Una Gran Bella Collezione Di Successi…Degli Altri! The Mavericks – Play The Hits

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The Mavericks – Play The Hits – Mono Mundo/Thirty Tigers CD

Quando ho letto che tra le uscite di Novembre c’era un album dei Mavericks intitolato Play The Hits ho subito pensato ad un’antologia o, meglio, ad un disco dal vivo incentrato sui loro brani più popolari, cosa che sarebbe stata anche logica dato il periodo pre-natalizio. Dopo essermi informato meglio ho invece constatato che Play The Hits è un lavoro nuovo di zecca da parte della band di Miami, nel quale i nostri rileggono alla loro maniera una serie di canzoni che sono stati dei successi nelle mani di altri artisti. Un album di cover in poche parole, scelta anche logica in quanto Raul Malo e compagni (Eddie Perez, Jerry Dale McFadden e Paul Deakin) fin dai loro esordi nell’ormai lontano 1991, quando venivano etichettati come country, erano in grado di interpretare qualunque tipo di musica, dal rock’n’roll al country, dal tex-mex alla ballata anni sessanta, passando per pop e ritmi latini (ricordo che Malo nasce da genitori cubani). Da quando i Mavericks si sono riformati nel 2003 la loro carriera è stata un continuo crescendo, ed il loro ultimo album di materiale originale, Brand New Day, è stato uno dei dischi più belli del 2017; lo scorso anno ci siamo divertiti con il loro album natalizio Hey! Merry Christmas! https://discoclub.myblog.it/2018/12/12/ancora-sul-natale-la-festa-e-qui-the-mavericks-hey-merry-christmas/ , ed ora Play The Hits ci fa vedere la bravura dei nostri nel prendere canzoni di provenienza abbastanza eterogenea e di plasmarle al punto da farle sembrare opera loro.

Con l’aiuto ormai abituale dei Fantastic Five (una sorta di gruppo-ombra che collabora con i nostri da diverso tempo, e che vede l’ottimo Michael Guerra alla fisarmonica, Ed Friedland al basso ed una sezione fiati di tre elementi) il quartetto ci regala 42 minuti di estrema piacevolezza, con undici brani scelti tra successi più o meno famosi rifatti con grande creatività ma senza stravolgere le melodie originali, nel segno quindi del massimo rispetto. Malo è ormai uno dei migliori cantanti in circolazione, una voce melodiosa e potente al tempo stesso che lo ha imposto da tempo come vero erede di Roy Orbison (ci sarebbe anche Chris Isaak, che però non può raggiungere l’estensione vocale di Raul), mentre i suoi tre compari sono in grado di suonare qualsiasi cosa. Il CD, prodotto da Malo con Niko Bolas (vecchio collaboratore di Neil Young), inizia in maniera decisa con Swingin’ (del countryman John Anderson), brano cadenzato che perde l’arrangiamento originale per acquistarne uno nuovo che si divide tra rock, swamp ed errebi, un mood trascinante e caldo grazie all’uso dei fiati e Raul che canta da subito alla grande. I fiati colorano ancora di rhythm’n’blues la mitica Are You Sure Hank Done It This Way di Waylon Jennings, con i nostri che mantengono il passo del compianto artista texano in mezzo ad un suono forte ed impetuoso; Blame It On Your Heart è un pezzo di Patty Loveless che qua diventa uno splendido tex-mex tutto ritmo, colore e grinta, con Guerra che fa il suo dovere alla fisa ed i nostri che confezionano una performance irresistibile.

Don’t You Ever Get Tired (Of Hurting Me), di Ray Price, è un delizioso honky-tonk lento con buona dose di romanticismo e solita prestazione vocale da favola di Malo, e Guerra che garantisce anche qui un sapore di confine. I nostri omaggiano anche Freddy Fender con una toccante versione di Before The Next Teardrop Falls: bellissima melodia cantata un po’ in inglese un po’ in spagnolo ed ancora la grandissima voce del leader a dominare (davvero, non ci sono molti cantanti a questo livello in circolazione), mentre è sorprendente la rilettura di Hungry Heart di Bruce Springsteen, che si tramuta in un country-swing con fiati dal sapore anni sessanta, con tanto di chitarra twang, una trasformazione decisamente riuscita che però non snatura l’essenza della canzone; Why Can’t She Be You è una versione jazzata e raffinatissima di un pezzo di Hank Cochran portato al successo da Patsy Cline (che ovviamente aveva cambiato il titolo volgendolo al maschile), con Mickey Raphael ospite all’armonica: grande classe. Once Upon A Time è un noto standard rifatto anche da Frank Sinatra, qui arrangiato come un ballo della mattonella in puro stile sixties, con l’aggiunta della seconda voce di Martina McBride, mentre Don’t Be Cruel non ha bisogno di presentazioni: famosissimo brano di Elvis che viene riproposto con un gustoso e trascinante arrangiamento tra country e big band sound, una meraviglia. Finale con un’intensa versione del classico di Willie Nelson Blue Eyes Crying In The Rain, solo Raul voce e chitarra (ma che voce), e con I’m Leaving It Up To You, una hit del dimenticato duo Dale & Grace che è una ballatona dal muro del suono potente ed un’atmosfera ancora d’altri tempi.

Quindi un altro ottimo disco in questo ricco autunno musicale.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Un Emozionante Ritorno “In Solitaria” Al Passato. Bruce Springsteen – Asbury Park 11/24/96

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Bruce Springsteen – Asbury Park 11/24/96 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Ci sono luoghi che sono indissolubilmente legati a musicisti in particolare: se nomino per esempio il Cavern Club la mente va direttamente ai Beatles, e nello stesso modo se parlo dello Stone Pony di Asbury Park viene automatico pensare a Bruce Springsteen che nel locale di punta della cittadina del New Jersey mosse i primi passi artistici nei primi anni settanta (e come lui gli amici Little Steven e Southside Johnny). Durante la tournée acustica seguita alla pubblicazione nel 1995 di The Ghost Of Tom Joad, in assoluto il primo tour in cui il nostro era da solo sul palco, Bruce decise di fissare delle date nei luoghi della sua gioventù, tra cui la natia Freehold (concerto già pubblicato in precedenza nell’ambito dei bootleg ufficiali dal vivo del Boss) ed appunto Asbury Park, dove Bruce tenne tre spettacoli nel Novembre del 1996, il primo dei quali è ora disponibile come ultima pubblicazione in ordine di tempo.

