Recuperi Di Fine Anno 3: Una Vena D’Oro Tutt’Altro Che Esaurita. Bill Callahan – Gold Record

bill callahan gold record

Bill Callahan – Gold Record – Drag City

Bill Callahan, meglio conosciuto ad inizio carriera con lo pseudonimo Smog, è un tesoro prezioso da conservare o da scoprire, per chi ancora non ha avuto la fortuna di conoscerlo. Presentatosi sulla scena alla fine degli anni ottanta, quando cominciava a farsi strada la tendenza del lo-fi tra i cantautori e i gruppi del rock alternativo americano (Beck o i Pavement, tanto per citare due nomi noti), Bill ha subito trovato modo di farsi apprezzare da pubblico e critica grazie ai suoi acquerelli minimalisti che scavano a fondo nell’animo umano portandone alla luce i recessi più cupi in cui dominano angoscia ed alienazione, facendo uso di un tessuto sonoro scarno ma originale, basato perlopiù su fraseggi nervosi delle chitarre. Dopo undici album a nome Smog (e vari EP) Callahan decide di continuare ad incidere col suo nome senza per questo stravolgere la sua concezione musicale, fino alla lunga pausa che va da Dream River del 2013 all’ottimo ritorno nel 2019 con Shepherd In A Sheepskin Vest.

billcallahan_byhanlybankscallahan_01_1

Photo by Hanly Banks Callahan

Durante questa pausa creativa si è sposato con la fotografa e regista Hanly Banks ed è diventato padre, due eventi che hanno modificato in modo sensibile il punto di vista dei protagonisti delle sue storie, non più ingabbiati nell’ individualismo dettato dalla loro solitudine, ma finalmente inseriti in contesti in cui famiglia e vita sociale hanno una nuova e spiccata rilevanza. Il nuovo lavoro, Gold Record, ha avuto una gestazione del tutto particolare: nove canzoni su dieci sono stati pubblicate come singoli, con cadenza settimanale, a partire dallo scorso giugno, prima dell’uscita dell’intera raccolta, avvenuta all’inizio di settembre. Va anche detto che si tratta di brani composti in tempi diversi durante i trascorsi decenni e poi accantonati dal loro autore fino a questo definitivo restyling. Malgrado ciò il disco si presenta compatto e non dispersivo, dotato del consueto suono ridotto all’osso ma denso di piacevoli soluzioni grazie anche alla bravura dei musicisti che accompagnano il leader, il chitarrista Matt Kinsey, il bassista Jamie Zurverza e il batterista Adam Jones.

bill callahan 1

In Hello, I’m Johnny Cash, con un incipit che cita volutamente quello di At Folsom Prison dell’uomo in nero, Callahan ci immerge subito nella suadente e rilassata atmosfera dell’iniziale Pigeons, tra deliziosi tocchi di chitarre e una tromba sullo sfondo che aggiunge solennità alla calda voce narrante del protagonista https://www.youtube.com/watch?v=PSv60b7PWpU . Impossibile non tracciare un parallelo col maestro Leonard Cohen per le due successive perle acustiche Another Song e 35. Come il grande e compianto canadese Bill possiede la capacità di rendere importanti e dense di significato le normali vicissitudini della vita quotidiana, come nella splendida The Mackenzies in cui racconta dell’incontro con i vicini di casa in seguito ad un suo problema con l’auto https://www.youtube.com/watch?v=hMMEUgts6i0 , oppure nell’intimo frammento di vita famigliare che è descritto in Breakfast https://www.youtube.com/watch?v=_kw6NHEVia4 .

bill callahan 2

Con lenta cadenza blues, in Protest Song il suo autore descrive se stesso seduto in poltrona di fronte ad un collega che in tv si sforza di far approvare al pubblico i suoi inni di protesta, mentre il solare arpeggio della delicata Let’s Move To The Country (l’unico episodio già apparso in forma diversa su un album precedente, Knock Knock, del 1999) richiama certe luminose ballate del primissimo Bruce Cockburn https://www.youtube.com/watch?v=Em6BszKzA9o . Il fischiettio e il suono di tromba che ricompare nella lenta Cowboy ci trasportano in una dimensione atemporale ed è impossibile non apprezzare l’omaggio che Bill fa ad un altro gigante, Ry Cooder, nell’omonima ballata ricca di citazioni testuali, da Buena Vista a Chicken Skin https://www.youtube.com/watch?v=m74apAtI2X8 . Il finale è affidato all’intensa As I Wonder, poetica riflessione sulla propria vita e sulla professione del cantautore in tempi difficili come quelli che stiamo attraversando. Bill Callahan ha saputo nobilitare l’una e l’altra con un disco importante per il mese in cui è stato pubblicato, ma addirittura perfetto per riscaldare le dure giornate di questo gelido inverno.

Marco Frosi

In Ritardo Ma Ci Siamo: Il Meglio Del 2020 Secondo Disco Club, Parte III

best of 2020

POLL 2020 Tino Montanari

Disco Dell’Anno

bob dylan rough and rowdy ways

Bob Dylan – Rough And Rowdy Ways

Canzone Dell’Anno

Bob Dylan – Murder Most Foul

https://www.youtube.com/watch?v=3NbQkyvbw18

Esordio Dell’Anno

country westerns country westerns

Country Westerns – Country Westerns

https://discoclub.myblog.it/2020/06/27/un-nuovo-gruppo-alternativo-sotto-il-cielo-di-nashville-country-westerns-country-westerns/

Cofanetto Dell’Anno

johnny cash complete mercury albums

Johnny Cash – The Complete Mercury Recordings 1986-1991

Ristampa Dell’Anno

richard & linda thompson hard luck stories front

Richard & Linda Thompson – Hard Luck Stories

https://discoclub.myblog.it/2020/09/12/richard-linda-thompson-la-coppia-regina-del-folk-rock-britannico-box-hard-luck-stories-parte-ii/

Tributo Dell’Anno

willie nile uncovered

Various Artists – Willie Nile Uncovered

https://discoclub.myblog.it/2020/09/10/anche-willie-nile-ha-il-suo-pregevole-e-meritato-tribute-album-various-artists-willie-nile-uncovered/

Disco Rock

lucinda williams good souls better angels

Lucinda Williams – Good Souls Better Angels

https://discoclub.myblog.it/2020/04/24/sferzate-blues-e-ballate-elettriche-urticanti-dalla-citta-degli-angeli-lucinda-williams-good-souls-better-angels/

Disco Rock Blues

roomful of blues in a roomful of blues

Roomful Of Blues – In a Roomful Of Blues

Disco Rhythm & Blues

sharon jones just dropped in

Sharon Jones & The Dap-Kings – Just Dropped In

Disco Blues

dion blues with friends

Dion – Blues With Friends

https://discoclub.myblog.it/2020/06/17/un-altro-giovanotto-pubblica-uno-dei-suoi-migliori-album-di-sempre-dion-blues-with-friends/

Disco Soul

bettye lavette blackbirds

Bettye Lavette – Blackbirds

Disco Folk

june tabor oysterband fire & fleet

June Tabor & Oysterband – Fire & Fleet / A Tour Memento

https://discoclub.myblog.it/2020/05/10/per-gli-amanti-del-folk-di-classe-june-tabor-oysterband-fire-fleet/

Disco Country

colter wall western swing

Colter Wall – Western Swings & Waltzes And Other Punchy Songs

Disco Cajun & Bluegrass

michael doucet lacher prise

Michael Doucet – Làcher Prise

https://discoclub.myblog.it/2020/06/18/un-bel-disco-dalle-radici-incontaminate-michael-doucet-lacher-prise/

