Continua Il Filotto Di Ottimi Dischi Per L’Omone Di Ocean City, New Jersey. Walter Trout – Ordinary Madness

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Walter Trout – Ordinary Madness – Mascot Provogue CD Limited Edition – 2 LP Vinile Colorato

Ormai anche Walter Trout si avvia a toccare, il prossimo anno a marzo, il traguardo dei 70 anni: e da come si era messa la sua vita quando nel giugno del 2013 gli fu diagnosticata una grave forma di cirrosi epatica, le sue possibilità di sopravvivenza sembravano veramente poche, senza un trapianto del fegato. Cosa per fortuna puntualmente avvenuta nel maggio dell’anno successivo, tanto che già ad ottobre del 2015 usciva il suo album Battle Scars, che documentava la sua battaglia vinta con la malattia. Nel pieno della malattia aveva pubblicato un sorprendente (per qualità) disco come The Blues Came Fallin’, e negli anni successivi ha confermato una vena compositiva mai perduta, prima con Alive In Amsterdan, poi con l’ottimo album di duetti, con ospiti a go-go, We’re All In This Together, e ancora lo scorso anno l’eccellente Survivor Blues, un album con una serie di cover di brani non notissimi, alcuni addirittura oscuri https://discoclub.myblog.it/2019/01/26/non-solo-sopravvive-ma-prospera-ogni-disco-e-piu-bello-del-precedente-walter-trout-survivor-blues/ .

Per completare il filotto il musicista del New Jersey (che ha ribadito in una recente video intervista con il suo amico Joe Bonamassa, un aneddoto divertente e poco conosciuto dei suoi primi anni sui palchi di Ocean City, quando le rispettive band suonavano una di fianco all’altra su palchi adiacenti, e la chitarra solista degli Still Mill era un certo Bruce Springsteen, di cui Walter non rimase molto impressionato all’epoca dalla abilità come chitarrista, consigliandolo di migliorarla, cosa che poi parrebbe essere successa (!?!?), e ha pure scritto anche qualche “bella canzoncina”) pubblica ora un nuovo album Ordinary Madness, che non fa riferimento alla “pazzia” fuori dal comune causata dalla pandemia, ma alle debolezze e alle fragilità insite in ciascuno di noi. In effetti l’album è stato completato poco prima dello stop per il virus, negli Horse Latitudes, gli studios di proprietà dell’amico Robby Krieger dei Doors, in quel di LA, California, non lontano da Huntington Beach, dove Trout vive da anni con la famiglia. Solito produttore, una garanzia, Eric Corne, dal 2006 al suo fianco, Johnny Griparic al basso, Michael Leasure alla batteria, un altro fedelissimo, e Teddy Andreadis alle tastiere.

Ovviamente ci dobbiamo aspettare un ennesimo album di blues elettrico corposo, influenzato dalle 12 battute, ma innervato da una base rock assai presente e dove la chitarra solista di Walter Trout è la dominatrice assoluta del suono: insomma anche se Walter non ha dimenticato gli anni trascorsi con il suo mentore John Mayall il suo approccio è quello tipico del “guitar hero”, quindi ottime melodie quando servono, belle ballate terse, ma poi quando interviene la Fender di Trout non ce n’è per nessuno o per pochi. Anche se lo scorso anno si è fratturato il mignolo della mano sinistra (quella degli accordi per intenderci) ben tre volte, la title track, un lento sinuoso, languido e ipnotico conferma la grande tecnica e il feeling dei suoi assoli, un brano che potrebbe rimandare a quegli slow blues à la Robin Trower dove la chitarra quasi galleggia, liquida ed affascinante, mentre lascia dipanare lentamente la sua improvvisazione, stabilendo anche quale sarà il concetto sonoro dell’album, ribadito in Wanna Dance dove i ritmi si fanno più incalzanti, le sonorità più lavorate, con le tastiere a sostenere la solista, tra Van Halen e Neil Young (?!? lo ha dichiarato lui) che continua comunque a rilasciare assoli sempre vibranti e di grande consistenza, per poi placarsi nella bellissima ballata My Foolish Pride, quasi di impianto country e cantata benissimo del nostro, in una atmosfera che trasuda serenità, mentre piano e organo, quelli che furono di Ray Manzarek, lavorano di fino e tirano la volata per il lirico assolo di chitarra.

Poi nella pastorale Heartland utilizza la vecchia Telecaster di James Burton, “casualmente” anche quella negli studi di Krieger e fa capolino pure una fisa. All Out Of Tears scritta insieme a Teeny Tucker, e dedicata al defunto figlio di quest’ultima, è uno slow blues duro e puro, ad alto contenuto emotivo, con Trout che distilla dalle corde della sua chitarra un assolo lancinante, che avrebbe reso orgoglioso il suo amato Mike Bloomfield, da sempre citato come suo modello di ispirazione. Final Curtain Call è più dura e tirata, con dei tocchi orientaleggianti che rimandano agli Zeppelin, compreso assolo alla Page, ma con l’armonica suonata dallo stesso Walter che alza la quota blues, Heaven In Your Eyes è una ballata che illustra il suo lato più melodico, con The Sun Is Going Down che rivaleggia con i mid-tempo più ispirati di Clapton, grazie anche al lavoro delle tastiere e finale in crescendo galoppante con la solista in grande spolvero.

Chitarra impiegata in modalità gilmouriana, nel senso di David, con grande assolo, per la sognante Up Above My Sky che ricorda i Pink Floyd mid-seventies, la stonesiana e danzante Make It Right ilustra il lato più ludico e divertente della musica di Trout, un rock-blues di quelli robusti con solista prima accarezzata e poi strapazzata, e ancora più corposa e robusta è la conclusiva Boomer, scritta con la moglie Marie, dove i due parlano delle future generazioni in un brano dove le chitarre ruggiscono, anche la Gibson SG di Krieger di nuovo casualmente nello studio e impiegata insieme alle tastiere di Manzarek, in un brano che è il più duro e tirato, ma forse anche il meno soddisfacente, in un disco che globalmente comunque conferma l’ottimo livello della produzione di Trout. Forse l’unico appunto che si può fare è il fatto che il CD esce solo in quella confezione “Deluxe”, con plettri, sottobicchieri, stickers e cartoline, niente bonus tracks, il tutto francamente inutile e fa solo aumentare il prezzo, se volete potete consolarvi con la versione in doppio vinile colorato.

Bruno Conti

Anche Quest’Anno Ci Siamo: Il Meglio Del 2019 Secondo Disco Club, Appendice Finale

mumble mumble...

E nell’ultimo giorno dell’anno ecco l’appendice al Meglio del 2019 che mi ero riservato in qualità di titolare del Blog, con ancora un po’ di titoli interessanti usciti nel corso di questa annata e qualche album inserito nella categoria delle sorprese creata ad hoc.

Sorprese del 2019

the highwomen

johnny sansone hopeland

Johnny Sansone – Hopeland

https://discoclub.myblog.it/2019/03/18/un-bellissimo-disco-di-uno-dei-segreti-meglio-custoditi-di-new-orleans-veramente-un-peccato-che-si-trovi-con-molta-difficolta-johnny-sansone-hopeland/

native harrow happier now

Native Harrow – Happier Now

https://discoclub.myblog.it/2019/07/18/un-duo-decisamente-interessante-lei-una-voce-affascinante-native-harrow-happier-now/

ian noe between the country

Ian Noe – Between The Country

hank shizzoe steady as we go

Hank Shizzoe – Steady As We Go

https://discoclub.myblog.it/2019/04/13/sempre-raffinato-e-ricercato-nuovo-album-per-il-ry-cooder-europeo-hank-shizzoe-steady-as-we-go/

tad robinson real street

Tad Robinson – Real Street

Di questo la recensione non l’avete ancora letta ( arrivanei prossimi giorni), ma nel frattempo sentite che meraviglia!

kelly hunt even the sparrow

Kelly Hunt – Even The Sparrow

 