C’è da dire che lo Stone Pony all’epoca aveva già chiuso i battenti da cinque anni per bancarotta (avrebbe però riaperto nel 2000), e quindi lo show si svolge al Paramount Theatre: l’atmosfera è comunque la stessa, con il nostro che fa capire che per lui non è una serata come le altre cambiando sensibilmente la scaletta rispetto alle altre sere del tour, Freehold compresa (le setlist dei concerti acustici di Bruce, comprese quelle della tournée del 2005 seguita a Devils And Dust, sono sempre state più rigide di quelle con la E Street Band, cosa strana in quanto essendo da solo sul palco potrebbe fare ancora di più ciò che vuole). In più, Springsteen non è da solo in quanto, a parte le tastiere “off stage” di Kevin Buell, durante lo show salgono sul palco il vecchio compagno Danny Federici con la sua fisarmonica in cinque pezzi, la futura E Streeter Soozie Tyrell al violino e voce in sette canzoni e la moglie del Boss Patti Scialfa alle armonie vocali in altri quattro brani (tutti in comune con la Tyrell). Le novità cominciano già dai tre pezzi iniziali, presi tutti dal primo album di Bruce che citava Asbury Park anche nel titolo, tre sentite versioni di Blinded By The Light, Does This Bus Stop At 82nd Street? e la sempre acclamatissima Growin’ Up.

Poi si parte con una miscellanea di brani tratti da vari periodi della carriera del Boss, con una dietro l’altra Atlantic City, Independence Day (unica performance di tutto il tour), l’allora nuova Straight Time, una Darkness On The Edge Of Town davvero energica (con Bruce che passa alla dodici corde), la sempre trascinante Johnny 99 e la sempre toccante Mansion On The Hill. C’è posto anche per Wild Billy’s Circus Story, presa dal secondo album ed assoluta rarità dal vivo, mentre Patti viene introdotta dall’irriverente e scherzosa Red Headed Woman e si unisce al marito per una sentita Two Hearts, una eccellente When You’re Alone (un brano che andrebbe riscoperto) ed una splendida Shut Out The Light, altra rarità che in origine era sul lato B del singolo Born In The U.S.A., arricchita dalla fisa di Federici. La seconda parte dello show si apre con alcune delle più belle canzoni di The Ghost Of Tom Joad, vale a dire la title track, Sinaloa Cowboys, The Line e Across The Border, inframezzate da un’intensissima Racing In The Street. Conclusione con due brani che suonare senza band alle spalle denota coraggio, cioè Working On The Highway e Rosalita, con in mezzo una vibrante rilettura della bellissima This Hard Land, per finire con la struggente 4th Of July, Asbury Park (e come poteva mancare?) e la chiusura tipica di quel tour affidata a The Promised Land.

Un bel concerto quindi, con importanti risvolti di carattere emotivo, anche se personalmente continuo a preferire il Bruce Springsteen nelle vesti di rocker.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Tutti Insieme Di Nuovo Nel Nome Del Rock’n’Roll! Bruce Springsteen & The E Street Band – Los Angeles 1999

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Los Angeles, October 23 1999 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Uno degli eventi dal vivo più importante degli anni novanta è stato senza dubbio il Reunion Tour del 1999/2000 di Bruce Springsteen & The E Street Band, dopo ben undici anni di assenza dalle scene, periodo nei quali il Boss aveva girato soltanto con la famigerata “Other Band” nella tournée di supporto agli album Human Touch e Lucky Town ed in totale solitudine in seguito a The Ghost Of Tom Joad: in entrambi i casi i commenti erano stati contrastanti, ma c’era unanimità nel riconoscere che a Bruce mancava tantissimo la “sua” band. Un primo riavvicinamento c’era stato nel 1995 con i quattro pezzi nuovi incisi per il Greatest Hits, ma la molla decisiva pare sia stata la compilazione da parte del rocker di Freehold del box quadruplo Tracks, nel quale trovavano posto molte canzoni inedite registrate con i suoi ex compagni. La macchina si era rimessa quindi in moto nel 1999, con il gruppo tirato a lucido e per la prima volta con sia Little Steven che Nils Lofgren contemporaneamente sul palco (il secondo aveva infatti sostituito il primo a metà anni ottanta), e Bruce che ricominciava ad affrontare platee numerose con rinnovata grinta ed energia.

Non c’era un album da promuovere (fatto più unico che raro per il Boss), e così ogni serata diventava una celebrazione del passato dell’artista, con scalette che riproponevano pochi brani tra quelli recenti ma in maggior parte i classici che tutti volevano risentire suonati come Dio comanda. Il concerto di cui mi occupo oggi, penultima uscita all’interno degli archivi live di Springsteen, documenta la serata del 23 Ottobre 1999 allo Staples Center di Los Angeles, ed è considerato dai fans uno degli show più belli ed intensi di quella tournée lunga due anni (NDM: questo è il terzo spettacolo del Reunion Tour ad essere pubblicato nella serie, dopo New York 2000 e Chicago 1999). Inutile dire che Bruce è in forma strepitosa, ed il gruppo non è certo da meno e rilascia una performance tra le più solide che ho sentito all’interno di queste uscite mensili: le setlist in quel tour avevano delle parti fisse ed altre “intercambiabili”, con diverse chicche suonate ogni sera (particolare strano, in questo concerto californiano non viene eseguito nessun pezzo da Born In The U.S.A., fatto piuttosto inusuale dato che stiamo parlando di uno dei dischi più amati dai fans).

