Lo Springsteen Del 1° Aprile, Non E’ Uno Scherzo: Acustico E Ricco Di Sorprese! Bruce Springsteen – Trenton 2005

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Bruce Springsteen – Sovereign Bank Arena, Trenton NJ 2005 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Quello che al momento è l’ultimo episodio della serie di concerti live pubblicati mensilmente da Bruce Springsteen (mentre scrivo queste righe il prossimo volume è ancora ignoto) ci vede proiettati per la terza volta nell’anno 2005, con il Boss che si esibiva in perfetta solitudine a supporto dell’album Devils And Dust (che era però un disco elettrico, pur senza la E Street Band, ma con sonorità decisamente “roots”). A differenza degli altri due concerti già pubblicati questa serata del 22 Novembre a Trenton, in New Jersey (quindi a pochi chilometri da casa Springsteen), è davvero speciale, e non solo perché è l’ultima della parte americana del tour, ma soprattutto per il fatto che Bruce delizia il pubblico con una scaletta piena di scelte sorprendenti. E’ risaputo che lo Springsteen folksinger e storyteller è decisamente meno apprezzato di quello più prettamente rocker, ma Bruce sopperisce alla mancanza di una band con una performance di grandissima forza e vitalità (che è una costante per lui nelle serate finali di una tournée), ed interagisce parecchio con il pubblico dialogando a più riprese ed introducendo diverse canzoni ora scherzosamente ora più seriamente.

Abbiamo detto che il Boss è sul palco da solo (c’è solo Alan Fitzgerald alle tastiere, ma off-stage), ma il suono è decisamente variegato, in quanto il nostro si accompagna non solo con la chitarra acustica, ma anche con l’elettrica, l’armonica a bocca, l’ukulele, il pianoforte sia acustico che elettrico ed anche l’organo a pompa. E poi ci sono le canzoni, che in questa versione spoglia vengono anche arrangiate in maniera molto diversa, come una Born In The U.S.A. dura e bluesata (solo armonica e voce pesantemente filtrata), una The Promised Land cantautorale e quasi irriconoscibile, l’antica It’s Hard To Be A Saint In The City che diventa un brano quasi cooderiano con tanto di slide, Growin’ Up che invece vede Bruce all’ukulele ed una bella rilettura pianistica di All That Heaven Will Allow. Devils And Dust la fa ovviamente da padrone, con ben sette canzoni (ma stranamente nessuna da Tom Joad), con punte come la splendida Long Time Comin’ e le toccanti Leah e Matamoros Banks. Il nostro suona anche molto spesso il pianoforte, sia prevedibilmente nella splendida Backstreets (non è Roy Bittan, ma si difende) che nella struggente ed intensissima Drive All Night (suonata in questo tour per la prima volta dai tempi di The River), ma anche nella rara Thundercrack, che mantiene ugualmente la sua forza anche senza chitarre, mentre la poco nota My Beautiful Reward (era su Lucky Town) risulta addirittura migliorata dal maestoso arrangiamento a base di organo a pompa e con la fisarmonica di Fitzgerald.

E poi ci sono le già annunciate sorprese, siano esse relative (Empty Sky e Fire, due brani non inusuali ma suonati per la prima volta in questo tour, l’ultima delle due ancora con voce filtrata da vecchio bluesman degli anni trenta) che assolute, a partire dal pezzo che apre lo show, e cioè una vibrante versione del famoso strumentale di Link Wray Rumble, con cui il Boss fa capire da subito il suo stato di forma. Ma le altre due rarità sono ancora più inattese: la vecchissima e commovente Zero And Blind Terry, eseguita per la prima volta addirittura dal 1974 (e mai prima al pianoforte) e soprattutto l’inedita Song For Orphans, un intenso brano di inizio carriera che il Boss non era mai riuscito a pubblicare e che non aveva mai suonato in pubblico prima di questa serata, una vera chicca (ricorda leggermente My Back Pages di Bob Dylan). Dopo una festosa Santa Claus Is Coming To Town, eseguita con Patti Scialfa ed altri membri della sua famiglia (Patti era già salita sul palco per accompagnare il marito in una bellissima e toccante Mansion On The Hill) e la già citata The Promised Land, lo spettacolo si chiude in linea con gli altri concerti del tour, cioè con Bruce che si accomoda all’organo per una lucida rilettura di Dream Baby Dream dei Suicide.

Gran bel concerto, anche senza E Street Band.

Marco Verdi

Anche A San Patrizio E’ Tempo Di Springsteen: Una Serata In Ricordo Di “Phantom Dan”. Bruce Springsteen & The E Street Band – Tampa 2008

bruce springsteen live tampa 2008

Bruce Springsteen & The E Street Band – St. Pete Times Forum, Tampa, FL – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Questo show tenuto a Tampa, in Florida, il 22 Aprile del 2008 è il terzo proveniente dal Magic tour nell’ambito dei concerti d’archivio di Bruce Springsteen, dopo quelli di St. Louis e Boston. Proprio il live a Boston ha un punto in comune con questo triplo CD (o download, se preferite), ed è rappresentato dalla figura del tastierista della E Street Band Danny Federici, dato che la serata nella capitale del Massachusetts è stata l’ultima con lui sul palco a causa di un grave melanoma che se lo è portato via la primavera seguente, mentre il concerto di cui mi accingo a parlare si è svolto appena cinque giorni dopo la sua morte, ed è a lui dedicato. Infatti questo show, pur essendo al solito estremamente coinvolgente ed all’insegna del miglior rock’n’roll, è permeato da una neanche troppo sottile malinconia, in quanto Bruce ricorda più volte durante lo show la figura di Danny, sia a parole che con canzoni chiave che possano essere riferite alla sua persona, una presenza sempre discreta sul palco ma indispensabile, in quanto Federici è stato spesso anche uno degli elementi cardine per tenere insieme la band nei periodi più difficili. Uno show quindi in parte diverso dal solito, non fosse altro che per i diversi momenti commoventi.

