Avanti Il Prossimo, Chitarrista. Tyler Morris Band – Next In Line

tyler morris band next in line

Tyler Morris Band – Next In Line – VizzTone               

Per la serie piovono chitarristi, vista anche la stagione, non passa mese senza che qualche nuovo nome sbuchi, più o meno a sorpresa, dalla scena musicale americana: ogni tanto sono veterani, magari in attività da decine di anni, gente che per vari motivi è rimasta sconosciuta al grande pubblico, anche quello degli appassionati osservanti, in altri casi si tratta di giovani virgulti di talento. Tyler Morris appartiene alla seconda categoria, viene dalla zona di Boston, Massachussetts, e colui che lo ha spinto a prendere in mano la chitarra è stato, come spesso capita, il babbo; le prime influenze sono quelle dei ”chitarristi funambolici”, i soliti noti,  Yngwie Malmsteen, Steve Vai, Van Halen, Gary Hoey https://www.youtube.com/watch?v=LHbO7UTrVGw , tanto per non fare nomi, quindi filone hard rock acrobatico, poi comincia a studiare anche altri musicisti, Eric Clapton e Freddie King, Stevie Ray Vaughan e Kenny Wayne Shepherd, e qui devo dire che cominciamo a esserci. Nel frattempo ha già pubblicato un paio di album, And So It Begins e The Chaos Continues, per approdare nei primi mesi del 2018 alla VizzTone con questo Next In Line.

Il nostro amico ha solo 19 anni compiuti da poco (come si vede anche nella foto di copertina e nel frame del video qui sopra, dove ne dimostra anche meno), ma con la guida dell’etichetta di Chicago (che ultimamente ci sta dando parecchie soddisfazioni, Billy Price, Nick Schnebelen, Austin Young Band, Dani Wilde, Billy Walton, Heather Newman e svariati altri in ambito blues-rock) realizza il nuovo album sotto la guida di Paul Nelson, manager e produttore di Johnny Winter negli ultimi anni di carriera, che gli affianca, oltre alla sua band, un paio di ospiti di pregio, Joe Louis Walker e gli Uptown Horns. A proposito della Tyler Morris Band, oltre alla solista del titolare, troviamo Scott Spray basso, Tyger Macneal  batteria, Mike Dimeo alle tastiere quando servono, e soprattutto un eccellente vocalist come Morten Fredheim, saggia mossa che non tutti i giovani chitarristi riescono a capire quando si tratta di dare voce alla propria musica e non si è dei cantanti adeguati. Il risultato sono dieci corposi brani per una quarantina di minuti di energico rock, con ampie spruzzate di blues, i ragazzi ci danno dentro di gusto come certifica il classic rock a tutto riff dell’iniziale Ready To Shove, con la chitarra di Morris che comincia a scivolare fluida e scorrevole, spesso raddoppiata, sui ritmi del buon rock duro made in the ‘70’s, la voce di Fredheim è ben centrata, e lo stile può ricordare i primi Shepherd o Jonny Lang, quelli meno bluesati, ma per nulla disprezzabili.

Livin’ The Life va addirittura dalle parti di Bad Company, Deep Purple, Frank Marino, Leslie West, persino del Johnny Winter rock’n’roller, con la mediazione di Nelson, con la solista sempre molto impegnata e la ritmica che picchia di brutto; l’unica cover è Willie The Pimp il pezzo di Bill Carter che è stato un successo per Stevie Ray Vaughan, cantata nell’occasione da Joe Louis Walker, il sound aggiunge elementi blues, l’arrangiamento è più complesso, la chitarra più raffinata e definita e il brano molto godibile. Down In My Luck è il classico heavy blues, tirato e scandito, con Fredheim e Morris che si sfidano a colpi di voce e chitarra, mentre l’ottimo strumentale Choppin’, dove appare la sezione fiati degli Uptown Horns, swinga di brutto, in uno stile che non sarebbe dispiaciuto a BB King e mette in luce le eccellenti qualità tecniche del nostro amico. Talkin’ To Me è uno shuffle mid-tempo e se dovessi fare un nome come ispirazione, ne farei due, Robben Ford e Jeff Healey, il giovane di Boston ha stoffa e stile, la sua band suona in modo eccellente e l’album è molto godibile; Thunder è il classico brano power-rock a tutto wah-wah, duro e tirato, ma senza sbracare troppo, con trame velocissime della solista di Morris che ogni tanto indulge in quei virtuosismi fini a sé stessi presi dalle sue prime influenze musicali. This Ain’t No Fun è eccellente, con tocchi “sudisti”, quasi Allmaniani, grazie anche alla presenza dell’organo e un ottimo lavoro della sezione ritmica, mentre Tyler è sempre pimpante con i suoi interventi di chitarra, fluenti e non scontati. Ancora sano rock-blues chitarristico (e pure la voce non scherza) con la potente e scandita Truth Is The Question e di nuovo raffinate derive ritmiche con le interessanti divagazioni sonore della composita Keep On Driving, dove si apprezza il lavoro del piano di Dimeo. Non un capolavoro perciò, ma un nome da appuntarsi, uno dei chitarristi più interessanti delle ultime generazioni.

Bruno Conti

Da “Solo” O Con La Band, Dice Sempre La Verità. Lance Lopez – Tell The Truth

lance lopez tell the truth

Lance Lopez – Tell The Truth –  Mascot/Provogue

Sono passati solo poco più di 4 mesi dall’uscita di Califonisoul, il secondo album dei Supersonic Blues Machine http://discoclub.myblog.it/2017/11/28/anche-loro-sulle-strade-della-california-rock-supersonic-blues-machine-californisoul/ , ed ecco che il frontman della band, Lance Lopez, voce e chitarra solista nel power trio americano, pubblica già un nuovo album. Come spesso capita ho ascoltato il disco parecchio in anticipo sull’uscita e quindi le informazioni erano ancora poche. Quello che veniva annunciato,  cioè che il disco era stato registrato durante gli ultimi tre anni negli abituali studi di Los Angeles, sotto la produzione di Fabrizio Grossi, che aveva anche curato le parti basso di durante le varie sessioni tenutesi nello stesso periodo in cui veniva inciso l’album dei SBM, come pure  la presenza di un batterista dal suono  vigoroso e potente, che ha tutta l’aria di essere Kenny Aronoff, e il fatto che negli arrangiamenti fossero presenti anche piano, organo, armonica e backing vocalist aggiunti, era abbastanza sintomatico. Quindi il suono a grandi linee è assai simile a quello recente della band, ma Lopez ha comunque un lungo passato di musicista, prima come accompagnatore di musicisti di spessore, da Bobby “Blue” Bland e Johnnie Taylor passando per Johnny Guitar Watson, e poi, dopo il trasferimento dalla natia Louisiana al Texas, attraverso l’incontro con musicisti come Billy Gibbons e Johnny Winter, con cui ha condiviso i palchi a lungo nell’ultima parte della carriera di quest’ultimo.

