Con I Fratelli Nei Trampled Under Foot Era Una Potenza, Ma Anche Da Sola Con Alcuni “Amici” Non Scherza. Danielle Nicole – Cry No More

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Danielle Nicole – Cry No More – Concord Records

Danielle Nicole Schnebelen (per darle il suo nome e cognome completi) viene da Kansas City, per parecchi anni ha fatto parte della band di famiglia, i Trampled Under Foot, con i fratelli Kris, alla batteria, e Nick Schnebelen, alla chitarra e seconda voce, autori una apprezzabile carriera culminata con  Wrong Side Of The Blues e soprattutto Badlands, uscito nel 2013 http://discoclub.myblog.it/2013/08/01/sempre-piu-bravi-trampled-und-5546876/ . Nel gruppo la stella era Danielle, cantante e bassista (strumento imparato per necessità, ma poi rimasto nel suo DNA, visto che lo suona ancora oggi alla grande), ma anche Nick era (ed è) chitarrista ed interprete raffinato http://discoclub.myblog.it/2017/07/14/forse-il-nome-vi-dice-qualcosa-anzi-il-cognome-nick-schnebelen-live-in-kansas-city/ . La Nicole ha esordito con un EP omonimo nel 2015, poi ha pubblicato il suo primo album solo Wolf Den nel 2015, prodotto da Anders Osborne e quindi con consistenti “sapori” New Orleans, a fianco del “solito” blues e del soul. Ed ora con questo Cry No More realizza quello che probabilmente è il suo disco migliore: con Tony Braunagel, che produce e suona la batteria, la brava Danielle è affiancata da Johnny Lee Schell (a lungo con Bonnie Raitt), alla chitarra e da alcuni ospiti di pregio presenti in alcuni brani, che vediamo di volta in volta.

Lei firma, da sola o in compagnia, ben 9 delle canzoni presenti nel CD, ma quello che impressiona ancora una volta è la sua estensione vocale, che di volta in volta è stata avvicinata a Janis Joplin e Bonnie Raitt, ma che comunque ha un suo timbro ben definito, di grande fascino ed espressività: sin dall’iniziale Crawl, dove alla chitarra appare il fratello Nick, si apprezza la varietà dei temi musicali utilizzati, in questo brano il rock vibrante e grintoso, fattore che era tra gli atout del periodo con i Trampled Under Foot, che non a caso prendevano il loro nome da un brano dei Led Zeppelin, grande grinta e il suono dell’organo di Mike Sedovic che allarga lo spetto sonoro del brano, con le chitarre di Schell e Schnebelen (pare incredibile ma nel libretto sono riusciti a “ciccarne” il cognome) a duettare in un mood non lontano dai brani più rock di Beth Hart, la successiva I’m Going Home, con Mike Finnigan all’organo, e la presenza, spesso reiterata, di un paio di voci femminili di supporto, vede la presenza del grande Sonny Landreth magnifico alla slide, per un pezzo dall’ambientazione sonora sospesa e minacciosa all’inizio e poi ritmata e tirata, mentre la nostra amica imperversa ancora con la sua voce splendida. Hot Spell è un brano inedito di Bill Withers, da lungo ritirato dalle scene, che però ha voluto regalare questa canzone alla Nicole, senza peraltro apparirvi, in questo pezzo tra soul e blues, molto sensuale e di grande fascino, con il basso funky di Danielle che ancora il suono in modo deciso. Burnn’ For You, di nuovo con l’organo di Finnigan e le voci femminili in bella evidenza, è un altro pezzo di impostazione rock-blues con la chitarra di Walter Trout a disegnare le sue linee soliste eleganti e vibranti, mentre la title track Cry No More è una deliziosa ballata soul che ricorda le cose migliori di Bonnie Raitt ( o Susan Tedeschi), insinuante e scandita con grande classe.

Poison The Well rimane in questo stile elegante tra pop e canzone d’autore, mentre si apprezza l’ottimo interscambio ritmico tra Braunagel e la Schneleben. Che poi scrive una delle canzoni più emozionanti del CD Bobby, dedicata al padre, scomparso ormai da tempo, ma per cui rimane un affetto sconfinato, la traccia ha un tocco quasi country delicato ed intimo, con il cigar box fiddle suonato da Johnny Lee  Schell, mentre la nostra amica azzecca un timbro malinconico che ben si adatta allo spirito del brano. Con Save Me, dove appare Kenny Wayne Shepherd alla solista, si torna ad un rock-blues grintoso e tirato, ma sempre illuminato da sprazzi di grande classe, e pure How Come U Don’t Call Anymore, una cover di un pezzo poco noto di Prince, si avvale di un “manico” dalla grande tecnica e gusto come Moster Mike Welch, mentre Mike Sedovic passa al Wurlitzer e il brano è dolce ed avvolgente, di squisita fattura, sempre cantato deliziosamente. Baby Eyes vede la presenza di Brandon Miller, che è il chitarrista della touring band della Nicole (dal vivo sono una forza della natura, tra cover dei Led Zeppelin https://www.youtube.com/watch?v=OYzbfn2o6B4 , di Etta James https://www.youtube.com/watch?v=lk-pL6FVmssDolly Parton, Prince https://www.youtube.com/watch?v=5qTTWWL5MZg , e di qualsiasi altra cosa gli passa per la testa), un brano quasi old fashioned, con un tocco barrelhouse del piano e la voce birichina della nostra amica. Kelly Finnigan è la figlia di Mike, anche lei organista, e appare nel funky-soul-rock della mossa Pusher Man, mentre Welch ritorna con Schell nella blues ballad My Heart Remains, di nuovo in territori cari a Bonnie Raitt, con un brano romantico ed avvolgente di grande fascino. La Finnigan si rivela anche cantante intrigante nel duetto imbastito nella bluesata Someday You Might Change Your Mind. Chiude un eccellente album l’unico tuffo nel blues “puro”, offerto con la sinuosa Lord I Just Can’t  Keep From Crying firmata da Blind Willie Johnson, ma impreziosita dal grande lavoro alla slide di Luther Dickinson, in un brano che ricorda nelle sue sonorità il miglior Ry Cooder degli anni ’70, splendido https://www.youtube.com/watch?v=9b0VIPUxgW0 .

Bruno Conti  

George, Se Puoi, Perdonalo Da Lassù! Randy Bachman – By George-By Bachman: Songs Of George Harrison

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Randy Bachman – By George-By Bachman: Songs Of George Harrison – 12 Hit Wonder/Universal CD

George Harrison, il “Beatle Tranquillo” come lo chiamavano gli addetti ai lavori ed i fans, ha avuto molti più riconoscimenti ed apprezzamenti dopo la morte avvenuta nel 2001 che in vita: il fatto di essere oscurato dalle carismatiche ma ingombranti presenze di John Lennon e Paul McCartney ha spesso fatto passare sotto silenzio che, tra i Beatles, il musicista tecnicamente più preparato fosse proprio lui, chitarrista dallo stile raffinato e sopraffino, ed anche notevole songwriter, pur se poco prolifico (ed io l’avevo eletto da sempre a mio Beatle preferito, già in tempi non sospetti). Tra gli estimatori di George figura anche Randy Bachman, singer, songwriter e chitarrista canadese oggi quasi dimenticato, ma che negli anni sessanta e settanta ebbe il suo periodo di successo prima con i Guess Who e poi con i Bachman Turner Overdrive, titolari di un godibile rock basato su riff di chitarra diretti e melodie orecchiabili, con canzoni come These Eyes, American Woman, Taking Care Of Business e You Ain’t Seen Nothin’ Yet. Bachman negli ultimi anni è stato poco attivo (il suo ultimo lavoro è del 2015, Heavy Blues, un disco appena discreto nonostante i grandi ospiti coinvolti) http://discoclub.myblog.it/2015/05/02/vecchie-glorie-canadesi-amici-randy-bachman-heavy-blues/ .

