Tutto Popa E Niente “Grasso” Superfluo, Si Fa Per Dire. Popa Chubby – Prime Cuts: The Very Best Of The Beast From The East

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Popa Chubby – Prime Cuts: The Very Best Of The Beast From The East – 2 CD earMusic/Edel

Se avete già molti dei dischi di Ted Horowitz a.k.a. Popa Chubby, forse questo Prime Cuts: The Very Best Of The Beast From The East potrebbe essere considerato superfluo, una antologia che pesca da 28 anni di carriera passati al setaccio dal nostro amico, che poi ha scelto quelli che secondo lui sono i brani miglior dal proprio catalogo. Però la storia non finisce qui e nel secondo CD il buon Ted ha pensato bene di aggiungere altre undici tracce inedite, nove in studio e due dal vivo. Una compilation interessante sia per i fans come per i novizi, che possono ascoltare una scelta di canzoni di uno dei cantanti e chitarristi (rock)blues più eclettici delle ultime generazioni. La scaletta non segue (strettamente) un ordine cronologico, per cui si parte con la autobiografica e molto piacevole Life Is A Beatdown, dove una buona melodia e un groove accattivante si sposano con le evoluzioni della chitarra, il tutto tratto dall’album del 2004 Peace, Love And Respect https://www.youtube.com/watch?v=mFUMiH4yYt4 ; Angel On My Shoulder viene da Booty And The Beats, il primo e probabilmente migliore disco di studio di Popa del 1995, un gagliardo brano di rock classico, con profumi e rimandi hendrixiani https://www.youtube.com/watch?v=3BGkgHZ-t3g , che poi vengono ribaditi in una notevole e fedele rilettura del classico Hey Joe dell’amato Jimi, una versione dove si può apprezzare tutta la potenza e la classe del chitarrista newyorkese, che quando vuole è in grado di rilasciare brani dove gli assoli di chitarra sono spesso ricchi di feeling e tecnica di prima categoria.

Ottime anche Stoop Down Baby, sempre dal primo album, un funky-rock-blues con uso d’organo e sax di ottima fattura e Sweet Goddess Of Love And Beer, dai retrogusti soul classici e qualche tocco springsteeniano; dall’album del 1996 Hit The High Hard One, il suo primo live, viene la notevole blues ballad San Catri, un lungo brano strumentale ispirato ancora dal songbook di Hendrix, dove si apprezza nuovamente il suo solismo ispirato, da vero mago della 6 corde. Sempre dal live viene anche il divertente boogie Caffeine And Nicotine, mentre lo splendido e lancinante slow Grown Man Crying Blues https://www.youtube.com/watch?v=AbM1tSa0RrUviene da Deliveries After Dark del 2007  , come pure la sua velocissima versione strumentale del tema del Padrino; molto bella anche la cover di Hallelujah, più vicina all’originale di Leonard Cohen che alla rilettura di Jeff Buckley, con un lirico solo di chitarra aggiunto. Somebody Let The Devil Out viene da The Good, The Bad And The Chubby del 2002, un blues elettroacustico che illustra anche il lato più tradizionale di Horowitz, con slide ed armonica, e qualche vago accenno rap che in questo brano ci sta, e ancora dallo stesso album I Can’t See The Light Of Day, una bella ballata che ricorda certi brani della Band e quindi il lato più roots di Popa Chubby.

Sempre dal disco del 2002, uno dei suoi migliori, viene anche la robusta Dirty Lie con ampio uso di wah-wah. Daddy Played The Guitar( And Mama Was A Disco Queen) era su How’d a White Boy Get the Blues? del 2000, non uno dei dischi migliori, e pure il brano è alquanto pasticciato, A chiudere un ottimo Best arriva il raro singolo natalizio There On Christmas dalla classica atmosfera festosa e piacevole. Il secondo CD raccoglie, come detto, 11 inediti: Go Fuck Yourself illustra in modo brutale la sua filosofia di vita, mentre molto buone sono le due tracce dal vivo, If The Diesel Don t Get You Then The Jet Fuel Will, un poderoso rock’n’roll che ricorda le sue cose migliori https://www.youtube.com/watch?v=FPGWD6_mk60 e anche lo scatenato rockabilly Race From The Devil sprizza energia da tutti i solchi virtuali. Hey Girl è un altro omaggio a tutto wah-wah al maestro Hendrix, Sidewinder è un notevole strumentale di impronta jazz rivisto comunque nel suo stile ruspante e Walking Through The Fire un altro strumentale dove si apprezzano le sue virtù solistiche, Sorry Man vira momentaneamente verso il country in modo gradevole, Back To N.Y.C, in versione demo, rimane un altro buon brano hendrixiano, il resto è un riempitivo, comunque piacevole, ma  globalmente l’album rimane interessante, anche per i “completiisti” di Popa Chubby.

Bruno Conti

Ormai E’ Una Garanzia, Prolifico Ma Sempre Valido: Ha Fatto Tredici! Joe Bonamassa – Redemption

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Joe Bonamassa – Redemption – Mascot/Provogue

Sono già passati due anni e mezzo dall’ultimo album di studio di Joe Bonamassa Blues Of Desperation, uscito nel marzo 2016 https://discoclub.myblog.it/2016/03/20/supplemento-della-domenica-anteprima-nuovo-joe-bonamassa-ormai-certezza-blues-of-desperation-uscita-il-25-marzo/ . Calma, vi vedo irrequieti: lo so che in questo periodo  il musicista newyorkese ha pubblicato almeno tre album dal vivo https://discoclub.myblog.it/2018/05/13/uno-strepitoso-omaggio-ai-tre-re-inglesi-della-chitarra-joe-bonamassa-british-blues-explosion-live/ , la reunion dei Black Country Communion, ha partecipato al disco dei Rock Candy Funk Party, e alla fine di gennaio è uscito l’album in coppia con Beth Hart Black Coffee https://discoclub.myblog.it/2018/01/21/supplemento-della-domenica-di-nuovo-insieme-alla-grande-anteprima-nuovo-album-beth-hart-joe-bonamassa-black-coffee/ . Ma stiamo parlando di Bonamassa, “the hardest working man in show business”, uno che i dischi li fa anche quando dorme. E quello che sorprende, a parte per i suoi detrattori, o quelli che non lo amano, è che la qualità dei dischi rimane sempre sorprendentemente alta. Il CD Redemption, disco di studio n* 13, uscirà il 21 settembre, quindi visto che la recensione, come al solito, l’ho scritta qualche tempo prima dell’uscita, non ho tutte le informazioni precise.