Anche se la primaria influenza è stata sicuramente Jimi Hendrix, come pure, da un lato più blues, B.B. King e Stevie Ray Vaughan, e qualche trucchetto glielo hanno insegnato anche Lucky Peterson e Buddy Miles, nelle cui rispettive band ha suonato. Nel 1999, a soli 21 anni, pubblica il suo primo album First Things First, poi ripubblicato dalla Grooveyard, che sarà la sua etichetta nella prima decade degli anni 2000, i suoi album migliori Salvation From Sundown, Handmade Music e il Live in NYC, di cui vi ho parlato su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2016/05/28/del-buon-blues-rock-chitarristico-dal-vivo-lance-lopez-live-nyc/ . Sempre sano e vigoroso rock-blues, anche hard power trio con la chitarra del nostro spesso e volentieri in evidenza; ovviamente Tell The Truth non cambia la strada maestra, il suono pare solo più centrato, la musica, pur essendo dura e tirata, spesso è ben costruita ed arrangiata: prendiamo l’iniziale Never Came Easy, il suono è rotondo, con basso e batteria ad ancorare il suono, inserti di chitarra acustica, armonica, piano elettrico e la slide a supportare la voce rauca e profonda di Lopez in un pezzo che ha forti profumi blues. Mr. Lucky era la title track di uno degli ultimi album di John Lee Hooker, qui ripreso in una versione power trio, molto Hendrix e SRV, basso pompatissimo, chitarre lancinanti e anche in modalità wah-wah, l’armonica ad addolcire la vena quasi hard-rock-southern di questa versione, che comunque è di eccellente fattura, con la chitarra che scorre fluida e potente.

Insomma, capito il genere, e non è difficile, l’album si gode appieno: Down To One Bar, più dura e riffata, ha qualche vago elemento soul, grazie all’organo e alle coriste, ma le chitarre, sia normale che slide, sono sempre cattive, e se ogni tanto si cerca qualche elemento più commerciale non è un delitto, è nella natura del produttore Grossi. High Life ha persino qualcosa di “claptoniano”, miscelato con elementi sudisti, un bel drive ritmico e la rauca voce di Lance (molto simile a quella di Popa Chubby) in evidenza, oltre alle chitarre stratificate che contribuiscono alla riuscita del brano; Cash My Check è il primo singolo del CD, un bel boogie rock incalzante, con piano, armonica e coretti incisivi, ancora a punteggiare il sound sudista della canzone, veramente riuscita e coinvolgente, rock classico della più bell’acqua con un bel solo di slide che è la ciliegina sulla torta. Tutti i brani sono compatti, tra i tre e i quattro minuti, non si sbrodola troppo e l’insieme ne guadagna, ottime anche The Real Deal, con la solista sempre in modalità bottleneck e Raise Some Hell, una hard ballad elettroacustica dall’atmosfera sospesa, come pure Angel Eyes Of Blue, a tutto wah-wah, forse anche con talk-box inserito, “duretta” anziché no, e comunque sempre di fattura pregevole.

Tutta musica sentita mille volte ma se viene fatta bene, e questo è il caso, estremamente godibile, come conferma il rock made in the 70’s della energica Back On The Highway con pianino boogie, organo e le solite coriste a tirare la volata all’infoiata chitarra di Lopez, mentre la ritmica picchia di brutto; Blue Moon Rising è una delle rare ballate dell’album, peraltro riuscitissima, ambientazione sudista ed un arrangiamento raffinato e complesso, con la solista a punteggiare il mood del brano. E per concludere in bellezza un buon album di rock-blues energico ma, ripeto, ben fatt,o ecco Tell The Truth ancora con sventagliate di riff e soli dalla solista, non male Mister Lopez!

Bruno Conti

Un’Altra Vibrante Voce Rock Femminile. Jan James – Calling All Saints

jan james calling all saints

Jan James – Calling All Saints – Inakustik/Ird

Siete appassionati, come il sottoscritto, di voci femminili potenti e dal caldo contenuto emotivo, vi piacciono Dana Fuchs, Beth Hart e altre portatrici sane del “virus” Janis Joplin, quelle che amano il blues, il soul e il country, ma con una dose consistente e prevalente di rock nel DNA del suono? Non andate oltre, fermatevi ad ascoltare questo Calling All Saints, il nono album di Jan James, in una carriera partita attraverso gli auspici della Provogue in Europa con la pubblicazione nel 1994 del primo album Last Train, proseguita sempre con l’etichetta olandese fino al 2003 e l’uscita di Black Limousine; poi anche lei ha dovuto affidarsi ad una piccola etichetta come l’indipendente Blue Palace Records (ma questo nuovo titolo è distribuito anche in Europa dalla tedesca Inakustik). Negli anni quella che è rimasta inalterata è la collaborazione con il chitarrista e produttore di colore Craig Calvert, al suo fianco sin dagli inizi nella natia Portland e poi a Detroit, Michigan, prima della trasferta a Chicago, dove anche lei, come altre illustri colleghe, è stata interprete di un musical sulla vita di Janis Joplin.