Quindi ho salutato con piacere questa sua nuova fatica, By George By Bachman, dedicata appunto alle canzoni di Harrison, con la particolarità di prendere in esame quasi esclusivamente i pezzi scritti per i Beatles e con appena due canzoni tratte dal suo periodo solista. Randy non è mai stato un fuoriclasse, ma uno che nel periodo di massima popolarità ha cavalcato abbastanza bene l’onda di quello che oggi viene chiamato “classic rock”, ma ero comunque convinto che, alle prese con un songbook di tutto rispetto come quello del musicista di Liverpool, potesse creare un disco piacevole e riuscito. Ebbene, niente di più sbagliato: Randy ha avuto la malaugurata idea, per non dire la supponenza, di cambiare radicalmente quasi tutti gli arrangiamenti dei pezzi scelti, con risultati il più delle volte da mani nei capelli: non sto qui a dire che io amo le cover-fotocopia degli originali, ma se vuoi stravolgere completamente una canzone o sei Jimi Hendrix, o comunque hai classe e personalità adatte per farlo, oppure lascia perdere. Le parti di chitarra andrebbero anche bene, ma è il resto che non funziona: arrangiamenti a parte, Bachman non è mai stato un cantante espressivo, il suo timbro è sempre stato piuttosto qualunque e poco personale, e qui infatti si fa aiutare parecchio dagli altri membri della band (Brent Knudsen, chitarra, Mick Dalla, basso e tastiere, Marc LaFrance, batteria), creando però un fastidioso effetto karaoke collettivo: neppure Harrison era un vocalist potentissimo, ma aveva un suo stile ed un suo particolare carisma.

L’iniziale Between Two Mountains non è di George, ma un brano nuovo di Randy eseguito però nello stile dell’ex Beatle: avvio con sitar e tabla indiani, poi entra una strumentazione rock guidata da una bella slide, per una discreta canzone dal ritmo sostenuto e con un buon ritornello doppiato dal riff chitarristico (ed il testo non manca di parlare di amore universale e spirituale tra un “Hallelujah” ed un “Hare Krishna”). If I Needed Someone è quasi irriconoscibile, dato che Bachman le riserva uno strano arrangiamento tra pop e funky, non molto riuscito a mio parere, anzi quasi irritante. You Like Me Too Much, uno dei brani meno noti dei Beatles (era su Help!), diventa una pop song solare dal ritmo quasi da bossa nova, abbastanza gradevole e ben suonata, anche se il cantato della band all’unisono viene un po’ a noia; While My Guitar Gently Weeps è materia pericolosa, probabilmente il miglior brano rock mai scritto da George, che nella versione originale dei Beatles aveva il marchio indelebile di Eric Clapton: Randy accelera notevolmente il ritmo e ne aumenta ancora la potenza chitarristica, facendosi aiutare da Walter Trout, ma l’esito è piuttosto sconfortante, come rovinare un pezzo leggendario premendo solo sull’acceleratore ma senza un minimo di finezza (anche se le chitarre fanno indubbiamente il loro porco lavoro). Handle With Care è il brano che diede il via alla meravigliosa avventura dei Traveling Wilburys, altra grande canzone che qui non sarebbe neanche male, in quanto il nostro mantiene intatto l’approccio melodico originale, peccato per la sua voce piatta e senza spessore che finisce per ammosciare il tutto.

Taxman non mi è mai piaciuta molto neanche nella versione dei Fab Four, e Bachman non ha certo le capacità per farmi cambiare idea, anche se apprezzo il tentativo di farla diventare un boogie alla ZZ Top, I Need You è un brano minore del gruppo di Liverpool, ma l’originale aveva un sapore byrdsiano che qua sparisce a scapito di un arrangiamento roccioso ma abbastanza campato per aria (ed il feeling è totalmente assente), mentre Something fa letteralmente pena, per non dire di peggio, ritmo più sostenuto, un mood da pop song di basso livello, da sottofondo per ascensori (sembra il peggior Santana), con la magia della ballad originale totalmente sparita. Faccio persino fatica a proseguire nell’ascolto (ed inizio a rimpiangere i soldi buttati): Think For Yourself stranamente non è male, è decisamente più rock, con le chitarre in palla ed il motivo del brano che ben si adatta a questa veste, ma con la splendida (in origine) Here Comes The Sun si ripiomba negli inferi del buon gusto, in quanto viene trasformata in un reggae sconclusionato e bislacco: già il genere a me non piace, ma qui si sconfina nel ridicolo, complice un assurdo finale simil-flamenco degno dei Gipsy Kings. Don’t Bother Me è la prima canzone che George scrisse per i Beatles, che già in origine non era un capolavoro, ma qui ha un bel tiro rock e forse, caso unico, migliora, anche se poi Randy rimette tutto a posto (in negativo) con una Give Me Love (Give Me Peace On Earth) che sembra pensata da un bambino di dieci anni, prima di concludere il tutto con una breve e tutto sommato inutile ripresa di Between Two Mountains.

Credo di aver parlato anche troppo di questo disco, per il sottoscritto finora il più brutto tra quelli ascoltati nel 2018 (ben più di quello dei Decemberists): se volete delle cover di George Harrison fatte come Dio comanda, andate a risentirvi (o rivedervi) lo strepitoso Concert For George, uno dei più bei tributi di sempre, tra l’altro appena ristampato (anche in BluRay) per chi se lo fosse perso all’epoca.

Marco Verdi

Anche Loro Sulle Strade Della California Rock. Supersonic Blues Machine – Californisoul

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Supersonic Blues Machine – Californisoul – Mascot/Provogue  

Capitolo secondo per il power rock trio formato da Lance Lopez, chitarra e voce, Fabrizio Grossi, basso e produttore del disco, nonché Kenny Aronoff alla batteria: se uniamo il titolo del disco, California e soul, e quello della band, che contiene comunque la parola blues al suo interno, e se aggiungiamo ancora rock, abbiamo una idea generale di cosa aspettarci. Come è politica abituale della Provogue nell’album ci sono vari ospiti, quattro in comune con il disco precedente del gruppo e uno “nuovo”: vi dico subito che non si raggiungono i livelli del recente album di duetti di Walter Trout (peraltro presente in un brano), che era veramente un disco notevole http://discoclub.myblog.it/2017/08/29/tutti-insieme-appassionatamente-difficile-fare-meglio-walter-trout-and-friends-were-all-in-this-together/ , ma il trio, californiano di adozione, con un texano, un italiano e un newyorkese in formazione, sa comunque regalarci del sano rock-blues, ogni tanto di grana grossa, anche pestato, sia pure con Aronoff  che lo fa con cognizione di causa grazie ai suoi trascorsi con Mellencamp e Fogerty, “moderno” e commerciale a tratti, per la presenza di Grossi che frequenta anche altri generi, con la guida della band affidata a Lopez, che è chitarrista di stampo Hendrix-vaughaniano, se mi passate il termine, e buon cantante, con una voce che, come ricordavo nella recensione del disco precedente West Of Flushing South Of Frisco,  ricorda molto quella di Popa Chubby http://discoclub.myblog.it/2016/02/26/rock-blues-buoni-risultati-esce-febbraio-supersonic-blues-machine-west-of-flushing-south-of-frisco/ .

