione doppia, visto che se non siete accaniti collezionisti oppure molto facoltosi, questa volta si può scegliere.

Bruno Conti

Non E’ Un Brutto Disco, Ma Nemmeno Bello! Robbie Robertson – Sinematic

robbie robertson sinematic

Robbie Robertson – Sinematic – Universal CD

Robbie Robertson, ex leader e principale compositore di The Band (ma che ve lo dico a fa?), ha sempre avuto una passione per le colonne sonore, e da quando ha messo in pensione il suo vecchio gruppo è sempre stato più impegnato a produrre soundtracks che album di canzoni come solista. Eppure da lui sarebbe stato lecito aspettarsi ben altro, dato che stiamo parlando di uno (almeno per il sottoscritto) dei più grandi songwriters di tutti i tempi, titolo guadagnato durante i dieci anni di storia discografica della Band: ma da quando i cinque si sono detti addio all’indomani del mitico concerto The Last Waltz, pare che Robbie abbia voluto in maniera insistita prendere le distanze da loro, e non solo per i cattivi rapporti con Levon Helm. Se era prevedibile il non partecipare alle successive reunion del gruppo, era un po’ meno scontato non riprenderne più il caratteristico sound negli album pubblicati da solista: Robbie Robertson, seppur ottimo, sembrava un disco degli U2 (presenti tra l’altro in session, e poi il produttore era Daniel Lanois), il raffinato Storyville era molto influenzato dal suono di New Orleans, mentre i seguenti Music For The Native Americans e Contact From The Underworld Of Redboy (bello il primo, poco riuscito il secondo) erano due dischi che trattavano il tema appunto dei Nativi Americani (Robbie lo è da parte di madre) con sonorità abbastanza moderne e, nel secondo caso, spiazzanti.

Solo nell’ultimo How To Become Clairvoyant (2011) c’era qualche pezzo che ravvivava la vecchia fiamma della Band https://discoclub.myblog.it/2011/04/07/purtroppo-no-robbie-robertson-how-to-become-clairvoyant/ , ed il disco infatti mi era piaciuto anche più di Music For The Native Americans che aveva ricevuto critiche migliori: quando ho letto che a distanza di ben otto anni da Clairvoyant Robertson stava per pubblicare finalmente un nuovo disco, ho avuto un moto di soddisfazione, che purtroppo non ha avuto seguito una volta ultimato l’ascolto. Con Sinematic (ispirato da due colonne sonore alle quali ha lavorato di recente: il documentario sulla Band Once Were Brothers, in cui finalmente fa pace col suo passato, e l’ultimo film di Martin Scorsese The Irishman) Robbie ha infatti nuovamente evitato di dare al pubblico quello che si aspettava, mettendo insieme una serie di canzoni dal suono decisamente moderno e con soluzioni sonore che mi hanno fatto storcere il naso più di una volta. Va bene che il nostro non si è mai adagiato sugli allori e si è sempre messo in discussione, ma a questo punto mi vengono dei dubbi sul fatto di essere di fronte allo stesso cantautore che cinquant’anni fa faceva vibrare il mondo con canzoni del calibro di The Weight, Up On Cripple Creek e The Night They Drove Old Dixie Down.

In Sinematic ci sono anche delle ottime cose, alternate però a canzoni secondo me non degne del lignaggio musicale di Robertson, e con l’aggravante del fatto che viene spesso premuto l’acceleratore su sonorità troppo moderne, che spersonalizzano un po’ troppo i brani. Manca anche all’interno del lavoro uno stile ben preciso, con alcuni momenti anche parecchio cupi, e poi la voce di Robbie non aiuta di certo le canzoni a risollevarsi ma al contrario rischia di affossarle ancora di più (se nella Band non cantava praticamente mai un motivo ci sarà stato). All’interno del disco ci sono dei musicisti di ottimo pedigree (Glen Hansard, Derek Trucks, Doyle Bramhall II, Jim Keltner, Pino Palladino), ma anche nomi che non vorrei leggere su un album di Robbie, primo tra tutti il produttore hip-hop Howie B, che collabora con il nostro in diverse tracce. L’album (che esce in una bella confezione in digipak con immagini di dipinti dello stesso Robertson) parte comunque alla grande con I Hear You Paint Houses, un soul-errebi bello ed orecchiabile, dal suono moderatamente moderno ed in cui Robbie mostra di essere ancora un eccellente chitarrista, canzone impreziosita ulteriormente dalla partecipazione in duetto del grande Van Morrison (tra i due c’è sempre stata grande stima), anche se il confronto delle due voci è impietoso. Anche meglio Once Were Brothers, una fluida ballata che è anche il tema principale del documentario su The Band, ed è appunto il pezzo che più si avvicina allo stile del suo ex gruppo (immaginatela cantata da Richard Manuel): qui le sonorità moderne sono usate con intelligenza e poi la melodia è molto bella.

Dead End Kid, che vede Hansard alle armonie vocali, è una rock song piuttosto scura ma comunque dotata di un motivo diretto e di un buon tiro chitarristico, e non mi dispiace neppure Hardwired, che pur non essendo un capolavoro è suonata con grinta e si mantiene in ambito rock, anche se il sound è un filo troppo “attuale”. Walk In Beauty Way è una suadente ballata d’atmosfera cantata in duetto con la voce seducente di Laura Satterfield, un brano forse buono da mettere come sottofondo ad una serata alla “50 sfumature (il colore mettetelo voi)”, ma che in un disco di Robertson ci sta come i cavoli a merenda https://www.youtube.com/watch?v=CefxAi1lqAQ . Let Love Reign è un discreto pop-rock dal ritmo sostenuto e con un ritornello accattivante, anche se forse servirebbe un altro cantante, Shanghai Blues non è per niente blues bensì trattasi di un altro lento mellifluo e cupo, più parlato che cantato, mentre Wandering Souls è uno strumentale soffuso che vede Robbie esibirsi in trio chitarra-basso-batteria, con esiti tutto sommato discreti anche se il brano in sé non è nulla di trascendentale. Street Serenade è un lento un po’ banale, ed è strano che uno del livello di Robertson scriva canzoni banali (e l’arrangiamento da pop ballad radiofonica non lo aiuta https://www.youtube.com/watch?v=EYgSXnssjNA ): sembra Eric Clapton quando non azzeccava un disco neanche per sbaglio, periodo PilgrimReptileBack Home. The Shadow è semplicemente brutta, e con un suono orribilmente tecnologico (perché, Robbie?) https://www.youtube.com/watch?v=m3weRjSlEWs , ed anche la tetra Beautiful Madness non fa molto per migliorare le cose. Il CD (58 minuti, forse troppo lungo) si chiude per fortuna in crescendo con la cadenzata Praying For Rain, una buona soul ballad moderna dal motivo fluido e con i suoni finalmente “giusti”, e con Remembrance, un lungo strumentale ancora d’atmosfera ma di ottimo livello, tutto giocato sugli incroci di chitarra tra Robertson, Trucks e Bramhall.

