Tra Chitarre E Rock’n’Roll, Un Disco A Tratti Irresistibile! The National Reserve – Motel La Grange

national reserve motel la grange

The National Reserve – Motel La Grange – Ramseur CD

Se dovessi partecipare ad un ipotetico gioco nel quale si associano luoghi a generi musicali, parlando di Brooklyn tenderei sicuramente a pensare a rap o hip-hop. Eppure anche nel noto quartiere di New York ci sono le eccezioni, e ad una di esse appartengono certamente The National Reserve, un quintetto di giovani musicisti che, sia nell’aspetto fisico che nel tipo di proposta sonora, sembrano in tutto e per tutto una rock band del Sud. Guidati dal cantante, chitarrista ed autore principale Sean Walsh (gli altri membri sono Jon Ladeau alle chitarre, Matthew Stoulil al basso, Steve Okonski alle tastiere e Brian Geltner alla batteria), i NR hanno una bella gavetta alle spalle, essendosi formati nel 2009 ed avendo maturato una lunga esperienza on the road in tutti questi anni, nei quali hanno dato alle stampe appena un paio di EP ed un album, Homesick, autodistribuito ed impossibile da trovare. Motel La Grange si può dunque considerare a tutti gli effetti il vero debutto per Walsh e compagni, e devo dire che il suo ascolto è stato per me una piacevolissima sorpresa, in quanto mi sono trovato davanti ad un gran bel dischetto di puro rock’n’roll senza fronzoli, come si usava fare negli anni settanta, una miscela decisamente accattivante di rock, country e southern music, con tante chitarre, ritmo spesso elevato ed un songwriting di ottimo livello. Non sembra neanche un lavoro di un gruppo praticamente al debutto, e questo è merito sicuramente degli anni passati sui palchi di mezza America: i NR hanno pazientemente aspettato il loro momento, e con questo Motel La Grange si può dire che finalmente l’attesa è finita.

Nel disco ci sono diversi altri musicisti che appaiono come ospiti, praticamente tutti degli illustri sconosciuti, ma la loro presenza fa sì che il suono delle dieci canzoni presenti sia ancora più corposo, profondo ed interessante, ed il risultato finale è uno degli album di puro rock più riusciti da me ascoltati ultimamente. L’inizio è molto promettente: No More è una rock song elettrica e potente, quasi viscerale, dal gran tiro chitarristico (ma c’è anche un organo che si insinua nelle pieghe del suono) ed un motivo molto diretto e piacevole. Ricorda, ma solo in parte, certe cavalcate di Neil Young con i Crazy Horse. Big Bright Light, sempre caratterizzata da un ritmo sostenuto, è più tersa e quasi country-oriented, ma il suono è ancora rock e la melodia immediata, e c’è anche una splendida steel a fungere da strumento solista; Found Me A Woman cambia registro, ed è un gustoso rock-blues con spruzzate di funky, un suono “grasso” ed uno stile a metà tra Little Feat e certa musica sudista, il tutto impreziosito da un coro femminile e da una mini sezione fiati (due sax ed un trombone), oltre ad apprezzabili interventi di piano, armonica e chitarra solista: grande musica.

La fluida e distesa Don’t Be Unkind è una deliziosa rock ballad che irrompe in territori cari a The Band, basti sentire il tipo di melodia e l’uso della fisarmonica (mentre la slide è suonata alla maniera di George Harrison), la solida Other Side Of Love, ancora cadenzata e dagli umori sudisti, ha il ritmo guidato dal piano ed un bell’intervento centrale di organo, mentre la vibrante Standing On The Corner è puro e semplice rock, con chitarre un po’ ovunque (e tutte dal suono ruspante) ed il solito motivo diretto e vincente. Splendida New Love, coinvolgente rock’n’roll dal sapore country ed il piano suonato come se fosse un organo farfisa: i ragazzi riescono a fare dell’ottimo rock, piacevole e suonato davvero bene, e brani come questo ne sono la conferma. Motel La Grange è un lentaccio in puro stile southern soul, dal suono classico basato su chitarre ed organo, ed il ricordo dei grandi gruppi dei seventies; il CD si chiude con la squisita I’ll Go Blind, una delle più riuscite ed orecchiabili, che reca tracce del miglior Doug Sahm, e con la lenta ed elettroacustica Roll On Babe, finale quasi crepuscolare ma di grande pathos, ed un suono che sembra uscito dai Fame Studios di Muscle Shoals. Un dischetto bello e sorprendente, per chi ama il vero rock’n’roll.

Marco Verdi

Non Posso Che Confermare: Gran Bel Disco! Levi Parham – It’s All Good

levi parham it's all good

*NDB Se vi risulta familiare non vi state sbagliando, ne abbiamo già parlato in anteprima, molto bene, all’incirca un mese fa https://discoclub.myblog.it/2018/06/03/lairone-delloklahoma-ha-spiccato-il-volo-con-un-grande-disco-levi-parham-its-all-good/ , ma visto che mi trovo tra le mani anche una seconda recensione, nel frattempo è uscita anche la versione americana, e il disco merita, ho deciso di pubblicare anche questa. Succede raramente, ma per questa volta facciamo una eccezione.

Levi Parham  – It’s All Good – Continental Song City/CRS CD/Horton Records

Levi Parham, musicista originario dell’Oklahoma, è sempre stato molto legato alla sua terra d’origine, fin dal suo esordio, l’autogestito (non di facile reperibilità. ma si trova) An Okie Opera. Il suo secondo lavoro, These American Blues (2016) è stato prodotto dal “late great” Jimmy LaFave, che era sì texano ma aveva vissuto per anni a Stillwater: ora Parham, nel suo nuovo album It’s All Good, ha deciso di giocare ancora più in casa, chiamando a raccolta musicisti solo della zona di Tulsa (ed infatti il CD è intitolato a Levi insieme ai Them Tulsa Boys And Girls), un gruppo di amici e conoscenti tra i quali spicca una nostra vecchia conoscenza, John Fullbright, ma anche altri musicisti titolari di discografie in proprio (Jesse e Dylan Aycock, il chitarrista Paul Benjaman, che è anche il band leader in questo disco). E It’s All Good è un gran bel disco di puro rock sudista, dieci canzoni lucide e coinvolgenti in cui il nostro mischia con grande abilità e feeling rock, blues, boogie ed un pizzico di funky e soul.