Californisoul si apre con I Am Done Missing You, che ondeggia tra un classico blues-rock di stampo seventies, anche con uso di armonica, con elementi funky, reggae e coretti che cercano di strizzare l’occhio alle radio, mai senza sbracare troppo, insomma un tocco di modernità senza comunque adagiarsi a fondo nel conformismo della musica attuale, tutta uguale, e con Lopez che comincia subito a scaldare il suo wah-wah. Il primo ospite a presentarsi è Robben Ford, con il suo tocco raffinato e di gran classe, in un brano, Somebody’s Fool, che richiama certe cose vagamente alla Cream, con Grossi, che è l’autore di tutti i brani, che inserisce sempre qualche elemento più leggero e commerciale, ma le chitarre viaggiano alla grande, Lopez alla slide e Ford molto bluesy e tirato per i suoi standard abituali; L.O.V.E. ha ancora questa aura da Californisoul, con R&B e Rock che vanno a braccetto con il blues, di nuovo armonica e chitarre a guidare le danze, ma anche il groove non manca, e gli altri musicisti aggiunti, Alessandro Alessandroni Jr. alle tastiere (proprio lui, figlio d’arte del famoso “fischiatore dei Western di Morricone), Serge Simic, armonie vocali in Love” e “Hard Times”, come pure Andrea e Francis Benitez Grossi, danno quel tocco più radiofonico https://www.youtube.com/watch?v=wKnjRBk2Xjc . Broken Hart con Billy Gibbons alla seconda chitarra, potete immaginare come è, due texani nello stesso brano ed è subito southern rock a tutta forza, non si fanno prigionieri; Bad Boys, ancora con Lance Lopez a pigiare sul suo pedale wah-wah, attinge sia dall’Hendrix più nero come dalle band di funky-rock anni ’70, come conferma la successiva Elevate, questa volta con Eric Gales, altro hendrixiano doc, a duettare con Lopez in uno sciabordio frenetico di chitarre a manetta e cambi di tempo repentini (non so cosa ho detto, ma suona bene).

The One tenta anche la carta del latin-rock alla Santana, con discreti risultati, grazie anche ai soliti inserti soul, mentre Hard Times, con l’ex Toto Steve Lukather alla seconda solista aggiunta, nei suoi quasi otto minuti prova con successo la strada di un rock melodico, complesso, anche raffinato, costruito su un bel crescendo di questa rock ballad che gira attorno al grande lavoro dei vari musicisti coinvolti, e che finale! Cry è un bel lento che ruota attorno ad un piano elettrico e con il gruppo che costruisce lentamente l’atmosfera di questa sorta di preghiera laica; Stranger, di nuovo a tutto wah-wah, non allenta la tensione del rock tirato che domina questo Californisoul, che poi, grazie alla presenza di Walter Trout alla seconda chitarra, aumenta la quota blues (rock) in lento molto “atmosferico” e con le soliste che lavorano veramente di fino. Thank You, con una sezione fiati che sbuca dal nulla e i ritmi decisamente reggae di This is Love, mi sembrano canzoni meno centrate, al di là del solito buon lavoro della solista di Lopez, ma secondo il mio gusto personale abbassano il livello medio di un album complessivamente buono e destinato soprattutto a chi ama il rock energico e chitarristico.

Bruno Conti

Tutti Insieme Appassionatamente: Difficile Fare Meglio! Walter Trout And Friends – We’re All In This Together

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Walter Trout And Friends – We’re All In This Together – Mascot/Provogue

Quando, nella primavera del 2014, usciva The Blues Came Callin’, una sorta di testamento sonoro per Walter Trout costretto in un letto di ospedale, praticamente quasi in fin di vita, in attesa di un trapianto di fegato che non arrivava, con pochi che avrebbero scommesso sulla sua sopravvivenza http://discoclub.myblog.it/2014/05/19/disco-la-vita-walter-trout-the-blues-came-callin/ . E invece, all’ultimo momento, trovato il donatore, Trout è stato sottoposto all’intervento che lo ha salvato e oggi può raccontarlo. O meglio lo ha già raccontato; prima in Battle Scars, un disco che raccontava la sua lenta ripresa http://discoclub.myblog.it/2015/10/03/storia-lieto-fine-walter-trout-battle-scars/ , con canzoni malinconiche, ma ricche di speranza, che narravano degli anni bui, poi lo scorso anno è uscito il celebrativo doppio dal vivo Alive In Amsterdam http://discoclub.myblog.it/2016/06/05/supplemento-della-domenica-anteprima-walter-trout-alive-amsterdam/  ed ora esce questo nuovo We’re All In This Together, un disco veramente bello, una sorta di “With A Little Help From My Friendso The Sound Of Music, un film musicale che in Italia è stato chiamato “Tutti Insieme Appassionatamente”, un album di duetti, con canzoni scritte appositamente da Trout per l’occasione, e se gli album che lo hanno preceduto erano tutti ottimi, il disco di cui andiamo a parlare è veramente eccellente, probabilmente il migliore della sua carriera.

Prodotto dal fido Eric Come, con la band abituale di Walter, ovvero l’immancabile Sammy Avila alle tastiere, oltre a Mike Leasure alla batteria e Johnny Griparic al basso, il disco, sia per la qualità delle canzoni, tutte nuove e di ottimo livello (a parte una cover), sia per gli ospiti veramente formidabili che si alternano brano dopo brano, è veramente di grande spessore. Questa volta si è andati oltre perché Walter Trout ha pescato anche musicisti di altre etichette, e non ha ristretto il campo solo ai chitarristi (per quanto preponderanti), ma anche ad altri strumentisti e cantanti: si parte subito alla grande con un poderoso shuffle come Gonna Hurt Like Hell dove Kenny Wayne Shepherd e Trout si scambiano potenti sciabolate con le loro soliste e il nostro Walter è anche in grande spolvero vocale. Partenza eccellente che viene confermata in un duetto da incorniciare con il maestro della slide Sonny Landreth (secondo Trout il più grande a questa tecnica di sempre), Ain’t Goin’ Back è un voluttuoso brano dove si respirano profumi di Louisiana, su un ritmo acceso e brillante le chitarre scorrono rapide e sicure in un botta e risposta entusiasmante, quasi libidinoso, ragazzi se suonano; The Other Side Of The Pillow è un blues duro e puro che ci rimanda ai fasti della Chicago anni ’60 della Butterfield Blues Band o del gruppo di Charlie Musselwhite, qui come al solito magnifico all’armonica e alla seconda voce.