Dopo una partenza scintillante con la rara Take’em As They Come, una outtake di The River pubblicata su Tracks, i nostri si lanciano in una serie di brani che nella prima parte attingono esclusivamente da Darkness On The Edge Of Town (la title track, The Promised Land in una delle migliori versioni mai sentite, una splendida Factory, una Adam Raised A Cain dalla notevole foga chitarristica e la sempre trascinante Badlands) e da The River (The Ties That Bind, Two Hearts, la toccante Independence Day ed una super-coinvolgente Out In The Street), con le uniche eccezioni delle recenti Youngstown, molto più elettrica e tesa che in studio e con grande assolo finale di Lofgren, e della travolgente Murder Incorporated, con Bruce, Nils e Steve che incrociano le chitarre come se fossero spade. Una torrenziale Tenth Avenue Freeze-Out di venti minuti, durante i quali Bruce infila una lunghissima presentazione della band con toni da predicatore gospel, precede la fase più emozionale dell’intera serata, con il nostro che regala al pubblico una straordinaria e struggente Incident On 57th Street, un’inattesa e pimpante For You che precede l’intensa The Ghost Of Tom Joad.

Ma soprattutto un uno-due dal pathos incredibile che inizia con una fantastica The Promise che vede Bruce da solo al pianoforte (per la prima volta dal 1978) ed una Backstreets splendida come sempre, grazie anche al tocco magico di Roy Bittan. Si riprende a tutto rock’n’roll con una potentissima Light Of Day di undici minuti, seguita a ruota dall’irresistibile Ramrod e dai superclassici Born To Run e Thunder Road. C’è ancora spazio per una tenue If I Should Fall Behind, in cui ogni membro “cantante” della band ha a disposizione una strofa, e per l’allora nuova Land Of Hope And Dreams (che sinceramente non mi ha mai fatto vibrare più di tanto): finale a sorpresa con una rara esecuzione di Blinded By The Light, che in questa nuova rilettura brilla particolarmente e chiude degnamente un concerto davvero bellissimo. Nel prossimo episodio troveremo Bruce in una veste sonora completamente diversa, ed anche molto più vicino a casa.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica. Tanto per Ribadire La Sua Fiducia Nel Progetto! Bruce Springsteen – Western Stars: Songs From The Film

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Bruce Springsteen – Western Stars: Songs From The Film – Columbia/Sony CD

Western Stars, l’ultimo album di Bruce Springsteen uscito lo scorso mese di Giugno, è stato uno dei lavori più discussi del 2019, in gran parte a causa dell’enorme reputazione del rocker americano. Al sottoscritto il disco è piaciuto molto https://discoclub.myblog.it/2019/06/16/lo-springsteen-della-domenica-un-boss-californiano-ad-alti-livelli-bruce-springsteen-western-stars/ , ma da altre parti non è stato così, in quanto si è voluto criticare il suono delle varie canzoni e la scelta del Boss di rivestire i brani con arrangiamenti ariosi e pop, utilizzando anche un’orchestra. Il nostro aveva però spiegato che la sua intenzione era di creare un disco ispirato ai classici brani di gente come Glen Campbell e Burt Bacharach, una sorta di “pop californiano” che si distaccasse volutamente dalla sua abituale produzione. Ed a mio giudizio Bruce era riuscito in pieno nel suo intento, portando in dote brani di notevole livello e dando loro un sapore quasi cinematografico, in piena attinenza con le splendide immagini del libretto che accompagnava il CD. La maggioranza del pubblico ha mostrato di apprezzare il lavoro, decretandone il successo, ed il nostro ha così potuto completare con molta più tranquillità il progetto, che prevedeva anche un film e relativa colonna sonora.

Infatti Western Stars è anche il titolo del primo lungometraggio con Bruce come regista (insieme a Thom Zimny), un film che in realtà è una sorta di documentario sul “making of” del disco ed il cui piatto forte e la performance dal vivo di tutte le canzoni in esso contenute, registrate di fronte ad un pubblico selezionatissimo all’interno dell’enorme fienile che sorge all’interno di un terreno di proprietà di Bruce (mentre le sequenze in esterni sono state girate al parco nazionale di Joshua Tree): il film è stato presentato di recente al Toronto Film Festival (ed accolto molto positivamente), mentre lo scorso 25 Ottobre è stata pubblicata anche la colonna sonora, Western Stars: Songs From The Movie, che in pratica è il concerto dal vivo presente all’interno della pellicola. Inizialmente sono rimasto sorpreso dal fatto che Bruce in pratica “ripubblicasse” lo stesso disco a distanza di pochi mesi dall’originale di studio (esiste anche un’edizione in doppio CD con tutti e due i lavori), ma pensandoci un attimo la cosa ha senso, in quanto il musicista di Freehold ha deciso di non portare in tour il disco, probabilmente per problemi sia logistici (spostare un’intera orchestra non è uno scherzo) che di costi elevati, e quindi questa colonna sonora è un’occasione unica per ascoltare i brani di Western Stars on stage. E poi c’è il particolare da non sottovalutare che Springsteen dal vivo non è mai banale, ed anche se avendo un gruppo così numeroso alle spalle con tanto di orchestra forse non gli dà la possibilità di improvvisare come quando guida la E Street Band, c’è sempre qualcosa che rende interessante la performance.

I brani qui infatti sono perfino più ariosi che in studio, la voce è più diretta e meno “lavorata”, e soprattutto l’orchestra è più dentro alle canzoni, e riesce a dare ancora più pathos che nelle pur ottime versioni del disco uscito a Giugno. Gli arrangiamenti non cambiano, ma la prestazione è calda e coinvolgente, grazie anche al vasto gruppo di musicisti che accompagnano il nostro: infatti oltre agli “E Streeters” Patti Scialfa e Soozie Tyrell alle voci (Patti anche alla chitarra) e Charlie Giordano al piano ed organo, abbiamo Marc Muller alla chitarra, steel e banjo, Ben Butler alla chitarra e banjo, Henry Hey e Rob Mathes alle tastiere, Kaveh Rastegar al basso e Gunnar Olsen alla batteria, mentre l’orchestra è formata da una sezione archi di quindici elementi più due ai corni ed altri due alle trombe, ed il tutto è prodotto dallo stesso Bruce ancora insieme a Ron Aniello. E’ chiaro dopo questa premessa che i brani migliori di Western Stars escono ulteriormente rafforzati da questa rilettura dal vivo, canzoni come Stones, Hello Sunshine e soprattutto le maestose Sundown e There Goes My Miracle, ma anche i pezzi più intimi hanno un impatto maggiore, come l’iniziale Hitch Hikin’, le belle The Wayfarer (che ha una coda strumentale finale di piano non presente nell’originale) e Chasin’ Wild Horses o la splendida ed intensa Somewhere North Of Nashville. E poi ci sono i due brani più trascinanti del disco in studio, cioè Tucson Train e Sleepy Joe’s Café, che qui sono ancora più coinvolgenti e secondo me pronti ad entrare anche nel repertorio della E Street Band. Come bonus esclusivo per questo live abbiamo una stupenda versione della classica Rhinestone Cowboy (scritta da Larry Weiss ma resa famosa proprio da Glen Campbell), rilettura sontuosa che chiude il concerto in netto crescendo.

