Cadono Le Prime Foglie…Ed Arriva Un Live Dei Dead! Grateful Dead – Saint Of Circumstance

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Grateful Dead – Saint Of Circumstance: Giants Stadium, East Rutherford, NJ 6/17/91 – Rhino/Warner 3CD – 5LP

“Consueto” appuntamento autunnale con una pubblicazione dei Grateful Dead (anche se le foglie del titolo per ora sono ancora ben salde sugli alberi, dato che fino a pochi giorni fa il clima era decisamente estivo): a quanto pare le edizoni deluxe per i cinquantesimi anniversari degli album della storica band di San Francisco non comprendono i dischi dal vivo, in quanto il 10 Novembre ci sarebbe la “scadenza” del mitico Live/Dead e nulla è stato ancora annunciato. Invece i nostri hanno dato alle stampe lo scorso 27 Settembre il solito mega-cofanetto costoso e a tiratura limitata di 10.000 copie, intitolato Giants Stadium 1987, 1989, 1991, comprendente cinque concerti completi tenutisi nella location del titolo ad East Rutherford nel New Jersey (demolito nel 2010 e ricostruito con in nome di MetLife Stadium), per un totale di 14 CD ed anche 2 DVD ed un BluRay che documentano visivamente la serata del 17 Giugno 1991. E proprio da quello show è stato pubblicato a parte un triplo CD (o quintuplo LP) dal titolo Saint Of Circumstance, più che sufficiente se non volete accapparrarvi il box, in quanto dovrebbe a detta di molti essere il migliore tra i cinque concerti presenti.

Negli anni a cavallo tra gli ottanta ed i novanta infatti i Dead avevano ritrovato una brillantezza nelle esibizioni dal vivo che sembrava avessero un po’ perso nel periodo 1983-1986, complici anche i problemi di salute di Jerry Garcia: l’album In The Dark del 1987 era stato un grande successo di pubblico e critica, e questo aveva dato nuova linfa ai nostri che erano tornati ai livelli degli anni settanta, come testimoniava all’epoca l’ottimo live album Without A Net (l’ultimo con il tastierista Brent Mydland, che morirà di lì a poco per overdose). Saint Of Circumstance è anche meglio di Without A Net, e vede una band coesa al massimo e notevolmente ispirata, con Garcia in buona forma vocale (cosa non scontata, ma nel 1991 Jerry si destreggiava alla grande anche da solo con la sua Jerry Garcia Band), ed un suono forte e compatto, dovuto anche al fatto che i nostri sono eccezionalmente in sette sul palco. Sì, perchè oltre al nucleo storico Garcia-Weir-Lesh-Hart-Kreutzmann il posto di Mydland era stato dato provvisoriamente a Bruce Hornsby, già noto cantautore in proprio e vecchio fan dei Dead, che poi a causa dei suoi impegni di carriera era stato sostituito dal bravissimo Vince Welnick, ex Tubes.

Ma Saint Of Circumstance è uno dei rari casi nei quali i due si trovavano insieme sul palco, con esiti notevoli dato che stiamo parlando probabilmente dei due migliori tastieristi che i Dead abbiano avuto dopo Ron “Pigpen” McKernan (con tutto il rispetto per Mydland, Keith Godchaux e la “meteora” Tom Constanten), nonostante il ricorso qua e là a sonorità sintetizzate. Il triplo CD ha un suono davvero spettacolare, meglio di altre uscite del passato, e la performance è tutta da godere dall’inizio alla fine, grazie anche ad una scaletta quasi perfetta. Si inizia subito con una fluida e limpida versione di 15 minuti di Eyes Of The World, con Jerry già “liquidissimo” alla solista ed una prestazione superba dei due pianisti, seguita da una rara versione del classico di Robert Johnson Walkin’ Blues (canta Weir): i Dead non hanno mai avuto il blues nel loro dna, ma qua per sette minuti ci portano idealmente in un fumoso club di Chicago, con Garcia che passa con disinvoltura alla slide. Dopo una splendida e solare Brown-Eyed Women, uno dei pezzi migliori dei Dead, c’è un breve accenno a Dark Star, che spunterà qua e là per ben quattro volte nel corso della serata, fatto abbastanza inusuale: tre sono solo frammenti di circa un minuto ciascuno, mentre la quarta chiude il cerchio verso la fine del concerto con una performance di otto minuti che ci riporta per un momento ai lisergici anni sessanta. In scaletta c’è un solo brano di Bob Dylan (spesso ce ne sono anche due o tre), ma è una versione decisamente bella di When I Paint My Masterpiece, con Hornsby alla fisarmonica, seguita dai nove minuti di Loose Lucy, che se in studio non era certo una meraviglia in questa serata fa la sua figura e risulta anche piacevole.

Cassidy è uno dei brani più noti di Weir, ed i Dead la rileggono in maniera solida, mentre sia Might As Well che Saint Of Circumstance sono due canzoni poco eseguite (la prima di Jerry, la seconda di Bob): meglio Might As Well, potente rock song, cadenzata e trascinante e con uno splendido duello strumentale tra Garcia e Welnick. La lenta e delicata Ship Of Fools, tra le migliori ballate del Morto Riconoscente, precede le sempre coinvolgenti Truckin’ e New Speedway Boogie, ancora con Jerry strepitoso in entrambe, e soprattutto uno degli highlights dello show, cioè una lunga e scintillante Uncle John’s Band, probabilmente la più bella canzone mai prodotta dal binomio Garcia/Hunter: undici minuti di altissimo livello. Dopo la già citata ultima tranche di Dark Star ed il solito spreco di tempo (almeno per me) di Drums e Space, arriva il finale con una distesa China Doll, con splendido assolo di Jerry, una Playing In The Band insolitamente sintetica, ed una travolgente Sugar Magnolia di undici minuti, nella quale tutti quanti forniscono una performance notevole. C’è spazio ancora per l’ultima chicca, e cioè una sorprendente versione del capolavoro di The Band The Weight, raramente suonata dai nostri e con una strofa cantata anche da Hornsby (ed una da Lesh, che se la cava meglio del solito): esecuzione superba e pubblico in visibilio.

Gran bel concerto, assolutamente consigliato.

Marco Verdi

Che Lungo, Strano Viaggio E’ Stato: Un Ricordo Di Robert Hunter.