L’inizio è atipico, con Bruce che, dopo essere salito sul palco, fa ascoltare al pubblico una toccante versione di Blood Brothers registrata in studio poche ore prima proprio come tributo a Danny, con la commozione che sale subito alle stelle. Anche il concerto vero e proprio comincia in modo non usuale, e cioè con una struggente Backstreets, credo mai usata prima come opening track, in una versione potente e decisamente avvincente. Ho sentito un sacco di concerti del Boss, sia dal vivo che su disco, ma non ricordo un avvio così coinvolgente dal punto di vista emotivo. Ma Springsteen significa soprattutto rock’n’roll, e quindi il nostro inizia a far saltare per aria la sala con una travolgente Radio Nowhere, seguita a ruota dalla maestosa Lonesome Day e dalla sempre splendida No Surrender, altro brano che tocca il tema della fratellanza. Dopo una corretta Gypsy Biker (non un grande brano), ecco un altro momento dedicato a Federici, con una 4th Of July, Asbury Park (Sandy) più sentita che mai e con l’antica Growin’ Up, non una presenza abituale nelle setlist di Bruce: in questi due pezzi la fisarmonica che di solito era nelle mani di Danny viene suonata da Roy Bittan, e prima di iniziare il Boss di rivolge commosso a lui dicendogli “Spero che tu sia all’altezza Roy, qualcuno ci sta guardando”.

Il resto del concerto procede in maniera “normale” (parola poco adatta ad uno show di Springsteen), con classici del calibro di Atlantic City (elettrica ed affilata), la sempre meravigliosa Because The Night, Darkness On The Edge Of Town, The Promised Land, oltre a scelte meno scontate come la nuova (all’epoca) Livin’ In The Future, il delizioso e solare pop-rock di Brilliant Disguise e la stupenda Racing In The Street, altro pezzo che il nostro non fa spesso. La parte finale dello show inizia con una sequenza da k.o. a tutto rock, che parte con The Rising, prosegue con le due canzoni migliori di Magic (Last To Die e Long Walk Home) e termina con la classica Badlands e la trascinante Out In The Street, in cui il Boss ha ormai il pubblico ai suoi piedi. Ultimo tributo a Danny, ma uno dei più toccanti, è una strepitosa versione acustica (ma full band) del traditional I’ll Fly Away, una rilettura tra country e gospel gioiosa e coinvolgente, con un arrangiamento che sembra figlio delle Seeger Sessions. Gran finale tutto d’un fiato con Rosalita, Born To Run, Tenth Avenue Freeze-Out e la saltellante giga rock di American Land.  Per il prossimo volume faremo visita allo Springsteen acustico del 2005, con diverse sorprese.

Marco Verdi

Lo Springsteen Del…Mercoledì: Due Storiche Serate Finalmente Al Completo. Bruce Springsteen & The E Street Band – No Nukes 1979

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Bruce Springsteen & The E Street Band – No Nukes 1979 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD/Download

Nel Settembre del 1979, per l’esattezza il 21 e il 22, si tennero al Madison Square Garden di New York due show benefici organizzati dal MUSE (Musicians United for Safe Energy), un collettivo non-profit formato da Jackson Browne, Graham Nash, Bonnie Raitt e John Hall che si proponeva di promuovere energie alternative a danno del nucleare, spettacoli denominati appunto No Nukes. Le due serate ospitarono sul palco una lunga serie di stelle della musica rock: oltre ai musicisti citati poc’anzi (con Nash sia da solo che con Crosby e Stills) il MSG vide esibirsi fra gli altri James Taylor, Carly Simon, i Doobie Brothers, Nicolette Larson, Ry Cooder, i Poco, Jesse Colin Young, Tom Petty & The Heartbreakers e l’attrazione principale dei due concerti, ovvero Bruce Springsteen & The E Street Band. Da quegli spettacoli venne tratto un triplo LP (in seguito doppio CD) ed un film-concerto, che prendeva il meglio delle due serate: del Boss c’erano solo due canzoni sul disco e tre nel film (le due tracklist erano differenti), tra l’altro i primi pezzi dal vivo di Bruce a venire pubblicati ufficialmente nel corso della sua carriera.

Springsteen però in quei due show eseguì due veri e propri concerti di un’ora e mezza ciascuno, due set abbreviati rispetto alla norma ma pur sempre di discreta lunghezza per un concerto benefico con molti altri artisti. Ora i due show completi del Boss sono finalmente disponibili per la sua meritoria serie di concerti d’archivio, ed è inutile dire che il triplo CD è estremamente godibile dall’inizio alla fine. La setlist è al 90% la stessa in tutti e due gli spettacoli, ed anche l’intensità è la medesima, con le canzoni eseguite la sera del 22 leggermente più lunghe di quella del 21 (in cui però il Boss suonerà un brano in più). Gli show sono una sorta di greatest hits di Bruce fino a quel momento, con apertura potente riservata ad un trittico di canzoni tratte da Darkness On The Edge Of Town (Prove It All Night, Badlands ed una The Promised Land con inedita introduzione lenta al pianoforte), seguita dall’anteprima di due pezzi da The River (che uscirà un mese dopo), cioè la leggendaria title track, che era già un brano da ascoltare in religioso silenzio, e la gioiosa Sherry Darling, che veniva suonata nei concerti dal 1978.

Da Born To Run il Boss esegue prevedibilmente la title track ed una Thunder Road di grandissima intensità (in entrambe le serate, sia chiaro), oltre ad una meravigliosa Jungleland; in mezzo, l’unico aggancio agli esordi con una Rosalita più sintetica del solito. E’ nei bis che i due show differiscono: il 21 il nostro propone una coinvolgente Stay di Maurice Williams, già un classico negli “encores” di Jackson Browne (e Bruce la canta proprio con Browne e la sua corista Rosemary Butler), un ficcante e travolgente Detroit Medley (che con il brano precedente è l’unico pubblicato ufficialmente sul disco uscito all’epoca) e chiusura con il rock’n’roll di Buddy Holly Rave On, in una potente ed irresistibile versione. Lo show del 22 si chiude ancora con Stay, per la quale ai “confermati” Springsteen, Browne e Butler si unisce, udite udite, Tom Petty, e con un’energica e muscolare ripresa dell’evergreen di Gary U.S. Bonds Quarter To Three, già ascoltata all’interno del film-documentario tratto dai due concerti ma mai pubblicata prima in versione audio.