Disco World Music

tamikrest tamotait

Tamikrest – Tamotait

Disco Jazz

kandace springs the women who raised me

Kandace Springs – The Women Who Raised Me

https://www.youtube.com/watch?v=Ycpy2jtuoiw

Disco Oldies

Johnny Hallyday – Son Reve Americain

Disco Live

ruthie foster big band live at the paramount

Ruthie Foster Big Band – Live At The Paramount

https://discoclub.myblog.it/2020/05/19/un-gioiello-di-concerto-ruthie-foster-big-band-live-at-the-paramount/

Disco Italiano

graziano romani augusto

Graziano Romani – Augusto / Omaggio Alla Voce Dei Nomadi

https://discoclub.myblog.it/2020/10/18/il-vangelo-di-augusto-secondo-graziano-graziano-romani-augusto/

DVD Musicale

fabrizio de andrè + PFM Il Concerto ritrovato

Fabrizio De Andrè & PFM – Il Concerto Ritrovato

bruce springsteen letter to you

Bruce Springsteen – Letter To You

white buffalo on the widow's walk

White Buffalo – On The Widow’s Walk

https://discoclub.myblog.it/2020/05/26/passeggiando-sulle-strade-polverose-del-west-the-white-buffalo-on-the-widows-walk/

otis gibbs hoosier national

Otis Gibbs – Hoosier National

https://discoclub.myblog.it/2020/11/04/cantastorie-pittore-e-artista-di-culto-otis-gibbs-hoosier-national/

scott mcclatchy six of one

Scott McClatchy – Six Of One

Ray Wylie Hubbard – Co-Starring

sam burton i cang with you

Sam Burton – I Can Go With You

https://www.youtube.com/watch?v=p6bJt3i7H3A

jerry joseph the beautiful madness

Jerry Joseph – The Beautiful Madness

matt berninger serpentine prison

Matt Berninger – Serpentine Prison

https://www.youtube.com/watch?v=zjGeJXWg7SE

Paul Sage – Retreat

emma swift blonde on the tracks

Emma Swift – Blonde On The Tracks

nadia reid out of my province

Nadia Reed – Out Of My Province

https://discoclub.myblog.it/2020/03/15/alla-scoperta-della-joni-mitchell-neozelandese-nadia-reid-out-of-my-province/

mary bridget davies stay with me

Mary Bridget Davies – Stay With Me

https://discoclub.myblog.it/2020/06/06/unaltra-discepola-di-janis-mary-bridget-davies-stay-with-me-the-reimagined-songs-of-jerry-ragovoy/

diana jones song to a refugee

Diana Jones – Song To A Refugee

https://discoclub.myblog.it/2020/10/21/una-affacinante-cantautrice-tradizionalista-diana-jones-song-to-a-refugee/

mary chapin carpenters the dirt and the stars

Mary Chapin Carpenter – The Dirt And The Stars

sarah siskind modern appalachia

Sarah Siskind – Modern Appalachia

https://discoclub.myblog.it/2020/07/12/nuovi-e-splendidi-album-al-femminile-parte-2-sarah-siskind-modern-appalachia/

Lori McKenna – The Balladeer

Sass Jordan – Rebel Moon Blues

mary coughlan life stories

Mary Coughlan – Life Stories

Blue Highways – Long Way To The Ground

blackie and the rodeo kings king of this town

Blackie And The Rodeo Kings – King Of This Town

Snarky Puppy – Live At The Royal Albert Hall

teseky brothers live at the forum

Teskey Brothers – Live At The Forum

cowboy junkies ghosts

Cowboy Junkies – Ghosts

https://discoclub.myblog.it/2020/04/12/una-sorpresa-nelluovo-di-pasqua-cowboy-junkies-ghosts/

The War On Drugs – Live Drugs

weight band life is a carnival

The Weight Band – Live Is A Carnival

Sophia – Holding On / Letting Go

Levellers – Peace

Tino Montanari

La “Diversamente Giovane” Cowgirl Conferma Il Suo Gran Momento Di Forma! Tanya Tucker – Live From The Troubadour

tanya tucker live from the troubadour

Tanya Tucker – Live From The Troubadour – Fantasy/Concord/Universal CD

Tanya Tucker è da tempo un’istituzione della country music americana: texana, ha esordito giovanissima, una vera enfant prodige, all’età di 13 anni con la sua prima hit Delta Dawn (ancora oggi la sua signature song), continuando ad incidere con successo per tutta la decade. Negli anni ottanta ha sofferto di una grave crisi personale che l’ha allontanata temporaneamente dalla musica, ma in pochi anni si è rimessa in carreggiata ed è riuscita a riabbracciare la popolarità dal 1986 e per tutti i novanta, anche se non più ai livelli iniziali. Nel nuovo millennio ha pubblicato poca roba, solo un album di inediti nel 2002 (Tanya) ed uno di standards nel 2009 (My Turn): l’anno scorso però è tornata tra noi in gran forma con l’ottimo While I’m Livin’, un disco di canzoni nuove di zecca prodotto (ed in gran parte scritto) da Brandi Carlile, album che ha riportato in auge il nome della Tucker risultando il suo lavoro più venduto degli ultimi 25 anni.

TanyaTucker_PublicityPhoto

Per battere il ferro finché è caldo Tanya ha da poco pubblicato il terzo album dal vivo della sua carriera: Live At Troubadour, registrato il 16 ottobre del 2019 nella famosa location di West Hollywood, è un disco riuscito e gradevolissimo, spesso anche trascinante, che dimostra che While I’m Livin’ non era un fuoco di paglia. La Tucker ha ancora una gran voce, e qui si fa accompagnare da una band solida, dal suono energico e potente, un sound senza troppi fronzoli perfetto per le ballate classiche della bionda cantante; il gruppo vede Andy Gibson e Brian Seligman alle chitarre, Jefferson Jarvis alle tastiere, il bravissimo Jake Clayton a violino e steel, Dino Villanueva al basso e Mike Malinin alla batteria, con in più la partecipazione speciale di Shooter Jennings al pianoforte in High Ridin’ Heroes. Il concerto inizia subito con cinque classici di Tanya (di cui ben quattro sono stati singoli andati al numero uno), a partire da Would You Lay With Me (In A Field Of Stone), splendida country ballad dalla melodia deliziosa e toccante, per proseguire con la squisita Jamestown Ferry, honky-tonk d’altri tempi immediato ed orecchiabile, e con il puro country della cadenzata What’s Your Mama’s Name, Child, ballata di stampo western che ci fa capire come mai in passato la Tucker fosse stata accostata al movimento Outlaw.

tanya tucker promo

La pimpante e grintosa Blood Red And Goin’ Down (ottimo lavoro di steel) https://www.youtube.com/watch?v=rN-YzyOJUDQ  e la coinvolgente Strong Enough To Bend, bella country song dal motivo diretto, precedono un interessante medley che fonde I’m On Fire di Bruce Springsteen, molto aderente all’originale, ed una vibrante ripresa dell’evergreen di Johnny Cash Ring Of Fire https://www.youtube.com/watch?v=vuWsYPC5cHA . Seguono ben sei pezzi da While I’m Livin’, che confermano l’ottima fattura dell’album dell’anno scorso dal momento che i vari brani non sfigurano neanche a cospetto dei classici di prima, canzoni come la splendida Mustang Ridge, western song contraddistinta da una linea melodica praticamente perfetta, la sontuosa ballata The Wheels Of Laredo (che chiudeva anche il bellissimo esordio delle Highwomen), il sanguigno honky-tonk I Don’t Owe You Anything, l’emozionante High Ridin’ Heroes, altro slow questa volta dal chiaro sapore texano https://www.youtube.com/watch?v=9I9irKVFy1M , l’elettrica e rockeggiante Hard Luck, trascinante, fino alla struggente e pianistica Bring My Flowers Now, tra le più belle ed intense del CD. Triplo tuffo nel passato per il finale, con Tanya che intona con sicurezza una dopo l’altra l’irresistibile Texas (When I Die), puro country-rock outlaw style, il quasi rock’n’roll di It’s A Little Too Late e naturalmente la classica Delta Dawn, introdotta dalla prima strofa di Amazing Grace e con un arrangiamento di matrice gospel https://www.youtube.com/watch?v=ziXOm63dsAI . Tanya Tucker è in un ottimo momento di forma, e Live From The Troubadour lo conferma pienamente.