La Pattuglia Dei Bluesmen

walter trout survivor blues

Walter Trout – Survivor Blues

https://discoclub.myblog.it/2019/01/26/non-solo-sopravvive-ma-prospera-ogni-disco-e-piu-bello-del-precedente-walter-trout-survivor-blues/

toronzo cannon the preacher

Toronzo Cannon – The Preacher, The Politician Or The Pimp

bb king blues band the soul of the king

The BB King Blues Band – The Soul Of The King

https://discoclub.myblog.it/2019/06/14/anche-senza-il-vecchio-titolare-un-gruppo-formidabile-the-bb-king-blues-band-the-soul-of-the-king/

texas horns get here quick

The Texas Horns – Get Here Quick

Altro bel dischetto, che come nel caso di JJ Cale, postato solo oggi, è uno di quelli che manca all’appello sul Blog: quindi già da domani farà parte dei “recuperi” di fine 2019 – inizio 2020, che poi si protrarranno ancora per qualche giorno, visto che per il momento non sono previste nuove uscite nella prima parte del mese. Nell’attesa un anticipo.

nick moss band luckey guy

Nick Moss Band – Lucky Guy!

https://discoclub.myblog.it/2019/08/20/un-trio-di-delizie-blues-alligator-per-lestate-3-nick-moss-band-lucky-guy/

christone kingfish ingram kingfish

 

Christone “Kingfish” Ingram – Kingfish

https://discoclub.myblog.it/2019/06/24/lultima-scoperta-della-alligator-un-grosso-chitarrista-e-cantante-in-tutti-i-sensi-christone-kingfish-ingram-kingfish/

dave specter blues from the inside out

Dave Specter – Blues From The Inside Out

 

Una Buona Annata Anche Per Il Folk

steeleye span est'd 1969

Steeleye Span – Est’d 1969

https://discoclub.myblog.it/2019/07/21/50-anni-non-li-dimostrano-affatto-il-disco-folk-dellanno-steeleye-span-estd-1969/

dervish great irish songbook

Dervish – Great Irish Songbook

red river dialect abundance welcoming ghosts

Red River Dialect – Abundance Welcoming Ghosts

https://discoclub.myblog.it/2019/12/19/tra-fairport-convention-e-waterboys-una-piccola-grande-band-folk-rock-dalla-cornovaglia-red-river-dialect-abundance-welcoming-ghosts/

ralph mctell hill of beans

Ralph McTell – Hill Of Beans

Il Resto Del Meglio

delines the imperial

The Delines – The Imperial

old crow medicine show live at the ryman

Old Crow Medicine Show – Live At The Ryman

hold steady thrashing thru the passion

The Hold Steady – Thrashing Thru The Passion

Due album accomunati dal fatto di essere di non facile reperibilità.

marc broussard home

Marc Broussard – Home (The Dockside Session)

the who - who cd

The Who – WHO

Per quest’anno è tutto (forse), da domani si riparte.

Buon Anno.

Bruno Conti

Ventuno, Anzi Ventidue Chitarristi Per Un Disco Fantastico! Mike Zito & Friends – Rock ‘n’ Roll – A Tribute To Chuck Berry

mike zito a tribute to chuck berry

Mike Zito & Friends  – Rock ‘n’ Roll – A Tribute To Chuck Berry – Ruf Records

Per motivi assolutamente ignoti ed incomprensibili, visto che non ricorre nessuna particolare evenienza  o anniversario, a distanza di quindici giorni l’uno dall’altro, sono usciti ben due Tributi a Chuck Berry. Uno, Mad Lad, è l ‘ottimo concerto dal vivo di Ronnie Wood con la sua band i Wild Five e la presenza di Imelda May https://discoclub.myblog.it/2019/12/08/se-elvis-era-il-re-del-rocknroll-chuck-era-il-rocknroll-un-sentito-omaggio-da-uno-stone-in-libera-uscita-ronnie-wood-his-wild-five-mad-lad-a-l/ , l’altro, a mio parere veramente strepitoso, è questo Rock ‘n’ Roll – A Tribute To Chuck Berry, dove il texano adottivo Mike Zito ha radunato una pattuglia veramente cospicua, eterogenea, ma vicina alla perfezione nelle scelte, di 21 chitarristi, per reinterpretare 20 classici del musicista di St. Louis (come Zito peraltro, anche lui nativo come Berry della città del Missouri). I risultati, oltre che godibilissimi, sono decisamente coinvolgenti: aiuta sicuramente che le canzoni su cui lavorare siano tra i capisaldi del R&R e del rock tout court, una lunga serie di capolavori assoluti (forse con l’eccezione dell’ultima canzone e di un’altra non celeberrima), ma la passione, il brio, l’impegno con cui sono stati realizzati ,ne fanno un album speciale.

Registrate le basi ai Marz Studios di proprietà di Zito, situati a Nederland (?!?) la piccola cittadina del Texas dove ora vive Mike, con l’aiuto dell’ingegnere del suono David Farrell, ha poi provveduto ad inoltrarli ai 21 chitarristi (e cantanti), dicasi ventuno, che hanno provveduto ad aggiungere le proprie parti (come si usa quando non ci sono i soldi per trovarsi tutti insieme a registrare nella stessa sala) e rispedirle a Zito, che ha poi proceduto ad assemblarle, con le basi fornite da Terry Dry al basso, Matthew Johnson alla batteria e Lewis Stephens a piano, organo e Wurlitzer (perché non si può prescindere dal contributo che il piano di Johnnie Johnson diede alla riuscita delle canzoni di Chuck), nonché l’uso saltuario dei fiati, ed il risultato finale è quello che ora vi descrivo. E’ quasi inevitabile che ad aprire le danze (è il caso di dirlo) sia il nipote di Berry, Chuck III detto Charlie, che dà una mano anche a livello vocale a Zito (che si disimpegna da par suo in tutto l’album), sembra di ascoltare gli Stones dei primi anni ’70 (ops) in questa pimpante St. Louis Blues, tutta riff ed assoli e ci mancherebbe; in Rock And Roll Music, una delle più divertenti del canone di Chuck, Joanna Connor aggiunge la sua slide, mentre i fiati pompano alla grande, versione caldissima.

E Johnny B. Goode? Una vera bomba, con Walter Trout che abbandona il suo amato blues per darci dentro alla grande in una versione potentissima, con lui e Zito che si scambiano vagonate di colpi di chitarra, e duettano anche a livello vocale, mentre la ritmica picchia come se non ci fosse un futuro e il pianino titilla. Ma Chuck Berry amava anche il blues e la versione dello slow Wee Wee Hours, con Joe Bonamassa ingrifatissimo alla chitarra, con un assolo colossale e ripetuto, è da manuale delle 12 battute. Memphis, con Anders Osborne altra voce solista e impegnato alla slide, è una delle più fedeli all’originale, leggiadra e deliziosa; Ryan Perry non è uno dei più conosciuti tra i presenti e quindi non è un caso che anche il brano scelto, una I Want To Be Your Driver composta a metà anni ’60, sia poco nota, ma la versione che ne viene fuori, grazie anche ad un inconsueto organo, sia a metà tra il garage rock e il Bob Seger più impetuoso, grazie anche alle similitudini tra la due voci, e Perry suona, cazzarola se suona. You Never Can Tell è un brano raffinato e cool di suo (qualcuno ha detto Pulp Fiction?) e quindi ideale per lo stile finissimo di Robben Ford, mentre in Back In the Usa  Eric Gales porta un impeto e un gusto hendrixiano, non dimenticando che Jimi amava la musica del colored di Saint Louis, con i fiati che tornano a farsi sentire.

Jeremiah Johnson, uno dei protetti di Zito, porta il suo approccio sudista ad una robusta versione di No Particular Place To Go, e in Too Much Monkey Business  Luther Dickinson, uno dei pezzi da 90 di queste sessions, duetta sia alle voce che alle chitarre per una canzone  tra le più vicine allo spirito degli originali di Chuck Berry, grintosa ma rispettosa il giusto. A proposito di impeccabilità e approccio cool un altro che ne ha fatto un’arte è Sonny Landreth, che munito di bottleneck imbastisce una versione impeccabile della sofisticata Havana Moon, e niente male, per usare un eufemismo, una versione “fumante” e a tutto fiati e chitarre di Promised Land, con Tinsley Ellis e Mike che se le “suonano” a colpi di riff, per lasciare poi spazio ad una sorprendente Down Bound Train (ovviamente non quella di Bruce Springsteen) dove Alex Skolnick dei metallari Testament, si reinventa jazzista, ma cita all’inizio del brano anche gli Zeppelin di Dazed And Confused. Sempre a proposito di trucidoni anche Richard Fortus dei nuovi Guns N’ Roses non se la cava affatto male in una pimpante e canonica Maybellene, dimostrando che Berry negli anni ha influenzato quelle decine di migliaia di musicisti, anche quelli “esagerati”; l’altra recente scoperta di Zito, la texana Ally Venable duetta con il suo mentore in una potente School Days, e anche se la voce non è il massimo, la chitarra viaggia alla grande, insieme a Joanna Connor una delle poche signore presenti.

