Anche Prima Di Diventare Una “Vera” Band Erano Già Belli Pronti! New Riders Of The Purple Sage – Dawn Of The New Riders Of The Purple Sage

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New Riders Of The Purple Sage – Dawn Of The New Riders Of The Purple Sage – Owsley Stanley Foundation 5CD Box Set

E’ un bel periodo per i fans dei New Riders Of The Purple Sage, storica band californiana di country-rock “cosmico” ancora in attività anche se ben lontana dai fasti dei primi anni settanta: dopo il doppio Thanksgiving In New York City, che documentava un concerto di fine 1972, ecco ora un invitante box di ben cinque CD pubblicato nel ambito della serie Bear’s Sonic Journals, cioè album dal vivo tratti da nastri originali del leggendario tecnico del suono dei Grateful Dead (e non solo) Owsley “Bear” Stanley, una collezione nell’ambito della quale sono già usciti il bellissimo doppio di Jorma Kaukonen e Jack Casady Before We Were Them https://discoclub.myblog.it/2019/02/14/nuovi-dischi-live-dal-passato-6-prima-di-essere-gli-hot-tuna-erano-gia-formidabili-jorma-kaukonen-jack-casady-bears-sonic-journals-before-we-were-them-live-june-2/ , la riedizione di Fillmore East 1970 della Allman Brothers Band https://discoclub.myblog.it/2018/08/11/le-loro-prime-registrazioni-dal-vivo-di-nuovo-disponibili-allman-brothers-band-fillmore-east-february-1970/  ed il box di 7 CD Never The Same Way Once di Doc & Merle Watson. La cosa che rende particolarmente interessante questo Dawn Of The New Riders Of The Purple Sage è il fatto che, come suggerisce il titolo, in esso sono contenuti concerti inediti risalenti al periodo precedente al loro mitico album d’esordio del 1971.

In effetti i NROTPS erano inizialmente nati come sorta di gruppo “dopolavoristico” in orbita Grateful Dead, una sorta di band country-rock che potesse dare la possibilità a Jerry Garcia di suonare liberamente la steel guitar (strumento per il quale all’epoca Jerry aveva preso una cotta): infatti le prime uscite del gruppo erano direttamente collegate ai concerti dei Dead dato che i nostri si esibivano come gruppo spalla ed al suo interno oltre a Garcia c’erano anche il bassista Phil Lesh ed il batterista Mickey Hart, completati dal cantante e chitarrista (nonché principale compositore del gruppo e futuro leader) John “Marmaduke” Dawson e dal chitarrista David Nelson, vecchio amico di Jerry e già compagno con lui di diverse band giovanili “pre-Dead”. Dawn Of The New Riders Of The Purple Sage presenta il meglio di diversi concerti tenutisi in quattro differenti location nel biennio 1969-70, con i nostri già in possesso di un suono country-rock al 100% perfettamente in linea con quello di altri gruppi del periodo come Byrds e Flying Burrito Brothers, e con gli elementi psichedelici presenti nei loro primi lavori che per ora non sono molto evidenti. Se il frontman è Dawson, il vero leader del suono del gruppo è Garcia, con la sua steel suonata splendidamente e protagonista indiscussa di ognuno dei 61 brani del box.

L’incisione è ottima considerando che questi nastri hanno 50 e più anni sulle spalle, ed anche la qualità delle performance è in crescendo, in quanto nei primi due CD ed in parte anche nel terzo le parti vocali di Dawson sono un po’ fuori fase (per non dire stonate), unico aspetto negativo, ma non da poco, di un cofanetto altrimenti imperdibile anche per il fatto che presenta diversi brani originali dello stesso Marmaduke che non ritroveremo in seguito sugli album del gruppo oltre ad una bella serie di cover intriganti e, last but not least, la presenza costante di Garcia, che poco dopo (all’indomani del primo album) dovrà abbandonare la band perché troppo impegnato con i Dead e con l’inizio della sua carriera solista. Ma vediamo i momenti salienti dei cinque CD, ricordando che Lesh aveva già lasciato ed il suo posto era stato preso prima da Bob Matthews nei primi quattro dischetti e poi in via definitiva da David Torbert (nel quinto). CD 1-2: Berkeley 1 agosto 1969. Si inizia con il famoso inno per camionisti Six Days On The Road, con Jerry che fa già i numeri alla steel, per proseguire con altre interessanti cover tra cui spiccano il languido honky-tonk di What’s Made Milwaukee Famous (scritta da Glen Sutton ma resa popolare da Jerry Lee Lewis), il doppio omaggio a Buck Owens con le pimpanti I’ve Got A Tiger By The Tail e Hello Trouble e quello ai Rolling Stones (Connection), oltre a classici del calibro di Kaw-Liga (Hank Williams), The Lady Came From Baltimore (Tim Hardin) ed una splendida Games People Play di Joe South.

Molti anche gli originali di Dawson (nel box compaiono tutti i brani dell’album d’esordio tranne due, un paio che verranno pubblicati solo nel 1972 e come ho già detto diversi inediti), tra i quali segnalerei la guizzante Henry, suonata due volte (e qui Garcia è strepitoso), il puro country di Delilah, la ballata dead-iana Garden Of Eden, la bella Last Lonely Eagle e le deliziose Sweet Lovin’ One, Fair Chance To Know (molto Gram Parsons) e I Am Your Man. Peccato per la prestazione vocale traballante di John: per fare un parallelo con i Dead (altro gruppo che talvolta aveva le voci come punto debole) è come se Garcia e soci avessero fatto cantare tutti i brani dei loro concerti a Lesh. CD 3: San Francisco 28-29-30 agosto 1969. In questo dischetto i NROTPS brillano particolarmente nell’anteprima di Superman, che uscirà sul loro terzo album Gypsy Cowboy, ed in una Six Days On The Road più convinta. Ma la parte del leone la fa l’ospite speciale Bob Weir (presentato come “Bobby Ace”), che assume il ruolo di leader in una sorta di mini-set nel quale canta due pezzi che era solito fare anche coi Dead (Mama Tried di Merle Haggard e Me & My Uncle di John Phillips), un paio di classici di George Jones (Old Old House e Seasons Of My Heart), una limpida Cathy’s Clown degli Everly Brothers ed una vivace Slewfoot di Howard Hausey, per tornare nel finale con una energica rilettura di Saw Mill di Mel Tillis. Peccato che Dawson tenti di rovinare tutto con un controcanto totalmente fuori armonia.

CD 4: Berkeley 14-15 ottobre 1969. Questo dischetto e quello che segue sono i migliori del box, sia per l’incisione che è ancora più nitida che per la prestazione vocale di Marmaduke, rientrata nei confini dell’accettabilità. Il CD inizia con una breve ma riuscita versione di Only Daddy That’ll Walk The Line, brano portato al successo da Waylon Jennings; gli highlights sono però tre veri pezzi da novanta come I Still Miss Someone di Johnny Cash, The Weight della Band ed una eccellente rilettura dello standard Long Black Veil, tutte in versioni discretamente lunghe e con Garcia superbo. Finale con una ipnotica Death And Destruction di ben 13 minuti (e qui un accenno di psichedelia c’è), con l’armonica di Will Scarlett che duetta alla grande con mastro Jerry. CD 5: San Francisco 4-5-7 giugno 1970. Qui troviamo di nuovo Weir protagonista della “solita” Mama Tried ma anche di una frizzante rivisitazione di The Race Is On (Don Rollins) e di una inattesa Honky Tonk Women degli Stones. Per il resto a parte un’altra The Weight abbiamo solo brani di Dawson, tra i quali spiccano i futuri classici I Don’t Know You, Louisiana Lady e Portland Woman, tutti e tre in procinto di essere pubblicati sul debutto omonimo del gruppo.