L’album è stato inciso a Sheffield, in Alabama, nei Portside Studios che altro non sono che gli ex Muscle Shoals Studios, un ambiente nel quale solo ad entrarci si respira grande musica. E di grande musica in questo CD non ne manca di certo: Parham è un vero uomo del sud, ha il ritmo nel sangue, ed in più è dotato di una voce mica male; le canzoni partono dalla lezione di gruppi storici come Little Feat, Allman Brothers Band, Delaney & Bonnie e Derek & The Dominos, nomi importanti certo, e di sicuro inarrivabili, ma Levi ha l’intelligenza e l’umiltà di andare per la sua strada, e mette a punto un disco di vero rock come si faceva negli anni settanta, con la slide spesso protagonista ma in genere con un suono piuttosto chitarristico, ben bilanciato da validi interventi di piano ed organo. Badass Bob è un brano elettrico e bluesato, dal ritmo strascicato e quasi pigro, con un mood decisamente annerito ed un intermezzo chitarristico notevole. Anche Borderline parte attendista, ma c’è una tensione elettrica che fa presagire un’esplosione imminente, che arriva dopo due minuti sotto forma di aumento di ritmo e ruspanti assoli di chitarra. Puro rock, suonato come Dio comanda. Turn Your Love Around è scura, lenta, quasi paludosa, tra rock e blues del Mississippi, eseguita con una padronanza degna di un veterano, e contrassegnata da acuti lancinanti a base di slide, mentre la vibrante My Finest Hour, dal ritmo spezzettato, è più solare pur mantenendosi saldamente in territori sudisti, con la voce “nera” del nostro che è quasi uno strumento aggiunto.

Boxmeer Blues è un rock’n’roll sanguigno e coinvolgente, che rammenta alcune cose dei Little Feat ma anche dei Subdudes: chitarre che dettano il ritmo ed ottimi interventi di organo e piano elettrico; la fluida Shade Me sembra il risultato del viaggio di un anno nel sud degli States da parte dei Beatles, specialmente Harrison e Lennon, mentre la trascinante Heavyweight è ancora influenzata dall’ex band di Lowell George sia nel suono, un rock-blues con elementi quasi funk, sia nell’uso sbarazzino della slide, ed anche la godibile Kiss Me In The Morning non si discosta molto da queste sonorità: slide sempre in primo piano, ottimo uso del pianoforte ed un motivo fresco e scorrevole, con un assolo di sax come ciliegina. Il CD termina con la title track, un gustosissimo boogie pianistico degno di Professor Longhair, e con la tenue All The Ways I Feel For You, finale stripped-down, voce e chitarra, ma cui non manca di certo l’intensità. Al terzo disco Levi Parham ha centrato il bersaglio: consigliato a chi ama il rock, quello vero, con implicazioni southern.

Marco Verdi

L’Airone Dell’Oklahoma Ha spiccato Il Volo, Con Un Grande Disco. Levi Parham – It’s All Good

levi parham it's all good

Levi Parham – It’s All Good – Horton Records/Continental Record Services

Il 23 luglio dello scorso anno mi trovavo a Pusiano, la bella località in provincia di Como dove da diversi anni si svolge il Buscadero Day, imprescindibile appuntamento per tutti gli appassionati di ottima musica rock. Ingolosito dal ricco cast previsto in cartellone, dal bravo e simpatico Joe D’Urso fino alle stelle della serata Alejandro Escovedo e Willie Nile, poco dopo le diciotto e trenta mi trovavo seduto sull’erba a godermi il sole e la piacevole brezza proveniente dal lago, quando un quartetto è salito sul palco, guidato da un magro spilungone con occhiali da sole e berretto con visiera. Sono bastati pochi accordi del primo pezzo per farmi provare autentici brividi di piacere, ancora più intensi perché inattesi. Così è stato per tutta la durata dell’esibizione di Levi Parham, che allora, colpevolmente, non conoscevo, come del resto quasi tutti i presenti. I brani eseguiti provenivano per lo più dal suo CD del 2016, These American Blues, prodotto dal compianto Jimmy LaFave (che si può definire a pieno titolo suo mentore e scopritore), dopo le due prove ancora acerbe ed autoprodotte, l’esordio An Okie Opera del 2013 e l’Ep Avalon Drive dell’anno seguente. Un’esibizione eccellente, quella del giovane songwriter originario di McAlester, piccola cittadina dell’Oklahoma, che ha conquistato la platea grazie ad un melange irresistibile di folk, rock e blues, scandito dalla sua voce ricca di sfumature, dalle sferzate elettriche dell’ottimo chitarrista che lo accompagnava e da una solida sezione ritmica.

Appena un mese dopo, Parham, rientrato negli States, ha avuto la geniale idea di raccogliere un gruppo di musicisti tra i più dotati della zona di Tulsa (tra cui i fratelli Jesse e Dylan Aycock, Paul Benjaman e John Fullbright, autori di buoni dischi in proprio) e di recarsi con loro al Cypress Moon Studio di Muscle Shoals in Alabama, dove sono nati tanti dischi leggendari, come quelli di Aretha Franklin o dei Rolling Stones, solo per fare due nomi. L’esito di quelle sessions di registrazione è ora qui nelle nostre mani e supera ogni rosea previsione. It’s All Good, così si intitola, è un disco splendido, uno dei migliori usciti quest’anno (e lo sarà fino alla fine, ne sono certo) in quanto possiede un sound ed un livello di composizione capace di rinverdire i fasti di grandi album del passato che abbiamo consumato, come Dixie Chicken dei Little Feat o Layla di Derek & The Dominoes. Un suono che trasuda di umori southern in ogni nota, basato sulle chitarre, con l’uso della slide sempre in primo piano, ma impreziosito dal sapiente uso delle tastiere e dal sax. L’apertura è affidata a Badass Bob, già presentata dal vivo a Pusiano, che parte pigra e lenta come lo scorrere del Mississippi vicino al delta, animandosi gradualmente fino al bell’assolo centrale, mentre Levi passa con disinvoltura dai toni sommessi a quelli aggressivi, evocando il fantasma di Lowell George. La tensione aumenta in Borderline, drammatica storia di confine, in cui la fuga del protagonista nel finale del pezzo viene enfatizzata dal continuo ed esaltante sovrapporsi delle chitarre suonate da Dustin Pittsley e dai già citati Paul Benjaman e Jesse Aycock in un crescendo tipico delle southern rock bands. Il blues, torrido e viscerale, domina nella seguente Turn Your Love Around, lenta, sofferta e incendiata da un sontuoso assolo di slide  mentre Parham offre un’interpretazione vocale da brivido, sostenuto dalle due coriste, Lauren Barth e Lauren Farrah.

