Anche Da Solo Sul Palco (O Quasi) Era Un Grande. Jerry Garcia & John Kahn – Garcia Live Volume 14

jerry garcia garcialive 14

Jerry Garcia & John Kahn – Garcia Live Volume 14 – ATO CD – 2LP

Nel recensire di recente l’ultimo dei quattro live dei Blue Oyster Cult usciti quest’anno ho accennato appunto al fatto che la band americana ha deciso di inflazionare in maniera massiccia il mercato dal momento che ci sono state anche le ristampe di due album in studio ed in autunno sarà la volta del loro disco nuovo. Ebbene, non è che chi cura gli archivi del compianto Jerry Garcia se ne sia stato con le mani in mano, dato che il CD di cui mi accingo a parlare è il terzo in sette mesi dell’ormai nota serie Garcia Live, ed il quattordicesimo totale. Registrato al Ritz di New York il 27 gennaio del 1986, Garcia Live Volume 14 è però un episodio abbastanza unico: intanto è “solo” singolo, e poi vede Jerry in veste totalmente acustica, ma non con la Jerry Garcia Acoustic Band bensì proprio solo lui e la sua chitarra, coadiuvato solamente dal fido John Kahn che lo accompagna al basso (ed il CD è co-intestato ai due).

Nel 1986 Jerry non se la passava benissimo per quanto riguarda la salute (a luglio dello stesso anno cadrà in un coma diabetico che per poco non lo porterà all’altro mondo), ma in questa serata newyorkese è davvero in ottima forma, e nonostante la struttura scarna del suono riesce a fornire una performance da leccarsi i baffi, con qualche lieve imprecisione vocale ma con una prestazione chitarristica sublime, in cui il nostro riempie gli spazi al punto che in alcuni momenti non sembra che ci siano solo due persone sul palco (e Kahn si dimostra un partner perfetto, misurato e con un chiaro background jazz). Musica pura ed incontaminata, con le radici folk, country e bluegrass del nostro che fuoriescono prepotentemente anche in brani che originariamente hanno una struttura rock. Ovviamente non mancano pezzi con diverse decadi sulle spalle, siano essi traditionals o meno, veri e propri classici del folk-blues come l’opening track Deep Elem Blues, molto energica nonostante siano solo in due, una Little Sadie pregna di atmosfere western, una deliziosa Oh Babe, It Ain’t No Lie di Elizabeth Cotten caratterizzata dallo splendido pickin’ di Jerry ed una lucida Spike Driver Blues (Mississippi John Hurt).

In ogni concerto di Garcia che si rispetti ci sono poi dei brani di Bob Dylan, e qui ascoltiamo una limpida When I Paint My Masterpiece e soprattutto una commovente rilettura di Simple Twist Of Fate che la fragilità vocale del nostro rende ancora più poetica (e con Kahn che si produce in un intermezzo in puro stile jazz). Infine, rispetto agli abituali show solisti di Garcia in cui dominano le cover, i brani a firma Garcia-Hunter sono ben cinque, a partire da una discreta (ed applauditissima) Friend Of The Devil per proseguire con la mossa Run For The Roses, le splendide Dire Wolf e Ripple, tra le migliori composizioni di sempre del nostro, ed una strepitosa Bird Song di nove minuti che suona acida e psichedelica perfino con la chitarra acustica. Come unico bis abbiamo una rara performance da parte di Jerry del classico di Leadbelly Goodnight Irene, in una versione decisamente pimpante e vigorosa (NDM: le prime copie dell’album avevano un CD aggiunto che documentava la serata completa del 28 gennaio, con una scaletta simile ma la presenza della dylaniana It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry e dei traditionals I’ve Been All Around This World e Jack-A-Roe).

Quindi un altro capitolo importante dell’infinita saga live di Jerry Garcia, e qualcosa mi dice che non sarà l’ultimo episodio di questo 2020.

Marco Verdi

Da Gruppo Leader Del Rock Psichedelico A Paladini Del Suono “Americana”. Grateful Dead – Workingman’s Dead 50th Anniversary

grateful dead workingman's dead 50th anniversary

Grateful Dead – Workingman’s Dead 50th Anniversary – Rhino/Warner 3CD Deluxe – Lp Picture Disc

Riprendono le celebrazioni dei cinquantesimi anniversari per quanto riguarda gli album dei Grateful Dead, dopo che lo scorso novembre il mitico Live/Dead è stato “saltato” (evidentemente i nostri hanno cambiato idea decidendo di premiare solo i dischi in studio, modificando il progetto originale che prevedeva anche i live. La cosa comunque ha senso dato che ad esempio per Europe ’72 non potrebbero proporre nulla di inedito visto che nel 2011 era uscito un megabox con i concerti completi). Il 1970 fu un anno fondamentale per i Dead, che abbandonarono il suono psichedelico che li aveva eletti come uno dei gruppi cardine della Bay Area e della Summer Of Love, reinventandosi come band che rispolverava le sonorità delle radici proponendo una miscela vincente di rock, country, folk e blues, un sound che oggi definiremmo Americana ma che allora era visto come una novità assoluta. La cosa all’epoca stupì un po’ i fans del gruppo (ma i Dead avevano già dentro di loro questo suono, basta pensare agli esordi folk e bluegrass di Jerry Garcia), benché di sicuro contribuì ad aumentare la base dei loro estimatori: infatti i due album pubblicati a pochi mesi di distanza uno dall’altro, Workingman’s Dead e American Beauty, furono all’epoca anche i più venduti fino a quel momento.

Il motivo del successo non riguardava solo il cambio di suono, ma soprattutto il fatto che ci trovavamo di fronte a due grandissimi dischi, anzi a posteriori i loro capolavori assoluti, con dentro talmente tanti futuri classici da sembrare quasi dei Greatest Hits, brani che costituiranno l’ossatura dei loro concerti da quel momento in poi. Oggi mi occupo nello specifico di Workingman’s Dead in occasione della ristampa deluxe uscita ai primi di luglio (American Beauty verrà festeggiato in autunno, al momento non si sa ancora con quali contenuti), che invece dei soliti doppi CD usciti finora nell’ambito di questa campagna di ristampe è proposto in versione tripla, sia in edizione “normale” in digipak, che in una speciale confezione “slipcase” che però la fa costare dieci euro in più senza aggiungere nulla a livello musicale (esiste anche una versione in vinile picture disc con solo l’album originale, chiaramente per collezionisti incalliti). Il primo dischetto presenta Workingman’s Dead rimasterizzato ex novo, un album ancora oggi straordinariamente attuale, con una serie di canzoni che sono tutte diventate dei classici ed un suono elettroacustico largamente influenzato dal country e dal folk, con il sestetto (oltre a Garcia, Bob Weir, Mickey Hart, Bill Kreutzmann, Phil Lesh e Ron “Pigpen” McKernan) in stato di grazia sia dal punto di vista strumentale che vocale.

Gli otto brani presenti non hanno bisogno di presentazioni: c’è quella che per me è la migliore canzone di sempre dei Dead, ovvero la strepitosa Uncle John’s Band, ma anche tre grandissimi pezzi come High Time, Casey Jones e la countreggiante Dire Wolf, in cui Garcia si cimenta alla pedal steel (sua passione di quegli anni), mentre i restanti quattro brani, New Speedway Boogie, Black Peter, Cumberland Blues e Easy Wind, sono comunque largamente superiori alla media. (NDM: stranamente Weir non compare come autore in nessuno dei pezzi, che sono tutti accreditati al binomio Garcia/Hunter tranne Easy Wind che è del solo Hunter). Il secondo e terzo CD riportano un concerto completo ed inedito che i nostri tennero il 21 febbraio 1971 al Capitol Theatre di Port Chester, NY (sarebbe stato più logico un live del ’70, ma pare che il materiale di quell’anno scarseggi): non che io mi lamenti del “solito” disco dal vivo, ma sinceramente avrei preferito almeno un CD di outtakes e versioni alternate, dato che non solo esistono ma sono state messe a disposizione nelle ultime settimane sotto il nome The Angel’s Share, sia pure esclusivamente come streaming.

