Uno Dei Dischi Cardine Della Psichedelia Californiana Degli Anni Sessanta. Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary

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Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary – Rhino/Warner 2CD

Prosegue la ristampa della discografia ufficiale dei Grateful Dead in occasione dei cinquantenari dall’uscita degli album originali: dopo la ripubblicazione deluxe del loro esordio omonimo avvenuta lo scorso anno https://discoclub.myblog.it/2017/01/29/ci-mancavano-solo-le-ristampe-dei-cinquantesimi-grateful-dead-50th-anniversary-deluxe-edition/ , un’operazione che ha attirato diverse critiche in quanto dovrebbe terminare nel 2039 con la riedizione di Built To Last (il loro ultimo disco in studio), con il rischio concreto che molti fans della prima ora non possano completare l’opera per motivi anagrafici (ammesso e non concesso che tra 21 anni esisteranno ancora i CD). Anthem Of The Sun, uscito appunto nel 1968, è considerato da molti il primo vero album in cui i Dead introducono il loro suono, in quanto nel debutto di The Grateful Dead, pur essendo presenti diversi futuri classici delle loro esibizioni dal vivo, il gruppo di San Francisco aveva deciso di includere canzoni piuttosto brevi (con l’eccezione di Viola Lee Blues) e con arrangiamenti rock che non avevano ancora del tutto le caratteristiche del suono che li renderà famosi.

Per contro, Anthem Of The Sun è esattamente l’opposto, in quanto presenta soltanto cinque brani, di cui uno solo di breve durata: non solo, ma di tutta la discografia dei Dead è quello in assoluto che si avvicina di più al suono dei loro concerti, grazie soprattutto all’idea, decisamente innovativa per l’epoca, di mischiare incisioni in studio con spezzoni di vari live show, creando una sorta di ibrido. In seguito diventerà la prassi per molti artisti “aggiustare” i dischi dal vivo con incisioni in studio (e quasi mai dichiarandolo), ma il caso di Anthem Of The Sun, cioè un disco in studio viceversa aggiustato con frammenti live, è tuttora abbastanza unico. I cinque brani presenti in questo disco diventeranno tutti dei veri classici del gruppo, e sono ancora oggi considerati uno dei punti più alti della musica psichedelica dell’epoca, con una band in stato di grazia, guidata da un Jerry Garcia ai vertici della sua creatività: in questo album i Dead sono tra l’altro in una formazione a sette elementi che non durerà a lungo, con Tom Constanten che si aggiunge allo zoccolo duro formato da Garcia, Bob Weir, Ron “Pigpen” McKernan (il sui organo è un altro elemento indispensabile nell’economia del suono), Phil Lesh e la doppia batteria di Mickey Hart e Bill Kreutzmann. Questa ristampa deluxe, che esce con la copertina a cui è stato donato uno splendido effetto lenticolare in 3D, presenta nel primo CD l’album originale in due diversi missaggi, quello del 1968 ed il remix del 1971: le differenze sono minime, anche se il secondo sembra meno confuso ed “impastato”, oltre a prolungare la durata di alcuni brani.

I cinque pezzi del disco sono, come ho già detto, tutti molto noti tra i fans dei Dead, a partire dalla straordinaria That’s It For The Other One, una mini-suite in quattro movimenti che lascia ampio spazio alle scorribande dei nostri, con Garcia e Weir che si alternano alle parti vocali soliste: pura psichedelia, con tanto di finale rumoristico ad opera di Constanten. La lenta e sinuosa New Potato Caboose (di Lesh), che vede addirittura spuntare un clavicembalo, ha soluzioni melodiche e strumentali che la avvicinano al pop, anche se la parte centrale dà spazio ad una grande performance di Jerry, mentre Born Cross-Eyed mantiene le atmosfere lisergiche nonostante duri poco più di due minuti. Il disco termina con la rockeggiante Alligator, ancora di Lesh, che è un fluido brano tutto giocato su cambi di ritmo ed improvvisazioni varie, e con Caution (Do Not Stop On Tracks), un rock-blues allucinato che è anche il momento in cui Pigpen si prende il centro della scena (ma Garcia si fa largo a suon di assoli).

Il secondo CD propone un concerto, ovviamente inedito, registrato al Winterland di San Francisco nell’autunno del 1967 (anche la ristampa dello scorso anno prendeva in esame uno show dell’anno precedente). Un concerto bello, potente e lisergico quanto basta, con Garcia ovviamente sugli scudi ma anche il resto della band (ancora senza Constanten) che lo segue con sicurezza, con McKernan in testa. La serata inizia con una vibrante versione dell’apocalittica Morning Dew, molto bella, e prosegue tra momenti di pura psichedelia (New Potato Caboose, con Jerry strepitoso), cover di classici del blues (It Hurts Me Too di Elmore James) e brani dove emergono sia il lato roots della band (Cold Rain And Snow) che quello rock’n’roll (Beat It On Down The Line). Le due canzoni restanti sono anche gli highlights del concerto: una scintillante rilettura di Turn On Your Lovelight di Bobby “Blue” Bland, che diventerà un must dei loro show, ed una spettacolare That’s It For The Other One di 15 minuti, che chiude la serata in deciso crescendo.

Quindi all’anno prossimo, con la ristampa di uno dei lavori dei Dead che preferisco (Aoxomoxoa) e, se la campagna di riedizioni prevede anche i dischi dal vivo, di Live/Dead, uno degli album registrati on stage più importanti di sempre.

Marco Verdi

Ecco La Prima Ristampa Inutile Del 2018! Grateful Dead – Best Of Grateful Dead Live

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Grateful Dead – The Best Of The Grateful Dead Live – 2 CD Grateful Dead/Rhino

Dalla scomparsa del grande Jerry Garcia, avvenuta nel 1995, le uscite d’archivio dei Grateful Dead si sono moltiplicate a dismisura, fino a far diventare quasi impossibile tenerne una contabilità completa. Il 99% di questi CD, quasi sempre multipli e spesso in mega-cofanetti anche parecchio costosi, sono composti da materiale dal vivo, e la lista viene aggiornata ogni anno con almeno due nuove uscite (e mi limito a quelle targate Rhino, poi ci sono i Dave’s Picks, ed in passato i Dick’s Picks e la serie Road Trips). Ora la casa discografica californiana ha avuto una pensata “originale” (prego leggere ironia in queste mie parole), decidendo di pubblicare una bella antologia live doppia con il meglio di quanto è stato pubblicato ufficialmente dai Dead, privilegiando la discografia di quando il gruppo era attivo (1967-1995), ma aggiungendo anche qualcosa tratto dagli album usciti dopo la morte di Garcia (escludendo però le tre diverse serie da me citate poc’anzi). La domanda però è: a chi si rivolge questa antologia, dato che nessuna delle performances incluse è inedita? Non ai Deadheads, in quanto saranno già in possesso anche dei bootlegs, oltre che dei dischi ufficiali. Non ai fans “normali” del gruppo (tra i quali ricade anche il sottoscritto), che comunque queste uscite le posseggono almeno all’80%; forse neppure ai neofiti, che probabilmente preferiscono rivolgersi ad una antologia di studio, o magari ad un live storico della loro discografia (penso a Live/Dead, Grateful Dead (Skull & Roses) e Europe 72, tutti e tre imperdibili). Questa comunque la tracklist: come vedete è stato seguito un criterio cronologico di performance.

