Per Il Momento, Il Cofanetto Dell’Anno! Johnny Cash – The Complete Mercury Recordings 1986-1991

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Johnny Cash – The Complete Mercury Recordings 1986-1991 – Mercury/Universal 7CD – 7LP Box Set

Nel 1986 Johnny Cash era senza un contratto discografico, in quanto era stato lasciato a piedi dalla Columbia dopo quasi trent’anni di onorato servizio, trattato come un ferrovecchio solo perché le sue vendite non erano più congrue con gli standard dell’etichetta (nonostante il livello sempre medio-alto dei dischi pubblicati dal nostro anche nella decade in questione, specialmente Rockabilly Blues e Johnny 99, ma anche The Adventures Of Johnny Cash non era affatto male). A nulla era servito l’inatteso successo del debut album degli Highwaymen, supergruppo formato con colleghi che in quel periodo non se la passavano certo meglio come vendite: Cash fu gentilmente accompagnato alla porta come un qualsiasi “has been”. In soccorso del nostro venne però la Mercury, che fu giudicata da Johnny come l’etichetta giusta per ripartire e rilanciarsi, anche se purtroppo l’impresa fallì miseramente, con cinque dischi tanto belli quanto ignorati dal pubblico, al punto che per molto tempo i cinque anni passati presso la label di Chicago sono stati considerati il punto più basso della carriera dell’Uomo In Nero.

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Eppure quei cinque album erano tutti di qualità eccellente, e meritevoli di essere messi al pari dei suoi migliori lavori delle ultime due decadi: a posteriori l’errore di Cash fu forse quello di non voler rischiare più di tanto e di imbastire una sorta di “operazione nostalgia” invece di puntare su un produttore carismatico che lo avrebbe fatto uscire dall’anonimato (cioè quello che in sostanza farà negli anni novanta con Rick Rubin, tornando inaspettatamente in auge), ma anche la Mercury ci mise del suo promuovendo pochissimo l’artista ed in definitiva perdendo presto la fiducia in lui. Oggi quei cinque album (che da tempo erano fuori catalogo) vengono rimessi sul mercato opportunamente rimasterizzati in un piccolo box formato “clamshell” intitolato appunto The Complete Mercury Recordings 1986-1991, una ristampa curata con tutti i crismi dall’esperto Bill Levenson e che aggiunge ai cinque CD già conosciuti due altri dischetti (oltre a qualche bonus track sparsa qua e là): uno è un piacevole “intruso”, mentre il secondo è completamente inedito, anche se non troppo diverso da uno dei cinque originali. Un cofanettino che non esito quindi a definire imperdibile, un po’ per il prezzo contenuto (meno di quaranta euro, mentre la versione in LP è decisamente più costosa) ma soprattutto per la qualità della musica presente, che tende dal buono all’ottimo e rende finalmente giustizia ad un periodo bistrattato della vita artistica del grande countryman (*NDM: esiste anche una versione su singolo CD o doppio LP intitolata Easy Rider con il meglio dai sette album, ma per una volta visto il costo abbordabile mi sento di consigliare senza remore il box). Di seguito dunque una disamina disco per disco.

Class of ’55: Memphis Rock & Roll Homecoming (1986). Ecco l’intruso di cui parlavo prima, un album collettivo in cui Cash divide la scena con Carl Perkins, Jerry Lee Lewis e Roy Orbison, una rimpatriata di artisti che ad inizio carriera incidevano tutti per la mitica Sun Records e sorta di riedizione del Million Dollar Quartet, con Orbison al posto di Elvis Presley (ma nel 1981 c’era stato anche The Survivors, un live album accreditato a Cash, Lewis e Perkins). Class Of ’55 non è un capolavoro, ma un dischetto divertente da parte di quattro leggende in buona forma, suonato in maniera diretta da un manipolo di ottimi sessionmen di varie età, come Gene Chrisman, Bobby Emmons, Marty Stuart, Reggie Young e Jack Clement. Cash è presente come solista in due brani, un pimpante rifacimento di I Will Rock And Roll With You (da lui pubblicata in origine nel 1978) ed un omaggio ad Elvis con We Remember The King, scritta da Paul Kennerley. La sua voce si sente anche nella coinvolgente rilettura collettiva di Waymore’s Blues di Waylon Jennings e nella swingata Rock And Roll (Fais Do-Do), mentre i suoi compagni si difendono egregiamente: Perkins ci mette tutta la grinta possibile nel trascinante rock’n’roll con fiati Birth Of Rock And Roll e poi fa il balladeer nella gospel-oriented Class Of ’55, Orbison fa sé stesso nella ballatona Coming Home e Jerry Lee ondeggia tra country e rock nel classico Sixteen Candles ed in Keep My Motor Running di Randy Bachman. Finale strepitoso con una versione corale di otto minuti di Big Train (From Memphis), scritta l’anno prima da John Fogerty in omaggio ad Elvis ed eseguita con un coro che comprende lo stesso Fogerty, Dave Edmunds, Rick Nelson, June Carter Cash, le Judds ed il leggendario produttore Sun Sam Phillips.

Johnny Cash Is Coming To Town (1987). Il “vero” esordio di Cash per la Mercury, prodotto da Cowboy Jack Clement, è un tipico album anni ottanta del nostro, sulla falsariga di quelli pubblicati per la Columbia: ottimo dal punto di vista musicale ma poco remunerativo per quanto riguarda le vendite. Il brano più noto è indubbiamente la splendida The Night Hank Williams Came To Town, una trascinante country song elettrica caratterizzata dall’immancabile ritmo “boom-chicka-boom” ed uno spettacolare intervento vocale di Waylon Jennings. Tra le altre segnalo grintose riprese di canzoni di Elvis Costello (The Big Light), Merle Travis (la classica Sixteen Tons, proposta “alla Cash”), un doppio Guy Clark (Let Him Roll e Heavy Metal, entrambe ottime) e perfino James Talley con la rockeggiante W. Lee O’Daniel (And The Light Crust Dough Boys), mentre il Cash autore è presente in due occasioni, un luccicante rifacimento di The Ballad Of Barbara e la tipica ma deliziosa I’d Rather Have You.

Water From The Wells Of Home (1988). Visto l’insuccesso del disco precedente Johnny tenta la carta dell’album di duetti, ma le cose non andranno molto meglio. Water From The Wells Of Home è però un lavoro eccellente, con perle come l’iniziale Ballad Of A Teenage Queen, strepitoso rifacimento di un pezzo antico scritto da Clement (che produce ancora l’album) con la partecipazione della figlia di Cash Rosanne e degli Everly Brothers, e That Old Wheel, irresistibile country-rock proposto insieme a Hank Williams Jr., con i due vocioni che si integrano alla grande. Oltre a Rosanne, la famiglia Cash è presente nelle figure del figlio John Carter Cash, che duetta col padre in una coinvolgente rilettura di Call Me The Breeze di J.J. Cale e nella toccante ballata pianistica che intitola l’album, e della moglie June (con Carter Family al seguito) in Where Did We Go Right. Altre gemme sono la bella western song As Long As I Live, con la voce cristallina di Emmylou Harris (nonché i backing vocals di Waylon e signora, cioè Jessi Colter, e la partecipazione dell’autore del brano Roy Acuff), la rockeggiante The Last Of The Drifters, di e con Tom T. Hall, la suggestiva ballata dal sapore irlandese A Croft In Clachan con Glen Campbell, e soprattutto l’inattesa comparsata di Paul McCartney che scrive e canta con Johnny la deliziosa country ballad New Moon Over Jamaica, portandosi dietro la sua band dell’epoca (cioè quella di Flowers In The Dirt e successivo tour).

Come bonus per questo box abbiamo due missaggi alternati di Ballad Of A Teenage Queen e That Old Wheel, praticamente identici agli originali.

