Cofanetti Autunno-Inverno 6. C’Erano Una Volta Un Menestrello Ed Un Uomo Vestito Di Nero…Bob Dylan (Feat. Johnny Cash) – Travelin’ Thru: Bootleg Series Vol. 15

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Bob Dylan (Feat. Johnny Cash) – Travelin’ Thru: The Bootleg Series Vol. 15 1967-1969 – Columbia/Sony 3CD Box Set

Ormai sembra che a Bob Dylan non interessi più pubblicare nuove canzoni (Tempest, l’ultimo album di materiale originale, risale al 2012, ed anche il filone “franksinatriano” si è esaurito dopo Triplicate), e così ci dobbiamo “accontentare” delle novità provenienti dai suoi smisurati archivi. Quest’anno abbiamo già potuto godere dello splendido box dal vivo relativo ai concerti del 1975 con la Rolling Thunder Revue https://discoclub.myblog.it/2019/06/11/un-sensazionale-cofanetto-per-uno-dei-tour-piu-famosi-e-belli-di-sempre-bob-dylan-rolling-thunder-revue-the-1975-live-recordings/ , ed ora la Sony si rifà viva con il quindicesimo episodio delle benemerite Bootleg Series, giusto ad un anno di distanza dal precedente volume dedicato a Blood On The Tracks. Travelin’ Thru, questo il titolo del nuovo box, si occupa di un periodo che per la verità è già stato esplorato da un paio di uscite passate, anche se evidentemente non nella sua interezza: sto parlando degli anni che vanno dal 1967 al 1969, che già erano stati interessati dal decimo volume Another Self Portrait e dall’undicesimo, che si occupava dei mitici Basement Tapes nella loro completezza. Travelin’ Thru invece è maggiormente incentrato sulle sessions di Nashville Skyline (che erano state solo sfiorate in Another Self Portrait), ma tocca anche quelle relative a John Wesley Harding e, soprattutto, comprende tutti i brani registrati nel 1969 con il grande Johnny Cash e la sua band dell’epoca, evento che viene messo in risalto fin dalla copertina di questo triplo CD (in una pratica confezione “slipcase” con solito bel libretto con foto e note, e per una volta non ci sono né versioni super deluxe né “povere”).

Tra Dylan e Cash c’era un’ammirazione reciproca che risaliva fino ai primi anni sessanta, quando i due si conobbero durante un Festival di Newport, e per Nashville Skyline Bob voleva incidere un duetto proprio con l’Uomo in Nero, che sarebbe stata la ciliegina del suo primo album a sfondo country (non il primo registrato a Nashville, dato che c’erano già stati Blonde On Blonde, che però era l’apoteosi del “sottile e selvaggio sound al mercurio”, e John Wesley Harding, pura musica folk con l’aggiunta di una sezione ritmica). Ebbene, le sessions tra Bob e Johnny andarono benissimo e nel più totale relax, molto oltre alle aspettative, ed i due incisero materiale sufficiente per più di un intero disco, anche se poi solo Girl From The North Country finirà su Nashville Skyline, ma qui finalmente possiamo sentire il prodotto totale di quei due giorni di Febbraio, il 18 e 19, con il secondo CD del box e parte del terzo “occupati” dalle canzoni registrate insieme dai due grandi musicisti. Il cofanetto inoltre prende i classici due piccioni con una fava, in quanto sistema anche eventuali problemi di copyright sulle canzoni, che scade dopo 50 anni, un po’ come era successo con la versione super deluxe del dodicesimo volume della serie, The Cutting Edge: in realtà mancherebbe ancora una pubblicazione ufficiale anche delle sessions di Bob con George Harrison, avvenute più o meno nello stesso periodo, ma qui forse la non appartenenza dell’ex Beatle al catalogo Sony è un ostacolo difficile da superare. Ma veniamo ad una disamina dettagliata dei tre dischetti che, è giusto ricordarlo, contengono musica inedita al 98%.

CD1. La presenza di Cash in questo cofanetto si è ovviamente presa i titoli principali negli articoli dedicati al cofanetto, e ciò rischia di far passare sotto silenzio che nel primo dischetto sono presenti sette rarissime versioni alternate di brani tratti dalle sessions di John Wesley Harding: una scoperta notevole, dato che negli ultimi 52 anni nulla era mai trapelato neppure a livello di bootleg, ed il mistero se ci fosse qualcosa di inedito era pertanto fittissimo. E non è che i sette pezzi inclusi qui siano copie carbone di quelli poi finiti sul disco (era lecito pensarlo, essendo il gruppo di musicisti formato solo da Bob alla chitarra acustica ed armonica, Charlie McCoy al basso e Kenneth Buttrey alla batteria, quindi un combo ridotto all’osso), in quanto forse solo I Dreamed I Saw St. Augustine è sovrapponibile all’originale. Ci sono infatti una Drifter’s Escape più lenta e forse anche migliore, una take accelerata della leggendaria All Along The Watchtower, ricca di tensione, una John Wesley Harding più vivace di quella nota ed una As I Went Out One Morning maggiormente intensa. Ma le due più diverse sono I Am A Lonesome Hobo, che qui sembra quasi un blues acustico, ed una I Pity The Poor Immigrant più ritmata dell’originale e con la melodia che differisce di parecchio, praticamente un’altra canzone (ed una delle sorprese del box). Più vicine alle versioni note le restanti otto canzoni del CD, che provengono dalle sedute di Nashville Skyline (soprattutto Peggy Day, One More Night, Country Pie la splendida I Threw It All Away), ma è sempre un piacere ri-ascoltare alcuni dei brani più piacevoli e diretti del songbook dylaniano. To Be Alone With You è comunque molto più rock’n’roll qui, Lay Lady Lay non ha la celebre parte di steel guitar (sostituita qua dell’organo), mentre Tell Me That It Isn’t True è decisamente diversa da quella conosciuta. E la chicca non manca neppure qui, cioè l’inedita outtake Western Road, un godibile country-blues cadenzato, forse già sentito ma suonato benissimo, con una menzione particolare per il dobro di Norman Blake ed il piano di Bob Wilson.