Disc One
1. “St. Stephen” – Fillmore West (2/27/69) from Live/Dead (1969)
2. “Bertha” – Fillmore East (4/27/71) from Grateful Dead (Skull & Roses) (1971)
3. “Wharf Rat” – Fillmore East (4/26/71) from Grateful Dead (Skull & Roses) (1971)
4. “Sugar Magnolia” – Olympia Theatre (5/4/72) from Europe ’72 (1972)
5. “Jack Straw” – Olympia Theatre (5/3/72) from Europe ’72 (1972)
6. “Truckin’” – Lyceum Theatre (5/26/72) from Europe ’72 (1972)
7. “Morning Dew” – Lyceum Theatre (5/26/72) from Europe ’72 (1972)
8. “Brown Eyed Women” – Tivoli Concert Hall (4/14/72) from Europe ’72 (1972)
9. “The Music Never Stopped” – Great American Music Hall (8/13/75), One From The Vault (1991)
10. “Estimated Prophet” – Barton Hall (5/8/77) from Cornell 5/8/77 (2017)

Disc Two
1. “Friend Of The Devil” – Radio City Music Hall (10/27/80) from Dead Set (1981)
2. “Feel Like A Stranger” – Warfield Theatre (10/4/80) from Dead Set (1981)
3. “Fire On The Mountain” – Radio City Music Hall (10/31/80) from Dead Set (1981)
4. “Bird Song” – Warfield Theatre (10/14/80) from Reckoning (1981)
5. “Ripple” – Warfield Theatre (10/4/80) from Reckoning (1981)
6. “Eyes Of The World” – Nassau Coliseum (3/29/90) from Wake Up To Find Out (2014)
7. “Touch Of Grey” – Rich Stadium (7/4/89) from Truckin’ Up To Buffalo (2005)
8. “Blow Away” – JFK Stadium (7/7/89) from Crimson, White & Indigo (2010)
9. “So Many Roads” – Soldier Field (7/9/95) from So Many Roads (1999)

A occhio mi vengono in mente alcune considerazioni, in ordine sparso:

  • Il live del 1976, Steal Your Face, è stato giustamente ignorato (credo sia il loro peggiore in assoluto)
  • Mancano anche brani da Without A Net del 1990, che era invece ottimo
  • Sia Live/Dead che Reckoning, lo splendido live acustico del 1981, meritavano più spazio, ma in questo caso ci voleva almeno un triplo, ed infatti
  • Proporre solo un doppio è una cosa abbastanza ridicola
  • E’ stato completamente ignorato il quadruplo Ladies And Gentlemen, secondo me il disco dal vivo più bello di sempre dei nostri (quello sì da avere se non si possiede ancora nulla del gruppo)

Potrei andare avanti, ma preferisco fermarmi qui: se proprio ci tenete, il doppio CD (o quadruplo LP, che però sarà diviso in due volumi da due LP ciascuno) uscirà il 23 Marzo p.v. (anche se alcuni siti americani riportano il 23 febbraio, vi terremo informati, ammesso che qualcuno lo voglia mai comprare)!

Marco Verdi

*NDB E in un Best Of Live non c’è Dark Star?

Che Natale (O Santo Stefano) Sarebbe Senza Un Bel Box Dei Dead? Grateful Dead – RFK Stadium 1989

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Grateful Dead – RFK Stadium 1989 – dead.net Store – Rhino/Warner 6CD Box Set

Ormai ci ho fatto il callo: con puntuale cadenza semestrale, solitamente in primavera ed autunno, esce un nuovo cofanetto dei Grateful Dead, e qualche volta anche qualcosa di più in altri periodi dell’anno, ma diciamo che almeno due uscite ogni 365 giorni sono garantite. Lo scorso Maggio avevo celebrato lo splendido Cornell 5/8/1977, estratto del super box Get Shown The Light, ed ora mi trovo a parlarvi di un’altra eccellente uscita riguardante il gruppo di San Francisco: RFK Stadium 1989  è un boxettino di sei CD che contiene due concerti completi tenutisi nella location e nell’anno del titolo (a Washington DC), rispettivamente il 12 e 13 Luglio, un cofanetto in tiratura limitata di 15.000 copie ed in vendita solo sul sito della band (quindi per una volta non esiste la consueta versione ridotta disponibile su larga scala, anche se mentre scrivo queste righe i box disponibili sono ancora più di 4.000). Gli anni che vanno dal 1987 al 1990 sono tra i migliori in assoluto per quanto riguarda l’attività live dei Dead, che avevano ritrovato sia uno stato di forma smagliante (a differenza del periodo a metà della decade, anche a causa dei problemi di salute di Jerry Garcia, problemi che si ripresenteranno nei novanta portandolo alla morte prematura nel 1995) sia il successo commerciale con l’ottimo album In The Dark del 1987, unico della loro storia ad entrare nella Top Ten. In quegli anni, un po’ come Elvis che negli anni settanta aveva raggiunto la piena maturità vocale, i Dead erano in grado di suonare qualsiasi cosa, ed erano famosi per proporre scalette completamente diverse da una serata all’altra quando si esibivano nella stessa location per più di una volta.

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Questo è esattamente quello che accade in questi due concerti registrati nella capitale nell’estate del 1989, con i nostri in grande spolvero e che suonarono due setlists differenti al 100%: Garcia era sempre di più un chitarrista formidabile, le sue prestazioni erano uno spettacolo nello spettacolo, ma anche i suoi compagni non perdevano un colpo, dalla chitarra ritmica di Bob Weir al basso di Phil Lesh alla doppia batteria di Mickey Hart e Bill Kreutzmann, fino alle tastiere di Brent Mydland (che qui è alle sue ultime esibizioni, in quanto morirà l’anno dopo per overdose, sostituito da Vince Welnick e, provvisoriamente, da Bruce Hornsby, che è già presente in questo box come ospite speciale in due canzoni a sera). Un box decisamente godibile quindi, un lungo viaggio nel songbook dello storico gruppo, inciso tra l’altro molto bene, con gli unici due difetti dell’uso saltuario del sintetizzatore da parte di Mydland e delle voci non sempre intonate, specie nelle armonie dove spesso ognuno va per conto suo (ma è risaputo che questo è sempre stato il tallone d’Achille dei Dead). Per chi scrive la scaletta migliore è quella della prima serata, in quanto sono presenti quattro tra i miei brani preferiti della band: la bellissima Touch Of Grey, che apre il concerto (e con Garcia che rilascia subito un assolo dei suoi), le splendide Mississippi Half-Step Uptown Toodeloo, con Mydland ottimo al piano, ed una Sugaree con Horsby alla fisarmonica, oltre al finale con la struggente Black Muddy River. Ma ovviamente ci sono anche altri highlights, come una lunga ed intensa Ship Of Fools, la sempre vibrante Eyes Of The World (perfetta per le jam liquide del gruppo), ed una cristallina cover del classico dei Traffic Dear Mr. Fantasy, con Jerry incontenibile.