Da alcuni commenti letti in rete temevo che Sinematic fosse persino peggio, ma da uno con il passato di Robbie Robertson sarebbe d’uopo aspettarsi molto di più, specie dopo otto anni di silenzio.

Marco Verdi

Un Concerto Strepitoso E Di Grande Valore Storico. Bob Dylan – Hollywood Bowl ‘65

bob dylan hollywood bowl 65

Bob Dylan – Hollywood Bowl ’65 – Rox Vox CD

Se la celeberrima tournée del 1966 di Bob Dylan non ha ormai più segreti grazie al box The 1966 Live Recordings pubblicato nel 2016 https://discoclub.myblog.it/2016/11/27/supplemento-della-domenica-forse-il-tour-piu-importante-sempre-volta-prezzo-contenuto-bob-dylan-the-complete-1966-live-recordings/ , molto più avvolta nel mistero è la seconda parte del tour svoltosi nel 1965, che si tenne in America tra la fine di Agosto e Dicembre e che vedeva alle spalle del leader una vera rock band, per la prima volta dopo la leggendaria apparizione al Festival di Newport dello stesso anno (mentre nella prima parte del ‘65 il tour, svoltosi nel Regno Unito, era stato solo acustico nonché documentato nel famoso film Don’t Look Back). I pochi bootleg in circolazione che si occupavano di quegli show erano perlopiù di infima qualità, ed anche il download omaggio offerto agli acquirenti della versione Super Deluxe del dodicesimo volume delle Bootleg Series, The Cutting Edge, non era di livello molto migliore. E’ quindi con grande sorpresa e soddisfazione che posso affermare che questo Hollywood Bowl ’65 (uno dei soliti bootleg di produzione inglese spacciati per album semi-legali) è invece inciso in maniera eccellente, ancor di più se pensiamo che all’epoca le tecniche di registrazione non erano certo all’avanguardia.

Ma la cosa che più ci interessa è la performance di Dylan, che è altrettanto splendida: Bob solo pochi mesi prima del tour del 1966 sembra quasi un’altra persona, rilassato, spiritoso e ben disposto verso il pubblico che, bisogna dirlo, accetta di buon grado la parte elettrica del concerto senza protestare come avverrà in Inghilterra l’anno seguente (ma anche in alcune date americane a seguire). La cosa si riflette chiaramente sul nostro che è molto meno teso e di conseguenza meno arrabbiato (e forse anche un po’ meno sotto l’effetto di anfetamine), e quindi anche la parte elettrica è molto più musicale e meno “fuckin’ loud” di quelle del 1966. Il CD inoltre ha una confezione quasi comparabile ai dischi ufficiali, in digipak e con un libretto interno corredato da diverse foto e la riproduzione di un articolo dell’epoca del Los Angeles Times. La serata in questione è quella del 3 Settembre, e vede Bob esibirsi nella prima parte in perfetta solitudine, solo con chitarra acustica ed armonica come era sempre stato fino a quel momento. Sette canzoni, tutti classici uno più bello dell’altro, partendo da She Belongs To Me e passando da To Ramona (versione ispiratissima), Gates Of Eden, It’s All Over Now, Baby Blue, una Desolation Row già intensa ed emozionante (l’album Highway 61 Revisited era uscito da appena quattro giorni), per finire con due splendide e cristalline Love Minus Zero/No Limit e Mr. Tambourine Man, quest’ultima troncata durante l’ultimo assolo di armonica per un difetto del nastro originale.

Nella seconda parte (dalla quale purtroppo mancano Tombstone Blues e It Ain’t Me, Babe) Bob viene dunque raggiunto da una band che è un misto tra i sessionmen di Highway 61 Revisited (Al Kooper all’organo, e si sente, e Harvey Brooks al basso) e gli Hawks, cioè i futuri The Band, che accompagneranno il nostro l’anno seguente (Robbie Robertson alla chitarra e Levon Helm, che però nel ’66 non ci sarà sostituito da Mickey Jones, alla batteria). I Don’t Believe You è molto più folk-rock e più pacata di quelle delle future setlist britanniche, con Bob che canta i versi invece di urlarli nel microfono, mentre Just Like Tom Thumb’s Blues non è molto diversa da quella in studio, una rilettura fluida e distesa. La chicca del CD è però senza dubbio From A Buick 6, rock-blues adrenalinico che, nonostante la buona riuscita (assolo chitarristico compreso), non verrà mai più ripreso da Dylan in carriera, neppure nel resto di questo tour, diventando così con sole due performance totali uno dei suoi brani più rari dal vivo (a parte la moltitudine di pezzi che non ha proprio mai suonato). Lo show si conclude con Maggie’s Farm, puro rock’n’roll con ottimo background di organo e chitarra, la già maestosa e luciferina Ballad Of A Thin Man ed il gran finale con Like A Rolling Stone, una versione davvero spettacolare con Dylan rigorosissimo al canto come non lo avevo mai sentito, ed un accompagnamento formidabile da parte della band (d’altronde avere Kooper, cioè l’uomo che aveva inventato il famoso riff di organo del brano aiuta non poco).

Un pezzo che da solo vale il CD, che comunque ha diversi altri punti a favore: performance scintillante, incisione quasi professionale e, non ultimo, un costo decisamente contenuto.

Marco Verdi

Grandissimo Disco, Ma Questa Edizione Super Deluxe Più Che Essere Inutile Sfiora La Truffa! The Band – Music From Big Pink In Uscita Il 31 Agosto

band music from big pink

The Band – Music From Big Pink – Capitol – CD – Blu-ray Audio – 2 LP – 45 giri – libro e foto varie – 31/08/2018

Continuano a susseguirsi gli anniversari di gruppi e dischi importanti che hanno fatto la storia della musica rock, e considerando che si tratta di avvenimenti avvenuti nel 1968, che è stato uno degli anni più fecondi nella storia della nostra musica si tenderebbe a sperare in ristampe si “importanti”, ma anche ricche di materiale raro o inedito, e se fosse possibile magari anche a prezzi abbordabili. Il recente doppio CD di Graham Nash Over The Years ne è un buon esempio, mentre questo cofanetto di Music From Big Pink è l’esatto opposto: confezione molto bella, ma ad un prezzo assurdo (negli USA 125 dollari, in Europa indicativamente costerà tra i 90 e i 100 euro), 1 CD, 1 Blu-ray Audio, 2 vinili, un 45 giri per collezionisti con The Weight b/w I Shall Be Released e un bel librone). Però a parte il CD e il doppio vinile non è possibile acquistarli separatamente, per avere il tutto bisogna comprare il box.