Classic Cash – Hall Of Fame Series (1988). Appena quattro mesi dopo l’album precedente Cash pubblica il disco più nostalgico del periodo Mercury: Classic Cash è infatti un lavoro tipico da vecchia gloria, in cui il nostro reincide con un gruppo attuale (ma anche due ex membri della sua antica backing band The Tennessee Three, Bob Wooton e W.S. Holland) venti classici del periodo Sun e Columbia. Un disco elettrico e bellissimo, suonato e cantato in maniera formidabile e forse con l’unico difetto di una produzione un po’ piatta (ad opera dello stesso Cash), che però la rimasterizzazione odierna ha migliorato notevolmente. In pieno 1988 questo non era certo l’album adatto a rilanciare la carriera del nostro, ma di fronte a titoli come Get Rhythm, Tennessee Flat Top Box, A Thing Called Love, I Still Miss Someone, I Walk The Line, Ring Of Fire, Folsom Prison Blues, Cry Cry Cry, Five Feet High And Rising, Sunday Morning Coming Down, Don’t Take Your Guns To Town, Guess Things Happen That Way e I Got Stripes bisogna solo stare zitti ed ascoltare.

Classic Cash – Early Mixes (2020). Questo è il disco “inedito”, nel senso che sono le stesse venti canzoni pubblicate su Classic Cash (ma in ordine diverso), presenti con il missaggio iniziale e non rifinito. I brani sono sempre ovviamente una goduria, e forse ancora più diretti in queste versioni, ma vi consiglio di non ascoltare i due Classic Cash uno di fila all’altro in modo da evitare una certa ripetitività.

Boom Chicka Boom (1990). Album all’epoca poco considerato in quanto privo dei numerosi ospiti di Water From The Wells Of Home (a parte The Jordanaires, gruppo vocale noto per i suoi trascorsi con Elvis), ma tra i migliori del periodo Mercury. Prodotto da Bob Moore, Boom Chicka Boom è un lavoro che fin dal titolo rivela la volontà di Johnny di tornare il più possibile al suo suono originale, ed il risultato finale è davvero ottimo. Puro Cash sound (e totale assenza di ballate), con energiche e convincenti versioni di Cat’s In The Cradle di Harry Chapin (*NDB Di recente rispolverata per la pubblictà di una nota birra) , Hidden Shame ancora di Costello, Family Bible di Willie Nelson, Harley di Michael Martin Murphey ed una strepitosa Veteran’s Day di Tom Russell (all’epoca uscita solo come b-side e presente qui come traccia aggiunta). Ma gli originali di Cash non sono da meno, come l’ironica e trascinante A Backstage Pass e le coinvolgenti Farmer’s Almanac e Don’t Go Near The Water, quest’ultima già incisa dal nostro negli anni settanta. E poi Johnny canta alla grande. Questo è anche il dischetto con più bonus tracks: oltre alla già citata Veteran’s Day abbiamo infatti un’altra b-side (I Shall Be Free), quattro prime versioni di A Backstage Pass, Harley, That’s One You Owe Me e Veteran’s Day, per finire con la scintillante I Draw The Line, un inedito assoluto che poteva benissimo essere incluso nel disco originale.

The Mystery Of Life (1991). Johnny chiude in bellezza il periodo Mercury (ma sempre con vendite deludenti) con quello che forse è il disco migliore dei cinque a parte Classic Cash che però come abbiamo visto si rivolgeva a brani del passato. Ancora con Clement in regia, The Mystery Of Life ci presenta un Cash tirato a lucido che ci delizia con dieci canzoni di notevole portata. L’album inizia con uno strepitoso rifacimento (l’aveva già pubblicata a fine anni settanta) di The Greatest Cowboy Of Them All, magnifica gospel song dotata di un maestoso arrangiamento in stile western. Ci sono altri due brani del passato, due toniche riletture di Hey Porter (appartenente al periodo Sun) e della collaborazione con Bob Dylan di Wanted Man; i nuovi pezzi scritti dal nostro sono I’m An Easy Rider, Beans For Breakfast e Angel And The Badman, uno meglio dell’altro, mentre tra le cover spiccano I’ll Go Somewhere And Sing My Songs Again di Tom T. Hall e The Hobo Song di John Prine, entrambe con la partecipazione dei rispettivi autori. Ed anche la ballata che dà il titolo al disco, scritta da tale Joe Nixon, è decisamente bella. Come bonus abbiamo The Wanderer, ovvero la famosa collaborazione di Johnny con gli U2, forse un po’ fuori contesto qui ma sempre affascinante da ascoltare.

Credo di essermi dilungato un po’, ma era d’uopo riservare il giusto tributo ad uno dei periodi più complicati della carriera di uno dei più grandi musicisti di sempre: The Complete Mercury Recordings 1986-1991 è un cofanetto che non deve mancare in nessuna collezione che si rispetti.

Marco Verdi

Non Solo Una Faccia Tra La Folla: Questo E’ Un Grande Disco! Ben Bostick – Among The Faceless Crowd

ben bostick among the faceless crowd

Ben Bostick – Among The Faceless Crowd – Simply Fantastic Music

Ben Bostick non è soltanto uno dei classici cantautori che popolano il sottobosco della musica a stelle e strisce, è un vero talento: country, folk, Americana, roots? Decidete voi, forse nella sua musica c’è un po’ di tutto questo. Nativo della South Carolina, dopo essere passato dalla California, ora vive ad Atlanta, Georgia, dove lavora e fa musica. Per il momento si arrangia con eventi One Man Band, visto che suona, bene, un po’ di tutto ed è anche la modalità con cui ha inciso in parte questo Among The Faceless Crowd, che ha ricevuto eccellenti riscontri critici, con paragoni allo Springsteen di Nebraska, anche a livello concettuale, ma che tra le sue influenze cita, oltre a Bruce, Johnny Cash, Otis Redding e il chitarrista australiano Tommy Emanuel, dato che è anche un ottimo picker. In effetti nel disco appaiono anche Luke Miller alle tastiere, il bassista Cory Tramontelli e il suo chitarrista abituale, Kyle LaLone alla elettrica nella bellissima The Last Coast, un brano quasi epico, una splendida ballata corale, con un sound dove organo, chitarre arpeggiate e sezione ritmica fanno da apripista all’assolo di LaLone, questo a smentire parzialmente il suono crudo e spoglio di Nebraska, a favore di una musicalità più compiuta, dove la voce di Bostick si eleva maestosa.

Se devo azzardare un paragone personale il tipo di voce di Ben, più che il Boss, mi ricorda moltissimo quella di Eric Andersen, epoca Blue River e seguenti: prendiamo l’iniziale Absolutely Emily, che se vogliamo mantenere il paragone con Springsteen sembra un pezzo di Tunnel Of Love o comunque uno di quelli più intimi e dolci, cantato però con la voce di Andersen, più gentile e carezzevole, sostenuto sempre dall’organo, l’acustica arpeggiata e un supporto ritmico contenuto, il tutto che permette di gustare l’elegante finezza della melodia innato in Bostick. Che non è al primo album, questo è il terzo (oltre ad un mini uscito nel 2016). Le sue canzoni hanno un legame con il sociale, la vita quotidiana non facile del lavoratore comune, negletto e triste, nella quasi desolata Wasting Gas, che timbro vocale a parte, insisto, mi ricorda moltissimo il buon Eric, ci rimanda anche al citato Cash e a Bruce, con l’intervento di un glockenspiel, dell’organo e di una elettrica discreta ma efficace, che poi sfocia in un assolo di armonica quasi commovente, grande musica, date retta.

La scandita, disperata e cruda Working For A Living è la più springsteeniana del lotto… “Something ’bout this math just don’t add up/I’m working for a living, and it’s turning me cold”Sir, don’t make me look like a loser in my baby’s eyes”, su un tappeto sonoro vibrante, con basso, percussioni, organo ed armonica a scandire quella che sembra una sentenza senza appello, e anche I Just Can’t Seem To Get Ahead, con il suo accompagnamento folksy nobilitato da un organo gospel, non sembra voler regalare consolazioni o infondere fiducia nel futuro, perché anche questa è l’America dei nostri tempi, già nell’era pre-covid e oggi ancor di più.

