Se Fosse Anche Nuovo Sarebbe Uno Dei Dischi Del 2018! John Mellencamp – Other People’s Stuff

john mellencamp other people's stuff

John Mellencamp – Other People’s Stuff – Republic/Universal CD

Ammetto di avere un problema con questo album, in quanto la qualità del materiale in esso contenuto sfiora le cinque stelle, ma l’operazione discografica ne meriterebbe due. Quando avevo letto l’annuncio in pompa magna dell’uscita di un nuovo album di John Mellencamp programmata per il 7 Dicembre scorso (anzi, inizialmente doveva essere a Novembre), ho gioito alquanto, non solo perché il rocker dell’Indiana è da sempre uno dei miei preferiti, ma anche per il fatto che il titolo del disco, Other People’s Stuff, faceva capire che si trattava di un album di cover, un genere nel quale il piccolo musicista dal carattere difficile non ha mai deluso. Quando poi ho letto i titoli dei brani ho iniziato a sentire puzza di bruciato, in quanto erano all’80% canzoni che John aveva già pubblicato in passato, ma ho comunque sperato che si trattasse di nuove registrazioni, dato che molti pezzi erano su dischi fuori catalogo da tempo.

Invece no, una volta ascoltato il CD ho scoperto che Other People’s Stuff è per la maggior parte un lavoro antologico, spacciato per nuovo da una discutibile strategia di comunicazione (e ho proprio dovuto ascoltarlo per capirlo, dato che anche la confezione del CD, spartana al limite del ridicolo – come nel caso dell’ultimo album di studio di Mellencamp, Sad Clowns & Hillbillies – non è che facesse molta chiarezza sull’argomento). Quindi ci troviamo di fronte ad un’antologia di brani altrui, dieci canzoni prese da vecchi (e non) album di John, che peraltro si trovano ancora abbastanza facilmente, e da compilation e tributi decisamente più ardui da reperire. Ci sarebbe anche un’altra magagna: se John ha deciso di costruire un album “nuovo” con canzoni già pubblicate (ma due inediti comunque ci sono), perché lo ha fatto durare solo 34 minuti? Non poteva aggiungere altro materiale inciso negli anni, che non mancava di certo? O sforzarsi un attimino ed incidere due-tre inediti in più? A parte tutte queste considerazioni, il disco preso così com’è è strepitoso, una collezione di canzoni splendide eseguite in maniera magistrale, che se non fosse antologico si posizionerebbe senz’altro nei primi posti di una classifica dei migliori album dell’anno appena trascorso.

Dieci pezzi che si ascoltano tutti d’un fiato, a partire dall’iniziale To The River, che in realtà non è neppure una cover, essendo un brano scritto da John insieme alla cantautrice Janis Ian, e che nel 1993 chiudeva il bellissimo Human Wheels: grande roots rock, potente e solido, con le chitarre elettriche che si affiancano al violino e la sezione ritmica che è una frustata, come è tipico nel sound di John (lo stile è simile a quello del suo capolavoro, The Lonesome Jubilee), un brano quasi dimenticato che l’ex Coguaro ha fatto bene a ripescare. Poi abbiamo una straordinaria rilettura di Gambling Bar Room Blues, preso dal bellissimo (ed ormai fuori catalogo) tributo a Jimmie Rodgers uscito nel 1997 per la Egyptian Records di Bob Dylan: il brano, che poi sarebbe il noto traditional St. James Infirmary con parole diverse, viene riletto da John in maniera decisamente rock, con ritmica pressante, la classica voce arrochita del nostro ed un violino teso come una chitarra elettrica. Teardrops Will Fall (un oscuro brano di Dickey Doo & The Don’ts preso dal cover album Trouble No More) è splendida, con Mellencamp che la fa sua al 100% con un scintillante arrangiamento in stile Americana, sulla falsariga di suoi classici come Pink Houses, e la bellezza della melodia fa il resto.

 

In My Time Of Dying è un vecchio blues di Blind Willie Johnson rifatto un po’ da tutti, da Dylan ai Led Zeppelin, e qui è proposta in una veste folk-blues elettroacustica e polverosa, dal ritmo acceso e con una slide sullo sfondo (era su Rough Harvest); Mobile Blue è storia recente, in quanto è il pezzo di Mickey Newbury che apriva Sad Clowns & Hillbillies, una bella canzone interpretata in maniera rilassata e con il solito approccio roots (e la voce di Carlene Carter nel background). Ed ecco le due canzoni “nuove”: Eyes On The Prize è un’antica folk song conosciuta anche come Gospel Plow, che John ha cantato nel 2010 alla Casa Bianca di fronte ad Obama, ma qui è incisa in studio e trasformata in un vero blues fangoso del Mississippi, solo voce (più roca che mai), un basso ed una slide acustica degna di Ry Cooder, una versione molto diversa da quella esplosiva e corale ad opera di Bruce Springsteen nelle Seeger Sessions; il secondo inedito, ascoltato finora solo all’interno di un documentario del National Geographic Channel trasmesso nel 2017 ma mai pubblicato prima su disco, è una fantastica rilettura del classico di Merle Travis Dark As A Dungeon, dallo splendido arrangiamento tra country e folk che mette in evidenza la fisarmonica, il violino ed il pianoforte, un pezzo che da solo vale l’acquisto del CD (la presenza in sottofondo dell’inconfondibile voce ancora di Carlene Carter mi fa pensare che sia una outtake di Sad Clowns & Hillbillies).

Stones In My Passway, ancora da Trouble No More, è il famoso blues di Robert Johnson, riletto in modo crudo e diretto, con una slide stavolta elettrica, mentre The Wreck Of The Old 97 è proprio il vecchio classico la cui versione più nota è quella di Johnny Cash: la rilettura di Mellencamp è stupenda, diversa da quella dell’Uomo in Nero, più folk ed in linea con i suoi ultimi album, ma sempre con le unghiate elettriche da vecchio puma (il pezzo era su una compilation di folk songs intitolata The Rose And The Briar, tra l’altro ristampata di recente). Chiude il dischetto I Don’t Know Why I Love You, tratta da un poco conosciuto tributo a Stevie Wonder, rifatta con uno stile abbastanza lontano da quello del noto musicista cieco, un arrangiamento rock elettrico tipico di John, con un risultato finale decisamente interessante. Quindi, a parte le critiche sulla reale utilità di una simile pubblicazione, Other People’s Stuff è un dischetto che si ascolta con immenso piacere dalla prima all’ultima canzone, ed in cui non c’è un momento che non sia meno che ottimo.