Poi arriva a sorpresa, o forse no, una She Listens To The Blackbird, in coppia con Mike Zito, che sembra un brano uscito da Brothers and Sisters degli Allman Brothers più country oriented, un incalzante mid-tempo di stampo southern dove anche i florilegi di Avila aggiungono fascino al lavoro dei due chitarristi; notevole poi l’accoppiata con un ispirato Robben Ford, che rende omaggio a tutte le anime del suo passato, in una strumentale Mr. Davis che unisce jazz, poco, e blues alla Freddie King, molto, con risultati di grande fascino. L’unica cover presente è una torrenziale The Sky Is Crying, un duetto devastante con Warren Haynes, qui credo alla slide, per oltre 7 minuti di slow blues che i due avevano già suonato dal vivo e qui ribadiscono in una magica versione di studio; dopo sei brani incredibili, il funky-blues hendrixiano a tutto wah-wah di Somebody Goin’ Down insieme a Eric Gales, che in un altro disco avrebbe spiccato, qui è solo “normale”, ma comunque niente male, come pure un piacevole She Steals My Heart Away, in coppia con il Winter meno noto, Edgar, impegnato a sax e tastiere, per una “leggera” ballatona di stampo R&B che stempera le atmosfere, mentre nella successiva Crash And Burn registrata insieme allo “spirito affine” Joe Louis Walker , i due ci danno dentro di brutto in un electric blues di grande intensità.

Nel brano Too Much To Carry avrebbe dovuto esserci Curtis Salgado, una delle voci più interessanti del blues’n’soul contemporaneo che però di recente ha avuto un infarto, comunque il sostituto è un altro cantante-armonicista con le contropalle come John Nemeth, che non lo fa rimpiangere http://discoclub.myblog.it/2017/06/27/blues-got-soul-da-una-voce-sopraffina-john-nemeth-feelin-freaky/ . Quando il nostro deciderà di ritirarsi, è già pronto il figlio Jon Trout per sostituirlo, e a giudicare da Do You See Me At All, sarà il più tardi possibile, ma l’imprinting e la classe ci sono. L’unica concessione ad un rock più classico la troviamo in Got Nothin’ Left, un pezzo molto adatto all’ospite Randy Bachman, e come dice lo stesso Trout se chiudete gli occhi può sembrare un pezzo dei vecchi BTO, boogie R&R a tutto riff; naturalmente non poteva mancare uno dei mentori di Walter, quel John Mayall di cui Trout è stato l’ultimo grande Bluesbreaker, i due se la giocano in veste acustica in un Blues For Jimmy T, solo chitarra, armonica e la voce del titolare. La conclusione è affidata ad un blues lento di quelli fantastici, la title-track We’re All In This Together, e sono quasi otto minuti dove Walter Trout e Joe Bonamassa distillano dalle rispettive chitarre una serie di solo di grande pregio e tecnica, e cantano pure alla grande, che poi riassume quello che è questo album, un disco veramente bello dove rock e blues vanno a braccetto con grande ardore e notevole brillantezza, difficile fare meglio. Esce venerdì 1° settembre.

Bruno Conti

Come Si Può Dargli Torto? Mike Zito – Make Blues Not War

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Mike Zito  – Make Blues Not War – Ruf Records

Mike Zito nel corso del suo tragitto musicale, partito da St. Louis una ventina di anni fa, ha incrociato i suoi percorsi con Anders Osborne, Reese Wynans, Sonny Landreth, Delbert McClinton, tutta gente che ha suonato nei suoi dischi, è andato a vivere in Texas, come testimoniato da uno dei suoi dischi migliori (Gone To Texas), è passato anche da New Orleans per condividere il suo percorso con Cyril Neville, e insieme a Devon Allman, hanno virato verso derive sudiste nei Royal Southern Btotherhood, ma dopo due dischi in studio e uno dal vivo, la band  che è rimasta a Neville, ha inserito nuovi elementi. Nel frattempo ha pubblicato due eccellenti album con i Wheel, quello citato e un superbo Songs From The Road, registrato dal vivo, dove il sound aveva anche elementi soul, R&B, country e inevitabilmente southern rock di matrice texana, il tutto proposto con una voce forte e potente, eclettica, tra le migliori nel panorama della musica del Sud degli States. Ed ecco che ora l’irrequieto Zito decide che è meglio Make Blues Not War, e su questo’assunto non si può dire nulla.

Se poi per portarlo a termine ti rivolgi a uno come Tom Hambridge che è stato definito “The White Willie Dixon”, grazie ai suoi lavori con Buddy Guy, Joe Louis Walker, George Thorogood, James Cotton, ecc.,  è quasi inevitabile che il risultato, oltre ad essere ottimo, e lo è, sarà un disco di blues, al di là del titolo profetico. Hambridge, come al solito nei suoi studi di Nashville, ha realizzato un disco che oscilla tra le varie forme di blues: rock-blues tirato e potente, a tratti quasi con derive hard-rock, classico Chicago blues elettrico e un suono southern rock retaggio del passato di Zito. Lo stesso Tom Hambridge è il batterista nle disco, questa volta optando per un approccio di potenza devastante, Tommy MacDonald è il bassista, Rob McNelley è la seconda chitarra solista, in più Kevin McKendree aggiunge le sue tastiere ove occorra, cioè quasi sempre, e ci sono anche un paio di ospiti di prestigio, che andiamo subito a vedere. Le canzoni portano quasi tutte la firma dello stesso Hambridge, cinque insieme a Mike, altre con diversi co-autori e confermano la validità della sua penna, che gli è valsa l’appellativo meritato ricordato poc’anzi. Si parte sparatissimi con una granitica Highway Mama, dove all’accoppiata di chitarre McNelley/Zito (che in tutto il disco è formidabile, soprattutto il buon Mike, che si conferma uno dei solisti più validi in circolazione), si aggiunge anche Walter Trout per un vero festival della sei corde, Zito per l’occasione alla slide, tra riff infuocati, R&R cattivissimo, difficile oggi trovare del blues-rock fatto così bene.

Wasted Time è un gagliardo shuffle ad alta gradazione, pimpante e coinvolgente, con Zito indemoniato alla solista, e la sua band fantastica che lo segue come un sol uomo. Redbird, il brano più lungo del disco, introduce elementi di classico rock-blues anni ’70, tra Free, Zeppelin e piccoli tocchi di rock progressivo, ma non mancano le influenze di Hendrix e SRV per l’uso marcato del wah-wah e per un finale quasi psych, mentre Crazy Legs è una delle canzoni co-firmate da Zito, un boogie-blues vorticoso che ricorda le cose migliori degli ZZ Top o di Thorogood, con la sezione ritmica veramente inarrestabile e il nostro amico che inchioda un assolo micidiale. Make Blues Not War, che nel testo cita Robert Johnson e Muddy Waters è uno slow blues classico, con l’altro ospite Jason Ricci, veemente all’armonica, ad affiancare un ispirato Mike Zito, di nuovo alla slide, difficile fare meglio. On The Road si avvale di un inconsueto clavinet suonato da McKendree, per un robusto funky-blues, dove brillano, al solito, la voce vissuta e la solista fluida del nostro.