Il concerto è comunque strepitoso (nonché inciso benissimo), cosa che non mi sorprende dal momento che gli show del biennio 1971-72 sono unanimamente considerati i migliori di sempre per quanto riguarda i Dead. Il sestetto è davvero in stato di grazia, preciso e concentrato in ogni passaggio e molto presente anche dal punto di vista vocale (cosa non sempre scontata), con Garcia che è veramente un’iradiddio alla chitarra e ci regala una prestazione da urlo. Lo spettacolo è nettamente diverso da quelli della stagione psichedelica, con molti più brani in scaletta e durate ridotte anche se sempre “importanti”, oltre ad un suono decisamente più “roots”. Anche il repertorio è cambiato, con l’introduzione di una serie di cover di ispirazione country (Me And Bobby McGee, Me And My Uncle), rock’n’roll (Johnny B. Goode, Beat It On Down The Line, entrambe parecchio trascinanti), errebi (una Good Lovin’ di 17 minuti, la più lunga della serata) e blues (due strepitose Next Time You See Me di Junior Parker e I’m A King Bee di Slim Harpo, entrambe cantate da Pigpen e con Jerry formidabile alla sei corde).

E poi ovviamente ci sono i brani dei Dead, quattro dei quali da Workingman’s Dead (Easy Wind, Cumberland Blues, Casey Jones e Uncle John’s Band) e “solo” tre da American Beauty (ma forse i migliori: Sugar Magnolia, Truckin’ e la splendida Ripple, altro pezzo da Top Five di sempre dei Dead); inoltre non mancano altri classici che ormai è quasi normale per noi ascoltare su un live del gruppo, ma che all’epoca erano alle prime apparizioni, titoli come Playing In The Band, Loser, Bird Song, Wharf Rat, Bertha. E poi la sequenza finale formata da Truckin’, Casey Jones, Good Lovin’ e Uncle John’s Band vale da sola il prezzo richiesto. Fra pochi mesi vedremo cosa ci riserverà la ristampa di American Beauty: dato che un concerto del 1971 lo abbiamo già avuto qui, continuo a sperare in qualche outtake e rarità di studio.

Marco Verdi

Un “Big Man” In Più Per Il Capitano Jerry! Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 13: September 16th, 1989

jerry garcia garcialive 13

Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 13: September 16th, 1989 – ATO 2CD

Con tutte le uscite d’archivio dei Grateful Dead (solitamente due all’anno, una in primavera ed una in autunno, ed in più ci sono anche i Dave’s Picks) diventa difficile seguire anche l’analoga operazione denominata Garcia Live, riguardante appunto i tour da solista del leader Jerry Garcia ed anch’essa rinnovata più o meno con cadenza semestrale (senza considerare che ogni tanto vengono pubblicati live album del grande chitarrista anche al di fuori della serie, come per esempio Electric On The Eel). Lo scorso dicembre per esempio avevo soprasseduto, un po’ perché le mie finanze erano già provate dalle spese natalizie, ma soprattutto perché il dodicesimo volume della serie riguardava per l’ennesima volta un concerto di Jerry con il tastierista Merl Saunders, un binomio a mio giudizio già ampiamente documentato in passato, dal famoso Live At Keystone in poi.

A soli quattro mesi da quel triplo CD ecco però arrivare l’episodio numero tredici, e qui è stato molto più difficile resistere: innanzitutto stiamo parlando di un concerto del 1989 (per la precisione il 16 settembre al Poplar Creek Music Theatre di Hoffman Estates, un sobborgo di Chicago), cioè il primo anno di quello che per me è il miglior triennio di sempre della Jerry Garcia Band in termini di performance, e poi perché come ospite speciale in aggiunta ai soliti noti di quel periodo (oltre a Garcia, Melvin Seals alle tastiere, John Kahn al basso, David Kemper alla batteria e le backing vocalists Jaclyn LaBranch e Gloria Jones) abbiamo un sassofonista “abbastanza” conosciuto: Clarence Clemons, in quel periodo non troppo impegnato come d’altronde tutti i membri della E Street Band, che Bruce Springsteen aveva sciolto all’indomani del tour di Tunnel Of Love. Ma la presenza del “Big Man” non è la classica ospitata in cui il nostro si limita a soffiare nel suo strumento in un paio di pezzi, in quanto Jerry aveva chiesto a Clemons di entrare a far parte del suo gruppo per cinque concerti interi del tour. Ed il binomio funziona alla meraviglia, in quanto Clarence non è per nulla un corpo estraneo alla JGB ma anzi è integrato alla perfezione al suo interno, ed i suoi interventi portano un tocco di “Jersey Sound” in canzoni che in origine stavano da tutt’altra parte. Se aggiungiamo che lo stato di forma del resto del gruppo è a livelli eccellenti (soprattutto Seals, strepitoso all’organo), che Jerry canta per tutto lo show quasi senza sbavature (mentre la sua performance chitarristica è stellare come sempre) e che il suono del doppio CD lascia a bocca aperta, mi sento di affermare che questo Volume 13 è uno degli episodi migliori di tutta la serie.

Il concerto, 14 pezzi in tutto, inizia con gli unici due brani a firma Garcia-Hunter, una solidissima Cats Under The Stars, con Jerry che mostra da subito il suo stato di forma eccellente (e Clarence che dona alla canzone un tocco soul), e They Love Each Other, una bella ballata che è anche un classico negli show dei Dead, leggermente spruzzata di reggae, con un ottimo refrain ed una notevole performance strumentale collettiva (e Seals che fa i numeri all’organo). Negli spettacoli solisti di Garcia non mancano mai dei pezzi di Bob Dylan, ed in quella serata Jerry ne suona tre: due lunghe e rilassate versioni di I Shall Be Released e Knockin’ On Heaven’s Door (splendida la prima, con organo e sax che portano idealmente il sound ben al di sotto della Mason-Dixon Line), ed il finale con una pimpante Tangled Up In Blue, dove forse l’unica cosa superflua è il coro femminile. C’è anche un match tra Beatles e Rolling Stones (che si chiude in parità), con una solida e riuscita interpretazione di Dear Prudence, ancora ricca di umori sudisti estranei all’originale dei Fab Four (ed il suono è davvero uno spettacolo), mentre le Pietre Rotolanti sono omaggiate con una grintosa e coinvolgente Let’s Spend The Night Together, dall’arrangiamento funkeggiante ed i cori che danno un tono gospel.

I nostri poi pagano il giusto tributo al rock’n’roll (una strepitosa Let It Rock di Chuck Berry, nove minuti che Clemons tinge ancora di umori soul), all’R&B (una saltellante How Sweet It Is di Marvin Gaye, qui più che mai godibile e riuscita) ed al blues (una sinuosa ed elegante resa di Someday Baby di Lightnin’ Hopkins, davvero eccelsa, ed una ripresa quasi rigorosa di Think di Jimmy McCracklin, con un gran lavoro da parte di Seals e Jerry che si cala alla perfezione nei panni del bluesman con una prova chitarristica sontuosa). Infine, non mancano tre omaggi alla canzone d’autore, con una scintillante Waiting For A Miracle di Bruce Cockburn, tra le più belle versioni mai suonate da Garcia di questo brano, e le altrettanto imperdibili Evangeline dei Los Lobos (rilettura irresistibile e trascinante) e The Night They Drove Old Dixie Down, superclassico di The Band cantato piuttosto bene da Jerry e non massacrato come altre volte, a conferma che la serata di fine estate del 1989 è tra quelle in cui tutto funziona a meraviglia. In definitiva Garcia Live Volume 13 è un live da accaparrarsi senza troppe esitazioni, nonostante l’infinito ed inarrestabile fiume di pubblicazioni inerenti ai Grateful Dead e dintorni.