Anche The Thief, di nuovo con glockenspiel ed organo in evidenza, è un grande brano, approccio Johnny Cash via Eric Andersen, con una melodia superba e un testo splendido “I’m a Christian, and I don’t believe it’s right for someone to steal But I’m a man with a family to provide for, that’s the deal…”, molto bella anche Central Valley che racconta della California lontani dalle luci abbaglianti di LA, attraverso solo la voce partecipe ed una acustica arpeggiata. Too Dark To Tell si spinge ancora più a fondo nell’abisso, con accenti alla Woody Guthrie dell’epoca della Grande Depressione, sempre con il picking della acustica danzante di Bostick che tratteggia un acquerello folk di rara efficacia, Untroubled Mind ha un sottofondo religioso con le sue citazioni di Abramo e un accompagnamento meno scarno ed austero, anzi a tratti avvolgente e rigoglioso, nonostante l’argomento, risultando una ennesima canzone sopra la media in un album che ci consegna un grande Cantautore con la C maiuscola. E anche la conclusiva If I Were In A Novel non è per nulla consolatoria, scandita da lunghe note del piano, dall’organo e dal solito glockenspiel, con finale solo voce a cappella che scandisce il verdetto finale di un grande album Not a soul would notice/And none would shed a tear…No witness to the void”.

L’unica nota dolente, al solito, è la scarsa reperibilità del disco, che si può acquistare solo sul sito personale dell’artista (dove si può ascoltarlo) oppure su https://benbostick.bandcamp.com/album/among-the-faceless-crowd , peccato che le spese di spedizione dagli Usa siano comunque proibitive per noi europei: però vale la pena di cercarlò

Bruno Conti

Passeggiando Sulle Strade Polverose Del West. The White Buffalo – On The Widow’s Walk

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The White Buffalo – On The Widow’s Walk – Snakefarm/Universal Record – CD – LP 29-05Download 17-04

Bisogna riconoscerlo, questo ragazzone non sbaglia un colpo. Stiamo parlando di Jake Smith a.k.a. The White Buffalo, che con Matt Lynott alla batteria, e Christopher Hoffee alle chitarre e basso, danno vita e voce alla formazione dei Jelly Crew. Storia singolare e direi anche fortunata, quella di questo musicista californiano che, pur essendo in circolazione da circa una ventina d’anni, deve la visibilità e un relativo successo dalla ribalta offerta (come già detto in altre occasioni) dalla serie televisiva Sons Of Anarchy e dalla relativa colonna sonora, che ha permesso al buon Jake Smith di allargare di molto il bacino del suo pubblico e di suonare davanti a platee sempre più ampie e sparse nel mondo, anche nel nostro paese (era pure in programma un concerto all’Alcatraz di Milano, rinviato per il Covid).

A partire dall’EP Prepare For Black & Blue (10) e Once Upon A Time In The West (12), il percorso è proseguito regolarmente con Shadows, Greys & Evil Ways (13), Love & The Death Of Damnation (15), e a distanza di tre anni dall’ultimo lavoro Darkest Darks, Lightest Lights (17) https://discoclub.myblog.it/2017/10/23/ancora-sulle-strade-della-california-white-buffalo-darkest-darks-lightest-lights/ , continuano il loro progetto artistico con questo settimo lavoro On The Widow’s Walk, composto da undici brani per una quarantina di minuti di sano “folk-rock” all’americana, con la produzione affidata all’amico e collega Shooter Jennings che suona anche pianoforte e tastiere, con la particolarità che il tutto è stato registrato in presa diretta nell’arco di una sola settimana.

On The Widow’s Walk (come alcuni lavori precedenti) è una sorta di “concept-album” che si apre con la geniale e bella Problem Solution, che parte in modo energico con la voce calda e baritonale di Jake, per poi cambiare ritmo con l’ingresso del pianoforte di Jennings e diventare più pacata, mentre la seguente The Drifter è costruita sugli stilemi della classica ballatona “country”, per poi cambiare di nuovo ritmo con la batteria cadenzata di No History, un brano che ricorda il miglior Steve Earle, e passare ad una canzone da cantautore classico come Sycamore, con un “sound” lento e ricco di “pathos”.

Si riparte con il folk crepuscolare di Come On Shorty (chissà perche la mente corre al Cat Stevens prima della conversione islamica ?), per poi dimostrare che sotto la barba e un “corpaccione” c’è un cuore tenero, nella ballata più bella del disco, una delicata e malinconica Cursive, costruita intorno al piano del produttore e la voce incredibile di Smith. Come da prassi subito dopo si passa alle accelerazioni rock (alla Counting Crows) di Faster Than Fire, mentre la “title track” Widow’s Walk è un perfetto pezzo radiofonico da sentire e risentire sulle strade assolate californiane.

La successiva River Of Love And Loss è una canzone scarna e inquietante, con la voce profonda di Jake che segue le note di una chitarra e in sottofondo il lamento di un violino, un insieme che trasmette un senso di dolore, seguita da una meravigliosa e cinematografica The Rapture, dai ritmi “dark” e oscuri con un crescendo di “ululati” da parte del buon Smith, e andare infine a chiudere con un’altra tenera ballata I Dont’t Know A Thing About Love, guidata dal pianoforte, archi e violino, il modo migliore per chiudere un lavoro splendido, dove si può trovare folk, blues, country, rock stradaiolo, suoni vari e tanto altro ancora. Mi viene colpevolmente il dubbio che i White Buffalo (un moniker perfetto), senza il colpo di “fortuna” citato all’inizio avrebbero continuato il loro percorso da “country hobosper percorrere in lungo e in largo gli States come una band tra tante (quindi un tipico caso di “sliding doors”), invece di diventare un gruppo essenziale, soprattutto nella persona del loro leader, un autore e narratore di spessore, un gigante dall’animo sensibile, che narra storie di vita vissuta, di perdenti, dell’America ben raccontata da Jack Kerouac (delinquenti, ubriaconi, reduci di guerra) senza mai perdere un briciolo di dignità.

On The Widow’s Walk è merito dell’accoppiata perfetta White Buffalo e Shooter Jennings (il “compagno di merende” ideale anche per i prossimi lavori), con l’apporto dei Jelly Crew, un lavoro dove domina la voce di Jake Smith un incrocio tra Eddie Vedder e Johnny Cash (baritonale intensa e calda), insomma il disco giusto per scappare dal periodo che stiamo vivendo.Imperdibile per tutti i “Bikers”, per le atmosfere alla Easy Rider, ma anche per gli amanti della musica “Americana”. *NDT Dopo alcuni rinvii, finalmente il disco esce in formato fisico venerdì 29 Maggio, prima era disponibile solo per il download.

Tino Montanari

 

Un “Gioiello” Di Concerto! Ruthie Foster Big Band – Live At The Paramount

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Ruthie Foster Big Band – Live At The Paramount – Blue Corn Music CD

Sebbene sia in circolazione dal lontano 1997, allora con un esordio autogestito Full Circle, questa signora (abituale cliente del blog) https://discoclub.myblog.it/2014/09/18/promesse-mantenute-sempre-piu-brava-ruthie-foster-promise-of-brand-new-day/ , dopo il notevole Live At Antone’s (11), è solo alla seconda performance discografica dal vivo, che conferma il carisma di questa brava cantante afro-americana, che nel vecchio Texas è considerata una autentica “star”. Live At The Paramount è stato registrato nello storico ultracentenario teatro di Austin, dove il 26 Gennaio dello scorso anno la Foster si è portata sul palco una Big Band, formata da una nutrita sezione fiati da 10 elementi e da 3 coriste, diretta da John Miller, con in più con l’apporto dei suoi abituali musicisti di riferimento alle chitarre, tastiere, batteria e basso, e con le belle orchestrazioni e la produzione del noto John Beasley (Miles Davis e Steely Dan fra i tanti).

La serata si apre con l’introduzione fatta dalla giovane figlia di Ruthie, che poi apre con il gospel Brand New Day (lo trovate su Promise Of A Brand New Day (14) cantata in coppia con Me’shell Ndegeoncello), in una versione inizialmente a “cappella” che poi si apre alla sezione fiati e al coro, seguita dal classico Memphis Soul di una Might Not Be Right (sempre dal medesimo album), scritta assieme alla leggenda Stax William Bell, per poi sorprendere il pubblico in sala reinventando la famosa Ring Of Fire del grande Johnny Cash (da Let It Burn (12), in un fuoco lento che sfiora il blues e che ricorda anche le calde atmosfere “smooth” della nigeriana Sade o di Roberta Flack.

