I 50 Anni Sono Passati Da Qualche Tempo, Ma Loro Continuano A Festeggiare! Kim Simmonds And Savoy Brown – Still Live After 50 Years Volume 2

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Kim Simmonds And Savoy Brown – Still Live After 50 Years Volume 2 – Panache Records             

Continua ininterrotta la serie di album relativi ai Savoy Brown, sia CD nuovi, come il recente, eccellente City Night, come pure dischi di materiale dal vivo, pubblicati dalla etichetta personale di Kim Simmonds, la Panache Records, che spesso però ripropone i dischi anche più volte, come è il caso di questo Still Live After 50 Years Volume 2, che già aveva circolato nel 2017 e ora esce di nuovo con una diversa distribuzione europea e, come da titolo, è la seconda parte di un concerto tenuto da Simmonds e soci al Paradise Theatre di Syracuse, NY il 12 aprile del 2014. Con la formula del power trio, insieme a Kim ci sono i compagni abituali degli ultimi dieci anni, Garnett Grimm alla batteria e Pat DeSalvo al basso. Repertorio che pesca sia da brani originali come da classici del blues: Nothin’ But The Blues è un pezzo originale di Simmons che era proprio sul disco del 2014 Goin’ To the Delta, la voce diciamo che è diventata “adeguata” negli anni ma nulla più, il leader dei Savoy Brown non è mai stato un grande cantante, ma compensa abbondantemente con la sua abilità riconosciuta alla chitarra, in questo pezzo cadenzato nello stile tipico della band fondatrice del British Blues.

 

Monday Morning Blues è un vecchio brano di Lowell Fulson, estratto da Steel del 2007, buona versione come la precedente, ma nulla di memorabile; Kim poi passa all’acustica per una cover di Shot In The Head, un vecchio brano che era su Lion’s Share del 1972, canzone scritta da Young e Vanda, la coppia alle spalle degli Easybeats e poi a lungo con gli AC/DC, versione noiosetta. Meglio I’m Tired di Chris Youlden, da A Step Further, uno dei loro capolavori, la versione parte con il freno a mano tirato, ma poi Simmonds comincia a lasciarsi andare con una lunga improvvisazione della solista, qualità che viene ribadita in Black Night, una canzone tratta da Shake Down, il loro primo album del 1967, per festeggiare in anticipo i 50 anni di carriera, anche questa versione, con l’acustica, non soddisfa del tutto. Viceversa un altro cavallo di battaglia come Street Corner Talking erutta dalle casse a tutto riff nella propria potenza elettrica non intaccata dal passare degli anni , quasi 10 minuti anche con variazioni jazzy nella parte centrale; Ride On Baby pesca sempre dal vecchio repertorio, Jack The Toad del 1973, con Simmonds che passa alla slide per un’altra gagliarda dimostrazione del loro poderoso blues-rock, compresa una dimostrazione della sua abilità all’armonica, prima di congedare il pubblico con un estratto dal lunghissimo medley Savoy Brown Boogie che occupava una intera facciata di A Step Further, qui c’è solo la parte di Whole Lotta Shakin’ Goin’ On, presa comunque a tutta velocità con la sezione ritmica che permette a Simmonds di improvvisare da par suo.

In definitiva un buon album complessivamente, anche se ci sono in giro dei dischi dal vivo migliori dei Savoy Brown, ma accontentiamoci.

Bruno Conti

Un Ritorno Ai “Fasti” Del Passato. Danny Bryant – Means Of Escape

danny bryant means of escape

Danny Bryant – Means Of Escape – Jazzhaus Records

E’ innegabile che I dischi migliori del chitarrista inglese siano stati quelli pubblicati a nome Danny Bryant’s RedeyeBand, per intenderci quelli della prima decade degli anni 2000, quando il padre Ken era il bassista della formazione: questo non è per dire che gli album successivi siano brutti, tutt’altro, però il nostro amico aveva un poco perso il bandolo del suono, come avevo detto in una recensione di qualche tempo fa era passato dal blues-rock degli inizi al rock-blues tendente all’hard rock degli anni ’10 https://discoclub.myblog.it/2014/11/24/robusto-spessore-chitarristico-i-sensi-danny-bryant-temperature-rising/ , più o meno in concomitanza dell’inizio della collaborazione con il produttore e tastierista Richard Hammerton, che spesso (non sempre) nelle canzoni aveva portato un suono più patinato, di maniera, con l’utilizzo massiccio delle tastiere, synth incluso.. Per l’occasione di questo Means Of Escape, disco n° 11, Bryant ha deciso di tornare a prodursi in proprio, si è cercato un bravo ingegnere del suono e poi ha spedito i nastri per il mixaggio a Eddie Spear (uno che ha lavorato con Brandi Carlile, Anderson East, Old Crow Medicine Show, Chris Stapleton), ed infine il tutto è stato masterizzato agli Abbey Road Studios di Londra.

L’album poi è stato registrato praticamente in presa diretta : il risultato è uno dei suoi migliori dischi in assoluto, e tra le migliori uscite dell’anno in ambito blues e dintorni. Un CD che ricorda molto le pubblicazioni recenti del suo amico e mentore Walter Trout: voce vissuta, grintosa e dolente a tratti, la sua fedele Fender Stratocaster spesso e volentieri in azione in modo splendido, ora roboante e potente come nell’iniziale Tired Of Trying, ispirata proprio dall’amico Walter, e dove ci sono chiari rimandi anche all’amato Jimi Hendrix, con fiumi di note che escono dalla solista e una sezione ritmica cadenzata e veemente che ben lo asseconda, ora lancinante e più “classica https://www.youtube.com/watch?v=S52T_tWqTN4 ”, come nello splendido slow blues con fiati e piano e organo di una intensa Too Far Gone, dove la chitarra si libra lirica grazie ad un timbro “grasso” e corposo.. La title track con un testo per certi versi autobiografico, per essere sinceri ricorda alquanto il celebre riff e la melodia di All Along The Watchtower, ma si poteva scegliere peggio, visto che poi il risultato è veramente coinvolgente e trascinante, con l’organo di Stevie Watts ancora a spalleggiare con classe la solista di Bryant che volteggia inarrestabile; Nine Lives è un altro brano energico, dalle parti del Texas blues di Stevie Ray Vaughan, con l’organo Hammond di Watts nella parte che fu di Reese Wynans https://www.youtube.com/watch?v=0wxp-88nMg0 .