Marco Verdi

Ecco Cosa Mancava: Un Bel Live Dei Dead! Grateful Dead – June 1976

June-1976-Grateful-Dead-album-covergd_june76_prodshot

Grateful Dead – June 1976 – Rhino/Warner/Grateful Dead Records 15CD Box Set

Quando conclusero il loro tour autunnale del 1974, i Grateful Dead sembravano una band sul punto di sciogliersi a causa di qualche frizione interna e all’apparente scelta dei due membri principali Jerry Garcia e Bob Weir di privilegiare le rispettive carriere soliste. L’ipotesi di una band in dismissione prese poi ulteriore corpo nel 1975, quando nonostante la pubblicazione dell’album Blues For Allah i nostri suonarono solo quattro concerti in tutto l’anno, cosa inaudita per un gruppo che aveva fatto della frequente attività live uno dei suoi punti di forza. Nel 1976 fortunatamente le divergenze si appianarono, ed i sette (oltre a Garcia e Weir, i coniugi Keith e Donna Jean Godchaux, il bassista Phil Lesh ed il batterista Bill Kreutzmann, ai quali si ricongiunse l’altro drummer Mickey Hart dopo cinque anni d’assenza) ripresero a girare l’America con una nuova tournée che prese il via nel mese di giugno, e che riconsegnò ai fans una band tirata a lucido ed in grande forma: il ’76 non è unanimamente considerato uno degli anni “top” per i Dead, e questo in parte è dovuto al live uscito quell’anno, Steal Your Face, un disco che ritraeva un gruppo stanco e svogliato e per di più con un suono ed un missaggio pessimi (tanto che i nostri quando pubblicarono nel 2004 il box riepilogativo Beyond Description lo ignorarono bellamente, in pratica rinnegandolo), ma non tutti sanno che i concerti dai quali era tratto quel doppio album erano quelli finali del 1974.

Oggi invece la parte iniziale di quel “reunion tour” è documentata in questo cofanetto nuovo di zecca intitolato semplicemente June 1976, che comprende cinque concerti completi in quindici dischetti complessivi (questa volta non c’è nessuna versione “ridotta” in tre CD come è successo per altri box del recente passato) e che, e questo la dice lunga sulle priorità degli ascoltatori americani in tempi di coronavirus, non è andato esaurito quasi subito come sempre ma è ancora disponibile sul sito del gruppo. Il box si presenta molto bene, con un elegante confezione delle dimensioni di un libro (diciamo di quelli spessi, di 700/800 pagine) con apertura a scrigno ed all’interno un bel booklet ed i cinque concerti separati tra loro in altrettanti digipak; le cose però più importanti sono la performance, che è davvero notevole ed in crescendo (infatti gli ultimi due concerti sono i migliori), e la qualità di registrazione che è perfetta, come capita d’altronde ogni volta che esce un prodotto dei Dead targato Rhino. Non siamo ai livelli del biennio 1971-1972, nei quali Garcia e soci diedero il loro meglio sul palco, ma non siamo neppure troppo lontani: ecco dunque qui di seguito una rapida disamina serata per serata.

CD 1-3: Boston Music Hall, Boston (10/6/76). Inizio a tutto rock’n’roll con Promised Land di Chuck Berry, che vede Garcia subito in partita (ma anche Godchaux, solitamente un po’ bistrattato dalla critica, mostra di essere in gran forma con un assolo strepitoso), poi i nostri esplorano alcune delle pagine migliori del loro songbook come le splendide Sugaree e Brown-Eyed Women, le ballate Row Jimmy e Looks Like Rain e la chicca Mission In The Rain, brano del repertorio solista di Jerry che diventerà un classico delle esibizioni future della Jerry Garcia Band ma che i Dead suoneranno solo in questa porzione di tour. L’highlight della seconda parte è lo streordinario medley che apriva Blues For Allah (Help On The Way/Slipknot/Franklin’s Tower), mentre il finale è appannaggio di una Playing In The Band di un quarto d’ora (con un intermezzo di pura psichedelia), una discreta Dancing In The Street di Martha & The Vandellas e ancora ottimo rock’n’roll con U.S. Blues.

CD 4-6: Boston Music Hall, Boston (11/6/76). Secondo show consecutivo a Boston, che parte con una pimpante Might As Well e che presenta altri classici come Tennessee Jed, Scarlet Begonias, le bellissime ballate It Must Have Been The Roses e Ship Of Fools, mentre Brown-Eyed Women è sempre un piacere ascoltarla. Weir è più in palla della sera prima, e lo dimostra soprattutto con due solide rese di Cassidy e Looks Like Rain, oltre che con una buona cover della hit di Merle Haggard Mama Tried. C’è anche una concessione ai sixties con la classica St. Stephen, ed una parte finale sontusa nella quale spiccano la trascinante Sugar Magnolia, i magistrali tredici minuti di Eyes Of The World, una canzone che dal vivo è sempre stata tra le mie preferite per quanto riguarda i Dead, ed il finale travolgente di Johnny B. Goode, con Jerry che dà spettacolo alla sei corde.

CD 7-9: Beacon Theatre, New York (14/6/76). La prima parte della scaletta è simile a quelle di Boston, con ottime rese dell’iniziale Cold Rain And Snow (versione splendida), Row Jimmy, Tennessee Jed ed una vigorosa cover di Big River di Johnny Cash. Nel prosieguo troviamo la bella The Wheel ed una notevole High Time di dieci minuti, subito seguita dall’altrettanto riuscita Crazy Fingers. Finale con il country-rock psichedelico di Cosmic Charlie, il medley di Blues For Allah ancora meglio di quello della prima serata e la solita trascinante conclusione con l’uno-due Around And Around (di nuovo Berry) e U.S. Blues.

CD 10-12: Beacon Theatre, New York (15/6/76). Nonostante i non particolari stravolgimenti nella setlist (a parte le “nuove” Let It Grow e Not Fade Away) e l’inclusione della soporifera Stella Blue (forse il brano più noioso del binomio Garcia-Hunter), questo show è il migliore del cofanetto, una di quelle serate magiche che hanno fatto dei Dead la band leggendaria che sono, e che supera di una leggera attaccatura il seguente per merito di una sequenza finale da urlo. Qui troviamo versioni magistrali di Promised Land, Sugaree, It Must Have Been The Roses, Tennessee Jed, St. Stephen e Friend Of The Devil, con un Garcia scatenato ottimamente seguito dai suoi compagni, Godchaux in testa (a differenza della moglie che, cosa che ho sempre pensato, si conferma un corpo estraneo al gruppo). Il finale come ho già detto è una goduria, con una sequenza micidiale formata da The Wheel, Sugar Magnolia, Scarlet Begonias, Sunshine Daydream e Johnny B. Goode.

CD 13-15: Capitol Theatre, Passaic (19/6/76). Altro concerto super, nel luogo che da lì a due anni vedrà Bruce Springsteen costruire parte della sua fama di straordinario performer dal vivo. Il medley Help On The Way/Slipknot/Franklin’s Tower stavolta è posto in apertura di serata, mentre gli altri highlights sono le “solite” Brown-Eyed Women, Tennessee Jed, la migliore Might As Well del box ed una superba Playing In The Band di diciannove minuti (con una parte centrale “acida” che ci riporta per un attimo ai tempi di Live/Dead). Nel finale troviamo due brani suonati solo in questo show (rispetto al resto del cofanetto, non del tour), e cioè il coinvolgente rock’n’roll di Weir One More Saturday Night ed una sontuosa Goin’ Down The Road Feeling Bad che rasenta la perfezione.

Un box quindi di livello eccelso questo June 1976, ed il fatto che alcune delle 12.000 copie totali siano ancora disponibili potrebbe rappresentare una ghiotta tentazione.