Lo stile musicale è comunque abbastanza ruvido e tirato, intriso di rock, come dimostra il rock-blues tiratissimo dell’iniziale I’m A Gambler, dove la chitarra e la voce potente della James iniziano subito a battagliare sullo sfondo creato da una onesta band, dove si mettono in mostra anche l’armonicista David Semen e il tastierista Bob Long e una sezione ritmica granitica anziché no; Roll Sweet Daddy, più cadenzata, vira maggiormente verso il blues, grazie alla citata armonica di Semen, anche se la chitarra è sempre molto in evidenza e la voce certo non si risparmia, ben sostenuta da un paio di coriste che alzano la temperatura del brano. Heart Of The Blues è il primo lento d’atmosfera, sulle ali di una solista lancinante la voce della brava Jan si dimostra in grado di reggere canzoni più composite e ispirate, anche se il sound è sempre molto 70’s; la nostra amica non è più una novellina, i 50 li ha superati (da poco) e l’esperienza e il mestiere non le mancano, come mette in evidenza il brillante shuffle Cry Cry Cry, con qualche tocco elettroacustico o il pungente slow blues di una torrida Losing Man dove Calvert si produce ottimamente anche alla slide. Insomma pare che la varietà e la grinta non manchino in questo Calling All Saints, anche il tocco country-blues di una deliziosa It’s So Easy, pur non apportando nulla di nuovo alla galassia del blues, ne evidenzia una brava artigiana in grado di districarsi nelle varie pieghe del genere con buona personalità, ogni tanto il sound forse è fin troppo esuberante come nella title track Calling All Saints, anche se il Chicago Blues elettrico che ne deriva non è per nulla disprezzabile.

Everybody Wants To Be Loved è un altro buon esempio di blues-rock di chiara derivazione jopliniana (ma l’originale era ben altra cosa), con la chitarra di Calvert sempre assoluta protagonista https://www.youtube.com/watch?v=7rFioAU9y0Q , mentre Bucky Blues mette in mostra un misto di leggere influenze Hendrixiane e il sound più elettrico di Mastro Muddy Waters, il tutto condito dalla voce sicura di Jan James, con chitarra ed armonica che si scambiano sferzate di notevole intensità; Battle Of Jesse ha quel gusto country got soul elettroacustico che non guasta, prima di tornare all’impetuoso rock-blues di una intensa Trouble With The Water, di nuovo incentrata sul dualismo della voce di Jan James e della chitarra di Craig Calvert, con il resto della band che fa la sua parte in modo onesto e professionale, anche se probabilmente manca quel quid che eleverebbe la musica ad un livello superiore. Forse la conclusiva Black Orchid Blues, un altro ardente “lentone”, è quello che più si avvicina alla “eredità sonora” della grande Janis, contribuendo ad un disco che, senza esagerare nelle iperboli, non entrerà sicuramente negli annali della musica, ma si ascolta comunque con piacere grazie alla voce vibrante ed interessante della sua protagonista.

Bruno Conti

*NDB Tra l’altro, e me ne scuso con l’interessata e con i lettori, mi sono accorto che in tutta la recensione del CD sul Buscadero, ho chiamato l’album Calling All Angels (forse traviato dalla mia passione per Jane Siberry) anziché Calling All Saints.

Annunciato Tre Mesi Fa, Esce Solo Ora Al 19 Gennaio. Ten Years After – 1967-1974 Box Set

ten years after 1967-1974

Ten Years After – 1967-1974 – 10 CD Chrysalis Records/Warner – 19-01-2018

Era stato annunciato per il 10 novembre dello scorso anno, ma esce solo in questi giorni, al 19 gennaio 2018.

Dei Ten Years After erano già usciti in passato diversi cofanetti, uno della serie Original Album Series con 5 titoli, una Triple Album Collection con tre dischi, più il cofanetto antologico, sempre triplo, Think About The Times:The Chrysalis Years 1969-1972, pubblicato nel 2010, ma già fuori produzione. In seguito diversi album della discografia, in particolare i primi tre su etichetta Deram, sono stati ripubblicati in versione rimasterizzata e con bonus tracks aggiunte. Inoltre sono usciti svariati Live, oltre al classico Recorded Live anche un ottimo doppio CD Live At The Fillmore East 1970. Per la prima volta viene resa disponibile l’intera discografia di studio (ok, Undead è dal vivo) in un cofanetto che raggruppa sia il materiale Deram che quello Chrysalis, e considerando che la loro discografia è complicata perché molti album negli Stati Uniti sono distribuiti dalla Columbia.. Le versioni, come è caratteristica di questa serie del gruppo Warner, sono quelle originali senza bonus, ma a differenza degli altri cofanetti della serie il prezzo non è proprio budget (ho letto di un prezzo indicativo che oscilla tra i 90 e i 100 euro), forse perché questa edizione limitata avrà una tiratura di sole 1.500 copie per tutto il mondo.

Al solito ecco il contenuto completo del box, che comunque comprende un 10° album, The Cap Ferrat Sessions, che raccoglie registrazioni inedite del 1972.

 CD1: Ten Years After [Mono, 1967]
1. I Want To Know
2. I Can’t Keep From Crying, Sometimes
3. Adventures Of A Young Organ
4. Spoonful
5. Losing The Dogs
6. Feel It For Me
7. Love Until I Die
8. Don’t Want You, Woman
9. Help Me

CD2: Undead [Stereo, 1968]
1. I May Be Wrong, But I Won’t Be Wrong Always
2. (At The) Woodchopper’s Ball
3. Spider In My Web
4. Summertime/Shantung Cabbage
5. I’m Going Home

CD3: Stonedhenge [Stereo, 1969]
1. Going To Try
2. I Can’t Live Without Lydia
3. Woman Trouble
4. Skoobly-Oobly-Doobob
5. Hear Me Calling
6. A Sad Song
7. Three Blind Mice
8. No Title
9. Faro
10. Speed Kills

CD4: Ssssh [Stereo, 1969]
1. Bad Scene
2. Two Time Mama
3. Stoned Woman
4. Good Morning Little Schoolgirl
5. If You Should Love Me
6. I Don’t Know That You Don’t Know My Name
7. The Stomp
8. I Woke Up This Morning