CD2. Ecco le attese sessions Dylan/Cash, con il gruppo di Johnny come backing band (compreso Carl Perkins alla solista). Ed i due mostrano di divertirsi un mondo (e noi con loro) a riprendere brani dei rispettivi repertori dividendosi le parti vocali: ascoltiamo quindi versioni uniche di classici come I Still Miss Someone, Don’t Think Twice It’s Alright in medley con Understand Your Man, One Too Many Mornings, Big River, Girl From The North Country, I Walk The Line, I Guess Things Happen That Way, Five Feet High And Rising ed anche la mitica Ring Of Fire. Ma i nostri si cimentano anche in irresistibili riletture di Matchbox di Perkins, di un doppio Elvis periodo Sun (That’s Alright Mama e Mystery Train) e deliziose versioni di classici folk come Mountain Dew, Careless Love (splendida, tra le più belle del triplo) e You Are My SunshineCD3. Le sedute del duo Bob & Johnny proseguono con uno degli highlights assoluti, cioè Wanted Man, grande country song che al tempo Dylan regalò a Cash senza inciderla per conto proprio, ma che qui è presente in una scintillante versione a due voci; le sessions si chiudono con due belle riletture di classici gospel, Amen e Just A Closer Walk With Thee, ed un doppio omaggio a Jimmie Rodgers con due medley che comprendono tra le altre frammenti di T For Texas, Waiting For A Train e Yodeling The Blues Away. Il dischetto continua con la famosa partecipazione di Bob al Johnny Cash Show (edita solo in parte in passato in DVD ma mai su CD), con due ottime versioni live di I Threw It All Away e Living The Blues con solo Bob e band, ed il classico duetto con Johnny in Girl From The North Country (questi tre pezzi sono stranamente registrati con una qualità da bootleg).

Ci sono anche due brani inediti dalle sessions di Self Portrait, ancora due omaggi a Cash (senza di lui però) con Ring Of Fire e Folsom Prison Blues, entrambe più che buone (curiosità: questi due pezzi, incisi il 3 Maggio 1969, rappresentano l’ultima session di Dylan a Nashville fino ai giorni nostri). Il box si chiude con un’altra sorpresa, cioè la seduta completa tenutasi a New York nel 1970 (ma allora perché il sottotitolo del cofanetto è 1967-1969?) insieme all’illustre banjoista Earl Scruggs ed ai suoi figli Randy e Gary per l’album Earl Scruggs Performing With His Family And Friends: se la strepitosa Nashville Skyline Rag era stata pubblicata su quel disco comunque rarissimo, East Virginia Blues della Carter Family, To Be Alone With You ed il traditional Honey, Just Allow Me One More Chance (già inciso in precedenza da Bob su Freewheelin’), tutte eseguite in puro stile bluegrass, non erano mai state ascoltate prima d’ora. Quindi siamo di fronte all’ennesimo capitolo imperdibile delle Bootleg Series dylaniane (ma ce ne sono di “perdibili”?), che questa volta sarà appetibile anche per i fans di Johnny Cash.

Marco Verdi

Ristampa Di Un Piccolo (E Sconosciuto) Gioiello Dal Canada. Zachary Lucky – The Ballad Of Losing You

zachary lucky the ballad of losing you

Zachary Lucky – The Ballad Of Losing You – Nordvis CD

L’ottimo successo di critica ottenuto da Colter Wall ha messo sotto i riflettori anche il Saskatchewan, regione del Canada dalla quale proviene il giovane songwriter. Dalla stessa zona (per l’esattezza da Saskatoon, la città più estesa della regione) ha origine anche Zachary Lucky, altro autore poco conosciuto che però a differenza di Wall ha già quattro album e tre EP alle spalle, avendo iniziato ad incidere nel 2008. Nipote d’arte (il nonno era il countryman Smilin’ Johnny Lucky, una piccola leggenda in Canada), Zachary è un cantautore nel più puro significato del termine, in grado di comporre brani intensi ai quali basta poco per emozionare: ci sono delle similitudini con Wall, nel senso che entrambi usano una strumentazione ristretta per accompagnare le loro canzoni, ma Colter ha uno stile che si ispira direttamente alle ballate western del primo Johnny Cash, mentre Lucky è più orientato verso il folk classico. The Ballad Of Losing You non è il nuovo album di Zachary (che uscirà il prossimo 18 Ottobre e si intitolerà Midwestern), ma la ristampa del suo penultimo lavoro, uscito originariamente nel 2013 e quasi impossibile da trovare, con l’aggiunta di una bonus track incisa di recente.

Ma per noi che non lo conoscevamo è come se The Ballad Of Losing You fosse un disco nuovo di zecca, ed è sicuramente un album di livello notevole, con una serie di ballate lente, profonde e di grande forza interiore nelle quali il nostro si fa accompagnare, oltre che dalla sua chitarra, da pochi altri strumenti: una steel (Aaron Goldstein, molto bravo), un banjo, un violino e solo occasionalmente pianoforte e basso, ma niente batteria. E l’album (autoprodotto) non risulta per nulla noioso nonostante possa sembrare ad un ascolto distratto un po’ monocorde, in quanto Zachary ha il piglio del songwriter vero, che sa usare la penna ed il pentagramma ed è in grado di emozionare anche con pochi accordi, ed in alcuni momenti si capisce chiaramente che una delle sue influenze principali è sicuramente quella del grande Townes Van Zandt (non a caso l’unica cover del CD è dello scomparso autore texano). Un esempio in tal senso è subito il brano d’apertura, Ramblin Man’s Lament (titolo molto alla Townes), una canzone lenta che inizia con Zach in perfetta solitudine ad intonare una melodia decisamente intensa, poi entrano con estrema discrezione banjo, violino ed una languida steel che viene appena sfiorata e fornisce un background sonoro di grande effetto.

Anche Salty Air è uno slow, molto più folk che country, nel quale rispetto al brano precedente c’è un maggior spazio per la strumentazione; puro folk anche con la bella After All The Months We’ve Shared, con sfumature western ed un motivo di sicuro impatto, voce-chitarra-dobro e nulla più. Le atmosfere del disco sono queste, ma ripeto la noia non affiora mai: Woke Up è intima, profonda ed ancora sottolineata dalla steel, un brano crepuscolare di cristallina bellezza, così come More Than Enough Road, splendida ballata con i suoni calibrati al millimetro, e Merry Month Of May, che sembra un’oscura folk song degli anni sessanta spuntata fuori da qualche polveroso archivio. Anche i restanti quattro brani del CD originale sono molto belli, poetici e profondi: Morning Words è resa ancora più suggestiva da un raro intervento di chitarra elettrica, Come Back Around e Sun’s Coming Up hanno entrambe un motivo di stampo tradizionale e sono tra le più riuscite, mentre Waitin’ For The Day è il già citato brano di Van Zandt, che si colloca alla perfezione nel mood del disco, aggiungendo un delizioso sapore country. Chiusura con la bonus track, la recente Helsinki, che presenta le stesse caratteristiche delle canzoni precedenti: puro folk cantautorale.