My Finest Hour è uno dei vertici assoluti dell’album, sembra il punto d’incontro tra Jackson Browne e Gregg Allman, partendo come una ballad di chiaro stampo californiano e  trasformandosi poi in una jam session dove ciascuno dei musicisti presenti offre il proprio contributo nel creare un seducente magma sonoro. Gli Stones di Exile On Main Street si candidano come maggior fonte d’ispirazione per la ruspante Boxmeer Blues, in cui Fullbright si mette in luce con un delizioso assolo di piano elettrico e hammond, prima di lasciare spazio alle chitarre. La suadente Shade Me è invece il più evidente tributo pagato da Parham & soci all’eterna e infinita eredità beatlesiana, melodia splendida e chitarre che citano George Harrison o il Clapton di Derek & The Dominos, se preferite. Heavyweight non è inedita, bensì il rifacimento di un brano tratto da An Okie Opera, il disco d’esordio di Levi. Questa nuova versione ne accentua la componente blues e la devozione del suo autore per i mitici Little Feat, sentire per credere l’uso della slide e del piano. Kiss Me In The Morning è l’ennesima riprova del talento di Parham, arricchita da un bell’intervento del sax di Michael Staub, come pure la successiva title.track,  che mantiene quelle indolenti cadenze blueseggianti che tanto abbiamo amato nei capolavori degli anni settanta della band di Lowell George. C’è spazio ancora per un ultimo brano, All The Ways I Feel For You, un’oasi acustica che non guasta dopo tanti riff elettrici, una intensa e delicata love song eseguita col giusto pathos in assoluta soitudine. Levi Parham con questo It’s All Good si conferma uno dei più validi cantautori dell’attuale scena americana, non è più una promessa ma un’esaltante realtà, ascoltare per credere!

Marco Frosi

 *NDB Il disco sta uscendo un po’ a macchia di leopardo in giro per il mondo: in Europa su CRS è già stato pubblicato il 25 maggio, in Inghilterra uscirà l’8 giugno e il 15 giugno negli USA su Horton Records, l’etichetta per cui hanno inciso album anche molti dei musicisti usati da Levi e che vale la pena di esplorare.

Rock, Blues E Tanta Chitarra Slide, Da New Orleans Alla Toscana Con Molta Classe! Luke Winslow-King – Blue Mesa

luke winslow-king blue mesa

Luke Winslow-King – Blue Mesa – Bloodshot Records

Lo avevamo lasciato un paio di anni fa, prostrato dagli effetti della sua separazione con la ex moglie Esther Rose King (un matrimonio durato peraltro solo due anni, non per minimizzare) che aveva però prodotto  I’m Glad Trouble Don’t Last Always, il suo quinto album, e terzo per la Bloodshot, nonché il suo migliore in assoluto, proprio incentrato quasi completamente “sulle pene dell’amor perduto”, almeno a livello testuale, mentre a livello musicale lo spettro si era ulteriormente ampliato da quella sorta di vintage blues-folk-jazz-ragtime delle prime prove, ad una roots music di eccellente fattura, con ballate cantautorali sopraffine che si alternavano a blues-rock anche feroci e ferali, grazie al fondamentale apporto della chitarra solista, quasi sempre in modalità slide, del prodigioso strumentista italiano Roberto Luti https://discoclub.myblog.it/2016/10/06/sempre-debbono-soffrire-le-pene-damor-perduto-se-il-risultato-luke-winslow-king-im-glad-trouble-dont-last-always/ . Entrambi cittadini onorari di New Orleans, la città della Louisiana dove Winslow-King si era trasferito nel 2002, all’età di 19 anni, per passare un semestre all’università, e poi lì è rimasto per 15 anni, fino a poco tempo fa, quando ha deciso di tornare nella natia Cadillac, nel Michigan. Ma la musica di New Orleans ovviamente continua  a scorrere nelle vene di Luke, innervata da moltissimi rivoli di altri stili musicali che fanno di Winslow-King uno dei migliori eredi, per esprimere un parere personale, già esplicitato nella precedente recensione, del Ry Cooder degli anni ’70, che comunque è tornato in quella forma sonora, con il nuovo album intitolato, non a caso, The Prodigal Son, e che esce negli stessi giorni di questo Blue Mesa.

Il disco di Luke Winslow-King è stato registrato a Lari, una piccola frazione di Casciana Terme in Toscana, dove Luti ha il suo studio di registrazione: visto che la recensione viene scritta in anticipo sull’uscita del disco, le informazioni sono frammentarie e quindi cerco di integrarle con pareri personali (come andrebbe sempre fatto), perché ognuno nei dischi che ascolta ci sente cose e sensazioni diverse. E quindi se nell’iniziale, bellissima, You Got Mine, scritta con la recentemente scomparsa “Washboard” Lissa Driscoll (una musicista locale che era una sorta di piccola leggenda a New Orleans, amica di Luke e compagna di vita in passato di Luti, e a cui è dedicato l’album) https://www.youtube.com/watch?v=Hwv-jzT_BYU , qualcuno ci ha visto tocchi di Paul Simon e Robert Cray, per il sottoscritto il brano è una suadente ballata deep soul/blues targata Memphis/Muscle Shoals (e quindi Cray ci può stare), attraversata dalle pennellate dell’organo di Mike Lynch (all’opera con Bob Seger, Whitey Morgan e già presente nell’ultimo CD), con l’ottimo Chris Davis alla batteria (che suonava con King James And The Special Men, una delle migliori band di NOLA), da deliziosi interventi vocali e dalle chitarre splendide di Luti e Winslow-King, che pure lui non scherza alla slide, quindi tutti ottimi musicisti, come usava anche Ryland ai tempi d’oro. Se vogliamo cercare il pelo nell’uovo, forse il nostro Luke non ha una voce memorabile, ma comunque molto espressiva e porta con garbo e ricca di una profonda frequentazione con la musica del Sud, sia essa blues, soul o roots-rock.

Come nella vigorosa Leghorn Women, uno swamp-boogie-rock che rimanda ad un’altra band che faceva una sapiente miscela del meglio del rock americano come i Little Feat, oppure di nuovo le derive Stax soul della title-track che narra di una relazione che finisce (forse non ha superato del tutto i suoi dolori amorosi), con una musica malinconica ed evocativa che ricorda proprio il miglior Cooder anni ’70, impegnato con la musica nera vista da un’ottica da “bianco”, di nuovo con magica slide in azione. O ancora nella vibrante Born To Roam, un bel rock and roll dalle melodie ariose, dove si intravede un Tom Petty in trasferta in Louisiana, e pure Better For Knowing You continua il filotto di ottime canzoni, questa volta uno slow malinconico e dalle atmosfere carezzevoli, sempre suonato con sapienza dal gruppo che accompagna il nostro amico. Thought I Heard You, con il suo riff sincopato e la slide tangenziale, è un altro blues-rock di ottimo valore, che ricorda il Sonny Landreth più energico, notevole anche la delicata ballata Break Down The Walls, che mischia con maestrai soul, gospel e stile cantautorale, con una slide sempre evocativa ad elevarne ulteriormente il valore.

Chicken Dinner aggiunge anche dei fiati sincopati al già ampio menu sonoro, per un brano laidback e profondamente sudista nel suo andamento volutamente pigro e vintage nell’atteggiamento, ma mosso e vivace nella realizzazione, con intrecci di chitarre da antologia. After The Rain è un altro brano che poteva venire solo dal melting pot di suoni della Crescent City, tra voci suadenti, chitarre accarezzate, come anche l’organo e la sezione ritmica discreta, per una canzone che, questa volta sì, mi ha ricordato il Paul Simon più ispirato. Per chiudere, giustamente, troviamo Farewell Blues, dove un violino malandrino aggiunge un ulteriore tocco raffinato alle 12 battute classiche ma non convenzionali di questo ottimo musicista che risponde al nome di Luke Winslow-King, uno dei talenti più interessanti del sottobosco musicale americano. Da scoprire, se non l’avete già fatto.