Marco Verdi

*NDB Oggi c’è un problema tecnico del Blog con l’inserimento dei video, quindi in alternativa trovate delle foto e i video sono linkati all’interno della recensione.

Un Godurioso Omaggio Alla Vera Country Music! Josh Turner – Country State Of Mind

josh turner country state of mind

Josh Turner – Country State Of Mind – MCA Nashville/Universal CD

Josh Turner, musicista originario della Carolina del Sud, è un countryman atipico: infatti, pur vivendo ed incidendo a Nashville ed avendo ottenuto un grande successo con i suoi sette album pubblicati tra l 2003 ed il 2018 (tutti piazzatisi tra la prima e la terza posizione), non ha mai smesso di fare musica di qualità. A molti suoi colleghi l’aria di alta classifica fa girare la testa, ma Josh è uno bravo, coi piedi per terra, e pur non disdegnando un suono adatto alla programmazione radiofonica non ha mai esagerato e ha sempre proposto canzoni suonate con strumenti veri. Nonostante l’età ancora giovane quindi Turner ha poco da dimostrare, e dunque quest’anno ha deciso di fare un disco che, ne sono sicuro, pianificava già da qualche tempo, cioè un album di cover che omaggiasse gli artisti che lo hanno influenzato, alternando brani più o meno popolari ed in più di un caso ospitando lo stesso autore del pezzo.

Country State Of Mind è il risultato di questa idea, e si rivela un lavoro davvero strepitoso fin dal primo ascolto: le canzoni belle come ho detto ci sono già, ma Josh le interpreta con notevole grinta e senso del ritmo, mettendo in primo piano le chitarre e la sua splendida voce baritonale, coadiuvato dalla produzione impeccabile di Kenny Greenberg e con la partecipazione in session di autentici luminari di Nashville come lo stesso Greenberg alle chitarre, Glenn Worf al basso, Chad Cromwell alla batteria e Dan Dugmore alla steel. Più gli ospiti che partecipano vocalmente (non in tutti i brani, non è un vero e proprio album di duetti), i quali danno il tocco in più ad un disco che in ogni caso si sarebbe retto sulle proprie gambe anche senza di loro. Il CD parte ottimamente con I’m No Stranger To The Rain, una bella western ballad (dal repertorio di Keith Whitley) che qui viene rivestita da un bell’intreccio di chitarre e da un suono forte di stampo rock, il tutto completato ad hoc dalla voce profonda di Josh, country al 100%. John Anderson quest’anno è tornato in gran forma con il bellissimo Years, e qui porta in dote la sua I’ve Got It Made, un irresistibile rockin’ country tuto ritmo e chitarre, che la voce vissuta di John impreziosisce ulteriormente. A proposito di voci vissute, che ne dite di Kris Kristofferson?

Il grande texano è infatti il prossimo ospite in Why Me, uno dei suoi brani più popolari e canzone già splendida di suo che viene ancor di più abbellita dal duetto tra i due protagonisti: Josh è bravo, ma quando Kris si avvicina al microfono è tutta un’altra storia. Chris Janson unisce le forze con Turner nella sanguigna title track (di Hank Willims Jr.), un honky-tonk elettrico, vibrante e decisamente coinvolgente; I Can Tell By The Way You Dance è un pezzo del 1984 di Vern Gosdin che Josh, qui da solo (anche perché Gosdin è morto), rilegge in maniera pimpante e ricca di ritmo, con il solito approccio rock che è un po’ la costante di questo disco: gli assoli chitarristici sono ottimi e la melodia vincente. Alone And Forsaken è una nota canzone di Hank Williams (Senior), qui arrangiata come una scintillante ed evocativa western ballad ed ulteriormente nobilitata dalla seconda voce della brava Allison Moorer, mentre Forever And Ever, Amen è uno dei classici di Randy Travis, che ovviamente compare in prima persona a prestare l’ugola: bella canzone, dal ritmo spedito e country fino all’osso. Alan Jackson si può ormai considerare sia un contemporaneo che un veterano, e Josh esegue senza ospiti la sua Midnight in Montgomery, un’intensa ballata ancora dal sapore western, ripresa con un feeling notevole e non inferiore all’originale.

Good Ol’ Boys era il tema del telefilm The Dukes Of Hazzard ma anche uno dei brani più famosi di Waylon Jennings, e Turner la rifà con grande rispetto per l’originale ma anche con un notevole senso del ritmo, aumentando la componente rock’n’roll e regalandoci una cover trascinante, tra le più riuscite del CD, mentre You Don’t Seem To Miss Me, scritta da Jim Lauderdale, era in origine un duetto tra Patty Loveless e George Jones, ed è una tersa e molto piacevole ballata di stampo classico eseguita con il trio vocale delle Runaway June. Chiusura con Desperately, un midtempo dal motivo diretto e toccante al tempo stesso (incisa prima dal suo autore Bruce Robison e poi da George Strait) proposto con l’aiuto del duo al femminile Maddie & Tae, e con The Caretaker, uno dei pezzi più antichi e meno conosciuti di Johnny Cash, altra splendida rilettura questa volta per sola voce (e che voce) e chitarra, ed un mood da vero cowboy. Non esagero: Country State Of Mind è tra i migliori country album del 2020.

Marco Verdi

E Dopo Il Commiato Dal Vivo, Ecco L’Addio Definitivo! The Pretty Things – Bare As Bone, Bright As Blood

pretty things bare as bones

The Pretty Things – Bare As Bone, Bright As Blood – Madfish/Snapper CD

Quando nel mese di febbraio ho recensito The Final Bow, bellissimo cofanetto che documentava lo show londinese dei Pretty Things che sanciva il loro addio alle scene https://discoclub.myblog.it/2020/02/18/cofanetti-autunno-inverno-18-lultimo-ruggito-di-una-piccola-grande-band-the-pretty-things-the-final-bow/ , non avrei pensato che dopo pochi mesi avrei dovuto parlare ancora di loro a causa della scomparsa per complicazioni sopravvenute dopo una banale caduta dalla bicicletta del cantante Phil May https://discoclub.myblog.it/2020/05/17/dopo-lultimo-saluto-il-commiato-definitivo-e-morto-phil-may-leader-dei-pretty-things/ , unico membro fondatore ancora nel gruppo oltre al chitarrista Dick Taylor (May e Taylor, proprio come i componenti rimasti in un’altra band inglese “leggermente” più popolare). Fortunatamente i nostri avevano fatto in tempo a completare un nuovo album in studio, il primo da cinque anni a questa parte ed appena il quarto negli ultimi quarant’anni: e Bare As Bone, Bright As Blood, a parte la copertina che sembra la locandina di un film horror, è senza mezzi termini un grande disco, un commiato splendido per una band che non ha mai avuto troppi riconoscimenti nel corso della carriera.