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La frase del titolo del post è presa dalla canzone Truckin’, ed è una delle più celebri uscite dalla penna di Robert Hunter, scrittore-poeta-liricista scomparso lo scorso 23 Settembre nella sua casa di San Rafael in California all’età di 78 anni, il cui nome sarà per sempre legato a quello dei Grateful Dead ed in particolare a Jerry Garcia. Nato Robert Burns nel piccolo centro californiano di San Luis Obispo, Hunter iniziò ad interessarsi alla musica tradizionale e bluegrass fin da ragazzo, e fu introdotto all’età di 19 anni a Garcia dall’allora fidanzata di Jerry: i due, anche se non legarono al primo impatto, condividevano le stesse passioni musicali, e fu così che iniziarono ad esibirsi in piccoli locali con il nome di Bob & Jerry (Hunter si dilettava al mandolino) ed in seguito come membri di Hart Valley Drifters, Wildwood Boys e Black Mountain Boys.

La svolta avvenne quando Hunter fu “assunto” come cavia per provare gli effetti delle all’epoca nuove droghe allucinogene, in particolare LSD e mescalina: diciamo che il giovane Robert andò leggermente “oltre” quanto richiesto dall’esperimento scientifico e divenne un convinto consumatore di tali sostanze, cosa che contribuì senz’altro alla creazione di poesie e scritti di carattere psichedelico e surreale. La cosa fu notata da Garcia (che nel frattempo aveva formato i Warlocks, i quali a breve cambieranno nome in Grateful Dead), al quale serviva un paroliere per le sue canzoni altrettanto influenzate dagli acidi: il resto è storia, e parla di un sodalizio tra i due continuato per trent’anni, cioè fino alla morte di Jerry avvenuta nel 1995, una unione che ha prodotto un’infinità di brani ormai diventati classici del rock mondiale, a partire dall’inno psichedelico Dark Star e continuando con capolavori del calibro di Uncle John’s Band, Friend Of The Devil, Casey Jones, China Cat Sunflower, Scarlet Begonias, RippleBertha, Brown-Eyed Women, Ripple, Tennessee Jed, Dire Wolf, Touch Of Grey e Black Muddy River (ma potrei andare avanti all’infinito).

La collaborazione tra Robert e Jerry si sviluppò anche negli album solisti di Garcia, e saltuariamente il nostro collaborò anche con altri membri dei Dead, come Bob Weir (Sugar Magnolia, anche se la controparte preferita da Weir era John Barlow), Phil Lesh (Box Of Rain) ed anche Ron “Pigpen” McKernan (Mr. Charlie). Ma Hunter, che venne sempre considerato una sorta di membro aggiunto dei Dead, scrisse anche diversi libri e soprattutto pubblicò anche un buon numero di album come solista, sia cantati che spoken word, anche se va detto che nessuno di essi può essere considerato indispensabile. Ma la carriera di paroliere di Hunter non si fermò solo ai Dead e Garcia, in quanto collaborò anche con artisti come New Riders Of The Purple Sage, Bruce Hornsby, Little Feat, Jim Lauderdale e soprattutto Bob Dylan (uno che non avrebbe certo bisogno di un co-autore, specie per i testi), con il quale compose due brani che finiranno sul non eccelso Down In The Groove del 1988 (Ugliest Girl In The World e Silvio, non proprio due capolavori), ma specialmente la quasi totalità delle canzoni contenute nell’ottimo Together Through Life del 2009 ed anche il brano Duquesne Whistle da Tempest del 2012.

Ora Robert è quindi tornato a fare compagnia a Jerry, e chissà se i due non comporranno qualche nuovo pezzo ad esclusivo beneficio degli angeli.

Marco Verdi

P.S: un breve accenno anche ad altri due artisti scomparsi nei giorni scorsi: Eddie Money, cantante e chitarrista americano di discreta fama negli anni settanta ed ottanta con brani in stile pop-rock come Baby Hold On, Two Tickets To Paradise, Take Me Home Tonight e Walk On Water

, e Ric Ocasek, popolarissimo leader dei Cars (uno dei gruppi cardine della new wave degli anni ottanta), che frequentò a lungo le classifiche dell’epoca con album come Candy-O, Panorama e Heartbeat City e singoli come Shake It Up, You Might Think, Drive e Tonight She Comes, uno degli artisti più di successo della decade nonostante il non proprio lusinghiero soprannome di “più brutta rockstar del mondo”.

Prosegue La Serie Di Ristampe…Proiettata Molto Nel Futuro! Grateful Dead – Aoxomoxoa 50th Anniversary

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Grateful Dead – Aoxomoxoa 50th Anniversary – Rhino/Warner Deluxe 2CD

Terzo episodio delle riedizioni per i cinquantennali degli album sia in studio che dal vivo dei Grateful Dead, un’iniziativa che come ho già avuto modo di dire ha ottenuto parecchie critiche, dato che quando sarà il turno dell’ultimo album pubblicato dalla storica band californiana durante il periodo di attività, il live Without A Net, sarà il 2040 e molti fans della prima ora (ed anche della seconda) non saranno più tra noi, per non parlare della possibile sparizione del CD come supporto prima di quella data. Ma per ora direi di non pensare al futuro, e quindi eccomi ad occuparmi dell’edizione deluxe del terzo album del Morto Riconoscente, che risponde al misterioso titolo palindromo di Aoxomoxoa (titolo mai spiegato, tra l’altro), disco che tra l’altro presenta quella che è la più bella copertina in assoluto dei nostri, ed una delle massime espressioni grafiche del grande Rick Griffin. Aoxomoxoa è un lavoro che ha sempre diviso la critica e i fans: chi lo considera il capolavoro del gruppo per quanto riguarda il periodo psichedelico, chi invece lo vede come un album di transizione. A mio parere hanno un po’ di ragione entrambe le fazioni, dato che da una parte c’è ancora molta psichedelia nelle canzoni contenute nel disco, che è quindi il naturale seguito di Anthem Of The Sun, ma in alcuni brani si cominciano ad intravedere i germogli del suono roots che poi si paleserà nei due lavori seguenti, Workingman’s Dead e American Beauty.