Marco Verdi

Ritorna L’Anello Di Collegamento Tra L’Aeroplano E L’Astronave. Paul Kantner/Grace Slick/David Freiberg – Baron Von Tollbooth & The Chrome Nun

kantner slick freiberg baron von tollbooth

Paul Kantner/Grace Slick/David Freiberg – Baron Von Tollbooth & The Chrome Nun – Esoteric/Cherry Red CD

Oggi mi occupo della ristampa (senza bonus tracks) di un album di culto uscito originariamente nella primavera del 1973, un disco comunque che riveste una certa importanza in quanto rappresenta una sorta di transizione tra i Jefferson Airplane, storica band simbolo della Summer Of Love, e la sua evoluzione (ma per molti involuzione) Jefferson Starship: addirittura questo lavoro uscì a solo un mese di distanza dall’epitaffio degli Airplane, il live Thirty Seconds Over Winterland, in barba a qualsiasi legge di marketing. Infatti Baron Von Tollbooth & The Chrome Nun vede protagonisti i due leader dell’Aeroplano Paul Kantner e Grace Slick (all’epoca uniti anche nella vita), ed è accreditato anche a David Freiberg, ex Quicksilver Messenger Service, con loro negli Airplane e da lì a poco membro dell’Astronave con Paul e Grace (in realtà il nome Jefferson Starship era già stato usato da Kantner per la backing band del suo primo album solista Blows Against The Empire, ma solo dal 1974 sarà un vero gruppo, fino al 1984 quando Paul se ne andrà portando con sé legalmente il suffisso “Jefferson” e lasciando la Slick e gli altri a fare canzonette pop da classifica).

Ma Baron Von Tollbooth è un disco importante anche perché è uno degli ultimi esempi di Laurel Canyon Sound, con dentro una serie di musicisti che erano presenze pressoché fisse negli album californiani di quel periodo: oltre agli Airplane dell’epoca al completo (oltre a Slick e Kantner, i fondatori Jorma Kaukonen e Jack Casady ed i “nuovi” Papa John Creach e John Barbata, oltre allo stesso Freiberg che fece parte dell’Aeroplano per un anno soltanto) troviamo David Crosby alla voce nel brano iniziale (ed il titolo del disco deriva proprio dai soprannomi dati da David a Paul e Grace), i due Grateful Dead Jerry Garcia e Mickey Hart, il giovane chitarrista Craig Chaquico (che si alterna alla solista con Garcia e che farà poi parte degli Starship) ed il bassista Chris Ethridge dei Flying Burrito Brothers. Baron Von Tollbooth è ancora oggi un ottimo disco di puro rock californiano dell’epoca, non inferiore ai primi due lavori solisti di Kantner e forse superiore all’ultimo studio album degli Airplane Long John Silver, e questa edizione in digipak a cura della Esoteric con remastering nuovo di zecca gli rende piena giustizia.

Soprattutto il disco contiene la meravigliosa Sketches Of China, una canzone che è una delle mie preferite degli anni settanta, un brano che inizia lento ma con un continuo crescendo melodico, base strumentale di stampo folk-rock con le voci di Paul e Grace che si rincorrono intorno ad un motivo strepitoso ed emozionante: cinque minuti di pura magia. L’album parte con la ritmata e trascinante Ballad Of The Chrome Nun, che inizia con un vivace pianoforte subito doppiato dall’inconfondibile chitarra di Garcia, e la voce della Slick che aggredisce il brano da par suo fino al ritornello corale, con Jerry che si sdoppia suonando anche la steel. Fat è una deliziosa ballata pianistica ma con la band al completo, che ci conferma che Grace era in un momento ispirato: bello il coro di matrice gospel, grazie anche all’intervento delle Pointer Sisters; Flowers Of The Night contrappone una splendida melodia di stampo folk ad una strumentazione “californiana”, ed è una canzone davvero bella e ricca di pathos, con un grande assolo hendrixiano di Chaquico.

La mossa ed elettrica Walkin’ è quella più simile agli Airplane come script, ma nel suono è quasi sfiorata dal country (con tanto di Garcia al banjo), a differenza di Your Mind Has Left Your Body che vede per l’ultima volta il quartetto Kantner-Slick-Kaukonen-Casady suonare insieme prima della estemporanea reunion dell’Aeroplano nel 1989, ed è un lento dall’atmosfera cupa e con richiami, fin dal titolo, all’epoca psichedelica e la chitarra di Jorma che ricama mirabilmente insieme alla steel di Jerry. Across The Board è un’altra bella rock ballad dominata dal piano e dalla splendida voce della Slick, con una delle linee melodiche più convincenti del disco ed un testo ricco di metafore a sfondo sessuale; la lenta Harp Tree Lament vede Freiberg mettere in musica un testo del paroliere dei Dead Robert Hunter, per un brano fluido, disteso e dai toni crepuscolari, mentre White Boy è un’altra suggestiva ballata di estrazione folk con sonorità elettroacustiche e Kantner che canta nel suo tipico stile declamatorio ben doppiato dalla Slick. Il disco termina con la breve Fishman, rock song dal mood incalzante, e con la già citata Sketches Of China, un brano fantastico che non mi stancherò mai di ascoltare.

Baron Von Tollbooth & The Chrome Nun è un album da riscoprire assolutamente, ancor più prezioso perché rappresenta una delle ultime testimonianze di un periodo irripetibile della nostra musica.

Marco Verdi

Anche Prima Di Diventare Una “Vera” Band Erano Già Belli Pronti! New Riders Of The Purple Sage – Dawn Of The New Riders Of The Purple Sage

new riders dawn of the new riders

New Riders Of The Purple Sage – Dawn Of The New Riders Of The Purple Sage – Owsley Stanley Foundation 5CD Box Set

E’ un bel periodo per i fans dei New Riders Of The Purple Sage, storica band californiana di country-rock “cosmico” ancora in attività anche se ben lontana dai fasti dei primi anni settanta: dopo il doppio Thanksgiving In New York City, che documentava un concerto di fine 1972, ecco ora un invitante box di ben cinque CD pubblicato nel ambito della serie Bear’s Sonic Journals, cioè album dal vivo tratti da nastri originali del leggendario tecnico del suono dei Grateful Dead (e non solo) Owsley “Bear” Stanley, una collezione nell’ambito della quale sono già usciti il bellissimo doppio di Jorma Kaukonen e Jack Casady Before We Were Them https://discoclub.myblog.it/2019/02/14/nuovi-dischi-live-dal-passato-6-prima-di-essere-gli-hot-tuna-erano-gia-formidabili-jorma-kaukonen-jack-casady-bears-sonic-journals-before-we-were-them-live-june-2/ , la riedizione di Fillmore East 1970 della Allman Brothers Band https://discoclub.myblog.it/2018/08/11/le-loro-prime-registrazioni-dal-vivo-di-nuovo-disponibili-allman-brothers-band-fillmore-east-february-1970/  ed il box di 7 CD Never The Same Way Once di Doc & Merle Watson. La cosa che rende particolarmente interessante questo Dawn Of The New Riders Of The Purple Sage è il fatto che, come suggerisce il titolo, in esso sono contenuti concerti inediti risalenti al periodo precedente al loro mitico album d’esordio del 1971.

In effetti i NROTPS erano inizialmente nati come sorta di gruppo “dopolavoristico” in orbita Grateful Dead, una sorta di band country-rock che potesse dare la possibilità a Jerry Garcia di suonare liberamente la steel guitar (strumento per il quale all’epoca Jerry aveva preso una cotta): infatti le prime uscite del gruppo erano direttamente collegate ai concerti dei Dead dato che i nostri si esibivano come gruppo spalla ed al suo interno oltre a Garcia c’erano anche il bassista Phil Lesh ed il batterista Mickey Hart, completati dal cantante e chitarrista (nonché principale compositore del gruppo e futuro leader) John “Marmaduke” Dawson e dal chitarrista David Nelson, vecchio amico di Jerry e già compagno con lui di diverse band giovanili “pre-Dead”. Dawn Of The New Riders Of The Purple Sage presenta il meglio di diversi concerti tenutisi in quattro differenti location nel biennio 1969-70, con i nostri già in possesso di un suono country-rock al 100% perfettamente in linea con quello di altri gruppi del periodo come Byrds e Flying Burrito Brothers, e con gli elementi psichedelici presenti nei loro primi lavori che per ora non sono molto evidenti. Se il frontman è Dawson, il vero leader del suono del gruppo è Garcia, con la sua steel suonata splendidamente e protagonista indiscussa di ognuno dei 61 brani del box.