band music from big pink cd singolo

Perché nel titolo dico che si sfiora la truffa, o la circonvenzione di incapaci? Pensate ad un album che a mio modesto parere (insieme con il successivo The Band, forse ancora più bello), rientra di diritto diciamo tra i 20 migliori dischi di sempre (oltre a contenere, insieme ad altre, una delle più belle canzoni di sempre come The Weight), e quindi non è la prima volta che viene ristampato. Però l’edizione rimasterizzata a 24 bit uscita nel 2000 è tuttora in catalogo, ad un prezzo al pubblico nettamente inferiore ai 10 euro, con un totale di 20 brani contenuti nel CD, gli undici del disco originale del 1968 e nove tracce inedite. Per la nuova edizione, che vedete qui sopra, avranno almeno mantenuto lo stesso contenuto o addirittura lo avranno migliorato? Ma manco per niente: in effetti è stata aggiunta una versione alternata A Cappella di I Shall Be Released e quello che viene definito “studio chatter”, ovvero i componenti della Band che chiacchierano in studio, però i brani totali sono diventati 17, quindi rispetto al CD del 2000 ne mancano quattro. Dei veri geni! Però c’è un nuovo stereo mix del 2018 curato da Bob Clearmountain: ah beh allora.

Comunque per chi dovesse essere interessato (e temo si tratti solo di collezionisti compulsivi facoltosi, o audiofili incalliti), qui sotto trovate la tracklist completa dei vari formati:

[CD: 2018 stereo mix]
1. Tears Of Rage
2. To Kingdom Come
3. In A Station
4. Caledonia Mission
5. The Weight
6. We Can Talk
7. Long Black Veil
8. Chest Fever
9. Lonesome Suzie
10. This Wheel’s On Fire
11. I Shall Be Released
Bonus Tracks:
12. Yazoo Street Scandal (Outtake)
13. Tears Of Rage (Alternate Take)
14. Long Distance Operator (Outtake)
15. Lonesome Suzie (Alternate Take)
16. Key To The Highway (Outtake)
17. I Shall Be Released (A Cappella)

[Blu-ray Audio]
Tracklist above in new 5.1 surround mix + 96kHz/24bit high resolution stereo (exclusive to the box set)

[LP1: 2018 stereo mix]
1. Tears Of Rage
2. To Kingdom Come
3. In A Station
4. Caledonia Mission
5. The Weight

[LP2: 2018 stereo mix]
1. We Can Talk
2. Long Black Veil
3. Chest Fever
4. Lonesome Suzie
5. This Wheel’s On Fire
6. The Weight

[7″ Single]
1. The Weight
2. I Shall Be Released

Appurato che le case discografiche (e spesso anche i musicisti, perché pare che dietro questa operazione ci sia Robbie Robertson, o forse il suo management) non finiscono mai di stupirci, se per caso questo capolavoro manca comunque dalla vostra discoteca fateci un pensierino, magari anche nella versione “normale”. Copertina di Bob Dylan.

Bruno Conti

Nella Vecchia Fattoria…! Over The Rhine – Live From The Edge Of The World

over the rhine live from the edge of the world

Over The Rhine – Live From The Edge Of The World – Great Speckled Bird – 2 CD Limited Edition

Fin dalla prima volta che li ho visti dal vivo, e precisamente a Chiari (BS), se non ricordo male nel lontano 2001, ho subito pensato che c’era più di una ragione che accomunava gli Over The Rhine ai Cowboy Junkies: ballate lente, malinconiche, costruite su un gioco di coppia complice e silenzioso che, oggi come ieri, sono unicamente nelle corde di due personaggi dalle chiarissime idee musicali, come la brava cantante Karin Bergquist e il bravissimo polistrumentista Linford Detweiler (coppia in arte come pure nella vita), con la differenza che il suono dei primi è fondato sulla voce di Karin e le tastiere di Linford, (più folk), mentre quello dei secondi gira attorno ai fratelli Timmins, la bella Margo e Michael, rispettivamente voce e chitarre (più blues). Gli Over The Rhine sono attivi dall’inizio del ’91, e fino ai giorni nostri hanno prodotto qualcosa come 22 album, di cui sei dal vivo e tre raccolte, tutti lavori che a livello artistico hanno tracciato una parabola in costante ascesa (con una menzione particolare per il doppio Ohio (03), fino ad arrivare ai più recenti The Long Surrender (11) e Meet Me At The Edge Of The World (13), recensiti puntualmente su queste pagine dall’amico Bruno http://discoclub.myblog.it/2013/08/29/a-prescindere-dal-genere-gran-disco-over-the-rhine-meet-me-a/ . Per festeggiare i venticinque anni del loro sodalizio, la bionda Karin e il marito Linford hanno radunato nella loro fattoria dell’Ohio un gruppo di musicisti, definiti The Band Of Sweethearts, composto da Jay Bellerose alla batteria e percussioni, Jennifer Condos al basso, Eric Heywood alla chitarra elettrica e pedal steel e Bradley Meinerding alle chitarre elettriche e acustiche e mandolino, per registrare due esibizioni fatte nel corso di un week-end e tenute nel fienile di famiglia il 24 e 26 Maggio del 2015, dando così vita ad un concerto straordinario che tende vieppiù a caratterizzare le sonorità elettroacustiche della band e la voce della bionda Karin.

Idealmente diviso in due parti, il concerto parte con un set prevalentemente più “rootsy,” con brani tratti prevalentemente dall’ultimo album in studio Meet Me At The Edge Of The World, a partire dalla title track, una magnifica ballata country-folk d’atmosfera, seguita dall’ispirata melodia di Sacred Ground, con il mandolino di Bradley ad accompagnare la voce di Karin, il breve folk acido dello strumentale Cuyahoga, il ritmo sincopato di Gonna Let My Soul Catch My Body, rifatta in una bella versione unplugged, e una Suitcase (recuperata dal capolavoro Ohio), con un arrangiamento ridotto all’osso. Con la strepitosa ballata soul Called Home si alza decisamente il livello del concerto, seguita ancora dalla dolce I’d Want You, dove ritornano le atmosfere “agresti”, per poi andare a rivisitare brani datati e poco eseguiti in concerto, come la travolgente All I Need Is Everything (da Good Dog, Bad Dog), farci sempre commuovere con la melodia vincente di una ballata come Born (la potete trovare su Drunkard’s Prayer), introdotta dalle note del pianoforte di Linford, e cantata con la straordinaria voce di Karin, e rispolverare, sempre da un grande album come il citato Good Dog, Bad Dog, una delicata Poughkeepsie che viene eseguita come una sorta di “ninna nanna” country.