Un’apprezzata ristampa quindi per un talento che non conoscevamo, ed ottimo antipasto per il nuovo album che uscirà in autunno.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 19. Bob Dylan – Travelin’ Thru: The Bootleg Series Vol. 15 1967-1969. Questa Volta Tocca Al Periodo Nashville.

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Bob Dylan – Travelin’ Thru: The Bootles Series Vol. 15 1967-1967 – 3 CD Columbia/Legacy – 01-11-2019

Anche se quest’anno Bob Dylan in teoria aveva già dato con lo splendido box dedicato alla Rolling Thunder Revue https://discoclub.myblog.it/2019/06/11/un-sensazionale-cofanetto-per-uno-dei-tour-piu-famosi-e-belli-di-sempre-bob-dylan-rolling-thunder-revue-the-1975-live-recordings/ , non poteva mancare il consueto appuntamento annuale nel periodo natalizio con un nuovo capitolo delle Bootleg Series. Se ne parlava da tempo come uno dei periodi della carriera musicale di Bob dove era nota la presenza di parecchio materiale inedito interessante. Anche se a ben guardare Travelin’ Thru, il capitolo 15 della serie dedicata agli archivi di Dylan esce solo in una versione in triplo CD: niente mega cofanetti lussuosi e costosi, ma un box essenziale con 50 canzoni estratte dal periodo Nashvilliano del grande cantautore, con ogni CD dedicato ad un argomento specifico.

Nel primo album troviamo diverse versioni alternative estratte dalle sessions per John Wesley Harding, tenutesi la famoso Studio A della Columbia in quel di Nashville, tra il 17 ottobre e il 6 novembre del 1967, e altre sessioni di registrazione con ulteriore materiale mai pubblicato prima (sempre a livello ufficiale), non utilizzate per l’album Nashville Slyline, il 13 e 14 febbraio 1969, tra cui un brano inedito Western Road. Nel secondo e terzo CD ci sono moltissimi brani relativi alla collaborazione con Johnny Cash (che infatti, per la prima volta in uno dei volumi della serie, viene omaggiato in copertina con un Featuring): ci sono le famose sessioni al solito Studio A della Columbia con versioni alternative di canzoni di Nashville Syline, ma anche tracce registrate durante le prove e lo spettacolo per il Johnny Cash Show del 1° Maggio 1969 al Ryman Auditorium, spettacolo che poi sarebbe andato in onda sulla ABC-TV il 7 giugno dello stesso anno. E in conclusione del terzo CD ci sono anche alcuni estratti dallo special registrato per la PBS, la televisione di stato americana, il 17 maggio 1970 e poi mandato in onda a Gennaio del 1971 con il titolo di Earl Scruggs: His Family and Friends, una rara collaborazione con il leggendario banjoista, uno degli inventari del bluegrass nel dopoguerra.

Come al solito ecco il contenuto completo dei 3 CD con tutte le informazioni note finora rese note. Ovviamente al momento dell’uscita sarà nostra cura (allerto già fin d’ora l’amico Marco Verdi) fornirvi un resoconto dettagliato del cofanetto.

[CD1]
1. Drifter’s Escape (Take 1)
2. I Dreamed I Saw St. Augustine (Take 2)
3. All Along the Watchtower (Take 3)
4. John Wesley Harding (Take 1)
5. As I Went Out One Morning (Take 1)
6. I Pity the Poor Immigrant (Take 4)
7. I Am a Lonesome Hobo (Take 4)
8. I Threw It All Away (Take 1)
9. To Be Alone with You (Take 1)
10. Lay, Lady, Lay (Take 2)
11. One More Night (Take 2)
12. Western Road (Take 1)
13. Peggy Day (Take 1)
14. Tell Me That It Isn’t True (Take 2)
15. Country Pie (Take 2)

[CD2: All BD + JC]
1. I Still Miss Someone (Take 5)
2. Don’t Think Twice, It’s All Right / Understand Your Man (Rehearsal)
3. One Too Many Mornings (Take 3)
4. Mountain Dew (Take 1)
5. Mountain Dew (Take 2)
6. I Still Miss Someone (Take 2)
7. Careless Love (Take 1)
8. Matchbox (Take 1)
9. That’s All Right, Mama (Take 1)
10. Mystery Train / This Train Is Bound for Glory (Take 1)
11. Big River (Take 1)
12. Girl from the North Country (Rehearsal)
13. Girl from the North Country (Take 1)
14. I Walk the Line (Take 2)
15. Guess Things Happen That Way (Rehearsal)
16. Guess Things Happen That Way (Take 3)
17. Five Feet High and Rising (Take 1)
18. You Are My Sunshine (Take 1)
19. Ring of Fire (Take 1)

[CD3]
1. Studio Chatter by Bob Dylan & Johnny Cash
2. Wanted Man (Take 1) by Bob Dylan & Johnny Cash
3. Amen (Rehearsal) by Bob Dylan
4. Just a Closer Walk with Thee (Take 1) by Bob Dylan & Johnny Cash
5. Jimmie Rodgers Medley No. 1 (Take 1) by Bob Dylan & Johnny Cash
6. Jimmie Rodgers Medley No. 2 (Take 2) by Bob Dylan & Johnny Cash
7. I Threw It All Away (Live on The Johnny Cash Show) (Mono)
8. Living the Blues (Live on The Johnny Cash Show) (Mono)
9. Girl from the North Country (Live on The Johnny Cash Show) (Mono) by Bob Dylan & Johnny Cash
10. Ring of Fire (Outtake) by Bob Dylan
11. Folsom Prison Blues (Outtake) by Bob Dylan
12. Earl Scruggs Interview (Mono) by Bob Dylan with Earl Scruggs
13. East Virginia Blues (Mono) by Bob Dylan with Earl Scruggs
14. To Be Alone with You (Mono) by Bob Dylan with Earl Scruggs
15. Honey, Just Allow Me One More Chance (Mono) by Bob Dylan with Earl Scruggs
16. Nashville Skyline Rag by Earl Scruggs & Bob Dylan

bob dylan travelin' thru bootle series vol.15 3 lp

Per gli amanti del vinile, ci sarà anche una versione in triplo LP: per il momento è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Novità Prossime Venture 6. Sarà Veramente Il Suo Ultimo Disco? Gli “Amici” Sono Comunque Accorsi A Frotte. Sheryl Crow – Threads

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Sheryl Crow – Threads – Valory/Universal – 30-08-2019

Lo aveva annunciato ed era in preparazione da più in anno, questo Threads, stando a quanto ha dichiarato la stessa Sheryl Crow, dovrebbe essere il suo ultimo disco di studio in assoluto. Poi ha dichiarato in una intervista che in futuro si dedicherà solamente a dei singoli saltuari!! “Perché l’album come forma d’arte è più che altro una forma d’arte morente”, aggiungendo che “la gente è molto più interessata ai singoli” e quindi in futuro le sue nuove canzoni, perché non ha intenzioni di ritirarsi, usciranno solo come singoli, mano a mano che saranno pronte. Ammesso e non concesso che sia vero, non ci vedo molto la brava Sheryl a sfornare tormentoni per l’estate, duetti (magari con rappers ed hip-hoppers), insomma può darsi che i singoli funzionino, ma forse non nel suo genere musicale, salvo non abbia capito tutto lei, cosa di cui mi permetto di dubitare, e gli sviluppi futuri del mercato discografico saranno effettivamente questi, vedremo.