Bruno Conti

Un Vero Sudista…Californiano! Sam Morrow – Concrete And Mud

sam morrow concrete and mud

Sam Morrow – Concrete And Mud – Forty Below CD

Sam Morrow è un countryman atipico: intanto è di Los Angeles, non proprio una delle patrie del country (anche se Bakersfield non è lontanissima dalla metropoli californiana), ed in più il suo suono coinvolge anche elementi differenti. Di base Sam si ispira al country texano di ispirazione Outlaw, Waylon Jennings è uno dei suoi eroi musicali, ma spesso vira verso una musica di stampo southern con marcati elementi funky, un genere in cui gruppi come i Little Feat erano maestri. Se a questo aggiungiamo una serie di canzoni ben scritte ed un approccio grintoso e vigoroso, ne viene fuori che Concrete And Mud, il terzo album di Morrow (a tre anni di distanza dal precedente, There Is No Map), è un lavoro riuscito, piacevole, forse derivativo in certi momenti ma che di sicuro non mancherà di soddisfare gli estimatori del vero country-rock. Prodotto da Eric Corne, il disco si avvale della collaborazione di un solido gruppo di strumentisti, del quale i più conosciuti sono senz’altro lo steel guitarist Jay Dee Maness (ex membro di International Submarine Band e Desert Rose Band, ma suonò anche nel leggendario Sweetheart Of The Rodeo dei Byrds) ed il bassista Ted Russell Kamp, già nella band di Shooter Jennings.

Il brano d’apertura, Heartbreak Man, di country ha poco, ricorda di più i già citati Little Feat, ha il ritmo ed il passo delle canzoni dell’ex band di Lowell George, un sapore a metà tra Sud e funky, una bella slide ed un suono “grasso”. Con Paid By The Mile ci spostiamo invece in Texas, ritmo sostenuto e suono maschio, con l’influenza di Waylon ben presente, per un brano che si ascolta tutto d’un fiato (e le parti chitarristiche sono ottime), mentre San Fernando Sunshine è lenta e cadenzata, una country ballad ancora in puro stile Outlaw, ci vedo qualcosa anche di Willie Nelson, anche se Sam è meno raffinato di Willie (e, ma non c’è bisogno di dirlo, abita un centinaio di piani sotto nella Tower Of Song, per dirla con Leonard Cohen). Quick Fix, ha di nuovo un mood funky, ritmo spezzettato ed una melodia diretta e godibile, sul genere di classici come Dixie Chicken (facendo ovviamente le debite proporzioni).

Good Ole Days è invece un irresistibile honky-tonk di nuovo alla maniera texana (qualcuno ha detto Billy Joe Shaver? Bravo), spedito e coinvolgente. Weight of A Stone è più attendista e non assomiglia a nulla di quanto sentito finora, essendo una languida ballata che potrebbe essere stata scritta da uno come Raul Malo, Skinny Elvis è un velocissimo rockabilly con chitarre e sezione ritmica in evidenza, tra le più immediate, mentre Coming Home è puro country classico, con un feeling anni settanta e la splendida steel di Maness a ricamare sullo sfondo. L’album termina con Cigarettes, ancora cadenzata ma stavolta con tracce di swamp rock alla Tony Joe White, e con Mississippi River, intenso slow acustico (ma full band), che chiude positivamente un disco fresco, solido e riuscito.

Marco Verdi

Ma Non Si Erano Sciolti? Tornano In Studio Per il 40° Anniversario. Radiators – Welcome To The Monkey House

radiators welcome to the monkey house

Radiators – Welcome To The Monkey House – Radz Records

Si pensava che la carriera dei Radiators (o meglio The Radiators From New Orleans, visto che esistono anche i Radiators australiani e gli irlandesi Radiators From Space) fosse arrivata al capolinea nel 2010, quando la band in un comunicato annunciava che dopo un tour d’addio, che prevedeva  una esibizione al celebre Jazz And Heritage Festival, e dei concerti al Tipitina, il famoso locale di New Orleans, la loro città, si sarebbe sciolta. E nel 2012 è uscito il triplo dal vivo The Last Watusi, che conteneva il meglio delle tre serate al Tipitina. Ma poi ogni anno a maggio la band si riunisce per partecipare alla JazzFest, di cui sono usciti nel corso degli anni  innumerevoli  CD https://discoclub.myblog.it/2010/07/28/live-at-new-orleans-jazz-heritage-festival-the-radiators-pre/ , e nel 2015 hanno suonato per altre serate al famoso locale di Nola. Ma quest’anno si festeggiano i 40 anni di carriera per il gruppo  e quindi i 5 componenti storici della band, Ed Volker, alle tastiere e voce, Dave Malone, chitarre e voce (fratello dell’altrettanto bravo Tommy, dei Subdudes https://discoclub.myblog.it/2014/05/31/delle-glorie-della-big-easy-tommy-malone-poor-boy/ ), con il valido supporto del secondo chitarrista Camille Baudoin, del bassista Reggie Scanlan e del batterista Frank Bua, hanno deciso di fare le cose per tempo, riunendosi  in studio a New Orleans per registrare un nuovo album di studio, il primo dal lontano 2006, in cui uscì l’ottimo Dreaming Out Loud (i loro dischi sono tutti piuttosto belli, se ne trovate qualcuno del primo periodo sarebbe l’ideale, ma la scelta è ampia, difficile sbagliare).

Sono stati definiti la Band di New Orleans, e ci può stare, ma come mi è capitato di dire in passato, io li vedo più come dei Little Feat della Louisiana: doppia chitarra, doppia voce, un tastierista fantastico, una sezione ritmica solida ed inventiva che sottolinea le evoluzioni dei vari solisti e un repertorio che attinge dal rock, dal blues, dal funky, dal Gumbo di New Orleans, qualche pennellata di jazz, di swamp rock, di southern e anche una propensione alla jam, soprattutto nei concerti dal vivo, per quanto anche nei dischi di studio gli strumenti siano liberi di improvvisare all’impronta. E anche in questo Welcome To The Monkey House lo fanno nei 16 brani, inediti nei dischi di studio, ma rodati da varie apparizioni nei concerti della band. Ecco quindi scorrere il boogie-blues-rock alla Little Feat dell’iniziale title track, con continui rimandi delle due soliste che si intrecciano e si sfidano con grande classe, mentre l’impassibile Ed Volker (Zeke per gli amici) volteggia sul suo pianoforte con libidine. Per poi riprodurre in una deliziosa Nightbird il sound ispirato di un Dr. John o di un Allen Toussaint, nei loro momenti più romantici, oppure scatenarsi  nella vorticosa Fishead Man, dedicata ai propri fans, con un piano boogie woogie che si incrocia con il rock annerito del resto del gruppo.