Skin And Bone è un ricordo accorato e sentito della figura del padre, morto nel 2018 dopo una lunga malattia, “Pelle e ossa” descrive in modo crudo ma efficace la situazione che si trova ad affrontare chi deve assistere una persona cara che ci sta lasciando (e che personalmente comprendo), solo voce, chitarra acustica e alcuni “tocchi” laceranti della elettrica, ma tanta partecipazione emotiva; in Warning Signs (In Her Eyes) tornano i fiati per un’altra cavalcata nel blues elettrico che profuma e ricorda lo stile del Muddy Waters degli anni d’oro, non un brano specifico ma tanti rimandi alle riletture delle band del British Blues. Where The River Ends l’aveva già incisa per il suo secondo album del 2003 Shadows Passed, ma non era rimasto soddisfatto del risultato, la nuova versione di questa ballata in effetti centra il suo scopo che è quello di ricordare la scomparsa della figlia di un vecchio amico, con la chitarra che convoglia disperazione ed intense emozioni in un assolo di rara bellezza https://www.youtube.com/watch?v=A2bQt_4adGM  .Hurting Time ci presenta il suo debutto discografico alla slide, un altro blues fiatistico dove le 12 battute classiche sono protagoniste assolute, e per chiudere un album eccellente ecco Mya, un’ulteriore ballata, questa volta strumentale, incentrata sull’uso di piano elettrico e organo su cui si innesta una ennesima dimostrazione della tecnica e del feeling di questo superbo chitarrista che rilascia un lunghissimo e torrenziale assolo veramente “da urlo”.

Bruno Conti

Sia Pure “In Ritardo”, Ma Non Poteva Mancare Un Suo Nuovo Album Nel 2019! Joe Bonamassa – Live At The Sydney Opera House

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Joe Bonamassa – Live At The Sydney Opera HouseMascot/Provogue

Immagino che tutti, come me, foste in trepida attesa di notizie di Joe Bonamassa: scherzo, ma non troppo, stiamo arrivando alla fine del 2019 ed il chitarrista newyorchese al momento non aveva ancora annunciato nessuna pubblicazione discografica per l’anno in corso, dopo che nel 2018, il linea con la sua cospicua discografia, erano usciti ben tre album, l’ultimo Redemption, pubblicato a ottobre https://discoclub.myblog.it/2018/09/17/ormai-e-una-garanzia-prolifico-ma-sempre-valido-ha-fatto-tredici-joe-bonamassa-redemption/ . Persino la sua casa discografica, nell’annunciare il nuovo disco di Joe (perché sta per uscire, ebbene sì, il prossimo 25 ottobre), ci ha scherzato sopra: anche se si tratta di una uscita “strana”, un disco dal vivo, e fin lì niente di inusuale, però registrato ben tre anni fa, nel settembre del 2016, quindi nel tour di Blues Of Desperation, pochi mesi prima del concerto londinese per British Blues Explosion Live. E la cosa più strana è che non si tratta del concerto completo alla Sydney Opera House del 30 settembre del 2016, non ne esistono versioni Deluxe (se non consideriamo il vinile che ha un brano in più) e neppure edizioni in DVD, anche se cercando in rete risulta sia stato filmato.

Peccato perché la location è suggestiva, si tratta di una sala da concerto eletta dall’UNESCO tra i patrimoni dell’umanità, dove spesso si svolgono concerti epocali per la musica down under: ho investigato ulteriormente e ho visto che oltre a Livin’ Easy, che è la bonus del doppio vinile, Bonamassa nella parte finale del concerto, non documentata nel CD, ha eseguito una serie di cover rare e sfiziose, Little Girl di John Mayall, Angel Of Mercy di Albert King, If I’m in Luck I Might Get Picked Up, una cover di Betty Davis cantata da Mahalia Barnes, Boogie Woogie Woman di B.B. King, How Many More Times dei Led Zappelin e Hummingbrid di Leon Russell. Sarebbe stato un concerto sontuoso, così è “solo” un bel concerto, perché comunque dal vivo il nostro è sempre una vera forza della natura, ed è accompagnato dalla sue eccellente band, con Reese Wynans alle tastiere, Michael Rhodes  la basso, Anton Fig alla batteria, le sezione fiati con Paulie Cerra e Lee Thornburg, e i vocalist di supporto Juanita Tippins, Gary Pinto e la citata Barnes.

Nove brani con una durata media tra i sette e gli otto minuti, oltre a Love Ain’t A Love Song che supera i dieci, quindi ampio spazio per l’improvvisazione e per le scorribande chitarristiche di un Bonamassa in grande serata, che comunque difficilmente, se non mai, dal vivo delude: sono ben sette brani (più la bonus track) gli estratti da Blues Of Desperation, più il lungo brano ricordato, che viene da Different Shade Of Blue, ed una bellissima cover di Florida Mainiline da 461 Ocean Boulevard di Eric Clapton, fiatistica e gagliarda, dal periodo rock’n’soul di Manolenta, con grande assolo di Wynans all’organo e uno fantastico lunghissimo e fluido di un Joe straripante, degno epigono claptoniano. Per il resto l’iniziale This Train cita nel prologo strumentale Locomotive Breath dei Jethro Tull, poi la band inizia a macinare musica alla grande e il nostro rilascia un altro assolo formidabile, Mountain Of Climbing, anche se non ha la doppia batteria della versione in studio, è comunque rocciosa e riffata, molto alla Led Zeppelin, anche Drive ha questo afflato zeppeliniano, inizio lento e guardingo, poi un crescendo tipo Houses Of The Holy, ma con i fiati e le tastiere quasi jazzate e liquide, prima del solito solo tiratissimo.