I PT infatti sono sempre stati considerati una band di seconda o terza fascia, fin dagli esordi in stile rhythm’n’blues ed anche durante il loro periodo psichedelico in cui hanno prodotto i loro due dischi più noti, S.F. Sorrow (considerata la prima “rock opera” della storia) e Parachute, ed anche le vendite non sono mai state esaltanti, ma con questo ultimo album May e Taylor si sono superati consegnandoci un lavoro profondo, sofferto, scarno nei suoni ma dal feeling molto alto, un disco decisamente improntato sul blues, che è stato il loro primo amore (il nome Pretty Things è preso da un brano di Bo Diddley). Dedicato a May (ricordato con parole commosse nel booklet interno dal produttore ed ex membro della band Mark St. John), Bare As Blood, Bright As Blood è come suggerisce il titolo un disco dalla veste sonora spoglia ed essenziale, ma con una serie di canzoni di una bellezza cristallina: ci sono solo due originali (non composti però dai due leader) e dieci cover di brani originariamente non solo blues, con una divisione netta tra pezzi antichi e moderni.

Dicevo della strumentazione parca: Taylor si occupa di quasi tutte le parti di chitarra, siano esse acustiche, elettriche o slide, coadiuvato qua e là dalle sei corde di Sam Brothers (anche all’armonica), Henry Padovani e George Woosey ed occasionalmente dal violino di Jon Wigg. Tutto qui, non ci sono neanche basso e batteria, ma le eventuali mancanze sonore sono ampiamente bilanciate dalla bravura e dal sentimento che i nostri mettono in ogni canzone contribuendo così ad una perfetta chiusura del cerchio, terminando cioè la carriera con un omaggio al genere musicale (il blues) che era la loro passione di gioventù. Il CD inizia con due blues tradizionali: Can’t Be Satisfied (resa popolare da Muddy Waters), introdotta da una goduriosa slide acustica subito doppiata dalla voce di May che assume tonalità da vero bluesman, un brano puro e rigoroso ma eseguito col cuore, e Come Into My Kitchen, un pezzo solitamente associato a Robert Johnson che ha la medesima veste sonora del precedente ma è più lento e quasi strascicato, con un’eccellente performance di Taylor e May che sembra che non abbia mai fatto altro che cantare il blues (e l’armonica dona il tocco in più). Ain’t No Grave è un’antica gospel song (l’ha incisa anche Johnny Cash, e dava anche il titolo al suo sesto album degli American Recordings, uscito postumo), ma qui viene trasformata in un puro blues del Delta, ancora per sola voce, chitarra ed armonica: se non fosse per il timbro di May sembrerebbe di ascoltare un vecchio LP di Mississippi John Hurt.

Love In Vain è uno dei brani più noti tra quelli scritti da Robert Johnson, e qui viene proposto in maniera fedele ma non scolastica, con un ottimo interplay chitarristico tra Taylor e Brothers. La sofferta Black Girl è un vecchio pezzo che Lead Belly ha reso famoso col titolo di In The Pines, ed è l’unica a presentare una percussione a scandire il tempo (suonata da St. John), mentre I’m Ready è il brano più noto tra quelli “antichi” essendo uno dei classici di Willie Dixon, ed i nostri la rifanno in maniera vivace e grintosa nonostante l’assenza della sezione ritmica. E veniamo ai pezzi moderni, che iniziano con la scelta più sorprendente, cioè la cover di Faultline del gruppo alternative rock Black Rebel Motorcycle Club, una canzone radicalmente trasformata in un bluesaccio elettroacustico teso come una lama, molto diretto pur nel suo essere spoglio strumentalmente: una rielaborazione creativa e decisamente riuscita. Redemption Day è invece un brano di Sheryl Crow in cui i nostri abbandonano momentaneamente il blues per regalarci una ballata folk elettrificata suggestiva e dal notevole impatto emotivo, con almeno tre chitarre e la voce di May più cavernosa che mai; rimaniamo in ambito folk con la splendida The Devil Had A Hold On Me, canzone di Gillian Welch che ha già di suo le caratteristiche di un vecchio traditional, ma il pathos cresce ulteriormente in questa rilettura da brividi che mi ricorda addirittura i Led Zeppelin quando facevano brani elettroacustici: tra gli highlights del CD.

Bright As Blood è scritta per i Pretty Things dal loro chitarrista Woosey, una folk tune d’altri tempi con la voce di Phil accompagnata da chitarra acustica, banjo e violino, un perfetto esempio di brano tradizionale appalachiano composto però ai giorni nostri. Concludono un disco puro, bellissimo e perfino sorprendente To Build A Wall (del misconosciuto cantautore Will Varley), ballata acustica dalla melodia struggente cantata con un feeling davvero rimarchevole, e la nuova Another World (scritta da tale Pete Harlen), un lento rilassato e disteso caratterizzato da uno script solido e profondo. Forse i Pretty Things non sono mai stati una band indispensabile, almeno se paragonati ai gruppi contemporanei degli anni sessanta, ma questo loro album di congedo è una zampata da veri fuoriclasse e, molto probabilmente, il punto più alto della loro discografia.

Marco Verdi

Ormai Non E’ Più Soltanto Una Giovane Promessa. Colter Wall – Western Swing & Waltzes And Other Punchy Songs

colter wall western swing

Colter Wall – Western Swing & Waltzes And Other Punchy Songs – La Honda/Thirty Tigers CD

Quando nel 2017 è uscito il sorprendente debut album omonimo del giovane cantautore canadese Colter Wall (il suo EP del 2015 Immaginary Appalachia, poi ristampato, lo conoscevano in pochissimi) i paragoni più frequenti erano quelli con Johnny Cash, non tanto per lo stile che in quella fase era a metà tra folk e country ma per la voce incredibilmente profonda e baritonale. Il seguente Songs Of The Plains, oltre ad essere di livello artistico perfino superiore, era ancora più vicino alle cose dell’Uomo in Nero ed in particolare ai suoi primi album per la Columbia, quelli con le canzoni a tema (ed anche la veste grafica della copertina ricordava i dischi di un tempo) https://discoclub.myblog.it/2018/10/24/il-ragazzo-sta-crescendo-in-maniera-esponenziale-colter-wall-songs-of-the-plains/ . Ora Colter ritorna con il suo terzo “full length”, un lavoro che conferma la crescita esponenziale del nostro che, giova ricordarlo, ha solo 25 anni: Western Swing & Waltzes And Other Punchy Songs è uno splendido album di puro country & western come si faceva a cavallo tra gli anni cinquanta ed i sessanta, un disco di vere e proprie cowboy songs come oggi purtroppo non fa più nessuno.

Il parallelo con Cash è ancora valido, ma con questo nuovo lavoro Wall rivela anche le influenze di altri autori leggendari dell’epoca d’oro, in particolare Marty Robbins e Johnny Horton. Un disco di country purissimo e pressoché perfetto, prodotto da Colter stesso ed inciso con la collaborazione di pochi ma abili strumentisti come Patrick Lyons (chitarre varie, dobro e steel), Doug Moreland al violino, Emily Gimble al pianoforte, Jason Simpson al basso, Aaron Goodrich alla batteria e Jake Groves all’armonica: perfino la durata complessiva, 33 minuti, rimanda ai gloriosi LP di cinque-sei decadi fa. Western Swing & Waltzes è diviso a metà tra cover e brani originali, ma come ho già scritto per il nuovo album cantato in spagnolo dei Mavericks non c’è differenza tra le canzoni nuove e quelle di una volta, anche perché, ripeto, Colter non si smuove neanche a sparargli da un determinato e ben preciso periodo musicale.