Comunque nel frattempo la Crow ha chiamato a raccolta molti musicisti importanti (e un paio un po’ meno), inclusi amici ed ex fidanzati, per registrare questo album di duetti, con una serie di nuove composizioni della cantante americana, qualcuna pescata anche dal passato, come il duetto virtuale con Johnny Cash, Redemption Day, che l’Uomo In Nero, aveva già inciso, ed era poi stata pubblicato nel suo album postumo American VI, e che la stessa Sheryl aveva scritto e registrato per il suo disco omonimo del 1996. A duettare nel disco ci sono molte icone della musica come Keith Richards, Willie Nelson, Kris Kristofferson, Emmylou Harris, James Taylor, Sting, Eric Clapton, ma anche Stevie Nicks, Bonnie Raitt, Mavis Staples, Joe Walsh, Vince Gill, molti con cui ha già inciso in passato. Tra i “nuovi” troviamo anche Maren Morris Brandi Carlile, che curiosamente hanno formato un nuovo supergruppo, le Highwomen, insieme ad Amanda Shires, di cui troviamo il marito nel disco, Natalie Hemby, il cui omonimo disco di esordio, con perfetto tempismo, uscirà il 6 settembre.

Tra coloro che duettano con Sheryl Crow c’è anche Jason Isbell, il marito appunto della Shires, la nuova stella del country Chris Stapleton, Chuck D, il rapper, che non si capisce cosa ci faccia in questa compagnia (forse è per il discorso dei singoli futuri, si porta avanti), tra l’altro in un brano, dove appaiono anche Andra Day (una cantante nera tra nu soul, disco, R&B) e Gary Clark Jr. Tra i nuovi troviamo anche St. Vincent, le Lucius Margo Price, curiosamente però solo nella versione in vinile di questo Threads, perché nel CD a duettare con lei in Cross Creek Road, troviamo Lukas Nelson. Dovrei averli citati tutti, comunque qui sotto trovate la lista completa dei brani e degli accoppiamenti dei diversi artisti.

 Tracklist
1. Prove You Wrong (featuring Stevie Nicks and Maren Morris)
2. Live Wire (featuring Bonnie Raitt and Mavis Staples)
3. Tell Me When It’s Over (featuring Chris Stapleton)
4. Story Of Everything (featuring Chuck D, Andra Day, and Gary Clark Jr.)
5. Beware Of Darkness (featuring Eric Clapton, Sting, and Brandi Carlile)
6. Redemption Day (featuring Johnny Cash)
7. Cross Creek Road (featuring Lukas Nelson)
8. Everything Is Broken (featuring Jason Isbell)
9. The Worst (featuring Keith Richards)
10. Lonely Alone (featuring Willie Nelson)
11. Border Lord (featuring Kris Kristofferson)
12. Still The Good Old Days (featuring Joe Walsh) 

13. Wouldn’t Want To Be Like You (featuring St. Vincent)
14. Don’t (featuring Lucius)
15. Nobody’s Perfect (featuring Emmylou Harris)
16. Flying Blind (featuring James Taylor)
17. For The Sake Of Love (featuring Vince Gill)

Potenzialmente potrebbe essere un album molto interessante, anche se ci sono musicisti provenienti dai generi più disparati, che comunque Sheryl Crow ha più o meno frequentato tutti in passato. Se deve uscire di scena vuole farlo con il botto: sentiremo se sarà vero dopo il 30 agosto, quando è prevista l’uscita del disco, che è prodotto insieme a Jeff Trott, dalla stessa Crwo, Nel Post comunque potete già ascoltare alcune canzoni per farvi un’idea.

Bruno Conti

Vero Country D’Autore…Da Parte Di Un Autore Non Country! Tim Bluhm – Sorta Surviving

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Tim Bluhm – Sorta Surviving – Blue Rose Music CD

Il fatto che Tim Bluhm, leader della nota rock band di San Francisco The Mother Hips, abbia pubblicato un album da solista non è di per sé quella gran notizia, dal momento che ne ha già una manciata all’attivo: la cosa però che colpisce è che Sorta Surviving è un disco di vero country di stampo classico, e pure molto bello. Il country è un genere che Tim ha sempre amato, ed anche in passato aveva mostrato influenze in questo senso, ma un lavoro tutto country non lo aveva mai fatto, e di sicuro non mi sarei aspettato che il risultato fosse di questo livello qualitativo. Sarà stato anche ispirato dai muri del Cash Cabin Studio, di proprietà del grande Johnny Cash (luogo nel quale Tim ha inciso l’album sotto la produzione di Dave Schools e la supervisione del figlio dell’Uomo in Nero, John Carter Cash), sarà il gruppo di musicisti che l’hanno accompagnato, con vere e proprie leggende come Dave Roe (a lungo bassista proprio di Cash) e Gene Chrisman (batterista per Elvis Presley, Aretha Franklin e molti altri) e nomi di primo piano come i chitarristi Jack Pearson e Jesse Aycock ed i backing vocalists Elizabeth Cook e Harry Stinson, ma Sorta Surviving è un country record perfettamente credibile, con un suono splendido ed una serie di canzoni di prima qualità, che mettono Bluhm come ultimo in ordine di tempo in un ipotetico gruppo di artisti capaci di passare da un genere all’altro con estrema disinvoltura.