Dopo applausi convinti dalla platea si riparte con l’energica Stone Love (era il brano iniziale di The Truth According To Ruthie Foster(08), che inizia con un piano “jazz”, poi entra la sezione fiati e la canzone si trasforma in un burrascoso suono Motown, segue l’omaggio a Delaney & Bonnie Bramlett con una The Ghetto, sempre dal saccheggiato Promise Of A Brand New Day, una lenta ballata solo chitarra e voce (e che voce) che ammalia il pubblico in sala, per poi continuare il viaggio rispolverando da un album poco considerato come Stages (04), il tradizionale Death Came A Knockin’ (Travelin’ Shoes) con un canto leggermente “gospel” dove il tratto distintivo sono le coriste in sottofondo, mentre il mid-tempo di Singin’ The Blues (indovinate dove lo trovate), si evidenzia ancora una volta il bel canto di Ruthie.

Arrivati a questo punto del concerto, è giusto riconoscere che la presenza della “Big Band” non ha allontanato la Foster dai brani di classico stampo blues/jazz, e la dimostrazione viene da una Runaway Soul che culmina con un superbo duetto tra Ruthie e il sassofonista Joey Calaruso, seguita da una bella Woke Up This Morning, che inizia in modo sommesso, poi la band entra nella canzone con cambiamenti di tono e ritmo, per un arrangiamento da gospel “moderno”, mentre Joy Comes Back (17) dall’ultimo album in studio, in questa versione “Big Easy” ci fa respirare l’aria antica delle strade di New Orleans. La coda finale del concerto riserva dei classici senza tempo, a partire da una Phenomenal Woman, uscita dai solchi di The Phenomenal Ruthie Foster (06), una struggente ballata modellata sulla poesia di Maya Angelou e con questa interpretazione di Ruthie certamente lo spirito della mitica Aretha aleggia in sala, riservando infine le ultime due tracce a due “covers” intriganti come una raffinata rivisitazione di Fly Me To The Moon, dove sembra di sentire una “Sinatra” in gonnella, e andare a chiudere un concerto magnifico con Mack The Knife, canzone simbolo del dramma teatrale L’Opera Da Tre Soldi di Brecht e Weill (da cercare assolutamente la versione di Ella Fitzgerald), dove la Big Band che accompagna la Foster in questo concerto, evoca nell’ascoltatore una musicalità che rimanda all’arrangiatore, direttore d’orchestra e compositore Nelson Riddle (tra i suoi numerosi clienti troviamo Frank Sinatra, Ella Fitzgerald e Nat King Cole). Sipario, ovazione e applausi rivolti a tutti i componenti saliti sul palco del Paramount Theater.

Da anni Ruthie Foster è ormai un nome consolidato nel panorama musicale, un’artista che da tempo questo blog (il sottoscritto e l’amico Bruno in particolare) segue con affetto e attenzione, proponendosi con un suo “songwriting” specifico che pesca dalla tradizione afro-americana, coniugando le tradizioni gospel e blues con influssi rhythm and blues, alzando di volta in volta sempre la famosa asticella. Ebbene stavolta Ruthie “Cecelia” Foster ci ha voluto sorprendere e spiazzare incidendo questo sublime Live At The Paramount, facendosi accompagnare da una seducente Big Band (non tutti sono a conoscenza del fatto che Ruthie ha iniziato come cantante di una grande band sulla nave della Marina Pride), dimostrando che ormai è degna di entrare nell’Olimpo delle grandi.

NDT: E’ superfluo aggiungere che, per chi scrive, sin d’ora si candida a miglior Live dell’anno!

Tino Montanari

Ecco Cosa Mancava: Un Bel Live Dei Dead! Grateful Dead – June 1976

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Grateful Dead – June 1976 – Rhino/Warner/Grateful Dead Records 15CD Box Set

Quando conclusero il loro tour autunnale del 1974, i Grateful Dead sembravano una band sul punto di sciogliersi a causa di qualche frizione interna e all’apparente scelta dei due membri principali Jerry Garcia e Bob Weir di privilegiare le rispettive carriere soliste. L’ipotesi di una band in dismissione prese poi ulteriore corpo nel 1975, quando nonostante la pubblicazione dell’album Blues For Allah i nostri suonarono solo quattro concerti in tutto l’anno, cosa inaudita per un gruppo che aveva fatto della frequente attività live uno dei suoi punti di forza. Nel 1976 fortunatamente le divergenze si appianarono, ed i sette (oltre a Garcia e Weir, i coniugi Keith e Donna Jean Godchaux, il bassista Phil Lesh ed il batterista Bill Kreutzmann, ai quali si ricongiunse l’altro drummer Mickey Hart dopo cinque anni d’assenza) ripresero a girare l’America con una nuova tournée che prese il via nel mese di giugno, e che riconsegnò ai fans una band tirata a lucido ed in grande forma: il ’76 non è unanimamente considerato uno degli anni “top” per i Dead, e questo in parte è dovuto al live uscito quell’anno, Steal Your Face, un disco che ritraeva un gruppo stanco e svogliato e per di più con un suono ed un missaggio pessimi (tanto che i nostri quando pubblicarono nel 2004 il box riepilogativo Beyond Description lo ignorarono bellamente, in pratica rinnegandolo), ma non tutti sanno che i concerti dai quali era tratto quel doppio album erano quelli finali del 1974.

Oggi invece la parte iniziale di quel “reunion tour” è documentata in questo cofanetto nuovo di zecca intitolato semplicemente June 1976, che comprende cinque concerti completi in quindici dischetti complessivi (questa volta non c’è nessuna versione “ridotta” in tre CD come è successo per altri box del recente passato) e che, e questo la dice lunga sulle priorità degli ascoltatori americani in tempi di coronavirus, non è andato esaurito quasi subito come sempre ma è ancora disponibile sul sito del gruppo. Il box si presenta molto bene, con un elegante confezione delle dimensioni di un libro (diciamo di quelli spessi, di 700/800 pagine) con apertura a scrigno ed all’interno un bel booklet ed i cinque concerti separati tra loro in altrettanti digipak; le cose però più importanti sono la performance, che è davvero notevole ed in crescendo (infatti gli ultimi due concerti sono i migliori), e la qualità di registrazione che è perfetta, come capita d’altronde ogni volta che esce un prodotto dei Dead targato Rhino. Non siamo ai livelli del biennio 1971-1972, nei quali Garcia e soci diedero il loro meglio sul palco, ma non siamo neppure troppo lontani: ecco dunque qui di seguito una rapida disamina serata per serata.

CD 1-3: Boston Music Hall, Boston (10/6/76). Inizio a tutto rock’n’roll con Promised Land di Chuck Berry, che vede Garcia subito in partita (ma anche Godchaux, solitamente un po’ bistrattato dalla critica, mostra di essere in gran forma con un assolo strepitoso), poi i nostri esplorano alcune delle pagine migliori del loro songbook come le splendide Sugaree e Brown-Eyed Women, le ballate Row Jimmy e Looks Like Rain e la chicca Mission In The Rain, brano del repertorio solista di Jerry che diventerà un classico delle esibizioni future della Jerry Garcia Band ma che i Dead suoneranno solo in questa porzione di tour. L’highlight della seconda parte è lo streordinario medley che apriva Blues For Allah (Help On The Way/Slipknot/Franklin’s Tower), mentre il finale è appannaggio di una Playing In The Band di un quarto d’ora (con un intermezzo di pura psichedelia), una discreta Dancing In The Street di Martha & The Vandellas e ancora ottimo rock’n’roll con U.S. Blues.

CD 4-6: Boston Music Hall, Boston (11/6/76). Secondo show consecutivo a Boston, che parte con una pimpante Might As Well e che presenta altri classici come Tennessee Jed, Scarlet Begonias, le bellissime ballate It Must Have Been The Roses e Ship Of Fools, mentre Brown-Eyed Women è sempre un piacere ascoltarla. Weir è più in palla della sera prima, e lo dimostra soprattutto con due solide rese di Cassidy e Looks Like Rain, oltre che con una buona cover della hit di Merle Haggard Mama Tried. C’è anche una concessione ai sixties con la classica St. Stephen, ed una parte finale sontusa nella quale spiccano la trascinante Sugar Magnolia, i magistrali tredici minuti di Eyes Of The World, una canzone che dal vivo è sempre stata tra le mie preferite per quanto riguarda i Dead, ed il finale travolgente di Johnny B. Goode, con Jerry che dà spettacolo alla sei corde.