In Aoxomoxoa i Dead sono in sette, con la seconda ed ultima apparizione di Tom Constanten all’interno del gruppo, e c’è anche la partecipazione come ospiti di John Dawson e David Nelson, che un paio di anni dopo formeranno i New Riders Of The Purple Sage proprio con Jerry Garcia. Questo doppio CD presenta nel primo dischetto l’album originale in due missaggi diversi (quello originale del 1969 ed il remix del 1971, con i brani leggermente più corti), mentre come da consuetudine in queste ristampe il secondo supporto contiene una performance inedita dal vivo. Aoxomoxoa (che è anche l’unico episodio della discografia dei Dead con tutti i brani a firma Garcia-Hunter, con l’aggiunta di Phil Lesh in St. Stephen) contiene due classici assoluti del gruppo come appunto St. Stephen, che diventerà uno dei brani più apprezzati dal vivo con versioni anche chilometriche (mentre qui è più sintetica, quattro minuti e mezzo più rock e meno psichedelici) e la vibrante China Cat Sunflower, spesso usata come apertura dei concerti (video delizioso che vedete sopra). Altri pezzi conosciuti e proposti più volte on stage sono l’elettroacustica e diretta Dupree’s Diamond Blues, a metà tra rock e musica old-time, Doin’ That Rag, vivace rock song elettrica con gran lavoro di organo da parte di Ron “Pigpen” McKernan, ed il puro psychedelic pop di Mountains On The Moon. Meno noti sono la breve Rosemary, un pezzo acustico cantato con una strana voce filtrata e la lunga ed allucinata What’s Become Of The Baby, otto minuti di delirio psichedelico per voce ed effetti sonori di difficile digestione.

Finale con la countreggiante Cosmic Charile con Garcia alla steel, brano che in un certo senso anticiperà le atmosfere di Workingman’s Dead. Il secondo CD presenta nove brani selezionati da due serate del Gennaio 1969 all’Avalon Ballroom di San Francisco, due concerti ancora molto acidi e psichedelici: Aoxomoxoa è rappresentato da due ottime rese di Dupree’s Diamond Blues e Doin’ That Rag, abbastanza simili alle versioni di studio anche come durata (rispettivamente poco meno di cinque e sei minuti). Anthem Of The Sun è presente per tre quinti: una liquidissima New Potato Caboose di 14 minuti con Jerry subito in tiro (e cantata purtroppo da Lesh che è tutto tranne che un cantante), una potente Alligator di nove minuti, con annesso assolo della doppia batteria ed un grande Garcia, brano che si fonde con la spedita e tonica Caution (Do Not Stop On Tracks). Il finale è notevole (a parte la consueta traccia Feedback che come al solito “skippo” col telecomando): dopo il breve siparietto a cappella di And We Bid You Goonight troviamo una delle ultime versioni di Clementine, che dopo il 1969 non verrà mai più suonata, ed una favolosa versione di Death Don’t Have No Mercy (Rev. Gary Davis), dieci minuti di puro “acid blues” con Pigpen e Garcia protagonisti indiscussi.

A Novembre toccherà ai 50 anni di Live/Dead, uno dei dischi dal vivo più importanti di tutti i tempi: visto anche il periodo pre-natalizio non mi dispiacerebbe un bel cofanetto.

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 5. Good Old Boys – Live: Drink Up And Go Home

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Good Old Boys – Live: Drink Up And Go Home – RockBeat 2CD

E’ ben noto che Jerry Garcia non amasse starsene con le mani in mano, e anche quando era in pausa dai Grateful Dead riusciva a trovare il tempo per suonare ed incidere con altri musicisti, fossero essi Merl Saunders, Howard Wales, i New Riders Of The Purple Sage, gli Old And In The Way o più semplicemente quando era a capo della Jerry Garcia Band, sia acustica che elettrica. Un episodio meno conosciuto della carriera del chitarrista californiano è però quello dei Good Old Boys, un gruppo estemporaneo a carattere bluegrass guidato da David Nelson, leader dei già citati New Riders Of The Purple Sage, e dal fenomenale mandolinista Frank Wakefield, ai quali Jerry produsse l’unico album, Pistol Packin’ Mama, inciso nel ranch del drummer dei Dead Mickey Hart e pubblicato nel 1976. Prima di quel disco però i Good Old Boys fecero qualche serata in piccoli locali, non una vera e propria tournée ma pochi concerti in posti selezionati, dove alla chitarra di Nelson ed al mandolino di Wakefield, si univano il violinista Brantley Kearns, già con David Bromberg ed in seguito con Dwight Yoakam e Marty Stuart, il bassista Pat Campbell e lo stesso Garcia al banjo (e tutti quanti cantavano anche, come nella vera tradizione della mountain music).

Ora esce per la RockBeat un documento che non esiterei a definire eccezionale, cioè un live registrato dai nostri nel 1975 al Margarita’s Cantina di Santa Cruz in California da John Cutler utilizzando un registratore a due piste appartenente a Owsley Stanley (il mitico sound engineer meglio noto come “Bear”): Live: Drink Up And Go Home è un doppio CD inciso in maniera decisamente buona e godibile dalla prima all’ultima canzone, un documento ripeto notevole perché ha il merito di farci ascoltare una band durata pochissimo. Il repertorio è composto quasi unicamente da cover, siano essi brani tradizionali o appartenenti ai songbook di leggende del bluegrass (e non solo) come Bill Monroe, Roy Acuff, Kitty Wells, i McCoury Brothers, la Carter Family, Flatt & Scruggs, Jimmie Rodgers, Charlie Poole e gli Everly Brothers. Musica gioiosa, fatta per il piacere di suonare, spontanea, con qualche imperfezione tecnica ma vera, reale, non costruita. Prendete l’iniziale Ashes Of Love, si percepisce la voglia di suonare del quintetto e di dare il meglio, non importa se qualcuno a volte stona, sbaglia un’entrata o perde una battuta: il pubblico lo capisce e si lascia coinvolgere senza problemi. Deep Elem Blues la facevano anche i Dead (ma qui non canta Garcia), un bluegrass che più tradizionale non si può, con assoli continui tra i quali spiccano banjo e mandolino; Dim Lights, Thick Smoke (And Loud Loud Music) è un classico del country che hanno fatto in cento, ed i nostri la propongono in maniera rilassata e fluida, facendo risaltare la nota melodia.