Kirk Fletcher e Josh Smith fanno coppia in una Brown Eyed Handsome Man che sembra provenire da  una qualche perduta sessione dei Rockpile, e a proposito di R&R ad alta gradazione di ottani, un altro che conosce a menadito la materia è Tommy Castro alle prese con una Reelin’ and Rockin dove lui e Zito sembrano due gemelli separati alla nascita. Altro veterano che si trova alla grande in questa materia, direi come un pisello nel suo baccello, è Jimmy Vivino, che si spara giù una versione di Let It Rock da arresto per superati limiti di velocità, con la sezione fiati che imperversa ancora una volta, come pure il piano. Mancano solo Thirty Days con un arrapatissimo Albert Castiglia a cantarcele e suonarcele ancora una volta a tempo di R&R, sparando riff a destra e manca, e per chiudere, una “strana” My Ding A Ling, la famosa eulogia di Berry al suo pisello (non il vegetale di cui sopra), che gli americani chiamano una novelty song, ovvero doppi sensi a iosa, in ogni caso Kid Andersen (e Zito) l’hanno trasformata in una party song con qualche elemento doo-wop, con divertimento assicurato, che era poi la missione, riuscitissima, di questo album, un piccolo, ma neanche troppo, gioiellino. Se amate il R&R e le chitarre, qui c’è molta trippa per gatti, tutta di prima qualità.

Bruno Conti

Un Ritorno Ai “Fasti” Del Passato. Danny Bryant – Means Of Escape

danny bryant means of escape

Danny Bryant – Means Of Escape – Jazzhaus Records

E’ innegabile che I dischi migliori del chitarrista inglese siano stati quelli pubblicati a nome Danny Bryant’s RedeyeBand, per intenderci quelli della prima decade degli anni 2000, quando il padre Ken era il bassista della formazione: questo non è per dire che gli album successivi siano brutti, tutt’altro, però il nostro amico aveva un poco perso il bandolo del suono, come avevo detto in una recensione di qualche tempo fa era passato dal blues-rock degli inizi al rock-blues tendente all’hard rock degli anni ’10 https://discoclub.myblog.it/2014/11/24/robusto-spessore-chitarristico-i-sensi-danny-bryant-temperature-rising/ , più o meno in concomitanza dell’inizio della collaborazione con il produttore e tastierista Richard Hammerton, che spesso (non sempre) nelle canzoni aveva portato un suono più patinato, di maniera, con l’utilizzo massiccio delle tastiere, synth incluso.. Per l’occasione di questo Means Of Escape, disco n° 11, Bryant ha deciso di tornare a prodursi in proprio, si è cercato un bravo ingegnere del suono e poi ha spedito i nastri per il mixaggio a Eddie Spear (uno che ha lavorato con Brandi Carlile, Anderson East, Old Crow Medicine Show, Chris Stapleton), ed infine il tutto è stato masterizzato agli Abbey Road Studios di Londra.

L’album poi è stato registrato praticamente in presa diretta : il risultato è uno dei suoi migliori dischi in assoluto, e tra le migliori uscite dell’anno in ambito blues e dintorni. Un CD che ricorda molto le pubblicazioni recenti del suo amico e mentore Walter Trout: voce vissuta, grintosa e dolente a tratti, la sua fedele Fender Stratocaster spesso e volentieri in azione in modo splendido, ora roboante e potente come nell’iniziale Tired Of Trying, ispirata proprio dall’amico Walter, e dove ci sono chiari rimandi anche all’amato Jimi Hendrix, con fiumi di note che escono dalla solista e una sezione ritmica cadenzata e veemente che ben lo asseconda, ora lancinante e più “classica https://www.youtube.com/watch?v=S52T_tWqTN4 ”, come nello splendido slow blues con fiati e piano e organo di una intensa Too Far Gone, dove la chitarra si libra lirica grazie ad un timbro “grasso” e corposo.. La title track con un testo per certi versi autobiografico, per essere sinceri ricorda alquanto il celebre riff e la melodia di All Along The Watchtower, ma si poteva scegliere peggio, visto che poi il risultato è veramente coinvolgente e trascinante, con l’organo di Stevie Watts ancora a spalleggiare con classe la solista di Bryant che volteggia inarrestabile; Nine Lives è un altro brano energico, dalle parti del Texas blues di Stevie Ray Vaughan, con l’organo Hammond di Watts nella parte che fu di Reese Wynans https://www.youtube.com/watch?v=0wxp-88nMg0 .

Skin And Bone è un ricordo accorato e sentito della figura del padre, morto nel 2018 dopo una lunga malattia, “Pelle e ossa” descrive in modo crudo ma efficace la situazione che si trova ad affrontare chi deve assistere una persona cara che ci sta lasciando (e che personalmente comprendo), solo voce, chitarra acustica e alcuni “tocchi” laceranti della elettrica, ma tanta partecipazione emotiva; in Warning Signs (In Her Eyes) tornano i fiati per un’altra cavalcata nel blues elettrico che profuma e ricorda lo stile del Muddy Waters degli anni d’oro, non un brano specifico ma tanti rimandi alle riletture delle band del British Blues. Where The River Ends l’aveva già incisa per il suo secondo album del 2003 Shadows Passed, ma non era rimasto soddisfatto del risultato, la nuova versione di questa ballata in effetti centra il suo scopo che è quello di ricordare la scomparsa della figlia di un vecchio amico, con la chitarra che convoglia disperazione ed intense emozioni in un assolo di rara bellezza https://www.youtube.com/watch?v=A2bQt_4adGM  .Hurting Time ci presenta il suo debutto discografico alla slide, un altro blues fiatistico dove le 12 battute classiche sono protagoniste assolute, e per chiudere un album eccellente ecco Mya, un’ulteriore ballata, questa volta strumentale, incentrata sull’uso di piano elettrico e organo su cui si innesta una ennesima dimostrazione della tecnica e del feeling di questo superbo chitarrista che rilascia un lunghissimo e torrenziale assolo veramente “da urlo”.

Bruno Conti

Novità Prossime Venture 24. Non Uno Ma Addirittura Due Tributi A Chuck Berry In Uscita: Il Primo Di Mike Zito & Friends Il 1° Novembre, Quello Dal Vivo Di Ronnie Wood Con I Wild Five Previsto Per Il 15 Novembre

mike zito a tribute to chuck berry ronnie wood mad lad a live tribute to chuck berry

Mike Zito And Friends – A Tribute To Chuck Berry – Ruf Records – 01-11-2019

Ronnie Wood With His Wild Five – Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry with guest Imelda May – BMG – 15-11-2019

Per scrupolo ho controllato, ma prossimamente non ricorre alcun anniversario di Chuck Berry, né della data di morte e neppure di quella di nascita, evidentemente si tratta di una coincidenza, entrambi i musicisti hanno pensato che fosse giunto il momento di dedicare un tributo al grande musicista di St. Louis, uno degli inventori del Rock And Roll, e quindi a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro pubblicano i loro CD incentrati sullo stesso argomento, le canzoni di Chuck Berry.