CD 7-9: Beacon Theatre, New York (14/6/76). La prima parte della scaletta è simile a quelle di Boston, con ottime rese dell’iniziale Cold Rain And Snow (versione splendida), Row Jimmy, Tennessee Jed ed una vigorosa cover di Big River di Johnny Cash. Nel prosieguo troviamo la bella The Wheel ed una notevole High Time di dieci minuti, subito seguita dall’altrettanto riuscita Crazy Fingers. Finale con il country-rock psichedelico di Cosmic Charlie, il medley di Blues For Allah ancora meglio di quello della prima serata e la solita trascinante conclusione con l’uno-due Around And Around (di nuovo Berry) e U.S. Blues.

CD 10-12: Beacon Theatre, New York (15/6/76). Nonostante i non particolari stravolgimenti nella setlist (a parte le “nuove” Let It Grow e Not Fade Away) e l’inclusione della soporifera Stella Blue (forse il brano più noioso del binomio Garcia-Hunter), questo show è il migliore del cofanetto, una di quelle serate magiche che hanno fatto dei Dead la band leggendaria che sono, e che supera di una leggera attaccatura il seguente per merito di una sequenza finale da urlo. Qui troviamo versioni magistrali di Promised Land, Sugaree, It Must Have Been The Roses, Tennessee Jed, St. Stephen e Friend Of The Devil, con un Garcia scatenato ottimamente seguito dai suoi compagni, Godchaux in testa (a differenza della moglie che, cosa che ho sempre pensato, si conferma un corpo estraneo al gruppo). Il finale come ho già detto è una goduria, con una sequenza micidiale formata da The Wheel, Sugar Magnolia, Scarlet Begonias, Sunshine Daydream e Johnny B. Goode.

CD 13-15: Capitol Theatre, Passaic (19/6/76). Altro concerto super, nel luogo che da lì a due anni vedrà Bruce Springsteen costruire parte della sua fama di straordinario performer dal vivo. Il medley Help On The Way/Slipknot/Franklin’s Tower stavolta è posto in apertura di serata, mentre gli altri highlights sono le “solite” Brown-Eyed Women, Tennessee Jed, la migliore Might As Well del box ed una superba Playing In The Band di diciannove minuti (con una parte centrale “acida” che ci riporta per un attimo ai tempi di Live/Dead). Nel finale troviamo due brani suonati solo in questo show (rispetto al resto del cofanetto, non del tour), e cioè il coinvolgente rock’n’roll di Weir One More Saturday Night ed una sontuosa Goin’ Down The Road Feeling Bad che rasenta la perfezione.

Un box quindi di livello eccelso questo June 1976, ed il fatto che alcune delle 12.000 copie totali siano ancora disponibili potrebbe rappresentare una ghiotta tentazione.

Marco Verdi

Folk Elegante E Classico, Begli Intrecci Vocali, Da Sentire. The Other Favorites – Live In London

the other favorites live in london

The Other Favorites – Live In London – Last Triumph   

The Other Favorites sono un duo folk basato a Brooklyn, New York, formato da Josh Turner (che cura anche la parte tecnica delle registrazioni) e Carson McKee, autori di un paio di album autogestiti, e molto popolari su YouTube, tanto che questo Live In London, registrato il 20/8/2019 alla Bush Hall di Londra, è integralmente disponibile anche in video gratuito, appunto su YouTube. Se però siete amanti del supporto fisico il concerto è stato pubblicato pure in CD. I due sono entrambi eccellenti chitarristi e le loro armonizzazioni vocali sono godibilissime nei vari brani, che sono un giusto mix di composizioni originali e cover molto celebri o inconsuete. Turner in particolare ha portato in Tour anche uno spettacolo basato su Graceland di Paul Simon, e in passato aveva già lavorato anche sul repertorio di Simon & Garfunkel, che come si intuisce facilmente sono tra le maggiori influenze a livello stilistico degli Other Favorites: nel 2019 Turner ha anche pubblicato il suo primo album solista As Good A Place As Any. In due brani dell’album appaiono anche le brave vocalist Reina Del Cid e Toni Lindgren, entrambe provenienti dal Minnesota, che si esibiscono insieme e spesso anche con Turner e McKee, anche loro appassionate di Simon & Garfunkel.

A questo punto vi aspetterete che tra le cover del CD ci sia qualche brano di Simon, e invece troviamo una sorprendente rilettura in chiave country-bluegrass della splendida 1952 Vincent Black Lightning di Richard Thompson con Mckee che passa al banjo, per intricati interscambi strumentali con il pard,  Don’t Think Twice, It’s Alright di Dylan è abbastanza fedele all’originale, benché più suadente di quella di Bob, con Turner che è sempre la voce solista, con il suo timbro caldo e carezzevole su cui si innestano comunque le armonizzazioni dei due. The Tennesse Waltz è un classico della musica country ed è uno dei due pezzi dove appaiono la Del Cid e la Lindgren che elevano ulteriormente la qualità vocale della esibizione, con Reina che ha un timbro vocale veramente squisito, mentre The Parting Glass è un brano tradizionale irlandese cantato a cappella che alcune volte è apparso anche nel repertorio live di Ed Sheeran.

Non manca neppure una vibrante versione di Folsom Prison Blues di Johnny Cash, sempre con in evidenza la risonante voce di Joshua Turner che invece fisicamente ricorda Marcus Mumford, e per completare le cover, come ultimo brano arriva una sorta di competizione tra i quattro in una frenetica versione bluegrass di Dooley dei non dimenticati (?) Dillards. Anche il materiale originale non è affatto male: l’intricato strumentale iniziale di MKee confluisce nella delicata Angelina, mentre la mossa Solid Ground mi ha ricordato molto le prime e migliori canzoni più acustiche degli America, The Ballad of John McCrae è, ehm, una intensa ballata, inserita nella grande tradizione del country-folk, con intrecci ed interscambi vocali e strumentali tra i due veramente interessanti. Flawed Recording è più dolce e sognante, ma sempre godibile, con The Levee, l’ultimo brano originale, che è una incantevole canzone di stampo cantautorale. Nell’insieme un disco molto piacevole, se vi piacciono i Milk Carton Kids, magari meno raffinati e complessi e comunque quel tipo di folk elegante e classico questi The Other Favorites potrebbero fare per voi.

Bruno Conti

Un Altro Doppio CD Dal Vivo Formidabile Per Il Musicista Irlandese! Christy Moore – Magic Nights

christy moore magic nights

Christy Moore – Magic Nights  – 2 CD Yellow Furze Ltd./Columbia Sony Music Ireland

Vorrei  proporre di renderli fissi per decreto istituzionale (tanto in Italia siamo abituati), ogni due anni, all’incirca in questo periodo, un bel doppio CD dal vivo di Christy Moore:  soprattutto se sono sempre così belli, l’ultimo Magic Nights poi mi pare addirittura migliore del pur splendido On The Road, uscito sul finire del 2017 https://discoclub.myblog.it/2018/01/14/supplemento-della-domenica-forse-il-miglior-disco-ufficiale-dal-vivo-del-2017-christy-moore-on-the-road/ . Lo stesso Christy racconta che dopo il successo della precedente raccolta di registrazioni Live, la Columbia irlandese gli ha suggerito di approntare un seguito, e lui certo non si è fatto pregare, visto che, come fanno anche altri artisti, in pratica registra ogni concerto (se per caso vi eravate persi il primo doppio dal vivo la Sony ha pubblicato un bel cofanetto quadruplo che raccoglie entrambi gli album).