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https://www.youtube.com/watch?v=eEG2PnRl9zI

La cover dylaniana Just Like Tom Thumb’s Blues viene affidata a Lesh, che per una volta non fa danni dal punto di vista vocale (ed il pezzo ne esce molto bene), mentre i contributi migliori di Weir alla serata sono una fluida Cassidy (grande ancora Garcia), il sempre coinvolgente rock’n’roll di Chuck Berry Promised Land ed una guizzante e solare Man Smart, Woman Smarter (un classico calyspo inciso tra gli altri da Harry Belafonte ed i Carpenters), in duetto vocale con Mydland. Il secondo show, accanto a canzoni discrete ma “normali” come Let It Grow, Looks Like Rain, I Will Take You Home (anteprima dall’album Built To Last, che uscirà qualche mese dopo) e Throwing Stones, offre comunque diverse performances solide, come l’apertura Hell In A Bucket, che forse non sarà una grande canzone ma garantisce un avvio potente (e Jerry è formidabile). Poi i nostri piazzano un uno-due notevole con la classica Cold Rain And Snow ed una sopraffina rilettura di Little Red Rooster (Willie Dixon): il blues non era tra le specialità dei Dead, ma qui suonano eccome, specie un Garcia insolitamente alla slide. Altri momenti di impatto sono la cadenzata Tennessee Jed, un’altra tra le migliori del binomio Garcia-Hunter, la splendida e raramente eseguita To Lay Me Down e la suite Terrapin Station, in quella serata ridotta a “soli” 13 minuti ma sempre molto bella. C’è spazio anche per un po’ di psichedelia con The Other One, ed il finale è a tutto rock’n’roll con una scintillante Good Lovin’ dei Rascals e la trascinante U.S. Blues. Un (altro) ottimo cofanetto per i Grateful Dead: varrebbe la pena di fare uno sforzo per accaparrarselo.

Marco Verdi

Forse Sarebbe Il Caso Di Rallentare Un Pochino! Jerry Garcia & Merl Saunders – GarciaLive Vol. 9: August 11th 1974, Keystone Berkeley

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Jerry Garcia & Merl Saunders – GarciaLive Vol. 9: August 11th 1974, Keystone Berkeley – ATO 2CD

Si sa che dalla morte di Jerry Garcia, avvenuta nell’estate del 1995, le pubblicazioni a nome Grateful Dead si sono moltiplicate a dismisura, ma anche per quanto riguarda la discografia solista del barbuto chitarrista non si scherza: tra la prima serie di concerti targata Pure Jerry, quella tutt’ora in corso con il nome di GarciaLive e gli album che non rientrano in nessuna delle due categorie (al 99% sempre dal vivo) abbiamo tranquillamente doppiato il numero di dischi che Jerry aveva pubblicato in vita. Proprio in questi giorni è uscito il nono episodio della già citata saga GarciaLive, e mi sento in dovere di fare qualche considerazione extra-musicale, prendendo come spunto la location ed il periodo scelti. Non è infatti la prima volta che viene documentato un concerto tenutosi al Keystone di Berkeley (sobborgo universitario di San Francisco) di Jerry insieme all’organista Merl Saunders: già negli anni settanta era uscito Live At Keystone, un doppio LP che prendeva in esame il meglio dei concerti del Luglio 1973 nella citata località californiana, album più volte ristampato fino alla versione definitiva del 2012, Keystone Companions, un box di quattro CD. Ma anche il quarto volume della serie Pure Jerry documentava una serata nello stesso teatro (del Settembre 1974 però), ed il Garcia Live Volume Six invece verteva su un concerto sempre con Saunders e sempre del Luglio 1973, anche se in una località diversa http://discoclub.myblog.it/2016/07/20/dite-la-verita-eravate-po-preoccupati-jerry-garcia-merl-saunders-garcia-live-vol-6-lions-share/ .

Quindi immaginerete il mio parziale disappunto quando ho visto che questo nono volume era ancora a proposito di uno show al Keystone, anche se di un anno dopo i concerti storici del 1973: disappunto in quanto penso che ormai si potesse anche passare oltre questa serie di spettacoli, dato che ci saranno certamente altri periodi di Jerry solista meno documentati, e parziale in quanto, a monte di tutto, è comunque sempre un bel sentire. La formazione, oltre a Garcia e Saunders, comprende l’abituale bassista John Kahn, Martin Fierro al sax e flauto (e non alla tromba, per fortuna) e, cosa rara, il compagno di Jerry nei Dead Bill Kreutzmann alla batteria: l’anno seguente la medesima formazione, ma con Ron Tutt al posto di Kreutzmann, prenderà il nome di Legion Of Mary, una lineup già anch’essa protagonista di diversi episodi delle serie dal vivo di Garcia. Jerry è in buona forma, una media tra l’ottimo della sua prestazione chitarristica ed il sufficiente di quella vocale, un po’ ad alti e bassi: il 1974 non è stata forse tra le migliori annate del nostro, ma quella sera si difende alla grande, grazie anche all’eccellente band che lo accompagna (per quanto Fierro forse andava limitato) e ad un repertorio eterogeneo che prende in esame soltanto brani altrui. Il CD stavolta è “soltanto” doppio, e le due ore di musica scorrono abbastanza in fretta. Apre la serata That’s What Love Will Make You Do, un blues di Little Milton affrontato da Garcia e soci in maniera molto fluida e rilassata, quasi come se si stessero scaldando i muscoli, ma già dal primo assolo di Jerry in poi la performance cresce (con grande spazio anche per Saunders e per il sax di Fierro) ed alla fine dei 13 minuti sono tutti belli pronti.