Un box quindi decisamente interessante e senza dubbio importante, che documenta i primi passi di una delle band di culto per antonomasia del passato, anche se a causa dell’altalenante performance vocale di Dawson mi sento di consigliarne l’acquisto più ai fans del gruppo che ai neofiti.

Marco Verdi

Il Tipico Cofanetto Da Isola Deserta! The Allman Brothers Band – Trouble No More

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The Allman Brothers Band – Trouble No More. 50th Anniversary Collection – Mercury/Universal 5CD – 10LP Box Set

Eccomi finalmente a parlare dell’atteso cofanetto che celebra i 50 anni di carriera della leggendaria Allman Brothers Band, uno dei più grandi gruppi di sempre ed inventore del genere southern rock, una miscela irresistibile di rock, blues, jazz e soul che ha avuto centinaia di seguaci ma nessuno a quel livello (in realtà gli anni sarebbero 51, perché la ABB si è formata nel 1969, o 45 dato che si sono ufficialmente sciolti nel 2014, ma non è il caso di essere troppo pignoli). Gruppo fantastico in ognuna delle sue molte configurazioni, gli ABB oltre ad avere dato origine ad una lunga serie di grandissime canzoni sono stati uno degli acts dal vivo più memorabili (non per niente il loro mitico Live At Fillmore East del 1971 è probabilmente il miglior album live di sempre in assoluto), ma hanno avuto nella loro storia anche diverse tragedie, in particolare la drammatica scomparsa del fenomenale chitarrista e fondatore Duane Allman, uno che avrebbe potuto diventare il più grande axeman di sempre, seguita un anno dopo dall’ugualmente scioccante dipartita del bassista Berry Oakley in circostanze quasi identiche (un incidente di moto a pochi isolati di distanza uno dall’altro).

Non è però il caso che vi racconti qua la storia del gruppo (se siete abituali frequenatatori di questo blog li conoscete alla perfezione), ma voglio parlarvi nel dettaglio di questo splendido cofanetto intitolato Trouble No More, che attraverso cinque CD (o dieci LP, ma il box in vinile ha un costo davvero improponibile) ripercorre il meglio della loro storia dal primo demo inciso in studio fino all’ultima canzone suonata dal vivo, in una confezione elegante con un bellissimo libretto ricco di foto ed un lungo saggio scritto da John P. Lynskey, e con la produzione a cura del noto archivista Bill Levenson, specialista in questo genere di operazioni. Il box è una goduria dall’inizio alla fine, in quanto troviamo al suo interno quasi sette ore di grandissima musica: gli inediti non sono tantissimi, solo sette (ma uno meglio dell’altro), ma non mancano diverse chicche e rarità e poi diciamocelo, non ci sono tanti gruppi al mondo a potersi permettere una collezione di cinque CD a questo livello (ed il box funziona anche se possedete già Dreams, l’altro cofanetto degli Allman uscito nel 1989, un po’ perché là mancava ovviamente tutto il materiale dal 1990 in poi, ed anche perché si prendevano in esame anche cose dei vari gruppi pre-ABB e materiale solista di Gregg Allman e Dickey Betts, mentre Trouble No More si occupa esclusivamente della vita della band “madre”). Ma vediamo nel dettaglio il contenuto dei cinque dischetti.

CD1: The Capricorn Years 1969-1979 Part I. Si inizia subito col primo inedito, che è anche il primo demo in assoluto registrato dal gruppo nell’Aprile del 1969 (strano che non sia stato pubblicato prima), e cioè il brano di Muddy Waters che intitola il box, che non sembra affatto una prova ma vede i nostri già belli in tiro, con Duane e Dickey che si scambiano licks e assoli e la sezione ritmica di Oakley, Jaimoe e Butch Trucks che è già un macigno. Poi abbiamo quattro classici dal primo album omonimo e cinque da Idlewild South (con capolavori come It’s Not My Cross To Bear, Dreams, Whipping Post, Midnight Rider, Revival e Don’t Keep Me Wonderin’) inframezzati da una formidabile I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town di nove minuti dal famoso Live At Ludlow Garage. Il CD di chiude con tre brani dal leggendario Fillmore East (Statesboro Blues, Stormy Monday e la magnifica In Memory Of Elizabeth Reed), un lavoro dal quale il box non attinge più di tanto essendo già stato soggetto di un cofanetto sestuplo nel 2014.

CD2: The Capricorn Years 1969-1979 Part II. Unico dischetto senza inediti, ma non per questo privo di interesse : dopo la One Way Out ancora al Fillmore East abbiamo due pezzi tratti dal Live From A&R Studios 1971 (pubblicato nel 2016), una Hot’Lanta di “soli” sei minuti ed un monumentale medley You Don’t Love Me/Soul Serenade che di minuti ne dura quasi venti, uno degli highlights del box pur non essendo inedito. Da Eat A Peach abbiamo tre classici assoluti (Stand Back, Melissa e Blue Sky), per poi approdare ad una rara e bellissima Ain’t Wastin’ Time No More registrata dal vivo nel 1972 al Mar Y Sol Festival a Puerto Rico (tratta dal box Dreams), con Duane che ci aveva già lasciato ma Oakley ancora nel gruppo. I restanti cinque pezzi provengono da Brothers And Sisters, splendido album del 1973 che vedeva Betts ritagliarsi sempre di più il ruolo di co-leader insieme a Gregg, con capolavori come il roccioso rock-blues Southbound, la countreggiante Ramblin’ Man (il loro più grande successo a 45 giri) e la magnifica Jessica, mentre la conclusiva Early Morning Blues, con un grande Chuck Leavell al piano, è una outtake presa dalla deluxe edition di Brothers And Sisters del 2013.

CD3: The Capricorn Years 1969-1979 Part III/The Arista Years 1980-1981. Questo CD copre il periodo meno celebrato del gruppo, ma contiene anche l’inedito più interessante del box, cioè una straordinaria Mountain Jam registata al famoso Watkins Glen Festival del 1973, dodici minuti di goduria assoluta durante i quali i nostri condividono il palco con Jerry Garcia, Bob Weir e Robbie Robertson per una jam stratosferica (la chitarra di Jerry si riconoscerebbe su un milione, anzi in alcuni punti sembra che debba partire da un momento all’altro Sugar Magnolia). Anche Come And Go Blues è presa dal concerto a Watkins Glen, ma è tratta dal live Wipe The Windows, Check The Oil, Dollar Gas; a seguire troviamo tre brani presi da Win, Lose Or Draw, ultimo album dei nostri prima della temporanea separazione ed anche il meno fortunato fino a quel momento, anche se i pezzi qui presenti fanno la loro bella figura (Can’t Lose What You Never Had, ancora di Muddy Waters, la title track e soprattutto il quarto d’ora infuocato di High Falls di Betts). La reunion a cavallo tra i settanta e gli ottanta non fu molto proficua: tre album discreti ma lontani dai fasti di inizio decade (Enlightened Rogues, Reach For The Sky e Brothers Of The Road) in cui si tentava di dare al gruppo un suono più radiofonico, ma tra i brani scelti per questo box alcuni non sono affatto male, come il boogie Crazy Love, il godurioso strumentale Pegasus, la coinvolgente e soulful Hell & High Water e la grintosa Leavin’; chiude una fulgida Just Ain’t Easy dal vivo nel 1979, ancora dal box Dreams.