Non sto a citare tutti i 24 pezzi della raccolta, mi limito a segnalarne alcuni lasciando a voi il piacere di scoprire il resto: la lenta I’ll Never Make You Blue, con un fantasmagorico Wakefield, la deliziosa She’s No Angel, una monumentale Wildwood Flower (sentite come suonano), l’irresistibile Long Gone, con Jerry che strimpella il banjo come se non ci fosse domani, una saltellante versione del superclassico T For Texas, i bluegrass-gospel Jerusalem Moan ed il gran finale con la famosa Orange Blossom Special, quasi sei minuti tiratissimi all’insegna del ritmo e con il mandolino di Wakefield suonato in maniera incredibile. Lo stesso Wakefield porta in dote due brani scritti da lui, Jesus Loves His Mandolin Player e New Camptown Races, due strumentali in cui il suo strumento è letteralmente in trance agonistica. Anche Garcia ha i suoi momenti: canta da solista nella splendida All The Good Times (una hit per Flatt & Scruggs) e nella pura e limpida Drink Up And Go Home, e si scatena al banjo nello strumentale di Roy Acuff Fireball Mail, una forza della natura. In uno degli ultimi post ho bacchettato la RockBeat, rea di aver fatto la “furba” con il live Late At Night di Mike Bloomfield, ma per questa doppia testimonianza dei Good Old Boys non posso che farle i complimenti.

Marco Verdi

Finalmente Anche I Dead Pubblicano Un Bel Disco Dal Vivo! Grateful Dead – Pacific Northwest ’73-’74: Believe It If You Need It

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Grateful Dead – Pacific Northwest ’73-’74: Believe It If You Need It – Rhino/Warner 3CD

Il titolo del post odierno è chiaramente ironico, in quanto sul mercato esistono più dischi dal vivo dei Grateful Dead di quanti uno possa ragionevolmente riuscire ad ascoltare in un anno intero (con pause per i pasti ed almeno otto ore di sonno per notte). Però quando una proposta discografica è targata Rhino, state certi che il contenuto è meritevole di attenzione. Non fa eccezione questo Believe It If You Need It, triplo CD che è in realtà un condensato del solito mega-cofanetto in tiratura limitata (e parecchio costoso), cioè Pacific Northwest ’73-’74, un box di 19 CD che presenta sei concerti completi che lo storico gruppo di San Francisco tenne nel Maggio e Giugno del 1973 e 1974 in Oregon (a Portland), nello stato di Washington (a Seattle) e nella British Columbia canadese (a Vancouver): Believe It If You Need It è quindi costituito dalle migliori performances di quelle serate, ed è compilato come se si trattasse di un concerto a sé stante (solo Truckin’ è presente due volte). I Dead sono in sei (l’unico batterista è Bill Kreutzmann, Mickey Hart in quel periodo era fuori dalla band), ma sarebbero andati bene anche in cinque, dato che i gorgheggi di Donna Jean Godchaux sono più di danno che di utilità, e vedono Jerry Garcia in forma strepitosa, protagonista di una serie di assoli di rara bellezza, sia nei momenti più “roots” che in quelli più acidi, ed una sorpresa è anche la performance di Keith Godchaux, mai troppo considerato come pianista, ma che qui suona con una liquidità notevole.

E’ noto che la prima metà degli anni settanta è stato forse il periodo migliore per quanto riguarda le prove dal vivo dei nostri, e questo album lo conferma appieno: in più, l’incisione è davvero spettacolare, nitida, pulita e forte, come se si trattasse di musica registrata solo qualche mese fa. Si capisce che Garcia e soci sono in palla già dall’iniziale China Cat Sunflower (brano che molto spesso apriva i loro concerti), con la chitarra di Jerry subito protagonista in maniera magistrale con una serie di fraseggi distesi, ben assecondato da un Godchaux in gran spolvero. I Know You Rider vede i nostri lanciati come un treno, Bird Song arriva ad un quarto d’ora, una ballata melodicamente impeccabile, suonata in maniera spettacolare (e perdoniamo pure a Jerry una prestazione vocale appena sufficiente), mentre Box Of Rain è da sempre una gran bella canzone, e qui Phil Lesh la canta un po’ meglio del solito. Brown-Eyed Women è splendida, una delle più dirette ed orecchiabili del songbook di Garcia e Hunter; poi abbiamo una monumentale jam che parte da una travolgente Truckin’ e confluisce in Not Fade Away e nella travolgente Goin’ Down The Road Feeling Bad, prima del rock’n’roll di One More Saturday Night, che chiude la prima parte.

Il secondo CD è composto da sole quattro canzoni, ma il vero highlight è una leggendaria Playing In The Band, che con i suoi 46 minuti di durata è il brano singolo (quindi non mescolato con altri) più lungo mai suonato dal gruppo: una versione apocalittica, un’esperienza quasi extrasensoriale (o come dicono in America, una “mind left body jam”), nella quale i nostri toccano vette di pura psichedelia che neanche negli anni sessanta durante gli acid test. Il resto del CD vede una rara Here Comes Sunshine (ma sentite Garcia, un fenomeno) ed una sempre eccellente Eyes Of The World, che si fonde con la lenta China Doll. Nel terzo dischetto i Dead tornano con i piedi per terra (più o meno), iniziando in maniera sublime con la splendida Sugaree, tra le più belle composizioni di Garcia, e poi con un super medley (registrato a Vancouver) formato dalla cristallina He’s Gone, un’altra grandiosa Truckin’ (26 minuti solo questa, compreso una lunga improvvisazione con il basso di Lesh come strumento solista), una rimembranza dei sixties con The Other One, la solida ballata Wharf Rat e gran finale con la sempre coinvolgente Sugar Magnolia, in assoluto uno dei pezzi migliori di Bob Weir. Altra ottima proposta dunque dagli infiniti archivi live dei Grateful Dead, e stavolta direi che è sufficiente questo estratto in tre CD rispetto al mega-box (ammesso che sia ancora disponibile), dato che nei mesi di Ottobre e Novembre, tra box di Dylan, Petty, Lennon, Beatles, Kinks e Hendrix le vostre (anzi, nostre) tasche saranno messe a durissima prova.