La La è uno strumentale di Fierro, ed è un pretesto per lanciarsi in una lunga jam di 17 minuti: il pezzo inizia come una bossa nova guidata dal flauto del suo autore, ma presto si trasforma in una session che alterna rock, psichedelia e momenti free, uno dei momenti più “deaddiani” dei concerti di Jerry solista. It Ain’t No Use è un vecchio pezzo dei Meters, proposto ancora con un arrangiamento blues, altri 11 minuti molto fluidi e con Jerry al top, supportato benissimo da Merl, mentre il primo CD si chiude con i 13 minuti di Mystery Train, il brano di Junior Parker reso popolare da Elvis Presley che è anche un classico nei concerti del nostro, al solito suonato in maniera impeccabile e con Kahn e Kreutzmann che non perdono un colpo. Il secondo dischetto comincia con una chilometrica versione (19 minuti) di The Harder They Come di Jimmy Cliff: arrangiamento pulito, classico e fedele all’originale (ma un po’ meno reggae) che risulta altamente godibile, anche se ci sarebbe voluto un supporto vocale per Jerry. Il flauto dona un sapore pop all’errebi Ain’t No Woman (Like The One I’ve Got) dei Four Tops, qui proposto in una rilettura strumentale, ma Jerry la riporta subito sui suoi territori, rilasciando alcuni tra gli assoli più lirici e fluidi della serata, anche se 17 minuti sono un tantino eccessivi, a causa anche dell’invadenza di Fierro. It’s Too Late (Chuck Willis) viene rifatta in maniera rigorosa, mantenendo intatto il mood d’altri tempi, e Garcia canta anche con buona impostazione, (I’m A) Road Runner, un classico di Junior Walker, è suonata con un delizioso feeling errebi, con l’impasto chitarra-organo-sax che funziona nel migliore dei modi; chiusura con una rallentata The Night They Drove Old Dixie Down di The Band (“solo” sei minuti e mezzo), sempre bella in qualsiasi modo la si suoni, anche se stasera Jerry, ahimè, la canta veramente male.

Un altro buon episodio della saga live di Jerry Garcia, anche se a lungo andare questi CD finiscono per sembrare tutti simili tra loro: forse, per ricollegarmi anche al titolo del post, occorrerebbe fermarsi un attimo e prendere il fiato, facendo passare almeno un paio d’anni prima del decimo volume. Tanto le uscite a nome Grateful Dead non mancheranno di certo.

Marco Verdi

*NDB. Questa settimana, il 1° agosto, sarebbe stato il 75° compleanno di Jerry Garcia.

Questo Invece E’ Proprio Inutile, Senza Parentesi! Grateful Dead – Smiling On A Cloudy Day

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Grateful Dead – Smiling On A Cloudy Day – Rhino CD – LP

Il 1967 non è stato solo l’anno di Sgt. Pepper dei Beatles e del binomio Wild Honey/Smiley Smile dei Beach Boys, celebrato nel doppio 1967: Sunshine Tomorrow in uscita in questi giorni http://discoclub.myblog.it/2017/06/25/anche-questo-succedeva-50-anni-fa-ancora-grande-musica-beach-boys-sunshine-tomorrow/ , ma anche della famosa e mitizzata Summer Of Love, un periodo irripetibile in cui si credeva veramente che con le canzoni si potesse cambiare il mondo (e nello stesso anno si tenne anche il leggendario Monterey Pop Festival, la prima grande kermesse a base di pace, amore e musica che ebbe due anni dopo in Woodstock il suo picco), dominato dagli hippies e dalla scena musicale di San Francisco. La Rhino decide di celebrare i cinquant’anni di quella estate con una serie di ristampe limitate in vinile (usciranno a  metà Luglio, il giorno 14) che non sempre però hanno una grande attinenza con il periodo, sia come genere musicale che come anno (si passa infatti con disinvoltura da Electric Prunes, Love ed Arlo Guthrie, che hanno un senso, a scelte incomprensibili come il mitico Astral Weeks di Van Morrison, album leggendario ma che nessuno si è mai sognato di associare alla Summer Of Love, anche perché è uscito l’anno successivo, oppure anche Aretha Arrives di Aretha Franklin, mentre mancano incredibilmente, penso per motivi di diritti discografici, i Jefferson Airplane). Ma le due uscite considerate di punta dalla Rhino sono due compilation (uniche ad essere pubblicate anche su CD): la prima, intitolata appunto Summer Of Love, si occupa dei Monkees (ed è interessante se non conoscete il gruppo di Los Angeles, anche se ci sono diverse licenze, come la scelta di un brano preso dal loro ultimo album di studio, Good Times!, uscito lo scorso anno), mentre la seconda, Smiling On A Cloudy Day, comprende dieci brani tratti dal periodo “psichedelico” del gruppo di Jerry Garcia, e per l’esattezza dai primi tre album (più Dark Star, nella versione breve uscita solo su singolo), ma tutti nelle versioni conosciute, senza neppure una alternate take di studio od una rilettura inedita dal vivo, una scelta che probabilmente farà soprassedere anche il Deadhead più fanatico, ma che a mio parere ha scarsissima attrattiva pure verso il neofita.

Questa, comunque, la tracklist

1. The Golden Road (To Unlimited Devotion)
2. Cream Puff War
3. Morning Dew
4. That’s It For The Other One (Cryptical Envelopment I)/The Other One (Cryptical Envelopment II)
5. Born Cross-Eyed
6. Dark Star (Single Version)
7. St. Stephen
8. China Cat Sunflower
9. Doin’ That Rag
10. Cosmic Charlie

Grande musica, ma che più o meno possiedono già tutti quelli interessati: mi spiace, ma questa volta passo!

Marco Verdi

Se Non E’ Il Loro Miglior Concerto Di Sempre, Poco Ci Manca! Grateful Dead – Cornell 5/8/77

grateful dead cornell 5-8-1977

Grateful Dead – Cornell 5/8/77 – Rhino 3CD – 5LP

Credo che stilare una classifica dei migliori concerti di sempre dei Grateful Dead sia impresa alquanto ardua per chiunque, dato che nel loro periodo di attività (e cioè fino alla morte di Jerry Garcia avvenuta nel 1995) hanno suonato on stage per ben più di duemila volte. Se si parla con i Deadheads più integralisti, però, in almeno otto casi su dieci verranno fuori un nome ed una data: Cornell 1977. Si dice infatti che fu in quella serata, più precisamente il 5 Maggio (Cornell è il nome di un’università, la città è Ithaca, nello stato di New York), che il gruppo di Garcia e soci, e cioè Bob Weir, Phil Lesh, Keith Godchaux, Donna Jean Godchaux, Mickey Hart e Bill Kreutzmann, suonò il suo miglior show di sempre, tanto che il concerto fu definito il Santo Graal delle loro performances. Ora, a distanza di giusto quarant’anni, i Dead pubblicano questo Cornell 5/8/77, un triplo CD (o quintuplo LP) che permette a tutti di condividere l’esperienza di una serata a suo modo leggendaria, un’operazione subito salutata da fans e addetti ai lavori con grande entusiasmo, nonostante in questi ultimi anni il mercato discografico sia stato letteralmente inondato da album targati Grateful Dead (il triplo si trova anche all’interno di un box di 11 CD, intitolato May1977: Get Shown The Light, che comprende anche i concerti di quel periodo a New Haven, Buffalo e Boston, cofanetto in vendita solo sul sito della band e da tempo esaurito).