Arrivederci al prossimo show, per il quale non ci sposteremo dal Madison Square Garden ma faremo un salto temporale di nove anni in avanti.

Marco Verdi

Torna Lo Springsteen Della Domenica: Giovane, Affamato E Già Grandissimo! Bruce Springsteen & The E Street Band – The Roxy 1975

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Bruce Springsteen & The E Street Band – The Roxy, West Hollywood, CA October 18, 1975 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Le scorse feste natalizie hanno rallentato le spedizioni e gli arrivi dei nuovi volumi degli archivi live di Bruce Springsteen (io non scarico, ordino ancora il caro vecchio CD), al punto che mi sono ritrovato in arretrato di quattro pubblicazioni, che recupererò tra oggi e le prossime settimane. La prima di esse è anche quella con la data di performance più “antica” di tutta la serie finora, e cioè il concerto del 18 Ottobre 1975 al Roxy di Los Angeles: era già uscito un live del ’75, ma si riferiva allo show di Capodanno a Philadelphia, e quindi successivo. All’epoca di questi sei concerti al Roxy (in quattro serate, quello di cui mi accingo a parlare è il primo dei due spettacoli della terza sera) Springsteen era considerato non più il futuro del rock’n’roll ma già il presente, avendo stupito l’America pochi mesi prima con la pubblicazione di Born To Run, ed essendo a pochi giorni dalla celeberrima simultanea apparizione sulle copertine di Time e Newsweek.

Gli show del Roxy sono sempre stati tra i più amati dai fans del Boss, e dopo l’ascolto di questo doppio CD (14 brani, poco meno di due ore) mi è facile capire il perché, in quanto ci troviamo di fronte ad una di quelle prestazioni che hanno creato la leggenda del nostro come live performer, una festa musicale fatta di grande rock’n’roll e di struggenti ballate, con la E Street Band che girava già a mille (erano solo in sei più Bruce, sia Patti Scialfa che Nils Lofgren sarebbero arrivati molto dopo). La serata è subito magica, con una versione intima di Thunder Road, solo Bruce alla voce e armonica e Roy Bittan al piano: è anche l’unica canzone già nota del concerto, essendo quella che apriva il famoso cofanetto quintuplo Live 1975/85; la band al completo entra per una spumeggiante ancorché sintetica (quattro minuti) Tenth Avenue Freeze-Out, per poi intrattenere il pubblico già caldo con due rimandi ai suoi esordi, una fulgida Spirit In The Night dal primo album e soprattutto, dal secondo, una splendida The E Street Shuffle di ben 14 minuti e dal mood quasi southern soul, specialmente grazie all’organo di Danny Federici ed alla slide di Little Steven, e con un finale in cui viene accennato il tema di Havin’ A Party di Sam Cooke.

Scintillante è la parola giusta per definire la cover di When You Walk In The Room (scritta da Jackie DeShannon e portata al successo dai Searchers), complice una chitarra jingle-jangle che la fa sembrare suonata dai Byrds: davvero bellissima. Dopo una fluida e coinvolgente She’s The One, brano chiaramente influenzato da Bo Diddley, il primo CD si chiude con Born To Run, che seppur con pochi mese sulle spalle è già un classico (e fa un certo effetto non trovarlo tra i bis), e con la sempre toccante 4th Of July, Asbury Park (Sandy), contraddistinta come di consueto dalla splendida fisarmonica di “Phantom Dan” Federici. Il secondo dischetto presenta le performance che rendono il concerto imperdibile: le straordinarie e potenti Backstreets e Jungleland, entrambe con uno strepitoso Bittan, già basterebbero, ma in mezzo c’è l’highlight della serata, e cioè una monumentale Kitty’s Back di ben 17 minuti, in assoluto la più bella versione da me mai sentita di questo classico minore del Boss, elettrica, pulsante, trascinante e magnifica. Finale con la poderosa Rosalita, 12 minuti, e con altre due cover che chiudono lo show: una rarissima Goin’ Back (di Carole King e Gerry Goffin), mai più suonata da Bruce dopo questi show al Roxy, e lo scatenato rock’n’roll Carol (dedicato al suo autore Chuck Berry dato che era il suo compleanno), altri sette minuti irresistibili.

Ancora un live imperdibile dunque per Bruce Springsteen: nella prossima puntata andrò avanti di qualche anno, non molti per la verità, e mi occuperò di due show che potrei definire “nucleari”.

Marco Verdi

Un Weekend Con Il Boss 2: Un’Autobiografia Tutta Da Ascoltare…Forse Anche Troppo! Bruce Springsteen – On Broadway

bruce springsteen - springsteen on broadway

Bruce Springsteen – On Broadway – Columbia/Sony 2CD – 4LP (dal 25 -01-2019)

L’uscita di un disco dal vivo accreditato a Bruce Springsteen è di per sé un piccolo evento, dato che il grande rocker del New Jersey nella sua carriera non ha pubblicato moltissimi album “ufficiali” registrati on stage (il famoso cofanetto del 1986, il non eccelso MTV Plugged, il Live In New York City della reunion con la E Street Band ed il Live In Dublin con la Seeger Sessions Band, ai quali sono da aggiungere, solo in formato video, il Live In Barcelona del 2003 ed il Live In Hyde Park del 2010, più quelli compresi nei vari box set celebrativi dei suoi album del periodo storico). Diverso è il discorso se, come il sottoscritto, non vi lasciate scappare neppure una delle uscite mensili dai suoi archivi live (proprio ieri mi sono occupato dell’ultima proposta, Leeds 2013), in questo caso l’uscita di questo Springsteen On Broadway potrebbe avere una portata notevolmente attenuata. Eppure il doppio CD (o quadruplo LP) è di indubbia importanza, in quanto documenta la serie di spettacoli che il nostro ha tenuto dall’Ottobre del 2017 fino a ieri, 15 Dicembre 2018, al Walter Kerr Theatre di New York per cinque volte alla settimana, uno show che doveva inizialmente durare un periodo limitato ma che a grande richiesta è stato prolungato sino a raggiungere le 236 rappresentazioni.