Marco Verdi

Il Ragazzo Sta Crescendo In Maniera Esponenziale! Colter Wall – Songs Of The Plains

colter wall songs of the plains

Colter Wall – Songs Of The Plains – Young Mary/Thirty Tigers CD

Una della più belle sorprese dello scorso anno è stato senza dubbio l’esordio omonimo di Colter Wall https://discoclub.myblog.it/2017/05/20/un-quasi-veterano-ed-un-quasi-esordiente-con-la-regia-di-dave-cobb-che-bravi-entrambi-chris-stapleton-from-a-room-vol-1colter-wall-colter-wall/  (che vero esordio non era, dato che c’era già un EP, Immaginary Appalachia, in seguito prontamente ristampato), giovanissimo songwriter canadese che aveva impressionato per la sua bravura e la sua sicurezza nello scrivere ed eseguire brani di assoluto spessore, una serie di western songs purissime come si usava fare più di cinquant’anni fa, in più cantate con una voce baritonale incredibile per uno poco più che ventenne (è del giugno del 1995), paragonata da molti a quella di Johnny Cash (io la vedo più somigliante a quella di Dave Alvin e, più alla lontana, di Peter LaFarge). Ora Colter bissa quel disco fulminante con Songs Of The Plains, un lavoro a mio parere ancora più riuscito, con una consapevolezza perfino maggiore del ragazzo nei suoi mezzi, ed una serie di canzoni splendide che, pur essendo nuove di zecca (tranne quattro), hanno il sapore di racconti western con più di mezzo secolo sulle spalle.

Già il titolo e la copertina rimandano questa volta sì a Cash, ed ai primi album dell’Uomo in Nero, veri e propri concept dedicati di volta in volta al West, ai treni, agli Indiani d’America, ecc. La produzione, così come nel disco precedente, è nelle mani del Re Mida Dave Cobb, che porta in studio con sé un numero limitato ma selezionato di musicisti: Chris Powell alla batteria, Jason Simpson al basso, Lloyd Green alla steel (bravissimo) ed il partner musicale di una vita di Willie Nelson, cioè Mickey Rapahael, ovviamente all’armonica. Ma il modo di produrre di Cobb è leggermente cambiato rispetto a Colter Wall, che era più basato sulla voce e chitarra del leader e poco altro, mentre qui c’è più spazio per gli altri strumenti (sebbene sempre dosati al millimetro), ed in un paio di casi ci sono anche delle code strumentali ed interscambi tra i vari musicisti che nel disco dell’anno scorso erano completamente assenti. Il resto lo fa Colter con la sua voce, la sua chitarra e, soprattutto, le sue canzoni: sei scritte da lui, due traditionals e due cover di brani abbastanza oscuri. L’album inizia alla grande con la splendida Plain To See Plainsman, chitarra acustica, armonica in lontananza, voce formidabile ed una melodia che profuma di tradizione al 100%: a poco a poco, quasi non ci si accorge, entrano in punta di piedi anche gli altri strumenti, una differenza sostanziale con il disco del 2017. Molto bella anche Saskatchewan In 1881, dedicata da Wall alla sua regione d’origine, una folk song pura e cristallina con voce in primo piano, chitarra, una percussione accennata e l’armonica di Raphael: sembra di tornare indietro di più di 50 anni, quando il folk revival dettava legge in America (qui però manca del tutto la componente politica).

La breve John Beyers (Camaro Song) vede una steel ricamare languida sullo sfondo, e per il resto abbiamo solo Colter e la sua chitarra, ma intensità e feeling non vengono meno; Wild Dogs è un brano semisconosciuto di Billy Don Burns, ed è una canzone straordinaria, lenta, drammatica, densa e piena di pathos, di nuovo con una splendida steel alle spalle: negli ultimi due minuti entra il resto della band, il ritmo sale ed assistiamo ad una favolosa jam elettroacustica, da brividi. Calgary Round-Up, del poco noto singing cowboy canadese Wilf Carter, è puro country, un honky-tonk (senza pianoforte) gustoso e diretto, dal solito delizioso sapore vintage, con tanto di yodel finale, Night Herding Song è un pezzo tradizionale eseguito quasi a cappella (la chitarra viene solo sfiorata un paio di volte), Wild Bill Hickok, bellissima anche questa, è un racconto tra folk e western, con appena un basso a dettare il ritmo al nostro (e devo dire che Colter non è male neanche come chitarrista), mentre la limpida The Trains Are Gone vede il ritorno di Raphael alle spalle del nostro: puro folk d’altri tempi. Thinkin’ On A Woman è un country tune asciutto e diretto, reso più morbido dall’uso della steel ed ancora dal feeling enorme, Manitoba Man è di nuovo intensa e drammatica, e vede Colter in perfetta solitudine; il CD si chiude con un altro traditional, Tying Knots In The Devil’s Tail, che è anche il pezzo più strumentato: infatti troviamo anche Cobb alla seconda chitarra e la partecipazione vocale di Corb Lund e Blake Berglund, ed il brano è quello che più di tutti ricorda Cash, essendo una scintillante e spedita country song con tanto di boom-chicka-boom.

Altro gran disco per Colter Wall, uno che se continuerà a crescere in questo modo non so dove potrà arrivare.

Marco Verdi

Western Swing, Country E Divertimento Assicurato. Asleep At The Wheel – New Routes

asleep at the wheel new routes 14-9

Asleep At The Wheel – New Routes – Bismeaux Records

Quando uno pensa agli Asleep At The Wheel si immagina che la band texana abbia registrato cento album (in effetti “solo” una trentina!) e che siano in attività da sempre: il tutto benché la creatura di Ray Benson esista dall’inizio anni ’70, e non sono neppure texani, in quanto Benson nasce a Philadelphia nel 1951, ed a Austin ci arriva solo nel 1973, dopo una serie di concerti all’Armadillo Wolrd Headquarters, su istigazione dei loro mentori, i Commander Cody & His Lost Planet Airmen, che li hanno iniziati alle delizie del Wester Swing, e anche del boogie e del country, non dimenticando Van Morrison su Rolling Stone che li indicò come una delle sue band preferite. Poi da allora di strada ne hanno fatta tantissima, in tutti i sensi, visto che sono una delle band che più girano in tour per gli States, e da parecchi anni sono considerati anche gli eredi di Bob Wills & His Texas Playboys, magari in un ambito leggermente più neo-tradizionalista, ma sempre molto rispettoso delle radici. La formazione, che ha vinto in carriera ben 9 Grammy, è cambiata moltissimo nel corso degli anni, l’unico membro fisso è rimasto il solo Benson, mentre un centinaio di musicisti si sono avvicendati nelle cinque decadi di attività, con un organico sempre tra gli otto e gli undici elementi (al momento sono in 8).