In effetti Mike Zito (anche se ha svolto la sua attività tra Tennessee, Louisiana e, negli ultimi anni; Texas) è nato proprio nella città del Missouri che ha dato i natali anche a Berry: chitarrista e cantante (ah già, pure l’altro) è uno dei preferiti del sottoscritto e quindi del Blog, dove le recensioni dei suoi dischi, spesso eccellenti, sono di casa, l’ultimo, lo scorso anno è stato https://discoclub.myblog.it/2018/06/02/blues-rock-veramente-di-prima-classe-mike-zito-first-class-life/ ,, ma se seguite i link all’interno del Post, a ritroso potete andare a rileggervi tutti quelli dedicati a lui..Zito è anche un ottimo produttore e spesso comunque nei suoi dischi si trova la presenza di diversi ospiti, e altri sono quelli a cui ha prestato i suoi servigi, comunque la lista di quelli presenti in questo A Tribute To Chuck Berry, in uscita per la Ruf il 1° novembre è veramente impressionante. Registrate le basi ai Marz Studios di sua proprietà, situati a Nederland (?!?) la piccola cittadina del Texas dove vive Mike, con l’aiuto dell’ingegnere del suono David Farrell, ha poi provveduto ad inoltrarli ai 21 chitarristi, dicasi ventuno, che hanno provveduto ad aggiungere le proprie parti (come si usa quando non ci sono i soldi per trovarsi tutti insieme a registrare nella stessa sala) e rispedirle a Zito, che ha poi provveduto ad assemblarle, ed il risultato finale è quello che ascolteremo tra breve.

A parte un paio di presenze di cui francamente avrei fatto a meno (Testament, Guns N’ Roses? Ma per favore) la lista degli ospiti, come detto, è veramente impressionante. I brani sono 20, perché in uno, oltre allo stesso Mike, i solisti sono due, Josh Smith e Kirk Fletcher: del nipote di Chuck, tale Charlie Berry III, ignoravo l’esistenza, ma evidentemente è un segnale di continuità col passato, però non si possono non citare Walter Trout, Joe Bonamassa, Anders Osborne, Robben Ford, Eric Gales, Luther Dickinson, Sonny Landreth, Tinsley Ellis, Tommy Castro. In ogni caso ecco la lista dei brani e dei rispettivi solisti che appaiono in ciascuna canzone. E dai due brani che potete ascoltare il risultato mi sembra veramente notevole,

1. St. Louis Blues – Charlie Berry III
2. Rock N Roll Music – Joanna Connor
3. Johnny B Goode – Walter Trout
4. Wee Wee Hours – Joe Bonamassa
5. Memphis – Anders Osborne
6. I Want To Be Your Driver – Ryan Perry
7. You Never Can Tell – Robben Ford
8. Back In The USA – Eric Gales
9. No Particular Place To Go – Jeremiah Johnson
10. Too Much Monkey Business – Luther Dickinson
11. Havana Moon – Sonny Landreth
12. Promised Land – Tinsley Ellis
13. Downbound Train – Alex Skolnick
14. Maybelline – Richard Fortus
15. School Days – Ally Venable
16. Brown Eyed Handsome Man – Josh Smith/Kirk Fletcher
17. Reeling And Rocking – Tommy Castro
18. Let It Rock – Jimmy Vivino
19. Thirty Days – Albert Castiglia
20. My Ding A Ling – Kid Andersen

Il 15 novembre invece è prevista l’uscita di Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry, un album di cui si parlava già da qualche tempo: si tratta di un concerto registrato nel 2018 al Tivoli Theatre di Wimborne, in Inghilterra, e il cui repertorio non consta integralmente di canzoni scritte da Chuck Berry, ma ci sono anche Tribute to Chuck Berry, scritta dallo stesso Ronnie Wood, Worried Life Blues di Maceo Merriweather, che era il lato B di Bye Bye Johnny..Chi cacchio suoni nel gruppo His Wild Five francamente non lo so, e forse, come ha detto qualcuno, se un tributo così lo avesse fatto l’altro gruppo in cui suona Ronnie, tali Rolling Stones, oppure se a cantare avesse chiamato quell’altro suo vecchio amico scozzese Rod Stewart, forse il risultato sarebbe stato ben altro. Comunque saggiamente Wood ha chiamato a cantare in tre bravi la bravissima vocalist irlandese Imelda May (probabilmente conosciuta tramite Jeff Beck), e al piano appare come ospite Ben Waters.

In ogni caso, come si può ascoltare qui sopra il risultato non è per nulla disprezzabile. E volendo, se avete tanti soldi, oltre alle edizioni in CD e vinile, usciranno anche delle versioni per collezionisti, una deluxe CD+LP+una artcard 12×12 dell’artwork della copertina, oppure una super deluxe con CD, LP, Stampa della parte grafica, Set List dei contenuti numerata e firmata e T-Shirt. Ecco la lista completa dei contenuti dell’album.

  1. Tribute to Chuck Berry
  2. Talking About You
  3. Mad Lad
  4. Wee Wee Hours Feat Imelda May
  5. Almost Grown Feat Imelda May
  6. Back In The USA
  7. Blue Feeling
  8. Worried Life Blues
  9. Little Queenie
  10. Rock ‘N’ Roll Music Feat Imelda May
  11. Johnny B Goode

That’s All Folks, alla prossima.

Bruno Conti

John Mayall Retrospective, Il Grande Padre Bianco Del Blues Parte III

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Terza ed ultima parte.

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Back The Roots – 2 LP Polydor 1971 – ***1/2

Mayall se ne accorge e per il successivo album, il doppio Back To The Roots, che indica le intenzioni fin dal titolo, non solo torna al suo passato più blues, ma invita alle sessions tenute tra Londra e Los Angeles due vecchi “alunni” come Eric Clapton e Mick Taylor: nel disco suonano molti altri musicisti, Keef Hartley e Paul Lagos alla batteria, Harvey Mandel e Jerry McGee alla chitarra (futuro solista della band), Taylor al basso e Johnny Almond a sax e flauto, oltre a Sugarcane Harris al violino. I pezzi  con Clapton, manco a dirlo, sono tra i migliori: Prisons On The Road dove Eric duetta con Harris, Accidental Suicide che però senza batteria incide meno anche se Mick Taylor ed Eric suonano insieme, Home Again, solo armonica, piano e “Slowhand”, Looking At Tomorrow, che sembra proprio un pezzo di Clapton e Goodbye December.

Intendiamoci  niente di memorabile, anche se uniti agli ottimi contributi di Mick Taylor, il bel blues lento Marriage Madness, la vorticosa Full Spead Ahead, una sorta di Room To Move 2 ma elettrica, il gagliardo blues-rock di Mr. Censor Man e l’ottimo blues con uso slide di Force Of Nature, fanno sì che l’album sia più che positivo, uno degli ultimi in questo senso.

Memories – Polydor 1971 **1/2

Il disco successivo che esce sempre nel 1971 a novembre, con Mayall accompagnato ancora da Larry Taylor e da Jerry McGee alle chitarre, lo inseriamo nella discografia anche se certo non brilla per qualità, perché da qui in avanti per trovare dischi veramente belli di John Mayall bisognerà cercarli con il lanternino, almeno per una ventina di anni. Quindi vediamo in futuro cosa troveremo, anche se nel 1972 due dischi molto belli escono ancora, entrambi dal vivo, tratti dai concerti del 1971 a Boston e New York per il primo disco e quello del Whisky A Go Go del 1972, per il secondo

john mayall jazz blue fusionjohn mayall moving on

Jazz Blues Fusion – Polydor 1972 ****

Moving On – Polydor 1972 ***1/2

Il titolo è programmatico ancora una volta e la (big) band che accompagna Mayall è strepitosa, una piccola orchestra che mescola musicisti neri e bianchi con risultati di conseguenza strepitosi. Secondo alcuni è addirittura forse il miglior album di Mayall di sempre: diciamo esclusi quelli con i Bluesbreakers. Comunque è un bel sentire: Clifford Solomon al sax, Blue Mitchell alla tromba, Freddy Robinson alla chitarra e Mayall ad armonica e piano sono i solisti, il solito fantastico Larry Taylor al basso e Ron Selico alla batteria, la sezione ritmica. Ragazzi se suonano: Country Road, la travolgente Good Time Boogie, la jazzata Change Your Ways, il lentone Dry Throat, l’improvvisazione immancabile nei concerti di Mayall di Exercise in C Major for Harmonica (sentire anche l’assolo di Larry Taylor!) e la conclusiva Got To To Be This Way, sono una meglio dell’altra.

Moving On è inferiore, sia pure di poco, ma solo perché la formula era già conosciuta e anche se la formazione si amplia ulteriormente, con l’aggiunta di Ernie Watts, Charles Owens e Freddie Jackson ai fiati, mentre Keef Hartley sostituisce Selico, il primo Live si fa ancora preferire: Worried Mind swinga subito di brutto, Keep Your County è dell’ottimo blues intriso di R&B, Christmas 71 un ottimo lento, Things Go Wrong più mossa ed irruenta, Moving On ha un suono più rock-jazz con ottimi interventi dei fiati, e notevole anche la conclusiva High Pressure Living, ma tutto l’album è comunque di eccellente fattura.