Comunque si sa che questa volta il produttore Jerry Shirley, su suggerimento di Bonamassa si presume, ha voluto apportare alcune modifiche al sound: ci sono due chitarristi aggiunti alla formazione abituale, ossia Kenny Greenberg e Doug Lancio, per consentire a Joe di concentrarsi di più sulle parti soliste, un ospite a sorpresa come il cantante country Jamey Johnson, e tra gli autori o co-autori delle canzoni troviamo Dion DiMucci, Tom Hambridge sempre più lanciato, James House, Gary Nicholson e Richard Page. Per il resto la band è quella solita, ormai collaudata: Anton Fig, batteria, Michael Rhodes, basso e Reese Wynans alle tastiere, oltre alla piccola sezione fiati , Lee Thornburg  e Paulie Cerra, usata in alcuni brani, Gary Pinto alle armonie vocali e le coriste Mahalia Barnes, Jade McRae, Juanita Tippins. Il risultato è più variegato del solito, sono stati impiegati diversi stili ed approcci e il menu sonoro è abbastanza diversificato: Evil Mama parte violentissima, con citazione del classico riff di Rock And Roll dei Led Zeppelin, poi diventa un possente rock-blues fiatistico dal solido groove ,con le coriste di supporto al cantato vibrante di Joe, brano che sfocia in uno dei suoi immancabili assoli torcibudella, con finale wah-wah e le altre chitarre che lavorano all’unisono di supporto, notevole. King Bee Shakedown ancora con fiati sincopati vira verso un blues tinto di rockabilly e boogie, mosso e divertente, con la slide che impazza.

Molly O è uno dei suoi tipici brani di hard rock classico che alterna nel repertorio solista e in quello dei Black Country Communion, storia tragica e drammatica, di impianto marinaro, riff gigantesco zeppeliniano e suono veramente poderoso con la ritmica in modalità 70’s, mentre le chitarre mulinano di gusto, Deep In The Blues Again è più agile e scattante, con le chitarre stratificate e un approccio da rock classico americano, molto radiofonica, sempre radio buone comunque e non mancano gli assoli, meno invasivi di altre occasioni. Self-Inflicted Wounds è un brano quasi da cantautore, Bonamassa lo considera una delle sue migliori prove come autore, molto atmosferico nel suo dipanarsi, assolo liberatorio incluso, mentre Pick Up The Pieces, notturna e jazzata, con piano e sax a sottolinearne una certa drammaticità, potrebbe ricordare certe collaborazioni con Beth Hart, più soffusa e felpata grazie ad una National acustica.

A questo punto a sorpresa Bonamassa goes country, magari southern, grazie alla collaborazione in quel di Nashville (dove comunque è stato registrato gran parte del disco, ma anche a Las Vegas, Sydney e Miami) con Jamey Johnson, The Ghost Of Macon Jones è un country-rock and western di ottimo impatto dal ritmo galoppante. Just Cos You Can Don’t Mean You Should sembra un omaggio di Joe al suono e al timbro di Gary Moore, un brano lento e cadenzato con uso di fiati, dove Bonamassa “imita” l’approccio blues-rock del chitarrista irlandese con ottimi risultati, bellissimo l’assolo https://www.youtube.com/watch?v=XbNgt8jh9io . La title track è il pezzo scritto con Dion, un blues elettrocustico di sicuro fascino, con un arrangiamento avvolgente e raccolto, che poi esplode in un assolo crudo e violento fatto di tecnica e feeling https://www.youtube.com/watch?v=wDe-dI3c5d0 ; anche I‘ve Got Some Mind Over What Matters rimane in questo approccio blues molto classico e misurato, senza eccessi particolari, prima di sorprenderci con una quasi spoglia Stronger Now In Broken Places, quasi solo voce e chitarra acustica, intima e malinconica il giusto, con dei tocchi sonori aggiuntivi di Jim Moginie dei Midnight Oil e Kate Stone, per questa traccia registrata in Australia. La chiusura è affidata ancora a un torrido slow blues elettrico, con uso fiati e piano, Love Is A Gamble dove Joe Bonamassa scatena ancora una volta tutta la sua verve chitarristica in un lancinante assolo.

Non si può negare che sia sempre bravo e ancora una volta centra l’obiettivo, come detto esce il 21 settembre.

Bruno Conti

Il Calore Del Deserto Non Smorza Il Poderoso Rock-Blues Chitarristico Di Langford E Soci. Too Slim & The Taildraggers – High Desert Heat

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Too Slim & The Taildraggers – High Desert Heat – VizzTone Label Group/Underworld Records            

Business As Usual per Tim Langford e I suoi Taildraggers: lo stile non cambia, piccole variazioni qui e là, ma se amate il genere, il menu è sempre un robusto blues-rock chitarristico, come da oltre 30 anni a questa parte è loro usanza https://discoclub.myblog.it/2016/05/05/30-anni-sempre-smilzo-molto-tosto-too-slim-and-the-taildraggers-bad-moon/ . Diciamo che le novità questa volta le cerchiamo nel contorno: nuova etichetta, la VizzTone (che distribuisce la Underworld Records), nuovo bassista Zach Kasik, che affianca l’ineffabile batterista Jeff “Shakey” Fowlkes, che “resiste” da ben due dischi ai vorticosi cambi di formazione che Langford impone alla sua band. L’altra novità è la presenza come ospite aggiunto dell’armonicista Sheldon” Bent Reed” Ziro che non può sottrarsi neppure lui alla regola del nomignolo per i musicisti del gruppo, e la cui presenza accentua parzialmente, ma solo in un brano, la quota blues di questo High Desert Heat, forse anche per la reputazione della nuova etichetta di distribuzione nelle 12 battute, benché il disco sia stato registrato, come al solito, in quel di Nashville.