L’ultima arrivata è Katie Shore (insieme ad altri 4 nuovi elementi), violinista, seconda voce solista e autrice anche di alcuni brani in questo New Routes, il primo album da una decina di anni a questa parte in cui il materiale originale non manca, e neppure le cover scelte con cura. Gli ultimi dischi degli AATW erano stati il natalizio Lone Star Christmas e in precedenza l’ottimo tributo corale Still The King: Celebrating The Music of Bob Wills & His Texas Playboys, e prima ancora il disco con l’amico Willie Nelson, nell’album Wille And The Wheel. Questa volta l’amico Willie non c’è, ma ha mandato la sorella Bobbie al piano, per un emozionante omaggio intitolato Willie Got There First, scritto da Seth Avett degli Avett Brothers che poi si sono presentati in forze anche per registrarlo, una splendida ballata cantata a più voci, che chiude in modo splendido questo album, che ha comunque molte altre frecce al proprio arco, ma questo brano è veramente un piccolo capolavoro e vale quasi l’album da solo. Dall’apertura di Jack I’m Mellow, una cover di un scintillante boogie western swing degli anni ’30, cantata in modo malizioso dalla Shore, che si alterna con il suo violino a pedal steel, chitarre e clarinetto per un delizioso tourbillon di musica senza tempo, seguita da Pencil Full Of Lead, uno scatenato boogie and roll degno delle migliori cose dei Commander Cody, con Benson che ha ancora una ottima voce e poi il sax di Jay Reynolds guida la band che swinga di brutto, la canzone è dello scozzese Paolo Nutini, ma sembra un classico degli anni ’50.

Anche Calling A Day Tonight, scritta da Benson e dalla Shore, che poi la canta deliziosamente. è una canzone retrò di grande fascino, e pure Seven Nights To Rocks, scritta da Moon Mullican, è una vera schioppettata di energia, un altro country boogie dall’energia contagiosa con i vari solisti in bella evidenza. Dublin Blues è una cover di un altro texano doc, Guy Clark, altra ballata dolceamara cantata in modo intenso da Benson, ben supportato dalla Shore, molto brava anche in questa canzone; la Shore poi contribuisce anche il quasi cabaret di una insinuante I Am Blue che ricorda certi pezzi di Mary Coughlan, senza dimenticare Pass The Bottle Around, un nuovo brano di Ray Benson, il classico country blues dall’andatura contagiosa con la band che segue il suo leader alla grande. Non manca un omaggio a Johnny Cash con una bellissima rilettura di Big River, tutta grinta e ritmo, con la Shore che fa la June Carter della situazione, oltre a suonare il violino alla grande, e che poi conferma di essere un vero talento anche nella propria Weary Rambler, altra country ballad  di squisita fattura e molto fascinosa pure la cover di un altro autore contemporaneo come Seth Walker per una bluesata e pigra More Days Like This, sempre cantata con classe dalla bravissima Shore.

Che dire, veramente un gran bel disco, piacevole, garbato e consistente, tra i migliori della discografia degli Asleep At The Wheel.

Bruno Conti

Ancora Meglio Dell’Esordio, Peccato Solo Per La (Scarsa) Durata! Paul Cauthen – Have Mercy EP

paul cauthen have mercy ep

Paul Cauthen – Have Mercy EP – Lightning Rod CD

Paul Cauthen è un texano diverso dal solito. Ex Sons Of Fathers, ha esordito come solista nel 2016 con l’ottimo My Gospel, un album che fin dal titolo lasciava intendere che nel suo background non c’era solo la musica country https://discoclub.myblog.it/2017/01/05/tra-texas-alabama-e-piu-di-uno-sguardo-al-passato-paul-cauthen-my-gospel/ . Infatti My Gospel era una riuscita e stimolante miscela di soul, rock, country e, appunto, gospel, il tutto suonato come se si stesse parlando di un artista proveniente dal Mississippi o dall’Alabama. A meno di due anni di distanza da quel disco, ora Cauthen pubblica questo Have Mercy EP, sette canzoni nuove di zecca che proseguono il discorso musicale intrapreso con My Gospel, direi addirittura migliorandolo. Paul è uno che sa scrivere, ha il senso del ritmo, conosce i classici e si sa circondare di validi musicisti, gente poco nota ma di sostanza, che risponde ai nomi di Beau Patrick Bedford (organo, ed è anche il produttore), Nik Lee (chitarre), Scott Edgar Lee Jr. (basso), Daniel Creamer (piano) e McKenzie Smith (batteria), ed aggiungerei che il nostro è anche in possesso di una bella e profonda voce baritonale.

Have Mercy è quindi un ottimo disco, anche variegato nello stile pur restando molto a Sud della Mason-Dixon Line, e che ha l’unico difetto di durare appena 26 minuti: sarebbe bastato aggiungere tre cover scelte con cura ed avremmo avuto un nuovo album in tutto e per tutto. L’inizio è comunque splendido grazie alla scura ed annerita Everybody Walkin’ This Land, un brano tra gospel e blues nel quale la voce di Paul assomiglia in maniera impressionante a quella di Johnny Cash, ed anche lo stile è assimilabile a quello delle incisioni a sfondo religioso dell’Uomo in Nero, con gli strumenti centellinati e la voce bella forte al centro. Resignation è invece un gustoso brano tra soul e rock, che a differenza della canzone precedente mi ricorda notevolmente l’Elvis Presley dei primi anni settanta, e che voce; Have Mercy è una classica rock song ancora molto seventies, e nuovamente a metà strada tra rock e southern soul, guidata da chitarre, piano ed organo, un suono caldo che profuma di Fame Studios e con un coro femminile che fa tanto Lynyrd Skynyrd.

Lil Son è una splendida ed ariosa western song, quasi da film, ancora con l’influenza di Cash ben presente, anzi credo che sia volutamente citazionista, dal timbro di voce al ritmo (boom-chicka-boom), anche se il songwriting è indubbiamente opera di Paul. Ancora l’Elvis “sudista” con My Cadillac, un rock’n’roll pieno di anima e di ritmo, con un ritornello coinvolgente: il CD sarà anche di corta durata, ma ripeto che la qualità media è superiore al già positivo debutto. Chiudono la fluida Tumbleweed, rock ballad di ampio respiro e cantata al solito in maniera egregia, e la scorrevole In Love With A Fool, uno slow pianistico e romantico, dal delizioso sapore fine anni sessanta ed un raffinato alone pop, che si trova dalle parti dell’ultimo Sturgill Simpson. Sette canzoni scintillanti, che alla fine lasciano un po’ di amaro in bocca in quanto ce ne sarebbe voluta qualcuna in più.