Gli Anni Americani Parte Seconda 1973… The Best Of The Rest

Andiamo poi a pescare gli album veramente interessanti che escono dal 1973 in avanti nel lunghissimo periodo americano che si protrae sino ad oggi, sia pure con qualche disavventura personale lungo il cammino, tipo l’incendio che nel 1979 ha distrutto la casa di Mayall a Laurel Canyon.

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Ten Years Are Gone – 2 LP Polydor -1973 ***1/2

Un buon album metà in studio e metà dal vivo all’ Academy Of Music di NY, che più o meno ripete lo stile dei precedenti, sempre con Freddy Robinson, Blue Mitchell e Keef Hartley, a cui si aggiunge il grande Red Holloway al sax e che vede il ritorno di Sugarcane Harris al violino. Tutti i pezzi meno uno sono firmati da Mayall e si segnalano nella parte live le lunghissime Harmonica Free Form, la “solita” improvvisazione in piena libertà di Mayall al suo strumento preferito ed i più di 17 minuti della jazzata e complessa Dark Of The Night, che contiene anche gli assoli dei vari musicisti. Sugli altri dischi degli anni ’70 direi di stendere un velo pietoso, quasi tutti usciti per la ABC, non ne ricordo uno che valga la pena di menzionare, e anche sui musicisti, a parte forse un giovane Rick Vito, non vale la pena soffermarsi, forse potrei ricordare il live The Last Of The British Blues, ma giusto perché ne ho parafrasato il titolo per usarlo nell’articolo. Bottom Line, uscito nel 1979 per la DJM, ha dei musicisti della madonna che suonano nel disco, Lukather, Tropea, i fratelli Brecker, Ritenour, Jeff Porcaro, un produttore come Bob Johnston, ma ci sarà un motivo per cui è l’unico che non è mai uscito in CD: John Mayall goes funky (giuro), terribile. E anche gli anni ’80 non partono bene, anche se nel 1985 esce per l’australiana AIM un disco che riporta in auge il nome del glorioso combo.

Return Of The Bluesbreakes –AIM 1985 ***

In sei pezzi alla chitarra c’è Mick Taylor, negli altri Don McMinn, registrato in quel di Memphis produce Don Nix, il suono è elettrico e vibrante, Mayall è in buona forma vocale e ha voglia di soffiare nell’armonica. I brani con Mick Taylor sono dal vivo in quel di Washington, DC nel 1982, e l’ex Stones non ha perso la mano. Il concerto completo poi uscirà in CD nel 1994 per la Repertoire con il titolo The 1982 Reunion Concert ***1/2, John McVie al basso e Colin Allen alla batteria.

Chicago Line – Island 1988 ***1/2

Qui si torna a ragionare dopo tanti anni, non c’è solo il nome Bluesbreakers, ma anche due validi chitarristi come Coco Montoya e Walter Trout. Esce in CD per la Castle nel 1990, quasi tutti i pezzi sono di Mayall, meno una cover di Jimmy Rogers e una di Blind Boy Fuller, oltre alla prima versione di uno dei cavalli di battaglia di Trout come Life In the Jungle. Blues-rock di buona fattura con due solisti finalmente degni degli anni d’oro dei Bluesbreakers.

A Sense Of Place – Island 1990 ***1/2

Altro disco di buona qualità e altro grande chitarrista che suona a fianco di Mayall: questa volta ad affiancare Coco Montoya c’è un altro eccellente musicista, reduce dai lavori con John Hiatt e Zachary Richard: arriva Sonny Landreth alla slide. Alla batteria, fisso dal 1985 al 2008 c’è sempre il fido Joe Yuele.

Wake Up Call – Silvertone 1993 ***1/2

Nuova etichetta, la Silvertone, per l’ultimo disco con Coco Montoya: per l’occasione Mayall chiama a raccolta parecchi amici per un altro album solido, ricco di energia e buona musica,  e chitarristi come piovesse: Buddy Guy, che è anche la seconda voce solista nel tiratissimo slow blues I Could Cry, Mick Taylor, Albert Collins e David Grissom, con Mavis Staples che canta la title track.

Da Spinning Coin ***1/2 del 1995, se mi passate la battuta, arriva un “grosso” chitarrista, Buddy Whittington che al di là delle dimensioni fisiche è anche un solista di indubbio valore, tanto che rimarrà con Mayall e i Bluesbreakers fino al 2007. Nel 2001 esce un altro album celebrativo della serie.

John Mayall & Friends – Along For The Ride – Eagle Records ***1/2

A fianco di Whittington troviamo Davy Graham, Peter Green, Steve Miller, Steve Cropper, Billy Gibbons, Gary Moore, Jeff Healey, Jonny Lang e l’immancabile Mick Taylor. E sono solo I chitarristi: altri ospiti Dick Heckstall-Smith al sax, Reese Wynans e Billy Preston alle tastiere, più qualche cantante assortito tipo Chris Rea, Otis Rush, Andy Fairweather-Low ed altri amici. Tredici brani e non ne ricordo uno scarso, aggiungere alla lista dei must have. E nel 2003, sempre a proposito di dischi celebrativi, per i 70 anni di Mayall esce,sia in CD che in DVD, il superbo disco dal vivo

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70th Birthday Concert – Eagle 2003 – ****

Serata memorabile che vede il ritorno sul palco dopo oltre 40 anni di Eric Clapton che si riunisce con il suo vecchio mentore.Tra gli ospiti anche Mick Taylor che è la chitarra solista in tutto il concerto, ben spalleggiato da Whittington, e tra le sorprese il vecchio “nemico” Chris Barber al trombone. Repertorio superlativo con Clapton che canta Hoochie Coochie Man e I’m Tore Down e maramaldeggia alla chitarra in splendide versioni  di Hide Away, All Your Love e in una chilometrica, oltre 18 minuti, Have You Heard, che è pura goduria. E il resto non è chi sia scarso, anzi, per usare un fine eufemismo, anche se non siamo di fronte a dei giovanotti, mi scappa un bel minchia se suonano! Direi che fa parte dei dischi imperdibili di John Mayall. Fino al recente Nobody Told Me ****,  36° disco di studio, che lo ha riportato ai vertici assoluti della sua produzione, direi che non ci sono altri album da ricordare, benché A Special Life del 2014 era comunque un buon disco.

Tra le innumerevoli antologie e dischi dal vivo, molti dei quali non sono più disponibili, andrebbero segnalati i due recenti volumi  Live In 1967 Vol. 1&2, peccato che non siano incisi molto bene. Tra le antologie, anche se non più disponibili da parecchio tempo, ma magari verranno ristampate prima o poi, vorrei ricordare ancora i due doppi London Blues 1964-1969 e Room To Move 1969-1974, entrambi ****.  Tra quelli già citati nell’articolo Looking Back ***1/2  del 1971, che raccoglie, singoli, b-sides e inediti. Viceversa tra le cose più recenti Live At The BBC ***1/2 CD della Decca/Universal del 2007, che riporta le registrazioni tra il 1965 e il 1967. Molto interessante anche l’antologia uscita nel 2010 per la Hip-O- Select del gruppo Universal , un cofanetto da 4 CD So Many Roads: An Anthology 1964-1974 ****, però pure questa era a tiratura limitata e non si trova più in commercio.

Quindi augurando lunga vita a John Mayall, magari sarebbe il momento ideale per pubblicare un bel box retrospettivo per festeggiare i suoi 85 anni compiuti.