Le cover iniziano con il medley di traditionals I Ride An Old Paint/Leavin’ Cheyenne, suonato in maniera essenziale, voce-chitarra-armonica, ma con un feeling notevole (immagino Colter eseguirla al tramonto di fronte ad un falò quando i cavalli sono stanchi); Big Iron è uno dei classici del già citato Robbins (era sul leggendario Gunfighter Ballads & Trail Songs), una western song strepitosa che il nostro rivede in maniera assolutamente scintillante, con la band che lo segue coinvolgendo alla grande l’ascoltatore: una delle canzoni più belle di quest’anno, non importa che abbia più di sessanta anni sul groppone. Anche Diamond Joe è un traditional molto noto, e questa rilettura per doppia voce, chitarra e violino è emozionante nella sua semplicità, mentre High & Mighty (scritta da Lewis Martin Pederson III, un poeta e songwriter del Saskatchewan, quindi compaesano di Wall) è uno squisito western swing ritmato ed irresistibile, degno dei pionieri di questo genere musicale, con la steel di Lyons in gran spolvero ed il piedino di chi ascolta che si muove spontaneamente.

Cowpoke, vecchio successo di Elton Britt, è una languida country ballad che più classica non si può, con forti connotazioni western e suonata in modo splendidamente evocativo. I cinque pezzi scritti da Colter partono con la title track, che inizia per voce e chitarra ma entrano subito la steel ed il resto della band, ed il brano si rivela un delizioso honky-tonk come si faceva un tempo, puro country al 100%. Henry And Sam ha il passo cadenzato di una classica western song (e qui l’influenza di Cash è evidente), con un bel lavoro di dobro e steel ed un motivo godibilissimo; Talkin’ Prairie Boy è proprio un talkin’ come si usava fare negli anni sessanta, solo Colter e la sua chitarra per un pezzo che porta un tocco di folk nel disco e si lascia ascoltare con grande piacere. Gli ultimi due brani scritti dal nostro sono anche quelli che chiudono il CD, e cioè la breve e pimpante Rocky Mountain Rangers, tra le più dirette dell’album, e l’intensa Houlihans At The Holiday Inn, di nuovo con Colter quasi da solo (c’è solo Lyons al dobro), ma con l’evidente capacità di coinvolgere e toccare le corde giuste anche con poco.

Per favore, che nessuno dica a Colter Wall che siamo nel 2020: uno dei dischi country dell’anno.

Marco Verdi

 

 

Il “Pronipote” Torna A Breve Distanza Dal Disco Precedente, Con Un Lavoro Ancora Migliore. Charley Crockett – Welcome To Hard Times

charlie crockett welcome to hard times

Charley Crockett – Welcome To Hard Times – Son Of Davy/Thirty Tigers CD

A distanza di meno di un anno dall’ottimo The Valley torna con un disco nuovo di zecca Charley Crockett, countryman texano e diretto discendente di Davy Crockett https://discoclub.myblog.it/2019/10/12/un-countryman-di-talento-con-nobili-discendenze-charley-crockett-the-valley/ . E dire che dopo l’operazione a cuore aperto che gli aveva salvato la vita nel gennaio 2019 Charley aveva deciso di prendere le cose con più calma, ma evidentemente questo per lui è un periodo di grande ispirazione ed i risultati lo confermano. Crockett fa musica country dura e pura come si usava fare cinquanta/sessanta anni fa, un genere che prende spunto direttamente da Hank Williams e da altri pionieri del genere per spingersi al massimo ai primi album per la Columbia di Johnny Cash ed a George Jones per quanto riguarda le ballate in stile honky-tonk. Ma Charley non si limita a ripetere pedissequamente certe sonorità: intanto è dotato di una penna eccellente, e poi riesce ad infondere in ogni canzone una particolare attitudine fiera e quasi sfrontata, come se sotto sotto covasse un’anima irrequieta da rocker.

Welcome To Hard Times, titolo più che mai attuale, è il lavoro di un artista in costante crescita in quanto è ancora meglio del già notevole The Valley (che contava anche parecchie cover, mentre qui i brani autografi sono quasi la totalità), più convinto e con una miscela ancora più intrigante di country, musica western e honky-tonk songs: l’album è prodotto da Mark Neill e vede contributi in fase di scrittura di alcune canzoni da parte di Dan Auerbach e Pat McLaughlin oltre alla presenza di sessionmen tanto validi quanto sconosciuti che rispondono ai nomi di Kullen Fox, Colin Colby, Alexis Sanchez, Nathan Fleming, Mario Valdez e Billy Horton. Che il disco sia di quelli giusti lo si capisce fin dalla title track posta in apertura, un delizioso honky-tonk con gran lavoro di pianoforte ed un’atmosfera western che si sposa benissimo con la melodia d’altri tempi (e la voce è perfetta). Run Horse Run è una polverosa country & western song dal ritmo alla Cash ed un ottimo assolo di steel: non la vedrei male in un film di Quentin Tarantino.

Don’t Cry è limpida, tersa e decisamente orecchiabile, con richiami agli anni sessanta ed uno script solido, ed è ancora meglio Tennessee Special, altra honky-tonk song splendida e cantata con piglio da consumato countryman, con la solita steel a ricamare sullo sfondo, mentre Fool Somebody Else è una sorta di brano dalla scrittura pop ma dal suono country, un contrasto piacevole e riuscito. La cadenzata Lilly My Dear, guidata dal banjo, è una grande canzone western che sembra uscita dal songbook di Johnny Horton o Merle Travis, sentire per credere; Wreck Me è un lento romantico sempre dal sapore sixties con un coro femminile ed uno stile che piacerebbe ai Mavericks, in contrasto (ma non troppo) con Heads You Win che è una country song pura e semplice, un genere che oggi fanno in pochi. Rainin’ In My Heart (non è quella di Buddy Holly) è più moderna, un coinvolgente pezzo di stampo rock con la steel a stemperare appena, ritmo sostenuto e bell’assolo di chitarra elettrica, Paint It Blue è di nuovo perfetta per uno spaghetti western e precede la splendida Blackjack County Chain, ottima cover di un brano scritto nel 1967 da Red Lane ma portata al successo da Willie Nelson (che la incise sia da solo che con Waylon), una western ballad coi fiocchi eseguita dal nostro con grande rispetto per l’originale.

Il CD si chiude con The Man That Time Forgot, ennesimo scintillante honky-tonk che più classico non si può, e con la fulgida cowboy song The Poplar Tree; c’è però spazio anche per due ghost tracks: la vivace e trascinante Oh Jeremiah, tra folk e bluegrass (molto bella), e la lenta e languida When Will My Troubles End. Charley Crockett si conferma un vero talento e valido esponente della country music più pura, e Welcome To Hard Times è la prova tangibile della sua crescita esponenziale.