Marco Verdi

Strepitosa Trasferta Soul A Memphis Per Una Delle Più Belle Voci Del Rock Americano. Dana Fuchs – Love Lives On

dana fuchs loves live on

Dana Fuchs – Love Lives On – Get Along Records

Come sa chi legge abitualmente questo Blog Dana Fuchs è una delle “nostre” cantanti preferite, secondo chi scrive la seconda miglior voce dell’attuale panorama rock americano (la prima è Beth Hart, ma di poco), una cantante dalla vocalità esplosiva, ma anche capace di grande finezza e sensibilità, tutte cose già dette più volte nel passato, ma ribadirle non fa male, anche se Dana è una “cliente” abituale” di queste pagine virtuali. L’avevamo lasciata alle prese con un disco acustico https://discoclub.myblog.it/2016/05/02/grande-voce-anche-versione-acustica-dana-fuchs-broken-down-acoustic-sessions/  che sembrava avere concluso un periodo devastante della sua vita (dopo la morte della sorella, del padre e del fratello, nel 2016 è scomparsa anche la madre): ma sempre nel 2016, per compensarla di tante perdite, è nato anche il suo primo figlio, e da lì è partito un processo di rinascita anche artistica. La nostra amica, essendo rimasta priva di un contratto discografico, in quanto era finito quello con la Ruf che comunque ci aveva regalato ottimi dischi, in studio https://discoclub.myblog.it/2013/07/11/grandi-voci-dopo-beth-hart-dana-fuchs-bliss-avenue-5503590/ e dal vivo https://discoclub.myblog.it/2014/12/11/quindi-le-cantanti-vere-nel-rock-esistono-dana-fuchs-songs-from-the-road/,  (all’interno dei Post trovate anche i link delle recensioni degli album precedenti) ha deciso di affidarsi al crowdfunding per finanziare il suo nuovo album di studio. La raccolta fondi è andata molto bene e la Fuchs ha potuto permettersi di andare a registrare il suo nuovo album ai Music+Arts Studio in quel di Memphis, Tennessee, che sono i diretti discendenti, per certi versi, di altri studios della città del Sud, da quelli dove venivano registrati i dischi della Hi Records, agli Ardent, passando per i Muscle Shoals e i Fame Sudios, luoghi leggendari dove è nata grandissima musica.

Ma non solo, Dana accompagnata dal fido Jon Diamond, il suo braccio destro, co-autore delle canzoni e chitarrista abituale sin dagli inizi, si è potuta permettere di utilizzare una pattuglia di musicisti formidabili; sotto la guida del produttore Kevin Houston, che ha una lista di assistiti veramente lunghissima, i due si sono appoggiati al Reverend Charles Hodges, all’organo (quello dei dischi di Al Green, Willie Mitchell Ann Peebles), Jack Daley al basso, già presente nella band della Fuchs, ma anche con Little Steven e Joss Stone, per dirne un paio, Glen Patscha, al piano e Wurlitzer, uno degli Ollabelle di Amy Helm (di cui a settembre è annunciato il nuovo album, che sarà prodotto da Joe Henry), Steve Potts alla batteria, presente nell’ultimo Gregg Allman, ma ha suonato anche con Paul Rodgers, Robben Ford, Al Green, Irma Thomas, Neil Young. In più, per non farsi mancare nulla, una piccola sezione fiati con Kirk Smothers Marc Franklin del giro Bo-Keys, Love Light Orchestra, e se leggete i credits degli album, li trovate con Buddy Guy, Jim Lauderdale, Dee Dee Bridgewater; non mancano due voci femminili strepitose come Reba Russell e soprattutto Susan Marshall https://discoclub.myblog.it/2017/10/28/una-voce-meravigliosa-interpreta-cover-dautore-susan-marshall-639-madison/e nei brani con un approccio più country-folk, l’ottimo Eric Lewis, alla pedal steel, lap steel e mandolino, anche lui piccola gloria della musica del Sud. Con tutto questo spiegamento di forze ovviamente il risultato è eccellente, Love Lives On è un signor disco, non per fare paragoni, ma, esageriamo, mi ha ricordato molto un incrocio tra Pearl I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama di Janis Joplin, non per nulla Dana Fuchs (come Beth Hart) ad inizio carriera era stata una delle interpreti del musical Love Janis. Backstreet Baby è una partenza in perfetto stile Deep South, tra Stax e soul revue, con fiati sincopati, le voci femminili di supporto, organo, ritmica, tutti perfetti e Diamond che ci regala anche una breve sciabolata di chitarra, sul tutto ovviamente svetta la voce della nostra amica.

Per andare ancora di più alle radici, Nobody’s Fault But Mine era su The Immortal Otis Redding, un’altra sciccheria funky-soul di grande impatto, con Dana Fuchs in piena modalità Janis, voce roca, con il giusto mix tra R&B e rock, con la band sempre sul pezzo e Diamond che si rivela chitarrista più eclettico del solito; Callin’ Angels è un mid-tempo godurioso, giusto a metà strada tra il deep soul della Stax e quello più danzabile della Motown, comunque altro brano eccellente, e poi quei fiati in sincrono e l’assolo di organo sono da manuale della perfetta musica soul. Sittin’ On ha un giro di basso libdinoso suonato da Daley, che pompa di gusto sul proprio strumento, mentre tutti i musicisti e una deliziosa Dana, rivisitano la grande musica che usciva dai solchi dei dischi dei tempi che furono, rock, soul e belle melodie mescolati e shakerati con grande classe ed arrangiamenti scintillanti, con la ciliegina dell’assolo di Diamond nella parte centrale, breve ma intenso e perfetto, e come cantano anche le due coriste. Love Lives On è il primo dei brani che oltre alle firme di Fuchs e Diamond riporta anche quella di Scott Sharrard, il musicista che è stato la chitarra solista e il direttore musicale della Gregg Allman Band negli ultimi anni di vita del grande musicista di Nashville (perché lì era nato): una ballata struggente di quelle strappa mutande, degna erede del grande repertorio Stax, ma anche dei brani lenti della indimenticabile Janis Joplin di Pearl, che viene fatta rivivere da una interpretazione vocale da brividi, di grande intensità. Sad Solution ci riporta alla consueta ma non scontata, se ben eseguita, miscela di soul, funky e rock, che è il principale stile che contraddistingue l’album, con organo, sax e chitarra a dividersi i compiti, mentre il testo verte sulle vicende dei rifugiati e degli immigrati illegali che hanno toccato la coscienza sociale della Fuchs.