L’incisione è ottima considerando che questi nastri hanno 50 e più anni sulle spalle, ed anche la qualità delle performance è in crescendo, in quanto nei primi due CD ed in parte anche nel terzo le parti vocali di Dawson sono un po’ fuori fase (per non dire stonate), unico aspetto negativo, ma non da poco, di un cofanetto altrimenti imperdibile anche per il fatto che presenta diversi brani originali dello stesso Marmaduke che non ritroveremo in seguito sugli album del gruppo oltre ad una bella serie di cover intriganti e, last but not least, la presenza costante di Garcia, che poco dopo (all’indomani del primo album) dovrà abbandonare la band perché troppo impegnato con i Dead e con l’inizio della sua carriera solista. Ma vediamo i momenti salienti dei cinque CD, ricordando che Lesh aveva già lasciato ed il suo posto era stato preso prima da Bob Matthews nei primi quattro dischetti e poi in via definitiva da David Torbert (nel quinto). CD 1-2: Berkeley 1 agosto 1969. Si inizia con il famoso inno per camionisti Six Days On The Road, con Jerry che fa già i numeri alla steel, per proseguire con altre interessanti cover tra cui spiccano il languido honky-tonk di What’s Made Milwaukee Famous (scritta da Glen Sutton ma resa popolare da Jerry Lee Lewis), il doppio omaggio a Buck Owens con le pimpanti I’ve Got A Tiger By The Tail e Hello Trouble e quello ai Rolling Stones (Connection), oltre a classici del calibro di Kaw-Liga (Hank Williams), The Lady Came From Baltimore (Tim Hardin) ed una splendida Games People Play di Joe South.

Molti anche gli originali di Dawson (nel box compaiono tutti i brani dell’album d’esordio tranne due, un paio che verranno pubblicati solo nel 1972 e come ho già detto diversi inediti), tra i quali segnalerei la guizzante Henry, suonata due volte (e qui Garcia è strepitoso), il puro country di Delilah, la ballata dead-iana Garden Of Eden, la bella Last Lonely Eagle e le deliziose Sweet Lovin’ One, Fair Chance To Know (molto Gram Parsons) e I Am Your Man. Peccato per la prestazione vocale traballante di John: per fare un parallelo con i Dead (altro gruppo che talvolta aveva le voci come punto debole) è come se Garcia e soci avessero fatto cantare tutti i brani dei loro concerti a Lesh. CD 3: San Francisco 28-29-30 agosto 1969. In questo dischetto i NROTPS brillano particolarmente nell’anteprima di Superman, che uscirà sul loro terzo album Gypsy Cowboy, ed in una Six Days On The Road più convinta. Ma la parte del leone la fa l’ospite speciale Bob Weir (presentato come “Bobby Ace”), che assume il ruolo di leader in una sorta di mini-set nel quale canta due pezzi che era solito fare anche coi Dead (Mama Tried di Merle Haggard e Me & My Uncle di John Phillips), un paio di classici di George Jones (Old Old House e Seasons Of My Heart), una limpida Cathy’s Clown degli Everly Brothers ed una vivace Slewfoot di Howard Hausey, per tornare nel finale con una energica rilettura di Saw Mill di Mel Tillis. Peccato che Dawson tenti di rovinare tutto con un controcanto totalmente fuori armonia.

CD 4: Berkeley 14-15 ottobre 1969. Questo dischetto e quello che segue sono i migliori del box, sia per l’incisione che è ancora più nitida che per la prestazione vocale di Marmaduke, rientrata nei confini dell’accettabilità. Il CD inizia con una breve ma riuscita versione di Only Daddy That’ll Walk The Line, brano portato al successo da Waylon Jennings; gli highlights sono però tre veri pezzi da novanta come I Still Miss Someone di Johnny Cash, The Weight della Band ed una eccellente rilettura dello standard Long Black Veil, tutte in versioni discretamente lunghe e con Garcia superbo. Finale con una ipnotica Death And Destruction di ben 13 minuti (e qui un accenno di psichedelia c’è), con l’armonica di Will Scarlett che duetta alla grande con mastro Jerry. CD 5: San Francisco 4-5-7 giugno 1970. Qui troviamo di nuovo Weir protagonista della “solita” Mama Tried ma anche di una frizzante rivisitazione di The Race Is On (Don Rollins) e di una inattesa Honky Tonk Women degli Stones. Per il resto a parte un’altra The Weight abbiamo solo brani di Dawson, tra i quali spiccano i futuri classici I Don’t Know You, Louisiana Lady e Portland Woman, tutti e tre in procinto di essere pubblicati sul debutto omonimo del gruppo.

Un box quindi decisamente interessante e senza dubbio importante, che documenta i primi passi di una delle band di culto per antonomasia del passato, anche se a causa dell’altalenante performance vocale di Dawson mi sento di consigliarne l’acquisto più ai fans del gruppo che ai neofiti.

Marco Verdi

Il Tipico Cofanetto Da Isola Deserta! The Allman Brothers Band – Trouble No More

allman brothers trouble no more 50th anniversary collection

The Allman Brothers Band – Trouble No More. 50th Anniversary Collection – Mercury/Universal 5CD – 10LP Box Set

Eccomi finalmente a parlare dell’atteso cofanetto che celebra i 50 anni di carriera della leggendaria Allman Brothers Band, uno dei più grandi gruppi di sempre ed inventore del genere southern rock, una miscela irresistibile di rock, blues, jazz e soul che ha avuto centinaia di seguaci ma nessuno a quel livello (in realtà gli anni sarebbero 51, perché la ABB si è formata nel 1969, o 45 dato che si sono ufficialmente sciolti nel 2014, ma non è il caso di essere troppo pignoli). Gruppo fantastico in ognuna delle sue molte configurazioni, gli ABB oltre ad avere dato origine ad una lunga serie di grandissime canzoni sono stati uno degli acts dal vivo più memorabili (non per niente il loro mitico Live At Fillmore East del 1971 è probabilmente il miglior album live di sempre in assoluto), ma hanno avuto nella loro storia anche diverse tragedie, in particolare la drammatica scomparsa del fenomenale chitarrista e fondatore Duane Allman, uno che avrebbe potuto diventare il più grande axeman di sempre, seguita un anno dopo dall’ugualmente scioccante dipartita del bassista Berry Oakley in circostanze quasi identiche (un incidente di moto a pochi isolati di distanza uno dall’altro).

Non è però il caso che vi racconti qua la storia del gruppo (se siete abituali frequenatatori di questo blog li conoscete alla perfezione), ma voglio parlarvi nel dettaglio di questo splendido cofanetto intitolato Trouble No More, che attraverso cinque CD (o dieci LP, ma il box in vinile ha un costo davvero improponibile) ripercorre il meglio della loro storia dal primo demo inciso in studio fino all’ultima canzone suonata dal vivo, in una confezione elegante con un bellissimo libretto ricco di foto ed un lungo saggio scritto da John P. Lynskey, e con la produzione a cura del noto archivista Bill Levenson, specialista in questo genere di operazioni. Il box è una goduria dall’inizio alla fine, in quanto troviamo al suo interno quasi sette ore di grandissima musica: gli inediti non sono tantissimi, solo sette (ma uno meglio dell’altro), ma non mancano diverse chicche e rarità e poi diciamocelo, non ci sono tanti gruppi al mondo a potersi permettere una collezione di cinque CD a questo livello (ed il box funziona anche se possedete già Dreams, l’altro cofanetto degli Allman uscito nel 1989, un po’ perché là mancava ovviamente tutto il materiale dal 1990 in poi, ed anche perché si prendevano in esame anche cose dei vari gruppi pre-ABB e materiale solista di Gregg Allman e Dickey Betts, mentre Trouble No More si occupa esclusivamente della vita della band “madre”). Ma vediamo nel dettaglio il contenuto dei cinque dischetti.