Dopo una breve pausa che viene usata, si presume, per gustare la produzione della fattoria (pane, salumi e uova con del buon vino e birra), si riparte con una deliziosa Making Pictures cantata a due voci da Karin e Linford, per poi rivoltare come un calzino Baby If This Is Nowhere, che viene rifatta in una versione country-blues, nonché riproporre uno dei brani più belli della coppia, I Want You To Be My Love (cercatela sempre su Drunkard’s Prayer), una ballata sorretta dalla scansione ritmica di una chitarra acustica, con la voce suadente della cantante ad intonare una melodia profonda ed emozionante, mentre la seguente Trouble (da The Trumpet Child) è una briosa divagazione in chiave jazz, e passare alle atmosfere sospese fra lounge e jazz della lunga e bellissima All My Favorite People (da The Long Surrender), dove si manifesta ancora una volta la bravura al piano di Detweiler. Nella parte finale del concerto vengono proposte un paio di “cover”, a cominciare dalla notissima It Makes No Difference (di Robbie Robertson della Band), riproposta in versione delicata e notturna, mentre la seguente  The Laught Of Recognition, viene ripescata dall’ottimo The Long Surrender, una meravigliosa ballata folk come The Laugh Of Recognition, con la pedal-steel di Eric Heywood in evidenza, prendere ancora dai solchi di Ohio una nuovamente notturna e “jazzata” Cruel And Pretty, con un piano che suona come ce si trovasse a New Orleans, omaggiare alla grandissima il Neil Young dei primi tempi con una grintosa Everybody Knows This Is Nowhere, e andare a chiudere il concerto, come era iniziato, con una versione solenne e struggente di una ballata stratosferica come Wait, (che era anche il brano di chiusura del citato Meet Me At The Edge Of The World), dove la voce della Bergquist raggiunge vette emotive di grande pathos.

Commozione e applausi nel fienile della fattoria Over The Rhine. Inutile dire che la carta vincente del gruppo è Karen Bergquist che possiede una voce tra le più duttili ed importanti del cantautorato americano (anche se pure Detweiler è un musicista di vaglia), e che riesce ad interpretare con grande classe liriche intense e musica profonda, entrambe costruite su temi melodici e drammatici, malinconici ed evocativi. Come in questo ultimo lavoro live, ma anche di fronte ad ogni disco degli Over The Rhine, viene da chiedersi perché questa band continua ad essere poco considerata e con CD tanto difficilmente reperibili ( in questo caso ancora più degli altri), un disco da non perdere assolutamente, sia per chi già li segue e li conosce, sia per chi non ha ancora avuto questa fortuna:  un approccio ed uno stile per chi ama la musica soffusa e intensa, quindi, come detto poc’anzi, per chi ama il suono onirico alla Cowboy Junkies, una musica per palati ed orecchie fini, ma anche per gli amanti delle atmosfere notturne dalle melodie intense, magari da gustare un po’ alla volta e con ascolti ripetuti, meglio se a notte fonda e in dolce compagnia. Un altro regalo dall’America e dalla fattoria targata  Over The Rhine dove la musica, anzi, per la precisione, la buona musica, è ancora un patrimonio culturale.

Tino Montanari

Supplemento Della Domenica: Forse Il Tour Più Importante Di Sempre, E Per Una Volta A Prezzo Contenuto! Bob Dylan – The Complete 1966 Live Recordings

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Bob Dylan – The Complete 1966 Live Recordings – Sony 36CD Box Set

Direi che c’è abbastanza unanimità sul fatto che la tournée del 1966 di Bob Dylan, durante la quale si concretizzò il passaggio tra il folksinger dei primi anni ed il rocker del resto della carriera, sia stata una delle più importanti di tutti i tempi, se non la più importante. Per celebrare i 50 anni di quella serie di concerti, la Sony ha pubblicato questo sontuoso box di ben 36 CD, con all’interno tutte le registrazioni disponibili da quel tour (con alcune serate incomplete, ed in alcuni casi anche alcune canzoni): l’uscita non fa parte delle Bootleg Series dylaniane, ma resta un episodio a sé stante, con un occhio forse anche alla salvaguardia dei diritti d’autore sulle registrazioni, che scadono appunto dopo 50 anni: questa volta il box è anche offerto ad un prezzo accessibile, intorno ai cento/centoventi euro per 36 dischetti, forse anche per la confezione abbastanza spartana (c’è comunque un bel librettino con note del noto biografo Clinton Heylin – il quale ha appena pubblicato anche un libro a tema proprio su questo tour – ma niente a che vedere con i contenuti della Super Deluxe Edition di The Cutting Edge dello scorso anno, che però costava seicento dollari) o per il fatto che le scalette dei vari concerti sono (quasi) sempre le stesse.

In quel tour, Dylan usava presentarsi da solo con chitarra acustica ed armonica per la prima parte (sette canzoni), per poi essere raggiunto nella seconda metà (altri otto brani) da una band elettrica, che poi altri non erano che The Hawks, cioè la futura Band senza però Levon Helm (sostituito da Mickey Jones), quindi Robbie Robertson, Rick Danko, Richard Manuel e Garth Hudson. Ed il tour è passato alla storia anche per le contestazioni che Dylan era costretto a subire spesso quando passava al set elettrico, da parte di un manipolo di fans che non gli perdonavano la transizione da artista folk a rockstar, accusandolo in poche parole di essersi venduto (contestazioni che seguivano di un anno quella ormai leggendaria avvenuta al Festival di Newport, quando Bob salì sul palco con membri della Paul Butterfield Blues Band, tra cui Mike Bloomfiled, ed Al Kooper, scandalizzando i puristi): il culmine della protesta si ebbe nella famosa serata alla Free Trade Hall di Manchester (già pubblicata a parte come Bootleg Series Vol. 4, e presente comunque in questo box, con però come bonus una Just Like Tom Thumb’s Blues eseguita nel soundcheck), con il battibecco tra Dylan e tale Keith Butler, che gli urlò “Giuda!”, e Bob in risposta gli diede del bugiardo per poi ordinare alla band di suonare Like A Rolling Stone “fottutamente forte”. Tra l’altro, Bob aveva già all’attivo due dischi elettrici (la prima facciata di Bringing It All Back Home e tutto Highway 61 Revisited), e si era già esibito con una band in alcuni concerti americani dell’anno prima, quindi non si capisce del tutto l’astio di una parte del pubblico verso questo tipo di cambiamento.

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I dischi presenti nel box hanno tre diverse fonti di registrazione: la maggior parte proviene direttamente dal soundboard (cioè il mixer), ed è ottima anche se in mono, poi ci sono i concerti registrati dalla CBS in maniera professionale, in stereo (quello già citato di Manchester, i due di Londra alla Royal Albert Hall, e quello di Sheffield, ma di quest’ultimo stranamente solo la parte acustica, quella elettrica è soundboard), ed infine cinque CD di audience tapes, cioè registrati dal pubblico, messi alla fine del cofanetto e con una qualità da bootleg, presenti più che altro per il loro valore storico.