Che il disco è di quelli giusti lo si capisce già dall’iniziale Jesus Save A Singer, un delizioso honky-tonk dal suono molto classico, guidato da un ottimo pianoforte (Jason Crosby) e con un motivo di grande piacevolezza. E Tim mostra anche di avere la voce adeguata, morbida, carezzevole ed espressiva. No Way To Steer è anche meglio, una splendida country song dal refrain scintillante e contraddistinta da un languido accompagnamento in cui dominano la steel ed ancora il piano; decisamente riuscita anche Jimmy West, un racconto di stampo western che ricorda molto lo stile di Tom Russell, una ballatona profonda cantata e suonata benissimo. Ancora honky-tonk che più classico non si può con Where I Parked My Mind, anche questa bella e cristallina, con un tocco di Texas: dischi country così non ne escono molti in un anno, sembra davvero di sentire un veterano del genere. Raining Gravel è un brano lento ed intenso, con un feeling da cantautorato anni settanta, la title track ha il sapore del country-rock californiano d’altri tempi ed è guidata da una delle migliori melodie del CD, mentre l’affilata Del Rio Dan è più rock, e spuntano anche un organo e un piano elettrico che spostano il disco su coordinate quasi sudiste. La vorticosa Squeaky Wheel, un bluegrass dal ritmo decisamente sostenuto, chiude il gruppo dei pezzi originali, ma come ciliegina abbiamo anche due cover: la splendida I Still Miss Someone proprio di Johnny Cash (in omaggio al luogo che ha ospitato Tim), che rimane un capolavoro in qualunque modo la si faccia, ed una lenta ed appassionata rilettura di Kern River, un classico minore di Merle Haggard.

Sorta Surviving è uno dei migliori album country di questa prima metà dell’anno, ed in assoluto una delle cose più riuscite della carriera di Tim Bluhm.

 Marco Verdi

Altro Grande Disco, Ormai E’ Una Garanzia! Tom Russell – October In The Railroad Earth

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 Tom Russell – October In The Railroad Earth – Frontera/Proper CD

Tom Russell è oggi, almeno a mio parere, uno dei maggiori songwriters americani, la cui crescita come autore è avvenuta progressivamente negli anni, disco dopo disco. Tom fa infatti parte di quella ristretta categoria di artisti che non sbaglia un colpo e che, con le sole possibili esclusioni di Hotwalker e Aztec Jazz, non ha mai deluso. Nel 2015 ha pubblicato il suo capolavoro assoluto, il magnifico The Rose Of Roscrae https://discoclub.myblog.it/2015/04/29/epica-saga-del-west-lunga-quarantanni-tom-russell-the-rose-of-roscrae-ballad-of-the-west/ , ma la sua carriera è piena di album degni di nota, pubblicati tra l’altro con cadenza abbastanza regolare: titoli come The Rose Of San Joaquin, The Man From God Knows Where, Borderland (disco dell’anno 2001 per il sottoscritto), Indian Cowboys Horses Dogs, Mesabi, solo per citare i miei preferiti. Ho sempre sostenuto che Russell, originario della California, sia in realtà un texano mancato, in quanto le sue canzoni parlano spesso di storie di confine, e spesso e volentieri vengono rivestite di sonorità country e tex-mex; ma Tom è un artista a tutto tondo, in quanto si diletta anche nella pittura (le copertine dei suoi album sono opera sua, e tiene anche diverse mostre in varie gallerie d’arte), ed in più i suoi testi hanno quasi sempre riferimenti letterari che denotano una notevole cultura.

Il suo nuovissimo album October In The Railroad Earth, per esempio, ha parecchi riferimenti alle opere di Jack Kerouac (uno dei padri della Beat Generation) a partire dal titolo che è lo stesso di uno scritto dell’autore del Massachusetts. Ed è proprio a Kerouac che Russell dedica il lavoro, ma anche a Johnny Cash: e pure questa non è una dedica casuale, in quanto October In The Railroad Earth è musicalmente ispirato direttamente dall’Uomo In Nero (i cui dischi, specie quelli tematici dei primi anni sessanta, sono stati indispensabili per la formazione musicale di Tom), e di conseguenza è quello dalle sonorità più country di tutta la carriera del californiano. Ma October In The Railroad Earth è prima di tutto un grande disco, che si pone da subito tra i migliori di Russell, ispiratissimo sia dal punto di vista lirico (ed è un vero peccato che nei suoi CD raramente Tom includa i testi) sia da quello musicale, ed in più suonato alla grande da una super band guidata dalla chitarra elettrica di Bill Kirchen, storico band leader dei Lost Planet Airmen di Commander Cody, e completata dalla sezione ritmica di David Carroll (basso) e Rick Richards (batteria) e dalla bella steel guitar di Marty Muse, mentre la quota tex-mex è rappresentata dal bajo sexto e fisarmonica di Max e Josh Baca dei Los Texmaniacs.

Ed il CD parte subito alla grande con la title track, in cui il vocione profondo di Tom introduce una strepitosa country song, quasi come se Cash fosse ancora tra noi: melodia accattivante, ritmo acceso ed una bellissima steel a punteggiare, oltre ad un breve ma ficcante assolo di Kirchen. Small Engine Repair è una cadenzata ballatona contraddistinta da uno splendido refrain, un pezzo ancora sfiorato dal country che dimostra lo status di grande cantautore ormai raggiunto dal nostro; T-Bone Steak And Spanish Wine sposta l’album su territori folk, e vede Tom accompagnarsi solo all’acustica, per un intenso racconto tipico dei suoi, cantato con la solita voce espressiva, mentre Isadore Gonzalez è assolutamente strepitosa, un valzerone tex-mex dominato dalla fisa di Josh Baca, servito da un testo profondamente evocativo e da un motivo irresistibile: una delle migliori composizioni di Tom, e non solo su questo disco. Red Oak Texas è ancora un’ottima ballata, nella quale Russell alterna cantato e talkin’ con estrema disinvoltura, un accompagnamento avvolgente da parte della band ed un altro ritornello vincente.

Back Streets Of Love vede di nuovo Tom in perfetta solitudine alle prese con uno slow intenso e toccante, con l’aggiunta della seconda voce di Eliza Gilkyson che fa la differenza, un brano in contrasto con la bellissima Hand-Raised Wolverines, una rock song elettrica e potente, suonata alla grande e melodicamente sempre ad alto livello. Highway 46 è un limpido e terso country tune, più texano che mai, dal delizioso chorus ed ancora con la Gilkyson ad impreziosire il tutto con la sua voce cristallina; con Pass Me The Gun, Billy siamo in pieno territorio western, un racconto decisamente emozionante tra talkin’, melodia, canzone e poesia. Chiusura con When The Road Gets Rough, movimentato pezzo elettrico tra country e rock (tra i più riusciti del CD) e con una fantastica ripresa di Wreck Of The Old 97, brano popolare reso famoso proprio da Cash: gran ritmo e Kirchen che arrota da par suo, il miglior omaggio possibile al Man In Black. Altro gran bell’album da parte di Mr.Tom Russell: October In The Railroad Earth ce lo ritroveremo tra le mani anche a fine anno, quando sarà tempo di classifiche.

