Lo Springsteen Della Domenica: Altra Storica Testimonianza Da Un Tour Leggendario! Bruce Springsteen & The E Street Band – The Roxy, July 7, 1978

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Bruce Springsteen & The E Street Band – The Roxy, July 7, 1978 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Se la tournée del 1975 aveva creato grande interesse dei media e del pubblico nei confronti della figura di Bruce Springsteen, quella lunghissima ed estenuante del 1978 fece entrare il nostro nel mito, insieme alla sua E Street Band, come performer dal vivo. Bruce aveva da poco pubblicato Darkness On The Edge Of Town, un album eccezionale (per molti il suo migliore) che risentiva delle tensioni accumulate in quegli anni a seguito dei problemi legali con Mike Appel che avevano rischiato di stroncargli la carriera. Ed il lungo tour era la logica conseguenza di quel disco sofferto, con performance interminabili ed infuocate, vere e proprie celebrazioni rock come non si erano mai viste fino a quel momento, ed alcune serate vennero tramandate ai posteri come leggendarie. La serie degli archivi live del Boss, che da qualche tempo viene aggiornata mensilmente, ha già all’attivo tre serate del 1978, il mitizzato show all’Agora Ballroom di Cleveland, quello altrettanto noto di Passaic, ed il meno famoso concerto di Houston di fine tour: l’altro spettacolo che tra i fans del Boss era sicuramente nella Top Ten assoluta era quello del 7 Luglio al mitico Roxy Theatre di West Hollywood, ed oggi possiamo gustarcelo in tutto il suo splendore, inciso alla grande e finalmente al completo.

Ho detto al completo in quanto otto pezzi di questa serata erano già usciti ufficialmente sul discusso box Live 1975-85, ma ora trovano posto nel loro contesto originale, ed è tutta un’altra cosa, anche se, istigati dal famoso  “All you bootleggers out there in Radioland, roll your tapes!”, lanciato proprio in occasione di questo broadcast radiofonico, di registrazioni, anche ottime, di questa data ne esistono a iosa. Un concerto magnifico quindi, potente  ed arso dal sacro fuoco che Bruce produceva in ogni serata, con la band che gira che è una meraviglia (all’epoca erano in sette incluso il leader: Roy Bittan, Little Steven, Garry Tallent, Danny Federici, Clarence Clemons e Max Weinberg) e quello che ancora più stupisce è la prova vocale del Boss, che nelle tre ore abbondanti di show non ha mai un cedimento o una sbavatura, quasi come se fosse stato inciso in studio, ed in varie sessioni. Dopo una breve introduzione parlata lo show inizia subito in maniera irresistibile con una strepitosa versione di Rave On di Buddy Holly, che dimostra che il gruppo è già bello caldo, a cui fanno seguito una potente Badlands, che fa saltare per aria il teatro, ed una fulgida Spirit In The Night, con il nostro che ha già la folla in pugno ed inizia a gigioneggiare alla sua maniera. Oltre alla citata Badlands, ci sono altre sei canzoni prese dall’allora recente Darkness On The Edge Of Town: se Candy’s Room non mi ha mai fatto impazzire, le altre sono magnifiche, dalla title track, un concentrato di potenza ed intensità, alle trascinanti The Promised Land e Prove It All Night (quest’ultima con la strepitosa introduzione strumentale dell’epoca), senza dimenticare una devastante Adam Raised A Cain, in cui le chitarre quasi urlano, ed una Racing In The Street mai così bella (e con uno straordinario Bittan).

Ma gli highlights non sono certo finiti qui, in quanto il Boss ci delizia con una frizzante For You, che non ricordavo così bella, una magica Thunder Road messa a chiusura della prima parte, un’anteprima di The River con una emozionante Point Blank, già tesa e drammatica, ed un doppio omaggio ai suoi esordi con Growin’ Up e It’s Hard To Be A Saint In The City (con grande assolo chitarristico finale) una in fila all’altra. E come ciliegina una monumentale Backstreets di dodici minuti, considerata una delle più belle mai eseguite (e che è stata incredibilmente dimenticata nella tracklist stampata sul retro del CD). Detto di due omaggi a grandi del rock’n’roll come Bo Diddley (Mona, che si fonde con She’s The One) ed Elvis Presley (una sorprendente Heartbreak Hotel), il concerto volge al termine con le immancabili Rosalita e Born To Run, oltre che con un altro brano inedito che finirà su The River, e cioè una struggente Independence Day per piano solo, un momento di straordinario pathos che Bruce dedica a suo padre. Gran finale con la travolgente Because The Night, che all’epoca Patti Smith aveva appena pubblicato, ed una conclusione pirotecnica a tutto errebi (Raise Your Hand) e rock’n’roll (Twist And Shout, dopo una lunga attesa), un uno-due che non fa prigionieri.

Il tutto succedeva quarant’anni fa, ma ad ascolto ultimato vi sembrerà di esserci appena stati di persona.

Marco Verdi

Non Proprio Come I Suoi Primi Dischi, Ma E’ Sempre Un Bel Sentire! Southside Johnny & The Asbury Jukes – The Mercury Years

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Southside Johnny & The Asbury Jukes – The Mercury Years – Caroline International/Universal 3CD

Nella seconda metà degli anni settanta Southside Johnny, al secolo John Lyon, era considerato uno dei maggiori esponenti del cosiddetto “Jersey Sound”, un paio di gradini sotto Bruce Springsteen (che è sempre stato obiettivamente irraggiungibile per chiunque): lui ed i suoi Asbury Jukes, un gruppo formidabile che fondeva alla grande rock, soul e rhythm’n’blues di ispirazione Stax, avevano pubblicato per la Epic quattro splendidi album, tre in studio ed un raro promo live, sotto l’egida di Steven Van Zandt, all’epoca non ancora Little Steven, che li aveva prodotti ed aveva scritto la maggior parte delle canzoni (ed anche il Boss aveva dato una non trascurabile mano come autore). Quattro album che rivelavano influenze importanti come Sam Cooke, Gary U.S. Bonds, Marvin Gaye, The Temptations, The Marvelettes e chi più ne ha più ne metta, il tutto suonato con una grinta ed un feeling da vera rock’n’roll band e cantato da Johnny con una bellissima voce nera. (NDM: per chi non avesse questi album, è imperdibile il doppio CD uscito lo scorso anno The Fever: The Remastered Epic Recordings, che comprende anche per la prima volta sul supporto digitale il già citato promo live Jukes Live At The Bottom Line). Nel 1979 però Johnny era stato lasciato a piedi dalla Epic, e riuscì a negoziare un nuovo contratto con la Mercury, grazie al quale pubblicò due dischi in studio ed un live, stavolta su larga scala, tre album che però ebbero un successo molto scarso e che lasciarono di nuovo il nostro senza una casa discografica, all’alba di una decade (gli ottanta) che si rivelerà molto difficile per lui.