CD4: The Epic Years 1990-2000. Ecco la “vera” reunion, con Allman, Trucks, Betts e Jaimoe raggiunti da Warren Haynes ed Allen Woody (entrambi futuri Gov’t Mule) alla seconda chitarra e basso e dal tastierista Johnny Neel, per quella che a mio parere è la migliore formazione del gruppo dopo quella “mitica” dei primi anni. Con la guida del loro storico produttore Tom Dowd la nuova ABB pubblica due eccellenti album in meno di un anno, Seven Turns e Shades Of Two Worlds (quest’ultimo senza Neel ma con Marc Quinones alle percussioni), con brani del calibro di Good Clean Fun, trascinante boogie, Seven Turns (grandissima canzone), lo slow blues Gambler’s Roll, la solida End Of The Line e gli undici minuti strepitosi di Nobody Knows: tutti brani scelti per il cofanetto. Dopo una ruspante Low Down Dirty Mean dal vivo al Beacon e tratta dal doppio Play All Night abbiamo una delle chicche del box, ovvero una splendida versione acustica di Come On Into My Kitchen di Robert Johnson, tre chitarre (Gregg, Dickey e Warren) ed il basso di Woody, presa da un raro promo del 1992 diviso a metà con le Indigo Girls. Chiusura con quattro pezzi dall’ottimo Where It All Begins del 1994, tra cui le bellissime Back Where It All Begins e Soulshine (la signature song di Haynes), e con un’inedita I’m Not Crying live nel 1999, scritta e cantata da Jack Pearson che aveva sostituito proprio Haynes due anni prima.

CD5: The Peach Years 2000-2014. A parte High Cost Of Low Living e Old Before My Time, due tra i brani migliori di Hittin’ The Note del 2003 (ultimo album di studio dei nostri), questo CD è quello con più inediti e rarità. Si inizia con una rilettura strepitosa e mai sentita di Loan Me A Dime (live nel 2000), classico di Boz Scaggs che in realtà è un omaggio a Duane che suonò nella versione originale, con una grandissima prestazione dei due nuovi chitarristi della ABB Derek Trucks e Jimmy Herring. Segue un altro inedito, una favolosa Desdemona sempre dal vivo ma nel 2001, con Haynes che era rientrato definitivamente nel gruppo a fianco di Trucks: 13 minuti sensazionali. Le ultime due “unreleased songs” del box sono altrettante live versions stavolta del 2005, cioè un’insolita Blue Sky con Gregg alla voce solista ed un toccante omaggio a Duane con una breve Little Martha suonata da Derek e Warren con le chitarre acustiche. Gran finale con tre brani che non sono considerati inediti in quanto erano usciti come instant live, ma sono abbastanza rari: sto parlando dei tre pezzi conclusivi dell’ultimo concerto dei nostri nell’ottobre del 2014 al Beacon Theatre, cioè due magistrali Black Hearted Woman e The Sky Is Crying (classico di Elmore James) e, dopo i commossi discorsi d’addio, una tonica Trouble No More che chiude in un sol colpo carriera del gruppo e cofanetto così come si erano aperti.

Un box che, più di altre volte, si può riassumere con una sola parola: imperdibile.

Marco Verdi

Quando Il Canada Confina Con Il Texas. Parte 2: Matt Patershuk – If Wishes Were Horses

matt patershuk if wishes were horses

Matt Patershuk – If Wishes Were Horses – Black Hen CD

Matt Patershuk è uno dei segreti meglio custoditi nel panorama del cantautorato canadese. Originario di La Glace, un piccolo villaggio della regione di Alberta, Patershuk non è un songwriter tipicamente made in Canada, ma affonda le sue radici musicali nel country-rock del sud degli Stati Uniti, avendo come fonti di ispirazione maggiore gente come Kris Kristofferson, Willie Nelson e Waylon Jennings, ma anche John Prine anche se non è esattamente un uomo del sud. Non conosco i primi tre lavori di Matt, ma se devo giudicare da questo nuovo If Wishes Were Horses siamo di fronte ad un artista completo, capace, in possesso di un’ottima penna e con il suono giusto. Canzoni tra country, rock, folk e Americana, suonate con buon piglio e cantate con voce profonda: prodotto dall’esperto Steve Dawson (Kelly Joe Phelps, The Deep Dark Woods) e suonato da un manipolo di validi strumentisti tra i quali spicca il leggendario armonicista di Nashville Charlie McCoy, If Wishes Were Horses può essere quindi l’album giusto per far conoscere Patershuk anche al di fuori del Canada, dato che il suo stile ha tutto per essere apprezzato anche all’interno dei confini statunitensi.

Si inizia con la godibile The Blues Don’t Bother Me, country-rock elettrico e corposo, con chitarre ed organo in evidenza ed un suono che ci porta idealmente in qualche stato del sud degli USA, magari in Alabama. Ernest Tubb Had Fuzzy Slippers (bel titolo) è una squisita ed evocativa country tune che parte con il solo accompagnamento delle chitarre, poi entra il resto della band ed il brano diventa quasi irresistibile pur mantenendo un ritmo lento (splendido l’assolo di steel); Horse 1 è un bellissimo strumentale western alla Morricone (ma sento anche qualcosa dei Calexico), un pezzo che si ripresenterà altre tre volte nel corso del CD in diverse vesti sonore. Sugaree è proprio quella dei Grateful Dead, e Matt fa del suo meglio per far risaltare la splendida melodia di Jerry Garcia, rivestendola con pochi strumenti e dandole un delizioso sapore country-blues; Circus inizia quasi cameristica per voce, violino e violoncello, ma in breve il pezzo si trasforma in una sontuosa rock ballad dallo script diretto e lucidissimo, uno dei brani più riusciti del CD, mentre Alberta Waltz è come da titolo un toccante valzer lento che vedrei bene rifatto da Willie Nelson.

Velvet Bulldozer è un limaccioso funk-rock che rimanda al periodo d’oro dei Little Feat, con tanto di slide ad accompagnare la voce corposa del leader ed uno strepitoso assolo di armonica da parte di McCoy, un brano che ci fa vedere la disinvoltura del nostro alle prese con qualsiasi genere musicale. Let’s Give This Bottle A Black Eye è un delizioso honky-tonk che più texano non si può (sembra Dale Watson), Bear Chase è una sorta di folk elettrificato dal ritmo sostenuto e motivo dal sapore tradizionale, mentre con Walkin’ siamo in pieno territorio country, una languida ballata dal suono classico al 100%. Il CD si chiude con Last Dance, slow ballad eseguita con trasporto, e con la vivace e guizzante Red Hot Poker, ritmo e feeling che vanno a braccetto.

Disco piacevole e decisamente riuscito: ora speriamo che Matt Patershuk non resti un privilegio per (pochi) ascoltatori canadesi.