CD1: The Capricorn Years 1969-1979 Part I. Si inizia subito col primo inedito, che è anche il primo demo in assoluto registrato dal gruppo nell’Aprile del 1969 (strano che non sia stato pubblicato prima), e cioè il brano di Muddy Waters che intitola il box, che non sembra affatto una prova ma vede i nostri già belli in tiro, con Duane e Dickey che si scambiano licks e assoli e la sezione ritmica di Oakley, Jaimoe e Butch Trucks che è già un macigno. Poi abbiamo quattro classici dal primo album omonimo e cinque da Idlewild South (con capolavori come It’s Not My Cross To Bear, Dreams, Whipping Post, Midnight Rider, Revival e Don’t Keep Me Wonderin’) inframezzati da una formidabile I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town di nove minuti dal famoso Live At Ludlow Garage. Il CD di chiude con tre brani dal leggendario Fillmore East (Statesboro Blues, Stormy Monday e la magnifica In Memory Of Elizabeth Reed), un lavoro dal quale il box non attinge più di tanto essendo già stato soggetto di un cofanetto sestuplo nel 2014.

CD2: The Capricorn Years 1969-1979 Part II. Unico dischetto senza inediti, ma non per questo privo di interesse : dopo la One Way Out ancora al Fillmore East abbiamo due pezzi tratti dal Live From A&R Studios 1971 (pubblicato nel 2016), una Hot’Lanta di “soli” sei minuti ed un monumentale medley You Don’t Love Me/Soul Serenade che di minuti ne dura quasi venti, uno degli highlights del box pur non essendo inedito. Da Eat A Peach abbiamo tre classici assoluti (Stand Back, Melissa e Blue Sky), per poi approdare ad una rara e bellissima Ain’t Wastin’ Time No More registrata dal vivo nel 1972 al Mar Y Sol Festival a Puerto Rico (tratta dal box Dreams), con Duane che ci aveva già lasciato ma Oakley ancora nel gruppo. I restanti cinque pezzi provengono da Brothers And Sisters, splendido album del 1973 che vedeva Betts ritagliarsi sempre di più il ruolo di co-leader insieme a Gregg, con capolavori come il roccioso rock-blues Southbound, la countreggiante Ramblin’ Man (il loro più grande successo a 45 giri) e la magnifica Jessica, mentre la conclusiva Early Morning Blues, con un grande Chuck Leavell al piano, è una outtake presa dalla deluxe edition di Brothers And Sisters del 2013.

CD3: The Capricorn Years 1969-1979 Part III/The Arista Years 1980-1981. Questo CD copre il periodo meno celebrato del gruppo, ma contiene anche l’inedito più interessante del box, cioè una straordinaria Mountain Jam registata al famoso Watkins Glen Festival del 1973, dodici minuti di goduria assoluta durante i quali i nostri condividono il palco con Jerry Garcia, Bob Weir e Robbie Robertson per una jam stratosferica (la chitarra di Jerry si riconoscerebbe su un milione, anzi in alcuni punti sembra che debba partire da un momento all’altro Sugar Magnolia). Anche Come And Go Blues è presa dal concerto a Watkins Glen, ma è tratta dal live Wipe The Windows, Check The Oil, Dollar Gas; a seguire troviamo tre brani presi da Win, Lose Or Draw, ultimo album dei nostri prima della temporanea separazione ed anche il meno fortunato fino a quel momento, anche se i pezzi qui presenti fanno la loro bella figura (Can’t Lose What You Never Had, ancora di Muddy Waters, la title track e soprattutto il quarto d’ora infuocato di High Falls di Betts). La reunion a cavallo tra i settanta e gli ottanta non fu molto proficua: tre album discreti ma lontani dai fasti di inizio decade (Enlightened Rogues, Reach For The Sky e Brothers Of The Road) in cui si tentava di dare al gruppo un suono più radiofonico, ma tra i brani scelti per questo box alcuni non sono affatto male, come il boogie Crazy Love, il godurioso strumentale Pegasus, la coinvolgente e soulful Hell & High Water e la grintosa Leavin’; chiude una fulgida Just Ain’t Easy dal vivo nel 1979, ancora dal box Dreams.

CD4: The Epic Years 1990-2000. Ecco la “vera” reunion, con Allman, Trucks, Betts e Jaimoe raggiunti da Warren Haynes ed Allen Woody (entrambi futuri Gov’t Mule) alla seconda chitarra e basso e dal tastierista Johnny Neel, per quella che a mio parere è la migliore formazione del gruppo dopo quella “mitica” dei primi anni. Con la guida del loro storico produttore Tom Dowd la nuova ABB pubblica due eccellenti album in meno di un anno, Seven Turns e Shades Of Two Worlds (quest’ultimo senza Neel ma con Marc Quinones alle percussioni), con brani del calibro di Good Clean Fun, trascinante boogie, Seven Turns (grandissima canzone), lo slow blues Gambler’s Roll, la solida End Of The Line e gli undici minuti strepitosi di Nobody Knows: tutti brani scelti per il cofanetto. Dopo una ruspante Low Down Dirty Mean dal vivo al Beacon e tratta dal doppio Play All Night abbiamo una delle chicche del box, ovvero una splendida versione acustica di Come On Into My Kitchen di Robert Johnson, tre chitarre (Gregg, Dickey e Warren) ed il basso di Woody, presa da un raro promo del 1992 diviso a metà con le Indigo Girls. Chiusura con quattro pezzi dall’ottimo Where It All Begins del 1994, tra cui le bellissime Back Where It All Begins e Soulshine (la signature song di Haynes), e con un’inedita I’m Not Crying live nel 1999, scritta e cantata da Jack Pearson che aveva sostituito proprio Haynes due anni prima.

CD5: The Peach Years 2000-2014. A parte High Cost Of Low Living e Old Before My Time, due tra i brani migliori di Hittin’ The Note del 2003 (ultimo album di studio dei nostri), questo CD è quello con più inediti e rarità. Si inizia con una rilettura strepitosa e mai sentita di Loan Me A Dime (live nel 2000), classico di Boz Scaggs che in realtà è un omaggio a Duane che suonò nella versione originale, con una grandissima prestazione dei due nuovi chitarristi della ABB Derek Trucks e Jimmy Herring. Segue un altro inedito, una favolosa Desdemona sempre dal vivo ma nel 2001, con Haynes che era rientrato definitivamente nel gruppo a fianco di Trucks: 13 minuti sensazionali. Le ultime due “unreleased songs” del box sono altrettante live versions stavolta del 2005, cioè un’insolita Blue Sky con Gregg alla voce solista ed un toccante omaggio a Duane con una breve Little Martha suonata da Derek e Warren con le chitarre acustiche. Gran finale con tre brani che non sono considerati inediti in quanto erano usciti come instant live, ma sono abbastanza rari: sto parlando dei tre pezzi conclusivi dell’ultimo concerto dei nostri nell’ottobre del 2014 al Beacon Theatre, cioè due magistrali Black Hearted Woman e The Sky Is Crying (classico di Elmore James) e, dopo i commossi discorsi d’addio, una tonica Trouble No More che chiude in un sol colpo carriera del gruppo e cofanetto così come si erano aperti.

Un box che, più di altre volte, si può riassumere con una sola parola: imperdibile.