Bad News Is Coming è un omaggio all’arte di uno degli ultimi grandi del blues moderno, quel Luther Allison che ci ha lasciato nel 1997, un blues lento intenso e lancinante, con McKendree all’organo e una atmosfera che può ricordare quella di brani simili di Zeppelin e ZZ Top, con la chitarra che viaggia sul filo del rasoio, con un assolo veramente torrenziale; One More Train è il secondo brano che vede la presenza dell’armonica del bravissimo Jason Ricci, uno dei migliori “soffiatori” delle ultime generazioni, con Zito di nuovo alla slide e McKendree al piano, per un pezzo che ricorda il sound degli Stones dell’epoca di Mick Taylor, con Girl Back Home, ancora incentrata sull’intenso lavoro del bottleneck di Mike. Chip Off The Block ci introduce ai talenti di una futura stella della chitarra, o così si spera, tale Zach Zito, figlio d’arte, per un pezzo che cita sia nel testo come nel contenuto il Texas Blues di Stevie Ray Vaughan, il ragazzo sembra promettente. Ma il babbo è una “belva”, come conferma in un ennesimo lancinante slow come Road Dog o nel frenetico boogie R&R di un “vecchio classico” come Route 90, dove Zito e McKelley si scambiano riff a velocità supersonica, per un finale splendido, come d’altronde tutto il disco.

Bruno Conti

Segnarsi Il Nome, Ne Vale La Pena! Sari Schorr – A Force Of Nature

sari schorr a force of nature

Sari Schorr – A Force Of Nature – Manhaton Records

Ogni tanto, dal nulla (ma ci sono sempre anni di gavetta e lavoro alle spalle, nel caso in questione, con Popa Chubby e Joe Louis Walker) sbucano nuove voci femminili interessanti: all’inizio dell’anno mi era capitato di parlarvi della finlandese Ina Forsman http://discoclub.myblog.it/2016/02/06/sorpresa-dalla-finlandia-ecco-grande-nuova-voce-blues-ina-forsman/ , di recente anche Annika Chambers http://discoclub.myblog.it/2016/10/12/nuovi-talenti-scoprire-annika-chambers-wild-and-free/ , e pure non scherza la canadese Colleen Rennison dei No Sinner http://discoclub.myblog.it/2016/05/17/anteprima-dal-canada-band-solida-cantante-esagerata-sinner-old-habits-die-hard/ , tutte, chi più chi meno, con diverse sfumature di genere, legate a quel filone rock-blues da cui discendono Beth Hart e Dana Fuchs, aggiungerei anche la svedese Erin Larsson dei Blues Pills http://discoclub.myblog.it/2016/08/09/nuova-razione-pillole-rivigorenti-rock-blues-dal-nord-europa-blues-pills-lady-gold/ . L’ultima arrivata è questa Sari Schorr, americana, “scoperta” da Mike Vernon, il grande produttore inglese nell’epoca d’oro del british blues, mentre era in trasferta al Blues Challenge di Memphis nel 2015 per ricevere il premio “Keeping The Blues Alive” e da lui vista nel corso dei concerti che facevano da contorno alla consegna dei premi.

Favorevolmente colpito dalle notevoli capacità vocali della “ragazza” Vernon ha deciso di produrle il disco di esordio, nei suoi studi spagnoli di Siviglia, portandosi come ospiti, alle chitarre, gente come Walter Trout, Innes Sibun (chitarrista inglese, già nella band di Robert Plant, anni fa) e l’ex giovane prodigio Oli Brown, anche lui inglese e tra i protetti di Vernon. Nel disco suonano dei musicisti spagnoli che non erano apparsi nei recenti dischi (discreti ma non esaltanti) del suddetto Vernon http://discoclub.myblog.it/2015/12/29/il-ritorno-dei-fondatori-del-british-blues-mike-vernon-just-little-bit/ : gente che risponde ai nomi di Quique Bonal, alla chitarra Julian Maeso, tastiere, Jose Mena, batteria e Nani Conde, basso, a loro agio in questo A Force Of Nature, grazie alla voce potente e grintosa della brava Sari, temprata nel rock, ma con venature blues e qualche tocco soul e jazz, più simile come timbro alle citate Dana Fuchs, Larsson o la Rennison che a Beth Hart, più eclettica e francamente di un’altra categoria, rendendo comunque il sound a tratti piuttosto duretto e di chiaro stampo rock-blues, con decise sterzate anche nell’heavy-rock, peraltro di buona qualità, dipanandosi però senza eccessive forzature verso derive fastidiose e pure un po’ tamarre.

Insomma un buon disco nell’insieme: molti i brani firmati dalla stessa Sari Schorr, a partire dal fluido blues-rock dell’iniziale Ain’t Got No Money, dove le chitarre di Bonal e Sibun sono molto presenti e sostengono le vigorose sfuriate vocali della signora https://www.youtube.com/watch?v=NfRl3onLHvI. Aunt Hazel, è sempre un brano rock, ma con vaghi sentori country got soul, la voce molto simile a quella della bravissima Dana Fuchs e le chitarre sempre pungenti, come pure nella suggestiva hard ballad Damn The Reason dove si gusta pure l’ottimo lavoro della solista di Oli Brown. Cat And Mouse introduce elementi funky-soul, con un intrigante wah-wah a dare pepe ad un brano impertinente e sbarazzino, con l’organo sempre di supporto al lavoro brillante della chitarra. La cover di Black Betty più che all’originale di Lead Belly, citato nell’avvio folk, ovviamente si rifà alla versione rock dei Ram Jam, con il classico riff, rallentato e sparato a tutta potenza, a duettare con la voce grintosa della Schorr. Work No More è un brano di Walter Trout, con lo stesso chitarrista americano impegnato alla solista, ben coadiuvato dalle tastiere di Dave Keyes, un ottimo blues elettrico dove la voce di Sari è più misurata e meno sopra le righe.

Anche Demolition Man viaggia ancora in territori blues, con Innes Sibun impegnato a una tagliente slide che punteggia il brano e Bonal alla solista, oppure è viceversa, non saprei, comunque il risultato è ottimo https://www.youtube.com/watch?v=4t_Qi9MM-Ys . Oklahoma ha un taglio più jazzato e raffinato, con la Schorr in grado di padroneggiare la sua esuberanza vocale, mentre Oli Brown lavora di nuovo di fino con la solista, con un solo ricco di feeling e tecnica, per un brano dal crescendo molto piacevole; Letting Go viceversa è una ballata più misurata e raccolta, ricca di raffinate sfumature vocali, con l’organo di Jesus Lavillas a dividersi gli spazi con la lirica chitarra di Sibun. Kiss Me è di nuovo un bel pezzo rock, ricco di riff e grinta, che poi lascia spazio ad una sorprendente e intensa cover di Stop In The Name Of Love, il classico Motown delle Supremes, che diventa una sorta di deep soul ballad di marca Stax, rallentata e rivoltata, in una operazione di restyling perfettamente riuscita, con la Schorr che la canta in modo splendido, da sentire per credere. E a confermare le grandi qualità della nostra amica, in conclusione troviamo una bellissima ballata pianistica come OrdinaryLife, dove si gusta ancora appieno il talento vocale di questa brava cantante. Segnarsi il nome, ne vale la pena.