Faithful Sinner, un altro dei brani scritti con Sharrard è nuovamente una splendida power ballad, più intima e raccolta, di impianto quasi gospel per l’occasione, con organo e fiati che fanno sentire sempre la loro presenza e stimolano un’altra prestazione vocale eccellente di Dana; Sedative potrebbe addirittura ricordare il soul più “moderno” di Amy Winehouse, molto piacevole, per quanto non memorabile, l’atmosfera sonora raffinata lo lascia comunque gustare. Ready To Rise, di nuovo scritta con Sharrard, potrebbe ricordare un suono alla Steve Winwood, quando nei suoi Traffic anni ’70 suonavano i musicisti del giro Muscle Shoals, quindi più rock, ma con le scivolate dell’organo in evidenza che rimandano a quel sound e poi notevole assolo di Jon Diamond in grande spolvero alla solista; mentre il “ruggito” vocale è tra Janis e Joe Cocker. Nella parte finale dell’album arrivano alcuni brani più dolci ed acustici, per esempio Fight My Way, che oltre che di Sharrard porta anche la firma di David Gelman, un brano di impianto country-folk che parte da un riff iniziale simile a Blackbird dei Beatles, per poi trasformarsi in una delizia di mandolini, dobro, lap steel, acustiche arpeggiate, e la nostra amica del tutto a suo agio anche in questo impianto più delicato e raffinato.

Per poi tuffarsi in Battle Lines, un altro brano che profuma di paesaggi sudisti e sembra uscire da qualche disco della Band o di Levon Helm, ancora con mandolino, piano, armonie vocali sognanti che si vanno ad unire ad una armonica sbarazzina, all’organo avvolgente di Hodges e al cantato splendido in assoluta souplesse e controllo che solo le grandi cantanti come la Fuchs sanno avere. In quel di Memphis non può mancare un blues fiatistico di quelli duri e puri, come Same Sunlight, suono Stax o à la Janis Joplin più blues, ancora con ottimo lavoro di Diamond alla solista. Il brano conclusivo, uno dei migliori di un album dai livelli comunque notevoli, è una cover sorprendente di Ring Of Fire di Johnny Cash, rallentata ad arte e trasformata in una ballata country che rivaleggia come bellezza con la classica Me And Bobby McGee, in un tripudio di pedal steel, chitarre acustiche, organo e tastiere assortite, tra rallentamenti e ripartenze deliziose, una piccola gemma finale. Il suo disco migliore e uno dei più belli del 2018, fino ad ora: da New York a Memphis con passione.

Bruno Conti

Parole Parole Parole, Sono Solo Parole, Ma Anche Buona Musica! Various Artists – Johnny Cash: Forever Words

johnny cash the music forever words

VV.AA. – Johnny Cash: Forever Words – Legacy/Sony CD

C’è una nuova tendenza nell’ambito dei tributi musicali, e cioè quella di mettere in musica poesie e scritti inediti di grandi del passato (e presente): a memoria ricordo i due episodi di Mermaid Avenue, a cura di Wilco e Billy Bragg e riguardanti canzoni senza musica di Woody Guthrie (e Woody è stato omaggiato in maniera analoga da Jay Farrar e Jim James ed altri artisti nell’album New Multitudes), oltre a The Lost Notebook, nel quale vari artisti si cimentavano con inediti di Hank Williams, e Lost On The River, stessa cosa ma inerente poesie e canzoni mai musicate da Bob Dylan e scritte nel periodo dei Basement Tapes. Uno che durante la sua vita aveva scritto molto, e non necessariamente solo canzoni, è di sicuro Johnny Cash, ed ora alcune sue poesie sono state raccolte dal figlio John Carter Cash e pubblicate in un libro con il titolo di Forever Words: oggi mi occupo del CD uscito a completamento dell’operazione (da qui il sottotitolo “The Music” in copertina), nel quale una bella serie di artisti ha omaggiato il grande Cash scrivendo la musica da abbinare ad alcune di queste poesie. E’ un tributo non canonico, nel senso che è difficile ritrovare lo spirito dell’Uomo In Nero in queste canzoni: ognuno infatti ha portato il proprio stile all’interno dei brani, ed il contributo di Johnny è rimasto a livello puramente testuale.

Nonostante questo, a parte un episodio sottotono ed uno di cui avrei fatto volentieri a meno, il disco è bello e ben fatto, e gli artisti coinvolti (molti dei quali di gran nome) hanno dato il meglio di loro stessi, con diverse performance di livello eccelso. L’album, prodotto da John Carter e Steve Berkowitz, inizia subito con due colossi, Willie Nelson e Kris Kristofferson: Forever non è musicata, ma viene recitata da Kris con il suo vocione da pelle d’oca, mentre Willie ricama sullo sfondo con la sua inconfondibile chitarra la melodia di I Still Miss Someone, peccato solo che il tutto duri pochissimo. Molto intensa To June This Morning, che vede duettare Ruston Kelly e Kacey Musgraves, un brano folk delicato, due voci, una chitarra ed un banjo; il popolarissimo Brad Paisley ci propone Gold All Over The Ground, uno slow un po’ sui generis, non male ma che somiglia a tanti altri brani che escono mensilmente da Nashville, anche se le parti di chitarra sono di ottimo livello (Paisley è un chitarrista coi fiocchi). You Never Knew My Mind vede alla voce Chris Cornell, probabilmente nella sua ultima incisione prima della tragica scomparsa (la sua presenza non è più di tanto strana, se ricordate Cash aveva inciso Rusty Cage dei Soundgarden): voce sofferta ma piena di feeling, un brano di stampo elettroacustico di sicuro impatto, con accompagnamento in crescendo: emozionante e sorprendente. Brava come sempre Alison Krauss con i suoi Union Station, The Captain’s Daughter è una deliziosa ballata acustica, pura e cristallina come la voce di Alison.