Quindi insieme al suo produttore Jimmy Higgins e all’ingegnere del suono David Meade sono andati a setacciare gli archivi e hanno scelto altre ventisei perle dal suo immenso repertorio, prese da diverse locations e annate. Nei vari brani si alternano i musicisti che ormai accompagnano, più o meno abitualmente, Moore: il grande Declan Sinnott, chitarre e voce, il citato produttore Jimmy Higgins a percussioni , tastiere, e voce di supporto, Cathal Hayden, al violino, banjo e viola, Mairtin O’Connor alla fisarmonica, Seamie O’Dowd , chitarra, armonica e voce, e Vickie Keating alle armonie vocali, manca solo questa volta il figlio di Christy Andy Moore rispetto al disco precedente. Nella scelta dei brani è drasticamente calata la quota di composizioni dello stesso Moore, solo due brani originali, oltre ai suoi arrangiamenti di quattro, più o meno celebri, brani tradizionali, ma la qualità rimane elevatissima: dall’iniziale Magic Nights In The Lobby Bar, registrata alla Opera House di Cork, una emozionante cavalcata sui ricordi di centinaia di notti passate a suonare la propria musica, dai tempi dei Planxty e dei Moving Hearts, sino ai giorni nostri, sulle ali della fisarmonica di O’Connor e del violino di Hayden, cullati dalla splendida voce di Christy.

Dal INEC Killarney di Kerry e con gli stessi musicisti, proviene Matty, un brano che scatena affettuosi ricordi della vecchia nonna di Moore e dei suoi racconti. Sonny’s Dreams, di Ron Hynes, uno dei tanti autori non notissimi che si alternano nei diversi pezzi, viene dalla serata alla Royal Symphony Hall di Birmingham, e prevede solo l’accompagnamento di Declan Sinnott alla slide acustica, una di quelle ballate struggenti in cui il nostro è maestro; senza stare a fare un resoconto dettagliato delle varie canzoni vi segnalo solo le più interessanti. Per esempio una magnifica versione di A Pair Of Brown Eyes, dei Pogues di Shane MacGowan, un brano raramente eseguito in concerto, perché, pur essendo uno dei suoi preferiti da cantare, come dice Moore richiede “una certa aria” e quella sera nel famoso locale di Vicar Street a Dublino evidentemente la si respirava; molto belle anche la malinconica Ringing That Bell e la squisita e corale Sail On Jimmy, la drammatica e recente Burning Times, che racconta del crudele omicidio avvenuto nell’aprile del 2019 della giornalista Lyra McKee, durante gli scontri In Irlanda, un brano ad alto contenuto emotivo, versione intensissima con il controcanto toccante di Vickie Keating, la mossa e trascinante The Tuam Beat che fa risalire le sue origini ai tempi dei Planxty, Back Home In Derry che narra le vicende di Bobby Sands nei suoi duri anni di prigionia.

Rosalita And Jack Campbell che sembra un brano della tradizione folk americana, la vedrei bene cantata da Springsteen o Tom Russell, una superba Motherland di Natalie Merchant, cantata durante il soundcheck a Liverpool. Sempre da Vicar Street, improvvisata all’impronta, una emozionante ed avvolgente Before The Deluge di Jackson Browne, con un superbo Declan Sinnott all’elettrica, una rarissima, ma non per questo meno suggestiva, versione di Cry Like A Man di Dan Penn, la divertente The Reel In The Flickering Light, e ancora una delle sue murder song più intense come Veronica, un’altra richiesta speciale nel concerto a Vicar Street, la drinking song Johnny Jump Up, una occasione per cazzeggiare con il pubblico. Anche uno dei brani più “antichi” del repertorio di Christy, come il  coinvolgente traditional Tippin’ It Up To Nancy, e sempre dal lontano passato proviene la toccante Only Our Rivers Run Free, una canzone che era sul primo album dei Planxty, qui impreziosita dal lavoro del violino di Cathal Hayden.

E a proposito di canzoni emozionanti ,sublime la versione di una canzone Hurt, scritta da Trent Reznor dei Nine Inch Nails, ma che tutti accostano ormai a Johnny Cash, con il cantante irlandese che la rende propria in modo naturale, grazie anche alla seconda voce incantevole di Vickie Keating,  in conclusione, cantata a cappella, solo con l’aiuto del bodrhan, troviamo un’altra canzone del repertorio dei Planxty come The Well Below The Valley e infine Mandolin Mountain, un brano di Tony Small, altro emergente autore irlandese , inserita di recente nel repertorio di Moore, ulteriore squisito esempio dell’immensa classe del folksinger irlandese, uno dei più grandi musicisti della scena mondiale, veramente una voce per tutte le stagioni.

Bruno Conti

L’Ideale Completamento Dell’Ultimo Bootleg Series…Per Pochi Eletti! Bob Dylan – 50th Anniversary Collection: 1969

bob dylan 50th anniversary collection 1969

bob dylan 50th anniversary collection 1969 back

Bob Dylan – 50th Anniversary Collection: 1969 – Sony 2CD

Nel Dicembre del 2012 la Sony mise in vendita senza alcun battage pubblicitario, e solo in pochi selezionati negozi inglesi, The 50th Anniversary Collection, un quadruplo CD intestato a Bob Dylan che comprendeva tutte le sessions inedite del grande cantautore avvenute nel 1962, una mossa più legale che commerciale atta ad estendere il copyright di quelle incisioni che in Europa scade dopo appunto 50 anni. La collezione era disponibile in sole 100 copie che quindi andarono esaurite molto presto con disappunto della maggioranza dei fans dylaniani (e chiaramente le versioni pirata proliferarono), e la Sony ripetè l’operazione nel 2013 (per il 1963, ancora 100 copie stavolta in sei LP) e per il 2014 (riguardante il 1964, con un box di nove vinili) aggiungendo anche le registrazioni live del periodo presenti nei suoi archivi. Il biennio 1965-66 venne sistemato stavolta su scala un po’ più larga con la versione “Big Blue” del dodicesimo episodio delle Bootleg Series, The Cutting Edge (ed i concerti dal vivo del 1965 vennero regalati dalla Sony sotto forma di files audio a tutti gli acquirenti del costoso cofanetto) e con il box uscito nel 2016 inerente alla tournée del 1966. Niente nel 2017 (ma le sessions di John Wesley Harding non erano mai circolate neppure a livello di bootleg, e comunque sono state sistemate lo scorso Novembre con il Bootleg Series numero 15, Travelin’ Thruhttps://discoclub.myblog.it/2019/11/06/cofanetti-autunno-inverno-6-cerano-una-volta-un-menestrello-ed-un-uomo-vestito-di-nerobob-dylan-feat-johnny-cash-travelin-thru-bootleg-series-vol-15/ e nel 2018 (anche perché i Basement Tapes completi erano già usciti nel 2014), ma nel Dicembre appena passato la Sony ha colpito ancora, vendendo un doppio CD risalente al 1969 solo sul sito badlands.co.uk (e pare solo in 50 copie!), con il risultato di esaurire la proposta in un minuto circa.

Si sapeva che Travelin’ Thru, incentrato in gran parte sulle sessions di Dylan con Johnny Cash, non conteneva tutto il materiale inciso nel ’69 (così come non era completo il decimo Bootleg Series Another Self Portait, che si occupava del periodo 1969-71), ma sinceramente non avrei pensato che la casa discografica di Bob avrebbe agito in questo modo poco più di un mese dopo l’uscita del triplo cofanetto. 50th Anniversary Collection: 1969 contiene quindi tutto ciò che giaceva ancora negli archivi della Columbia riguardo all’anno in questione e, giusto per mettermi al sicuro da rabbia ed invidia di dylaniani che, a ragione, non vogliono spendere cifre folli per accaparrarsene una copia su Ebay, devo ammettere che questo doppio CD pur essendo decisamente interessante non aggiunge granché al materiale di Travelin’ Thru, essendo incentrato in gran parte su versioni inferiori dei brani pubblicati a Novembre (alcune takes durano meno di un minuto), a parte un unico inedito assoluto che vedremo tra poco. Il primo CD si apre con 16 brani tratti dalle sessions di Nashville Skyline, a cominciare da cinque takes consecutive di To Be Alone With You, tutte con il piano in evidenza e con Bob che prova anche soluzioni ritmiche diverse; dopo un paio di versioni di One More Night (la prima di appena 31 secondi, la seconda molto simile a quella pubblicata) abbiamo ben sei takes della splendida Lay, Lady, Lay, cinque delle quali con l’organo di Bob Wilson a sostituire la steel di Pete Drake, che compare nell’ultima versione (e poi anche in quella finita sul disco originale). In mezzo, una brevissima Peggy Day e due Tell Me That It Isn’t True, la prima delle quali dal tempo molto più veloce di quella conosciuta.