CD5: Cricklewood Green [Stereo, 1970]
1. Sugar The Road
2. Working On The Road
3. 50,000 Miles Beneath My Brain
4. Year 3,000 Blues
5. Me And My Baby
6. Love Like A Man
7. Circles
8. As The Sun Still Burns Away

CD6: Watt [Stereo, 1970]
1. I’m Coming On
2. My Baby Left Me
3. Think About The Times
4. I Say Yeah
5. The Band With No Name
6. Gonna Run
7. She Lies In The Morning
8. Sweet Little Sixteen

CD7: A Space In Time [Stereo, 1971]
1. One Of These Days
2. Here They Come
3. I’d Love To Change The World
4. Over The Hill
5. Baby Won’t You Let Me Rock ‘N Roll You
6. Once There Was A Time
7. Let The Sky Fall
8. Hard Monkeys
9. I’ve Been There Too
10. Uncle Jam

CD8: Rock & Music To The World [Stereo, 1972]
1. You Give Me Loving
2. Convention Prevention
3. Turned Off T.V. Blues
4. Standing At The Station
5. You Can’t Win Them All
6. Religion
7. Choo Choo Mama
8. Tomorrow I’ll Be Out Of Town
9. Rock & Roll Music To The World

CD9: Positive Vibrations [Stereo, 1974]
1. Nowhere To Run
2. Positive Vibrations
3. Stone Me
4. Without You
5. Going Back To Birmingham
6. It’s Getting Harder
7. You’re Driving Me Crazy
8. Look Into My Life
9. Look Me Straight Into The Eyes
10. I Wanted To Boogie

CD10: The Cap Ferrat Sessions 2017
1. Look At Yourself
2. Running Around
3. There’s Somebody Calling Me
4. There’s A Feeling
5. Holy Shit
Recorded in 1972, mixed in 2017

Se non li possedete già varrebbe la pena di farci un pensierino considerando che i Ten Years After di Alvin Lee sono stati una delle migliori formazioni di blues-rock di quell’epoca.

Bruno Conti

Sempre Buona Musica Dai “Gangsters Di Chicago”. Great Crusades – Until The Night Turned To Day

great crusades until the night turned to day

Great Crusades – Until The Night Turned To Day – Mud Records / Blue Rose

Chi mi segue su questo blog avrà ormai capito che ci sono dei gruppi e cantanti che nel corso degli anni mi sono entrati sotto pelle, li seguo fin dal loro esordio, e quindi attendo con partecipazione le loro eventuali nuove uscite per poterle recensire e farli eventualmente conoscere su queste pagine virtuali. E’ questo sicuramente il caso dei Great Crusades (una delle band più sottovalutate d’America), che a distanza di tre anni dall’ultimo lavoro in studio Thieves Of Chicago (recensito sul Blog all’epoca), si fanno nuovamente vivi sul mercato con questo nuovo lavoro Until The Night Turned To Day (il nono della loro discografia  se non ho sbagliato i conti): una carriera  iniziata nel lontano ’98 con The First Drink Spilled Of The Evening, nuovo disco che chiude un cerchio, visto che tornano ad incidere con l’etichetta Mud Records, quella che aveva pubblicato il loro album di debutto. I “crociati” (stranamente ancora a piede libero), sono rappresentati come sempre dal leader Brian Krumm voce e chitarra, a cui rimangono fedeli Brian Leach (chitarra, tastiere e voce), Brian Hunt (basso e voce), e Christian Moder (batteria, tastiere e voce), con il non trascurabile apporto di Jake Brookman al violoncello, Brian Wilkie alla pedal-steel, e della gentile e brava Katie Todd come “vocalist” aggiunta, il tutto per registrare questo nuovo CD in soli due giorni negli ormai abituali JoyRide Studios di Chicago (il loro covo), in totale undici brani basati sulla propria tradizione musicale, che spazia tra americana, rock-blues, indie-rock, e un energico rock’n’roll.

the-great-crusades-picture

https://www.youtube.com/watch?v=n0F04S3RjC0

Un pianoforte “malandrino” introduce la splendida voce baritonale di Krumm (rauca e ricca di “pathos”), in un valzer intrigante come If You Could Only See Me Now, per poi cambiare subito registro con il “tex-mex” di It Only Took A Minute Not To Say Goodnight, il folk-rock di una solare Hey Hey (River Charles), per poi approdare a delle bellissime piste di pianoforte in una Gutter Punks in un duetto meraviglioso con Katie Todd. Si riparte e si alza il tiro con il rock senza tempo di una brillante Little Crown, e di una tambureggiante King Of The Altered States, per poi  rispolverare anche un po’ di vecchio caro “swing” nella tonica Prayer Furnace, virare al suono rilassante dell’acustica If I Changed My Mind, una tenebrosa ballata cantata al meglio dalla voce intensa del “capobanda”. Con la splendida Thanks For Asking si cambia ancora registro sonoro, passando pure per il blues ispirato da Muddy Waters con una torrenziale Last Dying Wish, e terminare infine con le suadenti note di Petrified, con la pedal-steel di Brian Wilkie in primo piano.

great crusades until the night turned to day photo

https://www.youtube.com/watch?v=a0hkiQL60SE

I Great Crusades si conoscono tra loro fin dall’infanzia, e dopo vent’anni di carriera non importa quale stile di musica suonino i tre Brian e Christian, ma conta che siano una rock-band coi fiocchi, che porta in giro per il mondo il proprio talento e una loro particolare impronta musicale, dove la voce di Krumm è sicuramente la proverbiale ciliegina sulla torta. Per i pochi (o tanti, ma dubito) che già li conoscono un disco da ascoltare nelle ore piccole, per tutti gli altri il consiglio di dare una “chance” e magari un ascolto al loro vecchio catalogo, in quanto anche se le influenze musicali sono diverse e numerose, i Great Crusades sono in primis i Great Crusades.