Marco Verdi

Uno Dei Dischi Cardine Della Psichedelia Californiana Degli Anni Sessanta. Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary

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Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary – Rhino/Warner 2CD

Prosegue la ristampa della discografia ufficiale dei Grateful Dead in occasione dei cinquantenari dall’uscita degli album originali: dopo la ripubblicazione deluxe del loro esordio omonimo avvenuta lo scorso anno https://discoclub.myblog.it/2017/01/29/ci-mancavano-solo-le-ristampe-dei-cinquantesimi-grateful-dead-50th-anniversary-deluxe-edition/ , un’operazione che ha attirato diverse critiche in quanto dovrebbe terminare nel 2039 con la riedizione di Built To Last (il loro ultimo disco in studio), con il rischio concreto che molti fans della prima ora non possano completare l’opera per motivi anagrafici (ammesso e non concesso che tra 21 anni esisteranno ancora i CD). Anthem Of The Sun, uscito appunto nel 1968, è considerato da molti il primo vero album in cui i Dead introducono il loro suono, in quanto nel debutto di The Grateful Dead, pur essendo presenti diversi futuri classici delle loro esibizioni dal vivo, il gruppo di San Francisco aveva deciso di includere canzoni piuttosto brevi (con l’eccezione di Viola Lee Blues) e con arrangiamenti rock che non avevano ancora del tutto le caratteristiche del suono che li renderà famosi.

Per contro, Anthem Of The Sun è esattamente l’opposto, in quanto presenta soltanto cinque brani, di cui uno solo di breve durata: non solo, ma di tutta la discografia dei Dead è quello in assoluto che si avvicina di più al suono dei loro concerti, grazie soprattutto all’idea, decisamente innovativa per l’epoca, di mischiare incisioni in studio con spezzoni di vari live show, creando una sorta di ibrido. In seguito diventerà la prassi per molti artisti “aggiustare” i dischi dal vivo con incisioni in studio (e quasi mai dichiarandolo), ma il caso di Anthem Of The Sun, cioè un disco in studio viceversa aggiustato con frammenti live, è tuttora abbastanza unico. I cinque brani presenti in questo disco diventeranno tutti dei veri classici del gruppo, e sono ancora oggi considerati uno dei punti più alti della musica psichedelica dell’epoca, con una band in stato di grazia, guidata da un Jerry Garcia ai vertici della sua creatività: in questo album i Dead sono tra l’altro in una formazione a sette elementi che non durerà a lungo, con Tom Constanten che si aggiunge allo zoccolo duro formato da Garcia, Bob Weir, Ron “Pigpen” McKernan (il sui organo è un altro elemento indispensabile nell’economia del suono), Phil Lesh e la doppia batteria di Mickey Hart e Bill Kreutzmann. Questa ristampa deluxe, che esce con la copertina a cui è stato donato uno splendido effetto lenticolare in 3D, presenta nel primo CD l’album originale in due diversi missaggi, quello del 1968 ed il remix del 1971: le differenze sono minime, anche se il secondo sembra meno confuso ed “impastato”, oltre a prolungare la durata di alcuni brani.

I cinque pezzi del disco sono, come ho già detto, tutti molto noti tra i fans dei Dead, a partire dalla straordinaria That’s It For The Other One, una mini-suite in quattro movimenti che lascia ampio spazio alle scorribande dei nostri, con Garcia e Weir che si alternano alle parti vocali soliste: pura psichedelia, con tanto di finale rumoristico ad opera di Constanten. La lenta e sinuosa New Potato Caboose (di Lesh), che vede addirittura spuntare un clavicembalo, ha soluzioni melodiche e strumentali che la avvicinano al pop, anche se la parte centrale dà spazio ad una grande performance di Jerry, mentre Born Cross-Eyed mantiene le atmosfere lisergiche nonostante duri poco più di due minuti. Il disco termina con la rockeggiante Alligator, ancora di Lesh, che è un fluido brano tutto giocato su cambi di ritmo ed improvvisazioni varie, e con Caution (Do Not Stop On Tracks), un rock-blues allucinato che è anche il momento in cui Pigpen si prende il centro della scena (ma Garcia si fa largo a suon di assoli).

Il secondo CD propone un concerto, ovviamente inedito, registrato al Winterland di San Francisco nell’autunno del 1967 (anche la ristampa dello scorso anno prendeva in esame uno show dell’anno precedente). Un concerto bello, potente e lisergico quanto basta, con Garcia ovviamente sugli scudi ma anche il resto della band (ancora senza Constanten) che lo segue con sicurezza, con McKernan in testa. La serata inizia con una vibrante versione dell’apocalittica Morning Dew, molto bella, e prosegue tra momenti di pura psichedelia (New Potato Caboose, con Jerry strepitoso), cover di classici del blues (It Hurts Me Too di Elmore James) e brani dove emergono sia il lato roots della band (Cold Rain And Snow) che quello rock’n’roll (Beat It On Down The Line). Le due canzoni restanti sono anche gli highlights del concerto: una scintillante rilettura di Turn On Your Lovelight di Bobby “Blue” Bland, che diventerà un must dei loro show, ed una spettacolare That’s It For The Other One di 15 minuti, che chiude la serata in deciso crescendo.

Quindi all’anno prossimo, con la ristampa di uno dei lavori dei Dead che preferisco (Aoxomoxoa) e, se la campagna di riedizioni prevede anche i dischi dal vivo, di Live/Dead, uno degli album registrati on stage più importanti di sempre.

Marco Verdi

Ecco La Prima Ristampa Inutile Del 2018! Grateful Dead – Best Of Grateful Dead Live

grateful dead best of live

Grateful Dead – The Best Of The Grateful Dead Live – 2 CD Grateful Dead/Rhino

Dalla scomparsa del grande Jerry Garcia, avvenuta nel 1995, le uscite d’archivio dei Grateful Dead si sono moltiplicate a dismisura, fino a far diventare quasi impossibile tenerne una contabilità completa. Il 99% di questi CD, quasi sempre multipli e spesso in mega-cofanetti anche parecchio costosi, sono composti da materiale dal vivo, e la lista viene aggiornata ogni anno con almeno due nuove uscite (e mi limito a quelle targate Rhino, poi ci sono i Dave’s Picks, ed in passato i Dick’s Picks e la serie Road Trips). Ora la casa discografica californiana ha avuto una pensata “originale” (prego leggere ironia in queste mie parole), decidendo di pubblicare una bella antologia live doppia con il meglio di quanto è stato pubblicato ufficialmente dai Dead, privilegiando la discografia di quando il gruppo era attivo (1967-1995), ma aggiungendo anche qualcosa tratto dagli album usciti dopo la morte di Garcia (escludendo però le tre diverse serie da me citate poc’anzi). La domanda però è: a chi si rivolge questa antologia, dato che nessuna delle performances incluse è inedita? Non ai Deadheads, in quanto saranno già in possesso anche dei bootlegs, oltre che dei dischi ufficiali. Non ai fans “normali” del gruppo (tra i quali ricade anche il sottoscritto), che comunque queste uscite le posseggono almeno all’80%; forse neppure ai neofiti, che probabilmente preferiscono rivolgersi ad una antologia di studio, o magari ad un live storico della loro discografia (penso a Live/Dead, Grateful Dead (Skull & Roses) e Europe 72, tutti e tre imperdibili). Questa comunque la tracklist: come vedete è stato seguito un criterio cronologico di performance.