La citata  Love Ain’t A Love Song è il tour de force del concerto, una esplosione di energia e forza dirompente, con le coriste impegnatissime come pure i fiati sincopati e il piano elettrico, fino ad un assolo che parte lento e poi prende energia nella parte finale, How Deep This River Runs, più lenta e scandita è un’altra piece de resistance con la chitarra che imperversa. Della cover di Clapton abbiamo detto, The Valley Runs Low con Joe al bottleneck è una bella soul ballad malinconica ed avvolgente, con Blues Of Desperation siamo di nuovo dalle parti degli Zeppelin, direi periodo Kashmir, anche se l’uso dei fiati lo diversifica da quel sound, benché l’assolo, ancora con uso slide, è molto Jimmy Page. A chiudere un altro ottimo disco dal vivo No Place For Lonely, una lirica hard blues ballad che rende omaggio allo stile di Gary Moore, con un assolo finale da urlo.

Bruno Conti

Un Trio Di Delizie Blues Alligator Per L’Estate 2. Coco Montoya – Coming In Hot

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Coco Montoya – Coming In Hot – Alligator/Ird 

Squadra vincente non si cambia e Henry “Coco” Montoya si è ben guardato dall’apporre qualche variazione al team che lo aveva accompagnato nel precedente album, sempre per la Alligator, l’ottimo https://discoclub.myblog.it/2017/04/11/la-dura-verita-un-gran-disco-di-blues-elettrico-coco-montoya-hard-truth/ : e quindi stesso produttore Tony Braunagel, che è anche il batterista, Bob Glaub al basso, il bravissimo Mike Finnigan alle tastiere, Johnny Lee Schell alla seconda chitarra. Non c’è Lee Roy Parnell come ospite, ma troviamo in un brano il grande Jon Cleary al piano e Shaun Murphy a duettare con Montoya in un’altra canzone. Il chitarrista californiano anche per questo Coming In Hot ha scelto una serie di canzoni non famosissime ma tutte di eccellente fattura, il resto lo fanno la sua voce e soprattutto la chitarra, pungente e variegata come di consueto, a conferma del fatto che John Mayall ci vide giusto quando lo volle nei riformati Bluesbreakers, nel periodo 1984-1993 (e per cinque anni con lui in formazione c’era anche il bravissimo Walter Trout, un altro dei migliori solisti in ambito blues-rock delle ultime decadi). Il disco ufficialmente è in uscita il 23 agosto, ma nelle nostre lande circola già regolarmente da qualche tempo.

L’apertura è affidata a Good Man Gone, un brano di Tom Hambridge, altro produttore e batterista di grande prestigio, che è anche autore molto prolifico: un classico uptempo di stampo R&B, con l’organo di Finnigan e le voci delle coriste Kudisan Kai Maxan Lewis a punteggiare la voce grintosa e vissuta di Montoya, che poi scatena la potenza della sua chitarra in uno dei suoi tipici assoli pungenti e fiammeggianti. La title track è l’unico brano originale firmato da Coco con Dave Steen, un classico e vigoroso esempio di Chicago blues elettrico, con Cleary al piano (che però non si sente molto), mentre la band nell’insieme tira alla grande con il nostro che continua a lavorare di fino alla solista, energia allo stato puro. Stop Running Away From My Love è uno shuffle elettrico, cadenzato e potente, benché scritto da Jeff Paris, un musicista di stampo metal, sempre con le coriste e Finnigan in bella evidenza, mentre Coco continua a darci dentro con forza anche in questo brano, con un assolo di grande fluidità e tecnica, e Finnigan è impegnato la piano Wurlitzer. Non manca l’omaggio al vecchio maestro Albert Collins (di cui Montoya fu batterista ad inizio carriera negli anni ’70), del quale viene ripreso con grande vigore il notevole blues lento Lights Are On But Nobody’s Home, il tipico slow dell’Iceman con la chitarra del nostro che viaggia spedita e in grande libertà, sostenuta dall’organo insinuante di Finnigan e con una interpretazione vocale di grande intensità, quasi sette minuti di pura magia.

Stone Survivor è una canzone di David Egan, cantautore americano scomparso nel 2016, molto amato dai bluesmen e dai cantanti soul (tra i suoi “clienti” anche Solomon Burke, Irma Thomas, Joe Cocker, Tab Benoit, Marc Broussard, Marcia Ball e moltissimi altri). un tipico brano di caldo blue eyed soul, di nuovo con le due coriste impegnate a sostenere la bella voce di Montoya, con Finnigan che per l’occasione passa al piano. Nel disco precedente c’era un brano di Warren Haynes Before The Bullets Fly, questa volta What Am I? porta la firma di Haynes e Johnny Neel, una canzone che appariva su un disco del 1993 del tastierista e cantante, una deliziosa southern ballad di grande pathos, incorniciata da un lirico assolo di chitarra del mancino californiano. Ain’t A Good Thing è un pezzo scritto da Don Robey (noto ai più anche come Deadric Malone), un errebì solido e movimentato che faceva parte del repertorio di Bobby “Blue” Band, con Shaun Murphy alla seconda voce e che conferma la grande ecletticità sonora di questo album. Forse la sola I Would’n Wanna Be You, una canzone del repertorio di Reba McEntire, non è all’altezza del resto del disco, una traccia leggerina che neppure il lavoro della solista riesce a risollevare. Eccellente invece la cover di Trouble, un pezzo dal repertorio del misconosciuto Frankie Miller, ancora solido blue eyed soul di notevole fattura, con Montoya sempre estremamente motivato sia nella parte vocale che nel lavoro della solista. Witness Protection è una canzone di Allison August, una poco conosciuta ma valida vocalist californiana, pezzo a cui Montoya aveva partecipato come voce duettante nel disco del 2016, e qui riprende in una propria versione, sempre calda e partecipe. A chiudere Water To Wine, un brano che porta la firma Washington e che francamente non ricordo, ma questo non impedisce che sia un ulteriore vibrante shuffle chitarristico di eccellente fattura, a conferma di un album caldamente consigliato agli amanti dei blues elettrico di gran classe.