(NDM: per chi non vuole comunque sobbarcarsi la spesa dell’intero cofanetto, il 2 Dicembre uscirà in doppio CD – o doppio LP – The Real Royal Albert Hall Concert, che documenta la prima delle due serate a Londra, quella del 26 Maggio).

Dicevamo delle contestazioni, ma ascoltando attentamente il box si nota come Dylan non fosse criticato ovunque, ma soltanto in alcune date britanniche (anche se va detto che i concerti nel Regno Unito sono la grande maggioranza): i primi quattro CD, registrati a Sydney, Melbourne e Copenhagen, vedono infatti un Dylan accolto ottimamente dal pubblico (a parte un piccolo gruppetto, probabilmente organizzato, che a Sydney continua a chiedere  Hard Rain), e la performance di conseguenza ne esce più rilassata, con anche momenti ironici come l’introduzione parlata a Just Like Tom Thumb’s Blues (tra l’altro a Sydney troviamo una chicca assoluta, una rara versione dal vivo, nella parte elettrica, della splendida Positively 4th Street, un brano che non verrà più ripreso fino al tour con Tom Petty del 1986). Anche nei primi concerti in UK e Irlanda  la gente non è per nulla ostile, anzi applaude convinta anche la parte elettrica, come nel caso di Dublino, che comunque presenta uno dei migliori segmenti acustici di tutto il tour, con una Visions Of Johanna da antologia (suonata in anteprima come tutte le canzoni tratte da Blonde On Blonde, che uscirà nel pieno della tournée, il 16 Maggio, giorno dello show di Sheffield). Ad ogni modo Dylan mantiene sempre due atteggiamenti diversi a seconda del momento all’interno del concerto: rilassato, fluido e rigoroso nel canto durante la metà acustica, maggiormente teso e nervoso durante la parte rock, con le performance quasi sempre urlate nel microfono, e con una tensione crescente a seconda della risposta del pubblico, come se le contestazioni lo spingessero ad osare ancora di più (e sicuramente era così).

Riguardo alla scaletta, la parte acustica offre highlights assoluti come la già citata Visions Of Johanna e la lunga Desolation Row, ma anche una splendida It’s All Over Now, Baby Blue, oltre a pezzi “minori” ma impeccabili come She Belongs To Me e, in anteprima da Blonde Of Blonde (almeno fino a metà Maggio), la fluida 4th Time Around ed il futuro classico Just Like A Woman (forse l’unica che soffre leggermente l’assenza della band), per terminare con la sempre applauditissima Mr. Tambourine Man. La seconda parte, quella elettrica, rompe il ghiaccio con la roccata Tell Me, Momma, un brano inedito suonato solo in questo tour (non esiste neppure una versione di studio), una vera scossa per chi è abituato ad ascoltare il Dylan-menestrello, seguita da due arrangiamenti completamente stravolti delle originariamente acustiche I Don’t Believe You e Baby, Let Me Follow You Down, quest’ultima in una veste quasi rock’n’roll che suona fresca ancora oggi; dopo una solitamente rilassata Just Like Tom Thumb’s Blues, abbiamo il rock-blues chitarristico e trascinante di Leopard-Skin Pill-Box Hat e, dal periodo folk, la splendida One Too Many Mornings, bellissima anche in questa veste elettrica, con Danko alla seconda voce nel ritornello. Il finale è, in tutti i concerti del box, la parte saliente, con una grandissima Ballad Of A Thin Man, drammatica, intensa, pianistica, con Dylan che canta con grande forza, e la conclusiva Like A Rolling Stone, un pezzo che non ha bisogno di presentazioni, suonato sempre in maniera potente, con il muro del suono degli Hawks capace ogni volta di zittire anche i fischi.

La qualità delle performance è varia, ma non scende mai sotto il livello di guardia, al massimo ci sono serate in cui Bob sembra annoiato, quasi assonnato, anche se solo nella parte acustica (per esempio nei concerti di Belfast e Parigi, unica data nell’Europa “latina”, tra l’altro il giorno del suo 25° compleanno, il 24 Maggio), mentre ogni volta che attacca la spina sembra trasfigurarsi, forse spronato anche dalla presenza della band. Nelle serate di piena forma, invece, il concerto è un godimento dalla prima all’ultima canzone, cosa che già avevamo intuito nel 1998 con il live di Manchester (che rimane comunque uno dei migliori del tour), e giustifica in pieno la scelta di chi vuole accaparrarsi il cofanetto completo: Bob è infatti famoso da sempre per non suonare mai un brano due volte nello stesso modo, ed anche in questa tournée è bello notare le diverse sfumature nelle varie serate, e, ripeto, l’aumentare dell’intensità a seconda della forza della contestazione. Ma quindi, a parte Manchester, quali sono i concerti migliori? Sicuramente i due di Londra, con il secondo non di certo inferiore a quello pubblicato a parte (e dove la tensione tra Dylan ed il pubblico raggiunge livelli altissimi), ma anche Newcastle e Sheffield (che forse presenta la migliore parte acustica in assoluto del tour, eseguita con una precisione millimetrica): performance incendiarie, quasi feroci, con Dylan che riversa sul pubblico tutta la rabbia che ha in corpo e la band si dimostra già quel grande gruppo che da lì a due anni si farà conoscere con Music From Big Pink, con Robertson in particolare stato di grazia.

Ottima anche la serata di Cardiff, di cui è presente solo la parte elettrica, il primo concerto britannico con qualche contestazione, anche se tiepida (solo la sera prima, a Bristol, era filato tutto liscio, con la gente ben disposta e che rideva anche di gusto alle battute di Dylan, e tra l’altro in questo concerto c’è una Ballad Of A Thin Man da urlo); Glasgow è invece il punto più alto per quanto riguarda le proteste dei fans, subito seguita in questo da Liverpool (entrambi i concerti sono su un solo CD ciascuno, mancando tutti e due dei primi tre brani acustici), ma anche in questi due casi Dylan risponde con una prova splendida, di grande intensità emotiva. E poi c’è Parigi, all’Olympia, un concerto a lungo mitizzato, con Bob che ha grossi problemi nella prima parte ad accordare la chitarra (cosa che lo infastidisce parecchio), ma è assolutamente inarrivabile nella seconda, con il pubblico francese che, forse un po’ a sorpresa, applaude convinto dalla prima all’ultima canzone senza tracce di protesta. Infine abbiamo gli ultimi cinque CD, quelli con gli audience recordings, che si riferiscono a tre concerti americani di warm-up tenutisi a Febbraio (White Plains, Pittsburgh e Hampstead), più frammenti della prima serata a Melbourne e di quella a Stoccolma: la qualità è, per usare un eufemismo, non eccelsa, ed è un peccato perché le performance sono di buon livello, e nella parte acustica delle serate americane troviamo due splendide canzoni come Love Minus Zero/No Limit e To Ramona, in seguito eliminate dalla setlist.