Marco Verdi

Quando Il Canada Confina Con Il Texas. Parte 2: Matt Patershuk – If Wishes Were Horses

matt patershuk if wishes were horses

Matt Patershuk – If Wishes Were Horses – Black Hen CD

Matt Patershuk è uno dei segreti meglio custoditi nel panorama del cantautorato canadese. Originario di La Glace, un piccolo villaggio della regione di Alberta, Patershuk non è un songwriter tipicamente made in Canada, ma affonda le sue radici musicali nel country-rock del sud degli Stati Uniti, avendo come fonti di ispirazione maggiore gente come Kris Kristofferson, Willie Nelson e Waylon Jennings, ma anche John Prine anche se non è esattamente un uomo del sud. Non conosco i primi tre lavori di Matt, ma se devo giudicare da questo nuovo If Wishes Were Horses siamo di fronte ad un artista completo, capace, in possesso di un’ottima penna e con il suono giusto. Canzoni tra country, rock, folk e Americana, suonate con buon piglio e cantate con voce profonda: prodotto dall’esperto Steve Dawson (Kelly Joe Phelps, The Deep Dark Woods) e suonato da un manipolo di validi strumentisti tra i quali spicca il leggendario armonicista di Nashville Charlie McCoy, If Wishes Were Horses può essere quindi l’album giusto per far conoscere Patershuk anche al di fuori del Canada, dato che il suo stile ha tutto per essere apprezzato anche all’interno dei confini statunitensi.

Si inizia con la godibile The Blues Don’t Bother Me, country-rock elettrico e corposo, con chitarre ed organo in evidenza ed un suono che ci porta idealmente in qualche stato del sud degli USA, magari in Alabama. Ernest Tubb Had Fuzzy Slippers (bel titolo) è una squisita ed evocativa country tune che parte con il solo accompagnamento delle chitarre, poi entra il resto della band ed il brano diventa quasi irresistibile pur mantenendo un ritmo lento (splendido l’assolo di steel); Horse 1 è un bellissimo strumentale western alla Morricone (ma sento anche qualcosa dei Calexico), un pezzo che si ripresenterà altre tre volte nel corso del CD in diverse vesti sonore. Sugaree è proprio quella dei Grateful Dead, e Matt fa del suo meglio per far risaltare la splendida melodia di Jerry Garcia, rivestendola con pochi strumenti e dandole un delizioso sapore country-blues; Circus inizia quasi cameristica per voce, violino e violoncello, ma in breve il pezzo si trasforma in una sontuosa rock ballad dallo script diretto e lucidissimo, uno dei brani più riusciti del CD, mentre Alberta Waltz è come da titolo un toccante valzer lento che vedrei bene rifatto da Willie Nelson.

Velvet Bulldozer è un limaccioso funk-rock che rimanda al periodo d’oro dei Little Feat, con tanto di slide ad accompagnare la voce corposa del leader ed uno strepitoso assolo di armonica da parte di McCoy, un brano che ci fa vedere la disinvoltura del nostro alle prese con qualsiasi genere musicale. Let’s Give This Bottle A Black Eye è un delizioso honky-tonk che più texano non si può (sembra Dale Watson), Bear Chase è una sorta di folk elettrificato dal ritmo sostenuto e motivo dal sapore tradizionale, mentre con Walkin’ siamo in pieno territorio country, una languida ballata dal suono classico al 100%. Il CD si chiude con Last Dance, slow ballad eseguita con trasporto, e con la vivace e guizzante Red Hot Poker, ritmo e feeling che vanno a braccetto.

Disco piacevole e decisamente riuscito: ora speriamo che Matt Patershuk non resti un privilegio per (pochi) ascoltatori canadesi.

Marco Verdi

Un Altro Live Dei Dead? Sì, Ma Stavolta E’ Un Po’ Diverso! Grateful Dead – Ready Or Not

grateful dead ready or not

Grateful Dead – Ready Or Not – Rhino/Warner CD

Mentre scrivo queste righe il mese di Dicembre è ormai inoltrato e con il 100% di sicurezza posso affermare che, nell’ambito delle ristampe dei Grateful Dead per i cinquantennali dei loro album, non sarà prevista una riedizione del loro storico disco dal vivo Live/Dead, il cui anniversario è caduto il 10 Novembre: pertanto è lecito assumere che l’operazione riguardi solo i lavori in studio, nonostante il comunicato stampa uscito nel 2017 affermasse il contrario. Volevate però che i nostri non ci gratificassero comunque di una bella uscita dal vivo, nonostante il triplo Saint Of Circumstance (per tacere del box di 14 CD da cui è tratto) risalga a meno di due mesi fa? https://discoclub.myblog.it/2019/10/08/cadono-le-prime-foglie-ed-arriva-un-live-dei-dead-grateful-dead-saint-of-circumstance/  Però questa volta la band di San Francisco ci ha riservato una sorpresa: Ready Or Not non è infatti il solito concerto dal vivo del passato, bensì una collezione di nove brani su un singolo CD (da quando i Dead non pubblicavano qualcosa su un CD singolo?) tratta da vari show tenuti negli ultimi anni di attività prima della tragica scomparsa nel 1995 di Jerry Garcia.

E se i titoli dei brani non vi suonano familiari avete ragione, in quanto stiamo parlando delle canzoni che avrebbero in teoria dovuto formare il nuovo album di studio dei nostri, in pratica il seguito di Built To Last del 1989, progetto che non andò in porto un po’ per la loro proverbiale lunghezza, un po’ perché il fato ci mise il becco, appunto con la morte di Garcia. Nove brani inediti quindi, ma suonati varie volte dal vivo tra il 1992 ed il 1995 ed ora finalmente riproposti tutti insieme quasi a voler rendere pubblico quell’album mai pubblicato. I collezionisti più assidui dei Dead conosceranno già questi titoli, dato che non è comunque la prima volta che escono ufficialmente: le versioni più rare si trovano su un concerto del 1993 uscito nel 2009 nell’ambito della serie Road Trips e nel megabox di 80CD Thirty Trips Around The Sun (nei concerti degli anni 1993, 1994 e 1995), ma anche nello splendido cofanetto quintuplo del 1999 So Many Roads, al cui interno c’erano ben sei di questi nove brani, tre dei quali addirittura incisi in studio in versione più da rehersal che come canzone finita. Se però non possedete quanto appena indicato, Ready Or Not è sicuramente il modo migliore per scoprire i pezzi in questione, in quanto suonati da quella che secondo molti è la migliore formazione di sempre dei Dead, cioè con Vince Welnick alle tastiere.

In più, per compilare questo CD sono state scelte con cura le performance migliori disponibili, che provengono da varie serate tra il 1992 ed il 1995, di cui due al Madison Square Garden di New York e tutte le altre una ciascuna da una location diversa (Memphis, Atlanta, Noblesville, Chapel Hill, Burgettstown, Philadelphia e Oakland), con lunghezze che vanno dai sei ai quindici minuti. Negli ultimi anni Garcia aveva dato molto più spazio del solito al songwriting dei suoi compagni, soprattutto a Bob Weir ma anche a Brent Mydland prima della sua improvvisa scomparsa, e ciò era stato il problema principale di Built To Last, album inferiore al precedente In The Dark proprio per la differente qualità dei brani non scritti da Jerry; ma si sa che nei gruppi rock l’eccessiva democrazia ha spesso fatto danni. Ready Or Not, pur risultando alla fine un album coi fiocchi, soffre in parte degli stessi problemi, cioè con i pezzi a firma Garcia/Hunter di livello nettamente superiore agli altri. I brani di Jerry iniziano con Liberty, una rock ballad godibile e diretta dal motivo immediato che richiama i classici degli anni settanta del gruppo, una bella canzone punteggiata dal piano liquido di Welnick ed ovviamente dalla magnifica chitarra del leader.