In queste serate, il Boss si presentava da solo sul palco con chitarra, pianoforte ed armonica, senza la minima scenografia, e raccontava in due ore abbondanti la propria vita accompagnando i monologhi con una serie di canzoni scelte ad hoc, come se fossero capitoli di un libro (ed infatti lo show era una sorta di rappresentazione teatrale della sua autobiografia Born To Run). Si partiva dall’infanzia a Freehold per poi trattare dei rapporti altalenanti con i familiari (soprattutto con il padre), della scoperta della passione per la musica, il lungo viaggio verso la California a bordo di un furgone, le prime esperienze con band giovanili, fino all’incontro con i vari membri della E Street Band. Poi i primi dischi, la ricerca del successo, la popolarità, la sua vita sentimentale, fino al suo rapporto in generale con l’America, terra di sogni ma anche di contraddizioni e precarietà. Tutto bello e tutto interessante, in vari momenti anche divertente (come quando il nostro scherza sulla sua fama di paladino della working class, dicendo che non ha mai visto una fabbrica dall’interno e che con questo spettacolo per la prima volta in vita sua lavora cinque giorni alla settimana, o nell’intro a Born To Run, nella quale asserisce con autoironia di avere corso talmente tanto da essere finito a vivere a dieci minuti da dov’era nato), ma il problema è che se si decide di pubblicare una versione audio dello spettacolo, bisognerebbe tenere conto che non tutti i fans del Boss sono americani, o comunque di madrelingua inglese, e quindi non è proprio il massimo ascoltare un CD dove per la maggior parte del tempo bisogna tenere le orecchie dritte per capire quello che dice il protagonista.

Sì, perché le parti narrate occupano la maggior parte dello show, precedendo ogni brano (tranne due), e spesso le introduzioni durano di più dei brani stessi, rompendo il ritmo ed appesantendo non poco l’ascolto (il caso limite è The Promised Land, undici minuti di introduzione e quattro di canzone). Meno male che le tracce parlate sono state separate da quelle cantate, così usando il tasto “skip” del telecomando (oppure programmando i due dischetti) si può ascoltare solo la musica, ma allora non si faceva prima a far uscire il doppio CD solo con le canzoni (singolo non sarebbe bastato comunque) ed aggiungendo un DVD/BluRay con lo show completo, magari con l’opzione dei sottotitoli? Certo che si poteva, ma in questo modo non avremmo dovuto ricomprare la stessa cosa tra qualche mese, quando il DVD uscirà da solo a parte (perché secondo me succederà, Springsteen non è nuovo a queste finezze, anche se essendo un prodotto per Netflix non è detto).

Inutile dire che le parti cantate sono impeccabili, dato che Bruce è comunque un performer coi fiocchi ed i brani li conosciamo, ma non si può parlare di un concerto acustico (come quelli dei tour di The Ghost Of Tom Joad e Devils And Dust) bensì di un monologo teatrale dove ogni tanto il protagonista canta e suona. Ci sono canzoni perfette per questa dimensione intima, non fosse altro perché erano più o meno acustiche anche in origine, come la rara (nel senso che nei concerti normali non la suona praticamente mai) My Father’s House, la toccante The Wish, eseguita al pianoforte, la splendida e drammatica The Ghost Of Tom Joad.

O anche diversi pezzi che benché spogliati della loro veste elettrica hanno una loro logica, come l’iniziale Growin’ Up, suonata con forza, la sempre commovente Thunder Road, una Born In The U.S.A. bluesata e già presentata in passato con questo arrangiamento, la già citata The Promised Land che si trasforma in una limpida folk song, la bella Long Time Coming, già in origine un folk elettrificato, o ancora My Hometown, che forse è preferibile in questa intensa rilettura pianistica piuttosto che nella versione di studio, un filo troppo prodotta. Ma Bruce non è un folksinger, bensì un rocker che ogni tanto si esibisce da solo, ed alcune canzoni non dico che non si applichino alla dimensione acustica, ma ogni tanto l’adattamento può risultare un po’ forzato, anche se il nostro se la cava comunque con la classe ed il mestiere: brani come Tenth Avenue Freeze-Out (che contiene un commosso ricordo di Clarence Clemons), The Rising o il trittico finale formato da Dancing In The Dark, Land Of Hope And Dreams e Born To Run sono canzoni legate a doppio filo al suono della E Street Band, e risentite così perdono un po’ in forza comunicativa. Ci sono anche due pezzi eseguiti insieme alla moglie Patti Scialfa, la bellissima Tougher Than The Rest e la pimpante Brilliant Disguise, e coincidono con uno dei momenti migliori dello show.

Springsteen On Broadway è quindi un’operazione dotata di una indiscussa valenza artistica, e risulta anche godibile se vi limitate all’ascolto delle canzoni, ma se avete voglia di un vero live del Boss forse fareste meglio a procurarvi, parlando di titoli usciti di recente,il Leeds 2013.

Marco Verdi

Un Weekend Con Il Boss 1: Comincio A Pensare Che A Leeds Tiri Una Buona Aria! Bruce Springsteen & The E Street Band – Leeds July 24 2013

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Leeds July 24 2013 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Il titolo del post sottintende un ideale rimando a Live At Leeds, album dal vivo del 1970 degli Who che per molti è uno dei migliori live della storia (ancora di più nelle successive edizioni espanse), nonché uno dei più devastanti dal punto di vista della foga rocknrollistica. Dopo aver ascoltato questo Leeds July 24 2013, ultimo episodio dei “bootleg ufficiali” tratti dagli archivi live di Bruce Springsteen, ho subito pensato che nella cittadina inglese tirasse una particolare aria che faceva bene alla musica rock. Inizialmente quando avevo visto che il nuovo volume era dedicato ad una serata presa dalla tournée di Wrecking Ball (la seconda dopo quella all’Ippodromo delle Capannelle di Roma), e quindi non ad uno dei concerti “storici”, avevo alzato leggermente un sopracciglio, pronto comunque a godermi una bella serata all’insegna del rock’n’roll: quando poi ho letto dai commenti che questo concerto (tenutosi alla First Direct Arena) è uno dei preferiti dai fans tra quelli degli ultimi anni, la mia curiosità è aumentata, e dopo averlo ascoltato non posso che confermare la sua bontà, aggiungendo anzi che ci troviamo davanti ad uno dei migliori episodi della serie.