Bruno Conti

Non Solo Sopravvive Ma Prospera, Ogni Disco E’ Più Bello Del Precedente! Walter Trout – Survivor Blues

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Walter Trout – Survivor Blues – Mascot/Provogue CD

Da quando nel 2014 Walter Trout ha pubblicato un album https://discoclub.myblog.it/2014/05/19/disco-la-vita-walter-trout-the-blues-came-callin/ che raccontava la sua dura lotta con un tumore al fegato quasi terminale, le cose sono cambiate radicalmente. il cantante e chitarrista americano ha subito un trapianto che ha risolto i suoi problemi di salute che sembravano ormai irrimediabili: non solo, Trout, dopo lo scampato pericolo (e anche durante), ha poi inanellato una serie di album, in studio e dal vivo, veramente di grande qualità, l’ultimo era stato https://discoclub.myblog.it/2017/08/29/tutti-insieme-appassionatamente-difficile-fare-meglio-walter-trout-and-friends-were-all-in-this-together/ uscito nell’estate del 2017, in cui aveva chiamato a raccolta una serie di amici per un disco che celebrava la sua musica, ovvero il blues. Non contento dei risultati ottenuti negli ultimi anni il buon Walter insiste e rilancia con questo Survivor Blues, un disco di cover, pescate nel repertorio delle 12 battute, ma cercando perlopiù brani poco noti, in qualche caso anche di autori sconosciuti ai più (ma non agli appassionati): ed il risultato, ancora una volta, è eccellente, un ennesimo album di blues (rock) suonato e cantato con grande classe e impeto. Per una volta la formula classica dei dischi della Mascot/Provogue che prevede la presenza spesso massiccia di ospiti è stata disattesa, nell’album ce ne sono solo due Sugaray Rayford Robby Krieger, e quindi il protagonista assoluto è Walter Trout, o meglio la sua chitarra, che spazia in lungo e in largo nel repertorio classico del blues.

Perché, a ben guardare, come dicevo poc’anzi, per chi ama il genere, quasi tutti i nomi degli autori dei brani non sono certo minori: a partire dal grande Jimmy Dawkins, uno degli esponenti storici del Chicago sound elettrico di casa Delmark, presente con Me, My Guitar And The Blues, che è una sorta di manifesto programmatico di questo album, il classico slow intenso e lancinante, dove Walter Trout, anche in ottima forma vocale, eccelle con la sua fluida chitarra, grazie ad un suono lirico ed intenso, dove si apprezzano anche il piano e l’organo di Skip Edwards, e la perfetta sezione ritmica formata da Johnny Griparic al basso e Michael Leasure alla batteria, fedeli compagni di avventura da qualche anno a questa parte, comunque la serie di assoli prodotti è veramente da sballo. Il produttore Eric Corne, all’opera pure nei dischi precedenti, è il proprietario della Forty Below Records, l’etichetta per la quale incide John Mayall (di cui vi preannuncio Nobody Told Me, un disco strepitoso in uscita verso fine febbraio), un profondo conoscitore della materia che fa un lavoro quasi certosino nella ricerca della migliori sonorità, rigorose ma con molte nuances che lo avvicinano al rock-blues più classico di Trout, il tutto registrato negli studi di Los Angeles di proprietà di Krieger. Be Careful How You Vote, un brano scritto da Sunnyland Slim ricorda nell’andatura le canzoni più vibranti dei Bluesbreakers di Mayall, nei quali Trout, che qui suona anche all’armonica, ha militato ad inizio carriera: suono potente, sempre con la chitarra in grande evidenza; mentre in Woman Don’t Lie, firmata da Luther Johnson ed uno dei pezzi più “oscuri” del CD, come voce duettante con Walter appare il bravissimo Sugaray Rayford, uno dei cantanti più scintillanti del “nuovo” blues, che ricordiamo oltre che nei suoi album solisti nei Mannish Boys, per una canzone sempre ricca di grande forza ed energia.

Sadie, dal repertorio del grande Hound Dog Taylor, è meno scoppiettante dei boogie che siamo soliti accostare al musicista di Chicago, altro punto di forza della etichetta Delmark, ma la canzone gode comunque di un brillante crescendo e oltre alla solista di Walter si apprezza anche il lavoro dell’organo di Edwards; Please Love Me, sempre incalzante nel suo dipanars,i e con Edwards che passa al piano, arriva dal songbook di B.B. King ma è qui trasformata in blues-rock di grande impeto dalle solite folate della solista di Trout, che poi decide di rendere omaggio al suo vecchio datore di lavoro, con uno dei brani più belli scritti da John Mayall, ovvero Nature’s Disappearing, in origine su Usa Union del 1970, la canzone conserva il suo messaggio ecologico ante litteram anche ai giorni nostri https://www.youtube.com/watch?v=9aGft_2FvL8 , e grazie ad un arrangiamento più intimo e rilassato, dove spicca di nuovo l’armonica e una chitarra più misurata e ricca di feeling, conferma l’estrema varietà di temi sonori affrontati nel disco. Red Sun, si trova su un disco della Floyd Lee Band, una band canadese di cui non avevo onestamente mai sentito parlare, e in cui milita il suo autore, tale Joel Poluck, in ogni caso un bel pezzo rock-blues grintoso e ad alta densità chitarristica, con Walter Trout che al solito imperversa con la sua vissuta Fender d’ordinanza, con Something Inside Of Me che è il secondo lento presente nell’album, che porta la firma di Elmore James, ma non sembra uno dei soliti brani a tutta slide del grande bluesman, e ricorda viceversa nel suo dipanarsi uno dei classici slow alla Eric Clapton, con la chitarra che si libra sempre con vibrante intensità.

It Takes Time è un omaggio ad un altro dei grandi chitarristi della scena di Chicago, ovvero Otis Rush, uno shuffle sempre di notevole vigore, come pure Out Of Bad Luck, che porta l’autorevole firma di Magic Sam, altro maestro della chitarra elettrica, che viene fatto rivivere da un Trout sempre in grande spolvero. Nella parte finale del disco a dare man forte al nostro amico arriva Robby Kieger, il vecchio chitarrista dei Doors, qui alla slide, da sempre grande appassionato di blues, ed i due danno vita ad una rilettura ricca di elettricità del classico pezzo di Fred McDowell Goin’ Down To The River https://www.youtube.com/watch?v=8an0THlYgRI , di nuovo con una atmosfera sonora tesa e diretta che ricorda nuovamente il miglior Eric Clapton alle prese con le 12 battute classiche. E per chiudere un disco veramente splendido che segna la definitiva consacrazione di Walter Trout, ammesso che ce ne fosse bisogno, arriva un altro brano di un autore spesso saccheggiato dai bluesmen bianchi di ieri e di oggi, JB Lenoir, di cui viene ripresa in modo brillante e spettacolare una tersa e scintillante God’s Word, con il chitarrista californiano che ancora una volta si esprime a livelli stellari con la sua chitarra. Il primo grande disco del 2019, assolutamente da avere.

Bruno Conti

Con I Fratelli Nei Trampled Under Foot Era Una Potenza, Ma Anche Da Sola Con Alcuni “Amici” Non Scherza. Danielle Nicole – Cry No More

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Danielle Nicole – Cry No More – Concord Records

Danielle Nicole Schnebelen (per darle il suo nome e cognome completi) viene da Kansas City, per parecchi anni ha fatto parte della band di famiglia, i Trampled Under Foot, con i fratelli Kris, alla batteria, e Nick Schnebelen, alla chitarra e seconda voce, autori una apprezzabile carriera culminata con  Wrong Side Of The Blues e soprattutto Badlands, uscito nel 2013 http://discoclub.myblog.it/2013/08/01/sempre-piu-bravi-trampled-und-5546876/ . Nel gruppo la stella era Danielle, cantante e bassista (strumento imparato per necessità, ma poi rimasto nel suo DNA, visto che lo suona ancora oggi alla grande), ma anche Nick era (ed è) chitarrista ed interprete raffinato http://discoclub.myblog.it/2017/07/14/forse-il-nome-vi-dice-qualcosa-anzi-il-cognome-nick-schnebelen-live-in-kansas-city/ . La Nicole ha esordito con un EP omonimo nel 2015, poi ha pubblicato il suo primo album solo Wolf Den nel 2015, prodotto da Anders Osborne e quindi con consistenti “sapori” New Orleans, a fianco del “solito” blues e del soul. Ed ora con questo Cry No More realizza quello che probabilmente è il suo disco migliore: con Tony Braunagel, che produce e suona la batteria, la brava Danielle è affiancata da Johnny Lee Schell (a lungo con Bonnie Raitt), alla chitarra e da alcuni ospiti di pregio presenti in alcuni brani, che vediamo di volta in volta.