Era da tempo che non sentivo T-Bone Burnett come solo artist, e la sua Jellico Coal Man è l’unica ad avvicinarsi anche musicalmente allo stile di Cash, specie per l’uso della chitarra elettrica (anche se la voce di T-Bone è del tutto diversa), niente male davvero. Rosanne Cash non può fallire l’omaggio al padre, ed infatti usa tutta la classe e bravura di cui è dotata per regalarci una stupenda The Walking Wounded, scintillante ballata nel suo tipico stile, grande canzone; John Mellencamp è un grandissimo, e la sua Them Double Blues è decisamente irresistibile, un vivace folk-rock che sa di tradizione, puro e splendido, tra le sue cose più belle degli ultimi anni. Molto brava e raffinata anche Jewel (con Colin Linden alla chitarra), Body On Body è una squisita ballata dominata da piano e chitarre, molto classica e con un motivo decisamente bello, anzi tra i più intensi del CD. Elvis Costello a mio parere negli ultimi anni ha un po’ perso il tocco, ed anche la sua I’ll Still Love You, con tanto di orchestrina alle spalle, è un po’ pesantuccia e non molto riuscita (e poi il suo modo di cantare con il vibrato mi ha un po’ stufato). Carlene Carter è un’altra di famiglia, ha una gran voce e June’s Sundown (il tramonto di June, ovvero sua madre) è uno slow drammatico e denso di pathos:

Dailey & Vincent sono un gruppo bluegrass molto valido, con tanto di sezione ritmica, e la loro He Bore It All è semplicemente travolgente, con un ottimo uso delle voci, mentre il trio femminile delle I’m With Her si immerge completamente in suoni tradizionali con la notevole Chinky Pin Hill, tre voci, violino, chitarra e banjo, puro folk. Sinceramente non so cosa c’entri il trio formato da Robert Glasper, Ro James ed Anu Sun, Goin’ Goin’ Gone è una canzonaccia tra hip-hop e nu soul, un roba brutta brutta che non doveva finire sul disco, e John Carter avrebbe dovuto buttare il trio fuori dallo studio a calci invece di permettergli di incidere. Meno male che ci sono i Jayhawks con la languida What Would I Dreamer Do, una country song distesa e tersa, che ci fa dimenticare in parte lo scivolone precedente. Chiude il CD il bravissimo Jamey Johnson con Spirit Rider, una ballatona fiera dal passo lento e dominata dal vocione del nostro. Un bel disco quindi, nel quale l’amore ed il rispetto per il grande Johnny Cash viene fuori in maniera netta, pur mancando il suo imprimatur musicale.

Marco Verdi

Gli Ottimi Inizi Country Di Chip Taylor. Last Chance: The Warner Bros Years

chip taylor last chance

Chip Taylor – Last Chance: The Warner Bros Years – Train Wreck 2 CD+DVD

James Wesley Voight, per tutti Chip Taylor, è il fratello dell’attore Jon Voight e quindi lo zio di Angelina Jolie, ed è stato, nelle sue varie vite musicali, prima autore di canzoni di grande successo negli anni ’60, due per tutte, Angel Of The Night, portata al successo da Merrilee Rush una prima volta nel 1967 e poi di nuovo nel 1981 da Juice Newton, e l’anno precedente Wild Thing, cantata dai Troggs, ma celebre anche nella versione memorabile di Jimi Hendrix al Monterey Pop Festival. Però in effetti la carriera di Chip Taylor è soprattutto legata alla musica country, anche se iniziò a pubblicare 45 giri di R&R come Wes Voight and the Town Three già nel 1958. Originario di Yonkers, New York, la sua carriera solista si avvia proprio all’alba degli anni ’70 con un paio di album in trio, a nome Gorgoni, Martin & Taylor, pubblicati dalla Buddah Records nel 1971 e ’72, più orientati sul country/folk, poi il suo primo disco solo Gasoline, sempre del 1972 su Buddah, dove c’era la sua versione di Angel Of The Morning. A questo punto arriva la proposta di un contratto dalla Warner Bros che vorrebbe lanciare una propria divisione country (e il “successo” arriderà con Emmylou Harris) e Chip Taylor, che aveva pronte molte canzoni decisamente orientate su quel genere, si trova uno studio di registrazione, non a Nashvile, ma a Fayville, Massachussetts e registra quello che con una notevole dose di autoironia (e rassegnazione) si chiamerà Chip Taylor’s Last Chance.

chip-taylor-warner-bros-2-ab

https://www.youtube.com/watch?v=ICP1Y9FUPpY

Quasi tutti conoscono Taylor per la terza fase della sua carriera, quella iniziata a metà anni ’90, dopo lunghi anni passati come giocatore d’azzardo professionista, e culminata in una splendida serie di album pubblicati, prima in coppia con Carrie Rodriguez e poi in proprio, e che prosegue tuttora con eccellenti risultati, alla ragguardevole età di 77 anni. Comunque quei tre album erano già ottimi, oltre a quello citato, uscito nel 1973, Some Of Us del 1974 e This Side Of The Big River del 1975, con uno stile influenzato dall’outlaw country in auge all’epoca, ma anche vicino a cantautori come Townes Van Zandt, Jerry Jeff Walker e Guy Clark,  e pure a livelli qualitativi ci siamo. Come racconta lo stesso Chip nelle esaustive, affettuose (e divertenti) note riportate nel libretto di questo triplo (ma attenzione i primi due dischi sono stati ristampati in un 2in1 anche dalla Morello Records nel 2016), Taylor rischiò, e in parte ci riuscì, di diventare una sorta di superstar country in Svezia ed in Olanda; nella nuova edizione, molto bella, pubblicata dalla Train Wreck, oltre ai dischi troviamo anche un DVD inedito, registrato all’ Armadillo World Headquarters di Austin, Texas nel 1973 (presumo recuperato da qualche vecchia VHS dei tempi, visto che il filmato è in bianco e nero e la qualità è quasi ai limiti della decenza, con le immagini che ogni tanto partono per la tangente, anche se la musica è ottima). Nei tre dischi di studio Chip Taylor è accompagnato da una band eccellente, dove brillano John Platania, in quegli anni chitarra solista anche nei dischi di Van Morrison, il bravissimo Pete Drake, alla steeel guitar, che suonava all’epoca con tutti, da Bob Dylan e Simon & Garfunkel alle stelle del country, nonché a David Grisman al mandolino e ai Jordanaires ai cori.