Che è sempre ispirato e variegato anche nella mossa The Fountains Of Neptune, dove Volker aggiunge pure l’organo al sound d’assieme, sempre gioioso e complesso, con il classico suono del  rock americano, quello delle migliori band degli anni ’70, un paio le abbiamo citate, ma anche Amazing Rhythm Aces, Meters, Neville Brothers o Allman Brothers rientrano tra le influenze dei Radiators, come evidenzia l’ottima slide, doppiata dall’altra solista, che percorre la bluesata One Monkey. Comunque tutti i brani sono di livello notevole, dal funky-rock di Ride Ride She Cried, ancora con slide d’ordinanza, al quasi barrelhouse/R&R della spensierata e “acida” Doubled Up In A Knot. Tra i loro “seguaci” possiamo segnalare i Subdudes, più raffinati https://discoclub.myblog.it/2017/03/16/il-ritorno-della-band-di-new-orleans-sempre-in-forma-smagliante-subdudes-4-on-the-floor/ , la Honey Island Swamp Band https://discoclub.myblog.it/2016/06/12/altro-gruppo-new-orleans-bayou-americana-gradire-honey-island-swamp-band-demolition-day/ o i Wood Brothers https://discoclub.myblog.it/2015/12/27/recuperi-sorprese-fine-anno-2-peccato-conoscerli-the-wood-brothers-paradise/ . In First Snow ci si avventura anche in territori più complessi, tipo i Los Lobos di Kiko, grazie ad un vibrafono e ad una andatura sinuosa, ma è subito rock and roll di nuovo con l’avvolgente suono solare di Time To Rise And Shine o della caraibica Back To Loveland, che fa molto Jimmy Buffett o il puro New Orleans sound della splendida King Earl, con le twin guitars in piena azione.  Insomma, senza ricordarle tutte, ma una citazione per la giubilante (anche per il titolo) Bring Me The Head Of Isaac Newton mi scappa, questo è un album da avere per i fans, però anche tutti gli altri amanti della buona musica rock ci possono fare un pensierino.

Bruno Conti

Due Notevoli Ristampe…Nel Segno Del Texas! Steve Earle – Guitar Town/Terry Allen – Lubbock (On Everything)

steve earle guitar town deluxe

Steve Earle – Guitar Town/30th Anniversary Edition – MCA/Universal 2CD

Terry Allen – Lubbock (On Everything) – Paradise Of Bachelors 2CD

Parliamo di due ristampe, ma non ristampe qualsiasi, in quanto nella fattispecie si tratta di due dischi a loro modo fondamentali, l’uno perché ha dato il via ad una carriera luminosa (e l’album in sé è considerato tra i più importanti nell’ambito della rinascita del country nella seconda metà degli anni ottanta), ed il secondo perché è semplicemente un capolavoro, il miglior lavoro di uno degli artisti di culto per eccellenza: entrambi i dischi, poi, hanno il Texas come elemento in comune.

Steve Earle, a dire il vero, è sempre stato un texano atipico, in quanto ha vissuto per anni a Nashville e da parecchio si è spostato a New York, ma la sua musica, almeno nei primi anni, risentiva non poco dell’influenza del Lone Star State. Penso che un disco come Guitar Town non abbia bisogno di presentazioni: considerato giustamente come uno degli album cardine del movimento new country breed (solitamente associato a Guitars, Cadillacs di Dwight Yoakam, uscito lo stesso anno), contiene una bella serie di classici di Steve, brani che hanno resistito nel tempo e che ancora oggi suonano freschi ed attuali, in più con una qualità di incisione decisamente professionale (è stato uno dei primi album country ad essere inciso in digitale), che questa nuova edizione ha ulteriormente migliorato. Non dimentichiamo che Steve aveva avuto molto tempo per preparare queste canzoni, dato che aveva iniziato a frequentare l’ambiente giovanissimo già negli anni settanta (era nel giro di Guy Clark e Townes Van Zandt), ma non era mai riuscito a pubblicare alcunché prima del 1986, complice anche una fama di ribelle e di persona dal carattere poco accomodante (con già tre matrimoni falliti alle spalle, mentre oggi siamo arrivati a sette), che da lì a qualche anno lo condurrà anche dietro le sbarre. Earle nel corso della sua carriera ha suonato di tutto, dal rock, al folk, alla mountain music, al blues, ma Guitar Town, così come Exit 0 uscito l’anno dopo, era ancora un disco country, anche se molto elettrico e con poche concessioni al suono di Nashville, merito anche dei Dukes, band che accompagnerà Steve praticamente durante tutta la carriera, pur con vari cambi di formazione (questa prima versione vede gente del calibro di Richard Benentt, in seguito collaboratore fisso di Mark Knopfler, Bucky Baxter, poi per anni in tour con Bob Dylan, Harry Stinson ed Emory Gordy Jr., che produce anche il disco).

Guitar Town andrà al numero uno in classifica, ma Steve a questo non importerà, dato che da lì a due anni darà alle stampe il suo capolavoro, Copperhead Road, pieno di sonorità rock non molto nashvilliane, con grande scorno dalla MCA che pensava di fare di lui una superstar. E’ sempre un grande piacere riascoltare comunque grandi canzoni (e futuri classici del genere) come la title track, Good Ol’ Boy (Gettin’ Tough) e Someday, scintillanti country-rock come Goodbye’s All We’ve Got Left e Fearless Heart, o country puro come la tersa Hillbilly Highway, chiaramente influenzata da Hank Williams, ma anche esempi dello Steve balladeer, con le lucide ed intense My Old Friend The Blues e Little Rock’n’Roller (ma Think It Over e Down The Raod non sono certo dei riempitivi): tutti brani che se conoscete un minimo il nostro non vi saranno certo ignoti. Il secondo CD di questa edizione per il trentennale ci propone un concerto inedito, registrato a Chicago a Ferragosto dello stesso anno, inciso benissimo, e con Steve e Dukes  in gran forma che suonano tutte le canzoni di Guitar Town, in veste molto più rock che su disco (che qua e là qualche arrangiamento più “cromato” ce l’aveva), oltre a sette pezzi in anteprima da Exit 0 (su dieci totali), tra cui segnalerei la springsteeniana Sweet Little 66, il country’n’roll The Week Of Living Dangerously e la trascinante San Antonio Girl, uno splendido tex-mex in puro stile Sir Douglas Quintet, ed in più la sua signature song The Devil’s Right Hand, due anni prima di Copperhead Road ed in versione molto più country (ma l’aveva già incisa Waylon Jennings, che Steve ringrazia prima di suonarla) ed una solida rilettura elettrica di State Trooper, proprio quella del Boss.