Le sessions con Cash (e la sua band, compreso Carl Perkins alla solista) iniziano con quattro diverse One Too Many Mornings (la prima è un rehearsal di quasi otto minuti, non imperdibile), seguito da ben sei I Still Miss Someone (due prove più quattro takes, l’ultima delle quali molto bella) e da un brave accenno al medley Don’t Think Twice, It’s All Right/Understand Your Man. Il secondo dischetto parte con le ultime sessions inedite con l’Uomo In Nero: a parte un’altra One Too Many Mornings e due ulteriori I Still Miss Someone troviamo quasi solo brani di Cash (Big River, I Walk The Line, Ring Of Fire e tre takes di I Guess Things Happen That Way), un frammento di Waiting For A Train di Jimmie Rodgers e due coinvolgenti riletture di Matchbox di Perkins, la seconda delle quali non inferiore a quella pubblicata su Travelin’ Thru. I restanti pezzi, che riguardano le prime sessions di Self Portrait, iniziano con la vera chicca del doppio album, cioè Running, una canzone originale di Dylan mai pubblicata prima ufficialmente, un saltellante brano a metà tra country e blues che forse non è niente di innovativo ma su Self Portrait ci poteva stare eccome. Chiusura con una take alternativa di Take A Message To Mary, due riprese non esaltanti dell’evergreen Blue Moon ed un’altra Ring Of Fire (senza Cash), con la melodia completamente riarrangiata alla maniera del nostro.

Quindi con questo vero e proprio oggetto per collezionisti il 1969 di Bob Dylan dovrebbe essere a posto, ma mi aspetto che quest’anno la Sony ripeta l’operazione per il 1970, che riserva ancora diversi inediti tra Self Portrait e New Morning, ma soprattutto le sessions complete con George Harrison.

Marco Verdi

La Più Grande Famiglia Musicale Di Sempre…Ulteriormente Allargata! The Carter Family – Across Generations

carter family across generations

The Carter Family – Across Generations – Reviver Legacy CD

Non sono mai stato un grande estimatore di John Carter Cash, unico figlio di Johnny Cash e June Carter, anche se devo dire che negli ultimi anni ha intrapreso una solida carriera di produttore (tra i suoi migliori lavori in tal senso ci sono gli ultimi album di Loretta Lynn): d’altronde quando sei un discendente di due delle più grandi famiglie musicali, i Cash e soprattutto la Carter Family, prima o poi i tuoi cromosomi vengono fuori. Il nuovo progetto a cui ha lavorato John riguarda proprio la Carter Family, mitica dinastia di musicisti che ha influenzato centinaia di artisti di matrice country, folk, gospel e bluegrass, una leggenda nata in Virginia alla fine degli anni venti su iniziativa di A.P. Carter, della moglie Sara Carter e della sorella di lei Maybelle Carter, e che ci ha lasciato canzoni indimenticabili del calibro di Will The Circle Be Unbroken, Wildwood Flower, Keep On The Sunny Side, Wabash Cannonball, Worried Man Blues e molte altre, arrivando fino ai giorni nostri con la quarta generazione.

Sto parlando nello specifico di Across Generations, un disco molto particolare in cui John ha messo insieme in maniera mirabile diverse generazioni di Carter (arrivando perfino ad aggiungerne una quinta), partendo da alcune incisioni inedite dei primi anni sessanta da parte della madre June insieme alle sorelle Anita ed Helen Carter (tutte figlie di Maybelle), alle quali ha aggiunto parti vocali e strumentali sia edite che inedite (alcune incise ex novo con l’aiuto della sorellastra Carlene Carter e di Dale Jett, figlio di Janette Carter che era a sua volta figlia di A.P. e Sara). Io di solito non impazzisco per i dischi costruiti “in laboratorio”, anche se ci sono valide eccezioni come quando è l’artista stesso a chiederlo ai suoi discendenti (penso all’ultimo album postumo di Leonard Cohen o all’analoga operazione del 2015 con protagonista Pops Staples), ma qui è stato fatto un lavoro stupendo, pieno di amore e rispetto per i capostipiti della famiglia Carter ma con uno sguardo verso presente e futuro. Across Generations presenta dodici tracce che si dividono tra country, folk e gospel, e John ha deciso giustamente di privilegiare le voci e di rivestirle con arrangiamenti sobri e strumentazioni essenziali (chitarre acustiche, autoharp e qualche volta il contrabbasso, ma niente batteria), con incisioni antiche e moderne che vedono suonare insieme tra gli altri Norman Blake, Dave Roe, Carlene Carter, Johnny Cash e lo stesso John Carter.

E poi ovviamente ci sono le voci, le vere protagoniste del CD, una miscellanea splendida che parte da Sara e Maybelle per finire con nipoti e pronipoti, allargando il tributo anche ai Cash: troviamo infatti anche discendenti meno noti (o proprio sconosciuti) delle due famiglie come Tiffany Anastasia Lowe (figlia di Carlene), David Carter Jones, Jack Ezra Cash, Danny Carter Jones, Lorrie Carter Bennet e moltissimi altri. L’album è bellissimo, si ascolta tutto d’un fiato e giunti alla fine viene voglia di rimetterlo subito da capo: dopo l’iniziale Farther On, un brano tradizionale in cui la voce della fondatrice Sara Carter si fonde con quella del già citato Dale Jett (il più presente nel disco insieme a Carlene) e della pronipote Adrianna Cross, abbiamo undici canzoni scritte da A.P. Carter o comunque a lui attribuite (tranne due eccezioni), titoli come My Clinch Mountain Home, in cui Carlene duetta virtualmente con le zie Anita ed Helen, Gold Watch And Chain, dove risentiamo Johnny Cash dividere il microfono con June con dietro una sfilza di Carter e Cash di “ultima generazione”, o la famosissima Worried Man Blues, dove i vocalist sono più di venti https://www.youtube.com/watch?v=IMYuQuZYEJU .

Il bello è che i vari brani suonano come incisi oggi (John ha fatto un lavoro egregio), ed in un caso è effettivamente così: Maybelle, scritta da Danny e David Carter Jones in onore della capostipite della famiglia e da loro cantata insieme a Carlene e John Carter. Helen e Anita sono protagoniste in diversi pezzi, talvolta con Carlene (Winding Stream, la splendida Diamonds In The Rough https://www.youtube.com/watch?v=N3Kwiul8NJs , la famosa Foggy Mountain Top) oppure con Jett (Amber Trees), mentre Carlene si riunisce idealmente alla madre June nella pura e cristallina Don’t Forget This Song. Finale con la strepitosa Will The Circle Be Unbroken (un brano talmente popolare da essere praticamente diventato di dominio pubblico), in cui a cantare sono la metà di mille, e con uno strumentale inedito del 1970 che vede Maybelle esibirsi in solitaria all’autoharp elettrica, brano intitolato opportunamente Maybelle’s New Tune.