L’unica cover è una poderosa ripresa del classico dei Chambers Brothers, Time Has Come Today, una canzone che era il cavallo di battaglia di una delle prime band all-black, che già nel 1968, quindi prima della hendrixiana Band Of Gypsys, fondeva in modo innovativo soul, gospel, R&B a rock e musica psichedelica: un brano di una potenza inaudita ancora oggi, anche nella versione “breve” del 45 giri, circa 5 minuti, contro la versione lunga dell’album dell’epoca che durava undici minuti, comunque grande canzone, riff gagliardo e grande lavoro alla solista di Langford, ben spalleggiato dalla sezione ritmica che tira di brutto, peccato finisca troppo presto, avrei gradito la long version. Il boogie blues di Trouble è l’unico a presentare l’armonica di Ziro (che mi ricorda il timbro sonoro di John Popper dei Blues Traveler) che regala al brano un’aura quasi alla Canned Heat, con qualche retrogusto dell’amato Hendrix, sempre presente nella musica di Too Slim che inizia a scaldare la solista https://www.youtube.com/watch?v=zFus8xdFWHM ; Broken White Line accentua invece l’elemento sudista comunque presente nella musica del gruppo, un mid-tempo avvolgente dove il groove del trio è più rallentato ma sempre incisivo, fino all’immancabile intervento della chitarra di Langford che per la prima volta innesta un voluttuoso wah-wah.

Un tocco funky non guasta nel rock sinuoso di Stories To Tell, con One Step At A Time, uno dei brani più lunghi del CD, che ci riporta al blues-rock classico della formazione, tra Free e ZZ Top, con le giuste quote rock sempre presenti grazie alla solista incisiva del nostro, sound che viene ribadito anche nella successiva What You Said, dove agli ZZ Top immancabili si aggiunge anche qualche reminiscenza à la Robin Trower, prima della lunga ed ipnotica Run Away dove il suono è più “spazioso” ed angolare, con le improvvise aperture della solista in wah-wah che stanno addirittura tra Hendrix e il Peter Green di End Of The Game. La cadenzata Little More True è un ulteriore ottimo esempio del rock-blues vigoroso dei Too Slim & the Taildraggers, immerso appunto nel  power trio rock più classico che ci si possa aspettare, con l’immancabile break chitarristico ad animarne la parte centrale; e se chitarra deve essere anche la paludosa e sospesa Lay Down Your Gun ne alza la quota con un’altra spazzata di wah-wah. Chiude questo High Desert Heat il blues spaziale e desertico della title track, un brano dove la slide in cui Langford è maestro, fa finalmente la sua unica ed insinuante apparizione, in un brano strumentale dal fascino misterioso.

Bruno Conti

Uno Strepitoso Omaggio Ai Tre “Re” Inglesi Della Chitarra. Joe Bonamassa – British Blues Explosion Live

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Joe Bonamassa – British Blues Explosion Live – 2 CD – 2 DVD-  Blu-ray  Mascot/Provogue – 18-05-2018

Toh, un nuovo Joe Bonamassa, strano! Sono già passati quasi quattro mesi dall’ottimo Black Coffee, il disco con Beth Hart https://discoclub.myblog.it/2018/01/21/supplemento-della-domenica-di-nuovo-insieme-alla-grande-anteprima-nuovo-album-beth-hart-joe-bonamassa-black-coffee/  e “finalmente” il chitarrista di New York pubblica un nuovo album. Ironie a parte, in effetti questa è l’unica critica che si possa fare al nostro amico: ha questa malattia, la “prolificità”, e la deve curare in qualche modo, quindi pubblica dischi a raffica in modo compulsivo, però  spesso anche belli. E British Blues Explosion  Live fa parte di questa categoria: per la verità il disco era atteso da tempo, essendo stato registrato nel 2016, ma poi nel frattempo il buon Joe non è stato con le mani in mano, e oltre al disco con Beth, sono usciti il Live acustico alla Carnegie Hall, quello con i Rock Candy Funk Party, la reunion dei Black Country Communion, e di riflesso l’omaggio alla musica inglese dell’epoca d’oro del blues (rock) britannico era stata accantonato. Solo 5 date tenutesi nel luglio del 2016 durante il breve tour inglese, delle quali il concerto di Greenwhich è stato registrato e filmato, e questo è il risultato. Si diceva un omaggio agli eroi del giovane Bonamassa, quando si avvicinava per la prima volta alla musica, che era quella che arrivava dalla Gran Bretagna sul finire degli anni ’60, e soprattutto a tre grandissimi chitarristi, Eric Clapton, Jeff Beck e Jimmy Page. E per l’occasione il gruppo di Bonamassa torna ad un formato più ristretto, niente coriste, fiati e ospiti assortiti, solo il classico quintetto con  Michael Rhodes (basso), Reese Wynans ( tastiere), Anton Fig (batteria) e il concittadino (ma ora vive a L.A. a due passi da Joe) Russ Irwin, new entry per l’occasione (chitarra ritmica e armonie vocali).

Il disco uscirà il 18 maggio in vari fomati, ma noi lo abbiamo ascoltato in anteprima per voi ed ecco il resoconto, decisamente positivo. Siamo nel cortile dell’Old Royal Naval College di Greenwhich, nei sobborghi di Londra, è il 7 luglio del 2016, quindi ufficialmente è estate anche in Inghiltera, e si entra subito in argomento con un classico medley del Jeff Beck Group, il primo singolo Beck’s Bolero e Rice Pudding da Beck-Ola, con Bonamassa inizialmente alla slide e una band potente e competente alle spalle, ci mettono subito di buon umore, blues-rock di gran classe, con l’ottimo Wynans all’organo a spalleggiare la Gibson di Bonamassa che volteggia da par suo, un lungo strumentale da urlo di una decina di minuti per aprire le operazioni. Che proseguono, senza soluzione di continuità, con Mainline Florida, un brano forse non conosciutissimo di Eric Clapton, era su 461 Boulevard, l’album del 1974 (quindi non solo anni ’60 nel concerto), con il classico suono di Manolenta dell’epoca, rock ma con mille nuances complementari, ovviamente la chitarra è sempre al centro della scena. Poi arriva Boogie With Stu, da Phisycal Graffiti dei Led Zeppelin, con il terzo della triade, Jimmy Page, a ricevere il suo giusto omaggio: brano registrato nel 1971 ma pubblicato solo nel 1975, altro pezzo diciamo “minore”, che come prevede il titolo ruota intorno al piano, per un bel boogie vecchia scuola, cantato a due voci con Irwin, che siede lui stesso alla tastiera, e notevole assolo di Bonamassa nella parte centrale.