Se siete tra i detrattori di Western Stars non credo che questa sua controparte dal vivo vi farà cambiare idea, ma se l’album originale vi è piaciuto potreste anche entusiasmarvi.

Marco Verdi

Ottimo Ritorno Per La Band Di Brooklyn, Peccato Per La Scarsa Reperibilità. The Hold Steady – Thrashing Thru The Passion

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The Hold Steady – Thrashing Thru The Passion – Frenchkiss Records

Sono passati cinque anni dalla pubblicazione dell’ultimo album degli Hold Steady, Teeth Dreams, un buon disco che aveva ricevuto critiche positive https://discoclub.myblog.it/2014/05/29/buongustai-del-rock-americano-the-hold-steady-teeth-dreams/ , ma che forse non raggiungeva le vette di quelli del periodo 2006-2008, Boys And Girls In America (forse il migliore) e Stay Positive: poi la band aveva pubblicato un live e ad inizio 2010 il pianista Franz Nicolay (che era l’altra stella del gruppo) aveva annunciato il suo abbandono. Nel frattempo, nel 2012, Craig Finn aveva iniziato anche una carriera solista parallela, che finora ha visto l’uscita di quattro album, l’ultimo dei quali, l’ottimo I Need A New War, è uscito da pochissimo, a fine aprile, e nel 2016 Nicolay è rientrato in formazione, portando la line-up a sei elementi. In questi anni in cui Finn pubblicava i suoi dischi solo, comunque la band , dalla fine del 2017, ha iniziato a pubblicare nuove canzoni, solo a livello digitale. Due a fine 2017, altre due l’anno successivo, e una a marzo di quest’anno, tutti  brani inseriti nella seconda parte del nuovo album Thrashing Thru The Passion che, per chi non ama il download e quindi non conosceva già le canzoni, suona fresco e pimpante, come nelle loro migliori prove.

Il “solito” rock americano dove confluiscono le immancabili influenze springsteeniane, quelle del rock di Minneapolis, ma anche del primo Graham Parker, con in più i testi visionari e complessi di Finn, e quel suo tipico e laconico cantar parlando, mentre intorno ribolle il rock veemente creato dalla band che ogni tanto si stempera anche in splendide ballate. Il nuovo CD è edito dalla loro etichetta personale, quella che pubblicava i dischi ad inizio carriera, quindi un ritorno alle origini, come certifica anche il sound, a partire dalla iniziale Denver Haircut, energica anziché no, con Tad Kubler e Steve Selvidge che strapazzano le loro chitarre, mentre il batterista Bobby Drake percuote i suoi tamburi con voluttà, un pezzo degno di uno dei suoi eroi come Springsteen; anche Epaulets (ovvero “spalline”) ricorda il Boss, grazie all’uso dei fiati, ma forse ancor di più il Graham Parker anni ’70, con Nicolay che continua il suo ottimo lavoro al piano.

You Did Good Kid, il recente singolo, non entusiasma, troppa confusione e poca melodia, ma alla fine si ascolta con attenzione per i suoi ritmi sghembi, mentre Traditional Village, con intrecci di piano, chitarre e sax, ed un ritmo incalzante. ricorda ancora il Bruce anni ’80, sempre con il parlar cantando di Finn in evidenza; Blackout Sam è l’unica ballata, che narra di un pianista che si crede Randy Newman, introdotta dal piano di Nicolay poi entra il resto della band, mentre Franz lavora di fino anche all’organo, infine arriva il sax e il brano diventa sempre più intenso ed appassionato, fino all’intervento delle chitarre soliste gemelle, bellissima. Questi sono i pezzi “nuovi”, esclusivi per l’album, vediamo il resto:

T-shirt Tux, tutta riff e un groove alla Thin Lizzy, quando Lynott impiegava il suo stile più springsteeniano (eccolo di nuovo), non è mera imitazione, Finn ha una sua personalità, ma i punti di contatto ci sono, con piano e chitarre che impazzano di nuovo https://www.youtube.com/watch?v=qiRCCfQOrUk , con la precedente Entitlement Crew che è un altro incalzante e impetuoso rocker nella migliore modalità degli Hold Steady, batteria pimpante, organo vintage e fiati travolgenti. Star 18 cita nel testo Mick Jagger, Peter Tosh e pure gli Hold Steady, con Kubler che inchioda un ottimo breve assolo e Drake e il bassista Galen Polivka, che tengono il ritmo sempre alla grande, mentre Finn declama da par suo; The Stove And The Toaster è un altro poderoso esempio di ottimo rock and roll, con il basso che pompa di brutto, la batteria ovunque, i fiati all’unisono che impazzano, e un altro assolo da sballo di Kubler a seguire un breve intermezzo delle tastiere di Nikolay https://www.youtube.com/watch?v=L9tu5Jv-j4I . Chiude un altro pezzo tutto riif,  Confusion In The Marketplace con una dichiarazione di intenti finale di Craig Finn , “I don’t want to dick around/I just want to devastate.”

Bentornati. 