Marco Verdi

Un Altro Live Dei Dead? Sì, Ma Stavolta E’ Un Po’ Diverso! Grateful Dead – Ready Or Not

grateful dead ready or not

Grateful Dead – Ready Or Not – Rhino/Warner CD

Mentre scrivo queste righe il mese di Dicembre è ormai inoltrato e con il 100% di sicurezza posso affermare che, nell’ambito delle ristampe dei Grateful Dead per i cinquantennali dei loro album, non sarà prevista una riedizione del loro storico disco dal vivo Live/Dead, il cui anniversario è caduto il 10 Novembre: pertanto è lecito assumere che l’operazione riguardi solo i lavori in studio, nonostante il comunicato stampa uscito nel 2017 affermasse il contrario. Volevate però che i nostri non ci gratificassero comunque di una bella uscita dal vivo, nonostante il triplo Saint Of Circumstance (per tacere del box di 14 CD da cui è tratto) risalga a meno di due mesi fa? https://discoclub.myblog.it/2019/10/08/cadono-le-prime-foglie-ed-arriva-un-live-dei-dead-grateful-dead-saint-of-circumstance/  Però questa volta la band di San Francisco ci ha riservato una sorpresa: Ready Or Not non è infatti il solito concerto dal vivo del passato, bensì una collezione di nove brani su un singolo CD (da quando i Dead non pubblicavano qualcosa su un CD singolo?) tratta da vari show tenuti negli ultimi anni di attività prima della tragica scomparsa nel 1995 di Jerry Garcia.

E se i titoli dei brani non vi suonano familiari avete ragione, in quanto stiamo parlando delle canzoni che avrebbero in teoria dovuto formare il nuovo album di studio dei nostri, in pratica il seguito di Built To Last del 1989, progetto che non andò in porto un po’ per la loro proverbiale lunghezza, un po’ perché il fato ci mise il becco, appunto con la morte di Garcia. Nove brani inediti quindi, ma suonati varie volte dal vivo tra il 1992 ed il 1995 ed ora finalmente riproposti tutti insieme quasi a voler rendere pubblico quell’album mai pubblicato. I collezionisti più assidui dei Dead conosceranno già questi titoli, dato che non è comunque la prima volta che escono ufficialmente: le versioni più rare si trovano su un concerto del 1993 uscito nel 2009 nell’ambito della serie Road Trips e nel megabox di 80CD Thirty Trips Around The Sun (nei concerti degli anni 1993, 1994 e 1995), ma anche nello splendido cofanetto quintuplo del 1999 So Many Roads, al cui interno c’erano ben sei di questi nove brani, tre dei quali addirittura incisi in studio in versione più da rehersal che come canzone finita. Se però non possedete quanto appena indicato, Ready Or Not è sicuramente il modo migliore per scoprire i pezzi in questione, in quanto suonati da quella che secondo molti è la migliore formazione di sempre dei Dead, cioè con Vince Welnick alle tastiere.

In più, per compilare questo CD sono state scelte con cura le performance migliori disponibili, che provengono da varie serate tra il 1992 ed il 1995, di cui due al Madison Square Garden di New York e tutte le altre una ciascuna da una location diversa (Memphis, Atlanta, Noblesville, Chapel Hill, Burgettstown, Philadelphia e Oakland), con lunghezze che vanno dai sei ai quindici minuti. Negli ultimi anni Garcia aveva dato molto più spazio del solito al songwriting dei suoi compagni, soprattutto a Bob Weir ma anche a Brent Mydland prima della sua improvvisa scomparsa, e ciò era stato il problema principale di Built To Last, album inferiore al precedente In The Dark proprio per la differente qualità dei brani non scritti da Jerry; ma si sa che nei gruppi rock l’eccessiva democrazia ha spesso fatto danni. Ready Or Not, pur risultando alla fine un album coi fiocchi, soffre in parte degli stessi problemi, cioè con i pezzi a firma Garcia/Hunter di livello nettamente superiore agli altri. I brani di Jerry iniziano con Liberty, una rock ballad godibile e diretta dal motivo immediato che richiama i classici degli anni settanta del gruppo, una bella canzone punteggiata dal piano liquido di Welnick ed ovviamente dalla magnifica chitarra del leader.

Lazy River Road è un delizioso pezzo dal sapore tradizionale, suonato con piglio rock, quasi southern, ma con una melodia decisamente folk, mentre So Many Roads è una splendida ballata lenta, tra le migliori scritte da Jerry nei suoi ultimi decenni di vita, dotata di un motivo toccante ed un crescendo formidabile, che culmina in un finale stupendo con un coro in sottofondo che richiama la melodia di Knockin’ On Heaven’s Door: avrebbe potuto diventare un classico assoluto. Per contro lo slow Days Between è un brano piuttosto nella media, nobilitato però da una solida performance da parte di tutti. Eternity è la prima delle tre tracce di Weir, scritta insieme a Rob Wasserman e addirittura al mitico Willie Dixon, un brano fluido solo sfiorato dal blues, dall’andatura insinuante e con ottimi spunti di Jerry e Vince, che passa con disinvoltura dal piano al synth (poco per fortuna) all’organo. Poi abbiamo la lunga Corrina (un quarto d’ora), brano grintoso e ben strutturato che è un pretesto per una jam di ottimo livello, ancora con chitarra e tastiere sugli scudi; chiude il trittico dei brani di Bob la roccata Easy Answers, una discreta canzone inficiata però dall’uso insistito del sintetizzatore: non imperdibile.

Anche Welnick ha l’onore di avere due brani a disposizione (primi ed unici all’interno dei Dead), scritti anch’essi con l’aiuto del paroliere Robert Hunter: Samba In The Rain è un pezzo mosso e fluido che fortunatamente non ha molto di brasiliano ma ricorda al limite un latin-rock alla Santana, non un capolavoro ma si lascia ascoltare specie nelle parti strumentali, dato che Vince non aveva una voce bellissima e neanche particolarmente intonata (meglio comunque di quella di Phil Lesh). Way To Go Home, rock-blues alla maniera dei nostri, è un brano diretto e gradevole grazie anche ad uno strepitoso assolo di Garcia ed a Welnick che tiene più sotto controllo la voce. Quindi un altro bel live per i Grateful Dead, questa volta con canzoni che non si ascoltano spesso, e con quelle di Garcia di un gradino superiore alle altre. E poi c’è So Many Roads, un capolavoro.

Marco Verdi

Cadono Le Prime Foglie…Ed Arriva Un Live Dei Dead! Grateful Dead – Saint Of Circumstance

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Grateful Dead – Saint Of Circumstance: Giants Stadium, East Rutherford, NJ 6/17/91 – Rhino/Warner 3CD – 5LP

“Consueto” appuntamento autunnale con una pubblicazione dei Grateful Dead (anche se le foglie del titolo per ora sono ancora ben salde sugli alberi, dato che fino a pochi giorni fa il clima era decisamente estivo): a quanto pare le edizoni deluxe per i cinquantesimi anniversari degli album della storica band di San Francisco non comprendono i dischi dal vivo, in quanto il 10 Novembre ci sarebbe la “scadenza” del mitico Live/Dead e nulla è stato ancora annunciato. Invece i nostri hanno dato alle stampe lo scorso 27 Settembre il solito mega-cofanetto costoso e a tiratura limitata di 10.000 copie, intitolato Giants Stadium 1987, 1989, 1991, comprendente cinque concerti completi tenutisi nella location del titolo ad East Rutherford nel New Jersey (demolito nel 2010 e ricostruito con in nome di MetLife Stadium), per un totale di 14 CD ed anche 2 DVD ed un BluRay che documentano visivamente la serata del 17 Giugno 1991. E proprio da quello show è stato pubblicato a parte un triplo CD (o quintuplo LP) dal titolo Saint Of Circumstance, più che sufficiente se non volete accapparrarvi il box, in quanto dovrebbe a detta di molti essere il migliore tra i cinque concerti presenti.