Let Me Love You Baby è un pezzo di Willie Dixon, ma la facevano Buddy Guy, Stevie Ray Vaughan, ancora Jeff Beck, e nel British Blues pure Chicken Shack e Bloodwyn Pig, il primo blues classico della serata, con Irwin che dà una mano sostanziale a livello vocale e un assolo misurato di chitarra di grande feeling e tecnica di Joe. Ancora da Beck-Ola troviamo una poderosa  Plynth (Water Down The Drain), con la Les Paul di Bonamassa in grande spolvero, mentre Fig picchia di gusto, e a seguire dallo stesso album di Beck ancora Spanish Boots. Altro pezzo di una potenza devastante, se rock deve essere che rock sia . Double Crossing Time era sul classico John Mayall’s Bluesbreakers With Eric Clapton, una rarissima collaborazione come autori tra I due, il primo grande lento della serata e qui si gode; da 461 Ocean Boulevard arriva per il party time del concerto una ondeggiante Motherless Children, di nuovo con la voce di Irwin in bella evidenza e la Telecaster di Bonamassa splendida protagonista. Poi è tempo per i Cream, omaggiati con una gagliarda SLAWBR, ovvero She Walks Like A Bearded Rainbow, uno dei pezzi più psichedelici del trio inglese.

Altro grandissimo medley, dal songbook dei Led Zeppelin, prima una ottima Tea For One e poi un altro slow blues da sballo I Can’t Quit You Baby, versione con assolo  fantasmagorico, giocato anche su toni e volumi, come dicono a Bologna “socc’mel” se suona, potrà esservi simpatico o meno, ma la qualità e il feeling non si discutono. Little Girl e Pretending non sono certo tra i brani più memorabili di Clapton, comunque dal vivo fanno sempre la loro porca figura, e si voleva scegliere qualcosa di inconsueto nel repertorio di Enrico. Poi Bonamassa si omaggia da solo con un medley di brani del proprio  repertorio, lo strumentale Black Winter e la sua versione di Django, in tributo a Reinhardt. Per finire la serata, in un tripudio di wah-wah ed effetti a go-go, altro momento topico con una versione extralarge di How Many More Times, solo quei quasi 20 minuti di goduria assoluta dedicati al capolavoro di Page e soci, con citazioni del British Blues, tra cui The Hunter dei Free. E se non bastasse, in uno strano DVD extra con una unica bonus track, da una serata al Cavern di Liverpool, ecco arrivare la cover di Taxman dei Beatles. L’ho già detto e mi ripeto, per me finché li fa così belli, Joe Bonamassa di dischi può farne quanti ne vuole.

Bruno Conti

Avanti Il Prossimo, Chitarrista. Tyler Morris Band – Next In Line

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Tyler Morris Band – Next In Line – VizzTone               

Per la serie piovono chitarristi, vista anche la stagione, non passa mese senza che qualche nuovo nome sbuchi, più o meno a sorpresa, dalla scena musicale americana: ogni tanto sono veterani, magari in attività da decine di anni, gente che per vari motivi è rimasta sconosciuta al grande pubblico, anche quello degli appassionati osservanti, in altri casi si tratta di giovani virgulti di talento. Tyler Morris appartiene alla seconda categoria, viene dalla zona di Boston, Massachussetts, e colui che lo ha spinto a prendere in mano la chitarra è stato, come spesso capita, il babbo; le prime influenze sono quelle dei ”chitarristi funambolici”, i soliti noti,  Yngwie Malmsteen, Steve Vai, Van Halen, Gary Hoey https://www.youtube.com/watch?v=LHbO7UTrVGw , tanto per non fare nomi, quindi filone hard rock acrobatico, poi comincia a studiare anche altri musicisti, Eric Clapton e Freddie King, Stevie Ray Vaughan e Kenny Wayne Shepherd, e qui devo dire che cominciamo a esserci. Nel frattempo ha già pubblicato un paio di album, And So It Begins e The Chaos Continues, per approdare nei primi mesi del 2018 alla VizzTone con questo Next In Line.

Il nostro amico ha solo 19 anni compiuti da poco (come si vede anche nella foto di copertina e nel frame del video qui sopra, dove ne dimostra anche meno), ma con la guida dell’etichetta di Chicago (che ultimamente ci sta dando parecchie soddisfazioni, Billy Price, Nick Schnebelen, Austin Young Band, Dani Wilde, Billy Walton, Heather Newman e svariati altri in ambito blues-rock) realizza il nuovo album sotto la guida di Paul Nelson, manager e produttore di Johnny Winter negli ultimi anni di carriera, che gli affianca, oltre alla sua band, un paio di ospiti di pregio, Joe Louis Walker e gli Uptown Horns. A proposito della Tyler Morris Band, oltre alla solista del titolare, troviamo Scott Spray basso, Tyger Macneal  batteria, Mike Dimeo alle tastiere quando servono, e soprattutto un eccellente vocalist come Morten Fredheim, saggia mossa che non tutti i giovani chitarristi riescono a capire quando si tratta di dare voce alla propria musica e non si è dei cantanti adeguati. Il risultato sono dieci corposi brani per una quarantina di minuti di energico rock, con ampie spruzzate di blues, i ragazzi ci danno dentro di gusto come certifica il classic rock a tutto riff dell’iniziale Ready To Shove, con la chitarra di Morris che comincia a scivolare fluida e scorrevole, spesso raddoppiata, sui ritmi del buon rock duro made in the ‘70’s, la voce di Fredheim è ben centrata, e lo stile può ricordare i primi Shepherd o Jonny Lang, quelli meno bluesati, ma per nulla disprezzabili.