Tino Montanari

Prosegue La “Striscia” Del Blues. Popa Chubby – Two Dogs

popa chubby two dogs

Popa Chubby – Two Dogs – earMusic/Edel

Popa Chubby o se preferite Ted Horowitz, visto che in teoria il nome d’arte dovrebbe appartenere al gruppo (come racconta lui stesso, attribuendo la paternità del nickname al grande tastierista di Parliament/Funkadelic Bernie Worrell), poi, per estensione, è ovvio che essendo Horowitz l’unico membro fisso della band, il nomignolo è rimasto legato a lui. Confesso che non saprei dirvi che numero sia questo nuovo album nella sua discografia, direi almeno 25 in circa altrettanti anni di carriera deve averli pubblicati. Come sempre i migliori sono i primi, e quelli dal vivo, ma Popa Chubby, a parte forse un paio di volte, con l’ex moglie Galea, non è mai andato sotto il livello di guardia, ed i suoi dischi sono sempre abbastanza soddisfacenti, con delle punte di eccellenza. Anche questo Two Dogs non devia dalla regola aurea del “Blues according to Popa Chubby”, che è stato anche il titolo di un suo disco: per l’occasione Horowitz ha inciso solo materiale originale (ma poi non ha resistito, e alla fine dell’album comunque ci sono un paio di cover di pregio). Dopo Catfish dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/11/19/il-solito-popa-chubby-the-catfish/ , il primo per la earMusic, quindi dai gatti si passa ai cani, ma il risultato di fondo non cambia: il tastierista è il “solito” Dave Keyes, un nome, una garanzia, da molti anni con il “Chubby”, per il resto, si segnala la presenza alla batteria di Sam Bryant, uno ha che suonato per diversi anni nella band di Kenny Wayne Shepherd, e quindi è abbastanza uso al blues-rock diciamo energico di Popa Chubby, che comunque incorpora anche da sempre elementi soul e R&B.

L’album si apre con It’s Alright, un classico pezzo blues alla Horowitz, chitarra fluida e pungente, un ritmo influenzato, come ricorda lo stesso Chubby nel filmato, dai vecchi ritmi Detroit della Motown, quel pop errebì gioioso che imperava negli anni ’60, con le tastiere di Keyes molto presenti a controbilanciare il lavoro della solista, uno dei suoi pezzi migliori degli ultimi anni; Rescue Me dovrebbe essere una vecchia canzone mai incisa in passato per svariati problemi, che questa volta trova la via del nuovo disco, altro brano positivo e vibrante, tra R&R e blues, a tutto riff, con la chitarra sempre pungente del nostro, mentre Preexisting Order un brano che verte sull’health care americana, ha un ritmo quasi da soul revue, con l’intervento di fiati rotondi a dare corpo ad un’altra canzone dove si respira un’aria musicale brillante e positiva. Sam Lay’s Pistol è un altro pezzo che viene dal passato, scritto con l’ex moglie Galea, narra le vicende incredibili e grottesche di Sam Lay, il vecchio batterista che fu con i grandi della Chess e del blues (pure con Butterfield Blues Band e quindi presente alla svolta elettrica di Dylan) che aveva l’abitudine di portare sempre con sé una pistola, con cui una volta si sparò per sbaglio, anche negli zebedei, brano leggero e piacevole ancora una volta, ma suonato con il solito piglio deciso che sembra caratterizzare questo Two Dogs;la cui title-track è un bel esempio del classico blues degli episodi più funky del nostro, giro rotondo di basso, ancora i fiati presenti e chitarrina insinuante con wah-wah in evidenza.

Niente male pure Dirty Old Blues un rock-blues tirato e brioso, con Popa Chubby che va alla grande di slide, un pezzo da “Instant Grat” lo definisce, e in effetti la gratificazione è immediata; e il groove è potente e coinvolgente anche nella successiva Shakedown, un wah-wah hendrixiano incontra un ritmo da Memphis e dintorni e il divertimento è assicurato. Wound Up Getting High è la preferita dello stesso Horowitz, una sorta di southern ballad, solo piano e chitarra acustica, con piccoli interventi dell’elettrica; Clayophus Dupree è il primo dei due strumentali del disco, dove si apprezza tutta la tecnica del nostro che è chitarrista di pregio e dal feeling unico, molto piacevole anche il lavoro dell’organo di Dave Keyes che fa molto Booker T & The Mg’s, mentre lo stesso Popa Chubby siede alla batteria, novello Al Jackson. Me Won’t Back Down  rientra nell’agone più funky-rock della musica del nostro, ma mi sembra uno degli episodi meno convincente del disco, al di là del solito buon lavoro al wah-wah, eecellente Chubby’s Boogie, l’altro pezzo strumentale dell’album, un tributo a Freddie King, ma pure con rimandi alla musica degli Allman Brothers, grazie alle twin guitars suonate dallo stesso Horowitz, notevole anche Keyes al piano, una delle migliori tracce del CD, che comunque segnala in generale un ritorno alla miglior forma del nostro. Come testimoniamo anche le due bonus tracks dal vivo poste in coda all’album: una Symphathy For The Devil, tratta dal tour di Big, Bad And Beautiful, con il classico brano degli Stones che riceve un trattamento Deluxe e una più intima e raccolta Hallelujah, il brano di Leonard Cohen via Jeff Buckley, solo per chitarra e piano, quasi dieci minuti per una versione molto sentita e commovente.