Il concerto, inciso tra l’altro in maniera spettacolare, ci consente di ascoltare un Bruce in forma strepitosa, seguito passo passo da una E Street Band in stato di grazia, una serata senza il minimo cedimento e che per di più è contraddistinta da una scaletta con diverse sorprese. Perfino uno come il Boss solitamente ha bisogno di due-tre canzoni per scaldarsi, ma in quella serata è già bello carico sin dall’inizio: lo show infatti si apre con la rara Roulette, suonata con una forza ed un vigore sorprendenti anche per chi è abituato al nostro, e capiamo fin da subito che la serata sarà di quelle da ricordare. E Roulette non è certo l’unico brano raro della setlist: troviamo infatti subito dopo una scintillante My Love Will Not Let You Down, coinvolgente come non mai e con uno strepitoso Roy Bittan (ma anche Max Weinberg picchia come un fabbro sui tamburi), oltre alla bella e sottovalutata Local Hero (era su Lucky Town), trasformata in un southern country-rock, due outtakes degli anni settanta poi pubblicate rispettivamente su The Promise e Tracks (Gotta Get That Feeling ed una sorprendente Thundercrack di undici minuti), la soffusa Secret Garden, che non mi ha mai fatto impazzire, ed una inattesa ma imperdibile rilettura di Bad Moon Rising dei Creedence Clearwater Revival, puro rock’n’roll.

E non dimenticherei la struggente rock ballad Something In The Night, che non è una rarità ma comunque rimane uno dei pezzi meno suonati di Darkness On The Edge Of Town, soprattutto in anni recenti. Chiaramente le hits ed i classici non mancano: oltre alle immancabili The Promised Land, Hungry Heart, Badlands e Born To Run, troviamo una eccellente No Surrender, la solita monumentale Because The Night (con Nils Lofgren spaziale alla solista), la ruspante Darlington County, l’epica The Rising ed una Atlantic City elettrica e più rock che mai. Da Wrecking Ball non ne vengono suonate poi molte, solo quattro: oltre alla title track, le trascinanti Death To My Hometown e Shackled And Drawn e la ballata dai toni “rumoristici” This Depression. Tra i bis, dopo due toniche Dancing In The Dark e Tenth Avenue Freeze-Out (insolitamente contenuta nella durata), il Boss stende tutti con una esplosiva Shout degli Isley Brothers, e mi domando se il nostro possieda un paio di polmoni di riserva. Non è finita, in quanto Bruce torna sul palco da solo con la sua chitarra per due toccanti If I Should Fall Behind e Thunder Road, emozione pura. Una performance impeccabile, senza la minima sbavatura, direi strepitosa: da non perdere.

Ci ritroviamo domani ancora con Bruce Springsteen per una serata questa volta “teatrale”, mentre per quanto riguarda gli archivi l’appuntamento è a Gennaio, con una mitica serata del 1975 al Roxy.

Marco Verdi

Bruce Springsteen On Broadway: E Di Questo Non Vogliamo Parlarne? Esce Il 14 Dicembre In 2 CD O 4 LP.

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Bruce Springsteen – Springsteen On Broadway – 2 CD o 4 LP Columbia – 14-12-2018

Il 14 Dicembre uscirà questo doppio album, il 15 Dicembre 2018 sarà l’ultima data, performance n° 236 al Walter Ken Theatre di Broadway, New York,di una serie di concerti che ha avuto la sua anteprima il 3 Ottobre del 2017, dopo avere aperto ufficialmente la sua stagione il 12 Ottobre del 2017. Ovviamente stiamo parlando di questa leggendaria cavalcata in solitaria di Bruce Springsteen su uno dei palchi più frequentati nell’ultimo anno della metropoli newyorchese. E il 16 Dicembre la piattaforma Netflix trasmetterà lo speciale televisivo dedicato a questo evento, con la regia di Thom Zimny, che ha filmato le date del 17 e 18 luglio 2018, il tutto raccontato attraverso una serie di brani e storie nati per celebrare la storia dell’artista di Freehold, New Jersey, e ispirato dalla pubblicazione della sua autobiografia del 2016 Born To Run.

La serie di concerti inizialmente doveva durare solo otto settimane, dal 12 ottobre al 27 novembre del 2017: poi come abbiamo visto è stata prorogata tre volte per arrivare alla nuova data finale del 15 Dicembre p.v.. Concerti che, attraverso i commenti di Nils Lofgren, Garry Tallent Max Weinberg, avevano scatenato speculazioni su una prematura fine della E Street Band che avrebbe potuto finire la sua stagione concertistica. Ma proprio le parole del batterista hanno posto fine a questa prospettiva:  “Don’t worry, we ain’t done yet. The E Street Band will be back out on the road.”. Tranquillizzati i fans veniamo al contenuto del doppio CD (o quadruplo LP) che contiene una selezione di brani e delle relative storie, sotto forma di introduzione, che li accompagnano: solo sul palco il Boss con chitarra acustica e piano, con la presenza di Patty Scialfa in alcuni segmenti dello show (Brilliant Disguise Tougher Than The Rest) .Quindici canzoni in tutto, con in più The Ghost Of Tom Joad, salvo rarissime occasioni in cui c’è stata una variazione al programma, che è quello riportato nei dei due formati annunciati e che leggete qui sotto.