Bruno Conti

Novità Prossime Venture 25. Due Uscite A Sorpresa Per il 25 Ottobre: Bruce Springsteen – Western Stars Songs From The Film/Van Morrison Three Chords & The Truth

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Bruce Springsteen – Western Stars Songs From The Film – Columbia/Sony Music

Van Morrison – Three Chords & The Truth – Exile/Universal

Due dischi che escono “a sorpresa” entrambi il 25 ottobre:da qualche tempo, dopo l’annunciata uscita del film Western Stars, presentato in anteprima al Toronto Film Festival lo scorso mese e che sarà nelle sale americane a Novembre, e per due giorni, il 2 e 3 dicembre, anche nei cinema italiani, esce abbastanza a sorpresa e velocemente per gli standards di Bruce Springsteen il nuovo CD con la colonna sonora del documentario, il primo che lo vede impegnato come regista (stranamente in uscita per la Warner Bros). Si tratta in pratica di una storia ispirata dai temi delle canzoni dell’album, quindi l’amore, sia per la famiglia che per i viaggi, da sempre presenti nelle canzoni di Springsteen, ma anche i problemi come la solitudine, la perdita del lavoro e delle persone care, il trascorrere del tempo e molte altre situazioni, anche sociali, narrate in prima persona dal cantautore, che ha aggiunto anche filmati d’archivio e, soprattutto, nuove versioni delle canzoni, registrate dal vivo in una fattoria, la Stone Hill Farm a Colts Neck nel New Jersey, davanti ad un pubblico ad inviti, con una band di otto elementi e anche una orchestra di archi e fiati di una ventina di elementi. Canzoni che nel film sono inserite per seguire la narrazione della vicenda, mentre nel disco si possono ascoltare in una unica sequenza. Sono i tredici brani dell’album di studio, più posta in conclusione una cover di Glenn Campbell, una delle influenze dichiarate a livello sonorità di Western Stars.

1. Hitch Hikin’
2. The Wayfarer
3. Tucson Train
4. Western Stars
5. Sleepy Joe’s Café
6. Drive Fast (The Stuntman)
7. Chasin’ Wild Horses
8. Sundown
9. Somewhere North of Nashville
10. Stones
11. There Goes My Miracle
12. Hello Sunshine
13. Moonlight Motel
14. Rhinestone Cowboy

I musicisti che suonano nell’album sono Patti Scialfa, che ha anche curato gli arrangiamenti delle armonie vocali di Soozie Tyrell, Lisa Lowell, Vaneese Thomas, e Surrenity XYZ, sempre dalla E Street Band Charlie Giordano a piano, organo e fisarmonica, i due chitarristi che fiancheggiano Bruce sono Marc Muller Ben Butler, impegnati anche al banjo, il secondo tastierista Rob Mathes, un terzo Henry Hey, Kevin Rastegar al basso e Gunnar Olsen alla batteria. Per la parte filmica Bruce si è avvalso alla regia del suo collaboratore storico Thom Zinny, mentre la parte audio è stata co-prodotta con Ron Aniello, e in fase mixaggio e masterizzazione da Bob Clearmountain Bob Ludwig. Visto che già ci era piaciuta la versione in studio attendiamo fiduciosi anche per la versione live.

Sempre lo stesso giorno esce anche il nuovo album di Van Morrison Three Chords & The Truth (una celebre frase coniata negli anni ’50 da Harlan Howard, per definire la country music): disco che era stato annunciato già da luglio, ma poi pareva scomparso dai radar, per riapparire puntuale nelle uscite di fine ottobre. Dai brani che ho ascoltato, dopo una serie di album, peraltro molto buoni, in cui il suono oscillava tra blues, jazz e R&B, mi sembra che l’irlandese con questo album ritorni al suo stile classico, quel Celtic Soul per l’ultima volta in tempi recenti frequentato nell’ottimo album Keep Me Singing del 2016. Quattordici canzoni nuove tutte scritte da Van (a parte If We Wait For Mountains, scritta insieme a  Don Black), per un totale di circa 70 minuti di musica. Il “solito” Van Morrison, quindi ottimo, particolarmente ispirato in occasione del suo 41° album, il sesto negli ultimi quattro anni, a conferma di un periodo di fervida ispirazione e la voce, manco a dirlo, è sempre splendida, come se per lui il tempo non passasse mai.

Nell’album appaiono Bill Medley dei Righteous Brothers che duetta con Morrison in Fame Will Eat The Soul Jay Berliner, il chitarrista che suonava in Astral Weeks e come al solito ecco la lista completa dei brani.

1. March Winds In Februrary
2. Fame Will Eat The Soul
3. Dark Night Of The Soul
4. In Search Of Grace
5. Nobody In Charge
6. You Don’t Understand
7. Read Between The Lines
8. Does Love Conquer All?
9. Early Days
10. If We Wait For Mountains
11. Up On Broadway
12. Three Chords And The Truth
13. Bags Under My Eyes
14. Days Gone By

Direi che per il momento è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Lo Springsteen Della Domenica: Lo Show Più Leggendario Del Boss, Finalmente Ufficiale! Bruce Springsteen & The E Street Band – Passaic, NJ September 19, 1978

bruce springsteen passaic 1978

Bruce Springsteen & The E Street Band – Passaic, NJ September 19, 1978 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Credo che non ci siano discussioni sul fatto che il bootleg più famoso della storia, oltre che il primo in assoluto ad essere pubblicato, sia Great White Wonder di Bob Dylan, uscito nel 1969 e con all’interno outtakes dei primi album di Bob unite a pezzi degli allora inediti Basement Tapes. Penso però ci siano ancora meno dubbi su quello che viene subito dopo in termini di popolarità, e cioè Piece De Resistance di Bruce Springsteen, un triplo LP che documentava il fantastico concerto che il Boss e la sua E Street Band tennero il 19 Settembre del 1978 al Capitol Theatre di Passaic, nel New Jersey, la prima di tre serate consecutive nella location situata a poche miglia dalla hometown di Bruce. All’epoca non c’era internet, e siccome il nostro non pubblicò un album dal vivo ufficiale fino al box del 1986 Live 1975-85 (peraltro abbastanza deludente), l’unico modo per capire com’era un suo concerto era andarlo a vedere dal vivo oppure comprare un bootleg (anche se qualche show veniva trasmesso per radio, ed uno fu proprio questo di Passaic), e Piece De Resistance è a tutt’oggi il disco pirata più venduto di sempre per quanto riguarda Springsteen.