Bruno Conti

Il “Mago” Del Blues? Più O Meno. Omar And The Howlers – Zoltar’s Walk

omar & the howlers zoltar's walk

Omar And The Howlers – Zoltar’s Walk – Big Guitar Music           

Il disco precedente, The Kitchen Sink, uscito nel 2015, me lo ero perso, leggendo in giro i commenti si era parlato di un album per certi versi interlocutorio, qualcuno aveva rilevato segnali di una certa “stanchezza” da parte di Omar e dei suoi Howlers, all’incirca per gli stessi motivi altri erano invece comunque soddisfatti dei risultati. In fondo la formula è comunque più o meno sempre quella, il classico power trio di ambito blues(rock), di derivazione texana (il nostro è nato nel Mississippi, ma vive ad Austin da una vita), aperto ad altre influenze, in ogni caso inserite nel grande bacino delle 12 battute classiche. Negli anni precedenti Omar Dykes aveva provato ad inserire nel menu nuovi elementi, pubblicando a proprio nome, e non del gruppo, Runnin’ With The Wolf, un disco che era un omaggio (riuscito) alla musica di Howlin’ Wolf, prima ancora erano usciti un paio di album dedicati a Jimmy Reed, uno in coppia con Jimmie Vaughan e uno da solo, mentre nel CD del 2012, Too Much Is Not Enough. era accreditato come membro aggiunto Gary Primich http://discoclub.myblog.it/2013/07/09/vai-col-vocione-omar-dykes-runnin-with-the-wolf-5499510/ . Ma poi con I’m Gone si era tornati alla formula in trio classica di Omar And The Howlers http://discoclub.myblog.it/2012/06/28/un-bluesman-texano-del-mississippi-omar-and-the-howlers-i-m/ , poi ribadita con il citato The Kitchen Sink e ora con questo nuovo The Zoltar’s Walk.

Come forse sapete Dykes si ostina, già dal 2012, a festeggiare i suoi 50 anni di carriera (quindi ora dovrebbero essere 55), non male per uno nato nel 1950, le cui prime mosse risalgono al 1973 e il primo album al 1980. Ma questa è una storia già raccontata, veniamo agli undici brani contenuti nell’album; questa volta sono tutte composizioni originali, che ruotano intorno alle vicende di questo Zoltar, mago e divinatore che appariva nel film Big ma anche in altri cartoons giapponesi, niente cover quindi, ma il risultato non cambia di molto, forse per l’occasione c’è più grinta e passione, anche più divertimento, il vocione di Omar è sempre poderoso e fin dall’apertura Diddleyana di Under My Spell, con riferimenti all’immancabile Jimmy Reed, il groove della ritmica e il lavoro della solista di Dykes sono trascinanti. L’etichetta è piccola, la Big Guitar Music, ma come indica la ragione sociale, il suono vorrebbe essere “grande” e vorticoso; Keep Your Big Mouth Shut rimanda anche al sound dei vecchi Fabulous Thunderbirds, con elementi rock e boogie, a fianco dell’immancabile blues.

E Omar è chitarrista dal tocco all’occorrenza felpato e ricco di feeling, come nella ballata quasi presleyana rappresentata nella delicata What Can I Do, per poi scatenarsi nello shuffle strumentale Zoltar’s Walk o ancora nella più cadenzata Stay Out Of My Yard, dove appare anche una guizzante armonica, suonata da Ted Roddy, ma comunque i “difetti” palesati nel suddetto The Kitchen Sink in parte rimangono, non sempre il vecchio “fervore” del passato è presente, non dico che il gruppo suoni per onorare il contratto, visto che l’etichetta è loro, ma non tutti i brani sono all’altezza. Soapbox Shouter, dedicata a Chuck Berry che sta a metà strada tra Stevie Ray Vaughan e Thorogood, ha la giusta intensità e la chitarra viaggia di gusto, con Meaning Of The Blues che tiene fede al suo titolo ed è più “rigorosa” e Big Chief Pontiac, che è di nuovo uno showcase per l’armonica, in questo caso di Dykes. Non può mancare lo slow blues intenso e ingrifato (ce ne vorrebbero di più) di Always Been A Drifter, dove si apprezzano la tecnica ed il feeling sopraffino di Omar Dykes, o il divertente R&R a tutta velocità della scatenata Mr. Freeze, o i ritmi latineggianti e sudisti della “misteriosa” Hoo Doo, in ricordo dell’amato Howlin’ Wolf. Insomma tutto molto piacevole ma anche, volendo, non indispensabile.

Bruno Conti

Non E’ Male, Ma Manca “Qualcuno”! Ten Years After – A Sting In The Tale

ten years after a sting in the tale

Ten Years After  – A Sting In The Tale – Ten Years After/Butler Records

Oibò, un nuovo Ten Years After! Ma non era morto Alvin Lee? Ve lo chiederete voi e me lo sono chiesto anch’io. Ma poi mi sono visto recapitare sul mio desco questo A Sting In The Tale e ho dovuto in parte ricredermi. Per la verità, e per voler essere sinceri sino in fondo, già dal 2003 gli altri membri del gruppo, con un colpo di mano, avevano rimpiazzato Alvin Lee con tale Joe Gooch e pubblicato un nuovo disco di studio Now, poi seguito da un doppio Live e da un altro disco di studio, Evolution, nel 2008. Poi nel 2014 anche Gooch e il bassista originale Leo Lyons hanno lasciato la formazione ( o sono stati fatti fuori), e a fianco di Ric Lee, il batterista e Chick Churchill, il tastierista, sono arrivati il nuovo chitarrista e cantante Marcus Bonfanti, e un’altra vecchia gloria del british blues, il grande bassista Colin Hodgkinson, già con Alexis Korner e soprattutto i gloriosi Back Door, dove svolgeva il ruolo di basso solista e leader del gruppo (in una formazione particolare jazz-rock dove non c’era un chitarrista https://www.youtube.com/watch?v=QJODInAKn4k ): quasi meglio di Dynasty (che non casualmente è tornata in TV nel 2017, con nuovi protagonisti).

Ammetto che non è il disastro che uno potrebbe attendersi, tipo i Creedence senza Fogerty, i Doors senza Jim Morrison, oppure la Band senza Robbie Robertson (ma lì i restanti membri erano grandissimi musicisti comunque), però comunque i TYA sono sempre stati Alvin Lee & Co., che era pure il titolo di una loro compilation di inediti del 1972. I quattro della nuova formazione vanno d’amore e d’accordo, tanto che hanno firmato collettivamente i 12 brani del  nuovo album, già portato in tour questa estate, dove veniva venduto pure il CD. Il leader è Marcus Bonfanti, discreto cantante, armonicista e chitarrista inglese, con quattro album solisti nel carnet e una buona reputazione alle spalle: e in fondo, volendo, non è che anche i dischi della band con Alvin Lee degli ultimi 40 anni (pochi conunque, due o tre, dopo lo scioglimento del 1974) fossero memorabili, a parte i Live. Come pure i dischi solisti di Alvin, con l’eccezione dell’ultimo Still On The Road To Freedom http://discoclub.myblog.it/2012/09/02/quasi-forty-years-after-alvin-lee-still-on-the-road-to-freed/ . Quindi pollice verso? No, non del tutto, la “posta in gioco non ci riserva una brutta sorpresa” (doppio gioco verbale con il significato del titolo), i quattro sanno ancora fare del buon rock (blues) stile 70’s: ripeto, chi paventava la tavanata galattica, come il sottoscritto, si trova di fronte un disco onesto, a tratti solido, con due o tre brani che ricordano il sound e gli arrangiamenti della vecchia band.