Disc One
1. “St. Stephen” – Fillmore West (2/27/69) from Live/Dead (1969)
2. “Bertha” – Fillmore East (4/27/71) from Grateful Dead (Skull & Roses) (1971)
3. “Wharf Rat” – Fillmore East (4/26/71) from Grateful Dead (Skull & Roses) (1971)
4. “Sugar Magnolia” – Olympia Theatre (5/4/72) from Europe ’72 (1972)
5. “Jack Straw” – Olympia Theatre (5/3/72) from Europe ’72 (1972)
6. “Truckin’” – Lyceum Theatre (5/26/72) from Europe ’72 (1972)
7. “Morning Dew” – Lyceum Theatre (5/26/72) from Europe ’72 (1972)
8. “Brown Eyed Women” – Tivoli Concert Hall (4/14/72) from Europe ’72 (1972)
9. “The Music Never Stopped” – Great American Music Hall (8/13/75), One From The Vault (1991)
10. “Estimated Prophet” – Barton Hall (5/8/77) from Cornell 5/8/77 (2017)

Disc Two
1. “Friend Of The Devil” – Radio City Music Hall (10/27/80) from Dead Set (1981)
2. “Feel Like A Stranger” – Warfield Theatre (10/4/80) from Dead Set (1981)
3. “Fire On The Mountain” – Radio City Music Hall (10/31/80) from Dead Set (1981)
4. “Bird Song” – Warfield Theatre (10/14/80) from Reckoning (1981)
5. “Ripple” – Warfield Theatre (10/4/80) from Reckoning (1981)
6. “Eyes Of The World” – Nassau Coliseum (3/29/90) from Wake Up To Find Out (2014)
7. “Touch Of Grey” – Rich Stadium (7/4/89) from Truckin’ Up To Buffalo (2005)
8. “Blow Away” – JFK Stadium (7/7/89) from Crimson, White & Indigo (2010)
9. “So Many Roads” – Soldier Field (7/9/95) from So Many Roads (1999)

A occhio mi vengono in mente alcune considerazioni, in ordine sparso:

  • Il live del 1976, Steal Your Face, è stato giustamente ignorato (credo sia il loro peggiore in assoluto)
  • Mancano anche brani da Without A Net del 1990, che era invece ottimo
  • Sia Live/Dead che Reckoning, lo splendido live acustico del 1981, meritavano più spazio, ma in questo caso ci voleva almeno un triplo, ed infatti
  • Proporre solo un doppio è una cosa abbastanza ridicola
  • E’ stato completamente ignorato il quadruplo Ladies And Gentlemen, secondo me il disco dal vivo più bello di sempre dei nostri (quello sì da avere se non si possiede ancora nulla del gruppo)

Potrei andare avanti, ma preferisco fermarmi qui: se proprio ci tenete, il doppio CD (o quadruplo LP, che però sarà diviso in due volumi da due LP ciascuno) uscirà il 23 Marzo p.v. (anche se alcuni siti americani riportano il 23 febbraio, vi terremo informati, ammesso che qualcuno lo voglia mai comprare)!

Marco Verdi

*NDB E in un Best Of Live non c’è Dark Star?

Che Natale (O Santo Stefano) Sarebbe Senza Un Bel Box Dei Dead? Grateful Dead – RFK Stadium 1989

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Grateful Dead – RFK Stadium 1989 – dead.net Store – Rhino/Warner 6CD Box Set

Ormai ci ho fatto il callo: con puntuale cadenza semestrale, solitamente in primavera ed autunno, esce un nuovo cofanetto dei Grateful Dead, e qualche volta anche qualcosa di più in altri periodi dell’anno, ma diciamo che almeno due uscite ogni 365 giorni sono garantite. Lo scorso Maggio avevo celebrato lo splendido Cornell 5/8/1977, estratto del super box Get Shown The Light, ed ora mi trovo a parlarvi di un’altra eccellente uscita riguardante il gruppo di San Francisco: RFK Stadium 1989  è un boxettino di sei CD che contiene due concerti completi tenutisi nella location e nell’anno del titolo (a Washington DC), rispettivamente il 12 e 13 Luglio, un cofanetto in tiratura limitata di 15.000 copie ed in vendita solo sul sito della band (quindi per una volta non esiste la consueta versione ridotta disponibile su larga scala, anche se mentre scrivo queste righe i box disponibili sono ancora più di 4.000). Gli anni che vanno dal 1987 al 1990 sono tra i migliori in assoluto per quanto riguarda l’attività live dei Dead, che avevano ritrovato sia uno stato di forma smagliante (a differenza del periodo a metà della decade, anche a causa dei problemi di salute di Jerry Garcia, problemi che si ripresenteranno nei novanta portandolo alla morte prematura nel 1995) sia il successo commerciale con l’ottimo album In The Dark del 1987, unico della loro storia ad entrare nella Top Ten. In quegli anni, un po’ come Elvis che negli anni settanta aveva raggiunto la piena maturità vocale, i Dead erano in grado di suonare qualsiasi cosa, ed erano famosi per proporre scalette completamente diverse da una serata all’altra quando si esibivano nella stessa location per più di una volta.