Marco Verdi

Se Fosse Anche Nuovo Sarebbe Uno Dei Dischi Del 2018! John Mellencamp – Other People’s Stuff

john mellencamp other people's stuff

John Mellencamp – Other People’s Stuff – Republic/Universal CD

Ammetto di avere un problema con questo album, in quanto la qualità del materiale in esso contenuto sfiora le cinque stelle, ma l’operazione discografica ne meriterebbe due. Quando avevo letto l’annuncio in pompa magna dell’uscita di un nuovo album di John Mellencamp programmata per il 7 Dicembre scorso (anzi, inizialmente doveva essere a Novembre), ho gioito alquanto, non solo perché il rocker dell’Indiana è da sempre uno dei miei preferiti, ma anche per il fatto che il titolo del disco, Other People’s Stuff, faceva capire che si trattava di un album di cover, un genere nel quale il piccolo musicista dal carattere difficile non ha mai deluso. Quando poi ho letto i titoli dei brani ho iniziato a sentire puzza di bruciato, in quanto erano all’80% canzoni che John aveva già pubblicato in passato, ma ho comunque sperato che si trattasse di nuove registrazioni, dato che molti pezzi erano su dischi fuori catalogo da tempo.

Invece no, una volta ascoltato il CD ho scoperto che Other People’s Stuff è per la maggior parte un lavoro antologico, spacciato per nuovo da una discutibile strategia di comunicazione (e ho proprio dovuto ascoltarlo per capirlo, dato che anche la confezione del CD, spartana al limite del ridicolo – come nel caso dell’ultimo album di studio di Mellencamp, Sad Clowns & Hillbillies – non è che facesse molta chiarezza sull’argomento). Quindi ci troviamo di fronte ad un’antologia di brani altrui, dieci canzoni prese da vecchi (e non) album di John, che peraltro si trovano ancora abbastanza facilmente, e da compilation e tributi decisamente più ardui da reperire. Ci sarebbe anche un’altra magagna: se John ha deciso di costruire un album “nuovo” con canzoni già pubblicate (ma due inediti comunque ci sono), perché lo ha fatto durare solo 34 minuti? Non poteva aggiungere altro materiale inciso negli anni, che non mancava di certo? O sforzarsi un attimino ed incidere due-tre inediti in più? A parte tutte queste considerazioni, il disco preso così com’è è strepitoso, una collezione di canzoni splendide eseguite in maniera magistrale, che se non fosse antologico si posizionerebbe senz’altro nei primi posti di una classifica dei migliori album dell’anno appena trascorso.

Dieci pezzi che si ascoltano tutti d’un fiato, a partire dall’iniziale To The River, che in realtà non è neppure una cover, essendo un brano scritto da John insieme alla cantautrice Janis Ian, e che nel 1993 chiudeva il bellissimo Human Wheels: grande roots rock, potente e solido, con le chitarre elettriche che si affiancano al violino e la sezione ritmica che è una frustata, come è tipico nel sound di John (lo stile è simile a quello del suo capolavoro, The Lonesome Jubilee), un brano quasi dimenticato che l’ex Coguaro ha fatto bene a ripescare. Poi abbiamo una straordinaria rilettura di Gambling Bar Room Blues, preso dal bellissimo (ed ormai fuori catalogo) tributo a Jimmie Rodgers uscito nel 1997 per la Egyptian Records di Bob Dylan: il brano, che poi sarebbe il noto traditional St. James Infirmary con parole diverse, viene riletto da John in maniera decisamente rock, con ritmica pressante, la classica voce arrochita del nostro ed un violino teso come una chitarra elettrica. Teardrops Will Fall (un oscuro brano di Dickey Doo & The Don’ts preso dal cover album Trouble No More) è splendida, con Mellencamp che la fa sua al 100% con un scintillante arrangiamento in stile Americana, sulla falsariga di suoi classici come Pink Houses, e la bellezza della melodia fa il resto.

 

In My Time Of Dying è un vecchio blues di Blind Willie Johnson rifatto un po’ da tutti, da Dylan ai Led Zeppelin, e qui è proposta in una veste folk-blues elettroacustica e polverosa, dal ritmo acceso e con una slide sullo sfondo (era su Rough Harvest); Mobile Blue è storia recente, in quanto è il pezzo di Mickey Newbury che apriva Sad Clowns & Hillbillies, una bella canzone interpretata in maniera rilassata e con il solito approccio roots (e la voce di Carlene Carter nel background). Ed ecco le due canzoni “nuove”: Eyes On The Prize è un’antica folk song conosciuta anche come Gospel Plow, che John ha cantato nel 2010 alla Casa Bianca di fronte ad Obama, ma qui è incisa in studio e trasformata in un vero blues fangoso del Mississippi, solo voce (più roca che mai), un basso ed una slide acustica degna di Ry Cooder, una versione molto diversa da quella esplosiva e corale ad opera di Bruce Springsteen nelle Seeger Sessions; il secondo inedito, ascoltato finora solo all’interno di un documentario del National Geographic Channel trasmesso nel 2017 ma mai pubblicato prima su disco, è una fantastica rilettura del classico di Merle Travis Dark As A Dungeon, dallo splendido arrangiamento tra country e folk che mette in evidenza la fisarmonica, il violino ed il pianoforte, un pezzo che da solo vale l’acquisto del CD (la presenza in sottofondo dell’inconfondibile voce ancora di Carlene Carter mi fa pensare che sia una outtake di Sad Clowns & Hillbillies).

Stones In My Passway, ancora da Trouble No More, è il famoso blues di Robert Johnson, riletto in modo crudo e diretto, con una slide stavolta elettrica, mentre The Wreck Of The Old 97 è proprio il vecchio classico la cui versione più nota è quella di Johnny Cash: la rilettura di Mellencamp è stupenda, diversa da quella dell’Uomo in Nero, più folk ed in linea con i suoi ultimi album, ma sempre con le unghiate elettriche da vecchio puma (il pezzo era su una compilation di folk songs intitolata The Rose And The Briar, tra l’altro ristampata di recente). Chiude il dischetto I Don’t Know Why I Love You, tratta da un poco conosciuto tributo a Stevie Wonder, rifatta con uno stile abbastanza lontano da quello del noto musicista cieco, un arrangiamento rock elettrico tipico di John, con un risultato finale decisamente interessante. Quindi, a parte le critiche sulla reale utilità di una simile pubblicazione, Other People’s Stuff è un dischetto che si ascolta con immenso piacere dalla prima all’ultima canzone, ed in cui non c’è un momento che non sia meno che ottimo.