Negli anni a cavallo tra gli ottanta ed i novanta infatti i Dead avevano ritrovato una brillantezza nelle esibizioni dal vivo che sembrava avessero un po’ perso nel periodo 1983-1986, complici anche i problemi di salute di Jerry Garcia: l’album In The Dark del 1987 era stato un grande successo di pubblico e critica, e questo aveva dato nuova linfa ai nostri che erano tornati ai livelli degli anni settanta, come testimoniava all’epoca l’ottimo live album Without A Net (l’ultimo con il tastierista Brent Mydland, che morirà di lì a poco per overdose). Saint Of Circumstance è anche meglio di Without A Net, e vede una band coesa al massimo e notevolmente ispirata, con Garcia in buona forma vocale (cosa non scontata, ma nel 1991 Jerry si destreggiava alla grande anche da solo con la sua Jerry Garcia Band), ed un suono forte e compatto, dovuto anche al fatto che i nostri sono eccezionalmente in sette sul palco. Sì, perchè oltre al nucleo storico Garcia-Weir-Lesh-Hart-Kreutzmann il posto di Mydland era stato dato provvisoriamente a Bruce Hornsby, già noto cantautore in proprio e vecchio fan dei Dead, che poi a causa dei suoi impegni di carriera era stato sostituito dal bravissimo Vince Welnick, ex Tubes.

Ma Saint Of Circumstance è uno dei rari casi nei quali i due si trovavano insieme sul palco, con esiti notevoli dato che stiamo parlando probabilmente dei due migliori tastieristi che i Dead abbiano avuto dopo Ron “Pigpen” McKernan (con tutto il rispetto per Mydland, Keith Godchaux e la “meteora” Tom Constanten), nonostante il ricorso qua e là a sonorità sintetizzate. Il triplo CD ha un suono davvero spettacolare, meglio di altre uscite del passato, e la performance è tutta da godere dall’inizio alla fine, grazie anche ad una scaletta quasi perfetta. Si inizia subito con una fluida e limpida versione di 15 minuti di Eyes Of The World, con Jerry già “liquidissimo” alla solista ed una prestazione superba dei due pianisti, seguita da una rara versione del classico di Robert Johnson Walkin’ Blues (canta Weir): i Dead non hanno mai avuto il blues nel loro dna, ma qua per sette minuti ci portano idealmente in un fumoso club di Chicago, con Garcia che passa con disinvoltura alla slide. Dopo una splendida e solare Brown-Eyed Women, uno dei pezzi migliori dei Dead, c’è un breve accenno a Dark Star, che spunterà qua e là per ben quattro volte nel corso della serata, fatto abbastanza inusuale: tre sono solo frammenti di circa un minuto ciascuno, mentre la quarta chiude il cerchio verso la fine del concerto con una performance di otto minuti che ci riporta per un momento ai lisergici anni sessanta. In scaletta c’è un solo brano di Bob Dylan (spesso ce ne sono anche due o tre), ma è una versione decisamente bella di When I Paint My Masterpiece, con Hornsby alla fisarmonica, seguita dai nove minuti di Loose Lucy, che se in studio non era certo una meraviglia in questa serata fa la sua figura e risulta anche piacevole.

Cassidy è uno dei brani più noti di Weir, ed i Dead la rileggono in maniera solida, mentre sia Might As Well che Saint Of Circumstance sono due canzoni poco eseguite (la prima di Jerry, la seconda di Bob): meglio Might As Well, potente rock song, cadenzata e trascinante e con uno splendido duello strumentale tra Garcia e Welnick. La lenta e delicata Ship Of Fools, tra le migliori ballate del Morto Riconoscente, precede le sempre coinvolgenti Truckin’ e New Speedway Boogie, ancora con Jerry strepitoso in entrambe, e soprattutto uno degli highlights dello show, cioè una lunga e scintillante Uncle John’s Band, probabilmente la più bella canzone mai prodotta dal binomio Garcia/Hunter: undici minuti di altissimo livello. Dopo la già citata ultima tranche di Dark Star ed il solito spreco di tempo (almeno per me) di Drums e Space, arriva il finale con una distesa China Doll, con splendido assolo di Jerry, una Playing In The Band insolitamente sintetica, ed una travolgente Sugar Magnolia di undici minuti, nella quale tutti quanti forniscono una performance notevole. C’è spazio ancora per l’ultima chicca, e cioè una sorprendente versione del capolavoro di The Band The Weight, raramente suonata dai nostri e con una strofa cantata anche da Hornsby (ed una da Lesh, che se la cava meglio del solito): esecuzione superba e pubblico in visibilio.

Gran bel concerto, assolutamente consigliato.

Marco Verdi

Che Lungo, Strano Viaggio E’ Stato: Un Ricordo Di Robert Hunter.

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La frase del titolo del post è presa dalla canzone Truckin’, ed è una delle più celebri uscite dalla penna di Robert Hunter, scrittore-poeta-liricista scomparso lo scorso 23 Settembre nella sua casa di San Rafael in California all’età di 78 anni, il cui nome sarà per sempre legato a quello dei Grateful Dead ed in particolare a Jerry Garcia. Nato Robert Burns nel piccolo centro californiano di San Luis Obispo, Hunter iniziò ad interessarsi alla musica tradizionale e bluegrass fin da ragazzo, e fu introdotto all’età di 19 anni a Garcia dall’allora fidanzata di Jerry: i due, anche se non legarono al primo impatto, condividevano le stesse passioni musicali, e fu così che iniziarono ad esibirsi in piccoli locali con il nome di Bob & Jerry (Hunter si dilettava al mandolino) ed in seguito come membri di Hart Valley Drifters, Wildwood Boys e Black Mountain Boys.

La svolta avvenne quando Hunter fu “assunto” come cavia per provare gli effetti delle all’epoca nuove droghe allucinogene, in particolare LSD e mescalina: diciamo che il giovane Robert andò leggermente “oltre” quanto richiesto dall’esperimento scientifico e divenne un convinto consumatore di tali sostanze, cosa che contribuì senz’altro alla creazione di poesie e scritti di carattere psichedelico e surreale. La cosa fu notata da Garcia (che nel frattempo aveva formato i Warlocks, i quali a breve cambieranno nome in Grateful Dead), al quale serviva un paroliere per le sue canzoni altrettanto influenzate dagli acidi: il resto è storia, e parla di un sodalizio tra i due continuato per trent’anni, cioè fino alla morte di Jerry avvenuta nel 1995, una unione che ha prodotto un’infinità di brani ormai diventati classici del rock mondiale, a partire dall’inno psichedelico Dark Star e continuando con capolavori del calibro di Uncle John’s Band, Friend Of The Devil, Casey Jones, China Cat Sunflower, Scarlet Begonias, RippleBertha, Brown-Eyed Women, Ripple, Tennessee Jed, Dire Wolf, Touch Of Grey e Black Muddy River (ma potrei andare avanti all’infinito).