Ebbene, non so se questo show di Cornell sia effettivamente il migliore di sempre del gruppo di San Francisco, i loro live pubblicati ufficialmente li ho quasi tutti ma non me li ricordo certo a memoria (e ho sempre considerato il biennio 1971/1972 come il loro periodo top, anche se so che anche gli anni che vanno dal 1977 al 1979 sono molto considerati), ma dopo averlo ascoltato attentamente posso confermare che ci troviamo davanti ad uno show fantastico, nel quale tutti i componenti della band sembrano quasi suonare in balia di un’estasi mistica, con Garcia naturalmente cinque spanne sopra tutti, ma anche con la sezione ritmica più presente del solito e senza passaggi a vuoto, un Weir decisamente in palla e Godchaux che fa vedere perché i nostri lo avessero scelto come tastierista dopo la dipartita di Pigpen. L’ascolto di questo triplo CD è dunque una vera esperienza che, una volta arrivato all’ultima canzone, mi fa quasi prendere come buone le parole dei fans: anche le prestazioni vocali, spesso il tallone d’Achille nei concerti dei Dead, qua sono rigorose, senza sbavature ed in linea con le parti strumentali. Che la serata è destinata ad entrare nella storia lo si capisce dall’iniziale New Minglewood Blues, solitamente un brano minore ma che qui vede subito una band in forma ed un Garcia subito ispirato e liquidissimo, pezzo a cui fanno seguito una fluida e vibrante Loser ed una eccellente cover di El Paso di Marty Robbins, a quell’epoca molto comune nei concerti del Morto Riconoscente. Ma il primo CD contiene già degli highlights assoluti, a partire da una splendida They Love Each Other, dove Garcia sembra veramente nella forma strumentale e vocale dei concerti europei del 1972, oltre ad una Jack Straw solida e potente come non mai, la sempre trascinante Deal (e come suona Jerry!), la straordinaria Brown-Eyed Women, da sempre una delle mie canzoni preferite dei Dead, per finire con una maestosa Row Jimmy, con Garcia formidabile alla slide ed uno squisito sapore reggae (e notate che a me di solito il reggae non piace), forse la migliore mai sentita.

Con il secondo dischetto si entra nella leggenda: solo quattro canzoni, ma straordinarie, un CD aperto da una magistrale Dancing In The Streets di sedici minuti (e con Jerry in modalità extraterrestre, non ho parole per descrivere come suona) e chiuso da una altrettanto bella Estimated Prophet; in mezzo un medley inarrivabile che fonde Scarlet Begonias e Fire On The Mountain, quasi mezz’ora di musica a livelli celestiali, in assoluto una delle cose più belle che ho sentito fare dai Dead. Il terzo CD ci dà il colpo di grazia con una scintillante (ed insolitamente sintetica) St. Stephen, che confluisce in una Not Fade Away da favola, più di sedici minuti di sublime Dead sound; ma ecco il momento centrale di tutta la performance, con una Morning Dew incredibile, una rilettura davvero leggendaria, di certo la migliore versione di uno dei brani più intensi del loro repertorio live, con Garcia semplicemente stellare e Godchaux che fa di tutto per stare al suo livello: un pezzo che in quella sera trasmise davvero all’ascoltatore tutta l’inquietudine post-atomica di cui parla il testo originale. Chiude il triplo una coinvolgente One More Saturday Night, più rock’n’roll che mai: sono tre CD, ma alla fine avrei voluto che fossero almeno sei.

Si dice che non esista un concerto dei Grateful Dead uguale ad un altro: di sicuro non ne esiste uno uguale a Cornell 5/8/77.                                                                                                                      Irrinunciabile.

Marco Verdi

Uno Dei Migliori Volumi Della Serie! Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 8

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Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 8: November 23rd 1991, Bradley Center – ATO 2CD

Il doppio CD uscito nel 1991 intitolato semplicemente Jerry Garcia Band (quello con in copertina un dipinto raffigurante una sala da concerto su sfondo grigio, da anni fuori catalogo) a mio parere non è solo una delle cose migliori mai messe su disco da Jerry Garcia (Grateful Dead compresi), ma uno dei migliori album dal vivo degli anni novanta. Questo ottavo volume della serie Garcia Live, da poco uscito, prende in esame un concerto tratto dalla stessa tournée (avvenuto al Bradley Center di Milwaukee, circa un anno dopo il concerto del live del 1991, che era stato inciso al Warfield di San Francisco) e con la stessa formazione: in quel periodo Jerry era al massimo della forma, e suonava come forse non aveva mai fatto in carriera, un misto di creatività, esperienza e maturità che lo rendevano un musicista inimitabile (e non erano ancora rispuntati i problemi di salute che lo avrebbero portato alla morte dopo solo quattro anni); in più, la JGB era una formazione a prova di bomba, in grado di suonare davvero qualsiasi cosa, e con una scioltezza incredibile: oltre alla chitarra del leader, abbiamo due vecchi compagni di viaggio come il grande Melvin Seals all’organo (e, ahimè, qualche volta ai synth) ed il bassista John Kahn, mentre alla batteria c’è l’ottimo David Kemper, di lì a qualche anno nella touring band di Bob Dylan, oltre ai cori soulful di Jacklyn LaBranch e Gloria Jones, utilissimi ad aiutare la voce di Jerry, da sempre il suo unico tallone d’Achille.

E questo ottavo volume della benemerita serie di concerti live di Jerry è indubbiamente uno dei migliori della serie, forse addirittura il migliore, gareggiando in bellezza con il già citato doppio del 1991: ci sono alcune canzoni in comune (ma si sa che Garcia non suonava mai lo stesso brano due volte allo stesso modo), ma anche alcune sorprese che rendono più appetitoso il piatto. Lo show è strutturato nel modo tipico dei concerti di Jerry, cioè qualche brano tratto dai suoi album solisti, diverse cover e nessun brano dei Dead: la differenza poi la fa la qualità della performance, nella fattispecie davvero eccellente. Il primo dei due CD (incisi come sempre in maniera perfetta) si apre con Cats Under The Stars, forse non tra le migliori composizioni di Jerry, ma che serve come riscaldamento (più di nove minuti, all’anima del riscaldamento…) e con il nostro che ci fa sentire da subito che la sua chitarra in quella sera farà faville; They Love Each Other è una canzone migliore, più simile allo stile dei Dead, tersa e godibile (peccato per quelle tastiere elettroniche), con un leggero tempo reggae che non guasta. Il concerto entra nel vivo con la prima sorpresa: Lay Down Sally, uno dei pezzi più popolari di Eric Clapton, in una versione sontuosa, con il laidback tipico del Manolenta degli anni settanta, ritmo spedito e la chitarra spaziale di Jerry a dare il sigillo con i suoi assoli stratosferici (e stiamo parlando di un brano di Clapton, non certo un pivellino); The Night They Drove Old Dixie Down è una delle grandi canzoni del songbook americano (canadese per la precisione) e questa rilettura è molto diversa dall’originale di The Band, più lenta, decisamente fluida e dal grandissimo pathos strumentale (Jerry qui ha qualche difficoltà a restare intonato), con Seals che tenta di eguagliare in bravura il suo leader e quasi ci riesce.