Aggiornato con video del nuovo album.

Bruno Conti

Blues-Rock Gagliardo Con Spruzzate Soul E Funky. Coyote Kings – Rocket

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Coyote Kings – Rocket – Underworld Records

I Coyote Kings sono una band proveniente dall’area est dello stato di Washington, hanno al loro attivo sette album (il primo Feelin’ Lucky pubblicato nel 2007), anche se in effetti un paio sono condivisi con delle voci femminili che si aggiungono alla band, o viceversa: in Nasty Habits & Dirty Little Secrets del 2013 c’era Michelle “Mush Morgan, mentre il disco del 2017 è attribuito a Typhony Dames Featuring Coyote Kings. Nel nuovo Rocket la Dames rimane come vocalist ufficiale, anche se occorre dire che non è da meno l’altro protagonista principale del sound del gruppo, nonché fondatore e leader assoluto, il chitarrista Robin Barrett, che scrive le canzoni e occasionalmente le canta, e in alcuni brani sono presenti degli ospiti che insaporiscono lo stile blues-rock triangolare dei Coyote Kings con spruzzate di soul, funky e rock classico, come era già stato per il disco del 2009 Large Band Extravaganza. La Dames viene da Harlem, quindi dalla East Coast, ma è stata a lungo attiva anche nella West Coast, e per aggiungere un ulteriore tassello di informazione il nuovo album viene pubblicato dalla Underworld Records, l’etichetta di Tim “Too Slim” Langford, per cui sono usciti anche dischi di Jim Suhler & Monkey Beat e Jason Elmore & Hoodoo Witch, anche se questo, ahinoi, al solito, non lo rende più facilmente reperibile.

Con tutte le coordinate ricordate finora non è una sorpresa che l’iniziale Mojo Run sia una botta di poderoso rock-blues con la chitarra fiammeggiante di Barrett in bella evidenza, sostenuta dalla voce potente e vissuta di Typhony e con la sezione ritmica di Gordon Townsend alla batteria e Kit Kuhlmann al basso, che ci dà dentro veramente di gusto https://www.youtube.com/watch?v=vmy9Qg4GZ2E ; Drive Me, pur rimanendo tosta, ha un approccio più funky-rock, con Nate Miller al sax e Diego Romero alla seconda chitarra, il suono è più complesso e ricercato, con i vari solisti, soprattutto le pungenti chitarre, che si alternano alla guida con il sax ed evidenziano un gusto per certo rock classico anni ’70 che affiora, sempre ottima la Dames, voce veramente da godersi fino in fondo. Break Free torna ad incattivirsi, con retrogusti hendrixiani e Barrett che è la voce solista in un brano dove le dure folate della sua solista mettono in un angolino il blues della band, che ritorna prepotentemente nel lungo slow Well Run Dry, cantato splendidamente da Typhony Dames che si conferma interprete di grande presenza vocale, intensa e magnetica, prima di lasciare spazio alla chitarra di Barrett che ci delizia con il classico e ripetuto assolo prepotente e tagliente, in continuo crescendo, una combinazione che ricorda certe cose del duo Bonamassa-Beth Hart.

All Tangled Up è un funky soul sapido, anche se meno incisivo, chitarrina maliziosa, basso rotondo, sax con un paio di piacevoli assoli di ordinanza e la solita buona prestazione della Dames, più efficace la deliziosa Trusted You, con qualche retrogusto alla Robert Cray nella prestazione vibrante della solista di Barrett, e poi  a ribadire la qualità complessiva del disco arriva l’altro “lentone” dell’album Baby’s Gone, caratterizzato da una ulteriore intensa performance vocale di Typhony, sottolineata solo da sax e chitarra, un brano decisamente notturno https://www.youtube.com/watch?v=VU0eH3FVA0M  e jazzy. Shakin’ It torna su territori rock-blues più mossi, senza essere comunque memorabile, come pure la successiva Blind, cantata nuovamente da Barrett, per un pezzo che però non decolla mai, mentre la conclusiva Song For Shaman è un pezzo strumentale liquido e sognante dove si apprezzano le linee precise e tecnicamente pregevoli della solista di Robin Barrett https://www.youtube.com/watch?v=jXA4UsQ-kbo , che si conferma musicista in possesso di una tecnica e di un feeling veramente rimarchevoli.