Livin’ The Life va addirittura dalle parti di Bad Company, Deep Purple, Frank Marino, Leslie West, persino del Johnny Winter rock’n’roller, con la mediazione di Nelson, con la solista sempre molto impegnata e la ritmica che picchia di brutto; l’unica cover è Willie The Pimp il pezzo di Bill Carter che è stato un successo per Stevie Ray Vaughan, cantata nell’occasione da Joe Louis Walker, il sound aggiunge elementi blues, l’arrangiamento è più complesso, la chitarra più raffinata e definita e il brano molto godibile. Down In My Luck è il classico heavy blues, tirato e scandito, con Fredheim e Morris che si sfidano a colpi di voce e chitarra, mentre l’ottimo strumentale Choppin’, dove appare la sezione fiati degli Uptown Horns, swinga di brutto, in uno stile che non sarebbe dispiaciuto a BB King e mette in luce le eccellenti qualità tecniche del nostro amico. Talkin’ To Me è uno shuffle mid-tempo e se dovessi fare un nome come ispirazione, ne farei due, Robben Ford e Jeff Healey, il giovane di Boston ha stoffa e stile, la sua band suona in modo eccellente e l’album è molto godibile; Thunder è il classico brano power-rock a tutto wah-wah, duro e tirato, ma senza sbracare troppo, con trame velocissime della solista di Morris che ogni tanto indulge in quei virtuosismi fini a sé stessi presi dalle sue prime influenze musicali. This Ain’t No Fun è eccellente, con tocchi “sudisti”, quasi Allmaniani, grazie anche alla presenza dell’organo e un ottimo lavoro della sezione ritmica, mentre Tyler è sempre pimpante con i suoi interventi di chitarra, fluenti e non scontati. Ancora sano rock-blues chitarristico (e pure la voce non scherza) con la potente e scandita Truth Is The Question e di nuovo raffinate derive ritmiche con le interessanti divagazioni sonore della composita Keep On Driving, dove si apprezza il lavoro del piano di Dimeo. Non un capolavoro perciò, ma un nome da appuntarsi, uno dei chitarristi più interessanti delle ultime generazioni.

Bruno Conti

Da “Solo” O Con La Band, Dice Sempre La Verità. Lance Lopez – Tell The Truth

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Lance Lopez – Tell The Truth –  Mascot/Provogue

Sono passati solo poco più di 4 mesi dall’uscita di Califonisoul, il secondo album dei Supersonic Blues Machine http://discoclub.myblog.it/2017/11/28/anche-loro-sulle-strade-della-california-rock-supersonic-blues-machine-californisoul/ , ed ecco che il frontman della band, Lance Lopez, voce e chitarra solista nel power trio americano, pubblica già un nuovo album. Come spesso capita ho ascoltato il disco parecchio in anticipo sull’uscita e quindi le informazioni erano ancora poche. Quello che veniva annunciato,  cioè che il disco era stato registrato durante gli ultimi tre anni negli abituali studi di Los Angeles, sotto la produzione di Fabrizio Grossi, che aveva anche curato le parti basso di durante le varie sessioni tenutesi nello stesso periodo in cui veniva inciso l’album dei SBM, come pure  la presenza di un batterista dal suono  vigoroso e potente, che ha tutta l’aria di essere Kenny Aronoff, e il fatto che negli arrangiamenti fossero presenti anche piano, organo, armonica e backing vocalist aggiunti, era abbastanza sintomatico. Quindi il suono a grandi linee è assai simile a quello recente della band, ma Lopez ha comunque un lungo passato di musicista, prima come accompagnatore di musicisti di spessore, da Bobby “Blue” Bland e Johnnie Taylor passando per Johnny Guitar Watson, e poi, dopo il trasferimento dalla natia Louisiana al Texas, attraverso l’incontro con musicisti come Billy Gibbons e Johnny Winter, con cui ha condiviso i palchi a lungo nell’ultima parte della carriera di quest’ultimo.

Anche se la primaria influenza è stata sicuramente Jimi Hendrix, come pure, da un lato più blues, B.B. King e Stevie Ray Vaughan, e qualche trucchetto glielo hanno insegnato anche Lucky Peterson e Buddy Miles, nelle cui rispettive band ha suonato. Nel 1999, a soli 21 anni, pubblica il suo primo album First Things First, poi ripubblicato dalla Grooveyard, che sarà la sua etichetta nella prima decade degli anni 2000, i suoi album migliori Salvation From Sundown, Handmade Music e il Live in NYC, di cui vi ho parlato su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2016/05/28/del-buon-blues-rock-chitarristico-dal-vivo-lance-lopez-live-nyc/ . Sempre sano e vigoroso rock-blues, anche hard power trio con la chitarra del nostro spesso e volentieri in evidenza; ovviamente Tell The Truth non cambia la strada maestra, il suono pare solo più centrato, la musica, pur essendo dura e tirata, spesso è ben costruita ed arrangiata: prendiamo l’iniziale Never Came Easy, il suono è rotondo, con basso e batteria ad ancorare il suono, inserti di chitarra acustica, armonica, piano elettrico e la slide a supportare la voce rauca e profonda di Lopez in un pezzo che ha forti profumi blues. Mr. Lucky era la title track di uno degli ultimi album di John Lee Hooker, qui ripreso in una versione power trio, molto Hendrix e SRV, basso pompatissimo, chitarre lancinanti e anche in modalità wah-wah, l’armonica ad addolcire la vena quasi hard-rock-southern di questa versione, che comunque è di eccellente fattura, con la chitarra che scorre fluida e potente.

Insomma, capito il genere, e non è difficile, l’album si gode appieno: Down To One Bar, più dura e riffata, ha qualche vago elemento soul, grazie all’organo e alle coriste, ma le chitarre, sia normale che slide, sono sempre cattive, e se ogni tanto si cerca qualche elemento più commerciale non è un delitto, è nella natura del produttore Grossi. High Life ha persino qualcosa di “claptoniano”, miscelato con elementi sudisti, un bel drive ritmico e la rauca voce di Lance (molto simile a quella di Popa Chubby) in evidenza, oltre alle chitarre stratificate che contribuiscono alla riuscita del brano; Cash My Check è il primo singolo del CD, un bel boogie rock incalzante, con piano, armonica e coretti incisivi, ancora a punteggiare il sound sudista della canzone, veramente riuscita e coinvolgente, rock classico della più bell’acqua con un bel solo di slide che è la ciliegina sulla torta. Tutti i brani sono compatti, tra i tre e i quattro minuti, non si sbrodola troppo e l’insieme ne guadagna, ottime anche The Real Deal, con la solista sempre in modalità bottleneck e Raise Some Hell, una hard ballad elettroacustica dall’atmosfera sospesa, come pure Angel Eyes Of Blue, a tutto wah-wah, forse anche con talk-box inserito, “duretta” anziché no, e comunque sempre di fattura pregevole.

Tutta musica sentita mille volte ma se viene fatta bene, e questo è il caso, estremamente godibile, come conferma il rock made in the 70’s della energica Back On The Highway con pianino boogie, organo e le solite coriste a tirare la volata all’infoiata chitarra di Lopez, mentre la ritmica picchia di brutto; Blue Moon Rising è una delle rare ballate dell’album, peraltro riuscitissima, ambientazione sudista ed un arrangiamento raffinato e complesso, con la solista a punteggiare il mood del brano. E per concludere in bellezza un buon album di rock-blues energico ma, ripeto, ben fatt,o ecco Tell The Truth ancora con sventagliate di riff e soli dalla solista, non male Mister Lopez!