chip taylor this side

https://www.youtube.com/watch?v=YaZzUGoi6HA

I tre album sono tutti molti buoni, costellati da bellissime canzoni, il suono è a tratti splendido e se dovessi esprimere una preferenza opterei per Last Chance, con ballate veramente evocative, in cui il nostro ha sempre brillato, come Son Of A Rotten Gambler, The Coal Fields Of Shikshinny, I’m Still The Same, la struggente Family Of One ed il valzerone della title track, degno delle più belle canzoni dell’epoca di Willie Nelson, oltre a splendide country songs più mosse, quasi ai limiti dell’honky tonk, con i tre solisti citati spesso in evidenza, anche in quelle che all’epoca si chiamavano “answer songs”, per esempio 101 In Cashbox, sulla storia di Angel Of The Morning, e ancora (I Want) The Real Thing che ricorda il sound di Jim Croce, oppure I Read It  In Rolling Stone, una outlaw soung che Waylon Jennings e Johnny Cash avrebbero cantato a meraviglia, del tutto pari a quanto scriveva Kris Kristofferson in quei tempi. E comunque anche gli altri due dischi sono decisamente buoni: Me As I Am, Early Sunday Morning, Something ‘Bout The Way This Story Ends, Comin’ From Behind, If You’re Ever In Warsaw, da Some Of Us, anche se a tratti appesantite dagli archi sono comunque belle canzoni, e pure Big River, l’unica cover, dal repertorio di Johnny Cash, tratta dal terzo album, oppure la deliziosa Same Ol’ Story, il quasi gospel malinconico di Holding Me Together, la delicata Gettin’ Older Looking Back, la conclusiva splendida You’re Alright Charlie o un’altra bellissima ballata alla Nelson come Sleepy Eyes testimoniano di un cantautore che faceva della country music di qualità già allora, sia pure meno “roots” di quella odierna e che quindi meriterebbe più di un ascolto dagli appassionati del genere (e di Chip Taylor).

Bruno Conti

Musica Country Per Palati Fini. Ray Scott – Guitar For Sale

ray scott guitar for sale

Ray Scott – Guitar for Sale – Jethropolitan/Sony CD

Devo confessare che avevo perso di vista negli ultimi anni Ray Scott, countryman del North Carolina che aveva pubblicato appena quattro album tra il 2005 ed il 2014, anno in cui era uscito l’omonimo Ray Scott. Ricordo però ancora la piacevole scoperta del suo esordio di dodici anni fa, l’ottimo My Kind Of Music, un disco di country duro e puro che sembrava impossibile fosse stato inciso a Nashville. Ebbene, sono lieto di affermare che Scott non ha perso lo smalto, e che il suo nuovo lavoro, Guitar For Sale, non è molto distante artisticamente da quel debutto. Ray è innanzitutto uno che sa scrivere, non si affida molto ai songwriters su commissione della Music City del Tennessee, e questo si riflette indubbiamente sulla sua musica, che risulta in automatico più personale. Se aggiungiamo la sua attitudine da country rocker dal pelo duro, per il quale le chitarre non devono mai mancare di graffiare, ed i suoni non vanno contaminati con diavolerie moderne, è facile capire perché Guitar For Sale è un disco che si ascolta con grande piacere dalla prima all’ultima delle sue undici canzoni.

Prodotto da Michael Hughes, l’album ha un sound molto ricco, con parecchi sessionmen all’opera, ma l’insieme non suona per nulla ridondante, anzi è tutto decisamente misurato; la ciliegina sulla torta è poi la voce di Scott, splendida, profonda e baritonale, quasi alla Johnny Cash, una voce che da sola è già un buon 30% di riuscita dei brani, a partire dall’incalzante Livin’ This Way, che apre il disco con i suoni giusti, ritmo sostenuto e melodia fluida e diretta. La maschia e robusta Put Down The Bottle ha un deciso sapore southern, ma non posticcio come tentano di fare diversi bambocci made in Nashville: Ray crede davvero in quello che fa, è uno serio, ed il brano è altamente godibile; niente male neanche The Fire, una ballatona tra country e rock e dal refrain delizioso, nobilitata come sempre dal vocione ricco di feeling di Scott. Soberin’ Up è il primo slow del disco, e la timbrica di Ray è perfetta anche per questo tipo di canzoni, in quanto nella fattispecie dona spessore ad un brano ben fatto ma abbastanza nella norma.

Meglio quando parlano le chitarre, come nella vivace Pray For The Fish, un country’n’roll di grande presa e figlio del Waylon più classico; bella anche Put Down That Gun, un honky-tonk elettrico di ottimo livello, suonato in maniera perfetta e cantato alla grande, una delle più riuscite del lotto, mentre Growin’ Old è un lento crepuscolare ma senza eccessi zuccherini, tutto basato su chitarre e piano ed una bella steel sullo sfondo. Worth Killin’ For è ancora una ballad, ma gli strumenti sono elettrici ed il ritmo c’è, e mi ricorda non poco le cose del mai troppo compianto Chris LeDoux (un vero cowboy), Life Ain’t Long Enough è decisamente roccata e chitarristica, ma il feeling non manca mai; chiudono il CD la vigorosa Doin’ Me Wrong, ancora dal buon ritornello, e la brillante title track, uno slow acustico dal leggero sapore mexican. Ray Scott non è uno che molla facilmente e, disco dopo disco, si sta costruendo una carriera di tutto rispetto.

Marco Verdi

Dal Suo “Rifugio” Irlandese Un Lavoro Vibrante E Intenso. Luka Bloom – Refuge

luka bloom refuge

Luka Bloom – Refuge – Big Sky Records

 Di questo signore ha parlato più volte (con l’attenzione che merita) il titolare di questo blog ,nel corso degli ultimi anni, in occasione delle uscite di Dreams In America (10), This New Morning (13), il bellissimo album di “covers” Head And Heart (14), e il recente Frugalisto dello scorso anno, ed ecco che un po’ a sorpresa riappare nuovamente il buon Kevin Barry Moore, in arte Luka Bloom, quindi per legame di sangue fratello minore dell’icona irlandese Christy Moore (componente prima dei Planxty e poi dei Moving Hearts, nonché autore di una straordinaria carriera solista); lo fa con questo rapido ritorno in studio per sfornare il suo 23° album, dal titolo emblematico Refuge, che festeggia 40 anni di carriera. E di rifugio vero e proprio si tratta, in quanto Luka Bloom ha registrato il tutto nel piccolo studio Lettercollum Recording dell’amico John Fitzgerald (meta dei più noti artisti irlandesi) nella quiete della contea di Cork, in compagnia della sua chitarra e solo con l’aiuto dello stesso John, per undici brani alcuni in parte rimixati e masterizzati dal fidato Brian Masterson.