Oggi quel breve periodo in casa Mercury esce in un elegante boxettino rigido, intitolato senza troppa fantasia The Mercury Years, con dentro i tre album in questione, uno per ogni CD (e con una sola bonus track, peraltro non indispensabile) ed un libretto con foto, note e crediti. I due dischi di studio, The Jukes e Love Is A Sacrifice, non raggiungono i livelli dei primi tre album della band, anche per la scelta di affrancarsi dall’ombra di Van Zandt e Springsteen che infatti non vengono coinvolti in alcun modo, ed il bastone del comando per quanto riguarda il songwriting passa al chitarrista dei Jukes, Billy Rush, che se la cava comunque egregiamente pur essendo qua e là un po’ derivativo (gli altri membri del gruppo sono Allan Berger al basso, Kevin Kavanaugh alle tastiere, Steve Becker alla batteria, Joel Gramolini alla chitarra ritmica, più una sezione fiati di cinque elementi, i cui più noti sono Ed Manion al sax baritono e Richie “La Bamba” Rosenberg al trombone). I due dischi sono comunque più che buoni, e confermano i Jukes come una signora band di errebi, blue-eyed soul e rock’n’roll, con diverse canzoni che non avrebbero sfigurato nel periodo con la Epic, bilanciate da qualche brano più nella media; diverso è il discorso per il live Reach Up And Touch The Sky, che è la vera ragione per accaparrarsi questo box (ovviamente se già non ne possedete il contenuto): si tratta infatti di un disco dal vivo caldo, passionale, vibrante e sanguigno, uno dei grandi live album di quel periodo, dove energia, grinta e feeling vanno a braccetto magnificamente.

Ma andiamo con ordine, esaminando in breve i tre dischetti del box. The Jukes ha un inizio ottimo, con la potente ed energica All I Want Is Everything, un gustoso rock’n’roll with horns, seguita dalla splendida e luccicante I’m So Anxious, springsteeniana fino al midollo, con un bel riff di fiati ed un breve ma ficcante assolo chitarristico, e dalla deliziosa soul ballad Paris, calda, emozionante e contraddistinta da una melodia di sicuro impatto. Altri brani degni di nota sono la cadenzata Security, tra funky e swamp, con un suono grasso e sudaticcio che fa molto New Orleans, la fluida ed orecchiabile Living In The Real World, molto Van Zandt, la ritmata e trascinante I Remember Last Night, dove sembra di sentire il Willy DeVille di quegli anni, la sontuosa ballatona elettrica What In Vain, dal pathos notevole, per chiudere con la coinvolgente Vertigo, dal suono molto E Street Band (con fiati). Mentre la roccata Your Reply e l’errebi gradevole ma un filo troppo sofisticato e “pulitino” The Time, alla Rod Stewart del periodo per intenderci, sono da considerarsi dei riempitivi, seppur di lusso. Love Is A Sacrifice, che vede una ancora sconosciuta Patti Scialfa ai cori, è un gradino sotto il predecessore: un disco più rock e con un uso inferiore dei fiati, è scritto interamente da Rush (mentre in The Jukes interveniva anche altra gente, Johnny compreso), che purtroppo non è né Van Zandt né il Boss (e ci mancherebbe). Le belle canzoni comunque non mancano, come la tonica e vibrante Why, rock song che sembra una outtake di The River, la scintillante Love When It’s Strong, puro romanticismo da bassifondi, quasi fossimo di fronte ad un Tom Waits sotto steroidi, Murder, potente mix tra rock e soul (con piano e chitarre protagonisti), la squisita ballata Keep Our Love Simple, dal sapore sixties (ed ancora somiglianze con DeVille) e la roboante Why Is Love Such A Sacrifice, la più errebi del disco. Anche qui abbiamo episodi di livello inferiore, come Goodbye Love, grintosa ma nulla più, Restless Heart, un rockettino piuttosto innocuo, e On The Beach, pop song gradevole ma con la consistenza di un bicchiere d’acqua (presente anche come superflua bonus track in versione mono).

E veniamo al live Reach Up And Touch The Sky, che come ho già detto ci presenta il miglior Southside Johnny, nel suo ambiente naturale: il palcoscenico. Ci sono solo cinque estratti dai due album Mercury, tra cui le strepitose I’m So Anxious e All I Want Is Everything ed una Vertigo più torrida che mai; quattro pezzi vedono Springsteen come autore: Talk To Me, dal ritmo forsennato (con Manion che fa le veci di Clarence Clemons), la toccante Heart Of Stone, ma soprattutto una irresistibile Trapped Again, errebi-rock di gran lusso e tra i momenti migliori del CD, ed una lunga ed intensa The Fever, in cui i Jukes sembrano gli E Streeters. Solo uno dei brani è scritto da Little Steven, ma è la straordinaria I Don’t Want To Go Home, che è la signature song del repertorio dei nostri. Il resto sono cover, e se Take It Easy degli Eagles, appena accennata, è una specie di scherzo, decisamente seria è la rilettura del classico Stagger Lee, una imperdibile versione di otto minuti piena di ritmo ed altamente coinvolgente, con la band che è un treno ed i fiati sono in stato di grazia. Il gran finale è all’insegna di Sam Cooke, prima con un bel medley che mette insieme Only Sixteen, (What A) Wonderful World, You Send Me e A Change Is Gonna Come, poi con una emozionante Bring It On Home To Me, per finire con una gioiosa Having A Party divisa in due dalla scatenata Back In The U.S.A. (Chuck Berry), puro rock’n’roll.