Marco Verdi

Un Ritorno A Sorpresa Ma Molto Gradito, Anche Se Per Il CD Bisognerà Aspettare. Gillian Welch & David Rawlings – All The Good Times

gillian welch & david rawlings all the good times are past & gone

Gillian Welch & David Rawlings – All The Good Times – Acony Records Download

Lo scorso 10 luglio, pochi giorni fa, la bravissima folksinger Gillian Welch ha messo online senza alcun preavviso All The Good Times, un intero album registrato con il partner sia musicale che di vita David Rawlings (ed è la prima volta che un lavoro viene accreditato alla coppia) e per ora disponibile solo come download, anche se i pre-ordini per la versione in CD e vinile sono già aperti (mentre la data di pubblicazione è ancora incerta, si parla di fine settembre-inizio ottobre). Il fatto in sé è un piccolo evento in quanto Gillian mancava dal mercato discografico addirittura dal 2011, anno in cui uscì lo splendido The Harrow & The Harvest, ultimo lavoro con brani originali dato che Boots No. 1 del 2016 era una collezione di outtakes, demo ed inediti inerenti al suo disco di debutto Revival uscito vent’anni prima (benché comunque Gillian è una delle colonne portanti del gruppo del compagno, la David Rawlings Machine, più attiva in anni recenti https://discoclub.myblog.it/2017/08/22/altre-buone-notizie-da-nashville-david-rawlings-poor-davids-almanack/ ).

Il dubbio che la Welch soffrisse del più classico caso di blocco dello scrittore mi era venuto, e questo All The Good Times non contribuisce certo a chiarire le cose dato che si tratta di un album di cover, dieci canzoni prese sia dalla tradizione che dal songbook di alcuni grandi cantautori, oltre a qualche brano poco noto: a parte queste considerazioni sulla mancanza di pezzi nuovi scritti da Gillian, devo dire che questo nuovo album è davvero bello, in quanto i nostri affrontano i brani scelti non in maniera scolastica e didascalica ma con la profondità interpretativa ed il feeling che li ha sempre contraddistinti, e ci regalano una quarantina di minuti di folk nella più pura accezione del termine, con elementi country e bluegrass a rendere il piatto più appetitoso. D’altronde non è facile proporre un intero disco con il solo ausilio di voci e chitarre acustiche senza annoiare neanche per un attimo, ma Gillian e David riescono brillantemente nel compito riuscendo anche ad emozionare in più di un’occasione. Un cover album in cui sono coinvolti i due non può certo prescindere dai brani della tradizione, ed in questo lavoro ne troviamo tre: la deliziosa Fly Around My Pretty Little Miss (era nel repertorio di Bill Monroe), con Gillian che canta nel più classico stile bluegrass d’altri tempi ed i due che danno vita ad un eccellente guitar pickin’, l’antica murder ballad Poor Ellen Smith (Ralph Stanley, The Kingston Trio e più di recente Neko Case), tutta giocata sulle voci della coppia e con le chitarre suonate in punta di dita, e la nota All The Good Times Are Past And Gone, con i nostri che si spostano su territori country pur mantenendo l’impianto folk ed un’interpretazione che richiama il suono della mountain music più pura.

Non è un traditional nel vero senso della parola ma in fin dei conti è come se lo fosse il classico di Elizabeth Cotten Oh Babe It Ain’t No Lie (rifatta più volte da Jerry Garcia sia da solo che con i Grateful Dead), folk-blues al suo meglio con la Welch voce solista e Rawlings alle armonie, versione pura e cristallina sia nelle parti cantate che in quelle chitarristiche. Lo stile vocale di Rawling è stato più volte paragonato a quello di Bob Dylan, ed ecco che David omaggia il grande cantautore con ben due pezzi: una rilettura lenta e drammatica di Senor, una delle canzoni più belle di Bob, con i nostri che mantengono l’atmosfera misteriosa e quasi western dell’originale, pur con l’uso parco della strumentazione, e la non molto famosa ma bellissima Abandoned Love, che in origine era impreziosita dal violino di Scarlet Rivera ma anche qui si conferma una gemma nascosta del songbook dylaniano. Ginseng Sullivan è un pezzo poco noto di Norman Blake, una bella folk song che Gillian ripropone con voce limpida ed un’interpretazione profonda e ricca di pathos, mentre Jackson è molto diversa da quella di Johnny Cash e June Carter, meno country e più attendista ma non per questo meno interessante; l’album si chiude con Y’all Come, una country song scritta nel 1953 da Arlie Duff e caratterizzata dal botta e risposta vocale tra i due protagonisti, un pezzo coinvolgente nonostante la veste sonora ridotta all’osso.

Ho lasciato volutamente per ultima la traccia numero quattro del CD (anzi, download…almeno per ora) in quanto è forse il brano centrale del progetto, un toccante omaggio a John Prine con una struggente versione della splendida Hello In There, canzone scelta non a caso dato che parla della solitudine delle persone anziane, cioè le più colpite dalla recente pandemia (incluso lo stesso Prine).

Nell’attesa di un nuovo album di inediti di Gillian Welch, questo All The Good Times è dunque un antipasto graditissimo quanto inatteso, anche se per gustarmelo meglio attendo l’uscita del supporto fisico.

Marco Verdi

Per Il Momento, Il Cofanetto Dell’Anno! Johnny Cash – The Complete Mercury Recordings 1986-1991

johnny cash complete mercury albums

Johnny Cash – The Complete Mercury Recordings 1986-1991 – Mercury/Universal 7CD – 7LP Box Set

Nel 1986 Johnny Cash era senza un contratto discografico, in quanto era stato lasciato a piedi dalla Columbia dopo quasi trent’anni di onorato servizio, trattato come un ferrovecchio solo perché le sue vendite non erano più congrue con gli standard dell’etichetta (nonostante il livello sempre medio-alto dei dischi pubblicati dal nostro anche nella decade in questione, specialmente Rockabilly Blues e Johnny 99, ma anche The Adventures Of Johnny Cash non era affatto male). A nulla era servito l’inatteso successo del debut album degli Highwaymen, supergruppo formato con colleghi che in quel periodo non se la passavano certo meglio come vendite: Cash fu gentilmente accompagnato alla porta come un qualsiasi “has been”. In soccorso del nostro venne però la Mercury, che fu giudicata da Johnny come l’etichetta giusta per ripartire e rilanciarsi, anche se purtroppo l’impresa fallì miseramente, con cinque dischi tanto belli quanto ignorati dal pubblico, al punto che per molto tempo i cinque anni passati presso la label di Chicago sono stati considerati il punto più basso della carriera dell’Uomo In Nero.

johnny cash easy rider

Eppure quei cinque album erano tutti di qualità eccellente, e meritevoli di essere messi al pari dei suoi migliori lavori delle ultime due decadi: a posteriori l’errore di Cash fu forse quello di non voler rischiare più di tanto e di imbastire una sorta di “operazione nostalgia” invece di puntare su un produttore carismatico che lo avrebbe fatto uscire dall’anonimato (cioè quello che in sostanza farà negli anni novanta con Rick Rubin, tornando inaspettatamente in auge), ma anche la Mercury ci mise del suo promuovendo pochissimo l’artista ed in definitiva perdendo presto la fiducia in lui. Oggi quei cinque album (che da tempo erano fuori catalogo) vengono rimessi sul mercato opportunamente rimasterizzati in un piccolo box formato “clamshell” intitolato appunto The Complete Mercury Recordings 1986-1991, una ristampa curata con tutti i crismi dall’esperto Bill Levenson e che aggiunge ai cinque CD già conosciuti due altri dischetti (oltre a qualche bonus track sparsa qua e là): uno è un piacevole “intruso”, mentre il secondo è completamente inedito, anche se non troppo diverso da uno dei cinque originali. Un cofanettino che non esito quindi a definire imperdibile, un po’ per il prezzo contenuto (meno di quaranta euro, mentre la versione in LP è decisamente più costosa) ma soprattutto per la qualità della musica presente, che tende dal buono all’ottimo e rende finalmente giustizia ad un periodo bistrattato della vita artistica del grande countryman (*NDM: esiste anche una versione su singolo CD o doppio LP intitolata Easy Rider con il meglio dai sette album, ma per una volta visto il costo abbordabile mi sento di consigliare senza remore il box). Di seguito dunque una disamina disco per disco.