Bruno Conti      

Supplemento Della Domenica: Anteprima Walter Trout – Alive In Amsterdam

walter trout alive in amsterdam

Walter Trout – Alive In Amsterdam – 2 CD Mascot/Provogue 17-06-2016

Il titolo dell’album si riferisce al concerto tenuto da Walter Trout nella capitale olandese il 28 novembre del 2015, al termine del suo comeback tour, dopo la lunga malattia che lo aveva portato a un passo dalla morte, il trapianto di fegato, il ritorno con l’album Battle Scars http://discoclub.myblog.it/2015/10/03/storia-lieto-fine-walter-trout-battle-scars/ . Ma si può interpretare anche come “Sopravvissuto in Amsterdam”: il vecchio leone del blues elettrico di nuovo in pista, come dice la presentazione della moglie Marie, sempre presente al suo fianco, “From Los Angeles, California, Walter Trout”, e poi ci gustiamo un paio di ore di musica energica e brillante, nell’ambiente in cui il chitarrista americano è più a suo agio, quello dei concerti dal vivo. Stranamente, per un ottimo performer come lui (che, come detto in altre occasioni, magari non sarà al livello dei grandissimi, la triade Beck/Page/Clapton, Hendrix e molti altri che hanno fatto la storia della chitarra elettrica, ma è comunque un solista più che rispettabile), non ha registrato molti album dal vivo, ne ricordo un paio, uno del 1992 e uno del 2000, più alcuni distribuiti tramite il suo sito, quindi ben venga questo Alive In Amsterdam, per gli amanti del rock-blues.

Dopo l’ovazione a prescindere, solo per esistere, tributata ad un commosso Trout, si parte con l’introduzione affidata al suo motto, Play The Guitar e poi subito con un classico come Help Me, dove, come di consueto, Walter divide gli spazi con il suo organista storico quel Sammy Avila che suona con lui da una quindicina di anni, prima di scatenarsi nel primo di una lunga serie di assolo che punteggiano tutto il doppio CD. I’m Back, brano con messaggio, così lo presenta Trout, viene dall’eccellente album in tributo a Luther Allison, quel Luther’s Blues che è uno dei migliori dell’artista californiano, con la chitarra che viaggia spedita, fluida e sicura sul solido tappeto ritmico costruito dalla sua eccellente band, sempre con Avila a spalleggiarlo alla grande https://www.youtube.com/watch?v=Cx6f_Dsdu7E . Say Goodbye To The Blues viene da uno dei primi album, Prisoner Of A Dream del 1990, ed è un fantastico slow blues, oltre dieci minuti di pura magia chitarristica con Walter che rivolta la sua solista manco fosse un calzino, dedicando il brano a quello che considera il più grande bluesman di tutti i tempi, B.B. King, ricordando anche che gli olandesi l’hanno votata tra le più grandi canzoni blues, anzi la più grande di sempre, per cinque anni di fila, e al di là delle esagerazioni (me ne verrebbero in mente un centinaio più belle) ascoltandola ci sta! Almost Gone è il primo di una serie di brani tratti da Battle Scars, quelli che raccontano la sua travagliata vicenda umana degli ultimi anni, sette pezzi in sequenza, praticamente tutta la prima parte dell’ultimo album di studio: a seguire Omaha, la località nel cui ospedale ha passato la lunga attesa di un donatore per il suo fegato malandato, un brano cupo e malinconico, illuminato solo dalle sferzate della sua chitarra, la poderosa Tomorrow Seems So Far Away, memore della sua lunga militanza nei Bluesbreakers di John Mayall, la tiratissima Playin’ Hideaway, una delle canzoni che più crescono nella versione live e l’atmosferica ballata Haunted By The Night.

Si avvia alla conclusione la sequenza di brani dall’album e si apre il secondo CD con  l’ottimistica Fly Away, un brillante pezzo rock con un bel giro di chitarra e qualche influenza southern rock, per poi lasciare spazio ad un’altra bella ballata dall’accattivante melodia, come l’eccellente Please Take Home, con un lirico assolo della chitarra di Walter nella parte finale. E’ di nuovo B.B. King time per una gagliarda Rock Me Baby in una bella jam session con il figlio Jon alla seconda chitarra, e a giudicare dai risultati l’eredità musicale della famiglia pare assicurata. Sempre rimanendo in famiglia, Marie’s Mood, dedicata alla moglie, era uno dei brani migliori tratto dal vecchio album omonimo del 1998, e da sempre è uno dei suoi cavalli di battaglia dal vivo, un classico lentone strumentale di quelli senza tempo, con organo e chitarra in bella evidenza, mentre Serves Me Right se gli aggiungi To Suffer, è un altro dei super classici del blues, il pezzo reso celebre da John Lee Hooker e molto amato anche da Van Morrison, qui riceve un trattamento extra lusso, in una lunga, e ricca di improvvisazione, versione da parte di Walter Trout e della sua band, che poi ci lasciano con la conclusiva The Love That We Once Knew, un altro brano che viene dalla “preistoria” della sua musica, quel Prisoner Of A Drean che rimane forse il suo lavoro migliore in assoluto, e la canzone si suona (e si canta) con grande trasporto da parte del pubblico presente.

Grande concerto dal vivo, esce il 17 giugno, ma fatevi un appunto, perché varrà la pena averlo.

Bruno Conti

Tra Rock E Blues Con Buoni Risultati. Supersonic Blues Machine – West Of Flushing South Of Frisco

supersonic blues machine west fo flushing

Supersonic Blues Machine – West Of Flushing South Of Frisco – Mascot/Provogue 

Ormai la Mascot/Provogue sta diventando una sorta di leader in quel settore di musica che sta tra il rock e il blues, con un roster di artisti che include Bonamassa e Robert Cray, passando per Kenny Wayne Shepherd, Leslie West, Robben Ford, Sonny Landreth, Joe Louis Walker, Walter Trout, Warren Haynes, ma anche gruppi come JJ Grey & Mofro e Indigenous e moltissimi altri che non stiamo a ricordare: l’etichetta olandese è diventata una sorta di mecca mondiale per questo tipo di musica, dove si spazia anche in generi diversi ma, bene o male, la chitarra è quasi sempre lo strumento dominante. Alla lunga lista si aggiungono ora anche i Supersonic Blues Machine, un nuovo trio di power rock-blues che vede Lance Lopez alla chitarra e alla voce (autore di alcuni ottimi album proprio di rock-blues, in studio e dal vivo, di cui mi ero occupato in passato, e che non pubblicava nulla dal 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/12/13/il-ritorno-della-personcina-lance-lopez-handmade-music/ e che nella recensione originale, nella fretta, ho pervicacemente chiamato Vance ), Fabrizio Grossi, bassista, produttore e ingegnere del suono, nato a Milano, ma che vive negli Stati Uniti da tempo, prima a New York e ora a Los Angeles, musicalmente più vicino all’hard & heavy, e Kenny “Pestaduro” Aronoff, uno dei migliori batteristi rock attualmente in circolazione, basta ricordare le sue collaborazioni con John Mellencamp e John Fogerty, ma ha suonato praticamente con tutti.