Insieme al doppio antologico dello scorso anno, questo triplo offre una panoramica completa su uno dei gruppi migliori di quel periodo: una grande band e non certo, come qualcuno in passato ha affermato, uno Springsteen di serie B.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Un “Fiume” Di Grande Musica! Bruce Springsteen & The E Street Band – MSG, Nov. 08, 2009

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Madison Square Garden, New York, Nov. 08, 2009 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Verso la fine della scorsa decade Bruce Springsteen aveva iniziato a proporre saltuariamente durante i suoi concerti con la E Street Band una serie di suoi album storici, suonati integralmente dalla prima all’ultima canzone. Questo non comprendeva tutti i suoi lavori, ma solo i più famosi: principalmente Born To Run, Darkness On The Edge Of Town e Born In The U.S.A., con qualche rara eccezione che riguardava Greetings From Asbury Park, NJ e The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle. Solo una volta però Bruce, prima che la cosa diventasse quotidiana nel tour del 2016, aveva suonato tutto The River dalla prima all’ultima nota, e ciò era avvenuto verso la fine del tour di Working On A Dream, l’8 Novembre del 2009, al Madison Square Garden di New York, concerto che ora esce per la meritoria serie di live d’archivio del Boss. The River è uno dei grandi dischi della nostra musica (per il sottoscritto è il secondo migliore di sempre dopo Highway 61 Revisited di Bob Dylan), ma è anche un album impegnativo da suonare dal vivo, dato che è doppio e che da solo occupa ben più della metà della scaletta.

Ma Bruce in quella serata del 2009 se ne è giustamente fregato, e dopo aver aperto lo show con l’allora inedita Wrecking Ball (non una grande canzone, ma che garantisce un avvio potente), ha snocciolato uno per uno tutti i venti brani dell’album del 1980, nobilitando il tutto con una performance al solito scintillante e seguito alla grande da una E Street Band perfettamente rodata (e nella quale militava ancora Clarence Clemons, mentre sia Soozie Tyrell che Charlie Giordano erano sul palco ma non ancora membri fissi del gruppo), con il risultato finale di una splendida festa a base di rock’n’roll. So che molti preferiscono le performances infuocate del biennio 1980-1981, quando Bruce ed i suoi erano ancora affamati, piuttosto che il gruppo “arrivato” e quasi auto-celebrativo di oggi, ma per me sono quisquilie, dato che comunque un’altra rock band simile al mondo non si trova. Riascoltiamo quindi con grande godimento le versioni “da terzo millennio” dei pezzi di questo storico LP, diviso tra gioiosi rock’n’roll del calibro di The Ties That Bind, Sherry Darling (un uno-due di apertura che pochi artisti possono vantare, qui eseguite in versione leggermente rallentata rispetto all’originale), Out In The Street, You Can Look (But You Better Not Touch), più irresistibile che mai, fino alle due più trascinanti in assoluto, Cadillac Ranch e Ramrod, oppure struggenti ballate come la magnifica Independence Day, la drammatica Point Blank, con lo splendido piano di Roy Bittan in evidenza, e lo strepitoso trittico finale formato da The Price You Pay, Drive All Night (altra rilettura da brividi) e Wreck On The Highway. Senza dimenticare la formidabile title track, una delle ballad più belle di sempre, e non solo di Springsteen.

Da apprezzare anche i brani considerati “minori” (e raramente suonati da Bruce fuori dal contesto originale dell’album d’origine), ma che decine di musicisti sognerebbero di avere nel proprio repertorio, come I Wanna Marry You, Fade Away e Stolen Car, che anticipava le atmosfere di Nebraska. E quella sera fanno la loro porca figura anche i due pezzi che ho sempre considerato un gradino sotto, cioè Crush On You e I’m A Rocker. Prima dei bis c’è il tempo per altre cinque canzoni: la festosa Waitin’ On A Sunny Day, che in quel periodo veniva suonata ogni sera, una Atlantic City tesissima e decisamente elettrica, le immancabili Badlands e Born To Run e la classica Seven Nights To Rock di Moon Mullican, che come di consueto fa venire giù il teatro. Come encores abbiamo gli unici due pezzi tratti da Born In The U.S.A. (da notare che da Working On A Dream, l’album nuovo a quell’epoca, non ne viene eseguita mezza, e non è un male), cioè la splendida No Surrender e la famosa Dancing In The Dark, che non ho mai amato, la travolgente giga rock American Land, che fa saltare tutto il Garden, una toccante e purtroppo breve Can’t Help Falling In Love (Elvis, naturalmente), e due classici del soul ed errebi “da colpo di grazia” come Sweet Soul Music (Arthur Conley) e (Your Love Keeps Me Lifting) Higher And Higher (Jackie Wilson), un concentrato di energia e ritmo che metterebbe al tappeto una mandria di tori, e dove fa la sua bella parte anche la tromba di Curt Ramm.

Grandissimo concerto, come sempre d’altronde, direi anche questo da non perdere.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Un Gradito Ritorno Nella Sua “Hometown”. Bruce Springsteen – Freehold 11/08/96

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Bruce Springsteen – St. Rose Of Lima School, Freehold, NJ 11/08/96 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

L’ultima uscita in ordine di tempo degli archivi live di Bruce Springsteen, che da qualche tempo offrono una novità ogni primo venerdì del mese, è un concerto molto particolare del tour acustico del 1996 a seguito dello splendido The Ghost Of Tom Joad. Non è il primo live di questa tournée ad uscire in questa serie, ce n’era già stato uno registrato a Belfast, ma nella fattispecie siamo di fronte ad una serata speciale per il Boss, che torna a Freehold, sua città natale e dove ha lasciato tantissimi amici, ed in più nella sua scuola parrocchiale, la St.Rose Of Lima School. Che non sia uno show come gli altri lo si capisce dal fatto che Bruce è particolarmente rilassato e disteso, e scherza spesso tra un brano e l’altro (presumo conosca più di una persona tra il pubblico), ma anche dal fatto che la scaletta è radicalmente diversa da quella proposta in quel tour, specie nella prima parte. In aggiunta, oltre alle consuete tastiere “off stage” di Kevin Buell, abbiamo la presenza in varie canzoni della moglie Patti Scialfa alla seconda voce, e da Soozie Tyrell al violino e voce, ed il concerto, già bello e godibile di suo nonostante la strumentazione spoglia, è ancora più interessante.