Lazy River Road è un delizioso pezzo dal sapore tradizionale, suonato con piglio rock, quasi southern, ma con una melodia decisamente folk, mentre So Many Roads è una splendida ballata lenta, tra le migliori scritte da Jerry nei suoi ultimi decenni di vita, dotata di un motivo toccante ed un crescendo formidabile, che culmina in un finale stupendo con un coro in sottofondo che richiama la melodia di Knockin’ On Heaven’s Door: avrebbe potuto diventare un classico assoluto. Per contro lo slow Days Between è un brano piuttosto nella media, nobilitato però da una solida performance da parte di tutti. Eternity è la prima delle tre tracce di Weir, scritta insieme a Rob Wasserman e addirittura al mitico Willie Dixon, un brano fluido solo sfiorato dal blues, dall’andatura insinuante e con ottimi spunti di Jerry e Vince, che passa con disinvoltura dal piano al synth (poco per fortuna) all’organo. Poi abbiamo la lunga Corrina (un quarto d’ora), brano grintoso e ben strutturato che è un pretesto per una jam di ottimo livello, ancora con chitarra e tastiere sugli scudi; chiude il trittico dei brani di Bob la roccata Easy Answers, una discreta canzone inficiata però dall’uso insistito del sintetizzatore: non imperdibile.

Anche Welnick ha l’onore di avere due brani a disposizione (primi ed unici all’interno dei Dead), scritti anch’essi con l’aiuto del paroliere Robert Hunter: Samba In The Rain è un pezzo mosso e fluido che fortunatamente non ha molto di brasiliano ma ricorda al limite un latin-rock alla Santana, non un capolavoro ma si lascia ascoltare specie nelle parti strumentali, dato che Vince non aveva una voce bellissima e neanche particolarmente intonata (meglio comunque di quella di Phil Lesh). Way To Go Home, rock-blues alla maniera dei nostri, è un brano diretto e gradevole grazie anche ad uno strepitoso assolo di Garcia ed a Welnick che tiene più sotto controllo la voce. Quindi un altro bel live per i Grateful Dead, questa volta con canzoni che non si ascoltano spesso, e con quelle di Garcia di un gradino superiore alle altre. E poi c’è So Many Roads, un capolavoro.

Marco Verdi

Cadono Le Prime Foglie…Ed Arriva Un Live Dei Dead! Grateful Dead – Saint Of Circumstance

grateful dead saint of circumstances 3 cd

Grateful Dead – Saint Of Circumstance: Giants Stadium, East Rutherford, NJ 6/17/91 – Rhino/Warner 3CD – 5LP

“Consueto” appuntamento autunnale con una pubblicazione dei Grateful Dead (anche se le foglie del titolo per ora sono ancora ben salde sugli alberi, dato che fino a pochi giorni fa il clima era decisamente estivo): a quanto pare le edizoni deluxe per i cinquantesimi anniversari degli album della storica band di San Francisco non comprendono i dischi dal vivo, in quanto il 10 Novembre ci sarebbe la “scadenza” del mitico Live/Dead e nulla è stato ancora annunciato. Invece i nostri hanno dato alle stampe lo scorso 27 Settembre il solito mega-cofanetto costoso e a tiratura limitata di 10.000 copie, intitolato Giants Stadium 1987, 1989, 1991, comprendente cinque concerti completi tenutisi nella location del titolo ad East Rutherford nel New Jersey (demolito nel 2010 e ricostruito con in nome di MetLife Stadium), per un totale di 14 CD ed anche 2 DVD ed un BluRay che documentano visivamente la serata del 17 Giugno 1991. E proprio da quello show è stato pubblicato a parte un triplo CD (o quintuplo LP) dal titolo Saint Of Circumstance, più che sufficiente se non volete accapparrarvi il box, in quanto dovrebbe a detta di molti essere il migliore tra i cinque concerti presenti.

Negli anni a cavallo tra gli ottanta ed i novanta infatti i Dead avevano ritrovato una brillantezza nelle esibizioni dal vivo che sembrava avessero un po’ perso nel periodo 1983-1986, complici anche i problemi di salute di Jerry Garcia: l’album In The Dark del 1987 era stato un grande successo di pubblico e critica, e questo aveva dato nuova linfa ai nostri che erano tornati ai livelli degli anni settanta, come testimoniava all’epoca l’ottimo live album Without A Net (l’ultimo con il tastierista Brent Mydland, che morirà di lì a poco per overdose). Saint Of Circumstance è anche meglio di Without A Net, e vede una band coesa al massimo e notevolmente ispirata, con Garcia in buona forma vocale (cosa non scontata, ma nel 1991 Jerry si destreggiava alla grande anche da solo con la sua Jerry Garcia Band), ed un suono forte e compatto, dovuto anche al fatto che i nostri sono eccezionalmente in sette sul palco. Sì, perchè oltre al nucleo storico Garcia-Weir-Lesh-Hart-Kreutzmann il posto di Mydland era stato dato provvisoriamente a Bruce Hornsby, già noto cantautore in proprio e vecchio fan dei Dead, che poi a causa dei suoi impegni di carriera era stato sostituito dal bravissimo Vince Welnick, ex Tubes.

Ma Saint Of Circumstance è uno dei rari casi nei quali i due si trovavano insieme sul palco, con esiti notevoli dato che stiamo parlando probabilmente dei due migliori tastieristi che i Dead abbiano avuto dopo Ron “Pigpen” McKernan (con tutto il rispetto per Mydland, Keith Godchaux e la “meteora” Tom Constanten), nonostante il ricorso qua e là a sonorità sintetizzate. Il triplo CD ha un suono davvero spettacolare, meglio di altre uscite del passato, e la performance è tutta da godere dall’inizio alla fine, grazie anche ad una scaletta quasi perfetta. Si inizia subito con una fluida e limpida versione di 15 minuti di Eyes Of The World, con Jerry già “liquidissimo” alla solista ed una prestazione superba dei due pianisti, seguita da una rara versione del classico di Robert Johnson Walkin’ Blues (canta Weir): i Dead non hanno mai avuto il blues nel loro dna, ma qua per sette minuti ci portano idealmente in un fumoso club di Chicago, con Garcia che passa con disinvoltura alla slide. Dopo una splendida e solare Brown-Eyed Women, uno dei pezzi migliori dei Dead, c’è un breve accenno a Dark Star, che spunterà qua e là per ben quattro volte nel corso della serata, fatto abbastanza inusuale: tre sono solo frammenti di circa un minuto ciascuno, mentre la quarta chiude il cerchio verso la fine del concerto con una performance di otto minuti che ci riporta per un momento ai lisergici anni sessanta. In scaletta c’è un solo brano di Bob Dylan (spesso ce ne sono anche due o tre), ma è una versione decisamente bella di When I Paint My Masterpiece, con Hornsby alla fisarmonica, seguita dai nove minuti di Loose Lucy, che se in studio non era certo una meraviglia in questa serata fa la sua figura e risulta anche piacevole.

Cassidy è uno dei brani più noti di Weir, ed i Dead la rileggono in maniera solida, mentre sia Might As Well che Saint Of Circumstance sono due canzoni poco eseguite (la prima di Jerry, la seconda di Bob): meglio Might As Well, potente rock song, cadenzata e trascinante e con uno splendido duello strumentale tra Garcia e Welnick. La lenta e delicata Ship Of Fools, tra le migliori ballate del Morto Riconoscente, precede le sempre coinvolgenti Truckin’ e New Speedway Boogie, ancora con Jerry strepitoso in entrambe, e soprattutto uno degli highlights dello show, cioè una lunga e scintillante Uncle John’s Band, probabilmente la più bella canzone mai prodotta dal binomio Garcia/Hunter: undici minuti di altissimo livello. Dopo la già citata ultima tranche di Dark Star ed il solito spreco di tempo (almeno per me) di Drums e Space, arriva il finale con una distesa China Doll, con splendido assolo di Jerry, una Playing In The Band insolitamente sintetica, ed una travolgente Sugar Magnolia di undici minuti, nella quale tutti quanti forniscono una performance notevole. C’è spazio ancora per l’ultima chicca, e cioè una sorprendente versione del capolavoro di The Band The Weight, raramente suonata dai nostri e con una strofa cantata anche da Hornsby (ed una da Lesh, che se la cava meglio del solito): esecuzione superba e pubblico in visibilio.

Gran bel concerto, assolutamente consigliato.

Marco Verdi