terry allen lubbock

Terry Allen è invece sempre stato legato a doppio filo al natio Texas, dal momento che le sue canzoni ne hanno sempre parlato in lungo e in largo, e questa può essere una delle ragioni per le quali all’interno dei confini texani è una vera e propria leggenda, ma al di fuori non ha mai sfondato. Però Terry se ne è sempre fregato, ha sempre fatto musica quando aveva la voglia e l’ispirazione (appena nove dischi in quarantun anni parlano chiaro), e non ha mai cambiato il suo stile diretto, ironico e pungente, a volte persino “perfido”, al punto che l’ho sempre visto, dato che è anche un ottimo pianista, come una sorta di Randy Newman texano, ma con una vena sarcastica spesso ancora più accentuata, quasi a livello di Warren Zevon (che quando voleva sapeva essere cattivo come pochi). Anche apprezzato pittore, Allen è considerato in maniera un po’ riduttiva un artista country, ma in realtà è un songwriter fatto e finito, capace di scrivere canzoni geniali e di usare il country come veicolo espressivo. Il suo esordio, Juarez (già un ottimo disco) è datato 1975, ma è con il doppio Lubbock (On Everything), uscito quattro anni dopo, che il nostro firma il suo capolavoro, un disco pieno di grandi canzoni, che non ha una sola nota fuori posto, suonato e cantato alla grande e che negli anni è sempre stato considerato un album di grande ispirazione da parte dei suoi colleghi, e ancora oggi è giudicato uno dei progenitori del movimento alternative country. Negli anni Lubbock ha beneficiato di diverse ristampe in CD, ma tutte, volendolo far stare su un solo dischetto, presentavano diverse parti accorciate, canzoni in ordine diverso e talvolta persino eliminate (High Horse Momma), così da snaturare l’opera originale. Oggi finalmente esce per la Paradise Of Bachelors (*NDB etichetta specializzata in artisti oscuri, ma spesso interessanti: Hiss Golden Messenger, Itasca, Nathan Bowles, Steve Gunn, ma anche Michael Chapman) questa bellissima ristampa in doppio CD digipak, ricco libretto pieno di note e commenti (anche di Allen stesso), un suono parecchio rinvigorito e, cosa più importante, per la prima volta dal vinile originale le canzoni conservano la loro lunghezza e sono messe nell’ordine corretto. Ed il disco si conferma splendido, con Terry accompagnato da una band da sogno (con Lloyd Maines come direttore musicale, polistrumentista e produttore, più Ponty Bone alla fisarmonica, Kenny Maines e Curtis McBride a basso e batteria, Richard Bowden al violino, oltre a Joe Ely all’armonica ed al suo chitarrista dell’epoca Jesse Taylor).

Con una serie di canzoni splendide, a partire dalla più famosa, la straordinaria New Dehli Freight Train che era già stata pubblicata due anni prima dai Little Feat nell’album Time Loves A Hero, qui in una versione potente e più country di quella del gruppo di Lowell George, ma pur sempre un grandissimo brano. Il pianoforte è centrale in tutte le canzoni, fin dall’apertura di Amarillo Highway, una country song strepitosa, cantata con forza e suonata in modo magnifico, con un ritornello memorabile, subito seguita dalla languida High Plains Jamboree, tutta incentrata su piano e steel, dallo scintillante honky-tonk The Great Joe Bob e dalla straordinaria The Wolfman Of Del Rio, solo voce, piano e chitarra, ma con un motivo splendido ed un feeling enorme. E ho nominato solo le prime quattro, ce ne sono ancora diciassette, ma il livello resta sempre altissimo, a tal punto che la parola capolavoro non è sprecata: mi limito a citare la squisita The Girl Who Danced Oklahoma, puro country come oggi non si fa quasi più, l’irresistibile Truckload Of Art (ma dove le trovava canzoni così?), le imperdibili Oui (A French Song) e Rendezvous USA, con testi da sbellicarsi e musica sublime, la bossa nova anni sessanta Cocktails For Three, la già citata High Horse Momma, un gustoso pastiche in puro stile dixieland, le caustiche FFA e Flatland Farmer, unite in medley e con uno strepitoso finale chitarristico, la geniale The Pink And Black Song, tra rock’n’roll e doo-wop, e la deliziosa The Thirty Years War Waltz, tra le più belle del disco e con Terry formidabile al piano.

Se non avete Lubbock (On Everything) è assolutamente arrivato il momento di correre ai ripari, se viceversa possedete anche una delle precedenti ristampe non è strettamente necessario l’acquisto di quest’ultima edizione, ma almeno andate a risentirvelo.

Marco Verdi

Pure In Michigan Sanno Fare Del Sano Country! Frankie Ballard – El Rio

frankie ballard el rio

Frankie Ballard – El Rio – Warner Nashville CD

Countryman originario del Michigan, terra di rockers più che di cowboys, Frankie Ballard è da anni emigrato a Nashville, ma si è subito sistemato dalla parte giusta della città, sfruttando abilmente anche connessioni non proprio impeccabili, come i Lady Antebellum, con i quali è andato in tour per farsi conoscere meglio: ed i risultati si sono visti, dato che il suo secondo album del 2014, Sunshine & Whiskey (che seguiva di tre anni il debutto, Frankie Ballard) è riuscito ad entrare nella Top 5 country. Tutto questo non certo a discapito della qualità, come dimostra il suo terzo lavoro, El Rio, destinato a proseguire il cammino del suo fortunato predecessore: Ballard è un countryman dal pelo duro, che affronta le canzoni con piglio da rocker, mettendosi alla testa di un combo ridotto ma solido, formato da Rob McNelley alle chitarre, Sean Hurley al basso, Aaron Sterling alla batteria e Tim Lauer alle tastiere. Niente violini e steel quindi (che pure sarebbero bene accetti), ma strumentazione classica per un suono forte, diretto e limpido (anche nelle ballate), al servizio della voce leggermente arrochita del nostro: le ciliegine sulla torta sono la produzione professionale di Marshall Altman (Amy Grant, Marc Broussard), che dona al disco un suono adatto alle radio ma senza annacquarlo troppo con derive pop, ed uno stuolo di rinomati songwriter che collaborano con Frankie alla stesura delle canzoni: Chris Stapleton su tutti, ma anche Craig Wiseman, Mando Saenz e Chris Janson.

El Camino dà il via al disco in maniera superlativa, un rockin’ country irresistibile, gran ritmo, melodia contagiosa, chitarre roboanti e ottimo ritornello, insomma quanto di meglio possa offrire un brano di questo tipo (è il primo dei due pezzi in cui è coinvolto Stapleton, e si sente) https://www.youtube.com/watch?v=tsbF4-IGr0s . Cigarette è un brano meno country e più rock, ben arrangiato e con la voce grintosa del nostro a dare il tocco in più https://www.youtube.com/watch?v=8xfBW3s5p5E ; Waste Some Of Mine è una solida ballata, ancora arrangiata in maniera diretta e piuttosto roccata, con un refrain fluido e ritmica sciolta, mentre Little Bit Of Both è un country-blues cadenzato  dal feeling decisamente sudista, maschia, grintosa e con gran lavoro di chitarra.