Forse il box completo è un po’ troppo per il “non dylaniano”, ma c’è da tener presente che, come già successo un anno fa con The Cutting Edge, siamo catapultati nel bel mezzo della storia della musica contemporanea in una sorta di Ritorno Al Futuro rock: se il box dello scorso anno lo avevo paragonato a Leonardo Da Vinci che dipingeva la Gioconda, qui è come assistere ad una rappresentazione teatrale di William Shakespeare con i suoi Chamberlain’s Men.

Marco Verdi

Un Bel Concerto Dalle Plurime Edizioni Per Un “Gentiluomo” Che Non C’è Più! Jesse Winchester – Defying Gravity Studio Six Montreal, 1976

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Jesse Winchester – Defying Gravity Studi Six Montreal 1976 – CD Echoes

*NDB Prima di addentrarci nella recensione una breve precisazione sul titolo del Post: lo stesso concerto, identico, ma con un altro titolo, Seems Like Only Yesterday è uscito anche negli States a “livello ufficiale”, per la Real Gone Music. prendete quello che trovate!

James Rideout “Jesse” Winchester è stato veramente un gentiluomo di altri tempi, un cantautore che avrebbe potuto avere un grande successo nell’era dorata di quel tipo di musica, ma che per le sue idee politiche in piena epoca della guerra in Vietnam si era rifugiato in Canada per sfuggire alla chiamata alle armi. Canada dove Winchester rimase in esilio fino al 1977, quando l’amnistia di Jimmy Carter per i renitenti alla leva gli consentì di rientrare negli Stati Uniti. Ma in quegli anni fervidi, tra il 1970 e il 1976, Winchester realizzò una serie di album splendidi per la Bearsville, l’etichetta fondata da Albert Grossman, il manager di Dylan e della Band, nel primo omonimo dei quali erano presenti sia Robbie Robertson che Levon Helm, il chitarrista della Band anche co-autore di un brano e produttore del disco, con Todd Rundgren ingegnere del suono. Quel disco, sentito ancora oggi è un mezzo capolavoro (a tratti sembra di sentire i Little Feat prima del loro tempo https://www.youtube.com/watch?v=hNGrSREm4YU e comprende la canzone più celebre del suo repertorio, Brand New Tennesse Waltz, con un verso stupendo che recita “I’ve a sadness too sad to be true”, su una musica magnifica. Ma il nostro ha scritto tantissime altre canzoni memorabili nella sua carriera, conclusa con un album ottimo, A Reasonable Amount of Trouble, pubblicato postumo nel 2014, pochi mesi dopo la sua morte avvenuta in aprile, per un cancro all’esofago che lo aveva tormentato negli ultimi anni della sua esistenza.

Ricordo ancora la sua splendida esibizione nello Spectacle di Elvis Costello, una serata magica dove erano presenti Ron Sexsmith, Sheryl Crow e Neko Case, con l’immagine stupenda di quest’ultima con delle lacrime silenziose che le scorrono sul viso, mentre Jesse Winchester esegue una struggente  “Sham-A-Ling-Dong-Ding”, e anche Costello e il resto del pubblico non erano meno emozionati, se non la conoscete andate a vedervi il video su YouTube, oppure guardate qui sopra e non potrete evitare di commuovervi.

Ma questo Live del 1976, perché di concerto radiofonico si tratta, lo ritrae nel pieno del suo fulgore artistico, una serata che è una primizia, Jesse è ancora in Canada, a Montreal, ma lo show viene trasmesso in contemporanea anche negli Stati Uniti, la prima volta nella storia, con una presentazione bilingue, anche in francese, e una esibizione notevole (e ben registrata), dove Winchester, accompagnato da un quartetto, dove la stella è il suonatore di pedal steel, Ron Dann, presente anche nell’album di quell’anno Let The Rough Side Drag, come pure in dischi di altri grandi canadesi come David Wiffen, Ian Tyson e Murray McLauchlan, ma anche l’altro chitarrista, Bob Cohen, era un ottimo musicista. Jesse Winchester era molto legato al Canada (dove aveva vissuto per lunghi periodi della sua vita, prima di tornare negli USA, in Virginia nel 2002) e quindi inizia la serata con un omaggio alla sua terra di adozione con una versione in francese di Let The Good Times Roll, per l’occasione Laisse Les Bons Temps Rouler, che sembra un pezzo di Zachary Richard prima del suo tempo.

Silly Heart, un’altra delle sue bellissime e malinconiche ballate, viene da Third Down, 110 To Go, il suo secondo eccellente album con un titolo mutuato dal football americano https://www.youtube.com/watch?v=K6djDoCx0TE , la voce di Winchester, calda ed avvolgente, è al top della sua espressività, pensate ad un Lyle Lovett ante litteram, partecipe delle storie dei personaggi delle sue canzoni. Tell Me Why You Like Roosevelt è un vecchio spiritual tradizionale, con delicati intrecci vocali e strumentali dell’ottima band che accompagna Winchester. Bowling Green è un brano del ’67 degli Everly Brothers, deliziosa (l’ha incisa anche, toh, Neko Case), con una pedal steel avvolgente, seguita da una versione assai mossa di Midnight Bus e dalla bluesata Everybody Knows But Me, sull’album del 1976, prima di lanciarsi nel più bel pezzo country scritto da un autore che country non era, anche se aveva vissuto a lungo a Memphis, pur essendo nato in Louisiana, stiamo parlando di The Brand New Tennessee Waltz, e qui la pedal steel è perfetta.

Ancora quasi country per Let The Rough Side Drag, con Winchester al piano e poi una ballata splendida come Defying Gravity, e pure All Of Your Stories, altro brano pianistico, in quanto a fascino non scherza. Seems Like Only Yesterday è un brillante country-rock, mentre si ritorna alle ballate acustiche malinconiche con Mississippi You’re On My Mind e ad un brano di grande atmosfera come Black Dog, poi lo swing-blues à la Bromberg di Twigs And Seeds. Ancora blues elettrico per Isn’t That So, che precede la bellissima Yankee Lady dal primo album, prima di avviarsi alla conclusione con You Can’t Stand Up Alone, a cappella. Il bis è una delicata e quasi jazzata Blow On Chilly Wind, altro brano che conferma la classe di questo splendido autore ed interprete.