La collaborazione tra Robert e Jerry si sviluppò anche negli album solisti di Garcia, e saltuariamente il nostro collaborò anche con altri membri dei Dead, come Bob Weir (Sugar Magnolia, anche se la controparte preferita da Weir era John Barlow), Phil Lesh (Box Of Rain) ed anche Ron “Pigpen” McKernan (Mr. Charlie). Ma Hunter, che venne sempre considerato una sorta di membro aggiunto dei Dead, scrisse anche diversi libri e soprattutto pubblicò anche un buon numero di album come solista, sia cantati che spoken word, anche se va detto che nessuno di essi può essere considerato indispensabile. Ma la carriera di paroliere di Hunter non si fermò solo ai Dead e Garcia, in quanto collaborò anche con artisti come New Riders Of The Purple Sage, Bruce Hornsby, Little Feat, Jim Lauderdale e soprattutto Bob Dylan (uno che non avrebbe certo bisogno di un co-autore, specie per i testi), con il quale compose due brani che finiranno sul non eccelso Down In The Groove del 1988 (Ugliest Girl In The World e Silvio, non proprio due capolavori), ma specialmente la quasi totalità delle canzoni contenute nell’ottimo Together Through Life del 2009 ed anche il brano Duquesne Whistle da Tempest del 2012.

Ora Robert è quindi tornato a fare compagnia a Jerry, e chissà se i due non comporranno qualche nuovo pezzo ad esclusivo beneficio degli angeli.

Marco Verdi

P.S: un breve accenno anche ad altri due artisti scomparsi nei giorni scorsi: Eddie Money, cantante e chitarrista americano di discreta fama negli anni settanta ed ottanta con brani in stile pop-rock come Baby Hold On, Two Tickets To Paradise, Take Me Home Tonight e Walk On Water

, e Ric Ocasek, popolarissimo leader dei Cars (uno dei gruppi cardine della new wave degli anni ottanta), che frequentò a lungo le classifiche dell’epoca con album come Candy-O, Panorama e Heartbeat City e singoli come Shake It Up, You Might Think, Drive e Tonight She Comes, uno degli artisti più di successo della decade nonostante il non proprio lusinghiero soprannome di “più brutta rockstar del mondo”.

Prosegue La Serie Di Ristampe…Proiettata Molto Nel Futuro! Grateful Dead – Aoxomoxoa 50th Anniversary

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Grateful Dead – Aoxomoxoa 50th Anniversary – Rhino/Warner Deluxe 2CD

Terzo episodio delle riedizioni per i cinquantennali degli album sia in studio che dal vivo dei Grateful Dead, un’iniziativa che come ho già avuto modo di dire ha ottenuto parecchie critiche, dato che quando sarà il turno dell’ultimo album pubblicato dalla storica band californiana durante il periodo di attività, il live Without A Net, sarà il 2040 e molti fans della prima ora (ed anche della seconda) non saranno più tra noi, per non parlare della possibile sparizione del CD come supporto prima di quella data. Ma per ora direi di non pensare al futuro, e quindi eccomi ad occuparmi dell’edizione deluxe del terzo album del Morto Riconoscente, che risponde al misterioso titolo palindromo di Aoxomoxoa (titolo mai spiegato, tra l’altro), disco che tra l’altro presenta quella che è la più bella copertina in assoluto dei nostri, ed una delle massime espressioni grafiche del grande Rick Griffin. Aoxomoxoa è un lavoro che ha sempre diviso la critica e i fans: chi lo considera il capolavoro del gruppo per quanto riguarda il periodo psichedelico, chi invece lo vede come un album di transizione. A mio parere hanno un po’ di ragione entrambe le fazioni, dato che da una parte c’è ancora molta psichedelia nelle canzoni contenute nel disco, che è quindi il naturale seguito di Anthem Of The Sun, ma in alcuni brani si cominciano ad intravedere i germogli del suono roots che poi si paleserà nei due lavori seguenti, Workingman’s Dead e American Beauty.

In Aoxomoxoa i Dead sono in sette, con la seconda ed ultima apparizione di Tom Constanten all’interno del gruppo, e c’è anche la partecipazione come ospiti di John Dawson e David Nelson, che un paio di anni dopo formeranno i New Riders Of The Purple Sage proprio con Jerry Garcia. Questo doppio CD presenta nel primo dischetto l’album originale in due missaggi diversi (quello originale del 1969 ed il remix del 1971, con i brani leggermente più corti), mentre come da consuetudine in queste ristampe il secondo supporto contiene una performance inedita dal vivo. Aoxomoxoa (che è anche l’unico episodio della discografia dei Dead con tutti i brani a firma Garcia-Hunter, con l’aggiunta di Phil Lesh in St. Stephen) contiene due classici assoluti del gruppo come appunto St. Stephen, che diventerà uno dei brani più apprezzati dal vivo con versioni anche chilometriche (mentre qui è più sintetica, quattro minuti e mezzo più rock e meno psichedelici) e la vibrante China Cat Sunflower, spesso usata come apertura dei concerti (video delizioso che vedete sopra). Altri pezzi conosciuti e proposti più volte on stage sono l’elettroacustica e diretta Dupree’s Diamond Blues, a metà tra rock e musica old-time, Doin’ That Rag, vivace rock song elettrica con gran lavoro di organo da parte di Ron “Pigpen” McKernan, ed il puro psychedelic pop di Mountains On The Moon. Meno noti sono la breve Rosemary, un pezzo acustico cantato con una strana voce filtrata e la lunga ed allucinata What’s Become Of The Baby, otto minuti di delirio psichedelico per voce ed effetti sonori di difficile digestione.

Finale con la countreggiante Cosmic Charile con Garcia alla steel, brano che in un certo senso anticiperà le atmosfere di Workingman’s Dead. Il secondo CD presenta nove brani selezionati da due serate del Gennaio 1969 all’Avalon Ballroom di San Francisco, due concerti ancora molto acidi e psichedelici: Aoxomoxoa è rappresentato da due ottime rese di Dupree’s Diamond Blues e Doin’ That Rag, abbastanza simili alle versioni di studio anche come durata (rispettivamente poco meno di cinque e sei minuti). Anthem Of The Sun è presente per tre quinti: una liquidissima New Potato Caboose di 14 minuti con Jerry subito in tiro (e cantata purtroppo da Lesh che è tutto tranne che un cantante), una potente Alligator di nove minuti, con annesso assolo della doppia batteria ed un grande Garcia, brano che si fonde con la spedita e tonica Caution (Do Not Stop On Tracks). Il finale è notevole (a parte la consueta traccia Feedback che come al solito “skippo” col telecomando): dopo il breve siparietto a cappella di And We Bid You Goonight troviamo una delle ultime versioni di Clementine, che dopo il 1969 non verrà mai più suonata, ed una favolosa versione di Death Don’t Have No Mercy (Rev. Gary Davis), dieci minuti di puro “acid blues” con Pigpen e Garcia protagonisti indiscussi.

A Novembre toccherà ai 50 anni di Live/Dead, uno dei dischi dal vivo più importanti di tutti i tempi: visto anche il periodo pre-natalizio non mi dispiacerebbe un bel cofanetto.