L.A. Woman (non è quella dei Doors) ha un suggestivo intro strumentale che rimanda a rockers come Tom Petty, e pure il resto del brano si difende alla grande, un trascinante rock’n’roll che di Nashville non ha nulla; It All Started With A Beer è per contro un ottimo slow, vibrante e con un motivo che cresce ascolto dopo ascolto, ma Sweet Time riporta subito il CD su territori più rock, una solida ballata senza sbavature e con un bel ritornello corale che la potrebbe anche proiettare in alto nelle classifiche. Good As Gold è rock allo stato puro, basta sentire la chitarra come ricama sullo sfondo, mentre Southern Side fonde mirabilmente un suono ruspante con un ritmo alla Little Feat, si potrebbe dire country-funk? https://www.youtube.com/watch?v=mUrcpIWdQ2M  Se sei del Michigan e fai musica non puoi prescindere dalla figura di Bob Seger, e qui troviamo uno scintillante omaggio al barbuto rocker con una bella rilettura di You’ll Accomp’ny Me, che mantiene il mood dei brani di Bob aggiungendo un sapore country-rock che mancava all’originale; il CD si chiude con You Could’ve Loved Me, uno slow elettroacustico intenso e toccante https://www.youtube.com/watch?v=4wQIXGTCquU , degno finale per un disco di buon valore che secondo me riesce nel non facile compito di accontentare un ampio spettro di ascoltatori.

Marco Verdi

“Solo” Un Altro Gruppo Da New Orleans: Bayou Americana, Per Gradire! Honey Island Swamp Band – Demolition Day

honey island swamp band demolition day

Honey Island Swamp Band – Demolition Day – Ruf Records

L’ultima uscita della Ruf, il CD di Andy Frasco & The U.N., non mi aveva entusiasmato http://discoclub.myblog.it/2016/04/16/mi-aspettavo-piu-andy-frasco-and-the-u-n-happy-bastards/ . Ma l’etichetta tedesca si riprende subito con questa ottima proposta di un’altra band americana, anzi di New Orleans per la precisione. La Honey Island Swamp Band, gruppo della Louisiana che aveva raccolto positive recensioni anche sul Blog per il precedente Cane Sugar http://discoclub.myblog.it/2013/09/20/good-news-from-louisiana-honey-island-swamp-band-cane-sugar/ . Ma il quartetto (ora ampliato a quintetto) ha già una decina di anni di attività sulle spalle, con tre album di studio e un EP pubblicati, oltre ad un paio di titoli dal vivo della serie Live At Jazz Fest. Lo stile della band è una riuscita fusione di rock, soul, funky, blues, swamp music, con spruzzate anche di country e folk, che loro stessi, con felice espressione, hanno definito “Bayou Americana” https://www.youtube.com/watch?v=6rZ35Dy8RwY . Quindi a grandi linee siamo dalle parti di altre grandi band della Crescent City tipo Subdudes e Radiators, oltre agli inevitabili paragoni con Little Feat e Band, ma diciamo che le componenti “nere” sono meno accentuate che negli altri gruppi citati. Nella formazione i due leader sono il cantante, chitarrista, mandolinista, all’occorrenza anche armonicista Aaron Wilkinson, che è puree l’autore principale delle canzoni, e il chitarrista, virtuoso della slide, Chris Mulé, anche lui autore prolifico https://www.youtube.com/watch?v=IXeV90lcop0 . L’ottima sezione ritmica è composta da Sam Price al basso e Garland Paul alla batteria: con tutti e quattro i musicisti che apportano le loro eccellenti armonie vocali al suono complessivo del gruppo. Che aggiunge l’ultimo arrivato, il tastierista Trevor Brooks, a completare un sound già ricco,

Il disco precedente era stato prodotto dallo specialista di New Orleans John Porter con ottimi risultati, questa volta in città, al Parlor Studio, si è calato Luther Dickinson. Se l’anno scorso vi era piaciuto, come al sottoscritto, molto,  il disco dei Wood Brothers, qui troverete un altro dischetto più che soddisfacente http://discoclub.myblog.it/2015/12/27/recuperi-sorprese-fine-anno-2-peccato-conoscerli-the-wood-brothers-paradise/ . L’apertura è affidata a How Do You Feel, un pezzo che sembra provenire da una riuscita fusione degli Stones americani a tutto riff e degli intrecci vocali di gruppi come la Band e i Little Feat, con Mulé, l’autore del brano, che intreccia la sua slide con le fluide cascate di note del piano di Brooks, che ricorda molto il tocco del vecchio Nicky Hopkins, con tanto di gran finale di sax che ci ricorda appunto i Rolling di Sticky Fingers. grande inizio. Head High Water Blues, racconta i fatti conseguenti all’uragano Katrina, un evento che ha segnato tutti i musicisti della band, costretti a emigrare a San Francisco per un periodo di tempo, e lo fa a tempo di funky-blues, con la consueta slide tagliente di Mulé, ma anche interventi di Wilkinson con la seconda solista, tastiere “scure” e molto Gumbo nel suo dipanarsi, la voce caratteristica di Wilkinson, ottimo vocalist, qui autore del brano; No Easy Way parte lenta e solenne, quasi funerea, poi innesta un ritmo in crescendo, sulle ali della agile sezione ritmica, interventi mirati dei fiati, e quella slide incombente sullo sfondo del tessuto sonoro del pezzo, che sottolinea l’ottima performance vocale di Wilkinson, mentre un organo vintage dà il tocco in più, per un effetto che a tratti ricorda anche i Neville Brothers, con le percussioni ad aggiungere un feel quasi latino. Medicated, dell’accoppiata Wilkinson/Mulé, ha un’aria più spigliata e sbarazzina, quasi sixties, mi ricorda certe cose della prima J.Geils Band,  anche nell’approccio vocale, ritmo ed energia per un pezzo coinvolgente.

Watch And Chain, con un bel piano elettrico, poi ricorrente, ad aprire le procedure, si avvicina a quel sound Subdudes/Radiators di cui si diceva, sempre il bottleneck di Mulé che incombe sul tutto e ritmi spezzati tra blues e rock di sostanza, con i fiati che sottolineano la voce di Aaron, con improvvisi stacchi funky https://www.youtube.com/watch?v=7Kvml9a5Mok . Katie scritta da Mulé, è una canzone quasi folk, solo chitarra acustica, armonica ed una ritmica discreta, deliziosa nella sua semplicità, il tocco di organo è geniale https://www.youtube.com/watch?v=d8LBRTgxrE0 , mentre Ain’t No Fun è un southern-blues-rock, con la slide potente di Mulé di nuovo in azione, e quel groove che ricorda i vecchi Little Feat ma anche le twin guitars degli Allman Brothers, grande brano, con il basso di Sam Price che è una vera potenza. She Goes Crazy, di nuovo di Mulé, ha  un groove elettroacustico che tanto ricorda i vecchi Subdudes, ma è meno efficace di altri brani; Through Another Day è uno dei brani più potenti della raccolta, introdotto dal suono dell’armonica, poi si sviluppa su intricate atmosfere southern che ricordano il sound dei primi Widespread Panic, con eccellenti intrecci chitarristici. Say It Isn’t True è una bellissima ballata con armonica, piano e una delicata chitarra wah-wah ad incorniciare una splendida performance vocale di Aaron Wilkinson. Il mandolino e l’acustica slide che aprono la conclusiva Devil’s Den, scritta insieme a John Mooney, potrebbero far pensare ad un brano tranquillo, ma poi il pezzo si sviluppa in un notevole crescendo e diventa quasi epico, pur rimanendo nei suoi tratti di “Bayou Americana”. Consigliato di cuore!