Bruno Conti

Dopo Un Divorzio Si Cambiano Vita E Musica? Shawn Mullins – My Stupid Heart

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Shawn Mullins – My Stupid Heart – Sugar Hill / Rounder Records

Fra un divorzio e l’altro, Shawn Mullins (con una dozzina d’album all’attivo in studio) è ormai considerato un veterano della scena folk-rock cantautorale americana. Il buon Shawn era già un giovane e affermato musicista di Decatur, Georgia, quando nel lontano ’98 ha cominciato a raccogliere i frutti di una carriera comunque abbastanza lunga con l’album Soul’s Core, ma Mullins in precedenza aveva esordito con Better Days (92), quindi due anni dopo aveva pubblicato Big Blue Sky (94), poi due lavori incisi con Matthew Kahler Jeff’s Last Dance Vol. 1 e 2 (credo che a parte il sottoscritto siamo in pochi ad averli, e ormai siano introvabili), e nel ’96 ha visto la luce il successivo Eggheels. Dopo l’interlocutorio Beneath The Velvet Sun (00), anni di silenzio non compromettono la sua buona vena compositiva, a partire da 9th Ward Pickin Parlor (06), Honeydew (08), il primo disco dal vivo Live At The Variety Playhouse  dello stesso anno, fino all’ultimo lavoro in studio, l’ottimo Light You Up (10).

Prodotto dalla cantante country nativa della Florida Lari White, (impegnata anche alle armonie vocali con Shondra Bennett e Max Gomez) e registrato al The Holler di Nashville, My Stupid Heart vanta altri musicisti di valore come il marito della White, Chuck Cannon (cantautore e autore di alcuni brani scritti con Mullins) all’acustica e seconda voce, Dan Dugmore alla steel, Jerry McPherson alla chitarra elettrica, Gerry Hansen alla batteria e percussioni, Michael Rhodes al basso, Guthrie Trapp al mandolino e bouzouki, e i bravissimi Radoslav Lorkovic (Jimmy LaFave) alla fisarmonica e Fender Rhodes e Matt Rollings (Lyle Lovett) al pianoforte, e naturalmente lo stesso Shawn che suona diversi strumenti, il tutto per una raccolta di dieci canzoni, che toccano temi anche profondamente personali.

My Stupid Heart apre con la magia di una classica ballata alla Mullins, The Great Unknown, per poi passare alla recitativa It All Comes Down To Love, che potrebbe sembrare uscita dai solchi di Too Long In The Wasteland di James McMurtry https://www.youtube.com/watch?v=bTCq0MccLro , seguite dall’incantevole Ferguson che inizia lentamente per poi crescere nello sviluppo del brano https://www.youtube.com/watch?v=qr3MwKKjSpc , fatto che si ripete pure nella title track, anche questa  parte acustica con pochi accordi di chitarra, poi la voce di Shawn, gli strumenti e i cori danno spessore alla ballata, mentre Roll On By si avvale di un buon ritmo e della fisarmonica di Radoslav Lorkorvic. Il lavoro prosegue con Go And Fall una canzone di sofferenza, cantata con grande intensità, poi troviamo una magnifica love song come Gambler’s Heart (scritta con il cuore in mano) evidenziata dal piano di Matt Rollings, e ancora la pianistica Never Gonna Let Her Go (un brano alla Robbie Robertson e Band, magari cantato da Levon Helm) https://www.youtube.com/watch?v=ZjK6TdtceNs , una delicata e melodica Sunshine, e a chiudere  il moderno blues di Pre-Apocalyptic Blues, dove si rincorrono il trombone di Roy Agee, la fisarmonica di Lorkovic, e il superbo pianoforte di Rollings.

Con questo My Stupid Heart, la carriera artistica di Shawn Mullins sembra segnare un ulteriore livello di crescita, musicale e narrativa, con canzoni che si dividono tra americana, rock, folk e blues, cantate da una voce che rimane pur sempre una delle più belle e intense del panorama musicale americano. Non so come sia messo attualmente con i “rapporti sentimentali” il buon Shawn, ma se dopo ogni divorzio ci ritroviamo un Mullins più maturo e ispirato, e pienamente consapevole del suo potenziale, forse, ma dico forse, è augurabile tra qualche anno saperlo nuovamente divorziato!

Tino Montanari

Da Qui In Poi Il Mondo Del Rock Non E’ Stato Più Lo Stesso! Bob Dylan – The Bootleg Series Vol. 12 – 1965/1966: The Cutting Edge Parte II

bob dylan the cutting edge bootleg series vol.12bob dylan the cutting edge bootleg series vol.12 18 cd

Bob Dylan – The Bootleg Series Vol. 12 – 1965/1966: The Cutting Edge Columbia/Sony 2CD – 3LP – Deluxe 6CD – Super Deluxe 18CD + 9 45rpm

Parte II

CD 3-8 – Highway 61 Revisited: il miglior disco di Dylan (ma Blonde On Blonde lo segue di un’attaccatura) è anche quello che regala più sorprese tra le outtakes: è incredibile notare come a distanza di pochi mesi anche lo stile di scrittura del nostro sia cambiato, molto più rock e blues che nel disco precedente, dove era ancora legato a stilemi folk. Intanto abbiamo quattro takes complete di If You Gotta Go, Go Now (la migliore è la prima), e non capisco come all’epoca sia stata pubblicata solo come lato B di un singolo uscito soltanto in Benelux (e nel 1967), ma poi ci sono diverse versioni di It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry, tutte più veloci di quella quasi honky-tonk apparsa sull’album, anche se con arrangiamenti diversi tra loro (splendida la take 6, rock’n’roll allo stato puro, anche se purtroppo si interrompe, e niente male anche la 8, più bluesata https://www.youtube.com/watch?v=sp0AESxrPyk ). Anche la poco nota Sitting On A Barbed-Wire Fence fa la sua bella figura, specie la seconda take, con uno strepitoso Mike Bloomfield alla solista; uno dei momenti più piacevoli è la parte dedicata al singolo Positively 4th Street, dove la primissima take era già secondo me perfetta, più rilassata della versione pubblicata, mentre l’altra canzone uscita nel periodo su 45 giri, cioè Can You Please Crawl Out Your Window?, ha avuto come preferenza una delle versioni incise in seguito durante Blonde On Blonde con The Band, ma non ho problemi ad affermare che preferisco quella uscita da queste sessioni (ed una di queste takes all’epoca era stata messa per sbaglio sul lato B di alcune copie di 4th Street), più cantata e melodica, quasi un’altra canzone. Anche From A Buick 6 ha avuto una versione più veloce e roccata messa per errore sulla prima edizione di Highway 61 (ed io ne possiedo orgogliosamente una copia), e qui la troviamo; la sirena sulla title track originale non mi aveva mai convinto, molto meglio a mio parere la take 3, a tempo di boogie e con un Bloomfield spettacolare. Ma l’highlight lo troviamo sull’ottavo CD: a parte due takes incomplete di Medicine Sunday, un brano rimasto negli archivi, spicca la take 4 della grandissima Desolation Row in versione full band, una strepitosa versione mai sentita prima, una canzone indimenticabile in una veste completamente diversa (ce ne sarebbe un’altra altrettanto bella solo voce e piano, ma dura lo spazio di due minuti). Ho volutamente lasciato per ultimo il quarto CD, cioè quello interamente dedicato a Like A Rolling Stone (inserito anche nella versione sestupla), perché paradossalmente è la parte meno interessante del cofanetto, in quanto, dopo alcune prove iniziali (anche a tempo di valzer https://www.youtube.com/watch?v=fWn5fpr_IwA ) dove Dylan e la band “cercano” la melodia giusta e gli accordi adatti, abbiamo quasi subito la take 4 che è poi quella che tutti conosciamo; ebbene, secondo me si erano accorti anche loro di avere appena fatto la storia, in quanto dopo abbiamo altri nove tentativi suonati senza troppa convinzione e quasi per dovere istituzionale, ma avevano capito che la magia se n’era andata con quell’unica, magnifica take. (NDM: impagabile sentire Tom Wilson, poco prima della versione “giusta”, rivolgersi ad Al Kooper con un divertito “What are you doing out there?”, in quanto il musicista newyorkese, scritturato come chitarrista ritmico, si era seduto all’organo per provare il leggendario riff che contrassegnerà per sempre la canzone in questione e darà di fatto il via anche alla sua carriera di organista).