Class of ’55: Memphis Rock & Roll Homecoming (1986). Ecco l’intruso di cui parlavo prima, un album collettivo in cui Cash divide la scena con Carl Perkins, Jerry Lee Lewis e Roy Orbison, una rimpatriata di artisti che ad inizio carriera incidevano tutti per la mitica Sun Records e sorta di riedizione del Million Dollar Quartet, con Orbison al posto di Elvis Presley (ma nel 1981 c’era stato anche The Survivors, un live album accreditato a Cash, Lewis e Perkins). Class Of ’55 non è un capolavoro, ma un dischetto divertente da parte di quattro leggende in buona forma, suonato in maniera diretta da un manipolo di ottimi sessionmen di varie età, come Gene Chrisman, Bobby Emmons, Marty Stuart, Reggie Young e Jack Clement. Cash è presente come solista in due brani, un pimpante rifacimento di I Will Rock And Roll With You (da lui pubblicata in origine nel 1978) ed un omaggio ad Elvis con We Remember The King, scritta da Paul Kennerley. La sua voce si sente anche nella coinvolgente rilettura collettiva di Waymore’s Blues di Waylon Jennings e nella swingata Rock And Roll (Fais Do-Do), mentre i suoi compagni si difendono egregiamente: Perkins ci mette tutta la grinta possibile nel trascinante rock’n’roll con fiati Birth Of Rock And Roll e poi fa il balladeer nella gospel-oriented Class Of ’55, Orbison fa sé stesso nella ballatona Coming Home e Jerry Lee ondeggia tra country e rock nel classico Sixteen Candles ed in Keep My Motor Running di Randy Bachman. Finale strepitoso con una versione corale di otto minuti di Big Train (From Memphis), scritta l’anno prima da John Fogerty in omaggio ad Elvis ed eseguita con un coro che comprende lo stesso Fogerty, Dave Edmunds, Rick Nelson, June Carter Cash, le Judds ed il leggendario produttore Sun Sam Phillips.

Johnny Cash Is Coming To Town (1987). Il “vero” esordio di Cash per la Mercury, prodotto da Cowboy Jack Clement, è un tipico album anni ottanta del nostro, sulla falsariga di quelli pubblicati per la Columbia: ottimo dal punto di vista musicale ma poco remunerativo per quanto riguarda le vendite. Il brano più noto è indubbiamente la splendida The Night Hank Williams Came To Town, una trascinante country song elettrica caratterizzata dall’immancabile ritmo “boom-chicka-boom” ed uno spettacolare intervento vocale di Waylon Jennings. Tra le altre segnalo grintose riprese di canzoni di Elvis Costello (The Big Light), Merle Travis (la classica Sixteen Tons, proposta “alla Cash”), un doppio Guy Clark (Let Him Roll e Heavy Metal, entrambe ottime) e perfino James Talley con la rockeggiante W. Lee O’Daniel (And The Light Crust Dough Boys), mentre il Cash autore è presente in due occasioni, un luccicante rifacimento di The Ballad Of Barbara e la tipica ma deliziosa I’d Rather Have You.

Water From The Wells Of Home (1988). Visto l’insuccesso del disco precedente Johnny tenta la carta dell’album di duetti, ma le cose non andranno molto meglio. Water From The Wells Of Home è però un lavoro eccellente, con perle come l’iniziale Ballad Of A Teenage Queen, strepitoso rifacimento di un pezzo antico scritto da Clement (che produce ancora l’album) con la partecipazione della figlia di Cash Rosanne e degli Everly Brothers, e That Old Wheel, irresistibile country-rock proposto insieme a Hank Williams Jr., con i due vocioni che si integrano alla grande. Oltre a Rosanne, la famiglia Cash è presente nelle figure del figlio John Carter Cash, che duetta col padre in una coinvolgente rilettura di Call Me The Breeze di J.J. Cale e nella toccante ballata pianistica che intitola l’album, e della moglie June (con Carter Family al seguito) in Where Did We Go Right. Altre gemme sono la bella western song As Long As I Live, con la voce cristallina di Emmylou Harris (nonché i backing vocals di Waylon e signora, cioè Jessi Colter, e la partecipazione dell’autore del brano Roy Acuff), la rockeggiante The Last Of The Drifters, di e con Tom T. Hall, la suggestiva ballata dal sapore irlandese A Croft In Clachan con Glen Campbell, e soprattutto l’inattesa comparsata di Paul McCartney che scrive e canta con Johnny la deliziosa country ballad New Moon Over Jamaica, portandosi dietro la sua band dell’epoca (cioè quella di Flowers In The Dirt e successivo tour).

Come bonus per questo box abbiamo due missaggi alternati di Ballad Of A Teenage Queen e That Old Wheel, praticamente identici agli originali.

Classic Cash – Hall Of Fame Series (1988). Appena quattro mesi dopo l’album precedente Cash pubblica il disco più nostalgico del periodo Mercury: Classic Cash è infatti un lavoro tipico da vecchia gloria, in cui il nostro reincide con un gruppo attuale (ma anche due ex membri della sua antica backing band The Tennessee Three, Bob Wooton e W.S. Holland) venti classici del periodo Sun e Columbia. Un disco elettrico e bellissimo, suonato e cantato in maniera formidabile e forse con l’unico difetto di una produzione un po’ piatta (ad opera dello stesso Cash), che però la rimasterizzazione odierna ha migliorato notevolmente. In pieno 1988 questo non era certo l’album adatto a rilanciare la carriera del nostro, ma di fronte a titoli come Get Rhythm, Tennessee Flat Top Box, A Thing Called Love, I Still Miss Someone, I Walk The Line, Ring Of Fire, Folsom Prison Blues, Cry Cry Cry, Five Feet High And Rising, Sunday Morning Coming Down, Don’t Take Your Guns To Town, Guess Things Happen That Way e I Got Stripes bisogna solo stare zitti ed ascoltare.

Classic Cash – Early Mixes (2020). Questo è il disco “inedito”, nel senso che sono le stesse venti canzoni pubblicate su Classic Cash (ma in ordine diverso), presenti con il missaggio iniziale e non rifinito. I brani sono sempre ovviamente una goduria, e forse ancora più diretti in queste versioni, ma vi consiglio di non ascoltare i due Classic Cash uno di fila all’altro in modo da evitare una certa ripetitività.