L’attacco di Land Of The Vandals, ricorda vagamente One Of These Days su A Space In Time, con I suoi incroci di organo e chitarra, un buon groove della sezione ritmica di Lee e Hodgkinson, subito un lavoro fluido della solista, e la voce di Marcus Bonfanti che ricorda curiosamente quella di Stan Webb, leader dei Chicken Shack, grandi rivali dei TYA ai tempi del british blues; buona partenza ribadita nella cadenzata Iron Horse, sempre del discreto rock-blues made in Britain, vivace e movimentato e anche in Miss Constable, dove l’organo di Churchill è co-protagonista dell’arrangiamento che comunque ruota sempre attorno alle evoluzioni della chitarra di Marcus. Up In Smoke, il brano più lungo, con i suoi oltre sei minuti, introduce l’uso di una chitarra acustica che rimanda nuovamente ai TYA del periodo americano, ma l’arrangiamento sospeso ed elettroacustico, è talmente sospeso che non decolla mai, al di là del buon lavoro delle tastiere, ci fosse stato Alvin avrebbe scatenato uno dei suoi celebri soli. Retired Hurt ha un riff che fa molto Love Like A Man, poi lo svolgimento è meno travolgente, ma qualche sprazzo delle vecchia classe c’è, nel buon lavoro della solista di Bonfanti.

Anche Suranne Suranne utilizza il vecchio sound, per poi arrivare a Stoned Alone, una buona ballata, introdotta da chitarra acustica e organo, che anche in questo caso alla fine rimane un po’ irrisolta. Ancora sound elettroacustico per Two Lost Souls, che introduce l’uso dell’armonica di Bonfanti, per un brano più bluesato e provvisto di maggior nerbo. Diamond In the Girl parte come I’d Love To Change The World (lo so, insisto a mettere il disco nella piaga), ma poi lo svolgimento non è proprio alla pari, con Last Night Of The Battle che ci riporta “vibrazioni positive” (sono crudele) ma l’originale era un’altra cosa. Titolare che viene omaggiato, credo, con Guitar Hero, dove la solista finalmente viaggia come si deve e tutta la band “rolla” di gusto, prima di salutarci con un buon boogie-rock con elementi R&R, Silverspoon Lady, come prediligeva il buon vecchio Alvin Lee. Nel caso meglio rivolgersi qui http://discoclub.myblog.it/2017/09/16/cofanetti-per-lautunno-2-ten-years-after-1967-1974-box-set/

Bruno Conti

Un Disco “Anomalo”, Acustico, Per Il Chitarrista Di Washington, D.C. Tom Principato & Steve Wolf – The Long Way Home

tom principalo & steve wolf the long way home

Tom Principato & Steve Wolf – The Long Way Home – Powerhouse Records 

Un disco acustico di Tom Principato? Ebbene sì, registrato in duo con Steve Wolf, bassista con cui Principato ha spesso condiviso in passato palchi e dischi, per l’occasione impegnato al contrabbasso. Un disco particolare, raffinato, notturno, forse ancor di più direi autunnale (vista la stagione verso cui ci avviamo), composto da otto tracce strumentali, una sorta di “vacanza” fuori stagione dal consueto blues-rock degli album di Principato, non ultimo l’ottimo CD+DVD Live And Still Kickin’ uscito all’incirca un paio di anni or sono http://discoclub.myblog.it/2016/01/15/studio-o-dal-vivo-sempre-gran-chitarrista-tom-principato-live-and-still-kickin/ . E anche il mood musicale è molto differente, niente travolgenti cavalcate a colpi di chitarra elettrica, a metà strada tra il miglior Clapton e Roy Buchanan, ma un disco felpato, minimale, molto jazzato, dove emergono anche le influenze del Danny Gatton più intimista, quello per cui Wolf aveva suonato e prodotto anche uno dei suoi dischi più famosi Redneck Jazz Explosion.

tom principalo & steve wolf the long way home back

Ma questa volta, come detto, il mood è molto più rilassato ed acustico, Principato abbandona la sua Fender elettrica per suonare una Gibson hollow-body con corde di nylon e Steve lo segue con il suo contrabbasso dal suono caldo ed avvolgente, ogni tanto rispondendo con delle cascate di note in libertà al continuo lavoro della solista di Tom. In alcuni brani vengono utilizzate anche delle piccole percussioni per dare una maggiore coloritura e corposità all’atmosfera sonora, ad esempio nell’iniziale Thought Of You, per il resto limpida e dalla dolcissima melodia, dove il contrabbasso risponde anche a livello solista agli interventi ricchi di tecnica e feeling della chitarra del nostro amico, oppure nella più mossa Midnight Groove, dove lo stile molto laidback dei due protagonisti si anima in alcune progressioni dove si apprezza ancor di più la tecnica sopraffina dei due musicisti americani. E’ chiaramente un disco di jazz, non aspettatevi digressioni rock o blues (forse appena un filo), per fare un richiamo per i non jazzofili potrebbe rimandare a certe cose acustiche e raccolte di Pat Metheny (che ha spesso elogiato Principato), o a gente come Kevin Eubanks o Earl Klugh, che però sfocia quasi nell’easy listening, ovviamente Django Reinhardt è un altro nome di riferimento, anche se lo swing non sembra rientrare negli ingredienti di questo The Long Way Home.