Un omaggio sincero e riuscito quindi, con una serie di canzoni splendide che riescono ad emozionare e coinvolgere ancora una volta nonostante facciano parte del songbook americano da quasi un secolo.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 6. C’Erano Una Volta Un Menestrello Ed Un Uomo Vestito Di Nero…Bob Dylan (Feat. Johnny Cash) – Travelin’ Thru: Bootleg Series Vol. 15

bob dylan travelin' thru bootle series vol.15

Bob Dylan (Feat. Johnny Cash) – Travelin’ Thru: The Bootleg Series Vol. 15 1967-1969 – Columbia/Sony 3CD Box Set

Ormai sembra che a Bob Dylan non interessi più pubblicare nuove canzoni (Tempest, l’ultimo album di materiale originale, risale al 2012, ed anche il filone “franksinatriano” si è esaurito dopo Triplicate), e così ci dobbiamo “accontentare” delle novità provenienti dai suoi smisurati archivi. Quest’anno abbiamo già potuto godere dello splendido box dal vivo relativo ai concerti del 1975 con la Rolling Thunder Revue https://discoclub.myblog.it/2019/06/11/un-sensazionale-cofanetto-per-uno-dei-tour-piu-famosi-e-belli-di-sempre-bob-dylan-rolling-thunder-revue-the-1975-live-recordings/ , ed ora la Sony si rifà viva con il quindicesimo episodio delle benemerite Bootleg Series, giusto ad un anno di distanza dal precedente volume dedicato a Blood On The Tracks. Travelin’ Thru, questo il titolo del nuovo box, si occupa di un periodo che per la verità è già stato esplorato da un paio di uscite passate, anche se evidentemente non nella sua interezza: sto parlando degli anni che vanno dal 1967 al 1969, che già erano stati interessati dal decimo volume Another Self Portrait e dall’undicesimo, che si occupava dei mitici Basement Tapes nella loro completezza. Travelin’ Thru invece è maggiormente incentrato sulle sessions di Nashville Skyline (che erano state solo sfiorate in Another Self Portrait), ma tocca anche quelle relative a John Wesley Harding e, soprattutto, comprende tutti i brani registrati nel 1969 con il grande Johnny Cash e la sua band dell’epoca, evento che viene messo in risalto fin dalla copertina di questo triplo CD (in una pratica confezione “slipcase” con solito bel libretto con foto e note, e per una volta non ci sono né versioni super deluxe né “povere”).

Tra Dylan e Cash c’era un’ammirazione reciproca che risaliva fino ai primi anni sessanta, quando i due si conobbero durante un Festival di Newport, e per Nashville Skyline Bob voleva incidere un duetto proprio con l’Uomo in Nero, che sarebbe stata la ciliegina del suo primo album a sfondo country (non il primo registrato a Nashville, dato che c’erano già stati Blonde On Blonde, che però era l’apoteosi del “sottile e selvaggio sound al mercurio”, e John Wesley Harding, pura musica folk con l’aggiunta di una sezione ritmica). Ebbene, le sessions tra Bob e Johnny andarono benissimo e nel più totale relax, molto oltre alle aspettative, ed i due incisero materiale sufficiente per più di un intero disco, anche se poi solo Girl From The North Country finirà su Nashville Skyline, ma qui finalmente possiamo sentire il prodotto totale di quei due giorni di Febbraio, il 18 e 19, con il secondo CD del box e parte del terzo “occupati” dalle canzoni registrate insieme dai due grandi musicisti. Il cofanetto inoltre prende i classici due piccioni con una fava, in quanto sistema anche eventuali problemi di copyright sulle canzoni, che scade dopo 50 anni, un po’ come era successo con la versione super deluxe del dodicesimo volume della serie, The Cutting Edge: in realtà mancherebbe ancora una pubblicazione ufficiale anche delle sessions di Bob con George Harrison, avvenute più o meno nello stesso periodo, ma qui forse la non appartenenza dell’ex Beatle al catalogo Sony è un ostacolo difficile da superare. Ma veniamo ad una disamina dettagliata dei tre dischetti che, è giusto ricordarlo, contengono musica inedita al 98%.

CD1. La presenza di Cash in questo cofanetto si è ovviamente presa i titoli principali negli articoli dedicati al cofanetto, e ciò rischia di far passare sotto silenzio che nel primo dischetto sono presenti sette rarissime versioni alternate di brani tratti dalle sessions di John Wesley Harding: una scoperta notevole, dato che negli ultimi 52 anni nulla era mai trapelato neppure a livello di bootleg, ed il mistero se ci fosse qualcosa di inedito era pertanto fittissimo. E non è che i sette pezzi inclusi qui siano copie carbone di quelli poi finiti sul disco (era lecito pensarlo, essendo il gruppo di musicisti formato solo da Bob alla chitarra acustica ed armonica, Charlie McCoy al basso e Kenneth Buttrey alla batteria, quindi un combo ridotto all’osso), in quanto forse solo I Dreamed I Saw St. Augustine è sovrapponibile all’originale. Ci sono infatti una Drifter’s Escape più lenta e forse anche migliore, una take accelerata della leggendaria All Along The Watchtower, ricca di tensione, una John Wesley Harding più vivace di quella nota ed una As I Went Out One Morning maggiormente intensa. Ma le due più diverse sono I Am A Lonesome Hobo, che qui sembra quasi un blues acustico, ed una I Pity The Poor Immigrant più ritmata dell’originale e con la melodia che differisce di parecchio, praticamente un’altra canzone (ed una delle sorprese del box). Più vicine alle versioni note le restanti otto canzoni del CD, che provengono dalle sedute di Nashville Skyline (soprattutto Peggy Day, One More Night, Country Pie la splendida I Threw It All Away), ma è sempre un piacere ri-ascoltare alcuni dei brani più piacevoli e diretti del songbook dylaniano. To Be Alone With You è comunque molto più rock’n’roll qui, Lay Lady Lay non ha la celebre parte di steel guitar (sostituita qua dell’organo), mentre Tell Me That It Isn’t True è decisamente diversa da quella conosciuta. E la chicca non manca neppure qui, cioè l’inedita outtake Western Road, un godibile country-blues cadenzato, forse già sentito ma suonato benissimo, con una menzione particolare per il dobro di Norman Blake ed il piano di Bob Wilson.

CD2. Ecco le attese sessions Dylan/Cash, con il gruppo di Johnny come backing band (compreso Carl Perkins alla solista). Ed i due mostrano di divertirsi un mondo (e noi con loro) a riprendere brani dei rispettivi repertori dividendosi le parti vocali: ascoltiamo quindi versioni uniche di classici come I Still Miss Someone, Don’t Think Twice It’s Alright in medley con Understand Your Man, One Too Many Mornings, Big River, Girl From The North Country, I Walk The Line, I Guess Things Happen That Way, Five Feet High And Rising ed anche la mitica Ring Of Fire. Ma i nostri si cimentano anche in irresistibili riletture di Matchbox di Perkins, di un doppio Elvis periodo Sun (That’s Alright Mama e Mystery Train) e deliziose versioni di classici folk come Mountain Dew, Careless Love (splendida, tra le più belle del triplo) e You Are My SunshineCD3. Le sedute del duo Bob & Johnny proseguono con uno degli highlights assoluti, cioè Wanted Man, grande country song che al tempo Dylan regalò a Cash senza inciderla per conto proprio, ma che qui è presente in una scintillante versione a due voci; le sessions si chiudono con due belle riletture di classici gospel, Amen e Just A Closer Walk With Thee, ed un doppio omaggio a Jimmie Rodgers con due medley che comprendono tra le altre frammenti di T For Texas, Waiting For A Train e Yodeling The Blues Away. Il dischetto continua con la famosa partecipazione di Bob al Johnny Cash Show (edita solo in parte in passato in DVD ma mai su CD), con due ottime versioni live di I Threw It All Away e Living The Blues con solo Bob e band, ed il classico duetto con Johnny in Girl From The North Country (questi tre pezzi sono stranamente registrati con una qualità da bootleg).

Ci sono anche due brani inediti dalle sessions di Self Portrait, ancora due omaggi a Cash (senza di lui però) con Ring Of Fire e Folsom Prison Blues, entrambe più che buone (curiosità: questi due pezzi, incisi il 3 Maggio 1969, rappresentano l’ultima session di Dylan a Nashville fino ai giorni nostri). Il box si chiude con un’altra sorpresa, cioè la seduta completa tenutasi a New York nel 1970 (ma allora perché il sottotitolo del cofanetto è 1967-1969?) insieme all’illustre banjoista Earl Scruggs ed ai suoi figli Randy e Gary per l’album Earl Scruggs Performing With His Family And Friends: se la strepitosa Nashville Skyline Rag era stata pubblicata su quel disco comunque rarissimo, East Virginia Blues della Carter Family, To Be Alone With You ed il traditional Honey, Just Allow Me One More Chance (già inciso in precedenza da Bob su Freewheelin’), tutte eseguite in puro stile bluegrass, non erano mai state ascoltate prima d’ora. Quindi siamo di fronte all’ennesimo capitolo imperdibile delle Bootleg Series dylaniane (ma ce ne sono di “perdibili”?), che questa volta sarà appetibile anche per i fans di Johnny Cash.

Marco Verdi