Lo show si apre subito alla grande con una delle più intense The River da me ascoltate (canzone che in quei concerti di solito non veniva eseguita), per voce, chitarra ed il malinconico violino della Tyrell, una versione magnifica alla quale la veste acustica dona ancora più drammaticità; segue una spettacolare Adam Raised A Cain, che viene letteralmente trasformata in un folk-blues d’altri tempi, e gli unici due estratti da Tom Joad presenti nella prima parte, cioè Straight Time e Highway 29. Ben quattro canzoni provengono da Nebraska, come da logica visto lo status di “one man band” del nostro, e se Used Cars ed Open All Night sono nella norma, Johnny 99 è trascinante anche senza una band alle spalle, mentre Mansion On The Hill si conferma come una delle più belle ballate di Bruce. Tra i classici, non molti per la verità, troviamo una Darkness On The Edge Of Town vibrante e suonata con grande forza (e difficile da riconoscere all’inizio), Two Hearts eseguita insieme sia a Patti che a Soozie, e la solita Born In The U.S.A. in versione blues paludoso che il nostro faceva in quel periodo; non manca qualche rarità, come la folkeggiante The Wish, dedicata alla madre (e molto bella) e l’ironica Red Headed Woman, preceduta da una esilarante introduzione “solo per adulti”, oltre alla poco nota When You’re Alone (da Tunnel Of Love).

Il secondo CD inizia con ben cinque canzoni prese da The Ghost Of Tom Joad, una dietro l’altra, e se la title track la conosciamo bene (e si conferma splendida), non sono da meno né The LineAcross The Border; dopo una toccante Growin’ Up e la sempre stupenda This Hard Land, è la volta di una My Hometown davvero intima (non poteva certo mancare) e della profonda e struggente Racing In The Street. Solitamente i concerti di quel tour si concludevano con The Promised Land, che infatti non manca, ma stasera Bruce aggiunge Freehold, un brano nuovo scritto per l’occasione, e che viene suonato per la prima ed unica volta: musicalmente un pezzo forse nella media, ma sono i continui riferimenti ai luoghi della sua giovinezza sparsi nel testo a mandare in visibilio il pubblico. Ho già detto nelle precedenti recensioni che preferisco il Bruce Springsteen rocker alla sua versione folksinger (come penso tutti), ma questo live registrato in una location così familiare è davvero speciale. Come nei vecchi film di James Bond sui titoli di coda vi annuncio il prossimo capitolo della saga. Nel prossimo volume avremo un concerto, elettrico del 2009, a New York, nel quale fu eseguito per la prima volta in assoluto The River, canzone per canzone (e, ancora una volta, niente dal tour di The Rising)

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: L’Ultima Volta Di Danny. Bruce Springsteen & The E Street Band – TD Banknorth Garden, Boston 11/19/07

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Bruce Springsteen & The E Street Band – TD Banknorth Garden, Boston 11/19/07 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Il rapporto tra Bruce Springsteen ed i membri della sua E Street Band è sempre stato più comparabile a quello di una famiglia allargata che ad una normale relazione tra datore di lavoro e dipendenti (ed infatti il nostro il soprannome The Boss non lo ha mai amato molto), al punto che il rocker americano si è sempre riferito ai compagni come i suoi “blood brothers”. Con alcuni di essi poi il legame era ancora più solido, è il caso per esempio di Clarence Clemons e Little Steven (senza dimenticare Patti Scialfa, sua moglie da circa un trentennio, un record per lo show business), mentre con altri il rapporto era più normale o, come nel caso di Danny Federici, soggetto ad alti e bassi. Proprio Federici è stato il primo a lasciare la band, non per divergenze ma bensì in seguito al peggioramento di un melanoma che lo ha portato via nella primavera del 2008, e così come è successo con Clemons (il cui ultimo concerto, a Buffalo nel 2009, è stato il soggetto di un’uscita precedente), oggi gli archivi live del Boss omaggiano proprio l’ex organista della band con questa serata a Boston, che concludeva la parte americana del tour seguito alla pubblicazione dell’album Magic, e che è anche l’ultima esibizione con Danny presente sul palco (già visibilmente segnato dalla malattia).

Non so se all’epoca i nostri sapessero di ciò, fatto sta che il concerto è festoso ed energico come al solito, non c’è malinconia o aria di addio: solo a posteriori alcuni pezzi (soprattutto uno, come vedremo) risultano toccanti e meritevoli di una lacrimuccia. Uno show solido quindi, più stringato del solito (dura “solo” due ore e venti, ed infatti il CD è doppio), ma con i nostri impeccabili e coinvolgenti come al solito. Ben otto pezzi provengono da Magic (un buon disco rock, diretto e senza fronzoli), tra i quali mi preme segnalare la potente e trascinante Radio Nowhere, perfetta per aprire la serata (dopo un intro a base di musica circense), la folkeggiante title track, molto intensa, le stupende Last To Die e Long Walk Home, due rock songs degne dello Springsteen dell’età d’oro, e la solare e pop-oriented Girls In Their Summer Clothes. Ci sono ovviamente i classici che non mancano (quasi) mai (Darkness On The Edge Of Town, Badlands, Born To Run), ed anche veri e propri “crowd pleasers” come la scintillante Night, la splendida This Hard Land, l’irresistibile rock’n’roll di Working On The Highway (unica tratta da Born In The U.S.A.), una potente The Rising, che pur se all’epoca era ancora recente veniva già apprezzata al pari di un evergreen.

Non mancano le chicche, tra cui una superba Reason To Believe dall’inedito arrangiamento boogie ed una rara e vibrante The E Street Shuffle. Ma il vero magic moment della serata è una toccante 4th Of July, Asbury Park (Sandy), da sempre il pezzo in cui Federici imbraccia la fisarmonica ed affianca Bruce al centro del palco, e che quella sera in retrospettiva assume un valore particolare (peccato non ci sia una parte video, ma credo che su internet si trovi facilmente). Tra i bis spiccano una Tenth Avenue Freeze-Out con Peter Wolf ospite ai cori, una grandiosa Kitty’s Back, con ottime parti di chitarra ed organo (ed un Roy Bittan semplicemente spettacoloso al piano), ed il finale travolgente di American Land.  Un altro bel concerto per Bruce, anche se forse non sarebbe stato pubblicato se non fosse stato l’ultimo con Danny: venerdì prossimo conosceremo la nuova uscita, e vedremo se i fans che da tempo chiedono uno show del tour di The Rising saranno accontentati.