Forse si potrebbero ricordare pure certe cose dei trii di McLaughlin, Al Di Meola, Larry Coryell, ma senza l’elemento flamenco di Paco De Lucia, e comunque in quel caso e in quei dischi il virtuosismo corale e l’interscambio tra i musicisti raggiunge livelli strepitosi e frenetici, qui neppure sfiorati, quindi diciamo che è solo per inquadrare l’atmosfera dell’album; Tres Dias Mas, forse qualche elemento latino lo aggiunge, ma è appena accennato, mentre Very Blue potrebbe rimandare ad uno standard come Goodbye Pork Pie Hat, trasposto per una chitarra acustica ed un contrabbasso e Mi Solea con un uso più accentuato delle percussioni evidenzia di nuovo elementi latineggianti quasi alla Santana, nei suoi brani strumentali più melodici. Tango’d Up In The Blues gioca sul titolo di un brano di Dylan per ammiccare più alla malinconia e alla tristezza del tango, che alle 12 battute classiche con Wolf impegnato in un breve solo di contrabbasso; la vivace Back Again And Gone invece qualche elemento di blues e di un rock molto morbido lo inserisce, con la conclusiva Nancy che sfiora anche lo stile di gente come Davy Graham o il Bert Jansch dei Pentangle. Quindi occhio alla penna, qui Robert Johnson o Eric “Manolenta” non c’entrano per nulla, vi dovete rivolgere al live o ai dischi precedenti per ritrovare il Master of the Telecaster!

Bruno Conti  

Forse Più Rock “Sudista” Britannico Che Blues, Ma Non Sono Affatto Male. Wille And The Bandits – Steal

wille and the bandits steal

Wille And The Bandits – Steal Jig-Saw Music

Vengono dall’estremo sud del Regno Unito, Devon, Cornovaglia, sono un trio, guidato dal chitarrista e cantante Wille (senza la i) Edwards, con Matt Brooks al basso e Andrew Naumann alla batteria: hanno pubblicato sinora quattro album, compreso questo Steal. Tra le loro influenze citano Ben Harper e Pearl Jam, ma anche Jimi Hendrix e i gruppi power-rock in generale. Varie volte indicati tra le migliori giovani band senza contratto e tra le attrazioni più interessanti del circuito live britannico https://www.youtube.com/watch?v=OIZ4U0fsHZE , sono tra i tanti che cercano di emergere, con passione e buona attitudine, nell’attuale scena blues-rock inglese. La presenza di Don Airey, all’organo e alle tastiere in tre pezzi di questo album (uno che ha suonato con chiunque, da Deep Purple e Black Sabbath, passando per Gary Moore e Whitesnake), indica che nel DNA di Wille And The Bandist, c’è anche parecchio hard-rock, e, secondo le loro biografie, pure folk (hanno partecipato anche a Cropredy) https://www.youtube.com/watch?v=Zs6s2rj9pm0 , roots music, blues e latin rock, praticamente a parte il tex-mex e il ballo liscio, qualsiasi genere musicale.

Detto che queste liste spesso lasciano il tempo che trovano, direi che applicando il sistema San Tommaso o Guido Angeli, ossia provare per credere, la prima cosa che si rileva è che Wille Edwards è un eccellente chitarrista, oltre che all’elettrica molto efficace anche a dobro, Lap Steel e Weissenborn, come evidenziato nell’iniziale Miles Away, dove il nostro si disimpegna con classe tra slide, Weissenborn, ed elettrica (con un eccellente assolo di wah-wah), mentre il resto del gruppo, compreso Airey all’organo, confeziona del sano rock targato ‘70’s, duro ma ben suonato, Anche Hot Rocks non è male, buona voce e sound ad alta densità di riff, molto Deep Purple ma non disprezzabile, energia e grinta non mancano e quando Edwards inizia a lavorare la sua solista veniamo catapultati nel vecchio sano rock progressivo inglese dei tempi che furono, neppure tanto rinnovato ma di buon valore.

Sacred Of The Sun, di nuovo con Airey all’organo e tastiere rimane in questo hard-rock classico e raffinato, in una sorta di ideale ponte con le formazioni dell’epoca d’oro del genere. Ai giorni d’oggi pensate a Blues Pills, Black Mountain, All Them Witches, No Sinner, Rival Sons, i vari gruppi della Grooveyard, la scelta è ampia. Se avevate dei dubbi, c’è persino un brano che si intitola 1970 che pare uscito da qualche vecchio vinile dei Free, o meglio ancora dei Bad Company, con Wille che “maltratta” la sua solista con e senza bottleneck, anche con elementi southern nel sound, d’altronde se non sono “sudisti” loro che vengono dalla Cornovaglia.

Atoned parte su un assolo di basso, poi diventa un pezzo dei “Deep Zeppelin”, un po’ come fanno spesso i Black Country Communion, che però hanno un’altra classe, anche se come potenza di suono e genere ci siamo e poi Edwards è un virtuoso dello stile slide; ma anche quando i tempi rallentano, come nell’elettroacustica Crossfire Memories, e il suono di dobro e Weissenborn, oltre alle tastiere di Airey, si presenta in prima linea, la band conferma la sua validità anche in questa dimensione più intima. Our World rimane su questa lunghezza d’onda, che per certi versi richiama lo stile del citato all’inizio Ben Harper, acustico ma con improvvise sferzate elettriche. Insomma, come dice il titolo, “rubano” qui e là, ma lo fanno con buoni risultati, come certificano anche le conclusive Living Free, un blues nuovamente con elementi rootsy e qualche influenza dei Zeppelin meno “feroci”, grazie alla riuscita miscela di strumenti elettrici ed acustici, e soprattutto la lunga Bad News, altro pezzo di buona fattura, che dopo una introduzione raccolta esplode in un classico ed epico hard-rock, dove si apprezzano nuovamente le tastiere di Don Airey, e se il cantato di Wille Edwards è forse per l’occasione fin troppo sopra le righe, il suo lavoro alla solista è sempre di notevole efficacia. In definitiva, come detto all’inizio, a parte il liscio, il resto direi che c’è tutto.

Bruno Conti