Come accennato, Refuge rispetto al precedente Frugalisto ha un tessuto decisamente meno elettrico, e la partenza dell’iniziale Water In Life è emblematica, con soli pochi accordi di chitarra acustica e la voce di Luka che esprime i timbri migliori della sua calda voce, a cui fanno seguito le note ammalianti di una Cello As Everest, le tenue riflessioni di I Still Believe In Love, per poi passare ad omaggiare il grande e rimpianto Leonard Cohen, con una versione dettata dal cuore di In My Secret Life, e un Johnny Cash d’annata con una crepuscolare Wayfaring Stranger (brano da recuperare anche nelle versioni contrapposte di Emmylou Harris e Eva Cassidy). La fluidità di scrittura di Luka Bloom e la sua predisposizione all’armonia vengono evidenziate nella sofferta Dadirri (Deep Listening), e nell’accorata liturgia di Dear Gods, mentre Breathe Easy è un breve intermezzo strumentale. Con City Of Chicago e I Am Not At War With Anyone, Luka rivisita in una chiave più “soft” due brani dal poco celebrato Innocence (05), per poi chiudere in bellezza con The Ballad Of Monk’s Lane, una delle sue ballate acustiche ben strutturate e struggenti, da sempre marchio di fabbrica della sua lunga carriera.

Adorabile e nostalgico appare Luka Bloom negli spazi acustici e intimi di questo ultimo lavoro Refuge, undici piccole gemme sonore, briciole di saggezza musicale che ti coinvolgono con grazia e gusto, supportato dalla sola voce e dalla sua chitarra, momenti che rimangono stampati nel cuore e nella mente di chi sa ascoltare e leggere nelle parole, o di chi sa interpretarle e ricordo a quelli interessati che non penso, come alcuni credono, che essere il fratello del più celebre Christy Moore, una icona e leggenda irlandese, abbia nociuto alla sua carriera, quanto piuttosto perché forse ad un certo punto della sua carriera non ha saputo scegliere con decisione tra folk e rock. Ciononostante la sua sterminata discografia è sempre stata decorosa, con punte di eccellenza, e soprattutto onesta, e confesso che il mondo musicale di Luka Bloom mi piace, come pure questo Refuge: ora il dilemma è tutto vostro, comprarlo o ignorarlo? Io opterei per la prima soluzione.

Tino Montanari

Una Geniale E Moderna Opera Folk! Micah P. Hinson Presents The Holy Strangers

micah p. hinson the holy strangers

Micah P. Hinson – Present The Holy Strangers – Full Time Hobby CD

Prendere o lasciare, secondo molti Micah P. Hinson o lo si ama oppure lo si detesta, se volete il mio parere non dovete fare altro che andare a rileggere su questo blog la recensione di Micah P.Hinson And The Nothing, il precedente album di studio http://discoclub.myblog.it/2014/03/18/sfigato-professione-micah-p-hinson-micah-p-hinson-and-the-nothing/ . Con questo nuovo lavoro, The Holy Strangers, il “genietto”, texano di Abilene (ma nato a Memphis), racconta le traversie di una famiglia in tempo di guerra, partendo fin dalla nascita per poi sviluppare la “saga” tra amori, matrimoni, tradimenti, che si finalizzano in omicidio e suicidio, un progetto ambizioso che ha richiesto ben due anni di produzione, con la particolarità di avvalersi di una originale strumentazione e registrazione “vintage”, che ha partorito 14 brani (inclusi 5 brani strumentali, che uniscono come un fil rouge tutta la storia), con le consuete ballate scarne e come sempre fondamentalmente acustiche (e chi lo segue le conosce benissimo), con l’apporto dell’ennesima nuova “backing band” composta da Andrea Ruggerio e Ambra Chiara Michelangeli a violino e viola, Jaime Romain al cello, Nicholas Phelps alla lap-steel, John Plumlee alle percussioni elettroniche, i fratelli Pablo e Manuel Moreno Sanchez al cello e violino, quasi tutti impiegati solo in un brano o due, a parte il pianista e tastierista Kormac  e le ragazze agli archi o due, nonché con una partecipazione familiare che vede la moglie Ashley e il figlio Wiley ai cori (per la verità il figlio al “pianto”), un insieme che dà all’album uno sviluppo musicale classico e decadente. Tutti gli altri strumenti e le “manipolazioni sonore” sono dello stesso Hinson.

L’intrigante “romanzo americano” di Micah P.Hinson si apre con il lento e dolente strumentale The Temptation, subito seguito dalle bellissime note “dark” di The Great Void, per poi rispolverare con Lover’s Lane lo spirito del grande Johnny Cash, intervallato da un altro strumentale The Years Tire On, che si distingue per un crescendo orchestrale ripetuto. La narrazione riparte con una ninna nanna lenta e dolente come Oh Spaceman (appunta dedicata al figlio, che però non pare apprezzare https://www.youtube.com/watch?v=5z2f78fmMQY), il breve ma intenso orchestrale The Holy Strangers (con i meravigliosi violini delle musiciste italiane Ruggerio e Michelangeli), il lungo parlato recitativo di Micah Book One, una suggestiva parabola “biblica” che ripercorre in toto l’infanzia di Hinson, seguita dal maestoso incedere di archi e violini di The War. Con la spettrale e triste The Darling, si torna ai valzer crepuscolari dei primi lavori di Micah, ci adagiamo sulle note dei violini di The Awakening, per poi commuoverci con le poetiche parole di una meravigliosa The Last Song, un brano che non stonerebbe nel repertorio di Nick Cave. La parte finale della narrazione prosegue con un ulteriore strumentale The Memorial Day Massacre (il punto musicale forse più interessante del disco), mentre si racconta della “morte” nell’arioso folk-country di The Lady From Abilene, e dell “suicidio” nella  dolente cantilena texana di una Come By Here a dir poco commovente.

Senza ombra di dubbio questo “concept-album” The Holy Strangers è il disco più ambizioso della carriera dell’ex “sfigato” Micah P.Hinson, un grande romanzo americano che, se ipoteticamente si togliesse la musica, potrebbe forse essere stato scritto, usando una iperbole, da grandi scrittori quali sono stati William Faulkner e John Steinbeck. Per chi scrive, fin dal lontano esordio Micah P.Hinson è parso un talento di assoluta purezza, in quanto sa scrivere canzoni con un senso perfetto della melodia, ed è dotato di una voce perfettamente riconoscibile (quasi da “crooner” anni cinquanta), e, ritornando all’affermazione iniziale, chi lo ama sa già cosa aspettarsi (e di conseguenza apprezzerà anche questo nuovo lavoro), agli altri porgo l’umile consiglio di approfondire gli album precedenti senza alcun pregiudizio.   

Tino Montanari