Marco Verdi

Torna Lo Springsteen Della Domenica: Adesso Cominciamo Con I Doppioni? Bruce Springsteen – Grand Rapids 2005/East Rutherford 1984

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Bruce Springsteen – Van Andel Arena, Michigan, August 3 2005 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Bruce Springsteen & The E Street Band – Brendan Byrne Arena, New Jersey, August 20 1984 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Gli ultimi due episodi degli archivi dal vivo di Bruce Springsteen, dei quali mi accingo a parlare, hanno ottenuto qualche critica dai fans, non tanto perché si occupano di tour già documentati in uscite precedenti (con pubblicazioni mensili prima o poi doveva succedere), ma perché trattano di concerti molto vicini dal punto di vista temporale a quelli già disponibili: il doppio Van Andel Arena, Michigan (tratto dalla tournée acustica del 2005 in supporto a Devils & Dust) è del 3 Agosto, e c’era già la serata a Columbus, Ohio del 31 Luglio, mentre il triplo con la E Street Band del 20 Agosto 1984 è preso addirittura dalla stessa serie di concerti alla Brendan Byrne Arena (luogo anche del recente live del 1993 con “The Other Band”) dai quali era stato tratto quello del 5 Agosto. Ne consegue che anche le scalette sono piuttosto simili, anche se non mancano le chicche in ciascuna delle due serate: è noto che un concerto di Springsteen non è mai uguale ad un altro, e quindi se guardiamo il lato puramente musicale anche questi due live sono decisamente interessanti, e nel caso di quello del 1984, addirittura formidabile.

Lo show del 2005 vede Bruce da solo sul palco (con l’aiuto offstage di Alan Fitzgerald alle tastiere), che però non si destreggia soltanto alla chitarra acustica ma usa anche molto il pianoforte, oltre che saltuariamente la chitarra elettrica, e gioca anche a cambiare spesso e volentieri gli arrangiamenti delle canzoni. La parte del leone la fanno i brani di Devils & Dust, ben sette, tra cui l’intensa Black Cowboys, la splendida Long Time Comin’ e la toccante Jesus Was An Only Son. Stranamente, data la natura intima del concerto, non sono presenti pezzi da The Ghost Of Tom Joad, e soltanto uno da Nebraska, una irriconoscibile Reason To Believe con voce filtrata ed armonica (e senza chitarra), in puro stile Mississippi blues. Le chicche sono una Tunnel Of Love al piano elettrico, meglio dell’originale, Sherry Darling con lo stesso tipo di accompagnamento (che diventa una dolce ballata), rarità come Part Man, Part Monkey e Cynthia, oltre ad una fantastica The River sempre al piano (stavolta a coda) e la sempre bellissima Racing In The Street. La scaletta del secondo CD è più simile a quello di Columbus già pubblicato, e spiccano su tutte una vibrante rilettura di It’s Hard To Be A Saint In The City, ed il bis con le note Bobby Jean, The Promised Land (anche questa difficile da riconoscere) e la cover di Dream Baby Dream dei Suicide. Uno Springsteen intimo, anche se io continuo a preferirlo come rocker.

Ed il rocker viene fuori alla grandissima nello show in New Jersey nel 1984, l’ultima di dieci serate consecutive nella medesima location: un concerto magnifico, con classici a profusione suonati in maniera ispirata, tosta, roccata e diretta, per uno dei migliori CD della serie (meglio anche di quello registrato il 5 Agosto). Qui la parte principale la fa chiaramente Born In The USA, all’epoca uscito da poco: nove pezzi su dodici, con sorprendenti e folgoranti versioni di Cover Me, I’m Goin’ Down e My Hometown (bellissima quella sera, ed io non l’ho mai amata molto), oltre ad una toccante No Surrender acustica. Mentre pezzi in origine acustici, come Atlantic City e Highway Petrolman, sono suonati full band, ed in più troviamo anche una Out In The Street tra le più belle mai sentite, la sempre trascinante Cadillac Ranch ed un formidabile trittico formato da Growin’ Up, Backstreets e Jungleland, più di mezz’ora di grande musica. Ma l’highlight assoluto, che rende questo concerto molto popolare tra gli appassionati del Boss, è la presenza sul palco nei bis di Little Steven (che all’epoca aveva lasciato la band per dedicarsi alla carriera solista, sostituito da Nils Lofgren), un commovente “homecoming” che culmina con la classica Two Hearts cantata all’unisono e soprattutto con una fantastica rilettura in duetto dell’evergreen di Dobie Gray Drift Away, un momento magico che vale la serata, e che fa quasi passare in secondo piano il finale pirotecnico a base di Detroit Medley (con aggiunta di Travelin’ Band dei Creedence) e Twist And Shout mescolata con Do You Love Me dei Contours.

Un concerto interessante ed uno imperdibile: il prossimo volume prenderà in esame una tournée ancora non toccata da questa serie di concerti, ma non quella di The Rising come auspicavano molti fans, bensì quella di Magic, per l’ultimo show con Danny Federici come membro della band.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Un Live Bellissimo, Anche Se Con “L’Altra Band”! Bruce Springsteen – Brendan Byrne Arena, New Jersey June 24, 1993

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Bruce Springsteen – Brendan Byrne Arena, New Jersey June 24, 1993 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 4CD – Download

Quando alla fine degli anni ottanta Bruce Springsteen sciolse la E Street Band alla ricerca di nuovi stimoli, furono ben poche le voci di approvazione, e lo sconforto tra i fans si ingigantì quando nel 1992 il Boss pubblicò ben due album con il suo nuovo gruppo, Human Touch e Lucky Town, due dischi dove non mancavano le grandi canzoni, ma neppure diversi riempitivi (sono tuttora del parere che, scegliendo gli episodi migliori, avremmo avuto comunque un ottimo album singolo) e soprattutto con un suono piuttosto nella media, senza quel marchio di fabbrica e quella personalità tipici della sua vecchia band. Le critiche continuarono anche nel successivo tour, con “The Other Band”, come l’avevano soprannominata non senza una punta di disprezzo i fans, che raramente riusciva a catturare la magia degli show leggendari di Bruce, critiche avvalorate dall’album live pubblicato all’epoca, Plugged, decisamente poco riuscito. Questo nuovo episodio degli archivi live di Springsteen, che per brevità chiamerò Live 1993, è però un’altra storia: registrato a pochi passi da casa, alla Brendan Byrne Arena a East Rutherford, nel New Jersey (già teatro di un precedente live della serie, inciso nel 1984), ci fa ritrovare il Boss migliore, ispirato, coinvolgente ed in strepitosa forma vocale, alle prese tra l’altro con una setlist decisamente interessante ed una serie di ospiti a sorpresa che rendono più succulento il piatto.