Ma il concerto in questione non riveste un’importanza fondamentale solo per questo, ma bensì perché è a detta un po’ di tutti lo show più leggendario di sempre del nostro, più ancora per esempio di quelli comunque mitici al Roxy nel 1975 o all’Agora Ballroom sempre del 1978. Il Boss nel corso della sua lunga carriera ha tenuto centinaia di concerti formidabili, ma la perfezione assoluta della serata del 19 Settembre 1978 forse non è stata mai toccata né prima né in seguito, ed è quindi con grande giubilo che ho accolto questa ultima uscita degli archivi live ufficiali di Bruce, che ripropone proprio la prima data di Passaic con una pulizia sonora che i precedenti bootleg non avevano mai avuto (il mio giubilo è dovuto anche al fatto che non ho mai volutamente comprato il bootleg di questo show, confidando appunto nel fatto che prima o poi sarebbe stato pubblicato in forma ufficiale, e quindi lo ascolto ora per la prima volta). Un antipasto ci era già stato dato con una delle uscite precedenti della serie https://discoclub.myblog.it/2018/02/25/lo-springsteen-della-domenica-una-delle-serate-che-hanno-creato-la-leggenda-del-boss-bruce-springsteen-the-e-street-band-capitol-theatre-passaic-nj-september-20th-1978/ , che documentava la serata del 20 Settembre, anch’essa grandissima ma che non raggiungeva i vertici di perfezione del 19: uno spettacolo da brividi, di assoluta potenza e con i nostri che intrattengono il pubblico per tre ore filate di rock’n’roll come poche altre volte si è sentito su di un palco, senza una benché minima sbavatura e con un’urgenza ed una rabbia agonistica da pelle d’oca.

La scaletta non riserva molte sorprese, ma è l’intensità della performance a fare la differenza e, credetemi, è molto difficile trasmettere a parole le sensazioni che si provano ascoltando questo triplo CD. L’album nuovo all’epoca era Darkness On The Edge Of Town, dal quale vengono suonati sette pezzi su dieci, tra cui i due che aprono il concerto: la più bella Badlands mai sentita, decisamente trascinante e potente, ed una sanguigna Streets Of Fire con annesso micidiale assolo chitarristico. La title track e The Promised Land non potevano mancare , così come una vibrante Candy’s Room e la splendida e toccante Racing In The Street. Ma uno degli highlights della serata è senz’altro una strepitosa Prove It All Night dalla lunga introduzione strumentale dominata da piano e chitarra, con una tensione elettrica che cresce in maniera incredibile fino al famoso riff che introduce la canzone vera e propria. Da Born To Run ne vengono proposte addirittura otto su nove (manca solo Night), con la particolarità di una She’s The One unita in medley con Not Fade Away di Buddy Holly, un’intensissima Jungleland e soprattutto una straordinaria Backstreets, che è già di suo una grande canzone ma qui forse trova la sua versione definitiva.

E poi c’è Thunder Road che è quasi meglio che in studio, e risulta sempre commovente. Quattro brani vengono dai primi due album di Bruce, a partire da una Spirit In The Night molto energica e piuttosto sintetica (ma sono pur sempre sette minuti), la struggente 4th Of July, Asbury Park (Sandy), da lucciconi agli occhi, una lunga ed esplosiva Rosalita di un quarto d’ora e specialmente una grandiosa Kitty’s Back di uguale durata, assolutamente un altro dei tanti momenti magici di una serata speciale, con un formidabile Roy Bittan. Detto della sempre divertente Fire e della grandissima Because The Night (in quel periodo molto popolare dato che la versione di Patti Smith era uscita da pochi mesi), troviamo anche due pezzi in anticipo di due anni su The River, e cioè l’intensa Independence Day ed una Point Blank già drammatica e dal pathos considerevole. Finale con un Detroit Medley travolgente come non mai, nove minuti di rock’n’roll all’ennesima potenza che dà il colpo di grazia a quelli del pubblico ancora in piedi, e con una festosa rilettura del classico di Eddie Floyd Raise Your Hand.

Mi rendo conto di avere usato quasi tutti gli aggettivi presenti sul vocabolario, ma dovete credermi se vi dico che concerti come questo in cento anni si contano sulle dita di una mano (vabbé facciamo due).

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Un Boss “Diverso”, Ma Non Privo Di Sorprese! Bruce Springsteen – Bridge School 1986

bruce springsteen bridge school

Bruce Springsteen – Bridge School, October 13th 1986 – live.brucespringsteen.net/nugs.net CD – Download

Per la penultima uscita della serie di concerti d’archivio di Bruce Springsteen la scelta è caduta su uno show molto particolare, una performance rara e poco conosciuta anche dai collezionisti di bootleg del Boss. Sto parlando della partecipazione del nostro al primo Bridge School Benefit in assoluto, tenutosi nell’Ottobre del 1986 allo Shoreline Amphitheatre di Mountain View in California, serata organizzata da Neil Young con l’allora moglie Pegi per supportare la Bridge School, istituto che si occupa di aiutare i bambini disabili (ricordo che Neil ha due figli affetti da problemi cerebrali), una manifestazione che da allora si è ripetuta per quasi tutti gli anni fino al 2016 e che ha ospitato alcuni tra i migliori artisti del panorama internazionale in performance perlopiù acustiche. Inutile dire che Springsteen era uno degli artisti di punta della serata, ed il nostro ha ripagato il pubblico con una prestazione breve ma intensa (dieci canzoni per un totale di 58 minuti, finora l’unica uscita su singolo CD dell’intera serie dei Live Archives di Bruce), che tra l’altro era il suo primo show dopo la trionfale tournée di Born In The U.S.A., ed il suo primo set acustico degli anni ottanta.