Bruno Conti

Sceneggiatore E Autore Per Cinema E TV, Ma Anche Ottimo Musicista. John Fusco And The X-Road Riders

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John Fusco And The X-Road Riders – John Fusco And The X-Road Riders – Checkerboard Lounge Records

Il nome di John Fusco come musicista sicuramente dice poco ai più, ed in effetti questo album con gli X-Road Riders è il suo esordio. Ma se scaviamo più in profondità scopriamo che questo signore è colui che ha scritto il soggetto originale di Crossroads (in Italia Mississippi Adventure), l’ottimo film del 1986 di Walter Hill, che proponeva una versione romanzata del famoso patto siglato al crocevia tra Robert Johnson e il Diavolo, con la colonna sonora di Ry Cooder e Steve Vai nella parte di quel “diavolo” di un chitarrista che duella con Ralph Macchio. Fusco ha comunque scritto anche i soggetti di Young Guns I e iI, Hidalgo, Spirit, l’imminente Highwaymen di Kevin Costner, la serie televisiva Marco Polo per la Netflix, quindi non è il primo pirla che passa per strada, e comunque ha anche questa “passionaccia” per la musica, il blues(rock) nello specifico e per il suo esordio discografico si fa aiutare da Cody Dickinson dei North Mississippi Allstars, che nel CD suona chitarra, dobro, piano, basso e batteria, lasciando le tastiere a Fusco, che si rivela essere anche un notevole cantante, in possesso di una voce profonda, vissuta e risonante, ben sostenuta dalle gagliarde armonie vocali di Risse Norman, una vocalist di colore dal timbro intriso di soul e gospel, come dimostrano tutti insieme nella potente Rolling Thunder che apre l’album e dove la slide tangenziale di Dickinson è protagonista assoluta del sound.

Drink Takes The Man è anche meglio, con l’organo di Fusco e la chitarra di Cody a duettare, mentre John, con l’aiuto sempre della Norman, imbastisce un blues-rock quasi alla Allman Brothers, sapido e gustoso, sempre con le chitarre di Dickinson in grande spolvero. L’album è stato registrato ai Checkerboard Lounge Studios di Southaven, Mississippi, ed esce per l’etichetta dello stesso nome, al solito con reperibilità diciamo difficoltosa, ma vale la pena di sbattersi, perché il disco merita: in Poutine c’è anche una piccola sezione fiati guidata dalla tromba di Joshua Clinger, e il suono si fa più rotondo, con elementi soul sudisti, sempre caratterizzati dalla voce allmaniana di Fusco, dal suo organo scintillante, dalle chitarre di Dickinson e dalla calda vocalità della Risse. Hello Highway, con l’armonica dell’ospite Mark Lavoie in evidenza, più che un brano di Dylan (con cui ha comunque qualche grado di parentela) sembra un brano della Band, quando cantava Rick Danko, con il tocco geniale di un piano elettrico a rendere più intensa la resa sonora di questa bellissima canzone. E non è da meno anche A Stone’s Throw un’altra bella ballata gospel-rock che miscela il sound della Band e quello degli Allman, con la lirica solista di Dickinson a punteggiare splendidamente tutto il brano, mentre Fusco e la Norman si sostengono a vicenda con forza.

Non ci sono brani deboli in questo album, anche I Got Soul, quasi una dichiarazione di intenti, di nuovo con l’armonica di Lavoie e il sax solista di Bradley Jewett, ha ancora questo impeto del miglior blues sudista, con Fusco che rilascia un ottimo assolo di organo, senza dimenticare di lavorare di fino anche al pianoforte. Can’t Have Your Cake, sembra la sorella minore di Midnight Rider di Gregg Allman, un’altra southern ballad di grande fascino, cantata con impeto dal nostro amico, mentre la chitarra è sempre un valore aggiunto anche in questo brano https://www.youtube.com/watch?v=HAOlJvEL_lE ; Boogie On The Bayou, è un altro blues di quelli gagliardi, con piano elettrico, chitarra, ed organo a supportare con trasporto la voce vellutata e vibrante di Fusco. Anche Once I Pay This Truck Off non molla la presa sull’ascoltatore, questa volta sotto la forma di una ballata elettroacustica insinuante, sempre calda ed appassionata, grazie all’immancabile lavoro di grande finezza offerto da Cody Dickinson https://www.youtube.com/watch?v=roz27n9cTlU , che per il brano finale chiama a raccolta anche la solista del fratello Luther per una versione di grande forza emotiva del super classico di Robert Johnson Crossroad Blues, con la band che rocca e rolla di brutto sul famoso riff della versione dei Cream, e la slide che imperversa nel brano, grande anche la Norman, anche se forse avrei evitato il freestyle rap di Al Kapone che comunque non inficia troppo una grande versione https://www.youtube.com/watch?v=RgAWx9IhzU8 , all’interno di un album di notevole spessore complessivo.

Bruno Conti

In Studio O Dal Vivo, Non Ne Sbaglia Uno. Tommy Castro And The Painkillers – Killin’ It Live

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Tommy Castro And The Painkillers – Killin’ It Live – Alligator/Ird

Tommy Castro viene da San Jose, California, dove è nato nel 1955, ma è sempre in giro per gli Stati Uniti (e ogni tanto anche in Europa) a proporre la propria musica dal vivo, anche se nella sua carriera solista iniziata negli anni ’90 (prima suonava con i Dynatones), questo Killin’ It è già il suo terzo disco dal vivo. Il quarto CD registrato con i Painkillers, in una discografia che conta su una quindicina di album, più un paio di EP: da alcuni anni si è accasato con la Alligator, etichetta che ormai da un po’ di anni non sbaglia un disco, e anche questo CD non fa eccezione. Se amate del blues robusto, a forte componente rock, con elementi soul  e southern, non vi potete esimere, anche questa nuova prova di Castro centra l’obiettivo. Registrato nel tour del 2018 Tommy ha pescato da registrazioni effettuate con il suo quartetto tra New York, Michigan, California e in Texas, al leggendario Antone’s: niente ospiti per l’occasione,  solo il bassista Randy McDonald, il batterista Bowen Brown e il tastierista Michael Emerson, che sono diventati uno delle formazioni più gagliarde in circolazione. La scelta del repertorio spazia un po’ in tutta la sua produzione, con due cover, Leaving Trunk di Sleepy John Estes, cavallo di battaglia di Taj Mahal, ma suonata spesso anche da Derek Trucks e Gov’t Mule, nonché Them Changes di Buddy Miles, il celebre brano presente anche nel Live con Santana ed estratto da Stompin’ Ground  l’ultimo album del nostro amico https://discoclub.myblog.it/2017/10/09/delaney-bonnie-e-pure-eric-clapton-avrebbero-approvato-tommy-castro-the-painkillers-stompin-ground/ .