E poi i musicisti che lo accompagnano, anche se non valgono neanche la metà degli E Streeters, non sono certo scarsi: Shane Fontayne alla chitarra elettrica, Tommy Sims al basso, Zack Alford alla batteria, Crystal Taliefero alla voce e chitarra (unico elemento forse abbastanza inutile), ed una bella serie di backing vocalists, tra cui spiccano Bobby King, per anni con Ry Cooder, e Carol Dennis, ex corista nonché seconda moglie di Bob Dylan. E, last but not least, Roy Bittan alle tastiere, un elemento imprescindibile per il suono del nostro, che evidentemente non se l’è sentita di lasciarlo a casa insieme agli altri ex compagni. Il concerto inizia in maniera intima, con un’intensa versione quasi a cappella (c’è solo una leggera tastiera in sottofondo) del classico di Woody Guthrie I Ain’t Got No Home, in cui Bruce divide le lead vocals con i suoi coristi e con il primo ospite della serata, Joe Ely (pelle d’oca quando tocca a lui). Poi abbiamo un mini-set acustico in cui Bruce propone una splendida e folkeggiante Seeds (quasi irriconoscibile), suonata con grande forza, una Adam Raised A Cain bluesata e completamente reinventata, e l’allora inedita This Hard Land, già bellissima e con una suggestiva fisarmonica. Da qui in poi parte lo show elettrico vero e proprio, con un’alternanza tra canzoni nuove e classici, per una scaletta davvero molto stimolante: i due nuovi album vengono rappresentati dagli episodi migliori (Better Days, la meravigliosa Lucky Town, un capolavoro, il trascinante gospel-rock Leap Of Faith, la potente Living Proof), da quelli più normali (Human Touch, Man’s Job, la dura Souls Of The Departed, che però dal vivo ha un tiro mica male), e purtroppo anche da quelli meno riusciti, come la pessima 57 Channels (And Nothin’ On), una porcheria che all’epoca il nostro ebbe il coraggio di fare uscire anche come singolo.

Poi ci sono gli evergreen, nei quali il gruppo fa il massimo per non far rimpiangere la E Street Band: da citare una splendida Atlantic City elettrica, le sempre trascinanti Badlands e Because The Night, la commovente The River, oltre all’inattesa Does This Bus Stop At 82nd Street? ed una struggente My Hometown, anche meglio dell’originale (mentre Born In The U.S.A. ha stranamente poco mordente, ed impallidisce di fronte a quella nota, che pure aveva un suono un po’ sopra le righe). Non mancano di certo le chicche, come un’intensa Satan’s Jewel Crown, un country-gospel reso popolare da Emmylou Harris (era in Elite Hotel), una solida Who’ll Stop The Rain dei Creedence, e soprattutto la strepitosa Settle For Love di Joe Ely, una delle signature songs del texano (che ha l’onore di cantare senza l’aiuto del Boss, che si limita a fargli da chitarrista), un pezzo che se fosse stato scritto nei primi anni settanta sarebbe entrato di diritto tra i classici rock di sempre. Il quarto CD (questo è l’unico live quadruplo della serie insieme al quello di Helsinki 2012) è una vera e propria festa nella festa, in quanto, dopo una toccante Thunder Road acustica, Bruce viene raggiunto, oltre che dalla moglie Patti Scialfa ed ancora da Ely, dai vecchi compagni Little Steven, Clarence Clemons e Max Weinberg, dalla futura E Streeter Soozie Tyrell, dai Miami Horns e, dulcis in fundo, dal grande compaesano Southside Johnny, che giganteggia da par suo nella travolgente It’s Been A Long Time (strepitosa), nella suggestiva Blowin’ Down This Road (ancora dal repertorio di Guthrie), e nel gran finale, con due classici di Sam Cooke, due irresistibili versioni di Having A Party e It’s All Right, inframezzate da una vibrante rilettura della Jersey Girl di Tom Waits. Confermo che sciogliere la E Street Band fu un grosso errore da parte di Bruce Springsteen, ma in questo Live 1993 c’è comunque un sacco di grande musica, che se non altro rivaluta in parte un periodo controverso della carriera del nostro.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Una Delle Serate Che Hanno Creato La Leggenda Del Boss! Bruce Springsteen & The E Street Band – Capitol Theatre, Passaic NJ, September 20th 1978

Bruce Springsteen & The E Street Band – Capitol Theatre, Passaic NJ, September 20th 1978

Bruce Springsteen & The E Street Band – Capitol Theatre, Passaic NJ, September 20th 1978 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Se chiedete ad un fan di Bruce Springsteen (ma di quelli “doc”) quali siano i suoi concerti preferiti del Boss, vi potrà rispondere, in ordine sparso, quelli al Roxy nel 1975, o quello all’Agora Ballroom nel 1978, o ancora gli show europei del 1981 (Zurigo e Stoccolma soprattutto); i più giovani potranno citarvi la serata finale del tour di The Rising allo Shea Stadium (con Bob Dylan ospite), e quelli italiani sicuramente non dimenticheranno San Siro 1985. Di certo tutti vi nomineranno anche lo spettacolo del 19 Settembre 1978 al Capitol Theatre di Passaic, in New Jersey, un live leggendario che è anche uno dei più noti bootleg di Bruce, dato che all’epoca era stato passato in diretta radiofonica.

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Ora gli archivi di Springsteen si rivolgono proprio a quei concerti, ma invece di rendere ufficiale la nota serata del 19, optano per quella della sera dopo, nella medesima location, uno show molto poco conosciuto ma di un’intensità non certo inferiore a quello precedente. Il 1978 fu uno degli anni chiave di Bruce, che, oltre ad aver pubblicato il capolavoro Darkness On The Edge Of Town (per chi scrive il suo secondo miglior album, ma di poco, dopo The River), tenne alcuni tra gli spettacoli dal vivo migliori dell’intera carriera, con la E Street Band al top della forma ed il nostro che sembrava letteralmente arso dal sacro fuoco. Questo triplo CD è uno dei migliori della serie, una vera e propria festa a tutto rock’n’roll, con alcune interpretazioni definitive di molti dei suoi classici. Il primo CD è da cinque stelle, si sfiora davvero la perfezione: di solito anche uno come Bruce ha bisogno di 2-3 canzoni prima di ingranare, ma quella sera già con l’iniziale Good Rockin’ Tonight (Elvis Presley) siamo in pieno mood rock’n’roll; a seguire, una sfilza di classici, di cui molti tratti da Darkness, come la sempre esplosiva Badlands, una title track lucida ed impeccabile, tra le più belle mai sentite (e con Roy Bittan strepitoso), The Promised Land ed una Prove It All Night più irresistibile del solito, con una introduzione strumentale davvero spettacolare.