L’inizio del breve concerto è abbastanza strano, con una You Can Look (But You Better Not Touch) cantata a cappella, non il primo brano di Bruce che mi verrebbe in mente per una esecuzione per sola voce (ed infatti il risultato non mi convince molto, anche se il pubblico apprezza). Born In The U.S.A. è in una irriconoscibile versione folk-blues, che se nei futuri tour acustici diventerà familiare, in questa serata del 1986 era alla prima performance in assoluto con questo arrangiamento. Al terzo brano la prima sorpresa, in quanto salgono sul palco Danny Federici alla fisarmonica e Nils Lofgren alla chitarra e seconda voce, e rimarranno fino alla fine: Seeds è più tranquilla rispetto alle versioni elettriche con la E Street Band ma sempre coinvolgente, Dartlington County è vivace anche in questa veste stripped-down, e Mansion On The Hill è come al solito davvero intensa e toccante. Fire è il consueto divertissement, con Bruce che stimola le reazioni del pubblico alternando ad arte stacchi e ripartenze, mentre sia Dancing In The Dark che Glory Days, spogliate dalle sonorità “ruspanti” di Born In The U.S.A., sembrano quasi due canzoni nuove (e la seconda è trascinante anche in questa versione “ridotta”).

Dopo una godibilissima Follow That Dream in chiave folk (brano di Elvis Presley tra i preferiti del nostro), gran finale con il Boss che viene raggiunto nientemeno che da Crosby, Stills, Nash & Young alle voci (Stills e Young anche alle chitarre) per una corale e splendida Hungry Heart, rilettura decisamente emozionante con l’accordion di Federici grande protagonista, degna conclusione di un set breve ma intrigante, le cui vendite frutteranno la cifra di due dollari a copia (o download) da destinare alla Bridge School. Squilli di tromba e rulli di tamburo per la prossima uscita della serie, che si occuperà di quella che è forse la performance più leggendaria di sempre del Boss. Un indizio? Trattasi di un vero “cavallo di battaglia”…

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 1. Blinded By The Light Colonna Sonora Con “Inediti” Di Springsteen

blinded by the light soundtrack

Blinded By The Light Original Soundtrack – Sony Legacy – 09-08-2019

Il film uscirà nelle sale cinematografiche dal 9 agosto, e lo stesso giorno verrà pubblicata anche la colonna sonora. Perché ne parliamo? Non credo per i meriti del film, anche se ovviamente non l’ho visto: si dovrebbe trattare delle classiche storie giovanilistiche, i riti di passaggio dalla gioventù ( o dramma provocatorio, come dice il trailer) , ispirato dalla vita del giornalista inglese di origine pakistana Sarfraz Manzoor e dalla sua passione anomala per le canzoni di Bruce Springsteen, che diventa una pellicola per la regia di Gurinder Chada, quello di Sognando Beckham. Perché nel film ci sono ben 12 brani di Bruce, che ha dato il suo pieno appoggio al progetto, tanto da ripescare anche dai suoi brani inediti I’ll Stand By You, una canzone che con il titolo di I’ll Stand By You Always avrebbe dovuto fare parte della colonna sonora di Harry Potter e la pietra filosofale, il primo film della saga, ma poi per problemi di diritti non se ne fece nulla, anche se il pezzo venne stampato come promo e regalato ai dirigenti della Columbia nel 2001, anno della sua creazione.

Tra le 12 tracce di Springsteen ci sono anche altri due “inediti”: The River, nella versione registrata per i concerti No Nukes, la serata del 21 settembre 1979, ma non inserita nella colonna sonora originale e neppure nella edizione in doppio CD del 2012, ma per i fan più accaniti è stata comunque pubblicata nel doppio Live venduto direttamente sul sito di Bruce https://discoclub.myblog.it/2019/03/06/lo-springsteen-delmercoledi-due-storiche-serate-finalmente-al-completo-bruce-springsteen-the-e-street-band-no-nukes-1979/  e quindi si trova già in commercio. Non è cosi per l’altro brano dal vivo, una versione acustica di The Promised Land registrata al Concert for Valor – The National Mall, Washington DC, l’11 novembre del 2014; poi se vogliamo tra i brani “rari” c’è anche una versione dal vivo di Thunder Road dal concerto del Roxy Theater di Hollywood del 18 ottobre del 1975. Il problema per fans e simpatizzanti del Boss è che per avere questi brani bisogna cuccarsi una serie di dialoghi del cast del film, ispirati dalla musica di Springsteen, oltre a canzoni di Pet Shop Boys, A-ha e un paio di pezzi di A.R. Rahman, il musicista indiano noto per le sue colonne sonore e per la partecipazione al “funesto” supergruppo SuperHeavy, con Jagger, Joss Stone, il figlio di Marley e Dave Stewart.

Comunque ecco la lista completa dei contenuti:

Ode To Javed/Javed’s Poem – A.R. Rahman
It’s a Sin – Pet Shop Boys
The Sun Always Shines On T.V. – a-ha
“The Boss Of Us All” (dialogue)
Dancing In The Dark – Bruce Springsteen
“You Should Be Listening To Our Music” (dialogue)
“I Never Knew Music Could Be Like This” (dialogue)
*The River – Bruce Springsteen & The E Street Band (Live at Madison Square Garden, New York, NY – September 21, 1979) (previously unavailable on an album)
“Number One Paki Film” (dialogue)
Badlands – Bruce Springsteen
Cover Me – Bruce Springsteen
Thunder Road– Bruce Springsteen & The E Street Band (Live at The Roxy Theater, West Hollywood, CA – October 18, 1975)
Get Outta My Way Fascist Pigs – Amer Chadha-Patel
“Do It For Me” (dialogue)
Prove It All Night – Bruce Springsteen
Hungry Heart – Bruce Springsteen
“You, Me…and Bruce” (dialogue)
Because The Night – Bruce Springsteen
Maar Chadapa – Heera
*The Promised Land – Bruce Springsteen (Live on The National Mall, Washington, D.C. – November 11, 2014)
Blinded By The Light – Bruce Springsteen
Born To Run – Bruce Springsteen
*I’ll Stand By You – Bruce Springsteen (previously unreleased studio recording)
*For You My Love – A.R. Rahman (new original song for film)

Vedete voi, io ho riferito: come detto esce il 9 agosto.