Marco Verdi

Il Ragazzo Sta Crescendo In Maniera Esponenziale! Colter Wall – Songs Of The Plains

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Colter Wall – Songs Of The Plains – Young Mary/Thirty Tigers CD

Una della più belle sorprese dello scorso anno è stato senza dubbio l’esordio omonimo di Colter Wall https://discoclub.myblog.it/2017/05/20/un-quasi-veterano-ed-un-quasi-esordiente-con-la-regia-di-dave-cobb-che-bravi-entrambi-chris-stapleton-from-a-room-vol-1colter-wall-colter-wall/  (che vero esordio non era, dato che c’era già un EP, Immaginary Appalachia, in seguito prontamente ristampato), giovanissimo songwriter canadese che aveva impressionato per la sua bravura e la sua sicurezza nello scrivere ed eseguire brani di assoluto spessore, una serie di western songs purissime come si usava fare più di cinquant’anni fa, in più cantate con una voce baritonale incredibile per uno poco più che ventenne (è del giugno del 1995), paragonata da molti a quella di Johnny Cash (io la vedo più somigliante a quella di Dave Alvin e, più alla lontana, di Peter LaFarge). Ora Colter bissa quel disco fulminante con Songs Of The Plains, un lavoro a mio parere ancora più riuscito, con una consapevolezza perfino maggiore del ragazzo nei suoi mezzi, ed una serie di canzoni splendide che, pur essendo nuove di zecca (tranne quattro), hanno il sapore di racconti western con più di mezzo secolo sulle spalle.

Già il titolo e la copertina rimandano questa volta sì a Cash, ed ai primi album dell’Uomo in Nero, veri e propri concept dedicati di volta in volta al West, ai treni, agli Indiani d’America, ecc. La produzione, così come nel disco precedente, è nelle mani del Re Mida Dave Cobb, che porta in studio con sé un numero limitato ma selezionato di musicisti: Chris Powell alla batteria, Jason Simpson al basso, Lloyd Green alla steel (bravissimo) ed il partner musicale di una vita di Willie Nelson, cioè Mickey Rapahael, ovviamente all’armonica. Ma il modo di produrre di Cobb è leggermente cambiato rispetto a Colter Wall, che era più basato sulla voce e chitarra del leader e poco altro, mentre qui c’è più spazio per gli altri strumenti (sebbene sempre dosati al millimetro), ed in un paio di casi ci sono anche delle code strumentali ed interscambi tra i vari musicisti che nel disco dell’anno scorso erano completamente assenti. Il resto lo fa Colter con la sua voce, la sua chitarra e, soprattutto, le sue canzoni: sei scritte da lui, due traditionals e due cover di brani abbastanza oscuri. L’album inizia alla grande con la splendida Plain To See Plainsman, chitarra acustica, armonica in lontananza, voce formidabile ed una melodia che profuma di tradizione al 100%: a poco a poco, quasi non ci si accorge, entrano in punta di piedi anche gli altri strumenti, una differenza sostanziale con il disco del 2017. Molto bella anche Saskatchewan In 1881, dedicata da Wall alla sua regione d’origine, una folk song pura e cristallina con voce in primo piano, chitarra, una percussione accennata e l’armonica di Raphael: sembra di tornare indietro di più di 50 anni, quando il folk revival dettava legge in America (qui però manca del tutto la componente politica).

La breve John Beyers (Camaro Song) vede una steel ricamare languida sullo sfondo, e per il resto abbiamo solo Colter e la sua chitarra, ma intensità e feeling non vengono meno; Wild Dogs è un brano semisconosciuto di Billy Don Burns, ed è una canzone straordinaria, lenta, drammatica, densa e piena di pathos, di nuovo con una splendida steel alle spalle: negli ultimi due minuti entra il resto della band, il ritmo sale ed assistiamo ad una favolosa jam elettroacustica, da brividi. Calgary Round-Up, del poco noto singing cowboy canadese Wilf Carter, è puro country, un honky-tonk (senza pianoforte) gustoso e diretto, dal solito delizioso sapore vintage, con tanto di yodel finale, Night Herding Song è un pezzo tradizionale eseguito quasi a cappella (la chitarra viene solo sfiorata un paio di volte), Wild Bill Hickok, bellissima anche questa, è un racconto tra folk e western, con appena un basso a dettare il ritmo al nostro (e devo dire che Colter non è male neanche come chitarrista), mentre la limpida The Trains Are Gone vede il ritorno di Raphael alle spalle del nostro: puro folk d’altri tempi. Thinkin’ On A Woman è un country tune asciutto e diretto, reso più morbido dall’uso della steel ed ancora dal feeling enorme, Manitoba Man è di nuovo intensa e drammatica, e vede Colter in perfetta solitudine; il CD si chiude con un altro traditional, Tying Knots In The Devil’s Tail, che è anche il pezzo più strumentato: infatti troviamo anche Cobb alla seconda chitarra e la partecipazione vocale di Corb Lund e Blake Berglund, ed il brano è quello che più di tutti ricorda Cash, essendo una scintillante e spedita country song con tanto di boom-chicka-boom.

Altro gran disco per Colter Wall, uno che se continuerà a crescere in questo modo non so dove potrà arrivare.

Marco Verdi

Western Swing, Country E Divertimento Assicurato. Asleep At The Wheel – New Routes

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Asleep At The Wheel – New Routes – Bismeaux Records

Quando uno pensa agli Asleep At The Wheel si immagina che la band texana abbia registrato cento album (in effetti “solo” una trentina!) e che siano in attività da sempre: il tutto benché la creatura di Ray Benson esista dall’inizio anni ’70, e non sono neppure texani, in quanto Benson nasce a Philadelphia nel 1951, ed a Austin ci arriva solo nel 1973, dopo una serie di concerti all’Armadillo Wolrd Headquarters, su istigazione dei loro mentori, i Commander Cody & His Lost Planet Airmen, che li hanno iniziati alle delizie del Wester Swing, e anche del boogie e del country, non dimenticando Van Morrison su Rolling Stone che li indicò come una delle sue band preferite. Poi da allora di strada ne hanno fatta tantissima, in tutti i sensi, visto che sono una delle band che più girano in tour per gli States, e da parecchi anni sono considerati anche gli eredi di Bob Wills & His Texas Playboys, magari in un ambito leggermente più neo-tradizionalista, ma sempre molto rispettoso delle radici. La formazione, che ha vinto in carriera ben 9 Grammy, è cambiata moltissimo nel corso degli anni, l’unico membro fisso è rimasto il solo Benson, mentre un centinaio di musicisti si sono avvicendati nelle cinque decadi di attività, con un organico sempre tra gli otto e gli undici elementi (al momento sono in 8).