Reuben And Cherise è gradevole e con il tipico Garcia touch nella melodia (quelle tastiere però…) e prelude ad un trittico da favola formato da Money Honey (di Jesse Stone), roccata e trascinante, con Jerry che suona in modo divino e Melvin che si conferma una spalla perfetta, la vivace e breve (“solo” quattro minuti) My Sisters And Brothers, dal sapore errebi-gospel (era una hit dei Sensational Nightingales) e la splendida Deal, una delle migliori canzoni del Garcia solista, stasera eseguita in maniera stellare. Il secondo dischetto è ancora meglio, ed inizia con una rarissima Bright Side Of The Road, uno dei classici di Van Morrison, in una versione strepitosa, suonata in modo rispettoso ma con una verve chitarristica che l’originale non aveva: Jerry canta bene ed il brano ne esce ulteriormente abbellito. Segue un’altra grande canzone, Waiting For A Miracle di Bruce Cockburn, che Jerry rivolta come un calzino rendendola sua al 100%, con la band che segue compatta. Think non è il noto successo di Aretha Franklin, bensì un oscuro blues di Jimmy McCracklin, molto classico, ed anche il Jerry bluesman funziona alla grande, con un lungo assolo di una liquidità impressionante (e vogliamo parlare dell’organo?); Shining Star è una soul ballad originariamente dei Manhattans, lunga, dilatata, limpida e suonata con classe sopraffina, tredici minuti di puro godimento, mentre Ain’t No Bread In The Breadbox è un pezzo di Norton Buffalo che Jerry e compagni intrepretano in maniera decisamente vitale. Il concerto si chiude con due classici: That Lucky Old Sun è uno standard interpretato negli anni da mille artisti diversi, ed il nostro la personalizza con il suo solito mestiere, rallentandola e tirando fuori il meglio dalla nota melodia, mentre il finale è appannaggio di un brano di Dylan, un autore che nei concerti di Garcia non mancava mai: Tangled Up In Blue è il pezzo scelto, altri undici minuti di grande musica, con il solito suono compatto e fluido allo stesso tempo del gruppo e le due coriste che aggiungono pepe alla nota melodia.

So che tra Grateful Dead e Jerry Garcia solista il mercato negli ultimi tre anni è stato letteralmente invaso di nuove pubblicazioni, ma questo Volume 8 fa parte certamente di quelle da accaparrarsi.

Marco Verdi

Supplemento Della Domenica: Ci Mancavano Solo Le Ristampe Dei “Cinquantesimi”! Grateful Dead 50th Anniversary Deluxe Edition

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Grateful Dead – Grateful Dead 50th Anniversary Deluxe Edition – Rhino 2CD – LP Picture

I Grateful Dead, soprattutto in seguito alla scomparsa del loro storico leader Jerry Garcia avvenuta nel 1995, non hanno mai seguito le normali leggi del marketing, inondando negli anni il mercato di un vero e proprio fiume di pubblicazioni d’archivio, specie dal vivo: nello specifico gli ultimi due anni, tra cofanetti celebrativi, tributi, tour d’addio e concerti del passato, hanno messo davvero a dura prova i portafogli dei tanti seguaci della band di San Francisco. Si pensava però che la loro discografia “ufficiale” studio e live, cioè quella che va dal 1967 al 1990 (anno di uscita di Without A Net, ultimo loro album dal vivo per così dire in “tempo reale”), fosse stata già sistemata qualche anno fa con i due splendidi cofanetti The Golden Road e Beyond Description (dal quale peraltro Without A Net era stato stranamente escluso): eppure avremmo dovuto sapere che, quando si parla dei Dead, ci si può aspettare di tutto. Ecco quindi l’idea “geniale”: ripubblicare tutti gli album della loro discografia in edizione deluxe, ciascuno allo scadere del cinquantesimo anniversario dall’uscita originale; avete capito bene: non una serie di uscite programmate con tre-quattro dischi ogni tot mesi (come è successo con i Led Zeppelin), ma un CD all’anno, o due se in una particolare annata i Dead avevano pubblicato più di un album, fino al 2039, anno in cui cadrà il cinquantesimo anniversario di Built To Last, loro ultimo album di studio (o 2040 se questa volta Without A Net verrà preso in considerazione).

grateful dead picture vinyl

Un’operazione che potrei benissimo definire demenziale, considerato soprattutto il fatto che molti fans del gruppo non sono proprio di primo pelo (e quindi molti di essi potrebbero non arrivare al completamento della serie, faccia pure gli scongiuri chi di dovere), ma anche la possibilità che fra più di vent’anni il CD non sarà più un supporto preso in considerazione per la fruizione della musica, dato la velocità con la quale corre la tecnologia oggi. L’iniziativa non ha mancato di attirare molte critiche, anche da parte dei Deadheads più duri e puri (basta andare sul sito dei Dead e leggere i commenti): personalmente sono curioso di vedere se verranno affrontati in pompa magna allo stesso modo tutti gli episodi della discografia dei Dead, dato che un conto è celebrare vere e proprie pietre miliari quali Workingman’s Dead, Live/Dead o American Beauty, un conto è valorizzare episodi non proprio di primo piano come Shakedown Street o il deludente live del 1976 Steal Your Face (che nel box Beyond Description è stato addirittura saltato). Il primo episodio di questa campagna di ripubblicazioni è naturalmente il loro esordio del 1967, l’omonimo Grateful Dead, uscito da pochi giorni in una versione doppia, mentre il vinile è stato ristampato solo con i brani originali, anche se in una bella edizione picture (e se dovessimo fare i pignoli, avrebbe dovuto uscire a Marzo per rispettare alla lettera la regola dei cinquant’anni).

Grateful Dead non è mai stato considerato un album fondamentale nella discografia della band californiana, in quanto ancora acerbo e poco rappresentativo di ciò che sarebbero diventati in seguito (e che dal vivo erano già): a me è sempre piaciuto, vuoi per la sua sinteticità (dura appena 35 minuti), vuoi per il suono decisamente rock-blues che raramente tornerà nei dischi di studio del gruppo. Garcia è già la guida incontrastata ed indiscussa, ma il tastierista Ron “Pigpen” McKernan è molto più di un semplice membro, incarnando l’anima blues del quintetto ed assumendo quasi la carica di co-leader musicale grazie all’importanza dell’organo nel sound della band, mentre Bob Weir, Phil Lesh e Bill Kreutzmann (Mickey Hart ancora non c’era) già forniscono il supporto ritmico perfetto. In questo album ci sono diversi brani che servono come base per le future e famose improvvisazioni dal vivo, pezzi che superano di poco i due minuti di durata, come il rock’n’roll di Beat It On Down The Line, o vari blues come la celebre Good Morning. Little Schoolgirl (di Sonny Boy Williamson, l’unica a durare quasi sei minuti), il traditional Sitting On Top Of The World, che come abbiamo visto di recente era già nel repertorio di Garcia fin dai tempi degli Hart Valley Drifters, o come New, New Minglewood Blues di Noah Lewis, in futuro ripreso moltissime volte dal vivo.