1. Growing Up (Introduction)
2. Growing Up
3. My Hometown (Introduction)
4. My Hometown
5. My Father’s House (Introduction)
6. My Father’s House
7. The Wish (Introduction)
8. The Wish
9. Thunder Road (Introduction)
10. Thunder Road
11. The Promised Land (Introduction)
12. The Promised Land
13. Born in the U.S.A. (Introduction)
14. Born in the U.S.A.
15. Tenth Avenue Freeze-Out (Introduction)
16. Tenth Avenue Freeze-Out
17. Tougher Than the Rest (Introduction)
18. Tougher Than the Rest
19. Brilliant Disguise (Introduction)
20. Brilliant Disguise
21. Long Time Comin’ (Introduction)
22. Long Time Comin’
23. The Ghost of Tom Joad (Introduction)
24. The Ghost of Tom Joad
25. The Rising
26. Dancing in the Dark (Introduction)
27. Dancing in the Dark
28. Land of Hope and Dreams
29. Born to Run (Introduction)
30. Born to Run

Tra l’altro, dai primi annunci sui siti di vendita, ho letto che questa colonna sonora non la faranno pagare neppure pochissimo, soprattutto il vinile, che indicativamente viaggia intorno agli 80 dollari o euro, mentre il doppio CD costerà il giusto e sarà intorno ai 20 dollari/euro nei vari paesi, forse meno. E nell’attesa di eventuali successive versioni, in DVD e Blu-ray, che presumo non mancheranno.

Bruno Conti

Un Altro Springsteen Della Domenica: It Was 19 Years Ago Today! Bruce Springsteen & The E Street Band – Chicago September 30 1999

bruce springsteen chicago 1999

Bruce Springsteen & The E Street Band – Chicago September 30 1999 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Altro concerto degli archivi live di Bruce Springsteen preso dal reunion tour con la E Street Band, il secondo a venire pubblicato dopo il famoso show conclusivo al Madison Square Garden del 2000: trattasi di uno spettacolo tenutosi il 30 Settembre del 1999 (e quindi esattamente 19 anni fa, da cui il titolo del Post che omaggia il Sergente Pepper) allo United Center di Chicago, e l’ultima di tre serate del gruppo nella capitale dell’Illinois. Quella tournée vedeva il Boss riunirsi con la sua storica band dopo un decennio di separazione, almeno dal vivo, dato che in studio si erano già trovati nel 1995 per registrare alcuni pezzi nuovi da inserire nel primo Greatest Hits di Bruce. Quei concerti erano quindi una vera liberazione per i fans, che ad un certo punto avevano quasi smesso di credere che una delle macchine da rock’n’roll migliori del pianeta avrebbe ripreso a macinare chilometri, mentre invece era solo questione di far passare un po’ di tempo e far guarire le ferite: Bruce ed i suoi ex compagni avevano ripreso come se nulla fosse stato, regalando al loro pubblico una lunga serie di serate da ricordare, tra le quali questo show di inizio autunno nella Windy City, che vede il Boss in forma vocale strepitosa per tutta la durata e gli E Streeters fornire quel tappeto sonoro che li ha consegnati alla leggenda.

Le setlist di quei concerti erano una sorta di riepilogo della carriera dei nostri, quasi un greatest hits dal vivo, ed anche questa serata non fa eccezione. L’ossatura dello show è formata dai tre album più belli del nostro, Born To Run, Darkness On The Edge Of Town e The River, mentre da un disco di grande successo come Born In The U.S.A. viene stranamente suonata solo Bobby Jean (trascinante come sempre). Non mancano quindi i classici in gran numero: The Ties That Bind, The Promised Land, Two Hearts, Badlands, Out In The Street, una Tenth Avenue Freeze-Out di ben 18 minuti, Hungry Heart, Born To Run e Thunder Road (e con un songbook come il suo Bruce può anche permettersi di lasciare fuori pezzi da novanta come The River, Darkness On The Edge Of Town o Prove It All Night). La scaletta non riserva troppe sorprese (e non ci sono cover nella serata): tra le rarità troviamo la scintillante Take ‘em As They Come, una outtake di The River che è perfetta per aprire la serata, e l’orecchiabile pop song Janey Don’t You Lose Heart, in origine una B-side di I’m Going Down (brano però di Born In The U.S.A). Dall’allora recente The Ghost Of Tom Joad Bruce suona i due pezzi più belli, la stupenda title track (qui in squisita versione country-folk) e la vibrante Youngstown, decisamente più rock che sul disco originale; non manca uno dei quattro brani inediti del Greatest Hits, cioè l’assalto elettrico di Murder Incorporated, un pezzo che dal vivo mostra tutto il suo potenziale.

Gli highlights? Una Adam Raised A Cain di devastante potenza, Atlantic City elettrica e tesissima, ma anche momenti toccanti e poetici come una sublime Mansion On The Hill che diventa quasi una country ballad, una altrettanto bella Independence Day con piano e steel in gran spolvero, e soprattutto una meravigliosa New York City Serenade, uno dei brani più epici della carriera del nostro, con Roy Bittan semplicemente mostruoso. Il finale è meno esplosivo del solito: se If I Should Fall Behind, con ogni membro “cantante” del gruppo (quindi Bruce, Little Steven, Nils Lofgren, Patti Scialfa e Clarence Clemons) ad interpretare una strofa, è commovente il giusto, la lunga Land Of Hope And Dreams non mi ha mai convinto, mentre Ramrod è coinvolgente e contagiosa, ma funziona meglio se seguita da un Detroit Medley o da una Twist And Shout: lasciata da sola a chiudere lo show lascia in bocca un sapore di incompiuto. Ma sono quisquilie da fan, il concerto è bello, trascinante ed inciso in maniera spettacolare, e vi regalerà tre ore di poesia rock’n’roll come solo Bruce Springsteen sa fare.

Marco Verdi

Il Disco Dal Vivo Dell’Estate? Sì, Ed Anche Dell’Autunno, Dell’Inverno… Little Steven And The Disciples Of Soul – Soulfire Live!