Bruno Conti

Un’Altra Vibrante Voce Rock Femminile. Jan James – Calling All Saints

jan james calling all saints

Jan James – Calling All Saints – Inakustik/Ird

Siete appassionati, come il sottoscritto, di voci femminili potenti e dal caldo contenuto emotivo, vi piacciono Dana Fuchs, Beth Hart e altre portatrici sane del “virus” Janis Joplin, quelle che amano il blues, il soul e il country, ma con una dose consistente e prevalente di rock nel DNA del suono? Non andate oltre, fermatevi ad ascoltare questo Calling All Saints, il nono album di Jan James, in una carriera partita attraverso gli auspici della Provogue in Europa con la pubblicazione nel 1994 del primo album Last Train, proseguita sempre con l’etichetta olandese fino al 2003 e l’uscita di Black Limousine; poi anche lei ha dovuto affidarsi ad una piccola etichetta come l’indipendente Blue Palace Records (ma questo nuovo titolo è distribuito anche in Europa dalla tedesca Inakustik). Negli anni quella che è rimasta inalterata è la collaborazione con il chitarrista e produttore di colore Craig Calvert, al suo fianco sin dagli inizi nella natia Portland e poi a Detroit, Michigan, prima della trasferta a Chicago, dove anche lei, come altre illustri colleghe, è stata interprete di un musical sulla vita di Janis Joplin.

Lo stile musicale è comunque abbastanza ruvido e tirato, intriso di rock, come dimostra il rock-blues tiratissimo dell’iniziale I’m A Gambler, dove la chitarra e la voce potente della James iniziano subito a battagliare sullo sfondo creato da una onesta band, dove si mettono in mostra anche l’armonicista David Semen e il tastierista Bob Long e una sezione ritmica granitica anziché no; Roll Sweet Daddy, più cadenzata, vira maggiormente verso il blues, grazie alla citata armonica di Semen, anche se la chitarra è sempre molto in evidenza e la voce certo non si risparmia, ben sostenuta da un paio di coriste che alzano la temperatura del brano. Heart Of The Blues è il primo lento d’atmosfera, sulle ali di una solista lancinante la voce della brava Jan si dimostra in grado di reggere canzoni più composite e ispirate, anche se il sound è sempre molto 70’s; la nostra amica non è più una novellina, i 50 li ha superati (da poco) e l’esperienza e il mestiere non le mancano, come mette in evidenza il brillante shuffle Cry Cry Cry, con qualche tocco elettroacustico o il pungente slow blues di una torrida Losing Man dove Calvert si produce ottimamente anche alla slide. Insomma pare che la varietà e la grinta non manchino in questo Calling All Saints, anche il tocco country-blues di una deliziosa It’s So Easy, pur non apportando nulla di nuovo alla galassia del blues, ne evidenzia una brava artigiana in grado di districarsi nelle varie pieghe del genere con buona personalità, ogni tanto il sound forse è fin troppo esuberante come nella title track Calling All Saints, anche se il Chicago Blues elettrico che ne deriva non è per nulla disprezzabile.

Everybody Wants To Be Loved è un altro buon esempio di blues-rock di chiara derivazione jopliniana (ma l’originale era ben altra cosa), con la chitarra di Calvert sempre assoluta protagonista https://www.youtube.com/watch?v=7rFioAU9y0Q , mentre Bucky Blues mette in mostra un misto di leggere influenze Hendrixiane e il sound più elettrico di Mastro Muddy Waters, il tutto condito dalla voce sicura di Jan James, con chitarra ed armonica che si scambiano sferzate di notevole intensità; Battle Of Jesse ha quel gusto country got soul elettroacustico che non guasta, prima di tornare all’impetuoso rock-blues di una intensa Trouble With The Water, di nuovo incentrata sul dualismo della voce di Jan James e della chitarra di Craig Calvert, con il resto della band che fa la sua parte in modo onesto e professionale, anche se probabilmente manca quel quid che eleverebbe la musica ad un livello superiore. Forse la conclusiva Black Orchid Blues, un altro ardente “lentone”, è quello che più si avvicina alla “eredità sonora” della grande Janis, contribuendo ad un disco che, senza esagerare nelle iperboli, non entrerà sicuramente negli annali della musica, ma si ascolta comunque con piacere grazie alla voce vibrante ed interessante della sua protagonista.

Bruno Conti

*NDB Tra l’altro, e me ne scuso con l’interessata e con i lettori, mi sono accorto che in tutta la recensione del CD sul Buscadero, ho chiamato l’album Calling All Angels (forse traviato dalla mia passione per Jane Siberry) anziché Calling All Saints.

Annunciato Tre Mesi Fa, Esce Solo Ora Al 19 Gennaio. Ten Years After – 1967-1974 Box Set

ten years after 1967-1974

Ten Years After – 1967-1974 – 10 CD Chrysalis Records/Warner – 19-01-2018

Era stato annunciato per il 10 novembre dello scorso anno, ma esce solo in questi giorni, al 19 gennaio 2018.

Dei Ten Years After erano già usciti in passato diversi cofanetti, uno della serie Original Album Series con 5 titoli, una Triple Album Collection con tre dischi, più il cofanetto antologico, sempre triplo, Think About The Times:The Chrysalis Years 1969-1972, pubblicato nel 2010, ma già fuori produzione. In seguito diversi album della discografia, in particolare i primi tre su etichetta Deram, sono stati ripubblicati in versione rimasterizzata e con bonus tracks aggiunte. Inoltre sono usciti svariati Live, oltre al classico Recorded Live anche un ottimo doppio CD Live At The Fillmore East 1970. Per la prima volta viene resa disponibile l’intera discografia di studio (ok, Undead è dal vivo) in un cofanetto che raggruppa sia il materiale Deram che quello Chrysalis, e considerando che la loro discografia è complicata perché molti album negli Stati Uniti sono distribuiti dalla Columbia.. Le versioni, come è caratteristica di questa serie del gruppo Warner, sono quelle originali senza bonus, ma a differenza degli altri cofanetti della serie il prezzo non è proprio budget (ho letto di un prezzo indicativo che oscilla tra i 90 e i 100 euro), forse perché questa edizione limitata avrà una tiratura di sole 1.500 copie per tutto il mondo.