La maggior parte dei nove brani sono covers, ma Garcia comincia già a farsi largo come autore (per ora senza il futuro partner Robert Hunter) con le interessanti The Golden Road e Cream Puff War. Ma i centerpieces del disco sono le due folk songs Cold Rain And Snow e l’inquietante e post-apocalittica Morning Dew, entrambe elettriche e con accenni di quella psichedelia per la quale i nostri si distingueranno presto, e soprattutto Viola Lee Blues, unico pezzo a superare i dieci minuti, un blues ancora scritto da Lewis che diventa un pretesto per una furiosa jam chitarristica nella quale Jerry inizia a mostrare di che pasta è fatto. Il secondo CD è costituito da un concerto inedito, e se proprio non ci troviamo di fronte ad un’idea rivoluzionaria (direi che live dei Dead in giro non ne mancano), almeno è decisamente interessante l’annata, in quanto ci viene proposto un raro show del 1966, cioè un anno prima del loro debutto, quando erano praticamente sconosciuti al di fuori della Bay Area (per l’esattezza il dischetto documenta la serata del 29 Luglio al PNE Garden Auditorium di Vancouver, in Canada, con in aggiunta quattro pezzi dallo show tenutosi il giorno successivo sempre nella stessa location).

Il suono è ottimo, e nonostante siano agli albori, i nostri suonano già con quella sicurezza e quella tecnica che gli conosciamo, con Garcia e Pigpen assoluti protagonisti: ci sono diversi brani che finiranno poi sul disco d’esordio, tra cui la sempre eccellente Viola Lee Blues, con Jerry che è già una macchina da guerra, ma anche con dilatate versioni di Cream Puff War (superba) e Good Morning, Little Schoolgirl (più lunghe che nel disco in studio, anche se le loro tipiche jam interminabili non ci sono ancora), e le sempre trascinanti Beat It On Down The Line ed una Sittin’ On Top Of The World dal ritmo sostenuto. Ci sono anche tre brani originali che in seguito non verranno più ripresi: Standing On The Corner, tipica rock song anni sessanta, neanche male, You Don’t Have To Ask e Cardboard Cowboy, nella quale Lesh fa già vedere di essere un cantante quantomeno discutibile; i nostri avevano già in scaletta anche il traditional I Know You Rider, che diventerà uno dei loro classici assoluti, in una versione molto più spedita del solito e con l’organo di McKernan in grande evidenza. C’è anche parecchio blues: oltre ai pezzi che andranno a costituire l’ossatura di Grateful Dead, troviamo qui liquide riletture di Next Time You See Me di Junior Parker, Big Boss Man di Jimmy Reed e One Kind Favor di Lightnin’ Hopkins (conosciuta anche come See That My Grave Is Kept Clean). Come ciliegina, una fluida It’s All Over Now, Baby Blue, che dimostra che Bob Dylan era già allora un solido riferimento per loro.

Che altro aggiungere? Non posso certo dire che questa ristampa sia imperdibile (anche perché il concerto si trova facilmente, e gratuitamente, anche online), ma se siete dei completisti, o meglio ancora dei neofiti, un pensierino ce lo potete fare. E se siete giovani potete anche puntare a completare la serie di ristampe!

Marco Verdi

Molto Più Che Un “Altro” Disco Di Jerry Garcia! Hart Valley Drifters – Folk Time

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Hart Valley Drifters – Folk Time – ATO CD

Sappiamo benissimo che le radici di Jerry Garcia sono da ricercare nella tradizione folk, blues e bluegrass, influenze palesate saltuariamente con i Grateful Dead ed in maniera più netta prima negli anni settanta con gli Old & In The Way e con i New Riders Of The Purple Sage, e poi negli anni ottanta ed i primi novanta con gli splendidi dischi acustici in duo con David Grisman, ma anche con i live della Jerry Garcia Acoustic Band. Si pensava che queste influenze fossero tutte da ricercare nel disco inciso nel 1964 e pubblicato solo nel 1999 con i Mother McCree’s Uptown Jug Champions, band giovanile nella quale militavano anche i futuri compagni nei Dead Bob Weir e Ron “Pigpen” McKernan, un combo votato al recupero di brani della tradizione folk e blues, che ebbe un’importanza fondamentale nella formazione musicale del nostro. Si sapeva altresì che quella non era la prima esperienza di Jerry, dato che due anni prima era stato brevemente il leader di un quintetto denominato Hart Valley Drifters, dei quali però non si conosceva nulla, e neppure tra i più avidi fans dei Dead erano mai circolati nastri o bootleg riconducibili al fantomatico gruppo. Nel 2008, però, tale Brian Miksis (un tecnico del suono cinematografico conosciuto perlopiù in ambienti indipendenti) si imbatté in un nastro che riproduceva una session del 1962 degli HVD (registrata in mono presso la stazione radio KZSU  della Stanford University), con diciassette brani mai ascoltati prima: un ritrovamento eccezionale, del quale adesso abbiamo finalmente la possibilità di godere anche noi, grazie a questo splendido dischetto intitolato Folk Time e pubblicato dalla ATO Records sotto l’egida della Jerry Garcia Estate, un prodotto ufficiale quindi (e con le liner notes scritte proprio da Miksis).

Ma non è solo la scoperta in sé ad essere straordinaria (dopotutto, siamo di fronte alle prime incisioni in assoluto di uno dei musicisti più importanti del secolo scorso), ma anche la qualità del contenuto: Jerry, ad appena vent’anni, era già uno strumentista eccellente (qui canta, suona la chitarra acustica ed il banjo), ed il fatto di vederlo direttamente alle prese con il materiale che formerà il suo background musicale non ha prezzo. In più, troviamo tra i suoi compagni di viaggio due personaggi che in futuro incrocerà di nuovo, come Robert Hunter (qui al basso), che sarà il suo paroliere per tutta la carriera, ed il secondo chitarrista David Nelson, che fonderà nei seventies i già citati New Riders Of The Purple Sage (gli altri due membri del gruppo, il banjoista e violinista Ken Frankel ed il dobroista Norm Van Maastricht, pur continuando a suonare anche in seguito, hanno fatto perdere velocemente le proprie tracce). Folk Time è quindi una vera miniera d’oro per i fans di Garcia, ma anche per gli amanti del folk più puro, quarantadue minuti di musica sublime ed eseguita con una forza ed un feeling che sembra impossibile trovare in musicisti ventenni: i brani ( traditionals o cover di classici del folk, country o blues) sono tutti abbastanza brevi e diretti, niente a che vedere con le lunghe jam che Jerry affronterà in seguito con i Dead, ma proprio per questo ancora più godibili. E ho tenuto per ultima la cosa forse più impressionante di tutte: la qualità dell’incisione, davvero incredibile per pulizia, purezza e brillantezza, quasi fossero registrazioni di qualche mese fa, merito sicuramente del produttore e curatore del progetto Marc Allan (mentre le sessions originali erano state prodotte da Ted Claire), che ha dato a queste canzoni un suono veramente splendido, roba da non credere.