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Little Steven And The Disciples Of Soul – Soulfire Live! – Wicked Cool/Universal 3CD

Uno dei dischi più belli dello scorso anno per il sottoscritto è stato sicuramente Soulfire https://discoclub.myblog.it/2017/05/26/per-una-volta-il-boss-e-lui-little-steven-soulfire/ , che vedeva il ritorno alla prova da solista per Little Steven, a ben diciotto anni dal non eccelso Born Again Savage, che a sua volta veniva dopo una decade da Revolution (che era proprio brutto). Con Soulfire Steven in un certo senso aveva chiuso un cerchio, in quanto aveva riformato i Disciples Of Soul, un gruppo formidabile in grado di garantire un suono potente e pieno di feeling, a base di rock’n’roll, soul ed errebi, gruppo con cui aveva esordito come solista nel lontano 1982 con l’ottimo Men Without Women, e che a tutt’oggi è di gran lunga la migliore tra le sue varie band (ci sarebbe anche una certa E Street Band, ma non è la “sua” band, bensì di qualcun altro…). Steven ha poi intrapreso un lungo tour mondiale per promuovere Soulfire, e questo triplo CD di cui mi accingo a parlare è lo splendido risultato: Soulfire Live! è un disco formidabile, inciso alla grande e suonato in maniera fantastica, un album nel quale il buon Van Zandt dimostra di essere un bandleader più che credibile, e nel quale veniamo accompagnati in un bellissimo viaggio nel soul, rhythm’n’blues e tanto rock’n’roll, musica potente ma anche incredibilmente romantica, merito di un gruppo che ha pochi eguali in quanto a tecnica, feeling ed energia.

Oltre a Steve, voce e chitarra, abbiamo Marc Ribler pure alla chitarra, la granitica sezione ritmica formata da Jack Daley, basso, e Rich Mercurio, batteria, Andy Burton all’organo, Lowell Levinger al pianoforte, Anthony Almonte alle percussioni, un coro femminile di tre voci (Jaquita May, Sara Devine e Tania Jones) e soprattutto il vero fiore all’occhiello della band, cioè una sezione fiati di cinque elementi (Eddie Manion è il leader, poi Stan Harrison, Clark Gayton, Ravi Best e Ron Tooley) che fornisce un vero e proprio “wall of sound” indispensabile nell’economia sonora di questo gioioso carrozzone. L’album era già uscito unicamente per il download a fine Aprile, ma solo con il contenuto dei primi due CD (il concerto vero e proprio, con brani presi da varie location), ma ora è stato aggiunto un dischetto bonus che, senza nulla togliere ai primi due che sono fantastici, è forse ancora più interessante. Steven nel corso della serata suona ad una ad una (cambiando l’ordine) tutte le canzoni di Soulfire, ma prende almeno un brano da ognuno dei suoi altri album, prediligendo sia Men Without Women che Voice Of America, con quattro scelte ciascuno, e lasciando le briciole agli altri tre, dai quali fa appena un pezzo a testa. Dopo un’introduzione semiseria da parte di Mike Stoller, leggendario songwriter che in coppia con Jerry Leiber ha scritto alcuni dei più famosi brani rock’n’roll di sempre, si parte ovviamente con Soulfire, più funkeggiante che mai, subito gran ritmo e potenza a mille: Steve forse non avrà una voce fantastica, ma è più che adeguata alla bisogna e, soprattutto, tiene per tutta la durata del concerto.

Lo splendido soul-rock I’m Coming Back, un brano degno della E Street Band, precede una formidabile Blues Is My Business (canzone di Etta James) di nove minuti, un’esplosione elettrica dove chitarre, piano e fiati si sfidano a duello con assoli a profusione, ed una calda atmosfera errebi che pervade il brano: grandissima musica. La scintillante Love On The Wrong Side Of Town è scritta assieme a Bruce Springsteen, e si sente, Until The Good Is Gone è presa dal primo solo album di Steve, e sono altri nove minuti di pura goduria, un pezzo che profuma di Stax Records, soul music piena d’anima (appunto) cantata benissimo da Steve (che gigioneggia non poco, qualcosa avrà pur imparato da Bruce) e suonata al solito con un feeling micidiale. Altri highlights del primo CD (non le nomino tutte se no devo fare una recensione a puntate) sono la festosa e danzereccia (nel senso buono) Angel Eyes, la sontuosa Some Things Just Don’t Change, soul song calda e vibrante di ispirazione Motown, la deliziosa e spectoriana Saint Valentine’s Day, tra le melodie più belle del concerto, l’irresistibile Standing In The Line Of Fire, che sembra uscita da un western musicato da Ennio Morricone, la potente Salvation, alla quale i Disciples Of Soul tolgono la patina hard rock dell’originale (era su Born Again Savage), la struggente e romantica The City Weeps Tonight, in cui Steve sembra quasi Willy DeVille.

Il secondo CD inizia con una monumentale Down And Out In New York City, tredici minuti di pura “blaxploitation” in cui i fiati si prendono il centro della scena, un brano quasi da colonna sonora alla Shaft, e si prosegue con la solida rock ballad Princess Of Little Italy, dal motivo epico. Abbiamo poi un trittico di canzoni “politiche” in stile dub-reggae (Solidarity, Leonard Peltier e soprattutto la coinvolgente I Am A Patriot, resa popolare da Jackson Browne) ed una cover in puro stile errebi di Groovin’ Is Easy degli Electric Flag. Altri momenti da segnalare sono il roboante rock’n’roll Ride The Night Away (purtroppo non c’è il DVD, ma penso che nessuno nella sala riesca a stare fermo), l’immancabile salsa-rock di Bitter Fruit, suo maggior successo come singolo, la sventagliata elettrica e ritmica di Forever e la stupenda e commovente I Don’t Want To Go Home, che diede il titolo al primo album di Southside Johnny. Ed eccoci al terzo dischetto, un CD composto al 99% da cover, molte di esse suonate una sola volta durante il tour, e più di una decisamente sorprendente. Si inizia con una splendida Even The Losers di Tom Petty in omaggio alla tragica ed inattesa scomparsa del biondo rocker, una versione tirata il giusto, cantata bene da Steve e con i fiati che le danno un sapore diverso (e poi il brano è già grande di suo). Can’t Be So Bad, dei Moby Grape, è suonata con Jerry Miller, autore del pezzo e chitarrista dello storico gruppo californiano, ed è un travolgente rock’n’roll all’ennesima potenza (con grande assolo da parte dell’ospite), così come You Shook Me All Night Long, proprio quella degli AC/DC, un brano che non ti aspetti da Steve e compagni ma che funziona eccome (ed è dedicata a Malcolm Young).