Bruno Conti

Con Un Po’ Di Ritardo, Anche Se La Grande Musica Non Ha Scadenza! Tom Petty & The Heartbreakers – Kiss My Amps Live Vol. 2

tom petty kiss

Tom Petty & The Heartbreakers – Kiss My Amps Live Vol. 2 – Reprise/Warner LP

Sono riuscito a mettere le mani soltanto ora su questo vinile di Tom Petty & The Heartbreakers, una delle uscite di punta dell’ultimo Record Store Day dello scorso Aprile, e seguito del primo volume uscito nell’autunno del 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/12/23/per-pochi-intimi-ma-comunque-sempre-grande-musica-tom-petty/ . Ma, con tutto il rispetto per il primo Kiss My Amps, qui siamo su un altro pianeta: intanto quello era poco più di un EP mentre questo con i suoi dieci brani può essere considerato a tutti gli effetti un album (anche se con Petty dal vivo vorrei sempre avere minimo un triplo), e poi perché là su sette pezzi totali ben sei provenivano da Mojo, un disco che anche a distanza di qualche anno non riesco a considerare tra i più riusciti di Tom, mentre qui la scelta delle canzoni è più eterogenea e ci sono anche quattro cover decisamente interessanti. Che Petti ed i suoi Spezzacuori (Mike Campbell, Benmont Tench, Ron Blair, Scott Thurston e Steve Ferrone) dal vivo fossero una macchina da guerra non lo si scopre certo oggi, insieme alla E Street Band sono probabilmente la migliore live band al mondo, in grado di suonare qualsiasi cosa e renderne la versione definitiva: il loro cofanetto The Live Anthology è sicuramente uno dei box set da isola deserta, ed il loro concerto a Lucca di qualche anno fa è uno dei migliori show a cui ho assistito in vita mia. In conseguenza, anche questo secondo Kiss My Amps è un live album bellissimo, con i nostri in gran forma che rivisitano una manciata di classici, qualche oscuro ripescaggio e, come ho già detto, alcune cover da urlo, il tutto suonato con il solito mix di feeling e bravura, al punto che alla fine della seconda facciata ci si dispiace che sia già finito. I dieci pezzi sono stati incisi tutti nel 2013, quattro al Beacon Theatre di New York, altrettanti al Fonda Theatre di Los Angeles e due al Festival Bonnaroo a Manchester (nel Tennessee, non in Inghilterra).

Il disco parte con una spedita e fluida So You Want To Be A Rock’n’Roll Star dei Byrds, un pezzo che Petty aveva già pubblicato nel suo primo live ufficiale Pack Up The Plantation: il brano non è tra i miei preferiti dell’ex gruppo guidato da Roger McGuinn, ma come apertura ci può stare benissimo e poi gli Heartbreakers sono subito in palla (e come pesta Ferrone). Quindi ecco una bella versione, molto rock’n’roll, di (I’m Not Your) Steppin’ Stone dei Monkees, che non esito a definire migliore dell’originale, con l’organino di Tench a mantenere il sapore anni sessanta ma con il resto del gruppo che suona con un’energia quasi da punk band (e Campbell inizia ad arrotare da par suo). Il momento ad alto tasso elettrico prosegue con la potente Love Is A Long Road (tratta del million seller Full Moon Fever), non il brano più noto di quelle sessions ma di certo una delle rock song più coinvolgenti dei nostri, soprattutto dal vivo: gran ritmo, chitarre ruggenti e Petty che canta con la solita classe da rocker consumato. Two Gunslingers fa anch’essa parte del periodo Jeff Lynne di Tom, in origine un pop rock decisamente gradevole ed immediato, che qua si trasforma in una delicata ballata di stampo acustico (ma full band), una versione decisamente piacevole e diversa di un classico minore del nostro. Sinceramente non ricordavo When A Kid Goes Bad (era su The Last DJ, forse il disco meno bello della carriera di Petty), un uptempo rock tipico del nostro e niente male risentito in questo contesto, anche se già con Live At The Olympic gli Heartbreakers avevano dimostrato come sapevano trasformare on stage un album zoppicante in un grande disco. Ed ecco uno dei magic moments dell’album: Willin’ dei Little Feat è già di suo una delle più grandi canzoni di sempre, e vi lascio immaginare come può uscirne dopo il trattamento di Petty e soci, che mettono al centro del brano la splendida melodia di Lowell George rivestendola di sonorità da vera roots band (grandissimo BenmontTench, il Nicky Hopkins dei giorni nostri), una rilettura sontuosa che meriterebbe di essere pubblicata più su larga scala, pelle d’oca pura.

Il lato B si apre con una stupenda ballata tratta da Southern Accent: The Best Of Everything è un meraviglioso slow profondamente influenzato da The Band (ed infatti l’originale era prodotto da Robbie Robertson), un pezzo che ci conferma che il Petty balladeer non è di certo inferiore al rocker, e la band, guidata ancora dal pianismo liquido di Tench, suona alla grande (ma questo lo si sapeva); negli anni Tom ha spesso e volentieri suonato dal vivo brani dei Traveling Wilburys (a differenza dei suoi ex compagni nel supergruppo), prima Handle With Care, poi End Of The Line, mentre qui abbiamo una formidabile versione di otto minuti di Tweeter And The Monkey Man, uno dei più coinvolgenti e divertenti pezzi di Bob Dylan (ma Petty ha collaborato alla stesura del brano): Tom conduce la canzone con piglio sicuro, dylaneggiando alla grande, mentre il resto del gruppo è un treno. Anche questa tra gli highlights del disco. Il live termina con due scintillanti versioni di altrettanti classici del nostro, una rilettura elettroacustica di Rebels, che in origine aveva uno dei più bei riff di chitarra del repertorio degli Spezzacuori, ma qui diventa una ballata pianistica purissima, e la cavalcata elettrica di A Woman In Love (It’s Not Me), il brano più vintage tra quelli presenti, puro Heartbreakers sound.

Dopo il bellissimo secondo lavoro dei Mudcrutch (per chi scrive disco dell’anno finora) http://discoclub.myblog.it/2016/05/16/i-ragazzi-promettono-bene-anteprima-anniversario-mudcrutch-mudcrutch-2/ , un altro album da non perdere da parte di Tom Petty (& The Heartbreakers): vale la pena fare un po’ di fatica per trovarlo.

Marco Verdi