Stranamente l’idea del progetto, a ovest di New York e a sud di San Francisco, come ricorda il titolo, nasce da Grossi, che oltre agli inizi da metallaro ha sempre coltivato una passione per il blues, il quale ha chiamato Lance Lopez, nativo della Louisiana, ma di chiara scuola texana e Kenny Aronoff, che aveva già suonato con lui insieme a Steve Lukather dei Toto. Naturalmente poi, come è politica della Mascot, sono stati chiamati altri ospiti di pregio per insaporire il menu di questo West Of Flushing South Of Frisco: Billy Gibbons, Warren Haynes, Chris Duarte, Eric Gales, Walter Trout e Robben Ford, tutti praticanti dell’arte della chitarra solista. Il risultato finale è diciamo alquanto “duretto”, con qualche eccezione, ma potremmo definire lo stile di questi Supersonic Blues Machine come “heavy blues”, più dalle parti del Bonamassa hard che di quello di Muddy Wolf, per intenderci. Lance Lopez è un ottimo solista, scuola Stevie Ray Vaughan, ma grande appassionato pure di Hendrix, e con una voce che ricorda molto Popa Chubby. Eppure il disco parte con la slide acustica e l’armonica dell’iniziale Miracle Man, un pezzo che con il blues ha più di una parentela, ma quando entra la batteria di Aronoff si capisce subito che non si faranno prigionieri, anche se il brano rimane in un bilico elettroacustico interessante, ravvivato dalle fiammate della solista di Lopez. I Ain’t Falling Again gira subito verso un classico hard-rock targato anni ’70, con coretti che cercano di dare una patina radiofonica alla musica del trio. Running Whiskey, scritta da Grossi, Tal Wilkenfeld (ve la ricordate? Era la bravissima bassista australiana che ha accompagnato Jeff Beck qualche anno fa) e Billy Gibbons, è cantata proprio dal leader degli ZZ Top ed è un classico boogie-rock nello stile del trio texano, con il barbuto impegnato a scambiare riff e sciabolate chitarristiche con Lopez, mentre un indaffaratissimo Aronoff tiene i ritmi a livelli poderosi.

Remedy, firmata dal gruppo con l’aiuto di Warren Haynes, è una bella hard ballad di stampo sudista, con l’ex Allman che aggiunge la sua solista alle procedure con eccellenti risultati. Bone Bucket Blues, è un solido blues-rock che va di slide e armonica, tirato il giusto, con la voce roca di Lopez e la sua solista a tessere le file del sound, che si ammorbidisce nuovamente per Let It Be, uno slow vagamente hendrixiano che ci permette di gustare un ennesimo eccellente solo di Lance, mentre anche un organo contribuisce a colorare il suono (non so dirvi chi lo suona, non ho le note dell’album). That’s My Way è il duetto con Chris Duarte, un grintoso blues-rock texano, energico, ma senza esagerare, anche se i coretti che ogni tanto ammorbano le canzoni non sempre sono di mio gradimento, ma è un piccolo difetto. Ain’t No Love (In The Heart Of City), è un blues lento di quelli classici, mentre Nightmares And Dreams, la collaborazione con il vecchio amico di Lopez, Eric Gales, è un’altra cavalcata chitarristica in ambito blues-rock e Can’t Take It No More, il duetto con Walter Trout, un altro blues dalle atmosfere ricercate e sognanti. Whiskey Time è la ripresa, con la coda strumentale aggiunta, di Running Whiskey. Molto bella la dolce Let’s Call It A Day, un duetto tra le soliste abbinate di Robben Ford e Lance Lopez, che poi lascia spazio al funky-rock della conclusiva Watchagonnado. In definitiva meno duro di quanto mi era apparso ad un primo ascolto, ovviamente indicato per chi ama il guitar rock. Esce il 26 febbraio,

Bruno Conti

Ci Sono Anche Storie A Lieto Fine! Walter Trout – Battle Scars

walter trout battle scars

Walter Trout – Battle Scars – Provogue/Mascot

Un anno e qualche mese fa, nella primavera del 2014, concludevo la recensione di quello che avrebbe potuto essere l’ultimo album di Walter Trout The Blues Came Callin’, con un sentito “Forza Walter speriamo che tutto vada bene” http://discoclub.myblog.it/2014/05/19/disco-la-vita-walter-trout-the-blues-came-callin/ . E per una volta tutto è andato bene, alla fine di maggio dello scorso anno Trout ha subito in extremis un trapianto di fegato che gli ha salvato la vita, quando tutto sembrava perduto, grazie all’aiuto disinteressato di Kirby Bryant, la moglie di Danny Bryant, allievo, pupillo ed amico di Walter, che ha coordinato la catena di aiuti finanziari che hanno permesso al chitarrista americano, dopo una lunga convalescenza, di ripresentarsi con questo nuovo album che è una sorta di cronaca buia e dolorosa di quello che è successo, piuttosto che una celebrazione gioiosa per una nuova vita che pare ricominciare a livello musicale, così ha voluto Trout e così è stato.

Il nostro amico si è ripreso, anche se porta le cicatrici della battaglia, le Battle Scars, sul volto e nel fisico, ma non nello spirito indomito che gli ha già permesso di esibirsi alla Royal Albert Hall nello scorso mese di giugno nel Leadbelly Blues Festival, di intraprendere un tour mondiale, prima negli Stati Uniti e poi in Europa (Italia esclusa ovviamente) e ora di pubblicare questo nuovo album che conferma il suo status di blues rocker per eccellenza: senza false piaggerie bisogna riconoscere che Walter Trout non è uno dei grandissimi della storia della chitarra, ma è stato uno dei migliori chitarristi nei periodi intermedi della storia dei Canned Heat e dei Bluesbreakers di John Mayall, prima di intraprendere una lunga carriera solista che dal 1989, anno del suo primo album solista, ad oggi, conta ormai la bellezza di 42 album di cui 18 per la Provogue (dati ufficiali), etichetta che gli è rimasta a fianco anche nel momento del bisogno e che nell’anno della sua malattia, ironia della sorte, aveva lanciato un “Year Of The Trout”, ristampando i suoi album in vinile per festeggiare i 25 anni di carriera e proprio Walter ricorda questo fatto in una delle nuove canzoni, My Ship Came In, aggiungendo, non senza una sana dose di autoironia, “And I Missed It”, ho mancato l’occasione, per la prima volta nella mia carriera una casa discografica mi supporta in modo completo e tutto mi frana intorno.

Tornando a questo Battle Scars, il disco è prodotto dal solito Eric Corne nei Kingsize Soundlabs di Los Angeles, con i fidi collaboratori Sammy Avila alle tastiere e il batterista Michael Leasure, mentre il bassista è il nuovo arrivato Johnny Griparic. Sono 12 brani (con l’edizione deluxe, caratterizzata da un libretto più sfizioso, che avrà un codice per scaricare altri due brani extra) di classico rock-blues alla Walter Trout, niente di più e niente di meno, non aspettatevi voli pindarici o grandi cambiamenti in vista, se amate quel rock grintoso ma anche capace di finezze e momenti ricercati, e soprattutto tanta chitarra, qui troverete pane per i vostri denti: i titoli, e i testi, sin dall’iniziale Almost Gone, vertono intorno alla vicenda umana di Trout, ma la musica non ha perso un briciolo del vecchio vigore (e comunque anche The Blues Came Callin’, uscito nel pieno del dramma, era un ottimo disco), con il buon Walter che si esibisce con profitto anche all’armonica, prima di rilasciare i suoi classici strali chitarristici, sarà il solito rock-blues ma questo signore suona, caspita se suona.