Quindi niente fiati questa volta, ma l’impressione da blues and soul revue è tipica sempre nelle produzioni di Tommy Castro, fin dall’annuncio iniziale “Party Time, It’s Saturday Night Everybody”, l’atmosfera è subito gioiosa e spumeggiante, con una Make It Back To Memphis che sta giusto a metà strada tra il sound della J. Geils Band (anche senza l’armonica di Magic Dick) e il Texas sound di un pimpante Delbert McClinton, grazie ad un ritmo ondeggiante, alla bellissima voce di Castro e al pianino debordante di Emerson, poi nel finale entra la chitarra di Tommy e non ce n’è più per nessuno, il divertimento è assicurato. Can’t Keep A Good Man Down tratta dall’omonimo album del 1997 non è da meno, con una pulsante sezione ritmica e la solista che comincia a  lanciare traccianti rock-blues sul pubblico presente, si capisce perché il musicista californiano è considerato uno dei migliori chitarristi in circolazione, come viene ribadito nelle volute funky di Leaving Trunk, che nella versione di Taj Mahal aveva Ry Cooder e Jesse Ed Davis alle chitarre, ma il nostro amico fa di tutto per non farli rimpiangere, con il suo timbro grasso e pungente, mentre Emerson passato all’organo lo sostiene con brio.

Lose Lose era un brano scritto con Joe Louis Walker presente nel disco del 2015, uno slow blues di quelli tiratissimi e lancinanti dove la chitarra di Castro fa i numeri in un fluentissimo assolo ricco di una forza e una tecnica strabilianti, notevole anche il vibrante shuffle Calling San Francisco, tratto da un vecchio album del 1999, sempre cantato e suonato in grande spinta da tutta le band, che poi accelera vorticosamente a tempo quasi di rock and roll per una potente Shakin ‘The Hard Times Loose dove impazza il batterista Bowen Brown e sembra di sentire appunto una rock’n’soul revue devastante. Un attimo di quiete per godere della bella ballata soul Anytime Soon, che anche vocalmente ricorda il miglior McClinton, con breve solo di grande finezza in punta di dita, She Wanted To Give It To Me è tratta dal disco del 2014 con i Painkillers The Devil You Know, un brano scritto con Narada Michael Walden dal groove funky accentuato, chitarra dal suono nuovamente “grasso” e pungente e ottimo lavoro dell’organo, ancora con quell’aria da party music che spesso trasuda dai brani di Castro; ottima anche Two Hearts altro blues up-tempo con retrogusto soul e il “solito” assolo furioso della Gibson del nostro amico, che per chiudere sceglie Them Changes, un classico del rock-blues, che oltre che con Carlos Santana Buddy Miles era solito suonare nella Band Of Gypsys di Hendrix, versione gagliarda, con lungo assolo di organo nella parte centrale e la solista di Castro che imperversa nel resto del  brano, e spazio anche per i classici assoli di basso e batteria, come in tutti i Live che si rispettano, e questo lo è!

Bruno Conti

Si Può Fare Di Meglio, Grande Tecnica E Talento, Due Canzoni Notevoli, Il Resto Meno. Eric Gales – The Bookends

eric gales the bookends

Eric Gales – The Bookends – Mascot/Provogue          

Secondo album di Eric Gales per la Mascot/Provogue, dopo il discreto Middle Of The Road del 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/02/21/anticipazione-nuovo-album-il-24-febbraio-esce-eric-gales-middle-of-the-road/ : come mi è capitato di dire più volte recensendo i suoi dischi, Gales è un vero talento, un ragazzo prodigio all’esordio a 16 anni con la Eric Gales Band in un eccellente album per la  Elektra. Poi da allora 15 album, fino a questo The Bookends, con risultati alterni: la tecnica del mancino di Memphis non si discute, come le sane influenze,  Jimi Hendrix in primis, e Muddy Waters e Howlin’ Wolf, con i quali il nonno di Eric, Dempsey Garrett Sr., era solito cimentarsi in jam sessions, ma anche, tramite i fratelli Eugene e Manuel (conosciuto come Little Jimmy King), Albert e B.B. King. Hendrix è rimasto un imprimatur indelebile, i bluesmen meno, a favore di elementi rock, che sconfinano anche nell’hard e nel metal, oltre, negli ultimi anni, a parer mio purtroppo, pure derive pop, R&B “moderno”, persino hip-hop, con risultati non sempre eccitanti: molti alti e bassi, per quanto, come testimoniano i suoi dischi Live, rimane sempre un grande chitarrista a livello concerti.

Anche questo nuovo album non risolve il dilemma, a fianco di un paio di brani strepitosi, ce ne sono altri veramente scarsi: nella prima categoria metterei una rilettura gagliarda di With A Little Help From My Friends, insieme alla voce femminile del momento, ossia Beth Hart, una versione a due voci dove si apprezza la capacità di interprete di Beth, sempre in grado di incendiare le canzoni dove mette il sigillo della sua voce imponente ed appassionata, e anche il classico dei Beatles che tutti conosciamo nella versione di Joe Cocker, riluce con forza in questa interpretazione magistrale, dove non manca il ruggito vocale della Hart, che è ormai un marchio di fabbrica del brano, naturalmente per chi se lo può permettere, e anche Gales sia a livello vocale che con la sua chitarra contribuisce alla riuscita del tutto. L’altro brano notevole, non casualmente, è un altro duetto, questa volta con Doyle Bramhall II (altro musicista, eccellente come gregario, meno continuo come artista solo https://discoclub.myblog.it/2018/10/09/bravo-come-gregario-chiedere-a-clapton-ed-altri-meno-come-solista-in-proprio-doyle-bramhall-ii-shades/ ), alle prese con Southpaw Serenade, una canzone anni ’40, che qui diventa un lungo blues’n’soul raffinato, ma ricco di trasporto, dove le soliste dei due mancini si scambiano assoli con libidine e classe, sullo sfondo creato dalla band di Gales, dove brillano i suoi compagni di avventura, Mono Neon (Basso), Aaron Haggerty (Batteria),  la moglie LaDonna Gales (alle armonie vocali) e Dylan Wiggins (Organo).