Ci sono anche due pezzi in anteprima da The River, due ballate come la toccante Independence Day e, sul secondo CD, la splendida Point Blank, già dal pathos enorme; Completano il primo dischetto una Spirit In The Night calda, densa e coinvolgente, una potente cover di It’s My Life degli Animals e le straordinarie Thunder Road e Jungleland, forse i due brani più belli di quel disco epocale che è Born To Run (e la seconda è semplicemente formidabile). Il secondo CD si apre stranamente con la festosa ed esuberante Santa Claus Is Coming To Town (al 20 Settembre…), per proseguire con Fire, un brano che il Boss usava per scaldare ancora di più il pubblico. Candy’s Room non mi ha mai fatto impazzire, ma Because The Night è la solita bomba (la ascolterei anche cinque volte di fila); dopo la già citata Point Blank ed una robusta (e rara) Kitty’s Back, abbiamo la drammatica Incident On The 57th Street, una delle grandi canzoni del primo periodo di Bruce, e la solita gioiosa Rosalita, che ci porta ai bis del terzo CD. Solo quattro brani: a parte le prevedibili, ma sempre gradite, Born To Run e Tenth Avenue Freeze-Out, il gran finale è a tutto rock’n’roll, con il mitico Detroit Medley e la travolgente Twist And Shout, in cui Springsteen ed i suoi si spendono fino all’ultima goccia di sudore, una vera celebrazione on stage per un musicista fantastico ed una band meravigliosa, fotografati nel preciso momento in cui erano intenti a scrivere la storia.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Divertimento Assicurato! Bruce Springsteen – Fair Grounds Race Course, New Orleans April 30, 2006

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Bruce Springsteen – Fair Grounds Race Course, New Orleans April 30, 2006 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Eccoci per il consueto appuntamento con gli archivi live di Bruce Springsteen, che questa volta propongono il primo concerto in assoluto del Boss con la Seeger Sessions Band, quel fantastico ensemble che nel 2006 pubblicò il favoloso We Shall Overcome – The Seeger Sessions, uno strepitoso album nel quale Bruce andava a recuperare una serie di brani della tradizione popolare resi noti in passato dal grande Pete Seeger, arrangiando il tutto in maniera assolutamente coinvolgente, passando con disinvoltura dal folk al country al bluegrass all’old-time music. Questo live, più corto del solito (è “solo” doppio), rappresenta l’esordio assoluto dal vivo del Boss con questa band, soltanto sei giorni dopo l’uscita del disco, al New Orleans Heritage & Jazz Festival. Sul blog collegato al sito che vende in esclusiva i concerti di Bruce questa scelta è stata anche criticata, un po’ perché c’era già una valida testimonianza ufficiale del tour (lo splendido Live In Dublin, anche in DVD), ed anche perché il nostro è uno che entra in “forma Champions” man mano che la tournée procede, mentre all’inizio ci potrebbero essere problemi di rodaggio. Ebbene, all’ascolto di questo doppio album sembra che il gruppo fosse già in giro da mesi, tale è l’affiatamento, e se forse può essere condivisibile il fatto che il concerto di Dublino sia più completo, anche qui la goduria musicale tocca vette altissime: tra l’altro questa serata è sempre stata molto cara al Boss, in quanto la capitale della Louisiana si stava provando a rialzare proprio in quel periodo dopo i devastanti effetti dell’uragano Katrina.

Il concerto è quindi splendido, un concentrato irresistibile di suoni e colori, nel quali il nostro scava a fondo nelle proprie radici, ma lo fa con l’energia e la grinta tipica da rocker: io li avevo visti due volte, a Milano e Torino, e mi ricordo due dei concerti più divertenti di sempre, con il pubblico che cantava a squarciagola canzoni che avevano anche un secolo sulle spalle. Non sto a nominare tutti i componenti della band, ci vorrebbe una recensione a parte (compreso Bruce sono in venti), ma di sicuro non posso non citare la strepitosa sezione fiati di sei elementi guidata da Richie “La Bamba” Rosenberg, il violino di Sam Bardfeld, il banjo di Mark Clifford, il piano ed organo di Charlie Giordano (che di lì a breve sostituirà il povero Danny Federici nella E Street Band), e le vecchie conoscenze Patti Scialfa e Soozie Tyrell alle voci (la Tyrell anche al violino). Il primo CD è occupato quasi completamente dai brani di The Seeger Sessions, dalla scintillante apertura tra gospel e dixieland della straordinaria O Mary Don’t You Weep, perfetta per New Orleans, agli scatenati country-grass Old Dan Tucker, My Oklahoma Home e John Henry, tutti potenziati dai fiati così da creare un formidabile “wall of sound” di stampo roots, alla stupenda Jesse James, che parte come una vivace country song e termina con un suono degno della Preservation Hall Jazz Band. Non mancano le radici irlandesi del nostro, con la drammatica Mrs. McGrath (peccato però per l’assenza di Erie Canal), o il folk appalachiano Eyes On The Prize, davvero emozionante e con uno strepitoso intermezzo dixieland; l’unica canzone appartenente al passato del Boss è Johnny 99, in una strana versione funkeggiante a mio parere non molto riuscita (preferisco quando la suona con gli E Streeters, puro rock’n’roll).

Il primo dischetto si chiude con tre brani di matrice gospel: la maestosa How Can A Man Stand Such Times And Live?, con l’arrangiamento più “rock” della serata, l’irresistibile Jacob’s Ladder, dal crescendo continuo, ed una rilettura lenta e toccante dell’inno We Shall Overcome, il brano più noto dell’intero progetto. Il secondo CD, solo sei canzoni, inizia con una travolgente versione boogie-woogie in stile big band (alla Brian Setzer) di Open All Night, uno degli highlights dello show, con una prestazione monstre della sezione fiati e del pianoforte, subito seguita dalla altrettanto irresistibile Pay Me My Money Down, perfetta per il singalong con il pubblico (me la ricordo ancora al Forum di Assago, ballava anche il servizio d’ordine). Pausa di riflessione con la splendida My City Of Ruins (dedicata a New Orleans), molto vicina all’originale e tra le più applaudite, e poi la festa riprende con il country-dixieland Buffalo Gals, divertimento puro, ed una You Can Look (But You Better Not Touch) quasi irriconoscibile, tra swing e cajun. Essendo nella “Big Easy”, il finale con una commovente e lenta When The Saints Go Marching In, uno degli inni della città, è perfetto, e chiude alla grande un altro episodio imperdibile di questa benemerita serie di concerti.