Da oggi riprendo ad aggiornarvi, dopo una pausa dovuta ad altri problemi, non solo di tempo, con segnalazioni mirate su alcune delle più interessanti prossime uscite dei mesi a cavallo tra l’estate e l’inizio autunno, ovviamente senza interrompere i Post abituali con le recensioni, ma alternandoli agli stessi..

Bruno Conti

Lo Springsteen Della Domenica: Festa Bagnata, Festa Fortunata! Bruce Springsteen & The E Street Band – East Rutherford, NJ 9/22/12

bruce springsteen live meadowlands 2012

Bruce Springsteen & The E Street Band – East Rutherford, NJ 9/22/12 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Eccoci al consueto appuntamento mensile con gli archivi live di Bruce Springsteen, e per l’esattezza con la penultima uscita della serie (l’ultima è già nota anche se non ancora in mio possesso fisicamente, e riguarda un concerto al Nassau Coliseum del 1980, due sere prima di quello “mitico” di fine anno): sto parlando di uno show tenutosi il 22 Settembre del 2012 al MetLife Stadium di East Rutherford nel New Jersey per il tour in supporto a Wrecking Ball. Il concerto in questione non ha un valore storico come altri del passato, ma è particolare per altri motivi: intanto si svolge a poche miglia dal luogo in cui il Boss è nato (ed è già il quinto live registrato ad East Rutherford che esce in questa serie), ma soprattutto Bruce trasforma la serata in un gigantesco “birthday party”, dato che lo scoccare della mezzanotte, quindi il 23/9, coincide con il suo 63° compleanno. Ma la cosa senz’altro più insolita è che la mezzanotte non arriva a fine concerto come spesso capita con il Boss, bensì a metà show, in quanto c’era stato un rinvio di ben due ore causa acquazzone che si era abbattuto sulla zona. Bruce non è però il tipo da annullare un concerto, soprattutto quando il suo pubblico aspetta paziente beccandosi più di due ore di pioggia battente senza battere ciglio: ecco quindi il nostro e la sua E Street Band salire sul palco ancora più carichi del solito e fregarsene di ogni time limit dovuto all’inizio in ritardo, e regalare un set di ben 34 canzoni per tre ore e mezza di musica, finendo di suonare alle due del mattino!

Ed il concerto è, manco a dirlo, strepitoso, con Bruce ed i suoi compagni che ripagano l’audience con una performance magnifica e di grande potenza, elaborando una scaletta di brani perfetti per far ballare tutti, limitando al minimo le ballate. Lo show inizia subito con una sequenza da togliere il fiato con Out In The Street, The Ties That Bind (entrambe le versioni tra le più perfette mai sentite), una rara Cynthia e la classica Badlands. Vista la situazione meteo non poteva mancare Who’ll Stop The Rain dei Creedence (formidabile come sempre), seguita da un potente uno-due tratto da Born In The U.S.A. formato da Cover Me e Downbound Train. Sette canzoni ed ancora nessuna da Wrecking Ball, ma ecco che Bruce rimedia con tre brani uno in fila all’altro tra i più coinvolgenti del nuovo album, cioè la bombastica We Take Care Of Our Own, la title track e lo strepitoso folk-rock Death To My Hometown. Finalmente un po’ di quiete con la toccante My City Of Ruins in una monumentale versione di 16 minuti, che confluisce nell’antica It’s Hard To Be A Saint In The City, una chicca non da poco dato che non viene eseguita spesso. E questo è solo il primo CD. Il party riprende con l’ingresso sul palco di Gary U.S. Bonds che duetta con il Boss in un’irresistibile e gioiosa Jole Blon e poi fa il bis con il saltellante e coloratissimo errebi This Little Girl, puro Jersey Sound.

Ancora festa grande con la trascinante Pay Me My Money Down (non c’è la Seeger Sessions Band ma lo spasso è lo stesso), il lato B Janey, Don’t You Lose Heart, pop song gradevole ed immediata, ed un’inattesa e sanguigna In The Midnight Hour di Wilson Pickett, suonata per la prima volta dal 1980 (brano più che appropriato dato che nel frattempo è giunta la mezzanotte e tutto il pubblico ha intonato Happy Birthday ad un commosso Bruce). Dopo un’intensa Into The Fire, pagina minore di The Rising, la solita magnifica Because The Night ed una vibrante She’s The One ecco un altro trittico di pezzi che non fanno prigionieri, cioè la scatenata Working On The Highway e le super-coinvolgenti Shackled And Drawn e Waitin’ On A Sunny Day (con immancabile ritornello fatto cantare ad un bambino stonato). E’ raro che Meeting Across The River venga suonata fuori dal contesto di Born To Run (cioè quando viene riproposto l’album dall’inizio alla fine), ma questa è una serata speciale e quindi eccola qua, seguita a ruota dalla sempre commovente Jungleland (Roy Bittan, che pianista!) e dalle immancabili Thunder Road (elettrica) ed appunto Born To Run, tra le quali si “intrufola” la peraltro non eccelsa Rocky Ground, unico momento in tono minore della serata (o dovrei dire nottata). Il finale è la solita esplosione rock’n’roll con Glory Days, Seven Nights To Rock e Dancing In The Dark sparate in fila, ed in coda la sempre bellissima Tenth Avenue Freeze-Out con annesso omaggio allo scomparso Clarence Clemons. Sono quasi le due ma non è finita, perché c’è un altro Happy Birthday al quale partecipa anche la band (con il ritorno sul palco di Bonds e l’apparizione di parenti vari, tra cui madre, sorella e suocera di Springsteen), e si finisce con otto fantastici minuti di Twist And Shout, che mandano finalmente tutti a dormire.

Questo East Rutherford 2012 non sarà uno show storico ai livelli dell’Agora Ballroom o di Passaic, ma come dicono in America siamo comunque di fronte a “one hell of a concert”!

Marco Verdi