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 5. Good Old Boys – Live: Drink Up And Go Home

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Good Old Boys – Live: Drink Up And Go Home – RockBeat 2CD

E’ ben noto che Jerry Garcia non amasse starsene con le mani in mano, e anche quando era in pausa dai Grateful Dead riusciva a trovare il tempo per suonare ed incidere con altri musicisti, fossero essi Merl Saunders, Howard Wales, i New Riders Of The Purple Sage, gli Old And In The Way o più semplicemente quando era a capo della Jerry Garcia Band, sia acustica che elettrica. Un episodio meno conosciuto della carriera del chitarrista californiano è però quello dei Good Old Boys, un gruppo estemporaneo a carattere bluegrass guidato da David Nelson, leader dei già citati New Riders Of The Purple Sage, e dal fenomenale mandolinista Frank Wakefield, ai quali Jerry produsse l’unico album, Pistol Packin’ Mama, inciso nel ranch del drummer dei Dead Mickey Hart e pubblicato nel 1976. Prima di quel disco però i Good Old Boys fecero qualche serata in piccoli locali, non una vera e propria tournée ma pochi concerti in posti selezionati, dove alla chitarra di Nelson ed al mandolino di Wakefield, si univano il violinista Brantley Kearns, già con David Bromberg ed in seguito con Dwight Yoakam e Marty Stuart, il bassista Pat Campbell e lo stesso Garcia al banjo (e tutti quanti cantavano anche, come nella vera tradizione della mountain music).

Ora esce per la RockBeat un documento che non esiterei a definire eccezionale, cioè un live registrato dai nostri nel 1975 al Margarita’s Cantina di Santa Cruz in California da John Cutler utilizzando un registratore a due piste appartenente a Owsley Stanley (il mitico sound engineer meglio noto come “Bear”): Live: Drink Up And Go Home è un doppio CD inciso in maniera decisamente buona e godibile dalla prima all’ultima canzone, un documento ripeto notevole perché ha il merito di farci ascoltare una band durata pochissimo. Il repertorio è composto quasi unicamente da cover, siano essi brani tradizionali o appartenenti ai songbook di leggende del bluegrass (e non solo) come Bill Monroe, Roy Acuff, Kitty Wells, i McCoury Brothers, la Carter Family, Flatt & Scruggs, Jimmie Rodgers, Charlie Poole e gli Everly Brothers. Musica gioiosa, fatta per il piacere di suonare, spontanea, con qualche imperfezione tecnica ma vera, reale, non costruita. Prendete l’iniziale Ashes Of Love, si percepisce la voglia di suonare del quintetto e di dare il meglio, non importa se qualcuno a volte stona, sbaglia un’entrata o perde una battuta: il pubblico lo capisce e si lascia coinvolgere senza problemi. Deep Elem Blues la facevano anche i Dead (ma qui non canta Garcia), un bluegrass che più tradizionale non si può, con assoli continui tra i quali spiccano banjo e mandolino; Dim Lights, Thick Smoke (And Loud Loud Music) è un classico del country che hanno fatto in cento, ed i nostri la propongono in maniera rilassata e fluida, facendo risaltare la nota melodia.

Non sto a citare tutti i 24 pezzi della raccolta, mi limito a segnalarne alcuni lasciando a voi il piacere di scoprire il resto: la lenta I’ll Never Make You Blue, con un fantasmagorico Wakefield, la deliziosa She’s No Angel, una monumentale Wildwood Flower (sentite come suonano), l’irresistibile Long Gone, con Jerry che strimpella il banjo come se non ci fosse domani, una saltellante versione del superclassico T For Texas, i bluegrass-gospel Jerusalem Moan ed il gran finale con la famosa Orange Blossom Special, quasi sei minuti tiratissimi all’insegna del ritmo e con il mandolino di Wakefield suonato in maniera incredibile. Lo stesso Wakefield porta in dote due brani scritti da lui, Jesus Loves His Mandolin Player e New Camptown Races, due strumentali in cui il suo strumento è letteralmente in trance agonistica. Anche Garcia ha i suoi momenti: canta da solista nella splendida All The Good Times (una hit per Flatt & Scruggs) e nella pura e limpida Drink Up And Go Home, e si scatena al banjo nello strumentale di Roy Acuff Fireball Mail, una forza della natura. In uno degli ultimi post ho bacchettato la RockBeat, rea di aver fatto la “furba” con il live Late At Night di Mike Bloomfield, ma per questa doppia testimonianza dei Good Old Boys non posso che farle i complimenti.

Marco Verdi

Finalmente Anche I Dead Pubblicano Un Bel Disco Dal Vivo! Grateful Dead – Pacific Northwest ’73-’74: Believe It If You Need It

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Grateful Dead – Pacific Northwest ’73-’74: Believe It If You Need It – Rhino/Warner 3CD

Il titolo del post odierno è chiaramente ironico, in quanto sul mercato esistono più dischi dal vivo dei Grateful Dead di quanti uno possa ragionevolmente riuscire ad ascoltare in un anno intero (con pause per i pasti ed almeno otto ore di sonno per notte). Però quando una proposta discografica è targata Rhino, state certi che il contenuto è meritevole di attenzione. Non fa eccezione questo Believe It If You Need It, triplo CD che è in realtà un condensato del solito mega-cofanetto in tiratura limitata (e parecchio costoso), cioè Pacific Northwest ’73-’74, un box di 19 CD che presenta sei concerti completi che lo storico gruppo di San Francisco tenne nel Maggio e Giugno del 1973 e 1974 in Oregon (a Portland), nello stato di Washington (a Seattle) e nella British Columbia canadese (a Vancouver): Believe It If You Need It è quindi costituito dalle migliori performances di quelle serate, ed è compilato come se si trattasse di un concerto a sé stante (solo Truckin’ è presente due volte). I Dead sono in sei (l’unico batterista è Bill Kreutzmann, Mickey Hart in quel periodo era fuori dalla band), ma sarebbero andati bene anche in cinque, dato che i gorgheggi di Donna Jean Godchaux sono più di danno che di utilità, e vedono Jerry Garcia in forma strepitosa, protagonista di una serie di assoli di rara bellezza, sia nei momenti più “roots” che in quelli più acidi, ed una sorpresa è anche la performance di Keith Godchaux, mai troppo considerato come pianista, ma che qui suona con una liquidità notevole.

E’ noto che la prima metà degli anni settanta è stato forse il periodo migliore per quanto riguarda le prove dal vivo dei nostri, e questo album lo conferma appieno: in più, l’incisione è davvero spettacolare, nitida, pulita e forte, come se si trattasse di musica registrata solo qualche mese fa. Si capisce che Garcia e soci sono in palla già dall’iniziale China Cat Sunflower (brano che molto spesso apriva i loro concerti), con la chitarra di Jerry subito protagonista in maniera magistrale con una serie di fraseggi distesi, ben assecondato da un Godchaux in gran spolvero. I Know You Rider vede i nostri lanciati come un treno, Bird Song arriva ad un quarto d’ora, una ballata melodicamente impeccabile, suonata in maniera spettacolare (e perdoniamo pure a Jerry una prestazione vocale appena sufficiente), mentre Box Of Rain è da sempre una gran bella canzone, e qui Phil Lesh la canta un po’ meglio del solito. Brown-Eyed Women è splendida, una delle più dirette ed orecchiabili del songbook di Garcia e Hunter; poi abbiamo una monumentale jam che parte da una travolgente Truckin’ e confluisce in Not Fade Away e nella travolgente Goin’ Down The Road Feeling Bad, prima del rock’n’roll di One More Saturday Night, che chiude la prima parte.