L’ultima arrivata è Katie Shore (insieme ad altri 4 nuovi elementi), violinista, seconda voce solista e autrice anche di alcuni brani in questo New Routes, il primo album da una decina di anni a questa parte in cui il materiale originale non manca, e neppure le cover scelte con cura. Gli ultimi dischi degli AATW erano stati il natalizio Lone Star Christmas e in precedenza l’ottimo tributo corale Still The King: Celebrating The Music of Bob Wills & His Texas Playboys, e prima ancora il disco con l’amico Willie Nelson, nell’album Wille And The Wheel. Questa volta l’amico Willie non c’è, ma ha mandato la sorella Bobbie al piano, per un emozionante omaggio intitolato Willie Got There First, scritto da Seth Avett degli Avett Brothers che poi si sono presentati in forze anche per registrarlo, una splendida ballata cantata a più voci, che chiude in modo splendido questo album, che ha comunque molte altre frecce al proprio arco, ma questo brano è veramente un piccolo capolavoro e vale quasi l’album da solo. Dall’apertura di Jack I’m Mellow, una cover di un scintillante boogie western swing degli anni ’30, cantata in modo malizioso dalla Shore, che si alterna con il suo violino a pedal steel, chitarre e clarinetto per un delizioso tourbillon di musica senza tempo, seguita da Pencil Full Of Lead, uno scatenato boogie and roll degno delle migliori cose dei Commander Cody, con Benson che ha ancora una ottima voce e poi il sax di Jay Reynolds guida la band che swinga di brutto, la canzone è dello scozzese Paolo Nutini, ma sembra un classico degli anni ’50.

Anche Calling A Day Tonight, scritta da Benson e dalla Shore, che poi la canta deliziosamente. è una canzone retrò di grande fascino, e pure Seven Nights To Rocks, scritta da Moon Mullican, è una vera schioppettata di energia, un altro country boogie dall’energia contagiosa con i vari solisti in bella evidenza. Dublin Blues è una cover di un altro texano doc, Guy Clark, altra ballata dolceamara cantata in modo intenso da Benson, ben supportato dalla Shore, molto brava anche in questa canzone; la Shore poi contribuisce anche il quasi cabaret di una insinuante I Am Blue che ricorda certi pezzi di Mary Coughlan, senza dimenticare Pass The Bottle Around, un nuovo brano di Ray Benson, il classico country blues dall’andatura contagiosa con la band che segue il suo leader alla grande. Non manca un omaggio a Johnny Cash con una bellissima rilettura di Big River, tutta grinta e ritmo, con la Shore che fa la June Carter della situazione, oltre a suonare il violino alla grande, e che poi conferma di essere un vero talento anche nella propria Weary Rambler, altra country ballad  di squisita fattura e molto fascinosa pure la cover di un altro autore contemporaneo come Seth Walker per una bluesata e pigra More Days Like This, sempre cantata con classe dalla bravissima Shore.

Che dire, veramente un gran bel disco, piacevole, garbato e consistente, tra i migliori della discografia degli Asleep At The Wheel.

Bruno Conti

Ancora Meglio Dell’Esordio, Peccato Solo Per La (Scarsa) Durata! Paul Cauthen – Have Mercy EP

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Paul Cauthen – Have Mercy EP – Lightning Rod CD

Paul Cauthen è un texano diverso dal solito. Ex Sons Of Fathers, ha esordito come solista nel 2016 con l’ottimo My Gospel, un album che fin dal titolo lasciava intendere che nel suo background non c’era solo la musica country https://discoclub.myblog.it/2017/01/05/tra-texas-alabama-e-piu-di-uno-sguardo-al-passato-paul-cauthen-my-gospel/ . Infatti My Gospel era una riuscita e stimolante miscela di soul, rock, country e, appunto, gospel, il tutto suonato come se si stesse parlando di un artista proveniente dal Mississippi o dall’Alabama. A meno di due anni di distanza da quel disco, ora Cauthen pubblica questo Have Mercy EP, sette canzoni nuove di zecca che proseguono il discorso musicale intrapreso con My Gospel, direi addirittura migliorandolo. Paul è uno che sa scrivere, ha il senso del ritmo, conosce i classici e si sa circondare di validi musicisti, gente poco nota ma di sostanza, che risponde ai nomi di Beau Patrick Bedford (organo, ed è anche il produttore), Nik Lee (chitarre), Scott Edgar Lee Jr. (basso), Daniel Creamer (piano) e McKenzie Smith (batteria), ed aggiungerei che il nostro è anche in possesso di una bella e profonda voce baritonale.

Have Mercy è quindi un ottimo disco, anche variegato nello stile pur restando molto a Sud della Mason-Dixon Line, e che ha l’unico difetto di durare appena 26 minuti: sarebbe bastato aggiungere tre cover scelte con cura ed avremmo avuto un nuovo album in tutto e per tutto. L’inizio è comunque splendido grazie alla scura ed annerita Everybody Walkin’ This Land, un brano tra gospel e blues nel quale la voce di Paul assomiglia in maniera impressionante a quella di Johnny Cash, ed anche lo stile è assimilabile a quello delle incisioni a sfondo religioso dell’Uomo in Nero, con gli strumenti centellinati e la voce bella forte al centro. Resignation è invece un gustoso brano tra soul e rock, che a differenza della canzone precedente mi ricorda notevolmente l’Elvis Presley dei primi anni settanta, e che voce; Have Mercy è una classica rock song ancora molto seventies, e nuovamente a metà strada tra rock e southern soul, guidata da chitarre, piano ed organo, un suono caldo che profuma di Fame Studios e con un coro femminile che fa tanto Lynyrd Skynyrd.

Lil Son è una splendida ed ariosa western song, quasi da film, ancora con l’influenza di Cash ben presente, anzi credo che sia volutamente citazionista, dal timbro di voce al ritmo (boom-chicka-boom), anche se il songwriting è indubbiamente opera di Paul. Ancora l’Elvis “sudista” con My Cadillac, un rock’n’roll pieno di anima e di ritmo, con un ritornello coinvolgente: il CD sarà anche di corta durata, ma ripeto che la qualità media è superiore al già positivo debutto. Chiudono la fluida Tumbleweed, rock ballad di ampio respiro e cantata al solito in maniera egregia, e la scorrevole In Love With A Fool, uno slow pianistico e romantico, dal delizioso sapore fine anni sessanta ed un raffinato alone pop, che si trova dalle parti dell’ultimo Sturgill Simpson. Sette canzoni scintillanti, che alla fine lasciano un po’ di amaro in bocca in quanto ce ne sarebbe voluta qualcuna in più.

Marco Verdi