grateful dead rfk box

Questo è esattamente quello che accade in questi due concerti registrati nella capitale nell’estate del 1989, con i nostri in grande spolvero e che suonarono due setlists differenti al 100%: Garcia era sempre di più un chitarrista formidabile, le sue prestazioni erano uno spettacolo nello spettacolo, ma anche i suoi compagni non perdevano un colpo, dalla chitarra ritmica di Bob Weir al basso di Phil Lesh alla doppia batteria di Mickey Hart e Bill Kreutzmann, fino alle tastiere di Brent Mydland (che qui è alle sue ultime esibizioni, in quanto morirà l’anno dopo per overdose, sostituito da Vince Welnick e, provvisoriamente, da Bruce Hornsby, che è già presente in questo box come ospite speciale in due canzoni a sera). Un box decisamente godibile quindi, un lungo viaggio nel songbook dello storico gruppo, inciso tra l’altro molto bene, con gli unici due difetti dell’uso saltuario del sintetizzatore da parte di Mydland e delle voci non sempre intonate, specie nelle armonie dove spesso ognuno va per conto suo (ma è risaputo che questo è sempre stato il tallone d’Achille dei Dead). Per chi scrive la scaletta migliore è quella della prima serata, in quanto sono presenti quattro tra i miei brani preferiti della band: la bellissima Touch Of Grey, che apre il concerto (e con Garcia che rilascia subito un assolo dei suoi), le splendide Mississippi Half-Step Uptown Toodeloo, con Mydland ottimo al piano, ed una Sugaree con Horsby alla fisarmonica, oltre al finale con la struggente Black Muddy River. Ma ovviamente ci sono anche altri highlights, come una lunga ed intensa Ship Of Fools, la sempre vibrante Eyes Of The World (perfetta per le jam liquide del gruppo), ed una cristallina cover del classico dei Traffic Dear Mr. Fantasy, con Jerry incontenibile.

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https://www.youtube.com/watch?v=eEG2PnRl9zI

La cover dylaniana Just Like Tom Thumb’s Blues viene affidata a Lesh, che per una volta non fa danni dal punto di vista vocale (ed il pezzo ne esce molto bene), mentre i contributi migliori di Weir alla serata sono una fluida Cassidy (grande ancora Garcia), il sempre coinvolgente rock’n’roll di Chuck Berry Promised Land ed una guizzante e solare Man Smart, Woman Smarter (un classico calyspo inciso tra gli altri da Harry Belafonte ed i Carpenters), in duetto vocale con Mydland. Il secondo show, accanto a canzoni discrete ma “normali” come Let It Grow, Looks Like Rain, I Will Take You Home (anteprima dall’album Built To Last, che uscirà qualche mese dopo) e Throwing Stones, offre comunque diverse performances solide, come l’apertura Hell In A Bucket, che forse non sarà una grande canzone ma garantisce un avvio potente (e Jerry è formidabile). Poi i nostri piazzano un uno-due notevole con la classica Cold Rain And Snow ed una sopraffina rilettura di Little Red Rooster (Willie Dixon): il blues non era tra le specialità dei Dead, ma qui suonano eccome, specie un Garcia insolitamente alla slide. Altri momenti di impatto sono la cadenzata Tennessee Jed, un’altra tra le migliori del binomio Garcia-Hunter, la splendida e raramente eseguita To Lay Me Down e la suite Terrapin Station, in quella serata ridotta a “soli” 13 minuti ma sempre molto bella. C’è spazio anche per un po’ di psichedelia con The Other One, ed il finale è a tutto rock’n’roll con una scintillante Good Lovin’ dei Rascals e la trascinante U.S. Blues. Un (altro) ottimo cofanetto per i Grateful Dead: varrebbe la pena di fare uno sforzo per accaparrarselo.

Marco Verdi

Forse Sarebbe Il Caso Di Rallentare Un Pochino! Jerry Garcia & Merl Saunders – GarciaLive Vol. 9: August 11th 1974, Keystone Berkeley

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Jerry Garcia & Merl Saunders – GarciaLive Vol. 9: August 11th 1974, Keystone Berkeley – ATO 2CD

Si sa che dalla morte di Jerry Garcia, avvenuta nell’estate del 1995, le pubblicazioni a nome Grateful Dead si sono moltiplicate a dismisura, ma anche per quanto riguarda la discografia solista del barbuto chitarrista non si scherza: tra la prima serie di concerti targata Pure Jerry, quella tutt’ora in corso con il nome di GarciaLive e gli album che non rientrano in nessuna delle due categorie (al 99% sempre dal vivo) abbiamo tranquillamente doppiato il numero di dischi che Jerry aveva pubblicato in vita. Proprio in questi giorni è uscito il nono episodio della già citata saga GarciaLive, e mi sento in dovere di fare qualche considerazione extra-musicale, prendendo come spunto la location ed il periodo scelti. Non è infatti la prima volta che viene documentato un concerto tenutosi al Keystone di Berkeley (sobborgo universitario di San Francisco) di Jerry insieme all’organista Merl Saunders: già negli anni settanta era uscito Live At Keystone, un doppio LP che prendeva in esame il meglio dei concerti del Luglio 1973 nella citata località californiana, album più volte ristampato fino alla versione definitiva del 2012, Keystone Companions, un box di quattro CD. Ma anche il quarto volume della serie Pure Jerry documentava una serata nello stesso teatro (del Settembre 1974 però), ed il Garcia Live Volume Six invece verteva su un concerto sempre con Saunders e sempre del Luglio 1973, anche se in una località diversa http://discoclub.myblog.it/2016/07/20/dite-la-verita-eravate-po-preoccupati-jerry-garcia-merl-saunders-garcia-live-vol-6-lions-share/ .

Quindi immaginerete il mio parziale disappunto quando ho visto che questo nono volume era ancora a proposito di uno show al Keystone, anche se di un anno dopo i concerti storici del 1973: disappunto in quanto penso che ormai si potesse anche passare oltre questa serie di spettacoli, dato che ci saranno certamente altri periodi di Jerry solista meno documentati, e parziale in quanto, a monte di tutto, è comunque sempre un bel sentire. La formazione, oltre a Garcia e Saunders, comprende l’abituale bassista John Kahn, Martin Fierro al sax e flauto (e non alla tromba, per fortuna) e, cosa rara, il compagno di Jerry nei Dead Bill Kreutzmann alla batteria: l’anno seguente la medesima formazione, ma con Ron Tutt al posto di Kreutzmann, prenderà il nome di Legion Of Mary, una lineup già anch’essa protagonista di diversi episodi delle serie dal vivo di Garcia. Jerry è in buona forma, una media tra l’ottimo della sua prestazione chitarristica ed il sufficiente di quella vocale, un po’ ad alti e bassi: il 1974 non è stata forse tra le migliori annate del nostro, ma quella sera si difende alla grande, grazie anche all’eccellente band che lo accompagna (per quanto Fierro forse andava limitato) e ad un repertorio eterogeneo che prende in esame soltanto brani altrui. Il CD stavolta è “soltanto” doppio, e le due ore di musica scorrono abbastanza in fretta. Apre la serata That’s What Love Will Make You Do, un blues di Little Milton affrontato da Garcia e soci in maniera molto fluida e rilassata, quasi come se si stessero scaldando i muscoli, ma già dal primo assolo di Jerry in poi la performance cresce (con grande spazio anche per Saunders e per il sax di Fierro) ed alla fine dei 13 minuti sono tutti belli pronti.