Al solito ecco il contenuto completo del box, che comunque comprende un 10° album, The Cap Ferrat Sessions, che raccoglie registrazioni inedite del 1972.

 CD1: Ten Years After [Mono, 1967]
1. I Want To Know
2. I Can’t Keep From Crying, Sometimes
3. Adventures Of A Young Organ
4. Spoonful
5. Losing The Dogs
6. Feel It For Me
7. Love Until I Die
8. Don’t Want You, Woman
9. Help Me

CD2: Undead [Stereo, 1968]
1. I May Be Wrong, But I Won’t Be Wrong Always
2. (At The) Woodchopper’s Ball
3. Spider In My Web
4. Summertime/Shantung Cabbage
5. I’m Going Home

CD3: Stonedhenge [Stereo, 1969]
1. Going To Try
2. I Can’t Live Without Lydia
3. Woman Trouble
4. Skoobly-Oobly-Doobob
5. Hear Me Calling
6. A Sad Song
7. Three Blind Mice
8. No Title
9. Faro
10. Speed Kills

CD4: Ssssh [Stereo, 1969]
1. Bad Scene
2. Two Time Mama
3. Stoned Woman
4. Good Morning Little Schoolgirl
5. If You Should Love Me
6. I Don’t Know That You Don’t Know My Name
7. The Stomp
8. I Woke Up This Morning

CD5: Cricklewood Green [Stereo, 1970]
1. Sugar The Road
2. Working On The Road
3. 50,000 Miles Beneath My Brain
4. Year 3,000 Blues
5. Me And My Baby
6. Love Like A Man
7. Circles
8. As The Sun Still Burns Away

CD6: Watt [Stereo, 1970]
1. I’m Coming On
2. My Baby Left Me
3. Think About The Times
4. I Say Yeah
5. The Band With No Name
6. Gonna Run
7. She Lies In The Morning
8. Sweet Little Sixteen

CD7: A Space In Time [Stereo, 1971]
1. One Of These Days
2. Here They Come
3. I’d Love To Change The World
4. Over The Hill
5. Baby Won’t You Let Me Rock ‘N Roll You
6. Once There Was A Time
7. Let The Sky Fall
8. Hard Monkeys
9. I’ve Been There Too
10. Uncle Jam

CD8: Rock & Music To The World [Stereo, 1972]
1. You Give Me Loving
2. Convention Prevention
3. Turned Off T.V. Blues
4. Standing At The Station
5. You Can’t Win Them All
6. Religion
7. Choo Choo Mama
8. Tomorrow I’ll Be Out Of Town
9. Rock & Roll Music To The World

CD9: Positive Vibrations [Stereo, 1974]
1. Nowhere To Run
2. Positive Vibrations
3. Stone Me
4. Without You
5. Going Back To Birmingham
6. It’s Getting Harder
7. You’re Driving Me Crazy
8. Look Into My Life
9. Look Me Straight Into The Eyes
10. I Wanted To Boogie

CD10: The Cap Ferrat Sessions 2017
1. Look At Yourself
2. Running Around
3. There’s Somebody Calling Me
4. There’s A Feeling
5. Holy Shit
Recorded in 1972, mixed in 2017

Se non li possedete già varrebbe la pena di farci un pensierino considerando che i Ten Years After di Alvin Lee sono stati una delle migliori formazioni di blues-rock di quell’epoca.

Bruno Conti

Sempre Buona Musica Dai “Gangsters Di Chicago”. Great Crusades – Until The Night Turned To Day

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Great Crusades – Until The Night Turned To Day – Mud Records / Blue Rose

Chi mi segue su questo blog avrà ormai capito che ci sono dei gruppi e cantanti che nel corso degli anni mi sono entrati sotto pelle, li seguo fin dal loro esordio, e quindi attendo con partecipazione le loro eventuali nuove uscite per poterle recensire e farli eventualmente conoscere su queste pagine virtuali. E’ questo sicuramente il caso dei Great Crusades (una delle band più sottovalutate d’America), che a distanza di tre anni dall’ultimo lavoro in studio Thieves Of Chicago (recensito sul Blog all’epoca), si fanno nuovamente vivi sul mercato con questo nuovo lavoro Until The Night Turned To Day (il nono della loro discografia  se non ho sbagliato i conti): una carriera  iniziata nel lontano ’98 con The First Drink Spilled Of The Evening, nuovo disco che chiude un cerchio, visto che tornano ad incidere con l’etichetta Mud Records, quella che aveva pubblicato il loro album di debutto. I “crociati” (stranamente ancora a piede libero), sono rappresentati come sempre dal leader Brian Krumm voce e chitarra, a cui rimangono fedeli Brian Leach (chitarra, tastiere e voce), Brian Hunt (basso e voce), e Christian Moder (batteria, tastiere e voce), con il non trascurabile apporto di Jake Brookman al violoncello, Brian Wilkie alla pedal-steel, e della gentile e brava Katie Todd come “vocalist” aggiunta, il tutto per registrare questo nuovo CD in soli due giorni negli ormai abituali JoyRide Studios di Chicago (il loro covo), in totale undici brani basati sulla propria tradizione musicale, che spazia tra americana, rock-blues, indie-rock, e un energico rock’n’roll.

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https://www.youtube.com/watch?v=n0F04S3RjC0

Un pianoforte “malandrino” introduce la splendida voce baritonale di Krumm (rauca e ricca di “pathos”), in un valzer intrigante come If You Could Only See Me Now, per poi cambiare subito registro con il “tex-mex” di It Only Took A Minute Not To Say Goodnight, il folk-rock di una solare Hey Hey (River Charles), per poi approdare a delle bellissime piste di pianoforte in una Gutter Punks in un duetto meraviglioso con Katie Todd. Si riparte e si alza il tiro con il rock senza tempo di una brillante Little Crown, e di una tambureggiante King Of The Altered States, per poi  rispolverare anche un po’ di vecchio caro “swing” nella tonica Prayer Furnace, virare al suono rilassante dell’acustica If I Changed My Mind, una tenebrosa ballata cantata al meglio dalla voce intensa del “capobanda”. Con la splendida Thanks For Asking si cambia ancora registro sonoro, passando pure per il blues ispirato da Muddy Waters con una torrenziale Last Dying Wish, e terminare infine con le suadenti note di Petrified, con la pedal-steel di Brian Wilkie in primo piano.