Boom Chicka Boom (1990). Album all’epoca poco considerato in quanto privo dei numerosi ospiti di Water From The Wells Of Home (a parte The Jordanaires, gruppo vocale noto per i suoi trascorsi con Elvis), ma tra i migliori del periodo Mercury. Prodotto da Bob Moore, Boom Chicka Boom è un lavoro che fin dal titolo rivela la volontà di Johnny di tornare il più possibile al suo suono originale, ed il risultato finale è davvero ottimo. Puro Cash sound (e totale assenza di ballate), con energiche e convincenti versioni di Cat’s In The Cradle di Harry Chapin (*NDB Di recente rispolverata per la pubblictà di una nota birra) , Hidden Shame ancora di Costello, Family Bible di Willie Nelson, Harley di Michael Martin Murphey ed una strepitosa Veteran’s Day di Tom Russell (all’epoca uscita solo come b-side e presente qui come traccia aggiunta). Ma gli originali di Cash non sono da meno, come l’ironica e trascinante A Backstage Pass e le coinvolgenti Farmer’s Almanac e Don’t Go Near The Water, quest’ultima già incisa dal nostro negli anni settanta. E poi Johnny canta alla grande. Questo è anche il dischetto con più bonus tracks: oltre alla già citata Veteran’s Day abbiamo infatti un’altra b-side (I Shall Be Free), quattro prime versioni di A Backstage Pass, Harley, That’s One You Owe Me e Veteran’s Day, per finire con la scintillante I Draw The Line, un inedito assoluto che poteva benissimo essere incluso nel disco originale.

The Mystery Of Life (1991). Johnny chiude in bellezza il periodo Mercury (ma sempre con vendite deludenti) con quello che forse è il disco migliore dei cinque a parte Classic Cash che però come abbiamo visto si rivolgeva a brani del passato. Ancora con Clement in regia, The Mystery Of Life ci presenta un Cash tirato a lucido che ci delizia con dieci canzoni di notevole portata. L’album inizia con uno strepitoso rifacimento (l’aveva già pubblicata a fine anni settanta) di The Greatest Cowboy Of Them All, magnifica gospel song dotata di un maestoso arrangiamento in stile western. Ci sono altri due brani del passato, due toniche riletture di Hey Porter (appartenente al periodo Sun) e della collaborazione con Bob Dylan di Wanted Man; i nuovi pezzi scritti dal nostro sono I’m An Easy Rider, Beans For Breakfast e Angel And The Badman, uno meglio dell’altro, mentre tra le cover spiccano I’ll Go Somewhere And Sing My Songs Again di Tom T. Hall e The Hobo Song di John Prine, entrambe con la partecipazione dei rispettivi autori. Ed anche la ballata che dà il titolo al disco, scritta da tale Joe Nixon, è decisamente bella. Come bonus abbiamo The Wanderer, ovvero la famosa collaborazione di Johnny con gli U2, forse un po’ fuori contesto qui ma sempre affascinante da ascoltare.

Credo di essermi dilungato un po’, ma era d’uopo riservare il giusto tributo ad uno dei periodi più complicati della carriera di uno dei più grandi musicisti di sempre: The Complete Mercury Recordings 1986-1991 è un cofanetto che non deve mancare in nessuna collezione che si rispetti.

Marco Verdi

Non Solo Una Faccia Tra La Folla: Questo E’ Un Grande Disco! Ben Bostick – Among The Faceless Crowd

ben bostick among the faceless crowd

Ben Bostick – Among The Faceless Crowd – Simply Fantastic Music

Ben Bostick non è soltanto uno dei classici cantautori che popolano il sottobosco della musica a stelle e strisce, è un vero talento: country, folk, Americana, roots? Decidete voi, forse nella sua musica c’è un po’ di tutto questo. Nativo della South Carolina, dopo essere passato dalla California, ora vive ad Atlanta, Georgia, dove lavora e fa musica. Per il momento si arrangia con eventi One Man Band, visto che suona, bene, un po’ di tutto ed è anche la modalità con cui ha inciso in parte questo Among The Faceless Crowd, che ha ricevuto eccellenti riscontri critici, con paragoni allo Springsteen di Nebraska, anche a livello concettuale, ma che tra le sue influenze cita, oltre a Bruce, Johnny Cash, Otis Redding e il chitarrista australiano Tommy Emanuel, dato che è anche un ottimo picker. In effetti nel disco appaiono anche Luke Miller alle tastiere, il bassista Cory Tramontelli e il suo chitarrista abituale, Kyle LaLone alla elettrica nella bellissima The Last Coast, un brano quasi epico, una splendida ballata corale, con un sound dove organo, chitarre arpeggiate e sezione ritmica fanno da apripista all’assolo di LaLone, questo a smentire parzialmente il suono crudo e spoglio di Nebraska, a favore di una musicalità più compiuta, dove la voce di Bostick si eleva maestosa.

Se devo azzardare un paragone personale il tipo di voce di Ben, più che il Boss, mi ricorda moltissimo quella di Eric Andersen, epoca Blue River e seguenti: prendiamo l’iniziale Absolutely Emily, che se vogliamo mantenere il paragone con Springsteen sembra un pezzo di Tunnel Of Love o comunque uno di quelli più intimi e dolci, cantato però con la voce di Andersen, più gentile e carezzevole, sostenuto sempre dall’organo, l’acustica arpeggiata e un supporto ritmico contenuto, il tutto che permette di gustare l’elegante finezza della melodia innato in Bostick. Che non è al primo album, questo è il terzo (oltre ad un mini uscito nel 2016). Le sue canzoni hanno un legame con il sociale, la vita quotidiana non facile del lavoratore comune, negletto e triste, nella quasi desolata Wasting Gas, che timbro vocale a parte, insisto, mi ricorda moltissimo il buon Eric, ci rimanda anche al citato Cash e a Bruce, con l’intervento di un glockenspiel, dell’organo e di una elettrica discreta ma efficace, che poi sfocia in un assolo di armonica quasi commovente, grande musica, date retta.

La scandita, disperata e cruda Working For A Living è la più springsteeniana del lotto… “Something ’bout this math just don’t add up/I’m working for a living, and it’s turning me cold”Sir, don’t make me look like a loser in my baby’s eyes”, su un tappeto sonoro vibrante, con basso, percussioni, organo ed armonica a scandire quella che sembra una sentenza senza appello, e anche I Just Can’t Seem To Get Ahead, con il suo accompagnamento folksy nobilitato da un organo gospel, non sembra voler regalare consolazioni o infondere fiducia nel futuro, perché anche questa è l’America dei nostri tempi, già nell’era pre-covid e oggi ancor di più.

Anche The Thief, di nuovo con glockenspiel ed organo in evidenza, è un grande brano, approccio Johnny Cash via Eric Andersen, con una melodia superba e un testo splendido “I’m a Christian, and I don’t believe it’s right for someone to steal But I’m a man with a family to provide for, that’s the deal…”, molto bella anche Central Valley che racconta della California lontani dalle luci abbaglianti di LA, attraverso solo la voce partecipe ed una acustica arpeggiata. Too Dark To Tell si spinge ancora più a fondo nell’abisso, con accenti alla Woody Guthrie dell’epoca della Grande Depressione, sempre con il picking della acustica danzante di Bostick che tratteggia un acquerello folk di rara efficacia, Untroubled Mind ha un sottofondo religioso con le sue citazioni di Abramo e un accompagnamento meno scarno ed austero, anzi a tratti avvolgente e rigoglioso, nonostante l’argomento, risultando una ennesima canzone sopra la media in un album che ci consegna un grande Cantautore con la C maiuscola. E anche la conclusiva If I Were In A Novel non è per nulla consolatoria, scandita da lunghe note del piano, dall’organo e dal solito glockenspiel, con finale solo voce a cappella che scandisce il verdetto finale di un grande album Not a soul would notice/And none would shed a tear…No witness to the void”.

L’unica nota dolente, al solito, è la scarsa reperibilità del disco, che si può acquistare solo sul sito personale dell’artista (dove si può ascoltarlo) oppure su https://benbostick.bandcamp.com/album/among-the-faceless-crowd , peccato che le spese di spedizione dagli Usa siano comunque proibitive per noi europei: però vale la pena di cercarlò

Bruno Conti