La La è uno strumentale di Fierro, ed è un pretesto per lanciarsi in una lunga jam di 17 minuti: il pezzo inizia come una bossa nova guidata dal flauto del suo autore, ma presto si trasforma in una session che alterna rock, psichedelia e momenti free, uno dei momenti più “deaddiani” dei concerti di Jerry solista. It Ain’t No Use è un vecchio pezzo dei Meters, proposto ancora con un arrangiamento blues, altri 11 minuti molto fluidi e con Jerry al top, supportato benissimo da Merl, mentre il primo CD si chiude con i 13 minuti di Mystery Train, il brano di Junior Parker reso popolare da Elvis Presley che è anche un classico nei concerti del nostro, al solito suonato in maniera impeccabile e con Kahn e Kreutzmann che non perdono un colpo. Il secondo dischetto comincia con una chilometrica versione (19 minuti) di The Harder They Come di Jimmy Cliff: arrangiamento pulito, classico e fedele all’originale (ma un po’ meno reggae) che risulta altamente godibile, anche se ci sarebbe voluto un supporto vocale per Jerry. Il flauto dona un sapore pop all’errebi Ain’t No Woman (Like The One I’ve Got) dei Four Tops, qui proposto in una rilettura strumentale, ma Jerry la riporta subito sui suoi territori, rilasciando alcuni tra gli assoli più lirici e fluidi della serata, anche se 17 minuti sono un tantino eccessivi, a causa anche dell’invadenza di Fierro. It’s Too Late (Chuck Willis) viene rifatta in maniera rigorosa, mantenendo intatto il mood d’altri tempi, e Garcia canta anche con buona impostazione, (I’m A) Road Runner, un classico di Junior Walker, è suonata con un delizioso feeling errebi, con l’impasto chitarra-organo-sax che funziona nel migliore dei modi; chiusura con una rallentata The Night They Drove Old Dixie Down di The Band (“solo” sei minuti e mezzo), sempre bella in qualsiasi modo la si suoni, anche se stasera Jerry, ahimè, la canta veramente male.

Un altro buon episodio della saga live di Jerry Garcia, anche se a lungo andare questi CD finiscono per sembrare tutti simili tra loro: forse, per ricollegarmi anche al titolo del post, occorrerebbe fermarsi un attimo e prendere il fiato, facendo passare almeno un paio d’anni prima del decimo volume. Tanto le uscite a nome Grateful Dead non mancheranno di certo.

Marco Verdi

*NDB. Questa settimana, il 1° agosto, sarebbe stato il 75° compleanno di Jerry Garcia.

Questo Invece E’ Proprio Inutile, Senza Parentesi! Grateful Dead – Smiling On A Cloudy Day

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Grateful Dead – Smiling On A Cloudy Day – Rhino CD – LP

Il 1967 non è stato solo l’anno di Sgt. Pepper dei Beatles e del binomio Wild Honey/Smiley Smile dei Beach Boys, celebrato nel doppio 1967: Sunshine Tomorrow in uscita in questi giorni http://discoclub.myblog.it/2017/06/25/anche-questo-succedeva-50-anni-fa-ancora-grande-musica-beach-boys-sunshine-tomorrow/ , ma anche della famosa e mitizzata Summer Of Love, un periodo irripetibile in cui si credeva veramente che con le canzoni si potesse cambiare il mondo (e nello stesso anno si tenne anche il leggendario Monterey Pop Festival, la prima grande kermesse a base di pace, amore e musica che ebbe due anni dopo in Woodstock il suo picco), dominato dagli hippies e dalla scena musicale di San Francisco. La Rhino decide di celebrare i cinquant’anni di quella estate con una serie di ristampe limitate in vinile (usciranno a  metà Luglio, il giorno 14) che non sempre però hanno una grande attinenza con il periodo, sia come genere musicale che come anno (si passa infatti con disinvoltura da Electric Prunes, Love ed Arlo Guthrie, che hanno un senso, a scelte incomprensibili come il mitico Astral Weeks di Van Morrison, album leggendario ma che nessuno si è mai sognato di associare alla Summer Of Love, anche perché è uscito l’anno successivo, oppure anche Aretha Arrives di Aretha Franklin, mentre mancano incredibilmente, penso per motivi di diritti discografici, i Jefferson Airplane). Ma le due uscite considerate di punta dalla Rhino sono due compilation (uniche ad essere pubblicate anche su CD): la prima, intitolata appunto Summer Of Love, si occupa dei Monkees (ed è interessante se non conoscete il gruppo di Los Angeles, anche se ci sono diverse licenze, come la scelta di un brano preso dal loro ultimo album di studio, Good Times!, uscito lo scorso anno), mentre la seconda, Smiling On A Cloudy Day, comprende dieci brani tratti dal periodo “psichedelico” del gruppo di Jerry Garcia, e per l’esattezza dai primi tre album (più Dark Star, nella versione breve uscita solo su singolo), ma tutti nelle versioni conosciute, senza neppure una alternate take di studio od una rilettura inedita dal vivo, una scelta che probabilmente farà soprassedere anche il Deadhead più fanatico, ma che a mio parere ha scarsissima attrattiva pure verso il neofita.

Questa, comunque, la tracklist

1. The Golden Road (To Unlimited Devotion)
2. Cream Puff War
3. Morning Dew
4. That’s It For The Other One (Cryptical Envelopment I)/The Other One (Cryptical Envelopment II)
5. Born Cross-Eyed
6. Dark Star (Single Version)
7. St. Stephen
8. China Cat Sunflower
9. Doin’ That Rag
10. Cosmic Charlie

Grande musica, ma che più o meno possiedono già tutti quelli interessati: mi spiace, ma questa volta passo!

Marco Verdi