Il secondo CD è composto da sole quattro canzoni, ma il vero highlight è una leggendaria Playing In The Band, che con i suoi 46 minuti di durata è il brano singolo (quindi non mescolato con altri) più lungo mai suonato dal gruppo: una versione apocalittica, un’esperienza quasi extrasensoriale (o come dicono in America, una “mind left body jam”), nella quale i nostri toccano vette di pura psichedelia che neanche negli anni sessanta durante gli acid test. Il resto del CD vede una rara Here Comes Sunshine (ma sentite Garcia, un fenomeno) ed una sempre eccellente Eyes Of The World, che si fonde con la lenta China Doll. Nel terzo dischetto i Dead tornano con i piedi per terra (più o meno), iniziando in maniera sublime con la splendida Sugaree, tra le più belle composizioni di Garcia, e poi con un super medley (registrato a Vancouver) formato dalla cristallina He’s Gone, un’altra grandiosa Truckin’ (26 minuti solo questa, compreso una lunga improvvisazione con il basso di Lesh come strumento solista), una rimembranza dei sixties con The Other One, la solida ballata Wharf Rat e gran finale con la sempre coinvolgente Sugar Magnolia, in assoluto uno dei pezzi migliori di Bob Weir. Altra ottima proposta dunque dagli infiniti archivi live dei Grateful Dead, e stavolta direi che è sufficiente questo estratto in tre CD rispetto al mega-box (ammesso che sia ancora disponibile), dato che nei mesi di Ottobre e Novembre, tra box di Dylan, Petty, Lennon, Beatles, Kinks e Hendrix le vostre (anzi, nostre) tasche saranno messe a durissima prova.

Marco Verdi

Uno Dei Dischi Cardine Della Psichedelia Californiana Degli Anni Sessanta. Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary

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Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary – Rhino/Warner 2CD

Prosegue la ristampa della discografia ufficiale dei Grateful Dead in occasione dei cinquantenari dall’uscita degli album originali: dopo la ripubblicazione deluxe del loro esordio omonimo avvenuta lo scorso anno https://discoclub.myblog.it/2017/01/29/ci-mancavano-solo-le-ristampe-dei-cinquantesimi-grateful-dead-50th-anniversary-deluxe-edition/ , un’operazione che ha attirato diverse critiche in quanto dovrebbe terminare nel 2039 con la riedizione di Built To Last (il loro ultimo disco in studio), con il rischio concreto che molti fans della prima ora non possano completare l’opera per motivi anagrafici (ammesso e non concesso che tra 21 anni esisteranno ancora i CD). Anthem Of The Sun, uscito appunto nel 1968, è considerato da molti il primo vero album in cui i Dead introducono il loro suono, in quanto nel debutto di The Grateful Dead, pur essendo presenti diversi futuri classici delle loro esibizioni dal vivo, il gruppo di San Francisco aveva deciso di includere canzoni piuttosto brevi (con l’eccezione di Viola Lee Blues) e con arrangiamenti rock che non avevano ancora del tutto le caratteristiche del suono che li renderà famosi.

Per contro, Anthem Of The Sun è esattamente l’opposto, in quanto presenta soltanto cinque brani, di cui uno solo di breve durata: non solo, ma di tutta la discografia dei Dead è quello in assoluto che si avvicina di più al suono dei loro concerti, grazie soprattutto all’idea, decisamente innovativa per l’epoca, di mischiare incisioni in studio con spezzoni di vari live show, creando una sorta di ibrido. In seguito diventerà la prassi per molti artisti “aggiustare” i dischi dal vivo con incisioni in studio (e quasi mai dichiarandolo), ma il caso di Anthem Of The Sun, cioè un disco in studio viceversa aggiustato con frammenti live, è tuttora abbastanza unico. I cinque brani presenti in questo disco diventeranno tutti dei veri classici del gruppo, e sono ancora oggi considerati uno dei punti più alti della musica psichedelica dell’epoca, con una band in stato di grazia, guidata da un Jerry Garcia ai vertici della sua creatività: in questo album i Dead sono tra l’altro in una formazione a sette elementi che non durerà a lungo, con Tom Constanten che si aggiunge allo zoccolo duro formato da Garcia, Bob Weir, Ron “Pigpen” McKernan (il sui organo è un altro elemento indispensabile nell’economia del suono), Phil Lesh e la doppia batteria di Mickey Hart e Bill Kreutzmann. Questa ristampa deluxe, che esce con la copertina a cui è stato donato uno splendido effetto lenticolare in 3D, presenta nel primo CD l’album originale in due diversi missaggi, quello del 1968 ed il remix del 1971: le differenze sono minime, anche se il secondo sembra meno confuso ed “impastato”, oltre a prolungare la durata di alcuni brani.

I cinque pezzi del disco sono, come ho già detto, tutti molto noti tra i fans dei Dead, a partire dalla straordinaria That’s It For The Other One, una mini-suite in quattro movimenti che lascia ampio spazio alle scorribande dei nostri, con Garcia e Weir che si alternano alle parti vocali soliste: pura psichedelia, con tanto di finale rumoristico ad opera di Constanten. La lenta e sinuosa New Potato Caboose (di Lesh), che vede addirittura spuntare un clavicembalo, ha soluzioni melodiche e strumentali che la avvicinano al pop, anche se la parte centrale dà spazio ad una grande performance di Jerry, mentre Born Cross-Eyed mantiene le atmosfere lisergiche nonostante duri poco più di due minuti. Il disco termina con la rockeggiante Alligator, ancora di Lesh, che è un fluido brano tutto giocato su cambi di ritmo ed improvvisazioni varie, e con Caution (Do Not Stop On Tracks), un rock-blues allucinato che è anche il momento in cui Pigpen si prende il centro della scena (ma Garcia si fa largo a suon di assoli).

Il secondo CD propone un concerto, ovviamente inedito, registrato al Winterland di San Francisco nell’autunno del 1967 (anche la ristampa dello scorso anno prendeva in esame uno show dell’anno precedente). Un concerto bello, potente e lisergico quanto basta, con Garcia ovviamente sugli scudi ma anche il resto della band (ancora senza Constanten) che lo segue con sicurezza, con McKernan in testa. La serata inizia con una vibrante versione dell’apocalittica Morning Dew, molto bella, e prosegue tra momenti di pura psichedelia (New Potato Caboose, con Jerry strepitoso), cover di classici del blues (It Hurts Me Too di Elmore James) e brani dove emergono sia il lato roots della band (Cold Rain And Snow) che quello rock’n’roll (Beat It On Down The Line). Le due canzoni restanti sono anche gli highlights del concerto: una scintillante rilettura di Turn On Your Lovelight di Bobby “Blue” Bland, che diventerà un must dei loro show, ed una spettacolare That’s It For The Other One di 15 minuti, che chiude la serata in deciso crescendo.

Quindi all’anno prossimo, con la ristampa di uno dei lavori dei Dead che preferisco (Aoxomoxoa) e, se la campagna di riedizioni prevede anche i dischi dal vivo, di Live/Dead, uno degli album registrati on stage più importanti di sempre.

Marco Verdi