Working Class Hero è una delle canzoni più profonde di John Lennon, e questa versione elettrica, tesa e potente (l’originale era acustica) è una vera sorpresa, mentre con We Gotta Get Out Of This Place (Animals) i Discepoli Del Soul sono nel loro ambiente, ed infatti la rilettura è tra le più riuscite. Anche Can I Get A Witness, di Marvin Gaye, è perfetta per Steve e soci, ed il brano è impreziosito dalla presenza alla chitarra di Richie Sambora, che dimentica per un attimo i trascorsi con Bon Jovi e suona come si deve. It’s Not My Cross To Bear è un sentito omaggio a Gregg Allman ed alla Allman Brothers Band, una bella versione, calda e bluesata, anche se la voce di Steve non è certo quella di Gregg; la saltellante e festosa Freeze Frame, della J. Geils Band, vede salire sul palco proprio Peter Wolf, cantante originale del gruppo, per quattro minuti di puro divertimento, mentre The Time Of Your Life è l’unico pezzo scritto da Steve in questo CD (proviene dalla colonna sonora del film Nine Months), ed è una tenue ballata, romantica e stracciona alla maniera di Tom Waits, con una deliziosa fisarmonica sullo sfondo ed un motivo toccante. Finale con due pezzi che vedono i nostri raggiunti sul palco da Bruce Springsteen (non poteva mancare), per una Tenth Avenue Freeze-Out che è già perfetta quando a suonarla c’è solo un sassofonista (che sia Clarence o Jake Clemons), figuriamoci con un’intera sezione fiati come quella dei Discepoli, ed un’altra I Don’t Want To Go Home, leggermente più rock della precedente (ed un po’ mi sorprende l’assenza in questo CD da parte di Southside Johnny); chiusura con la natalizia Merry Christmas dei Ramones, in puro stile Phil Spector.

Little Steven con questo Soulfire Live! conferma il suo momento di grazia, e non ho alcuna difficoltà ad affermare che ci troviamo di fronte al disco live dell’anno: imperdibile.

Marco Verdi

Uno Dei Migliori Tour Di Sempre, E Non Solo Del Boss! Bruce Springsteen & The E Street Band – Wembley Arena, June 5 1981

bruce springsteen live london 1981

Bruce Springsteen & The E Street Band – Wembley Arena, June 5 1981 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

E’ opinione comune che la parte europea del tour 1980-81 di Bruce Springsteen & The E Street Band sia uno dei punti più alti del nostro come live performer, se non addirittura il più alto: personalmente ritengo questa tournée superiore anche a quella magnifica del 1978, soprattutto perché all’interno dei suoi concerti trovano ampio spazio le canzoni di The River, che giudico il capolavoro assoluto del rocker di Freehold. Mi sono quindi fregato le mani quando ho visto che il nuovo volume degli archivi live del Boss era incentrato su una di quelle serate (*NDB Per la serie “c’ero anch’io”, ero presente al concerto dell’11 Maggio all’Hallenstadion di Zurigo e non posso che confermare https://www.youtube.com/watch?v=PKUhjWSjsKQ ), e precisamente quella del 5 Giugno 1981 alla Wembley Arena di Londra: è la terza uscita di questa serie dal tour di The River, ma le due precedenti erano tratte dalla tranche americana (Nassau e Tampa).

E le premesse sono state rispettate, in quanto ci troviamo di fronte ad un live formidabile, con performances davvero imperdibili di Bruce e dei suoi sei compari (all’epoca mancavano ancora sia Nils Lofgren che Patti Scialfa), uno show che alterna momenti di grandissimo rock’n’roll ad altri in cui i nostri ci commuovono con ballate struggenti, ed in più con una scaletta spettacolare. Lo show inizia in modo insolito, in quanto Born To Run di solito veniva (e viene ancora oggi) eseguita verso fine serata, eppure non solo il brano funziona anche in apertura, ma credo che questa sia una delle più belle, potenti ed accorate versioni che abbia mai sentito. Seguono a ruota una splendida Prove It All Night, con grande assolo chitarristico, e la trascinante Out In The Street, che ci fa entrare definitivamente nel vivo del concerto, oltre ad essere la prima tratta da The River. Da quello storico album Bruce ne suonerà altre undici, alternando rock’n’roll davvero scatenati come You Can Look (But You Better Not Touch), una ruspante Cadillac Ranch e la travolgente Ramrod, a toccanti ballad come la splendida title track e le emozionanti Independence Day e Point Blank.

Non mancano le cover, ben sette, tra cui Follow That Dream, un brano poco noto di Elvis Presley rifatto in maniera molto più lenta, un’irresistibile versione del classico I Fought The Law, che tiene presente la rilettura dei Clash, la stupenda Who’ll Stop The Rain dei Creedence (che è già una grandissima canzone di suo), una This Land Is Your Land solo voce e chitarra (elettrica), ricca di pathos, ed una gioiosa e coinvolgente Jole Blon (che proprio in quel periodo Bruce aveva inciso in duetto con Gary U.S. Bonds), puro E Street sound, impossibile restare fermi. C’è anche una rarissima esecuzione di Johnny Bye Bye, che non è il noto pezzo di Chuck Berry ma un brano originale di Bruce, una toccante ballata sullo stile di Factory, davvero bella. Ovviamente non mancano i classici, tutti eseguiti in maniera sensazionale, da Darkness On The Edge Of Town a The Promised Land, da Badlands a Thunder Road, passando per Because The Night e Rosalita. Il finale vede nell’ordine una monumentale Jungleland, solito strepitoso showcase per le magiche dita di Roy Bittan, una commovente Can’t Help Falling In Love (ancora Elvis) ed una conclusione a tutto rock’n’roll con uno dei Detroit Medley più devastanti che abbia mai ascoltato.

So di essere monotono nel definire imperdibili queste uscite, ma se questa serata londinese fosse uscita all’epoca sarebbe entrato di diritto tra i grandi live album della storia del rock.

Marco Verdi