Come ribadisce nell’eccellente Omaha, preceduto da un breve preludio strumentale, brano che racconta i mesi di attesa nel centro intensivo del Nebraska Medical Center, e che ha il classico sound del miglior hard rock targato 70’s, niente di nuovo ma suonato con passione e competenza e anche Tomorrow Seems So Far Away, sempre con le tastiere di Avila in bella evidenza, viaggia su queste coordinate sonore, la band tira la volata e Trout con armonica e chitarra si sbizzarrisce nei suoi soli. Forse è una formula risaputa ma fortunatamente ci sono anche variazioni al tema, come nella bella ballata melodica Please Take Me Home, o in un feroce brano quasi di stampo southern-rock come Playin’ Hideaway, dove la chitarra viaggia alla grande. Haunted By The Night e Fly Away sono ulteriori variazioni di questa formula rock, come pure Move on che la ribadisce, il tutto sostenuto dal lavoro della solista di Trout che è la vera protagonista dell’album. La già citata My Ship Came In, con armonica e slide in evidenza sposta il sound verso un blues energico prima di lasciare spazio ad una Cold Cold Ground, che è la classica hard blues ballad con influenze hendrixiane, tipica del repertorio del nostro che ci lascia sulle note di speranza di Gonna Live Again, un pezzo solo voce e chitarra acustica che è una oasi di tranquillità in un disco per il resto piuttosto tirato e poco blues.

Esce il 23 ottobre.

Bruno Conti

Sembra Nuovo Ma… The House Is Rockin’ – A Tribute To Stevie Ray Vaughan

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The House Is Rockin’ – A Tribute To Stevie Ray Vaughan – Deadline/Cleopatra 

Tre stellette di stima e anche per i contenuti, in parte, visto il soggetto di questo ennesimo tributo curato da una etichetta del gruppo Cleopatra Records (uhm!). Come avrete intuito da quanto scritto in passato dal sottoscritto non sempre le operazioni curate dalla casa discografica californiana mi fanno impazzire: alcuni tributi sono buoni, penso a quello sui Creedence dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2014/09/03/la-difficile-arte-del-disco-tributo-blues-tribute-to-creedence-clearwater-revival/, anche quello recente acustico ai Beatles non è male, come pure quello “Psych” agli Stones, ma in altri casi si fanno tributi a capocchia a chiunque, anche con brani già apparsi altrove, giusto per tenere in azione gli artisti sotto contratto con l’etichetta. Nell’ambito ristampe della Cleopatra/Purple Pyramid, penso a quelle dei Quicksilver http://discoclub.myblog.it/2015/05/01/cera-volta-lacid-rock-quicksilver-messenger-service-live-san-jose-1966/  o dei Canned Heat http://discoclub.myblog.it/2015/06/07/canned-heat-live-tira-laltro-stockholm-1973/ , ma anche al giro Vanilla Fudge/Cactus http://discoclub.myblog.it/2010/09/14/un-disco-del-cactus-ultra-sonic-boogie-1971/ , decisamente meglio, peraltro in molti casi, tipo questo del tributo a Stevie Ray Vaughan, sembrerebbe che dei nomi scelti a caso vengano inseriti in una vecchia urna delle estrazioni del lotto e il bambino bendato, nel frattempo cresciuto, estrae i nomi dei partecipanti alla suddetta celebrazione. John Sykes, Scott Hill, Mark Kendall, Doug Aldrich, Richie Kotzen, Steve Stevens? Tutti ex metallari più o meno pentiti (niente contro la categoria, ma come direbbe qualcuno. Che c’azzecca?) scelti a scapito, che so, cito a caso, di ZZ Top, del fratello Jimmy Vaughan i primi che mi vengono in mente, ma anche Jeff Beck, Eric Clapton  Buddy Guy, Robert Cray, Lonnie Mack, Robben Ford,  un “discepolo” come Chris Duarte, ce ne sarebbero altri a decine, magari anche coinvolgere i Double Trouble, un colpo forse troppo geniale! Costano troppo? Allora non fate il tributo, magari qualcuno sarebbe venuto anche gratis (Come dite? L’hanno già fatto, uscito per la Epic nel lontano 1996, con il titolo A Tribute To Stevie Ray Vaughan, cè pure il film https://vimeo.com/71091763 ). Che pignoli!

a tribute to stevie ray vaughan

Comunque nel disco della Deadline troviamo anche nomi validi, gente come Albert Lee, Steve Morse, Walter Trout o uno Stanley Jordan, che come stile non c’entrerebbe, ma a livello di tecnica pura non si discute. Perfino il sudafricano Trevor Rabin, ex Yes, famoso soprattutto per avere scritto Owner Of A Lonely Heart, non se la cava male nell’iniziale Tightrope, e anche alcuni dei bistrattati (da me) ospiti potrebbero sorprendervi. Ma andiamo con ordine. Produce Billy Sherwood, altro pseudo Yes degli anni ’90, pure al basso nel disco, con Jay Schellen, alla batteria, altra presenza costante in questi tributi, alla voce, ove occorra, Ron Young e Dante Marchi, e chi sono, mah (comunque per essere onesti, la parte cantata è buona)? Piccolo particolare non trascurabile, anche questo album era però già uscito nel 1996, contenuto identico, come Crossfire – A Salute To Stevie per la Blues Bureau (quindi la Cleopatra ha colpito ancora, visto che non è scritto da nessuna parte nella “nuova “ edizione).

crossfire a salute to srv

Per chi non l’avesse preso ai tempi, confermo che la versione di Tightrope, con la solista di Rabin in bella evidenza non è affatto male https://www.youtube.com/watch?v=6Na_8hTAU_E , come pure Cold Shot con uno Steve Stevens forse un tantinello esagerato in un’orgia di wah-wah https://www.youtube.com/watch?v=ZZQl6el76gc . Travis Walk evidenzia la grande perizia tecnica di Steve Morse, al meglio delle sue possibilità, con un pianino malandrino non accreditato (come in generale le altre tastiere presenti) ad aumentare il fascino di questo brano strumentale https://www.youtube.com/watch?v=HwEl4Td6-KA . Eccellente l’approccio più country twang e rilassato in Empty Arms, con Albert Lee che era già in pista nel mondo della musica quando SRV andava ancora alle elementari https://www.youtube.com/watch?v=9EZCl6BqlKY . Pride And Joy dell’ex Tyger Of Pan Tang e Thin Lizzy John Sykes è troppo esagerata e ridondante, con i suoi lick quasi metal, mentre Scott Hill che tra i suoi meriti vanta una militanza nei Fu Manchu (?!?) fa comunque un buon lavoro in Couldn’t Stand The Weather, quasi alla Bonamassa ante litteram in modalità hendrixiana. Ain’t Gone And Give Up On Love è un brano meno conosciuto di Stevie che appariva su Soul To Soul, uno slow blues preso su una tonalità troppo heavy dal solista dei Great White, Mark Kendall. E pure Doug Aldrich non ha un approccio che mi piace verso The House Is Rockin’, la band suona R&R, lui è metallurgia pura https://www.youtube.com/watch?v=InZAKBwwDeo , e così sarebbe pure per Richie Kotzen, altro solista diciamo esuberante che invece centra alla perfezione lo spirito di Honey Bee, come pure Walter Trout, che pur virando su un sound decisamente tirato (ma ci sta) rende onore a Say What, altro celebre cavallo di battaglia di Vaughan https://www.youtube.com/watch?v=1kjcyKj6dyM . Chiude Stanley Jordan che con un tapping elaboratissimo rilegge da par suo la jazzata Riviera Paradise https://www.youtube.com/watch?v=K9glnLiDO7A . 

Visto che vent’anni fa (anzi 19) il Blog non c’era ancora, facciamo finta che sia un disco nuovo, in fondo non è brutto!

Bruno Conti