Se tutto il disco fosse così non dico che si griderebbe al miracolo, ma sarebbe un bel sentire: come avrete capito anche questa volta non ci siamo del tutto, per usare un eufemismo, anche se grazie a questi due brani il disco si meriterebbe la sufficienza, ma le collaborazioni con B. Slade, ex cantante gospel “pentito”, come Tonéx, e ora artista a cavallo tra neo soul, hip-hop, trance, con qualche ricordo della musica di famiglia, prima illudono nella bella intro acustica di Something’s Gotta Give che poi si trasforma in un discreto duetto di soul moderno, ma poi deludono nella pasticciata bonus Pedal To the Metal (remix), un funkettino insulso https://www.youtube.com/watch?v=UHjuqqZAG6Y , in entrambi i brani si salva giusto il lavoro della solista di Gales. E non è che It Just Beez That Way, dove Eric si cimenta con un beatboxing hip-hop (giuro!) sia molto meglio, anche se il brano contiene la prima volta su disco di Gales alla slide, anche con wah-wah, ma il suono ha sempre questo arrangiamento “moderno” che almeno a chi scrive non piace molto https://www.youtube.com/watch?v=U9kkoYEJEhE . Più interessante, anche se non memorabile, Whatcha Gon’ Do, con qualche spunto hendrixiano, epoca Band Of Gypsys; insomma la produzione di Matt Wallace, famoso per il suo lavoro con i Maroon 5 (!) e che ha sostituito David Bianco, scomparso durante la realizzazione del disco, non entusiasma molto. Discreta la soul ballad How Do I Get You e non male il poderoso rock Reaching For A Change e il vorticoso strumentale virtuosistico Resolution. Finirei con il solito” Mah” che dedico ultimamente alle sue recensioni.

Bruno Conti

Un Tributo Blues “Duretto” Ma Per Nulla Disprezzabile. Bob Daisley & Friends – Moore Blues For Gary

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Bob Daisley & Friends – Moore Blues For Gary – earMusic/Edel       

Ormai sono trascorsi più di 7 anni dalla scomparsa di Gary Moore,  e ora ci pensa il vecchio amico e compagno di avventure musicali, a lungo bassista nei suoi dischi, Bob Daisley, a rendergli omaggio con un tributo. Proprio il musicista di origini australiane era stato, diciamo, l’istigatore della svolta blues di Moore, quello che gli ha suggerito che avrebbe dovuto fare un album dedicato a questo genere, Still Got The Blues, che è stato il primo di una lunga serie, e come spesso accade, anche il migliore (insieme a Blues For  Greeny ,il disco dedicato a Peter Green, a proposito di tributi poi Gary Moore ne aveva inciso anche uno dedicato a Jimi Hendrix). Diciamo che gli “amici” di Moore sono stati spesso legati all’hard rock e all’heavy metal, quindi questo Moore Blues For Gary predilige sonorità molto vigorose, il blues è tinto profondamente dal rock: d’altronde Daisley ha suonato a lungo con i Whitesnake, ma anche nella band di Ozzy Osbourne, non tralasciando una lunga militanza, circa una ventina di anni, con Gary Moore.

Con queste premesse era quasi inevitabile che l’album avrebbe avuto un suono piuttosto “duretto”, ma alla fine il risultato non è disprezzabile, anche se spesso le canzoni sono eseguite quasi in carta carbone rispetto a quelle di Moore. Non ci sono nomi notissimi nell’album, soprattutto sul versante blues, però il CD si lascia ascoltare: la partenza è più che buona, con la sinuosa That’s Why I Play The Blues, un brano ispirato dallo stile del suo vecchio mentore Peter Green, uno slow dall’atmosfera raffinata, con un buon lavoro del batterista Rob Grosser, altro veterano australiano, di  Jon C. Butler (ex Diesel Park West) bravo vocalist, e di Tim Gaze, altro eccellente chitarrista, che con l’organista Clayton Doley completa la pattuglia down under, che lavora di fino in questo brano. The Blues Just Got Sadder, un ricordo del vecchio amico da parte da Daisley, vede ancora un buon lavoro di Gaze alla slide, con l’aggiunta della fluida solista di Steve Lukather e della voce di Joe Lynn Turner dei Rainbow, mentre Empty Rooms, tratta da Victims Of The Future del 1983, anche se è meno blues e più AOR, non è male, canta Neil Carter degli UFO, Illya Szwec, di cui ignoravo l’esistenza, australiano anche lui, se la cava alla chitarra, e Daisley suona anche l’armonica in questo brano.