Dopo una breve e scherzosa auto-presentazione dei membri della band, si parte con una stupenda versione del traditional Roving Gambler, dominato dal banjo ma anche con tutti gli altri strumenti in grande spolvero, e Garcia vocalmente già maturo: gran ritmo, pur senza batteria, e performance cristallina. E, ripeto, incisione spettacolare, sembra incredibile che queste registrazioni siano rimaste sconosciute per decenni. Ground Speed è un breve e ficcante bluegrass (scritto da Earl Scruggs), un minuto e mezzo di musica suonata a velocità vorticosa, mentre Pig In A Pen, che rimane in territori bluegrass, offre una melodia corale classica, ed è eseguita anch’essa con forza straordinaria. Ed il livello rimane questo per tutta la durata del CD, con punte di eccellenza assoluta per il bellissimo folk-gospel Standing In The Need Of A Prayer, lo strumentale Flint Hill Special, con Jerry strepitoso al banjo e Nelson che non è da meno alla chitarra, il noto traditional Nine Pound Hammer, in una rilettura decisamente vigorosa, o ancora Handsome Molly, proposta in modo puro e delizioso. C’è spazio anche per un omaggio a Ralph Stanley, con la breve ma intensa Clinch Mountain Backstep, e per il fratello Carter, con una formidabile Think Of What You’ve Done, ancora con Garcia grandissimo al banjo; All The Good Times Have Past And Gone è un’altra folk song purissima, dal motivo scintillante ed eseguita alla grande, così come la saltellante Billy Grimes, The Rover, dal sapore irish, o la malinconica Sugar Baby, con il violino di Frankel sugli scudi. Il CD si chiude con la nota Sitting On Top Of The World (l’hanno fatta anche i Dead), in una versione folk-blues strepitosa, alla Mississippi John Hurt, davvero da brividi lungo la schiena, che rivela (ma non ce n’era bisogno) che Garcia era già un musicista straordinario.

Tecnicamente Folk Time non è una ristampa, essendo composto interamente da brani inediti, e quindi non ho nessuna remora a definirlo, anche per la sua importanza storica, il disco folk dell’anno.

Marco Verdi

*NDB Ora attendiamo qualche bella jam di Jerry all’asilo!

Non Ci Posso Credere! Parte La Campagna Delle Ristampe Per il 50° Anniversario Dei Dischi Dei Grateful Dead: Lunga Vita A Loro, Ma Anche A Noi.

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Il 20 gennaio, con la ripubblicazione del primo album del 1967 The Grateful Dead parte la campagna della ristampe dell’intera discografia del gruppo californiano, ogni album ripubblicato allo scoccare del 50° Anniversario, o così ci dicono. Visto che l’ultimo album ufficiale della band Without A Net è uscito nel 1990, dobbiamo quindi aspettarci che tutta questa operazione si concluderà nel 2040. Ma esisteranno ancora le case discografiche? E, soprattutto, esisteremo ancora noi? Chi ne ha parlato fino ad ora secondo me non si è posto il problema, ma non credo sarà una questione secondaria.

Comunque, ognuna delle ristampe del catalogo dei Grateful Dead sarà doppia, con un CD di materiale inedito, unito al disco originale (e per il Live e i doppi come faranno?). Diciamo allora che, da quello che si sa, almeno il primo della serie sarà così. pubblicato dalla Rhino/Grateful Dead a cura di uno dei loro archivisti principali, David Glasser, la serie vivrà anche una operazione parallela dedicata alla ristampa dei singoli in vinile del gruppo, sempre allo scoccare del 50°, ma con una cadenza di uscite più ravvicinate: la prima sarà il 1° marzo con il primo 45 giri “Stealin'” b/w “Don’t Ease Me In.”. In tutto saranno 27 singoli ripubblicati in vinile colorato. ciascuno con tiratura limitata di 10.000 copie, le prime 4 uscite saranno disponibili ogni trimestre del primo anno sotto forma di un abbonamento a 44.98 dollari sul sito del gruppo http://www.dead.net/, per le altre 23 uscite si dice genericamente che saranno disponibili nei prossimi anni.

Tornando alla ristampa del primo album ecco la tracklist completa del doppio CD:

Grateful Dead, The Grateful Dead: 50th Anniversary Deluxe Edition (Rhino, 2017)

Disc One: Original Album (Originally released as Warner Bros. LP WS 1689, 1967)

  1. The Golden Road (To Unlimited Devotion)
  2. Beat It On Down The Line
  3. Good Morning Little School Girl”
  4. Cold Rain & Snow
  5. Sitting On Top Of The World
  6. Cream Puff War
  7. Morning Dew
  8. New, New Minglewood Blues
  9. Viola Lee Blues

Disc 2: P.N.E. Garden Auditorium, Vancouver, BC, Canada 7/29/66

  1. Standing On The Corner
  2. Know You Rider
  3. Next Time You See Me
  4. Sitting On Top of The World
  5. You Don’t Have To Ask
  6. Big Boss Man
  7. Stealin’
  8. Cardboard Cowboy
  9. Baby Blue
  10. Cream Puff Wars
  11. Viola Lee Blues
  12. It On Down The Line
  13. Good Morning Little Schoolgirl”

7/30/66

    1. Cold, Rain and Snow 15.  One Kind Favor 16.  Hey Little One 17.  New Minglewood Blues

Tra l’altro i Deadheads più esperti già ci dicono che tre dei brani, contenuti nel concerto del 1966, sono molto rari (come peraltro tutto il repertorio dei primi due anni): Standing On The Corner, You Don’t Have To Ask Me e Cardboard Cowboy, poi non appariranno più in successive registrazioni ufficiali dei Grateful Dead. E, tac, ti hanno fregato un’altra volta!

hart valley drifters folk time

 

Naturalmente nel corso dell’anno prossimo usciranno altri volumi della serie Dave’s Picks e in questi giorni è uscito anche Folk Time il disco degli Hart Valley Drifters, la prima band ufficiale di Jerry Garcia nel 1962, quando aveva 20 anni e si esibiva insieme a Robert Hunter David Nelson, pubblicata dalla Ato Records, e su cui poi torneremo con calma.

Bruno Conti