CD 9-17 – Blonde On Blonde: in realtà il nono dischetto prende in esame una session “spuria” di Dylan con The Band (allora ancora The Hawks e senza Levon Helm), dove vengono suonate diverse takes di I Wanna Be Your Lover, che si pensava di pubblicare come singolo ma poi è rimasta inedita fino a Biograph (non era comunque un grande brano, anche se il riff spaccava), oltre ad una interessante jam strumentale senza titolo e, soprattutto, una prima versione della splendida Visions Of Johanna (ma quella finita sul disco appartiene ad una sessione successiva incisa a Nashville con musicisti locali più Robbie Robertson), con un ritmo decisamente più sostenuto ed indubbiamente intrigante, certamente una delle perle del box (la take 5 è da urlo). Per quanto riguarda Blonde On Blonde, l’album in cui Dylan trovò quello che definì il “sottile e selvaggio sound al mercurio”, voglio limitarmi ai brani imperdibili (cosa che peraltro ho fatto finora, ma il materiale è talmente vasto), tra i quali vi è certamente una She’s Your Lover Now per voce e piano, magari formalmente imperfetta ma con un feeling da brividi: meritava assolutamente di finire sul disco, magari al posto di Pledgin’ My Time o Most Likely You Go Your Way. Poi abbiamo la costruzione passo dopo passo, frammento dopo frammento, della cristallina One Of Us Must Know, un brano letteralmente creato in studio, un’unica take dell’inedita Lunatic Princess, uno spigliato rock-blues dominato dal piano elettrico che meritava di essere approfondito, ed una deliziosa versione strumentale di I’ll Keep It With Mine senza Dylan ma con i Nashville Cats (nello specifico Charlie McCoy, Wayne Moss, Joe South e Kenny Buttrey).  Interessante poi vedere come Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again sia diventata quella che conosciamo, e per la quale personalmente non ho mai sbavato, solo alla fine, in quanto per tutte le takes è stata suonata con un ritmo più lento ed un arrangiamento blue-eyed soul secondo me più stimolante (e addirittura nella primissima prova come country ballad nashvilliana). Il tour de force (ma un tour de force di puro godimento), si chiude con la splendida I Want You, cioè quello che più assomigliava al tentativo di Bob di scrivere un singolo pop, la cui take 1 è abbastanza diversa da quella pubblicata ma quasi altrettanto bella https://www.youtube.com/watch?v=m_5q-uqNeE4 .

CD 18: ecco la chicca assoluta del box (presente solo in questa edizione), cioè una serie di brani acustici registrati dal nostro in camere d’albergo da solo o in compagnia in tre differenti momenti: otto brani al Savoy Hotel di Londra nel 1965 con Bob Neuwirth e Joan Baez (alcuni frammenti di questa particolare session sono immortalati nel famoso documentario Don’t Look Back https://www.youtube.com/watch?v=5VvHyCy5kDs ), sei al North British Station Hotel di Glasgow nel 1966 con Robbie Robertson e, nello stesso anno, altre sette canzoni in un non meglio specificato hotel di Denver, Colorado, alla presenza del noto giornalista Robert Shelton: tutto è informale al massimo, non si pensava certo ad una pubblicazione, ed anche la qualità del suono varia. I brani del Savoy sono solo cover, e sia sound che performance sono eccellenti: Dylan qui anticipa inconsciamente i Basement Tapes, con punte come la bellissima More And More (Webb Pierce), o il medley di tre classici di Hank Williams (Weary Blues From Waitin’, un’ispirata Lost Highway ed una I’m So Lonesome I Could Cry appena accennata), ma soprattutto il traditional Wild Mountain Thyme, in cui Bob e Joan armonizzano alla grande, facendo pensare che l’avessero provata prima a nastro spento. I brani di Glasgow e Denver sono ancora più interessanti, in quanto troviamo tutte canzoni inedite che Bob non riprenderà mai più: Glasgow è più una songwriting session che altro, con Dylan e Robertson che tentano di trovare la melodia e gli accordi giusti, a volte procedendo per tentativi, e sinceramente dispiace che questi pezzi verranno poi dimenticati, in quanto in almeno due casi (la romantica I Can’t Leave Her Behind e la folkeggiante If I Was A King) c’erano i germogli della grande canzone. A Denver, oltre a due performance in solitario di Just Like A Woman e Sad-Eyed Lady Of The Lowlands e altri due inediti minori (Don’t Tell Him, Tell Me e If You Want My Love) troviamo tre takes della misteriosa Positively Van Gogh, per decenni oggetto del desiderio dei collezionisti più incalliti. Peccato però che qui la qualità di registrazione non sia proprio il massimo, per usare un eufemismo.

In definitiva un box che definire strepitoso è il minimo: facendo le debite proporzioni, è come tornare indietro di centinaia di anni ed assistere dal vivo a Leonardo Da Vinci che dipinge la Gioconda; ho però troppo rispetto per i portafogli altrui per consigliare l’acquisto di questa versione, ma almeno quella sestupla è obbligatoria.

Questa non è solo musica: è storia.

Marco Verdi