Still Got The Blues For You, è uno dei cavalli di battaglia di Moore, una classica ballata che suona quasi uguale all’originale, con John Sykes (Thin Lizzy, Whitesnake) alle prese con il classico refrain del brano alla solista e Daniel Bowes dei Thunder al canto, meno tamarro di quanto mi aspettavo, anzi;Texas Strut, dallo stesso album, era un omaggio di Gary alla musica di Stevie Ray Vaughan, un gagliardo boogie preso a tutta velocità, cantato da Brush Shiels, il vocalist degli Skid Row, la prima band di Moore, alla chitarra ancora l’ottimo Gaze. Nothing’s The Same è uno strano brano intimo, con chitarra acustica, cello e contrabbasso, cantato ottimamente da Glenn Hughes. The Loner è uno strumentale con Doug Aldrich alla solista, mentre per Torn Inside arriva Stan Webb dei Chicken Shack, una delle vecchie glorie del British Blues e Don’t Believe A Word, uno dei brani più belli di Phil Lynott dei Thin Lizzy,  viene rallentata e stranamente, a mio parere. è forse uno dei brani meno riusciti, anche se la voce e la chitarra di Damon Johnson filano che è un piacere, e buona anche Story of The Blues con Gaze alla solista e la voce potente di Jon C. Butler di nuovo in evidenza. In This One’s For You, un rock-blues decisamente hendrixiano scritto da Daisley, i due figli di Gary Jack e Gus se la cavano egregiamente a chitarra e voce, Power Of The Blues è forse un filo “esagerata”, ma Turner e Jeff Watson dei Night Ranger non enfatizzano troppo il lato metal, prima di lasciare spazio alla solista lirica di Steve Morse e alla voce di Ricky Warwick, attuale cantante dei Thin Lizzy, che rendono onore a Parisienne Walkways con una prestazione egregia.

Pensavo peggio, molto simili agli originali ma, ripeto, un CD non disprezzabile nell’insieme, per chi il blues(rock) lo ama “mooolto” energico.

Bruno Conti

Buona La Seconda Per Un Ottimo Album Dal Vivo! Savoy Brown Featuring Kim Simmonds – You Should Have Been There!

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Savoy Brown Featuring Kim Simmonds  – You Should Have Been There! – Panache Records

“Non E’ Mai Troppo Tardi”, così recitava il famoso motto del maestro Manzi,  e non vale solo per artisti che (ri)appaiono dopo lunghe assenze dalle scene, ma in qualche caso si può applicare anche ad alcuni album che, come nel caso di questo You Should Have Been There, ha circolato solo brevemente e limitatamente a livello distributivo nel 2005, e contiene un concerto registrato dal vivo allo Yale di Vancouver il 23 febbraio del 2003. In quegli anni, pur essendo sempre stati uno dei  gruppi storici del British Blues i Savoy Brown di Kim Simmonds non avevano ancora iniziato quella sorta di rinascita artistica e discografica, coincisa poi con una bella serie di dischi per la tedesca Ruf dal 2011 ai giorni nostri https://discoclub.myblog.it/2017/10/19/tra-streghe-e-blues-non-si-invecchia-mai-savoy-brown-witchy-feelin/ . Allora la band sembrava già in fase di decisa ripresa ma i loro CD, a parte Strange Dreams, pubblicato dalla Blind Pig, circolavano a livello decisamente indipendente e quindi la Panache Records oggi distribuisce nuovamente questo concerto, tra l’altro con le note originali di Simmonds del 2004.

Sono “solo” sei brani, destinati anche ad un broadcast per la radio canadese, ma il quartetto che vede a fianco di Kim, chitarra solista e voce, anche David Malachowksi alla seconda chitarra, Gerry Sorrentino al basso e Dennis Cotton alla batteria, ci dà dentro veramente di gusto con queste sei tracce, che a parte l’iniziale When It Rains, che dura tre minuti scarsi, hanno un minutaggio intorno ed oltre i dieci minuti  ciascuna, con Simmonds e compagni che ci regalano un tuffo nel repertorio classico dei Savoy Brown, con lunghe improvvisazioni chitarristiche che rinverdiscono i fasti del passato in modo veramente brillante e gagliardo. La voce del veterano inglese, al solito, diciamo che è solo adeguata alla bisogna (non è mai stato un grande cantante), ma l’accoppiata Gibson/ampli Marshall è sempre letale nella sua efficacia: il brano di apertura, appena citato, era nel disco di studio del 2003, un solido pezzo rock-blues dove la solista inizia a viaggiare con le sue linee fluide e grintose, ben sostenute da Malachowki, poi con Where Has Your Heart Gone, un brano all’epoca inedito, uno slow blues di quelli torridi ed intensi, le cose si fanno subito serie, Simmonds forse non è tra i chitarristi più celebrati della storia del blues(rock), ma il suo tocco è comunque ricco di feeling e con un timbro sonoro veramente magico.

Poor Girl è un brano firmato da Tony Stevens, il bassista storico della band negli anni ’60 che poi entrò nei Foghat insieme al compianto Lonesome Dave Peverett, uno dei grandi cantanti del rock britannico, classico pezzo cadenzato e con il suono tipico dei Savoy Brown degli anni d’oro, con tutta la band che tira alla grande per quasi dodici minuti https://www.youtube.com/watch?v=baYXJM4LHqI , mentre Blues Like Midnight è la rilettura in chiave elettrica di un brano inciso per il disco acustico solista di Simmonds dallo stesso titolo, una sorta di blues ballad di grande intensità e raffinatezza, che fa da apripista per una delle loro canzoni più note, quella Street Corner Talking title track del disco del 1971, uno dei brani più hendrixiani ed incendiari del loro repertorio, una vera botta di adrenalina tra continui florilegi della solista con wah-wah innestato, veramente torrenziale nel suo approccio https://www.youtube.com/watch?v=njPCby1EjiA . Dopo gli assoli degli altri musicisti, a chiudere il concerto arriva Hellbound Train, altro cavallo di battaglia dei Savoy Brown, che nonostante il titolo che ne potrebbe ricordare le tematiche non è un pezzo di Robert Johnson, ma un originale firmato da Simmonds, grande appassionato di fantasy e fantascienza occulta, ispirato da HP Lovecraft, altra sventagliata di rock-blues di grande impeto e vigore, con le due chitarre che si fronteggiano in ripetute esplosioni e vampate di rock-blues in continuo crescendo, degne della fama del vecchio gruppo. Se ve lo siete perso al primo giro, assolutamente consigliato!

Bruno Conti