great crusades until the night turned to day photo

https://www.youtube.com/watch?v=a0hkiQL60SE

I Great Crusades si conoscono tra loro fin dall’infanzia, e dopo vent’anni di carriera non importa quale stile di musica suonino i tre Brian e Christian, ma conta che siano una rock-band coi fiocchi, che porta in giro per il mondo il proprio talento e una loro particolare impronta musicale, dove la voce di Krumm è sicuramente la proverbiale ciliegina sulla torta. Per i pochi (o tanti, ma dubito) che già li conoscono un disco da ascoltare nelle ore piccole, per tutti gli altri il consiglio di dare una “chance” e magari un ascolto al loro vecchio catalogo, in quanto anche se le influenze musicali sono diverse e numerose, i Great Crusades sono in primis i Great Crusades.

Tino Montanari

Prosegue La “Striscia” Del Blues. Popa Chubby – Two Dogs

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Popa Chubby – Two Dogs – earMusic/Edel

Popa Chubby o se preferite Ted Horowitz, visto che in teoria il nome d’arte dovrebbe appartenere al gruppo (come racconta lui stesso, attribuendo la paternità del nickname al grande tastierista di Parliament/Funkadelic Bernie Worrell), poi, per estensione, è ovvio che essendo Horowitz l’unico membro fisso della band, il nomignolo è rimasto legato a lui. Confesso che non saprei dirvi che numero sia questo nuovo album nella sua discografia, direi almeno 25 in circa altrettanti anni di carriera deve averli pubblicati. Come sempre i migliori sono i primi, e quelli dal vivo, ma Popa Chubby, a parte forse un paio di volte, con l’ex moglie Galea, non è mai andato sotto il livello di guardia, ed i suoi dischi sono sempre abbastanza soddisfacenti, con delle punte di eccellenza. Anche questo Two Dogs non devia dalla regola aurea del “Blues according to Popa Chubby”, che è stato anche il titolo di un suo disco: per l’occasione Horowitz ha inciso solo materiale originale (ma poi non ha resistito, e alla fine dell’album comunque ci sono un paio di cover di pregio). Dopo Catfish dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/11/19/il-solito-popa-chubby-the-catfish/ , il primo per la earMusic, quindi dai gatti si passa ai cani, ma il risultato di fondo non cambia: il tastierista è il “solito” Dave Keyes, un nome, una garanzia, da molti anni con il “Chubby”, per il resto, si segnala la presenza alla batteria di Sam Bryant, uno ha che suonato per diversi anni nella band di Kenny Wayne Shepherd, e quindi è abbastanza uso al blues-rock diciamo energico di Popa Chubby, che comunque incorpora anche da sempre elementi soul e R&B.

L’album si apre con It’s Alright, un classico pezzo blues alla Horowitz, chitarra fluida e pungente, un ritmo influenzato, come ricorda lo stesso Chubby nel filmato, dai vecchi ritmi Detroit della Motown, quel pop errebì gioioso che imperava negli anni ’60, con le tastiere di Keyes molto presenti a controbilanciare il lavoro della solista, uno dei suoi pezzi migliori degli ultimi anni; Rescue Me dovrebbe essere una vecchia canzone mai incisa in passato per svariati problemi, che questa volta trova la via del nuovo disco, altro brano positivo e vibrante, tra R&R e blues, a tutto riff, con la chitarra sempre pungente del nostro, mentre Preexisting Order un brano che verte sull’health care americana, ha un ritmo quasi da soul revue, con l’intervento di fiati rotondi a dare corpo ad un’altra canzone dove si respira un’aria musicale brillante e positiva. Sam Lay’s Pistol è un altro pezzo che viene dal passato, scritto con l’ex moglie Galea, narra le vicende incredibili e grottesche di Sam Lay, il vecchio batterista che fu con i grandi della Chess e del blues (pure con Butterfield Blues Band e quindi presente alla svolta elettrica di Dylan) che aveva l’abitudine di portare sempre con sé una pistola, con cui una volta si sparò per sbaglio, anche negli zebedei, brano leggero e piacevole ancora una volta, ma suonato con il solito piglio deciso che sembra caratterizzare questo Two Dogs;la cui title-track è un bel esempio del classico blues degli episodi più funky del nostro, giro rotondo di basso, ancora i fiati presenti e chitarrina insinuante con wah-wah in evidenza.

Niente male pure Dirty Old Blues un rock-blues tirato e brioso, con Popa Chubby che va alla grande di slide, un pezzo da “Instant Grat” lo definisce, e in effetti la gratificazione è immediata; e il groove è potente e coinvolgente anche nella successiva Shakedown, un wah-wah hendrixiano incontra un ritmo da Memphis e dintorni e il divertimento è assicurato. Wound Up Getting High è la preferita dello stesso Horowitz, una sorta di southern ballad, solo piano e chitarra acustica, con piccoli interventi dell’elettrica; Clayophus Dupree è il primo dei due strumentali del disco, dove si apprezza tutta la tecnica del nostro che è chitarrista di pregio e dal feeling unico, molto piacevole anche il lavoro dell’organo di Dave Keyes che fa molto Booker T & The Mg’s, mentre lo stesso Popa Chubby siede alla batteria, novello Al Jackson. Me Won’t Back Down  rientra nell’agone più funky-rock della musica del nostro, ma mi sembra uno degli episodi meno convincente del disco, al di là del solito buon lavoro al wah-wah, eecellente Chubby’s Boogie, l’altro pezzo strumentale dell’album, un tributo a Freddie King, ma pure con rimandi alla musica degli Allman Brothers, grazie alle twin guitars suonate dallo stesso Horowitz, notevole anche Keyes al piano, una delle migliori tracce del CD, che comunque segnala in generale un ritorno alla miglior forma del nostro. Come testimoniamo anche le due bonus tracks dal vivo poste in coda all’album: una Symphathy For The Devil, tratta dal tour di Big, Bad And Beautiful, con il classico brano degli Stones che riceve un trattamento Deluxe e una più intima e raccolta Hallelujah, il brano di Leonard Cohen via Jeff Buckley, solo per chitarra e piano, quasi dieci minuti per una versione molto sentita e commovente.

Bruno Conti