Lei firma, da sola o in compagnia, ben 9 delle canzoni presenti nel CD, ma quello che impressiona ancora una volta è la sua estensione vocale, che di volta in volta è stata avvicinata a Janis Joplin e Bonnie Raitt, ma che comunque ha un suo timbro ben definito, di grande fascino ed espressività: sin dall’iniziale Crawl, dove alla chitarra appare il fratello Nick, si apprezza la varietà dei temi musicali utilizzati, in questo brano il rock vibrante e grintoso, fattore che era tra gli atout del periodo con i Trampled Under Foot, che non a caso prendevano il loro nome da un brano dei Led Zeppelin, grande grinta e il suono dell’organo di Mike Sedovic che allarga lo spetto sonoro del brano, con le chitarre di Schell e Schnebelen (pare incredibile ma nel libretto sono riusciti a “ciccarne” il cognome) a duettare in un mood non lontano dai brani più rock di Beth Hart, la successiva I’m Going Home, con Mike Finnigan all’organo, e la presenza, spesso reiterata, di un paio di voci femminili di supporto, vede la presenza del grande Sonny Landreth magnifico alla slide, per un pezzo dall’ambientazione sonora sospesa e minacciosa all’inizio e poi ritmata e tirata, mentre la nostra amica imperversa ancora con la sua voce splendida. Hot Spell è un brano inedito di Bill Withers, da lungo ritirato dalle scene, che però ha voluto regalare questa canzone alla Nicole, senza peraltro apparirvi, in questo pezzo tra soul e blues, molto sensuale e di grande fascino, con il basso funky di Danielle che ancora il suono in modo deciso. Burnn’ For You, di nuovo con l’organo di Finnigan e le voci femminili in bella evidenza, è un altro pezzo di impostazione rock-blues con la chitarra di Walter Trout a disegnare le sue linee soliste eleganti e vibranti, mentre la title track Cry No More è una deliziosa ballata soul che ricorda le cose migliori di Bonnie Raitt ( o Susan Tedeschi), insinuante e scandita con grande classe.

Poison The Well rimane in questo stile elegante tra pop e canzone d’autore, mentre si apprezza l’ottimo interscambio ritmico tra Braunagel e la Schneleben. Che poi scrive una delle canzoni più emozionanti del CD Bobby, dedicata al padre, scomparso ormai da tempo, ma per cui rimane un affetto sconfinato, la traccia ha un tocco quasi country delicato ed intimo, con il cigar box fiddle suonato da Johnny Lee  Schell, mentre la nostra amica azzecca un timbro malinconico che ben si adatta allo spirito del brano. Con Save Me, dove appare Kenny Wayne Shepherd alla solista, si torna ad un rock-blues grintoso e tirato, ma sempre illuminato da sprazzi di grande classe, e pure How Come U Don’t Call Anymore, una cover di un pezzo poco noto di Prince, si avvale di un “manico” dalla grande tecnica e gusto come Moster Mike Welch, mentre Mike Sedovic passa al Wurlitzer e il brano è dolce ed avvolgente, di squisita fattura, sempre cantato deliziosamente. Baby Eyes vede la presenza di Brandon Miller, che è il chitarrista della touring band della Nicole (dal vivo sono una forza della natura, tra cover dei Led Zeppelin https://www.youtube.com/watch?v=OYzbfn2o6B4 , di Etta James https://www.youtube.com/watch?v=lk-pL6FVmssDolly Parton, Prince https://www.youtube.com/watch?v=5qTTWWL5MZg , e di qualsiasi altra cosa gli passa per la testa), un brano quasi old fashioned, con un tocco barrelhouse del piano e la voce birichina della nostra amica. Kelly Finnigan è la figlia di Mike, anche lei organista, e appare nel funky-soul-rock della mossa Pusher Man, mentre Welch ritorna con Schell nella blues ballad My Heart Remains, di nuovo in territori cari a Bonnie Raitt, con un brano romantico ed avvolgente di grande fascino. La Finnigan si rivela anche cantante intrigante nel duetto imbastito nella bluesata Someday You Might Change Your Mind. Chiude un eccellente album l’unico tuffo nel blues “puro”, offerto con la sinuosa Lord I Just Can’t  Keep From Crying firmata da Blind Willie Johnson, ma impreziosita dal grande lavoro alla slide di Luther Dickinson, in un brano che ricorda nelle sue sonorità il miglior Ry Cooder degli anni ’70, splendido https://www.youtube.com/watch?v=9b0VIPUxgW0 .

Bruno Conti  

George, Se Puoi, Perdonalo Da Lassù! Randy Bachman – By George-By Bachman: Songs Of George Harrison

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Randy Bachman – By George-By Bachman: Songs Of George Harrison – 12 Hit Wonder/Universal CD

George Harrison, il “Beatle Tranquillo” come lo chiamavano gli addetti ai lavori ed i fans, ha avuto molti più riconoscimenti ed apprezzamenti dopo la morte avvenuta nel 2001 che in vita: il fatto di essere oscurato dalle carismatiche ma ingombranti presenze di John Lennon e Paul McCartney ha spesso fatto passare sotto silenzio che, tra i Beatles, il musicista tecnicamente più preparato fosse proprio lui, chitarrista dallo stile raffinato e sopraffino, ed anche notevole songwriter, pur se poco prolifico (ed io l’avevo eletto da sempre a mio Beatle preferito, già in tempi non sospetti). Tra gli estimatori di George figura anche Randy Bachman, singer, songwriter e chitarrista canadese oggi quasi dimenticato, ma che negli anni sessanta e settanta ebbe il suo periodo di successo prima con i Guess Who e poi con i Bachman Turner Overdrive, titolari di un godibile rock basato su riff di chitarra diretti e melodie orecchiabili, con canzoni come These Eyes, American Woman, Taking Care Of Business e You Ain’t Seen Nothin’ Yet. Bachman negli ultimi anni è stato poco attivo (il suo ultimo lavoro è del 2015, Heavy Blues, un disco appena discreto nonostante i grandi ospiti coinvolti) http://discoclub.myblog.it/2015/05/02/vecchie-glorie-canadesi-amici-randy-bachman-heavy-blues/ .

Quindi ho salutato con piacere questa sua nuova fatica, By George By Bachman, dedicata appunto alle canzoni di Harrison, con la particolarità di prendere in esame quasi esclusivamente i pezzi scritti per i Beatles e con appena due canzoni tratte dal suo periodo solista. Randy non è mai stato un fuoriclasse, ma uno che nel periodo di massima popolarità ha cavalcato abbastanza bene l’onda di quello che oggi viene chiamato “classic rock”, ma ero comunque convinto che, alle prese con un songbook di tutto rispetto come quello del musicista di Liverpool, potesse creare un disco piacevole e riuscito. Ebbene, niente di più sbagliato: Randy ha avuto la malaugurata idea, per non dire la supponenza, di cambiare radicalmente quasi tutti gli arrangiamenti dei pezzi scelti, con risultati il più delle volte da mani nei capelli: non sto qui a dire che io amo le cover-fotocopia degli originali, ma se vuoi stravolgere completamente una canzone o sei Jimi Hendrix, o comunque hai classe e personalità adatte per farlo, oppure lascia perdere. Le parti di chitarra andrebbero anche bene, ma è il resto che non funziona: arrangiamenti a parte, Bachman non è mai stato un cantante espressivo, il suo timbro è sempre stato piuttosto qualunque e poco personale, e qui infatti si fa aiutare parecchio dagli altri membri della band (Brent Knudsen, chitarra, Mick Dalla, basso e tastiere, Marc LaFrance, batteria), creando però un fastidioso effetto karaoke collettivo: neppure Harrison era un vocalist potentissimo, ma aveva un suo stile ed un suo particolare carisma.