Già pregusto il prossimo della serie (che dovrei ricevere a giorni), che ci riporterà negli anni settanta, con uno degli show che hanno contribuito a costruire la leggenda di Bruce come performer.

Marco Verdi

Il Ritorno Del Figliol Prodigo. James Maddock – Insanity Vs. Humanity

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James Maddock – Insanity Vs. Humanity – Appaloosa Records

Nel 2010, Sunrise On Avenue C fu un vero e proprio colpo di fulmine per il sottoscritto. James Maddock, con le sue ammalianti rock ballads costruite su piano e chitarre e quella voce gradevolmente roca alla Ian Hunter, mi aveva subito conquistato e aggiunto il proprio nome alla lunga lista di beautiful losers che sanno regalare emozioni vere, ispirati dai grandi maestri Dylan, Springsteen e Van Morrison. Seguirono altre belle conferme, lo spumeggiante Live At Rockwood Music Hall, l’ottimo Wake Up And Dream dell’anno successivo, Another Life del 2013, più folk ed intimista dei suoi predecessori. Dopo una serie di prove tanto convincenti, grande fu la delusione che mi procurò l’ascolto di The Green, l’album del 2015, in buona parte rovinato da campionamenti e suoni fasulli. Per fortuna, dubbi e timori sono stati spazzati via come una folata d’aria fresca appena ho inserito nel lettore il nuovo Insanity Vs. Humanity e la limpida melodia dell’iniziale I Can’t Settle ha cominciato a diffondersi. Come negli episodi migliori dei vecchi dischi è il pianoforte a condurre le danze, e intorno chitarre acustiche, mandolino, organo e tastiere accompagnano la voce del protagonista nel suo racconto che tanto richiama alla memoria i personaggi delle backstreets springsteeniane. Subito dopo, altro bel colpo di acceleratore per la trascinante Watch It Burn, davvero irresistibile nel suo ritornello:

james maddock insanity

https://www.youtube.com/watch?v=ZPdEP-mlVDE

Burn Burn Burn urla James Maddock sostenuto da voci femminili e non posso evitare di pensare alle infuocate performances del grandissimo Dirk Hamilton nei suoi brillanti esordi degli anni settanta. Cambio di passo nella successiva Leave Me Down, soul ballad ad altissimo tasso emotivo con un crescendo paragonabile al repertorio del miglior Southside Johnny. Il binomio voce e chitarra elettrica nel finale del pezzo è da pelle d’oca. Basterebbero questi tre brani per convincerci della ritrovata vena del suo autore, ma le buone notizie proseguono con il country rock ruspante della seguente What The Elephants Know, anch’essa sostenuta dal gran lavoro alla sei corde del fido John Shannon. Kick The Can è l’ennesima composizione vincente col piano di Oli Rockberger ancora sugli scudi e un impeto degno delle migliori ballads di Bob Seger. Tre anni fa Maddock collaborò attivamente alla riuscita del positivo penultimo album dei Waterboys, Modern Blues (quanto scarso è invece l’ultimo Out Of All This Blue, una delle peggiori delusioni dell’anno appena concluso!) scrivendo insieme a Mike Scott tre dei migliori episodi di quel lavoro. Ora James si riappropria di due di quelle canzoni modificandone l’arrangiamento con ottimi risultati: November Tale è rallentata accentuandone il malinconico fascino che ti entra sotto pelle,. Mentre Nearest Thing to Hip, impreziosita dallo splendido apporto del piano, è una canzone che veniva eseguita dal vivo già da molto tempo, e ci offre una delle migliori interpretazioni del suo autore che cita nel testo Charlie Parker, Davis e Coltrane modulando la voce con un seducente sussurro nello stile del maestro Van Morrison, fino all’esaltante conclusione affidata alle lancinanti note dell’armonica.

james maddock insanity 2

https://www.youtube.com/watch?v=_blB8xjMyTU

The Old Rocker diventerà sicuramente uno degli highlights nei concerti del songwriter inglese (ma ormai newyorkese d’adozione) col suo refrain fatto apposta per essere cantato insieme al pubblico, un piccolo divertissement che profuma di anni sessanta e non avrebbe sfigurato nel repertorio dei Faces di Rod Stewart. La title track è un’altra perla, una canzone dall’incedere solenne e dal testo significativo che si colora di gospel nel finale, grazie al bell’intervento di un coro. Insanity Vs. Humanity fa il paio con la seguente The Mathematician, una classica ballata ad ampio respiro dalla  linea melodica che si fa apprezzare al primo ascolto. Fucked Up World è più arrabbiata, come suggerisce il titolo, e si movimenta nella seconda metà con l’ingresso dell’elettrica che si sovrappone al resto. The Flame, se mi passate il gioco di parole, non infiamma più di tanto, con gli archi ed il piano dal tocco jazzato a creare un’atmosfera da musical di Broadway, un po’ troppo zuccherosa. Torniamo comunque su livelli elevatissimi con la superlativa Nearest Thing To Hip di cui vi ho già parlato, e con la conclusiva Fairytale Of Love, personale rivisitazione della fiaba di Hansel e Gretel, delicato acquarello suonato in punta di spazzole dal batterista degli Spin Doctors Aaron Comess e con ricami deliziosi di Rockberger che fa il verso al professor Roy Bittan. Davvero un gran bel ritorno, James Maddock è vivo e in piena forma!

P.S.: Se ci riuscite, procuratevi anche il Live At Daryl’s House, già uscito da tempo e venduto solo sul sito  http://jamesmaddock.net oppure nelle sedi dei concerti che speriamo possano presto toccare anche la nostra penisola. Ne vale assolutamente la pena, come potete verificare nella nostra recensione http://discoclub.myblog.it/2017/03/25/un-rocker-inglese-di-casa-a-new-york-james-maddock-live-at-daryls-house/ !

Marco Frosi