L’iniziale Between Two Mountains non è di George, ma un brano nuovo di Randy eseguito però nello stile dell’ex Beatle: avvio con sitar e tabla indiani, poi entra una strumentazione rock guidata da una bella slide, per una discreta canzone dal ritmo sostenuto e con un buon ritornello doppiato dal riff chitarristico (ed il testo non manca di parlare di amore universale e spirituale tra un “Hallelujah” ed un “Hare Krishna”). If I Needed Someone è quasi irriconoscibile, dato che Bachman le riserva uno strano arrangiamento tra pop e funky, non molto riuscito a mio parere, anzi quasi irritante. You Like Me Too Much, uno dei brani meno noti dei Beatles (era su Help!), diventa una pop song solare dal ritmo quasi da bossa nova, abbastanza gradevole e ben suonata, anche se il cantato della band all’unisono viene un po’ a noia; While My Guitar Gently Weeps è materia pericolosa, probabilmente il miglior brano rock mai scritto da George, che nella versione originale dei Beatles aveva il marchio indelebile di Eric Clapton: Randy accelera notevolmente il ritmo e ne aumenta ancora la potenza chitarristica, facendosi aiutare da Walter Trout, ma l’esito è piuttosto sconfortante, come rovinare un pezzo leggendario premendo solo sull’acceleratore ma senza un minimo di finezza (anche se le chitarre fanno indubbiamente il loro porco lavoro). Handle With Care è il brano che diede il via alla meravigliosa avventura dei Traveling Wilburys, altra grande canzone che qui non sarebbe neanche male, in quanto il nostro mantiene intatto l’approccio melodico originale, peccato per la sua voce piatta e senza spessore che finisce per ammosciare il tutto.

Taxman non mi è mai piaciuta molto neanche nella versione dei Fab Four, e Bachman non ha certo le capacità per farmi cambiare idea, anche se apprezzo il tentativo di farla diventare un boogie alla ZZ Top, I Need You è un brano minore del gruppo di Liverpool, ma l’originale aveva un sapore byrdsiano che qua sparisce a scapito di un arrangiamento roccioso ma abbastanza campato per aria (ed il feeling è totalmente assente), mentre Something fa letteralmente pena, per non dire di peggio, ritmo più sostenuto, un mood da pop song di basso livello, da sottofondo per ascensori (sembra il peggior Santana), con la magia della ballad originale totalmente sparita. Faccio persino fatica a proseguire nell’ascolto (ed inizio a rimpiangere i soldi buttati): Think For Yourself stranamente non è male, è decisamente più rock, con le chitarre in palla ed il motivo del brano che ben si adatta a questa veste, ma con la splendida (in origine) Here Comes The Sun si ripiomba negli inferi del buon gusto, in quanto viene trasformata in un reggae sconclusionato e bislacco: già il genere a me non piace, ma qui si sconfina nel ridicolo, complice un assurdo finale simil-flamenco degno dei Gipsy Kings. Don’t Bother Me è la prima canzone che George scrisse per i Beatles, che già in origine non era un capolavoro, ma qui ha un bel tiro rock e forse, caso unico, migliora, anche se poi Randy rimette tutto a posto (in negativo) con una Give Me Love (Give Me Peace On Earth) che sembra pensata da un bambino di dieci anni, prima di concludere il tutto con una breve e tutto sommato inutile ripresa di Between Two Mountains.

Credo di aver parlato anche troppo di questo disco, per il sottoscritto finora il più brutto tra quelli ascoltati nel 2018 (ben più di quello dei Decemberists): se volete delle cover di George Harrison fatte come Dio comanda, andate a risentirvi (o rivedervi) lo strepitoso Concert For George, uno dei più bei tributi di sempre, tra l’altro appena ristampato (anche in BluRay) per chi se lo fosse perso all’epoca.

Marco Verdi

Anche Loro Sulle Strade Della California Rock. Supersonic Blues Machine – Californisoul

supersonic blues machine californisoul

Supersonic Blues Machine – Californisoul – Mascot/Provogue  

Capitolo secondo per il power rock trio formato da Lance Lopez, chitarra e voce, Fabrizio Grossi, basso e produttore del disco, nonché Kenny Aronoff alla batteria: se uniamo il titolo del disco, California e soul, e quello della band, che contiene comunque la parola blues al suo interno, e se aggiungiamo ancora rock, abbiamo una idea generale di cosa aspettarci. Come è politica abituale della Provogue nell’album ci sono vari ospiti, quattro in comune con il disco precedente del gruppo e uno “nuovo”: vi dico subito che non si raggiungono i livelli del recente album di duetti di Walter Trout (peraltro presente in un brano), che era veramente un disco notevole http://discoclub.myblog.it/2017/08/29/tutti-insieme-appassionatamente-difficile-fare-meglio-walter-trout-and-friends-were-all-in-this-together/ , ma il trio, californiano di adozione, con un texano, un italiano e un newyorkese in formazione, sa comunque regalarci del sano rock-blues, ogni tanto di grana grossa, anche pestato, sia pure con Aronoff  che lo fa con cognizione di causa grazie ai suoi trascorsi con Mellencamp e Fogerty, “moderno” e commerciale a tratti, per la presenza di Grossi che frequenta anche altri generi, con la guida della band affidata a Lopez, che è chitarrista di stampo Hendrix-vaughaniano, se mi passate il termine, e buon cantante, con una voce che, come ricordavo nella recensione del disco precedente West Of Flushing South Of Frisco,  ricorda molto quella di Popa Chubby http://discoclub.myblog.it/2016/02/26/rock-blues-buoni-risultati-esce-febbraio-supersonic-blues-machine-west-of-flushing-south-of-frisco/ .

Californisoul si apre con I Am Done Missing You, che ondeggia tra un classico blues-rock di stampo seventies, anche con uso di armonica, con elementi funky, reggae e coretti che cercano di strizzare l’occhio alle radio, mai senza sbracare troppo, insomma un tocco di modernità senza comunque adagiarsi a fondo nel conformismo della musica attuale, tutta uguale, e con Lopez che comincia subito a scaldare il suo wah-wah. Il primo ospite a presentarsi è Robben Ford, con il suo tocco raffinato e di gran classe, in un brano, Somebody’s Fool, che richiama certe cose vagamente alla Cream, con Grossi, che è l’autore di tutti i brani, che inserisce sempre qualche elemento più leggero e commerciale, ma le chitarre viaggiano alla grande, Lopez alla slide e Ford molto bluesy e tirato per i suoi standard abituali; L.O.V.E. ha ancora questa aura da Californisoul, con R&B e Rock che vanno a braccetto con il blues, di nuovo armonica e chitarre a guidare le danze, ma anche il groove non manca, e gli altri musicisti aggiunti, Alessandro Alessandroni Jr. alle tastiere (proprio lui, figlio d’arte del famoso “fischiatore dei Western di Morricone), Serge Simic, armonie vocali in Love” e “Hard Times”, come pure Andrea e Francis Benitez Grossi, danno quel tocco più radiofonico https://www.youtube.com/watch?v=wKnjRBk2Xjc . Broken Hart con Billy Gibbons alla seconda chitarra, potete immaginare come è, due texani nello stesso brano ed è subito southern rock a tutta forza, non si fanno prigionieri; Bad Boys, ancora con Lance Lopez a pigiare sul suo pedale wah-wah, attinge sia dall’Hendrix più nero come dalle band di funky-rock anni ’70, come conferma la successiva Elevate, questa volta con Eric Gales, altro hendrixiano doc, a duettare con Lopez in uno sciabordio frenetico di chitarre a manetta e cambi di tempo repentini (non so cosa ho detto, ma suona bene).

The One tenta anche la carta del latin-rock alla Santana, con discreti risultati, grazie anche ai soliti inserti soul, mentre Hard Times, con l’ex Toto Steve Lukather alla seconda solista aggiunta, nei suoi quasi otto minuti prova con successo la strada di un rock melodico, complesso, anche raffinato, costruito su un bel crescendo di questa rock ballad che gira attorno al grande lavoro dei vari musicisti coinvolti, e che finale! Cry è un bel lento che ruota attorno ad un piano elettrico e con il gruppo che costruisce lentamente l’atmosfera di questa sorta di preghiera laica; Stranger, di nuovo a tutto wah-wah, non allenta la tensione del rock tirato che domina questo Californisoul, che poi, grazie alla presenza di Walter Trout alla seconda chitarra, aumenta la quota blues (rock) in lento molto “atmosferico” e con le soliste che lavorano veramente di fino. Thank You, con una sezione fiati che sbuca dal nulla e i ritmi decisamente reggae di This is Love, mi sembrano canzoni meno centrate, al di là del solito buon lavoro della solista di Lopez, ma secondo il mio gusto personale abbassano il livello medio di un album complessivamente buono e destinato soprattutto a chi ama il rock energico e chitarristico.

Bruno Conti